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L’Informazione

Periodico di attualità, varietà, sport e costume Ottobre 2011

DIRETTORE LUCIANO MIRONE

Distribuzione gratuita

I colori d’autunno

All’interno “Speciale Ottobrata” e “Sagra del Pistacchio”

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Memoria

“VI RACCONTO I FATTI DI BR G uardare la storia con gli occhi dei padri e descrivere una delle vicende più dolorose dell’Unità d’Italia con la “rabbia” di chi ha sempre “sentito” la voce del sangue. Raccontare “I fatti di Bronte” dopo centocinquant’anni e riportare le lancette dell’orologio al 1860, quando Garibaldi, sbarcato a Marsala per scacciare i Borboni, prometteva la terra ai contadini, mentre ai piedi dell’Etna i “viddani comunisti” che rivendicavano le terre “comuni” della Ducea, scannavano tredici “cappeddi” con l’odio feroce di chi, dopo secoli di vessazioni, non è assetato solo di giustizia, ma soprattutto di sangue. E ricordare il ripristino della “legalità”, dopo la dichiarazione dello “stato di guerra”, da parte del generale garibaldino Nino Bixio, che fece fucilare cinque

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“sediziosi”, fra cui l’avvocato Nicolò Lombardo, capo dei “comunisti”, assieme a certo “frà Iunco”, considerato lo scemo del paese. Roberto Cannata, 66 anni, ex Sovrintendente comunale al Castello di Nelson, è il discendente di due protagonisti di quei fatti: il notaio Ignazio Cannata e l’avvocato Antonino Cannata, padre e figlio, trucidati barbaramente in quei giorni. Sei generazioni lo dividono dal primo e cinque dal secondo. Una testimonianza preziosa anche se del tutto “soggettiva”, in quanto proveniente, seppure indirettamente, dalla “viva voce” di chi fu spettatore di quella tragedia. Nel giro di qualche ora si consumò tutto, la felicità per una libertà conquistata e l’infelicità per una tragedia annunciata, la festa di chi scendeva in piazza

al grido di “Viva la libertà”, e la frase fatale del notaio Cannata, che al cospetto della bandiera tricolore stesa nel balcone del Circolo dei Civili, disse “Chi è ‘sta pezza lorda?”. “Tempi di tensioni e di fame, che non si possono capire con il benessere di oggi”, dice Roberto Cannata. Tempi di fortissime divisioni anche all’interno della stessa borghesia: da un lato i “ducali”, convinti filo borbonici, che avevano la gestione della Cosa pubblica e non volevano cedere le terre della Ducea, dall’altro l’avvocato Nicolò Lombardo, il quale, benché sposato con l’aristocratica Rosa Spedalieri e benché testimone di nozze di Antonino Cannata, fu a capo dei “comunisti” che misero a ferro e fuoco il paese. “Attenzione”, dice Roberto Cannata, “il termine ‘comunisti’ indica gli interessi del comune, l’ide-

ologia non c’entra “La storia ufficiale parla di tredici persone trucidate, ma secondo certi documenti pare che fossero stati molti di più. Non si capisce come nei registri di stato civile manchino tanti fogli, così come nei registri della Chiesa. Il garibaldino Cesare Abba, venuto al seguito di Nino Bixio, scrisse di aver visto bambini sgozzati, case bruciate dove morirono alcuni proprietari, suore alle quali era stato tagliato il seno, seminaristi trucidati ai piedi del loro rettore”. Una ricostruzione che contrasta con quanto scritto dallo storico Benedetto Radice che, intorno agli anni Trenta del secolo scorso, raccogliendo le memorie di diversi testimoni diretti, parlò di tredici morti da un lato e di cinque dall’altro. “Il notaio Cannata”, prosegue il pronipote, “fu fatto oggetto di stilettate violente.


RONTE” Addirittura qualcuno millantava che avrebbe mangiato il suo fegato. Moribondo, fu posto su una catasta di legna e bruciato vivo. Qualcuno ipotizzò che fu pure evirato e qualcun altro scrisse che una donna avesse affondato la mano nelle sue viscere”. Ma non finì qui. “Il figlio Antonino, nascostosi in casa per sfuggire alla furia dei

LA STRAORDINARIA TESTIMONIANZA DI ROBERTO CANNATA SU UNA VICENDA TRA LE PIÙ TRAGICHE DELL’UNITÀ D’ITALIA di Luciano Mirone contadini, fu sollecitato dallo stesso Lombardo ad uscire in strada. Erano compari, c’era grande fiducia fra loro. Nel momento in cui Lombardo, del tutto in buona fede, diceva all’amico ‘pace, pace, pace’, scendevano dalla strada dei carbonai capeggiati da tale Gasparazzo, il quale, accortosi che il figlio del notaio era uscito di

casa, gli sparò due colpi di fucile alla presenza della moglie incinta e dei due figlioletti in tenera età. La mia famiglia trae origine da uno di questi due bambini, Giuseppe Cannata, il mio bisnonno”. Eppure è strano che Lombardo, appartenente a una famiglia alto borghese, avesse sposato la causa dei “comunisti”. “Ognuno ha la propria indole”, seguita Cannata. “Evidentemente all’avvocato Lombardo stavano a cuore le sofferenze dei meno abbienti. Allora i contadini vivevano in condizioni disumane. Basti pensare che nel 1535 Carlo V raccomandò ai randazzesi i tuguri di Bronte. Dopo quattro secoli, lo scrittore Carlo Levi trovò una situazione analoga”. Nella sua famiglia si parlava di queste cose? “Sì, però io ho cercato di capire i problemi di allora attraverso le letture”. E che idea si è fatta? “Che lo

sbarco di Garibaldi avvenne in un contesto storico in cui l’analfabetismo era all’apice, tutto veniva recepito in modo anomalo e violento, specie quando si parlava della spartizione delle terre. Garibaldi non poteva dare i terreni che appartenevano alla Ducea di Nelson. Perché? Essendo possedimenti inglesi, non poteva assegnarli in quanto nello sbarco era stato aiutato dalle navi britanniche. Le terre del demanio, comunque, attraverso l’abolizione delle promiscuità, erano già state liberate dai Borboni: in teoria ognuno poteva acquistarle, ma in pratica molte di queste erano state usurpate dai nobili. Le tensioni accumulate in tanti secoli scoppiarono proprio allora e scatenarono una guerra”. Foto a sin.: Giuseppe Garibaldi. Al centro: la famiglia di Giuseppe Cannata (foto bronteinsieme.it) A destra: Nino Bixio

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Novant’anni fa – il 15 settembre 1921 – moriva Nino Martoglio. Si era recato all’ospedale “Garibaldi” di Catania dove aveva fatto visita al figlio Marco e, prendendo l’ascensore, era caduto accidentalmente nella “tromba” dell’impianto. Aveva 51 anni. Era nato a Belpasso il 3 dicembre 1870. Giornalista, fondatore e direttore del giornale satirico “D’Artagnan”, nonché commediografo e regista teatrale e cinematografico, Nino Martoglio è stato ed è l’autore più apprezzato e amato del teatro siciliano.

