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Numero 3/2011 - Trimestrale - Poste Italiane S.p.a. - Spedizione in abbonamento postale - D.L.353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 2 - CNS/CBPA/sud/BENEVENTO/109/2007

Luce Serafica I giovani, futuro del mondo

Emergenza La mia rifiuti a Napoli India

Comunicare il Vangelo oggi

Maria nel Corano

Confessarsi perchĂŠ?


Editoriale

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Editoriale di Edoardo Scognamiglio Finestra sul mondo di Felice Autieri Il punto di Filippo Suppa Voci di Chiesa la Redazione Psicologia di Caterina Crispo Orizzonte giovani di Luca Baselice Dialogo di Edoardo Scognamiglio Missioni di Lidia Tetta Cassano Liturgia di Giuseppe Falanga Dabar di Cyrille Kpalafio Famiglia oggi di Gianfranco Grieco Pastorale di Angela Pecora Forum di Angela Pecora Vocazione di Alfredo Avallone Costume e società di Vincenzo Picazio Credre oggi di Pietro de Lucia Spiritualità di Raffaele di Muro Asterischi francescani di Orlando Todisco dal Postulato

Numero 3/2011 - Trimestrale - Poste Italiane S.p.a. - Spedizione in abbonamento postale - D.L.353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1 comma 2 - CNS/CBPA/sud/BENEVENTO/109/2007

Sommario 3/2011 Luce Serafica I giovani, futuro del mondo

Emergenza La mia rifiuti a Napoli India

Comunicare il Vangelo oggi

Maria nel Corano

Confessarsi perché?

Arte di Paolo D’Alessandro Eventi La redazione Sport La redazione Cinema di Giuseppina Costantino In book La redazione Fumetti La redazione

Luce Serafica Periodico francescano del Mezzogiorno d’Italia dei Frati Minori Conventuali della Provincia Napoletana Autorizzazione del Tribunale di Benevento n. 3 del 24/04/2006 Anno VII – n. 3/2011 Direttore Responsabile Raffaele Di Muro Direttore Paolo D’Alessandro E-mail: pdart@libero.it

Abbonamento annuale 20 euro. CCP: 11298809, intestato a E. Scognamiglio, Convento S. Lorenzo Maggiore – Via Tribunali, 316 – 80138 Napoli Clausola: abbonamento Luce Serafica 3

Si risorge tutti assieme... Dopo lo “scampato pericolo” per la privatizzazione dell’acqua e lo spegnersi delle luci per gli ottimisti che avevano pensato di poter rifornire l’Italia con l’energia nucleare, non ci resta che sperare nella risoluzione della crisi dei rifiuti a Napoli. Non possiamo restare inerti innanzi al degrado ambientale di questa bella città. Abbiamo bisogno di fare tutti la nostra parte. I cittadini per primi. Abbiamo bisogno di educarci sempre di più al senso civico, al rispetto dell’ambiente, alla riduzione dei consumi e degli sprechi energetici. C’è bisogno, però, anche del coraggio dei nostri governanti, di chi amministra la giustizia: affinché i tentacoli della camorra e di qualsiasi altra organizzazione a delinquere non mettano le mani sulla nostra città. In questo tempo di caos e di grande disagio – penso ai bambini che giocano per i vicoli di Napole tra la spazzatura, ai turisti scippati o finiti in ospedali per le bravate dei guappi di quartiere –, dobbiamo evitare ogni sorta di violenza: non si possono bruciare per strada i rifiuti, né ostacolare il lavoro dei netturbini, né dividersi in base alle opinioni politiche o ai partiti di appartenenza. Nessuno deve volere la morte dell’altro. Il problema riguarda l’Italia e non solo una città. Si risorge tutti assieme, lavorando gomito a gomito, sperando gli uni per gli altri, denunciando tutto ciò che è male e praticando il bene nelle sue infinite forme. L’unica istituzione che ha veramente ancora qualcosa da dire ai napoletani è la Chiesa. Il dono della speranza, il coraggio della speranza, è quanto di più forte può venire dai cristiani, da coloro che hanno sperimentato la morte ma altresì la risurrezione di Gesù Cristo, il Vivente. Auguriamoci per Napoli una vera e propria rinascita e non una morte lenta a causa dell’epidemia e della non curanza di chi ci governa o di chi vuole dividere il nord dal sud del Paese. Ci sono circa duemila tonnellate di rifiuti urbani da portare fuori città... Forse, è il momento buono per creare unità tra le parti civili e politiche, e creare un nuovo protocollo d’intesa tra regioni, province, comuni... La solidarietà non ha barriere e non ammette ritardi o esitazioni... Padre Edoardo Scognamiglio, Ofm conv.


FINESTRA SUL MONDO di Felice Autieri

Il recupero della politica che abbia come centro l’uomo Le recenti elezioni amministrative hanno nuovamente portato alla ribalta la problematica della scelta politica, non nel senso “partitico” del termine, bensì in rapporto alla capacità di votare la persona che meglio rappresenta per me i miei valori, il “mio modo” di vedere la realtà nella quale vivo e opero. Il problema non è tanto chi ha perso oppure ha vinto: nella vita politica è ragionevole che in quella elezione si vinca e nell’altra si perda. Non deve stupirci la ragione che il centro destra abbia perso a Milano o che il centro sinistra a Napoli non sia riuscito a portare un proprio candidato al ballottaggio. Infatti, quando si governa per diversi anni, è naturale che l’elettorato senta il bisogno di un cambiamento, di poter vedere ai vertici “facce nuove”, così come è normale che chi abbia perso faccia opposizione: è il naturale gioco della democrazia. Quello che potrebbe essere un serio campanello d’allarme è rappresentato

dagli attacchi personali che sono emersi all’interno della campagna elettorale. A dire la verità, questo non è un “vizio” solo italiano: da diversi anni, nelle democrazie, si sta verificando una situazione simile, retaggio degli aspetti, forse, più deleteri della campagna presidenziale degli Stati Uniti. Non è in gioco lo “scontro” politico tra i due candidati che è, tra l’altro, essenza stessa della campagna elettorale. È naturale che gli avversari politici si scontrino sui progetti politici che presentano all’elettorato, sottolineando i propri punti di forza e quelli deboli dell’altro; ciò che non è accettabile è il fatto che gli avversari puntano “al personale” del proprio avversario. Questo ci apre a un più ampio discorso in cui, il rimarcare il “personale” dell’avversario, diventa il cavallo di battaglia dove il mio progetto politico, la mia battaglia elettorale diventa una realtà che va “contro” l’altro competitore. Si è, dunque, passati da un approccio propositivo in cui

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posso battermi contro l’altro ma a favore della mia città, della mia nazione, a un attacco personale che, oltre a distruggere moralmente l’avversario, il mio stile è essenzialmente “contro” l’antagonista, contro chi l’appoggia e, in ultima analisi, contro chi “non la pensa come me”. È evidente che questo stile non è frutto di un’evoluzione avvenuta negli ultimissimi anni, ma un processo molto più lungo in cui l’utilizzo dei media ha giocato e gioca un ruolo di assoluto rilievo. Penso che dovremmo recuperare la dimensione dell’uomo e di un’umanità che consenta oltre che il rispetto dell’avversario politico, anche il recupero di una politica che abbia come centro l’uomo nella sua totalità e nella sua dignità. Per certi aspetti, sembra di essere ritornati alle ideologie del XX secolo le quali, non partendo dall’uomo, ambivano a sottometterlo ai propri sviluppi ideologici annientandolo nella sua realtà di persona.


IL PUNTO di Filippo Suppa

È ancora emergenza rifiuti a Napoli In dialogo con il nuovo sindaco

La crisi dei rifiuti a Napoli è il risultato di una lunga e cattiva gestione che coinvolge, a diverso titolo e responsabilità, il Comune, la Provincia e la Regione. La crisi ha raggiunto un picco indimenticabile nell’estate del 2008, ma prosegue fino ai giorni nostri. Dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, Napoli e la regione Campania hanno sofferto per lo scarico di rifiuti solidi urbani. Le discariche sono oramai piene. La crisi iniziò a diventare insostenibile a partire dal 21 dicembre 2007, quando gli operai comunali si rifiutarono di prendere qualsiasi altro materiale da rifiuto. Così, i rifiuti incominciarono ad apparire in modo regolare per le strade di Napoli, presentando gravi rischi per la salute della popolazione metropolitana. Il 31 dicembre 2007, il governo chiuse una delle due discariche più importanti vicino alla città, su richiesta dei residenti della città. Rapporti durante l’estate del 2008 hanno dichiarato che il problema è stato causato, almeno in parte, dalla camorra che aveva creato un business redditizio nel settore smaltimento dei rifiuti municipali. Metalli pesanti, rifiuti industriali e prodotti chimici e rifiuti domestici vengono spesso mescolati tra loro, scaricati nei pressi di strade e bruciati per evitare il rilevamento, provocando un gravissimo inquinamento delle zone cittadine densamente abitate, ma anche del sottosuolo e dell’aria metropolitana. Nel 2008 rimasero per strada più di 200.000 tonnellate di rifiuti. Oggi la situazione è ancora più grave. Il neoeletto sindaco di Napoli, de Magistris, ha affermato: «Quello che temo di più è il rischio sanitario. Bisogna raccogliere la spazzatura senza interruzione, 24 ore su 24, e avere un sito dove scaricarla. Il Comune fa la sua parte fino

in fondo, tutte le nostre risorse economiche e umane sono impiegate nella battaglia dei rifiuti. Ma chiediamo al prefetto di garantire la scorta armata ai mezzi di raccolta con polizia e carabinieri, perché i vigili urbani non bastano. E chiediamo un sito, sia esso Caivano o un altro». Questo è il piano per tamponare l’ennesima emergenza. In attesa della prossima? Così risponde de Magistris: «Ecco, questo è il punto. Ereditiamo 15 anni di disastri. Ma non vogliamo restare schiacciati dall’emergenza. La mia prima delibera è stata una rivoluzione ambientale, con l’estensione della differenziata, con le isole ecologiche, con la riduzione a monte dei rifiuti. Però se non togliamo queste 2300 tonnellate che giacciono per strada, non possiamo partire con il ciclo ordinario. I conti del Comune sono disastrosi. Ma i soldi per la differenziata li abbiamo trovati, grazie anche al presidente della Regione Caldoro abbiamo sbloccato dieci milioni di euro immediatamente spendibili. Questa è una città che ha bisogno di messaggi di grande speranza. Diversi ambienti vogliono che Napoli resti sotto la spazzatura. Mi sembra evidente guardando quel che il governo non ha fatto. Perché? O vogliono la vera e propria emergenza per specularci sopra politicamente, o rispondono ad altri interessi poco leciti. Un ciclo corretto dei rifiuti porta occupazione, risparmio, soluzione del problema. A qualcuno non piace. Io sono sindaco da due settimane e ho registrato la loro leale collaborazione. Però hanno tardato a prendere decisioni. In Campania ci sono siti già attrezzati per ricevere centomila tonnellate, non capisco perché chiedano di portare la spazzatura fuori regione e respingano l’idea di portarla semplicemente fuori provincia. Naturalmente ora ci aspettiamo che questi siti vengano utilizzati».

