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Anno LXIII - 309

Luglio - Settembre 2011

STAN

IL NOSTRO PAESE

SOCIETÀ TICINESE PER L’ARTE E LA NATURA


Anno LXIII - 309

Luglio - Settembre 2011

Editoriale / Dossier STAN Paolo Camillo Minotti 1 Perché la STAN si oppone al “parco” eolico sul San Gottardo Dossier STAN Luisa Bonesio 4 Gettare al vento il paesaggio? Hans Weiss 8 Energie rinnovabili e paesaggio: gli effetti perversi della RIC Giosanna Crivelli 10 L'illusione dell'eolico Paolo Camillo Minotti 12 “Parco” eolico sul Gottardo: il Tribunale amministrativo accoglie il ricorso STAN Hans Weiss 14 Un parco eolico sul passo del San Gottardo? Peter G. Burkhardt 19 Le pale eoliche minacciano l'eredità storico-culturale del Passo del San Gottardo Hans Christoph Binswanger 22 Riflessioni critiche sull'energia eolica in Svizzera e nel Canton Argovia Temi STAN 30 Gli impegni non rispettati del Cantone su Villa Galli - La Romantica Riccardo Bergossi 32 Villa Galli a Melide, patrimonio da tutelare Il nostro Paese in restauro Maria Piceni 38 Alla scoperta dell'ornatista professor Luigi Ramelli e della sua casa a Grancia Heimatschutz 44 1972-2011 40 Premi Wakker Adrian Schmid 45 La ricchezza della cultura architettonica in Svizzera Lorette Coen 49 «Una bella soddisfazione» Patrick Schoeck-Ritschard 52 A 28 anni dal Premio Wakker Gerold Kunz 54 Alla ricerca della bellezza Heimatschutz 57 Iniziativa per il paesaggio Heimatschutz 57 Confezioni regalo talleri Natura Graziano Papa 58 Un primo passo per capire il Paese: saper vedere il verde e esserne ogni volta stupefatti Gianni Marcolli 66 Saltimpalo Recensioni 68 Le Guide storico-artistiche della Svizzera pubblicate dalla SSAS Rosangela Cuffaro 70 Santo Stefano di Rancate Temi STAN 72 Per farsi un'idea dell'impatto visivo delle torri eoliche del S. Gottardo

In copertina: Veduta aerea della Val Tremola e della regione del Passo del San Gottardo. (Foto: Bruno Pellandini)

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Editoriale / Dossier STAN  1

Perché la STAN si oppone al “parco” eolico sul San Gottardo

Pouillerel (Canton Neuchatel), veduta sulla Vue des Alpes con simulazione del previsto parco eolico.

Il nostro Paese, n. 309, luglio-settembre 2011

1) Il San Gottardo è un sito unico dal profilo storico-culturale Il San Gottardo è un sito storico di importanza nazionale, un luogo che non solo è caratterizzato da una serie di testimonianze costruttive che sono tutelate come beni culturali di grande significato storico (vecchia strada della Tremola e del passo, Ospizio e vecchia Sosta, fortificazioni militari, ecc.), ma ha pure una valenza simbolica che va al di là della sua appartenenza al territorio giurisdizionale del Comune di Airolo e al di là anche dell’appartenenza al territorio del Cantone Ticino: un sito storico unico e un Passo alpino di importanza nazionale e europea. Secondo la STAN è inconcepibile che in un tale sito di grande pregnanza storica e simbolica si preveda la creazione di istallazioni così invasive per la produzione di energia elettrica come delle pale eoliche montate su 5 piloni dell’altezza di 83 metri al mozzo ovvero più di 120 metri con le eliche rotanti (nota bene: tre volte l’altezza degli esistenti tralicci dell’alta tensione!), che avrebbero un impatto devastante su un paesaggio naturale e storico unico e farebbero diventare le costruzioni storiche sul passo come le “case di Lilliput”. La STAN ritiene che nella scelta di creare un parco eolico sul San Gottardo sia mancata una corretta ponderazione degli interessi in gioco fra l’importanza nazionale unica del sito da un punto di vi-

sta storico-culturale e paesaggistico da un lato e, d’altro canto, l’interesse pubblico alla produzione di elettricità con l’eolico in questa regione (interesse pubblico che è a priori scarso, data la scarsa produttività dell’eolico alle nostre latitudini, ma che in ogni caso potrebbe essere soddisfatto anche in innumerevoli altri luoghi). Una corretta ponderazione degli interessi avrebbe cioè dovuto e dovrebbe portare secondo noi all’abbandono di questa ubicazione.

2) L’eolico in Svizzera è problematico dal profilo paesaggistico L’energia eolica in generale è problematica da un punto di vista paesaggistico, specialmente in un Paese come il nostro che è molto ristretto e densamente popolato e le cui montagne (le Alpi e il Giura) rappresentano un valore simbolico e un elemento dell’immagine e dell’attrattività turistica. Se si volesse ottenere con l’eolico un apporto significativo al fabbisogno nazionale di elettricità e lo si dovesse conseguentemente promuovere massicciamente, il suo impatto sul paesaggio svizzero sarebbe devastante (e non per nulla sulla dorsale giurassiana – dove finora sono concentrati per la maggior parte i progetti – si sono levate forti opposizioni). Si pensi per avere un’idea che per sostituire anche solo la più piccola centrale

Paolo Camillo Minotti Segretario STAN


2  Editoriale / Dossier STAN

3) La pianificazione non deve essere fine a sé stessa La decisione del Cantone di avallare questo progetto (e la procedura che l’ha caratterizzata) è un tipico esempio della “perversione” talvolta insita nelle procedure pianificatorie: contestualmente all’avallo del progetto di parco eolico, infatti, si è voluto precisare meglio ed estendere la protezione assicurata ad alcuni manufatti storici sul Passo, nonché sancire il risanamento di alcune situazioni abusive e il recupero di alcuni biotopi che nel passato erano stati snaturati (depositi di materiali al bordo di laghetti, posteggi abusivi ,ecc.). Tutte

cose quest’ultime che di per sé sono ovviamente da salutare positivamente, ma che è dubbio possano proficuamente accompagnarsi alla creazione di un cosiddetto “parco” eolico e condurre a un risanamento complessivo e a una rivalorizzazione complessiva di questa area di grande valenza storica e paesaggistica. Basti pensare per esempio che, per creare un accesso ai futuri 5 piloni eolici, sono necessari 5 svincoli stradali che si innesterebbero sulla vecchia strada del Passo (bene culturale di importanza cantonale), alterandone del tutto la leggibilità complessiva….dopo che essa già subì varie manomissioni nei passati decenni sull’altare dello sviluppo dei traffici. Oppure basti pensare al fatto che, mentre da un lato si vorrebbero sopprimere posteggi abusivi (sterrati) sul Passo per risanare il comprensorio, d’altro canto si progetta un posteggio attrezzato apposito per i visitatori del parco eolico…. Contraddizioni, come si vede, che appaiono difficilmente giustificabili per chi esamini le cose in modo non prevenuto e che non abbia i paraocchi degli addetti ai lavori della pianificazione e che non parli la “langue de bois” burocratico-politichese. Detto in altri termini: in questo come in altri casi si ha talvolta l’impressione che la pianificazione sia vista non come un mezzo per ordinare il territorio in modo ottimale (sviluppandolo in modo coordinato laddove esso necessita di sviluppo e preservandolo laddove tale necessità di sviluppo non c’è) ma come un fine in sé stesso, all’insegna del motto «ciò che sancisco si invererà e perciò è anche buona cosa». Ma non è vero!

4) Quali vettori energetici scegliere? Non mettiamo il carro davanti ai buoi! Una discussione sull’eolico, sulla sua opportunità in generale come pure sul contributo che dovrebbe o potrebbe dare il nostro Cantone a questo tipo di energia e infine sulle ubicazioni più opportune per tali impianti, non può a nostro avviso essere disgiunta da una disamina complessiva che analizzi la strategia complessiva di politica energetica più realistica e opportuna sia a livello nazionale che sul piano cantonale ticinese. Orbene, a tal proposito non si può fare a meno di osservare quanto segue: – A livello nazionale, dopo la decisione di principio tendente all’uscita a medio termine dal nucleare, si è in attesa delle proposte concrete del Consiglio federale e delle Camere riguardo alla strategia energetica sostitutiva; esse dovrebbero giungere l’anno prossimo, al più tardi nei prossimi due anni; quando tali proposte saranno sul tavolo, se ne dovrà discutere e poi decidere. Già solo per una questione di metodo non è quindi opportuno che si attuino “fughe in avanti” con scelte pregiudiziali e impegni massicci a favore dell’energia eolica; energia che potrebbe anche

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nucleare, quella di Mühleberg (che produce 2950 Mio di Kwh di corrente equivalenti a ca. il 10 percento della produzione elettronucleare svizzera ovvero al 4 percento del fabbisogno svizzero di elettricità), dovrebbero essere installate circa 600 pale eoliche di grandi dimensioni del tipo Mont d’Ottan. Per sostituire tutte le centrali nucleari ce ne vorrebbero circa 6000 (senza peraltro avere la garanzia di fornitura di corrente a causa dell’incostanza del vento). Il paesaggio svizzero verrebbe in tal caso stravolto e svilito da una selva di “mulini” eolici mastodontici, che andrebbero ad intaccare le aree di ristoro più attrattive e i paesaggi più pregevoli finora ancora relativamente incontaminati, perché ovviamente tali istallazioni dovrebbero giocoforza essere tenute lontane dagli insediamenti abitati. Per questo motivo noi chiediamo che nei paesaggi e nei siti naturali e storici di importanza nazionale e laddove vi siano beni culturali di grande rilievo riconosciuti di importanza cantonale (com’è appunto il caso del San Gottardo), l’istallazione di parchi eolici sia esclusa. Si tratta di una richiesta avanzata pure dalla nostra società mantello nazionale Schweizer Heimatschutz (che in una presa di posizione dell’anno scorso – pubblicata nel n. 307 de Il nostro Paese – ha elaborato dei princìpi cui sarebbe auspicabile attenersi nell’ubicazione di impianti eolici) nonché dalla Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio. Un’autorità cantonale ben pensante avrebbe dovuto provvedere da sé a sventare un tale rischio evitando di prevedere nel Piano Direttore cantonale (nel 2003) la regione del Passo del San Gottardo come idonea allo sviluppo dell’energia eolica nel nostro Cantone – sarebbe bastato che essa applicasse all’uopo le leggi vigenti e il buon senso –; dal momento che l’autorità cantonale ha invece avallato e sostenuto questo progetto, è toccato alla STAN tentare di porre alcuni “paletti” alla mercificazione del nostro territorio ai fini della produzione di elettricità. Non è accettabile che sia possibile costruire “non importa dove” queste istallazioni, ma al contrario vi dovrebbero essere dei siti tabù dove la ragione consiglia di lasciar perdere e di non tentare nemmeno…..la conciliazione dell’inconciliabile.


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Editoriale / Dossier STAN  3

risultare dalla discussione suaccennata come meno interessante di altre opzioni e, quindi, una scelta pregiudiziale a suo favore come avventata. Le scelte precipitose sono talvolta pericolose e anche sospette: la fretta di imbarcarsi nell’avventura eolica (che poi marcherà il nostro territorio per decenni) è comprensibile da parte della lobby delle pale eoliche (“i venditori di ferraglia” made in Germany); molto meno comprensibile per chi voglia e debba perseguire l’interesse ben compreso del Paese. L’uscita dal nucleare è infatti comunque prevista sull’arco di almeno una ventina d’anni (sia pure a tappe: dapprima chiusura delle centrali più vetuste, poi qualche anno dopo delle altre): c’è quindi il tempo per prendere le misure necessarie senza lasciarsi prendere dal panico. La priorità indiscussa è (a cominciare da subito) il risparmio energetico e l’uso più efficiente dell’energia nei suoi diversi campi, trattandosi di una scelta che non ne pregiudica altre future. – A livello cantonale, non si può poi fare a meno di aggiungere un’altra considerazione: il Cantone Ticino non è messo così male in punto a una teorica “autosufficienza” nel bilancio tra produzione e consumo di elettricità. Per dirla semplice: produciamo molta più elettricità di quanta ne consumiamo, mediamente e su base annua (di fatto poi il mercato è imbricato a livello non solo nazionale ma internazionale: vi sono momenti in cui si esporta e momenti in cui si importa corrente). Fino al 2035-2040 una buona parte delle forze idriche ticinesi (Maggia e Blenio) sono cedute contrattualmente a partner d’oltre Gottardo; ma a partire da quelle date ne potremmo di nuovo disporre. Pur mettendo in conto un certo aumento del consumo di elettricità nei prossimi decenni in conseguenza di un possibile aumento della popolazione residente e per altre cause, il Ticino dovrebbe grossomodo sempre arrivare a pareggiare il suo bilancio elettrico, cioè a produrre più o meno quanto consumerà (naturalmente sempre mediamente e su base annua, fatti salvi gli interscambi sopra accennati). Non vi sono quindi motivi che giustifichino un soverchio allarmismo riguardo al nostro approvvigionamento o che inducano a una precipitosa frenesia di allestire progetti di energie complementari o sostitutive. Non diciamo beninteso che non si debba fare niente o che, al di là degli orizzonti cantonali, non si debba contribuire se possibile a garantire l’approvvigionamento elettrico nazionale. Ma abbiamo il tempo per farlo con calma e ponderazione. E non c’è motivo di strafare, ovvero volendo a tutti i costi istallare nel nostro Cantone i “parchi” eolici per garantire l’elettricità alla città di Zurigo o alla città di Basilea. Non è il caso di ripetere il percorso un po’ unilaterale (a favore cioè spiccatamente dello sviluppo dell’Altipiano svizzero) che ebbe storicamente lo sfruttamento delle forze idriche ticinesi.

5) Ricordiamoci che il Ticino “ha già dato”! In merito al contributo già dato dal nostro Cantone all’approvvigionamento energetico nazionale, va rammentato con chiarezza – e per così dire come “base di discussione” – che il paesaggio e il territorio ticinesi hanno già pagato uno scotto significativo con lo sfruttamento idroelettrico di un cinquantennio fa. Il Cantone Ticino, anche sotto il profilo degli impatti sull’ambiente, ha per così dire “già dato” parecchio. È quindi il caso di andarci un po’ più cauti nel voler sacrificare ancora dei pezzi significativi del nostro territorio e del nostro paesaggio sull’altare della produzione di elettricità. La priorità dovrebbe essere data semmai in primo luogo a progetti di ottimizzazione di sfruttamenti idroelettrici già esistenti; per quanto riguarda nuovi impianti, si dovrebbe mirare a contenerne il più possibile l’impatto ambientale. In ogni caso: un impianto eolico nel sito storico del S.Gottardo è improponibile.

6) Non confondiamo la politica energetica con la “politica regionale” Non possiamo esimerci di fare un’ultima osservazione. Qualche concittadino ci ha chiesto: «ma perché volete penalizzare il Comune di Airolo, non permettendogli di trarre un piccola redevance quale contropartita per la realizzazione del parco eolico?» . Secondo noi il problema in questi termini è mal posto: beninteso ci farebbe piacere se il Comune di Airolo potesse incassare qualche centinaio di migliaia di franchi in più all’anno (le prospettive economiche e fiscali per i Comuni vallerani non sono molto rosee in quanto sono poche le attività economiche e i posti di lavoro che resistono in valle e ancora meno quelli che vi si creano di nuovo), ma questo obbiettivo non può essere raggiunto ad ogni costo. Una parziale soluzione ai problemi dei Comuni di montagna dovrebbe perciò essere trovata in un cambiamento dei meccanismi di compensazione finanziaria tra Cantone e Comuni (rispettivamente tra Comuni ricchi e Comuni meno provveduti) o, forse ancora meglio, in una diversa ridistribuzione di certi introiti fiscali (persone giuridiche, canoni d’acqua). Non è infatti realisticamente pensabile che si possa riuscire a fare stabilire nelle regioni di montagna consistenti generatori di reddito e di introiti fiscali quali industrie, commerci,ecc. . D’altra parte sarebbe piuttosto improvvido permettere degli impianti dall’impatto devastante in un luogo controindicato, solo per avere in contropartita un piatto di lenticchie (leggasi: 200 o 300 mila franchi all’anno di indennizzi, peraltro ancora pagati dai contribuenti svizzeri e ticinesi, sia pure nella loro veste di consumatori di elettricità).


4  Dossier STAN

Luisa Bonesio Professore Associato di Estetica, Università di Pavia.

1. Il paesaggio, 1. da immagine a luogo dell’abitare La parola “paesaggio”, nelle lingue europee moderne, è connotata da una singolare ambivalenza, designando sia la rappresentazione di una porzione di spazio dotata di valori estetici (secondo la definizione sintetica di J. Ritter, “paesaggio è natura che si rivela esteticamente a chi la osserva e contempla con sentimento”), quanto la cosa stessa, ossia il territorio nella sua concreta realtà fisica e morfologica. Nella fondamentale analisi del breve saggio simmeliano Filosofia del paesaggio (1903)1 questa distinzione corrisponde alla relazione tra parte e tutto; il paesaggio è unificato al suo interno da una Stimmung in cui acquistano necessità formale e coerenza i molteplici aspetti empiricamente eterogenei che lo costituiscono. Nel saggio di Simmel la “tonalità emotiva”, estrema versione del sentimento con il quale lo spettatore romantico si poneva di fronte alla natura costituita come paesaggio, rimane sospesa tra sensazione soggettiva e carattere oggettivo del paesaggio. Sarà, nel 1950, il geografo tedesco Herbert Lehmann a tracciare una possibile griglia analitica di corrispondenza fra tratti morfologici del paesaggio fisico e percezione soggettiva, iniziando un dialogo tra ragioni filosofiche e geografiche destinato a essere effettivamente ripreso solo in tempi recenti, quando la geografia, nello studio paesaggistico, si volgerà a paradigmi umanistici e filosofici e all’analisi dello spazio vissuto, spostando il luogo del paesaggio dalla percezione soggettiva (paesaggio come immagine) alla singolarità concreta del luogo («paesaggio culturale»). Molti fattori concorrono a questa riconcettualizzazione, dopo che per molti decenni, nella cultura novecentesca, il paesaggio era stato pensato perlopiù come percezione estetica e rappresentazione artistica legate a modelli fruitivi non più corrispondenti alla sensibilità e all’esperienza della modernità (il che lo fa giudicare cosa del passato, relitto, sopravvivenza nostalgica), come “veduta” o panorama, con pesanti ipoteche nel modo di sancirne giuridicamente la tutela e la valorizzazione. Né va dimenticato che il turismo trae origine dalla valorizzazione e dal consumo dei paesaggi come immagini in gran parte codificate tra Settecento e Ottocento, quando ad agire come rivelatrici del fascino paesaggistico furono le forme di fruizione e di gusto proposte da fortunate poetiche pittoriche e letterarie: grazie alle poetiche del sublime e del pittoresco l’orizzonte paesaggistico classico conobbe un ampliamento decisivo, conferendo attrattiva estetica a paesaggi naturali fino ad allora rima-

sti estranei, se non invisi, al gusto della cultura europea. La propensione per l’orrido, l’immenso, il disarmonico, il pauroso, il desolato, i forti contrasti, codificata dalla poetica del sublime, grazie alla reinterpretazione nella sensibilità moderna dello Pseudo-Longino, forniva un codice estetico e un repertorio, successivamente arricchito da Burke, di luoghi sublimi in cui si manifesta la forza indomita della natura e la sua disproporzione rispetto alla misura umana. Dagli anni Settanta del XX secolo l’ecologia riporta l’attenzione sul paesaggio concepito come ambiente naturale, ma questa identificazione riduttiva, all’interno di un paradigma biologico, non riesce ancora a pensarne la costitutiva specificità simbolica e culturale (un’eccezione isolata è rappresentata dagli studi estetici di R. Assunto), né a rispondere alla questione della tutela: degrado e perdita non riguardano solo la dimensione naturale, bensì anche i tratti storicamente sedimentati ed embricati dell’identità culturale che in un paesaggio trova manifestazione visibile e complessiva. Decisivo sarà l’apporto geografico nel mostrare la sostanziale identità culturale del paesaggio (dallo stesso ambiente naturale possono essere realizzati paesaggi culturali diversi, a partire da una specifica selezione e interpretazione delle possibilità presenti) e nello studio dei significati, delle valenze simboliche e spirituali che possiede per le comunità insediate, non meno della revisione postmoderna dei paradigmi funzionalisti dell’architettura e dell’urbanistica del XX secolo. La riflessione interdisciplinare recente, soprattutto d’impostazione geofilosofica e “territorialista”2, guarda al paesaggio come luogo dell’abitare, conservato e trasmesso nell’individualità della sua forma vivente. L’idea di singolarità della forma paesaggistica è rintracciabile nell’etimologia del termine (latino pagus, pagensis; tedesco e nederlandese Land, Landschap; Landschaft), che rimanda alla demarcazione simbolica e spaziale, all’articolazione e differenziazione nell’uso, in particolare per quanto concerne gli aspetti implicati nell’idea del colere o del bauen (coltivare, costruire, venerare, abbellire, prendersi cura). D’altra parte, al paesaggio come memoria e identità, insieme di luoghi qualificati eticamente, esteticamente, ecologicamente e simbolicamente si rivolge una domanda sempre più ampia, da parte di singoli e di comunità, e questa concezione ispira il dettato della Convenzione europea del Paesaggio (Firenze 2000), ratificata dalla quasi totalità dei paesi europei. Non più salienza straordinaria di contro agli spazi quotidiani e funzionali, ma quadro di vita per le popolazioni

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Gettare al vento il paesaggio?


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Veduta di Les Neigeux-Tête de Ran (Canton Neuchatel), con simulazione del previsto parco eolico. interessate, esso deve essere gestito nella sua specificità tipologica (quotidianità, degrado, eccezionalità) e riconosciuto giuridicamente “come componente essenziale del quadro di vita delle popolazioni, come espressione della diversità del loro patrimonio comune culturale e naturale e come fondamento della loro identità”. L’importanza oggettiva della Convenzione consiste nell’accogliere ed elevare a principio politico una definizione di paesaggio elaborata a partire da una serrata e feconda tessitura interdisciplinare, che supera definitivamente la riduzione della questione paesaggistica a ineffettuale giudizio di gusto, riconoscendone la natura concreta e simbolica al tempo stesso, di costruzione storica e culturale di lunga durata, espressione e sempre nuova possibilità di identità delle popolazioni. Un contesto geografico le cui potenzialità naturali vengono selezionate, interpretate, accentuate o trascurate verso la creazione di un’identità paesaggistica coerente nel tempo (almeno fino alla frattura dell’età industriale). Se si tratta di decostruire la concezione del paesaggio come immagine solipsistica per un soggetto, prodotta o mediata artisticamente, esso non nemmeno più intendibile come residualità eccezionale (hautes lieux, patrimonio dell’umanità) e frammentaria di “natura intatta” da sottomettere a un vincolo di intrasformabilità, altrettanto occorre fare con il concetto di “territorio”, pensato e trattato come estensione soggetta a un’autonoma e decontestualizzata funzionalità produttiva e tecnica. Decostruito progressivamente il canone dell’ineffettualità della concezione estetica del paesaggio, anche il paradigma moderno e modernista delle pia-

nificazioni territoriali, basato su un funzionalismo astratto, iconoclasta ed elementarizzante, incorre nel tracollo del suo fallimento epocale: aggravamento delle criticità ambientali e abitative, incapacità di previsione e di governo degli effetti innescati, ma anche di proposta progettuale ed estetica. Un mutamento di paradigma, dunque, che corrisponde anche alle profonde trasformazioni dell’epoca postindustriale nei paesi europei, oltre che alla fine delle “grandi narrazioni” che schiude un tempo di consapevolezze diverse, in cui la valorizzazione dei paesaggi come riscoperta e rivitalizzazione delle identità culturali del territorio consegue anche a una presa d’atto della obsolescenza (o comunque insufficienza) ermeneutica dell’esclusività del paradigma produttivo.

2. Paesaggio e questione “eolica” La questione fondamentale e urgente delle energie rinnovabili, essenziale posta in gioco della nostra epoca, rischia di innescare un paradossale e tardivo conflitto tra “ambientalisti”/sviluppisti e difensori/valorizzatori del paesaggio3. Questo dissidio, teorico, valoriale e strategico si basa su un fraintendimento o uno stravolgimento dei concetti condivisi dalla comunità scientifica (che sono stati appena richiamati) e un misconoscimento dagli orientamenti di larghissimi strati delle popolazioni europee, dalle loro aspettative, dalle buone pratiche di sussidiarietà e di responsabilità nelle scelte degli assetti paesaggistici dei territori in cui vivono, da molto tempo non più riducibili a semplici, per quanto importanti, opzioni “am-


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bientali”, ma precisi orientamenti alla valorizzazione delle identità paesaggistiche (culturali, memoriali, storiche, di cura o di ripristino dei caratteri singolari dei luoghi). Questa diffusa e fattiva consapevolezza deriva anche dall’aver patito sulla salute, sulla qualità della vita e nella consapevolezza collettiva il fallimento del paradigma moderno incentrato sull’esclusività del criterio sviluppista ed economicistico; ma soprattutto è un fenomeno di riorientamento strategico e valoriale corrispondente al salto di paradigma realizzato nelle discipline che si occupano di paesaggio, che si colloca di fatto e di principio ben oltre le interessate (o forse disinformate) giustificazioni di trasformazioni ambientali e paesaggistiche devastanti perorate in nome di una ideologia unidirezionale del progresso economico e industriale come necessità oggettiva e non negoziabile, contrapposta retoricamente alla relatività e umbratilità del giudizio estetico soggettivo cui sarebbe ascrivibile l’irrazionale rifiuto di un’energia rinnovabile e “pulita” come l’eolico. Da quando ha fatto il suo equivoco e impattante ingresso sulla scena delle rinnovabili l’energia eolica, si assiste alla riproposizione di una serie di vetusti e per certi versi sorprendenti stereotipi: le torri eoliche come land art, espressione di bellezza tecnica, inveramento dell’estetica e dell’etica del novum, tappa evolutiva del paesaggio e della società come molte altre, attrat-

tiva turistica del futuro, vessilli della corrente trionfale dell’ambientalismo che si scopre alleato della crescita industriale e di un consumismo finalmente liberato dai sensi di colpa ecc. Gli accenti e la retorica svariano da un entusiasmo militante e dunque un po’ minaccioso, alla retorica dell’icarismo e del prometeismo di marxiana memoria (prima età industriale!), quintessenza di quell’anelito all’oltrepassamento di ogni limite che ha portato l’umanità sull’orlo della catastrofe4, all’ammirazione delle invenzioni formali del design industriale, fino all’idea della trasformazione, tramite il ricorso senza remore al gigantismo, al fuori scala, al dissonante rispetto alla misura, al linguaggio e alla configurazione dei territori (in un indecifrabile e inquietante mix di superomismo tecnico da Operaio jungeriano, di junkspaces postmoderni alla Rem Koolhaas, di infatuazione per i nuovi balocchi politicamente corretti e di ferree e spesso poco trasparenti logiche “economiche”. Chi solleva dubbi motivati sulla ingente invasività ambientale (sulla salute umana, sull’incolumità del vivente, sulla qualità sensoriale) e paesaggistica (impatto distruttivo su luoghi ad alta complessità semiotica, comunicativa, storica, identitaria, turistica ecc.), sull’inopportunità o inutilità (l’energia prodotta potrebbe essere ottenuta a minor costo con politiche di razionalizzazione e risparmio) dei parchi eolici viene tacciato (come un secolo fa ai tempi di Marinet-

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Foto di un pilone eolico a Le Peuchapatte (Franches Montagnes, Canton Giura). Come si vede, non sono quei “piloni bianchi anoressici” mostrati da certe simulazioni digitali di impianti eolici, ma delle torri ben più massicce e impattanti.