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ra l’inizio del Novecento. A Catania si avvertiva l’inizio di qualcosa, qualcosa di importante e di bello: la straordinaria storia del teatro siciliano. La fucina era in via Ogninella, presso il teatrino Machiavelli, dove ogni sera don Angelo Grasso, assieme al figlio Giovanni (“il più grande attore tragico del mondo”, secondo una definizione coniata più tardi da Lee Strasberg, fondatore dell’Actor’s Studio di Londra), rappresentava l’opera dei pupi. Il locale era frequentato da un manipolo

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di scapigliati che recitavano dei canovacci in dialetto che i Grasso – posti i pupi dietro le quinte – rappresentavano con attori in carne e ossa: erano Angelo Musco, Rosina e Margherita Anselmi, Turi Pandolfini, Totò Majorana, Salvatore Lo Turco e tanti altri figli del popolo che avevano la grande capacità di recitare spontaneamente e di strappare l’applauso a scena aperta. La cosa non sfuggì a quello straordinario scopritore di talenti che fu Nino Martoglio, il quale capì che – se opportunamente plasmati – quei giovani attori sarebbero arrivati lontani e ideò una compagnia teatrale – con protagonista Giovanni Grasso – da lanciare nei più grandi teatri italiani. “Il debutto – scrive Domenico Danzuso – era stato previsto per la primavera del 1903 al Teatro Manzoni di Milano, ma l’anno precedente, all’insaputa del Martoglio, assente in quel momento da Catania, la costituenda Compagnia si riunì e decise di partecipare a una recita di beneficenza in favore degli alluvionati di Modica, cittadina che la

Siciliani

QUANDO MARTOG notte del 26 settembre 1902 aveva subito uno spaventoso nubifragio che aveva provocato un centinaio di vittime”.

Il gruppo di attori capeggiati da Grasso, con Angelo

Musco e Marinella Bragaglia,

presentarono all’Argentina di Roma il 30 novembre 1902 Cavalleria rusticana di Giovanni Verga e I mafiosi di Rizzotto-Mosca. Il successo fu tale che il sodalizio fu scritturato dall’impresario


NOVANT’ANNI FA MORIVA IL GRANDE COMMEDIOGRAFO BELPASSESE. IL RAPPORTO TRAVAGLIATO CON GIOVANNI GRASSO. I SUCCESSI CON ANGELO MUSCO di Barbara Contrafatto

va il suo articolo così: ‘Chi sono? Da dove sono venuti? Come si sono rivelati artisti tanto vigorosi e originali?’. Ed è proprio per avere una risposta più precisa che egli chiede chiarimenti a Martoglio”. “In Sicilia – scrive il commediografo belpassese – una signorina di famiglia borghese che si prestasse a recitare in una filodrammatica, provocherebbe uno scandalo, come se si prostituisse con dei mascalzoni… Sto educando delle semplici figlie del popolo, semianalfabete, alle quali devo cominciare con l’insegnare a leggere e a scrivere, ma delle quali (soltanto di esse) potrò fare delle ottime attrici, e in breve

GLIO SE NE ANDÒ Achille Mauri per continuare le recite al Teatro Metastasio. “In quella occasione – prosegue Danzuso – uno dei più entusiasti recensori fu il giornalista de La Tribuna, Stanis Manca, il quale comincia-

tempo... Giovanni Grasso è creatura mia. Io sono stato il solo a incoraggiarlo in quest’arte sua, a consigliarlo e sostenerlo con tutta la forza morale di cui son capace… La Compagnia che attual-

mente lui dirige costì è poco meno della Compagnia nostra, che io stesso condurrò in giro per tutta l’Italia, appena sarà completa e appena il Teatro Siciliano sarà ricco di un buon numero di lavori forti e sinceri, schiettamente siciliani…”.

Martoglio, in cuor suo, fu contrariato dall’estemporaneo debutto di Grasso

che in realtà destabilizzava i suoi piani. Lo dimostra una lettera scritta allo stesso Grasso qualche settimana dopo: “Manca della Tribuna ed altri competenti di teatro ti avranno detto quanto interessamento ho sposato al tuo successo, che ritengo anche un po’ mio, perché l’arte tua è la mia, e ti avranno appreso la mia grande e reale commozione per il tuo trionfo… A Catania gl’invidiosi e i denigratori sono sorti a fungaie e qualcuno ha già lanciato pubblicamente i suoi strali contro di te per diminuire il tuo successo… Io ti voglio bene e desidero che la tua grandezza duri e muoia dopo di te, per questo ti scrivo: dopo Roma torna, torna per carità, senza lasciarti lusingare da nuovi

inviti; da prospettive di grandi lucri e da nuovi allori in altre grandi città”. Il successo romano – prosegue Danzuso – aveva danneggiato Martoglio e “dato alla testa” a quei guitti che si erano imposti all’interesse della critica e del pubblico. In ogni caso, il 16 aprile 1903 la Compagnia siciliana di Nino Martoglio, composta da quaranta persone, debutta a Milano con Nica e Civitoti in pretura scritti dallo stesso Martoglio, Malìa di Capuana, La lupa e Cavalleria rusticana di Verga.

Il successo fu grande, ma il sodalizio Grasso-Martoglio fu molto difficile, al

punto da infrangersi successivamente. Il commediografo non si perse d’animo. In breve tempo tirò fuori l’altro asso che teneva nella manica, quell’Angelo Musco che gli avrebbe consentito successi al teatro e al cinema (ancora agli albori) con i lavori più belli del suo ampio repertorio, da L’Aria del Continente a San Giovanni Decollato, da Annata ricca a L’altalena, opere che a novant’anni dalla morte del commediografo rimangono sempre immortali.