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VOCI

CHIESA La redazione

DI

I Giovani sono il futuro della società e della Chiesa «Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede» Il messaggio di papa Benedetto XVI in occasione della 26ª Giornata Mondiale della Gioventù, che si svolgerà il prossimo agosto a Madrid, in Spagna, si ispira al testo paolino di Col 2,7. La cultura attuale, in alcune aree del mondo, soprattutto in Occidente, tende ad escludere Dio, o a considerare la fede come un fatto privato, senza alcuna rilevanza nella vita sociale. Mentre l’insieme dei valori che sono alla base della società proviene dal Vangelo – come il senso della dignità della persona, della solidarietà, del lavoro e della famiglia –, si constata una sorta di “eclissi di Dio”, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda. Rivolgendosi ai giovani, Benedetto XVI afferma: «Voi siete il futuro della società e della Chiesa! Come scriveva l’apostolo Paolo ai cristiani della città di Colossi, è vitale avere delle radici, delle basi solide! E questo è particolarmente vero oggi, quando molti non hanno punti di riferimento stabili per costruire la loro vita, diventando così profondamente insicuri. Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento. Voi giovani avete il diritto di ricevere dalle generazioni che vi precedono punti fermi per fare le vostre scelte e co-

struire la vostra vita, come una giovane pianta ha bisogno di un solido sostegno finché crescono le radici, per diventare, poi, un albero robusto, capace di portare frutto […]. Siate “radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (cf. Col 2,7). La Lettera da cui è tratto questo invito, è stata scritta da san Paolo per rispondere a un bisogno preciso dei cristiani della città di Colossi. Quella comunità, infatti, era minacciata dall’influsso di certe tendenze culturali dell’epoca, che distoglievano i fedeli dal Vangelo. Il nostro contesto culturale, cari giovani, ha numerose analogie con quello dei Colossesi di allora. Infatti, c’è una forte corrente di pensiero laicista che vuole emarginare Dio dalla vita delle persone e della società, prospettando e tentando di creare un “paradiso” senza di Lui. Ma l’esperienza insegna che il mondo senza Dio diventa un “inferno”: prevalgono gli egoismi, le divisioni nelle famiglie, l’odio tra le persone e tra i popoli, la mancanza di amore, di gioia e di speranza. Al contrario, là dove le persone e i popoli accolgono la presenza di Dio, lo adorano nella verità e ascoltano la sua voce, si costruisce concretamente la civiltà dell’amore, in cui ciascuno viene rispettato nella sua dignità, cresce la comunione, con i frutti che essa porta. Vi sono però dei cristiani che si lasciano sedurre dal modo di pensare laicista, oppure sono attratti da correnti religiose che allontanano dalla fede in Gesù Cristo».

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PSICOLOGIA di Caterina Crispo

Il dono dell’empatia: luci e ombre È di questi anni la scoperta dei cosiddetti “neuroni specchio”, famiglia di cellule cerebrali in grado di farci reagire in modo speculare alle azioni e alle intenzioni del nostro simile. Vediamo come funzionano e cosa ci illustrano della nostra vita psicologica. Se ci troviamo di fronte a un volto atteggiato a tristezza o viceversa vi scorgiamo l’indizio di un sorriso, se un nostro ospite sta per prendere fra le dita una tazzina di caffè e sta per sorbire la bevanda, ecco che una catena di neuroni si attiva nel nostro cervello mettendoci nella condizione di imitare nel nostro corpo e nella nostra mente l’emozione, la sensazione o l’atto in corso. L’imitazione di quell’emozione, di quella sensazione, di quell’atto consentono l’esatta comprensione dello stato d’animo dell’altro essere umano e quindi le sue intenzioni. È come se il nostro cervello creasse dentro di sé una copia di quella persona, allo scopo di capire il suo pensiero e di entrare in piena sintonia con lei. La scoperta di questi neuroni, che dimostra – se ancora ve ne fosse bisogno – la natura sociale della nostra specie, si deve a Giacomo Rizzolatti e alla sua equipe dell’Università di Parma, ed è una scoperta di portata eccezionale. Lo studio dei neuroni specchio ci dà la possibilità di capire cosa sia l’empatia e quale sia il suo legame con i processi affettivi e di apprendimento. Imitare le emozioni del simile dà al bambino l’opportunità di identificarsi, portando dentro di sé i modelli familiari, e di capire la distinzione tra il bene e il male (relativamente ai codici morali vigenti nel mondo) in virtù dei sentimenti che egli legge sul volto degli adulti. Inoltre, l’imitazione gli consente di dare valore agli insegnamenti sia morali che intellettuali, che così gli indicano la via per integrarsi in famiglia e nella società. L’empatia, dunque, è alla base dell’intera vita sociale: rende solide e proficue le relazioni di accudimento, fa in modo che le relazioni affettive attecchiscano e creino coppie, famiglie e amicizie, infine rende possibili le più complesse relazioni che si hanno col mondo storico-sociale in quanto individui di un certo gruppo e cittadini di una nazione. Tuttavia, secondo alcune nuove teorie, l’empatia non è solo un dono; in parte essa può divenire una disgrazia. Il bambino empatico, infatti, acquisisce modelli di condotta che funzionano dentro di lui come dei “comandi”: legge con singolare immediatezza i desideri degli adulti, si identica con loro, pertanto può solo compiacere le attese di coloro che ama o da cui dipende. Se, invece, avverte la necessità di porre in atto pensieri e comportamenti diversi dai modelli appresi, cade dapprima nell’ansia, poi nella vergogna

e nel senso di colpa, quindi nel blocco e nell’inibizione. L’empatia, dunque, è sia la base naturale della socialità, della cultura e di sentimenti meravigliosi come l’amicizia, la compassione e l’amore, sia, allo stesso tempo, la trappola fatale che può produrre conflitto interno, ansia e nevrosi. L’empatia è la base dell’intelligenza perché attraverso l’imitazione e la cognizione degli stati d’animo altrui si possono dedurre l’ordine delle relazioni affettive e sociali, i complessi di valori che le organizzano, gli schemi di comportamento individuali e collettivi, l’agio e il disagio delle persone che incontriamo, le alternative possibili al mondo in cui si vive, i simboli che mediano l’intero planetario della cultura. Ma l’empatia è altresì base della nevrosi perché l’imitazione implica l’interiorizzazione, quindi il portare dentro di sé identità, valori e schemi che possono non funzionare, che possono produrre delusione e rabbia, che possono mettere il soggetto contro se stesso, perché ripudiare o odiare un genitore che è stato portato dentro di sé o un sistema di valori che è stato dedotto per identificazione è essere in dolorosa lotta con se stessi. Mentre ormai sappiamo dove e come nascono l’empatia e i suoi disturbi, non sappiamo ancora quali e quante centinaia di geni sono implicate nell’attivazione anche di una sola, semplice emozione. Evidente, pertanto, che la psicoterapia dovrà essere mirata a analizzare le relazioni affettive, le identificazioni e i modelli interiorizzati al fine di risolvere i conflitti interni alla personalità.

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ORIZZONTE GIOVANI di Luca Baselice

Giovani! Non finisce qui! Prepariamoci a partire! L’11 giugno, alle ore 9, nel Convento S. Pasquale dei Frati Minori, ci siamo riuniti, con il consiglio regionale Gifra. Non certamente per salutarci, visto che l’anno fraterno e formativo volge al termine a causa della pausa estiva. Al contrario, l’esperienza estiva dei giovani francescani della Gifra di Campania e Basilicata continua senza sosta e con altrettanta voglia di vedersi e programmare gli eventi meravigliosi di annuncio e di testimonianza che sono oramai imminenti. Per l’evento Gifra adolescenti, è previsto il periodo estivo dal 27 al 31 luglio ad Assisi, presso la struttura francescana “Casa Leonori”. Anche i nostri adolescenti vivranno un’esperienza entusiasmante e coinvolgente, in compagnia del serafico Padre san Francesco e di santa Chiara di Assisi. Per i giovani e gli adulti, animatori e assistenti, c’è l’esperienza della “Giornata Mondiale della Gioventù a Madrid”. Dal 13 al 21 agosto, la Gioventù

francescana d’Italia, partirà alla volta di Madrid, toccando varie tappe spirituali di questo cammino. Innanzitutto, si passerà per Torino, per fare visita alla Sacra Sindone, poi si farà tappa a Lourdes, per consacrare la Gioventù francescana alla Vergine Immacolata e poi si ripartirà alla volta di Madrid, dove i nostri giovani si uniranno al resto dei giovani che verranno non soltanto dall’Italia, ma da ogni parte del mondo; dove si alloggerà in palestre, scuole, strutture adibite all’accoglienza dei giovani. Durante questo periodo estivo denso di impegni e di emozioni, accompagniamo i nostri giovani con la preghiera e con l’augurio di coinvolgere tutti con il fuoco dell’amore per Gesù Cristo, così com’è accaduto per Francesco e Chiara di Assisi. Che Iddio Altissimo, Sommo Bene, benedica i vostri passi e faccia si, che possiate seminare gioia e pace ovunque!

Come il sale... «Come il sale dà sapore al cibo e la luce illumina le tenebre, così la santità dà senso pieno alla vita, rendendola riflesso della gloria di Dio. Quanti santi, anche tra i giovani, annovera la storia della Chiesa! Nel loro amore per Dio hanno fatto risplendere le proprie virtù eroiche al cospetto del mondo, diventando modelli di vita che la Chiesa ha additato all’imitazione di tutti. Cari giovani, è l’ora della missione! Nelle vostre diocesi e nelle vostre parrocchie, nei vostri movimenti, associazioni e comunità il Cristo vi chiama, la Chiesa vi accoglie come casa e scuola di comunione e di preghiera. Approfondite lo studio della Parola di Dio e lasciate che essa illumini la vostra mente e il vostro cuore. Traete forza dalla grazia sacramentale della Riconciliazione e dell’Eucaristia. Frequentate il Signore in quel “cuore a cuore” che è l’adorazione eucaristica» (Giovanni Paolo II).

Visita il nostro sito Gi-Fra. Campania - Basilicata

www.gifracampaniabasilicata.org 8


DIALOGO di Edoardo Scognamiglio

Maria nel Corano... Una testimonianza di amicizia Carissimi amici, il 16 giugno 2011, ho avuto la gioia di presentare a San Remo, alla presenza di diversi esponenti del mondo religioso e della cultura, il saggio dell’imam Yahya Pal-lavicini, dedicato alla sura di Maria. Vi riporto la lettera di ringraziamento che lo stesso imam mi ha inviato da Milano lo scorso 20 giugno.

Carissimo Edoardo, desideravo trasmetterti i miei ringraziamenti per aver condiviso alcuni momenti insieme sulla vergine Maria nell'ambito del dialogo tra credenti musulmani e cristiani. A Milano, Brescia, Torino, Padova, Vicenza, Bologna, Piacenza, Pisa, Firenze, Genova, Imperia, Roma, ho avuto occasione di seguire un percorso di manifestazioni pubbliche in questi ultimi mesi che hanno attirato complessivamente migliaia di persone interessate e incuriosite dalla testimonianza di sensibilità spirituale e fraterna che il modello di Maria ispira nelle relazioni tra i rappresentanti delle nostre comunità in Oriente e in Occidente.

In precedenza, avevo dedicato l'ultimo semestre del 2010 a un primo di giro di presentazioni del mio libro di traduzione e commento del capitolo XIX del Corano “La Sura di Maria” in numerosi centri islamici italiani gestiti da musulmani marocchini, pakistani, bosniaci, turchi, senegalesi, concentrando i miei sforzi su un primo esperimento di dialogo intra-religioso nel quale l’occasione di questo libro potesse favorire la scoperta di una nuova declinazione teologica dell'identità dell'islam italiano. Il risultato è stato positivo anche se c’è molto lavoro che rimane da fare. Dall’inizio del 2011, la COREIS ha voluto promuovere una serie di eventi di presentazione pubblica del libro che mi hanno permesso di beneficiare di un ricco confronto con personalità del mondo cattolico. Una lezione alla Pontificia Università Gregoriana, un incontro condiviso con il direttore della rivista Islamocristiana del Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamici, la Fiera Internazionale del Libro di Torino con l'amico Rocco Butti-

Libano, santuario di Harissa (Madonna del Libano), meta di numerosi fedeli cristiani e musulmani.

