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E 4,50

NOVEMBRE 2016

I N R EG A LO L A M A P PA

CO LO N IZ Z A R E M A RT E

ITALIA

MARTE La corsa al Pianeta Rosso

L A S E R I E I N O N DA S U N AT I O N A L G EO G R A P H I C DA L 1 5 N OV E M B R E

NATIONAL GEOGRAPHIC IN ITALIANO - MENSILE - NOVEMBRE 2016 - VOL. 38 N.5 • POSTE ITALIANE SPED. IN A.P. - D.L. 353/2003 CONV. L. 46/2004, ART. 1, C. 1, DCB - MILANO


novembre 2016 • vol. 38 • no. 5

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Polpo di genio Il polpo è forse il più alieno tra tutti gli animali, eppure abbiamo qualcosa in comune. di Olivia Judson

fotografie di David Liittschwager

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La grande corsa al Pianeta Rosso Il prossimo grande obiettivo dell’umanità è senza dubbio la conquista di Marte. Ma quando ci arriveremo? E quale sarebbe il costo di un simile viaggio per la nostra salute?

Onda calda Un’enorme massa di acqua calda ha sconvolto gli equilibri naturali del Paciico, decimando lora e fauna lungo la costa americana. L’hanno chiamata “il blob” e potrebbe essere la prova generale del futuro che attende i nostri mari.

Fragile pace Sette anni dopo la ine di una sanguinosa guerra civile, lo Sri Lanka cerca di risollevarsi. Ma deve ancora fare i conti con gli strascichi del passato: decine di migliaia di senzatetto e di persone scomparse senza lasciare traccia.

di Craig Wech fotografie di Paul Nicklen

di Robert Draper fotografie di Ami Vitale

di Joel Achenbach fotografie di Phillip Toledano, Robert Clark, Max Aguilera-Hellweg, Mark Thiessen

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HiRISE, dieci anni di foto di Marte La fotocamera della sonda Mars Reconnaissance Orbiter ci ha mostrato il vero volto del pianeta. di Shigeo Otsuka

Supplemento speciale: la mappa di Marte In allegato un supplemento speciale su Marte: da un lato la mappa dettagliata della supericie marziana; dall’altro il poster con la ricostruzione della possibile colonizzazione umana del Pianeta Rosso.


RIVISTA UFFICIALE DELLA NATIONAL GEOGRAPHIC SOCIETY “INSPIRING PEOPLE TO CARE ABOUT THE PLANET”

Le rubriche NATIONAL GEOGRAPHIC SOCIETY

Gary E. Knell

PRESIDENT AND CEO BOARD OF TRUSTEES

Editoriale Anteprima 3 domande Voices L’orologiaio miope Basic Instinct

EXPLORE PERSONE

Supereoi come noi ANIMALI

Freschi come formiche Il segreto dell’asimmetria in un guscio ANTICHE CIVILTÀ

Jean N. Case CHAIRMAN : Tracy R. Wolstencroft

CHAIRMAN : VICE

Wanda M. Austin, Brendan P. Bechtel, Michael R. Bonsignore, Alexandra Grosvenor Eller, William R. Harvey, Gary E. Knell, Jane Lubchenco, Marc C. Moore, George Muñoz, Nancy E. Pfund, Peter H. Raven, Edward P. Roski, Jr., Frederick J. Ryan, Jr., Ted Waitt, Anthony A. Williams RESEARCH AND EXPLOR ATION COMMIT TEE CHAIRMAN :

Peter H. Raven

Paul A. Baker, Kamaljit S. Bawa, Colin A. Chapman, Janet Franklin, Carol P. Harden, Kirk Johnson, Jonathan B. Losos, John O’Loughlin, Steve Palumbi, Naomi E. Pierce, Jeremy A. Sabloff, Monica L. Smith, Thomas B. Smith, Christopher P. Thornton, Wirt H. Wills EXPLORERS - IN - RESIDENCE Robert Ballard, Lee R. Berger, James Cameron, Sylvia Earle, J. Michael Fay, Beverly Joubert, Dereck Joubert, Louise Leakey, Meave Leakey, Enric Sala FELLOWS

Dan Buettner, Bryan Christy, Fredrik Hiebert, Zeb Hogan, Corey Jaskolski, Mattias Klum, Thomas Lovejoy, Sarah Parcak, Paul Salopek, Joel Sartore

Il manoscritto perduto NATIONAL GEOGRAPHIC PARTNERS

ANTICHE CIVILTÀ

I segreti della tomba del primo imperatore

CEO

Declan Moore

SENIOR MANAGEMENT

Susan Goldberg Marcela Martin Courteney Monroe CHIEF COMMUNICATION OFFICER : Laura Nichols CHIEF OPERATING OFFICER : Ward Platt LEGAL AND BUSINESS AFFAIRS : Jeff Schneider CHIEF TECHNOLOGY OFFICER : Jonathan Young EDITORIAL DIRECTOR :

CHIEF FINANCIAL OFFICER : GLOBAL NETWORKS CEO:

PIANETA TERRA

Il potere del fiordo Pronto intervento coi fiocchi

BOARD OF DIRECTORS CHAIRMAN :

VISIONS La mia foto Fotodiario Marcela Taboada

Gary E. Knell

Jean N. Case, Randy Freer, Kevin J. Maroni, James Murdoch, Lachlan Murdoch, Peter Rice, Frederick J. Ryan, Jr. INTERNATIONAL PUBLISHING SENIOR VICE PRESIDENT :

Yulia Petrossian Boyle

VICE PRESIDENT OF STRATEGIC DEVELOPMENT :

Ross Goldberg Ariel Deiaco-Lohr, Kelly Hoover, Diana Jaksic, Jennifer Jones, Jennifer Liu, Leigh Mitnick, Rossana Stella La National Geographic Society è un’organizzazione non proit internazionale il cui scopo è l’esplorazione e la salvaguardia del pianeta. Copyright © 2016 National Geographic Society. All rights reserved. National Geographic and Yellow Border: Registered Trademarks ® Marcas Registradas. National Geographic assumes no responsibility for unsolicited materials. Printed in U.S.A.

Nel prossimo numero National Geographic in TV

NATIONAL GEOGRAPHIC MAGAZINE EDITOR IN CHIEF

Susan Goldberg

In lettura

DEPUTY EDITOR IN CHIEF :

Archivio Italiano

EXECUTIVE EDITOR DIGITAL :

Blow Up

Jamie Shreeve David Brindley Dan Gilgoff DIRECTOR OF PHOTOGRAPHY : Sarah Leen EXECUTIVE EDITOR NEWS AND FEATURES : David Lindsey CREATIVE DIRECTOR : Emmet Smith MANAGING EDITOR :

INTERNATIONAL EDITIONS

In copertina Le quattro foto di questa immagine composita sono state scattate il 4 ottobre 2014 dalla sonda indiana Mars Orbiter Mission, in orbita a circa 76.685 chilometri dalla supericie. L’immagine è della Indian Space Research Organisation

EDITORIAL DIRECTOR :

Amy Kolczak

DEPUTY EDITORIAL DIRECTOR :

Darren Smith Laura L. Toraldo PRODUCTION : Beata Kovacs Nas MULTIMEDIA EDITOR :


Editoriale m.cattaneo@nationalgeographic.it DIRETTORE RESPONSABILE

Marco Cattaneo CAPO REDATTORE

Marina Conti REDAZIONE

Michele Gravino Marco Pinna Marella Ricci, Grafica e layout VIDEOIMPAGINAZIONE

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Anna Maria Diodori MARKETING

Lorenzo d’Auria TRADUTTORI

Paola Gimigliano Angelo Mojetta Francesca Valente Per Scriptum, Roma: Irene Inserra, Claudia Valeria Letizia PUBBLICITÀ

A.Manzoni & C. S.p.A. Via Nervesa, 21 20139 Milano (italia) Tel. (02) 574941 Fax (02) 57494953 www.manzoniadvertising.it STAMPA

Il pendio del monte Sharp fotografato dal rover Curiosity l’8 settembre 2016.

Puntoweb - Variante di Cancelliera snc. Ariccia (RM)

La strada per Marte

ABBONAMENTI E ARRETRATI

Mentre questo numero va in stampa, il lander intitolato al grande astronomo italiano Giovanni Schiaparelli si è staccato dal modulo orbitante della missione europea Exomars e tra un paio di giorni planerà sul Pianeta Rosso per dare inizio al suo programma di studio del suolo marziano. Dopo gli statunitensi Sojouner, Curiosity, Opportunity e Spirit, Schiaparelli sarà così il quinto rover a solcare la supericie di Marte, il primo pianeta al di fuori della Terra a recare tacce del passaggio della nostra civiltà. Certo, per il momento si tratta solo di missioni robotiche. Ma a giudicare dall’impegno e dall’ottimismo di agenzie spaziali e società private, la prima missione con un equipaggio umano a bordo potrebbe non essere poi tanto lontana. A dare credito a Elon Musk, imprenditore di successo e fondatore di SpaceX, la sua società potrebbe inviare astronauti su Marte già nel 2024. Considerate le diicoltà tecnologiche di una missione del genere, e i rischi a cui sarebbe esposto l’equipaggio per via delle radiazioni cosmiche, altri esperti sono più prudenti. Ma la strada è segnata, come racconta Joel Achenbach nell’appassionante servizio di copertina di questo numero. E c’è già chi si spinge a sognare colonie umane permanenti su Marte. Un’epopea che, tra intrattenimento e documentario, tra scienza e iction, troverà una visionaria anticipazione nella serie Marte, con la regia di Ron Howard, in onda su National Geographic dal 15 novembre.

Somedia S.p.A. Tel. *199.78.72.78 (*0864.25.62.66 per chi chiama da telefoni non abilitati o cellulari). Il costo massimo della telefonata da rete issa è di 14,37 cent di euro al minuto +6,24 cent di euro di scatto alla risposta (iva inclusa). Per chiamate da rete mobile il costo massimo della chiamata è di 48,4 cent di euro al minuto +15,62 cent di euro di scatto alla risposta (iva inclusa). Fax 02.26681991 (dal lunedì al venerdì ore 9-18). email: abbonamenti@somedia.it email: arretrati@somedia.it Registrazione del Tribunale di Roma n. 652/97 del 2 dicembre 1997 ISSN 2499-0582

Gruppo Editoriale L’Espresso SpA CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE PRESIDENTE Carlo De Benedetti AMMINISTRATORE DELEGATO Monica Mondardini CONSIGLIERI

Massimo Belcredi, Agar Brugiavini, Alberto Clò, Rodolfo De Benedetti, Francesco Dini, Silvia Merlo, Elisabetta Olivieri, Luca Paravicini Crespi, Michael Zaoui DIRETTORI CENTRALI

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Divisione Stampa Nazionale Via Cristoforo Colombo, 90 - 00147 Roma DIRETTORE GENERALE Corrado Corradi VICEDIRETTORE Giorgio Martelli

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MARINA CONTI

Accertamento Diffusione Stampa Certiicato N. 8085 del 06.04.2016

Marco Cattaneo, Direttore

FOTO: NASA/JPL-CALTECH/MSSS


Anteprima

Animali da salvare

Il diploma di Sartore L’ottavo volume del corso di fotograia di Joel Sartore sarà in edicola con il magazine di dicembre. Per chi ha seguito inora questo percorso di studio condotto dal grande fotografo di National Geographic, l’ultimo DVD della serie rappresenta in un certo senso un “diploma” a coronamento di tutti i preziosi consigli elargiti nell’arco di 24 lezioni. Un corso ampio e articolato che è stato concepito per permettere a chiunque di cimentarsi con tutte le situazioni fotograiche immaginabili, dalla fotograia naturalistica nei luoghi più isolati e selvaggi ino a quella di matrimonio o degli eventi quotidiani a casa nostra. Come conclusione ideale del corso, nell’ottavo volume di Fotografia, corso completo con Joel Sartore, il fotografo-docente afronterà un tema a dir poco fondamentale per tutti i fotograi, amatoriali o professionisti che siano: quello dell’organizzazione e dell’editing delle proprie fotograie al termine dello scatto e dello sviluppo di una narrativa. Il DVD sarà in edicola a dicembre con National Geographic Italia a € 9,90 in più. Ma per chi si fosse perso qualche numero, resta in vigore l’oferta speciale per gli abbonati: € 49 per l’intera collana.

Otto volumi con le fotograie e le schede degli animali più a rischio del pianeta e le mappe dei loro areali attuali: un archivio visivo delle specie in via d’estinzione che i nostri igli e nipoti potrebbero non vedere mai dal vivo. Con le immagini del progetto Photo Ark del fotografo Joel Sartore e i testi della zoologa collaboratrice di National Geographic Italia Lisa Signorile, la collana Animali da salvare è disponibile in edicola con il magazine dal mese di novembre. I volumi sono otto, suddivisi in uscite settimanali, in edicola con Ng Italia o Repubblica a € 9,90 in più.

ANTEPRIMA: DVD The Story of God, La Creazione

Il protagonista di questo DVD è il grande attore Morgan Freeman che, attraverso interviste, indagini e approfondite documentazioni in tutto il mondo, si interroga su uno dei più antichi dilemmi dell’umanità: da dove veniamo realmente?

Come acquistare il DVD The Story of God, La Creazione sarà in edicola tutto il mese di dicembre al prezzo di d 9,90. Inoltre i DVD di National Geographic sono disponibili, distribuiti da Cinehollywood, nei principali punti vendita del mercato home video: elettronica di consumo, grande distribuzione, videoteche, librerie, internet. Tra i titoli, alcuni dei quali anche in blu-ray, Sei gradi. Allarme riscaldamento globale, Squali, la verità sui killer dei mari, L’impero dei dinosauri. Abbonamenti e arretrati Per abbonarsi a National Geographic Video in DVD o per ordinare i DVD singolarmente telefonate al numero: 199.78.72.78 (0864.25.62.66 per chi chiama da cellulari) il costo massimo della telefonata da rete issa è di 14,26 cent di euro al minuto più 6,19 cent di euro alla risposta iva inclusa. Fax 02.26681991 (dal lunedì al venerdì ore 9-18). Oppure collegatevi all’indirizzo: www.nationalgeographic.it

FOTO: DITTY ABOUT SUMMER


3 Domande

carismatiche come Papa Francesco o Barack Obama entrambi in grado di ispirare milioni di persone - e attivisti come Sunita Narain, una voce molto inluente in India, che chiede al proprio paese di partecipare a una soluzione globale. Come si può attirare maggiore attenzione sulla questione del cambiamento climatico? Non ci sono problemi più importanti di questo; è in gioco il futuro del pianeta. Non abbiamo un pianeta B. L’energia che metteremo nella soluzione del problema e la pressione che eserciteremo sui leader globali perché si interessino contribuiranno a creare un ambiente sostenibile a lungo termine.

Clima hollywoodiano Il premio Oscar Leonardo DiCaprio, 41 anni, ama dire che si guadagna da vivere in mondi immaginari. Dopo essersi cimentato nei ruoli di pioniere del West, di miliardario degli anni Venti e di truffatore degli anni Sessanta, l’attore, che è anche Messaggero di Pace ONU, ha prodotto Punto di non ritorno, un documentario in cui affronta un problema tutt’altro che immaginario: il cambiamento climatico. Punto di non ritorno andrà in onda il 7 novembre alle 21.55 su National Geographic. L’ INTERVISTA È STATA TAGLIATA PER ESIGENZE DI BREVITÀ E CHIAREZZA.

Chi spera di raggiungere con questo documentario? Ognuno di noi deve svolgere il suo ruolo per salvare il pianeta. Lo scopo del ilm è informare chiunque - dai leader globali alla gente comune - sui rischi del cambiamento climatico. Tutti noi dobbiamo darci da fare oggi stesso per accelerare l’adozione su scala globale di tecnologie che utilizzino energia pulita e rinnovabile. Per il ilm abbiamo intervistato igure

Per questo film ha girato per tutto il mondo. Che messaggio ha la gente per gli americani? Dobbiamo eleggere leader che capiscano la gravità dei problemi che stanno trasformando il clima, leader che credano alle innegabili verità della scienza. Non c’è nazione o società immune dai sintomi del cambiamento climatico e in molte regioni americane se ne vedono già gli efetti. Possiamo ancora fare qualcosa per impedire che queste crisi diventino un problema generalizzato del futuro del nostro paese. Abbiamo l’opportunità di guidare il mondo in una delle questioni più importanti di tutti i tempi.

FOTO: PER GENTILE CONCESSIONE DI JOHN RUSSO, BEFORE THE FLOOD


Voices Samantha Cristoforetti

Marte? Non ho l’età Intervista di Marina Conti Per volare alto come la ragazza dell’astronave accanto bisogna avere i piedi ben saldi per terra. Samantha Cristoforetti, “europea di nazionalità italiana”, come si deinisce sul suo proilo Twitter, ha vissuto sulla Stazione Spaziale Internazionale 199 giorni, 16 ore e 42 minuti, dal novembre 2014 al giugno 2015, “e adesso si sta riadattando a essere terrestre sulla nostra meravigliosa astronave Terra”. Con la missione Futura dell’Agenzia Spaziale Italiana è diventata la prima donna italiana nello spazio ed è l’unica in forza all’ESA, l’Agenzia Spaziale Europea.

Le piacerebbe andare su Marte? Naturalmente, ma sono anche realistica: non credo che sarà un’avventura per astronauti della mia generazione. Abbiamo ancora molte tecnologie da mettere a punto e molti concetti operativi da mettere alla prova sul campo: missioni in orbita cislunare e poi sulla supericie della Luna, nei prossimi 10-15 anni, ci permetteranno di capire, in vista di una missione marziana, che cosa sappiamo davvero fare e che cosa invece necessiterà di ulteriori sforzi di sviluppo. Rispetto alla Stazione Spaziale Internazionale, la Luna è mille volte più lontana: gli astronauti dovranno essere molto più autonomi di quanto non lo siano ora. La missione marziana, poi, porterà questa necessità di autonomia (self-reliance) all’estremo. È vero che già a otto anni, quando leggeva Verne e Salgari,  sognava di “luttuare” e sapeva di voler fare l’astronauta? Mi piacevano molto i libri di esplorazione e avventura, sì. Non so se le due cose siano collegate, ma è anche vero che di notte sognavo spesso di luttuare, cosa che adesso mi capita molto più raramente, purtroppo. A occhi aperti sognavo invece di viaggiare nello spazio, ma in genere su astronavi come quelle di Star Trek, dove fantascientiici generatori di gravità artiiciale permettono di camminare come sulla Terra. Quali opere di narrativa e ilm sullo spazio e su Marte l’hanno colpita maggiormente e perché? Il ilm The Martian, ma soprattutto il libro. A parte la catastrofe iniziale, è una narrazione realistica: tutto ciò che il protagonista fa per sopravvivere è spiegato nei dettagli e giustiicato da un punto di vista scientiico. C’è una bellissima frase, che non so come sia stato possibile tradurre e che dice più o meno: “I’ll science the hell out of this planet”. Qual è la caratteristica principale per un aspirante astronauta? Dando per scontate caratteristiche imprescindibili per accedere a qualsiasi ambiente professionale competitivo (preparazione, determinazione, equilibrio…), un candidato o candidata astronauta dovrebbe essere molto versatile: è una professione che non richiede capacità eccezionali in un particolare ambito, ma piuttosto la capacità di cavarsela bene in cose molto diverse tra loro e di acquisire rapidamente nuove competenze. n at ion a l g e o g r a p h ic • nov e m br e 2 0 1 6


Per esempio, devi stare serena in una centrifuga o in una tuta pressurizzata sott’acqua, ma devi anche essere capace di imparare il russo; devi mostrare destrezza manuale nel controllare un braccio robotico o nel condurre un esperimento con materiale di laboratorio, ma devi anche ricordare molte nozioni teoriche; devi essere a tuo agio vivendo per un certo tempo in un ambiente piuttosto isolato, ma devi anche essere capace di comunicare con un vasto pubblico. È ancora dell’idea che l’umanità imparerà a convivere con lo stesso spirito di un equipaggio su un’astronave afollata? Sono convinta che sia necessario. Se non lo sapremo fare, non credo che riusciremo ad afrontare con successo le side globali che ci aspettano. Anche da persona estremamente ottimista, quale credo di essere, ritengo che non dovremmo dare per scontata la sopravvivenza della nostra specie sulla Terra. FOTO: ESA /E YE VINE/CONTR ASTO

L’astronauta dell’ESA Samantha Cristoforetti scatta una foto durante la missione Futura sulla Stazione Spaziale Internazionale.