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ti) di passatismo, nostalgia, antimodernismo, esteticismo, incomprensione delle “oggettive” tendenze epocali. Alla base di questi atteggiamenti c’è il misconoscimento della natura complessa, contestuale e unitaria del paesaggio, una dimensione che richiede di valutare ogni azione trasformativa nelle sue ricadute sull’assetto paesaggistico complessivo del territorio: “Non si può isolare progettualmente un problema di sostenibilità ambientale senza considerare le relazioni fra i modelli di azione della società insediata e l’ambiente stesso […]. La ‘questione ambientale’ non è più affrontabile come problema settoriale, ma solo come problema relazionale, dal momento che il degrado ambientale è il prodotto storico di una determinata civilizzazione e dei suoi atti deterritorializzanti e distruttivi”5. Se la scelta delle politiche energetiche, anche basata su energie rinnovabili, avviene secondo logiche mercantilistiche, settoriali e decontestualizzate, si ottengono “effetti aggravanti sulle economie agricole, sulla qualità ambientale e paesaggistica, dunque sulla qualità dello sviluppo locale”6. Qualsiasi discussione sulle energie rinnovabili non può dunque prescindere dalla considerazione della ricaduta paesaggistica intesa come riconoscimento e valorizzazione duratura e coerente delle identità territoriali (che, ricordiamolo, costituiscono la prima, sostenibile ed effettiva risorsa della valorizzazione, anche economica, dei luoghi7) e dell’autosostenibilità dei territori. In altri termini, occorre non ragionare – secondo il fallimentare e catastrofico modello modernistico – sul territorio come un’estensione indifferentemente trasformabile, ma sul patrimonio che esso rappresenta e incarna nella sua totalità contestuale e relazionale; quindi non come catalogo di beni eterogenei, ma come “il corpus di regole strutturali che tengono in vita l’identità del territorio stesso e ne garantiscono la riproduzione”8. Il suo mancato riconoscimento comporta degrado e cancellazione dei caratteri che identificano un luogo, determinando l’esaurimento delle risorse patrimoniali e quindi la morte di un territorio. Non si tratta affatto di museificare i territori, di fermarne la dinamica temporale, bensì, al contrario, di assicurarne la vitalità comprendendo le regole di lunga durata che riproducono e incrementano il patrimonio identitario (fatto di risorse riproducibili legate a una gestione lungimirante delle potenzialità ambientali, ma anche di beni immateriali, di significati, di valori che sono tanto locali che universali – p. es. la bellezza che è stata mantenuta e arricchita nel tempo, il profilo unico dei luoghi, configurazioni territoriali che sono state condivise e confermate, fino a diventarne l’espressione più propria, lungo i secoli) alle quali ogni progetto deve conformarsi per mantenere, incrementare e trasmettere il significato, la memoria, l’iden-

tità, ma soprattutto le possibilità di sempre rinnovate, ma coerenti, valorizzazioni dei luoghi. In quest’ottica, il paesaggio è pensato e agito come un bene-sistema, un tutto integrato, una totalità contestuale che deve essere intesa come bene comune, mentre alle popolazioni locali va riconosciuto il diritto di definire le forme d’uso del territorio, di decidere consapevolmente dell’impiego dei beni territoriali, di considerare il luogo dell’abitare non solo uno spazio dove allocare indifferentemente servizi, merci e persone, ma come luogo insostituibile e unico, da affermare come il proprio inalienabile bene: dunque è di fondamentale importanza porre l’accento sul ruolo degli abitanti in quanto principali garanti della sostenibilità delle scelte e protagonisti del modello comunitario del luogo. Questo percorso di riappropriazione, da parte degli abitanti, dei propri territori, passa, per esempio, per la riscoperta dei giacimenti patrimoniali, ambientali, paesistici e culturali abbandonati o lesi dall’industrializzazione, sviluppando uno sguardo di nuova consapevolezza sulle risorse e i valori dei luoghi e delle loro identità, in un profondo ripensamento non solo degli stili insediativi, delle strategie economiche e delle necessità funzionali, ma anche dell’etica che governa le scelte di una comunità nella responsabilità verso il futuro. 1 G. Simmel, Filosofia del paesaggio, in Saggi sul paesaggio, a cura di M. Sassatelli, Armando, Roma 2006. 2 L’approccio territoriali sta è stato fondato e portato avanti da Alberto Magnaghi e dalla sua scuola e oggi è rappresentato dagli studiosi, di varie estrazioni disciplinari, che si riconoscono in questo modello di studio e di progetto dei luoghi: cfr. www.societadeiterritorialisti.com. Per quanto riguarda l’approccio geofilosofico, sia consentito il rimando a L. Bonesio, Geofilosofia del paesaggio, Mimesis, Milano 20012 e Id., Oltre il paesaggio. I luoghi tra estetica e geofilosofia, Arianna, Casalecchio 2002, oltre ai siti www.geofilosofia.it.e http://geofilosofia.wordpress.com. 3 Le ragioni storiche e soprattutto ideologiche di questo non recente dissidio si potrebbero facilmente ricostruire. Cfr., p. es., L. Bonesio, Paesaggio, identità e comunità tra locale e globale, Diabasis, Reggio Emilia 20092. 4 J.R. McNeill, Qualcosa di nuovo sotto il sole. Storia dell’ambiente nel XX secolo, tr. it. di…, Einaudi, Torino 2002. 5 A. Magnaghi, Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo (nuova ed. accresciuta), Bollati Boringhieri, Torino 2010, p. 72. 6 Ivi, p. 64. 7 Si tratta di passare da un ideale astratto e generalista di “sostenibilità” alle sostenibilità plurali e differenziate dei singoli territori, ma anche di comprendere, come sancito nella Carta di Aaalborg (1994), che un’effettiva trasformazione ecologica non è possibile senza cambiamento degli stili di vita, riduzione dei consumi, razionalizzazione e autogoverno delle risorse e soprattutto senza il decisivo allargamento del concetto di sostenibilità al patrimonio antropico, culturale e paesaggistico. 8 A. Magnaghi, Il progetto locale. Verso la coscienza di luogo, cit., p. 152.


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Energie rinnovabili e paesaggio: gli effetti perversi della RIC Le riserve di energie fossili si esauriscono progressivamente, lo scetticismo riguardo all’energia nucleare aumenta. Cresce perciò la pressione per passare alle energie rinnovabili. Mancano però criteri chiari per stabilire dove gli impianti solari e soprattutto quelli eolici siano compatibili con il paesaggio e dove no. Hans Weiss Già direttore della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio e del Fondo Paesaggio Svizzera. Questo articolo è stato pubblicato sulla Neue Zürcher Zeitung del 24.3.2011 (Traduzione: P.C. Minotti)

Qualche mese fa le Forze motrici bernesi (BKW) annunciarono, con un velo di rammarico, di essere state costrette a ridimensionare i loro piani di sviluppo dello sfruttamento delle “energie verdi” poiché, ogniqualvolta si discuta di un progetto concreto, queste verrebbero bloccate da opposizioni e ricorsi. Anche altre aziende elettriche tendono a diffondere l’impressione che l’opposizione di gruppi o associazioni per la protezione dell’ambiente sia motivata da interessi egoistici e che le stesse agiscano secondo il “principio di San Floriano”, rivendicando sì la promozione delle energie rinnovabili ma solo a condizione che ciò non succeda nei paraggi di casa loro.

Ponderazione degli interessi Con questa visione delle cose le aziende elettriche semplificano un po’ troppo le cose. In primo luogo sottacciono che anche gli impianti per la produzione di energia rinnovabile possono entrare in stridente conflitto con la protezione della natura e del paesaggio. In secondo luogo dimenticano che l’interesse pubblico alla salvaguardia dei beni paesaggio intatto e natura incontaminata (dei beni divenuti ormai rari) è equivalente all’interesse a poter disporre di un approvvigionamento energetico sufficiente. Laddove va detto però che la ponderazione tra gli interessi contrapposti ed equivalenti, che la Costituzione federale imporrebbe, in pratica non mette proprio sullo stesso piano la protezione del paesaggio e la produzione di energia. Da una parte ci sta, infatti, la Confederazione che remunera la corrente prodotta da impianti rinnovabili con un prezzo che garantisce la copertura dei costi d’investimento (la cosiddetta RIC: rimunerazione per l’immissione di energia a copertura dei costi). E lo fa senza precisare in quali casi gli investimenti in questione siano incompatibili con la salvaguardia del paesaggio, di siti storici e naturalistici. Il sovrapprezzo viene pagato dal consumatore. In tal modo si crea, parlando in termini economici, una distorsione del mercato. Detto in altro modo: si crea un potente incentivo a distruggere il nostro paesaggio, purché sussista un sia pur piccolo interesse a produrre elettricità. Il raro e prezioso “bene paesaggio”, venendo

sottoposto a una crescente domanda, risulta cioè penalizzato rispetto all’esigenza di produzione di energia elettrica. Dall’altra parte stanno i Cantoni e i Comuni, che hanno la competenza in materia di sfruttamento delle acque e di autorizzazione degli impianti eolici o di altro tipo, ai quali in genere stanno naturalmente più a cuore gli interessi pecuniari legati allo sfruttamento energetico che non l’interesse per loro un po’ astratto (e non chiaramente definito) alla salvaguardia della bellezza del paesaggio. Quando associazioni o gruppi di cittadini della regione si oppongono a dei progetti che avrebbero un pesante impatto sul paesaggio, non lo fanno per difendere il loro giardino dagli intrusi, ma piuttosto ci si trova di fronte a una manifestazione di diverse e specifiche competenze, di un altro modo di vedere le cose e di una visione non meramente pecuniaria dell’interesse generale; ed essi si scontrano pure con una asimmetria economica causata dalla citata RIC. Si potrebbe sostenere anche il punto di vista, secondo cui ogni goccia d’acqua che non venga turbinata e ogni catena montuosa che non serva alla produzione di energia elettrica eolica, non serve a niente. Ma così facendo non si terrebbe conto del fatto che il paesaggio e la natura, oltre a un valore intrinseco e economico, hanno pure svariati influssi benefici, che non valutiamo con un prezzo di mercato e di cui tuttora godiamo gratis, benché la loro esistenza non sia più così scontata e benché dipendiamo da loro per la nostra salute fisica e psichica e – non da ultimo – per l’attrattività della piazza economica e turistica svizzera.

Dare un prezzo ai beni ambientali Fa parte di un nostro inveterato modo di pensare il dare maggior peso a quei valori che si possono quantificare numericamente. Ma oggi che i beni naturali e il paesaggio sono minacciati, diventa una necessità dargli un valore anche quando esso non sia quantificabile in cifre e compensabile in denaro; e questo valore deve essere fatto pesare nella ponderazione degli interessi e nei processi decisionali politici, tanto quanto i valori materiali o pecuniari quantificabili. Il conflitto tra sfrutta-


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mento energetico e protezione del paesaggio è solo un esempio in tal senso. Si deve anche ricordare che lo sfruttamento della forza idrica è già in larga parte avvenuto da lungo tempo e che solo pochi (in genere piccoli) fiumi sono rimasti ancora inutilizzati e allo stato naturale.

Occorre una pianificazione chiara e vincolante Non si tratta beninteso di impedire lo sviluppo delle energie rinnovabili. Che sia nel risanamento / ottimizzazione di vecchie centrali elettriche, oppure nella trasformazione di vecchi impianti e aree industriali dismesse, oppure ancora nella nuova edificazione, c’è comunque un grande potenziale ancora sfruttabile per l’energia idrica

o eolica o solare, il cui sfruttamento sarebbe possibile senza causare impatto supplementare sul paesaggio e in certi casi ottenendo persino una rivalutazione ambientale. Sarebbe nell’interesse sia dell’economia elettrica che della protezione del paesaggio, se la Confederazione fissasse urgentemente dei parametri vincolanti, che dicano in quali casi la remunerazione a copertura dei costi (Ric) sia compatibile con la protezione della natura del paesaggio e degli insediamenti storici, e in quali casi invece non lo sia. Queste direttive dovrebbero essere fissate nelle pianificazioni nazionale e cantonali. I siti e i paesaggi dove gli interessi di protezione sono preminenti sono da fissare in modo impegnativo e in questi luoghi (tipo il Passo del San Gottardo) non dovrebbe essere possibile per esempio la creazione di parchi eolici.

Sito online del gruppo di cittadini che nel Canton Neuchatel ha promosso con successo un’iniziativa popolare contro la diffusione inopinata di impianti eolici. L’iniziativa, che è stata depositata il 18 ottobre 2010, chiede che la decisione se dare o no via libera ai “parchi” eolici sia sottomessa a votazione popolare.


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Giosanna Crivelli

Alcuni anni or sono mi è capitato di vedere un documentario su progetti di sfruttamento dell’energia eolica in Svizzera. La visione è stata quella di una dorsale di montagna segnata da pale eoliche, un ambiente naturale invaso da strutture di carattere industriale di grandi dimensioni. Il mio rifiuto è stato istintivo, e ho iniziato a interessarmene. L’associazione per la promozione dell’eolico Suisse-Eole (www.suisse-eole.ch), informa sulla tecnologia, sui progetti già realizzati e sulle previsioni future. Le cifre esposte mi hanno messo all’erta. Al momento attuale risulta che l’energia proveniente dall’eolico è una quantità infinitesimale, e non serve praticamente a nulla. Le previsioni vanno in crescendo fino al 2050: sono previste 800 pale eoliche, che idealmente coprirebbero un consumo di energia elettrica che va dal 6,8% al 10% del fabbisogno a livello svizzero e, sempre idealmente, coprirebbe il consumo di 1 milione di economie domestiche, un calcolo a prima vista esagerato. Il balletto delle cifre si basa su ipotesi aleatorie, i modelli teorici comportano un grande margine di errore. Recentemente è stato pubblicato un libro estremamente istruttivo sul soggetto: Eoliennes, des moulins à vent? (Editions Favre, lausanne@editionsfavre.com), scritto da Philippe Roch, ex direttore dell’Ufficio federale dell’ambiente, delle foreste e del paesaggio (UFAFP, oggi: UFAM), ed ex direttore del WWF svizzero. Roch analizza i vari aspetti relativi all’utilizzo dell’energia eolica. Ne emerge un quadro relativamente chiaro, varie ipotesi sono ancora da verificare nel

tempo. Le cifre esposte da Suisse-Eole vanno relativizzate, e di molto, poiché sono cifre calcolate premettendo una situazione ideale. Vari fattori portano al ribasso il valore di efficienza energetica dell’eolico. Valutando unicamente il consumo a livello di economia domestica viene tralasciato il consumo pubblico, che comunque è da attribuire anche al singolo abitante – cioè quello dei negozi, dei ristoranti, dei trasporti pubblici, dell’illuminazione pubblica, del luogo di lavoro, dell’agricoltura, dell’industria – e allora il consumo per abitante va triplicato, e di conseguenza il contributo all’approvvigionamento energetico si riduce ad un terzo. E le cifre di Suisse-Eole non risultano più attendibili. Inoltre la produzione di energia eolica non è costante, vari fattori ne influenzano la produzione, soprattutto la velocità del vento, che va da un minimo necessario a un massimo che non può essere superato. L’eolico è dunque un’energia intermittente, che inoltre può difficilmente essere immagazzinata. Il numero di ore di produzione energetica non è prevedibile con esattezza e così nel computo totale anche questo fattore va calcolato al ribasso. D’inverno vi è il pericolo del gelo, che rischia di bloccare le pale, e comporta una zona di pericolo sotto alle stesse, per la caduta di ghiaccio. Dunque un largo perimetro tutto attorno sarà inaccessibile, sminuendo il vissuto di quel paesaggio. La tendenza attuale, spinta dalle compagnie che gestiscono l’elettricità, è quella di piloni e di pale eoliche gigantesche, che possono raggiungere l’altezza di 200 metri (come termine di paragone: un traliccio ad alta tensione è alto in genere non più di 50 metri, talora come sul San Gottardo anche parecchio meno). Il che porta a tutta una serie di conseguenze: per la costruzione e il mantenimento necessitano nuove strade di accesso per ogni singolo pilone, e ogni singolo pilone avrà un basamento di cemento armato di 300 mc. Le simulazioni digitali mostrano dei piloni bianchi anoressici, senza nulla attorno. Ma la realtà sarà ben diversa, l’intervento sarà molto più massiccio e inquinante dal punto di vista visivo, e non solo. Inoltre i piloni dovranno essere illuminati, giorno e notte, per il pericolo che rappresentano per l’aviazione, un inquinamento luminoso non indifferente. Si aggiungono numerosi altri fattori negativi, oltre a quelli già elencati: il rumore, il pericolo per gli uccelli, l’effetto potenzialmente nocivo degli ultrasuoni prodotti dalle pale, la necessità di tralicci ad alta tensione in vicinanza, per il successivo trasporto dell’energia elettrica. Da non dimenticare è che questi impianti vanno rinnovati dopo una ventina d’anni, dunque saranno da smantellare e da riciclare, con scorie inquinanti da smaltire. Tutto questo va messo nel conteggio energetico di questa fonte di energia, che è ben meno pulita di quanto a prima vista

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L’illusione dell’eolico


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possa sembrare. Ritornando alla cifra dei futuri 800 impianti eolici necessari per ottenere un rendimento minimo, e tenendo conto delle possibili ubicazioni in luoghi minimamente idonei (quelli con vento sicuro, relativamente costante, ed accessibili con facilità) – e probabilmente in Svizzera 800 non ce ne sono – possiamo ipotizzare che verranno sfruttati tutti i passi alpini, e la maggior parte delle creste montane, in particolare nel Giura. Sfogliando dossier e documentazioni sulla tematica, si trovano elencate tutta una serie di ubicazioni in cui vi sono dei progetti o già costruiti, o in via di realizzazione, o in fase di progettazione, o nella lista dei desideri. La lista è in costante e quasi giornaliera crescita. Sembra essere la corsa all’oro! Un breve elenco, molto incompleto e provvisorio: Gottardo, Grimsel, Furka, Novena, Sempione, Sanetsch, Gran San Bernardo, San Bernardino, Surselva, Val Bregaglia… Non dimenticando il Giura (varie informazioni si trovano sul sito www.noscretes.ch). Il parco eolico più alto, il parco eolico più grande, la caccia ai record del vento (che alla fine però record non sono). Anche in Ticino la caccia al vento da parte dell’AET continua, cito da un recente articolo del “Corriere del Ticino”: «…ora che a livello nazionale si è deciso l’abbandono del nucleare le ricerche sono riprese con vigore concentrandosi anche su siti meno promettenti…» E bravi! Si parla del Matro, del Corno del Gesero, del Lucomagno, e nel cassetto dei desideri vi sarebbero anche il Passo dell’Uomo, la Greina, la Carassina, la Cava che, fortunatamente, per ora sono stati scartati. Una pala qui, una pala là: una vera assurdità! Per fare un altro esempio: la Danimarca è stata cosparsa a tappeto da pale eoliche, per coprire una produzione di elettricità del 1,5% del consumo totale di energia. Leggendo articoli sul soggetto, ritorna spesso la considerazione che «… a parte l’impatto visivo…» non vi sono altre controindicazioni sull’eolico. A parte il fatto che nemmeno la seconda affermazione è veritiera, è questa l’osservazione che in me ha fatto scattare la molla della rabbia. Come se l’ambiente, il paesaggio, la natura in cui viviamo non avesse un valore! Solamente perché non è immediatamente monetizzabile? Paesaggio che è una entità essenziale, primaria, che rappresenta l’origine e la vita. Paesaggio percepito come spazio necessario e indispensabile per non soffocare, per vivere almeno a momenti in controtendenza agli effetti deleteri della speculazione edilizia, che ha cementificato inesteticamente ed anesteticamente gli ambienti antropizzati, portandoci alla rassegnazione e all’accettazione di ogni tipo di banalità edilizia. E infine, paesaggio come valore simbolico, terapeutico, spirituale, che agisce beneficamente su di noi, in modo misterioso, magico. Il paesaggio ha i suoi diritti e più che mai ha bisogno di difensori! Quando si faranno i primi bilanci, e si constaterà, a grande sorpresa dei più, che il santo non è per nulla val-

sa la candela, sarà troppo tardi. Gli impianti eolici imperverseranno ovunque. E vai a toglierli! Così è stato con la speculazione edilizia: il vuoto legislativo ha permesso di tutto e di più, e ora piangiamo, ci lecchiamo le ferite, e cerchiamo di rattoppare e di salvare il salvabile, che nei fondovalle si riduce a ben poco. Cerchiamo di non distruggere anche la montagna! Nell’interazione delle varie componenti della problematica, l’aspetto paesaggistico e visivo non può e non deve essere trascurato. C’è chi proclama che un parco eolico – così si chiama quando le pale sono almeno tre – sia un’espressione dell’estetica della nostra epoca. Può essere un punto di vista. Ma quando questa visione delle cose va a scapito di un bene comune, il prezzo di ciò che va irrimediabilmente perduto è troppo alto. A livello legislativo vi sono da parte della Confederazione delle linee direttive, delle raccomandazioni giuste e sensate, ma che non hanno nessun carattere vincolante. Gli accordi vengono presi dalle società costruttrici con i Cantoni, i Comuni e con i proprietari dei terreni. I megaimpianti eolici sono costruzioni industriali al di fuori delle zone edificabili, e come tali necessitano di concessioni speciali, ma finora le decisioni sono lasciate all’arbitrio di chi ha interessi di parte. E, dove è il caso, verranno probabilmente pure concesse deroghe alla legislazione di protezione delle foreste, finora intoccabile. Quando, per aver modificato la finestra di un rustico, si rischia la multa, se non quasi l’imposizione di demolizione. Urge una legislazione specifica a livello svizzero per stabilire dei criteri validi e vincolanti. Per prevenire le possibili (e auspicabili) limitazioni future, le lobby dell’energia stanno mettendo le mani in avanti, e cercano di realizzare in tempi brevi, brevissimi, il maggior numero di progetti. Senza che sulla tematica vi sia stata la minima informazione e discussione a livello politico, e tantomeno un coinvolgimento della popolazione! Affrontare in modo critico il discorso delle energie alternative dopo Fukushima e la (benvenuta) decisione di uscire in tempi brevi dal nucleare è ben poco popolare! È più facile conquistare voti rimanendo nel limbo delle ipotesi, senza affrontare gli aspetti problematici, che andrebbero minuziosamente analizzati. Non dimentichiamo: il vento genera denaro, e chi ci guadagna sono i soliti noti. La storia si ripete. Non è stato così anche con le acque? L’ecologia è un facile e buon pretesto. Svegliamoci! Non prendiamo per scontato tutto quello che in nome dell’ecologia ci viene propinato. Dovrebbero venire sovvenzionati i Comuni che si oppongono ai megaimpianti eolici sul proprio territorio, in genere Comuni periferici a cui andrebbero le briciole della torta, e non le lobby dell’elettricità, come invece ovunque avviene. Il discorso non è e non vuole essere nostalgico. L’intenzione è quella di mettere in un contesto i vari aspetti della problematica, alla ricerca di soluzioni innovative veramente efficaci dal punto di vista energetico. E l’eolico in Svizzera non lo è.


