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Numero III/2010 - Trimestrale - Poste Italiane S.p.a. - Spedizione in abbonamento postale - D.L.353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 2 - CNS/CBPA/sud/BENEVENTO/109/2007

Luce Serafica Le ferite della Chiesa

Famiglia e sacerdote

Spirito e vita

Le ragioni del cuore


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Editoriale

Sommario 3/2010

Il prete: uomo santo e fragile

3 Editoriale di Paolo D’Alessandro 4 Finestra sul mondo di Felice Autieri 5 Voci di Chiesa La redazione 6 Famiglia oggi di Gianfranco Grieco 7 Psicologia di Caterina Crispo 8 Orizzonte giovani di Luca Baselice 9 Dialogo di Edoardo Scognamiglio 10 Missioni di Giambattista Buonamano 11 Liturgia di Giuseppe Falanga 12 Dabar di Cyrille Kpalafio 14 Pastorale di Antonio Vetrano 15 Vocazione di Alfredo Avallone 16 Spiritualità di Raffaele di Muro 17 Asterischi francescani di Orlando Todisco 18 Arte di Paolo D’Alessandro 19 Cinema di Giuseppina Costantino 20 Sport La redazione 21 Eventi La redazione 22 In book La redazione 23 Fumetti di Mario Ferrone

Luce Serafica Periodico francescano del Mezzogiorno d’Italia dei Frati Minori Conventuali della Provincia Napoletana Autorizzazione del Tribunale di Benevento n. 3 del 24/04/2006 Anno V – n. 3/2010 Abbonamento annuale 20 euro. CCP: 15576804, intestato a Luce Serafica, periodico francescano, Convento S. Lorenzo M. - Via tribunali 316 - 80138 Napoli Direttore Responsabile Raffaele Di Muro Direttore Paolo D’Alessandro E-mail: pdart@libero.it Stampa Laurenziana S.r.l. (Na)

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Carissimi amici e lettori, desidero dialogare con voi sulla figura del prete. L’opportunità ci è offerta dall’anno sacerdotale, che sta per terminare, indetto dal nostro amato papa Benedetto XVI il 19 giugno 2009, per ricordare i 150 anni della morte del Curato d’Ars. Il santo scriveva: «Il sacerdozio è l’amore del cuore di Gesù». E non a caso celebriamo, in questo mese, il Sacro Cuore di Gesù che ancora sanguina per i peccati commessi da tutti i battezzati. In questi ultimi mesi anche la figura del presbitero è stata al centro di denunce, scandali, amarezze e indignazioni per alcuni di essi rei di essersi macchiati dell’orrendo crimine della pedofilia. Opportuni sono stati lo sdegno e la pubblica denuncia del Papa, insieme all’umile richiesta di perdono verso i “piccoli” coinvolti e le loro famiglie. Com’è possibile che alcuni uomini di Dio giungano a tanto? Il male non risparmia neppure il prete, creatura fragile, e come tutti bisognoso di conversione e chiamato a essere sempre vigile nel custodire il dono del sacerdozio. Il cammino di santità è sostenuto non solo dalla grazia del Signore, ma è anche frutto di un impegno personale quotidiano nutrito dalla preghiera per portare Dio al mondo. È questa la missione e la testimonianza dei sacerdoti e dei religiosi. Penso ai tanti preti missionari, a quelli uccisi, a quelli di Haiti, a quelli di frontiera che vivono sotto scorta perché in prima linea nella lotta contro la criminalità organizzata; e, senza andare troppo lontano, a quelli che vivono accanto a noi, e che rappresentano un punto di riferimento per quanti stanno ai margini della società. Chiedo a tutti voi, carissimi lettori, aiuto e sostegno con la preghiera, la stima reciproca, la sincera amiciza e la vostra vicinanza operosa, per essere preti e religiosi con il cuore di Cristo. Paolo D’Alessandro


FINESTRA SUL MONDO di Felice Autieri

La pedofilia, controllare e rendere le pene più severe Negli ultimi tempi la televisione ha dato ampio spazio alla questione della pedofilia nella Chiesa cattolica. Sinceramente ritengo che se ne sia parlato molto e forse si è detto anche troppo, su di un problema che resta gravissimo ma che non può essere affrontato con isterismo mediatico, bensì con lucidità e chiarezza. È vero che l’attacco mediatico alla Chiesa e al Pontefice si è sviluppato con una durezza che ha dell’incredibile nell’anno sacerdotale, nello specifico durante la settimana santa, per cui tutto ciò potrebbe far presumere una chiara strategia anticlericale. Tuttavia, possiamo semplicemente limitarci a questo e urlare all’anticlericalismo contro la Chiesa non analizzando il problema dei sacerdoti pedofili che, ricordiamolo, sono soltanto lo 0,7% del totale! Diciamo subito che la pedofilia è una problematica presente trasversalmente in ogni ambito della società senza distinzione di ceto o di confessione religiosa, tuttavia anche gli esigui casi ci devono far riflettere sulle modalità formative con cui si è pensato di preparare i futuri candidati al sacerdozio. Aggiungerei che le accuse, di per sé, non riguardano i casi di pedofilia in quanto tali, ma l’atteggiamento più o meno cosciente di quanti ai posti di responsabilità abbiano insabbiato i casi denunciati. A questo riguardo resta encomiabile l’atteggiamento di estrema chiarezza e di grande umanità di Benedetto XVI nel prendere una posizione chiara sulla questione, ovvero di ricerca della verità nella

carità, distinguendo ciò che è il doveroso percorso della giustizia umana e quello della Chiesa. Qualcuno sottolineava il presunto “isterismo” del Pontefice, in verità potrebbe sembrare così per chi ha per abitudine quello di non chiamare per nome i problemi, ma ciò non ci aiuta in quel percorso di conversione e di conseguente puri-

ficazione che, in nome di Gesù Cristo, siamo chiamati a vivere realmente nel nostro percorso umano. Il Papa ci ricorda con la chiarezza dei suoi interventi che non dobbiamo avere paura della verità, ci indica un percorso di autentica umanità reso ancora più visibile a Malta dall’incontro commovente con le vittime degli abusi sessuali, indica una nuova modalità di approccio che invita la Chiesa ad assumersi fino in fondo la responsabilità delle proprie azioni attraverso quella dei suoi uomini. Chiedo scusa se parlo di me e della mia esperienza personale, chi vi scrive è stato prima Parroco e ora come educatore lavora con i ra4

gazzi a rischio nel centro storico di Napoli, la Chiesa di S. Lorenzo Maggiore. Avendo fatto costruire con i soldi della parrocchia un campo di calcetto, dopo quattro anni lavoriamo con ragazzi che hanno un’età che oscilla tra gli otto e i quattordici anni. Vogliamo offrire con i nostri educatori un’alternativa alla realtà criminale in cui la quasi totalità di questi giovani sono impelagati. Per i ragazzi dei vicoli, con uno o entrambi i genitori in carcere o agli arresti domiciliari, questi problemi sono lontani dal loro mondo e gli stessi parenti, che spesso si disinteressano dei figli, li lasciano tranquillamente venire a giocare con noi anche fuori dal campo di calcetto di S. Lorenzo, quando dobbiamo giocare in trasferta fuori Napoli. Questo mi ha fatto riflettere sulla fiducia dei genitori verso di me e i miei collaboratori ma in particolare verso la Chiesa in quanto tale. È chiaro che la fiducia riposta nei mie confronti e dei miei collaboratori è cristallina e non ci sono problemi di questo genere, ciò ci dovrebbe far riflettere: laddove c’è amore verso i giovani, non c’è attacco o affermazione che tenga, e la fiducia verso la Chiesa e i sacerdoti resta immutato. Il mio caso è quello di tanti sacerdoti e collaboratori che si prodigano in ogni continente nella testimonianza di Cristo e, credetemi, lì non c’è attacco che tenga: la fiducia e la serietà vengono premiati dalla stima e dalla credibilità maturata sul campo.


