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L’Informazione www.linformazione.eu

Periodico di attualità, varietà, sport e costume Febbraio-Marzo 2012

DIRETTORE LUCIANO MIRONE

Distribuzione gratuita

Il bel carnevale

L’Informazione

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L’editoriale

L’Informazione Periodico di attualità, varietà, sport e costume

Registrazione del Tribunale di Catania n. 10/2000 dell’11/04/2000

Sede: via Fiume, 153 - Belpasso (CT) Tel. 095 917819 - 347 1479719 lucianomirone@interfree.it

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L’Informazione è presente a: Catania, Acireale, Adrano, Belpasso, Biancavilla, Bronte, Motta S. Anastasia, Nicolosi, Paternò, Pedara, Ragalna, S.M. Licodia, Santa Venerina, Trecastagni, Zafferana Etnea.

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IL QUOTIDIANO SUL WEB L

’Informazione da questo momento ha un fratello minore e diventa un quotidiano. Si chiama www.linformazione.eu Al nome storico abbiamo aggiunto eu, che sta per Europa, nel senso che intende andare “oltre” certi confini. Lo trovate su web e si affianca al fratello maggiore che dal 2000 – ogni due mesi – esce in edizione cartacea, e nel suo piccolo sta segnando un pezzo di storia di un tratto della provincia di Catania: da Giarre fino a Bronte, una quindicina di comuni, circa settanta chilometri, duecentomila abitanti complessivi. Con lo spazio web, “L’Informazione” si collega col mondo, nel senso che allarga i suoi orizzonti. Sul sito infatti troverete giornalmente dei nuovi articoli, delle nuove inchieste, delle nuove notizie, ovviamente non circoscritte alla provincia di Catania, ma soprattutto alla Sicilia, anche se alcune volte troverete articoli che fanno riferimento ad altro. Due esperienze e due mondi – quello della carta stampata e quello di internet – che si integrano alla perfezione: attraverso il primo puntiamo soprattutto sugli eventi, sulle inchieste e sui personaggi, insomma su quelli che in linguaggio giornalistico si definiscono “pezzi freddi”; attraverso il secondo sull’attualità. Con questo nuovo progetto ci auguriamo di fare onore al nome che porta questa testata. Una parola che racchiude due parole importanti, in-formazione, e anche due doveri, quello di informare e quello di formare. Parole grosse, forse troppo, per un giornale tutt’altro che ricco di mezzi. Ma anche il linguaggio, a volte, diventa adeguato quando si è autenticamente liberi, quando non ci sono padrini e padroni alle spalle. Parole come questa da pronunciare con fierezza e a testa alta: informazione.


50 ANNI FA IL REGISTA FRANCESCO ROSI GIRÒ IL FILM SULLA STORIA DEL BANDITO di Luciano Mirone

GIULIANO AL CINEMA M

ontelepre. 1961. Salvatore Giuliano è morto da undici anni. Da diverso tempo un giovane regista napoletano, Francesco Rosi, ha in animo di girare un film sul bandito negli stessi luoghi dove si è svolta la storia, raccontandola fedelmente attraverso la recitazione della gente del posto. Rosi, regista di grande impegno civile, ha studiato nei minimi dettagli la vicenda, ne conosce molti lati oscuri, compresi gli stretti legami fra il banditismo, la mafia e la politica, e vuole fare conoscere certe verità attraverso il grande schermo. Un ostacolo deve superare: la diffidenza degli abitanti. Che vivono in modo lacerante quel ricordo. Da un lato il mito di Robin Hood che “toglieva ai ricchi per dare ai poveri”. Dall’altro l’incubo per le repressioni, l’uccisione di decine di carabinieri, il coprifuoco, la strage di Portella della Ginestra. Nella primavera di quell’anno la Lux-VidesGalatea di Franco Cristaldi manda in Sicilia Tullio Kezich -giovane giornalista che aveva

collaborato ne La dolce vitaper svolgere un’indagine sugli usi, sui costumi, sulle abitudini dei siciliani ai tempi di Giuliano. In un mese Kezich riempie decine di taccuini, parla con tantissime persone, gira da cima a fondo quei posti. Il film che Rosi ha in mente non vuole essere una biografia sul bandito di Montelepre, ma la ricostruzione di una storia che, pur svolgendosi in una Sicilia molto povera, ha collegamenti con gli alti vertici della politica nazionale ed internazionale. Intanto anche il regista arriva nel piccolo paese palermitano, incontra

il sindaco Giovanni Provenzano, e concorda con lui un incontro pubblico per esporre il progetto. Alla riunione partecipa tutto il paese. Oltre al primo cittadino, sono presenti il prete, il maresciallo e il tenente dei carabinieri, il presidente del Circolo dei civili che ospita il dibattito. In sala ci sono momenti di tensione: la gente ha il timore che di Montelepre si possa continuare a dare un’immagine negativa. Rosi rassicura. Nessuna forzatura. Solo la verità dei fatti ripresa dagli atti giudiziari e dalle testimonianze orali. Da quel momento