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“Parco” eolico sul Gottardo: il Tribunale amministrativo accoglie il ricorso STAN

Paolo Camillo Minotti

La STAN aveva interposto ricorso contro la variante di Piano Regolatore del Comune di Airolo volta a realizzare un “parco” eolico nella regione del Passo del San Gottardo, argomentando che la realizzazione di una infrastruttura per la produzione di energia così invasiva e impattante nel sito storico di importanza nazionale del San Gottardo non sarebbe conciliabile con gli obbiettivi di salvaguardia del sito stesso, e che una corretta ponderazione dei vari valori in gioco dovrebbe indurre a scartare l’ubicazione del Passo del San Gottardo per la realizzazione di un parco eolico. La STAN, assistita per l’occasione dall’avvocato Piero Colombo di Breganzona, ha in particolare insistito sul fatto che per un’opera di questa mole occorresse allestire un rapporto di esame di impatto ambientale (Eia) già allo stadio dell’adozione della variante di Piano Regolatore, anziché – come avevano ritenuto Cantone e Comune – attendere per farlo la procedura di concessione della licenza edilizia. Non si tratta solo di un cavillo formale, ma anche di un fatto sostanziale: è a livello di revisione di P.R. che si pongono in effetti le basi per una scelta inevitabilmente molto impattante,

per cui anche l’esame di impatto ambientale è logico che sia fatto a questo stadio, perché teoricamente potrebbe portare anche alla modifica o all’abbandono dell’ubicazione dell’impianto. La STAN ha allegato al ricorso anche due rapporti di esperti (che pubblichiamo su questo numero della rivista): uno del dottor Hans Weiss – già direttore della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio – per l’aspetto paesaggistico e uno del dottor Peter G. Burkhardt – già vicedirettore dell’Ufficio federale dell’energia – per gli aspetti energetici e per la ponderazione di quest’ultimi con i valori storico-culturali del Passo del San Gottardo. Il dottor Burkhardt a sua volta ha allegato al suo parere il testo di una conferenza del professor Hans Christoph Binswanger, esimio economista ed esperto di problemi energetici, il quale dimostra in modo convincente la debolezza tecnico-economica dell’opzione eolico in Svizzera, già per il fatto che il vento vi soffia meno forte e in modo più incostante rispetto per esempio a certi litorali marini del mare del Nord o dell’Atlantico. La STAN ha inoltre chiesto il coinvolgimento nell’esame del progetto di parco eolico della

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Veduta aerea della zona dell’Ospizio sul Passo del San Gottardo. (Foto: Bruno Pellandini)


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Commissione federale per la protezione della natura e del paesaggio e della Commissione federale dei monumenti storici. Il Tribunale amministrativo cantonale ha sostanzialmente riconosciuto la nostra tesi secondo cui la decisione di costruire il parco eolico era viziata dal fatto che non era stato svolto un esame di impatto ambientale già in fase di pianificazione, come invece la legge prescrive. Scrive in particolare il Tribunale nel suo dispositivo finale: «La tesi del Consiglio di Stato non può in nessun caso essere condivisa, poiché disattende in modo grave ed evidente l’art. 10a della LPAmb, che impone alle autorità di esaminare il più presto possibile la compatibilità con le esigenze ecologiche degli impianti che si accinge a pianificare, costruire o trasformare. L’impianto eolico soggiace indiscutibilmente all’EIA. La potenza installata è in effetti superiore a 5 MW. Si tratta inoltre di un impianto che per le sue caratteristiche intrinseche è suscettibile di gravare notevolmente sull’ambiente al punto da rendere presumibilmente necessaria l’adozione di misure specifiche al progetto o all’ubicazione al fine di garantire l’osservanza delle prescrizioni sulla protezione dell’ambiente. Basti al riguardo considerare gli aspetti relativi alla protezione contro le immissioni foniche. Privo di rilievo è il fatto che l’assoggettamento all’EIA sia stato introdotto durante la procedura di pianificazione. La modifica dell’OEIA era immediatamente applicabile. Le procedure di pianificazione in corso non ne erano esentate. La procedura decisiva, non determinata nell’allegato all’OEIA, può d’altro canto essere soltanto quella pianificatoria. Solo questa procedura permette infatti un esame tempestivo e circostanziato. A maggior ragione si giustifica questa conclusione se si considera che già la variante del piano del paesaggio, da integrare in un ulteriore piano particolareggiato per il riordino del passo del San Gottardo (PP-SG), permette un esame circostanziato, anche se non

esaustivo, degli aspetti ambientali connessi alla realizzazione di un parco eolico. (….) Considerato l’elevato grado di definizione degli impianti eolici della variante di piano regolatore qui in discussione, non si capisce come il RIA, che secondo il CdS dovrebbe essere allegato alla domanda di costruzione, possa sopperire al mancato allestimento dell’EIA già in questa fase di pianificazione. Né si vede come la lacuna possa essere colmata nell’ambito di un non meglio definito coordinamento tra la procedura di rilascio del permesso per gli impianti e la procedura pianificatoria in atto per allestire il PP-SG. Ubicazione, dimensioni e caratteristiche tecniche degli aerogeneratori sono già definite con sufficiente precisione dal piano qui in esame, che dovrebbe già permettere l’inoltro della domanda di costruzione. È quanto mai difficile vedere come il piano qui in esame, dopo la sua definitiva approvazione, potrebbe ancora essere adeguato, qualora dalla procedura di rilascio del permesso o da quella di adozione del PP-SG dovesse emergere la necessità di correggerne determinati aspetti. Tanto meno se si considera che il 27 settembre 2011 la Parco eolico del San Gottardo S.A. ha aperto il concorso per la fornitura di 5 turbine eoliche rispondenti a precisi requisiti, fissando come termine per la fornitura delle controflange per le fondamenta il mese di luglio 2012 (FU n. 77/2011 del 27 settembre 2011). Sulla scorta delle considerazioni che precedono, il ricorso va dunque accolto nella misura in cui è ricevibile, annullando la decisione 10 novembre 2010 (n. 5611) del Consiglio di Stato in quanto riferita alla variante del piano regolatore di Airolo relativa al parco eolico del San Gottardo. Resta riservata al Comune la facoltà di riprendere la procedura di variante di P.R. integrandola con l’EIA mancante e sottoponendola nuovamente al consiglio comunale per l’adozione». (…)


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Un parco eolico sul passo del San Gottardo? Hans Weiss Già direttore della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio e del Fondo Paesaggio Svizzera. Parere per la Società Ticinese per l’Arte e la Natura STAN Aprile 2011. (Traduzione: Fabio Chierichetti)

Premessa Questa presa di posizione poggia sui seguenti concetti di paesaggio. 1. Per paesaggio si intende un aspetto unitario comprendente fenomeni e processi naturali e storico-culturali che si incontrano e si condizionano vicendevolmente in un rapporto complesso, ma al tempo stesso sempre facilmente leggibile e percepibile anche in mancanza di conoscenze specialistiche. 2. Un paesaggio non può essere scomposto in singoli elementi senza comprometterne l’essenza. Un paesaggio è più della mera somma dei suoi elementi, che possono certamente essere inventariati, enumerati, classificati secondo la loro importanza, censiti puntualmente; ma tutto ciò è tuttavia lungi dal formare un paesaggio. Solo l’interazione dei fenomeni e l’impressione generale che essi trasmettono all’uomo – anche sul piano emotivo – costituisce l’essenza di un paesaggio. In questo senso, e similmente a un essere umano, i paesaggi sono unici e irripetibili. 3. I processi naturali e storico-culturali, al pari delle conquiste intellettuali delle generazioni passate, sono iscritti nei paesaggi e rappresentano una realtà che influenza costantemente il presente, anche se non ne abbiamo coscienza nella vita normale di tutti i giorni.

Non è necessario in questa sede enumerare tutti gli edifici e gli impianti legati alla storia culturale, economica, militare e dei trasporti (cfr. Rapporto dell’Ufficio dei beni culturali, Bellinzona, del 17 febbraio 2008). Essi sono sufficientemente documentati. Ricordiamo unicamente le tracce dell’era preistorica, le vie di co-

Il paesaggio del San Gottardo è unico Non è dunque un caso che si parli del Gottardo o del San Gottardo intendendo un paesaggio nel suo complesso, un paesaggio che va senza ombra di dubbio considerato un’eredità naturale e culturale d’importanza nazionale ed europea, un paesaggio il cui valore simbolico è per un verso inciso nella memoria collettiva e che per l’altro si manifesta in modo assolutamente concreto per i fenomeni naturali e le testimonianze storiche presenti qui in quantità decisamente superiore a qualsiasi altro passo alpino. Gli elementi naturali, come le rocce montonate di origine glaciale, le formazioni rocciose cristalline, i laghetti di montagna, le acque correnti o le zone palustri, documentanti i fenomeni e i processi concernenti la storia della terra (geologici, glaciali, morfologici vegetali e faunistica) sono numerosi.

municazione storiche lungo questa trasversale alpina d’importanza europea, le testimonianze dell’economia alpestre e le installazioni militari – oggi pure parzialmente storiche – dei secoli XIX e XX con il famoso ridotto. Anch’essi sono stati inventariati e sono, come l’ospizio iscritto nell’Inventario federale degli insediamenti svizzeri da proteggere, d’importanza nazionale.


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Le iniziative e i considerevoli investimenti attuati in un recente passato a livello nazionale, cantonale e locale per conservare, restaurare e valorizzare questo paesaggio sono un indice inequivocabile della sua straordinaria importanza. A titolo esemplificativo, menzioniamo la realizzazione del Museo nazionale del San Gottardo nella vecchia sosta, il restauro dell’ospizio dei Padri Cappuccini e il risanamento della vecchia Tremola, anch’essa un’opera eccezionale d’importanza internazionale e come tale iscritta nell’Inventario svizzero dei beni culturali (oggetti A). Le stesse considerazioni valgono per le previste rinaturazioni di alcuni corsi d’acqua o il

Impianti recenti Nel corso dell’ultimo secolo, agli edifici storici sono andati ad aggiungersi nuovi impianti, quali ad esempio la nuova strada del passo o la diga del Lago del Lucendro, il cui valore estetico e storico-culturale è opinabile. In comune, hanno comunque una tipologia costruttiva e una struttura che stanno in sintonia con la topografia locale. Anche queste moderne installazioni, come la linea elettrica aerea realizzata a suo tempo dall’ATEL, si inseriscono nella composizione su larga scala del paesaggio (cfr. allegato 1, foto G. Crivelli). L’integrazione degli edifici e impianti esistenti nella realtà topografica dei luoghi è il motivo per cui chi arriva all’ospizio da Nord o da Sud risalendo la Tremola, e nonostante gli interventi recenti, sia ancora oggi colpito dalla grandiosità dello spettacolo offerto dal paesaggio.

La questione di fondo sollevata dal parco eolico Il progetto qui esaminato per l’impatto che avrebbe sulla fisionomia del paesaggio contempla la costruzione di un parco eolico che, secondo la variante scelta, prevede la costruzione fino a un massimo di otto turbine eoliche di almeno 82 metri di altezza. I piloni raggiungono alla base un diametro di parecchi metri rastremandosi verso l’alto. Anche le pale hanno un diametro notevole (a 124 metri di altezza il diametro dei rotori di questo tipo raggiunge gli 82 metri, cfr. Rapporto del Dipartimento del Territorio del 7 luglio 2008). I piloni poggerebbero su una piattaforma da costruirsi a terra e sarebbero collegati da una strada di accesso. La questione di fondo è di valutare se un parco eolico del genere si inserisce nel contesto esistente fatto di edifici storici e moderni altrettanto bene degli interventi precedenti. Le pale che girano in cima ai piloni sono semplicemente un nuovo elemento che si aggiunge alle testimonianze antecedenti o rappresentano un “salto quantico” che conferirebbe un carattere completamente diverso al paesaggio del San Gottardo?

ripristino dello stato originario ove erano stati eseguiti interventi poco rispettosi della morfologia e dell’ecosistema. Questi e altri, a volte onerosi, provvedimenti non sarebbero pensabili in un paesaggio in cui questi forti valori simbolici fossero assenti e che non presentasse una così forte densità di testimonianze naturali e, soprattutto, storico-culturali.

Si potrebbe asserire – cosa che del resto avviene puntualmente nella discussione in atto – che queste turbine eoliche sono, come le capanne alpine, i tradizionali mulini a vento olandesi, la strada della Tremola o la linea ad alta tensione tracciata dall’ATEL, una valida espressione dello stato socioeconomico e tecnico di una determinata epoca. Perché allora, sostengono i favorevoli, non si vuole che le nuove eoliche esprimano le esigenze del XXI secolo?

Linea elettrica sul San Gottardo. I piloni delle turbine eoliche sarebbero alti il doppio (il triplo calcolando l’altezza delle eliche ruotanti), più massicci e distribuiti in modo irregolare nel territorio. (Foto: Giosanna Crivelli)


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Proporzioni stravolte e miniaturizzazione

dolcezza, senza cesura, nella sequenza logica disegnata dal corso dei ghiacciai.

Per sviscerare questa questione, occorre considerare due aspetti: primariamente le dimensioni degli impianti e secondariamente la loro natura e la loro idoneità di sito. In merito alla dimensione, va osservato che i piloni alti 80 e più metri stravolgerebbero completamente le proporzioni esistenti nel paesaggio. Le torri avrebbero un altezza più o meno doppia rispetto alle antenne delle linee elettriche alte tra i 37 e i 43 metri, le quali seguono comunque grosso modo la stessa struttura lineare del territorio. Viste da vicino queste antenne sono imponenti, ma viste da lontano sembrano una linea sottile che attraversa, senza deturpare, il paesaggio (cfr. allegato 1, foto G. Crivelli). Gli edifici più antichi, segnatamente l’ospizio, risulterebbero miniaturizzati dai piloni e dai rotori del parco eolico disseminati nel territorio. Lo stesso dicasi per gli elementi naturali.

La gioia liberatrice che si prova rifiatando al termine della salita sarebbe annientata dalle turbine eoliche dell’altezza prevista disseminate senza un ordine preciso nel territorio. L’equilibrio sarebbe ancor più compromesso dal rumore e dal movimento dei rotori più o meno intensi secondo la forza del vento. La sensazione di pace sarebbe prevaricata dal moto meccanico. Per adempiere alla funzione deputata, gli aerogeneratori devono essere collocati in luoghi esposti e non possono essere adattati al paesaggio circostante come sarebbe possibile fare con una linea elettrica o una strada. Ciò vale, come già detto prima, anche per la linea aerea a Sud del passo, i cui fili, come dice il nome, corrono all’aperto, ma sempre disegnando un percorso che rispetta le caratteristiche maggiori del paesaggio.

Il San Gottardo vive della vastità degli spazi. L’orizzonte racchiuso dalle cime e dalle asperità che si incontrano venendo da Sud o arrivando da Nord si schiude, allargandosi in un altopiano che si estende a perdita d’occhio. Seguendo con lo sguardo il tracciato della strada, le sinuosità delle montagne si susseguono con

Per valutare l’effetto visivo ed emotivo di un parco eolico non conta molto il numero o la localizzazione precisa dei piloni. Anche una sola turbina eolica basta a scompaginare l’effetto, esattamente come un minimo segnetto sfregerebbe un dipinto di Ferdinand Hodler o di Pablo Picasso. Pure in questo caso non sarebbe

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Il paesaggio del San Gottardo è contraddistinto da delicate formazioni cristalline, strutture superficiali e biotopi. In questo delicato contesto si vorrebbero creare 5 piazzuole per ogni torre eolica, ciascuna con la sua strada di accesso. (Foto: G. Crivelli)


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La vecchia strada del Passo, bene culturale di importanza cantonale. I 5 svincoli stradali che vi verrebbero innestati per accedere ai 5 impianti eolici ne stravolgerebbero definitivamente la leggibilità. (Foto: G. Crivelli) possibile determinare quanti segnetti potrebbe sopportare l’opera. Di conseguenza, è inutile mettersi a discutere su eventuali compromessi riguardanti il numero di turbine o la loro localizzazione. O il San Gottardo viene rispettato come paesaggio irripetibile o si acconsente a che perda il suo carattere di paesaggio unico naturale e storico-culturale forgiato in decine di migliaia di anni.

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Perdita di singolarità L’aspetto delle turbine eoliche è un altro fattore di stravolgimento delle proporzioni (miniaturizzazione). Gli aerogeneratori sono ubiquitari, ossia hanno lo stesso aspetto sia in Sicilia o in Andalusia sia sulle coste del Mare del Nord. La loro pazzesca grandezza imprimerebbe sul paesaggio del San Gottardo e sul passo stesso un timbro di uniformità. Il paesaggio perderebbe tutto ciò che lo rende prezioso: la sua specifica unicità regionale. Il San Gottardo verrebbe ad assumere l’aspetto di qualsiasi altra regione da qualche parte nel mondo che ospita un parco eolico.

Altri aspetti ecologici Gli effetti sull’avifauna di un parco eolico dalle dimensioni evocate non sono oggetto di questa presa di posizione e non sono contemplati nella valutazione. Naturalmente vanno anch’essi tenuti in debita considerazione in una ponderazione completa degli interessi in gioco. Il presente atto non prende in considerazione neppure le conseguenze (non valutabili nei particolari dalla documentazione) delle strade di accesso e i conduttori di corrente ai piloni né delle piattaforme che andrebbero costruite nella delicata fascia vegetativa alpina (cfr. allegato 2, foto G. Crivelli). Gli interventi sul territorio (costruzione di strade, discariche, impianti idroelettrici ecc.) hanno già ora raggiunto un limite che potremmo definire di compatibilità paesaggistica. Il San Gottardo non ha bisogno né sopporterebbe altri simboli dell’era tecnologica.

Piano regolatore del paesaggio inefficace Nella documentazione sottoposta al perito vi è anche un estratto del Piano regolatore di Airolo (Piano del paesaggio, Comparto San Gottardo) in scala 1:5000. Il piano contiene numerose e


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Errori capitali in sede di ponderazione degli interessi Da ultimo, va ricordata una diffusa unilateralità nella ponderazione degli interessi che per lo più sfugge agli attori coinvolti. L’osservazione che il progetto di parco eolico penalizzerebbe unicamente gli aspetti visivi e non quelli attinenti alla sostanza fisica, come per esempio le torbiere alte o le costruzioni storiche, è fuori luogo. L’importanza del paesaggio del San Gottardo si misura naturalmente anche per la presenza di numerosi elementi naturali e antropogenici, ma pure nel modo in cui il paesaggio viene percepito in primo luogo visivamente ed emotivamente. Questa percezione poggia a sua volta sul carattere unitario del paesaggio al quale si è già accennato. Si può convenire che, pur essendo fondamentale, quello visivo sia un aspetto che può essere messo in secondo piano al cospetto di ben più importanti interessi energetici. A questo proposito, si può far notare che viviamo in un’epoca

contraddistinta da una fiducia quasi magica in tutto ciò che sia materialmente definibile. Valori quali la bellezza, la percezione del paesaggio, la peculiarità della natura o l’identità non possono essere quantificati e tradotti in cifre o lo possono soltanto difficilmente, essi sono esprimibili a parole e apprezzabili se si ha la capacità di riconoscerli. Da qui a dire che per questa ragione sono meno importanti ce ne passa e affermarlo significa commettere un errore capitale per quanto diffuso. Per i suddetti motivi, questa presa di posizione assegna alla percezione visiva del paesaggio la stessa valenza dello sfruttamento energetico e di altri fattori materiali da mettere sul piatto della bilancia che pondera gli interessi in gioco. All’unicità emotiva del San Gottardo si contrappongono interessi energetici e finanziari da non sottovalutare a livello locale, ma che su grande scala risultano irrilevanti e non contribuiscono in modo significativo a risolvere i problemi energetici del paese. Riassumendo, le osservazioni e le valutazioni qui esposte portano alla conclusione che un parco eolico sul passo del San Gottardo non sia compatibile sul piano paesaggistico. Il carico ambientale dovuto ad altri interventi ha già raggiunto nella zona del San Gottardo un livello limite che non può essere oltrepassato, se non si vuole trasformare un paesaggio di grande valore in un paesaggio degradato. Berna, 27 aprile 2011

Hans Weiss, classe 1940, dipl. ing. ETH, è stato dal 1968 al 1972 Direttore dell’Ufficio per la protezione della natura e del paesaggio del Cantone dei Grigioni. Dal 1970 al 1992, è stato Direttore della Fondazione svizzera per la tutela del paesaggio e professore incaricato in questa materia al Politecnico federale e all’Università di Zurigo. Dal 1992 al 2001, è stato Direttore e collaboratore scientifico del Fondo Svizzero per il Paesaggio. Oggi è attivo in forma indipendente.

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utili informazioni, ma è silente sugli aspetti visivi che determinano il paesaggio al pari degli altri oggetti menzionati. Anche i perimetri delimitanti i diversi settori e zone non sembrano tracciati in modo sempre plausibile, suscitano confusione e appaiono spesso immotivati. Vale a dire che le delimitazioni devono essere desunte dai dati topografici e non ridursi a un rilevamento bidimensionale. Il piano risulta quindi inefficace per valutare e soppesare gli interventi legati all’eventuale realizzazione del parco eolico. La sovrapposizione di un piano speciale Parco Eolico non toglie nulla all’impatto che esso avrebbe sull’ambiente e il paesaggio. Anzi, i numerosi oggetti protetti e meritevoli di protezione contenuti nel piano fanno piuttosto pendere il piatto della bilancia in direzione dell’incompatibilità di nuovi interventi.


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Le pale eoliche minacciano l’eredità storico-culturale del Passo del San Gottardo Premessa La Svizzera si trova in una situazione delicata; manca una politica energetica al passo con i tempi. Ognuno può, sotto la denominazione “energia rinnovabile”, perseguire comodamente i propri interessi commerciali e incassare inoltre i denari della RIC (= rimunerazione per l’immissione di energia rinnovabile a copertura dei costi). A partire dalla catastrofe di Fukushima dell’11 marzo 2011 giocano inoltre un ruolo decisivo degli aspetti ideologici. Le prospettive di notevoli guadagni stimolano diversi attori in modo accresciuto. Anche le aziende elettriche segnalano il loro interesse per le energie rinnovabili con la costruzione di parecchi impianti di questo tipo.

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Si pone perciò il quesito a sapere quali investimenti convenga fare (e quando e in quali settori) affinché la Svizzera possa valorizzare al meglio i suoi punti forti e sfruttare al meglio le sue

risorse. I seguenti criteri possono essere d’aiuto al riguardo: – Gli investimenti odierni dovranno essere visti fra 10 anni ancora come sensati, duraturi e all’avanguardia, e non come una zavorra ingombrante del passato; – Gli investimenti devono contribuire di volta in volta alla soluzione dei più importanti problemi attuali della nostra società.

Dr. Peter G. Burkhardt Parere per la Società Ticinese per l’Arte e la Natura (STAN) 10 maggio 2011.

Sulla base di questi criteri appare evidente che il primo passo nell’era delle energie rinnovabili consiste nell’uscire progressivamente dai combustibili fossili. Questo obbiettivo può essere anche facilmente spiegato ai proprietari di case, 70 % dei quali sono dei profani della materia. Gli odierni avvenimenti nel vicino Oriente confermano questo approccio. Affinché questa opzione possa essere concretizzata, occorrono in Svizzera investimenti annui supplementari dell’ordine di 6-8 miliardi di

La zona del Passo vista dalla regione del Lucendro, sullo sfondo gli edifici attorno all’Ospizio. Le torri eoliche verrebbero istallate in questa zona e sulle alture circostanti. (Foto: G. Crivelli)


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franchi nel patrimonio edilizio esistente. I punti forti da perseguire sono: conservare il valore e modernizzare. Si deve agire in modo accresciuto su una gestione professionale e razionale degli stabili esistenti. Qui sono necessari notevoli sforzi da parte di tutti gli attori, compresi gli enti pubblici cantonali (Ticino incluso). Siccome i denari a disposizione non sono mai illimitati, a tali sforzi dovrebbe essere data la priorità. Queste misure porterebbero a una creazione di valore aggiunto in Svizzera, contrariamente agli investimenti nelle turbine eoliche, che vengono importate. Questo parere illumina i vari aspetti dell’energia eolica e spiega perché questo tipo di produzione di elettricità non può dare né oggi né in futuro un sostanziale contributo al nostro approvvigionamento di elettricità. In allegato troverete il testo di una conferenza del professor Binswanger, tenuta ad Aarau il 28 aprile 2010. Anche Binswanger mette fortemente in dubbio l’utilità dello sviluppo dell’energia eolica in Svizzera.

Energia eolica: piccolo contributo energetico con un grande impatto ambientale Se si volesse produrre il 5% dell’attuale consumo svizzero di elettricità (a titolo di confronto:

la centrale nucleare di Mühleberg ne produce il 4%) – equivalenti a 3700 GWh – con l’energia eolica, sarebbero necessari circa 500 torri eoliche del tipo di quelle previste sul San Gottardo. Sul Gottardo ne sono previste cinque; ciò significa che sarebbero necessari 100 parchi eolici come quello del San Gottardo per coprire la citata percentuale del fabbisogno. Secondo uno studio dell’Ufficio federale dell’energia potranno essere prodotti entro il 2030, nei siti tecnicamente idonei individuati per la creazione di parchi eolici, solo 600 GWh all’anno; vale a dire meno dell’1% del consumo svizzero di elettricità. Con ciò dovrebbe essere chiaro a ognuno che sarebbe meglio rinunciare a questo tipo di produzione di elettricità in Svizzera. L’impatto ambientale è troppo grande e il vantaggio è troppo piccolo. O, detto in altro modo: pochi se ne avvantaggiano – tra questi anche per esempio il Comune di Airolo cui vengono promessi 200’000.- franchi all’anno – e molti ne vengono svantaggiati, poiché la qualità e godibilità dei loro spazi di svago viene considerevolmente peggiorata. Il contributo del previsto parco eolico sul Passo del San Gottardo all’approvvigionamento svizzero di elettricità si aggirerebbe sullo 0,5‰. Questo contributo è oggi (e a maggior ragione fra 25 anni) insignificante. Inoltre va considerato che la produzione eolica di elettricità è di scarsa qualità, perché non è disponibile in mo-

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Foto dell’impianto eolico della Novena, che ben evidenzia l’impatto massiccio che tali impianti hanno nel paesaggio alpino. (Foto: Aldo Maffioletti)


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do regolare e pianificabile. Per contro i grandi impianti idroelettrici ticinesi hanno dato un contributo importante all’approvvigionamento elettrico nazionale. A fronte della scarsa importanza energetica di queste pale eoliche sta per contro il grande valore della regione del San Gottardo come componente importante del patrimonio storico-culturale e dell’identità svizzeri: – da un punto di vista storico: ponte del Diavolo nella gola della Schöllenen, la diligenza del San Gottardo, l’Ospizio sul Passo, il forte Motto Bartola (Prima guerra mondiale) e la fortezza Gottardo (Seconda guerra mondiale); – da un punto di vista paesaggistico: meravigliosa regione, che in estate attrae sempre più turisti. Anche il nuovo centro turistico di Andermatt è interessato ad avere una regione del San Gottardo il più possibile incontaminata ; – da un punto di vista botanico: l’incontro di vegetazione del nord e del sud delle Alpi dà luogo a una magnifica biodiversità; – da un punto di vista geologico: la varietà di rocce attrae anche molti hobbysti geologi nella regione. Le cinque torri eoliche svilirebbero il valore storico-culturale-paesaggistico della regione del San Gottardo nel suo insieme: – le pale eoliche ruotanti (di un diametro di 105 metri) attirerebbero tutta l’attenzione su di sé e causerebbero scompiglio in tutta la regione del Passo; – il territorio utilizzato per lo svago e l’escursionismo verrebbe considerevolmente svalutato dal rumore delle pale eoliche (che secondo le più recenti conoscenze è dannoso per la salute); – il quadro del paesaggio unico del San Gottardo verrebbe distrutto ; – gli escursionisti in inverno sarebbero minacciati da cadute di lastre di ghiaccio dalle pale eoliche.

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I venditori di impianti eolici sono molto accorti. Si procurano diverse prese di posizione di enti

o persone, tutte con il tono di fondo “appena sufficiente”. Per esempio alla Stazione ornitologica di Sempach è stato assicurato che l’impianto eolico verrebbe disattivato per alcuni giorni, se ciò si rendesse necessario per il transito degli uccelli migratori, perciò l’associazione ornitologica ha avallato il progetto (sia pure con qualche riserva). Tutti questi consensi trattenuti danno un chiaro segnale: i singoli fattori di disturbo o di svantaggio di queste pale eoliche sono appena sotto la soglia critica; però la loro somma oltrepassa notevolmente la misura sopportabile. Se per diversi aspetti di dettaglio i singoli svantaggi o disturbi arrecati sono appena appena sostenibili, la loro somma supera largamente la misura accettabile, raggiungendo un ordine di grandezza che non è in nessun rapporto con i vantaggi energetici dei previsti impianti. Con alcune istallazioni eoliche insignificanti per l’approvvigionamento svizzero di elettricità, viene distrutta la varietà naturale e paesaggistica unica di questa regione. Fra 10 anni se ne renderanno conto anche i turisti che questi impianti giocano tutt’al più un ruolo di alibi. Ne soffrirà anche l’immagine della Svizzera.

