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piega costola

RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

MOBILITÀ – EVENTI – VILLA ARGENTINA – MUSEI LUCCHESI – ROCCA ARIOSTESCA – VOLONTARIATO

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RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

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Editoriale Lungo le piste ciclabili Dalla Versilia a Lucca verso la Piana Il sogno di un mondo a passo d’uomo La mobilità intelligente è ecologica Eventi Sei serate per Ilaria, sei serate con la bellezza Patti Smith, il rock, la poesia e … San Francesco La Madonna di Giotto in San Francesco Marco Vichi «Il Poeta» Visioni perdute e sogni ritrovati, l’infinito universo creativo di David Lynch «Napoleone, storia di un Prometeo moderno» La bella Argentina Viareggio ritrova il suo gioiello Liberty «La Grande Guerra di Lorenzo Viani». Immagini dalla mostra a Villa Argentina Mura: i lavori continuano Le Mura, una «fabricha» in continua espansione Restauri in città e dintorni La chiesa dei Santi Giovanni e Reparata Passato, presente, futuro

54 Piccoli grandi musei 55 La Toscana del Novecento in mostra 57 Metti un giorno al museo.Tour virtuale nei musei della città 64 Un anno di MADE 65 Enogastronomia e accoglienza a Palazzo Boccella 68 Castelnuovo e la rocca ariostesca 69 Un’eredità sul filo della storia 73 Ludovico Ariosto commissario a Castelnuovo: tra banditi e connivenze 74 Ospedale San Luca 75 Al via i nuovi sistemi informativi 78 Fondazioni for Africa Burkina Faso 79 Una sfida importante: diritto al cibo e sicurezza alimentare per 60.000 persone 82 Novità editoriali 83 Ville lucchesi, che delizia: la PubliEd lancia un ambizioso progetto editoriale in 4 lingue 85 Un viaggio nel passato con il libro di Franco Bellato 87 Vestitio Regis: un reportage di foto e testi racconta la vestizione del Volto Santo di Lucca

FCRL MAGAZINE 6|2014/2015 Marcello Bertocchini direttore Marcello Petrozziello direttore responsabile Comitato di redazione Giorgio Tori Marcello Bertocchini Marcello Petrozziello

hanno collaborato a questo numero Sara Berchiolli, Maurizio Bernardi, Nadia Davini, Sirio Del Grande, Laura Fusco, Stefan Guerra, Iacopo Lazzareschi Cervelli, Alessandro Petrini, Alessandro Romanini, Andrea Salani, Paola Taddeucci, Marco Vichi consulenza editoriale: Publied – Editore in Lucca progetto grafico e impaginazione: Marco Riccucci

© 2014/2015, Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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EDITORIALE Il territorio in tutte le sue sfumature geografiche e sociali: dalla Versilia alla Garfagnana, passando per la Piana e la città di Lucca. Un territorio intriso di cultura e storia, capace di guardare al futuro attraverso la ricerca scientifica e il perseguimento di un’offerta educativa sempre più d’avanguardia. Un territorio in cui le opportunità del domani sono interpretate anche nell’ottica della sostenibilità, proponendo soluzioni a temi come ‘abitare’ e ‘muoversi’ in una prospettiva che preservi l’ambiente e la salute. Tematiche al centro delle strategie della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che si traducono in interventi concreti e capillari, in grado di apportare benefici effettivi e duraturi per Lucca, le sue terre, la sua popolazione. In tal senso si è declinato il sostegno al patrimonio artistico, tradotto in significativi interventi su molti edifici di culto e un rinnovato impegno nel portare a termine l’opera di restauro della Mura urbane. Un’idea di ‘sapere’ che passa anche per l’arricchimento culturale grazie alla promozione di eventi di alto profilo scientifico e notevole appeal di pubblico. Si può parlare di impegno rinnovato anche sul fronte della scuola, dove prosegue il piano di recupero e riadeguamento dell’edilizia provinciale, con la chiusura di molti cantieri coi quali ragazzi e docenti si sono visti restituire edifici sicuri e didatticamente più efficienti. Tra le pagine di questo Magazine si trovano certo i focus di queste e altre importanti iniziative, ma si racconta soprattutto la storia di un territorio in crescita, che la Fondazione intende sostenere con progetti e strategie capaci di garantire risultati nel medio e lungo termine, contribuendo a costruire le fondamenta della società di domani.

Marcello Bertocchini Direttore della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca

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LUNGO LE

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PISTE CICLABILI Dalla Versilia a Lucca verso la Piana

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l porticciolo di Massaciuccoli è una piazzetta delimitata a est da una casa di fine Ottocento che si affaccia su una piccola insenatura del lago. Qui, nel cuore dell’Oasi Lipu e nel paradiso degli uccelli, si possono dimenticare i rumori e la frenesia abbandonandosi al silenzio e ai colori che consentono di rigenerarsi. Ci si lascia alle spalle il porto, con pochissime barche a remi e qualche airone che vigila intorno, e si risale verso le terme romane. D’un tratto, mentre la via del Porto inizia a salire per un centinaio di metri per riallacciarsi a via Pietra a padule, sulla destra troviamo via delle Redole. Lì inizia il nuovo tratto della pista ciclopedonale Puccini nel Comune di Massarosa. Quasi 5 chilometri nella natura incontaminata lungo pontili e strade bianche, perfettamente sterrate e segnalate, che consentono di partire dal centro abitato di Massaciuccoli costeggiando il lato sud-est del lago fino all’idrovora, passando tra pontili e canneti alle pendici del Monte Cocco. Paesaggio e luoghi irripetibili, vicinissimi al mare e alle pinete, a meno di dieci chilometri dai centri storici di Pisa e di Lucca e dalla passeggiata di Viareggio. Un modo concreto per soddisfare la crescente domanda di cicloturismo in una zona straordinaria, un percorso pianeggiante immerso nei profumi della macchia mediterranea, che può intraprendere anche chi non è profondo conoscitore del posto. Questa è una sorta di variante lungo la pista ciclopedonale Puccini che, seguendo la sponda del Serchio, unisce Ponte a Moriano con Lucca e passando dalla zona del parco fluviale conduce a Ripafratta e poi a Massaciuccoli, arrivando fino alla foce del fiume. Un investimento complessivo di 940mila euro al quale la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha contribuito erogando 270mila euro per finanziare il progetto portato avanti e realizzato dalla Provincia di Lucca in collaborazione con il Comune di Massarosa. Da via delle Redole, quasi in corrispondenza di via Cenami, la pista si snoda su un pontile in legno di novanta metri costruito sul fondo del lago e poi devia repentinamente su un

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Alessandro Petrini

lembo di terra che separa alcune vasche d’acqua. Si arriva quindi alle strutture del gruppo donatori di sangue “Fratres” per poi proseguire lungo la strada poderale e arrivare in mezzo ai campi coltivati all’ombra del Monte Cocco. Ancora centoventi metri lungo il canale Fossa Nuova, nel cuore della bonifica, nel punto in cui la Fossa Nuova incontra il Fosso Navicello, del quale si segue l’argine per circa 2000 metri fino al Canale della Barra e ancora altri 1150 metri fino all’idrovora del Lago di Massaciuccoli. Un percorso rilassante per lo sguardo e per la mente, tra corsi d’acqua, pontili, passerelle e un’incredibile ricchezza della natura che accompagna il visitatore fino al mare. Tuttavia ridurre questo tipo di interventi alla semplice volontà di incrementare il turismo legato alla bicicletta rischia di essere limitante. La pista ciclabile rappresenta soprattutto il mezzo concreto attraverso cui gli abitanti di Massaciuccoli e degli altri comuni interessati possono riappropriarsi del proprio territorio, di viverlo così com’è stato fino a pochi decenni fa, spostandosi in tutta sicurezza e trovando una valida alternativa alla macchina. Incentivare la mobilità alternativa è infatti il fine principale che sta sullo sfondo di tutti gli interventi che l’Ente di San Micheletto sta mettendo a punto sul territorio provinciale. È questo il caso delle piste ciclopedonali in corso di progettazione anche nella Piana di Lucca. Su tutte quella che collegherà la circonvallazione di Lucca alla sorgente Serra Vespaiata, comunemente conosciuta come ‘Parole d’oro’, perché i contadini scambiarono per oro le lettere in ottone utilizzate per alcune scritte. Qui a essere coinvolte sono le amministrazioni di Lucca e di Capannori per un percorso che si sviluppa per circa 5 chilometri a sud della città lungo i 460 archi dell’acquedotto del Nottolini. Il paesaggio che si svela di fronte è completamente diverso da quello incontrato a Massaciuccoli: si parte proprio da via Nottolini, all’altezza del sovrappasso ferroviario di Lucca, e si raggiunge il tempietto di San Concordio, una cisterna a pianta circolare in stile

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DALLA VERSILIA A LUCCA VERSO LA PIANA

neoclassico dorico realizzata tra il 1823 e il 1825. Si guarda dall’alto l’autostrada FirenzeMare e subito dopo si comincia a pedalare in un quadro di campagna d’inizio Novecento sotto gli archi monumentali realizzati dall’architetto Lorenzo Nottolini per portare acqua potabile di alta qualità nelle fontane del centro storico. La nuova rete di piste ciclopedonali vuole diventare un vero e proprio sistema viario ecologico, in grado di collegare frazioni importanti come Guamo e Verciano con la città di Lucca, in un itinerario suggestivo, sicuro e veloce, nella maggior parte dei casi con tempi di percorrenza molto competitivi con quelli necessari per gli spostamenti in automobile. Un investimento complessivo di 2 milioni di euro, finanziati per un terzo dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca. Questo – da realizzarsi entro il 2017 – sarà solamente il primo tratto e il punto di partenza di un progetto di rete ciclopedonale più vasto capace di mettere in relazione la zona sud di Lucca con le Parole d’Oro, il Lago della Gherardesca e l’Oasi del Bottaccio, percorrendo tutta la zona meridionale della Piana di Lucca lungo luoghi di rara bellezza e spesso poco conosciuti. La Fondazione Cassa di Risparmio anche in questo caso è pronta a fare la sua parte in prima persona con l’intenzione di realizzare un nuovo tratto di pista ciclabile tra la circonvallazione e le Mura che vada ad ampliare il percorso già esistente tra Porta San Pietro e Porta Sant’Anna e poi ancora tra Porta Sant’Anna, Porta San Donato e il baluardo San Frediano. A lavori ultimati stavolta a essere collegate saranno Porta San Pietro e Porta Elisa, passando per la stazione di Lucca, dove sarà possibile imboccare la ci-

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clopedonale Nottolini. Qui poi ci si innesterà direttamente con la nuova rotonda che il Comune sta realizzando di fronte a Porta Elisa. Il finanziamento dei lavori rientra tra i fondi stanziati per il restauro delle Mura, dei quali la prima parte è stata esaurita con il piano del 2014 mentre è stato previsto un impegno ulteriore di 4 milioni di euro. Tra questi, il Comune di Lucca ha chiesto che 300mila euro fossero utilizzati per la pista ciclabile, utili per ottenere il cofinanziamento da parte della Regione. Un impegno, quello della Fondazione, che renderà ancora più sicuro lo spostamento lungo i viali di circonvallazione grazie alla realizzazione di una nuova pista tra gli spalti e la strada, all’interno della fila di alberi che delimita gli stalli di parcheggio per le automobili. Sempre nella Piana, nel nome di una maggiore sicurezza negli spostamenti, sono già stati deliberati 170mila euro di contributo per finanziare un investimento complessivo di 275mila euro del Comune di Capannori per realizzare la pista ciclabile larga due metri e mezzo lungo via del Casalino, che unisce la strada Pesciatina fino a via Martiri Lunatesi e piazzale Aldo Moro. Un’opera inaugurata nel marzo del 2014 assieme al nuovo parcheggio, al marciapiede e ai punti luce. I genitori potranno così accompagnare i propri figli a scuola con maggiore tranquillità, senza il timore di correre rischi dovuti al traffico. Adesso quindi è già possibile attraversare in bicicletta da nord a sud la frazione capoluogo del Comune, dall’incrocio con la Pesciatina fino al polo culturale Artémisia. Infine un intervento anche nella Versilia storica, con 20mila euro di contributi che finanzieranno due terzi dell’importo previsto per la realizzazione di un ciclopista a Seravezza lungo la via Federigi, tra la rotonda del Gallo e quella dei Delfini. Anche in questo caso si vuole andare a ridurre i potenziali rischi per le sempre più numerose biciclette e per i pedoni che, soprattutto in primavera e in estate, percorrono queste strade che collegano l’entroterra con il mare e con tutta la zona costiera.