tutti sono disponibili a collaborare. Alcuni anni prima il regista napoletano aveva recepito la lezione neorealista di Luchino Visconti, del quale assieme a Franco Zeffirelli era stato aiuto regista ne “La terra trema”, ambientata nel borgo marinaro di Acitrezza, vicino Catania. Una lezione che prevede la recitazione “verista” della gente del posto. A quell’esperienza Rosi si ispira per girare “Salvatore Giuliano”. Il film successivamente verrà scartato dal Festival di Venezia per il carattere “documentaristico”, ma farà incetta di riconoscimenti altrove (fra gli altri: Orso d’argento a Berlino, Grolla d’oro a St. Vincent, Premio della stampa estera, Nastro d’argento) e riapre il dibattito in parlamento e sugli organi di informazione. Le piazze e i vicoli di Montelepre diventano il set naturale del film, così come il monte Sàgana, rifugio preferito di Turiddu, Portella della Ginestra, e la casa dell’avvocato De Maria, a Castelvetrano, (segue nelle pagg. successive)

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(continua dalla pag. precedente)

nascondiglio del bandito negli ultimi giorni di vita, con il famoso cortile dove il “re di Montelepre” fu trovato disteso per terra, ormai senza vita. Gli unici attori professionisti sono l’americano Frank Wollf (Gaspare Pisciotta) e il grande Salvo Randone (presidente della Corte d’Assise di Viterbo). Salvatore Giuliano viene interpretato dal giovane tranviere palermitano Pietro Cammarata, il quale non appena viene contattato chiede: “Ma un cci ‘nnè fimmini?”. Da allora sono trascorsi molti anni. Diverse persone del paese che parteciparono al film, o che ne furono testimoni, sono morte. Riusciamo a comporre il mosaico con quelle rimaste e con alcuni giovani che raccontano ciò che hanno appreso dai più vecchi. Soffermarsi sull’opera di Rosi senza scivolare nella storia reale diventa inevitabile. Come è inevitabile, malgrado le apparenze, non accorgersi di certe ferite ancora aperte, soprattutto fra la gente anziana. Basti pensare che durante le riprese vennero uccisi una comparsa del film e il boss Nitto Minasola, coinvolto nell’affaire Giuliano. Oggi troviamo una Montelepre con palazzi a quattro o cinque piani,

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decisamente diversa rispetto al paesino con le stradine di pietra e le case basse che nel ’61 furono riprese dalla macchina da presa. In questi anni il cemento ha “globalizzato” anche questo paese di 7mila abitanti in provincia di Palermo. Nel bellissimo municipio allora adibito a quartier generale del Corpo di repressione banditismo, incontriamo il settantaduenne Vincenzo Norvese. Ha fatto il duro in diverse pellicole girate in Sicilia. Quarant’anni fa i suoi zigomi appuntiti e il suo volto scavato ricordavano il giovane Pasolini. “Salvatore Giuliano fu la prima opera alla quale partecipai”, dice. “Fui scelto mentre giocavo a carte in un bar, entrarono Francesco Rosi, l’operatore Pasquale De Santis, l’ispettore di produzione Bruno Sassaroli e il fratello di Gaspare Pisciotta, che li accompagnava. Il giorno prima avevo saputo che cercavano degli attori. Mi presentai e mi dissero: vaffanculo. Quando Rosi mise gli occhi su di me gli risposi per le rime. ‘Cosa è successo?’. Gli spiegai il fatto. ‘Non ci pensare, domani presentati di nuovo’. ‘Quanto mi date?’ ‘Ventimila lire al giorno’. Quei soldi mi servivano. Vendevo stracci americani, robe vecchie, allora la gente era molto povera e compra-

va queste cose. All’inizio feci la parte del bandito Nunzio Badalamenti, poi siccome me la cavavo, fui promosso sul campo: Nino Terranova, uomo di spicco della banda. Il vero Nino Terranova era mio cugino, un bravissimo ragazzo, come tutti gli uomini di Giuliano, compreso Turiddu, che aveva fatto il militare con mio fratello”. “Un giorno andammo a Palermo per girare la scena di

VIAGGIO A M

un sequestro di persona. Passammo da Altofonte armati fino ai denti. Scendemmo dalla Balilla ed entrammo in un bar. Ordinammo tre caffè. La proprietaria per la paura ruppe le tazzine. A un certo punto ci vide un brigadiere dei carabinieri. Pensava che fossimo dei banditi e scappò”. Signor Norvese, cosa le è rimasto del film? “Comprai la casa ed aprii un emporio fornito di tutto. Se non fossi stato analfabeta, avrei sfondato. Un giorno mi arrivò un telegramma dal produttore Dino De Laurentiis: “Caro Vincenzo, vorrei sapere se conosci la lingua inglese per girare Sacco e Vanzetti in America”. Dovetti rinunciare a novanta

milioni e ad una carriera bellissima”. Nella parte alta del paese c’è la casa di Giuseppe Sapienza, 78 anni, che nel film fa il bandito: sul grande schermo si vede con il mitra in mano, intento a pagare un pastore per ottenere delle informazioni importanti, e poi nell’aula del tribunale di Viterbo per rispondere dell’accusa di aver partecipato alla strage di Portella della Ginestra. “A quel tempo lavoravo in campagna con gli animali e portavo il vino a San Martino delle Scale. Fui contattato e partecipai al film. Il primo della mia vita. Non pensavo che negli anni successivi avrei fatto parte del “Gattopardo” e che avrei fatto il padre della Cardina-


