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Anno LXVII - 323

STAN

IL NOSTRO PAESE

SOCIETÀ TICINESE PER L’ARTE E LA NATURA

Gennaio - Marzo 2015

Sezione cantonale di Heimatschutz Svizzera


STAN

SOCIETÀ TICINESE PER L’ARTE E LA NATURA

IL NOSTRO PAESE Anno LXVII - 323

Impressum Rivista trimestrale fondata nel 1949 organo della Società ticinese per l’arte e la natura - STAN già Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali e artistiche, fondata nel 1908. Sezione ticinese di Heimatschutz Svizzera

Editoriale Riccardo Bergossi 1 Pian Povrò: anche gli architetti piangono Temi STAN Riccardo Bergossi 3 S. Nicolao a Besso: una correzione e un’integrazione STAN 4 La STAN e la domanda di costruzione dell’Accademia di architettura per la copertura della corte interna dell’ex Ospedale della Beata Vergine di Mendrisio Riccardo Bergossi 6 Questioni luganesi Simonetta Biaggio-Simona 10 Il tesoro monetale di Orselina, una straordinaria scoperta archeologica Cornelia Schwarz-Ammann 12 Sulle tracce dei mulini ronchesi Mattia Cavadini 20 Dialogo tra il cedro sano e il cedro morente Il nostro Paese in restauro Riccardo Bergossi 22 La casa poetica

www.stan-ticino.ch Redattore Arch. Riccardo Bergossi Redazione e amministrazione Dott.ssa Natalie Danzi-Paces Contatti STAN, via Borghese 42 6601 Locarno Tel. 091 751 16 25 Fax 091 751 68 79 segretariato@stan-ticino.ch redazione@stan-ticino.ch

Heimatschutz Dalla ricostruzione alla reinterpretazione La cultura architettonica, nuovo campo per la politica e la cultura

Jürgen Tietz 28 Stefan Cadosch 32 Patrick Schoeck-Ritchard 34 Peter Egli 36 39

I bilanci poco lungimiranti non risolvono i problemi Un ruolo di mediatrice tra cultura e politica Premio Wakker 2015 al Comune di Bregaglia (GR)

Benedetto Antonini 42

Recensioni Aranno in immagini

Riccardo Bergossi 43

Good bye

Concetto grafico marco tanner, creative consulting 6992 cimo Conto corrente postale Società ticinese per l’arte e la natura, 69-862-3 Abbonamento annuo Abbonamento rivista + quota sociale STAN Comuni piccoli, Parrocchie, ecc. Sostenitore, Comuni, Società a partire da Scuole, studenti Estero

Gennaio - Marzo 2015

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Numero separato Fr. 8.– Tiratura 2’000 copie Stampa e impaginazione Fontana Print S.A. C.P. 231 - 6963 Pregassona

La rivista esce anche grazie ai contributi di

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In copertina: Palazzo degli studi di Lugano oscurato da muri e aule provvisorie. (Foto: Renato Quadroni)


Editoriale  1

Il nostro Paese, n. 323, gennaio-marzo 2015

Pian Povrò: anche gli architetti piangono

Nel precedente numero della nostra rivista abbiamo riferito sull’apertura di un cantiere edilizio nell’angolo meridionale del Pian Povrò a Breganzona – ora Comune di Lugano – l’ampio appezzamento quadrangolare alle Cinque vie, all’imbocco dell’autostrada, confinante con il territorio comunale di Massagno. L’estesa area era rimasta fino a questo evento a destinazione agricola, con una vecchia masseria al centro intorno alla quale abbiamo sempre visto le mucche al pascolo. Accanto a un grosso edificio privato deve sorgere la nuova sede della Croce verde di Lugano, la cui ubicazione proprio in quel punto è stata approvata da una quantità di enti pubblici, segnatamente il Comune di Lugano che ha attuato una permuta di terreni per concretizzare il piano. Nel 2011 la Croce verde ha lanciato un concorso d’architettura che ha permesso di selezionare alcuni progetti tra i quali è stato scelto quello, indubbiamente interessante, destinato alla realizzazione. Soprattutto però, nello scorso numero abbiamo presentato il tentativo di evitare che quei sedimi vengano edificati messo in atto in extremis della associazione Cittadini per il territorio – gruppo di Massagno. Nonostante i progetti abbiano superato democraticamente tutte le procedure previste dal nostro ordinamento, per l’uomo della strada è palese che un’area con quelle caratteristiche, miracolosamente conservata benché circondata dalle strade e dalle costruzioni, dovrebbe restare libera, un ultimo polmone verde nell’agglomerato urbano luganese ormai edificato e densificato in proporzioni che fino a pochi anni fa per chiunque