VOCI DI CHIESA La redazione

Le ferite inferte al corpo di Cristo e la richiesta di perdono Riportiamo alcuni stralci della Lettera pastorale del santo padre Benedetto XVI ai cattolici d’Irlanda (del 19 marzo 2010) circa l’abuso di ragazzi e giovani vulnerabili da parte di membri della Chiesa in Irlanda, in particolare da sacerdoti e da religiosi. «Con questa Lettera, intendo esortare tutti voi, come popolo di Dio in Irlanda, a riflettere sulle ferite inferte al corpo di Cristo, sui rimedi, a volte dolorosi, necessari per fasciarle e guarirle, e sul bisogno di unità, di carità e di vicendevole aiuto nel lungo processo di ripresa e di rinnovamento ecclesiale. Mi rivolgo ora a voi con parole che mi vengono dal cuore, e desidero parlare a ciascuno di voi individualmente e a tutti voi come fratelli e sorelle nel Signore… 1. Alle vittime di abuso e alle loro famiglie Avete sofferto tremendamente e io ne sono veramente dispiaciuto. So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. È stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata. Molti di voi avete sperimentato che, quando eravate sufficientemente coraggiosi per parlare di quanto vi era accaduto, nessuno vi ascoltava. Quelli di voi che avete subito abusi nei convitti dovete aver percepito che non vi era modo di fuggire dalle vostre sofferenze. È comprensibile che voi troviate difficile perdonare o essere riconciliati con la Chiesa. A suo nome esprimo apertamente la vergogna e il rimorso che tutti pro-

viamo. Allo stesso tempo vi chiedo di non perdere la speranza. È nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo, egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire… 2. Ai sacerdoti e ai religiosi che hanno abusato dei ragazzi Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò da-

vanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa. Vi esorto ad esaminare la vostra co-

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scienza, ad assumervi la responsabilità dei peccati che avete commesso e ad esprimere con umiltà il vostro rincrescimento. Il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia del vero emendamento. Offrendo preghiere e penitenze per coloro che avete offeso, dovete cercare di fare personalmente ammenda per le vostre azioni… 3. Ai genitori Siete stati profondamente sconvolti nell’apprendere le cose terribili che ebbero luogo in quello che avrebbe dovuto essere l’ambiente più sicuro di tutti. Nel mondo di oggi non è facile costruire un focolare domestico ed educare i figli. Essi meritano di crescere in un ambiente sicuro, amati e desiderati, con un forte senso della loro identità e del loro valore. Hanno diritto ad essere educati ai valori morali autentici, radicati nella dignità della persona umana, ad essere ispirati dalla verità della nostra fede cattolica e ad apprendere modi di comportamento e di azione che li portino ad una sana stima di sé e alla felicità duratura… 4. Ai ragazzi e ai giovani dell’Irlanda Siamo tutti scandalizzati per i peccati e i fallimenti di alcuni membri della Chiesa, particolarmente di coloro che furono scelti in modo speciale per guidare e servire i giovani. Ma è nella Chiesa che voi troverete Gesù Cristo che è lo stesso ieri, oggi e sempre (cf. Eb 13,8)».


FAMIGLIA OGGI di Gianfranco Grieco

Famiglia e sacerdote, sacerdote e famiglia... Il sacerdote proviene da una famiglia, lascia la sua famiglia e forma una nuova famiglia: la comunità parrocchiale che è un insieme di famiglie. Nel fare memoria dei 150 anni della morte del santo curato d’Ars

Ars, un piccolo villaggio di 230 abitanti, preavvertito dal suo Vescovo che avrebbe trovato una situazione religiosamente precaria: “Non c’è molto amor di Dio in quella parrocchia; voi ce ne metterete”: questa, era la sua missione, e questo ha

( 1786-1859), registriamo anche in lui questo divenire ascensionale: dalla famiglia Vianney, alla famiglia di Dio che lui ha costruito giorno dopo giorno nella comunità di Ars. Non vi era famiglia parrocchiale ad Ars. Indifferenza, tiepidezza, solitudine segnavano la vita quotidiana di una comunità che non si sentiva “parrocchia” e per questo non si sentiva “Chiesa”. Era giunto ad

fatto sino alla morte avvenuta nel 1859 all’età di 73 anni. La famiglia del santo curato d’Ars era in primo luogo una famiglia cristiana. Questo vuol dire un nucleo familiare carico di valori basati sul Vangelo. Educato alle cose del cielo più che a quelle della terra, il giovane Giovanni Battista Maria era stato formato, dalla famiglia, dalla scuola, dalla comunità della parrocchia: 6

tre ambiti che allora facevano da vero supporto educativo. Oggi, in modi diversi, questi tre ambiti sono in crisi, per questo si grida giustamente all’“emergenza educativa” e all’urgenza di dare punti di riferimento robusti e costruttivi. Il sacerdote lascia la sua famiglia per abbracciare una famiglia più grande che è quella della comunità parrocchiale: famiglia di famiglie. Se una volta la famiglia era la culla delle vocazioni, oggi, purtroppo, questo “miracolo” non si rinnova più. La famiglia, si grida, è in crisi. Si parla di famiglie e non di famiglia; la famiglia si è allargata, si è sfasciata quella tradizionale e non si sa verso quale progetto di famiglia và incontro. La Chiesa ripropone costantemente il progetto creativo di Dio sulla famiglia. La famiglia ha finalità e progetti “non negoziabili”. La famiglia sana porta frutti copiosi nella società civile; quella ammalata, invece, aumenta i disagi e i drammi, di una società già travolta da altri drammi economici, sociali, ecologici, ecc… Lavorare perché la famiglia ritorni ad essere cristiana attorno all’altare del Signore, guidata dal ministro della Chiesa che è il presbitero inviato da Dio a una comunità perché cammini sulle vie della grazia e della solidarietà sociale: questa è la missione sempre verde del sacerdote che nel suo rapporto con la famiglia e le famiglie della sua comunità deve essere “maestro” e “testimone” fedele di quel Vangelo della Famiglia e della Vita che Cristo ha annunciato con il suo messaggio di grazia e di salvezza.


PSICOLOGIA di Caterina Crispo

I disturbi del comportamento alimentare I disturbi del comportamento alimentare (DCA) rappresentano un argomento di stringente attualità per i medici, i ricercatori e per la società tutta, soprattutto in considerazione di recenti dati epidemiologici. Studi scientifici rivelano, infatti, che l’incidenza è in aumento, che l’età di insorgenza sta divenendo più precoce e che risulta più spiccata la tendenza alla cronicizzazione, con ricadute negative sulla qualità di vita dei pazienti. Una possibile classificazione dei DCA precede la distinzione in: 1) Anoressia Nervosa; 2) Bulimia Nervosa; 3) a-Disturbi dell’alimentazione non altrimenti specificato e b-Disturbo da alimentazione incontrollata. ANORESSIA NERVOSA L’anoressia nervosa è caratterizzata da un grave disturbo dell’immagine corporea e da un’estenuante ricerca della magrezza. Si stima che tale disturbo del comportamento alimentare colpisca almeno lo 0.5-1.5% della popolazione generale, le donne sono 10-20 volte più colpite degli uomini, sebbene si stia assistendo a un incremento dei casi nei giovani maschi; l’età d’insorgenza è stata per anni fissata intorno ai 14 anni, tuttavia numerose ricerche rivelano un abbassamento dell’età d’esordio e, inoltre, la possibilità di un secondo picco intorno ai 17-19 anni. I fattori causali non sono stati definiti in modo univoco e sono implicate determinanti biologiche, sociali e psicologiche. I fattori biologici esulano dal presente contesto, ci limitiamo a menzionare che nelle persone con anoressia nervosa si sono registrate anomalie nella concentrazione e nel

funzionamento di ormoni e neurotrasmettitori. Gli aspetti sociali trovano il loro fondamento nell’enfasi posta dalla cultura dominante sull’apparenza e sulla magrezza intesa come sinonimo di perfezione estetica e di successo professionale e sociale. Le cause psicologiche indicate nei diversi studi esaminati sono molto eterogenee. Autorevoli studiosi, tra cui Bruch e Selvini Palazzoni, riconoscono nelle relazioni disturbate tra l’infante e la madre le origini evolutive dell’anoressia nervosa. La Selvini Palazzoli richiama uno schema familiare peculiare, in cui ciascun membro è ipercoinvolto nella vita di ogni altro congiunto, tanto che nessuno esperisce un senso d’identità al di fuori della matrice familiare. In modo più semplicistico, si può affermare che molte forme di anoressia nervosa rappresentano una reazione alla richiesta di indipendenza posta alle adolescenti: il deprivarsi di cibo può rappresentare un tentativo di sottrarsi al controllo genitoriale per sentirsi persone uniche e speciali, la paziente, infatti, riuscirebbe a sviluppare un senso di autonomia e individualità solo attraverso gli atti di straordinaria autodisciplina propri del comportamento patologico. Gli aspetti comportamentali salienti sono riconducibili al (a) rifiuto ostinato di mantenere il peso corporeo al livello minimo o al di sopra del peso normale per età e statura: di solito si riscontra un peso al di sotto dell’85% di quello iniziale; (b) intensa paura di acquisire peso o diventare grassi, anche se si è sottopeso; (c) alterazione del modo in cui il soggetto vive il