REPORTAGE DAI LUOGHI DEL FILM SUL BANDITO. LE COMPARSE RACCONTANO I RETROSCENA

MONTELEPRE le in “Corleone” di Pasquale Squitieri”. Fra i vicoletti del paese c’è lo studio di Totò Chiaramonte, un fotografo di ottantacinque anni che nell’ultimo sessantennio è stato testimone prezioso di molti eventi svoltisi in quella zona. Nell’archivio ci sono decine di immagini del vero Salvatore Giuliano, e di parecchie foto scattate durante la lavorazione del film: Francesco Rosi che parla con gli attori; Francesco Rosi che si intrattiene con i suoi ospiti più illustri (specie con Marcello Mastroianni e con lo scrittore Carlo Levi); Francesco Rosi che scherza con ‘u tammurinaru prima della scena in cui viene annunciato il coprifuoco (“Sintiti sintiti sintiti, per ordine del comando militari…”). “Rosi era molto disponibile”, ricorda Chiaramonte, “vide le foto di Giuliano e impazzì, così mi fece fare il fotografo di scena”. Lasciamo Montelepre e ci avviamo verso la

Valle del Belice con i suoi vigneti e i suoi bagli di pietra gialla. Attraversi i paesini che dal ’43 al ’50 furono sotto il giogo di Giuliano, arrivi a Portella della Ginestra inondata di luce, con l’ampio pianoro erboso dominato dalle montagne Palavet e Kumeta. Qui il primo maggio del ’47 undici contadini furono trucidati dalla banda Giuliano e dalla mafia in occasione della festa del lavoro. Qui Rosi ricostruì magistralmente le scene della strage. Pochi

chilometri più in là ecco Piana degli Albanesi. Sulla via principale c’è la Camera del Lavoro che negli anni Quaranta e Cinquanta fu luogo di riunioni memorabili per l’organizzazione delle rivolte contadine. Nel ’61 in questa sezione molte comparse furono ingaggiate per partecipare al film. Francesco Tàlia, 77 anni, fu una di queste. Una di quelle persone che quattordici anni prima era scampato alla strage vera. “A selezionarci fu una donna. Mi diede una divisa: ‘Tu fai il carabiniere’. Mi portò a Portella dove incontrai un carabiniere vero, osservò i miei gradi e disse: ‘Sono nuovi di zecca, me li regali?”. Francesco Guzzetta, 53 anni: “Avevo nove anni quando partecipai al film. Tutta Piana prese parte alla ricostruzione della strage. La gente volle essere presente per esprimere la propria indignazione e per dare la propria testimonianza. Quelli che il primo maggio del ’47 erano stati a Portella tornarono in occasione del film, a cominciare dal segretario della Camera del lavoro che

nella pellicola faceva l’oratore ufficiale della manifestazione”. Ultima tappa del viaggio, Castelvetrano. Testimone d’eccezione, l’avvocato Gregorio Di Maria, personaggio-chiave della storia e del film, per aver dato ospitalità a Giuliano nella casa di via Mannone dove nella notte fra il 4 e il 5 luglio del ’50 il bandito fu ucciso nel sonno dal cugino Gaspare Pisciotta. “Nel ‘61”, ricorda Di Maria, “vivevo ancora in quell’abitazione. Rosi venne a Castelvetrano, mi avvicinò e mi parlò del lavoro che voleva fare. Gli misi a disposizione la casa e gli feci da consulente. Non ebbi alcuna diffidenza a collaborare con lui, anzi me ne sentii lusingato. Mi ispirava fiducia, ebbi la sensazione immediata di trovarmi davanti ad una persona perbene. La casa era ottocentesca ed apparteneva a mia madre che l’aveva ricevuta in eredità. C’è un primo piano con delle volte affrescate di bianco, i pavimenti decorati, le ampie stanze. Io nacqui lì e lì vissi per tanti anni. Nel ’65 fui costretto a venderla”. Il volto di Di Maria diventa improvvisamente triste: “Dopo la cattura di Giuliano fui portato all’Ucciardone e subii un processo che durò 14 anni. Fui costretto a vendere tutto. Da allora mi imposi di non guardare al passato e di non avere rimpianti. Ci sono molti ricordi legati a quella casa, ma non voglio parlarne. La vita continua, malgrado tutto”. (tratto da La Repubblica)

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Il Senatore Pino Firrarello, sindaco di Bronte

per imbalsamare il territorio, finanziamenti mai arrivati per la tutela dell’incolumità dei cittadini, finanziamenti che per essere appaltati necessitano di anni di burocrazia, etc. etc. etc. Quanto basta per disgustare anche i più determinati, che si ritrovano ad affrontare ogni problematica da soli, senza mai riuscire a venirne a capo. Forse Sgarbi non aveva messo in conto tutto questo, forse si