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glione e Mons. Piero Coda, il saluto di Ernesto Olivero e Marco Vitale, la generosa simpatia del Pontificio Istituto Biblico, dell'arcivescovo di Trento, del rettore dell'Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”, del vicedirettore della rivista 30Giorni, la speranza per la nuova generazione dell'islam europeo di padre Samir Khalil Samir o di Sua Eminenza Cardinale Ravasi, fino alla fratellanza francescana di Padre Scognamiglio, tutto questo e molto altro ancora mi spinge a trasmettere a tutti insieme e ad ognuno singolarmente il mio più profondo ringraziamento per questo itinerario di crescita spirituale e intellettuale che spero continuerà a sostenermi nella delicata responsabilità che cerco di condividere per un Bene che sia veramente Comune proprio come è comune il Suo Amore e la Sua infinita Misericordia. Grazie di cuore. Sinceri auguri di Pace. Imam Yahya Pallavicini Presidente del Consiglio ISESCO per i musulmani nel mondo non islamico.


MISSIONI di Lidia Tetta Cassano

La mia India

Forse non tutti possono comprendere la gioia che sento quando ho l’opportunità di ricordare e di parlare dell’esperienza vissuta più volte, cioè dei miei viaggi in India, ospite della giovane Provincia francescana dei frati minori conventuali. Nel mese di dicembre 2010 sono partita per la quarta volta verso il sud dell’India, nello stato del Kerala, un paese di grande bellezza paesaggistica con i suoi colori, suoni, rumori e sapori forti, con persone ospitali che fanno esperienza di pacifica convivenza di varie religioni. Ho iniziato il mio viaggio recandomi a visitare i bambini del centro di Coibatur, malati di Hiv-Aids, per stare un pò con loro, per incontrarli trascorrendo momenti di grande gioia. Essendo vicino il Natale, ho regalato loro un amplificatore con casse e microfoni: appena montato l’apparecchio, che gioia negli occhi di questi bambini alle prese con i microfoni per parlare e poi sentire la loro voce, alta e chiara! Con questo amplificatore, i loro prossimi recitals saranno più ricchi. Il 26 dicembre, sono stati ordinati sacerdoti nove frati, tra cui anche Fr. Tony, che ho aiutato negli studi di Filosofia e Teologia per otto anni. È stata una grazia di Dio vederli tutti insieme, attorniati dai loro genitori. Non posso dimenticare i loro occhi brillare di gioia, con qualche lacrima. Indimenticabili anche i lunghi viaggi di tante ore per essere presenti tutt’insieme alla loro prima Messa nelle rispettive parrocchie di appartenenza: il paese o villaggio preparato a festa per accogliere il novello sacerdote. Essendomi fermata in India per oltre un mese, sono riuscita a cucire tante tonache ai frati, tovaglie varie per gli altari di diversi conventi, ho sistemato tanti indumenti dei frati chierici, cercando di essere utile per le loro necessità: tutti mi chiamavano “mamma”. Per me sono tutti miei figli. Dall’esperienza con loro, si torna ricchi dentro, con il desiderio di tornare ancora. Non ho potuto ancora realizzare un altro loro desiderio: quello di un rigeneratore per la corrente. Spero di poterlo fare con il contributo di chi vorrà dare un aiuto. Ho ancora un grande sogno per loro, che credo si realizzerà presto. Ma lo racconterò in seguito...

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LITURGIA di Giuseppe Falanga

«Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente» (Lc 1,49) La solennità dell’Assunta, un segno profondamente eloquente La comunità cristiana, tutti i giorni, ripete con Maria il “Magnificat”, ma nella festa dell’Assunta lo fa in modo particolarmente festoso. Insieme a Maria ci accostiamo non tanto alla soglia della casa di Zaccaria dove ella, dopo l’annunciazione, si recò per far visita ad Elisabetta, quanto piuttosto alla soglia del mistero della sua assunzione. L’assunzione: mistero glorioso del rosario; l’assunzione: mistero di Dio, manifestato in colei che è stata scelta tra gli uomini nel modo più singolare. Sì, l’Onnipotente ha davvero operato in lei grandi cose! Fu “piena di grazia” sin dall’inizio della sua esistenza terrena, poiché così era stata concepita dall’Eterno Padre per essere la Madre del Figlio di Dio incarnato. La Chiesa oggi, ancora una volta, guarda a questo ineffabile mistero che evoca, in modo sovrabbondante, l’alleanza di Dio con l’umanità e insieme la divina Maternità di Maria. Essa fissa i suoi occhi sulla maternità della Vergine e ne venera la rara bellezza. Uomini ricchi di genio sono rimasti affascinati lungo i secoli dal fulgore della Vergine, diventata Madre di Dio per opera dello Spirito Santo. Quanti pittori, scultori, scrittori, poeti e musicisti hanno cercato di far brillare, col loro talento artistico, la bellezza di Maria nella storia dell’umanità! E quanti pensatori e teologi hanno tentato di approfondire il mistero di colei che è “piena di grazia” e “assunta in cielo”! Ogni mezzo espressivo umano, tuttavia, pare arrestarsi a un limite. La bellezza della Madre di Dio scaturisce da Dio; essa è più “all’interno” che “all’esterno”. Il salmista, che nell’odierna liturgia proclama il fascino regale di Maria, sembra indicarne la sorgente misteriosa quando esclama: «Dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre; al re piacerà la tua bellezza» (Sal 45,11-12). E questo non indica forse che il fascino della Vergine proviene da Dio? Sì, esso è da Dio stesso, ma nello stesso tempo appartiene al nostro mondo; infatti proviene tutto dal Figlio, il Verbo eterno incarnato. Noi contempliamo l’umano splendore di Maria già nella grotta di Betlemme, nella fuga in Egitto per sottrarre il Bambino ai disegni crudeli di Erode; esso ci appare nella casa di Nazaret e a Cana di Galilea. In modo particolare, però esso risplende sul Calvario, dove Maria, «non senza un disegno divino, se ne stette” ai piedi del Redentore crocifisso, come insegna il Concilio

Vaticano II» (Lumen gentium, 58). Sì! La divina bellezza di Maria, Figlia di Sion, appartiene intimamente al nostro mondo umano. Essa si iscrive nel cuore stesso della storia di ciascuno di noi nella storia della nostra salvezza. La liturgia della solennità dell’Assunzione ci ricorda che l’uomo è posto sulla terra tra il bene e il male, tra la grazia e il peccato. La vittoria della luce e della grazia è il risultato di una lotta. Così avviene nella vita dell’uomo; così succede nella vita di ciascuno di noi; così si verifica anche nella storia scritta dai popoli, dalle nazioni e dall’intera umanità. Proprio per questo, allora, l’Assunta è un segno profondamente eloquente. Un segno vero, che mentre indica il regno di Dio, il quale si realizza totalmente nell’eternità, non cessa di mostrare le vie che conducono a quest’eternità divina. Su tutte queste strade ogni uomo può incontrare Maria. Anzi ella stessa viene verso ciascuno di noi, come si recò presso la casa di Zaccaria per far visita a Elisabetta.

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DABAR di Cyrille Kpalafio

Il cammino d’Israele nel deserto Il testo che ho scelto (Es 15,22ss.) comincia direttamente quando Israele esce vittorioso dal mar rosso, canta con Mosè e Miriam il bellissimo canto che conosciamo tutti: il canto del mare, fino alla guerra contro Amalek. Sappiamo che prima del mar rosso, il popolo era schiavo in Egitto, il Signore a un certo momento della sua vita si fa presente e lo fa uscire dall’Egitto (simbolo della schiavitù) per farlo entrare nella terra promessa (simbolo della libertà, dell’autonomia e del benessere), ma tutto questo attraverso il deserto. I verbi uscire ed entrare fanno parte dell’esperienza di ogni uomo che vive la fede in Dio. il Signore fa uscire Israele dalla schiavitù del peccato per farlo entrare in lui, nel senso di farlo entrare nella libertà di figlio, lo toglie dalla servitù affinché possa fare l’esperienza del servizio; e sappiamo che chi serve è libero, lo fa perché lo vuole e lo desidera, lo schiavo è costretto e deve fare senza chiedere il perché. Tutto questo attraverso il deserto, che in questa esperienza fa da ponte, perché nel deserto Israele diventa un popolo (vive insieme l’esperienza di Dio: fraternizza per servire Dio), impara a conoscere se stesso, a conoscere il vero volto di Dio e a convivere con i propri fratelli. E così spero che il nostro deserto ci farà fare lo stesso percorso, della conoscenza di noi stessi, del vero volto di Dio e della convivenza fraterna. Sopravvivere nel deserto non era facile per un popolo come quello d’Israele, abituato alla vita sedentaria nella fertile vallata del Nilo. Il deserto è una zona

inospitale, con alte montagne, gole profonde ed un’assenza quasi totale di vegetazione. Conclusa l’epopea del passaggio del mare, si aprono ora davanti a Israele queste distese desertiche. Le tappe sono scandite da altrettanti episodi che accompagnano Israele nel suo cammino e nel suo rapporto con Dio. Israele arriva prima a Mara dopo tre giorni di viaggio senza acqua, e qui trova l’acqua di Mara che è però amara e mormora, ecco la prima esperienza che fa Israele di Dio, protesta a mormora, lo farà subito poco dopo per la mancanza del cibo; se abbiamo notato, Israele protesta e mormora per due cose importanti: sete e fame. Il verbo mormorare esprime la resistenza alla salvezza offerta da Dio, è espressa anche con il verbo lawan (protestare). Indica l’opposizione d’Israele a Dio e al suo interessamento (Es 15,24; 16,2.8; Sal 78,19). Si tratta di un’opposizione aspra e insistente (Es 17,7), segno di grande sfiducia. Dopo l’esperienza della sete e della fame, Israele fa un'altra esperienza, quella della guerra contro Amalek (Es 17,8ss). Gli amalaciti formano una popolazione che diverrà quasi un simbolo dei nemici di Israele anche nella storia successiva (Dt 25,17-19), che per noi, è il simbolo di qualsiasi cosa che blocca il nostro cammino spirituale verso Dio: può essere l’odio o la rabbia, l’amor per il potere o altre tentazioni... Come Israele supera questo nemico affinché possa continuare il suo cammino verso la terra promessa? Attraverso il bastone di Dio e la 12

mano alzata di Mosè (Es 17,9.11). “Alzare un bastone” o uno stendardo su un’altura era gesto di richiamo, di mobilitazione per tutti i guerrieri (Is 5,26). Il bastone aveva la funzione delle nostre bandiere. Il “bastone di Dio” indica che Mosè convoca alla guerra il Signore, e il Signore è presente nella battaglia finché il bastone rimane alzato come un vessillo. Mosè appare, in questo episodio, come intercessore perfetto: le mani levate al cielo sono segno della preghiera. Tutto il racconto è costellato di segni liturgici per ricordare che la vittoria è frutto dell’azione divina: le mani alzate, il “bastone di Dio”, l’ascesa sul monte sacro, l’altare eretto e consacrato al Signore, “vessillo” di vittoria per Israele, e l’oscura formula conclusiva che ha il tono di un inno di guerra, col quale si proclama l’inimicizia che regnerà anche poi tra la tribù di Amalek e Israele. Questa esperienza ci fa vedere l’arma che vince ogni nemico: la preghiera, solo e soltanto essa può liberarci.