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peso o la forma del corpo, c’è il rifiuto di ammettere la gravità dell’attuale condizione di scarso peso; (d) molte sono gli aspetti e i sintomi fisici accusati, tra quelli basilari, nelle donne dopo il menarca, c’è l’amenorrea ossia l’assenza di almeno tre cicli mestruali consecutivi. Ricordiamo, tra gli altri dati, alcuni obiettivi di rilievo: ipotensione, bradicardia, edema agli arti inferiori, ipotermia, diradamento dei capelli, anomalie degli esami di laboratorio. Il decorso dell’anoressia nervosa è molto variabile, spesso si assiste a un decorso fluttuante caratterizzato da fasi di remissione e ricadute, in altri casi le pazienti guariscono completamente, in altre situazioni si registrano cronicizzazione o un decorso con graduale deterioramento fino al decesso. Il trattamento dell’anoressia nervosa prevede un approccio complesso multidisciplinare che gestisca gli aspetti medici e psichici. Nel primo caso le terapie sono volte a ripristinare lo stato nutrizionale dell’ammalato, applicando regimi dietetici personalizzati che garantiscano il controllo della denutrizione e della disidratazione. Nel secondo caso sono possibili diversi tipi di approcci, si sono dimostrati efficaci le psicoterapie (a) comportamentali e (b) cognitive indirizzate al singolo, ecc. Ogni operazione trattamentale deve essere condotta da personale altamente qualificato e motivato e deve avere come base solida l’alleanza terapeutica: la paziente deve sentirsi accolta nel suo momento di sofferenza e rispettata nella sua domanda di aiuto.


ORIZZONTE GIOVANI di Luca Baselice

“Ricominciare da tre” È il titolo di un film divertente e interessante, interpretato dal bravissimo e compianto Massimo Troisi. Prendo spunto un po’ da quella che è stata la sintesi dell’incontro di precapitolare della gioventù francescana di Campania-Basilicata, vissuto a Paestum, presso il residence “Villa Flora”, nei giorni 14/16

Maggio. La gioventù francescana si prepara a ricominciare la sua avventura completamente unitaria, con il primo capitolo unitario che si svolgerà nei giorni 18/20 giugno in luogo ancora da stabilire. L’incontro di precapitolare si è svolto serenamente, nella completa e decisa conoscenza e fratellanza delle singole realtà Gifra esistenti delle tre obbedienze. Negli occhi di questi giovani si legge il desiderio di non mettere da parte la propria storia passata di fraternità, ma di iniziarne un’altra nella chiave della novità e dell’unità. Intesa come comunione d’intenti e desiderio di condividere esperienze di formazione e animazione che questi giovani hanno. C’è una potenzialità in ciascuno di loro che l’impreziosisce di doni e di carismi. Il loro cammino ispira fiducia e appassiona, coinvolge e stravolge il cuore di chi li conosce. Non ho nessun dubbio che l’avventura che si aprirà con questo nuovo capitolo segni l’inizio di una storia,

«Cari giovani, non abbiate paura: vi invito a dedicare tempo alla preghiera e alla vostra formazione spirituale» (Benedetto XVI).

dove le tre obbedienze esprimono il desiderio di essere “Ut unum sint”, cioè “affinché siano una cosa sola”. Che lo Spirito Santo guidi questi giovani a cambiare con il loro entusiasmo e la carica spirituale che portano dentro, questo mondo incredulo e intriso di falsi valori. San Francesco e Santa Chiara seguiranno con amore e sollecitudine il loro cammino, dando loro forza, intraprendenza e coraggio!

Visita il nostro sito Gi-Fra. Campania - Basilicata

www.gifracampaniabasilicata.org 8


DIALOGO di Edoardo Scognamiglio

Verso una fraternità universale A più di 40 anni dalla dichiarazione conciliare Nostra aetate Nel lontano 28 ottobre 1965, fu ufficialmente promulgata, durante il Concilio Vaticano II, la dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane. Questo breve documento è la prova più evidente di come il dialogo (non solo interreligioso) abbia costituito, per la Chiesa cattolica, una vera e propria profezia, i cui frutti ancora oggi si possono raccogliere.

tura di inserire un capitolo o paragrafo nel decreto sull’ecumenismo. Un po’ alla volta, dopo lunghe discussioni, il documento cambiò completamente forma e contenuto. Anche se la Nostra aetate dedica un lungo paragrafo al popolo ebraico (il n. 4), ha raccolto la voce di quei

Dio è Padre di tutti, e noi siamo tutti fratelli. Al n. 5 di Nostra aetate è affermato: «Non possiamo invocare Dio come Padre di tutti gli uomini, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni tra gli uomini che sono creati a immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli altri uomini suoi fratelli sono talmente connessi che la Scrittura dice: “Chi non ama, non conosce Dio” 1. I contenuti (1Gv 4,8). Viene dunque La dichiarazione, così come tolto il fondamento a ogni è arrivata nella sua redateoria o prassi che introzione finale, si compone di duca tra uomo e uomo, tra cinque parti: l’introduzione popolo e popolo, discrimi(in cui si considera l’unifica- Assisi, 27 ottobre 1986: incontro interreligioso per la pace nazioni in ciò che rizione del genere umano, guarda la dignità umana e nonché l’interdipendenza tra i vari vescovi e teologi che anticiparono i i diritti che ne promanano». popoli e le attese dagli uomini dalle tempi circa il riconoscimento del diverse religioni); le diverse reli- dialogo interreligioso come ele- 3. I diversi aspetti del dialogo gioni (con particolare attenzione al- mento profetico nella Chiesa. Oggi, il dialogo interreligioso è dil’induismo e al buddismo) che ventato una parte importante della riflettono un raggio di quella verità 2. Fare discernimento missione della Chiesa. È vissuto a che illumina tutti gli uomini; la re- La Chiesa è chiamata a fare discer- diversi livelli: teorico-accademico, ligione musulmana (la Chiesa nimento e a cogliere questa vici- socio-caritativo, pastorale e spiriguarda con stima i musulmani che nanza dei popoli e delle religioni tuale. Molte sono le iniziative che adorano l’unico Dio); la religione come un segno dei tempi attraverso vedono impegnate intere comunità ebraica (si ricorda il vincolo con cui il quale Dio ci parla oggi. Pur rico- interreligiose al servizio della pace, il popolo del Nuovo Testamento è noscendo i limiti e le ambiguità in- della giustizia e della salvaguardia spiritualmente legato con la stirpe site in ogni esperienza religiosa, del creato. Nel fare dialogo, i cridi Abramo); la fraternità universale nonché la missione propria della stiani devono approfondire innan(l’amore per il Padre richiama Chiesa di annunciare Cristo, via ve- zitutto la propria identità di l’amore per i fratelli). rità e vita (cf. Gv 14,6), il Vaticano battezzati – e quindi la fede in CriIn realtà, i padri conciliari pensa- II auspica una maggiore collabora- sto – e poi provare a conoscere e a rono a un documento rivolto esclu- zione tra i diversi esponenti delle rispettare i valori e i principi delle sivamente agli ebrei: sia per confessioni religiose. Si parte dal altre tradizioni religiose. Senza cacondannare ogni forma di antisemi- principio che ogni uomo è creato a dere in una sorta di relativismo o di tismo, sia per liberare i figli immagine e somiglianza di Dio; sincretismo, ogni cristiano è cod’Israele dall’accusa di deicidio per inoltre, si tiene conto di un fonda- sciente di testimoniare con la vita la la morte di Gesù. Si pensò addirit- mento teologico molto importante: sua fede in Cristo.

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MISSIONI di Gianbattista Buonamano

La missionarietà appartiene a tutti Carissimi, Il Signore vi dia pace! Quando si parla della missione della Chiesa, si corre il rischio di pensare che si tratti di qualcosa che riguardi esclusivamente sacerdoti e religiosi. La missione che Cristo affida ai suoi discepoli deve essere portata a compimento da tutti coloro che costituiscono la Chiesa. Tutti, ciascuno secondo la propria condizione, devono cooperare concordemente nel compito comune. La vocazione cristiana, precisa il Concilio Vaticano II, è per sua natura anche vocazione all’apostolato. C’è, nella Chiesa, diversità di ministero ma unità di missione. Gli apostoli e i loro successori hanno ricevuto da Cristo l’ufficio di insegnare, governare e santificare in suo nome e con la sua autorità. Anche i laici, essendo partecipi dell’ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo, all’interno della missione di tutto il popolo di Dio, hanno il proprio compito nella Chiesa e nel mondo. Con il battesimo, ogni cristiano è assimilato a Cristo e partecipa alla sua missione redentrice. La Chiesa non deve rinunciare alla sua vocazione missionaria oggi: viviamo i un contesto spesso privo di “baricentro” e di “riferimenti comuni e condivisi” per vivere la vita. Proprio per questa mancanza non poche donne e uomini d’oggi si sentono interiormente spinti a riscoprire che il centro è il Vangelo di Gesù Cristo, l’unico Salvatore, e che il Vangelo è la bella notizia dell’amore di Dio per tutti gli uomini, a cominciare dai più poveri.