sarebbe stato molto difficile immaginare. Negli ultimi vent’anni, infatti, abbiamo assistito a volte attoniti, a volte sopraffatti dalla rabbia, altre volte con la rassegnazione più amara, alla distruzione di giardini, ville, villini, case borghesi e rustiche e quant’altro con ritmi frenetici, ma l’attacco delle ruspe a questo brandello di campagna e di storia del nostro territorio non può che colpirci profondamente. E non siamo i soli. L’architetto Paolo Fumagalli, ex presidente della Commissione cantonale del Paesaggio, ha sollevato il tema in un breve ma pregnante articolo apparso sul numero 6 del 2014 di “Archi”, rivista degli ordini professionali ticinesi di architetti, ingegneri e urbanisti. Fumagalli prevede che in breve tempo Pian Povrò sarà costruito pezzo per pezzo da singoli promotori senza un progetto globale, mentre secondo lui dovrebbe diventare un parco urbano, oppure essere edificato con funzioni pubbliche di eccezionale valore collettivo. Fumagalli definisce questa situazione un esempio di “mala pianificazione” e fa appello alla SIA, all’OTIA e alla FAS, i tre ordini professionali, perché gli architetti vadano a Lugano «non a denunciare e protestare» (come invece hanno fatto i Cittadini per il territorio) ma a cercare di far capire alle autorità politica l’errore pianificatorio commesso quando parte i sedimi sono stati azzonati come edificabili senza vincoli e a spiegare la differenza tra questo tipo di pianificazione e un’altra che possa conciliare l’interesse dei privati a quello della collettività. In due recenti conferenze, la prima all’Università di Lugano e la seconda all’Accademia di Mendri-

Riccardo Bergossi (Foto: Marco Sailer)