FAMIGLIA di Gianfranco Grieco

A Milano il 7° Incontro Mondiale delle Famiglie

Il 7° Incontro Mondiale delle Famiglie si terrà a Milano nel 2012, sul tema “La Famiglia, il lavoro e la festa”. Il cardinale Dionigi Tettamanzi ha affermato che tale appuntamento «impegna tutta la Chiesa di Milano ad accrescere ancora di più l'attenzione pastorale verso “la cellula fondamentale della società”, in questo anno in cui, nella nostra Diocesi, giunge al suo culmine il triennio dedicato al tema della Famiglia». Gli Incontri Mondiali delle Famiglie sono nati per iniziativa di Giovanni Paolo II. Nel 1994 si svolse a Roma in occasione dell’Anno Internazionale della Famiglia proclamato dalle Nazioni Unite. Poi, nel 1997, a Rio de Janiero; ancora a Roma nel 2000 in occasione del Giubileo. Successivamente a Valencia nel 2006 e a Città del Messico nel 2009. Il lavoro e la festa sono intimamente collegati con la vita delle famiglie: ne condizionano le scelte, influenzano le relazioni tra i coniugi e tra i genitori e i figli, incidono sul rapporto della famiglia con la società e con la Chiesa. La Sacra Scrittura (cf. Gen 1-2) ci dice che famiglia, lavoro e giorno festivo sono doni e benedizioni di Dio per aiutarci a vivere un’esistenza pienamente umana. L’esperienza quotidiana attesta che lo sviluppo autentico della persona comprende sia la dimensione individuale, familiare e comunitaria, sia le attività e le relazioni funzionali, come pure l’apertura alla speranza e al Bene senza limiti. Ai nostri giorni, purtroppo, l’organizzazione del lavoro, pensata e attuata in funzione della concorrenza di mer-

La famiglia, il lavoro e la festa cato e del massimo profitto, e la concezione della festa come occasione di evasione e di consumo, contribuiscono a disgregare la famiglia e la comunità e a diffondere uno stile di vita individualistico. Occorre, perciò, promuovere una riflessione e un impegno rivolti a conciliare le esigenze e i tempi del lavoro con quelli della famiglia e a ricuperare il senso vero della festa, specialmente della domenica, pasqua settimanale, giorno del Signore e giorno dell’uomo, giorno della famiglia, della comunità e della solidarietà. Il prossimo Incontro Mondiale delle Famiglie costituisce un’occasione pri-

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vilegiata per ripensare il lavoro e la festa nella prospettiva di una famiglia unita e aperta alla vita, ben inserita nella società e nella Chiesa, attenta alla qualità delle relazioni oltre che all’economia dello stesso nucleo familiare. L’evento, per riuscire davvero fruttuoso, non dovrebbe però rimanere isolato, ma collocarsi entro un adeguato percorso di preparazione ecclesiale e culturale.


PASTORALE di Angela Pecora

Comunicare il Vangelo oggi “La comunicazione del Vangelo oggi”. Questo il tema del convegno pastorale che si è tenuto sabato 7 maggio 2011, nel convento di “San Francesco” dei Frati minori conventuali di Baia Domizia. L’iniziativa, che si pone all’interno delle celebrazioni del IIIº centenario della morte del beato Bonaventura da Potenza, ha visto una buona partecipazione di frati e di laici cattolici impegnati, arrivati a Baia Domizia da Potenza, Ravello, Napoli, Maddaloni, Nocera. A moderare l’incontro padre Damiano Antonino che ha aperto i lavori con una bellissima e suggestiva liturgia di accoglienza sul meraviglioso messaggio del Beato Giovanni Paolo II: “Non abbiate paura”. A seguire un breve intervento del ministro provinciale dei frati minori conventuali, padre Edoardo Scognamiglio, che ha ricordato la figura di Giovanni Paolo II, proprio nel contesto della comunicazione, nel vivere il suo rapporto con i mass media, evidenziando come il Santo Padre è stato un grande comu-

nicatore della parola. “La gente ha bisogno di una parola autentica, questa parola è il messaggio della salvezza. È Cristo stesso. E di questa parola voi siete gli annunciatori”. Inoltre –il ministro provinciale – ha sottolineato come il Beato Bonaventura, più di 300 anni fa, ha comunicato Cristo in una maniera attuale ancora oggi, e che se fosse stato presente in questo tempo, avrebbe vissuto la stessa via di santità, sicuramente “obbedendo” alle attuali leggi della chiesa, perché oggi come ieri, vivere il Vangelo, rimane la via essenziale per una vita santa e al servizio dei fratelli. Il giornalista e inviato del Tg3 della Campania, il professore Nico De Vincentiis, ha relazionato su come “Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”. Facendo riferimento al messaggio del Beato Giovanni Paolo II “Non abbiate paura”, ha sottolineato che “oggi la paura è lo scenario della nostra epoca. I media, la comunicazione ci spingono a vedere questa paura dietro ogni angolo della nostra

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vita, vivendo come un effetto torcia. E così si rende l’uomo ostile, apatico alla conoscenza, alla gioia di essere parte di un mondo che chiede di comunicare e penetrare i silenzi. Ma il rischio che oggi osserviamo – ha sottolineato ancora l’illustre relatore – è quello di vivere quel silenzio assordante davanti ad uno schermo di un pc, dove la stretta di mano all’amico diventa la stretta del mouse e, complici di questa società moderna, dimentichiamo molto spesso come si vive il vero rapporto con le persone, dimentichiamo quello che è la vera comunicazione. Prima la notizia faceva storia. Gesù, la notizia, ha fatto storia. Oggi purtroppo questa notizia che ha fatto la storia non fa più notizia, perché non c’è più emozione, bisogna farla diventare emozione ma, alle volte, si rischia di banalizzare tutto e quindi non diventa più elemento di crescita. È semplicemente perdita di interiorità, incontro superficiale, sostituzione di verità con opinioni.


E oggi la chiesa rischia di vivere questo specie quando entra in questo circolo mediatico. Infatti, i linguaggi della Chiesa dovrebbero essere profetici, gioco questo della comunicazione, del potere. Ma ci si accorge che solo le minoranze si esprimono con un linguaggio profetico. Dopo una attenta riflessione su come comunicare la Buona Novella, il professore Nico De Vincentiis ha concluso il suo intervento rimarcando che “la chiesa deve comunicare con coerenza, con incisività e in maniera comprensibile ma deve anche saper

ascoltare. Ascoltare anche quando il rumore ci sovrasta, deve saper scorgere quelle voci che fanno rumore”. Il secondo intervento ha visto padre Cosimo Antonino, guardiano e parroco della parrocchia Beato Bonaventura a Potenza, che è intervenuto su “La comunicazione del Vangelo nell’esperienza del B. Bonaventura da Potenza” evidenziando che “non si può comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, se prima non si passa a una educazione alla vita buona del Vangelo, se prima non diventiamo discepoli del Signore Gesù, del Maestro che non cessa di educare a una umanità nuova”. Facendo riferimento al beato Bonaventura, che ha rivestito il ruolo sia di formando che di formatore, padre Cosimo Antonino ha sottolineato che, per il frate francescano, “il senso della sua chiamata al seguito di Cristo, mediante la spiritualità di san Francesco d’Assisi, era conoscere Cristo e il suo Vangelo per formare la sua intelligenza e la sua capacità di amare, perché l’essere sacerdote francescano è portare amore, amore al Cristo povero e crocifisso, amore ai tanti crocifissi di oggi. Il beato Bonaventura fu un vero Uomo di Dio, l’altoparlante di Dio, il canale attraverso il quale parla la voce stessa di Dio. Egli fu una figura dav-

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vero originale per quei tempi. Infatti, diede vita a una vera e propria azione apostolica, quella della reazione a catena, facendo ricorso all’aiuto di tanti neoconvertiti per annunciare, per evangelizzare, per testimoniare rendendo i suoi seguaci dei veri apostoli tra la gente. Anche la sua morte fu un mezzo efficace di azione pastorale, perché testimoniò fino alla fine la sua fede nel Cristo. Infatti, il santo lucano ripeteva spesso che “chi ha fede è onnipotente ed ottiene da Dio ciò che vuole”. Al termine del convegno, padre Edoardo Scognamiglio ha concluso con questo messaggio: “Ognuno di noi deve imparare a scrivere sulle pagine della carità e della fede, testimoniando l’unica certa verità che è Dio, cercando appunto di imitare i nostri santi: Francesco d’Assisi che mise in pratica il Vangelo alla lettera, senza aggiunte. Il beato Bonaventura da Potenza che, nella Croce, quella che stringe nel pugno della sua mano, ha scorto il segno divino universale di speranza e di fiducia per le attese di ogni uomo, donando amore senza riserve perché solo questo è il vero contrassegno del seguace di Cristo. L’amore ci rende liberi e veri comunicatori di Cristo ovunque”.


FORUM di Angela Pecora

Bonaventura da Potenza: uomo di Dio “La città e il suo Santo 1711-2011” è la frase che recita sui tanti manifesti affissi nella città di Potenza per ricordare e, soprattutto celebrare, i 300 anni della morte del Beato Bonaventura. L’iniziativa, promossa dalla comunità parrocchiale a lui intitolata, con in testa il parroco, padre Cosimo Antonino e dall’Amministrazione comunale, nella figura del sindaco ing. Vito Santarsiero, ha visto un ricco cartellone di manifestazioni, sia religiose che civili, dare onore al suo Santo. Da sottolineare che tale evento, vissuto al centro storico e nel splendido scenario della chiesa di San Francesco d’Assisi, luogo dove appunto il Beato Bonaventura sentì la chiamata di Dio, ha voluto dare eco per far conoscere “la storia” alle nuove generazioni. Riportare nuovamente l’emozione nei ricordi dei tanti potentini e non, di questa mirabile figura che non può essere dimenticata ma che, al contrario, ci deve rendere fieri ed orgogliosi di vantare la gloria e la “fortuna” di avere un Santo concittadino. Il Beato Bonaventura da Potenza in questi anni è stato un po’ dimenticato, chi lo venerava forse oggi non c’è più, la sua casa natale è diventato un luogo di

culto, quindi una chiesa come tutte le altre. La provincia religiosa dei frati minori conventuali di Napoli, ad ottobre scorso ha aperto ufficialmente l’anno Bonaventuriano, cioè anno di preparazione per il III centenario della morte del Beato, che vede impegnati non solo la comunità dei frati, ma anche le città di Potenza e la città di Ravello, i vari conventi dove il Beato ha operato. Le celebrazioni toccheranno l’apice il 26 ottobre prossimo, giorno della sua morte. Nel nome del “martire dell’obbedienza”, dal 2006 sia la città che gli ha dato i natali che la città che lo ospita hanno instaurato un rapporto particolare ed intenso, grazie all’emozionante peregrinatio a Potenza delle spoglie del Beato Bonaventura. Furono quelli momenti di fede viva e di grande commozione, momenti indimenticabili ed intensi, momenti che la comunità parrocchiale del Beato Bonaventura , oggi, in questa settimana a lui dedicato ha rivissuto in pieno. All’iniziativa, volutamente inserita nel cartellone della festa patronale, quindi del Maggio potentino, hanno partecipato con interesse non solo i tanti devoti, fedeli, il Terzo Or-