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ALLERGIA, LA MODERNA

Salute

A sin.: il logo dell’Istituto di Ricerca Medico e Ambientale. A destra il dott. Giovanni Tringali. Sotto, lo staff dell’Irma

Una struttura d’eccellenza che sta facendo scuola sia sul territorio

sia a livello extraregionale”. Con 400mila prestazioni l’anno, alcune delle quali di altissima specializzazione, e con due recenti brevetti di test diagnostici, l’Istituto Ricerca Medico Ambientale di Acireale, “si colloca tra i grandi laboratori a livello nazionale”. Questo grazie “alla passione di tutto lo staff e all’esigenza di aggiornarsi continuamente”. A parlarne è il dott. Giovanni Tringali, fondatore e direttore dell’Irma, che focalizza la sua attenzione su una “strumentazione automatica di cui l’Istituto si è dotato di recente”. “Un sistema del tutto innovativo nel campo della prevenzione o della cura delle allergopatie”. “L’esame tradizionale”, dice il direttore dell’Irma, “viene effettuato in modo manuale,

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quindi occorre molto tempo per consegnare un referto al paziente. Questo nuovo macchinario consente anche alle persone che vengono dal Nord di fare l’esame in mattinata e di tornare nel luogo di residenza nella stessa giornata, ma soprattutto permette una diagnosi velocissima”. Quali “rivoluzioni” ha apportato questo nuovo sistema? “Consente di valutare l’immunoterapia in modo più efficace: attraverso la conoscenza delle varie molecole, si comprende in partenza se l’immunoterapia non fa effetto. Questo strumento ci ha consentito di risolvere brillantemente migliaia di casi sia dal punto di vista della diagnosi che dal punto di vista della terapia”. Cosa intendiamo per immunoterapia? “Il comune vaccino antial-

lergico. Che a volte potrebbe non essere efficace. Con questo nuovo esame valutiamo l’immunoterapia con cognizione di causa. A breve usciranno i vaccini molecolari: noi dell’Irma ci troveremo pronti per questa nuova realtà che rivoluzionerà il mondo dell’allergologia”. L’approccio molecolare è il migliore in assoluto per individuare una allergopatia? “Certamente. Conoscendo una molecola si possono valutare le cross-reattività, ovvero le reazioni crociate che si hanno fra varie fonti allergeniche alimentari”. Un esempio? “Una proteina dell’acaro può essere contenuta anche nei crostacei o nei molluschi. Bisogna quindi capire che in questi casi non si tratta di una questione di estratti, ma di una proteina particolare dell’acaro, in

ALL’IRMA DI ACIREALE UN NUOVO STRUMENTO PER DIAGNOSTICARE LE ALLERGIE IN TEMPI BREVISSIMI. NE PARLA IL DIRETTORE SANITARIO, DOTT. GIOVANNI TRINGALI

questo caso la tropomiosina. Questa proteina mi consente di fare delle valutazioni, dalla termo resistenza alla termo sensibilità, dalla gastro resistenza alla gastro labilità, quindi posso valutare se l’alimento si può consumare crudo o se si deve cucinare, in modo che venga reso inattivo il potere energizzante di quella data molecola”. In questo caso cosa deve fare il paziente? “Può rivolgersi al nostro istituto per una diagnosi specifica a livello molecolare. Successivamente sarà seguito costantemente, dalla diagnosi alla terapia specifica”. Nella scheda della pagina accanto c’è un elenco utile degli esami effettuati dall’Irma. Può spiegarlo brevemente? “Attraverso il modulo informativo si fa una panoramica generale dei metodi per la diagnosi delle allergie. Ma non solo: c’è anche una importante informazione sugli avanzamenti diagnostici nei disturbi alimentari come colonpatie, coliti, gastriti, e malattie croniche. Questo approccio è nuovo e consente di evitare, in assenza di neoplasie, l’indagine endoscopica come la gastroscopia e la colonscopia”.


DIAGNOSI MOLECOLARE Scheda / Le prestazioni dell’Irma

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ZAFFERANA E BRONTE, L’A

È

la festa dei sapori, dei profumi, degli aromi. La festa dell’autunno che, dopo il caldo dell’estate, viene atteso come momento di rigenerazione del corpo e della mente. “La festa di migliaia di persone (circa 300mila ogni anno) che si recano all’Ottobrata di Zafferana per gustare pietanze genuine in cui, come dice il vice presidente del Comitato Ottobrata, Angelo Di Mauro, “i funghi, le salsicce, i formaggi, le castagne, il miele, le pere, le mele, l’uva, i ficodindia, il vino sono elementi essenziali della cultura di questo pezzo di Sicilia”. Per cinque domeniche consecutive, persone provenienti dall’intera Sicilia si danno appuntamento a Zafferana per gustare

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questi prodotti negli appositi stand, ma anche un’occasione per fare delle escursioni nei suggestivi dintorni di questo luogo descritto da grandi scrittori come Brancati, Patti, De Roberto (tanto per citarne alcuni) che qui solevano passare lunghi periodi per trovare nuove ispirazioni. “L’Ottobrata di quest’anno”, seguita Di Mauro, “sarà ca-

ratterizzata dalla salvaguardia delle nostre tipicità: non più una manifestazione nella quale, come succedeva fino a qualche tempo fa, esporre ogni tipo di mercanzia, ma un’iniziativa volta a valorizzare la cultura siciliana. Nel corso della kermesse si esibiranno gli sbandieratori di Motta Sant’Anastasia, maestri artigiani del ferro battuto come

Pippo Contarino di Acireale e i gruppi folcloristici della nostra isola. Inoltre verranno allestite mostre fotografiche e proiezioni di autori illustri, che si soffermeranno sulle eruzioni e sulle peculiarità naturalistiche offerte dal nostro vulcano”. Per le cinque domeniche di ottobre, Zafferana si porrà al centro di questa regione come una delle cittadine in grado di organizzare una sagra enogastronomica di ottimo livello. “Ormai siamo giunti alla 33a edizione”, prosegue il vice presidente del comitato. “L’Ottobrata per gli abitanti di Zafferana rappresenta un volano di crescita economica e culturale. Faremo di tutto per salvaguardarne l’identità”.


ACCOPPIATA D’AUTUNNO D

a giovedì 6 a domenica 9 ottobre, a Bronte si svolge una delle Sagre più importanti della Sicilia. Una kermesse di 4 giorni che vede impegnati i pasticceri di un’intera cittadina che lavorano il prodotto principe del territorio: il pistacchio. Un frutto che, per la pecularità del microclima e del terreno, riesce ad attecchire solo in quel territorio. Viene raccolto ad anni alterni, ovvero negli anni dispari. Lo stabilisce una antica credenza secondo la quale soltanto così è possibile raccogliere un prodotto dal sapore e dalle qualità organo-

lettiche uniche al mondo. A rafforzare la qualità dell’oro verde (come viene denominato il pistacchio di Bronte) è arrivato da qualche anno il marchio Dop (Denominazione di origine protetta) che sicuramente, secondo

i pareri degli operatori del settore, tutelerà il prodotto da eventuali contraffazioni. Per quattro giorni, quindi, i dolceri e i ristoratori brontesi sono coinvolti in questa festa nella quale esporranno primi, secondi e dolci a base

di pistacchio. Centinaia di migliaia di turisti e visitatori provenienti da tutto il mondo avranno modo di degustare i prodotti di Bronte e al tempo stesso di fare delle escursioni nei luoghi più suggestivi di questo pezzo di Sicilia. Potranno assistere, inoltre, alle iniziative (spettacoli e manifestazioni culturali) organizzate dal Comune e dalla Provincia. Nelle pagine successive avrete modo di leggere come - secondo lo studio di una economista brontese - potrebbe essere possibile creare sviluppo coniugando la bontà dell’oro verde con la bellezza del territorio.