Di conseguenza, una notizia così esplosiva e decisiva per l’esistenza dell’uomo, va gioiosamente vissuta all’interno della Chiesa ma non si esaurisce al suo interno: deve essere raccontata con la vita e le parole in ogni ambiente della vita quotidiana; è necessario tornare a narrare a tutti Gesù e a “farlo conoscere ancora perché Dio sia tutto in tutti” (1Cor 15,24.28). La buona notizia della risurrezione di Cristo resta l’unico annuncio in grado di tenere viva la nostra speranza. Missione come testimonianza La Chiesa si riscopre continuamente mandata ed è chiamata a “mettersi all’opera”, consapevole che l’impegno per attuare la comunione-missione è dono di Dio. Da Dio, infatti, ci è stata concessa la grazia di credere in Cristo e di vivere con lui, di appartenere alla Chiesa. Noi, questo, lo sappiamo per certo non come frutto di un ragionamento umano, ma perché ci è stato detto gratuitamente da Dio, ossia ci è stato Rivelato. Da qui nasce un’esigenza insopprimibile per ogni cristiano e per la Chiesa: vivere in continua ricerca dell’incontro con Dio, in Gesù Cristo, e nell’annuncio. Nessuna ambizione terrena ci spinge ma solo l’invito a conti10

nuare, sotto la guida dello Spirito consolatore, l’opera stessa di Cristo, il quale è venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità, a salvare e non a condannare, a servire e non ad essere servito. La passione a testimoniare fino ai confini del mondo: “mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria, fino agli estremi confini della terra” (At 1,8), nasce dunque dall’essere battezzati. Sono missionario perché sono mandato da Gesù che è mandato dal Padre. È l’attuarsi del dinamismo del mistero trinitario dentro la storia, che coinvolge anche noi e si attua anche attraverso di noi; attraverso la nostra vocazione e la nostra missione; attraverso le nostre persone lungo tutta la vita terrena. Quindi, questo andare fino ai confini della terra viene incontro ai mille bisogni dell’umanità, ma non ha come genesi questi bisogni. Come genesi ha la decisione di Dio di comunicarsi in Cristo. Pertanto, l’apostolo è tale perché lo Spirito del Risorto lo manda facendo di lui un testimone. Ogni cristiano deve essere “testimone”, capace e pronto ad assumere l’impegno di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo anima (cf. 1Pt 3,15). Per questo occorre tornare ad annunciare con gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del cristianesimo, fulcro portante della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio e calcolo umano.


LITURGIA di Giuseppe Falanga

Tu sei Pietro e su questa pietra edifichierò la mia Chiesa (Mt 16,18) La Liturgia della Parola nella solennità dei santi Pietro e Paolo presenta due elementi che, apparentemente, sembrano contraddirsi, ma in realtà si completano reciprocamente. Infatti, da un lato abbiamo la straordinaria vocazione degli apostoli Pietro e Paolo e, dall’altro, le difficoltà che essi hanno dovuto affrontare nel compimento della missione ricevuta dal Signore. 1. Le chiavi del Regno Nel brano evangelico Gesù si rivolge così a Simon Pietro presso Cesarea di Filippo: «A te darò le chiavi del Regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19). Cristo preannuncia, così, l’istituzione della Chiesa, fondandola sul ministero di Pietro, che per essa riveste, in conseguenza, un significato essenziale e permanente. La Chiesa non è prima di tutto una struttura sociale; è la comunità di coloro che condividono la stessa fede di Pietro e degli apostoli; la comunità di coloro che proclamano l’unica fede apostolica. Questa comune professione di fede rappresenta l’autentica ragion d’essere della Chiesa stessa come istituzione visibile: essa ne motiva e ne sostiene ogni progetto ed iniziativa. 2. Le due colonne I padri della Chiesa amavano paragonare Pietro e Paolo a due co-

lonne, sulle quali poggia la costru- poteva scrivere: «Il mio sangue sta zione visibile della Chiesa. Se- ormai per essere sparso in libaguendo l’antica tradizione, la gione ed è giunto il momento di Liturgia li celebra insieme, fa- sciogliere le vele. Ho combattuto cendo memoria nello stesso giorno la buona battaglia, ho terminato la del loro glorioso martirio: Pietro, mia corsa, ho conservato la fede» la cui tomba si trova presso questo (2Tm 4,6-7). Colle Vaticano, e Paolo, il cui se- Pietro e Paolo, ciascuno con la polcro è venerato nei pressi della propria vicenda personale ed ecVia Ostiense. Entrambi hanno si- clesiale, testimoniano che, anche gillato con il proprio sangue la te- in mezzo a durissime prove, il Sistimonianza resa a Cristo con la gnore non li abbandonò mai. Era predicazione e il ministero eccle- con Pietro per liberarlo dalle mani siale. degli oppositori a Gerusalemme; Ambedue furono inviati da Cristo era con Paolo nelle continue fatiad annunciare il Vangelo in un che apostoliche, per comunicargli contesto ostile all’opera della salvezza. Pietro sperimentò questa resistenza già a Gerusalemme, dove Erode, per accattivarsi il favore dei Giudei, lo gettò in prigione con l’intento di «farlo comparire davanti al popolo» (At 12,4). Ma fu salvato in modo miracoloso dalle mani di Erode, e così poté portare a compimento la sua missione evangelizzatrice, prima a Gerusalemme e poi a Roma, ponendo ogni sua energia a servizio della Chiesa nascente. Anche Paolo, inviato dal Risorto a molte città e popolazioni pagane, appartenenti La crocifissione di San Pietro Apostolo all’Impero Romano, incontrò forti resistenze sia da parte dei la forza della sua grazia, così da connazionali che da parte delle renderlo intrepido annunciatore autorità civili. Le sue Lettere sono del Vangelo a vantaggio delle nauna splendida testimonianza di tali zioni (cf. 2Tm 4,17). difficoltà e della grande lotta che La Chiesa è chiamata ad approfonegli dovette sostenere per la causa dire il proprio legame con la testidel Vangelo. monianza degli apostoli Pietro e Alla fine della sua missione, egli Paolo.

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DABAR di Cyrille Kpalafio

Nascere dall’alto: il dono del “Rabbì, sappiamo che sei venuto da Dio come maestro; nessuno infatti può compiere questi segni che tu compi, se Dio non è con lui”. Gli rispose Gesù: Amen, Amen, io ti dico, se uno non nasce dall’alto, non può vedere il regno di Dio” (Gv 3,2-3). Questi due versetti aprono l’inizio del dialogo-monologo di Gesù e Nicodemo; tutto comincia dall’elogio di quest’ultimo a Gesù, sembra che Nicodemo voglia parlare di Gesù a Gesù. Nicodemo è quasi sicuramente uno di quelli menzionati in 2,23-25, che hanno creduto in Gesù a causa dei segni che hanno veduto. Egli è colpito non tanto dall’insegnamento di Gesù, quanto dai segni che egli compie e che lo spingono a porsi degli interrogativi su Gesù, e si presenta con una convinzione: “noi sappiamo… se Dio non è con lui”, pensa di aver capito Gesù. Gesù invece lo rimanda a se stesso, lo porta a lasciare il “noi sappiamo” e ad approdare all’essere generato dall’alto per vedere il regno di Dio, di passare da un semplice constato di “fare i segni” a “essere generato”. Notiamo, innanzitutto, l’insistenza sul verbo dynamai; ricorre sempre alla terza persona. Lo ha usato Nicodemo, per primo: “Nessuno può fare i segni che tu fai, se Dio non fosse con lui”. Gesù gli risponde con una specie di proverbio; una formula sapienziale assoluta: “Se uno non viene generato (non è semplicemente il verbo nascere, bensì un passivo: ánōthen), non può vedere il regno di Dio.