Conclusione Un azzonamento del comprensorio del Passo del San Gottardo è quindi da respingere perché rappresenterebbe un insopportabile snaturamento di un patrimonio storico-culturale e paesaggistico conosciuto e apprezzato ben al di là dei nostri confini nazionali. Lyss, 10 maggio 2011

Dr. Peter G. Burkhardt, Ing. ETH, Dr. Sc. Techn. – 1978/1979 soggiorno di ricerca alla Warwick University, Coventry – 1978/1981 Consulente scientifico della ditta Geilinger AG di Winterthur – 1981/2000 Caposezione presso l’Ufficio federale dell’energia (Sezione per l’uso razionale dell’energia) – Dal 2000 attività indipendente nel settore costruzione e politica energetica.


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Riflessioni critiche sull’energia eolica in Svizzera e nel Canton Argovia Professore emerito dell’Università di San Gallo. Conferenza tenuta ad Aarau il 28 aprile 2010. (Traduzione: P.C. Minotti)

Signore e signori, Nella mia relazione farò alcune annotazioni generali sul promovimento delle energie rinnovabili in Svizzera e alcune considerazioni riferite in modo particolare all’energia eolica in Svizzera e nel Canton Argovia. Parto dal presupposto dei due obbiettivi ufficiali della promozione delle energie rinnovabili nell’ambito di una politica energetica sostenibile. Le energie rinnovabili dovrebbero: – in primo luogo contribuire alla diminuzione delle emissioni CO2 nell’interesse della protezione del clima; – secondariamente esse dovrebbero nella misura del possibile sostituire o integrare le energie fossili (esauribili) al fine di garantire l’approvvigionamento energetico a lungo termine. Entrambi questi obbiettivi sono oggi, come sapete, discussi e controversi, sia in relazione ai dubbi sul rapporto IPCC, sia anche in relazione alla discussione in punto alla data di un possibile esaurimento delle riserve di petrolio. Non entro però qui in queste due controversie e parto dal presupposto che i due obbiettivi sopra citati continuano tuttora ad essere validi e da perseguire. Nella mia relazione mi limiterò perciò a trattare il seguente quesito: Quale contributo possono dare le energie rinnovabili e in modo speciale l’energia eolica in Svizzera per il raggiungimento dei citati obbiettivi?

Nella pagina a lato: 2 parchi eolici di diverso tipo, entrambi a Palm Springs (Isole Hawai, USA) Nelle due pagine seguenti: la regione del San Gottardo con in primo piano l’Ospizio e sullo sfondo a destra la diga del Lucendro. Nella zona inframmezzo è previsto il “parco” eolico. (Foto di G. Crivelli)

Cominciamo dall’obbiettivo della protezione del clima. Qui bisogna distinguere tra l’utilizzazione delle energie rinnovabili nel settore del riscaldamento e del trasporto da una parte e quella nel settore della produzione di elettricità dall’altra parte. Siccome in Svizzera le energie fossili vengono utilizzate praticamente quasi solo per il riscaldamento e i trasporti, è soprattutto in questi settori che le energie rinnovabili potrebbero dare un contributo alla riduzione delle emissioni di CO2. Le cose stanno diversamente nel campo dell’elettricità. L’elettricità in Svizzera viene prodotta in modo preponderante (per non dire quasi totalmente) con la forza idrica e con il nucleare, ed è perciò già oggi praticamente esente da emissioni di CO2. Solo nel campo dell’elettricità importata c’è even-

tualmente un margine per la riduzione delle emissioni di CO2. Ma anche l’elettricità importata proviene in gran parte da fonti energetiche prive di emissioni di CO2, ovvero dalle centrali nucleari francesi e ultimamente anche da impianti eolici tedeschi. Nell’insieme il contributo supplementare che possono dare le energie rinnovabili per gli obbiettivi di politica climatica nel campo dell’elettricità (contrariamente, ripeto, al campo del riscaldamento e dei trasporti) è praticamente ininfluente, trascurabile. La situazione è un po’ diversa se consideriamo il contributo che le energie rinnovabili possono dare a lungo termine all’approvvigionamento energetico del Paese. Anche se la priorità deve essere data al risparmio d’energia (a un uso efficiente dell’energia), le energie rinnovabili potranno dare un certo contributo, anche nel campo della produzione di elettricità. Qui occorre però distinguere tra le diverse energie rinnovabili, poichè le differenze tra di loro sono (in punto ai costi, al potenziale e agli effetti ambientali negativi) molto significative. Per il potenziale interessante va citata in primo luogo la geotermia, su cui andrà fatto uno studio approfondito. Una certa importanza la può avere anche lo sviluppo/ottimizzazione delle centrali idroelettriche esistenti e la costruzione di (soprattutto piccole) nuove centrali idroelettriche. Laddove va detto però che occorre grande cautela per il rispetto necessario della protezione della fauna ittica e del paesaggio. Minore importanza ha invece la produzione di corrente con la biomassa, perchè essa dovrebbe preferibilmente concentrarsi sull’uso dei rifiuti organici (la cui quantità è limitata) e anche perché la biomassa è utilizzabile con maggior efficienza nel campo del riscaldamento e dei trasporti piuttosto che per produrre elettricità. Più grande è invece il potenziale del fotovoltaico, pur considerando le cautele imposte dalla protezione del paesaggio e dei nuclei tipici. È vero che i costi di produzione del fotovoltaico sono oggi ancora troppo alti, ma essi non sono grossomodo più alti che nei Paesi a noi vicini; inoltre sul medio-lungo termine potrebbero scendere sensibilmente. Queste valutazioni valgono peraltro anche riguardo alla possibilità di sostituire l’energia nucleare. L’uso del nucleare dovrebbe a mio

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Hans Christoph Binswanger


parere perlomeno a lungo termine essere abbandonato, soprattutto per il problema dell’immagazzinamento definitivo delle scorie radioattive. Decisivo è tuttavia il risparmio energetico. Senza un radicale risparmio di energia (= un uso più efficiente dell’energia) non si potrà rinunciare al nucleare. E come stanno le cose con l’energia eolica? I suoi costi di produzione sono sì in questo momento più bassi di quelli del fotovoltaico, sono però in Svizzera sensibilmente più alti che nei Paesi esteri a noi vicini. Il vento in Svizzera è più irregolare e soffia con meno forza. La Svizzera è un Paese dell’acqua, non un Paese del vento. Già nei secoli passati vennero perciò costruiti pochissimi mulini a vento, ma molti mulini ad acqua. A mia conoscenza ci fu nel passato un solo mulino a vento in Svizzera (sul lago di Ginevra) e anche questo a quanto sembra non funzionò mai. Il vento soffia da noi troppo debolmente e in modo troppo irregolare. Conosco un solo sito in Svizzera (Collonges in Vallese) dove il vento soffia con una forza paragonabile a quella conosciuta in alcune regioni di Paesi a noi vicini. Quando andai a vedere una volta l’impianto eolico di Collonges, effettivamente il vento soffiava con virulenza attraverso la stretta valle; l’impianto era tuttavia disattivato, che fosse perché era in riparazione o che fosse perché il vento soffiava troppo forte, non lo so. Come noto, infatti, le pale eoliche non possono essere fatte girare se la forza del vento supera una certa soglia, perché altrimenti possono danneggiarsi. Perciò vengono automaticamente disattivate quando tale soglia viene raggiunta. Le sfavorevoli condizioni di base per l’eolico in Svizzera diventano evidenti, se paragoniamo la rimunerazione per l’immissione in rete a copertura dei costi (Ric) vigente in Svizzera con quella corrisposta in Germania. In Germania la tariffa ammonta oggi a 9,2 centesimi di euro al Kwh, ovvero circa 14 centesimi (in altri Paesi vicini la remunerazione è su livelli analoghi). Questa tariffa – che fino a poco tempo fa era ancora più bassa – è stata visibilmente sufficiente per rendere la grande quantità di impianti eolici esistenti in Germania (ad oggi circa 22’000) abbastanza redditizia per i gestori. In Svizzera la remunerazione è invece di 20 centesimi/Kwh (con ev. piccole riduzioni nel futuro), cioè quasi di un terzo superiore. 14 centesimi sembrano quindi essere del tutto insufficienti per rendere attrattiva per i promotori svizzeri la costruzione di impianti eolici, nonostante tale tariffa in Germania includa anche un rispettabile margine di guadagno per i gestori degli impianti. Con ciò si pone la domanda se abbia senso promuovere l’energia eolica in Svizzera. In ogni caso la sua promozione contraddice totalmente il principio

dei costi comparativi, secondo cui non si produce tutto in ogni paese, ma piuttosto si fabbrica un dato prodotto laddove esso può essere fatto a prezzi più vantaggiosi. Questa è peraltro anche l’idea che sta alla base del commercio di diritti di emissione (Emissions-Trading), che è finalizzato a ottenere che per esempio le emissioni di CO2 non vengano ridotte indistintamente dappertutto, ma piuttosto in misura maggiore laddove è più conveniente farlo (e dove c’è un maggiore potenziale di riduzione). Non c’è motivo per cui questo approccio non debba valere anche per l’energia eolica: la sua produzione è più conveniente sulle coste del mare, dove c’è forte vento, e non in un Paese continentale come la Svizzera dove i venti sono deboli e irregolari. Qui non solo i costi sono troppo alti, ma anche il potenziale è più basso. Anche se si sfruttassero tutti i siti potenzialmente sfruttabili e redditizi per i gestori con una rimunerazione di 20 centesimi/Kwh, l’energia eolica non arriverebbe a produrre più di 600 Gwh annui entro il 2030, ovvero meno dell’1 percento della produzione svizzera di elettricità, che è stata nel 2009 di 68’000 Gwh (questi dati sono ripresi da pubblicazioni dell’Ufficio federale dell’energia). La lobby eolica asserisce che l’energia eolica potrebbe fornire entro il 2050 fino al 6-7 percento della produzione svizzera di corrente. Questi sono però dei numeri di fantasia. Nel recente inserto speciale della NZZ Brennpunkt Energie si scrive riguardo a tali pronostici sui potenziali energetici: «Distinguere veri e falsi profeti è difficile. È opportuno diffidare da coloro che magnificano solo i prodotti da loro venduti al fine di risolvere i problemi energetici». Non si capisce, infatti, come dal 2030 al 2050 la produzione eolica potrebbe moltiplicarsi per sette, pur considerando gli eventuali miglioramenti di efficienza degli impianti, tanto più che i siti più idonei sarebbero perlopiù già stati sfruttati entro il 2030 (semmai lo saranno). Perché già solo arrivare nel 2030 all’obbiettivo dell’1 percento della produzione di elettricità nazionale (passando cioè dagli attuali 27 Gwh prodotti con l’eolico ai 600 Gwh ipotizzati dall’Ufficio federale dell’energia per il 2030), presuppone un enorme aumento della produzione eolica (da oggi nemmeno lo 0,05 percento a circa l’1 percento del fabbisogno). Nel Konzept Windenergie Schweiz del 2004 si parlava peraltro di un potenziale di soli 50-100 Gwh di produzione eolica svizzera. Una autentica croce dell’energia eolica sono i suoi negativi effetti collaterali sull’ambiente. Essi vengono elencati nel commento al Piano Direttore del Canton Argovia. Si tratta – cito – delle immissioni foniche e del getto d’ombra delle pale eoliche (che provocano disagi e disturbi al benessere delle persone), come pure della limitazione di altri usi dello spazio (per lo

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Carta dei venti in Svizzera, che mostra quanto asserito dal Prof. Binswanger e cioè che le zone con una forza del vento superiore ai 5 o ai 6 m/s sono abbastanza rare nel nostro Paese. Al di sotto di tale forza gli impianti eolici sono poco o per nulla convenienti. svago, l’agricoltura,ecc.), inoltre ancora: i possibili problemi per la sicurezza dei voli aerei e i danni arrecati alla fauna (uccelli e pipistrelli). Proprio su questo punto nell’ultima comunicazione della Vogelwarte di Sempach e della Protezione svizzera degli uccelli (PSU) è apparso un articolo nel quale si legge: «Vogelwarte e PSU si attendono dalle autorità che si rinunci alla creazione di parchi eolici in zone sensibili e potenzialmente conflittuali. La biodiversità non può pagare il più alto prezzo per un piccolo contributo al nostro approvvigionamento energetico complessivo». Il principale effetto collaterale negativo è però il danno alla natura e al paesaggio, sia delle torri eoliche in sé, sia dell’infrastruttura annessa (strade di allacciamento, creazione della piattaforma di cemento armato che sorregge le torri, linee elettriche di trasmissione, ecc.).

Questi danni sono particolarmente pronunciati in Svizzera, perché da noi le torri eoliche – per poter sfruttare un po’ di vento – devono essere istallate soprattutto sulle alture del Giura e delle Prealpi, dove sono anche visibili da molto lontano. Esse rovinano quindi il quadro paesaggistico in misura sensibilmente maggiore di quanto non avvenga in Germania, dove possono essere istallate in gran parte su superfici pianeggianti. Nel commento al Piano Direttore argoviese si dice che la modificazione del quadro paesaggistico potrebbe però, a seconda della sensibilità soggettiva, essere percepita come svilimento/deturpazione oppure come arricchimento/abbellimento. Insomma sarebbe solo una questione di gusti. Questo modo di argomentare non può essere lasciato valere. È certo comprensibile che i fan dell’energia eolica siano entusiasti di ogni torre eolica che scorgono nel


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Tanto più quindi è urgente porsi la domanda se il nostro paesaggio, già così tanto svilito, possa ancora sopportare anche questa ennesima ferita supplementare, questo macro-impatto in grande scala di parchi eolici disseminati a iosa sul territorio.

Mont-Crosin (Giura bernese), cartello che mette in guardia dalla possibile caduta di lastroni di ghiaccio dalle turbine eoliche. paesaggio. Ma che il quadro paesaggistico venga alterato con gli impianti eolici, è una evidenza. Gli impianti eolici sono manufatti tecnici, macchine d’acciaio, che vengono a sovrapporsi alla natura circostante e che oltretutto quando le pale girano, attirano l’attenzione su di sé togliendola dal paesaggio attorno. Singole torri eoliche di media grandezza possono anche porre degli accenti accettabili e non deturpanti nel paesaggio. Per contro una concentrazione di parecchie torri eoliche, ma anche singole torri molto alte, sono estremamente devastanti per il paesaggio e snaturano completamente la sua percezione. Nelle Raccomandazioni riguardo alla pianificazione di impianti eolici dell’Ufficio federale dell’energia viene data perciò grande importanza al problema della protezione del paesaggio. Vi si legge testualmente al punto 1.6: «Lo sfruttamento dell’energia eolica e la salvaguardia del paesaggio stanno…spesso tra di loro in conflitto». Al punto 4.1 si parla inoltre della «bellezza e delicatezza del paesaggio come pure dei siti naturali o storici toccati». L’importanza della salvaguardia del paesaggio culturale, caratteristico del nostro Paese, la voglio sottolineare con un accenno al libro di K. Ewald, Die ausgewechselte Landschaft, che è stato recentemente oggetto di una recensione molto positiva sul bollettino informativo dell’Istituto federale di ricerca sulla foresta WSL. Nel libro si parla di svariati errori e omissioni (Ewald parla persino di “delitti”) commessi a danno del paesaggio culturale svizzero, sotto vari aspetti.

Quali conseguenze trarre da queste riflessioni per la pianificazione cantonale degli impianti eolici? Penso che: considerata l’importanza praticamente insignificante dell’energia eolica al fine del raggiungimento dei 2 obbiettivi di una politica energetica sostenibile (ridurre le emissioni di CO2 e garantire l’approvvigionamento futuro di energia) ma anche al fine di una eventuale sostituzione dell’energia nucleare (dato il carattere irregolare della produzione eolica); considerato tutto ciò penso che in Svizzera l’interesse generale allo sfruttamento dell’energia eolica sia di poco conto. A maggior ragione deve quindi essere fatto pesare l’interesse pubblico alla salvaguardia del paesaggio, della natura e dei siti di importanza storico-culturale. Questo dovrebbe essere sancito anche nella pianificazione cantonale. Va rammentato a tal proposito che nelle Raccomandazioni dell’Ufficio federale dell’energia viene lasciato ai Cantoni uno spazio di manovra abbastanza alto, non solo per la legislazione cantonale ma anche per la pianificazione cantonale. Propongo quanto segue per il Canton Argovia: In primo luogo tutti i comprensori soggetti a criteri di esclusione (vale a dire quei comprensori dove in linea di principio dovrebbe essere esclusa la costruzione di impianti eolici) dovrebbero essere tabù per la costruzione degli stessi, senza eccezioni. Importante è poi che nella pianificazione cantonale, non solo vengano recepiti tutti i motivi di esclusione citati nelle Rac-

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A fronte degli effetti negativi sull’ambiente degli impianti eolici in Svizzera, si contrappone come unico aspetto positivo in sostanza solo un valore dell’eolico come simbolo delle energie pulite, che deriva dal fatto che è l’unica energia rinnovabile che si lascia fotografare in modo pregnante. Per questo motivo ovunque si parli di energie alternative, si mette come illustrazione una foto di un impianto eolico. Nelle già citate Raccomandazioni dell’Ufficio federale dell’energia si precisa il valore simbolico delle torri eoliche. Al punto 3.2 si dice, infatti, che i progetti di impianti eolici potrebbero in siti idonei «dare la possibilità di poter definire una nuova identità regionale. Inoltre gli impianti eolici illustrano in modo visibile l’energia naturale del vento e il suo uso per la produzione di corrente e quindi possono stimolare riflessioni sulla sostenibilità della produzione di energia». Ammettiamolo pure, anche se siamo di fronte a un’ingenuità che fa quasi tenerezza.


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comandazioni dell’Ufficio federale dell’energia, ma anche altri motivi che nelle raccomandazioni federali sono elencati solo come motivi di cautela o fonte di possibili problemi e conflitti. In special modo dovrebbero essere preservati da impianti eolici: – tutti i biotopi cantonali inventariati; – tutti i comprensori e siti protetti di importanza cantonale e locale; – i territori paesaggisticamente marcanti (per es. catene montuose visibili); – i parchi naturali regionali; – le zone utilizzate di preferenza dagli uccelli di passaggio (corridoi di percorrenza, zone di sosta); – inoltre le zone abitate dovrebbero essere protette dai rumori di questi impianti (e qui voglio precisare che il rumore delle pale eoliche in azione può disturbare fino a 1 chilometro di distanza). In tutti i siti che rientrano nelle caratteristiche citate, dovrebbe essere esclusa l’istallazione di impianti eolici.

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In questo contesto occorre rammentare che il da più parti auspicato snellimento delle procedure di autorizzazione, non va realizzato solo con la rinuncia a qualche trafila burocratica o riducendo le facoltà di contestazione dei progetti in modo che l’autorizzazione venga facilitata, ma va realizzato altresì pure chiarendo sin dall’inizio in modo inequivocabile dove un’autorizzazione a priori non entra in considerazione, di modo che il potenziale istante non sia neanche indotto a dare inizio a una lunga e difficoltosa procedura. Inoltre si dovrebbe distinguere fra quei siti, nei quali gli impianti eolici sarebbero redditizi per i gestori anche in presenza di una remunerazione dell’energia prodotta (Ric) al livello vigente in Germania e in altri Paesi europei a noi vicini (ovvero 14 cts/Kwh), e i siti dove invece con una tale remunerazione a causa della minor forza del vento in Svizzera (= minor resa energetica) nessuno costruirebbe mai un impianto eolico. La soglia dei 14 cts/Kwh dovrebbe a mio avviso essere riferita a una forza del vento di 6 metri al secondo a 50 metri di altezza dal suolo. Mi baso per questa valutazione sul calcolo del ricavo indicativo contenuto nelle Direttive tecniche per impianti a energia eolica emanate in Germania, che si riferiscono all’esempio di una torre eolica con un’altezza di 52 metri al perno attorno a cui ruotano le pale eoliche e a un si-

to dove la velocità media annua del vento è di 6,03 m/secondo. Postulo perciò che per tutti i luoghi con una velocità del vento inferiore a 6 m/secondo a 50 metri dal suolo, nella misura in cui non siano già protetti a priori in base ai criteri di esclusione citati più sopra, l’interesse alla salvaguardia abbia un peso prevalente, nel senso che non sia il valore di protezione a dover essere dimostrato ma al contrario la sua assenza, alfine della concessione di una autorizzazione. Solo nei luoghi con una velocità del vento superiore a 6 m/secondo a 50 metri sopra il suolo, interessi energetici e protezionistici dovrebbero essere considerati su un piano di parità nella ponderazione dei valori in gioco. Affinché questa differenziazione possa essere applicata, propongo che il Canton Argovia allestisca una carta delle regioni con potenziale ventoso, sulla quale dovrebbero figurare quei luoghi dove vi è una velocità del vento di più di 6 m/secondo a 50 metri sopra il suolo. Con questa occasione vorrei pure rendere attenti al gioco un po’ sconcertante che viene condotto con i dati sulla forza del vento a diverse altezze dal suolo. Questo aspetto è di grande importanza, perché notoriamente la forza del vento (e con essa la potenza del vento) aumenta sensibilmente con l’altezza. Inizialmente si cominciò a misurare la forza del vento a un’altezza di 10 metri dal suolo. Nelle raccomandazioni dell’Ufficio federale dell’energia (avanprogetto dell’agosto 2009) vengono elencate le località con le diverse velocità del vento a 70 metri dal suolo ; nella versione definitiva si elencano invece le velocità del vento a 100 metri dal suolo. Il Piano Direttore del Canton Argovia misura invece la forza del vento a 50 metri sopra il suolo, e così secondo me deve restare! Signore e signori, La pianificazione dei siti idonei ad accogliere impianti eolici è per il paesaggio multiforme del nostro Paese (e data anche la forte densità della popolazione) una assoluta necessità, molto più importante che per altri Paesi che dispongono di più ampi spazi liberi. Essa va perciò fatta in Svizzera con ancora maggiore accuratezza – e ciò significa anche in modo più restrittivo – di quanto venga fatto negli altri Paesi. Però la consapevolezza dei limiti fisici (e perciò anche economici) dell’efficienza dell’eolico nel nostro Paese, dovrebbe rendere più facile una pianificazione rigorosa. Credo con quanto esposto di aver fornito sufficiente materia di discussione e lascio perciò la parola al pubblico.


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Lettera aperta al Consiglio di Stato, novembre 2011

Gli impegni non rispettati del Cantone su Villa Galli - La Romantica Signora Presidentessa, Egregi signori, è scaduto da oltre un anno e mezzo il termine che il Consiglio di Stato aveva annunciato per trovare una soluzione pianificatoria, che consentisse di salvaguardare Villa Galli di Melide – la ex Romantica – e il suo parco. Il comunicato stampa dell’ottobre 2009 indicava il mese di aprile del 2010 come termine per la presentazione di una soluzione. Nel frattempo l’edificio e il parco, considerati dalla Commissione cantonale dei beni culturali degni di tutela anche per la eccezionale collocazione geografica e il valore di testimonianza storica degli albori del Cantone, giacciono in stato di totale abbandono, e il degrado della struttura avanza in modo preoccupante. Le recenti fotografie qui allegate lo mostrano chiaramente: abbandonata al suo destino, senza alcuna misura provvisionale, privata dei pluviali e quindi vittima dell’umidità e del marciume, la villa in questi tre anni si è gravemente deteriorata. Che cosa si aspetta? Che ancora una volta un bene culturale deperisca a tal punto da rendere arduo o impossibile il recupero? Sappiamo fin troppo bene che in Ticino ciò è già successo con altre preziose testimonianze storiche e culturali, ormai perse per sempre. Secondo l’art. 17.1 della Legge cantonale sulla protezione dei beni culturali il Consiglio di Stato “deve senza indugi” ordinare delle misure provvisionali quando un bene culturale degno di protezione è esposto al rischio di alterazione, manomissione o simile.

Proprio nel momento in cui si diffonde la coscienza comune che, giorno dopo giorno, vengono distrutti beni che dovrebbero invece essere conservati e valorizzati con la massima cura, non sarebbe opportuno che il Consiglio di Stato venisse meno agli impegni assunti e deludesse i cittadini nelle loro aspettative. In attesa di un vostro riscontro, salutiamo distintamente. A destra: Villa Galli: estate 2011.

Riccardo Bergossi, Tita Carloni, Bernhard Furrer, Pier Giorgio Gerosa, Simona Martinoli, Heiner Rodel

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Forse non è bastato il grande interesse che la vicenda aveva suscitato nell’opinione pubblica tre anni fa, sfociato nella petizione popolare dei cittadini dello stesso comune di Melide? Forse non si è tenuto conto delle ricerche preliminari, condotte gratuitamente, che hanno permesso di dimostrare l’importanza di Villa Galli, né delle moltissime prese di posizione, in Ticino, in Svizzera e all’estero, affinché la villa venisse preservata?


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Riccardo Bergossi

La storia di Villa Galli, antica residenza nota anche come “La Romantica” posta con il suo parco alla Punta di Melide, racconta che per ben due volte essa è stata prossima alla distruzione con il preliminare consenso delle istanze governative. Si è salvata in extremis per i fermi interventi di cittadini che hanno trovato ascolto da parte delle autorità. Occorre che il Governo, dopo avere evitato la distruzione della villa nel 2008, adotti ora i provvedimenti di legge perché lo stato di abbandono in cui essa adesso versa non porti a gravi danni della sostanza. Le immagini allegate mostrano, infatti che la villa è stata privata dei pluviali. Lo scorrimento delle acque piovane sulle facciate ne sta causando il rapidissimo degrado. Il valore storico-artistico e paesaggistico di Villa Galli è stato indagato nel 2008: Pier Giorgio Gerosa, Simona Martinoli, Tita Carloni, Silvana Ghigonetto, Heiner Rodel e Riccardo Bergossi ne hanno evidenziato il pregio sotto diversi aspetti. Il risultato di quella ricerca è un dossier trasmesso al Consiglio di Stato e pubblicato si questa rivista1. Nel ribadire la necessità di tutelare la villa si vogliono qui riassumere le principali vicende della storia della villa, integrate con alcune notizie emerse da nuove indagini che il Riccardo Bergossi ha svolto in occasione del suo intervento sulla villa al convegno Paesaggio senza memoria? Perché e come tutelare il patrimonio. Il testo che segue è una rielaborazione del contributo dell’autore per gli atti del convegno pubblicati sul Quaderno numero 6 del Museo etnografico Valle di Muggio.