L’orologiaio miope

Il misterioso dodo polare Tutti hanno sentito parlare del dodo, il grande parente dei colombi che viveva nell’isola di Mauritius e che è diventato famoso per la sua rapida e immotivata estinzione in meno di un secolo. Quello del dodo però non è un caso unico; ci sono altri uccelli che, pur vivendo in ambienti completamente diversi, ne condividono le caratteristiche e la triste ine, solo che hanno un uicio del marketing peggiore. Tra questi c’è il cormorano dagli occhiali (Phalacrocorax perspicillatus), che viveva nelle isole del Commodoro, nell’ambiente gelido e inospitale dello Stretto di Bering. Di questo cormorano sappiamo pochissimo. Sappiamo che mangiava pesce e che era molto grosso, il più grande cormorano mai vissuto (circa 7 chili) e che come il dodo era adattato a vivere su piccole isole, per cui volava poco o niente e non temeva l’uomo, ovvero era una preda ideale. Fu scoperto nel 1741 da Georg Steller, il naturalista e medico di bordo della seconda missione esplorativa russa verso l’Alaska, che si concluse tragicamente con un naufragio e la morte del capitano Vitus Bering durante il viaggio di ritorno. Per i naufraghi procurarsi il cibo durante l’inverno subartico non era facile, ed erano disposti a mangiare qualsiasi cosa. Tuttavia questo cormorano con un anello bianco intorno agli occhi e grosso quanto un’oca “era suiciente a nutrire tre uomini afamati” e, contrariamente alla media dei cormorani che sono disgustosi, se incapsulato nell’argilla e cotto in una depressione del terreno riscaldata, alla maniera degli abitanti della Kamchatka, pare fosse ottimo. Anche troppo, perché Steller li descrive “copiosissimi”, usando la parola latina, ma l’ultimo individuo avvistato risale al 1840 circa, dopo un secolo esatto. A segnarne il destino furono i cacciatori attratti sull’isola di Bering dai resoconti dei naufraghi reimpatriati, per via dell’abbondanza di volpi artiche e lontre marine, la cui pelliccia era preziosa, e che usavano i cormorani e le - altrettanto estinte - vacche marine di Steller come fonte di cibo fresco. Steller non riuscì a tornare a San Pietroburgo, morì in Siberia nel viaggio di ritorno, ma inviò i suoi resoconti all’Accademia Russa delle Scienze. Sulla base delle meticolose descrizioni di Steller, nel 1811 Peter Simon Pallas descrisse questo misterioso uccello, di cui rimangono solo cinque scheletri dispersi in quattro musei.  —Lisa Signorile ILLUSTRAZIONE: MICHELANGELO PACE


Basic Instinct Amore e piacere nel mondo animale

Mamme senza papà Nella riproduzione sessuata - il metodo di procreazione di quasi tutte le forme di vita - i genitori trasmettono i loro cromosomi alla prole in parti uguali. Nel corso delle generazioni, questo accoppiarsi e procreare rimescola il DNA, regalando agli individui riproduttori sessuati una diversità genetica che li aiuta ad adattarsi ai cambiamenti ambientali. Al contrario, i riproduttori asessuati - una settantina di specie di vertebrati e un gran numero di organismi meno complessi - «utilizzano tutti i cromosomi che hanno» per produrre, da soli, dei cloni genetici, spiega il biologo molecolare Peter Baumann. Ma siccome sono geneticamente identici, questi organismi sono più vulnerabili: una malattia o un cambiamento ambientale che ne uccide uno potrebbe ucciderli tutti. Nel caso della lucertola del genere Aspidoscelis che si riproduce asessualmente studiata da Baumann e colleghi, c’è una diferenza. Le lucertole sono tutte femmine e partenogenetiche, nel senso che le loro uova si sviluppano in embrioni senza fecondazione, ma l’équipe di Baumann ha scoperto che questa specie utilizza un particolare processo di formazione delle cellule uovo che permette a esse di maturare con un numero completo di cromosomi, con una variabilità genetica pari a quella di una lucertola che si riproduce sessualmente. Come si spiega questo fenomeno? Molto tempo fa, dice Baumann, le lucertole del genere Aspidoscelis hanno avuto «un evento di ibridazione», nel senso che le femmine di una specie hanno cominciato ad accoppiarsi con i maschi di un’altra specie. Queste unioni anomale hanno conferito alle lucertole un alto tasso di eterozigosi, che si è conservata grazie al processo di replica - in sostanza, una clonazione - che si veriica nella riproduzione asessuata. Un vantaggio nella diversità genetica di cui le femmine continuano a godere, e che sfruttano per procreare. —Patricia Edmonds

Aspidoscelis neomexicana HABITAT/AREALE

Deserto e prateria del Sud-Ovest degli Stati Uniti e del nord del Messico. STATUS

Gran parte delle circa 50 specie di Aspidoscelis è al sicuro. A quattro di esse è stato attribuito lo status “Quasi Minacciata” e ad altre quattro lo status “Vulnerabile”.

Questo individuo di Aspidoscelis neomexicana è stato fotografato all’Henry Doorly Zoo and Aquarium di Omaha, Nebraska.


EXPLORE Persone

Supereroi come noi

Una schiera di nuovi personaggi sta scardinando a suon di cazzotti gli stereotipi sui supereroi. L’anno scorso, in America del Nord, le vendite di fumetti e graphic novel hanno superato il miliardo di dollari. E tra i supereroi acquistano sempre più rilievo quelli fuori dagli schemi, come donne o personaggi appartenenti a minoranze razziali e culturali o al mondo LGBT (lesbiche, gay, bisessuali e transgender). Alcuni sono del tutto nuovi, ma anche tra i classici ci sono stati dei cambiamenti: la Marvel ora ha uno Spider-Man nero e una Thor femmina; Harper, supereroina della Archie Comics, è di etnia mista e disabile, e Wonder Woman, della DC Comics, si è di recente trovata a celebrare un matrimonio gay. Secondo l’analista del settore Milton Griepp queste categorie un tempo marginalizzate appaiono regolarmente nei fumetti mainstream da circa 10 anni, un cambiamento che si deve al successo dei manga, che hanno un pubblico a prevalenza femminile, e alla recente ondata di ilm hollywoodiani sui supereroi, oltre che alle trasformazioni della cultura popolare, delle leggi, dei dati demograici e alla difusione di Internet. Ma non è la prima volta che i supereroi subiscono un processo evolutivo. In efetti, gli ultimi cambiamenti sono parte di un continuum, spiega l’esperto Ramzi Fawaz: i primi personaggi “alternativi” comparvero tra gli anni ’50 e ’60, e nei decenni successivi sono conluite nel processo anche questioni di politica identitaria e tematiche ambientali. Steve Orlando, fumettista bisessuale, dice che i suoi supereroi gay, Virgilio e Midnighter , non sono solo all’avanguardia, ma anche esseri umani in cui ci si può riconoscere. «La gente mi dice che Midnighter gli da la forza di essere se stessa», racconta. «C’è chi ha aspettato una vita per trovare un personaggio che gli somigli; meritiamo tutti un momento alla Peter Parker in cui ci diciamo: questo tipo è un eroe, ed è come me. Forse potrei esserlo anch’io». —Jeremy Berlin

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1. Prodigy Il supereroe mutante David Alleyne si dichiara bisessuale in un numero del 2013 dei Giovani Vendicatori.

2. Tempesta Ororo Munroe, maga del clima degli X-Men, è la prima donna nera dei fumetti mainstream (1975).

3. Luke Cage Il paladino nero della giustizia sociale ha avuto i poteri nel 1972, dopo essere stato incarcerato ingiustamente.

4. Pantera nera T’Challa, re della nazione africana di Wakanda, è un vero portento, sia isico, sia mentale. Nasce nel 1966.

5. Daredevil Rimasto cieco da bambino, ma dotato di sensi sovrumani, Matt Murdock è stato creato da Stan Lee nel 1964.

6. Sunspot Bobby da Costa, supereroe brasiliano che sfrutta l’energia solare, fa parte dei Nuovi Mutanti dal 1982.

7. Dust Capace di trasformarsi in polvere, questa mutante afghana che porta il niqab ha debuttato nel 2002.

8. Kyle e Northstar Sposato con Kyle Jinadu, il velocissimo Jean-Paul Beaubier è dal 1992 il primo supereroe gay.

9. Dani Moonstar Questa eroina nativa americana, apparsa nel 1982, fa parte del gruppo femminile Fearless Defenders.

10. Karma Apparsa nel 1980, questa sensitiva vietnamita è tra le poche supereroine lesbiche.

11. Skin Angelo Espinosa, ex membro di una gang di Latinos, può modiicare la sua pelle. Nasce nel 1994.

12. Batwoman Ispirata a Batman, Kate Kane è stata cacciata 10 anni fa dall’Esercito USA perché lesbica.

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FOTO: THOMAS ALLEN © DC COMICS (BATWOMAN); © MARVEL CHARACTERS, INC (TUTTI GLI ALTRI)


EXPLORE

Animali

Freschi come formiche

Quando la temperatura sale a 50 gradi, gli animali del Sahara cercano rifugio all’ombra. Tutti, tranne le formiche d’argento (sopra) che invece escono dai formicai e vanno a cercarsi il pranzo (in genere carcasse di animali). Nel 2015 i ricercatori di due università belghe hanno trascorso un mese sotto il sole brutale per studiarle e scavare i loro nidi. L’obiettivo? Scoprire in che modo questa specie si sia adattata a un calore in grado di fondere le suole delle scarpe. In Belgio i ricercatori hanno esaminato le formiche al microscopio elettronico, scoprendo che i loro peli, itti e a sezione triangolare, rilettono la luce come un prisma, facendole luccicare come il metallo e proteggendole dal calore. Il dottorando Quentin Willot ne ha rasata una con un bisturi e l’ha esposta a una lampada riscaldante, veriicando che la sua temperatura si innalzava rapidamente. Secondo Willot il metodo è unico tra gli animali, e potrebbe risultare utile anche a noi, tanto che diverse aziende sarebbero interessate a riprodurlo. —Nina Strochlic

IL SEGRETO DELL’ASIMMETRIA IN UN GUSCIO

All’esterno il nostro corpo è simmetrico: due gambe, due braccia, e più o meno uguale sui due lati, mentre al suo interno regnano disordine e asimmetria. Alcuni gasteropodi, invece, «portano la loro asimmetria all’esterno», dice il genetista evolutivo Angus Davison, che ha identiicato il gene che fa sviluppare in senso orario la spirale delle conchiglie di Physa, un mollusco d’acqua dolce. È lo stesso gene che nei vertebrati, compresi gli esseri umani, determina la struttura delle cellule. E se il gene muta? In Physa, la spirale del guscio gira a sinistra; nell’uomo, la mutazione può essere fatale. —R.H. Shea FOTO: NORMAN NAN SHI E NANFANG YU, COLUMBIA UNIVERSITY (IN ALTO); ALBERT KOETSIER


EXPLORE

Antiche civiltà

Il manoscritto perduto Fino al 1917 l’archivio della chiesa Maria SS. Assunta di Galatone, in provincia di Lecce, era stato la sua dimora. Poi, del Codice Galatone 1 si era persa ogni traccia. Il manoscritto, databile al XIII secolo, custodiva un eucologio, un testo liturgico tipico della chiesa greca. L’incertezza sul destino del manoscritto è durata ino al 2015, quando Stefano Parenti, bizantinista al Pontiicio Ateneo S. Anselmo di Roma, ha annunciato il ritrovamento del codice, identiicato nei manoscritti greci 19 e 20 custoditi presso la biblioteca David M. Rubenstein, appartenente alla Duke University di Durham, in North Carolina. Con rigore di studioso e intuito da Sherlock Holmes, Parenti è stato guidato da alcune signiicative coincidenze tra ciò che era noto del codice salentino e quanto risulta dalla descrizione dei manoscritti di Durham. «La prova regina è la presenza, nei codici di Durham, di alcune preghiere dietro l’ambone e la loro posizione nel manoscritto», ricorda lo studioso. Oggi l’uficio diocesano per i beni culturali ha dichiarato il proprio impegno a riportare il codice nel Salento, con il sostegno del comune di Galatone. La storia è simile a quella di altri manoscritti, il cui arrivo negli Stati Uniti presenta molti punti oscuri. È ragionevole pensare che, in molti casi, la colpa delle “migrazioni oltreoceano” sia stata di coloro che erano i responsabili degli archivi e che avrebbero dovuto custodire queste preziose testimonianze. —Anna Rita Longo FOTO: DAVID M. RUBENSTEIN RARE BOOK & MANUSCRIPT LIBRARY, DUKE UNIVERSITY


EXPLORE

Altri reperti

Cimitero degli operai

Gli scavi hanno rivelato numerose fosse dentro e fuori le mura del complesso. Qui sono venuti alla luce carri in bronzo, armature di pietra e igure di acrobati in terracotta, assieme ai resti di cavalli e altri animali.

Antiche civiltà

Sepolture degli operai Artigiani, operai e manovali che morirono nei 36 anni necessari per costruire il complesso furono sepolti qui. Di alcuni è riportata l’identità su un frammento di ceramica (a destra) che funge da pietra tombale.

Uficio per offerte sacriicali Animali sacriicali

Sala principale Carri di bronzo e cavalli

Stalle e cavalli

Tumulo funerario

Tomba dell’Imperatore Dai registri storici risulta che Qin Shi Huang Di creò una replica del suo regno per farne la sua ultima dimora. Qui gli archeologi non hanno ancora scavato, temendo che l’esposizione possa danneggiare i tesori sepolti.

Statue di acrobati

Armatura di pietra

Principi assassinati?

I segreti della tomba del primo imperatore Nel 1974, scavando un pozzo nei pressi dell’antica capitale cinese Xianyang, fu scoperto un esercito di guerrieri di terracotta che si presume avesse lo scopo di proteggere la salma del primo imperatore della Cina, Qin Shi Huang Di, morto nel 210 a.C. Ma un resoconto dell’89 a.C. circa non fa menzione delle statue, raccontando invece che il successore dell’imperatore sacriicò alcune concubine facendole seppellire con il sovrano e con gli operai che avevano realizzato la sontuosa sepoltura. Un resoconto inesatto? Probabilmente no. Nel corso degli ultimi 40 anni gli archeologi hanno scoperto diverse sepolture di massa nel complesso funerario, un’area di 56 km2 qui illustrata solo in parte. L’ultima dimora dell’imperatore resta ancora inviolata. Ma è probabile che la camera sepolcrale ospiti davvero la bara di bronzo, le riproduzioni di palazzi, i iumi di mercurio, e i “rari utensili e oggetti meravigliosi” descritti in quel testo del I secolo a.C. Ma la tomba potrebbe nascondere un segreto ancor più clamoroso: forse le statue furono ispirate all’arte greca. Secondo questa ipotesi, gli scultori locali sarebbero stati addestrati da artisti provenienti da zone ellenizzate dell’Asia centrale. —A.R. Williams

Uno dei molti igli del primo imperatore uccise i fratelli per ottenere il trono. I principi sono sepolti qui? Gli scheletri sono per lo più di sesso maschile, e uno dei teschi è spaccato da una freccia. Fossa comune della famiglia reale Stalle e cavalli


Fabbrica

Detenuti puniti In questo sito, una fabbrica, sono stati trovati utensili per lavorare la pietra da costruzione nonché manette e collari di ferro, il che fa pensare che gli operai fossero criminali condannati ai lavori forzati.

Altri ufici

Palazzi secondari

Cimitero delle concubine

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Scheletri mutilati 8-10 m

Molte delle circa 90 tombe di questa zona centrale sono state aperte. Erano vuote, ma parti di corpi giacevano nei vani d’ingresso. Sono forse le tombe delle concubine sacriicate?

L’esercito di terracotta Si stima che qui, in tre fosse a un chilometro e mezzo dalla tomba dell’imperatore, siano state sepolte circa 8.000 statue di guerrieri. Molte erano rivolte a est, la direzione più probabile di un attacco.

Territorio della dinastia Qin (221-206 A.C.)

Xianyang

Esercito di terracotta

DAISY CHUNG E ANDREW UMENTUM, NGM; MANYUN ZOU. FONTI: ZHANG WEIXING E XIUZHEN LI, DIPARTIMENTO DI ARCHEOLOGIA, MUSEO DEL SITO DEL MAUSOLEO DELL’IMPERATORE QIN SHI HUANG; ROBERTO CIARLA, MUSEO NAZIONALE DI ARTE ORIENTALE “GIUSEPPE TUCCI”


EXPLORE

Pianeta Terra

Il potere del fiordo

È noto che una grande quantità di carbonio prodotto dalla materia organica viene “sequestrata” dagli oceani invece di disperdersi nell’atmosfera sotto forma di dannosa anidride carbonica. Secondo una nuova ricerca, i iordi (come quello sopra, in Norvegia) sono accumulatori di carbonio ancora migliori: rispetto al mare aperto, ne trattengono una quantità media per chilometro quadrato cento volte maggiore. Grazie alla loro profondità e conformazione, queste insenature scavate dai ghiacciai e alimentate da torrenti impetuosi trasportano e incamerano la materia organica con relativa eficacia, tanto da intrappolare ogni anno l’11 per cento del carbonio sequestrato da tutte le aree marine. Questo non vuol dire che possiamo usare i iordi come discariche di carbonio: il loro potere, dice l’oceanografo Richard W. Smith, di Global Aquatic Research, sta nel restare incontaminati. «Non credo che l’uomo possa fare meglio di ciò che fa già la natura. Se interveniamo rischiamo di rovinare tutto». —Nina Strochlic

PRONTO INTERVENTO COI FIOCCHI

I iocchi di neve sono tutti diversi tra loro, ma alcuni tipi possono causare più problemi (valanghe, incidenti stradali): sapere che tipo di neve sta cadendo, e su quale strada, può aiutare gli addetti alla viabilità ad afrontare il maltempo. Tim Garrett e i suoi colleghi della University of Utah hanno sviluppato una telecamera ad alta velocità in grado di catturare immagini dettagliate dei cristalli di neve. «Osservandoli intorno al punto di congelamento», spiega Garrett, «si può prevedere se cadrà nevischio, neve o pioggia». Nessun problema con il iocco a destra: posandosi, formerà un manto soice e leggero. —Rachel Hartigan Shea FOTO: ERLEND HAARBERG (IN ALTO); TIM GARRETT, NATIONAL SCIENCE FOUNDATION


VISIONS


Myanmar Un bebè avvolto in una coperta oscilla in un’amaca presso una fabbrica di mattoni alla periferia di Yangon. Sua mamma lavora al forno, dove viene pagata a mattone. Molte famiglie vivono e lavorano in questa fabbrica. FOTO: SOE ZEYA TUN, REUTERS


Turchia I pastori portano le loro greggi verso le zone di pascolo del Monte Nemrut nella polverosa provincia di Bitlis. Questa zona arida della Turchia orientale ha pochi terreni coltivabili e dipende molto dall’allevamento di bestiame. FOTO: ABDULLAH METIN


Altre immagini a: www.nationalgeographic.it/visions/


Stati Uniti Nel deserto di Sonora, nei pressi di Red Rock, Arizona, un temporale in rapido movimento e un arcobaleno condividono il cielo in questa immagine composta da piĂš foto sovrapposte. In questa regione i vicini monti contribuiscono ad alimentare lampi e tuoni. FOTO: JACK DYKINGA, NATURE PICTURE LIBRARY


VISIONS

nationalgeographic.it/lamiafoto

Le foto dei lettori Ogni mese le migliori immagini caricate sul nostro sito

Raffaele Viccione Cassino (FR) Un’«eruzione elettrica», come la deinisce l’autore dello scatto, si scatena sul promontorio del Circeo. Il fotografo, appostato su un’altura a Sperlonga, a circa 35 chilometri di distanza in linea d’aria, ha tutto il tempo per realizzare una serie di scatti, tra i quali sceglie questo, in cui «la fredda potenza elettrica sul mare si contrappone al calore delle luci della cittadina».

Flavio Guzzetti Merlino (LO) Una mosca si posa sul guscio di una lumachina e si fa trasportare, mettendo in scena ciò che l’autore dello scatto deinisce «una sorta di car-sharing naturale». «Spesso mi soffermo a osservare da vicino le “microscene” che ci sfuggono», aggiunge. Come questa, scattata con un’ottica vintage di 60 anni fa (un 100 mm f/2.8) e un piccolo lash.

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FOTODIARIO

Essere suora in Messico In alcuni conventi messicani, la vita delle monache di clausura è fatta di fede, rispetto della tradizione, divertimento e rock and roll.

In un convento di Puebla, in Messico, Suor Reina Maria, 22 anni, novizia dell’Ordine delle Carmelitane Scalze, gioca a pallavolo. I momenti di svago sono importanti per le monache: permettono loro di concedersi una pausa e di ricaricarsi durante una lunga giornata di preghiere e lavori domestici.


VISIONS

Fotodiario

Marcela Taboada

testo e fotografie di MARCELA TABOADA

M  

i piace sempre scoprire che cosa succede dietro le quinte. Che stia fotografando una partita di baseball o un balletto, mi piace sbirciare dietro la tenda e vedere come vivono realmente le persone. Perciò quando ho ottenuto una borsa di studio per documentare per tre anni la vita delle monache di clausura nei monasteri cattolici messicani, ho colto l’occasione al volo. A Puebla, in Messico, dove sono cresciuta, ci sono chiese cattoliche che hanno più di 400 anni. Qui le suore hanno aiutato gli spagnoli a difondere il cattolicesimo nel paese, ma molte di loro vivono recluse nei conventi e non possono avere contatti con l’esterno. Quando ero bambina mi sembravano igure leggendarie. Entrare nel loro mondo non è stato facile. Quando bussavo a un convento, mi dicevano di andare via e mi sbattevano la porta in faccia. Ma sono stata molto insistente e testarda, e alla ine mi hanno lasciata entrare. Quando ho chiesto alle monache perché avessero preso i voti, alcune mi hanno detto di aver risposto alla chiamata del Signore. Altre hanno detto che volevano evitare il matrimonio. E poi c’erano due sorelle che una volta suonavano in un gruppo rock e che hanno preso i voti per trovare un “signiicato spirituale”. Tutte le mattine iniziavo la giornata assieme a loro, alle 4.30. Le loro lodi mattutine erano la mia sveglia. Poi diventavo la loro ombra durante le preghiere e i lavori domestici quotidiani, mentre lavavano, facevano le pulizie e cucinavano. In breve tempo ho scoperto che le

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suore si divertono. Ridono, ballano, fanno partite a carte. Ascoltano il rock. Una delle suore che ho conosciuto era una grande tifosa di calcio; guardava la televisione e seguiva le squadre che le piacevano, pregava per i giocatori e saltava dalla gioia quando vincevano. Lo scopo di questa serie fotograica è mostrare la vita quotidiana di persone rese invisibili dall’isolamento. Voglio che tutti vedano quanto sono vitali, quanto sono umane e femminili. Forse un giorno il loro stile di vita plurisecolare si estinguerà. Ma non è ancora il momento.