Cominciamo, dunque, con il sottolineare che, al centro di questo discorso, c’è il tema espresso dal verbo “potere”, non in senso politico, ma come la possibilità dell’uomo: ciò che l’uomo può o non può fare; è la condizione di potenza o di impotenza umana. Gesù sottolinea che uno (uno qualsiasi) non può vedere il regno di Dio, gli è impossibile vedere il regno di Dio e ciò può avvenire soltanto attraverso l’azione dello Spirito. Vedere il regno di Dio evoca tutta la dimensione della comprensione e significa capire il modo con cui Dio regna; uno non può comprendere il regnare di Dio, se non viene generato ánōthen e, nello stesso momento, allude al fatto che uno non può sperimentare o partecipare al regno di Dio se non viene generato ánōthen. Come traduciamo questo avverbio? Si tratta di un elemento tipicamente greco: un avverbio con una particella suffisso che indica la provenienza; ánōthen significa dall’alto. Eppure la particella aná significa anche ripetizione; infatti, la stessa preposizione indica superiorità verso l’alto, ma anche ripetizione; quindi lo stesso avverbio di provenienza assume un duplice significato: dall’alto; di nuovo. Questo caso è in genere citato come un classico esempio di fraintendimento giovanneo, essendo usato un termine ambiguo, un’espressione che ha più significati e deve perciò essere compresa in più modi; comprendendola in 12

un senso diverso, il discorso non funziona. Non si tratta semplicemente di un “di nuovo”, come ri-


lo Spirito Santo... petizione dell’evento naturale della generazione, ma un “di nuovo-dall’alto”; non è che sia sba-

gliata l’idea della ripetizione, perché la generazione da Spirito è effettivamente un “di nuovo” (ex novo). Non si tratta di tornare indietro e ricominciare, né di ritentare una seconda esperienza, ma è riprendere in forza di un altro principio. Con l’immagine del nascere di nuovo, “dall’alto”, cioè dallo Spirito, come poi lo dirà più esplicitamente dopo (3,5), il maestro intende dire che il Regno di Dio, pur essendo una realtà comunitaria, è strettamente legato a un mutamento personale che proviene dall’azione dello Spirito che riempie l’uomo della Grazia di Dio. È quello Spirito di che permette partecipare alla gloria di Dio, di essere figli ed eredi, di rendere conforme all’immagine di Gesù. Se la vita naturale va attribuita al fatto che Dio dà lo spirito agli uomini, così la vita eterna comincia quando Dio dà agli uomini il suo Spirito Santo, però al dono dello Spirito da parte di Dio deve corrispondere da parte del credente una accettazione di fede e un modo nuovo di vivere. L’essere umano ritrova se stesso e può raggiungere la sua pienezza tramite la fede nel Figlio di Dio, espressione suprema dell’amore di Dio, sotto l’azione ricreatrice dello Spirito. Il testo giovanneo invita ad atteggiamenti semplicissimi: lasciarsi ricreare dall’alto dallo Spirito, affidarsi a Gesù che è innalzato per noi, contemplare e accogliere l’amore del Padre che ama tanto il mondo.

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Il soffio della vita «Nella risurrezione di Cristo lo Spirito Santo Paraclito si è rivelato soprattutto come colui che dà la vita: “Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito, che abita in voi”. Nel nome della risurrezione di Cristo la Chiesa annuncia la vita, che si è manifestata oltre il limite della morte, la vita che è più forte della morte. Al tempo stesso, essa annuncia colui che dà questa vita: lo Spirito vivificatore; lo annuncia e con lui coopera nel dare la vita. Infatti, se “il corpo è morto a causa del peccato, lo spirito è vita a causa della giustificazione”, operata da Cristo crocifisso e risorto. E in nome della risurrezione di Cristo la Chiesa serve la vita che proviene da Dio stesso, in stretta unione e in umile servizio allo Spirito. Proprio per questo servizio l’uomo diventa in modo sempre nuovo la “via della Chiesa” […]. Lo Spirito innesta la radice dell’immortalità, dalla quale spunta la nuova vita: cioè, la vita dell’uomo in Dio, che, come frutto della sua autocomunicazione salvifica nello Spirito Santo, può svilupparsi e consolidarsi solo sotto l’azione di costui […]. Il soffio nascosto dello Spirito divino fa sì che lo spirito umano si apra, a sua volta, davanti all’aprirsi salvifico e santificante di Dio» (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Dominum et vivificantem, n. 58).


PASTORALE di Antonio Vetrano

Scambio sfavorevole... Ascensione: che fregatura! Gesù se ne va e ci lascia la Chiesa! Scambio sfavorevole, che dite? Non siamo tutti, come gli apostoli, un po’ delusi da questa scelta? “Ma come, proprio

adesso, nel Tempo di Pasqua, che le cose funzionavano (i discepoli osservano la Parola e la Comunità vive nell’amore…), Gesù ci molla? Torna al Padre… e noi qui a tribolare?” Il cammino di conversione alla gioia, che abbiamo portato avanti in queste settimane, subisce uno stop, un tonfo improvviso… Vedo già la vostra espressione: stiamo cercando faticosamente di recuperare il volto di Dio, passando da quello “sgorbio”, dalla nostra idea di Dio che abbiamo nella nostra testa, al Dio di Gesù… ed ecco

che tiriamo fuori il tema “antipaticissimo” della Chiesa! Gesù ha (follemente) affidato l'annuncio del Regno alla Chiesa? Peggio: a questa Chiesa? Sì, l’ascensione cambia (di nuovo!) la nostra idea di Dio. Non più un Dio magico, che regna sovrano e che, con la bacchetta magica, ripiana i nostri problemi, supera le nostre difficoltà... Il Dio presente, il Dio in cui crediamo è il Dio che affida, che accompagna, certo, ma che affida il cammino del vangelo alla fragilità della sua Chiesa. Il Regno sperato dagli apostoli occorre costruirlo; la nuova dimensione voluta dal Signore per restare nel mondo, non è magica, ma pazientemente intessuta da ognuno di noi. Siamo noi il volto di Gesù per le persone che incontriamo sulla nostra strada... Tu che leggi, sei lo sguardo di Dio per le persone che incontreremo. Così il nostro Dio originale e spiazzante ha deciso. E così davvero accade. L'ascensione segna la fine di un momento, il momento della presenza visibile di Dio, dell'annuncio del vero volto del Padre da parte di Gesù, che professiamo Signore e Dio. Con la rassicurazione, da parte di Dio stesso, della sua bontà e della sua vicinanza nello sguardo di noi discepoli. L'ascensione segna l'inizio della Chiesa, l'avvio di una nuova avventura che vede noi protagonisti. E se “la Chiesa” ci ha masticato, offeso, provato… combattiamo con più forza, imitiamo i santi, tra tutti san Francesco!, che convertirono la Chiesa cominciando da loro stessi. Ora! Questo è il tempo di costruire relazioni e rapporti a partire dal 14

sogno di Dio che è la Chiesa: comunità di fratelli e sorelle radunati nella tenerezza e nella franchezza nel Vangelo.! Testimoni digitali Si è svolto, a Roma (22/24 aprile 2010), il Convegno degli animatori della cultura e della comunicazione della Chiesa italiana: Testimoni digitali. Volti e linguaggi nell’era crossmediale. Il mutamento più evidente nel mondo della comunicazioni è quello che ha visto gli utenti diventare “produttori” di contenuti, soprattutto all’interno dei nuovi media e di internet. È il passaggio a quello che gli esperti definiscono web 2.0. In questo contesto nasce una precisa sfida che è quella di integrare il “virtuale” dentro il “reale”, superando la contrapposizione forzata tra queste due dimensioni. Virtuale non vuol dire “fantasma” o inesistente, ma piuttosto potenziale. E questa potenzialità spiega pure perché ancora una volta il discorso da intraprendere non sia asettico o puramente tecnologico, ma sempre legato a doppio filo alla libertà e alla responsabilità dell’uomo. È l’uomo che fa la differenza e che decide del passaggio ad esempio da una semplice connessione a una più compiuta relazione. Le comunità cristiane hanno sempre dimostrato di essere in grado di trovare nuove forme di comunicazione. E lo hanno continuato a fare anche davanti agli strumenti offerti dalle tecnologie digitali. Pensiamo alle numerose realtà nazionali e locali che hanno risposto in questi ultimi anni alla necessità di entrare nei linguaggi digitali e dei nuovi media come in una “seconda pelle” senza mai perdere il riferimento all’appartenenza ecclesiale.