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Il sogno di un mondo a passo d’uomo

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uello che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha investito nel contribuire alla realizzazione di numerose piste ciclabili sul territorio provinciale è un impegno costante e continuo. Dal 2009 è stato stanziato un contributo complessivo di oltre un milione di euro: un milione e quattrocentomila euro che sono stati impiegati dagli enti della provincia per l’apertura di nuovi percorsi e di nuove strade per sperimentare una mobilità alternativa all’uso dell’automobile. Un impegno che ha consentito la creazione di una rete di collegamenti che rendono la provincia di Lucca percorribile anche in bicicletta, nell’ottica di rendere i comuni che la compongono sempre più energeticamente sostenibili e amici dell’ambiente.

Il primo stanziamento risale al 2009, quando un protocollo firmato da Provincia di Lucca, Comune di Pescaglia e Comune di Borgo a Mozzano propose la realizzazione di una pista ciclopedonale che collegasse i luoghi di Giacomo Puccini: da Celle fino al Lago di Massaciuccoli, una lunga striscia che a tratti corre parallela al Serchio, accompagnando i ciclisti fino al mare. Il progetto, nato nel 2008 per celebrare i 150 anni dalla nascita del maestro, prevede il passaggio nel Parco Regionale Migliarino – San Rossore – Massaciuccoli, il collegamento dall’idrovora di Massaciuccoli con Torre del Lago Puccini, il litorale e la passeggiata di Viareggio; il collegamento RipafrattaNodica e da Nodica a Bocca di Serchio; il collegamento da Massaciuccoli a Chiatri e l’itinerario ciclopedonale da Lucca a Celle dei Puccini. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca deliberò all’epoca un finanziamento di trecentomila euro, erogandone poi 270mila da sfruttare nel tratto compreso nel comune di Massarosa. L’importo complessivo dell’opera, dichiarato dalla Provincia di Lucca, ammontava a circa 940mila euro. Nello specifico il progetto interessava la realizzazione ex-novo del percorso dal Porto al-

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Sara Berchiolli

Quasi un milione e mezzo di euro in cinque anni per la realizzazione di piste ciclopedonali

l’idrovora del lago di Massaciuccoli per quasi cinque chilometri di pista ciclopedonale, oltre a una serie di interventi di mantenimento di tratti di viabilità già esistenti. Il tratto di pista finanziato grazie alla Fondazione è stato poi inaugurato nel settembre 2011 e comprende un percorso su terreno vegetale o strade vicinali, un percorso su pontili con pali e infine un ultimo percorso su passerelle di attraversamento. Partendo da Ponte San Pietro, la pista si pone sulla riva sinistra del Serchio e all’altezza di Ripafratta devia in direzione di Filettole per raggiungere, attraverso la strada bianca della Costanza, il ponte sul Fossa Nuova che conduce poi al Lago di Massaciuccoli, all’altezza della piazza del porticciolo, dove ha sede la Lipu. Sul territorio della provincia insiste anche un altro progetto molto ampio, presentato dal Comune di Capannori per la definizione di quasi 80 chilometri di piste ciclabili tra Lammari, Lunata e Capannori centro. Nel 2013, infatti, sono stati deliberati 170mila euro dalla Fondazione a parziale copertura dei costi per

il progetto di via del Casalino che prevede una spesa complessiva di 415mila euro. Il nuovo assetto della strada, inaugurato nel marzo 2014, ha visto sul lato sud il rifacimento del marciapiede, reso più accessibile grazie alla riduzione delle pendenze; sul lato est è stata realizzata una pista ciclabile larga circa due metri e mezzo, separata dalla carreggiata, ristretta per imporre alle auto in transito una velocità più moderata. La zona è stata anche riqualificata inserendo elementi verdi a basso fusto, utili per separare le auto dalle biciclette, e sono stati installati nuovi punti luce a basso consumo energetico. Il manto stradale è stato riasfaltato e dotato di una nuova segnaletica. Anche la scuola primaria di Lunata è stata interessata dai lavori, con la nascita di un parcheggio di 600metri quadrati a 21 posti auto. Gli ultimi interventi hanno poi modificato il volto di via Martiri Lunatesi, dove anche qui è stato realizzato un tratto di ciclabile per collegare via del Casalino a piazza Aldo Moro. Il Comune di Capannori, inoltre, è capofila di un ulteriore sistema di piste che collegheranno la circonvallazione di Lucca alle “Parole d’Oro”, passando dal tempietto di Guamo e valorizzando il percorso dell’acquedotto del Nottolini. Il progetto, presentato nel 2014 in collaborazione con il Comune di Lucca, prevede il compimento di 5 chilometri di piste con un duplice obiettivo: da un lato consentire lo spostamento tra Guamo, Verciano e Lucca, dall’altro allungare la percorribilità del territorio fino a raggiungere il lago della Gherardesca e l’Oasi del Bottaccio. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha deliberato un finanziamento di 650mila euro da erogare tra il 2014 e il 2017: poco meno della metà del costo complessivo dell’opera che ammonta a circa 2 milioni di euro. L’idea, sposata in pieno dall’Ente di via San Micheletto, prevede il collegamento tra i due comuni più importanti della Piana per dare vita a una nuova mobilità, sostenibile, a costo zero e più sana, e per fornire nuove occasioni turistiche capaci di spostare il traffico dei visi-

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tatori verso luoghi ed eventi di rilievo, come la zona delle colline e delle ville capannoresi e la Mostra delle Camelie.

Comune di Capannori, via del Casalino: progetto

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Anche il Comune di Lucca sarà toccato dai finanziamenti della Fondazione per la mobilità su due ruote. È infatti nell’ambito degli importanti finanziamenti stanziati per il restauro delle Mura che si inserisce il progetto per realizzare un tratto di ciclabile tra la stazione ferroviaria e Porta Elisa. Negli ultimi anni la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha stanziato oltre 7 milioni di euro a cui vanno ad aggiungersi ulteriori 4 milioni, per un totale di 11 milioni e mezzo di euro. Oltre al restauro delle Casermette, alla pulizia dei paramenti esterni e a un complessivo restyling della passeggiata, lo stanziamento comprende anche una pista ciclabile che correrà lungo viale Regina Margherita, costeggiando proprio le Mura che, secondo i piani, dovrebbero essere in

forma già alla fine del 2016. La nuova pista dovrà collegare la stazione ferroviaria alla rotonda che verrà realizzata fuori Porta Elisa. Il percorso ciclopedonale troverà spazio tra gli alberi e gli spalti, parallelamente a dove adesso si trovano i posti auto che non verranno eliminati né ristretti. L’opera – il cui costo ammonta complessivamente intorno ai 300mila euro – viene cofinanziata dalla Regione Toscana. Infine la Versilia, con i 20mila euro che la Fondazione Cassa di Risparmio ha stanziato a favore del Comune di Seravezza per la pista ciclopedonale che collegherà tutte le frazioni del comune. Impegni politici e soprattutto economici capaci realmente di cambiare il volto a un centro urbano, trasformandolo in un territorio non solo a misura ma anche a passo d’uomo.

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La mobilità intelligente è ecologica

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nvestire sui mezzi elettrici non può essere la cura a tutti i mali, ovviamente, ma può aiutare parecchio a prevenirli. Salute, pubblica e privata, mobilità cittadina, inquinamento, qualità della vita: sono ambiti nei quali più ruote vanno a elettricità e meglio si sta. Un punto di partenza in questa direzione potrebbe essere rappresentato proprio dalle merci, che viaggiano su mezzi di medie e grandi dimensioni, intasando spesso i centri urbani. Accanto alle persone, infatti, esiste un altro tipo di mobilità, che corre parallela fondendosi con le problematiche di logistica urbana che ogni giorno le città si trovano ad affrontare. Si tratta dei pacchi che quotidianamente gravitano, attraversano e entrano nei centri storici per rifornire le attività commerciali e imprenditoriali e che, numeri alla mano, incidono per un quarto sulla mobilità complessiva, rappresentando quindi anche un quarto dell’inquinamento. Qualcuno se ne è accorto e ha cominciato a studiare strategie per migliorare il trasporto merci, rendendolo ecologico, rispettoso dell’ambiente e sostenibile per i cittadini e per i turisti. Ecco quindi Logical Town, l’associazione senza fini di lucro creata da Lucense, a Lucca, un paio di anni fa con lo scopo di promuovere e diffondere la cultura, lo scambio di buone pratiche e conoscenze a livello locale, nazionale ed europeo sul tema della logistica urbana sostenibile. L’obiettivo è chiaro: attivare nuove esperienze di razionalizzazione della distribuzione delle merci in area urbana che contribuiscano a ottimizzare i processi della mobilità complessiva, in particolare per i centri urbani di piccole e medie dimensioni. In sintesi, un vero e proprio network all’interno del quale cercare, studiare, confrontare e ispirare modelli e azioni diversificate a seconda del contesto, ma tutte mosse dallo stesso principio: migliorare la qualità della vita e rendere più efficienti e vivibili le città, riducendo l’inquinamento, limitando il più possibile lo spreco di energia e, di conseguenza, rispettando l’ambiente. BASI SOLIDE. Bastano queste poche righe per percepire i punti di forza e d’innovazione