sio, il professor Salvatore Settis ha parlato della situazione venutasi a creare negli ultimi anni in Val d’Orcia nel Senese. Quel paesaggio agricolo che visto da Pienza pare lo sfondo di un quadro del Quattrocento, rimasto inviolato fino a ieri, tanto da essere dichiarato patrimonio dell’umanità dall’Unesco nel 2002, viene ora edificato con residenze di speculazione che sono reclamizzate proprio con la bellezza del luogo che esse stesse vanno a distruggere. Nella seconda conferenza, all’Accademia, al relatore è stato chiesto come secondo lui dovrebbero comportarsi architetti incaricati di elaborare progetti per edificazioni in quelle aree. La risposta è stata lapidaria: gli architetti non dovrebbero accettare di costruire in Val d’Orcia. Inaudito pensare e dire una cosa del genere nel Canton Ticino? Eppure, nelle sue numerose conferenze in cui denunciava il disastro del territorio cantonale, Tita Carloni non si stancava di ripetere che nel 1963, quando la Città di Lugano aveva deciso di aprire un concorso per la progettazione del Palazzo dei Congressi sull’area delle scuderie di Villa Ciani contro il parere delle commissioni cantonali dei Monumenti storici e delle Bellezze naturali, gli architetti ticinesi compatti con i loro ordini professionali e dietro Rino Tami che, pur essendo un gran costruttore non risparmiò critiche a quell’idea, avevano disertato in massa la competizione. L’esito di questa scelta coraggiosa e coerente fu nullo, perché al concorso parteciparono architetti di altri Cantoni, e tra le loro proposte ne fu scelta una che fu comunque realizzata come ancora ci tocca vederla. Un caso unico dunque, ma ininfluente proprio perché un episodio isolato, presto archiviato e dimenticato. E per quale ragione prese di distanza di questo peso e di progettisti tanto autorevoli non si sono ripetute? Tra la metà degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta nelle nostre cittadine l’edilizia speculativa prodotta in gran parte da progettisti affermati che avevano però già creato le loro opere più interessanti prima e durante la guerra, ha messo a soqquadro l’ordine urbano sancito dai regolamenti edilizi di inizio secolo. Negli anni Settanta si è affermata una nuova generazione di architetti che, se da un lato ha segnato una svolta qualitativa impressionante, dall’altro ha voluto sostenere ad oltranza la centralità del progetto d’architettura, che avrebbe dovuto risolvere ogni committenza, anche quelle discutibili. È vero che le opere prodotte in Ticino in quegli anni possedevano un pathos tale da conquistare anche gli scettici, è altrettanto vero però che quest’idea ha finito per portare la classe politica a esimersi dall’entrare nel merito della qualità architettonica dei progetti e a spianare la strada a nuove generazioni di progettisti senza remore nell’assecondare la peggiore speculazione edilizia e il consumo smodato del territorio, e il caos che ci circonda ne è la palese dimostrazione. Nel caso di Pian Povrò, il Consiglio di Stato, interpellato dal gruppo dei Cittadini per il territorio di

Massagno, ha risposto che pur dolente per l’avvio dell’edificazione, ha riscontrato la correttezza delle procedure seguite. L’area era parte della zona edificabile nel piano regolatore di Breganzona e lo è rimasta dopo la fusione con Lugano anzi, il Municipio ha attuato una variante pianificatoria per permettere l’insediamento della Croce verde. A questo punto, un intervento del Cantone a fermare l’edificazione porterebbe come conseguenza spese di indennizzo dei proprietari che l’ente pubblico ritiene di non poter sborsare. Ma i piani regolatori saranno pure disegnati da urbanisti membri di ordini professionali, i loro lavori passeranno bene al vaglio di commissioni cantonali nei quali gli ordini sono rappresentati. E i dirigenti degli ordini sapranno dei concorsi d’architettura che sono lanciati. È allora, all’inizio della procedura un tema delicato come il destino del Pian Povrò doveva essere sviscerato e la battaglia degli architetti condotta se necessario fino alla soluzione estrema dell’astensione adottata a suo tempo per il Palazzo dei Congressi. Ora l’autorità politica non ha più orecchie per spiegazioni. Perduto il treno, ai sodalizi professionali non restava che «denunciare e protestare», proprio ciò che Fumagalli nel suo testo dice di non fare. Una sana e ferma protesta ripresa dai media può anche portare l’autorità politica a riesaminare un dossier. Ancora Tita Carloni spiegava che a Sorengo, quando nella costruzione di una nuova casa parrocchiale erano venuti alla luce i resti del convento francescano abbandonato tre secoli prima, il Consigliere di Stato Franco Zorzi, capo dell’allora Dipartimento delle costruzioni, convinto della necessità di evitarne la distruzione, era intervenuto con un cospicuo finanziamento pubblico straordinario che aveva consentito di smantellare una nuova costruzione già in atto e incaricare lo stesso Tita Carloni di progettare la nuova soluzione poi realizzata, con il ripristino delle antiche strutture integrate nelle nuove funzioni. Spesso si ha l’impressione che si voglia demandare il controllo su operazioni di questo tipo alle associazioni come la STAN. Essa però non dispone del diritto di ricorso in materia di pianificazione e per questo vede alcune delle sue battaglie quasi perse in partenza. È il caso di Villa Branca a Melide. La legge edilizia non concedeva alla STAN di contrastare la variante di piano regolatore che ha spianato la strada alla demolizione della villa. E quando si è opposta alla domanda di costruzione seguita a quella variante si è trovata in mano armi spuntate. Nel caso di Pian Povrò, in quello di Melide appena citato e in altri analoghi è possibile che un’unità d’intenti e una collaborazione potesse portare a esiti diversi dall’arrivo delle ruspe. Molti architetti, per formazione non sono sensibili all’architettura eclettica dei primi del Novecento che la STAN desidera salvaguardare, di cui Villa Branca era espressione, ma mi si dica, tra quella e la logica del mero profitto, che cosa possiamo preferire?