VOCAZIONE di Alfredo Avallone

La vocazione sacerdotale e la disciplina del tempo L’anno sacerdotale nel 150° del Curato d’Ars volge al termine, dopo un cammino intenso che ha certamente favorito la «tensione dei sacerdoti verso la perfezione spirituale dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero» come auspicato dal Santo Padre Benedetto XVI, nel discorso d’indizione durante l’Assemblea Plenaria della Congregazione per il Clero del 16 marzo 2009. Momenti di alta spiritualità sacerdotale si sono alternati a momenti di vero scandalo e profonda vergogna che hanno manifestato la bellezza e la fragilità della vocazione sacerdotale. Cosa insegna tutto questo? Quali consapevolezze appaiono oggi irrinunciabili per una vocazione sacerdotale? Quali consapevolezze sono oggi necessarie per tutte le comunità cristiane dato che la vocazione sacerdotale è per sua natura “comunionale”? La vocazione sacerdotale sembra non vivere oggi un buon rapporto con il tempo: non c’è mai tempo e si perde tempo! Il tempo non sembra essere più il luogo privilegiato in cui il sacerdote si gioca la sua fedeltà alla volontà del Signore (cf. E. Bianchi, Ai presbiteri, Qiqajon, Magnano 2004,19-23): «C’è oggi il rischio di una secolarizzazione strisciante anche all’interno della Chiesa, che può tradursi in un culto eucaristico formale e vuoto, in celebrazioni prive di quella partecipazione del cuore che si esprime in venerazione e rispetto per la liturgia», secondo il Pontefice nel giorno del Corpus Domini del 2009, «è

sempre forte la tentazione di ridurre la preghiera a momenti superficiali e frettolosi, lasciandosi sopraffare dalle attività e dalle preoccupazioni terrene». Emerge, dun-

13,1). In questo modo evidenzia che per Gesù la sua prossima passione è vista come occasione del Padre da non perdere! Il tempo per Gesù è dunque il tempo di Dio, un tempo

que, una prima fondamentale consapevolezza: è necessario imparare a vivere il tempo, ad ordinare il tempo sentendolo come opportunità di salvezza per Dio, “santificare” il tempo, cioè disciplinare, riservare, separare in modo intelligente il tempo per ciò che il presbitero è ed è chiamato a fare. Senza una seria disciplina del tempo ogni vocazione ricade in un utilizzo del tempo come opportunità vantaggiosa per i propri interessi e non per la storia della salvezza! Giovanni è l’evangelista che sottolinea più degli altri l’importanza del tempo nella vita di Gesù Cristo. Aprendo il momento dell’ultima cena, afferma di Gesù: «Sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre» (Gv

che si svolge nell’obbedienza al Padre, con ritmi e modi stabiliti dal Padre, secondo una logica di valutazione che è il contrario della logica dell’utile e vantaggioso per sé. Ecco la prima grande sfida per ogni vocazione odierna: vivere il tempo sempre orientato alle occasioni di Dio e non alle opportunità personalmente vantaggiose. Ogni vocazione è di fatto il frutto più bello di un tempo spiritualmente vissuto da bravi sacerdoti… così come molte delle nostre scelte sono certamente state occasione di Dio a beneficio di altri! Occorre dunque ripartire dal “kairos” (evento) di Gesù nel quale vive ogni vocazione, considerare i “kairoi” (occasioni) della nostra storia, per poi intercettare i “kairoi” (momenti) della vita quotidiana!

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SPIRITUALITÀ di Raffaele di Muro

Con Chiara, alla ricerca della pace interiore “Le sorelle osservino il silenzio dall’ora di compieta fino a terza, eccettuate le sorelle che prestano servizio fuori del monastero. Osservino ancora silenzio continuo in chiesa, in dormitorio e in refettorio soltanto quando mangiano. Si eccettua l’infermeria, dove, per

sollievo e servizio delle ammalate, sarà sempre permesso alle sorelle di parlare con moderazione. Possano tuttavia, sempre e ovunque, comunicare quanto è necessario, ma con brevità e sottovoce” (dalla Regola di Santa Chiara 5,1-4). Il contenuto del precedente brano ci porta a concludere che Chiara vuole che lei e le sorelle si adoperino a cercare l’intimità con Dio

sopra ogni cosa perché lui doni la pace del cuore e l’illuminazione della mente: esse sono chiamate ad incontrare il Signore e a comprendere e compiere con docilità la sua volontà. La preghiera conduce ciascuna sorella all’incontro personale con Cristo, la rende pronta ad unirsi a lui e a servirlo. Il silenzio della clarissa diviene possibilità di accoglienza dello Spirito di Dio in un atteggiamento di profonda umiltà e disponibilità. Altra condizione indispensabile per vivere un rapporto contemplativo con Gesù è la pace del cuore. È possibile dedicarsi in modo esclusivo al servizio di Dio solo se il cuore è abituato a stare nella pace, vale a dire in un clima di assenza di conflitti e di attaccamenti interiori e di orientamento costante verso l’amore. Per raggiungere la pacificazione interiore è necessario custodire il proprio cuore da distrazioni che provengono dal mondo aprendolo solo alla voce di Cristo e alimentare continuamente il desiderio e lo sguardo d’amore verso lui. Tutta la vita delle sorelle povere deve essere proiettata al raggiungimento della pace interiore che è una della condizioni indispensabili per giungere alla piena adesione al Signore: la contemplazione è preparatoria rispetto all’unione mistica con lui. In tal senso, il lavoro acquista valore nella vita di monastero perché 16

aiuta alla donazione e l’offerta di sé, combatte l’ozio, rende generose e disponibili verso la comunità, affina lo spirito. La minorità, che è espressione di semplicità, di servizio e di abbandono nella mani del Signore, prepara la via a uno stile di vita povero e umile sull’esempio di Cristo, oggetto della contemplazione. Per vivere solo di Dio è fondamentale salvaguardare l’intimità con lui creando un clima di raccoglimento lasciandosi portare in disparte da lui. Fare silenzio per ascoltare «Il fatto che “nessuno più ascolta” è un modo molto efficace ed eloquente per denunciare le forme di solipsismo nelle quali possiamo cadere. Non siamo capaci di ascoltare l’altro e, quindi, di fare silenzio innanzi al mistero dell’Altro. La nostra società manca di ascolto. Siamo tutti bravi a parlare, a scrivere, a cercare sempre nuove tecniche di comunicazione… Il dialogo è diventato difficile tra gli uomini. La preghiera esige il silenzio, l’ascolto… Il sacerdote che prega ha tempo per ascoltare gli altri, per venire incontro alle necessità della sua gente. Egli è animato dalla certezza di poter sempre parlare con Dio, che è Padre buono e misericordioso. Egli sa che Dio è il Padre dell’alleanza mai revocata. Il sacerdote che prega è carico di fiducia: è sostenuto dalla speranza di essere ascoltato. Egli sa che Dio può aiutarlo. In tal senso, la preghiera è una palestra di vita, una scuola della speranza. Nelle notti della solitudine essa non tramonta e permette di vedere Cristo. Chi trova Dio nella croce di Gesù Cristo impara veramente a sperare e a vincere la solitudine passiva, quella che non è fatta di silenzio adorante, di attesa fiduciosa, bensì di paura, di vuoto, di angoscia» (Card. Crescenzio Sepe).


ASTERISCHI FRANCESCANI di Orlando Todisco

Il cuore francescano colmo di gratitudine Le ragioni dell’amore creativo: “sono perché voluto” Colui che mi ha chiamato all’essere ha inteso forse esibire la sua potenza o, invece, manifestare il suo amore? Il venire all’essere delle creature la filosofia l’ha inteso per lo più come manifestazione di potenza: è qui che interviene il cambiamento di registro interpretativo. Se sono senza averne diritto, io sono perché voluto. Il venire all’essere è segno di amore. Non sono “gettato” nel mondo, ma pensato, progettato, dunque amato, prima che fossi. Il francescano pone l’amore creativo alla sorgente, non la potenza.

gesto specifico. Come e perché cancellare come ingombranti o superflui i miei antenati o la mia data di nascita?

Se sono in quanto voluto, la volontà, amante e creativa, al centro. Ebbene, la volontà non ci appartiene interamente, nel senso che possiamo volere questo e quello, ma non possiamo volere la stessa volontà: ci vogliamo, è vero, ma non ci siamo voluti dall’inizio. Supponendo che l’uomo faccia ciò che vuole, rimane il fatto che questa volontà non è stato lui a porla e a determinarla E il sapere non è forse luogo di po- come è. Dunque, non abbiamo votere? Il francescano ritiene che la co- luto ciò che in noi è l’essenziale – la noscenza è autentica se è nel fondo volontà. Ora, se è vero, come diceva “ri-conoscenza”, perché riguarda ciò il napoletano Giambattista Vico, che che si dà perché voluto. Pensare è la cosa la conosce colui che l’ha fatta ringraziare. La gratitudine si impone – verum ipsum factum - dobbiamo in campo conoscitivo, prima di concludere che, se viene da Dio, solo esprimersi sul piano operativo. In- Dio conosce la nostra volontà e può fatti, posso pensare in quanto pen- acquietarla. È l’espressione originasato, posso volere in quanto voluto, ria e autentica della povertà franceposso amare in quanto amato, sicché scana. Da qui la sensazione che il mio pensare, volere e amare sono agendo, qualunque cosa si faccia, il prolungamento di quanti mi non arrestiamo la fuga di noi da noi hanno pensato, voluto e amato. La stessi. Questa non è la spia dello gratitudine è stile di vita, più che un smarrimento, ma la conferma del ri-

trovamento del fondo segreto del nostro essere. Dunque: 1. noi siamo il frutto dell’atto creativo, atto di amore gratuito e libero, significativo più e prima di qualsiasi altra verità. Il che induce a concludere che grande non è colui che ha tutto ciò che vuole, ma colui che vuole – accetta, è consapevole – tutto ciò che è e che ha.