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Stefan Guerra

L’associazione Logical Town, nata all’interno di Lucense, racconta la propria esperienza

dell’associazione, che segna una sorta di rivoluzione di pensiero nel settore. Di esperienze volte allo studio di una logistica urbana sostenibile ce ne sono tante in Europa, alcune anche particolarmente riuscite; tutte però con il limite, e il rischio, di rimanere storie e testimonianze chiuse in se stesse. Ecco che Logical Town, invece, va proprio nella direzione opposta e ha il merito di aver creato un luogo, virtuale, grazie al sito internet – www.logicaltown.eu – e fisico, attraverso le cospicue corrispondenze, i workshops europei, le conferenze e i convegni internazionali, dove fotografare l’esistente, presentare progetti e consentire il dialogo virtuoso fra amministrazioni, esperti, tecnici e studiosi. Una grande rete dove chi si sta affacciando al tema delle smart cities può informarsi e mettersi in contatto con gli attori di esperienze già consolidate; e dove chi, nel tempo, ha costruito una buona base, dando vita a centri di sapere altamente specializzati e attenti ai cambiamenti urbanistici, sociologici e ambientali delle città in cui operano, può stringere partnership e collaborazioni, utili anche per la partecipazione a progetti europei, migliorare le proprie conoscenze e diffondere un sapere prezioso, una vera cultura europea della logistica urbana sostenibile ed ecologica. PICCOLE CITTÀ, GRANDI PROBLEMI. Un altro punto di forza di Logical Town è rappresentato dai suoi interlocutori: le città di piccole e medie dimensioni, la maggior parte in Europa (il 72 per cento degli europei vive in città con meno di 200mila abitanti), quelle che per anni sono rimaste estranee a studi e finanziamenti sul tema della mobilità (a vantaggio delle capitali e grandi città europee come Barcellona, Berlino, Londra, Stoccolma, Parigi ecc.) e che invece oggi ci dicono molto sullo stato di salute dei nostri paesi e del nostro vivere quotidiano. I ritardi, causati per lo più dalla carenza di risorse economiche, hanno avuto ripercussioni notevoli, rendendo difficile un effettivo adeguamento di tali città alle innovazioni nel campo della logistica urbana sostenibile, non permettendo loro di adottare o aggiornare gli

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strumenti di pianificazione esistenti, nell’ottica di migliorare la sostenibilità dei trasporti in ambito urbano. Inoltre, queste città presentano limitazioni aggiuntive relative al loro specifico tessuto sociale, territoriale ed economico come ad esempio la difficoltà nella mobilità, l’ambiente costruito, spesso fragile, e i consistenti flussi di distribuzione delle merci (in particolare per le città a vocazione turistica). Basti pensare, giusto per avere un’idea, che in una cittadina di 100/150mila abitanti, con circa duemila punti vendita e una superficie d’intervento di 10km quadrati il trasporto merci ogni anno è responsabile della produzione di 3.500 tonnellate di anidride carbonica, 150 chilogrammi di particolato PM10, 1.140 chilogrammi di ossidi di azoto e, per concludere, di 2.200.000 chilowattora consumati (pari al consumo di oltre 810 nuclei familiari). È pertanto sempre più forte l’esigenza di sviluppare misure che presentino potenzialità di migliorare l’efficienza energetica e la sostenibilità delle operazioni di logistica urbana. Logical Town, quindi, vuole mettere un argine a questa situazione e creare le condizioni perché la logistica urbana sostenibile diventi sempre più una buona pratica, una sorta di bene comune inderogabile. Consapevole che il 70% dei traffici avviene su distanze inferiori ai 100 chilometri, infatti, l’associazione pone una pietra miliare per la cultura del trasporto merci in ambito urbano, e in particolare nelle città storiche, che possa concretamente porre in primo piano la sostenibilità di tale trasporto. L’obiettivo è ambizioso: promuovere la logistica urbana sostenibile come mezzo per ridurre l’impatto ambientale del trasporto di merci in città e far diventare Lucca la capitale europea della logistica urbana verde. Le premesse ci sono tutte: Lucca Port, il centro di smistamento delle merci attualmente interessato da una gara pubblica per l’affidamento a un privato della sua gestione, è già un caso-studio in Italia e uno dei casi-pilota a livello internazionale. QUANDO E COSA. Logical Town nasce alla fine del 2012, nel contesto del progetto europeo Enclose (www.enclose.eu), finanziato

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LA MOBILITÀ INTELLIGENTE È ECOLOGICA

dal programma comunitario “Energia Intelligente per l’Europa” e sviluppato da alcuni soci fondatori dell’associazione stessa, come la società toscana MemEx. Progetto, di cui Lucca è tra le città pilota, assieme a Trodheim (Norvegia) e s’Hertogenbosch (Olanda), che mira a dimostrare e verificare la fattibilità di soluzioni eco-sostenibili per la logistica urbana in diverse città storiche di piccole e medie dimensioni, con il fine di ridurre significativamente il consumo energetico e stimolare una maggiore consapevolezza da parte degli operatori del settore e degli stakeholders locali per quanto riguarda la distribuzione delle merci in ambito urbano. Nel giro di pochi mesi l’associazione è diventata un centro di formazione, informazione e sperimentazione per-

seconda, invece, ad aprile di quest’anno, in Cappella Guinigi, all’interno del Complesso Conventuale di San Francesco: la giornata è stata l’occasione per fare il punto sull’utilizzo dei veicoli elettrici e dei cargo-bike nella logistica urbana, attraverso i racconti di numerosi soggetti italiani e internazionali, quali MemEx, Iveco, Anae, Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), Federazione italiana amici della bicicletta (Fiab), European Cycle Logistics Federation, TrT – Trasporto e Territorio, Ecomilano/Orobici, TrikeGo e Triclò. Come consuetudine, poi, è stato consegnato il Logical Town Award a Alba Iulia, la città romena premiata per la sua politica attiva a sostegno di un trasporto ecologico delle merci.

manente, confermando così la volontà di diventare punto di riferimento per le città europee. E questo grazie anche all’attività convegnistica messa in piedi dall’associazione, con l’organizzazione di due Conferenze internazionali sul tema del trasporto merci ecologico. La prima, a dicembre 2013, ha visto confrontarsi esperti, ideatori di esperienze vincenti, rappresentanti istituzionali e in quell’occasione, tra l’altro, il sindaco di Lucca ha consegnato il Logical Town Award 2013 a Burgos, la città spagnola che spicca in Europa per la capacità di aver sviluppato il suo centro storico in accordo con i servizi di logistica, coinvolgendo soggetti locali, piccoli imprenditori e associazioni di cittadini. La

Logical Town ha sede presso Lucense, società pubblico-privata che opera nei settori della ricerca industriale, dello sviluppo sperimentale e del trasferimento tecnologico, nell’area del Polo Tecnologico Lucchese, è presieduta dal sindaco di Lucca, Alessandro Tambellini, e si propone di aggregare almeno altre quaranta città europee con esperienza nel settore o interessate ad avviare piani e progetti sul tema. Le modalità di azione sono diversificate: innanzitutto la partecipazione a progetti di ricerca e a reti di collaborazione con soggetti pubblici e privati a livello nazionale ed europeo, garantisce a Logical Town una visione privilegiata e d’insieme, tale da riconoscerle una certa autorevolezza nella

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condivisione e diffusione di buone pratiche e soluzioni innovative, anche attraverso programmi di formazione e aggiornamento professionale, nell’organizzazione e gestione di riunioni, convegni, visite tecniche e, infine, nella stesura di progetti. Anche in sinergia con la pubblica amministrazione, spesso supportandola, a partire dai comuni, con i quali l’associazione lavora per predisporre i piani per la logistica urbana e per la mobilità sostenibile. LOGICAL TOWN NEL FUTURO. Ricerca, innovazione tecnologica e sviluppo di sistemi di trasporto pubblico e privato devono diventare sempre più parte della cultura delle comunità. Questa è la convinzione profonda che muove l’associazione internazionale: infatti, solo comprendendone a fondo l’impatto sul quotidiano sarà possibile raggiungere risultati importanti per una conversione ecologica dell’intera economia di settore. Per procedere in tal senso, Logical Town ha già definito un’agenda fitta di impegni e scadenze per l’anno in corso. Oltre all’attività di networking e comunicazione con i principali progetti e stakeholders in Europa e di indagine sullo stato dell’arte, i mesi a venire saranno caratterizzati anche dalla diffusione e organizzazione di workshops di livello internazionale specifici per le tematiche e le problematiche connesse alla logistica urbana. Infine, allargare la cerchia. Logical Town lo farà con una vera e propria campagna di sensibilizzazione ‘porta a porta’ rivolta a amministrazioni pubbliche, imprese produttrici di veicoli ecologici, operatori del trasporto, produttori di soluzioni tecnologiche per l’ottimizzazione delle operazione logistiche, utility, centri di competenza, organismi di ricerca ed università. Guardando l’esistente, il futuro fa ben sperare: in meno di un anno infatti, l’associazione ha già totalizzato una raffica di proposte di adesione e almeno una trentina di città europee sono interessate a fare rete e a creare delle sinergie con Lucca. Stefan Guerra è responsabile di Logical Town.

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FCRL EVENTI

EVENTI


Sei serate per Ilaria, sei serate con la bellezza Andrea Salani

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Lei è rimasta in quella morte scolpita, pacifica e compassata come se stesse sognando, nella Cattedrale di San Martino, non lontano da dove ci troviamo adesso, per oltre seicento anni. Ha continuato ad avere ventisei anni per oltre sei secoli, mentre innumerevoli matrimoni e battesimi e funerali venivano celebrati intorno a lei.

