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Abstract Il fenomeno del workaholic: lavorare più di sessanta ore la settimana è entusiasmo o invece dipendenza? Testimonianze di chi ne è ancora totalmente coinvolto e di chi, a fatica, ne è uscito fuori.

Entusiasti o sbronzi di lavoro? di Luciana Zanon Pubblicato su 7th floor n.8/2007 http://www.7thfloor.it/2007/07/09/worka holic-entusiasmo-dipendenza-dalavoro/

Enrica, 27 anni, vede il suo ragazzo all’incirca ogni 20 giorni. “Ma come, non vivete entrambi a Torino?” “Sì certo, è questo il bello, si fa per dire, viviamo nella stessa città, ma ci frequentiamo come se vivessimo in paesi diversi.”. Lavora da due anni in un’importante società di consulenza, inizia alle nove del mattino e prima delle dieci di sera non riesce ad andarsene dall’ufficio, sabato compreso. Sempre che non sia in viaggio, là deve essere connessa continuamente, dalle sette a mezzanotte.

“Sono fortunata perché il mio ufficio è all’interno di un grosso centro commerciale, così almeno riesco a fare la spesa durante la pausa. Non vado mai né in palestra né dal parrucchiere, la domenica sono così stanca che non mi va di vedere nessuno, alle volte neanche il mio fidanzato.”. “Ma lui cosa dice, non si lamenta?”. “All’inizio no, sai un lavoro prestigioso, importante, era molto comprensivo, mi sosteneva. Ora credo si stia stufando, ogni tanto mi da degli aut aut, ma io non riesco a decidermi. Non posso smettere, non ora, il lavoro che faccio è molto pressante ma anche molto eccitante. Ho solo 27 anni e gestisco clienti importanti, lavoro con persone stimolanti, mi danno molte responsabilità, anche loro con i miei stessi ritmi. Da quando ho iniziato questo lavoro sono dimagrita di cinque chili, ma in fondo non mi dispiace molto.”. Quello di Enrica è il tipico racconto di chi viene definito workaholic: più di 70 ore settimanali, grosse responsabilità, mobilità elevata, disponibilità continua. Eppure nonostante la fatica e lo stress, gli aggettivi che spesso si utilizzano per definire il lavoro sono eccitante, entusiasmante, appassionante. L’autorealizzazione, uno dei bisogni fondamentali per la felicità degli individui, si materializza nel lavoro attraverso il raggiungimento di risultati sempre più estremi. Trovare nel lavoro il gusto di esprimere il proprio talento è una fortuna rara, motiva, da carica e fa sentire importanti. E quindi dove sta il problema? “Quando riesco a concludere un contratto dopo settimane di trattative estenuanti, provo un piacere così forte che lo posso paragonare solo all’orgasmo sessuale. Anzi forse ancora più eccitante.” Thierry, 40 anni, avvocato worldwide in un’importante banca francese, si occupa di contratti internazionali. “Le riunioni per chiudere i contratti vanno avanti fino a

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quando non si chiude, spesso anche per più di 24 ore, notte compresa; ogni tanto si fa una pausa per un caffè e per andare in bagno a lavarsi la faccia ma nessuno si sognerebbe di andarsene prima del raggiungimento di un accordo. Eppure dopo queste maratone l’euforia è al massimo, nonostante il sonno perduto.”. Anche Thierry però come Enrica racconta che quando si ferma si sente svuotato e non ha più energia per i tre figli, per la moglie, da mesi non vede gli amici. Quando torna a casa ha solo bisogno di dormire e ricaricare le pile prima di ripartire. Si sente irritabile e spossato, sensazioni che scompaiono al rientro in ufficio. Dov’è allora il limite fra il piacere di lavorare, l’autorealizzazione appunto, e l’eccitazione maniacale che esalta ma non lascia spazio ed energia per nient’altro? Molte ricerche evidenziano come la dipendenza da lavoro stia diventando un vero problema sociale e sanitario. I conflitti familiari, addirittura le separazioni e i divorzi, sono in aumento fra coloro che super lavorano. Molte ore di lavoro per lunghi periodi incrementano i livelli di stress, causando depressioni, malattie cardiache, disturbi alimentari e del sonno. E dunque come fare a capire se si è vittima di dipendenza da lavoro o se semplicemente si sta lavorando con entusiasmo? Qual è l’unità di misura che permette di capire quando si supera il limite? Il numero delle ore settimanali, i segnali di stress, le difficoltà nei rapporti familiari e sociali? E quali sono le strategie per venirne fuori, per disintossicarsi? Giuseppe, 50 anni, direttore di divisione di una multinazionale: “Io non mi considero un workaholic, lavoro più di 60 ore la settimana, ma non penso di essere dipendente da lavoro. Certo se lo chiedi a mia moglie forse lei non è molto d’accordo. Per me lavorare è molto