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veva ventidue anni Michelangelo Longo quando realizzò il sogno della sua vita: costruire il primo albergo di Zafferana nella strada per l’Etna, allora una dissestata mulattiera che costituiva un transito obbligato per chi, soprattutto aristocratici e stranieri, si recava nel vulcano. Ma facciamo un passo indietro. Ad appena cinque anni, rimasto orfano di padre (un rinomato costruttore di botti), Michelangelo fu tirato su, assieme ai quattro fratelli, dalla madre che gestiva un

passò a miglior vita, il gruzzoletto che l’avo aveva messo da parte passò ai nipoti. Fu allora che il sogno di Michelangelo diventò realtà. Era il 1935. Con duemila lire acquistò il terreno e in appena due anni, in società col fratello pittore (Nino era il suo nome), costruì l’albergo “Airone”, il primo di Zafferana. A raccontare la storia di questo pioniere del turismo etneo – scomparso nel ’96 all’età di 83 anni – sono la moglie Graziella (classe 1927), donna raffinata e di antica bellezza, e la figlia Angela, “nata

negozio di tessuti. Appena ventenne aprì un bar nella via principale, ma nella sua testa c’era ben altro. Da sempre Zafferana – per il clima, per la bellezza, per l’ospitalità dei suoi abitanti – è stata meta di scrittori, di poeti, di pittori, di baroni, di capitani d’industria, di ricchi proprietari terrieri. All’inizio degli anni Trenta il nonno paterno

nel ’62 nella camera 108”, simpatica e solare gestrice dell’albergo “Villa Michelangelo” di Nicolosi, situato ai piedi del vulcano, mentre ad amministrare l’ “Airone” c’è da alcuni anni il primogenito Raffaello. Con entusiasmo le due donne pescano dalla memoria gli aneddoti più significativi e, come per incanto, li fanno

Personaggi

IL PIONIERE DEL TURISMO

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rivivere. “Michelangelo all’inizio fu preso per pazzo. Sta mandando in fumo duemila lire, e per cosa? Per un albergo! Una follia! La gente era scandalizzata. Erano gli anni in cui i danari si investivano nelle terre”. Quel paio di camere si riempirono in un batter d’occhio. Ma qualche tempo dopo l’ “Airone” spiccò il

volo. Accadde come solitamente accadono queste cose, una battuta detta tanto per dire, e da un giorno all’altro la situazione cambiò. “Dall’hotel era passata la baronessa Zappalà, che ogni anno trascorreva con la numerosa famiglia un lungo periodo a Zafferana. ‘Se riserva quattro camere solo per noi, i mesi caldi li passeremo


MICHELANGELO LONGO È STATO IL FONDATORE DEL PRIMO ALBERGO DI ZAFFERANA. LA MOGLIE E LA FIGLIA RACCONTANO... I GRANDI SCRITTORI, L’ARISTOCRAZIA CATANESE

ETNEO

qui’“. Detto, fatto. Michelangelo Longo ampliò l’albergo, ospitò sia la baronessa Zappalà, sia le altre dinastie aristocratiche che da Catania venivano a Zafferana per la villeggiatura. Nel frattempo Michelangelo prese in gestione due antichi edifici: il “Bel Soggiorno” di proprietà del principe Manganelli, nella frazione di Sarro, e “Villa Anna” di proprietà comunale, immersa nel parco municipale. Scoppiò la guerra, l’ “Airone” fu requisito dai tedeschi, che ne fecero una importante base logistica collegata con l’Alto Comando Germanico del San Dome-

di Luciano Mirone nico di Taormina. “Fra lui e i tedeschi si instaurò un rapporto di simpatia, ogni settimana loro gli regalavano un paio di stecche di sigarette, che lui puntualmente donava agli amici”. Con la sconfitta dei tedeschi e l’ingresso degli anglo-americani, l’albergo fu occupato anche dagli alleati: anche con loro si creò un ottimo rapporto. Finita la guerra, per l’ “Airone” cominciò una nuova vita: nello spazio di fronte, Longo realizzò il “Villaggio Angelina”, formato da caratteri-

stiche casette in stile etneo adibite al turismo. Le grandi famiglie catanesi tornarono all’ “Airone”, e contemporaneamente arrivarono nuove e prestigiose presenze. Lo scrittore Vitaliano Brancati, appena sposato con l’attrice Anna Proclemer, vi trascorse una luna di miele di due mesi. “Passava ore a scrivere nel salotto della hall. ‘Paolo il caldo’ lo ha scritto nel nostro albergo. Brancati era un tipo taciturno, magro, di bassa statura”. All’ “Airone” trascorse lunghi periodi un altro grande scrittore siciliano, Ercole Patti. Poi arrivò il cavaliere De Pasquale di Messina, un ricco industriale che per un mese occupava, con la famiglia, un intero piano. Non guidava la macchina, ad accompagnarlo dovunque era Michelangelo. Meta privilegiata: Taormina. Prima del matrimonio, Longo era un grande e brillante viveur: nella “Perla dello Jonio” frequentava locali come Le Palmare, La Giara, il Sesto acuto. “Quando il cav. De Pasquale tornava in albergo elargiva mance per tutti”.

Nel 1959, alla “tenera” età di 46 anni, il pioniere del turismo etneo sposò la bella Graziella, di quattordici anni più giovane. “Malgrado in gioventù fosse stato un Don Giovanni, era gelosissimo”. Gli anni Sessanta coincidono con l’allargamento dell’edificio (trentotto camere), e con l’istituzione del Premio Brancati-Zafferana e del Premio Polifemo d’Argento da parte del Comune. In hotel cominciarono ad arrivare Alberto Moravia, Elsa Morante, Dacia Maraini, Pier Paolo Pasolini, Ezra Pound, Vincenzo Consolo, Vanni Ronsisvalle. “Ezra Pound aveva la lunga barba bianca, il bastone, ed era silenzioso; il più burbero era Moravia, il più simpatico Pasolini”. “Ricordo le donne impellicciate che a settembre (a settembre, non a dicembre!) si recavano al ‘Polifemo’. Allora si teneva all’eleganza, la pelliccia era un indumento per distinguersi”. Gli ultimi decenni hanno visto altre presenze illustri, da Pippo Baudo a Vittorio Sgarbi, da Turi Ferro a Franco Zeffirelli. “Diverse scene di ‘Storia di una capinera’ sono state girate all’ Airone”.

Foto a sin.: l’hotel Airone nei primi decenni del Novecento. A destra: lo scrittore Ezra Pound (seduto) con Michelangelo Longo.