Prima della messa, le monache formano una parola liturgica con la cintura del sacerdote sulla tovaglia d’altare (sopra). Il loro lavoro non è sempre stato ben documentato; quando mi hanno detto che non esistono foto che le ritraggano, ho voluto scattare questa foto di Suor Emma (a destra), con una corona e un pastorale.

S TAT I U N I T I

Golfo del Messico MESSICO

Città del Messico O CE A NO PA C I F I C O

Cholula

BELIZE

Puebla GUAT.

0 km

400

NGM MAPS


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Quando ho iniziato questo progetto, pensavo che le suore fossero sempre serie e austere. Invece amano ridere e fare festa. Ecco Madre Maria del Carmen (a sinistra) e Suor Virginia davanti a un tavolo imbandito per un incontro di monache dell’Ordine dell’Immacolata Concezione.


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Nell’arco di una giornata le suore di clausura cattoliche svolgono una serie di compiti. I lavori domestici comprendono tra l’altro (in senso orario dall’alto a sinistra): decorare l’altare con i iori, lavare e stendere il bucato, stirare e inamidare la biancheria e riporre i tavoli da banchetto dopo un evento.


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A Cholula, in Messico, un gruppo di suore di clausura cammina davanti a un muro assolato. Ăˆ stato concesso loro di uscire dal convento per un giorno per fare visita a un monastero francescano. Possono anche uscire per andare dal dottore o dal dentista, ma devono sempre muoversi in coppia.


L’ingegnere spaziale Pablo de León, della University of North Dakota, testa il prototipo di una tuta spaziale adatta a Marte nel cosiddetto “bidone della regolite” del Kennedy Space Center della NASA. All’interno di questo ambiente ermetico, roccia inissima e ventole simulano le tempeste di polvere che potrebbero tormentare gli astronauti su Marte. FOTO: PHILLIP TOLEDANO


Il primo a lasciare le proprie impronte su Marte potrebbe essere un robot come Valkyrie, qui sottoposto a test dagli ingegneri Taskin Padir (a destra) e Velin Dimitrov, della Northeastern University. I robot potrebbero costruire una base prima dell’arrivo degli uomini. In seguito potrebbero essere usati per svolgere altri compiti come pulire i pannelli solari dalla polvere. FOTO: MAX AGUILERA-HELLWEG. IMMAGINE SCATTATA AL NEW ENGLAND ROBOTICS VALIDATION AND EXPERIMENTATION CENTER, UNIVERSITY OF MASSACHUSETTS, LOWELL


Lo scorso maggio, per un breve istante, un albero della South Carolina ha incorniciato il volo del secondo stadio (a sinistra) e del vettore ausiliario di Falcon 9. «Dopo questo successo sono sempre più ottimista riguardo alla possibilità di costruire una città su Marte», ha dichiarato Elon Musk, fondatore di SpaceX, dopo un atterraggio morbido perfettamente riuscito. FOTO: ZACH GRETHER


di Joel Achenbach fotografie di Phillip Toledano, Robert Clark, Max Aguilera-Hellweg, Mark Thiessen

Elon Musk vuole andare su Marte. L’imprenditore ha anche dichiarato pubblicamente di voler morire sul Pianeta Rosso, ma non schiantandosi per l’impatto della sua astronave con la supericie. Lo scorso dicembre, una nuova tecnologia che potrebbe contribuire a evitare un incidente simile ha superato un test importante: un razzo Falcon 9 costruito da SpaceX, la società di Musk, è partito da Cape Canaveral, in Florida, con a bordo 11 satelliti per le telecomunicazioni. Dopo pochi minuti di volo l’endoreattore si è separato dal corpo centrale, come hanno fatto migliaia di altri propulsori esauriti dall’inizio dell’era spaziale, che in genere si riducono in frammenti prendendo fuoco nell’atmosfera e ricadono in mare. Ma questo razzo non era esaurito; anziché cadere si è capovolto, e i suoi motori si sono riaccesi per rallentare la caduta e guidarlo verso una piattaforma di atterraggio. Da terra è stato come vedere il ilmato del lancio al contrario. Nel centro di controllo lancio in Florida e in quello di controllo missione della SpaceX a Hawthorne, in California, centinaia di giovani tecnici scrutavano sui monitor la sfera di luce che m a rT E

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Su un punto tutti sembrano concordi: la prossima grande meta dell’umanità nello spazio non può che essere Marte. si riavvicinava alla Terra. A Cape Canaveral, Musk è corso fuori dal centro per seguire la discesa a vista. Qualche secondo dopo si è sentito un infausto boato. Nessuno era mai riuscito a far atterrare sulla Terra un vettore in grado di raggiungere l’orbita; nei pochi tentativi efettuati in precedenza da SpaceX il razzo era sempre esploso. Ma questo boato era solo il boom sonico provocato dalla rapida discesa attraverso l’atmosfera, ed è arrivato alle orecchie di Musk nel momento in cui il razzo atterrava, delicatamente, integro. Un grande successo per SpaceX, ma anche una pietra miliare nella ricerca sui razzi riutilizzabili. A sentire Musk, questa tecnologia potrebbe ridurre del 99 per cento i costi di lancio, garantendo alla sua azienda un vantaggio sulla concorrenza nel settore del lancio di satelliti e del trasporto di rifornimenti alla Stazione Spaziale Internazionale (Iss). Ma per Musk tutto ciò è irrilevante. Come ha dichiarato in conferenza stampa quella stessa sera, quel primo atterraggio morbido rappresentava «un passo fondamentale nel percorso che ci consentirà di fondare una città su Marte». Elon Musk non vuole semplicemente arrivare su Marte, come fecero gli astronauti dell’Apollo sulla Luna. Vuole costruire una nuova civiltà sul pianeta prima che qualche calamità, probabilmente provocata dall’uomo, cancelli la nostra sulla Terra. Sulla parete accanto alla sua scrivania a Hawthorne sono appese due immagini gemelle di Marte: una raigura l’arido pianeta rosso com’è oggi, mentre nell’altra Marte è azzurro, terraformato con l’aggiunta di mari e iumi. Musk immagina di colonizzare Marte con una lottiglia di navi interplanetarie con a bordo centinaia di passeggeri ciascuna, ognuno dei quali avrà pagato 500 mila dollari o più per un posto sull’astronave. Fondata nel 2002, SpaceX non ha ancora mandato un solo uomo nello spazio, ma spera di poterlo fare l’anno prossimo trasportando gli astronauti della Nasa alla Iss a bordo di un Falcon 9. Attualmente l’azienda è impegnata nella costruzione di un razzo più grande, il Falcon Heavy, ma neppure questo sarà abbastanza grande per por12

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tare gli esseri umani su Marte. Musk ha promesso di rivelare i particolari dei suoi piani a ine settembre (poche settimane dopo che un altro razzo della sua azienda è esploso sulla piattaforma di lancio), ma al momento in cui questo articolo va in stampa non abbiamo indicazioni che SpaceX abbia sviluppato o testato le tecnologie necessarie per mantenere in salute gli esseri umani su Marte o durante il lungo viaggio. In ogni caso, nel giugno scorso Musk ha annunciato che SpaceX vorrebbe mandare i primi astronauti su Marte nel 2024. Atterraggio previsto per il 2025. «Quegli uomini diventeranno famosi, è ovvio», ha aggiunto Musk, «ma in un quadro storico più ampio, ciò che conta davvero è riuscire a mandare sul pianeta decine se non centinaia di migliaia di persone e milioni di tonnellate di merci». Per questo i razzi riutilizzabili sono così importanti. a Nasa, che mandò i primi uomini sulla Luna nel 1969 e cominciò a esplorare Marte con le sonde ancor prima di allora, dice di avere in programma missioni con equipaggio sul Pianeta Rosso, ma non prima del 2030. E anche allora gli astronauti si limiteranno a orbitare intorno al pianeta. Un’impresa pericolosa e complessa come far atterrare una grande astronave sulla supericie è un obiettivo a lungo termine, speciicano all’agenzia spaziale, e di città marziane non si parla neanche. Su un punto, però, tutti sembrano concordi: la prossima grande meta dell’umanità nello spazio non può che essere Marte. Ma a quanto pare esistono visioni contrastanti sulla fattibilità del progetto. Il leggendario astronauta John Grunsfeld, che è andato in pensione a primavera con la carica di responsabile dei programmi scientiici della Nasa, ricorda che già nel 1992 qualcuno gli disse che era tra gli uomini destinati ad andare su Marte. Quest’anno, anche grazie al successo del ilm The Martian, la Nasa ha ricevuto 18.300 candidature per la prossima tornata di astronauti, malgrado i posti disponibili siano solo 14. Grunsfeld vuole ancora che l’uomo arrivi su Marte, ma

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non ha cambiato idea rispetto ad alcuni anni fa quando, parlando di nuove reclute con Charles Bolden, amministratore delegato della NAsA ed ex astronauta, gli consigliò: «Non dire a quei ragazzi che andranno su Marte, perché quando sarà possibile avranno già 60-70 anni». A parte progettare un proprio razzo per raggiungere Marte, la NAsA sta lavorando molto sul benessere dei futuri passeggeri. Nel marzo scorso, per esempio, l’astronauta statunitense Scott Kelly e il cosmonauta russo Michail Kornienko sono tornati sulla Terra dopo aver trascorso 340 giorni sulla Iss. Nell’arco di quasi un anno, i due hanno fatto da cavia per una serie di studi sugli efetti isici e mentali della lunga permanenza nello spazio (un viaggio per Marte potrebbe durare quasi tre anni tra andata e ritorno). Durante il rientro in atmosfera, ricorda Kornienko, la capsula Sojuz sobbalzava come un’automobile lanciata in corsa su uno sterrato. Lui e Kelly respiravano a stento: dopo un anno in assenza di gravità, polmoni e muscoli del torace si erano indeboliti. E una volta atterrati nella steppa del Kazakistan faticavano anche a camminare. La squadra di recupero è andata a prenderli direttamente alla capsula per paura che cadessero e si rompessero un osso. I ilm ci raccontano l’aspetto divertente dell’assenza di gravità, ma le interviste a Kelly e Kornienko dalla Iss mostrano l’altra faccia della medaglia. Con i volti goni per lo scarso drenaggio dei luidi, ci raccontano che cosa signiica abituarsi alla toilette ad aspirazione e a un anno intero di pulizia con le salviette umidiicate, vista l’impossibilità di fare la doccia. Ma nel caso di un viaggio più lungo gli efetti dello spazio sul corpo umano possono diventare un problema davvero serio. «Arrivati lì sarebbero tutti malati», dice Jennifer Fogarty, vice direttrice del programma di ricerca umana del Johnson Space Center della NAsA. In assenza di gravità le ossa si degenerano: si stima che la perdita di massa ossea corrisponda all’uno per cento al mese. L’esercizio isico sostenuto aiuta, ma gli attrezzi ginnici usati sulla Iss sono troppo pesanti per caricarli su un’astronave diretta su Marte. Dopo l’esperienza sulla Stazione Spaziale alcuni astronauti hanno accusato anche un serio indebolimento della vista, a quanto pare provocato dai luidi che si accumulano nel cervello esercitando una maggiore pressione sui bulbi oculari. Lo scenario da incubo è che gli astronauti arrivino su Marte con la vista compromessa e le ossa fragili e si rompano im-

mediatamente una gamba. In teoria, il rischio si potrebbe ridurre facendo roteare rapidamente l’astronave su se stessa in modo da sostituire la gravità con la forza centrifuga. Ma i tecnici della NAsA ritengono che questa soluzione renderebbe ancora più complicata una missione già impegnativa. Un altro pericolo è rappresentato dalle radiazioni. Nella Iss gli astronauti sono ancora protetti dal campo magnetico terrestre. Ma in un viaggio verso Marte sarebbero esposti a eruzioni solari e raggi cosmici, che possono danneggiare il DnA e le cellule cerebrali. Ciò signiica che gli astronauti in arrivo su Marte potrebbero ritrovarsi la vista compromessa, le ossa fragili e la mente meno acuta. Gli esperti stanno studiando la possibilità di rivestire il modulo abitativo con uno strato di acqua o con piante coltivate nel terriccio, ma non hanno ancora trovato una soluzione valida. Già garantire acqua potabile e aria respirabile per tutto il viaggio è complicato. Al Johnson Space Center ho appuntamento con Kenny Todd, responsabile delle operazioni per la Iss. È metà mattinata ma lui ha lavorato tutta la notte per sovrintendere al lancio di uno dei poco pubblicizzati ma non meno importanti voli cargo. Parte dell’acqua in uso sulla Iss, spiega Todd, è ottenuta iltrando e riciclando urina e sudore. Ma i iltri possono essere ostruiti dal calcio (proveniente dal deterioramento osseo degli astronauti) e l’acqua a volte viene contaminata da microbi. Anche i depuratori che rimuovono l’anidride carbonica dall’aria si rompono, come del resto quasi tutte le apparecchiature della stazione spaziale. Finché la Iss rimane nell’orbita terrestre bassa i guasti non rappresentano un problema: la NAsA può mandare i pezzi di ricambio. Nel caso di un’astronave diretta su Marte, invece, si potrebbero usare solo i ricambi caricati a bordo. Tutte le attrezzature per la sopravvivenza, aggiunge Todd, dovrebbero essere molto più aidabili di quanto siano adesso, praticamente indistruttibili. Ciò non signiica che Todd non creda nella possibilità di andare su Marte, né che giudichi negativamente i sognatori già pronti a partire domani. «Da qualche parte si deve pur cominciare», dice. «I sogni sono un buon inizio, e a un certo punto anche quelli diventano realtà. Ma dobbiamo ancora capire un sacco di cose prima che accada». E non vanno trascurati fattori delicati e complessi come la psicologia umana. (Continua a pag. 18) M A RT E

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IL VIAGGIO DEI SOGNI

La distanza minima di Marte dalla Terra è di 54 milioni di chilometri, 140 volte più della Luna. Per mandarci degli astronauti servirebbe un’astronave capace di ospitarli comodamente per mesi, proteggerli dalle radiazioni cosmiche e trasportare scorte suicienti per il viaggio di ritorno. Questa illustrazione, basata su uno studio della NASA, mostra un possibile modello.

Aggancio in orbita terrestre

Veicolo per l’equipaggio Porterebbe gli astronauti nell’orbita terrestre, dove troverebbero il modulo abitativo.

Aggancio in orbita marziana

Modulo abitativo Si attaccherebbe al veicolo per l’equipaggio in orbita terrestre. I due moduli uniti compirebbero il lungo viaggio ino a Marte.

Veicolo di atterraggio su Marte Verrebbe mandato nell’orbita di Marte e trasporterebbe l’equipaggio dall’astronave alla supericie e viceversa.

Marte all’arrivo

210 giorni

Terra al ritorno

Finestre di viaggio In base alla posizione di Marte rispetto alla Terra e al Sole, le condizioni migliori per raggiungere il Pianeta Rosso si veriicano ogni due anni circa. La NASA sta studiando inestre di lancio utili nei prossimi decenni. Gli astronauti potrebbero restare sul pianeta per 500 giorni, in attesa del momento più propizio per il ritorno.

210 giorni

SOLE Terra al momento del lancio

496 giorni

Marte alla partenza


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Vivere nello spazio Il veicolo per l’equipaggio porterebbe gli astronauti nello spazio, ma sarebbe troppo piccolo per ospitare sei persone - il numero minimo per una missione su Marte secondo la NASA - in modo confortevole per un lungo periodo. Un modulo abitativo più grande, forse goniabile, potrebbe essere aggiunto nell’orbita terrestre bassa per la lunga missione interplanetaria.

1 MORALE Spazio abbondante e buon cibo contribuirebbero a mantenere alto il morale. I raccolti delle “pareti verdi” integrerebbero la dieta a base di cibo spaziale.

2 PROTEZIONE Fuori dal campo magnetico della Terra, le radiazioni cosmiche sono pericolose. Pareti verdi piene d’acqua potrebbero proteggere l’equipaggio.

3 RIPARAZIONI I sistemi cruciali di navigazione e riciclaggio dell’aria e dell’acqua sarebbero installati al centro del modulo abitativo per facilitare riparazioni e manutenzione.

4 ESERCIZIO FISICO L’assenza di gravità prolungata può danneggiare mente e corpo. L’allenamento costante sarebbe fondamentale per la salute mentale e isica.

JASON TREAT, NGM; TONY SCHICK. ILLUSTRAZIONI: STEPHAN MARTINIERE FONTI: JAMES B. GARVIN, GODDARD SPACE FLIGHT CENTER DELLA NASA; JASON C. CRUSAN, HUMAN EXPLORATION AND OPERATIONS MISSION DIRECTORATE DELLA NASA; BRET G. DRAKE, THE AEROSPACE CORPORATION; MARIA BANKS, PLANETARY SCIENCE INSTITUTE


I serbatoi d’acqua lungo le pareti dell’astronave potrebbero proteggere gli astronauti dalle radiazioni e tenere alto il morale, consentendo di coltivare ortaggi. Bob Morrow di Orbitec, azienda inanziata dalla NASA, mostra i mazzi di lattuga cresciuti in un prototipo. FOTO: ROBERT CLARK (SOPRA); CHARLES LIMOLI, DEPARTMENT OF RADIATION ONCOLOGY, UNIVERSITY OF CALIFORNIA, IRVINE (CERVELLI DI TOPI); PHILLIP TOLEDANO


RAGGI COSMICI E CERVELLO Privi della protezione del campo magnetico terrestre, gli astronauti sarebbero esposti a particelle chiamate raggi cosmici. Rispetto al cervello di un topo sano (sotto, a sinistra) quello di un topo colpito dalle radiazioni assorbite nel corso di un viaggio interplanetario (sotto, a destra) presenta un numero inferiore di ramiicazioni delle cellule nervose (in verde) e di connessioni (in rosso) nella corteccia prefrontale. I topi sottoposti a radiazioni sono meno curiosi e hanno una peggiore memoria spaziale, «motivo di preoccupazione» per gli astronauti impegnati in un’eventuale missione su Marte, spiega Charles Limoli della University of California. Sopra, dopo essere rimasto sulla ISS per sei mesi, il cosmonauta russo Sergej Volkov si sottopone a una batteria di test presso la Città delle Stelle. I lunghi soggiorni nello spazio - un viaggio su Marte potrebbe durare sette mesi all’andata e altrettanti al ritorno - possono avere gravi efetti sul corpo umano.


Nessun esperimento condotto sulla Terra può simulare ciò che si prova chiusi in un barattolo a milioni di chilometri. «Le missioni robotiche (Segue da pag. 13) sono andate bene; per quanto riguarda l’aspetto tecnico siamo a un ottimo livello», dice Jennifer Fogarty. «Ma adesso è il momento di inserire nel team gli uomini, individui consapevoli in grado di prendere decisioni autonomamente. Abbiamo davvero capito quali e quanti rischi corrono? E siamo in grado di fornire loro gli strumenti per afrontarli?». La Nasa lavora su questo aspetto conducendo missioni sulla Terra. Al Johnson Space Center visito un sito sperimentale in un ediicio senza inestre dove è stata montata una struttura tondeggiante a tre livelli rivestita di materiale insonorizzante. All’interno ci sono quattro volontari che guadagnano 160 dollari al giorno per rimanere chiusi per un mese, senza contatti isici con il mondo esterno. Tredici telecamere consentono ai ricercatori della “sala controllo missione”, allestita pochi passi più in là, di osservare ogni loro movimento e il modo in cui afrontano l’isolamento, sia come individui sia come equipaggio. La simulazione, però, ha i suoi limiti. «Ovviamente non abbiamo un pulsante per azzerare la gravità», spiega la direttrice del progetto Lisa Spence; questi “astronauti” possono usare un vero Wc e fare la doccia. Ma Spence e i suoi fanno di tutto per rendere la situazione più autentica possibile. Vedo due volontari rannicchiati in una camera di equilibrio con indosso visori per la realtà virtuale, impegnati nella simulazione di una passeggiata nello spazio. Parliamo a bassa voce per non farci sentire. Fuori è appena scoppiata una tempesta, con tanto di fragore di tuoni. Se qualcuno all’interno del modulo chiedesse delucidazioni sui tuoni, dice Spence, «abbiamo inventato una storiella assurda sulle condizioni climatiche nello spazio». Per far parte di una missione su Marte occorre un certo tipo di personalità, spiegano gli esperti: bisogna essere capaci di sopportare l’isolamento e la noia del lungo viaggio, per poi impegnarsi in un lavoro frenetico una volta arrivati su Marte. «Selezioniamo solo persone che sanno mantenere 18

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il sangue freddo. Malgrado ciò i conlitti sono inevitabili», aferma Kim Binsted della University of Hawaii, che dirige altre missioni analoghe inanziate dalla Nasa. Nella più recente, sei volontari sono rimasti chiusi per un anno in un into habitat marziano ricostruito sul ianco di un vulcano. Potevano uscire solo indossando le tute spaziali. Ma nessun esperimento condotto sulla Terra può simulare ciò che si prova a essere chiusi in un barattolo a milioni di chilometri di distanza. William Gerstenmaier, responsabile delle missioni con equipaggio della Nasa, monitora gli astronauti che soggiornano nella Iss. «Mandano tweet con immagini della loro città natale», racconta. «Fotografano gli stadi di football delle loro università. Il legame con la Terra rimane molto forte». Kornienko conosce bene la sensazione. «Non si tratta di nostalgia, non è come essere in un’altra città per lavoro e sentire la mancanza di casa e della famiglia», ha dichiarato poco dopo il ritorno sulla Terra dopo l’anno vissuto in orbita. «Quando sei nello spazio ti manca tutto il pianeta, è un’emozione completamente diversa. Dico sul serio, quando sei lassù pensi ai boschi, all’estate, all’inverno, alla neve, ti manca tutto». giugno, sei mesi dopo il trionfale atterraggio del razzo SpaceX, la Nasa ha condotto un proprio test nello Utah. La prova riguardava l’accensione a terra di un vettore a combustibile solido che sarà un elemento fondamentale dello Space Launch System, il razzo che secondo la Nasa un giorno porterà gli esseri umani nello spazio profondo. Migliaia di persone erano radunate a due chilometri di distanza per seguire l’esperimento; un annunciatore scandiva il conto alla rovescia. Allo zero, il razzo, poggiato su un ianco e issato al terreno, si è acceso con una iammata, mentre lo speaker ricordava che il test era parte del progetto “Viaggio su Marte” della Nasa. Il getto di iamme ha continuato ad ardere per più di due minuti, mentre un’enorme colonna di fumo si alzava tra gli applausi degli spettatori.