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FCRL EVENTI

‘Lei’ è Ilaria e queste sono le prime parole con cui Michael Cunningham ha aperto il ciclo delle Conversazioni in San Francesco in una tiepida sera di settembre. La bellezza come tema centrale, Ilaria del Carretto come riferimento nella sua immagine cristallizzata nel marmo di musa raffinata, delicata e immortale. Il Comitato Nuovi Eventi per Lucca, nato per valorizzare i ‘Nuovi spazi’ della città e in particolare il complesso conventuale di San Francesco, ha fatto il suo debutto proponendo una serie di appuntamenti in cui arte, letteratura e filosofia sono diventate occasione di spettacolo, intrattenimento e vero arricchimento culturale. Il Premio Pulitzer Michael Cunningham ha infatti presentato un testo inedito, scritto appositamente per la serata, e lo ha interpretato in un vibrante reading in cui lo scrittore ha rac-

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contato la ‘sua’ Ilaria, in un rapporto sempre diretto tra personaggio storico e immagine scolpita, riflettendo in maniera particolare sul prezioso ruolo dell’artista nella trasmissione di emozioni, sensazioni e immagini tanto immobili quanto vive. Una riflessione che ha condotto anche il poeta Giuseppe Conte, protagonista del secondo appuntamento di settembre, a produrre e interpretare un originalissimo testo, per riflettere su come poeti e artisti quali D’Annunzio e Pasolini, passando per lo stesso Jacopo della Quercia, abbiano fornito una loro suggestione della figura di Ilaria, come musa, donna, simbolo di bellezza che sconfigge la morte. La bellezza femminile è stato dunque il leitmotiv della selezione di poesie, dai lirici greci agli autori contemporanei, che lo stesso Conte ha

proposto e affidato alla magistrale interpretazione di Alessio Boni. L’attore si è cimentato con i testi di Whitman, Saffo, Dante e altri ancora, offrendo un’eccezionale panoramica sul modo in cui la donna è stata celebrata nei secoli attraverso la poesia: i suoi cento modi di essere dunque musa. Altro registro per la serata del 4 ottobre, giorno di San Francesco: un ‘fuori programma’ dedicato al poverello di Assisi. Lo scrittore Aldo Nove e il cantautore Eugenio Finardi hanno animato una interessante discussione moderata dal giornalista di «Repubblica» Fulvio Paloscia. Un dialogo che ha tratteggiato i contorni del Francesco ‘uomo’ oltre che ‘santo’, ponendo l’accento sull’attualità dei suoi insegnamenti nel contesto sociale odierno, e che si è concluso con la voce e la chitarra di Eugenio Finardi, sulle note di Extra-

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SEI SERATE PER ILARIA, SEI SERATE CON LA BELLEZZA

terrestre e di altri successi del cantautore milanese. Il 19 ottobre una serata completamente al femminile, in cui Ilaria non è stata mito, ma semplicemente donna. E a parlare di donne sono state chiamate Melania Mazzucco, Francesca Serra, Nicla Vassallo: la prosa, la filosofia e la poesia dunque per raccontare tra dramma, ironia e gioia l’universo femminile, quello reale e quello letterario, attraverso testi inediti, intervallati dalle paradossali creazioni della poetessa scozzese Carol Ann Duffy nell’interpretazione di Alba Donati. Parlare di donne senza parlare di bellezza, così come parlare di bellezza senza riferirsi solo a quella femminile, ecco il tema della lectio magistralis che ha incantato il pubblico la sera del 7 novembre. «Che ne avete fatto della bellezza?»: questo il titolo dell’incontro

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tenuto dal filosofo francese Bernard-Henri Lévy, che ha condotto il pubblico in un affascinante viaggio alla ricerca della bellezza perduta, dell’idea di bellezza che cambia nel tempo e nello spazio. Lévy, opinion leader di livello mondiale, ha saputo trasmettere con un linguaggio incisivo e comprensibile idee e concetti articolati ma ampiamente condivisibili, interpretando in maniera estremamente puntuale anche un comune sentire rispetto alla bellezza soprattutto intesa come arte. E proprio parlando d’arte si è concluso il ciclo delle Conversazioni in San Francesco con una straordinaria serata che ha condotto Vittorio Sgarbi a Lucca per parlare del suo primo amore, la stessa Ilaria, in un viaggio critico che attraverso immagini e suggestioni ha illustrato l’influenza che l’opera di Jacopo della

Quercia ha avuto sulla produzione artistica posteriore, configurandosi come simbolo della scultura quattrocentesca. In uno scritto del 1989 lo stesso Sgarbi aveva individuato nell’incontro con Ilaria un punto di svolta nella sua storia professionale e passionale rispetto all’arte. Non a caso, dunque, questa rassegna tra bellezza, cultura e poesia, iniziata con lo splendido omaggio di Michael Cunningham, si è concluso con le parole di chi ha raccontato il suo incontro con Ilaria come la narrazione di un innamoramento: «… e fu la prima volta che vidi nella pietra qualcosa di simile alle parole, che riconobbi non la bellezza di un’immagine ma la possibilità che essa potesse abitare in un’immagine, calarsi nel marmo e scaldarlo più che fosse carne. Amai, non solo e non prediletto, Ilaria».

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Un artista ha delineato i tratti del carattere che scorgiamo sul suo viso per ordine del marito. Ilaria è stata tanto interpretata quanto riprodotta. A quanto pare, però, l’interpretazione di Jacopo della Quercia resiste inalterata da un periodo di tempo abbastanza lungo da scoraggiare qualsiasi domanda su chi Ilaria fosse veramente, su chi fosse agli occhi dell’artista, e chi fosse agli occhi dell’uomo facoltoso che commissionò la scultura. In quanto persona un tempo vissuta su questa terra, lei è quasi interamente scomparsa. Per certi versi, la sua scultura funeraria è la sua unica e vera identità. Come scrisse Sylvia Plath nella sua poesia Limite, La donna è compiuta. Con ciò intendeva dire che la donna è morta. Con ciò intendeva dire che la donna è per definizione compiuta, perché essendo morta non cambierà più.

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Ilaria ha parlato anche a me. È venuta a visitarmi una mattina, credeteci o no, ma era lei, era la Ilaria, scusate la familiarità, in fondo si tratta di una ragazza, ligure per di più, una delle mie parti, venuta da un borgo selvatico e scosceso dell’entroterra di Savona a stupirsi della splendida armonia geometrica e delle così tante chiese di una capitale come Lucca. Era il momento del dormiveglia, per essere precisi, quando in genere la mente, la mia almeno, passando dal buio a un primo balenare di luce, è più pronta a trasformare il disordine dei sogni in vere e proprie visioni. Ilaria del Carretto, figlia di Carlo I del Carretto marchese di Zuccarello, sposa del signore di Lucca Paolo Guinigi, mi si è presentata in un biancore indistinto, senza tanti segni né di potere né di nobiltà. Una giovane donna bellissima, e non è già abbastanza? Il suo profilo era levigato e fresco, le palpebre abbassate, da dormiente, le labbra in un rilievo dolcissimo, come nella statua che l’ha resa immortale. I capelli cadevano a ciocche giù per il volto. Sono rimasto in silenzio, in attesa. Le sue palpebre non si aprivano, la sua bocca non accennava movimenti. Mi chiedevo se fosse ancora in uno strano sonno anche lei, mi limitavo a contemplarla, Dio solo sa il miracolo di grazia, di quiete assoluta, indifesa e intoccabile di una donna addormentata. Eppure sono passati pochi istanti, e ha parlato, credeteci o no. Ho visto le iridi e le pupille dei suoi occhi, i suoi denti più candidi del marmo stesso.

Conte

Fine delle belle arti. Rottura del millenario patto fra l’arte e la Bellezza. L’arte può rendere il mondo più bello, ma se lo fa è per caso. Può rendere gli uomini più nobili, innalzarli al di sopra di se stessi, sublimarli, ma non è questa la sua missione e, il più delle volte, neanche la sua intenzione. E Arthur Danto può scrivere L’abuso della bellezza, carta fondamentale della nuova epoca e formula di questa metamorfosi: non dunque la Bellezza in quanto abuso, violazione o scandalo, ma la Bellezza stessa che viene abusata, violata, calpestata o, semplicemente, denigrata da un’arte che in certi casi arriva a realizzare il brutto o a provocare disgusto e spavento.

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Patti Smith, il rock, la poesia e … San Francesco

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na cantante, una poetessa, una donna. Una categoria per definire Patricia Lee Smith non esiste neppure nel mondo dello spettacolo e della cultura, così ricco di neologismi. È semplicemente Patti Smith, un personaggio che ha guadagnato l’appellativo di «sacerdotessa del rock« imponendosi come protagonista della scena new wave a cavallo tra anni Settanta e Ottanta e meritando di essere annoverata tra i cinquanta più importanti artisti della storia della musica dalla rivista «Rolling Stone», vera e propria Bibbia della materia. E Patti Smith – proprio lei! – è venuta a Lucca affascinata dal programma Ilaria e le altre proposto dal Comitato Nuovi Eventi, che ha così regalato una splendida appendice al suo primo ciclo di Conversazioni nella Chiesa di San Francesco. La sua vita, i suoi successi ma anche i progetti futuri di un’artista che ha fatto della versatilità la propria cifra più riconoscibile, al punto da affermare di essere giunta alla musica passando dalla poesia: domandandosi cioè quale magia i suoi versi potessero acquistare come testo di una canzone. Ma quella di Patti è una poesia concreta, talvolta criptica ma sempre diretta, che si alimenta delle mille passioni di un’artista capace di vivere pienamente e genuinamente, facendosi coinvolgere da ciò che la stimola e colpisce. Di questo si sono forse accorti i lucchesi, quando nel pomeriggio l’hanno incontrata per le vie cittadine intenta a ‘salutare’ Ilaria in Cattedrale o a correre entusiasta a Casa Puccini, dove emozionata ha suonato il pianoforte del Maestro, a lei tanto caro durante i suoi studi giovanili. Una lunga intervista, condotta dal responsabile della pagina culturale di «Repubblica»,

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Andrea Salani

Dario Pappalardo, ha poi attraversato la serata nella chiesa di San Francesco: Patti Smith ha ripercorso i passaggi della sua carriera e, in particolare, della sua formazione come artista sensibile e coinvolta da tutto ciò che muove emozione e amore. Cioè l’arte, che appare improvvisa e prende forma in un dipinto, in un verso, in una canzone, in un lago ghiacciato di un inverno americano. O ancora nell’Ultima Cena di Leonardo, dove la cantante percepisce a pieno l’essenza del genio, la sua ricerca, la sua spiritualità, la sua innata umanità e un legame diretto col bello di natura. Già, la Natura. Tema caro alla Smith, anche in relazione alla figura di San Francesco, verso cui prova assoluta ammirazione al punto da auspicare profeticamente, in tempi non sospetti, l’avvento di un pontefice che portasse questo nome. San Francesco indicato come esempio di semplicità e spiritualità

anche al di là del credo religioso, come figura solo apparentemente lontana dal profilo della rocker statunitense, che da sempre persegue un ideale artistico e di vita capace di raggiungere un elevato livello di spiritualità e serenità interiore. Anche la scelta dei versi da lei letti durante la serata rivela la continua ricerca di una dimensione quasi ultraterrena, in cui la vita e le sue vicende fanno momentanee apparizioni, ma sempre con toni forti, parole pesanti e fatte di concretezza. Patti Smith ha emozionato leggendo le proprie poesie e ha letteralmente sorpreso la platea cantando a cappella tre canzoni. Toccante la sua voce nell’interpretazione di Mercy is, il pezzo che le vale la candidatura ai Golden Globe come miglior canzone per la colonna sonora del film Noah di Darren Aronofsky, ed esaltante nella chiusura della serata sulle note della splendida Because the night, immortale inno al «mistero dell’amore» intonato assieme a seicento persone emozionate e consapevoli di vivere un momento speciale.