La costruzione del paesaggio culturale della Punta La sottile penisola che da Melide si stende verso est fino al centro del Lago di Lugano, denominata La Punta, è la parte emergente della diga naturale morenica che in quel punto taglia

il bacino. Per questa sua caratteristica di testa di ponte, agli inizi dell’Ottocento vi si instituì il servizio di traghetto per il collegamento tra le due sponde, sostituito poi dal ponte ad arcate progettato dall’ingegnere Pasquale Lucchini, costruito tra il 1845 e il 1847, e servito da una nuova strada ubicata nella parte settentrionale

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Villa Galli a Melide, patrimonio da tutelare


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della penisola2. Il ponte fu ampliato una prima volta dopo meno di trent’anni per permettere il passaggio della ferrovia e rifatto negli anni ’60 del Novecento per la costruzione dell’autostrada. Il lembo orientale della Punta ospita Villa Galli, edificio di probabile origine seicentesca, con persistenze settecentesche immediatamente leggibili sia all’esterno sia all’interno. Il fabbricato è riconoscibile sulla pianta del Luganese del 1780 nota come Mappa Neurone3. La casa ebbe però la sua conformazione attuale a metà dell’Ottocento quando fu ridisegnata su progetto del suo proprietario, Leopoldo Galli (1816-1869) architetto di origine lombarda, ma attivo a Torino alle dipendenze di Re Vittorio Emanuele II4. Come spesso succede per gli edifici costruiti nel corso del XIX secolo con inglobati muri di fabbricati preesistenti, mentre la composizione delle facciate lascia credere che la pianta della villa sia quadrata, questa è in realtà irregolare, trapezoidale. Già nel 1988 nel suo studio sulle ville del Lago di Lugano, Pier Giorgio Gerosa sottolinea la grande importanza di Villa Galli e ne mette a fuoco l’appartenenza alla tipologia di Villa Ciani di Lugano: quella delle “ville milanesi”5. Residenze borghesi di grande prestigio, con ampio parco, scuderie e darsena, le due ville presentano somiglianze rilevanti, dalla posizione rispetto al lago fino ai richiami planimetrici e architettonici. In Villa Ciani e in Villa Galli si riscontrano analogie con la villa di Francesco Melzi a Bellagio, opera del 1808 di Giocondo Albertolli. Le due ville ceresiane sono state realizzate su edifici preesistenti “rifabbricati” – secondo la terminologia dell’epoca – e gli interventi sono avvenuti a breve distanza di anni l’uno dall’altro. Villa Ciani è sorta dal 1840; per Villa Galli non abbiamo invece una data precisa, ignoriamo quando divenne proprietà di Leopoldo Galli; il catastrino di Melide del 1831, aggiornato fino al 1850, non ne riporta il nome nell’elenco dei proprietari di beni immobili nel Comune6. La proprietà deve però essergli pervenuta in quegli anni poiché nel 1852 l’intervento murario era concluso; la prima mappa catastale del Comune di Melide, risalente a quell’anno, ne riproduce, infatti, la nuova pianta trapezoidale con due avancorpi verso sud7. La proprietà è compresa tra la vecchia strada che costeggia la riva a meridione della penisola e la nuova a settentrione. La villa presentava un frontone sulla facciata nord (oggi scomparso), che si legava alle due paraste che ancora oggi ne delimitano il corpo centrale, fatto che fa supporre che alla facciata settentrionale fosse stata conferita in origine una certa importanza, poi compromessa dalla costruzione del rilevato ferroviario tanto che in seguito fu il fronte sud a caratterizzare la villa e a venire costantemente riprodotto sulle cartoline illustrate e sulle fotografie del complesso. L’uso del frontone nel-

la facciata principale permane nelle residenze suburbane milanesi fino alla metà del secolo, quando ancora è radicato il linguaggio architettonico neoclassico. Il rigore linguistico di Villa Galli appare però limitato a questo fronte. Le

Planimetria della Punta di Melide. Anni ’40. altre tre facciate compongono invece un quadro variegato quanto interessante. A oriente è mantenuto il carattere dell’edificio preesistente con il balconcino rococò centrale, a occidente, verso le scuderie e a meridione, nel corpo centrale le fronti sono caratterizzate da tre ordini di archi sovrapposti. Mentre la facciata occidentale richiama espressamente l’edilizia rurale del Sottoceneri8, nella meridionale gli archi sono inseriti in una composizione di disegno elegante, da interpretare in funzione di un desiderio di compenetrazione tra residenza e paesaggio che porta l’architetto ad aprire la casa verso la migliore insolazione e il lago9. Se il tema del prospetto ad archi era stato studiato da Carlo Amati, titolare della cattedra di architettura all’Accademia di Brera fino al 1851, rimase però marginale in Lombardia ed ebbe buona fortuna nell’architettura piemontese tanto che ha trovato ampia diffusione nelle fabbriche reali torinesi alle quali il Galli collaborava. Nella villa di Vincenzo Vela a Ligornetto, progettata da Cipriano Ajmetti, architetto torinese anch’egli legato alla corte sabauda 10 anni dopo la conclusione del cantiere di Villa Galli,


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Simona Martinoli ha osservato la presenza di una soluzione compositiva ad archi analoga a questa, legata però alla presenza dell’atelier dello scultore, fatto che spiega anche la presenza della lanterna ottagonale sul tetto, fonte di luce per l’ambiente di lavoro dell’artista10. Gli archi nella facciata di Villa Vela nell’iconografia d’epoca sono privi dei serramenti, comparsi in un secondo tempo. Anche a Villa Galli portici e loggiati superiori della facciata meridionale dovevano essere in principio aperti. Alla fine dell’Ottocento, come risulta da immagini dell’epoca, erano invece muniti di serramenti dai profili metallici. Le facciate della villa, dalle differenti caratteristiche formali, sono tra loro legate dai balconi sugli angoli del primo piano che recano in un tondo del parapetto di ferro le iniziali del proprietario Leopoldo Galli che dall’intervento emerge come un architetto eclettico abile nel maneggiare e combinare linguaggi diversi. Villa Galli e Villa Ciani trovano la loro radice storica comune nella tradizione milanese-ticinese, è però l’apporto torinese a distinguere Villa Galli. È questa la chiave di lettura degli archi presenti oltre che su due facciate della villa, anche nei grandi fabbricati rustici annessi, ora non più esistenti e ancora dei balconi sugli angoli della casa, tipicamente piemontesi e torinesi11. Diversi lavori nel complesso devono essere avvenuti ancora dopo il 1852, data della situazione fotografata dalla mappa catastale, in parti-

colate la sistemazione dei fabbricati accessori e della riva, mentre è pensabile che il parco abbia avuto già in origine una conformazione paesaggistica, all’inglese sebbene la mappa catastale riporti una composizione all’italiana. Leopoldo Galli morì il 26 aprile 1869 dopo aver da poco terminato la costruzione della villa12; aveva infatti trascorso a Torino buona parte del decennio precedente, prestando la sua opera alla costruzione degli edifici della tenuta della Mandria di Venaria reale, residenza privata di Vittorio Emanuele II13. Uno dei figli di Leopoldo, Ezio, ingegnere, abitò la casa e vi morì il 6 dicembre 1907 mentre suo fratello, Pirro, risiedeva a Milano14. La villa passò poi ad altri due proprietari che la mantennero per pochi anni15. Altri lavori furono eseguiti nel giardino antistante che ora giungeva fino al lago ad affacciarvisi con un nuovo muro ad andamento convesso, orientato sull’asse dell’edificio e sormontato da una elegante balaustra in pietra artificiale16. Negli anni Venti la proprietà fu acquistata da un giovane ticinese d’Argentina molto benestante, Mario Soldati, nato nel 1906 e trasferitosi a Lugano dopo la prematura morte di entrambi i genitori, che avevano accumulato una fortuna nell’America del sud. Verso la fine del decennio Soldati fece eseguire importanti interventi di rinnovamento della villa con la formazione tra l’altro di un nuovo scalone in pietra di Verona, fu anche modificato l’ultimo piano per realizzare alcuni nuovi locali illuminati da finestre bifore sulla facciata sud mentre gli archi del se-

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Su questa pagina e a fronte, fotografie della villa durante la guerra.


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condo piano furono sostituiti da architravi. Mario Soldati morì improvvisamente a soli 26 anni nel 1932, la vedova e il figlio lasciarono la residenza che restò disabitata fino a ridosso della Seconda guerra mondiale. Nel 1939 essa fu scelta dall’esercito per l’ubicazione strategica a presidio del ponte di Melide nel timore di un attacco alla Svizzera da sud, e i militari vi entrarono già il 30 agosto 1939. Nel dicembre dello stesso anno Giovanni Alessio Soldati, figlio di Mario, vendette la proprietà alla SIMA, della quale era socio tra gli altri l’ingegnere Walter Maderni, tuttavia l’esercito ne mantenne l’uso fino al 1943 quando il complesso passò nuovamente di mano. Negli anni ’40 furono eseguiti altri interventi quali la trasformazione della copertura della lanterna per ricavare un’altana, forse per dotarla di un punto di osservazione più elevato e la soppressione del frontone, probabilmente andato distrutto per i danni al tetto dell’edificio verificatisi durante la permanenza dei militari, che portarono anche alla sparizione dall’abbondante materiale cartaceo di un archivio secondo i resoconti dell’epoca depositato nei solai. Conclusasi la guerra fortunatamente senza che la posizione strategica della villa fosse messa alla prova, agli inizi degli anni ’50 vi si insediò un ristorante con albergo. L’esercizio pubblico che prese il nome di “La Romantica”, trasse il suo successo anche dall’incantevole posizione della villa.

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1969: primo attacco alla villa e al parco Nel 1965 Jacky Wolf, allora proprietario della Romantica, manifestò l’intenzione di riedificare l’area, estesa su 16’000 m2, costituita dalla villa, dagli edifici accessori con la darsena e dal parco. La Commissione cantonale delle bellezze naturali gli chiedeva di concentrare l’intervento in un unico elemento verticale17. L’intenzione di costruire si concretizzava con l’incarico progettuale all’architetto Rino Tami, che nel decennio precedente aveva costruito la Torre di Cassarate edificio nel quale risiedeva lo stesso Wolf. Tami elaborava il progetto con la collaborazione di Livio Vacchini, per consegnarlo al Municipio di Melide il 26 settembre 1969. Vi si prevedeva la realizzazione di una torre alberghiera di 22 piani in luogo di villa e parco e più a ovest sul sito dei fabbricati di servizio e del viale d’accesso di quattro palazzine residenziali di quattro piani ciascuna. La destinazione alberghiera consentiva di chiedere deroghe alla normativa vigente in materia di indici, distanze dalla riva e di altezze. La Commissione cantonale delle bellezze naturali esaminava il progetto e chiedeva di modificare l’ubicazione della torre di una ventina di metri in direzione di Melide, in modo da


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risparmiare la parte del parco sulla punta vera e propria, considerata la più pregiata (parte tuttora esistente) e di aumentare la distanza tra le palazzine, ma nel complesso si dichiarava favorevole. La progettata torre trovava però ferma e diffusa opposizione. L’architetto Rino Tami presentava la sua proposta alla Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali ed artistiche (oggi STAN), della quale era membro egli stesso. L’associazione chiedeva allora una perizia a tre architetti designati da Heimatschutz Svizzera. A contrastare decisamente la progettata torre si fece avanti anche l’avvocato Graziano Papa. La legge sulla protezione delle rive dei laghi fissava un indice di 0.3 e un’altezza di 3 piani. Il progetto necessitava di una deroga a entrambe le prescrizioni, resa possibile dalla destinazione alberghiera. Graziano Papa si adoperò perché la deroga non venisse concessa facendo notare che un grattacielo in mezzo al lago avrebbe avuto un impatto sconvolgente sul paesaggio. Ad analoghe conclusioni giunsero sia la perizia dei tre esperti di Heimatschutz, sia una seconda perizia del professor Paul Hofer del Politecnico di Zurigo18. La perizia Hofer si concludeva con un’ammonizione oggi di attualità. Il cattedratico sosteneva che il rischio insito nel cercare di attirare sempre più turisti era quello di distruggere ciò che essi venivano a cercare: il paesaggio tipico del lago di Lugano. Francesco Chiesa, fondatore e presidente onorario della Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali ed artistiche oltre che

ex presidente sia della Commissione cantonale della protezione delle bellezze naturali sia della Commissione cantonale dei monumenti storici fu invitato a intervenire nel dibattito e il 13 gennaio 1971 si espresse con una lucida nota inviata al giornali. «Il proposito di costruire sulla punta di Melide un grattacielo mi sembra deprecabile e funesto per due ragioni. L’edificio che si vorrebbe distruggere è un’antica villa, d’un tipo rarissimo quasi unico esempio lungo le rive del lago di Lugano; la costruzione progettata, di grande altezza e mole sarebbe in aperto contrasto con il carattere di quel luogo e l’indole del paesaggio». Oltre alla questione paesaggistica, già esaminata dai periti, Chiesa sollevava per primo quella del pregio della villa19. Mario Agliati riprendeva o stesso ma in un suo intervento: «Piuttosto scettico sulle costruzioni dell’avvenire, resto tuttavia sensibile alle testimonianze del passato, che bisognerebbe cercar di difendere a ogni costo, facendo proprio l’opposto di quel che si è fatto e si fa nella nostra Lugano, ch’è nel caso l’esempio da offrire a tutti per indicare come non si deve fare. E allora opino che sarebbe veramente un peccato che dovesse scomparire la bella costruzione detta oggi “La Romantica”, ch’è una delle pochissime ville signorili tuttavia esistenti sul lago di Lugano; né si dica, come ho udito che oggi quella costruzione in pratica non esiste più, dato che essa opportunamente ridotta a uso e aspetti più consoni alle sue origini, può essere pur riproposta in gran parte nel suo prisco aspetto»20.

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Architetto Luigi Nessi, prima proposta di sistemazione della Punta di Melide 1969.


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La proposta Tami Vacchini era indicata dai suoi sostenitori come un complemento del progetto di sistemazione delle aree pubbliche alla Punta che il Municipio del villaggio aveva avviato nel 1964 con l’incarico all’architetto Luigi Nessi di elaborare un progetto di massima in tale direzione. Il progetto Nessi, presentato nel 1969, prevedeva il ridisegno dell’area comunale adiacente la proprietà Wolf con la creazione di diverse attrezzature turistiche: un porto, un lido con tre piscine, campi da tennis e un campo per il gioco, insieme a nuove aree verdi presso la riva e a una passeggiata di collegamento con Bissone lungo il lato meridionale del ponte. Tami e Vacchini immaginavano, infatti, l’apertura al pubblico di tutta la superficie del fondo, circa 16’000 m2 che sarebbe andata a sommarsi ai 38’000 già di proprietà comunale e ai 32’000 che nel progetto Nessi si prevedeva di ottenere mediante ripiena. La torre trovava un sostenitore in Gillo Dorfles che in una conferenza sul paesaggio tenuta a Lugano nel 1971 si dichiarava favorevole al progetto21. Il Consiglio di Stato però, stabilì di non concedere le deroghe richieste e il committente dovette rinunciare all’edificazione. Procedette invece seppure lentamente, l’iter della sistemazione delle aree pubbliche e giunse a termine negli anni ’80 con il completamento della passeggiata. Villa e parco, messi in evidenza dal percorso pedonale che li abbraccia, costituiscono ora un bene culturale e paesaggistico irrinunciabile e, dopo l’alt imposto nel 2009 dal Consiglio di Stato alla demolizione già concessa dalle autorità comunali di Melide, che avevano permesso di realizzare al posto della vila un edificio a destinazione alberghiera di volume molto maggiore, esigono una preventiva tutela che deve avere lo scopo di avviare un serio intervento di ricupero.  1 Villa Galli a Melide (La Romantica), un monumento storico artistico da salvare, “Il nostro Paese”, a. LX, n. 295, gennaio-marzo 2008, pp. 2-35.   2 C. Agliati, a cura di, Un ingegnere senza Politecnico Pasquale Lucchini 1798-1892. La vita e i documenti, Commissione culturale della Collina d’Oro, 1990, p. 21.   3 Zentralbibliotek Zürich, Kartesammlung, Pietro Neurone.   4 S. Ghigonetto, Leopoldo Galli Architetto di Vittorio Emanuele II Re d’Italia: ipotesi e scoperte sulla sua opera in Ticino e Piemonte, “Il nostro Paese”, anno LX, n. 295, gennaio-marzo 2008, pp. 25-32.   5 P.G. Gerosa (1988), Le ville del lago di Lugano. Un inventario storico-urbanistico, risultati della ricerca commissionata dal Dipartimento della pubblica educazione del Cantone Ticino, S.l., 1988, pp. 5-6.   6 Archivio storico del Comune di Melide, “Catasto copiato l’anno 1831 dal catasto dell’anno 1765”.   7 Archivio di Stato di Bellinzona, Sezione delle bonifiche e del catasto. Il registro catastale corrispondente

alla mappa del 1852 è andato perduto. Non è quindi possibile avere la descrizione collegata ai subalterni presenti sulla mappa né l’indicazione del nome del proprietario.   8 Come in molti casi dell’edilizia rurale di riferimento, gli archi della facciata occidentale si presentano oggi tamponati.   9 Gli archi dell’ordine superiore sono stati in seguito ridotti a forma rettangolare. 10 S. Martinoli, Villa Galli nell’iconografia di Melide, “Il nostro Paese”, anno LX, n. 295, gennaio-marzo 2008, p. 12. Per la villa di Vincenzo Vela si veda W. Canavesio, L’edificio (dal 1862 al 1919), in: G. Mina Zeni, a cura di, Museo Vela, le collezioni, Cornèr Banca, Lugano 2002, pp. 25-35. 11 Balconi di questo tipo si trovano facilmente a Torino, ad esempio negli edifici di piazza Vittorio Emanale (oggi piazza Vittorio Veneto), opera del ticinese Carlo Giuseppe Frizzi del 1827, mentre sono rarissimi nella Milano della Restaurazione. 12 M. Agliati, G. Ortelli Taroni, M. Redaelli, Melide e Milí, Pro Melide, Nuova Edizioni Trilingue SA, Porza 1983, p. 77. 13 Ghigonetto op. cit., F. Pernice, a cura di, La Mandria di Venaria. L’Appartamento di Vittorio Emanuele II, Celid, Torino 2008, p. 47. 14 I quotidiani ticinesi negli anni intorno al cambio del secolo riportano notizie sui numerosi interventi benefici di Ezio Galli insieme al fratello Pirro, residente a Milano, segnatamente a favore della scuola di Melide. 15 Il Catastrino del Comune di Melide compilato nel 1912 riporta come proprietario il dottor Guglielmo Schimmel di Viganello. 16 Archivio di Stato, Bellinzona, Sezione delle bonifiche e del catasto, Massagno apr 1921 Walter Maderni geom. RF Lugano, Comune di Melide Copia piano originale 7. 1:500 1920 17 Lettera del 27 aprile 1965: «Di fronte alla spiccata orizzontalità del manufatto viadotto della strada nazionale nr. 2 – spiccata orizzontalità che ha così decisamente modificato il paesaggio – la CBN può prendere in considerazione una soluzione il cui elemento dominante sia costituito da una casa alta, da una torre». 18 Relazione dattiloscritta non datata firmata Avv. Fernando Pedrini, presidente della Società ticinese per la conservazione delle bellezze naturali ed artistiche conservata in copia in Archivio del Moderno, Mendrisio, Fondo Rino Tami e pubblicata in “Giornale del Popolo”, 28.1.1971. Relazione dattiloscritta del professor Paul Hofer dell’11 gennaio 1971 conservata in copia in Archivio del Moderno, Mendrisio, Fondo Rino Tami. Il testo della perizia Hofer fu pubblicato in: “Giornale del Popolo”, 15.1.1971. 19 La dichiarazione di Francesco Chiesa è in: “Giornale del Popolo”, 15.1.1971. Ci si può domandare perché Francesco Chiesa non abbia trattato Villa Galli nel suo testo a corredo dei due volumi sul Ticino della collana “La Casa borghese nella Svizzera” pubblicati nel 1934, ma quasi tutti gli edifici là descritti sono anteriori al XIX secolo. 20 Mario Agliati, Le due tesi a confronto, in Casa Torre e promozione del paesaggio, servizio a cura di Guglielmo Volonterio, “Corriere del Ticino”, 9.4.1971, pp. 10, 11. 21 Gillo Dorfles tenne una conferenza sul tema del rapporto tra architettura e paesaggio alla Scuola tecnica superiore l’8 marzo 1971.


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Alla scoperta dell’ornatista professor Luigi Ramelli e della sua casa a Grancia

Ritratto di Luigi Ramelli.

Scorcio della sala riccamente decorata della casa natale di Luigi Ramelli a Grancia. La casa che ora vi presento si trova nel cuore del vecchio nucleo di Grancia e la sua forma piuttosto irregolare fa pensare che sia stata più volte rimaneggiata ed ampliata anche se, come dimostrano le singole strutture, la parte più antica dovrebbe risalire al 1500. Posta di fronte alla casa natale dell’architetto Bernardo Ramelli ha l’ingresso principale che si affaccia sulla piazzetta recentemente intitolata a ricordo dell’emerito architetto. Ma la particolarità di questa casa è racchiusa al suo interno dove la ricchezza e la varietà delle decorazioni a stucco e le pitture dominano i soffitti e le pareti. I soggetti spaziano dal disegno geometrico di ornato alle ghirlande di fiori e frutta, animali, paesaggi, ritratti … insomma una tavolozza di colori opera a più mani di una famiglia di artisti ticinesi originari di Grancia e più precisamente la famiglia dell’ornatista e professore di belle arti Luigi Ramelli che, oltre ad essere il mio bisnonno materno, era cugino primo del noto architetto ticinese Bernardo Ramelli. Egli tra-

scorse la maggior parte dei suoi anni lontano dal suo paese e così si spiega il motivo per cui qui in Ticino non sia conosciuto. Colgo quindi l’occasione di dare qui di seguito alcune interessanti notizie che lo riguardano.

Da Grancia a Firenze Figlio di Giovanni Battista Ramelli (1815) e di Maddalena Foglia (1823), Luigi Ramelli nacque a Grancia il 16 giugno 1851. Si trasferì a Firenze molto giovane, all’età di circa quindici anni, dove studiò all’Accademia di Belle Arti. Terminati gli studi si trattenne ancora nella città di Firenze ed iniziò la sua carriera artistica in via Borgo Pinti 49 presso l’avviato laboratorio di ornato gestito da suo zio Bernardo, fratello di suo padre Giovanni Battista1. In quegli stessi anni lo zio Bernardo accolse nel suo atelier fiorentino anche il nipote Niccola2. I due fratelli Luigi e Niccola, entrambi ornatisti, ebbero l’oc-

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Maria Piceni


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casione in quel periodo di lavorare insieme in diverse opere, la maggior parte delle quali si trovano a Firenze3. Il 4 ottobre 1881 Luigi Ramelli sposò a Cunardo (Varese) Maria Beatrice Adreani, di appena diciotto anni, da cui ebbe dieci figli, dei quali solo sette arrivarono all’età adulta.

ria…», così scriveva Luigi Ramelli alla moglie Maria Beatrice al suo arrivo nella città di Bogotá narrando le peripezie del suo incredibile viaggio iniziato a Saint-Nazaire (Francia), nel quale considerava una passeggiata di piacere la traversata transatlantica confrontata con il viaggio attraverso il rio Magdalena e la salita da Caracolí a Bogotá.

Un altro angolo della sala dipinta con elementi floreali; sulla destra grande quadro che ritrae Luigi Ramelli eseguito a carboncino dal figlio Maurizio, che fu anche autore di diverse pitture murali della casa.

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Da Firenze a Bogotá Nel 1880 il governo colombiano era alla ricerca di artisti europei ai quali conferire l’incarico di costruire diversi monumenti nazionali e con l’intenzione inoltre di aprire una scuola di Belle Arti a Bogotá. Nel 1883 fu indetto un concorso organizzato da Ricardo Roldán, console degli Stati Uniti della Colombia a Roma, che fu vinto da Luigi Ramelli grazie ad uno splendido Panneau in gesso da lui realizzato. Il 13 aprile 1884 dopo un lungo ed avventuroso viaggio durato ben 32 giorni arrivò in Colombia sotto il governo del presidente José Eusebio Otálora ed insieme ad altri artisti italiani come l’architetto Pietro Cantini e lo scultore Cesare Sighinolfi, diede vita ad alcuni dei monumenti nazionali più importanti dell’epoca repubblicana sia della Capitale che del Paese. «Ringrazio Dio perchè, finalmente, sono potuto arrivare al mio destino, mia carissima Ma-

In seguito, nell’anno 1886, fu raggiunto in Colombia anche dalla moglie Maria Beatrice e dal figlio Colombo nato a Grancia il 30 ottobre 1884. In quello stesso anno, e più precisamente il 20 luglio 1886, fu inaugurata ufficialmente la Scuola Nazionale di Belle Arti a Bogotá e Luigi Ramelli fu nominato direttore della sezione di ornato dando inizio alla formazione dei giovani artisti colombiani, incarico che mantenne fino al 1909. La professione dell’ornatista era praticamente sconosciuta nella città ed egli creò il primo e probabilmente più importante Studio di Arti decorative in gesso del paese, nel quale vennero realizzate molte delle opere di quell’epoca.


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Teatro Cristóbal Colón a Bogotá Tra le innumerevoli opere realizzate da Luigi Ramelli spicca l’elegante Teatro Colón che si trova nel centro storico della città di Bogotá, inaugurato il 12 ottobre 1892 per festeggiare il quarto centenario della scoperta dell’America. Questo edificio in stile neoclassico, opera dell’architetto italiano Pietro Cantini, è considerato uno degli edifici più significativi del Patrimonio storico e Culturale della Nazione. Egli si occupò in particolare della decorazione dell’arco che circonda la scena del teatro, del soffitto del salone dei concerti, dei palchi della prima e seconda fila e del lampadario centrale. Luigi Ramelli realizzò lo stemma dello scenario con una serie di pannelli che uniscono medaglioni, cherubini, girali e ghirlande e decorò i palchi della prima e seconda fila con elementi a tema allegorico che rappresentano la musica, il dramma e la commedia. Per i palchi della seconda fila, dove si trova anche il Palco Presidenziale, eseguì un ornamento più ricco: le quattro stagioni rappresentate da giovani e graziose immagini femminili sono poste entro medaglioni e adornate da corone di fiori che si estendono lateralmente in forma di ghirlande e sostengono a lato due teste di uccello. Tutte le parti ornamentali furono dorate con foglie d’oro di 24 carati. La sala principale ha una capacità di 908 posti, insomma un teatro che per la ricchezza dei suoi decori e per l’ottima illuminazione interna si può paragonare ai più importanti teatri europei.

to a Bogotá il 15 novembre 1891, che svolse gli studi nell’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. Maurizio mostrò il proprio talento soprattutto nei campi della decorazione murale e della pittura, dipingendo moltissime opere all’interno di monumenti nazionali e di numerose chiese colombiane, senza dimenticare la casa di famiglia a Grancia.