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dine Francescano ma ha visto la piena risposta e l’interesse profuso dalla diocesi di Potenza e da tutti i vescovi della regione Basilicata. Per una settimana Mons. Ligorio, vescovo di Matera-Irsina, mons. Orofino vescovo di Tricarico, mons. Todisco vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, mons. Nolè vescovo di Tursi-Lagonegro e il nostro arcivescovo, mons. Superbo vescovo di Potenza-Marsico Nuovo -Muro Lucano, nell’officiare le sante messe animate dalla corale del Beato Bonaventura, hanno rimarcato la straordinarietà del Beato. Chi ha parlato della vocazione e della sua chiamata, chi dell’obbedienza, del suo essere apostolo di carità, chi del suo annunciare la Parola e della sua missione, chi dell’autenticità di vero uomo di Dio e servo fedele di San Francesco. Per una settimana abbiamo respirato tutti “aria di santità”. Sì, le omelie così minuziosamente espletate hanno fatto eco nei cuori dei tanti presenti. Da registrare una folta partecipazione anche alla messa animata dalle famiglie francescane che ha visto la presenza di padre Angelo Di Vita, neo eletto ministro provinciale dei frati Cappuccini. In questa seconda settimana di maggio il pellegrino della costiera fa ritorno


nella sua città montuosa. Fa ritorno nel 1962 e nel 2006, in queste due peregrinatio a cui è stata dedicata una bellissima mostra fotografica allestita nel palazzo di città. Su quelle foto si evince la grande fede di un popolo che non vuole dimenticare. Si evince la emozione, l’interesse, la curiosità, la preghiera, la richiesta di grazie, la fiducia di tanti uomini e donne che affidano al Beato i propri pensieri. Vedere piazza Prefettura stracolma di gente ci fa pensare che tutto sommato questo Santo ha lasciato un segno in questa città che ha abbandonato all’età di 15 anni. Ma fa ritorno anche in un interessante convegno tenutosi al teatro Stabile che ha registrato una bella presenza nonostante la tarda ora. Hanno partecipato il vescovo mons. Agostino Superbo, il sindaco Vito Santarsiero, lo storico don Gerardo Messina, il ministro provinciale dei frati minori conventuali padre Edoardo Scognamiglio e il relatore e studioso del Beato Bonaventura, padre Raffaele Di Muro. Mons. Francesco Antonio Nolè nella sua omelia ha sottolineato che “è pur vero che abbiamo dedicato l’intitolazione di una parrocchia, quella sita a contrada Malvaccaro, ma che sono appena dieci anni

che sia il parroco che la comunità lavora attorno a questa figura per farlo conoscere. Ma c’è ancora tanto da fare –continua mons. Nolè- soprattutto intensificare le preghiere e la conoscenza di questo frate francescano, che come San Francesco d’Assisi, ha saputo abbracciare il Vangelo, ha saputo abbracciare la Croce di Cristo ed ha vissuto totalmente quello che è il messaggio di Dio, perché oggi come ieri il Vangelo è sempre lo stesso e non cambia a seconda dei tempi. E’ doveroso e giusto conoscere questa persona che tempo fa stava seduto in questi banchi, meditava passeggiando nel chiostro–conclude il vescovo di TursiLagonegro- tutti abbiamo il dovere di amplificare quello che il Beato Bonaventura ha testimoniato, nel servizio ai poveri, adottando il Vangelo della carità con gli ultimi, amando il Vangelo dell’obbedienza, affinchè questo “Uomo di Dio e di preghiera” possa giungere alla piena e definitiva sua gloria”. Dopo 40 anni, la città di Potenza ha riprovato entusiasmo ed emozione nel portare in processione la statua del Beato Bonaventura per le vie del centro storico. Per un attimo il Beato ha ripercorso quello che aveva lasciato tantissimi anni fa, quella

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strada che da giovanetto lo portava da vico Busciolano alla chiesa di San Francesco affascinato dai tanti frati e dalla loro regola. Così dopo questa ricca settimana di preghiera, di canti, di arricchimento spirituale, di fede, il Beato Bonaventura ha concluso trionfalmente i festeggiamenti. In una via Pretoria gremita di gente, che da un lato e l’altro della strada si fermava facendo il segno di croce, osservando questo lungo corteo fatto di chierici, di sacerdoti, di fedeli in preghiera, di terziari francescani. Accompagnato dalla congrega del Sacro Pio Monte, dai Portatori del Santo, (quelli che portano il patrono della città, San Gerardo vescovo), dalle Autorità civili e militari e solennizzato dalla banda musicale di Pietragalla, vedeva ergersi in alto, questa statua, circondata da fiori, soprattutto circondata dall’amore di tanti suoi devoti. Qualcuno si chiedeva il perché di tale processione, qualcuno ha confuso il Beato con San Francesco o Sant’Antonio, qualcuno incuriosito faceva domande cercando di capire chi fosse questo Beato Bonaventura, qualcuno, finalmente, oggi potrà dire che, almeno in parte, “la città ha conosciuto davvero il suo Santo”.


VOCAZIONE di Alfredo Avallone

“Vedere” la vita come dono Vedere, osservare, guardare, conoscere e riconoscere... sono attività legate all’uomo di sempre... Intendiamoci! Non si tratta di qualcosa di semplice e scontato! Si possono “vedere” delle cose senza “guardarle” veramente, così come si possono anche “guardare” le cose senza riuscire a “vederle” in tutta la profondità che si dovrebbe. Immagini di ogni genere passano davanti ai nostri occhi quotidianamente: marito, moglie, figli, genitori, parenti, amici, la folla della strada, i colleghi di lavoro, i compagni di classe...; la nostra stanza, la casa, la macchina, il vestito, il cibo, il giornale, la città, il paese, il mondo intero, il cielo e la creazione...; avvenimenti di ogni genere... Eppure, non tutte sono oggetto della nostra attenzione; solo alcune sono particolarmente presenti ed anche di queste non tutte sono oggetto della nostra passione. Se questo è vero, e l’esperienza quotidiana ne da conferma, bisogna riconoscere che il “vedere” è qualcosa di veramente prezioso e sicuramente non è una realtà semplice e scontata, specie quando voglio “vedere qual è la mia strada della felicità”: questo “vedere” è determinato dal desiderio di una comprensione chiara e distinta di ciò che esiste, ed è guidato dal cuore che cerca con gli occhi nella realtà solo ciò che ha già trovato nel suo cuore! Sono trascorsi già XX secoli da quando alcuni greci, saliti al tempio di Gerusalemme, espressero il desiderio: «Vogliamo vedere Gesù!» (Gv 12,21); e che dire del primo annuncio ai discepoli da parte di una donna, Maria di Màgdala: «Ho visto il Signore!» (Gv 20,18); è certamente viva in noi l’immagine dei discepoli di Emmaus quando allo “spezzare del pane” «si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24,31).

Da allora milioni e milioni di persone di ogni cultura e di ogni credo si sono incontrati o scontrati con Gesù Cristo, mossi dal desiderio di “vederlo”, di “conoscerlo e riconoscerlo”, di comprendere “quale strada seguire per la propria felicità”! Ma è possibile “vedere Gesù”? È veritiera l’affermazione di Maria di Màgdala? Perché noi facciamo così fatica a riconoscerlo nella nostra vita quotidiana tra le tante immagini, interessi e passioni che viviamo? Perché lui, il Figlio di Dio, il Salvatore, la Luce, la Bellezza, la Potenza non si impone ai nostri occhi? I vangeli ci narrano di Gesù i cui occhi si chinano dolcemente sull’uomo per invitarlo alla vita: così «mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli… e disse loro: “Venite dietro a me…” andando oltre vide altri due fratelli…» (Mt 4,18-19.21). Gesù regala uno sguardo che fa essere persona, ridona dignità, guarda a fondo, nel cuore con le sue fatiche del vivere, le difficoltà nel trovare punti di riferimento, guide sicure che accompagnino la sua vita: «Vedendo le folle ne sentì compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore…» (Mt 9,35-38). È Gesù stesso che si fa vedere, che si mostra, si manifesta all’uomo incrociandolo sulla strada della sua quotidianità. La sua missione tra gli uomini è specificamente quella di “chiamare l’uomo”, di chiamare l’uomo ad una vita piena! Pensando al velo che separa l’umano dal divino, pensando alle “cataratte” dei nostri occhi, il male radicale, lo sguardo di Gesù è prima di tutto un chiamare l’uomo a guarigione e a salvezza dal dubbio e dalla disarmonia insinuato dall’antico serpente. Lo sguardo di Gesù è poi un atto di benevolenza e di fecondità, un concedersi all’uomo chiamandolo a sé. Non esiste un brano evangelico, o un incontro, o un dialogo, che non abbia un significato vocazionale, che non esprima, direttamente o indirettamente, una chiamata da parte di Gesù. Dunque, Gesù si mette nella condizione di essere visto dall’uomo chiamandolo per nome. A che cosa chiama Gesù? A seguirlo per essere ed agire come lui, per fare, come lui, della vita un dono. 18


COSTUME E SOCIETÀ di Vincenzo Picazio

L’italiano come lingua della cultura in America Un nuovo fenomeno di massa sta contagiando gli studenti universitari statunitensi: imparare l’italiano. Negli anni ’50 l’italiano era identificato con il dialetto che parlavano i muratori, i giardinieri e i camerieri dei ristoranti. Mezzo secolo dopo, la nostra lingua si è presa la rivincita, in crescita costante da dieci anni, ora è la quarta più studiata nelle università americane e oltre 60mila ragazzi nel 2006 hanno scelto di seguire un corso di lingua e cultura italiana. Negli Stati Uniti ci sono nuove cattedre d’italiano un po’ ovunque, perfino in Alaska e alle Hawaii, ne sono appena state aperte due a Puerto Rico. Tra le possibili ragioni per questo boom si deve sicuramente considerare che è sparita l’idea dell’italiano come emigrante: oggi la nostra lingua si è liberata da quell’immaginario ed esprime un’idea di cultura e di stile. Il successo dei prodotti italiani è servito da traino, basti pensare alla moda e al cibo. L’Italia ha cambiato il modo di vestire e di mangiare degli americani e questo li ha conquistati. Infine, è rinata la moda del Grand Tour: più di 80 università americane hanno una sede a Firenze. Per un giovane studente oggi il viaggio in Italia rappresenta una tappa fondamentale di formazione.

pochi; oggi c’è un approccio interdisciplinare che ha conquistato molti studenti: arte, letteratura, cinema, musica e anche la cultura del cibo procedono insieme. L’italiano è vissuto come una lingua polisensoriale capace di aprire le porte al “bello”. Negli anni ’60, secondo le statistiche della Modern Language Association, 11mila ragazzi studiavano italiano, nel 1970 erano saliti a 34mila, nel 1998 si supera la soglia dei 40mila iscritti, nel 2004 dei 50mila e lo scorso anno dei 60mila. Tra il ’98 e il 2002, c’è un balzo del 30%, straordinario se comparato alle altre lingue europee, che negli ultimi cinque anni si è consolidato. Ancora nel ’70, il francese la fa da padrone, con 360mila iscritti, poi comincia un declino che oggi ne fa ancora la seconda lingua studiata dietro lo spagnolo (746.000 iscritti) ma a quota 200mila. Al terzo posto c’è il tedesco, che a partire dagli anni ’70 venne identificato come la lingua europea degli affari, ma che oggi ha perso questa caratteristica di idioma indispensabile per il business, lasciando il posto al cinese, che cresce insieme al-

La summer school di Columbia University a Venezia, in cui si studiano lingua, architettura e storia dell’arte, non ha più posti disponibili. È nata solo tre anni fa, ma ha un successo clamoroso: i ragazzi vogliono scoprire l’Italia e questo è estremamente positivo. Prima, l’italianistica era lo studio approfondito della Divina Commedia, naturale che fosse per

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l’arabo. Storicamente, le cattedre di italiano erano state aperte soltanto in quelle aree degli Stati Uniti e del Canada dove c’erano i figli degli emigranti, come necessità per lo studio degli italo-americani; oggi non è più così, anche se la maggiore concentrazione resta sulla costa Est. In crescita anche il numero degli iscritti ai master e ai dottorati: si è passati da 925 del ’98 a 1100 oggi, ma siamo sotto la soglia dei 1200 iscritti sopra la quale un programma entra nella classifica federale e ha diritto ad avere finanziamenti e borse di studio. Oggi non siamo più emigranti, Renzo Piano sta per inaugurare il grattacielo progettato come sede del New York Times, Bulgari lancia la sua sfida a Tiffany con un negozio grande uguale che occupa l’angolo opposto della Quinta strada, un italoamericano come Rudolph Giuliani corre per la presidenza e il vino italiano è al primo posto tra quelli importati, davanti ad Australia e Francia. Oggi si può tranquillamente affermare che l’italiano in America è la lingua della cultura.