LETTERA APERTA DEL SEN. FIRRARELLO DOPO LE DIMISSIONI DEL SINDACO DI SALEMI. IL PARERE DEL NOSTRO DIRETTORE

era illuso che la sua volontà di fare, di vincere una scommessa, di realizzare una vittoria personale, di poter essere sprone per altri, di metterci tutta la sua energia, gli avrebbero consentito di realizzare un sogno. Il suo sogno si è infranto contro una realtà più grande di lui. Si è perduto in un mondo vischioso, melmoso, dove ognuno ritiene di essere unico, indispensabile. Forse Sgarbi si illudeva di attuare una rivoluzione culturale a 360 gradi, cosa di cui ci sarebbe immenso bisogno. Ma purtroppo non ha fatto i conti con le incrostazioni profonde, “rugginose”, che permeano la società siciliana, di cui tutti possiamo essere

responsabili, direttamente o no, e credere di potersi tirare fuori, per chiunque abbia svolto ruoli pubblici in questa difficilissima quanto bellissima Sicilia, è un tentativo vano. Mi dispiace che tu abbia fallito, Vittorio, ma mi rendo conto che non potevi vincere, pertanto non considerarti perdente perché hai fatto del tuo meglio. Sappi che se un giorno il tuo sogno svanito dovesse diventare realtà, quel giorno questa terra di Sicilia sarebbe la più bella che esiste al mondo. I giovani forse realizzeranno il sogno, noi abbiamo il dovere di incoraggiarli.

A PROPOSITO DI SGA

A

pprendo con rammarico la notizia delle dimissioni di Vittorio Sgarbi, da Sindaco

di Salemi. Io non so come e perché a Sgarbi sia capitato di candidarsi ed essere eletto Sindaco di un Comune della provincia di Trapani, ma posso pensare che il personaggio, quale indubbiamente egli è, sia stato solleticato dall’idea di cimentarsi in un’impresa complessa; forse per misurare la propria forza interiore, per coltivare la passione di realizzare un modello amministrativo nuovo in una terra difficile. È questa la lettura che io ho dato alle sue tante iniziative, che spesso sono state delle provocazioni per affermare un con-

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cetto: “possiamo e dobbiamo cambiare”. Probabilmente il limite di quest’impostazione è stato quello di non valutare appieno le difficoltà dell’operare in una terra dove è difficile riuscire a non calpestare le mine sparse sul territorio. Condivido l’odierna scelta di Sgarbi, perché il coraggio non deve essere confuso con l’incoscienza. Immagino e conosco le difficoltà che egli ogni giorno avrà incontrato nel suo percorso di Sindaco di un medio comune siciliano: impossibilità di spesa, personale in eccesso di cui non ci si può liberare, professionalità necessarie che non si possono assumere, vincoli urbanistici imposti

Pino Firrarello


E

gregio Senatore Firrarello, mi consenta di dirle che la sua lettera aperta a Vittorio Sgarbi non mi trova d’accordo. Prima di dirle perché, vorrei spiegare chi è – a mio avviso – un intellettuale. Un intellettuale – per citare Sciascia – deve possedere cinque qualità: l’intelligenza, la cultura, la dialettica, l’onestà e la libertà. Il concetto di onestà è strettamente collegato con quello di libertà per la semplice

ARBI...

ragione che solo se si è davvero liberi da qualsiasi potere, senza farsi condizionare né cooptare da esso, si può esprimere “onestamente” il proprio pensiero. Un intellettuale infatti ha il compito di esercitare il dirittodovere di critica e di controllo nei confronti del Palazzo, e al tempo stesso deve mettere a disposizione il suo sapere affinché l’opinione pubblica possa avere consapevolezza di chi la governa. Vittorio Sgarbi è un uomo molto intelligente, straordinariamente colto e possiede una dialettica fuori dal comune, ma ahimè, non può essere considerato un intellettuale in quanto mette la sua intelligenza, la sua cultura, la sua dialettica al servizio del potere, e quindi di se stesso,

perché non c’è dubbio che se egli è diventato un potente, lo deve essenzialmente a questo rapporto di “do ut des” instaurato con la politica. Unica eccezione di cui bisogna dargli atto: la battaglia contro “la mafia delle pale eoliche”. Il resto, il Museo della mafia o cose del genere, è più folclore che altro. Basta dare un’occhiata al suo curriculum: sindaco comunista di San Severino Marche, cambia bandiera una decina di volte, a seconda dei momenti: dai liberali ai monarchici, dalla lista Pannella al Movimento per l’autonomia di Lombardo, fino ovviamente a Forza Italia, quando il feeling con Berlusconi si fa più intenso. Diventa parlamentare e passa disinvoltamente da un sottosegretariato a una presidenza di una commissione, fino ad arrivare a diventare Sovrintendente di diverse realtà importanti. Dalle tv di Berlusconi – senza contraddittorio – in una trasmissione ritagliata apposta per lui (“Sgarbi quotidiani”), attacca violentemente quelli che non sono graditi al suo editore. Pochi anni fa compie l’ennesimo capolavoro: diventa sindaco di un minuscolo