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1968-1972: Apollo

1973-74: Skylab

1994-2016: Space Shuttle, Stazione Spaziale Internazionale

1994-2016: Space Shuttle, Stazione Spaziale Internazionale

I menu della NASA sono migliorati nel tempo, dal budino di banana (in alto a sinistra) alla crema alla vaniglia (in alto a destra) agli spaghetti (sopra) al cocktail di scampi (sopra a destra). Ma la missione su Marte non sarebbe comunque adatta ai buongustai.

«Che giornata fantastica!», ha esclamato Gerstenmaier durante la conferenza stampa. In efetti il test è stato spettacolare, e non poteva esserlo di più considerato che il razzo non è neppure partito. «Nessuno, né qui né altrove, è mai stato così vicino alla possibilità di mandare degli astronauti su Marte di quanto lo siamo noi adesso», ha scritto sul blog la vice amministratrice della Nasa Dava Newman lo scorso aprile. Ma i detrattori dell’agenzia rimangono scettici. Di certo, non le darebbe molto credito neanche Wernher von Braun, padre del vettore lunare Saturn V. Nel 1969, nell’euforia per l’arrivo del primo uomo sulla Luna, lo scienziato propose al presidente Richard Nixon un piano per portare l’uomo su Marte nel 1982. Nixon, invece, ordinò alla Nasa di costruire lo Shuttle. FOTO: PHILLIP TOLEDANO. IMMAGINI SCATTATE AL JOHNSON SPACE CENTER, NASA

Da allora si sono alternati molti progetti grandiosi per sfondare la barriera dell’orbita terrestre. Gerstenmaier, che lavora per la Nasa da decenni, è sopravvissuto ai tanti cambiamenti di strategia voluti dai politici. Gli è stato chiesto di mandare astronauti sulla Luna, poi di mandarli su un asteroide, poi di recuperare un asteroide e di farlo visitare agli astronauti dopo averlo portato nell’orbita lunare. Ma lui, che è un tecnico, una sorta di anti-Musk, non intende creare false aspettative. A suo parere la missione su Marte va organizzata con calma e in modo metodico e sostenibile. Cioè mai, direbbero i detrattori dell’agenzia. «Sostenere che la Nasa abbia una strategia equivale a stravolgere il signiicato della parola “strategia”», dichiara Robert Zubrin, fondatore della Mars Society, che considera l’occupazione di Marte come «il grande obiettivo della nostra generazione». Secondo Michael Griin, amministratore della Nasa durante la presidenza di George W. Bush, realizzare una missione su Marte è complicato, ma non più di quanto lo fossero ai loro tempi il Progetto Manhattan o il programma Apollo. (Continua a pag. 26) m a rT E

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Il modulo Orion è stato realizzato dalla NASA nell’ambito del progetto “Journey to Mars”, ma è troppo piccolo per trasportare gli astronauti sul pianeta. Il veicolo dovrebbe quindi collegarsi direttamente nello spazio a un modulo abitativo che non è ancora stato progettato. Nella foto un tecnico della Lockheed Martin si prepara a “bombardare” l’Orion con il suono di 1.510 altoparlanti per simulare il rumore di un vero lancio. FOTO: MARK THIESSEN, NGM. IMMAGINE SCATTATA ALLA LOCKHEED MARTIN SPACE SYSTEMS COMPANY DI LITTLETON, IN COLORADO


Manichini con indosso tute spaziali pronti per un test di ammaraggio in piscina del veicolo spaziale Orion (che come l’Apollo atterrerà in mare) al Langley Research Center della NASA. Forse un giorno Orion sarà impiegato anche per nuove missioni vicino alla Luna, ma non prima del 2021. FOTO: DAVID C. BOWMAN, NASA


I PRIMI PASSI

I primi uomini su Marte si avventureranno in un ambiente duro e inospitale. L’atmosfera rarefatta farà in parte da scudo contro le radiazioni solari, ma si dovrà trovare il modo per proteggere gli astronauti dai raggi cosmici e capire come utilizzare le scarse risorse marziane per ricavarne acqua e ossigeno.

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Sono state individuate quasi 50 opzioni per l’atterraggio, tutte in aree di interesse scientiico e con risorse come depositi ricchi d’acqua e a un massimo di 50 gradi di latitudine rispetto all’equatore, dove è più facile far partire un razzo con destinazione Terra.

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Potenziali siti di atterraggio

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RIFUGIO TEMPORANEO

BASE PERMANENTE

LA TUTA SPAZIALE Z-2

GUIDARE SU MARTE

La NASA sta testando un sistema lessibile di supporto vitale in cui riciclare acqua, aria e riiuti, che potrebbe ospitare gli astronauti mentre viene costruita una base permanente.

Trasportare le risorse su Marte sarà complicato e costoso. Tra le possibili opzioni per costruire basi permanenti c’è quella di usare il suolo marziano per produrre materiali edili.

Gli astronauti entreranno e usciranno da questa tuta attraverso un “portello” sul dorso agganciato direttamente all’esterno di un rifugio pressurizzato o di un rover.

Il pianeta potrà essere esplorato con rover pressurizzati in grado di ospitare due persone per 14 giorni e percorrere circa 100 chilometri alla volta.

JASON TREAT E MATTHEW W. CHWASTYK, NGM; TONY SCHICK ILLUSTRAZIONE: STEPHAN MARTINIERE; FONTI: JAMES B. GARVIN, GODDARD SPACE FLIGHT CENTER, NASA; JASON C. CRUSAN, HUMAN EXPLORATION AND OPERATIONS MISSION DIRECTORATE, NASA; BRET G. DRAKE, THE AEROSPACE CORPORATION; MARIA BANKS, PLANETARY SCIENCE INSTITUTE; LINDSAY E. HAYS, NASA/JPL


Una missione su Marte dipende dal denaro, dalla tecnologia e dai rischi che siamo disposti ad accettare. «Dal punto di vista della (Segue da pag. 19) tecnologia necessaria per l’impresa», dice, «siamo più vicini a Marte oggi di quanto lo fossimo nel 1961, quando il presidente Kennedy issò l’obiettivo di andare sulla Luna. Molto più vicini». Ma non lo siamo dal punto di vista economico. Ed è stato proprio il denaro a bloccare i grandi progetti del passato. Le missioni lunari Apollo sono costate circa 140 miliardi in dollari di oggi. Gli esperti ritengono che una missione su Marte non potrebbe costare meno; un progetto proposto durante la presidenza di George W. Bush aveva un preventivo di 450 miliardi di dollari, a fronte di un bilancio annuale Nasa per i voli con equipaggio intorno ai nove miliardi. Per arrivare su Marte entro il 2040 sarebbero necessari molti più soldi e un presidente convinto come lo era Kennedy. Nell’epoca in cui gli Stati Uniti concorrevano con l’Unione Sovietica nelle missioni spaziali, alla Nasa era riservato il 4 per cento del bilancio federale; oggi quella percentuale è più che dimezzata. Forse un’analoga competizione con un paese come la Cina potrebbe fare da incentivo, ma i cinesi non sembrano avere alcuna fretta di arrivare su Marte. La realizzazione di un’eventuale missione su Marte non dipende però solo dal denaro e dalla tecnologia. Dipende dal livello di rischio che siamo disposti ad accettare. Chi è a favore di un’accelerazione dei progetti ritiene che la Nasa sia troppo cauta, che i veri esploratori debbano accettare la possibilità di fallire o di morire: la Nasa potrebbe mandare l’uomo su Marte molto prima se non si preoccupasse della sopravvivenza durante il viaggio e del ritorno a casa. Sul inire della conferenza stampa tenuta da Gerstenmaier nello Utah, un giornalista si è alzato in piedi e, premettendo di avere 49 anni, ha chiesto se poteva sperare di vedere un uomo su Marte prima di morire. «Sì», ha risposto Gerstenmaier. Poi ha spiegato perché sarà necessario aspettare almeno ino al 2040. Prima del ritorno nello spazio profondo, la Nasa intende efettuare missioni nel cosiddetto “terreno di prova”, vale a dire la Luna e le sue vicinanze. Ciò porterebbe ad avere astronauti 26

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in orbita marziana nel decennio del 2030. «Quando penso alla sida di far arrivare un equipaggio sulla supericie del pianeta, le complicazioni assumono tutto un altro ordine di grandezza», mi aveva spiegato Gerstenmaier in precedenza. «Per questo credo che il 2030 non sia un’ipotesi realistica». a questo punto di vista potrebbero tornare utili le ricerche di SpaceX. L’atterraggio morbido di un’astronave è molto più diicile su Marte che sulla Luna. La forza di gravità è maggiore e la sua atmosfera è abbastanza densa da causare il surriscaldamento del veicolo. Molte sonde sono andate distrutte arrivando su Marte. La Nasa è riuscita a far atterrare il rover Curiosity, del peso di una tonnellata, ma un carico che comprenda l’equipaggio e le scorte necessarie avrebbe le dimensioni di una casa e peserebbe almeno 20 tonnellate. Al momento la soluzione più promettente sembra essere proprio quella su cui sta lavorando SpaceX: la retropropulsione supersonica. Quando il razzo del Falcon 9 precipita a velocità supersonica attraverso l’alta atmosfera terrestre si trova in condizioni simili a quelle marziane. Il successo ottenuto a Cape Canaveral lo scorso dicembre e i successivi atterraggi su una nave al largo sono tra i motivi per cui molta gente adesso pensa che mandare l’uomo su Marte sia un’idea plausibile, per quanto ancora lontana. La società di Musk ha noleggiato la piattaforma di lancio 39A del Kennedy Space Center, la stessa da dove partì Apollo 11 nel 1969. SpaceX è giovane, agile e audace, come lo era la Nasa all’epoca, prima di diventare lenta, burocratica e prudente. Ma non sono concorrenti. Sono socie. SpaceX ha già consegnato rifornimenti alla Iss per mezzo della capsula Dragon trasportata da un Falcon 9. Ad aprile Musk ha annunciato che intende mandare su Marte una Dragon vuota già nel 2018. Per farlo, avrà bisogno del supporto tecnico della Nasa, in particolare delle enormi antenne radio che consentono alle astronavi di comunicare con la Terra.

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Dal 2012 il rover Curiosity della NASA cerca prove di possibili forme di vita su Marte. Descritto come «il robot più soisticato mai mandato su un altro pianeta» dall’ex responsabile della missione scientiica John Grotzinger, non ha bisogno di cibo o acqua e non si sente mai solo. Si scatta persino dei selie.

Ma certo non sarà suiciente a SpaceX per mandare un equipaggio su Marte; i biglietti da 500 mila dollari coprirebbero solo una piccola parte dei costi e per mantenere in vita i passeggeri sarà necessario anche tutto il know-how della NAsA. L’agenzia statunitense, per contro, potrà trarre vantaggio dai razzi, dalle capsule e dall’entusiasmo di SpaceX. Se mai l’uomo arriverà su Marte, probabilmente ci riuscirà grazie a una collaborazione tra le due (Musk stesso ha prospettato un simile scenario). Ma quando potrà accadere? In caso di collaborazione è probabile che prevarranno i programmi più cauti della NAsA. E una volta arrivati sul Pianeta Rosso? È più facile immaginare un gruppo di scienziati che trascorre un anno o due in una piccola stazione di ricerca come quelle dell’Antartide che migliaia di persone che si trasferiscono in una metropoli marziana. «A chi oggi dice di voler vivere su Marte consiFOTO: NASA/JPL/MALIN SPACE SCIENCE SYSTEMS

glierei di trascorre un’estate, o meglio un anno intero, in una base del Polo Sud», dice Chris McKay, scienziato della NAsA ed esperto di Marte che ha lavorato in Antartide. Pensare che gli uomini possano trovare rifugio su Marte dopo aver distrutto la Terra è «assurdo, sia eticamente sia tecnicamente», prosegue. «A mio parere bisogna partire dall’assunto che una missione su Marte non può contemplare il fallimento. L’idea che Marte sia una scialuppa di salvataggio fa sembrare quella del Titanic una storia a lieto ine». Secondo Michail Kornienko un lungo soggiorno sulla Iss potrebbe essere un buon modo per fare selezione tra gli entusiasti convinti di voler andare su Marte. Poco dopo il suo rientro dallo spazio, il cosmonauta ha rievocato il momento in cui la squadra di recupero ha aperto il portello della Sojuz: «Dopo il trambusto della discesa senti l’aria della steppa che entra nella cabina e capisci che ce l’hai fatta. E più respiri quell’aria, più ti piace. Vorresti tagliarla con un coltello, spalmarla sul pane e mangiarne a più non posso». j Q Per saperne di più sulla conquista del Pianeta Rosso, seguite MARS, la serie in sei puntate in onda su National Geographic Channel dal 15 novembre. M A RT E

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«Non vi è mai stata causa più nobile», hanno dichiarato i fondatori della Mars Society nel 1998, auspicando la realizzazione di una missione su Marte «entro un decennio». L’associazione gestisce una stazione di ricerca nello Utah, dove i potenziali equipaggi si esercitano in un ambiente che riproduce quello di Marte, ma con aria respirabile. FOTO: PHILLIP TOLEDANO


X ANNIVERSARIO

La fotocamera che ci ha mostrato le molte facce di Marte Gole serpeggianti che sembrano incise con lo scalpello da mani maldestre; onde brune e nere che evocano le venature del legno. Svelte e leggere pennellate di inchiostro; rilievi scoscesi simili a cirripedi aggrappati a coste rocciose; archi sfolgoranti disseminati su terreni fratturati… Sono tutte immagini della supericie di Marte, il pianeta che un giorno l’uomo potrebbe colonizzare. Le fotograie in queste pagine sono state scattate da HiRISE, una fotocamera ad alta risoluzione installata a bordo della sonda Mars Reconnaissance Orbiter della Nasa. Dotata di un telescopio rilettore con un’apertura di 50 centimetri, HiRISE cattura immagini con una risoluzione di 0,3 metri per pixel da un’altezza di 300 chilometri. Da dieci anni ormai, HiRISE è il nostro sguardo sul Pianeta Rosso. In questo periodo la sonda su cui è installata la fotocamera ha percorso l’orbita polare (che passa sopra entrambi i poli marziani), circa 46 mila volte, e ha pubblicato in rete più di 46 mila immagini. A oggi, ha coperto circa il 2,4 per cento della supericie marziana. Documentando gli stessi luoghi ripetutamente in alta risoluzione, HiRISE ci ha consentito di osservare mutamenti speciici della supericie che non conoscevamo, legati al tempo atmosferico o alle stagioni. Oggi, dopo 10 anni di attività, HiRISE continua a scattare, svelandoci le molte facce di Marte. —Shigeo Otsuka HiRISE cattura immagini in tre spettri cromatici: blu-verde, rosso e vicino infrarosso. I colori delle immagini sono stati aggiunti successivamente. Ogni immagine in questo servizio è orientata con il nord in alto e mostra una sezione di un chilometro di larghezza. TUTTE LE IMMAGINI: NASA/JPL/UNIVERSITY OF ARIZONA

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ARAM CHAOS Un chaos su Marte è una depressione accidentata. In questa regione speciica sono stati individuati solfato ed ematite, forse residui di un antico lago scomparso.


CRATERE BECQUEREL

ARABIA TERRA

ACHERON FOSSAE

Depositi stratiicati sul fondo di un cratere da impatto, forse formati da piccole rocce trasportate dal vento, ceneri vulcaniche e sedimenti di un antico lago.

Il margine di un cratere tra l’Altopiano meridionale e il Bassopiano settentrionale, attraversato dall’antica sponda dell’ipotetico Mare settentrionale.

Forse la polvere o la sabbia che un tempo coprivano il pendio di questa gola sono scivolate, facendo emergere striature del materiale scuro sottostante.


CHRYSE PLANITIA

XANTHE TERRA

OLYMPUS MONS

Scudi, colline tondeggianti e coni vulcanici circondano questa vasta pianura. Il processo di formazione di queste caratteristiche topograiche è sconosciuto.

La regione è coperta da nuvole di polvere, parte di un sistema di tempeste annuali che nasce nella regione Acidalia-ChryseKasei e si spinge verso sud ino all’equatore.

Lo scosceso pendio nord del più grande vulcano del Sistema Solare, che vanta un diametro di oltre 620 chilometri e un’altezza di 21.249 metri.


MELAS CHASMA

NOACHIS TERRA

NOCTIS LABYRINTHUS

Su Marte chasma indica una depressione lunga e stretta. Qui la caratteristica più rilevante è la sedimentazione stratiicata, la cui origine è oggetto di diverse teorie.

Il fondo di questo antico cratere è punteggiato da barcane, dune a mezzaluna, presenti anche sulla Terra, create dai venti che soiano costanti da una certa direzione.

Il labirinto della notte. Su Marte labyrinthus indica una regione di valli o creste che si intersecano tra loro, forse conseguenza di attività vulcaniche.


Dai Tropici ai Poli, i mari sono abitati da un’incredibile varietà di polpi. Wunderpus photogenicus (traducibile come “polpo-meraviglia fotogenico”), vive a poca profondità nelle calde acque degli oceani Indiano e Paciico. FOTOGRAFATO AL CALDWELL LAB, UC BERKELEY

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Polpo di genio Cambiano aspetto e colore a piacere. Spruzzano inchiostro, si infilano in fessure strettissime e sentono i sapori con le ventose. Eppure i polpi ci somigliano.


Una femmina di una specie ancora in attesa di nome scientiico cura le sue uova. Poco dopo la loro schiusa, morirĂ . Nella maggior parte delle specie le femmine di polpo si riproducono una sola volta. Questo signiica che i nuovi nati devono difendersi da soli in dalla nascita. FOTOGRAFATO AL CALDWELL LAB, UC BERKELEY


di Olivia Judson fotografie di David Liittschwager

S 38

iete adagiati sul fondo del mare, a poca distanza dalla costa dell’isola indonesiana di Lembeh. L’acqua è abbastanza bassa, più o meno cinque metri, e la visibilità è ideale. Come è prevedibile, visto che vi trovate in un mare tropicale, l’acqua è tiepida. Intorno a voi la sabbia presenta increspature grigie e nere, coperte in alcuni punti da una sorta di schiuma verdastra. Guardandovi intorno notate una conchiglia di strombo. Forse il mollusco è ancora vivo, oppure è morto e la conchiglia è stata occupata da un paguro. Incuriositi vi avvicinate, la rovesciate... ed ecco apparire una ila di ventose e un paio d’occhi. Senza dubbio si tratta di un polpo; per la precisione Amphioctopus marginatus, meglio conosciuto come polpo dei cocchi, nome che nasce dalla sua abitudine di nascondersi nei gusci delle noci di cocco buttati in mare. Anche se in realtà può sfruttare qualsiasi grande guscio, compreso questo strombo. Il polpo stringe tra le ventose le due valve di una vongola. Sentendosi osservato, le lascia cadere e si solleva un poco dal fondo. L’impressione è che stia valutando il da farsi. Voi restate immobili come statue. Dopo qualche istante il polpo esce dal guscio: il suo corpo ha le dimensioni del vostro pollice e le brac-

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cia sono circa tre volte più lunghe. Mentre si muove sulla sabbia assume una colorazione mimetica grigia scura. Allunga alcune braccia sul fondo e con le altre mantiene la presa sulla conchiglia. Poi, con un unico movimento, si tira dietro il guscio vuoto dello strombo e sparisce al suo interno. State per allontanarvi quando notate un piccolo cambiamento. L’animale ha espulso un getto d’acqua, ripulendo la sabbia davanti al bordo della conchiglia. Ora c’è una fessura tra la conchiglia e la sabbia del fondo, dietro la quale ricompaiono i due occhi. Vi avvicinate con la maschera e, per un momento, i vostri sguardi si incrociano. Tra tutti gli invertebrati, gli animali privi di scheletro, i polpi sono quelli che più ci somigliano. In parte perché ricambiano il nostro sguardo come se ci osservassero (questo li distingue anche da molti vertebrati come per esempio i pesci, la maggior parte dei quali sembra non issarci afatto) e, in parte, a causa della loro abilità “manuale”; le loro otto braccia, infatti, sono provviste di centinaia di ventose con cui possono manipolare gli oggetti, dall’aprire un mollusco bivalve allo smantellare il sistema di iltrazione di un acquario ino a svitare il tappo di un barattolo. Questo li distingue da mammiferi

Tozzo, dal corpo grande e con braccia piuttosto corte, il polpo pallido (Octopus pallidus) vive nelle acque dell’Australia sudorientale, dove si muove di notte per cacciare molluschi.

p ol p o

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Un polpo delle alghe (Abdopus aculeatus) spruzza un getto di inchiostro. I polpi reagiscono cosÏ quando si sentono minacciati; il loro inchiostro si trasforma in una nera nuvola che sconcerta i predatori. Questo mezzo di difesa è molto antico: si riscontra in fossili di polpi di oltre 300 milioni di anni fa. FOTOGRAFATO A DIVE GIZO, ISOLE SALOMONE


Armato di intelligenza Quanto a numero di neuroni, polpi e aini superano di gran lunga gli altri invertebrati, facendo sigurare roditori, rospi e molti altri vertebrati. Il sistema di informazione del sistema nervoso di un polpo non si limita al cervello, ma coinvolge anche le otto braccia e tutte le sue ventose.