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La Madonna di Giotto in San Francesco

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oberto Longhi, probabilmente il più importante storico dell’arte italiano, definì Giotto come «persona creatrice di un linguaggio nuovo», pittore capace di «recare leggibilità alla pittura», e fu tra i primi ad affermare la paternità giottesca della Madonna di San Giorgio alla Costa, dopo decenni di discussioni e alternanti attribuzioni. D’altronde non poteva che appartenere a Giotto questa pala in cui il particolare e la visione d’insieme convivono in un naturale equilibrio, dove la raffinatezza del pennello non toglie niente alla solidità dell’immagine dando luogo a una delle realizzazioni più esemplari della rivoluzione artistica e culturale intrapresa dal pittore. L’opera ha rappresentato il prestigioso battesimo per il Comitato Nuovi Eventi per Lucca nell’ambito delle manifestazioni espositive, trovando nella piccola chiesa di San Franceschetto una cornice ideale. In questo ambiente, annesso al Complesso Conventuale di San Francesco, la Madonna, unico pezzo esposto, è stata protagonista di quella che potremmo definire un’esperienza artistico-letteraria a tutti gli effetti, che in un suggestivo allestimento ha permesso a circa ottomila persone, tra appassionati, studiosi e turisti, di ammirare la pala ascoltando l’estratto di un racconto appositamente composto per l’occasione dallo scrittore fiorentino Marco Vichi. Un’originale formula che ha incontrato il favore dei visitatori, completamente immersi in un’atmosfera medievale in compagnia di una storia originale. L’attore lucchese Alessandro Bertolucci ha dato voce al racconto di Vichi, che ha per protagonista un Dante inedito e intento ad inseguire la giusta ispirazione ricordando un incontro con Giotto, alla ricerca di parole e ritmo per i suoi canti; ma anche della ragione stessa del comporre versi, di essere dunque a suo modo artista. Sebbene l’incontro sia un semplice artificio letterario dello scrittore – non abbiamo notizie di un simile episodio, per quanto possibile data la contemporaneità dei due – l’accostamento di questi due giganti della cultura ita-

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Andrea Salani

Ottomila visitatori per la mostra d’esordio del Comitato Nuovi Eventi per Lucca

liana ha rappresentato una chiave di lettura importante per parlare di un’epoca. Un collegamento colto anche come invitante spunto per i percorsi didattici legati alla mostra, che hanno previsto visite in un orario dedicato esclusivamente alle scuole e consentito a oltre 50 classi di primarie, medie e superiori non solo di ammirare il capolavoro nel suo eccezionale passaggio da Lucca, ma soprattutto di prendere confidenza con il Complesso Conventuale di San Francesco come luogo di arte e bellezza, mettendo un nuovo punto fermo sulla geografia culturale della città. La risposta delle scuole è stata infatti eccezionale e ha coinvolto istituti appartenenti a tutta la provincia, a testimonianza della forte necessità di iniziative che aiutino gli insegnanti a proporre una vera e propria ‘alfabetizzazione’ culturale e artistica degli studenti: obiettivo perseguibile attraverso un calibrato connubio tra la valorizzazione delle realtà presenti sul territorio e la promozione di eventi straordinari capaci di aprire la città al mondo e portare continue e diversificate testimonianze a Lucca. L’OPERA

Nella Madonna di San Giorgio alla Costa, Giotto assimila la lezione spaziale di Cimabue e dà il via alla sua ‘rivoluzione’ pittorica, improntata alla ricerca di una rappresentazione più realistica e all’umanizzazione dei personaggi. La Vergine è rappresentata su un trono marmoreo, in parte perduto in seguito alla mutilazione che l’opera ha subito nel 1705, riccamente decorato. Due piccoli angeli alle spalle di Maria tengono un drappo di broccato che in parte nasconde la struttura e difatti limita l’effetto tridimensionale dell’insieme. Ma è nel volto di Maria che si legge tutta l’intenzione di liberarsi dalle rigidità della tradizione bizantina che nel Duecento ancora dominava la scena pittorica italiana. Se ancora Giotto non raffigura un volto ‘caldo’ e dalle gote rosee, come in seguito farà, per esempio, con la Madonna Ognissanti degli Uffizi, anche in questa Vergine propone una figura umana, una madre che in uno schema

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LA MADONNA DI GIOTTO IN SAN FRANCESCO

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più libero inclina leggermente il collo e si rivolge a noi con uno sguardo più espressivo, quasi malinconico. Le due ciocche di capelli che ‘sfuggono’ alla cuffia rossa sono solo il dettaglio che conferma la precisa volontà del pittore di regalare a questo volto un elemento di dolcezza e umanità. Giotto realizzò quest’opera, databile intorno al 1295, negli anni della sua giovinezza. Il capolavoro del Duecento, proveniente dal Museo Diocesano di Santo Stefano al Ponte di Firenze, rimase coinvolto nell’attentato di via dei Georgofili nella notte tra il 26 e 27 maggio del 1993. In quell’occasione la Madonna fu trafitta da una miriade di schegge di vetro, iniziando un lunghissimo percorso di restauro, affidato alle abili mani di Paola Bracco dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Oltre a neutralizzare buona parte dei danni provocati dall’esplosione, il restauro riuscì anche a eliminare completamente tutti i deleteri interventi da cui lo strato pittorico originale era stato coperto nei secoli. L’urgenza del restauro è diventata, in corso d’opera, anche l’occasione per una riscoperta e un approfondimento degli studi intorno ad uno dei capisaldi della pittura giottesca: uno dei recuperi più affascinanti e insperati, quasi un restauro di rivelazione alla ‘vecchia maniera’, comunque suffragato dal dispiego eccezionale di metodi di indagine modernissimi. Solo una piccola fenditura, nella spalla di un angelo ‘reggicortina’, è stata lasciata volontariamente a ricordare i tragici eventi di cui la tavola è stata ad un tempo testimone e vittima. Anche il supporto ligneo fu recuperato e risanato, sempre nei laboratori dell’Opificio, da Ciro Castelli, autore di vari e autentici miracoli ascrivibili alla storia del restauro moderno. Da quel giorno di maggio del 1993, la tavola più volte è stata richiesta da importanti musei d’Europa e d’Oltreoceano, ma per il nostro Paese, quella di Lucca è stata l’occasione per rivederla in tutto lo splendore.

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LA MADONNA DI GIOTTO IN SAN FRANCESCO

Marco Vichi «Il Poeta» «Si chiese quale forza lo spingesse a imbrattare le pergamene con i propri versi. Quella domanda gli fece tornare alla mente un pomeriggio di qualche anno prima, quando in una taverna di Fiorenza aveva incontrato il mirabile Giotto di Vespignano, di cui aveva ammirato la ormai famosa Madonna della chiesa di San Giorgio. Si erano messi a parlare davanti a una caraffa di vino, e una coppa dopo l’altra si erano ritrovati a cianciare di sonetti o di affreschi. Avevano tentato di spiegare l’uno all’altro come mai perdevano tempo dietro a quelle faccende. Giotto diceva che fin da bambino aveva sentito il desiderio di disegnare figure, come se dovesse farle uscire da se stesso per liberarsene, che se restavano dentro gli pesavano sull’anima. Anche per lui era la stessa cosa, la sola differenza era che lo faceva con le parole. Aveva dentro un popolo di fantasmi, e doveva cacciarli fuori e metterli per iscritto. E sentiva in sé il piacere di tramutare la vita vera in versi e rime e ritmo della parola, come per una sorta di alchimia. Anche Giotto, in quella taverna, gli aveva detto che rubava spesso i volti della gente vera. Proprio in quei giorni era stato chiamato ad affrescare per intero una piccola cappella in un villaggio poco fuori da Fiorenza, e assai divertito aveva detto che si sarebbe preso volentieri alcune soddisfazioni, rendendo omaggio a suoi amici adoperando i loro visi per fare i santi o le rappresentazioni delle virtù, e usando le facce di chi gli stava sullo stomaco per fare i centurioni che frustavano Gesù, oppure Giuda, o per dare un sembiante ai vizi…» (2014)

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Visioni perdute e sogni ritrovati, l’infinito universo creativo di David Lynch

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gni cinefilo nei cinque continenti conosce a memoria i suoi film così come ogni nazione vanta fan club a lui dedicati che popolano i vari blog dedicati al grande schermo sul web. Dopo Twin Peaks la televisione non è stata più la stessa né i suoi spettatori. Ovviamente stiamo parlando di David Lynch. Se il suo lavoro cinematografico e televisivo è noto al mondo intero e per film come Cuore Selvaggio, Eraserhead, Elephant Man, Velluto Blu, sono stati versati fiumi d’inchiostro, molto meno conosciute sono le altre sue attività creative. Attività che rappresentano per David Lynch un impegno costante da molti anni e soprattutto un aspetto specifico e importante del proprio universo creativo. La prima vera occasione per una visione complessiva della sua galassia è stata offerta dal Lucca Film Festival, ultimo impegno accettato da Lynch prima di dedicarsi anima e corpo alla realizzazione della nuova serie di Twin Peaks, prevista per il 2016. L’edizione 2014 del festival presieduto da Nicola Borrelli, quella del decennale, che ha visto il festival entrare a pieno titolo fra i Grandi Eventi sostenuti dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, ha avuto protagonista David Lynch – che ha soggiornato a Lucca dal 3 al 10 ottobre – con una rassegna completa dei suoi film sin dagli esordi e non solo. Il festival cinematografico lucchese ha scelto infatti un format che lo rende unico in Italia e in Europa, che si pone come scopo quello di illustrare tutti gli aspetti della poetica di un autore, per fornire un ritratto a tutto tondo, coinvolgendo il pubblico in eventi articolati e diffusi sul territorio lucchese. Scelta vincente, vista la forte interdipendenza delle varie forme espressive nell’ambito del panorama delle arti contemporanee e soprattutto del ruolo di accumulatore creativo svolto dal linguaggio cinematografico nell’epoca di internet. Le mostre infatti precedono il festival e si estendono molto oltre, per offrire agli spettatori allo stesso tempo, un percorso pro-

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Alessandro Romanini

pedeutico all’opera dell’artista-regista e la possibilità di un approfondimento dopo l’incontro con l’autore. La scheda professionale dell’autore canadese (nato a Missoula nel Montana, nel 1946, lo stesso giorno di Federico Fellini, il 20 gennaio) recita: regista, sceneggiatore, produttore cinematografico, pittore, musicista, compositore, attore, montatore, scenografo e scrittore. È proprio la poliedricità delle forme espressive esercitate da Lynch e la complessità e articolazione del suo universo creativo e del suo linguaggio visivo, che hanno offerto la possibilità al Lucca Film Festival di metterne in evidenza aspetti inesplorati. L’attitudine alla sperimentazione di Lynch lo ha spinto a collaborare con il LFF e edMondo (promosso dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca –Istituto Nazionale di Documentazione, Innovazione e Ricerca Educativa) per la realizzazione di una serie di ‘mondi virtuali’ ispirati allo stesso tempo all’universo dell’autore nato a Missoula e a luoghi specifici della città di Lucca. Otto studenti e due docenti hanno soggiornato a Lucca presso il complesso di San Micheletto, effettuando rilevamenti parametrici, documentazione fotografica e registrazione audiovisiva. Il risultato: otto luoghi del centro urbano lucchese (tra cui vari locali di Palazzo Ducale, il Baluardo di San Colombano, l’Oratorio di S.Franceschetto, ) abbinati ad altrettanti lavori video di Lynch, che generano un vero e proprio percorso, con partenza da piazza Anfiteatro, ospitato su piattaforma Second Life, avente come efficace effetto finale di esplorare dall’‘interno’ il mondo variegato ed eccentrico dell’autore e mettere in evidenza e valorizzare le bellezze di Lucca. Il tutto grazie a un punto di vista e a un approccio inedito, reso possibile anche dalla collaborazione con il Future Text, il primo e unico festival dedicato ai contenuti digitali per la scuola. La mostra Lost Visions. L’indiscreto fascino dello sguardo promossa dal Lucca Film Festival, che è stata ospitata dal 20 settembre