Il nostro Paese, n. 323, gennaio-marzo 2015

2  Editoriale


Temi STAN  3

S. Nicolao a Besso: una correzione e un’integrazione Riccardo Bergossi

Il nostro Paese, n. 323, gennaio-marzo 2015

Nello scorso numero, nel parlare della chiesa parrocchiale di Besso sono incorso in un errore di persona, un lapsus che gli amici più cari giustamente non hanno mancato di farmi subito notare e che è per me doveroso riconoscere e scusarmene. Chi ha tenuto il concerto d’organo che nell’ottobre dello scorso anno ha suscitato in me la forte emozione che mi ha portato a stanare la bellezza nascosta dell’edificio, non è stato Ugo Fasolis, del resto scomparso pochi mesi prima, ma il figlio Diego. La confusione si deve probabilmente al fatto che tanti anni fa per caso avevo potuto scambiare qualche parola con il papà che in precedenza conoscevo soltanto attraverso la radio. Veniamo ora a un’interessante integrazione. Su-

bito dopo la pubblicazione ha preso contatto con me Fabio Calvi, figlio dello scultore Vittorio Calvi, e mi ha per segnalato due opere d’arte sacra non menzionate nel mio articolo, prodotte da suo padre per la chiesa di S. Nicolao e tuttora là conservate. Nella cappella laterale, è presente una sua Crocifissione in legno. L’intaglio e la scultura in legno sono l’ambito artistico in cui Calvi si è soprattutto espresso. E proprio in quella sua veste l’avevo conosciuto molti anni fa nella bottega di restauro a Molino nuovo, dove l’altro suo figlio Sergio sistemava per mio padre una vecchia specchiera di famiglia. La seconda opera è un altorilievo in serpentino raffigurante l’Ultima cena, collocato sotto l’altare laterale di sinistra. Il figlio dell’artista mi ha gentilmente trasmesso un articolo di Mario Agliati apparso su “Illustrazione ticinese” il 17 luglio 1954, in cui Calvi è ritratto dal fotografo mentre con lo scalpello in mano sta lavorando

proprio a questa opera, nel testo di Agliati datata al 1953 e descritta come la prima delle sculture in pietra del Calvi, commissionatagli dopo che per S. Nicolao aveva ultimato la Crocifissione in legno. A questo punto non mi resta che ricordare anche un’altra opera presente in S. Nicolao, la più misteriosa, un antico fregio in pietra bianca di pregevole fattura raffigurante la Madonna col Bambino e San Giuseppe, collocato nella cappella e privo di qualsiasi indicazione che ne spieghi la provenienza. Si direbbe gotico e potrebbe essere passato attraverso la rivoluzione francese dato che le figure hanno perduto il naso. Speriamo che qualche lettore ne conosca la storia ce la racconti.