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Siciliani

É

stato un “papà” per il suo paese, ma anche l’inventore del marchio “Zafferana” , un uomo

illuminato che è riuscito a far andare a braccetto la politica con la cultura. L’ex sindaco Alfio Coco è stato l’inventore del turismo moderno e di manifestazioni come l’Ottobrata, ma non solo. Quella volta (era il ‘78) tutto cominciò a casa sua fra telefonate, visite e chiacchierate in famiglia. A lanciare l’idea fu proprio lui, l’ex primo cittadino, ma ad arricchirla, come spesso accadeva, fu la moglie Caterina Ziino. L’Ottobrata di Zafferana nacque esattamente così: da una semplice conversazione in famiglia. Oddio, il progetto era nella mente del sindaco da

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diverso tempo, forse addirittura dal 1964, anno del suo insediamento, ma era rimasto a maturare per un certo periodo, anche perché in quel lasso di tempo Coco aveva lavorato tantissimo per valorizzare le potenzialità turistiche del suo paese. Negli anni Sessanta – su sua iniziativa – furono realizzate due manifestazioni destinate a passare alla storia: il Premio di letteratura “Brancati Zafferana” e il premio “Polifemo d’Argento” alla sicilianità.

Per decenni “la perla dell’Etna” si pose all’attenzione nazionale e internazionale con intellettuali come Moravia, Dacia Maraini, Pierpaolo Pasolini, Ezra Pound, Leonardo Sciascia, e con personaggi

L’INVENTORE DEL

come Franco Franchi, Ciccio Ingrassia, Marcella Bella, Concetto Lo Bello. Ma questa è un’altra storia che racconteremo in futuro. Diversi anni dopo, Alfio Coco pescò dal cilindro il jolly dell’Ottobrata. E fu un jolly vincente. A parlarne con una punta di nostalgia è Rosaria Coco, quarantanove anni, figlia dell’ex sindaco. “Papà fu molto coraggioso

perché capì che la posizione geografica di Zafferana, ed il senso di ospitalità degli abitanti, avrebbe potuto portare lontano. L’organizzazione dell’Ottobrata va inquadrata in un questo contesto progettuale: la sua idea era quella di organizzare delle iniziative di un certo livello anche in un periodo vuoto, prolungando l’estate e dando spazio all’economia locale. L’iniziativa ven-


L’EX SINDACO ALFIO COCO È STATO L’IDEATORE DELL’ “OTTOBRATA”, DEL PREMIO “BRANCATI” E DEL “POLIFEMO D’ARGENTO”. LA FIGLIA RICORDA...

uno stand per vendere il vino e il miele della nostra azienda agricola. Ovviamente per me e per Giuseppe furono delle domeniche divertenti, eravamo dei ragazzini e prendevamo tutto con entusiasmo”. Da allora tutti presero coraggio e si lanciarono.

“La prima edizione andò bene. Di anno in anno c’è stato un crescendo straordinario. A corollario della mani-

di Luciano Mirone

L MARCHIO “ZAFFERANA” ne chiamata subito ‘Ottobrata Zafferanese’ (non a caso papà metteva il ‘marchio’ Zafferana dovunque) e venne articolata nelle quattro domeniche di ottobre, ogni settimana con un tema diverso: i funghi, il miele, le mele, le castagne e l’uva.

“La mamma, con un gruppo di amiche, approntò dei pentoloni in piazza per cucinare il risotto ai funghi e i dolci col miele. Nei giorni preceden-

ti, la cucina di casa fu riempita di decine di chili di funghi e di cipolle da affettare. Fu fatto tutto in economia: i funghi furono offerti da un produttore di Santa Venerina, i piatti di plastica da D’Agostino, patron della ‘Dacca’. E poi c’erano tanti amici che raccoglievano le castagne, le arrostivano e le offrivano alle persone, altri che preparavano la mostarda, altri che offrivano il vino. Una

grossa mano ci venne data da Gaetano Cavallaro, titolare del ristorante ‘Orchidea’. Il problema principale fu costituito dal fatto che nessuno degli operatori economici voleva occupare i pochi stand allestiti in piazza: c’era una certa ritrosia, ed anche un certo pudore nel vendere il prodotto fuori dal proprio negozio. Papà capì questa difficoltà. Chiese a me e a mio fratello di occupare

festazione sono stati coinvolti gruppi folcloristici, artigiani del ferro battuto, del legno, della pietra lavica, con lavorazioni dal vivo per valorizzare gli usi e i costumi della gente dell’Etna. Sono aumentati gli stand ed è stato coinvolto l’intero paese. Oggi l’Ottobrata rappresenta una delle iniziative più interessanti d’Italia, ma deve mantenere l’identità delle origini. Il confine fra la sagra e la fiera è molto sottile, bisogna stare attenti. Sono fiduciosa”. Foto a sin.: un momento del Premio “Brancati” (si vedono Vanni Ronsisvalle, Dacia Maraini, Pierpaolo Pasolini, Alberto Moravia e l’ex sindaco Coco). Foto al centro e a destra: la prima edizione dell’ “Ottobrata”.

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i è distinto per le battaglie “in difesa del benessere della collettività”. Dagli anni Cinquanta in poi il Circolo Operaio di Bronte è stato artefice di una lunga serie di lotte per “migliorare le condizioni di vita dei propri concittadini”. E se oggi, a distanza di tanti anni, la storia viene vista sotto una certa ottica, a quel tempo, in pieno “boom edilizio”, quando si scese in piazza per sollecitare più cemento dalle “Cementerie Augusta”, o quando si sensibilizzarono le istituzioni per estrarre il gas e il metano da questo territorio, la storia veniva vista sotto un’ottica diversa. Per i motivi che sappiamo, non ultimo la situazione economica. Del resto, anche un uomo lungimirante e colto come Enrico Mattei, negli anni Sessanta, coltivò il sogno di affrancare

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l’Italia dalle devastazioni della guerra attraverso l’estrazione degli idrocarburi. A Bronte lo stesso sogno lo coltivarono, anni dopo, molti cittadini. “Fu il sodalizio degli operai”, dice l’attuale presidente del Circolo Giuseppe Di Mulo, “a lottare perché l’Agip aprisse quattro pozzi in contrada Cantàra e in contrada Pomaro. Due di questi operano ancor oggi e danno lavoro a diverse famiglie”. Ma quella fu una delle tante battaglie, dice ancora Di Mulo.