2. La logica del dono è la logica del cuore. Ma è logico dare tutto ciò che si è e si ha? Il cuore è senza logica. Si pensi alla madre che si dà al figlio; alla ragazza che si consacra a Dio; o a Dio che cerca la sua creatura, rissosa e ribelle. Dov’è la logica? È la logica del cuore, che è altra cosa dalla logica della ragione.

L’Amore che perdona «Cristo, come crocifisso, è il Verbo che non passa, è colui che sta alla porta e bussa al cuore di ogni uomo, senza coartarne la libertà, ma cercando di trarre da questa stessa libertà l’amore, che è non soltanto atto di solidarietà con il sofferente Figlio dell’uomo, ma anche in certo modo “misericordia” manifestata da ognuno di noi al Figlio dell’eterno Padre. In tutto questo programma messianico di Cristo, in tutta la rivelazione della misericordia mediante la croce, potrebbe forse essere maggiormente rispettata ed elevata la dignità dell’uomo, dato che egli, trovando misericordia, è anche, in un certo senso, colui che contemporaneamente “manifesta la misericordia”? In definitiva, Cristo non prende forse tale posizione nei riguardi dell’uomo quando dice: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi..., l’avete fatto a me”?» (Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Dives in misericordia, n. 8).

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ARTE di Paolo D’Alessandro

Un cuore da amare... Nel mese di giugno, il venerdì che segue la seconda domenica dopo Pentecoste, la Chiesa celebra la solennità del Sacro Cuore di Gesù. La devozione al Sacro Cuore di Gesù è una delle espressioni più diffuse e amate della pietà popolare. Già nel Medioevo, san Bernardo, san Bonaventura e san Tommaso parlano del culto per il Sacro Cuore di Gesù, ma solo nel XIV e XV secolo si giunse alla canonizzazione della sua iconografia. Nel XIV secolo s’istituisce una speciale messa delle cinque piaghe di Cristo, applicata alle esequie. Gli oggetti devozionali di questo periodo portano raffigurati un cuore trafitto e sanguinante. Sui rotoli da preghiera viene raffigurato un cuore piagato. Nel XVI secolo, al Sacro Cuore viene aggiunto il monogramma di Cristo o una croce. Nel XVIII secolo, la devozione al Sacro Cuore di Gesù è ravvivata dall’esperienza mistica della monaca francese Santa Margherita Maria Alacoque (Verosvres, Autun, Francia, 1647 - Paray-le-Monial, 17 ottobre 1690). In questo periodo si diffondono due iconografie. Nella prima, il cuore è circondato da raggi di luce, nella seconda, il cuore è raffigurato sopra la figura di Cristo. Quest’ultima iconografia diviene la più diffusa poiché la devozione al Sacro Cuore non intende adorare una parte anatomica del corpo di

mente sulle spalle, mentre la corta barba si allunga sul mento formando una doppia punta. Cristo indossa il tradizionale abito rosso e il mantello blu. Egli sostiene con la sinistra un cuore raggiante e fiammeggiante, con sopra una croce. Esso è inoltre trafitto e circondato da una corona di spine. Con la mano destra, invece, Gesù fa un gesto come invito alla confidenza nella sua misericordia. È da questo cuore di Cristo crocifisso che nasce la nuova umanità redenta dal peccato. Facciamo dunque festa al Cuore di Gesù, consacrandoci a lui per beneficiare dei tesori del suo immenso amore. Gesù, ma lo stesso Cristo Gesù, la sua Persona, il suo essere Figlio di Dio, Redentore dell’uomo che con “cuore” infinitamente grande ha tanto amato i suoi da sacrificare la vita per loro fino a morire in croce. Sulla croce quel cuore fu trafitto dalla lancia di un soldato e subito ne uscì sangue e acqua, simbolo del «mirabile sacramento di tutta la Chiesa». In Italia, il quadro più famoso del Sacro Cuore di Gesù è di Pompeo Batoni (Lucca, 25 gennaio 1708 – Roma, 4 febbraio 1787) esposto nella Chiesa del Gesù a Roma. Su uno sfondo scuro, Cristo è ritratto a mezzo busto, con grazia e morbidezze di forme. Ha il volto di tre quarti, giovanile e bellissimo. Dietro un’aureola raggiante a forma di croce. I suoi lunghi capelli cadono dolce18

«Gesù crocifisso, con il cuore trafitto dall’amore per gli uomini, è una risposta eloquente — le parole sono superflue — alla domanda sul valore delle cose e delle persone. Gli uomini, la loro vita e la loro felicità, valgono tanto che lo stesso Figlio di Dio si dona loro per redimerli, purificarli, elevarli. “Chi non amerà quel Cuore così ferito?” si domandava un’anima contemplativa, davanti a questo spettacolo. E continuava: “Chi non ricambierà amore per amore? Chi non abbraccerà un Cuore così puro? Noi, che siamo di carne, pagheremo amore con amore, abbracceremo il nostro ferito, al quale gli empi hanno trapassato mani e piedi, il costato e il Cuore. Chiediamogli che si degni di legare il nostro cuore con il vincolo del suo amore e di ferirlo con la lancia, perché è ancora duro e impenitente” (San Bonaventura, Vitis mystica, 3,11: PL 184,643).


CINEMA di Giuseppina Costantino

Medioevo, modernità e martirio CHRISTINE CRISTINA

dizione nella miseria più nera, con due figli piccoli, nell’imperversare delle lotte tra Armagnacchi e Borgognoni, Cristina ha un solo imperativo: sopravvivere. Costretta ad immergersi nella Parigi incognita e insidiosa dei derelitti, schiacciati da guerre centenarie, Cristina dovrà risorgere dopo aver toccato il fondo, vincendo fame, paura e disperazione. Ci riuscirà per l’appunto grazie alla scoperta di un dono che portava dentro di sé senza saperlo: il talento poetico...

TRAMA: Una donna sposata e apparentemente realizzata, improvvisamente si rende conto di non vivere la vita che desidera. Si separa dal marito e parte alla scoperta del mondo e di se stessa. Nel suo viaggio in Italia riscopre il piacere di mangiare; in India arricchisce la sua spiritualità e, inaspettatamente, a Bali ritrova il suo equilibrio interiore grazie al vero amore.

DES HOMMES ET DES DIEUX

MANGIA, PREGA, AMA

USCITA CINEMA: 07/05/2010 REGIA: Stefania Sandrelli SCENEGGIATURA: Giacomo Scarpelli, Marco Tiberi, Furio Scarpelli, Stefania Sandrelli ATTORI: Amanda Sandrelli, Alessio Boni, Alessandro Haber, Roberto Herlitzka, Sara Bertelà, Paola Tiziana Cruciani, Blas Roca Rey, Antonella Attili, Mattia Sbragia. TRAMA: Pochi conoscono il nome di Cristina da Pizzano. Eppure Cristina è stata una figura esemplare nella storia della letteratura. Italiana, vissuta in Francia nel momento del passaggio dalla notte del Medioevo all’alba dell’Umanesimo, fu la prima donna a vivere soltanto grazie alla propria penna, cioè scrivendo e pubblicando opere poetiche. Poeti si nasce o si diventa? Nel caso di Cristina fu precisamente una conquista. Ed è proprio la storia di questa conquista avventurosa che si vuole raccontare. Dal destino precipitata da un’agiata con-

USCITA CINEMA: 01/10/2010 REGIA: Ryan Murphy SCENEGGIATURA: Ryan Murphy, Jennifer Salt ATTORI: Julia Roberts, James Franco, Billy Crudup, Javier Bardem, Richard Jenkins, Viola Davis, Luca Argentero, Arlene Tur, Tuva Novotny, Stephanie Danielson, James Schram

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USCITA CINEMA: Prossimamente REGIA: Xavier Beauvois SCENEGGIATURA: Etienne Comar, Xavier Beauvois ATTORI: Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Roschdy Zem, Olivier Rabourdin, Sabrina Ouazani, Philippe Laudenbach, Jacques Herlin FOTOGRAFIA: Caroline Champetier PAESE: Francia 2010 GENERE: Drammatico TRAMA: Un monastero in mezzo alle montagne aglerine negli anni 1990... Otto monaci cristiani francesi vivono in perfetta armonia con i loro fratelli musulmani. Progressivamente la situazione cambia. La violenza e il terrore integralista si propapagano nella regione. Nonostante l’incombente minaccia che li circonda, i monaci decidono di restare al loro posto, costi quel che costi.