Vittorio Sgarbi, ex sindaco di Salemi

e lontano paese della Sicilia: Salemi. A volerlo è la persona che nel comune trapanese ha preso il posto dei cugini Salvo (ricorda Nino e Ignazio Salvo, i potenti esattori mafiosi?): si chiama Pino Giammarinaro. Vittorio Sgarbi risponde al suo appello e si candida, lasciandosi andare a sperticati elogi nei confronti del suo nuovo riferimento politico. Da quel momento è un unico ritornello: “La mafia non esiste”, “i veri mafiosi sono gli antimafiosi”, “Giammarinaro è una brava persona, un eletto anche, che non condiziona l’attività della mia giunta”. Di diverso parere il suo assessore agli Eventi, Oliviero Toscani, che si dimette in polemica con lui. Ma soprattutto lo sono i magistrati, che scrivono: “Dall’esito di siffatte indagini, è emerso il costante

tentativo da parte dell’ex sorvegliato speciale di Pubblica sicurezza Giuseppe Giammarinaro di condizionare l’attività amministrativa del Comune di Salemi, partecipando occultamente alle fasi decisionali più importanti”. Adesso il Consiglio comunale di Salemi – su disposizione dell’ex ministro dell’Interno, Roberto Maroni – è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Sgarbi si è dimesso, dicendo di non essersi accorto di nulla, e ha subito chiesto a Berlusconi di candidarlo a sindaco di Parma. Senatore Firrarello, le chiediamo: alla luce di tutto questo, Vittorio Sgarbi può essere considerato un intellettuale? Può essere considerato un buon sindaco? Può essere considerato, come dice lei, un “sognatore”, uno che “forse si illudeva di attuare una rivoluzione culturale a 360 gradi”? I fatti dimostrano che la Sicilia non ha bisogno di falsi rinnovatori, ma forse solo di Uomini veri.

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Luciano Mirone

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È

stata una delle più grandi “pasionarie” degli anni Novanta,

appartenente a quel movimento spontaneo e straordinario che si affermò in tutto il Paese dopo le stragi di Capaci e di via D’Amelio: il movimento delle donne-sindaco. Tangentopoli era scoppiata da poco, i partiti crollavano sotto i colpi del “pool” Mani Pulite di Milano. Lei, Marinella Fiume, una intellettuale prestata alla politica, diventò sindaco di Fiumefreddo con una lista civica lontana anni luce dalle logiche di partito. Altre ventuno donne, contemporaneamente, si affermavano in Sicilia allo stesso modo. Una “rivoluzione gentile” – se si pensa che prima delle stragi, le sindache siciliane si potevano contare sulle dita di una mano – che vide impegnate, fra le altre, donne straordinarie come Maria Maniscalco di San Giuseppe Jato, Gigia Cannizzo di Partinico, Graziella Ligresti

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di Paternò, Marilena Samperi di Caltagirone.... Ventidue donne, in quei momenti drammatici, si scommisero in prima persona perché capirono che non si poteva più delegare ad altri il destino dei propri figli. E con sacrifici inenarrabili – per una donna non è facile conciliare l’impegno politico con la famiglia – si catapultarono in campo, portando avanti un’attività amministrativa all’insegna della legalità, dell’intransigenza e della lotta alla mafia. Una stagione di “bella politica” che sappiamo come è finita. Oggi Marinella Fiume è una docente di Lettere in pensione, una scrittrice di successo (il recente “Feudo del mare” – editore Rubbettino – parla della sua esperienza politica), e presiede l’associazione antiracket e antiusura “Carlo Alberto Dalla Chiesa”. Qualcuno la definisce “Marinella la rossa” per la sua somiglianza con il magistrato

Siciliani

LA PASIONARIA D milanese Ilda Boccassini. L’ex sindaca ricorda quella stagione e traccia le linee-guida del futuro, che lei vede “assolutamente slegato dagli attuali partiti”. “Ricordo quel periodo come una primavera precoce e breve”, dice. “Una primavera in cui il profumo dei fiori di mandorlo era metafora del profumo di libertà, di pulizia di cui parlava Paolo Borsellino. Ne

ho scritto nel mio libro ‘Feudo del mare’, dove la protagonista, Costanza, voleva rappresentare tutte le donne-sindaco in Sicilia all’indomani dell’entrata in vigore della legge sull’elezione diretta. Non l’ho scritto per incensare me e le altre colleghe, ma perché i partiti che ci avevano sostenuto (o meglio: che avevano dovuto sostenerci), hanno fatto di tutto per ar-


INTERVISTA A MARINELLA FIUME, ESPONENTE DELLA STAGIONE DELLE DONNE SINDACO

fare un passo indietro e così si spiega la netta rappresentanza delle donne, specie in Sicilia. Ricordo l’entusiasmo della gente, la gioia del cambiamento, la partecipazione, la collaborazione”. Cosa è rimasto di quell’esperienza? “Quasi niente. È stata un’esperienza prosciugata, triturata,

chiviare colpevolmente questo periodo, relegandolo nel limbo della non-storia, della nonmemoria. Per i politici di professione, il nostro compito era solo quello di supplenza. Molti di questi erano impresentabili perché troppo chiacchierati, molti più o meno compromessi con la mafia, molti in carcere sotto il maglio di ‘Mani pulite’. Perciò i partiti avevano dovuto

cancellata dal ritorno del vecchio modo di amministrare a tutti i livelli, anzi, di un modo peggiore del vecchio, contrassegnato dalla corruzione, dall’alleanza sistematica tra mafia e politica, dall’interesse personale fino alle leggi ad personam, dalla mancanza dei controlli, dalla scarsissima qualità morale e culturale, da una stampa servile e asservita, da