Abitare una casa che richiede infinite cure Gli interventi che si sono rivelati più urgenti ed importanti sono stati quelli che riguardano il consolidamento delle strutture e dopo aver eseguito i rilievi completi della casa abbiamo

A sinistra: interno del Teatro Cristóbal Colón a Bogotá. Il professor Luigi Ramelli si occupò in particolare della decorazione dell’arco che circonda la scena del Teatro e dei palchi della prima e seconda fila. A sinistra in basso: particolare dei decori dei palchi della seconda fila del Teatro Cristóbal Colón.

Nel 2004, in occasione dei 120 anni dall’arrivo di Luigi Ramelli in Colombia, il Teatro de Cristóbal Colón e la Fundación de Amigos del Teatro Colón, organizzò, con l’appoggio dei discendenti della famiglia Ramelli che vivono tuttora in Colombia, una interessante esposizione che illustrava ai colombiani l’impronta dei Ramelli nell’architettura e nell’arte decorativa del paese4.

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1910: ritorno alla casa natale di Grancia In seguito alla prematura morte della moglie Maria Beatrice, Luigi Ramelli lascia nel 1909 il suo incarico di professore all’Accademia di Belle Arti di Bogotá e nel 1910 ritorna alla sua patria. Ma il lavoro da lui iniziato fu tramandato ai figli, in particolare modo a Colombo che, seguendo le orme paterne, seguì i propri studi a Firenze presso l’Accademia di Belle Arti dove ottenne il diploma di Scultore Decoratore Ornatista e nel 1904 ritornò a Bogotà, continuando la professione del padre nel laboratorio di arti decorative di famiglia a Bogotá. La vena artistica della famiglia Ramelli fiorì a Bogotà anche grazie all’altro figlio di Luigi, Maurizio na-

Maurizio Ramelli, pittore e decoratore. pensato come procedere. Sono stati posati tiranti in acciaio nei solai oltre ad alcune chiavi in facciata mentre per quanto riguarda l’interno si è trattato di una delicata operazione chirurgica perché si è dovuto intervenire sopra al soffitto riccamente decorato della sala la cui trave di sostegno dava pericolosi segni di cedimento a causa del sovraccarico delle camere. Abbiamo quindi operato dall’alto sollevando il parquet di


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Alcune pitture tratte dal mondo animale che decorano le pareti della casa. perdite d’acqua, siamo intervenuti anche nella zona dei bagni pensando un nuovo e più razionale percorso per le nuove tubature e creando dei nuovi bagni più confortevoli. Ma arrivati a questo punto facciamo una breve sosta perché oltre alla spesa anche il disagio fa la sua parte anche se una lunga lista di altri lavori da eseguire ci attende nel cassetto perché questa casa richiede innumerevoli e infinite cure. È da tener presente che tutti i suddetti interventi sono avvenuti nell’assoluto rispetto dell’esistente e con non pochi vincoli fra i quali per esempio l’impossibilità di eseguire scanalature nei muri.

1 Bernardo Ramelli, stuccatore, nasce a Grancia il 16 settembre 1822 e si può considerare il pioniere della decorazione artistica in gesso della famiglia Ramelli. Egli era zio anche dell’architetto Bernardo Ramelli che era detto appunto Bernardino. In base ai documenti in nostro possesso risulta che la maggior parte degli stucchi da lui eseguiti nella seconda metà dell’ottocento si trova a Firenze: ornati e fregio sopra gli specchi della sala da ballo di Palazzo Borghesi, cornicione di Casa Antinori, frontone della sala da pranzo di Palazzo Torre, tappezzeria di stucco di Palazzo Gerini, ornati a Villa Poggio Imperiale, fregi a Palazzo Cappelli, fregi per il Gabinetto delle Reali Scuderie ornati per il Palazzo della Principessa Orloff.... Bernardo Ramelli lavorò anche a Pisa dove eseguì nel 1865 gli ornati in stucco nella sala da pranzo e sala da ballo di Palazzo Franceschi. Marco Ramelli conserva nella sua casa di Grancia un bel ritratto di Bernardo Ramelli ventitreenne eseguito ad olio su tela. 2 Niccola Ramelli nato a Grancia il 13 dicembre 1846,

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alcuni locali al secondo piano e inserendo sopra al soffitto di cannette, su cui si trovano gli intonaci dipinti, alcune putrelle in ferro di sostegno dei pavimenti delle camere ed appendendo con particolari tiranti il soffitto sottostante. Un lavoro da certosino è stato il completo rifacimento dell’impianto elettrico eseguito a regola d’arte mantenendo i vecchi tubi esterni in zinco e sostituendo i vecchi cavi esterni in stoffa che erano completamente cotti dal tempo con altrettanti nuovi, sono state realizzate anche nuove prese di corrente in aggiunta alle pochissime esistenti. Le finestre molto deteriorate a vetro semplice sono state sostituite con nuove finestre in legno con doppi vetri, sono state invece restaurate e quindi mantenute due finestre poste a chiusura delle verande al secondo piano con sottilissimi vetri colorati a forma di rombo e i finestroni della sala e sala da pranzo. Altro intervento di un certo rilievo è stato quello per l’esecuzione del nuovo impianto di riscaldamento a gas in sostituzione di due grandi stufe a nafta posizionate una al primo piano e l’altra al secondo piano che a loro volta avevano sostituito il precedente riscaldamento con camini e stufa economica. I dipinti più pregiati sono stati restaurati in alcuni punti dove si presentavano macchie o distacchi di colore a causa di perdite d’acqua o in seguito a problemi di condensa mentre i soffitti e le pareti dei corridoi e delle scale che presentano decori più semplici sono stati rifatti a velatura e riprendendo gli stessi decori grazie agli stencil originali tuttora esistenti. Recentemente, in seguito a


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Soffitto dipinto di una delle camere. fratello di Luigi, si sposa a Firenze nel 1877 con Giuditta Fallaci di Greve Chianti. Ha vissuto quasi sempre a Firenze dove ha studiato, lavorato ed ha abitato con sua moglie Giuditta. La sua casa di Grancia, che aveva fatto costruire per sé, veniva abitata solo saltuariamente e principalmente nei mesi estivi. Il motivo che lo ha in seguito spinto a venderla al nipote Paolo Signorini figlio di sua sorella Emilia Ramelli (sposata con Angelo Signorini) si può ricondurre al fatto che non aveva avuto figli e che i suoi interessi erano a Firenze dove è vissuto fino alla morte. 3 Luigi lavorò con suo fratello Niccola nella Chiesa di Sesto Fiorentino e negli Hotel Savoia, Della Pace e villa Zombaloff a Firenze. Prima di partire per la Colombia, nel 1881, Luigi Ramelli decorò due altari della chiesa di Santa Margherita a Cortona (Arezzo). 4 Fra le numerosissime opere realizzate a Bogotá dal professor Luigi Ramelli sono anche da ricordare le decorazioni eseguite in altri importanti edifici, fra i quali si possono ricordare: le decorazioni interne del Tempietto al “Liberatore” eretto per contenere la statua di Simon Bolivar, il salone giallo del Palazzo della Carrera ora Casa del Nariño, il Palazzo di San Carlo, Il Palazzo Municipale, i mascheroni del Campidoglio Nazionale, le cappelle de Las Angustias e Santa Isabel de Hungría nella Cattedrale, il salone principale di Palazzo Echeverri (ora Ministero della cultura), la Cappella di S. Antonio da Padova nella Chiesa di Nuestra Señora de Las Aguas.

Sala da pranzo della casa di Grancia con stucchi e pareti interamente dipinte.


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Quarant’anni di Premi Wakker

La ricchezza della cultura architettonica in Svizzera La cittadina di Stein am Rhein fu la prima a ricevere il Premio Wakker nell’ormai lontano 1972. Quest’anno, l’ambìta distinzione è andata a nove Comuni della cintura ovest di Losanna. L’assegnazione del Premio Wakker offre un’efficace lettura dell’evoluzione registrata in Svizzera da quattro decenni di pianificazione territoriale e di sviluppo degli insediamenti.

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Il territorio elvetico è esiguo, ma i beni culturali e architettonici sono quanto di più variato si possa immaginare. Questa ricchezza si riflette negli undici patrimoni iscritti nella lista dell’UNESCO, di cui otto di carattere culturale e tre naturali. Oltre a questi beni protetti, la Svizzera annovera una moltitudine di abitati e beni singoli meritevoli di protezione e significativi per la nostra identi-

si rivela tanto più importante in quanto i processi di rinnovamento edilizio e di densificazione del tessuto urbano si fanno viepiù mordenti. L’Heimatschutz Svizzera collabora alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica su questi fenomeni da sempre, in particolare dal 1972 con l’assegnazione del Premio Wakker.

Adrian Schmid segretario generale dell’Heimatschutz Svizzera, (da un articolo apparso su «Heimatschutz Patrimoine», n. 3, 2011, adattamento a cura di Fabio Chierichetti).

Monte Carasso, Premio Wakker 1993. (Foto: Heimatschutz Svizzera) tà culturale, la cui salvaguardia compete sia ai poteri pubblici e alle fondazioni private sia alle organizzazioni protezionistiche. Questo compito

A prima vista, sembra esserci una profonda cesura tra il primo comune insignito, la cittadina medievale di Stein am Rhein, e l’ultimo premia-


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Facendo uno strappo alla regola, nel 2005, anno del centenario dell’Heimatschutz Svizzera, il Premio è stato assegnato alle FFS per l’impegno profuso a favore della cultura architettonica. (Foto: Martin Stollenwerk) to, il gruppo di nove Comuni della cintura ovest losannese. A un capo, un’incantevole e pittoresca meta turistica, all’altro un’agglomerazione che ha conosciuto una crescita incontrollata. Tra questi due estremi, nel 1981, è stato premiato anche il Comune di Elm, che ora non esiste più, avendo il Canton Glarona approvato un’aggregazione che ha ridotto a tre gli iniziali quattordici Comuni. Il Premio Wakker simboleggia in tal modo i mutamenti profondi della nostra società e i problemi strutturali che ne derivano.

Rhein, erano considerati un intralcio per il traffico crescente. I veicoli intasavano le strade e gli abitanti abbandonavano i centri per trasferirsi nelle campagne adiacenti. L’agglomerazione losannese vive oggi lo stesso problema.

Pianificare con criterio per un territorio che elevi la qualità di vita

Oggi come un tempo, il Premio Wakker va inteso come un riconoscimento assegnato dall’Heimatschutz ai Comuni che hanno saputo riflettere e agire per valorizzare la loro identità, varando piani urbanistici frutto di un consenso costruito con il coinvolgimento di tutti gli attori, a tutto vantaggio di una qualità di vita superiore.

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Un esame più accurato permette di cogliere le similitudini che uniscono i vari Comuni premiati. All’epoca dell’alta congiuntura del dopoguerra, molti nuclei storici, come quello di Stein am

La crescente dispersione degli abitati e la necessità di densificare le zone urbanizzate aumentano la pressione esercitata sui monumenti e sugli abitati meritevoli di protezione, mentre la Confederazione intende decurtare i mezzi a disposizione della tutela dei beni culturali.


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Quattro Comuni che hanno ricevuto il Premio Wakker: Elm (1981), Porrentruy (1988), Berna (1997) e Delémont (2006). (Foto: Heimatschutz Svizzera)

Retrospettiva: quattro decenni di Premio Wakker 1972-1982: contro la perdita d’identità L’automobile è divenne negli anni della crescita economica l’elemento principe della pianificazione. Le strette strade dei centri storici furono in quel periodo vissute come ostacoli per la fluidità del traffico. Le modificazioni grossolane dell’assetto urbano per rendere più agevole la circolazione dei veicoli suscitò anche reazioni di scontento. Il Premio Wakker, istituito nel 1972, premiò in quegli anni i Comuni che avevano operato sagacemente a tutela della loro identità. Il primo comune premiato fu Stein am Rhein, poiché tutti gli ambienti interessati – autorità, popolazione, architetti e pianificatori – avevano saputo intendersi per conservare e assicurare uno sviluppo armonico a questa pregevole cittadina medievale. Nel 1982, l’ultimo anno di questo ciclo, fu premiato il Comune di Avegno.

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1983-1988: uno sguardo più ampio La premiazione di Muttenz, avvenuta nel 1983, ha segnato un nuovo indirizzo, essendo la prima volta che l’Heimatschutz Svizzera assegnava la distinzione a un comune di un’agglomerazione urbana. Il Premio Wakker riconosceva nella fattispecie la capacità di abbinare l’architettura contemporanea con le strutture storiche preesistenti e di progettare spazi urbani favorevoli a una qualità di vita superiore. Gli aspetti pianificatori divennero in questa fase predominanti: il Premio veniva assegnato ai Comuni che sapevano ragionare per fare di strade e piazze ambienti di vita e non soltanto assi di scorrimento o aree di parcheggio, valorizzare i nuclei storici, prendere misure adeguate per non soffocare gli elementi architettonici storici. Furono anche riconosciuti i meriti democratici delle decisioni, come fu il caso per Diemtigen nel 1986. Questo comune bernese a insediamento sparso ha saputo conservare la sua tipologia, poiché la popolazione locale aveva accettato la suddivisione del territorio in zona edificabile, zona agricola e zona protetta.


Quattro Comuni che hanno ricevuto il Premio Wakker: Gais (1977), Diemtigen (1986), Ginevra (2000) e Bienne (2004). (Foto: Heimatschutz Svizzera)

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1989-2000: grandi città e grandi architetti Nel 1989, Winterthur è stata la prima città con più di 20’000 abitanti a ricevere il Premio Wakker. Sono poi seguite San Gallo, Berna, La Chaux-de-Fonds, Basilea e Ginevra. Il riconoscimento non fu attribuito per la valorizzazione dei centri storici, bensì per la rivitalizzazione dei quartieri operai, delle aree industriali dismesse e degli stabili pubblici. Oltre a queste città, il Premio è stato assegnato anche a due piccoli Comuni, nei quali avevano però operato grandi architetti: Vrin, paese d’origine di Gion A. Caminada, e Monte Carasso, dove aveva lavorato Luigi Snozzi.

2001-2011: la pianificazione al servizio della qualità di vita L’ultimo decennio è stato connotato dagli interventi nei centri urbani per dare o ridare agli spazi pubblici (strade, aree verdi e non costruite) una funzione coerente per una migliore qualità di vita e cercare un equilibrio tra vecchio e nuovo. L’interesse si è spostato su località che hanno dedicato idee ed energie per scrollarsi di dosso l’immagine di siti anonimi. Uster, Bienne, Grenchen, i nove Comuni della cintura ovest losannese hanno permesso di gettare un nuovo sguardo sulla pianificazione in ambiente urbano del XX secolo. Dovendo procedere al riassetto del tessuto urbano, la domanda non era più quella di sapere se le nuove costruzioni avrebbero potuto giovare al miglioramento del contesto, ma in che modo avrebbero potuto contribuirvi. L’interesse si è rivolto anche alle agglomerazioni, per lungo tempo neglette, ora in piena attività per creare un’identità specifica e degna di considerazione. La pubblicazione per il 40mo del Premio Wakker (tedesco e francese) è stata inviata gratuitamente a tutti i membri e donatori a fine settembre 2011.

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Premio Wakker 2001: la ricompensa di un processo originale e di una visione

«Una bella soddisfazione» Nei nove Comuni della cintura ovest di Losanna, il 18 giugno scorso è stato un giorno di festa. Dibattiti, musica, mescite, discorsi e allegria hanno contraddistinto la cerimonia di consegna del Premio Wakker. Una sorpresa per la maggioranza degli abitanti, più attenti a quanto accade nel loro orticello che non al riassetto urbanistico della regione. Una bella soddisfazione per Ariane Widmer, da sette anni alla testa dello SDOL, che ha saputo animare e mobilitare i Comuni interessati a riunire gli sforzi per valorizzare un territorio degradato. Aveva già sentito parlare del Premio Wakker prima d’ora? Sì, già nel 1993, quando il Premio andò a Monte Carasso, che, grazie all’azione del sindaco di allora e di Luigi Snozzi, aveva saputo mettere a punto una strategia di miglioramenti del proprio territorio fatta di interventi all’apparenza minori ma che, sommati, formano un tutto coerente. Bene, Luigi Snozzi è stato uno dei professori ai quali devo la mia formazione. A Monte Carasso, il Premio riconosceva un processo. Ora, io stessa sono a capo di un processo, e il fatto che tale processo riceva la stessa distinzione è per me motivo d’orgoglio.

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Che impatto pensa possa avere il Premio Wakker sulla regione? Il bilancio fatto con parecchi sindaci e segretari comunali il giorno dopo la festa è arrivato alla conclusione che il Premio ha consentito a molte persone di capire che cosa sia lo SDOL. Un segretario comunale ha paragonato la situazione al nuovo sguardo che i montanari hanno rivolto al loro paesaggio quando i turisti inglesi hanno scoperto la bellezza delle Alpi! Per il Cantone, una bella soddisfazione, poiché ha potuto constatare il riconoscimento di un’esperienza di cui si fa carico e che incoraggia, ma che non è priva di ambivalenze. Lo SDOL è forse andato troppo avanti rispetto ad altri comparti del Projet d’agglomération Lausanne-Morges (PALM) di cui fa parte. Occorre quindi badare all’equilibrio. Che cosa significa esattamente l’espressione «Schéma directeur de l’Ouest lausannois»? Essa è per cominciare il titolo di un documento che illustra la proposta di pianificazione territoriale firmata tra il 2003 e il 2004 dai Comuni di Bussigny, Chavannes-près-Renens, Crissier, Ecublens, Prilly, Renens, Saint-Sulpice, VillarsSainte-Croix e Losanna con il Cantone di Vaud. In base a questo documento, il territorio dei nove Comuni viene riunito in un’entità unica. Questo schema e il modello concepito dall’ar-

chitetto-urbanista e paesaggista Pierre Feddersen fungono da riferimento per i lavori in corso. L’espressione designa però anche l’ufficio di cui sono alla testa con l’incarico di preparare ed attuare lo SDOL. In che modo il Premio Wakker potrà incidere sullo sviluppo futuro dello SDOL? Il problema dei beni culturali è sempre stato in cima ai nostri pensieri, ma da implicito diventa ora esplicito. Ai sei cantieri sin qui aperti, quest’anno ne abbiamo aggiunto un settimo riservato al patrimonio costruito e naturale. Siamo entrati in contatto con la sezione Monumenti e siti del Cantone. Prevediamo nel 2013 di avviare uno studio intitolato Inventaire et stratégie de préservation des ensembles bâtis. In linea generale, spero che il Premio Wakker stimoli i Comuni a considerare in modo diverso i loro beni culturali, sia per quanto riguarda l’architettura industriale sia per quella residenziale, che prendano coscienza delle loro responsabilità per quanto accadrà sul loro territorio.

Lorette Coen a colloquio con Ariane Widmer architetto-urbanista, capoprogetto Schéma directeur de l’Ouest lausannois (SDOL) (da un’intervista apparsa su «Heimatschutz Patrimoine», n. 3, 2011, adattamento a cura di Fabio Chierichetti).

Che eco ha avuto la consegna del Premio Wakker? Siamo riusciti a mettere in piedi una festa popolare attorno a un avvenimento che solitamente

Ariane Widmer, capoprogetto SDOL. (Foto: SDOL)


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sfugge all’attenzione del grande pubblico. Non era facile organizzare una festa per forza di cose decentrata. Poi, ci si è messo anche il tempo; vento e freddo non hanno certo invogliato la gente a partecipare! Tuttavia, le attività proposte in ogni comune sono state numerose e variate: due esposizioni, una presentazione Pecha Kucha, una serie di brevi interviste filmate di abitanti della regione e un finale meravigliosamente poetico, Malley s’éveille, opera dell’artista Daniel Schlapfer, proiettata sull’enorme serbatoio sferico del gasometro in disuso. La conclusione è che nessuno ha potuto ignorare l’assegnazione del Premio Wakker ai Comuni della cintura ovest losannese. I principali orga-

ni d’informazione – soprattutto nella Svizzera tedesca – hanno dato molto risalto all’avvenimento. Senza parlare dell’interesse suscitato negli ambienti specializzati: Marianne Huguenin, Presidente dello SDOL, Benoît Biéler, che è il mio assistente, e io stessa abbiamo partecipato ad almeno diciassette conferenze. Il 18 giugno è pure uscito il libro L’Ouest pour horizon Si è trattato di un caso fortuito e benvenuto, poiché questo progetto era antecedente al conferimento del Premio. È un’opera collettiva che presenta l’operato e il metodo di lavoro seguito dallo SDOL, improntato al prammatismo, alla

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Immagini di festa per la consegna del Premio Wakker. (Foto: SDOL)


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Foto di gruppo dei sindaci dei Comuni insigniti del Premio Wakker 2011. (Foto: SDOL)

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negoziazione sistematica e alle decisioni condivise. Grazie anche alle molte illustrazioni, offre una buona panoramica delle mutazioni in atto nella cintura ovest di Losanna. Quali sono le sfide che vi attendono? A corto termine, dovrebbero essere realizzate le infrastrutture di trasporto – l’inaugurazione della fermata della ferrovia suburbana, le trasformazioni della stazione di Renens, le linee tranviarie 17 e 18. Il nostro lavoro si dirige sempre più verso l’accompagnamento dei progetti d’urbanizzazione e di architettura. I problemi ci sono, e non li nascondiamo. La penuria di alloggi sprona i comportamenti speculativi. Nei Comuni della cintura ovest, i terreni di proprietà pubblica sono pochi, cosicché la capacità di contrastare il fenomeno speculativo è debole. Anche i sistemi di regolazione scarseggiano. Spero dunque che i responsabili politici sappia-

no evitare di “passare l’acqua bassa” e di interpretare correttamente gli interessi collettivi. Per esempio, potrebbero istituire una commissione di esperti, composta di urbanisti e architetti, che li aiuterebbe a dire di no quando occorre. Che destinazione avranno i 20’000 franchi del Premio? Non è ancora stato deciso nulla. Potremmo usarli per realizzare un film, come prolungamento delle interviste diffuse il giorno della cerimonia pubblica di consegna del Premio, che i Comuni interessati potrebbero mostrare ai visitatori. L’Ouest pour horizon (pag. 240 ), può essere ordinato all’indirizzo www.heimatschutz. ch/shop al prezzo di CHF 58 (CHF 45 per i membri dell’Heimatschutz Svizzera).


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Visita al Comune di Muttenz

A 28 anni dal Premio Wakker Il Comune di Muttenz aveva ricevuto nel 1983 il Premio Wakker per gli interventi effettuati a tutela del nucleo storico. Quali sono le sfide alle quali deve far fronte oggi? Abbiamo invitato Walter Ulmann, urbanista del Comune di Uster, e Claude Barbey, architetto del Comune di Grenchen, a compiere una gita a Muttenz. I due Comuni sono stati anch’essi insigniti del Premio Wakker. Patrick Schoeck-Ritschard storico dell’arte. Heimatschutz Svizzera (da un articolo apparso su «Heimatschutz Patrimoine», n. 3, 2011, riduzione a cura di Fabio Chierichetti).

La visita incomincia davanti al modellino di Muttenz in scala 1:500, che offre una bella veduta d’insieme dei quartieri residenziali, delle grandi superfici industriali a bordo Reno, l’au-

tostrada, i fasci di binari, i palazzoni ai margini del comune, ma anche la strada del villaggio costeggiata da piccole fattorie che disegnano una stella attorno alla chiesa circondata da un

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Muttenz, Premio Wakker 1983. (Foto: Heimtaschutz Svizzera)


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muro. Era stata la capacità di conservare l’integrità di questo nucleo a valere il Premio Wakker alla cittadina della campagna basilese nel 1983. All’Esposizione nazionale del 1939, Muttenz era stato presentato come un cattivo esempio di urbanizzazione selvaggia. L’area ricoperta di abitazioni monofamiliari sviluppatasi a partire dagli anni Venti come propaggine della Città di Basilea è enorme. L’unico intervento frutto di una progettazione era la città-giardino di Freidorf, costruita dopo la fine della prima guerra mondiale dall’architetto Hannes Meyer su un’area di 85’000 m2. Il piano regolatore poi varato si era concentrato sul nucleo storico, che si presenta con una struttura compatta, separata dalla nuova urbanizzazione da una striscia libera da costruzioni. Sui terreni ubicati in questa zona si esercita ora una forte pressione e i prezzi potrebbero schizzare verso l’alto. Essendo le riserve di aree edificabili praticamente esaurite, l’unica soluzione consiste nella densificazione, il cui potenziale è individuato nello spazio occupato dalle residenze monofamiliari.

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Ed è lì che il Comune conduce una politica attiva di densificazione dolce, facendo opera di consulenza tra gli abitanti. Ogni due anni, assegna un premio che riconosce le densificazioni su piccola scala ben riuscite. Questa politica sorprende Walter Ulman. A Uster, sostiene, sarebbe assai difficile attuare una politica del genere, perché il sogno di una casa propria rimane più vivo che mai. Claude Barbey spiega invece che a Grenchen non è in gioco la densificazione, bensì l’invecchiamento dei proprietari delle molte abitazioni monofamiliari presenti sul territorio comunale. Le giovani generazioni non sono attratte da quello stile di vita. E infatti si sta delineando un’altra tendenza, quella delle palazzine con appartamenti di livello superiore offerti in locazione. Guardando al futuro, Muttenz ha in progetto la costruzione di una scuola universitaria professionale su un’area di quasi mezzo milione di metri quadri. A questo fine, è stato necessario modificare il piano regolatore. Poiché non esiste alcuna base legale per tassare il plusvalore risultante dal cambiamento, il Comune ha avviato contatti con i proprietari dei terreni in questione per ottenere un indennizzo. I passi compiuti dall’amministrazione comunale godono dell’appoggio della popolazione, come testimonia la folta presenza di pubblico (trecento partecipanti) all’ultimo incontro informativo. Nonostante le priorità siano fondamentalmente diverse di quelle di 28 anni or sono, l’attaccamento degli abitanti al loro comune è rimasto intatto.

Uster, Premio Wakker 2001. (Foto: Heimatschutz Svizzera)

Grenchen, Premio Wakker 2008. (Foto: Keystone/G. Bally)

Freidorf, ottimo esempio di città-giardino. (Foto: Heimatschutz Svizzera)


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Villaggio, città, agglomerazione

Alla ricerca della bellezza Dove si può dire che la Svizzera sia più bella? In città o in campagna? Nei ricordi o in prospettiva? Sulle cartoline e al cinema o anche nella realtà? Quali elementi compongono questa immagine? Il Ballenberg, i trafori alpini, i centri commerciali, le autostrade?

Altdorf, Premio Wakker 2007. (Foto: Heimatschutz Svizzera)

architetto e responsabile dell’Uffico dei beni culturali del Canton Nidvaldo (da un articolo apparso su «Heimatschutz Patrimoine», n. 3, 2011, adattamento a cura di Fabio Chierichetti).