A svettare per l’impegno sociale profuso nel dopoguerra fu Nunzio Pinzone,

presidente del sodalizio dal 1946 al 1960. Basta leggere il “Manifesto storico del Circolo Operaio di Bronte” affisso in sede e vergato a mano negli anni della presidenza di Arcangelo Gorgone, per comprendere come, da questi

Bronte

Foto di Maurizio Franceschino

Alcuni soci con il presidente Giuseppe Di Mulo (il terzo seduto, da sinistra)

LE LOTTE DEL CI personaggi dotati di senso di umiltà e di giustizia sociale, nascano le piccole e grandi conquiste: “Fra i soci fondatori… risalta intenzionalmente in prima posizione il nome di Nunzio Pinzone che, per parecchi mandati, ha ricoperto la carica di presidente, fun-

zione nella quale si è distinto per impegno, operosità ed efficaci interventi per la crescita del sodalizio i cui soci, riconoscenti, gli hanno rinnovato all’unanimità la loro fiducia elettiva”. Altri presidenti sono stati Giuseppe Russo, Nunzio Pappalardo, Giuseppe


IL PRESIDENTE GIUSEPPE DI MULO RACCONTA LA STORIA DI UNO DEI PIÙ ANTICHI SODALIZI DI BRONTE di Luciano Mirone

Le manifestazioni degli anni Sessanta e il manifesto del circolo

IRCOLO OPERAIO Mazzaglia, Giuseppe Zappalà, Giuseppe Leanza, Saverio Lazzaro, Nunziato Saitta.

Ma l’origine di questa “libera associazione apolitica di cittadini brontesi” risale al 1887, quando fu fondata la “Società degli Onesti Operai”, successivamente denominata

“Dopolavoro Operaio”. Da allora le finalità del Circolo sono state quelle di “affratellare, unire, promuovere, difendere, curare e tutelare gli interessi di tutti i lavoratori e dell’intera collettività brontese”. Di quel periodo, poco o nulla resta negli archivi del

sodalizio. “È dopo la Seconda guerra mondiale”, seguita il presidente, “che l’associazione acquisisce la denominazione di ‘Circolo Operaio’ e si intesta diverse battaglie per il bene comune”.

L’1 luglio 1946 “per opera di una cinquantina di artigiani locali” il circolo riprende la sua attività. Particolarmente significative le foto di quegli anni che ritraggono la folla in piazza. Diver-

se le sedi dove il sodalizio è stato ospitato: da quella di via Umberto occupata negli anni della ricostruzione post bellica a quella di via Cardinale De Luca (dall’1 maggio 1958 al 24 marzo 2001) che resta “l’indimenticabile sede storica per la classe operaia brontese dove si svolsero serrati dibattiti, lotte e manifestazioni”. Il 25 marzo del 2001 un’altra svolta. “Sotto la presidenza di Vincenzo Spedalieri, la sede del Circolo si è trasferita nei locali di corso Umberto 226 e di via Saitta 6, la cui proprietà, per Statuto, appartiene a tutti i soci”. Attualmente i soci sono 350. “Da tempo”, prosegue il presidente, “il sodalizio viene frequentato da una gamma eterogenea di classi sociali che si confrontano soprattutto sulla vita e sul futuro della comunità locale”.

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n’attività che si svolgeva a tempo pieno, dalla mattina alla

sera, con la pioggia o col vento, senza pausa anche nei giorni di festa. Fra le attività principali che un tempo reggevano l’economia di Zafferana, un posto importante occupava la pastorizia. Rosario Musumeci, detto “Saru ‘u Serafinu”, classe 1922, ha tanto da raccontare. La sua storia di pastore inizia all’età di otto anni quando, in groppa alla mula, andava da Zafferana a Piano del Trifoglietto, nella Valle del Bove, dove era ubicato l’ovile del padre (distrutto dall’eruzione del 1991). “Per raggiungerlo ci mettevo tre ore. In estate, da maggio a ottobre, si restava lì. Via via che le temperature si abbassavano scendevamo in basso, verso la Val Calanna, dove si rimaneva fino a novembre”. Una vita dura e amara, che per Rosario Musumeci non è mai stata sinonimo di fame: “Ora si vendeva la ricotta, ora il formaggio, ora la lana, ora gli agnelli. Il pezzo di pane non mancava”. “Il nostro ricovero”, prosegue Saru ‘u Serafinu, “era costitui-

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Personaggi

to da una casupola in pietra lavica. La sveglia era alle quattro del mattino. Alle 4,15 eravamo pronti per la mungitura. Io e i miei fratelli, Peppino e Alfio, avevamo settecento pecore. Un’ora e mezzo per mungerle. In estate il latte prodotto era poco: non più di cento litri a mungitura. Nonostante tutto, bisognava fare subito la ricotta, altrimenti il latte inacidiva”.

Saro si ferma un attimo, prende fiato e racconta come si preparava la ricotta: “Nel

latte appena munto si metteva il caglio (lo stomaco di un agnello da latte) e si copriva la ‘quadara’ (il pentolone contenente il latte) con una pelle di pecora e si lasciava riposare per circa tre quarti d’ora. Trascorso questo tempo si procedeva a rompere la cagliata con la ‘scocca’ (un bastone). In questo modo si separava il formaggio (la tuma) dal siero, che veniva posto sul fuoco. Per capire se la temperatura era quella giusta si immergeva un dito, quindi per raffreddare si aggiungeva altro latte e un po’ di sale. Mescolando per altri minuti si otteneva la ricotta. Sapevo riconoscere il momento in cui la ricotta era pronta: il segnale

“Saru ‘u Serafinu” (a destra) con due amici pastori sull’Etna

L’ANTICO PASTO

veniva dato dal rumore che il ‘minaturi’ (un bastone con la punta a forma di boccia) faceva dentro la ‘quadara’. Dopo la preparazione della ricotta le pecore venivano condotte a pascolare: destinazione il ‘Trifoglietto’ e ‘Serra San Nicola”.

“Verso le cinque del pomeriggio si rientrava all’ovile. La sera si mangiava un piatto di minestra di patate e ceci. Poi si andava a dormire ‘no iazzu’ (un giagiglio fatto di paglia, fieno, foglie e felce secca su cui veniva adagiata una pelle di


A CINQUE ANNI DALLA SCOMPARSA RICORDIAMO UNO DEI PERSONAGGI “MITICI” DI ZAFFERANA: SARU ‘U SERAFINU. QUESTA LA SUA INTERVISTA di Rosalba Mazza

pecora filata a mano”.

Un lavoro duro, quello di Saro Musumeci, che non conosceva né domeniche, né feste. Un lavoro che non poteva essere interrotto neanche quando c’era brutto tempo. “Le pecore dovevano essere condotte al pascolo anche col temporale, e noi, aperto il ‘paracqua’ le seguivamo. Tornavamo inzuppati, ci riscaldavamo intorno al fuoco”. Rimpianti? “Uno in particolare. Non essere riuscito ad essere vicino a mia moglie Maria al momento della nascita della primogenita Concetta. Poi sono arrivati Angela e Giovanni. Ma questi fortunatamente li ho visti nascere”.