SPORT La redazione

Mondiali di calcio: Sudafrica 2010 Time for Africa Il campionato mondiale di calcio 2010 o Coppa del Mondo FIFA del 2010 (in lingua afrikaans FIFA Sokker-Wêreldbekertoernooi in 2010), noto anche come Sudafrica 2010, sarà la diciannovesima edizione del campionato mondiale di calcio per squadre nazionali maggiori maschili organizzato dalla FIFA ogni quattro anni. Si svolgerà dall’11 giugno all’11 luglio 2010 in Sudafrica. Per la prima volta questa manifestazione sarà ospitata da un Paese africano. La decisione è giunta dopo che la FIFA aveva stabilito di assegnare l’evento, a partire dall’edizione del 2010, a rotazione tra le varie confederazioni (politica che è stata poi abbandonata nel mese di ottobre 2007, una volta scelto il Brasile come nazione organizzatrice del campionato mondiale del 2014) e a seguito del fatto che il primo continente selezionato il 7 luglio 2001 era stato proprio l’Africa. Dopo trentadue anni (l’ultima volta fu nel 1978 in Argentina), il campionato mondiale di calcio si giocherà dunque nell’emisfero australe e, quindi, in inverno (secondo le medie climatiche di Johannesburg, la finale dovrebbe disputarsi a una temperatura compresa tra i 16 °C e i 4 °C). Fin dal momento di tale assegnazione, però, sono sorti molti dubbi riguardo l’effettiva capacità del Sudafrica (o di qualunque altro stato africano) di or-

ganizzare una manifestazione di tale portata, dubbi che sono stati in seguito acuiti dalla lentezza con la quale stanno procedendo i lavori di costruzione degli stadi. Inoltre, negli ultimi tempi, in Sudafrica, è sorto un altro grave problema che potrebbe mettere in pericolo l’organizzazione stessa della Coppa del Mondo e cioè l’esplosione della violenze xenofobe in tutta la nazione. La mascotte ufficiale dell’evento è stata svelata il 22 settembre 2008: il suo nome è Zakumi ed è un leopardo dai capelli verdi. Il nome è composto dai suoni Za, acronimo per Sudafrica in afrikaans, e Kumi, che significa dieci in vari dialetti locali. L’ideatore di Zakumi è Andries Odendaal di Città del Capo. Nel maggio 2009, la FIFA aveva incaricato il musicista senegalese Akon di ideare la canzone ufficiale del torneo ma a gennaio 2010 è stata invece scelta Wavin’ Flag del rapper canadese K’naan. Akon ha invece realizzato Oh Africa con la partecipazione di Keri Hilson. Il 29 aprile 2010 è stato presentato e messo in commercio l’inno ufficiale della manifestazione, che verrà eseguito nella cerimonia d’apertura a Soweto l’11 giugno 2010 prima della partita SudafricaMessico. Il brano è intitolato Time for Africa (con anche una versione 20

in lingua spagnola chiamata Esto es Africa) ed è cantato dall’interprete colombiana Shakira. Il ritornello è

preso quasi interamente da Zamina, una canzone popolare camerunense di origine militare che ultimamente viene insegnata ai gruppi scout africani e non. CALENDARIO GIRONE F

14 GIUGNO 2010 STADIO

CapeTown ore 20.30

ITALIA – PARAGUAY

20 GIUGNO 2010 STADIO

Nelspruit

ore 16.00

ITALIA – NUOVA ZELANDA

24 GIUGNO 2010 STADIO Johannesburg ore 16.00 SLOVACCHIA – ITALIA


EVENTI La redazione Mostra sulla famiglia: Il dono dell’amore

Napoli, 3 giugno 2010 Incontro del Cardinale Sepe con le comunitĂ  religiose presso il Convento San Lorenzo Maggiore

San Lorenzo Maggiore - Napoli

Parrocchia San Lorenzo Maggiore - Napoli Preparazione dei fanciulli per la prima comunione

Assisi, 4 giugno 2010 Nel nome del Cuore: incontro con il cantante Francesco Renga

Pompei, 5 giugno 2010 Convegno della M.I. Padre Kolbe, morire per donare la vita

Il novizio Paolo nella casa di formazione a Padova

Maddaloni, 30 maggio 2010 consacrazione militi di Maddaloni (Ce)

Castelpetroso 4/2010, esercizi spirituali dei postulanti

Ravello, 11/5/2010 incontro francescano

Pellegrinaggio mariano della Parrocchia San Gaetano (Sa) a Castelpetroso 23/5/2010

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IN BOOK La redazione CONSENTI STEFANIA, Binario 21. Un treno per Auschwitz, Paoline, Milano 2010, euro 9,75. Contenuto Il libro racconta, come in un reportage giornalistico, il viaggio degli studenti e dei pensionati lombardi che in treno raggiungono i campi di concentramento in Polonia. Questo viaggio è già alla quinta edizione di una iniziativa voluta dalla Provincia di Milano. Il treno della Provincia di Milano è stato gemellato con quello dei sindacati Cgil e Cisl di altre Province italiane: in tutto 1200 fra studenti, lavoratori e pensionati, oltre ai giornalisti al seguito. Venti ore di lentissimo viaggio, sulle tracce dei deportati (605 ebrei che partirono dal Binario 21 della Stazione Centrale di Milano il 30 gennaio 1944). È un lungo viaggio attraverso l’Europa che scava in tutti un segno indelebile. Assieme ai ragazzi viaggiano, oltre ai pensionati e ai giornalisti, anche musicisti, studiosi e insegnanti. Il viaggio è voluto per costruire la Memoria delle atrocità del nazifascismo e contribuire a porre le premesse, coinvolgendo in questo compito i giovani in prima persona, perché ciò che è accaduto non accada mai più. L’assenza della Memoria è perdita dell’identità, con il rischio che prevalga quella che Primo Levi ha definito “zona grigia”, cioè quella parte del nostro animo che cerca di sfuggire alle responsabilità. EDOARDO SCOGNAMIGLIO, Morire per salvare la vita ,Edizioni dell'Immacolata, Bologna 2010, euro 4.00. Contenuto Un opuscolo che propone un approccio quanto mai attuale alla figura di san Massimiliano Kolbe. Un percorso che parte dalle domande che l'uomo contemporaneo si porta nel cuore, prima fra tutte quella sul senso del vivere e del morire, per approdare alla estrema consapevolezza che solo l'amore ci rende persona, esseri umani, viventi, liberi, gioiosi, felici. Solo l'amore è credibile e ci rende credibili dinanzi al mondo.

ANNA MARIA CANOPI, Consacrali nella verità. Lectio divina su Giovanni 17, Paoline, Milano 2010, euro 11. Contenuto Il libro contiene sei meditazioni riguardanti i 26 versetti del famoso capitolo 17 di Giovanni, definito “preghiera sacerdotale”. Non si tratta di uno studio esegetico, ma di spunti meditativi per chi si appresta a fare – o già fa – del-la propria vita una totale e definitiva offerta a Dio. E, in quanto tali, possono essere accolte anche da ogni credente che desidera vivere il quotidiano con slancio oblativo. Le sei meditazioni diventano, al tempo stesso, sei tappe che tracciano un itinerario di vita cristiana con lo sguardo del cuore rivolto al cielo, nell’incessante attenzione a conoscere e a compiere la volontà di Dio, a dare a lui gloria cooperando alla salvezza dei fratelli. È un cammino di progressiva unificazione interiore e di sincera comunione con gli altri, per formare “un cuor solo e un’anima sola” e giungere tutti insieme alla vita eterna.

TIZIANA ROCCA, Mamma dalla A alla T. Manuale di sopravvivenza per le donne di oggi, Edizioni Messaggero, Padova 2009, euro 14. Contenuto Questo libro è dedicato a tutte le donne che sono anche mamme e quindi una “forza della natura”! Le mamme sono il motore della nostra cultura e della nostra società: ovviamente nessuna può essere veramente perfetta, in quanto esseri umani, con le loro debolezze e i loro difetti. Per questo, il libro non arriva fino alla lettera Z ma si ferma alla T, proprio per non peccare di presunzione. Il principale “lavoro” di una mamma “che lavora” è quello di saper gestire e organizzare un ménage familiare che comprende i bambini impegnati tra scuola, sport, amici e tanto altro, un marito, la casa e il lavoro. Tutto questo trasforma ogni giornata in uno slalom tra mille cose da sbrigare. Quindi, Mamma con la M maiuscola, perché è il perno intorno al quale gira tutta la famiglia. 22


FUMETTI di Mario Ferrone

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Luce Serafica