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al 16 novembre 2014 nei nuovi spazi espositivi dell’Archivio di Stato-Ex Macelli, ha illustrato almeno altri tre aspetti fondamentali della creatività dell’autore americano, finora trascurati. Lynch, fotografo, litografo e regista di spot pubblicitari e di video musicali: visioni perdute, come recita il titolo della mostra, accantonate perché non corrispondenti ai diktat commerciali e ai principi promozionali e pubblicitari dell’epoca dell’immagine. Immagini che non hanno raggiunto il grande pubblico dei suoi film, ma a cui Lynch ha dedicato un assiduo e costante impegno e che spesso rappresentano una fonte d’ispirazione e riflessione per la sua attività cinematografica come afferma lui stesso. «Quando stavo per cominciare le riprese di The Elephant Man, nel 1979, ho acquistato una macchina fotografica, una Canon Eos 1 e da allora non ho più smesso di fotografare», ammette Lynch, che continua dicendo «La fotografia mi permette d’indagare dimensioni nascoste o trascurate della realtà e dell’immagine e fermarle su carta». Nella mostra Lost Visions vengono svelati gli ultimi esiti della sua attività fotografica, un percorso di ricerca ormai ultratrentennale, riproposta sottoforma di due serie di scatti. Entrambe realizzate in un solenne e inquietante bianco e nero, nel rispetto delle intenzioni dell’autore americano, di depurare l’immagine da ogni effetto spettacolare e realistico, per condurre lo spettatore in una dimensione surreale, sospesa temporalmente. Small Stories è il titolo della serie di 55 foto che rappresentano un vero e proprio compendio del complesso e sulfureo universo espressivo di Lynch, un Bignami neanche tanto sintetico delle tematiche che hanno caratterizzato la sua attività cinematografica sin dagli esordi più di 45 anni fa. Storie, narrazioni di universi oscuri nascosti allo sguardo distratto della quotidianità, ma che a un occhio attento e analitico come il suo, si mostrano proprio nell’esistenza di ogni comune mortale e si svolgono dietro gli oggetti e le azioni di ogni giorno.

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Storie debitrici in termini di atmosfere e composizione dell’ammirazione per l’opera del pittore Francis Bacon, a cui si aggiunge il tocco surreale di Magritte (di cui confessa di adorare particolarmente il dipinto del 1926, L’assassino minacciato) ma anche di Dalì e Max Ernst e la devozione per il pioniere del cinema George Meliès (a cui ha dedicato nel 1995 il cortometraggio Premonition Following An Evil Deed). A chi gli ricorda che questa serie fotografica – come il suo cinema – sono una sorta di sottile spot della decadenza («…a soft spot of decay»), risponde che le sue iniziali sono D.K.L (David Keith Lynch) e che da piccolo suo padre lo chiamava DK (decay= decadenza), giustificando così, con una sorta di destino ineluttabile mostratosi già nell’infanzia, giustificando così la sua attrazione per il dark side. Perché Small Stories? «Because they are not big…», risponde candidamente il regista, che non rinuncia mai al gusto per il non-sense e l’humour surreale («perché non sono grandi…»), e continua sottolineando la supposta differenza fra grandi e piccole storie, «raccontate in un libro, le piccole storie sarebbero riassunte in poche frasi … le grandi storie costituirebbero un libro spesso…». Lynch, si è dilungato sul senso della scelta del bianco e nero, «il bianco è nero ha una sua magia… porta lo spettatore immediatamente un gradino sopra la realtà, è più puro e grafico, è disegno con la luce, ed è lo strumento migliore per affrontare elementi del passato». Questa sua predilezione per il bianco e nero non preclude scelte legate al colore, che caratterizza una sua recente serie, Factories’s Photographs. Precisa infatti: «ci sono idee che nascono in bianco e nero e altre che arrivano già corredate dal colore. Velluto Blu è un film nato a colori così come Eraserhead e The Elephant Man erano bianco e nero sin dalla prima idea. Dipende tutto dalle idee, dalle sensazioni, dal sentimento». La fotografia per Lynch ha una sua autonomia espressiva, una valenza specifica in termini

artistici, indipendente dagli altri mezzi usati. Non è cioè subordinata o strumentale al cinema, ma ha anche una sua giustificazione tecnica e in termini di ricerca estetica. «Ho iniziato a fare foto appena acquistata la fotocamera Canon, così come ho iniziato ad animare i miei primi dipinti con il principio dello stop motion appena sono entrato in possesso della cinepresa Bell&Howell che poteva riprendere a ‘passo uno’ e non ho iniziato a fare cinema fino a quando non ho avuto fra le mie mani una macchina da presa Bolex». La seconda serie di foto, ospitata nel piano ammezzato dell’Archivio di Stato s’intitolava Women and Machine. Sedici fotografie che ruotano attorno a due temi cardine del cinema dell’autore americano, donne e macchine, elementi dalla duplice valenza creativa e distruttiva. Il raffinato bianco e nero ritrae figure femminili, in pose plastiche, associate a macchine e torchi da stampa, circondate di un’aura surrealista. Il set scelto da Lynch è l’atelier Idem a Parigi (fondato nel 1880), al 49 di Rue de Montparnasse, vera e propria fucina creativa e baluardo di resistenza alla diffusione della tecnologia nell’arte, che continua a stampare litografie, incisioni, grafica d’artista con i metodi classici. Sulle pietre litografiche, i legni da incisione i torchi da stampa e per il colore, hanno lavorato e realizzato opere, personaggi come Picasso, Bonnard, Rouault, Matisse, Mirò, Braque e molti altri. Anche fotografi come Henry Cartier-Bresson e Josef Koudelka hanno stampato qua le loro foto e sempre qua è stato stampato il famoso J’Accuse di Emile Zola nel 1898. David Lynch ha scoperto questo luogo nel 2007, in occasione della mostra a lui dedicata alla Fondation Cartier, e da allora ha incrementato in maniera esponenziale la sua presenza all’atelier, approfittando di ogni momento libero. Dal 2007 ha realizzato oltre 200 litografie, molte delle quali esposte nella mostra lucchese. «Trovo affascinante l’idea di lavorare sulle stesse pietre e sugli stessi banchi utilizzati da

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VISIONI PERDUTE E SOGNI RITROVATI, L’INFINITO UNIVERSO CREATIVO DI DAVID LYNCH

artisti come Mirò o Picasso. Il luogo ha un’atmosfera magica e creativa, il tempo sembra essersi fermato». Le litografie, le incisioni, in bianco e nero o a colori, permettono all’autore americano un rapporto diretto, non mediato con la creazione. Un processo creativo che mette l’autore direttamente in rapporto con il disegno e la stampa, senza la pletora di professionalità necessarie alla produzione cinematografica, i grandi teatri di posa e il dispiego tecnologico. Pensieri che si traduco rapidamente in segni, colore e parole, come nel fumetto realizzato da Lynch, The Angriest Dog in The World (pubblicato nel 1983 dal Los Angeles Reader).

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Lo stesso rapporto diretto e immediato con l’opera che gli permetteva la pittura, la prima e fondamentale disciplina artistica a cui Lynch si è dedicato sin dalla fase adolescenziale e da cui tutta la sua arte proviene, come afferma lui stesso: «la pittura è un’arte che si trascina dietro tutte le altre». Lynch come ha ribadito durante la visita alla mostra lucchese a lui dedicata, ha studiato pittura, poco più che adolescente frequenta la Corcoran School of Art di Washington D.C per passare poi alla Boston Museum School e infine alla Pennsylvania Academy of Fine Arts a Philadelphia (dove scopre le opere del movimento dell’Action Painting, in particolare Kline e il dripping di Jackson Pollock) e inizia a dipingere

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tele di grandi dimensioni con sfondi a grandi campiture nere (come la prima serie dal titolo The Bride). Dalla pittura nasce anche il desiderio di fare cinema, come afferma nell’intervista proiettata a corredo della mostra Lost Visions: «È stato uno dei miei quadri. Si trattava di un dipinto completamente nero. C’era una figura al centro. Mentre stavo osservando la figura nel quadro, ho avvertito un leggero spostamento d’aria e ho colto un piccolo movimento. E ho desiderato che il quadro fosse realmente in grado di muoversi, almeno per un po’. Da qui è iniziata la mia voglia di fare cinema». I suoi dipinti sono stati esposti in molti musei e spazi pubblici, tra cui si ricorda la Fondation Cartier nel 2007 con la mostra The Air is on Fire» e la recente mostra alla Philadelphia Fine Arts Academy dal titolo Unified Fields. Incomunicabilità della coppia, minaccia della tecnologia, la logica onirica di sogni e incubi, deformazioni fisiche, dark lady e strani personaggi che hanno costellato il suo cinema, compaiono in forma grafica nei suoi lavori su carta. A dimostrazione della fascinazione esercitata dall’Atelier Idem su Lynch, l’autore americano ha girato, diretto e montato un video dedicato al luogo e alla sua storia (Idem Paris, 2013). Il Lucca Film Festival ha messo in evidenza l’intensa e polimorfa attività di Lynch, di cui pochi erano a conoscenza, come quella di regista di spot pubblicitari e videoclip musicali. La mostra Lost Visions, grazie a un intenso lavoro di ricerca ha presentato una rassegna video, della durata di 2 mesi, a corredo del display fotografico e litografico. La rassegna raccoglie tutti i videoclip e gli spot, lavori cosiddetti ‘commerciali’, per questo snobbati dalla critica ufficiale, realizzati cioè su commissione. Questi lavori nella maggior parte sono

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stati trasmessi in tv per un breve periodo (i videoclip, in linea con le indicazioni provenienti dalle hit parade) o brevissimo (per gli spot pubblicitari), prima di essere dimenticati negli archivi dei canali televisivi o delle case di produzione discografica. A cominciare dal 1990, a seguito del successo di film come Velluto blu e Cuore selvaggio e soprattutto di Twin Peaks, che gli garantì una visibilità su scala mondiale, Lynch inizia a girare spot pubblicitari per brand come Armani, Barilla, Gucci, Jill Sander, Dior per il quale nel 2010 scrive, dirige e corealizza le musiche di Lady Blue Shanghai (un vero e proprio mini-flilm di 16 minuti, con protagonista la star francese Marion Cotillard, direttore artistico John Galliano), Nissan, Play Station, Yves Saint Lauren, Adidas, Calvin Klein (con il famoso spot, Obsession in cui compaiono due giovani star hollywoodiane come Benicio del Toro e Heather Graham e un trittico di spot ispirati agli scrittori D.H. Lawrence, F. Scott Fitzgerald e Ernest Hemingway) e molti altri.