coinvolgente, se hai responsabilità nei confronti dei tuoi uomini, se spetta a te prendere le decisioni, non puoi che sentirti coinvolto. Cosa faccio per accorgermi se sono al limite? Per me il numero delle ore non è importante, anche perché lavoro fuori casa e quindi non tolgo tempo alla famiglia. Sono più significativi altri segnali: quando mi accorgo di essere intollerante e litigioso allora mi rendo conto che devo darci un taglio. Io sono un ottimista di natura ma quando comincio a vedere solo problemi capisco che qualcosa non va. Un altro segnale è il sonno, nei periodi di super lavoro dormo molto di più, alle dieci di sera mi addormento di botto e non mi sveglia nessuno. Strategie? Quello che mi serve di più è aumentare l’attività fisica, vado a correre e mi scarico. E poi mi chiudo nel mio ufficio, cerco un po’ di solitudine, ho bisogno di starmene per conto mio”. Ma cogliere i campanelli d’allarme, come nelle vere dipendenze, non è facile. Non ci si rende conto di esagerare, si vive continuamente con un brivido lungo la schiena che fa sentire vitali ed eroici. Anche se ci si lamenta del super lavoro in verità lo si fa con autocompiacimento senza provare un reale disagio, guardando con boria i poveri mortali dai ritmi comuni. È quello che racconta Monica, psicologa, 33 anni, ricercatrice in università. Ora è incinta e vede la sua situazione di exworkaholic con un po’ di distanza, si definisce una “disintossicata a rischio”. “Quando ci sei dentro, non ti rendi conto di quello che succede: ti senti sotto pressione, ma lo vivi come uno stimolo continuo, ti senti il padrone del mondo. L’unico disagio ogni tanto è la paura di non essere all’altezza, di non farcela. Campanelli d’allarme certo che ci sono: io avevo nausee, tensioni muscolari fortissime, insonnia. Però non bastano, continui lo stesso, ti senti troppo figo per

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smettere. Se qualcuno ti dice che stai esagerando ti senti incompresa. Ti costruisci una gabbia, non solo psicologica, ma in un delirio di attivismo metti in piedi un sacco di impegni e poi per non deludere nessuno non puoi più dire di no.”. E dunque incapacità di ascoltare sé stessi, anche se i segnali sono netti ed evidenti. Non ci si può fermare, nessuna focalizzazione sui propri desideri, l’importante è il fare continuo, alle volte senza una direzione precisa. “Come se ne esce? In realtà non c’è un momento vero e proprio in cui te ne accorgi, né una strategia ben precisa, è piuttosto un processo di consapevolezza. Per me è iniziata con una forte delusione: lavoravo da mesi, 12 ore al giorno weekend compresi ad un progetto appassionante: trascuravo tutto e tutti, viaggiavo senza vedere le città, ero totalmente identificata nel lavoro. Poi per un soffio, questione di mezzo punto, il progetto non è stato accettato: mi è crollato il mondo addosso, ero depressa, piangevo continuamente, niente aveva più senso. Mio marito era a dir poco perplesso e ha cominciato a mandarmi dei segnali forti, a dirmi che io nella coppia non c’ero più. Da lì è cominciato il mio ripensamento, ma non avviene in modo indolore. Cominci a dire dei no, ma lo fai con tristezza perché pensi sempre di perdere delle opportunità. Perfino adesso che mi sembra di esserne fuori, ogni tanto mi capita di vivere con un certo disagio il fatto di non essere impegnata al 100%.”. Storie diverse, in comune una forte passione per il lavoro, passione che ad un certo punto si trasforma in coazione a ripetere. Forse questo è il confine fra entusiasmo e dipendenza. Non poter più gustare un pomeriggio di ozio, non riuscire a fermarsi e sentire il fresco in giardino, così solo per rimanere con gli

occhi al cielo, incantati a guardare la luna.

“Ma secondo te io sono un workaholic?” A chiederlo è Andrea, direttore di 7th floor. La domanda è diretta e inaspettata, mi incuriosisce, così cominciamo a parlare. “Me lo sto chiedendo ultimamente, da imprenditore. Mi appassiono talmente alle cose che faccio, non riesco mai a staccare e allora mi domando qual è il confine fra lavoro e piacere. Europedia e 7th floor sono le mie creature, certo parlare con gli autori di 7th floor è un lavoro, ma nello stesso tempo per me è divertimento e pura energia. Alle volte mi rendo conto che chiedo a chi lavora con me di avere il mio stesso entusiasmo, ma per loro fatalmente non è così. E, cosa per me inconcepibile, al festival dell’innovazione preferiscono una festa di compleanno.”. “L’altro aspetto è l’always on, le molte tecnologie che hai a disposizione moltiplicano le occasioni di incontro e di scambio ma nello stesso tempo ti rendono sempre visibile e, neccessariamente, disponibile. Il blog che nasce come strumento democratico di condivisione di idee, si può trasformare in un affanno continuo, alla rincorsa del ranking. Non c’è natale o ferragosto che tenga, tutte le mattine ti devi collegare e controllare le statistiche di Google, sennò sei tagliato fuori.” .“A casa ora mi sono organizzato con il wireless e quindi posso lavorare dal terrazzo, ma questo, ancora una volta, elimina ogni confine di tempo e di spazio. E quindi c’è sempre qualcosa da fare, qualcuno con cui collegarsi, un posto da cui potersi connettere, è una sensazione di pieno continuo.”. “L’altra sera mi sono sorpreso, ero così esausto che non potevo fare nulla, nè leggere né bloggare. Niente di niente. Solo allora ho sentito la frescura

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