Chiocciola d’acqua dolce

Topo

Polpo

Uomo

0,01

80

500

86.000

milioni di neuroni

Organizzazione del sistema nervoso 65% Braccia Cervello (centro di comando)

Rete periferica

Il cervello contiene un terzo dei neuroni del polpo. Ha soprattutto funzioni esecutive come prendere decisioni, apprendere e memorizzare, oltre a coordinare i movimenti complessi.

La maggior parte dei neuroni di un polpo si trova nelle sue braccia. Ognuna ha un centro di controllo, o ganglio, che trasmette informazioni al cervello e controlla, in modo indipendente, anche i movimenti.

Sacco dell’inchiostro Gonade

Papilla Polpo comune Octopus vulgaris Lunghezza (braccia incluse): ino a un metro.

Rene Stomaco Fegato

Cuore sistemico (principale)

Branchie

Ganglio delle ventose

Imbuto

Cuori branchiali (accessori)

Nervo brachiale Ganglio delle ventose

Becco

Muscolo

Sensori locali Ogni braccio ha 2-300 ventose e fasci di ibre nervose che controllano i movimenti locali e raccolgono ed elaborano informazioni da trasmettere al cervello.

Ventosa

Nascosti in piena vista I polpi possono cambiare aspetto per adattarsi rapidamente all’ambiente in cui si trovano. Il cervello segnala ai muscoli di sollevare le papille sulla pelle cambiandone la consistenza e di espandere il reticolo dei cromatofori cambiandone colore e aspetto.

Consistenza (papille)

Complessa

Colore (cromatofori)

Semplice Muscolo Epidermide

Liscia

Rugosa

Contratti

FERNANDO G. BAPTISTA, NGM. SHIZUKA AOKI; MESA SCHUMACHER FONTI: ROGER HANLON, MARINE BIOLOGICAL LABORATORY; GUY LEVY AND BENNY HOCHNER, HEBREW UNIVERSITY OF JERUSALEM; CLIFF RAGSDALE, UNIVERSITY OF CHICAGO

Espansi


marini come i delini che, nonostante l’intelligenza, sono ostacolati dalla loro conformazione anatomica e non possono svitare un bel niente. Nel contempo però i polpi sono alieni quanto il più assurdo degli extraterrestri che possiate immaginare. Per cominciare, hanno tre cuori e il sangue blu. Quando sono minacciati, si dileguano rapidamente nascondendosi dietro nuvole d’inchiostro. Non hanno ossa e le uniche parti dure del loro corpo sono il becco, simile a quello dei pappagalli,- e un po’ di cartilagine attorno al cervello. Questo permette loro di inilarsi nelle fessure più piccole, una dote che li rende dei veri e propri Houdini, capaci di evadere da qualsiasi acquario che non sia espressamente a prova di polpo. Le loro ventose si muovono in modo indipendente e sono provviste ognuna di un recettore del gusto (provate a immaginare il vostro corpo ricoperto di centinaia di lingue). La loro pelle è disseminata di cellule sensibili alla luce in grado di... Ma questa del sistema nervoso ve la spiego dopo. Prima andiamo a conoscere un altro polpo. siete iN pieDi iN UN piCColo uicio senza inestre del Museo Tra tutti gli di Storia Naturale di Londra. Jakob Vinther, esperto di invertebrati fossili dell’Università di Bristol, in Gran Bretagna, indica invertebrati, i polpi una lastra di pietra chiara appoggiata sul tavolo davanti a voi. sono gli unici «Qui c’era il sacco dell’inchiostro», dice. «Quello che si vede è pigmento, melanina conservata chimicamente». ad assomigliarci. Vi chinate in avanti. La pietra riporta chiaramente l’imIn parte perché pronta di un polpo. Non è grande: in vita l’animale doveva miricambiano il nostro surare circa 25 centimetri di lunghezza. Si può riconoscere il mantello, la struttura a forma di sacco con le branchie, il cuore sguardo, come e gli altri organi vitali. Ah sì, la macchia nera al centro corrise ci osservassero. spondente all’inchiostro. Le braccia pendono verso il basso, e ciascuna è distinta da ile di cerchi. «E quelle piccole strutture rotonde», continua Vinther, «sono le ventose». I fossili di polpo sono rari; gli animali con il corpo molle raramente lasciano tracce. Questo fossile ha circa 90 milioni di anni, quanto basta per farne uno dei più antichi polpi conosciuti. Quando era vivo, l’estinzione dei dinosauri era 25 milioni di anni di là da venire. «Proviene da una località del Libano dove è possibile trovare una gran varietà di organismi marini dal corpo molle perfettamente conservati», prosegue Vinther. Come gli uomini appartengono alla classe dei mammiferi, così i polpi fanno parte dei cefalopodi. La parola deriva dal greco e signiica “testa-piede” con riferimento alla loro strana anatomia che vede le braccia collegate direttamente a un lato della testa mentre il “torace”, il sacco mantellare, si trova al lato opposto. I cefalopodi sono una classe dei molluschi, un phylum che comprende soprattutto chiocciole e lumache oltre a vongole e ostriche. I cefalopodi furono tra i primi predatori dei mari antichi. Si sono evoluti oltre 500 milioni di anni fa, molto prima della comparsa dei pesci. In verità, se tornaste indietro nel tempo di 450 milioni di anni, alcuni dei più feroci predatori degli oceani sarebbero stati cefalopodi con conchiglia. E alcuni erano enormi: la conchiglia dell’estinto Endoceras giganteum era lunga più di cinque metri. Oggi si conoscono oltre 750 specie viventi di cefalopodi. Di queste, circa 300 p ol p o

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I polpi sono maestri di mimetismo e cambiano rapidamente aspetto per confondersi con l’ambiente. Le macchioline di questo polpo capricorno (Callistoctopus alpheus), sono cellule ricche di pigmenti. Se l’animale le attivasse tutte, apparirebbe rosso a pois bianchi. FOTOGRAFATO AL QUEENSLAND SUSTAINABLE SEALIFE, AUSTRALIA


Un polpo capricorno si allontana (sopra) usando i muscoli del mantello per espellere acqua attraverso l’imbuto, il tubo visibile sotto l’occhio. Il polpo membranoso australe (Octopus berrima, al centro), è ghiotto di granchi. Tutti i polpi dispongono di un veleno, ma quello del polpo meridionale ad anelli blu (Hapalochlaena maculosa, sotto), è abbastanza potente da uccidere un uomo. Tutti e tre questi polpi vivono in Australia. FOTOGRAFATI AL QUEENSLAND SUSTAINABLE SEALIFE, AUSTRALIA (SOPRA); PANG QUONG AQUATICS, VICTORIA, AUSTRALIA (SOTTO)

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sono polpi (ottopodi) mentre le altre comprendono seppie e calamari (decapodi), che hanno otto braccia e due braccia tentacolari, e alcune specie di nautilo, con 90 braccia e dotate di conchiglia esterna. I polpi moderni sono un gruppo a parte. Il polpo gigante del Paciico, Enteroctopus dofleini, può superare i 100 chili e ha braccia che possono misurare due metri. Altri sono piccolissimi, come il polpo pigmeo Octopus wolfi, che pesa soltanto un grammo. Alcuni hanno un mantello ridotto ma braccia decisamente lunghe, altri hanno forme più proporzionate. La maggior parte vive e si sposta camminando tra coralli, rocce, fango o sabbia, nuotando solo per andare da un punto all’altro o per sfuggire ai predatori, mentre alcuni hanno scelto di navigare tra le correnti oceaniche. Potete trovare polpi dai Tropici ai Poli, dalle scogliere coralline alle piane sabbiose, dalle pozze di marea agli abissi. Sempre che riusciate a vederli. ma ToRNIamo a lEmBEH. È una giornata di sole e state nuotando sopra un reef poco profondo. La vostra guida vi segnala la presenza di un polpo. Ma dov’è? Vi guardate intorno e vedete solo rocce coperte da coralli e spugne colorate. La guida insiste, fa un gesto con le mani: grosso polpo! Guardate dove sta indicando. Niente di niente. Un momento... quella macchia scura di corallo vellutato, quella laggiù... non è un corallo, ma un polpo blu (Octopus cyanea), grande come un piatto! Incredibile che vi sia sfuggito. Polpi e seppie, che vivono nell’acqua bassa e cacciano di giorno, sono campioni di mimetizzazione. Certo, non sono gli unici; molte creature si sono evolute per assomigliare a qualcos’altro. Quella spugna arancione laggiù per esempio non è una spugna, ma un pesce rospo in agguato. Quell’anemone, invece, è un nudibranco che si è evoluto per impersonare un anemone. Ovunque guardiate vedrete pezzi di fondo sabbioso che si alzano e camminano (minuscoli granchi color sabbia) o nuotano (pesci piatti uguali all’ambiente che li ospita). Ciò che diferenzia polpi e seppie (e in minor misura i calamari) è che possono mimetizzarsi all’istante imitando ora un corallo ora un ciufo d’alghe o della sabbia. È come se usassero la loro pelle per costruire un’immagine tridimensionale di quanto li circonda. Ma come fanno? Le capacità mimetiche dei polpi si basano su tre elementi. Il primo è il colore, generato attraverso un gioco di pigmenti e rilettori. I pigmenti sono contenuti in migliaia di minuscoli sacchetti (cromatofori) nello strato superiore della pelle. Quando sono chiusi, i cromatofori assomigliano a macchioline; per far apparire i pigmenti il polpo agisce sui muscoli che li circondano, costringendoli ad espandersi. Regolando il numero di cromatofori espansi, può riprodurre all’istante bande, strie o macchie. Le cellule rilettenti invece sono di due tipi: il primo è come uno specchio e rilette i colori della luce ambiente facendo assumere la stessa tonalità alla pelle. Il secondo è come una bolla di sapone vivente il cui colore dipende dal punto di vista. (Continua a pag. 52) p ol p o

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Un polpo rosso del Paciico (Octopus rubescens, sopra) mette in mostra le sue ventose. Ciascuna di esse può essere controllata in modo indipendente, piegandosi e adattandosi per fornire non solo una presa a ventosa ma anche una forza formidabile e una sorprendente destrezza. Il polpo maggiore ad anelli blu (Hapalochlaena lunulata, in alto a destra), fa risaltare i suoi anelli per avvertire del suo morso velenifero. I piccoli di molti polpi come questi giovani di polpo blu (Octopus cyanea, in basso a destra), crescono molto rapidamente. FOTOGRAFATI AL DIVE GIZO, ISOLE SALOMONE


Il sistema nervoso di questo polpo comune (Octopus vulgaris) è di gran lunga più sviluppato e complesso di quello della maggior parte degli invertebrati. Ma questi animali possono pensare? Hanno davvero coscienza di sé come ipotizzano alcuni scienziati e ilosoi? FOTOGRAFATO AL FLORIDA KEYS MARINE LIFE


(Segue da pag. 47) L’azione congiunta di cromatofori e cellule rilettenti regala al polpo una gamma stupefacente di colori e disegni. Il secondo elemento mimetico riguarda la supericie della pelle. Contraendo speciali muscoli, i polpi possono modiicare la consistenza della loro pelle da liscia a rugosa. L’efetto può essere clamoroso. Il polpo delle alghe Abdopus aculeatus può far apparire papille frondose sulla sua pelle, trasformandosi all’istante in un ciufo di alghe. Il polpo peloso, una specie che non è stata ancora descritta e perciò non ha un nome scientiico, ha evoluto un aspetto permanentemente irsuto che lo rende quasi indistinguibile da un’alga rossa. La terza componente è la postura. Il modo in cui un polpo si presenta può farlo apparire più o meno visibile. Alcuni polpi, per esempio, si raggomitolano come un blocco di corallo o una pietra e si spostano lentamente sul fondo usando soltanto due braccia. Ma come hanno fatto a diventare così bravi a nascondersi? La risposta è semplice: l’evoluzione. Nell’arco di decine di milioni di anni gli inIl polpo è impressionante dividui più abili nel mimetizzarsi sono riusciti più di altri a sfuggire ai predatori e a trasmettere queste caratteristiche vanmentre caccia: può taggiose alla loro progenie. Esistono innumerevoli animali tra distendere a raggiera cui delini, stomatopodi, cormorani, murene e altri pesci, senza contare gli stessi polpi, che sono ghiotti di questi invertebrati a le braccia e ognuna può otto braccia che si possono anche inghiottire interi. Come sotesplorare e rovistare tolinea Mark Norman, un esperto mondiale di cefalopodi del in ogni anfratto. Se un Museo Victoria di Melbourne, «questi animali sono bocconcini di carne vaganti, sono dei filet mignon marini». braccio individua un

gambero, altri due possono aiutarlo nella cattura.

e ora possiaMo occuparci del sisteMa nerVoso dei polpi. Una chiocciola d’acqua dolce ha circa 10 mila neuroni, un astice circa 100 mila, un ragno saltatore quasi 600 mila. Le api e gli scarafaggi ne hanno circa un milione. I 500 milioni di neuroni del polpo comune Octopus vulgaris lo mettono però su un altro livello; sono molti di più di quelli di un topo (80 milioni) o di un ratto (200 milioni) e di poco inferiori a quelli di un gatto (circa 700 milioni). Tuttavia, mentre nei vertebrati la maggior parte dei neuroni è concentrata nel cranio, due terzi di quelli dei polpi si trovano nelle braccia. Ma i sistemi nervosi richiedono molta energia per funzionare e possono evolversi diventando così complessi solo quando i beneici sono nettamente superiori ai costi. Come mai allora ci sono riusciti proprio i polpi? Peter Godfrey-Smith, biologo specializzato in polpi alla City University di New York e all’Università di Sydney, ipotizza che la comparsa di un simile sistema nervoso nei polpi sia stata favorita da più fattori concomitanti. Il primo è il corpo. Il sistema nervoso si evolve di pari passo con il corpo, e quello dei polpi è decisamente complesso. Essendo privi di ossa, questi molluschi possono muovere qualsiasi braccio in ogni direzione e in ogni punto; a diferenza di noi umani, i loro movimenti non sono limitati da polsi, gomiti e spalle. Questo ofre al polpo possibilità incredibili, permettendo a ogni braccio di fare cose diverse. Il polpo è davvero impressionante mentre caccia: può distendere a raggiera le braccia e ciascuna può esplorare e rovistare in ogni anfratto. Se un braccio individua un gambero, altri due possono aiutarlo nella cattura. I polpi possono azionare tutte

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le loro ventose in maniera indipendente, per non parlare di strutture e meccanismi che controllano colore e consistenza della pelle. Al contempo ha sviluppato un’incredibile capacità di ricezione e analisi della gran mole di informazioni raccolte da i suoi sensi: gusto e tatto dalle ventose e orientamento spaziale dalle statocisti, oltre agli stimoli che giungono attraverso i soisticati occhi. Inoltre, molti polpi vivono in ambienti complessi come i reef, che li obbligano a manovrare nelle tre dimensioni, e non hanno una corazza, il che li costringe a restare perennemente in guardia contro i predatori; nel caso in cui la mimetizzazione non basti, devono anche sapere dove nascondersi. Inine, i polpi sono veloci e agili cacciatori che catturano e si cibano di molte prede diverse, dai molluschi ai granchi ai pesci. Corpo senza ossa, ambiente complesso, dieta diversiicata e capacità di sfuggire ai predatori sono tutti elementi che, come suggerisce Godfrey-Smith, possono guidare l’evoluzione dell’intelligenza. Ma oltre ad avere un sistema nervoso decisamente superiore, i polpi sono anche più intelligenti della media? Nella maggior parte dei casi misurare l’intelligenza di altri animali è un’impresa complessa. Indicatori di intelligenza tipici di uccelli e mammiferi come la capacità di servirsi di utensili spesso non hanno senso per i polpi, il cui corpo intero è un attrezzo. Non ha bisogno di strumenti per esplorare una fessura perché ci si può inilare dentro. Detto questo, gli esperimenti avviati negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento dimostrarono che i polpi comuni sono capaci di apprendere e memorizzare, due attributi che sono associati all’intelligenza. In verità c’è un’area speciica del cervello del polpo, il lobo verticale, che è preposta a questi compiti. Le diverse specie di polpi però si diferenziano nell’organizzazione cerebrale e, poiché ne sono stati studiati solo alcuni, non siamo sicuri che tutti siano ugualmente dotati. Roy Caldwell, esperto di polpi all’Università della California a Berkeley, racconta: «Ne abbiamo studiati alcuni in laboratorio che non sembravano per niente svegli». Un esempio? «Octopus bocki, un polpo piccolo». «E cosa lo rendeva così?». «Sembrava non avere voglia di fare granché». Forse però, che siano intelligenti o tonti, che pensino alla ilosoia o a procurarsi da mangiare, o non pensino afatto, la cosa più importante è la capacità dei polpi di sorprenderci sempre, e il fatto che siano creature fantastiche da ogni punto di vista. Ora prepariamoci a un’ultima immersione. È ormai il crepuscolo a Lembeh. Siete inginocchiati sul fondo accanto a un pendio roccioso. Di fronte a voi nuota una coppia di piccoli pesci intenti a riprodursi. Una murena è raggomitolata nella sua tana. Un grosso paguro, nella sua conchiglia, viene avanti arrancando. E lì, appoggiato a una roccia, c’è un polpo delle alghe. Mentre lo guardate inizia a muoversi. Per un attimo sembra galleggiare, levitando come uno yogi a otto braccia, e il momento dopo sembra planare. Adesso si arrampica sulle rocce, ma è diicile capire se si stia tirando su con le braccia anteriori o se stia spingendo con quelle posteriori. Mentre si muove lungo il pendio, un braccio individua una minuscola fessura e poi, un braccio dopo l’altro, tutto l’animale sembra essere risucchiato all’interno. Sparito. No, non del tutto. La punta di un braccio sporge dall’apertura, tasta il terreno circostante, aferra alcune piccole pietre e le sistema a difesa dell’entrata. Per questa notte il polpo potrà dormire al sicuro. j

Per realizzare le foto di questo servizio, David Liittschwager ha trasferito i polpi in acquari realizzati appositamente e collocati davanti a uno sfondo bianco. SUZIE RASHKIS

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ONDA CALDA

Un’enorme massa di acqua calda ha sconvolto gli equilibri naturali del Pacifico: la chiamano “il blob” e potrebbe essere la prova generale del futuro che attende i nostri mari.

Tra il 2014 e il 2015 migliaia di leoni marini della California, come questo vicino all’isola Vancouver, in Canada, sono stati trovati morti; molti non avevano trovato di che sfamarsi in un Paciico insolitamente caldo. 54

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Sullo sfondo di un vecchio relitto, una distesa di Velella velella, animali simili a meduse, ricopre una spiaggia dell’Oregon. A spingere milioni di queste creature luttuanti sulle spiagge della West Coast, dalla British Columbia ino al Sud della California, sono stati alcuni degli stessi fenomeni che hanno alterato il normale andamento di venti e correnti, causando l’inconsueto riscaldamento del Paciico. TIFFANY BOOTHE, SEASIDE AQUARIUM

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di Craig Welch fotografie di Paul Nicklen

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a priMa Balenottera è apparsa a Marmot Bay, là dove il mare avvolge come un dito piegato a uncino l’isola Kodiak, in Alaska. Un biologo ha avvistato un piccolo che andava alla deriva girato su un ianco. L’acqua entrava e usciva dalle fauci aperte. Gli spruzzi colpivano la lingua rosa, inerte. Nel selvaggio Nord la morte, anche la più raccapricciante, è un evento troppo consueto per destare allarme; ma il giorno dopo i passeggeri del traghetto Kennicott hanno visto un’altra balena che spuntava tra i lutti. Aveva uno spesso strato di grasso, e pareva in buona salute, ma era morta anche lei.