4  Temi STAN

La STAN ha accolto positivamente la decisione del Municipio di Mendrisio di negare la licenza edilizia per la copertura della corte interna dell’ex ospedale della Beata Vergine. Tale diniego è conseguente all’avviso negativo del Dipartimento del territorio del 12 novembre 2014, vincolante per l’autorità comunale. Infatti, come noto, l’ex Ospedale della Beata Vergine è un bene culturale protetto dal Cantone e quindi ogni intervento soggiace al controllo del Cantone, in particolare dell’Ufficio dei beni culturali e della Commissione dei beni culturali. Dalla risposta 3 dicembre 2014 del Consiglio di Stato all’interrogazione 27 marzo 2014 della deputata in Gran Consiglio Claudia Crivelli Barella e cofirmatari proponiamo il passaggio seguente poiché riteniamo che sia di interesse per i lettori, visto che ripercorre l’iter seguito dall’Accademia, che non ha voluto tenere in debita considerazione quanto espresso in più occasioni dai responsabili cantonali della protezione dei beni culturali: «L’istituzione della tutela comporta un obbligo di conservazione della sostanza monumentale (cfr. art. 23 Legge sulla protezione dei beni culturali [LBC]); qualunque intervento suscettibile di modificare l’aspetto o la sostanza di un bene d’interesse cantonale può essere eseguito solo con l’autorizzazione ed in conformità alle indicazioni del Consiglio di Stato, che si esprime dopo aver consultato la Commissione dei beni culturali (art. 24 LBC). All’art. 19, il Regolamento sulla protezione dei beni culturali del 6 aprile 2004 (RBC) precisa che, in previsione di un intervento, il proprietario di un bene protetto di interesse cantonale è tenuto a chiedere per iscritto all’Ufficio dei beni culturali (UBC) la consultazione preliminare da parte della Commissione dei beni culturali (CBC) prima di procedere all’elaborazione di studi e progetti (cpv. 2). In seguito, l’UBC, sentito il preavviso della CBC, decide riguardo all’autorizzazione di intervento (cpv. 3). «In presenza di una domanda di costruzione, la decisione dell’UBC è espressa sotto forma di preavviso e, con ciò, coordinata in seno alla procedura d’autorizzazione a costruire ai sensi della Legge edilizia cantonale del 13 marzo 1991 (LE) in applicazione della Legge sul coordinamento delle procedure del 10 ottobre 2005 (Lcoord). «Nel caso che ci occupa, l’istante ha correttamente consultato la CBC, per il tramite dell’UBC che funge anche da Segretariato per la Commissione. Nella seduta dell’8 novembre 2012 la CBC ha preso atto della richiesta dell’arch. Michele Arnaboldi di coprire la corte interna del palazzo per creare una sala di lettura. In seguito, il 29 novembre 2012 si è tenuto un sopralluogo alla presenza dell’arch. Arnaboldi e di altri rappresentanti dell’Accademia. Lo stesso giorno, nella seduta della Commissione tenutasi a Villa Argentina, CBC e UBC hanno ribadito la volontà di preavvisare negativamente la richiesta; ciò è stato comunicato per iscritto all’Accademia il 12 dicembre 2012. Il 20 marzo 2013 si è svolto un nuovo incontro fra i rappresentanti dell’Accademia e l’UBC, nel quale è stata ribadita la posizione negativa, confermata con una lettera il 22 marzo 2013. Il 27 giugno 2013 è stata inoltrata la domanda di costruzione (DC n. 85492) firmata dall’arch. M. Arnaboldi, che si scosta dalle indicazioni della CBC e dell’UBC. «Ciò era comunque legittimo e non comporta in alcun modo l’annullamento della procedura. Infatti, l’istante non è tenuto necessariamente a condividere l’opinione – per quanto qualificata – di una commissione consultiva, ma ha il diritto di ottenere dall’autorità competente (UBC, art. 19 cpv. 3 RBC) una decisione impugnabile (coordinata come detto ai sensi della Lcoord). «Nel caso in esame, in data 5 novembre 2014 l’UBC ha emanato un preavviso negativo alla domanda di costruzione in oggetto; questo è stato poi recepito dall’avviso cantonale del 12 novembre 2014, parimenti negativo. Sulla base di quest’ultimo, si attende il diniego della licenza da parte del Municipio di Mendrisio (art. 7 LE)». La STAN ha avversato il progetto in questione poiché in contrasto con l’obbligo di preservare integralmente la sostanza di questo edificio storico, come previsto dalla Legge cantonale sulla protezione dei beni culturali e suggerito anche dall’Inventario federale ISOS. Un’eventuale autorizzazione avrebbe costituito una flagrante e inaccettabile violazione