CREDERE OGGI di Pietro de Lucia

E se andassi a confessarmi? Non si tratta di elencare peccati formali – anche se è un bene dire esplicitamente quali azioni, di cui si è coscienti, ci hanno allontanato da Dio –, ma di dire a Dio quel che si vorrebbe cancellare, quello che ci rende inquieti. Bisogna prendere la decisione di cambiare! Soprattutto se i peccati confessati sono gravi e provocano pesanti ripercussioni su di sé e sugli altri. La confessione di lode Il primo momento lo chiamo confessio laudis, cioè confessione di lode. Invece di cominciare la confessione dicendo: «Ho peccato così e così», si può dire: «Signore ti ringrazio», ed esprimere davanti a Dio i fatti per cui gli sono grato. Abbiamo troppo poco stima di noi stessi. Se provate a pensare vedrete quante cose impensate saltano fuori, perché la nostra vita è piena di doni. E questo allarga l’anima al vero rapporto personale. Non sono più io che vado, quasi di nascosto, a esprimere qualche peccato, per farlo cancellare, ma sono io che mi metto davanti a Dio, Padre della mia vita, e dico: «Ti ringrazio, per esempio, perché in questo mese tu mi hai riconciliato con una persona con cui mi trovavo male. Ti ringrazio perché mi hai fatto capire cosa devo fare, ti ringrazio perché mi hai dato la salute, ti ringrazio perché mi hai permesso di capire meglio in questi giorni la preghiera come cosa importante per me». Dobbiamo esprimere una o due cose per le quali sentiamo davvero di ringraziare il Signore. Quindi il primo momento è una confessione di lode.

ghiera; sento in me dubbi che mi preoccupano…». Se noi riusciamo in questa confessione di vita a esprimere alcuni dei più profondi sentimenti o emozioni che ci pesano e non vorremmo che fossero, allora abbiamo anche trovato le radici delle nostre colpe, cioè ci conosciamo per ciò che realmente siamo: un fascio di desideri, un vulcano di emozioni e di sentimenti, alcuni dei quali buoni, immensamente buoni… altri così cattivi da non poter non pesare negativamente. Risentimenti, amarezze, tensioni, gusti morbosi, che non ci piacciono, li mettiamo davanti a Dio, dicendo: «Guarda, sono peccatore, tu solo mi puoi salvare. Tu solo mi togli i peccati». La confessione di fede Il terzo momento è la confessio fidei. Non serve a molto fare uno sforzo nostro. Bisogna che il proposito sia unito a un profondo atto di fede nella potenza risanatrice e purificatrice dello Spirito. La confessione non è soltanto deporre i peccati, come si depone una somma su un tavolo. La confessione è deporre il nostro cuore nel Cuore di Cristo, perché lo cambi con la sua potenza. Quindi la “confessione di fede” è dire al Signore: «Signore, so che sono fragile, so che sono debole, so che posso continuamente cadere, ma tu, per la tua misericordia, cura la mia fragilità, custodisci la mia debolezza, dammi di vedere quali sono i propositi che debbo fare per significare la mia buona volontà di piacerti». Da questa confessione nasce allora la preghiera di pentimento: «Signore, so che ciò che ho fatto non è soltanto danno a me, ai miei fratelli, alle persone che sono state disgustate, strumentalizzate, ma è anche un’offesa fatta a te, Padre, che mi hai amato, mi hai chiamato». È un atto personale: «Padre, riconosco e non vorrei mai averlo fatto… Padre, ho capito che…». Una confessione fatta così non ci annoia mai, perché è sempre diversa; ogni volta ci accorgiamo che emergono ra-

La confessione di vita Il secondo è quello che chiamo confessio vitae. In questo senso: non semplicemente un elenco dei miei peccati (ci potrà anche essere), ma la domanda fondamentale dovrebbe essere questa: «Dall’ultima confessione, che cosa nella mia vita in genere vorrei che non ci fosse stato, che cosa vorrei non aver fatto, che cosa mi dà disagio, che cosa mi pesa?». Allora vedrete che entra molto di voi stessi. La vita, non solo nei suoi peccati formali («ho fatto questo, mi comporto male…»), ma più ancora andare alle radici di ciò che vorrei che non fosse. «Signore, sento in me delle antipatie invincibili… che poi sono causa di malumore, di maldicenze, sono causa di tante cose… Vorrei essere guarito da questo. Signore, sento in me ogni tanto delle tentazioni che mi trascinano; vorrei essere guarito dalle forze di queste tentazioni. Signore, sento in me disgusto per le cose che faccio, sento in me pigrizia, malumore, disamore alla pre20


dici negative diverse del nostro essere: desideri ambigui, intenzioni sbagliate, sentimenti falsi. Alla luce della potenza pasquale di Cristo ascoltiamo la voce: «Ti sono rimessi i tuoi peccati… pace a voi… pace a questa casa… pace al tuo spirito…». Nel sacramento della riconciliazione avviene una vera e propria esperienza pasquale: la capacità di aprire gli occhi e di dire: «È il Signore!».

del dono di Dio, che ci è fatto nei sacramenti dell’iniziazione cristiana, per capire fino a che punto il peccato è cosa non ammessa per colui che si è rivestito di Cristo. L’apostolo san Giovanni però afferma anche: «Se diciamo che siamo senza peccato, inganniamo noi stessi e la verità non è in noi» (1Gv 1,8). E il Signore stesso ci ha insegnato a pregare: «Perdonaci i nostri peccati» (Lc 11,4), legando il mutuo perdono delle nostre offese al perdono che Dio accorderà alle nostre colpe. La conversione a Cristo, la nuova nascita dal Battesimo, il dono dello Spirito Santo, il Corpo e il Sangue di Cristo ricevuti in nutrimento, ci hanno resi «santi e immacolati al suo cospetto» (Ef 1,4), come la Chiesa stessa, Sposa di Cristo, è «santa e immacolata» (Ef 5,27) davanti a lui. Tuttavia, la vita nuova ricevuta nell’iniziazione cristiana non ha soppresso la fragilità e la debolezza della natura umana, né l’inclinazione al peccato che la tradizione chiama concupiscenza, la quale rimane nei battezzati perché sostengano le loro prove nel combattimento della vita cristiana, aiutati dalla grazia di Cristo.

Come viene chiamato questo sacramento? Il sacramento della confessione è anche chiamato sacramento della Conversione poiché realizza sacramentalmente l’appello di Gesù alla conversione, il cammino di ritorno al Padre da cui ci si è allontanati con il peccato. È chiamato sacramento della Penitenza poiché consacra un cammino personale ed ecclesiale di conversione, di pentimento e di soddisfazione del cristiano peccatore. È chiamato sacramento della Confessione poiché l’accusa, la confessione dei peccati davanti al sacerdote è un elemento essenziale di questo sacramento. In un senso profondo esso è anche una «confessione», riconoscimento e lode della santità di Dio e della sua misericordia verso l’uomo peccatore. È chiamato sacramento del Perdono poiché, attraverso l’assoluzione sacramentale del sacerdote, Dio accorda al penitente «il perdono e la pace». È chiamato sacramento della Riconciliazione perché dona al peccatore l’amore di Dio che riconcilia: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2Cor 5,20). Colui che vive dell’amore misericordioso di Dio è pronto a rispondere all’invito del Signore: «Va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello» (Mt 5,24).

IL SACRAMENTO DELLA CONFESSIONE «Il peccato è talmente radicato nel cuore dell’uomo che solo Dio può strapparlo. Non basta che lo dimentichi, l’uomo continuerebbe a rifarlo. Occorre un intervento divino capace di operare una profonda trasformazione, tanto profonda da essere paragonata ad una nuova creazione. È un intervento ricreatore di Dio, che è il solo in grado di rinnovare l’uomo. Il perdono di Dio non è mai un gesto di bontà, ma un gesto di potenza che cambia il cuore dell’uomo e lo strappa dalla schiavitù...». (don Bruno Maggioni)

Perché un sacramento della Riconciliazione dopo il Battesimo? «Siete stati lavati, siete stati santificati, siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio!» (1Cor 6,11). Bisogna rendersi conto della grandezza

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SPIRITUALITÀ di Raffaele di Muro

La bellezza del cammino

verso la vita eterna tivo dominante da raggiungere conseguentemente al costante incontro con Dio nella preghiera. Ogni opera apostolica, ogni attività a favore del prossimo, deve indicare la gioia e la costanza di un cammino rivolto al conseguimento del Regno dei Cieli. La vita eterna è la realtà teologica della quale essi devono essere il segno tra gli uomini. Davvero di grande attualità è il messaggio del Beato ai consacrati. Egli, tra l’altro, contribuisce a indicare loro uno stile di vita più contemplativo, sempre più teso alla comunione totalizzante ed edificante con Dio. In questa ottica vanno “inquadrati” anche i consigli evangelici. È vero che nel tempo in cui vive il padre Bonaventura da Potenza vi è l’uso di aspre penitenze corporali, anche secondo le abitudini liturgiche del tempo. Tuttavia, egli riesce a riempire d’amore ogni gesto penitenziale ed ogni sacrificio ascetico ed a motivare anche i gesti più eclatanti sotto il profilo della durezza. È il desiderio di amare al massimo delle sue potenzialità Cristo e i fratelli a motivare tutta la sua vita religiosa e ciò getta una splendida luce anche sulla vita consacrata di oggi.