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Kathi Lefebvre mi parla delle balenottere mentre camminiamo sui ciottoli di una spiaggia ventosa, 320 chilometri a nord di Kodiak. Di solito sul versante occidentale del golfo dell’Alaska non si trovano più di otto carcasse di balena l’anno. Ma nel 2015 ne sono state avvistate almeno una dozzina solo in giugno. Per tutta l’estate l’Oceano Paciico ha depositato i resti in decomposizione nelle insenature rocciose sparse lungo i 1.600 chilometri di costa tra Anchorage e le isole Aleutine, dando di che banchettare a intere famiglie di orsi bruni. Lefebvre, ricercatrice del Northwest Fisheries Science Center di Seattle, uno dei centri di ricerca della Noaa (l’agenzia statunitense che studia gli oceani e l’atmosfera), aveva esaminato il luido oculare di una delle carcasse nel tentativo, non riuscito, di scoprirne la causa della morte. Ora


Banchetto a base di pesce per le megattere a Monterey Bay, in California. Nel 2015 le acciughe, scarse in molte altre zone, si sono concentrate qui, tanto da attirare nella baia ino a 50-60 balene tutte insieme.

camminiamo insieme lungo Kachemak Bay, a Homer, in Alaska, e ci avviciniamo con cautela a una lontra di mare che ansima agonizzante in riva al mare. Su questo tratto di costa, ai piedi delle cime innevate dei monti Kenai, i decessi di lontre sono enormemente aumentati, e Lefebvre è qui per capire se sono in qualche modo collegati a quelli delle balene. Da qualche anno sembra che la morte perseguiti il tratto di oceano che bagna la West Coast, la costa pacifica dell’America del Nord. Lungo tutta la linea costiera - da Santa Barbara, in California, su su ino a Sitka, in Alaska - milioni di stelle marine si sono letteralmente sciolte nelle pozze di marea: il corpo si dissolve, i bracci si staccano e vengono trascinati via. Centinaia di migliaia di uccelli marini sono caduti stecchiti sulle

spiagge. In California le morti per denutrizione dei leoni marini sono aumentate di 20 volte rispetto alla media. A Homer sono state trovate 79 lontre morte in un mese: ho visto i ricercatori che le sistemavano su apposite slitte per portarle via. A ine anno il numero di balene morte rinvenute sul versante occidentale del golfo dell’Alaska ha toccato un record sconcertante: 45. Morie come queste possono essere fenomeni naturali, come certi incendi che spazzano rapidi la foresta abbattendo le piante deboli e aprendo la strada alla rinascita. Ma le morti misteriose del Paciico hanno una cosa in comune: si sono veriicate in un periodo in cui la temperatura delle acque dell’oceano stava superando le massime registrate in epoca moderna. Mentre ai tropici l’aumento delle temperature distrugge le barriere coralline e nell’Artide la fusione dei ghiacci stravolge gli equilibri naturali, era prevedibile che le conseguenze sui mari temperati fossero prese in minore considerazione. Ma ora non è più possibile. Tra il 2013 e l’inizio di quest’anno, in certe zone al largo della West Coast le acque si sono talmente riscaldate da causare sconvolgimenti senza precedenti nella flora e nella fauna marina. Alcune specie animali sono apparse in luoghi dove non erano mai state viste prima. Una fioritura di alghe tossiche, la più estesa del genere mai registrata, ha bloccato per mesi il settore della pesca del granchio in California. Anelli decisivi della catena alimentare sono stati compromessi. Non è chiaro se le emissioni di gas serra abbiano aggravato la situazione o se sia stato solo un picco nell’andamento naturale del clima e dei fenomeni meteorologici. Certo è che il fenomeno pone di fronte a drammatici interrogativi: è stata una stranezza, una conluenza improbabile di condizioni estreme che hanno concorso a rendere diicile la vita ad alcune creature marine? Oppure, come sostiene uno scienziato, è stata una sorta di prova generale delle conseguenze cui potrebbe portare un giorno il riscaldamento dei mari, quando il cambiamento climatico scatenerà la sua febbre nel Paciico? Mentre io e Lefebvre rilettiamo sul da farsi, arriva una chiamata via radio. A Homer Spit, otto chilometri da dove ci troviamo noi, è venuta a i l b lo b d e l pac i f i c o

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Anchorage Petersburg

Whittier

RUSSIA ALASKA (USA)

Homer

60°N Kodiak

Kachemak Bay PEN. KENAI Cook Inlet Golfo dell’Alaska

Sitka

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I. Kodiak

Mare di Bering

170°E

170°0

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DUE LUNGHI, CALDI ANNI

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iazi o tem ne de alla pera lle sup ture eri cie +3. 62 ˚C

A partire dall’inverno 2013 i venti, troppo deboli, non sono riusciti a smuovere e rafreddare l’Oceano Paciico nordorientale. Fino a ine 2015 il calore si è accumulato e poi difuso lungo la costa nordamericana, alterando la catena alimentare e la distribuzione della vita marina e alimentando una ioritura di alghe tossiche. La chiazza d’acqua calda ha battuto ogni record di estensione, profondità e durata.

+1.

75˚

C

+1.

5˚C

40°

150° CALORE NEGLI ABISSI In certi punti l’acqua calda ha raggiunto 400 metri di profondità: basta un solo grado centigrado in più per sconvolgere un ecosistema. La supericie si è rafreddata, ma gli abissi restano più caldi del solito.

Deviazione delle temperature di profondità, Paciico nord-orientale Rispetto alle temperature medie

200

2005 -1,1

0

2010 +1,1

galla la carcassa di un’altra lontra. Torniamo sui nostri passi ino a un parcheggio polveroso, montiamo sul furgone e ci dirigiamo là. a partire Dalla Fine Del 2013, nel golfo dell’Alaska si è formata un’enorme chiazza di acqua calda. Un sistema persistente di alta pressione atmosferica impediva la formazione di tempeste. Di solito i venti agitano e rafreddano la supericie del mare, per lo stesso principio per cui, soiando su un cafè bollente, si libera calore. Invece il calore contenuto da questa massa in movimento, soprannominata “il blob”, è aumentato; la chiazza è diventata ancora più estesa, e lungo la West Coast ha incrociato le masse d’acqua calda che si muovevano verso nord. In certi punti la temperatura del mare è salita di quattro gradi centigradi sopra 60

Livello del mare

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2015

400 m

+2,2 Gradi centigradi

la media, e in alcuni tratti quel mare è diventato caldo come non lo era mai stato. Nel momento della massima estensione la chiazza d’acqua calda copriva circa 9 milioni di chilometri quadrati tra il Messico e l’Alaska, un’area più vasta dell’intero territorio degli Stati Uniti. Che ruolo ha avuto l’anidride carbonica prodotta dai combustibili fossili e responsabile del riscaldamento globale? Nessuno lo sa per certo. Una teoria controversa ipotizza che il rapido ritiro dei ghiacci marini artici stia indebolendo la corrente a getto polare, causando una maggiore persistenza delle condizioni atmosferiche. Secondo una teoria più accreditata, invece, il fenomeno è dovuto a normali luttuazioni atmosferiche della corrente a getto, innescate dal calore dei tropici. Ma anche i ricercatori che condividono questa


DA NA I CA TAT TI S NI U

BRITISH COLUMBIA

LA COSTA IMPAZZITA Di solito le alghe ioriscono a primavera per un paio di settimane e in pochi posti. Ma nel 2015, man mano che le acque calde entravano in contatto con i nutrienti in risalita dalle profondità, si sono propagate dall’Alaska ino al Sud della California. Molte erano ioriture di alghe tossiche.

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Deviazione delle temperature alla supericie, maggio 2015 Rispetto alla media 1981-2010

Fioritura algale 3a sett. di giugno 2015 Livello di cloroilla

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Alghe tossiche a Monterey Bay Nanogrammi per millilitro 16 12 8 4 0

Per sfuggire all’acqua calda, la fauna selvatica si è concentrata a Monterey Bay, attirata dall’acqua fresca e ricca di nutrienti che risale da un profondo canyon. Nel 2015, inoltre, la ioritura di alghe tossiche è durata più a lungo del solito. 2012

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2016

Fioritura tossica prolungata

spiegazione non escludono che il cambiamento climatico faccia la sua parte. Decifrare questo strano fenomeno è diicile perché il Paciico, l’oceano più grande del mondo, si comporta già di per sé in maniera sconcertante, con sbalzi di temperature causati dal sovrapporsi di schemi climatici che possono durare anche per decenni. A intervalli di qualche anno o di qualche decennio, le acque del Pacifico orientale, da fredde e ricche di cibo, diventano più calde e viceversa: è un ciclo detto Oscillazione decennale del Paciico. Poi c’è El Niño, il periodico riscaldamento delle acque tropicali che fa aumentare le temperature nell’America del Nord. E ancora: la Corrente della California, una sorta di autostrada oceanica, porta l’acqua fredda dal Canada ino alla Baja California; nel tragitto, i venti spingono

le acque calde di supericie in mare aperto, causando la risalita delle acque profonde fredde e ricche di nutrienti. Tutta questa mutevolezza può avere effetti sulla distribuzione della vita marina. Ma quella di questi anni è del tutto fuori misura. Per cercare di capire la portata del fenomeno, qualche settimana prima della visita in Alaska mi imbarco sul battello da ricerca Elakha. Siamo a qualche chilometro dalla costa dell’Oregon e Bill Peterson, oceanografo della Noaa, è in ginocchio sul ponte con la testa dentro una borsa frigo. Dentro c’è quello che i suoi colleghi hanno appena tirato su con una rete dalle profondità marine. Peterson è qui per mostrarmi i profondi cambiamenti subiti dal Pacifico orientale: «Mamma che brutto!», esclama. Io nella borsa LAUREN E. JAMES, NGM. FONTI: NICK BOND, UNIVERSITY OF WASHINGTON; RAPHAEL KUDELA, UNIVERSITY OF CALIFORNIA, SANTA CRUZ


Nel 2015 il Paciic Marine Mammal Center di Laguna Beach, in California, ha accolto centinaia di cuccioli di leone marino smagriti. A causa della scarsità di acciughe e sardine, migliaia di questi pinnipedi sono dovuti ricorrere a una dieta meno nutriente e hanno dovuto faticare di più per inseguire le prede, che a loro volta si erano allontanate a causa del riscaldamento dell’acqua. Molti sono morti di fame. JAE C. HONG, AP PHOTO

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Un addetto esamina la pinna dorsale di un’orca vicino a Petersburg, in Alaska. Questo esemplare è probabilmente morto per cause naturali, ma l’esposizione a un’alga tossica iorita per l’insolito surriscaldamento dell’acqua è tra le principali cause di morte ipotizzate per molte megattere e balenottere.

vedo solo un liquido melmoso che sembra olio motore. Ma è proprio questo il punto. Da vent’anni Peterson e la sua équipe vengono qui ogni due settimane per raccogliere le minuscole forme di vita animali e vegetali che sono alla base di uno dei sistemi marini più produttivi del pianeta. Il piatto forte dovrebbe essere il krill, crostacei a forma di gamberetto lunghi un paio di centimetri di cui si nutrono voracemente uccelli marini come le alche, salmoni argentati, squali elefante e balene; nonché acciughe e sardine, che a loro volta vengono mangiate da pesci più grandi e leoni marini. In questo periodo dell’anno dovrebbe esserci krill in abbondanza, ma la rete di Peterson ha tirato su più che altro alghe molto acquose e piccole meduse, che forniscono poco nutrimento. Il krill non si vede da mesi. A mandare in tilt il sistema è stato l’aumento delle temperature oceaniche. Poco dopo l’inizio del riscaldamento sono apparse al largo della California meridionale alcune specie di argonauti (molluschi cefalopodi) di solito più comuni nel 64

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Paciico meridionale. Verdesche e pesci luna tropicali sono stati pescati nel Paciico settentrionale. Calamari tipici delle acque californiane hanno deposto le uova nel sud-est dell’Alaska, e alcuni serpenti dal ventre giallo, rettili di mare velenosi originari dell’America Centrale, sono stati visti sulle spiagge vicino a Los Angeles. Il team di Peterson ha raccolto campioni di zooplancton tropicale o subtropicale che non aveva mai visto prima: copepodi variopinti o a forma di scarabeo; minuscole creature iridescenti originarie delle Hawaii; piccoli crostacei con sacche ovariche blu cobalto. Lo studioso ha catalogato quasi 20 nuove specie originarie di luoghi lontani. Rispetto al krill, queste varietà di zooplancton sono più piccole e meno nutrienti. La dieta ipocalorica ha risalito tutta la catena alimentare, facendo calare la popolazione del merluzzo dell’Alaska ai livelli più bassi degli ultimi 30 anni. Gli halibut pescati nella baia di Cook, sempre in Alaska, avevano la consistenza molliccia tipica della denutrizione, e altrettanto scheletrici erano


Calamari che nuotano vicino alle loro uova nei pressi di Klemtu, nella British Columbia. Di solito questi molluschi si riproducono al largo della California, ma nel 2015 le loro uova sono state trovate anche molto più a nord, ino in Alaska.

i salmoni argentati che risalivano i torrenti della West Coast. E tutti questi hanno coinciso con altri cambiamenti. La pesca delle sardine è stata addirittura sospesa, per la prima volta dopo il crollo degli anni Cinquanta. Le popolazioni di sardine e acciughe hanno un andamento ciclico, ed è probabile che il loro precipitoso declino abbia poco a che fare con il riscaldamento dell’oceano; ma questa volta l’impatto è stato più forte, perché il caldo fuori norma ha ridistribuito i pochi pesci rimasti. Le acciughe sembrano scomparse quasi ovunque tranne che nella baia di Monterey, dove si sono radunate in gran numero, scatenando una caccia sfrenata: a un certo punto, nella baia, c’erano più di 50 balene che banchettavano tutte insieme. Più a nord, le megattere si sono spinte in dentro al iume Columbia in cerca di cibo. E anche i volatili ne hanno soferto: almeno 100 mila alchette di Cassin, piccoli uccelli dal piumaggio grigio e le zampe blu che nidiicano sulle isole e si cibano di krill, sono morte di fame, seguite pochi mesi dopo da centinaia di migliaia di urie comuni.

Ma forse l’efetto più macroscopico si è visto sulle spiagge della California, dove sono apparse frotte di cuccioli di leone marino smagriti e malati. Ne hanno trovati nelle verande delle case e sotto i camion parcheggiati, uno raggomitolato su una sedia nel patio di un hotel, un altro nel chiosco di un ristorante in riva al mare. Senza più sardine né acciughe, le loro madri si erano potute cibare solo di alimenti poveri come calamari, naselli e pesci di scoglio, e hanno dovuto svezzarli prima del solito. In cinque mesi se ne sono spiaggiati più di 3.000. il blob non È la nuova normalità. Pochissimi di questi cambiamenti sono permanenti, e anche se lo fossero non signiicherebbe che il mare stia morendo. La vita dell’oceano andrà avanti. Il blob, però, può darci un’idea di come potrebbero apparire i mari del futuro, e le loro forme di vita, sotto gli efetti del cambiamento climatico. In acque più calde il metabolismo dei pesci accelera: devono quindi mangiare di più proprio i l b lo b d e l pac i f i c o

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Un polpo gigante del Paciico nelle acque della British Columbia. Occorreranno anni per comprendere ino in fondo l’impatto delle recenti alterazioni dell’ecosistema sulla vita marina dell’oceano.

quando le loro fonti di cibo diminuiscono. Per alcune specie, secondo studi recenti, le conseguenze sono il rimpicciolimento, la maggiore propensione alle malattie e in molti casi il calo della popolazione. Secondo l’Ipcc, il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico, molte specie di pesci e plancton stanno già migrando verso i poli in cerca di temperature più fredde. E man mano che le aree produttive si impoveriscono per l’aumento delle temperature, pesci e predatori si raduneranno in aree sempre più ristrette, generando nuove side. Sembrano in aumento, per esempio, i casi di balene rimaste impigliate in reti da pesca o detriti alla deriva: dal 2000 al 2012 le squadre di soccorso ne riportavano circa 10 l’anno; nel 2015 sono stati 48. L’apparizione di specie aliene cambia anche il nostro rapporto con il mare. Con l’ondata di calore che spingeva verso nord i pesci messicani, per i charter da pesca che battono le acque al largo di Los Angeles è stata una stagione senza precedenti. Nell’agosto 2015 Richard Shafer, un elettricista 66

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58enne e appassionato di pesca subacquea, ha raggiunto con una di queste barche un banco sottomarino al largo di San Diego. Aveva arpionato una ricciola e stava tornando a nuoto verso la barca cercando di impedire che un leone marino afamato gliela rubasse, quando è stato morso al polso da un pesce martello di due metri. In California questi squali si vedono raramente, e raramente attaccano, ma nel 2015 molti sono stati attirati dall’acqua calda, e sono stati segnalati diversi incontri con gli esseri umani. A Shafer il pesce martello ha reciso un tendine e rotto un mignolo e una nocca. Gli ci sono voluti 40 punti di sutura. Nel mare ogni cambiamento ne può innescare un altro che nessuno si aspetta. È quasi il traMonto quando Kathi Lefebvre salta giù dal furgone e posa lo sguardo sulla lontra morta di Homer Spit. In passato le lontre morivano quasi sempre per le complicazioni di un’infezione da streptococco; quest’anno alcune appaiono molto emaciate, altre quasi in salute.


Un’anguilla lupo in in di vita tra gamberi morti nello Hood Canal, nello Stato di Washington. Animali come questi sono morti in gran numero quando, nel 2014, l’ acqua calda del mare si è riversata nel canale.

Gli studenti che stanno efettuando il tirocinio all’Alaska Maritime National Wildlife Refuge indossano i guanti di lattice e cominciano a esaminarla; uno quasi si mette a piangere, un altro racconta di aver visto una lontra in preda agli spasmi la settimana prima. «Tremori per tutto il corpo?», salta su Lefebvre. «Li ho visti anch’io. Nei leoni marini». Era il 1998, quando studiava ancora per il dottorato: Lefebvre intuì che all’origine della malattia dei pinnipedi poteva esserci Pseudo-nitzschia, un’alga unicellulare che iorisce in piccole chiazze per una settimana o due in primavera, producendo acido domoico, una neurotossina che si accumula nei molluschi. Ingerito da una persona, l’acido domoico può causare convulsioni, perdita di memoria e anche la morte, ma può essere dannosa anche per la fauna selvatica. Attraverso la catena alimentare, avevano assunto la tossina anche le tante berte grigie che nel 1961 andarono a sbattere contro le inestre e a morire per le strade di Santa Cruz, un episodio che ispirò Alfred Hitchcock per il suo ilm Gli uccelli.

Nel 1998 Lefebvre rinvenne acido domoico nelle feci dei leoni marini malati, dimostrando per la prima volta che questo tipo di ioritura algale poteva nuocere ai mammiferi marini. Quell’anno El Niño, portando in California il caldo sofocante dell’oceano, aveva prodotto la ioritura più intensa che si fosse mai vista. Fino all’anno scorso, quando la ioritura, iniziata ad agosto, invece di concludersi in poche settimane è cresciuta a dismisura, e trasformandosi e spostandosi ha inito per coprire un tratto di oceano lungo più di 3.200 chilometri, dalle Channel Islands californiane ino a Kodiak. Non si era mai visto nulla di simile. In certi tratti della costa è stata vietata la raccolta di molluschi: le concentrazioni della tossina erano di 30 volte più alte del valore già normalmente considerato elevato, e alcuni pesci, come le acciughe, contenevano quantità di acido domoico pericolose anche per gli esseri umani, fatto molto raro. La tossina avrebbe anche fatto ammalare centinaia di leoni di mare, foche, focene e uccelli marini. La ioritura è durata ino a novembre. i l b lo b d e l pac i f i c o

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Visibilmente scossa, la biologa Debbie Boege-Tobin cerca di acquietare una lontra di mare morente su una spiaggia di Homer, in Alaska. Qui, nel solo mese di settembre del 2015, sono state trovate le carcasse di 79 lontre.

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Poi è arrivata la moria di cetacei in Alaska, soprattutto balenottere comuni e megattere. Non è stato possibile analizzare la maggior parte delle carcasse perché erano in avanzato stato di decomposizione o in luoghi troppo inaccessibili. Quelle poche che il mare ha depositato sulle rive della British Columbia presentavano tracce di acido domoico, ma la rapidità con cui l’organismo espelle la tossina non ha consentito di sapere se erano dosi grandi o piccole. Pur non avendo prove, gli scienziati sono quasi tutti dello stesso parere: le balene devono essersi cibate di krill, copepodi o pesci avvelenati dalle tossine algali, morendo sul colpo o riportando un danno cerebrale che ha reso loro più diicile orientarsi e trovare cibo. Sulla spiaggia di Homer Spit, Lefebvre si chiede ad alta voce se le alghe c’entrino anche con la mo70

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ria delle lontre dell’Alaska, e intanto prepara i sacchetti per la raccolta dei campioni e si inila i guanti. Poi si china sulla lontra, che comincia già a irrigidirsi, e si mette al lavoro. coMe nell’oMoniMo filM di serie B, a dicembre del 2015, con l’arrivo di un potente El Niño, il blob ha iniziato a dissolversi, e il suo calore a disperdersi nelle profondità marine. Ma ci vorranno anni per valutarne le implicazioni. Da nuove ricerche emerge che fenomeni come questo potrebbero diventare più frequenti e intensi a causa dei cambiamenti climatici. Gli studiosi prevedono «un incremento degli estremi di temperatura e una maggiore incidenza di eventi insoliti. Tutto diventa più caotico», dice Raphael Kudela, oceanografo della University of California a Santa Cruz.


Uno studente di biologia tra carcasse di lontre marine a Homer. Per molte lontre è stata identiicata come causa di morte un’infezione, ma gli scienziati stanno cercando di capire se gli animali siano stati indeboliti anche dalle alghe tossiche.