Il poeta dialettale Beat Sterchi, commentando per l’Ufficio dei beni culturali del Canton Berna il restauro della scuola di Mauss, villaggetto poco distante da Berna, ha scritto «Es isch schön ds Mauss!» (È bello Mauss!). La scelta di affidare l’incarico allo Sterchi è stata tutt’altro che casuale, visto che costui reputa, oltre a Mauss, anche il centro di Berna e Berna ovest le aree più belle della Svizzera. I due luoghi, così diversi tra loro, hanno però in comune il lavoro di architetti che hanno saputo operare con mano felice in direzione della densificazione. Il disgusto nei confronti degli insediamenti sparsi e disordinati è del resto condiviso da molti, non è certo un’opinione singola del poeta bernese. L’espansione tentacolare delle zone residenziali è un fenomeno che interessa primariamente le agglomerazioni, che poco hanno a che vedere con le nostre città.

Piccolo è bello Vi sono naturalmente visioni del bello più conservatrici di altre. La Fondazione per la cura dell’immagine dei luoghi e i paesaggi Archicultura propone una suddivisione della Svizzera in zone con buone e cattive caratteristiche di sito. Sull’Altopiano, regione a forte concentrazione di popolazione, la qualità degli abitati sarebbe in genere scarsa, mentre nelle regioni rurali sarebbe migliore. Bisogna dunque concludere che più periferica è la posizione, migliore sia l’aspetto dell’abitato? La risposta a questo quesito data dall’Inventario federale degli abitati meritevoli di protezione (ISOS) è molto più precisa: ne nomina 1285 d’importanza nazionale. Vi si trovano città (come Winterthur), borghi (come Biasca), villaggi (come Sobrio-Ronzano) e “villaggi inurbati” (come Vallorbes).

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Gerold Kunz


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Quasi tutte le citta (100 per cento) e i borghi (92 per cento) sono considerati insediamenti d’importanza nazionale. La proporzione è sensibilmente più bassa per i villaggi, visto che si arresta al 25 per cento. Ciò nonostante, sono proprio questi ultimi a essere più numerosi nella lista dell’ISOS: con 593 menzioni, rappresentano il 52 per cento di tutti gli insediamenti. Tra i 330 “villaggi inurbati” inventariati, 88 sono classificati come abitati

In effetti, due sono i fenomeni in atto: l’aumento della superficie ricoperta da insediamenti e la dispersione nel territorio di questa superficie. Una tendenza che anche Avenir Suisse denuncia in uno studio effettuato nel 2010 come contraria al principio costituzionale di una parsimoniosa utilizzazione del suolo. Quattro sono le immagini tipo della Svizzera che emergono negli ultimi cent’anni:

La Chaux-de-Fonds, Premio Wakker 1994. (Foto: Heimatschutz Svizzera)

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d’importanza nazionale. Anche l’ISOS, al pari di Archicultura, tiene in scarsa considerazione le agglomerazioni? La pressione al cambiamento è meno viva in periferia che non nei centri. I nuclei storici delle città cambiano poco, la nuova città si costruisce all’esterno, nelle agglomerazioni. Una tendenza deplorata da Martin Heller, che auspicherebbe una visione d’insieme dello sviluppo urbano. Roger Diener e Luigi Snozzi temono invece che spariscano le differenze tra spazi edificati e spazi non edificati. Solo la presenza di spazi distinguibili e riconoscibili nella loro evoluzione culturale risparmiano l’appiattimento di tutti gli spazi a un comune denominatore di basso livello.

• lo sguardo turistico – immagini di montagne, laghi, paesaggi idilliaci, borghi (inizio ‘900); • il paesaggio giardino – immagini di paesaggi agricoli, con piccoli nuclei rurali, villaggi (anni Trenta); • il paesaggio distrutto – le costruzioni cancellano il paesaggio idilliaco precedente, l’attività edilizia viene percepita come distruttrice dell’ambiente (anni Settanta); • il paesaggio insediativo – inventario delle agglomerazioni come rilevamento delle condizioni di vita di buona parte della popolazione (anni Novanta). Lo sguardo sugli spazi verdi, curati e lisciati, ma senza vita, e sull’uniformità dell’architettura fanno nascere sentimenti di nostalgia nei confronti del passato.


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Fläsch, Premio Wakker 2010. (Foto: Heimatschutz Svizzera)

Le agglomerazioni, un’irrinunciabile realtà Più recentemente, l’esposizione Paesaggi e costruzioni d’arte, realizzata l’anno scorso da Jürg Conzett per il Padiglione svizzero della 12ma Biennale di Venezia, presenta il risultato di varie escursioni attraverso la Svizzera che l’ingegnere ha intrapreso insieme al fotografo Martin Linsi. Il discorso proposto è la riabilitazione delle costruzioni che, ancora negli anni Settanta, erano bollate come nemiche dell’ambiente. Lo sguardo sulle agglomerazioni non coincide

ancora con la normalità, come indicano le reazioni nate dall’assegnazione del Premio Wakker ai Comuni della cintura ovest losannese. L’agglomerazione continua a rappresentare ciò che non vogliamo, ma che però creiamo, sviluppiamo e nella quale viviamo. Questa percezione è fortunatamente in via di modificazione; il grado di consapevolezza sui problemi che solleva un’agglomerazione come pure sul potenziale che racchiude sta crescendo. È questa la via da percorrere, non la ricerca di una bellezza “oggettiva”.

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Yverdon-les-Bains, Premio Wakker 2009. (Foto: Keystone/G. Bally)


Comunicato stampa  57

Iniziativa per il paesaggio Con un’unanimità rara a vedersi, la classe politica elvetica riconosce che l’espansione disordinata degli insediamenti è un problema grave. Però, quando si tratta di prendere il toro per le corna e adottare provvedimenti incisivi per contrastare la dilapidazione di quella preziosa risorsa che è il suolo, il Consiglio nazionale dà prova di una spaventosa mancanza di immaginazione. Nonostante parecchie ore di dibattito e una proposta bene strutturata del Consiglio degli Stati, la camera bassa non è stata capace di concordare una soluzione seria per migliorare una situazione fattasi insostenibile. Tutti gli elementi che contraddistinguevano positivamente il controprogetto sono stati espunti. «Pensando di poter mettere un freno allo sperpero del suolo con qualche operazione cosmetica alla Legge sulla pianificazione del territorio, il Consiglio nazionale non fa altro che girare in tondo», commenta sconsolata Sophie Michaud, membro del Comitato dell’associazione Sì all’iniziativa per il paesaggio. Se non si riduce l’estensione delle zone edificabili sovraddimensionate, se non vengono introdotti l’obbligo di compensazione per le nuove zone edificabili e il prelievo di una parte del plus-

Occorrono misure incisive per frenare lo sperpero di territorio. (Foto: Yves André) valore risultante dall’inserimento in zona edificabile, il controprogetto votato dal Consiglio nazionale il 29 settembre scorso non riuscirà a colmare le lacune riscontrate nell’applicazione delle disposizioni federali in materia di pianificazione del territorio. Un controprogetto del genere è assolutamente impalpabile. «O la decisione del Consiglio nazionale verrà corretta o il voto popolare rimetterà sui giusti binari la politica pianificatoria con un sì all’iniziativa», sostiene Raimund Rodewald, rappresentante delle organizzazioni promotrici dell’iniziativa.

Biodiversità nel bosco

Confezioni regalo talleri

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Zurigo, 20 ottobre 2011 Sorprendete amici e conoscenti con un regalo davvero speciale e contribuite alla protezione della natura e del patrimonio culturale svizzeri. In questo modo, sostenete la biodiversità nel bosco e l’operato dell’Heimatschutz Svizzera e di Pro Natura. L’ordinazione minima è di due confezioni da tre talleri ciascuna al prezzo di 30 franchi, escluse spese di spedizione e di imballaggio. State pensando a una festicciola tra amici o in famiglia? A un presente per i collaboratori o i clienti? Non dovete fare altro che effettuare un’ordinazione all’indirizzo info@tallero.ch o al numero di telefono 044 262 30 86. I talleri d’oro sono prodotti con latte biologico svizzero e con zucchero e cacao del commercio equo. Un bel regalo, un sostegno prezioso! Maggiori informazioni: www.tallero.ch


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Un primo passo per capire il Paese: saper vedere il verde e esserne ogni volta stupefatti Le foto sono tratte dal volume Il bosco del Cantone Ticino, edito e distribuito da Armando Dadò editore per gentile concessione del Dipartimento del territorio, Divisione dell’ambiente, Bellinzona.

È l’anno delle foreste, proclamato dall’ONU (l’Organizzazione delle Nazioni Unite). Se usciamo dall’abitato, il bosco è l’ambiente più ricco biologicamente, più eloquente per comprendere il pianeta in cui la sorte ci ha calato. Un pianeta il cui esordio si fa risalire a quattro miliardi e mezzo di anni fa. Sono 45 milioni di secoli, 4,5 milioni di millenni. In questa immensità temporale da capogiro, i primi vegetali che, dal mare, timidamente sbarcarono sulla terraferma furono gli umili muschi: il loro abito, sovente a forma di cuscino vellutato è composto da minuscoli fusticini fogliosi. Era la fine del Devoniano, 359 milioni di anni fa. Ma già nell’epoca successiva (il Carbonifero, fra 359 e 299 milioni di anni fa) la vita vegetale splendidamente giganteggiava. Erano alberi di 30 e più metri di altezza: Lepidodendri, Sigillarie e Calamiti. Formarono i depositi di legno all’origine dei giacimenti carboniferi. Rispetto a quella cronologia vegetale, l’uomo è recentissimo. Il primo ominide (Homo habilis) è datato fra 2,4 milioni e 1,5 milioni di anni fa. Ma l’uomo odierno, quale noi siamo (l’Homo sapiens sapiens), si fa risalire a soli 150’000 anni fa. Se concentriamo la storia del pianeta (come si è detto, di 4,5 miliardi di anni) in un solo anno (dal 1º gennaio al 31 dicembre), l’uomo con le nostre facoltà fisiche e mentali popola la Terra cinque minuti prima della mezzanotte di San Silvestro. Siamo gli ultimi venuti. Questa consapevolezza, di una vertiginosa priorità della foresta rispetto ai primi passi dell’Homo sapiens sapiens è essenziale. Ci induce a guardare al manto vegetale che riveste i nostri rilievi come a un monumento della natura che affonda le sue fondamenta in una remotissima archeologia. E ancora: il bosco è la componente più estesa, più densa, più corposa del nostro Paese. Nell’immagine del paesaggio è anche quella che più dovrebbe appagare i nostri occhi, la più armoniosa, anche nel colore. Dai verdi teneri della fogliazione, a quelli intensi estivi, ai bruni, alle pittoresche accensioni autunnali, al nudo brullo invernale, apparentemente inerte e assopito, ma già affollato di gemme intimamente ansiose di schiudersi. Un’immensità, quella delle foreste, ancoratissima al suolo. Eppure mobile, nelle fronde, ad ogni sollecitazione atmosferica: dalla più lieve – ed è un mite vacillare delle foglie – alle più veementi, quando i rami e il fogliame strenuamente bat-

tagliano con le raffiche impetuose. Uno scontro in cui raramente soccombono. Ma ricordiamo (era la vigilia dell’anno 2000!) la strage di alberi dell’uragano Lothar, soprattutto oltralpe. E ho negli occhi i cinquanta alberi travolti, ora è un anno, da una bufera nel castagneto del “percorso vita” sulla collinetta di Avra nei pressi di Loverciano, a Castel San Pietro: una delle mie mete abituali. Ma bastò una stagione per rinverdire di cespugli gli spazi sconvolti. Breve inciso: quella cupola verde lambisce un piccolo stagno che, in tempi lontani, salvai da un progettato interramento (lo si voleva cancellare colmandolo di ghiaie); ora, di giugno, il giallo vivace del giaggiolo acquatico (Iris pseudacorus, Flora Helvetica 2923) allieta quelle sponde, e la femmina del germano reale, sagittata di bruno scuro (Anas platyrhynchos, si veda di Roger Peterson, la Guida agli uccelli d’Europa, Muzzio, Padova 1988, p. 79), lentamente scivolando sulle acque, rimorchia il terzetto solidale della sua covata.

Siamo immersi in un verde dai molti pregi Quello forestale è un tema di grande spicco per il nostro Cantone. Più della metà del nostro territorio è coperta da un bosco che sovrasta, delimita e tiene in sesto le fasce pedemontane e i fondivalle, dove, nei distretti più popolosi, è in atto una progressiva conurbazione: gli abitati che, espandendosi, tendono a confondersi. Un bosco che, imperterrito, tuttora si espande particolarmente ai livelli montani, per un continuo declino della ruralità e per una legislazione di chiara impronta conservativa. Già la legge forestale del 1876 aveva tutelato i boschi di montagna, vale a dire gran parte del patrimonio forestale svizzero, tutela che la legge del 1902 estese a tutte le foreste e che la novella del 1993 rafforzò in chiave ecologica: vedi, di Ivo Ceschi, La progressione dell’area forestale ticinese (in questa stessa rivista, n. 214, maggio-giugno 1993, pp. 37-43). E, sempre di Ceschi, già capo della sezione forestale, va citato Il bosco del Cantone Ticino (edito dal Dipartimento del territorio, Bellinzona 2006), un’ottima descrizione del patrimonio forestale ticinese, accuratamente illustrata: l’opera di chi ha vissuto la foresta nella sua pienezza naturale, non solo come lo

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Graziano Papa


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scacchiere dei propri compiti istituzionali, anche emotivamente, come il paesaggio elettivo dello spirito. Un volume che non può mancare fra i libri di chi voglia seriamente darsi da fare per comprendere cos’è il nostro Paese.

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Sulla ragguardevolezza delle foreste va innanzi tutto considerato che una parte rilevante del

verde che tinge il nostro paesaggio è un bosco protettivo, una foresta che, stabilizzando i versanti con il vasto tessuto degli apparati radicali, protegge gli abitati e le vie di comunicazione sottostanti. Il bosco giova inoltre alla qualità dell’acqua che beviamo (quella che sgorga dal nostro suolo proviene in gran parte da aree forestali). E non è tutto. Si è calcolato che la copertura forestale svizzera assorbe annualmente più di 6 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Ciò grazie alla fotosintesi: il processo portentoso delle piante verdi che trasforma l’energia luminosa in energia chimica, rendendo possibile la sintesi di sostanze organiche partendo dall’anidride carbonica e dall’acqua. Contemporaneamente si ha la produzione di ossigeno, che giova alla qualità dell’aria. E ancora: le chiome degli alberi contribuiscono a trattenere, come un filtro, una parte delle polveri fini. Ed è appena il caso di ricordare che le foreste sono la fonte di una grande varietà di materiali (per l’edilizia, l’arredo, per vari usi industriali e artigianali e, sia pure in misura ridotta rispetto al passato, per il riscaldamento. Si aggiunga che il bosco svolge un ruolo importante per la conservazione delle specie animali (la fauna) e vegetali (la flora), contribuendo in

modo essenziale alla cosiddetta diversità biologica, oggi uno dei cardini di ogni gestione dell’ambiente a livello mondiale. Stretti gli uni agli altri, gli alberi formano, fra i loro rami e il sottobosco, un habitat ospitale per una ricca fauna (comprendente anche quella invisibile, ipogea, che popola il terreno) e, dove la luce penetra nel sottobosco, per una flora che ravviva l’immagine forestale, mirabilmente illustrando il volgere delle stagioni. Nel nostro Cantone, le specie vegetali spontanee sono 1900, di cui 61 presenti, in Svizzera, solo su suolo ticinese, secondo un elenco che Konrad Lauber – autore, con Gerhart Wagner, della citata Flora Helvetica (editore Haupt, Berna), oggi usuale per la determinazione delle specie – volle inviarmi il 30 dicembre 1996, quale omaggio per la mia recensione di quel prezioso volume. Complessivamente, le specie vegetali presenti, su suolo svizzero, sono 3000, tutte riprodotte con foto a colori e descritte in quel volume, con le rispettive aree di diffusione annerite su 2572 minuscole cartine geografiche della Svizzera, attinte dal mirabile monumento della botanica svizzera, l’Atlante della distribuzione delle pteridofite e fanerogame della Svizzera, di Max Welten e Ruben Sutter (Birkhäuser, Basilea e Boston 1982, al quale cooperarono circa 200 ricercatori sul campo). Le specie vegetali dell’intero arco alpino, dalle Alpi Marittime alle Alpi Austriache, sono 4500 (vedi Flora alpina, ein Atlas sämtlicher 4500 Gefässpflanzen der Alpen, di David Aeschimann et al., Haupt, Berna 2005); e qui dobbiamo renderci conto che la totalità del territorio cantonale è alpina: dal San Gottardo e dal Lucomagno a settentrione, al Generoso, al Bisbino, al Poncione d’Arzo e al Monte San Giorgio a meridione. Pertanto la geograficamente vaga nozione di Prealpi (dove cedono il passo alle Alpi?) e l’aggettivo prealpino sono vocaboli che potremmo tranquillamente scordare. Anche l’estremo lembo penzolante del nostro territorio, il Mendrisiotto, è alpino: appartiene alle Alpi meridionali, un concetto che da tempo si è affermato nella geologia della nostra regione. Né vanno sottaciute le virtù ricreative del bosco per ritemprare le condizioni psicofisiche dell’uomo del nostro tempo, sempre più immerso nell’artificio urbano. La quotidiana passeggiata nei boschi periurbani, vale a dire raggiungibili, da ogni abitato, in pochi minuti, è una delle consuetudini più rasserenanti, più giovevoli a una buona salute.

Si espande ma è per lo più sconosciuto Dal Settecento ad oggi, il bosco ticinese ha triplicato la sua superficie. E, imperterrito, ancora si espande colmando aree incolte, tendenzial-

Linescio: sullo sfondo il Faidon, in lingua, il faggetone, accrescitivo di faed, faid, faggeto, che ritroviamo in Faido e nel toponimo Faed, una delle composte “terre” (fra Rosed e Sonlert) del fondovalle bavonese che, da Cavergno, conduce a San Carlo. Da cui si accede alla capanna di Robiei e alla cima del Basodino, m. 3272, che raggiunsi già alla età di 10 anni, da Nante (frazione di Airolo) tramite il passo di Cristallina, dialetto Crosclina, che è il nome dell’alpeggio sottostante quel passo e significa capannello di alberi, boschetto, un alpeggio di pertinenza del Patriziato di Giornico, un toponimo pertanto che ha poco da spartire con i cristalli. Mio padre, nato nel 1890 nel maggengo biaschese di Mazzorino, ispettore delle Tre Valli – Leventina, Blenio, Riviera –, dal 1923 direttore delle scuole di Chiasso, mi abituò, già nei verdi anni, a escursioni sorprendenti per un fanciullo. Più tardi frequentai la Bavona. E qui lasciatemi dire che il sentiero che unisce Cavergno a San Carlo non può mancare nel repertorio di chi vuol rivivere il passato del nostro Paese.


Il rimboschimento nel bacino imbrifero del torrente Carcale sopra Gordola, nella seducente veste autunnale: un dipinto brulicante di bruni rossastri (i faggi), di gialli fiammeggianti (i larici), di verdi incorrotti (gli abeti). Una lode va data al forestale che predispose quel corale raduno: un inno allo splendore pittoresco della vegetazione che variamente reagisce al morso dei primi freddi.

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A sinistra: l’impressionante dissesto dell’area del demanio di Cusello, fra i Gradiccioli e il Monte Tamaro, prima della sistemazione idraulico-forestale del 1909.

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A destra: lo stato dell’area del Cusello nel 1924: il rimboschimento ha consolidato e rinverdito una pendice in preda allo sfascio delle alluvioni. mente spingendosi fino al limite altitudinale superiore della foresta. Ciò grazie a una prodigiosa profusione di semi, questi ovuli fecondati che racchiudono una pianticella allo stato embrionale, provvista di un tessuto nutritivo avvolto in un rivestimento che la protegge. Una copiosissima disseminazione che appartiene ai prodigi della vita vegetale. Fortunatamente le funeste previsioni degli anni Ottanta del Novecento: il Waldsterben, “la morte dei boschi”, non si sono avverate. Io stesso fui particolarmente impressionato da quelle lugubri previsioni di addetti ai lavori folgorati dal desolante degrado di alcune foreste dell’est europeo. E ricordo che, sul tema, pubblicai nel Corriere del Ticino, in una rubrica di terza pagina alla quale collaboravano anche Giovanni Bonalumi, Bruno Caizzi, Vincenzo Snider e Adriano Soldini – tutti nel frattempo scomparsi – uno scritto: Quando gli alberi verdeggiavano, poi confluito in Le erbe della foce (Dadò, Locarno 1993, pp. 22-26), in cui immaginavo (in un ipotetico diario del 2085, a cento anni da quello scritto) la proiezione di quei tetri presagi sull’immagine della verdissima collina di Pedrinate, alla quale fui sempre affettuosamente legato. Sta di fatto che il bosco più che mai ammanta i nostri rilievi, spesso dal pedemonte alla linea d’orizzonte, dove il verde dei crinali cede il passo all’azzurro del cielo. E non è solo un’evoluzione del nostro Paese. Philippe Domont, sapiente cultore dello scibile forestale, attesta che: «la superficie delle foreste europee sta aumentando ad un ritmo

incredibile» (vedi I segreti del bosco, ed. Dadò e Associazione dei forestali svizzeri, Locarno 1999, p. 6). Testimoniano la vitalità dei nostri boschi anche le immagini di rimboschimenti in condizioni apparentemente proibitive. Si vedano, fra quelle che accompagnano queste pagine – tutte attinte al citato volume di Ceschi – le foto della sistemazione delle frane della Val Caurga (Valcolla) prima dei rimboschimenti e nell’anno 2000 (Ceschi p. 139); dello scoscendimento del Sasso Rosso di Airolo del 1898 e la corrispondente immagine del 1924 (Ceschi pp. 114 e 115); quelle dello scoscendimento del Motto d’Arbino del 1928 e del 2003 (Ceschi p. 302); le foto del rimboschimento del bacino imbrifero del Carcale sopra Gordola (Ceschi p. 338); le immagini della sistemazione forestale e idraulica del demanio del Cusello nella zona del Monte Tamaro del 1909, prima del rimboschimento, e di 15 anni dopo, nel 1924 (Ceschi pp. 110 e 111). Sono esempi che esaltano l’esuberanza del nostro bosco, sia pure, in quei rimboschimenti, coadiuvata dalla mano del forestale. E qui mi rivedo fanciullo della terza elementare, quando, alla Festa dell’albero nell’area di protezione dell’acquedotto di Chiasso (alla Ruagina di Morbio Superiore), come usava nelle scuole di allora, piantai tre pianticelle di faggio su una ripida china erbosa, in buche predisposte dai forestali. E ancora sento nelle dita il diletto di accudire quei minuscoli alberelli affidati alla nostra premura.


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A sinistra: lo sfacelo della testata della Val Caurga (Valcolla) prima dei rimboschimenti. A destra: la stessa zona fotografata nel 2000: dall’orrore di uno sfasciume spettrale a un paesaggio meravigliosamente riscattato dalla foresta.

A destra: la foto riproduce la stessa zona nel 1956: le piantagioni hanno diligentemente rammendato l’immane strappo del 1898. Tutto ciò sembra un idillio. Ma, a dire il vero, è un idillio ingannevole. Il bosco è una meraviglia per lo più sconosciuta e ancor meno fruita dalla nostra gente. Ho assiduamente frequentato i

nostri boschi, e rarissimamente vi ho incontrato un’anima viva. Persino le recenti “passeggiate” di un nostro canale televisivo (di per sé encomiabili) furono sostanzialmente, per quello che

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A sinistra: lo scoscendimento del Sasso Rosso sopra Airolo, nel 1898.


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vidi, un rapido camminare attraverso il paesaggio, con rare riflessioni sugli spunti che la natura lambente il percorso (penso segnatamente alla flora) suggeriva. La vita delle piante è appassionante. Ma, alla prova dei fatti, l’albero non suscita particolari attenzioni. A Lugano è addirittura imminente una pesante falcidia degli alberi dell’approccio al tondo belvedere del parco civico, che sarà rivestito da spaesate, scostanti passerelle. E quella sosta panoramica è oggi la perla del golfo luganese! Eppure il parco pubblico, per definizione, dovrebbe essere un’esaltazione dello splendore vegetale. Mentre, per la nostra, come dire?… apatia vegetale, è altrettanto significativo che i parchi del nostro Cantone non si formarono per volontà degli enti pubblici, ma per quella di persone sensibili alle seduzioni vegetali, per lo più qui approdate da oltralpe. Così il parco dell’isola di Brissago (impostato dalla baronessa St. Léger), quello di Morcote (creato dal sangallese Hermann Arthur Scherrer), il parco di Vico-Morcote (del britannico Peter Smither), il vasto parco di San Grato, sulla dorsale di Carona (ideato da un appassionato botanico bavarese, realizzato dall’amico Luigi Giussani), il parco cosiddetto del Gambarogno, di San Nazzaro (un impianto dell’appenzellese Otto Eisenhut). Non parliamo della conoscenze specifiche. Per lo più non si va oltre i quattro o cinque alberi.