È bello vivere con lo sguardo, la mente e il cuore verso la patria celeste. Tanto poco oggi si parla di Paradiso e del premio riservato agli eletti. Fra’ Bonaventura da Potenza ci fa comprendere che vivere per il Regno dei Cieli cambia le nostre prospettive e ci aiuta decisamente ad essere più forti nella virtù perché ogni nostro atteggiamento diviene l’espressione di un cammino verso l’Eternità. La virtù che il Beato propone per questo itinerario è rappresentata dalla fede. Credere nella presenza dell’Altissimo e nel suo provvidente sostegno deve essere un elemento fondamentale del nostro vissuto spirituale. Credendo pienamente nell’azione di Dio in noi, certamente ci involeremmo verso una continua conversione foriera di vita eterna. Ci pare che tutto questo il padre Bonaventura indichi proprio ai religiosi di oggi, ricordando loro importanti punti di riferimento. Essi, in sostanza, sono chiamati a orientare tutta la loro vita in una direzione escatologica. La passione per il Regno dovrebbe rappresentare per loro l’obiet22


ASTERISCHI FRANCESCANI di Orlando Todisco

L’identità francescana è quella di non averne alcuna... Il desiderio dell’autoaffermazione ci rende diffidenti e aggressivi. Occorre consumare gli orpelli, fino alla totale nudità del Crocifisso. Il rifiuto del denaro da parte di Francesco non è condanna del commercio, bensì del potere dominatorio e possessivo. È ovvio che l’area della tracotanza è sconfinata e va dalla ricchezza alla dottrina, dai titoli ai riconoscimenti, lungo una scala che muta di grado ma non di sostanza, che cambia percorso, ma non logica, di segno potestativo e concupiscenziale. Siamo all’intuizione di fondo di Francesco: è la volontà di signorìa dell’uno sull’altro, scambiata per libertà, il peccato originale dell’umanità. Chi non si sente abitato dallo spirito di rivalsa, che si vendica se umiliato, si autoesalta se trionfa? L’istinto possessivo e dominatorio è il risvolto visibile del desiderio di autoaffermazione, che siamo tutti inclini ad assecondare. È, forse, agevole sciogliere l’imparentamento della volontà con la logica della tirannia e del padroneggiamento? Non è questa una voce che, anche se spenta, lascia l’eco di sé dentro di noi o intorno a noi? Alla fine della vita, nell’ottobre del 1223, Francesco si agitava per la piega che l’Ordine stava prendendo. Fu l’amica Chiara a dirgli: ma perché ti angusti? l’Ordine non è tuo! Fu questo l’ultimo tocco purificatorio della fede, e cioè il passaggio dall’immedesimazione con la famiglia, che pur aveva messo in piedi, all’identificazione con la nudità della Croce. È il trionfo della libertà come trascendimento di tutti i vincoli, l’affermazione dell’“aperto”. Bisogna apprendere a esser povero nell’amore, soprattutto nell’amore. Non posseder nulla per amare tutte le creature, perché siano non ciò che noi vogliamo, ma ciò che ognuna può e vuole essere. È questo il trionfo della libertà, perché di tutti. Se è solo di alcuni, la libertà è la maschera del potere. Perché divenga “il peso dell’anima”, la libertà esige la mortificazione dell’io. È paradossale questa tesi. La libertà si afferma ed è autentica se al primo posto c’è il tu, l’altro da sé, sottratto all’ombra del nostro io. «Non sono più io che vivo» (Gal 2,20), cioè vivo senza alcuna pretesa di imporre il mio punto di vista, perché non sono il primo né al primo posto. E qui soccorre la tradizione francescana del cambio del nome, sulla falsariga di Paolo che muta il nome regale di Saulo in Paolo o Paulus, “piccolo”, di poco conto – non senza motivo egli si definisce «il più piccolo [elàchistos] degli apostoli» (1Cor 15, 9). È la minoritas franciscana, secondo cui la nostra identità è quella di non averne alcuna, nel senso che le trascende tutte. Paulus (o insignificante) è lo «schiavo [doulos] del Messia» (Fil 1,1), e cioè senza di-

ritti, senza cioè una specifica personalità giuridica, di cui vantarsi e da far valere. Essendo privo di personalità giuridica, lo schiavo non aveva un suo nome se non quello che gli imponeva il padrone. Allude a questa prassi Platone quando scrive che «noi cambiamo i nomi dei nostri schiavi, senza che il nome sostituito sia meno giusto del precedente» (Cratilo, 384d). Dal momento che da uomo libero è diventato schiavo del Messia, Paolo deve, come uno schiavo, perdere il suo nome e prendere quello che gli dà il padrone. Francesco, minore tra i minori, non conosce che l’ospitalità. Egli vuole che si viva in punta di piedi, perché e in quanto “accolti”. Egli vuole che siamo “advenae et peregrini”, ospiti e ospitanti, nel senso che conviviamo senza alzar la voce, accettando quanto ci viene offerto e offrendo quanto siamo e abbiamo, consapevoli della povertà del nostro dono e insieme che è tutto ciò che siamo e abbiamo. In fondo, si tratta dell’operazione di disattivazione del “come non”, secondo cui l’ebreo, il greco, il maschio o la femmina, stanno insieme “come non” fossero segnati da tratti distintivi e contrappositivi per sesso, religione, cultura e lingua. E, su un piano generale, è ancora la logica del “come non” a far dire all’Apostolo che «i possidenti vivano come non possedessero, i piangenti come non piangessero, gli aventi donna come non l’avessero» (1Cor 7). Il che non porta altrove, né induce a fingere. Vuole solo che non ci si senta padroni di qualcuno o servi di qualcosa. L’identità francescana è quella di non averne alcuna, da imporre o da far valere, perché occorre averle potenzialmente tutte, senza però identificarsi con alcuna. Il principio cristiano, secondo cui “ora non c’è più né ebreo né greco, né maschio né femmina…”, non va inteso come smarrimento dei tratti specifici dei singoli esseri, ma come ricerca di quel punto alto o profondo, da cui guardare alle differenze, non per mortificarle, ma per sostenerle, senza irrigidirle. È la libertà della “povertà”.

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DAL

POSTULATO

Festa della famiglia Per investire sull’amore... “Nella Chiesa noi vogliamo essere l’Amore”. È questo il messaggio che abbiamo voluto lasciare ai genitori che hanno partecipato alla festa della famiglia nel weekend dal 27 al 29 maggio 2011, nel postulato di Benevento. Insieme al rettore del postulato, fra Antonino, ai frati della comunità, i postulanti e le famiglie, erano presenti anche i ministri provinciali di Sicilia e di Campania, fra Angelo Busà e fra Edoardo Scognamiglio. Sono stati tre giorni di gioia e in cui ci siamo dilettati anche nel preparare dei piatti per l’occasione. Il fine di questa festa era accogliere le nostre famiglie nella nostra nuova e più grande famiglia, quella dei frati. Bisognava anche che prendessero consapevolezza che, se da una parte noi abbiamo ricevuto in dono una nuova famiglia di fratelli e padri, loro, dall’altra, hanno ricevuto in dono dei nuovi figli di cui prendersi cura. La certezza che in questo cammino non saremo mai stati soli è nostra sin dai primi passi compiuti dietro a Cristo. Egli è sempre con noi e lo sarà fino alla fine del mondo. Ma ciò che adesso abbiamo ulteriormente compreso essere indispensabile è che un papà e una mamma ti stiano vicini con la loro preghiera e ti accompagnino nel dono di te stesso nella tua vocazione. Il lasciare tutto, che Gesù ci invita a fare per ottenere la vita eterna(cf. Mt 19,29), in realtà

nasconde un prezioso segreto. Ogni volta che leggiamo questo passo, la tentazione è di interpretare il verbo “lasciare” con “perdere”. In realtà lasciare i nostri genitori non è stato per noi perderli per sempre ma scoprirli ancora sotto una nuova luce, quella di Cristo. Accorgersi sempre più dell’amore e della gratitudine che nel nostro cuore sono riservati a loro. Un amore che si alimenta giorno per giorno e che trasforma le nostre e le loro vite e che ha come modello la santa Famiglia di Nazareth. La fiducia in questo Amore trasforma e illumina la quotidianità ed è di sostegno e guida nei momenti più difficili, è un “cemento” che solidifica e fortifica le relazioni tra noi e i nostri genitori. La festa della famiglia che abbiamo festeggiato adesso è solo il culmine di un cammino che in questi anni ci ha aiutato a comprendere quanto amore e quanti sacrifici hanno fatto i nostri genitori per noi. Rendersi conto che anche se hanno commesso tanti errori, tutto è stato mosso dall’amore per noi e dal desiderio di volere la nostra felicità (felicità, nel senso di riuscire a trovare la giusta direzione della nostra vita). La nostra vocazione è qualcosa che nasce anche dagli insegnamenti, dagli esempi di virtù di papà e mamme che credono che la vita che ci è stata donata quaggiù ha un senso e vale la pena essere vissuta, in ogni posto in cui siamo chiamati a viverla. Trasmettono così questo valore anche ai loro figli e li mettono sulla giusta strada. Nel nostro caso, di una chiamata alla consacrazione religiosa e sacerdotale, a cambiare non è solo la nostra vita ma anche la loro. La vocazione di un ragazzo è come un fiume in piena che investe tutti coloro che gli stanno vicini, per primi i genitori. Beh, questa festa ne è stata la conferma. Non solo abbiamo fatto una grande esperienza di comunione ma ripartendo da qui, i genitori, hanno portato con loro un grande desiderio di percorrere insieme a noi la strada verso la santità, fatta di fedeltà alle piccole cose quotidiane. Sentiamo di lasciare un messaggio: l’importanza di investire sulle famiglie perché luoghi propizi per il discernimento della vocazione dei figli. Ma, soprattutto, in questo periodo che è molto difficile sia essere genitori che essere figli, impegnarsi a porgersi un aiuto vicendevole. 24


ARTE di Paolo D’Alessandro

La vita di fede di santa Chiara In una soleggiata mattina di maggio, nel far visita ai confratelli del convento di Sant’Anastasia (Na), sono rimasto affascinato da un pregevole tondo con santa Chiara nella sua immagine più diffusa e popolare, cioè quella raffigurante la santa che innalza sul mondo l’ostensorio e che in questo dipinto a olio è sostituito da una pisside con sopra un copripisside di tela bianca a forma di croce. Il dipinto del XVII secolo di autore ignoto faceva parte del precedente programma iconografico dell’annessa chiesa dei frati dedicata oggi a Sant’Antonio. Santa Chiara è raffigurata a mezzo busto, con un incantevole volto giovanile di tre quarti che guarda verso il devoto. È vestita con una tonaca marrone raccolta in vita da un cordone, e da un mantello dello stesso colore. L’abito della santa richiama, quindi, tutte le implicazioni che sono state ravvisate nell’abito di san Francesco: povertà, umiltà e penitenza. Il capo circondato dall’aureola della santità è coperto da un velo bianco e da un altro nero, che simboleggia la sua consacrazione come sposa di Dio. A prima vista si direbbe che l’autore di questo dipinto abbia voluto richiamare il noto miracolo con il quale santa Chiara, attraverso le sue preghiere, avrebbe messo in fuga le truppe imperiali di Federico II quando, nel 1240, assalirono le porte di Assisi e tentarono di assediare San Damiano (Leggenda di santa Chiara, 2122: FF 3201-02). Il messaggio di questo dipinto sembra, invece, essere un’altro. Chiara, pianticella spirituale di san Francesco, elevando la pisside in alto ci presenta Gesù eucaristia come il centro della sua vita di fede. L’eucaristia è, per Chiara, come per Francesco, la memoria dell’amore di Gesù, manifestato in tutta la sua vita terrestre di povertà e umiltà, il cui apice è la croce. Quindi, al centro della sua meditazione c’è la croce e l’eucaristia. In una sua lettera così si esprime: «Vedi che Egli per te si è fatto oggetto di disprezzo, e segui il suo esempio, rendendoti, per amor suo, spregevole in questo mondo. Mira... lo Sposo tuo, il più bello tra i figli degli uomini, di-

venuto per la tua salvezza il più vile degli uomini, disprezzato, percosso e in tutto il corpo ripetutamente flagellato, e morente perfino tra i più struggenti dolori sulla croce. Medita e contempla e brama di imitarlo. Se con Lui soffrirai, con Lui regnerai; se con Lui piangerai con Lui godrai; se con Lui morirai sulla croce della tribolazione, possederai con Lui le celesti dimore nello splendore dei santi, e il tuo nome sarà scritto nel Libro della vita...» (Lett. II, 19-22: FF 2879-2880). In questo dipinto, la croce e l’eucaristia sono segnalati dall’indice della mano sinistra che indica non solo la pisside ma anche una tavola verticale di legno dietro di essa. E che cosa significa questa tavola se non la croce? Per Chiara, in Gesù umile, povero, crocifisso e presente nell’eucaristia, Dio si è rivelato e si rivela come amore umile, che tutto si è donato all’uomo e che chiede in cambio una vita di umiltà, di povertà, di rinuncia a ciò che non è lui, sommo Bene. Ecco il motivo della sua vocazione nella ricerca costante dell’altissima povertà in una vita eucaristica scandita dal silenzio, dalla preghiera, dalla supplica, dall'intercessione, dal pianto, dall'offerta e dal sacrificio. La sua intera vita era un’eucarestia, perché - al pari di Francesco - ella elevava dalla sua clausura un continuo «ringraziamento» a Dio. Tutto era da lei accolto e offerto al Padre in unione col «grazie» infinito del Figlio unigenito, bambino, crocifisso, risorto, vivo alla destra del Padre e presente nell’eucarestia. È questo, allora, il bellissimo messaggio che scaturisce da questo dipinto proprio in quest’anno in cui celebriamo l’VIII Centenario della consacrazione di santa Chiara e, quindi, della fondazione dell’Ordine delle Sorelle Povere. Il suo essersi lasciata afferrare da Cristo nel suo mistero di amore e di kenosi si pone a modello e specchio per noi francescani, per la Chiesa e per ogni persona che vuole essere nel mondo testimone dell’infinito amore umile del Padre delle misericordie per tutti gli uomini di buona volontà.