ORE DELL’ETNA

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L’Informazione Periodico di attualità, varietà, sport e costume

Registrazione del Tribunale di Catania n. 10/2000 dell’11/04/2000

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La tipicità e la qualità del pistacchio di Bronte quale strumento di valorizzazione del territorio brontese” è la tesi di laurea che l’economista Angela Caudullo ha realizzato per comprendere in quali direzioni dovrebbero muoversi le istituzioni per creare un volano di crescita economica dell’intero territorio. Se dal titolo si passa alla lettura, si possono ricavare degli spunti interessanti per comprendere le linee strategiche da intraprendere. “La valorizzazione del pistacchio di Bronte – si legge – si presenta come una potenziale opportunità strategica per rilanciare l’economia locale, ma affinché questa opportunità possa essere sfruttata, occorre una pianificazione degli interventi, mirata a coinvolgere tutti gli attori economici interessati –

Bronte

“LA VIA DEL P

aziende agricole, imprese di trasformazione, Consorzio di tutela e istituzioni locali – in modo da creare una rete di sinergie capace di realizzare politiche di successo”. Infatti “una politica di valorizza-

zione non può indirizzarsi unicamente al prodotto, ma deve mirare a promuovere il sistema locale nel suo insieme”. In altre parole, è fondamentale, secondo la studiosa, aver ottenuto il marchio Dop (Denominazione di origine protetta), ma questo rischia di essere insufficiente se non si “attivano dei meccanismi di sviluppo per l’area etnea”. Quali? Innanzitutto “i fattori di contesto”, ovvero “le condizioni di base per un effettivo sviluppo integrato dell’area rurale”: una adeguata rete di infrastrutture e servizi, soprattutto viari, un insieme di risorse naturali e paesaggistiche da valorizzare e una “diversificazione dell’economia locale” con


UNO STUDIO DI ANGELA CAUDULLO SUGGERISCE COME CREARE SVILUPPO VALORIZZANDO L’ “ORO VERDE” E LE BELLEZZE NATURALI E MONUMENTALI DI BRONTE di Norma Viscusi

PISTACCHIO” particolare riferimento all’artigianato e ad altre forme di produzione agricola e casearia che il territorio di Bronte possiede. Questo perché si “possono creare e sviluppare quelle sinergie proprie di un modello integrato di svi-

luppo”. Poi sono necessari i “fattori organizzativi”. “L’impiego di una denominazione di origine, per risultare veramente efficace, richiede un comportamento cooperativo da parte di tutte le realtà produttive: imprese agricole,

imprese di trasformazione e Consorzio di tutela”. Il quale, secondo la studiosa, dovrebbe intervenire efficacemente nella gestione del marketing, scegliere i canali di distribuzione e fare un controllo accurato dei prezzi. Infine i “fattori istituzionali”. La Regione, il Comune, la Pro Loco dovrebbero “svolgere un’azione di supporto e di rilancio delle aziende” e contemporaneamente “dovrebbero mirare alla salvaguardia del patrimonio storico-culturale del paese e del territorio”. Occorre quindi “istituire corsi professionali finalizzati alla diffusione e alla cultura imprenditoriale fra i giovani e manageriale delle imprese”, e al tempo stesso “individuare le aziende agricole che meglio si prestano alla realizzazione di strutture agrituristiche”. Parallelamente, secondo la dottoressa

Caudullo, occorre lanciare ad alti livelli l’immagine di Bronte promuovendo il “turismo del pistacchio”, “una forma di turismo culturale che punti alla conservazione e alla valorizzazione dei territori agricoli, proponendo un modo diverso di vivere la vacanza, associandola alla visita delle aziende di pistacchio con degustazione del prodotto e dei piatti tipici”. Ecco allora che potrebbe essere importante – sul modello delle “Strade del vino” (disciplinata dalla legge 286 del ’99) – l’istituzione della “Via del pistacchio”, potenziale prodotto turistico che consentirebbe di legare al pistacchio le bellezze paesaggistiche e monumentali del territorio: il Parco dell’Etna e dei Nebrodi, il Collegio Capizzi, la Masseria Lombardo, il castello di Nelson e tanto, tanto altro.

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SCIARE SENZA NEVE SUL VERDE

La pista sintetica si trova al parco Monte Serra di Viagrande. Corsi con istruttori federali. Impianti di risalita. Giochi e divertimenti per grandi e piccini

Sciare senza neve nell’uni-

ca pista sintetica della Sicilia (la seconda di tutto il Sud). Oggi è possibile grazie all’impianto sciistico realizzato all’interno di uno dei luoghi più belli della provincia di Catania: il parco naturale di Monte Serra, che ospita anche la Casa delle farfalle. L’iniziativa di dotare il parco di una pista da sci a prezzi contenuti e con istruttori federali iscritti alla Scuola italiana sci, è dell’associazione “Amici della terra” che gestisce il parco. “Si tratta di una struttura ricono-

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sciuta dal Coni”, spiega Ettore Barbagallo, presidente regionale dell’associazione, “e funziona con un manto sintetico che ha le stesse caratteristiche della neve. Grazie all’alta professionalità dei Maestri federali facciamo dei corsi di avviamento e di perfezionamento allo sci e allo snow board. Allo stesso tempo cerchiamo di evitare agli appassionati di questa disciplina tanti problemi come la carenza di neve, il clima rigido, le lunghe distanze, il costo delle attrezzature e del materiale. La pista è aperta ogni gior-

no, compresa la sera, grazie ad una ottima illuminazione artificiale, è lunga 200 metri, ed è composta da uno speciale materiale plastico-siliconico con caratteristiche fisico-chimiche che permettono di scivolare benissimo non danneggiando gli sci”. L’impianto di risalita è costituito da un tapis roulant che consente agli sciatori di riguadagnare “la vetta” in pochi secondi. “Fra una lezione e l’altra”, prosegue Barbagallo, “è possibile scivolare con dei canotti che mettiamo a disposizione per chi ha voglia di

divertirsi”. All’interno del parco si possono svolgere attività collaterali. È possibile visitare la Casa delle farfalle (in attività fino a metà novembre), praticare mountain bike e trekking nei percorsi natura, fare una passeggiata fino alla cima in quanto il monte, essendo un cratere spento, presenta degli aspetti interessanti dal punto di vista scientifico e naturale. I più piccoli possono trascorrere delle ore spensierate nell’attrezzato parco giochi. Per informazioni: 095 7890768; 347 0415868


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Le ricette ai funghi

Fettuccine ai funghi

Far soffriggere i funghi nell’olio d’oliva insaporito con l’aglio. Aggiustare di sale e bagnare con il vino bianco. Far evaporare il vino e completare la cottura. A cottura ultimata mantecate la pasta con la salsa ottenuta, spolverizzate con prezzemolo fresco e una piccola aggiunta di parmigiano.