Vere proprie micro-narrazioni (della durata media di 30 secondi) che mantengono l’atmosfera dark, i toni sulfurei e la messa in scena che hanno reso riconoscibile lo stile lynchiano nel mondo. I video musicali, un format che è esploso negli anni Ottanta grazie all’avvento di canali tv come Videomusic prima e Mtv dopo, filmati commerciali con lo scopo di promuovere l’immagine di una band o di un artista e di incrementare le vendite discografiche. Lynch ha tradotto in immagini la musica di musicisti suoi collaboratori come Chris Isaac (che aveva partecipato alla colonna sonora di Cuore selvaggio) e Trent Reznor e i Nine Inch Nails (che hanno prodotto la colonna sonora del lungometraggio Lost Highways) e altri come Moby, Michael Jackson e la band star degli anni Ottanta Duran Duran (per la quale ha realizzato un vero e proprio documentario sperimentale partendo da un loro concerto, Duran Duran Unstaged nel 2011). Ma anche in questo caso, Lynch, ha saputo creare un linguaggio visivo peculiare e decli-

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VISIONI PERDUTE E SOGNI RITROVATI, L’INFINITO UNIVERSO CREATIVO DI DAVID LYNCH

nare il suo inconfondibile stile in questo specifico format. Immagine e suono, gli ingredienti base indicati da Lynch per trasferire sul grande schermo sogni e visioni, sono lo scheletro, l’impalcatura del videoclip. Spot e videoclip, sono stati per l’autore nato a Missoula una palestra di sperimentazione estetica e tecnologica, per elaborare nuove soluzioni visive. Come spiega lo stesso autore: «la paga è buona e la cosa ancora più positiva è che posso usare e apprendere nuove soluzioni riguardanti le nuove tecnologie. Apparecchiature che normalmente non sarebbero a mia disposizione e che in seguito posso utilizzare per girare i miei lungometraggi». L’indissolubile legame di David Lynch con la musica è stato ribadito a gran voce in occasione dell’introduzione al concerto Lost Songs dedicato alle colonne sonore dei suoi film, tenutosi la sera del 28 settembre scorso presso la Chiesa di San Francesco, con l’orchestra dell’Istituto Musicale «L. Boccherini», condotta dal maestro Gian Paolo Mazzoli. Autore, musicista, compositore e anche cantante, Lynch ha dedicato da sempre grande attenzione alla musica dei suoi film, manifestando precocemente anche la volontà di sperimentare nuove soluzioni sonore (come testimonia la sua performance tradotta in video Industrial Symphony) e stabilendo sodalizi collaborativi con autori come Angelo Badalamenti. Quest’attenzione si è tradotta negli ultimi anni in una vera e propria attività professionale che lo ha visto pubblicare ben due dischi e creare uno studio di registrazione (l’Asymmetrical Studio di Los Angeles). Nel 2011 ha inciso il disco Crazy Clown Time che lo ha visto in vesti di compositore, musicista, cantante, produttore e regista di videoclip. Nel 2013 è uscito il suo secondo disco The Big Dream, che ha ricevuto apprezzabili riscontri di critica e di pubblico e lo ha visto collaborare con la pop star svedese Lykke Li, per il duetto del brano I’m Waiting Here. Nel disco compare anche una cover del brano di Bob Dylan The Ballad of Hollis Brown.

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Il Lucca Film Festival, con la rassegna e soprattutto con la mostra e le iniziative collaterali a supporto della manifestazione ha messo in evidenza anche altri aspetti meno noti e ormai consolidati dell’universo Lynch. Un posto di rilievo ha assunto ormai, da oltre 41 anni, la meditazione trascendentale, che l’autore pratica due volte il giorno anche durante l’attività sul set (a cui ha dedicato un documentario da lui scritto Meditation, Creativity, Peace del 2012), per la cui promozione ha creato la Lynch Foundation. Pratica quotidiana che garantisce effetti benefici in termini di equilibrio e salute mentale e fisica come afferma lo stesso regista nel corso dell’affollatissima conferenza Meditazione trascendentale. La coscienza nella salute, nell’economia e nell’arte, tenutasi nell’Auditorium di San Micheletto il 28 settembre scorso. Ma, soprattutto, come illustra l’autore «una pratica fondamentale per la produzione di idee e per la selezione delle stesse». L’attività creativa di Lynch è ormai inscindibile dall’attività di promozione e divulgazione della pratica della meditazione trascendentale. Con la Lynch Foundation ha promosso, grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, un corso della durata dell’intero anno scolastico per una classe dell’Istituto «S. Pertini» di Lucca, monitorato dallo stesso Lynch, nell’ambito del progetto Star bene a scuola. Ha anche realizzato in veste di stilista (in collaborazione con Live The Process) una linea di abbigliamento per la pratica della meditazione trascendentale, la Lynch Floral. Anche il mondo della moda e del fashion design sono diventati spazi per la sperimentazione creativa di Lynch. L’autore americano ha collaborato con Christian Laboutin, ispirando la creazione di una linea di scarpe realizzate appositamente per lui, in occasione della mostra Fetish del 2007. Per il brand giapponese Kenzo, nel 2013 ha realizzato scenografie, video promozionale, retroproiezioni per le sfilate e ispirato la collezione autunno/inverno 2013, che richiama in

modo palese le atmosfere di alcuni suoi film. La sua creatività illimitata lo ha portato anche a collaborare con la maison francese Dom Perignon, per la quale ha realizzato il design per due edizioni limitate di bottiglie, il Vintage 2003 e per il Rosè Vintage 2000, approvate anche dal leggendario chef de cave Richard Geoffroy. Per la marca di champagne fondata nell’abbazia di Hautvillers, ha anche realizzato la campagna promozionale The Power of Creation, costruita sugli scatti fotografici in perfetto stile dark. La sua attività di designer si è esercitata praticamente su tutti i set dei film realizzati, per i quali ha curato le scenografie, progettato ambienti e mobili, memore della lezione paterna sulla falegnameria. Lynch ha progettato e realizzato anche la struttura e gli arredi del night club Silencio a Parigi, ispirato all’omonimo locale che compare nel suo lungometraggio Mulholland Drive. Il Festival ha offerto anche la possibilità di ripassare attività più conosciute come quelle di sceneggiatore dei suoi film. Ma anche quella di attore, in molte sue pellicole (da Dune a Twin Peaks, da Strade perdute a Inland Empire fino al Cleveland Show e al film realizzato dalla figlia Jennifer (nata nel 1968 dal matrimonio con la pittrice Peggy Reavey) nel 2015 Fall From Grace. Praticamente senza fine la galassia immaginifica di David Lynch, come è stato possibile osservare con la sua intensa e diffusa partecipazione al programma del Lucca Film Festival e soprattutto la sua lunga permanenza nella nostra città, ha lasciato intravedere quante sorprese può ancora riservarci. Non ci resta che attendere la prossima sorpresa in arrivo da Twin Peaks.

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FCRL EVENTI

«Napoleone, storia di un Prometeo moderno»

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iamo nel 1814, la vita di una piccola isola toscana viene stravolta da un evento fino a poco tempo prima impensabile: Napoleone Bonaparte, il Generale, l’Imperatore, viene inviato in esilio proprio all’Elba. Il 31 marzo 1814, infatti, le forze coalizzate di Inghilterra, Prussia, Russia e Austria entrano a Parigi. Napoleone è costretto a sottoscrivere l’atto di abdicazione. Il trattato di Fontainebleau dell’11 aprile gli assegna l’Elba come principato e una pensione annua di due milioni di franchi. Come ricorda il professore Luigi Mascilli Migliorini, uno dei massimi esperti del periodo napoleonico e autore di una biografia su Napoleone: «La primavera del 1814, è una bella primavera a Parigi, piena di fiori, di profumi come ci racconta uno storico importante, Jules Michelet che all’epoca non era però uno storico importante, ma semplicemente un giovanotto che frequentava un buon liceo di Parigi, che un giorno sente fuori un po’ di schiamazzo di gente per strada, delle campane che suonano, si affaccia insieme ai suoi compagni e come sempre succede quando sei a scuola e hai un’occasione per poterti distrarre, fuori dalla finestra del liceo vedono un signore su un cavallo bianco; qualcuno gli dice che è lo Zar Alessandro, Imperatore di tutte le Russie. Ma che ci fa l’Imperatore di tutte le Russie a Parigi? Viene a concludere una guerra di pochi mesi, vittoriosa, ma viene soprattutto a concludere una guerra di molti anni, quasi un quarto di secolo, che è la grande sfida che la Francia rivoluzionaria e poi quel grande interprete, quel grande condottiero della Francia rivoluzionaria che è Napoleone, aveva lanciato all’Europa, non all’Europa in generale ma all’Europa della conservazione, all’Europa che poi sarà della restaurazione, all’Europa dell’antico regime dei vecchi sovrani. Alessandro era molto giovane ma apparteneva appunto ad una di quelle grandi dinastie di quei grandi paesi dell’assolutismo contro il quale si era levata la Francia rivoluzionaria e dopo la Francia rivoluzionaria tutta l’Europa delle libertà e delle

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Maurizio Bernardi

Il documentario è stato girato in gran parte all’isola d’Elba per gli ampi momenti di fiction, con focus tematici che interessano anche la città di Lucca. A Lucca sono state girate alcune scene in splendide sale della Prefettura e della Provincia oltre che a Palazzo Orsetti, sede dell’amministrazione comunale. Nei panni di Napoleone c’è Alessandro Bertolucci, mentre Giulia Lippi indossa quelli della sua amante, Maria Walewska. La voce narrante è di Diego Reggente, doppiatore, tra gli altri, di Al Pacino.