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EVENTI La redazione

Napoli, 18-19 giugno 2011, Basilica San Lorenzo Maggiore, Convegno: Il dono e la speranza

Capitolo della Custodia di Calabria. 5 aprile 2011 - Briatico (VB), casa Sacro Cuore.

Festa di Sant’Antonio di Padova a Palmi, presso la comunità francescana. 26

Capitolo della Custodia di Calabria. 5 aprile 2011 - Briatico (VB), casa Sacro Cuo


ore.

Pompei 4 giugno 2011 Incontro provinciale con i gruppi della MI

Capitolo della Custodia di Calabria. 5 aprile 2011 - Briatico (VB), casa Sacro Cuore.

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Montevergine, 15 giugno 2011 Incontro delle commissioni provinciali e dei giovani professi.


SPORT La redazione

I Mondiali di Atene all’insegna dell’integrazione Dal 25 giugno al via i Giochi Special Olympics: 7.500 atleti da 185 Nazioni. L’Italia partecipa con 136 campioni. MILANO - Roberta Battistoni, ha 13 anni ed è la mascotte della squadra italiana che parteciperà ai Giochi Mondiali Estivi Special Olympics Atene 2011, in programma dal 25 giugno al 4 luglio. Un talento della ginnastica artistica e ritmica, è stata una delle prime atlete dello sport Special Olympics Unified che prevede esercitazioni svolte insieme a atleti senza disabilità intellettiva, una novità nata all’insegna dell’integrazione. Nel 2007 e nel 2008 ai Giochi estivi gareggiò, infatti, con il cugino Francesco. Caparbia e simpaticissima, Roberta ha sfilato sulle passerelle di Laura Biagiotti, ha tenuto testa al Trio Medusa su Radio Dj, è stata invitata al Quirinale dal Presidente della Repubblica come talento sportivo per l’evento “Donne del domani”. Roberta non si tira mai indietro, fra l’emozione e la curiosità vince sempre la voglia di esserci, di vivere tutto quello che accade attorno a lei. A chi le chiede cosa farà da grande, risponde «lo chef». Insieme a 135 azzurri sta partendo per Atene dove è pronta a sfidare le migliori ginnaste. GLI AZZURRI - La rappresentativa azzurra è stata presentata stamane a Roma. Ad Atene la delegazione Italia è composta da 188 persone, di cui 136 atleti, 49 tecnici e 3 delegati. Gli atleti italiani gareggeranno nell’atletica, nel

badminton, nelle bocce, nel bowling, nel calcio a 5 maschile e femminile, nell’equitazione, nella ginnastica artistica e ritmica, nel golf, nel nuoto, nel tennis tavolo, nel tennis. Tre le discipline unificate che, come abbiamo detto, prevedono la presenza anche di atleti senza disabilità intellettive, e sono: calcio a 7, pallacanestro maschile, femminile, e pallavolo. I MONDIALI - Ai mondiali Special Olympics di Atene parteciperanno 7.500 atleti provenienti da 185 Nazioni, 3mila tecnici e giudici di gara, 25mila volontari e 40mila familiari. Gli atleti gareggiano in 22 discipline: nuoto, atletica, badminton, basketball, beach volley, bocce, bowling, ciclismo, equitazione, calcio, golf, ginnastica, judo, kayak, sollevamento pesi, pattinaggio, vela, softball, tennis tavolo, pallamano, tennis, pallavolo. IN ONDA IN TV - In Italia gli atleti Special Olympics sono oltre 10mila, mentre i potenziali beneficiari superano il milione. In Italia gli atleti praticano atletica leggera, bocce, calcio, equitazione, ginnastica, nuoto, pallacanestro, sci alpino, sci nordico, corsa con le racchette da neve, snowboard, tennis. I Mondiali di Atene saranno trasmessi da RaiSport2, dal 29 giugno. DOVE PRATICARE SPORT - Special Olympics Italia è presente da venticinque anni e opera in tutte le regioni, dove i team locali seguono l’allena28

mento degli atleti nel rispetto dei programmi internazionali e attraverso convenzioni stipulate con alcuni tra i maggiori enti di promozione sportiva italiani (CSI, CSEN, Cns Libertas, US Acli, Cns Fiamma, Uisp, Aics e MSP). Gli atleti partecipano ogni anno ai Giochi Regionali e Nazionali delle varie discipline. Ai Giochi Europei e a quelli Mondiali, estivi ed invernali, partecipano alcune rappresentative. SPECIAL OLYMPICS - Special Olympics è un progetto ideato da Eunice Kennedy che nel 1968 diede il via ufficiale al movimento con i Primi Giochi Internazionali di Chicago, Illinois. Si tratta di un programma di allenamenti e competizioni atletiche per persone con disabilità intellettiva. Le attività sportive, praticate insieme a chi possiede pari abilità, consentono a queste persone di migliorare la qualità della vita, mettendole in condizione di raggiungere il massimo dell'autonomia possibile. Lo sport, offrendo continue opportunità di dimostrare coraggio e capacità, diventa un efficace strumento di riconoscimento sociale e di gratificazione. Può essere palestra di vita che offre agli Atleti Special Olympics la possibilità di valorizzare le loro diverse abilità e di spenderle produttivamente nella società, che avvicinandosi a loro in situazioni gioiose e momenti di festa, matura una maggiore disponibilità verso questo tipo di disabilità.


CINEMA di Giuseppina Costantino

PRIEST Regia di Scott Stewart. Con Paul Bettany, Cam Gigandet, Maggie Q, Karl Urban, Lily Collins. Genere Horror, Ratings: Kids+13, produzione USA, 2011. Durata 87 minuti circa. Ambientato in un mondo distrutto da guerre centenarie tra gli uomini e i vampiri, Bettany interpreta Priest, il leggendario prete guerriero dell'ultima Guerra dei Vampiri, che ora vive nell'oscurità assieme ad altri esseri umani in una città murata controllata dalla Chiesa. Ma quando sua nipote di 18 anni viene rapita da un branco omicida di vampiri nella desolata steppa che si estende fuori dalla città, Priest rompe i suoi sacri voti e parte per trovare la ragazza e cercare vendetta nei confronti dei responsabili, in particolare verso il loro brutale leader (Karl Urban). Priest è affiancato nella sua crociata dal fidanzato della nipote, Hicks (Cam Gigandet), lo sceriffo dell'avamposto locale, e una Sacerdotessa (Maggie Q), un membro della sua ex legione di assassini di vampiri che possiede ultraterrene

CARS 2 Regia di Brad Lewis, John Lasseter. Con Tony Shalhoub, Owen Wilson, Larry The Cable Guy, John Ratzenberger, Cheech Marin. Genere: Animazione, Ratings: Kids, produzione USA, 2011. Durata 120 minuti circa. La star delle corse “Saetta” McQueen (doppiato da Owen Wilson) e l’incomparabile carro attrezzi Mater (doppiato da Larry the Cable Guy) portano la loro amicizia in nuovi e interessanti luoghi in Cars 2 quando devono partire per l’estero per competere nella prima edizione del World Grand Prix che determinerà qual è la vettura più veloce del mondo. Ma la strada per il campionato è piena di buche, deviazioni e sorprese divertenti quando Mater viene coinvolto in un’avventura intrigante: lo spionaggio internazionale. Lacerato tra l’assistere “Saetta” McQueen nella gara di alto profilo e il portare avanti una missione di spionaggio top-secret, il viaggio tutto d’azione di Mater lo conduce in un inseguimento esplosivo per le strade del Giappone e in Europa, seguito dai suoi amici e guardato dal mondo intero.

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IN

BOOK

La redazione S. ESPOSITO, Imita ciò che celebri. Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote, Elledici, Leumman (Torino) 2011, pp. 232, euro 20. Attraverso otto capitoli ben articolati, l’autore di questo saggio, docente di Liturgia presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, offre delle suggestive riflessioni e un buon commento teologico circa il rito dell’ordinazione sacerdotale e il mistero stesso della vocazione ad essere presbitero nella Chiesa. Il testo è scritto con linguaggio semplice e diretto, ed è corredato da un sobrio apparato critico e da un’essenziale bibliografia. L’intento è quello di aiutare i presbiteri e i fedeli a riscoprire la bellezza del rinnovamento liturgico e della spiritualità sacerdotale ed esso connessa. Il presbitero è l’uomo di Dio, l’uomo della Parola che si pone al servizio dei fratelli e vive nella sua storia personale ed ecclesiale l’avventura di appartenere a Cristo.

Y. PALLAVICINI (ed.), La sura di Maria. Traduzione e commento del capitolo XIX del Corano, (Collana Il pellicano rosso, n. 117), Morcelliana, Brescia 2010, pp. 232, euro 16.50. Il testo che qui presentiamo è la traduzione della sura XIX del Corano. L’autore figura come curatore. In realtà, egli è anche autore perché raccoglie alcune sue personali riflessioni per l’oggi della nostra storia a proposito del significato della Rivelazione, del Corano, della donna, della figura di Maria nella spiritualità biblica, cristiana, musulmana e nella stessa pietà popolare. Il testo di Pallavicini non è solamente un nuovo commento alla sura di Maria, bensì il tentativo di mettere assieme i dati essenziali della rivelazione e della metafisica orientale che costituisce l’approccio seguito dall’autore. È veramente, questo, un saggio che favorisce il dialogo tra le religioni monoteistiche e anche tra culture diverse.

A. PREVEDELLO - L. PITTARELLO, Una Serratana incanTeVole Fiaba gioco per addomesticare la TV, Edizioni Messaggero, Padova 2011, pp. 48, euro 14,00. Un racconto ambientato nel mondo vegetale che, attraverso metafore e suggestioni, introduce i più piccoli all’esplorazione della TV. Nella seconda parte del libro prende vita un vero e proprio laboratorio di media education da vivere insieme, adulti e bambini, per accordarsi su sei tipi di “giuste distanze” da prendere dalla TV: fisica, temporale, emotiva, relazionale, competente (la distinzione dei generi) e critica (la pubblicità e altre forme di persuasione).

R. KLUG, Quando vi muore un genitore, Edizioni Messaggero, Padova 2011, pp. 64, euro 6,00. Prevista o improvvisa, la morte di un genitore è una perdita che cambia la vita. Una guida concreta e delicata per gli adulti che hanno perso un genitore per aiutarli a vivere le prime settimane di lutto. Attingendo alla sua esperienza personale, Ron Klug mostra come le risorse della fede, della famiglia e della comunità possano aiutarci a trovare consolazione e speranza e a ricominciare a vivere.

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FUMETTI La redazione

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Luce Serafica 3/2011