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Verde pubblico: il campionissimo è Morbio Inferiore Va ricordato che, secondo una norma introduttiva della legge federale sulla pianificazione del territorio (l’art. 3 lit. e), «occorre inserire negli insediamenti – ossia nell’abitato: città, borgo, villaggio – molti spazi verdi e alberati». L’immagine alla quale i comuni debbono tendere, secondo quella rafforzata disposizione quantitativa (quel molti è un avverbio raro nel lessico delle leggi) è pertanto quella di un quadro paesistico dell’abitato ravvivato e ambientalmente rinvigorito dando spazio al verde pubblico. La vivacità e l’armonia dell’albero quali interlocutrici del dominio dei muri e dell’asfalto. Si pensi ai cedri giganteschi e alle lustre magnolie dei giardini del Mendrisiotto (gli alberi più maestosi della nostra vegetazione esotica); ai tigli e ai platani vigorosi funzionali all’ombreggiamento dei piazzali per la ricreazione scolastica, di viali, dei parchi-giochi; alla gamma della vegetazione minore: gli arbusti che vivacizzano i viottoli pedonali o che recingono gli spazi di alcune pratiche sportive. Vegetali, i cespugli, a misura d’uomo, che consentono un approccio ravvicinato alle foglie, ai fiori e ai frutti. E qui il modello che merita una visita e, soprattutto, un’emulazione, è quello del vasto territorio di Morbio Inferiore che, dalla sponda sinistra

Sopra: la frana del Motto d’Arbino nel 1928; avevo 9 anni; da cinque anni abitavo a Chiasso, e ricordo che mio padre mi condusse in valle di Arbedo per vedere quel desolante sconquasso. A sinistra: la foto riproduce l’area dello scoscendimento nel 2003: anche qui il bosco ha colmato le pendici raschiate dallo scoscendimento. del solco della Breggia, spazia all’area dei supermercati del fondovalle, alla valletta ombrosa di Spinee traboccante di verde, percorsa da un ruscello (dove mi rivedo affastellare la capanna, come usavano i ragazzi chiassesi di allora, che fumavano il fusticino secco della rampichina vitalba – Clematis vitalba – e quelle sigarette legnose, nella parlata giovanile locale, erano i avana alludendo al più blasonato dei sigari; ed era, quella, tutta la nostra droga), al centro scolastico con le scuole medie, capolavoro di Mario Botta (le si ammirino oggi in veste rinfrescata), all’ampia conca degli impianti sportivi, alla schiera degli orti comunali, al lischeto, ora campo di mais, dove i cinghiali, la notte, celebrano i loro festini, agli accuditi vigneti che salgono a Fontanella. Nel volgere di una ventina di anni, quel comune ha diligentemente arricchito il suo territorio di 2200 fra alberi e arbusti, di una sapiente ricchezza di specie, accuratamente scelte e messe a dimora quale congeniale corredo agli spazi e alla funzione di ogni ambiente. Primo artefice di quell’impresa: Sergio Ferrari, appassionato cultore del verde urbano, meritevole di una citazione e di un pubblico elogio in questa rivista che si propone di avvalorare l’habitat umano, tanto da renderlo più confacente alle intime attese dell’abitante. Vivere in un habitat appagante nelle strutture, che armoniosamente dialoghi con il verde, sapendo emulare chi seppe far meglio di noi: potrebbe essere la divisa di ogni comune.


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Ho già segnalato alcune opere fondamentali sulla vegetazione del nostro Cantone, prima fra tutte quella di Ivo Ceschi, Il bosco del Cantone Ticino. Aggiungo alcuni altri titoli proponibili a chi ha interessi naturalistici. Dapprima i tre volumi Introduzione al paesaggio naturale del Cantone (Dipartimento dell’ambiente, BellinzoLa fiancata orientale del Monte San Giorgio. È la metà di maggio. Le chiazze chiare della fioritura della robinia evidenziano le zone in cui quella leguminosa riuscì ad insediarsi; ma sembra che quella pianta, già invadente, abbia raggiunto la massima espansione: starebbe regredendo na 1997, promozione e vendita Armando Dadò, Locarno), indispensabili per conseguire un quadro essenziale del patrimonio naturale del Cantone Ticino; di Anthony Huxley, l’affascinante volume Il pianeta delle piante, vita amori e morte dei nostri vicini vegetali (Mondadori, Milano 1975). Di Paola Lanzara, Il mondo delle piante (Mondadori, Milano 1976). Poi il già

citato volumetto di Philippe Domont, I segreti del bosco, 300 domande sulla vita degli alberi e delle foreste (Dadò, Locarno 1999), un capolavoro della divulgazione scientifica che, con la tecnica dei “perché” (che ricordo dai miei primi libri: la bella Enciclopedia dei ragazzi), risponde a 300 domande sulla vita degli alberi; e quasi ogni risposta è illustrata, al margine, da un disegno a seppia di Nikola Zaric, di una rara bravura e sensibilità. Un apice strabiliante del talento e dell’impegno umano, di un linguista convertito alla botanica, è il Taschenatlas der Schweizer Flora di Eduard Thommen (Birkäuser, Basel Boston 1983), con i disegni delle 3000 specie della flora svizzera, le cui edizioni, dopo la morte di Thommen, furono dapprima curate da Alfred Becherer, noto, da noi, per avere provveduto alla revisione degli erbari depositati presso il Museo cantonale di storia naturale, poi, a partire dalla sesta edizione, da Aldo Antonietti, già capo della Divisione natura e paesaggio dell’Ufficio federale dell’ambiente, delle foreste e del paesaggio, oggi ancora attivissimo sul campo della flora alpina, autore del volume Flora del Verbano Cusio Ossola (Provincia del Verbano Cusio Ossola, Verbania 2005); di Gregor Aas e Andreas Riedmiller, Alberi (Mondadori, Milano 1991), riccamente illustrato; di Mario Ferrari e Danilo Medici, Alberi e arbusti in Italia, Manuale di riconoscimento (Edagricole, Bologna 1998), 967 pagine di grande formato, con disegni e fotografie a colori. Ogni

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Nella zona paludosa presso Acquacalda (Lucomagno), nel bosco di pino cembro si alternano il larice e l’abete rosso: si noti il superbo rigoglio della foresta.


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A sinistra: Il betulleto sui monti di Gorduno, nella svettante eleganza invernale che ostenta il candore dei tronchi: un bianco che non ha l’eguale nella corteccia delle nostre piante.

specie è sistematicamente descritta secondo otto temi: identificazione sistematica; origine e diffusione; dimensione e portamento; tronco e corteccia; foglie, gemme e rametti; strutture riproduttive; note caratteristiche; avversità. Ogni genere è preceduto da un capitolo introduttivo. Degno di nota è anche l’omaggio di Carl Schröter alla vegetazione della fascia insubrica: Flora des Südens, die Pflanzenwelt Insubriens (Rascher Verlag, Zürich 1956). Particolarmente utile per la consultazione è l’opera enciclopedica Le piante e l’uomo, moderna enciclopedia del mondo vegetale (Bramante, Busto Arsizio 1979-1981): 5 volumi splendidamente illustrati, di circa 400 pagine ciascuno, alla quale collaborarono 280 botanici, delle università e di musei di storia naturale, particolarmente britannici, americani e tedeschi. Ma si tratta solo di un’affrettata scelta fra una ricchissima bibliografia. Il volume è un indispensabile insegnante. Lo scolaro è il nostro occhio. Che sappia riconoscere la pianta viva. Ma, per raggiungerla, occorrono altri aiuti: la disponibilità della mente e delle gambe ad avventurarsi nell’ignoto della natura. Meno televisione. Più visione dal vivo. È il concreto tangibile, vale a dire toccabile con le dita. E, oltre tutto, è salutare.

A destra: il faggio del Forell, il dismesso alpeggio a una quota di poco sottostante il culmine del Monte San Giorgio. Nel toponimo Forell di nuovo fa capolino il faggio, dialetto: fò, diminutivo forell, il piccolo faggio, il faggetto. Una pianticella che, fattasi adulta, come la foto abbondantemente dimostra, seppe glorificare quell’antica dedica, e oggi ancora non intende cedere il passo a un successore. L’amico Alberto Doninelli (Meride), che trascorse le estati della sua fanciullezza su quell’alpeggio accudendo vacche, pecore, capre e maiali, mi dice che allora l’albero, sia pure di dimensioni meno monumentali, già esisteva. A sinistra: il castagno nella splendida maestosità della selva castanile. Una scena tutta didascalicamente in posa, di un sapientissimo sociolinguista; la giovane sta radunando i ricci con l’apposito rastrello: si vedano il primo raccolto, adagiato su una pezza distesa al suolo e, appoggiato al tronco, il gerlo (italiano: gerla), con lo scialle per proteggere le spalle dalle barene: le ritorte di nocciolo delle bretelle del gerlo.


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Notizie ornitologiche

Saltimpalo

Maschio, Bolle di Magadino, marzo 2011. Gianni Marcolli (Fotografie dell’autore)

Nel 2010 la Stazione ornitologica di Sempach ha reso noto che in Svizzera vi sono 199 specie nidificanti su un totale complessivo di 500 specie osservate nell’ultimo decennio (332 in Ticino, 297 nei Grigioni, all’incirca 1000 in tutta l’Europa). Le rimanenti 300 sono specie svernanti o presenti limitatamente durante le brevi soste migratorie. Ma ciò che preoccupa è che fra le 199 specie nidificanti, ben 110 figurano sulla Lista rossa. Ciò significa che oltre la metà (55%) si ritrovano ormai in una delle categorie a rischio stabilite dalla IUCN (International Union for Conservation of Nature), ossia: 1) a rischio di estinzione (RE – extremely high risk of extinction) 2) minacciati di estinzione (CR – critically endangered) 3) fortemente minacciati (EN – endangered) 4) vulnerabili (VU – vulnerable) 5) potenzialmente minacciati (NT – near threatened)

In generale lo stato dell’avifauna in Svizzera sta peggiorando di anno in anno, come del resto in buona parte dell’Europa. Sulla lista rossa è pure presente il saltimpalo con la menzione NT e ciò riguarda la sottospecie rubicola, la sola presente in Svizzera e nei paesi confinanti. Più precisamente essa è diffusa in tutta l’Europa occidentale, tranne buona parte delle coste atlantiche, a Nord fino alla Norvegia meridionale, a Est fino al Caucaso, infine a Sud viene rilevata fino alle coste algerine e marocchine. Altre sottospecie sono presenti in Russia, Scandinavia, Asia e Africa. La Spagna registra la maggiore popolazione europea, mentre in Svizzera si contano all’incirca 500 coppie. Nella Svizzera italiana il saltimpalo non sta affatto meglio che nel resto della Svizzera, tanto che riuscire a reperirlo al di fuori del periodo migratorio risulta attualmente molto difficile. Il maschio ha testa nera e due strisce bianche laterali all’altezza del collo, mentre il dorso è bruno scuro. Nella parte anteriore il piumaggio ha sfumature rosso-arancio. Le femmine presentano un piumaggio analogo ma con tinte più chiare e non hanno bande laterali attorno al collo. La descrizione che si trova nel sito ufficiale della stazione ornitologica svizzera ha un tono solo parzialmente scientifico e vagamente poetico che vale la pena riportare. Mi sono permesso di tradurre il testo dal francese in modo del tutto personale: «il saltimpalo compagno dei pastori è l’abitante dei terreni marginali e dimenticati, dove le erbe maturano senza interferenze umane, dove i rovi offrono il meglio di loro stessi generando dolci more baciate dal sole. È qui che i contadini di un tempo vedevano danzare le fate ed è qui che il saltimpalo si compiace, osservando tutti gli eventi dall’alto di un fusto. Questo piccolo migratore parziale predilige il clima mite, approfittando in tal modo di ridurre la distanza del suo viaggio e la durata della sua assenza invernale». Per quanto riguarda gli individui nidificanti a Sud delle Alpi, i primi arrivi dalle aree mediterranee si notano tra febbraio e fine marzo, mentre le partenze autunnali verso meridione avvengono tra settembre e novembre. L’habitat è costituito da pianure e rilievi esposti a Sud fino a 800 / 1000 metri di altitudine, ma con il riscaldamento globale questa altitudine ha tendenza ad aumentare. Durante la migrazione primaverile e autunnale, con spostamenti prettamente notturni, le soste sono effettuate nelle zone agricole di pianura e in quelle umide, come ad esempio i canneti delle Bolle di Magadino.

Il nostro Paese, n. 308, aprile-giugno 2011

Nome latino: Saxicola torquatos Ordine: Passeriformi Famiglia: Muscicapidi (Muscicapidae), in passato classificato nella famiglia dei Tordidi (Turdidae) Lunghezza media: 12 cm Apertura alare: 18-21 cm Peso: 14-17 grammi Riproduttività: 1 o 2 covate all’anno, da 5 a 6 uova


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specie sopporta temperature medie superiori ai 2°C che in Ticino, a seconda dell’annata, si possono ritrovare solamente nelle zone planiziali del Mendrisiotto e nella parte occidentale del Piano di Magadino. Vi sono tuttavia inverni durante i quali in Ticino non viene osservato alcun individuo. Diurno e solitario, il saltimpalo si nutre principalmente di insetti (coleotteri, imenotteri, ditteri, emitteri), ragni, gasteropodi, lombrichi e piccole farfalle. Generalmente cattura le prede in volo lanciandosi da un posatoio, oppure al suolo saltellando dopo un breve inseguimento. Molti di questi insetti possono recare gravi danni alle colture, di conseguenza la presenza del saltimpalo è sicuramente benefica. L’evoluzione della specie nella nostra regione è fortemente condizionata sia dagli inverni rigidi, sia dall’habitat che ha tendenza ad essere sempre più limitato e ristretto a poche zone. Un sicuro aiuto può consistere nell’evitare l’uso di erbicidi, come pure evitare oppure ritardare lo sfalcio di cespugli e arbusti in piccole aree incolte, allo scopo di salvare la riproduzione. In pratica il taglio dovrebbe preferibilmente aver luogo solo a partire da agosto quando i nidi sono già stati abbandonati. Considerato che la specie si accontenta di una striscia erbosa non falciata di dimensioni anche ridotte, la tolleranza di simili aree intatte e incolte non dovrebbe rappresentare un grosso problema. La stazione ornitologica di Sempach ha calcolato che ad esempio nel Vallese la non osservanza di questi suggerimenti ha ridotto del 26% la popolazione dei nidiacei.

Bibliografia L. Maumary, L. Vallotton, P. Knaus, Les oiseaux de Suisse, Station ornithologique suisse, Sempach 2007 • L. Svensson, P. Grant, K. Mullarney, D. Zetterström, Le guide ornitho, Delachaux et Niestlé, Lausanne 2000 • R. Lardelli, Atlante degli uccelli del Ticino in inverno, Ficedula, Gravesano 1992

Il nostro Paese, n. 308, aprile-giugno 2011

La nidificazione avviene normalmente in terreni aperti e incolti ben soleggiati, laddove la vegetazione è bassa e rada ma vi è presenza di cespugli e arbusti con posatoi dominanti, necessari per osservare gli insetti da catturare. Normalmente si tratta di zone poste ai margini di siepi, vigneti, maggesi fioriti, brughiere, canneti, ma sovente anche sentieri o strade, ferrovie, canali, scarpate o cave di ghiaia. Il nido è costruito a terra, protetto da un cespuglio o sottostante un arbusto. La costruzione è opera della femmina e può aver luogo già nel corso del mese di febbraio, anche se normalmente ciò si verifica in marzo. In Ticino le 5 o 6 uova sono deposte fra il 13 e il 23 marzo, poi una seconda covata si registra in maggio o in giugno. La durata dell’incubazione è di 13-14 giorni; in seguito, dopo la schiusa, i giovani abbandonano il nido all’età di 14-16 giorni e diventano indipendenti una o due settimane più tardi. Gli svernanti sono rari individui isolati che rischiano la vita durante ogni nevicata. Infatti la

www.ornitho.ch (estrazioni dalla BD) www.vogelwarte.ch

Femmina, Bolle di Magadino, marzo 2010.

A sinistra: femmina con imbeccata, Lavertezzo-Piano, maggio 2009. Sotto: raro svernante su terreno innevato, Gerra Piano, gennaio 2008.


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Le Guide storico-artistiche della Svizzera pubblicate dalla SSAS La collana delle “Guide storico-artistiche della Svizzera” annovera quasi 900 titoli dedicati a città, località e monumenti, quali cappelle, cattedrali, monasteri, castelli, fortezze, edifici moderni e complessi industriali. Le pratiche guide riccamente illustrate fanno rivivere la storia di un edificio o di una località e pongono in risalto le sue caratteristiche peculiari. Apprezzate opere di consultazione, rappresentano anche preziosi ricordi di gite e viaggi. Le guide sono in vendita presso i relativi monumenti e nelle librerie, oppure possono essere richieste alla segreteria della SSAS. Vi presentiamo alcune guide concernenti alcuni monumenti siti nel Ticino. Il cimitero di Bellinzona Cristina Palma, Diana Rizzi, Lucia Pedrini-Stanga, Simona Martinoli Anno di pubblicazione: 2009 14 x 21 cm Numero di pagine: 64 Illustrazioni: 69 Prezzo: CHF 15.00

Il nostro Paese, n. 309, luglio-settembre 2011

Questa guida invita a considerare il cimitero non soltanto come luogo di raccoglimento dedicato agli affetti e alla memoria, ma come specchio della città dei vivi. Consacrato nel 1837 e ampliato a più riprese, il camposanto di Bellinzona si presenta infatti come un interessante museo di scultura all’aperto, dove è possibile ammirare le opere dei maggiori scultori attivi nella regione. Percorrendolo si colgono sia i passaggi delle diverse stagioni artistiche, sia la storia della città attraverso i nomi e gli epitaffi incisi sulle sepolture.


Recensioni   69

Sculture nello spazio pubblico a Bellinzona Autori: Anna Lisa Galizia, Lucia Pedrini-Stanga, Noemi Angehrn Anno di pubblicazione: 2009 14 x 21 cm Numero pagine: 48 Illustrazioni: 46 Prezzo: CHF 10.00 Questa guida propone un itinerario che invita alla scoperta delle sculture collocate nello spazio pubblico della capitale del Canton Ticino: dai monumenti commemorativi che comunicano contenuti storici e civici – a cominciare dal monumento all’Indipendenza del 1903 – alle opere concepite innanzitutto per decorare i nuovi spazi risultanti dall’evoluzione urbanistica nell’Ottocento e, in seguito, gli edifici di rappresentanza costruiti a partire dagli anni ’80 del Novecento. Un percorso segnato dalle opere eseguite dagli artisti della regione, che permette di evocare la storia della città, alcuni protagonisti della politica, come pure la storia dell’arte locale.

Collina d’Oro

Il nostro Paese, n. 309, luglio-settembre 2011

Autore: Katja Bigger Anno di pubblicazione: 2010 14 x 21 cm Numero pagine: 44 Illustrazioni: 54 Prezzo: CHF 12.00 Il comune di Collina d’Oro – nato dall’aggregazione di Gentilino, Montagnola e Agra – è noto per aver dato i natali a celebri famiglie di artisti e architetti che operarono soprattutto in Russia nel XVIII e XIX secolo e per essere stato il luogo di residenza per molti anni dello scrittore Hermann Hesse. Sul suo territorio si conservano importanti beni culturali, come il suggestivo complesso della chiesa parrocchiale di Sant’Abbondio, il cimitero neoclassico di Gentilino (un «museo all’aperto» in cui è possibile ammirare le opere dei maggiori artisti ticinesi degli ultimi centocinquanta anni), l’eclettica Casa Camuzzi a Montagnola, la chiesa barocca di San Tommaso ad Agra e numerosi piccoli oratori.


70  Recensioni

Santo Stefano di Rancate Santo Stefano di Rancate restaurato 2005-2007

Rosangela Cuffaro

Il volume, pubblicato alla fine del 2010, ripercorre e presenta l’ultima tappa dei lavori di restauro della chiesa di Santo Stefano a Rancate, ubicata proprio di fronte alla Pinacoteca cantonale Giovanni Züst. L’intervento, realizzato nel periodo compreso tra il 2005 e il 2007 e coordinato dall’architetto Alberto Finzi, era già iniziato nel 1991, con una fase di studi preliminari relativi alla parte esterna del monumento. In un primo tempo, infatti, si è provveduto a realizzare una nuova sacrestia e un piccolo museo, mentre in seguito è stata ristrutturata la cella campanaria, è stato consolidato il tetto, sono stati risanati gli intonaci ed è stata restaurata la facciata. Oggetto del volume, dunque, non è la presentazione dell’intero restauro, ma solo il lavoro svolto per gli studi preliminari, l’elaborazione del progetto e la realizzazione vera e propria dell’intervento sugli interni. La pubblicazione è chiaramente rivolta non solo a consegnare alla memoria collettiva un testo che ricordi i recenti lavori di conservazione e valorizzazione, ma anche a rendere un tangibile omaggio a tutti coloro che in vari modi hanno collaborato al restauro. Per tale ragione, una prima parte del volume è dedicata ai ringraziamenti. Si susseguono infatti brevi testi redatti rispettivamente dal presidente del Consiglio parrocchiale di Rancate, dal prevosto di Rancate, dal sindaco di Mendrisio e dal sindaco di Rancate in carica nel periodo dei restauri. Allo stesso modo, in conclusione si trova una lista completa, che include tutti gli artigiani, gli artisti e le ditte che hanno collaborato, così come gli enti pubblici e privati, le fondazioni, società, aziende e i benefattori che hanno sostenuto i restauri con un contributo finanziario. Sebbene vi sia una parte introduttiva volta a contestualizzare le origini e la storia del monumento, il volume concentra l’attenzione sulla presentazione dei materiali utilizzati durante il restauro in parti specifiche dell’interno della chiesa. La chiesa, documentata fin dal 1466, è stata ricostruita nella sua attuale forma alla fine del Settecento, tra il 1771 e il 1774. Lara Cal-

derari, autrice dell’introduzione storica al monumento, ripercorre in maniera molto puntuale le date di costruzione, gli artisti che si sono occupati delle diverse parti decorative della chiesa e, infine, espone una panoramica dei restauri che si sono susseguiti tra Otto e Novecento, fino a quello conclusosi nel 20071. Oltre a un risanamento dai danni provocati dall’umidità e ad una nuova sistemazione dell’arredo liturgico, il recente intervento ha previsto il ripristino dell’apparato decorativo. Nello specifico, si è scelto di intervenire nelle singole parti della chiesa restituendo l’aspetto, in particolar modo quello cromatico, che la chiesa doveva avere nel periodo tardosettecentesco. Un tale criterio, filo conduttore nell’intera operazione, ha riguardato sia le parti architettoniche interne (il rosa per i fondi delle pareti, il giallo per le lesene, per il fregio della trabeazione, per i sottarchi e per le cornici e, infine, il grigio chiaro per le decorazioni a stucco), sia le singole decorazioni ad affresco, sia le tele o tavole dipinte. Nel caso delle decorazioni a stucco, per esempio, si è scoperto che le dorature, oggi rimosse, facevano parte di un’integrazione rapportabile ai restauri portati a termine negli anni Trenta del Novecento. Analogamente, sono state recuperate le tinte tardosettecentesche, riemerse sotto strati di scialbo, in corrispondenza della volta della navata. Per quanto riguarda le singole decorazioni, il volume curato da Giampaolo Baragiola e Lara Calderari dedica un capitolo ad ognuno dei dipinti più importanti. In sequenza, si trovano la Madonna del Navello (affresco databile intor-

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Giampaolo Baragiola, Lara Calderari (a cura di) Anno di pubblicazione: 2010 22 x 24 cm Numero di pagine: 64 Consiglio Parrocchiale di Rancate Tipografia Stucchi S.A., Mendrisio


Il nostro Paese, n. 309, luglio-settembre 2011

Recensioni   71

no agli anni venti del XVI secolo), i dipinti della cappella del Rosario (databili al primo quarto del Seicento), la tela con la rappresentazione del Martirio di Sant’Orsola di Francesco Torriani (del 1670 circa), l’affresco della volta con la Gloria di Santo Stefano dipinto da Giovan Battista Bagutti (fra il 1775 e il 1776) e il ciclo di tavolette con i Misteri del Rosario, realizzato sempre dal Bagutti intorno al 1801. Per ognuna di queste opere, sono sinteticamente esposte le iniziali condizioni conservative e, successivamente, le diverse procedure scelte per l’intervento. In questi capitoli l’attenzione cade quasi esclusivamente sui dettagli di tipo tecnico-chimico, come nel caso del Martirio di Sant’Orsola di Francesco Torriani, corredato d’interessanti dettagli sulle miscele solventi utilizzate per la pulitura. Ad arricchire il commento circa le soluzioni più adatte a garantire l’integrità della pellicola pittorica originaria, è riproposto anche uno schema che illustra il triangolo di solubilità. In tutti i casi sopracitati è stata effettuata una pulitura dalle polveri o dalle vernici applicate durante i precedenti restauri e, in seguito, le varie lacune sono state colmate con circoscritte aggiunte. Si è dunque proceduto nell’intento di restituire uno stato il più vicino possibile all’originario, rimuovendo tutti gli elementi aggiunti durante i secoli. Le fotografie che illustrano i lavori in corso, così come le fasi precedenti e successive al restauro, si rivelano un utile strumento alla comprensione del testo. Un capitolo particolarmente interessante, per un lettore informato o curioso, è quello relativo alla storia della Via Crucis, una serie di 14 quadri collocati oggi nella cappella feriale e dipinti da Guido Gonzato (1896-1955). Nel testo, si riportano numerosi commenti apparsi in varie testate giornalistiche nel periodo della prima esposizione del ciclo, ovvero tra gli anni 1936 e 1937. I numerosi giudizi positivi, il più autorevole dei quali è sicuramente quello pubblicato nelle pagine dell’Osservatore Romano, sono tuttavia accompagnati da un’accesa polemica riguardante lo stile, ritenuto troppo ‘moderno’, con cui l’artista ha rappresentato il soggetto sacro. Don Giosuè Carlo Prada di Bellinzona scrisse infatti nella sua istanza inviata alla Centrale pontificia commissione d’arte sacra nella Città del Vaticano: “Richiamati i primi elementi del Catechismo (Rispetto dovuto alle sacre immagini), del Diritto Canonico, in materia d’arte sacra, pregasi umilmente la Centrale Pontificia Commissione d’Arte Sacra piaccia risolvere: a) la Via Crucis di Rancate è condannata e sia ri-

mossa; b) tutti coloro che vi hanno cooperato in qualsiasi modo, siano esemplarmente puniti” (p. 25). Nell’ultima parte del volume, infine, vi sono due capitoli dedicati agli interventi di restauro rispettivamente delle Storie di santo Stefano, eseguite da Mario Gilardi nel 1950, e dell’organo (in quest’ultima sezione si trova anche una scheda tecnica che descrive lo strumento). In chiusura è presentata una serie di fotografie panoramiche della navata e delle cappelle. Ricco di dettagli e di numerose tavole, sempre di ottima qualità, il volume costituisce un utile strumento per conoscere, soprattutto nei dettagli tecnici, l’ultima tappa dei restauri della chiesa di Rancate – non senza ricostruire una fitta trama di personaggi, gusti e dibattiti che non mancherà di interessare gli studiosi e appassionati di storia locale. 1 Per una più ampia panoramica sul monumento e la storia dei suoi studi, si possono ricordare alcuni altri testi precedenti: AA.VV., Guida d’arte della Svizzera italiana, Casagrande, Bellinzona 2007, pp. 423-425; Bernhard Anderes, Guida d’arte della Svizzera Italiana, Trelingue, Porza-Lugano 1980, pp. 341-342.


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Per farsi un’idea dell’impatto visivo delle torri eoliche del S. Gottardo

Duomo di Milano altezza facciata principale ml 57

Palazzo federale, Berna altezza sommità cupola ml 64


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Campanile di Intragna (il più alto del Ticino) altezza totale ml 65

Torri eoliche previste sul S. Gottardo altezza al mozzo: 82 ml (+ 40 ml di raggio delle eliche ruotanti)

Piloni alta tensione sul Passo del S. Gottardo altezza: tra i 37 e i 42 ml (dati Alpiq)

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Rivista completa. Luglio - Settembre 2011.

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