DI FIUMEFREDDO

una televisione da fare schifo, da una università affetta da familismo amorale”. Oggi ci sono delle analogie con quegli anni? “Dopo l’ubriacatura mediatica delle promesse berlusconiane, la gente comincia a rimpiangere quella stagione. La magistratura ricomincia a poter lavorare. Ma non possiamo delegare tutto ai magistrati, il discorso deve essere sistematico e perciò politico, i magistrati possono reprimere i singoli corrotti, non il fenomeno che è invece compito della politica”. Cultura e politica come possono andare d’accordo? “Nel periodo che abbiamo definito della ‘Primavera siciliana’ molti di noi non erano professionisti della politica: venivano dalla scuola, dal mondo delle professioni, dalla Società civile. Ci siamo illusi di far tornare la politica alle sue nobili origini. Oggi è assolutamente l’opposto”.

In un suo recente intervento lei ha detto: “I partiti, così come sono, non ce la faranno a cambiare l’Italia. Il futuro è la Società civile”. Può spiegare meglio? “Qualche giorno fa su facebook, mentre era in corso la trasmissione “L’Infedele”, ho scritto una frase che ha registrato molti ‘mi piace’: ‘Se vedete Gad Lerner, vi accorgerete che si sta cantando il ‘de profundis’ dei partiti’. Alla luce della storia di questo ventennio, c’è ragione di credere che essi davvero non assolvano più al compito costituzionale per cui sono nati. Si sono trasformati in gusci vuoti, privi di idee, di contenuti, di rapporti col territorio. La rete delle associazioni può essere il futuro, ma a condizione che si allarghi quanto più possibile a tutti i movimenti credibili della società civile”. (l.m.)

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uest’anno non è solamente “il carnevale più bello di

Sicilia”, ma l’unico, visto che

la crisi economica ha azzerato in un sol colpo manifestazioni straordinarie come quelle di Sciacca e di Misterbianco. L’unico carnevale siciliano (almeno fra quelli di un certo livello) che, malgrado i problemi finanziari, aumenta il numero dei carri allegorici rispetto allo scorso anno (dieci al posto di nove) e mantiene quello delle macchine infiorate (sette). È il carnevale di Acireale – un milione di visitatori provenienti da tutta Europa –, da moltissimi anni presente sulla scena per il perfetto connubio tra le gigantesche macchine in cartapesta e i palazzi barocchi del centro storico. Basti pensare che la lunghezza di un carro supera i tredici metri. Prova ne sia che dal 2005 al 2009 i carri di Acireale furono ammirati

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anche a Viareggio. “Certo, in quanto a dimensioni, la città toscana ci supera di una decina di metri, ma in quanto a colori, a coreografie e a fantasmagorie, Acireale non ha niente da invidiare a nessuno”. A parlare è colui che da diciotto anni si aggiudica il primo premio: Giovanni Coco, 50 anni. Coco ci riceve nel suo capannone alla periferia di Acireale, nel quartier generale dei carri, dove ogni autore usufruisce di un hangar messo a disposizione dal Comune per realizzare la propria opera. Ogni carro copre esattamente le misure della struttura che lo ospita, sia in altezza che in larghezza: per arrivare nel minuscolo ufficio che Coco ha ricavato all’interno del capannone, bisogna fare i salti mortali, salire da una ripidissima scala a chiocciola e trovarsi direttamente a contatto, dalla finestra posta quassù, con un pezzo di bom-

SCIACCA E MISTERBIANCO RINUNCIANO PER LA CRISI ECONOMICA. RESTA ACIREALE. INTERVISTA AL CARRISTA GIOVANNI COCO di Norma Viscusi

L’UNICO CARNE

betta di Totò, con il baffo di Ciccio Ingrassia, con il ciuffo biondo di Marylin Monroe, con la faccia ridente di Franco Franchi, con le gambe di Anita Eckberg mentre fa il bagno

nella fontana di Trevi. In questa edizione Giovanni Coco è tornato alle “origini”, ovvero agli anni Sessanta, “quando il mondo girava in un altro modo”. Pochi i carri-


Carnevale Acireale

golare edizione del 2012 – è come mai il carnevale di Acireale resiste, mentre altre manifestazioni altrettanto illustri chiudono i battenti, almeno per ora.