Il nostro Paese, n. 323, gennaio-marzo 2015

La STAN e la domanda di costruzione dell’Accademia di architettura per la copertura della corte interna dell’ex Ospedale della Beata Vergine di Mendrisio


20  Temi STAN

Dialogo tra il cedro sano e il cedro morente Scrittore

Cedro morente: Hai sentito cos’hanno detto? Cedro sano: Chi? Quelli con la scure? Cedro morente: Sì. Loro. Hanno detto che ci abbattono perché io sono morente e tu mi sei troppo vicino, per sopravvivere alla mia demolizione. Cedro sano: Beh, sapevamo che presto o tardi sarebbe toccato anche a noi. Abbiamo visto con quale ferocia hanno occupato il parco di Villa Argentina. Cedro morente: Ma tu hai capito perché lo fanno? Cedro sano: Dicono di voler riqualificare il territorio; sono degli architetti, sanno quello che fanno. Riqualificare significa costruire. Cedro morente: Ma chi sono? Sempre quelli? Cedro sano: Sì. Quelli con la maggior reputazione. Hanno all’attivo grandi opere, da Airolo a Chiasso. Sono davvero bravi. Amano le opere che non passano inosservate. Vogliono lasciare un segno nel territorio. Cedro morente: Mah, sarà… La mia sensazione, però, è che stanno giocando con il paesaggio, e non so per quanto ancora potranno farlo. Tra qualche anno il paesaggio gli mancherà sotto i piedi. Cedro sano: Non essere pessimista. E comunque loro non hanno piedi: si librano nell’aria, si nutrono di visioni, vengono da un altro mondo. Hai visto il parco dei divertimenti acquatici di Rivera. Una fantasmagoria! Tanti volumi, tante forme: questo è il futuro! Non importa dove lo si mette. Va sempre bene. Non l’hanno firmato loro, ma l’impatto è uguale. Cedro morente: Il futuro è giovane, mentre io sono vecchio. Forse è per questo che non riesco a capirli. Ma c’è una cosa che mi dà fastidio più di tutto: l’ipocrisia. Li ho sentiti dire che l’abbattimento rappresenterebbe per noi una dolce morte. Abbattendoci, ci libererebbero dall’agonia del cantiere. L’uomo, quando pensa di poter parlare per chi non ha voce, è l’essere più crudele che mi sia mai capitato di incontrare. Cedro sano: Questo è vero. Due cedri, per loro, non contano nulla. La nostra storia non conta nulla. Ciò che conta, per loro, sono le leggi, i piani regolatori. Non sono forse state delle leggi a creare i ghetti, le riserve, le fucilazioni? Una volta che legifera, l’essere umano può fare ciò che vuole, indipendentemente da quanto dissennate siano le sue leggi. Le leggi sono una cartina di tornasole: servono a fornire gli alibi per compiere le più grandi nefandezze. Cedro morente: Ma allora, se l’uomo che un tempo ci ha piantati adesso ritiene giusto abbatterci, a chi dobbiamo rivolgerci? Cedro sano: Mah, forse aveva ragione Martin, quel matto che passava ieri da queste parti. Ormai solo un dio ci può salvare. O una nuova etica.

“Corriere del Ticino”, 10 febbraio 2015: «I due alberi secolari dietro palazzo Turconi a Mendrisio non ci sono più. Sono stati abbattuti con l’autorizzazione del Municipio. È la direzione dell’Accademia ad informare dell’intervento “reso necessario dal fatto che uno degli alberi è morente e il suo ‘gemello’ gli è troppo vicino per sopravvivere, e dalla constatazione che il cantiere in corso ne avrebbe probabilmente accelerato la fine”».

Il nostro Paese, n. 323, gennaio-marzo 2015

Mattia Cavadini

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Il nostro Paese 323  

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