Dobbiamo attenderci ioriture più frequenti, più difuse e più tossiche. E le conseguenze per le persone? Dick Ogg è un pescatore di Bodega Bay: tratta salmone, tonno bianco e carbonaro dell’Alaska, ma i soldi veri li fa con la raccolta di un grosso granchio, il granciporro del Paciico. Da mesi però praticamente la sua barca non esce dal porto: il granchio è rimasto contaminato ben oltre la ine della ioritura algale, e la California ne ha vietato a lungo la raccolta, causando perdite per 48 milioni di dollari. «Molti di noi sono davvero in diicoltà», dice Ogg con aria mesta. Certo, non tutti i fenomeni dipendono dal blob, che è durato solo due anni; magari piante e animali stanno migrando per adattarsi al riscaldamento globale, che invece va avanti da decenni.

Forse alcune delle morie si sarebbero veriicate anche in assenza del blob. La morte delle stelle marine, seppure accelerata dall’acqua calda, è in realtà dovuta a un virus che ha colpito ben prima. E magari i leoni marini della California scontano un’eccessiva crescita della popolazione. E tante altre cose stanno cambiando. L’innalzamento del livello dei mari sta rimodellando le coste. Nelle profondità oceaniche si espandono le zone ipossiche, aree di scarsa concentrazione dell’ossigeno. L’acidiicazione delle acque rende la vita più diicile a crostacei e molluschi. Prevedere il futuro è diicile, soprattutto se a malapena si capisce il presente. Lefebvre non ha mai risolto il mistero delle lontre. Alla ine dell’anno ne erano morte 304, quasi il quintuplo della media recente. Un terzo delle carcasse esaminate dagli scienziati sono risultate positive alle alghe tossiche. Ma per gran parte di loro è stata diagnosticata come principale causa di morte l’infezione da streptococco. Se il blob abbia avuto un ruolo nell’esacerbare l’infezione rimane un enigma. È possibile che le tossine algali abbiano indebolito gli animali? E che l’acqua calda, in qualche modo, abbia peggiorato le cose? «Non conosciamo ancora l’efetto combinato di tutti questi piccoli cambiamenti», dice Lefebvre. Qualche settimana dopo faccio una chiacchierata simile con Julia Parrish, esperta di volatili della University of Washington, che ha monitorato la moria delle urie. Non sa se gli uccelli marini siano initi in posti strani inseguendo le poche prede, se li abbia confusi l’acido domoico, o se siano stati spinti verso terra dai venti. «Sono ancora confusa», mi dice. E questa, più di ogni altra cosa, me ne rendo conto adesso, potrebbe essere la nostra nuova normalità: l’abisso insondabile tra il mare che pensavamo di conoscere e quello che stiamo rapidamente creando. j

Craig Welch, l’autore di questo servizio, ha ottenuto numerosi riconoscimenti per i suoi reportage sul cambiamento climatico e il futuro degli oceani. MARK THIESSEN, NGM

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Sette anni dopo la fine di una brutale guerra civile, lo Sri Lanka comincia a fare i conti con gli strascichi del conflitto: le decine di migliaia di senzatetto e le decine di migliaia di persone tuttora scomparse.

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Una scorta d’onore ammaina la bandiera nazionale nel parco Galle Face Green a Colombo. La città piÚ grande del paese mostra scarsi segni del conlitto che per 26 anni ha diviso Singalesi e Tamil.


Un gruppo di scout pronto a cantare per il presidente, con un agente della scorta. Quest’anno il raduno nazionale degli scout si è tenuto per la prima volta nella Provincia Settentrionale, a Jafna.


Sette anni dopo la fine di una brutale guerra civile, lo Sri Lanka comincia a fare i conti con gli strascichi del conflitto: le decine di migliaia di senzatetto e le decine di migliaia di persone tuttora scomparse.

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di Robert Draper fotografie di Ami Vitale

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a donna ha in mano una fotograia non più grande di un francobollo, ma è l’unica immagine del marito che è riuscita a trovare qui, in casa dei suoi. I genitori non avevano approvato il matrimonio: lo sposo era un semplice pescatore della cittadina costiera di Mannar, mentre la famiglia di lei vive da generazioni a Jafna, capoluogo della Provincia Settentrionale dello Sri Lanka. Ma la foto del marito, Tamil come lei, mostra un uomo dal viso largo e sicuro di sé. Guardando il minuscolo ritratto dell’uomo, scomparso una decina d’anni fa, gli occhi della donna si illuminano di ricordi. Si erano innamorati nel 1999 in un campo profughi dell’India meridionale. Lei aveva 17 anni ed entrambi erano fuggiti dalle crudeltà ingiustiicate di una guerra civile che contrapponeva l’esercito, controllato dalla maggioranza singalese, ai ribelli tamil. La ragazza era scappata da Jafna insieme alla famiglia scavalcando i cadaveri dei vicini di casa mentre dal cielo cadevano le bombe dei militari; lui era fuggito da Mannar dopo aver visto un uiciale dell’esercito uccidere la sorella minore a colpi d’arma da fuoco nella casa paterna. Si erano sposati sotto lo sguardo furente della madre di lei. Nel 2002 erano tornati a Mannar, dove il marito poteva uscire in barca e gettare a mare le sue reti. Avevano messo al mondo due igli, prima un maschio, poi una femmina. Lui vendeva bidoni di benzina ai combattenti della resistenza, una pratica comune fra i tamil di Mannar. Finché il 27 dicembre 2006 lui era uscito in motocicletta e non era rientrato né quella sera né nei giorni seguenti. La moglie del pescatore posa la foto e riprende a occuparsi del pranzo insieme alle altre donne di questa casa fatiscente e scarsamente illuminata. 78

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Oggi la famiglia si è riunita per commemorare la morte improvvisa della madre, avvenuta un mese fa per un tumore allo stomaco. Manca uno dei fratelli, clandestino e senza lavoro a Parigi. I militari srilankesi lo hanno torturato e l’uomo teme che tornando in patria possa essere arrestato in mezzo alla strada, come è successo al pescatore e a migliaia di altri Tamil: senza preavviso né giustiicazione, senza che sia stato aperto un fascicolo o che sia mai arrivata una conferma uiciale dell’accaduto. Contrariamente alle aspettative la moglie del pescatore, 34 anni e una treccia lunga ino alla vita che ondeggia mentre la donna apparecchia un tradizionale banchetto vegetariano a base di ceci, melanzane, fagioli e tapioca, non è annientata dal dolore. «So che mio marito è vivo», dice. Nella vita di questa donna - che ha chiesto di re-


Ragazzi tamil tornano a casa dopo la scuola a Mannar, sulla costa nordoccidentale, dove sono scomparsi molti Tamil durante la guerra civile. Nello Sri Lanka l’istruzione è un diritto costituzionale, e spesso i ragazzi studiano ino a tarda sera a lume di candela. Il paese ha un tasso di alfabetizzazione degli adulti superiore al 95 per cento.

stare anonima per salvaguardare l’incolumità sua e della famiglia - ciò che importa è la convinzione che il marito sia ancora un prigioniero fantasma di una guerra inita ormai da sette anni. Ecco, in un certo senso si è persa notizia anche dello Sri Lanka. L’isola nazione, vista in passato come una piccola potenza emergente dell’Asia meridionale, ha gettato alle ortiche la possibilità di ottenere una legittimazione a livello internazionale lasciandosi coinvolgere in una spirale di violenza. Oggi, con un nuovo governo che promette di impegnarsi per l’unione del paese, quella possibilità è di nuovo a portata di mano. Lo scorso aprile l’ambasciatrice statuni-

tense alle Nazioni Unite ha elogiato l’amministrazione del presidente Maithripala Sirisena per i “progressi straordinari” indirizzati verso “una pace duratura, una democrazia responsabile, un rapporto nuovo con il mondo esterno e più ampie opportunità per tutti”. Il governo però non ha bisogno di conquistare qualche autorità straniera, bensì la minoranza tamil, che si sente tagliata fuori dai progressi compiuti dal paese dopo la guerra e mal sopporta l’indiferenza con cui la maggioranza singalese sembra guardare alle sue diicili condizioni. Ed è qui che entra in ballo la giovane donna con la sua minuscola fotograia: perché l’inoppugnabile sri lanka

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“Il mondo deve sapere che noi siamo diversi, che faremo ciò che diciamo di voler fare”. Harsha de Silva, viceministro degli affari esteri

realtà è che lo Sri Lanka non riemergerà dal buio inché non ricompariranno anche gli uomini come suo marito. a DUe terZi Della StraDa che da Jafna scende lungo la costa occidentale di quest’isola a forma di lacrima si trova Colombo, la capitale amministrativa del paese. È una metropoli che non mostra segni evidenti della passata guerra. La popolazione di circa 700 mila anime si compone quasi in parti uguali di buddhisti singalesi, induisti tamil e musulmani che vivono e lavorano ianco a ianco, dando spazio solo occasionalmente a qualche manifestazione di ostilità. A chi arriva nello Sri Lanka interrogandosi sul futuro del paese, Colombo ofre risposte rassicuranti. La sera dell’8 gennaio 2015 il paese, meravigliando il mondo intero, ha abolito il regime autocratico di Mahinda Rajapaksa con elezioni perlopiù paciiche e senza brogli. I nuovi leader del paese sono impazienti di dimostrare al mondo che lo Sri Lanka può comportarsi come una moderna democrazia. Il governo di Sirisena ha cominciato a riformare il corrotto sistema giudiziario, a privatizzare una serie di enti sovradimensionati e a fare i conti con l’immenso debito pubblico. Il viceministro degli afari esteri Harsha de Silva ha detto: «Il mondo deve sapere che noi siamo diversi, che faremo ciò che diciamo di voler fare». È possibile che un visitatore atterri a Colombo, vada a godersi la miriade di piacevolezze turistiche - gli antichi templi di Dambulla e Polonnaruwa, gli elefanti e i leopardi dei parchi faunistici, le opulente piantagioni di tè, la baia di Arugam 80

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mecca dei suristi - e riparta un paio di settimane dopo senza aver avuto il minimo sentore che per 26 anni lo Sri Lanka è stato teatro di un orribile e sanguinoso conlitto etnico. Colombo si trova a sud, in una regione dominata dai Singalesi, che sono in prevalenza buddhisti e costituiscono il 75 per cento circa della popolazione. Anche le principali attrazioni del paese si concentrano quasi tutte nel Sud. La Provincia Settentrionale, invece, è esteticamente anonima, una distesa di terreni agricoli in gran parte piatta e arida e, guarda caso, è anche la patria dei Tamil srilankesi, in maggioranza induisti, che rappresentano l’11 per cento circa della popolazione. Nelle regioni settentrionale e orientale dell’isola, le Tigri per la Liberazione dell’Eelam Tamil (Eelam è il nome tamil dello Sri Lanka) hanno governato un vero e proprio Stato, che ha cessato di esistere con la loro sconitta. «È Una Storia di occasioni mancate», ha commentato il premier Ranil Wickremesinghe, seconda autorità nella gerarchia dello Stato srilankese. Wickremesinghe si riferisce al potenziale economico tuttora irrealizzato del suo paese. Situato a metà strada fra la Cina e l’India su una vivace rotta commerciale, ricco di terreno fertile e forte di una popolazione istruita, all’indomani della Seconda guerra mondiale lo Sri Lanka era pronto a competere con Singapore per sopperire alla momentanea decadenza industriale del Giappone. Ma il paese, noto ino al 1972 con il nome di Ceylon, ha sciupato un’opportunità dopo l’altra con i suoi governi, contraddistinti in un caso da un fallimentare esperimento socialista e, più recentemente, dal clientelismo di Rajapaksa, che lo ha guidato per un decennio. Il modello di Rajapaksa, fondato sull’agricoltura, pretendeva di essere «molto populista», ha detto Wickremesinghe, «ma di fatto non concedeva nulla alla popolazione e in realtà si preiggeva di consolidare il potere di famiglia». Le occasioni mancate dello Sri Lanka, tuttavia, non riguardano solo la politica economica, perché il progresso del paese è stato più volte ostacolato dalle divisioni etniche. Per 133 anni i


Una cura per lo Sri Lanka

ASIA

SRI LANKA

AFRICA

Dopo quasi trent’anni di guerra civile fra l’ex governo controllato dalla maggioranza singalese e le Tigri per la Liberazione dell’Eelam Tamil, il paese si sta adoperando per abolire le divisioni etniche.

lk

P

a

OCEANO INDIANO

Penisola di Jaffna Point Pedro

tt

o

di

Inizio guerra civile, 23 luglio 1983

St

ra

Nagarkovil

TENSIONI ETNICHE

Jaffna

Delft

Laguna d i Ja Pungudutivu ffn a Fine guerra civile, 16 maggio 2009

Jeyapuram Baia di Palk

I PROFUGHI Nel 2009, inita la guerra, si contavano 44 campi di accoglienza per i profughi tamil fuggiti dalle zone di battaglia. Con il ritorno a casa di molti di loro, il numero dei campi si è ridotto.

Golfo del Bengala

Mannar

Omantai Vavuniya Trincomalee

TÈ E TURISMO Baia di Koddiyar Nello Sri Lanka sono molte le attività in crescita, come il commercio del tè. Dalla ine della guerra gli introiti derivanti dal turismo sono più che quadruplicati.

Anuradhapura

Territorio in precedenza rivendicato dalle tigri Tamil

Monastero Ritigala

Golfo di Mannar

Laguna di Puttalam

I risentimenti fra Singalesi e Tamil causati dalle politiche coloniali hanno scatenato la guerra civile e ostacolato gli sforzi per la riconciliazione.

Puttalam

Tempio Gal Vihara

Dambulla Polonnaruwa Tempio di Dambulla Cave

LO SMINAMENTO

Batticaloa

Kurunegala Kandy Negombo

eli Mahaw

L’eliminazione di oltre un milione di mine e altri ordigni inesplosi ha consentito il reinsediamento dei profughi nelle zone boniicate.

Kalmunai Territorio in precedenza rivendicato dalle tigri Tamil

Pidurutalagala 2.524 m

Colombo (capitale amministrativa)

Badulla Cascate di

Sri Jayewardenepura St. Clair Kotte (capitale legislativa)

Baia di Arugam

Ratnapura

Campo sfollati interni (al 2009) Campo minato non bonificato Campo minato bonificato Piantagione di tè

Etnia predominante Singalese Tamil di Sri Lanka Mori (musulmani) di Sri Lanka Tamil indiana

Galle Matara O C E A N O

I N D I A N O

0 km

20

CHARLES PREPPERNAU, NGM FONTI: ESRI; USGS; NASA; MINISTERO DELLA DIFESA, SRI LANKA; NATIONAL MINE ACTION CENTER; UFFICIO DELLE NAZIONI UNITE PER IL COORDINAMENTO DEGLI AFFARI UMANITARI; INTERNAL DISPLACEMENT MONITORING CENTRE; INTERNATIONAL RESEARCH INSTITUTE FOR CLIMATE AND SOCIETY; FOUNDATION FOR ENVIRONMENT, CLIMATE, AND TECHNOLOGY; DIPARTIMENTO DI CENSIMENTO E STATISTICA, SRI LANKA


Due donne raccolgono tè vicino alle cascate di St. Clair, nella Provincia Centrale. Grazie all’esportazione del tè, nelle casse del paese entra almeno un miliardo e mezzo di dollari all’anno.


Un operatore della HALO Trust rimuove una mina a Jeyapuram, ex roccaforte delle Tigri tamil a sud della penisola di Jafna. L’organizzazione non-proit britannica assume perlopiù operatori tamil e ha già rimosso oltre 212.000 mine. Il governo srilankese intende eliminare la maggior parte degli ordigni restanti entro il 2020.

colonizzatori britannici assegnarono di preferenza ai Tamil gli incarichi meglio pagati, lasciando ai Singalesi il lavoro semispecializzato. Nel 1948, quando lo Sri Lanka ottenne l’indipendenza, i nuovi leader non tentarono di uniicare il paese. I politici singalesi alimentarono l’orgoglio nazionalista della maggioranza, che era approdata sull’isola intorno al 500 a.C. e aveva fondato quella che è oggi la più antica nazione del mondo di ininterrotta fede buddhista. Il governo cominciò a emarginare sistematicamente i Tamil togliendo il diritto di voto ai discendenti di chi era stato portato dall’India per lavorare nelle piantagioni di tè, trasferendo incarichi universi84

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tari a docenti singalesi e diluendo la maggioranza tamil nella Provincia Orientale con la concessione ai Singalesi di terreni demaniali. Nel 1956 il parlamento, dominato dai Singalesi, impose il sinhala come lingua uiciale del paese. Le licenze di importazione ed esportazione furono accordate di preferenza a imprenditori singalesi del Sud, mentre lo sviluppo della Provincia Settentrionale fu seguito dal governo con scarso interesse. Negli anni Settanta iniziò a difondersi al Nord l’idea della secessione e nacque il gruppo separatista delle Tigri tamil, che nel 1983 uccisero 13 soldati dell’esercito in un agguato, inne-


Una cura per lo Sri Lanka

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Dopo quasi trent’anni di guerra civile fra l’ex governo controllato dalla maggioranza singalese e le Tigri per la Liberazione dell’Eelam Tamil, il paese si sta adoperando per abolire le divisioni etniche.

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OCEANO INDIANO

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Inizio guerra civile, 23 luglio 1983

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TENSIONI ETNICHE

Jaffna

Delft

Laguna d i Ja Pungudutivu ffn a Fine guerra civile, 16 maggio 2009

Jeyapuram Baia di Palk

I PROFUGHI Nel 2009, inita la guerra, si contavano 44 campi di accoglienza per i profughi tamil fuggiti dalle zone di battaglia. Con il ritorno a casa di molti di loro, il numero dei campi si è ridotto.

Golfo del Bengala

Mannar

Omantai Vavuniya Trincomalee

TÈ E TURISMO Baia di Koddiyar Nello Sri Lanka sono molte le attività in crescita, come il commercio del tè. Dalla ine della guerra gli introiti derivanti dal turismo sono più che quadruplicati.

Anuradhapura

Territorio in precedenza rivendicato dalle tigri Tamil

Monastero Ritigala

Golfo di Mannar

Laguna di Puttalam

I risentimenti fra Singalesi e Tamil causati dalle politiche coloniali hanno scatenato la guerra civile e ostacolato gli sforzi per la riconciliazione.

Puttalam

Tempio Gal Vihara

Dambulla Polonnaruwa Tempio di Dambulla Cave

LO SMINAMENTO

Batticaloa

Kurunegala Kandy Negombo

eli Mahaw

L’eliminazione di oltre un milione di mine e altri ordigni inesplosi ha consentito il reinsediamento dei profughi nelle zone boniicate.