“Fortunatamente abbiamo queste strutture dove possiamo lavorare tutto l’anno”,

EVALE DI SICILIA sti che fanno riferimento alla politica attuale, a differenza di altri anni, si va oltre, come se la crisi economica la si voglia esorcizzare anche qui. Sem-

brano proprio lontani i tempi in cui Silvio Berlusconi troneggiava e veniva paragonato al Re Sole. Ma quel che ci interessa capire – in questa sin-

dice Coco. “Altrove mi risulta che esistano problemi anche di questo tipo. Certo, ad Acireale fino ad alcuni anni fa i capannoni non c’erano, alla vecchia stazione si lavorava all’acqua e al vento, ma non abbiamo saltato una stagione. Se abbiamo superato difficoltà inenarrabili come quelle, vuol dire che questo carnevale è destinato a durare”. Dal punto di vista economico non pare – ascoltando il “re” dei carristi di Aci – che ci siano particolari problemi: ogni anno ogni opera usufruisce – a prescindere dalla classifica – di un “premio” di 27mila

Euro. A questo va aggiunto il premio per i piazzamenti finali: il primo posto si aggiudica 35mila Euro, il secondo 33mila, il terzo 31, gli altri via via a scalare di 2mila Euro. “Ogni anno abbiamo spese da capogiro”, spiega Coco. “Su un carro ci sono tonnellate di ferro, di lampadine e di cartapesta, ma fortunatamente quest’ultima ci viene regalata dagli abitanti”. Dagli abitanti? “Proprio così”, dice orgoglioso. “Da tanti anni i giornali ce li fanno trovare a sacchi davanti ai capannoni. Ormai è una tradizione”. C’è un “quid” che inserirebbe per migliorare la manifestazione? “Per me va bene così”. Sicuro? Ci pensa per un attimo: “Mah, forse farei come fanno a Viareggio: darei la gestione della manifestazione direttamente ai carristi. Ma questa mi rendo conto che è un’utopia. Cambiamo discorso”.

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I

l Carnevale di Acireale vanta un’antica tradizione e già dalla fine del’500 se ne parla. A quei tempi aveva ancora il carattere di una manifestazione spontanea e la partecipazione di popolo era pressoché totale. Già nel 1600 nel territorio di Aci vi era l’usanza di duellare a suon di uova marce e agrumi per le strade, divertimento preferito. Nel 1612 un bando della Corte criminale di “Jaci” vieta categoricamente ai cittadini di qualunque ceto, di “giocare” al tiro di arance e limoni du-

usanza è tutt’oggi in voga nella lontana Ivrea. Agli inizi del ‘700 il carnevale acese andò raffinandosi e arricchendosi di una carica di ilarità grazie anche agli “abbatazzi”, poeti popolari abili nell’improvvisare spassose rime per le strade e nelle piazze. Nell’Ottocento il carnevale compì un salto di qualità con l’introduzione della “cassariata”, sfilata di “lando”, carrozze trainate da cavalli riservati ai nobili della città che lanciavano raffiche di confetti agli spettatori. Negli angoli di ogni strada venivano organizzati i

rante il periodo di “carnelivari” a causa di gravi fatti (feriti e danni alle cose) accaduti negli anni precedenti. Tale

giochi popolari, come l’albero della cuccagna, il tiro alla fune e la corsa con i sacchi, giochi tornati alla ribalta da

IL CARNEVALE DI QUEI T

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diversi anni. Ma è solo alla fine degli anni Venti che per il carnevale di Acireale avviene la grande svolta: un forte

richiamo turistico di autentico valore folklorico. All’inizio degli anni Trenta invece entrano in scena le maschere in


Carnevale Acireale

TEMPI... cartapesta, che poi si trasformano in carri allegorici trainati dai buoi, contornati da personaggi e gruppi satirici in

LA STORIA DEL CARNEVALE PIÙ BELLO DI SICILIA. TUTTO INIZIÒ NEL ‘500. NEL ‘900 LA SVOLTA di Barbara Contrafatto movimento. Un tocco di eleganza e di vivacità al carnevale di Acireale viene conferito dalle macchine infiorate: le prime automobili addobbate richiamano il ruolo ricoperto dai “lando” durante l’Ottocento. Nel 1948 entra nel novero

delle più rinomate manifestazioni a livello internazionale. E’ così da oltre 70 anni che il carnevale di Acireale viene definito come il “più bello della Sicilia”: ogni anno i carri allegorico-grotteschi realizzati in cartapesta e quelli infiorati vengono realizzati senza alcun risparmio di estro creativo. Ad Acireale i primi carri allegorici furono allestiti intorno al 1880. Nel corso di quest’ultimo secolo, diversi altri cantieri si sono avvicendati per arricchire sempre più il nostro carnevale, tra questi ricordiamo: Carlo Papa, Giuseppe Longo (1883) Sebastiano Longo (1908-1993) Lu-

ciano Grasso detto “Neddu”, Giovanni Condorelli e tanti altri. Nel 1930 per la prima volta furono allestite delle autovetture ricoperte di fiori, ma solo nel dopoguerra, si ha la creazione del “soggetto” infiorato posto sulle autovetture del tempo. Con fantasia personale ed un tocco di maestria, i partecipanti al concorso curavano e realizzavano i loro “soggetti”. Ai giorni nostri, alle macchine infiorate si potrebbe dare la denominazione di “carri floreali”, che non sono da meno, per tecnica, elaborazione e bellezza, ai carri di cartapesta, vanto del più bel carnevale di Sicilia.