Gnocchetti verdi con porcini e rucola Preparate degli gnocchi unendo al composto tradizionale di patate e farina gli spinaci bolliti, passati al setaccio e strizzati molto bene. Preparate la salsa facendo soffriggere in olio caldo l’aglio e i funghi porcini tagliati a pezzi. Quando questi saranno appassiti aggiungete del vino bianco e fate evaporare bene. Unitevi poi i pomodorini tagliati a pezzi e lasciate cuocere per altri 5 minuti. Aggiustate di sale e pepe e aggiungetevi gli gnocchi ben scolati. Fate mantecare il tutto con l’aggiunta di rucola fresca sminuzzata e parmigiano.

Grano saraceno ai funghi porcini Amalgamare 200 g di grano saraceno con un uovo e versarlo in un tegame. Farlo rosolare, sempre rimestando, a fuoco moderato. Unire 1 cucchiaino di sale, 80 g di burro e 50 cl di acqua bollente. Cuocere per circa 20 minuti, lasciare riposare per 10 minuti. Unirvi 2 cipolle tritate e cotte in 20 g di burro. Rimescolare bene e unirvi 250 g di funghi porcini lavati, af-

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fettati e trifolati per 3 minuti in 20 g di burro. Rimescolare ancora prima di servire.

pare l’esterno e legare prima di porre in forno a 200 gradi per circa 4 ore.

Arrosto di maiale al profumo di bosco

Agnello ai funghi

Aprire una tasca sul prosciutto e dopo averla condita con sale e pepe, coprirla con le fette di speck, inserendo la fesa di tacchino farcita. Ricucire la tasca, salare e pe-

Salate e pepate la spalla d’agnello, spennellandola accuratamente con un po’ d’olio leggermente salato. Adagiatela in una teglia con quattro cucchiai d’olio e cuocete per un’ora in forno

preriscaldato a 200 gradi. Ritirate e tenete al caldo. In un tegame versate un bicchiere d’acqua calda, la panna e 100 g di gambi dei funghi ben puliti e tagliati a pezzetti. Lasciate cuocere per un quarto d’ora. Nel frattempo, in una padella con il burro insaporite velocemente le cappelle dei funghi tagliate a fettine a fuoco vivace. Aggiungete gli spicchi d’aglio interi. Salate e pepate. Continuate la cottura a fuoco moderato per un quarto d’ora, unite il prezzemolo tritato, poi eliminate gli spicchi d’aglio. Sul piatto da portata servite l’agnello tagliato a fettine nappate con la salsa calda e con il contorno di funghi porcini.

Dadolata di patate e porcini al rosmarino Sbucciate le patate, lavatele, asciugatele, tagliatele a cubetti regolari che farete rosolare, a fuoco medio, in olio caldo aromatizzato da un rametto di rosmarino e dall’aglio schiacciato, girandole spesso perché si coloriscano bene da tutti i lati. Intanto pulite i porcini con una pezzuolina umida, tagliateli a pezzetti che unirete alle patate quando queste ultime saranno a tre quarti di cottura. Alzate la fiamma per far cuocere i funghi rapidamente senza che emettano eccessiva acqua, scartate il rosmarino, insaporite con sale, una generosa macinata di pepe e un pizzico di rosmarino fresco, tritato, quindi trasferite la preparazione in un piatto adeguato e servitela subito: si accompagna benissimo con l’arrosto di maiale.


Le ricette al pistacchio

Risotto al pistacchio

300 gr. di riso; brodo; 100 gr. di pistacchi; un bicchierino di cognac; 50 gr. di emmenthal grattugiato, 50 gr. di formaggio grana; mezza cipolla; un quarto di crema di latte; 80 gr. di burro. Bollire i pistacchi per 10 minuti, poi sbucciarli e un terzo passarli al setaccio, oppure pestarli, il resto lasciarli interi. In una casseruola tostare il riso con la cipolla, con metà del burro e con il pistacchio intero; aggiungere il cognac, la crema di pistacchio, il brodo e salare quanto basta. A cotture completa, aggiungere i formaggi, il resto del burro e far mantecare il tutto.

Farfalle al pistacchio 320 gr. di farfalle; 30 gr. di pistacchi di Bronte sgusciati; 80 gr. di salame in 2 fette; 4 cipollotti; grana grattugiato, olio extravergine di oliva, sale, pepe. Tempo: 30 minuti - Difficoltà: bassa Tagliate il salame a cubetti. Mondate i cipollotti: tagliate la parte bianca a rondelle e la parte verde a fiammifero molto sottile. Tritate molto grossolanamente i pistacchi. Fate rosolare cipollotti e salame in un tegame con

poco olio. Cuocete la pasta, scolatela al dente e riversateta nel tegame con il condimento. Aggiungete i pistacchi e rimescolate sul fuoco per qualche istante. Completate con pepe e formaggio grattugiato prima di servire.

Spezzatino di carne e pistacchio in casseruola 15 ml. (un cucchiaio) di olio, 450 gr. di spezzatino di carne magra, 100 gr. di cipolle, 225 gr. di funghi Porcini, 100 gr. di finocchi selvatici, 200 ml. di brodo vegetale, 15 gr. di farina, 50 gr. di pistacchi di Bronte, 1 mazzetto di erbe aromatiche sale e pepe, 1 bicchiere di vino

rosso. Preparazione: tritate le cipolle. Pulite e affettate i funghi e rosolateli per 5 minuti con la carne tagliata a cubetti in una casseruola con l’olio, finché saranno leggermente coloriti. Unite i finocchi lavati e tritati. Versate il vino rosso, fatelo evaporare, bagnate con il brodo, profumate con le erbe tritate, salate e pepate. Coprite e cuocete in forno moderato a 180° per un’ora e mezza. Stemperate la farina in poca acqua, versatela nella casseruola insieme ai pistacchi sgusciati e tritati grossolanamente e rimettete in forno per altri 15 minuti. Servite la preparazione con patate bollite, carote e una

verdura verde a scelta.

Filetto al pangrattato e pistacchio 4 fette di filetto, 100 g di pangrattato, 100 g di farina di pistacchio di Bronte, 1 spicchio d’aglio, 50 g di pinoli, 50 g di pecorino, sale, pepe, prezzemolo tritato, olio d’oliva. Preparazione: Sistemate le fette di filetto in una teglia precedentemente oleata, condite con sale e pepe. Amalgamate il pangrattato, la farina di pistacchio, l’aglio tritato, i pinoli, il pecorino e cospargete il tutto sopra le fette. Infornate a 250° per 15 minuti e servitele calde.

Pastine di pistacchio 1 Kg. di pistacchi di Bronte già sgusciati, 1 Kg. di zucchero, 50 gr. di miele, 1 buccia di limone grattugiata, 8 albumi. Mescolare insieme i pistacchi tritati fini, lo zucchero ed il miele, aggiungere quindi gli otto albumi e la buccia di limone grattugiata. Formare delle palline da mettere su una teglia unta leggermente di burro da mandare in forno a 180 - 200 gradi per circa 20 minuti. A piacere, le pastine possono essere ricoperte di cioccolata fusa.

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