Kalmunai Territorio in precedenza rivendicato dalle tigri Tamil

Pidurutalagala 2.524 m

Colombo (capitale amministrativa)

Badulla Cascate di

Sri Jayewardenepura St. Clair Kotte (capitale legislativa)

Baia di Arugam

Ratnapura

Campo sfollati interni (al 2009) Campo minato non bonificato Campo minato bonificato Piantagione di tè

Etnia predominante Singalese Tamil di Sri Lanka Mori (musulmani) di Sri Lanka Tamil indiana

Galle Matara O C E A N O

I N D I A N O

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CHARLES PREPPERNAU, NGM FONTI: ESRI; USGS; NASA; MINISTERO DELLA DIFESA, SRI LANKA; NATIONAL MINE ACTION CENTER; UFFICIO DELLE NAZIONI UNITE PER IL COORDINAMENTO DEGLI AFFARI UMANITARI; INTERNAL DISPLACEMENT MONITORING CENTRE; INTERNATIONAL RESEARCH INSTITUTE FOR CLIMATE AND SOCIETY; FOUNDATION FOR ENVIRONMENT, CLIMATE, AND TECHNOLOGY; DIPARTIMENTO DI CENSIMENTO E STATISTICA, SRI LANKA


Alcuni pescatori di Nagarkovil tirano a riva una rete piena di spratti. A partire dal 2011, questa spiaggia della costa nordorientale è stata boniicata da quasi 34.000 mine. Oggi ci vivono piÚ di 1.000 persone.


di blocco quasi ogni ora. I soldati chiedevano l’indirizzo privato alla guida e il numero di cellulare all’interprete (donna). Avvertiti da amici idati che probabilmente i militari avrebbero tartassato chiunque parlasse con noi, abbiamo organizzato interviste segrete in chiese, camere d’albergo e nel pulmino sul ciglio di una strada deserta. La patria dei Tamil continuava a essere una zona militarizzata. Sono tornato lì a distanza di quasi un anno, dieci mesi dopo l’elezione di Sirisena a presidente. Stavolta non c’è stato bisogno di autorizzazioni e non abbiamo incontrato posti di blocco. I militari ci superavano in camionetta senza mostrare interesse nei nostri confronti. A Jafna non c’erano notizie di quotidiani minacciati o di manifestazioni politiche sedate. L’impressione era che nei territori occupati dello Sri Lanka si respirasse un’aria più libera. Ma i Tamil con cui ho parlato hanno subito smorzato il mio ottimismo. «Ci hanno dato un po’ di tregua», mi ha detto un leader cittadino di Jafna, «ma le cose purtroppo non sono cambiate granché». Gli agenti della polizia giudiziaria, ha aggiunto, continuavano a fotografare i partecipanti agli incontri pubblici. «E al Nord i giornalisti non hanno la certezza di poter svolgere il proprio lavoro come i colleghi del Sud», mi ha detto Vallipuram Kaanamylnathan, direttore di Uthayan, che è il più importante quotidiano tamil. «I militari tengono ancora sotto controllo la nostra sede». Tre quarti dei 200 mila soldati che costituiscono le forze armate del paese sono tuttora dislocati nella Provincia Settentrionale. «Ci vorrà parecchio tempo prima di poterne ridurre il numero, perché le minacce non sono ancora state del tutto fugate», ha detto il generale Daya Ratnayake, ex comandante dell’esercito srilankese. Molti soldati stavano sminando le campagne, costruendo templi e scuole e piantando alberi. Ma i militari, come sarei venuto a sapere in seguito, dirigono anche i più grandi alberghi della zona di Jafna. Gestiscono un campo da golf e una fabbrica di yogurt. Allevano vacche da latte e vendono prodotti agricoli nei mercati. «E siccome ottengono gratuitamente terre e fertiliz88

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zanti possono vendere a tre rupie quello che un contadino di Jafna mette a 20», ha spiegato il ministro Swaminathan. «Perciò abbiamo detto molto chiaramente ai militari che devono restituire le terre alla popolazione». Ma le forze armate hanno risposto con scarsa sollecitudine alle richieste del nuovo governo e occupano tuttora una parte dei circa 5.000 ettari di terreno coniscati durante la guerra. «Diicile che ci restituiscano qualcosa», ha detto una quarantaseienne tamil che vive in uno squallido campo profughi da quando l’esercito, nel 1990, ha sequestrato il suo terreno. «Da me hanno costruito un albergo. Per loro è una fonte di reddito. Secondo lei è mai possibile che ci restituiscano la terra senza batter ciglio?». Quando le ho chiesto notizie del marito, è rimasta un attimo in silenzio, poi ha risposto con


Un monaco buddhista accudisce un cervo pomellato che ha trovato nella foresta presso le rovine del monastero di Ritigala. Nel sito archeologico, situato al centro dell’isola e ricco di iscrizioni risalenti al I secolo a.C., abitano ancora alcuni monaci. Lo Sri Lanka è considerato la più antica nazione del mondo di ininterrotta fede buddhista.

voce distante: «L’ho perso otto anni fa. L’hanno portato via su un furgone bianco». QUanDO il PEsCaTOrE non è tornato a casa, la moglie ha pensato subito che fosse uscito con la barca. Qualche giorno dopo la donna ha ritrovato la sua motocicletta, ed è andata alla polizia. «Se sentiamo qualcosa, la informeremo», le hanno detto. La moglie del pescatore ha saputo a poco a poco che altri uomini tamil erano scomparsi da Mannar; alcuni di loro erano stati prelevati in pubblico e rinchiusi in anonimi furgoni bianchi. Nel settembre 2008 un suo cugino è stato fermato e sequestrato sotto la minaccia delle armi mentre

era in moto; a detta della madre dell’uomo, un uiciale aveva ammesso che il sequestro era opera della Marina. Insieme ad altre donne di Mannar e di tutta la Provincia Settentrionale che avevano denunciato la sparizione dei mariti, la moglie del pescatore ha deciso di farsi sentire. Il gruppo ha cominciato a fare pressioni sulla polizia. Le donne hanno visitato tutte le carceri possibili, poi si sono recate a Colombo e hanno chiesto udienza alle autorità governative. Ma non hanno trovato nulla: né un corpo - vivo o morto - né spiegazioni o indizi. E senza il riconoscimento formale della morte del coniuge non avevano sri lanka

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Induisti tamil celebrano il Masi Magam a Point Pedro, a Jafna. Durante la festa gli idoli del tempio vengono portati al mare per un bagno rituale e i fedeli entrano in acqua per lavarsi dai peccati.


Un’infermiera saluta una mamma nel reparto maternità della clinica universitaria di Jafna. Nel 1987, durante la guerra civile, i soldati indiani inviati nello Sri Lanka come forze di pace uccisero oltre 60 persone fra pazienti e dipendenti dell’ospedale. Oggi, tornato alla normalità, il nosocomio accoglie gente di ogni etnia e credo religioso.

neppure diritto a un’eredità o a una pensione di vedovanza. Finita la guerra, nessuno degli uomini sequestrati è tornato in libertà. E le sparizioni sono proseguite. La moglie del pescatore ha scritto a Rajapaksa e a papa Francesco. Mio marito è scomparso dal 2006, da una zona controllata dall’esercito. Ho due figli piccoli. Vi prego di aiutarmi. Si raccontava di fosse comuni, di accampamenti militari segreti. Nel 2015 l’ONU stimava che i Tamil scomparsi fossero oltre 15 mila, ma nello Sri Lanka c’era chi ipotizzava che si trattasse di una cifra in troppo prudente. Dal canto suo il governo Rajapaksa sosteneva che gli scom92

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parsi fossero semplicemente fuggiti all’estero, un’afermazione mai sufragata da prove. Nel settembre 2015 l’Onu ha pubblicato un’inchiesta fortemente critica sui crimini di guerra compiuti nello Sri Lanka, citando “anni di smentite e insabbiamenti” da parte del regime di Rajapaksa. Non contestando i risultati dell’inchiesta, il nuovo governo ha implicitamente fatto capire di essere pronto ad afrontare la verità. «Proveremo a risollevarci, stiamo già lavorando in questo senso», mi ha detto il primo ministro Wickremesinghe. E ha ammesso che era fondamentale impegnarsi sul serio ainché i Tamil si sentissero parte di un nuovo Sri Lanka.


«I Tamil aspirano solo ad avere una vita normale come chiunque altro», ha detto. Mi sono chiesto come fosse possibile riconquistare una vita normale per le 10 donne tamil che avevo conosciuto, i cui familiari erano scomparsi. Anche con il nuovo regime non osavano parlare apertamente. Alcune di loro sono state minacciate di arresto per aver organizzato proteste. La primavera scorsa, al Nord, decine di Tamil sono stati presi e messi in carcere senza accuse formali. La sorveglianza che il governo continua a esercitare sugli induisti tamil è accompagnata dalla ricomparsa di gruppi estremisti buddhisti che si ritiene siano legati all’ex governo Rajapaksa. Purtroppo per molti Tamil questa era ancora la “vita normale” che si faceva nello Sri Lanka. Qualche giorno prima di incontrare il premier, avevo visto la moglie del pescatore a Jafna. Era

saltata fuori una nuova fotograia del marito scomparso, mi aveva detto, pubblicata su un giornale insieme a un articolo. La foto ritraeva 168 uomini seduti con aria solenne, tutti con la divisa carceraria bianca; era stata scattata in un penitenziario dalle parti di Colombo durante il Pongal, l’annuale festa tamil del raccolto che si era celebrata una decina di mesi prima. Gli occhi degli uomini erano stati anneriti e la foto era così sgranata che sembrava impossibile distinguerne le fattezze. Ma non per lo sguardo pieno di nostalgia di una donna. «In quella foto c’è anche mio marito», mi aveva detto. «Lo riconosco. Altre tre donne del quartiere hanno identiicato alcuni detenuti. A guardarli, molti di loro sembrano di Mannar». Notando la mia espressione dubbiosa, la moglie del pescatore aveva insistito: «Lo riconosco. Quello è mio marito». Ma il penitenziario è stato individuato. E suo marito non c’era. Non c’era lui, né c’erano gli altri uomini scomparsi da Mannar. Così ho chiesto al primo ministro se quella gente, come correva voce, fosse stata rinchiusa in luoghi controllati dai militari. «Luoghi del genere non esistono», mi ha detto. «Abbiamo parlato con i militari. E questa è stata la loro risposta». «Il che signiica…». «Che sono tutti morti». A giugno il governo srilankese ha ammesso che dal 1994 a oggi è stata denunciata la scomparsa di oltre 65 mila persone. Il governo, inoltre, ha annunciato di voler istituire un uicio incaricato di indagare sulle sparizioni e di rilasciare “certiicati di assenza” alle famiglie degli scomparsi, che così potranno ricevere un’indennità e, auspicabilmente, lasciarsi alle spalle il passato. Nell’ipotesi che il governo realizzi il suo proposito, forse anche lo Sri Lanka riuscirà a lasciarsi alle spalle il passato, consegnando i propri fantasmi alla memoria. j

Nel numero di agosto 2016 la fotografa Ami Vitale ha documentato l’allevamento e reinserimento in natura del panda gigante cinese. Robert Draper ha scritto l’articolo di luglio 2016 sul Parco nazionale di Virunga. SARAH ISAACS

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Induisti tamil celebrano il Masi Magam a Point Pedro, a Jafna. Durante la festa gli idoli del tempio vengono portati al mare per un bagno rituale e i fedeli entrano in acqua per lavarsi dai peccati.


Un’infermiera saluta una mamma nel reparto maternità della clinica universitaria di Jafna. Nel 1987, durante la guerra civile, i soldati indiani inviati nello Sri Lanka come forze di pace uccisero oltre 60 persone fra pazienti e dipendenti dell’ospedale. Oggi, tornato alla normalità, il nosocomio accoglie gente di ogni etnia e credo religioso.

neppure diritto a un’eredità o a una pensione di vedovanza. Finita la guerra, nessuno degli uomini sequestrati è tornato in libertà. E le sparizioni sono proseguite. La moglie del pescatore ha scritto a Rajapaksa e a papa Francesco. Mio marito è scomparso dal 2006, da una zona controllata dall’esercito. Ho due figli piccoli. Vi prego di aiutarmi. Si raccontava di fosse comuni, di accampamenti militari segreti. Nel 2015 l’ONU stimava che i Tamil scomparsi fossero oltre 15 mila, ma nello Sri Lanka c’era chi ipotizzava che si trattasse di una cifra in troppo prudente. Dal canto suo il governo Rajapaksa sosteneva che gli scom92

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parsi fossero semplicemente fuggiti all’estero, un’afermazione mai sufragata da prove. Nel settembre 2015 l’Onu ha pubblicato un’inchiesta fortemente critica sui crimini di guerra compiuti nello Sri Lanka, citando “anni di smentite e insabbiamenti” da parte del regime di Rajapaksa. Non contestando i risultati dell’inchiesta, il nuovo governo ha implicitamente fatto capire di essere pronto ad afrontare la verità. «Proveremo a risollevarci, stiamo già lavorando in questo senso», mi ha detto il primo ministro Wickremesinghe. E ha ammesso che era fondamentale impegnarsi sul serio ainché i Tamil si sentissero parte di un nuovo Sri Lanka.


«I Tamil aspirano solo ad avere una vita normale come chiunque altro», ha detto. Mi sono chiesto come fosse possibile riconquistare una vita normale per le 10 donne tamil che avevo conosciuto, i cui familiari erano scomparsi. Anche con il nuovo regime non osavano parlare apertamente. Alcune di loro sono state minacciate di arresto per aver organizzato proteste. La primavera scorsa, al Nord, decine di Tamil sono stati presi e messi in carcere senza accuse formali. La sorveglianza che il governo continua a esercitare sugli induisti tamil è accompagnata dalla ricomparsa di gruppi estremisti buddhisti che si ritiene siano legati all’ex governo Rajapaksa. Purtroppo per molti Tamil questa era ancora la “vita normale” che si faceva nello Sri Lanka. Qualche giorno prima di incontrare il premier, avevo visto la moglie del pescatore a Jafna. Era

saltata fuori una nuova fotograia del marito scomparso, mi aveva detto, pubblicata su un giornale insieme a un articolo. La foto ritraeva 168 uomini seduti con aria solenne, tutti con la divisa carceraria bianca; era stata scattata in un penitenziario dalle parti di Colombo durante il Pongal, l’annuale festa tamil del raccolto che si era celebrata una decina di mesi prima. Gli occhi degli uomini erano stati anneriti e la foto era così sgranata che sembrava impossibile distinguerne le fattezze. Ma non per lo sguardo pieno di nostalgia di una donna. «In quella foto c’è anche mio marito», mi aveva detto. «Lo riconosco. Altre tre donne del quartiere hanno identiicato alcuni detenuti. A guardarli, molti di loro sembrano di Mannar». Notando la mia espressione dubbiosa, la moglie del pescatore aveva insistito: «Lo riconosco. Quello è mio marito». Ma il penitenziario è stato individuato. E suo marito non c’era. Non c’era lui, né c’erano gli altri uomini scomparsi da Mannar. Così ho chiesto al primo ministro se quella gente, come correva voce, fosse stata rinchiusa in luoghi controllati dai militari. «Luoghi del genere non esistono», mi ha detto. «Abbiamo parlato con i militari. E questa è stata la loro risposta». «Il che signiica…». «Che sono tutti morti». A giugno il governo srilankese ha ammesso che dal 1994 a oggi è stata denunciata la scomparsa di oltre 65 mila persone. Il governo, inoltre, ha annunciato di voler istituire un uicio incaricato di indagare sulle sparizioni e di rilasciare “certiicati di assenza” alle famiglie degli scomparsi, che così potranno ricevere un’indennità e, auspicabilmente, lasciarsi alle spalle il passato. Nell’ipotesi che il governo realizzi il suo proposito, forse anche lo Sri Lanka riuscirà a lasciarsi alle spalle il passato, consegnando i propri fantasmi alla memoria. j

Nel numero di agosto 2016 la fotografa Ami Vitale ha documentato l’allevamento e reinserimento in natura del panda gigante cinese. Robert Draper ha scritto l’articolo di luglio 2016 sul Parco nazionale di Virunga. SARAH ISAACS

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Nel prossimo numero Dicembre 2016

Parchi d’Italia I parchi nazionali del nostro paese sono nati per conservare una biodiversità straordinaria e unica al mondo. Ma come funzionano realmente, e che ruolo svolgono nella tutela del patrimonio naturale italiano?

Generazione Putin Oltre un quarto di secolo dopo il crollo dell’Unione Sovietica, molti giovani sono nostalgici di quell’epoca “gloriosa”, e vedono in Vladimir Putin un eroe che tornerà a far grande la Russia.

Oranghi da salvare È un primate tra i più elusivi e dificili da studiare, tanto che solo ora i ricercatori cominciano a capire qualcosa del suo comportamento. Ma potrebbe essere già troppo tardi per salvarlo.

Credo, dunque guarisco Può la potenza di una convinzione farci guarire? L’effetto placebo, noto alla scienza da decenni, viene studiato per fare luce sui meccanismi neurochimici che collegano fede ed esperienza. FOTO: FRANZ ABERHAM, GETTY IMAGES (IN ALTO); GERD LUDWIG


National Geographic in TV Per maggiori informazioni sui programmi visitare il sito natgeotv.com

Una vita fuori dagli schemi - Kimi Werner Dal 7 novembre, ogni lunedì alle 21.00 L’apneista e campionessa di pesca subacquea Kimi Werner si imbarca in una grande avventura per riscoprire il fascino di un’esistenza più semplice e libera. Un viaggio alla scoperta di alcuni dei luoghi più estremi e isolati del nostro pianeta per incontrare persone che hanno scelto di vivere lontano dalla civiltà, immerse

Marte

nella natura selvaggia.

Dal 15 novembre, ogni martedì alle 20.55 Un viaggio sul Pianeta Rosso tra scienza e fantascienza è l’ingrediente vincente di questa nuova serie televisiva che si sviluppa tra il presente e un ipotetico futuro, il 2033, in cui l’uomo sbarcherà inalmente su Marte per colonizzarlo. Una vera e propria iction con attori del calibro di Ben Cotton, Javier Delgado e Clementine Poidatz alternata a una parte documentaristica con interviste a personalità del mondo scientiico che oggi stanno lavorando alla conquista di Marte, dal fondatore di SpaceX Elon Musk, all’amministratore della NASA ed ex astronauta Charles Bolden, ino all’autore di The Martian Andy Weir.

Sos orangotango Domenica 20 novembre alle 21.00 Gli oranghi vivono in solitudine sulle montagne dell’Indonesia dove la deforestazione e il bracconaggio minacciano la loro esistenza. Il fotografo Tim Laman vuole raccontare la loro storia e documentare il loro comportamento prima che sia troppo tardi, e per farlo è disposto ad affrontare i pericoli della giungla più remota. I canali di National Geographic sono solo su Sky. Per maggiori informazioni sui programmi visitare il sito www.natgeotv.com FOTO: NGC (TUTTE)


In lettura

L’EVOLUZIONE IN CASA

VIAGGIO AI MARGINI

RICERCA SENZA FINE

Senza animali domestici la civiltà umana non esisterebbe, o sarebbe molto diversa. Francis racconta il processo di domesticazione di ciascuna specie (dal lupo al cane, dall’uro ai bovini, ecc.): una forma accelerata di evoluzione, in cui la selezione artiiciale da parte dell’uomo si combina con quella naturale. L’ipotesi conclusiva è che anche noi umani ci siamo in qualche misura “auto-domesticati”. Addomesticati Richard C. Francis, trad. F. Pé Bollati Boringhieri, pagg. 496, € 25

Un’Italia nascosta, quella delle valli alpine, della “spina dorsale” appenninica, delle antiche vie dei mercanti di sale e dei suonatori ambulanti, delle case di terra cruda che si ritrovano dalle Marche alla Calabria. Tarpino la esplora guidata da dottissimi riferimenti letterari e artistici - nella speranza di darle un futuro. Il paesaggio fragile Antonella Tarpino Einaudi, pagg. 200, € 17,50

A partire da un dado da gioco - sarà mai possibile prevedere il risultato di un lancio? continuando con concetti come l’ininito, il caos, le particelle elementari (e senza negarsi un accenno al problema di Dio), du Sautoy affronta un tema enorme: esiste qualcosa che la mente umana non arriverà mai a conoscere? Le risposte non sono scontate. Ciò che non possiamo sapere Marcus du Sautoy, trad. C. Capararo e D. Didero Rizzoli, pagg. 524, € 22

COSE CHE NON CAMBIANO Dalla penna Bic al K-Way, dal Bacio Perugina a Cicciobello, dai Chupa Chups al Vov, storie e foto di 60 prodotti di consumo sopravvissuti identici e amatissimi - a tutte le mode. Immortali Luca Pollini Morellini, pagg. 136, € 20

GRANDE CINEMA ITALIA Il fascismo raccontato da Fellini, il boom fotografato da Il sorpasso, gli spaghettiwestern che in realtà parlano di Resistenza... i ilm scelti da Crespi sono uno specchio del periodo in cui sono ambientati ma anche di quello in cui sono stati girati. Storia d’Italia in 15 film Alberto Crespi Laterza, pagg. 154, € 15

LECCORNIE DA INCUBO Termiti vive, pesci palla velenosissimi, uova con l’embrione dentro, gelati al latte umano... l’essere umano è onnivoro, come ci ricorda Devin dopo aver assaggiato per noi i cibi più bizzarri del pianeta. Ai confini del gusto Luis Devin Sonzogno, pagg. 154, € 15.

PER IMMAGINI

ETERNA MAGNUM

“Si dice che in giro per il mondo ci siano sempre almeno 500 fotografi che farebbero di tutto per entrare alla Magnum, e almeno 50 che vorrebbero uscirne: tutti i suoi membri”. Tradotto per la prima volta in Italia, il libro è una miniera di battute, aneddoti, storie sull’agenzia fotografica più prestigiosa del mondo, sui suoi leggendari fondatori, sulle crisi e le rinascite che, nonostante tutto, l’hanno accompagnata fino alla soglia dei 70 anni d’età. Magnum Russell Miller, traduzione di Daniela de Lorenzo, Contrasto, pagg. 376, € 24,90


Archivio italiano

I marziani in casa Ancora negli anni Sessanta si poteva credere - o ingere di credere - che Marte fosse un pianeta abitato, magari da una civiltà aliena pronta a invadere la Terra. Solo nel 1965 le prime immagini della sonda Mariner sveleranno che il Pianeta Rosso è inadatto alla vita; nel frattempo anche il cinema italiano - spesso scalcinato ma all’epoca pieno di idee e iniziativa - prova a cavalcare l’onda. Tra i vari titoli della spaghetti-science fiction il più bizzarro è sicuramente I marziani hanno dodici mani (1964), debutto alla regia di Castellano e Pipolo. Si tratta di un raro caso di commedia fantascientiica: quattro marziani atterrano a Roma per preparare l’invasione della Terra ma poi iniscono per rinunciare, sedotti dalle mollezze della Dolce Vita. Partecipazione straordinaria per Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, nella parte di due improbabili romanzieri che inventano combattimenti tra astronauti e mostri alieni a colpi di “lupara atomica”. —MG

FOTO: WEBPHOTO

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Blow up

Sotto la lente di Bill Bonner, archivista di National Geographic

Bestie di casa L’allevamento del tacchino aiutò moltissime famiglie a superare la Grande Depressione, ed erano spesso le mogli degli agricoltori a gestire l’attività. Questa donna dell’Idaho (a destra), immortalata nel 1940 mimetizzata tra un’enorme quantità di capi, era probabilmente una di loro. Il tempo della schiusa doveva essere caotico: “Tacchini in salotto, tacchini sulla sedia, tacchini nella bacinella dei piatti, tacchini ovunque”, si leggeva nel 1933 su un quotidiano di Emmett, Idaho. Ma i pennuti non solo avevano libero accesso in casa. Avevano a disposizione anche le colline. Prima che, verso la metà del secolo scorso, l’allevamento commerciale sostituisse l’impresa di famiglia, i bambini delle fattorie portavano al pascolo i tacchini «come fossero pecore», dice la storica dell’Idaho Madeline Buckendorf, che ricorda la campana che suo nonno appendeva al collo del tacchino “guida” per poter sentire il branco «quando andava a pascere sui ianchi ricoperti di artemisia del canyon». —Eve Conant

FOTO: ANSGAR E. JOHNSON, NATIONAL GEOGRAPHIC CREATIVE

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National geographic novembre 2016