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ra dopo la festa di san Sebastiano che Rosario Lizzio metteva mano al carro: costruiva il capannone (una struttura in legno, coperta da un telo di plastica) e con i suoi bravi collaboratori realizzava l’opera. Per un mese la via Giuseppe Sciuti veniva chiusa al traffico. Quella viuzza situata nel centro storico di Acireale palpitava di vita, si trasformava in un teatro all’aperto dove i colori e gli odori delle vernici erano un tutt’uno con l’argilla, il gesso, la colla, la carta, l’amido “Singhiozzelli” (“il migliore per trattare la cartapesta”), mentre il vocio degli artigiani si disperdeva tra i palazzi barocchi che costeggiavano la stradina. E lui, Rosario Lizzio, falegname di vaglia, sovrintendeva al lavoro e dispensava consigli, memore degli antichi insegnamenti impartitigli dal suo vecchio Maestro Sebastiano Longo, che del carnevale acese nell’immediato dopoguerra fu uno degli antesignani. Per oltre trent’anni Rosario Lizzio, che di primavere ne ha ottantaquattro, è stato

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un raffinato maestro del carro. “Creavo nel dormiveglia, fantasticavo e sognavo, draghi alati, principesse, castelli incantati; mi alzavo dal letto, abbozzavo un disegno, lo modificavo. Le mie notti erano popolate da queste figure che nei giorni di carnevale si materializzavano magicamente sul carro”. La carriera del Maestro Lizzio cominciò subito dopo la guerra, quando la città fu attraversata da un fremito di euforia e di entusiasmo dopo le sofferenze patite. E così una schiera di valenti artigiani (fra questi vanno ricordati Neddu Grasso, Salvatore Longo, Carlo Papa, e poi Condorelli, Messina, Ardizzone) riprese una tradizione che nel corso degli anni è stata apprezzata ed ammirata in tutto il mondo. “Avevo diciotto anni quando iniziai a lavorare nella bottega di Longo. In poco tempo, guardando il maestro, mi appassionai ai carri ed imparai ad allestire la cartapesta. All’inizio abbozzando una mano, un naso, un volto. Poi costruendo un carro vero e proprio. Come carrista esor-

Carnevale Acireale

IL DECANO D

dii a ventidue anni. Allora non c’erano i congegni elettronici di oggi, tutto veniva costruito a mano: in mancanza del gruppo elettrogeno, per alimentare l’impianto di illuminazione dovevamo caricare una batteria di cento chili. Eppure si facevano dei carri favolosi. Nel ’63, per conto del Comune, mi recai

al carnevale di Viareggio. Lì un carrista è considerato un professionista a tutti gli effetti, e viene retribuito per quello che merita. Fui ospitato da Galli, l’artigiano più famoso della città, viveva in una villa che neanche un onorevole poteva permettersi. Col passare del tempo eguagliai il Maestro Longo, fino a diventare


ROSARIO LIZZIO È IL PIÙ VECCHIO MAESTRO DELLA CARTAPESTA DI ACIREALE. IL SUO RACCONTO

A sin.:1947. Il carro dal titolo: “Cento anni fa quando Berta filava”. Sopra: Rosario Lizzio con la moglie del suo maestro Sebastiano Longo

DEI CARRISTI il suo principale antagonista”. Acireale per oltre un ventennio visse con passione la sfida fra Lizzio e Longo. E tifava ora per l’uno ora per l’altro: “La gente impazziva quando il mio carro entrava in piazza Duomo con l’orchestra che intonava l’Aida. Alcune volte vinceva lui, altre volte io. Quando perdeva (bisogna considerare che dal ’71 all’80 ho fatto incetta di primi premi) Longo ci rimaneva male. Nei giorni successivi passava davanti alla mia bottega con il broncio e la testa bassa, senza fare la solita sosta. Poi i nostri rapporti si norma-

lizzavano, per raffreddarsi l’anno successivo quando la passione ci divideva ancora una volta”. “L’opera più bel-

la? Onestamente tutte. Ma di una ho un ricordo particolare: negli anni Settanta realizzai un carro dal titolo ‘Il lupo e l’Agnelli’: su una Topolino decappottabile c’erano raffigurati il patron della Fiat con una maglia bianconera. Sotto di lui, un lupo con la faccia dell’ex dittatore libico

Gheddafi, che indossava un berretto di generale. Più in basso una grande torta con la scritta Fiat, divisa fra il leader libico (in quegli anni azionista della Casa automobilistica) e Agnelli. Qualche giorno dopo presi la foto che ritraeva la scena e la spedii all’avvocato, accompagnata da una lettera in cui chiedevo un posto di lavoro per mio genero. Con mia grande sorpresa l’avvocato mi rispose, dicendomi che il ragazzo poteva presentarsi nella sede di Catania per un colloquio”. Nell’80 il Maestro si ritirò definitivamente, “non per stanchezza, ma perché quell’anno il Comune aveva costruito i capannoni per i carri. Io che per tanti anni avevo lavorato in via Sciuti, che custodivo gelosamente ogni segreto della mia opera, dovevo trasferirmi in un luogo certamente più confortevole ma meno riservato. Declinai l’invito e mi ritirai per sempre. Da allora i carri mi mancano tanto. Nei primi anni, quando iniziava la festa, piangevo come un bambino; speravo che si scatenasse un temporale per non vederli sfilare. Poi mi sono rassegnato. Ma il mio cuore è rimasto per sempre lì, fra quei fantastici personaggi di cartapesta”.

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(luciano mirone)

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