democrazie. […] Napoleone. Ingombrante ancora più da vinto che da vincitore da un certo punto di vista, perché è un uomo che potrebbe ancora entusiasmare gli animi dei francesi e non solo dei francesi, perché è stato, lo ha dimostrato anche quest’ultima campagna militare che si chiama campagna di Francia, un grande, un grande uomo di armi e di eserciti, e quindi combattere contro un Napoleone non si sa mai come va a finire. Insomma, bisogna trovare una soluzione, bisogna trattare e contrattare una soluzione ed è di questo che si discute essenzialmente a Parigi, in questa bella primavera del 1814. Che cosa fare e dove mandare Napoleone, perché certo a Parigi non può più rimanere. Alla fine, la soluzione è quella di una piccola isola del Mediterraneo, soprattutto una piccola isola dell’arcipelago toscano». Il 3 maggio arriva sull’isola a bordo della fregata inglese Undaunted e qui vivrà fino al 26

febbraio 1815. Un evento che ha lasciato all’isola d’Elba un ricordo indelebile, per il breve periodo in cui la storia si fermò in Toscana. Storia che Infinity Blue ha voluto raccontare nella docufiction Napoleone, storia di un Prometeo moderno, realizzata grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca per omaggiare il bicentenario dell’arrivo dell’Imperatore all’Isola d’Elba. Duecentonovantanove giorni. Tanti, lunghi, tormentati giorni d’esilio, trascorsi in un paradiso in mezzo al mare, dove Napoleone era – e si sentiva – prigioniero. È un Napoleone intimo, segreto, per certi aspetti nuovo quello che viene descritto nella docufiction. Qua infatti non si trovano le vicende del grande condottiero, le varie campagne e le battaglie più importanti e ormai note a tutti, ma la storia dell’Uomo, delle sue passioni, la vita quotidiana, le sue residenze e come quel breve periodo influenzò l’arte, la cultura e la vita di tutti i giorni delle persone che erano in stretto contatto con lui, l’eredità che Napoleone ha lasciato all’Isola d’Elba, a Lucca e alla Toscana in generale. Napoleone Bonaparte arrivò all’Elba con un consistente seguito, costituito non solamente da attendenti di campo, militari e servitori. Portò con sé anche arredi, dipinti, oggetti e moltissimi libri, che dovevano saziare la sua sete di conoscenza. Portò anche i suoi cavalli: nelle scuderie imperiali ve ne erano 10 da sella, 48 da traino e 27 vetture diverse. I cavalli erano una sua profonda passione: uno dei più famosi sarà Marengo che con lui è ritratto nel celebre dipinto di Jacques-Louis David Napoleone attraversa le Alpi. L’Imperatore ne aveva 130 per suo uso personale… ma il preferito era sicuramente lui! Di razza araba, pare che fosse alto solo 145 centimetri e secondo il maestro d’equitazione di Napoleone, il generale Caulaincourt, fosse il più adatto proprio per il fisico piuttosto corpulento, basso e con le gambe corte dell’Imperatore. Il cavallo era stato importato dall’Egitto dopo la battaglia di Abukir (1799) e aveva un carattere calmo e coraggioso sotto il fuoco nemico; ma era anche rapido e obbediente,

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«NAPOLEONE, STORIA DI UN PROMETEO MODERNO»

qualità essenziali per un cavallo impegnato in continue battaglie. La passione di Napoleone per i cavalli la ritroviamo quindi anche all’Elba: da grande esperto e inventore di nuove strategie militari basate sulla selezione e l’allevamento di nuove razze, Napoleone riuscì a dire la sua su tutto ciò che ruotava intorno al cavallo, sia come mezzo di trasporto sia come attore di attività ludiche, il viaggio o la caccia. Un’altra curiosità: Napoleone per le sue battaglie aveva studiato e si era fatto realizzare una serie di arredi e persino una cucina trasportabile che lo accompagnavano ovunque. Quindi tavoli, sedie, letti e quant’altro necessitava se lo faceva costruire, usando un termine moderno, in formato ‘da viaggio’, per poter così godere degli agi che la tenda militare non poteva certamente offrire. Ma l’influenza di Napoleone si fece sentire anche attraverso le sorelle, Elisa e Paolina, che più dell’Imperatore seppero orientare il gusto e la moda. Un capitolo importante dei pochi mesi elbani è rappresentato proprio dalle donne che lo circondavano e che sempre il professore Mascilli Migliorini descrive in maniera efficace. «L’isola d’Elba, quasi come se fosse un racconto siciliano di Brancati è un posto con un uomo e molte donne: c’è una mamma, c’è una sorella, c’è una moglie assente, Maria Luisa, e c’è persino un’amante presente – per poco, per 48 ore – ma sono 48 ore davvero straordinarie e ne fanno un bel racconto. Ad un certo punto viene annunciato a Napoleone che sta per arrivare una nave, un piccolo vascello a vela con una donna e un bambino a bordo. Il pensiero di Napoleone corre subito a Maria Luisa, lui immagina che finalmente Maria Luisa abbia deciso di raggiungerlo. Questo era stato il suo dolore, la sua ferita più profonda, nei mesi in cui Napoleone è all’Elba. Quando gli dicono che sta arrivando per mare una donna con un bambino quindi lui pensa che finalmente Maria Luisa si è convinta e sta portando il piccolo Napoleone II all’Elba, e invece non è così. È un’altra donna, una donna importante nella vita di Napoleone, Maria Walewska, la donna che gli aveva dato

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FCRL EVENTI

un figlio, un figlio a cui certamente Napoleone non era legato come al piccolo Re di Roma e tuttavia aveva rappresentato molto perché quando lo aveva avuto – stiamo parlando degli anni in cui Napoleone era trionfatore d’Europa e aveva persino, cedendo appunto alle insistenze di Maria Walewska, rimesso in piedi un piccolo regno di Polonia – e quindi aveva avuto questo bambino che lo aveva convinto che il problema del non avere eredi non nascesse da lui ma nascesse da Giuseppina e che quindi lui poteva avere un erede al trono, solo che avrebbe dovuto divorziare da Giuseppina. Quindi Maria Walewska non è una delle tante donne di cui pure si racconta e si scrive nella storia di Napoleone, è una donna che significa tanto e che lui aveva certamente amato anche perché tutti raccontano che si trattasse di una donna molto bella, ed era ancora molto bella quando arriva a Marciana dove viene allestita per questo incontro una tenda militare, e viene portata sul poggio di Marciana e lì Napoleone trascorre con il bambino e con Maria Walewska due giorni molto romantici che dobbiamo immaginare, in quanto i documenti di archivio non aiutano molto gli storici che però con questo sono invece sollecitati a far lavorare una volta tanto la loro fantasia…». Oltre alla grande Storia, ecco quindi che prende forma una storia minuta ma di grandissimo interesse che ci tratteggia l’Imperatore Napoleone Bonaparte come l’Uomo Napoleone, il personaggio e il racconto: con questo incedere la docufiction affronta una delle pagine meno conosciute delle vicende napoleoniche, scavando dentro gli umori e i pensieri del Grande Corso, confinato all’Elba come ‘ingombrante sconfitto’. E lo fa in cinquantadue minuti, durante i quali le parti recitate si alternano a finestre di approfondimento, con interviste a critici e a storici, senza perdere mai di intensità e ritmo. Nella fiction viene ricostruita la sua vita di ogni giorno, fatta di semplici passeggiate, di lettura e di incontri con persone che giungevano all’Elba solo per poter parlare con lui. Il percorso intimo di un uomo che ha segnato la Storia in

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«NAPOLEONE, STORIA DI UN PROMETEO MODERNO»

maniera indelebile… e che allo stesso modo in pochi mesi ha segnato il destino di una piccola isola dell’arcipelago toscano. Napoleone Bonaparte lascia un segno indelebile non solo a livello politico – già ampiamente trattato – ma anche in ambiti diversi, come quello sociale e culturale, che hanno influenzato la qualità della vita in Francia come in Italia e soprattutto in Toscana. Pochi sanno, ad esempio, che piante come la mimosa e la magnolia non sono autoctone delle nostre terre ma furono portate in Italia a seguito di una spedizione esplorativa che Napoleone tenne in Australia. L’igiene e la salute per lui erano una vera ossessione: promosse i bagni anche in mare, al tempo non praticati, ma oggi abitudine comune. Nel corso della docufiction sono stati quindi ripercorsi questi sottili e sconosciuti fili, dal suo arrivo sull’isola d’Elba il 4 maggio 1814 alla fuga del febbraio 1815: le meditazioni sulla fuga, la nostalgia per la Corsica, la depressione dopo la sconfitta, i problematici rapporti con i potenti dell’isola, il suo rapporto con le donne. Il condottiero che ha segnato più di chiunque altro la storia del diciannovesimo secolo, esce dal suo ruolo storico come da una corazza e si ritrova qua vulnerabile agli affetti e ai sentimenti, spinto anche alle riflessioni più amare, che la docufiction raccoglie e interpreta, consegnando al grande pubblico anche questa fase della sua vita, considerata da molti storici una parentesi minore. Grazie alla particolare capacità di un grande scrittore come Ernesto Ferrero, autore di N e Lezioni napoleoniche, Infinity Blue è riuscita a modernizzare l’opera di Napoleone offrendo allo spettatore termini di paragone con situazioni moderne, creando così un racconto fresco e vicino anche al mondo dei più giovani. «Napoleone è un grande lettore, è dotato di una memoria formidabile comparabile a quella di alcuni gigabyte di un computer di oggi e soprattutto questa memoria è così organizzata che lui stiva tutte le informazioni, oggi diremmo in altrettanti file, che poi è in grado di prelevare rapidamente quando ne ha bisogno».

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Per realizzare il documentario sono stati intervistati molti esperti, visitato musei, incontrato persone che vivono ancora oggi ricordando e studiando un uomo che ha saputo dare una spinta in avanti alla Rivoluzione Francese e che nonostante abbia perduto e finito la sua esistenza terrena in esilio, forse anche quella occasione è riuscito a trasformarla in una grande vittoria. L’essere ricordato a 200 anni di distanza, aver visto in anticipo e promulgato leggi che saranno riprese molti anni dopo, aver sognato e realizzato una società basata sulla meritocrazia e in seguito aver portato la democrazia in tutta Europa, questa è la sua grande vittoria. Napoleone come Prometeo: lancia una sfida, perduta, ma nella sua sconfitta c’è la vittoria del genere umano che continua a progredire provando, osando.

«Per noi la piccola vittoria è di aver realizzato un prodotto dove sia il cast della fiction sia il cast tecnico sono interamente lucchesi e di aver dimostrato che nella nostra provincia ci sono competenze che nulla hanno da invidiare a Roma e Milano, che sono il simbolo e le icone del cinema e della televisione. Ringraziamo infine tutti coloro che hanno partecipato e che hanno messo a disposizione le loro conoscenze, le capacità e le passioni che ci hanno consentito di realizzare il documentario». Maurizio e Cristina Bernardi

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LA BELLA

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ARGENTINA Viareggio ritrova il suo gioiello Liberty Nadia Davini

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rima il terrazzo, poi le fronde degli alberi – arrivati direttamente dall’Argentina – che mostrano e nascondono maioliche colorate e ampie vetrate. Infine la città intera, Viareggio, che da lassù rivela tutta la sua naturale bellezza. Rinasce Villa Argentina, museo a cielo aperto a due passi dalla Pineta di Ponente, e con essa rinasce la città, che ritrova in questo edificio stile Liberty, uno dei massimi esempi dell’arte di quel periodo in Italia, la speranza di un futuro radioso. Rinasce Villa Argentina, si diceva, e con essa torna a respirare Viareggio, che per un giorno, quello dell’inaugurazione – avvenuta, dopo 30 anni di abbandono, lo scorso novembre – si unisce compatta a festeggiare il suo gioiello, sorto a metà anni Venti all’angolo tra via Fratti e via Vespucci. E lo fa dedicando, nel centenario della Grande Guerra, la sua prima mostra a un altro punto di riferimento per l’arte viareggina, il padre dell’espressionismo italiano, Lorenzo Viani.

Un grande evento che ha richiamato in quattro mesi più di ventimila persone, raccontando quello che è stato il primo conflitto mondiale attraverso i quadro di Viani e le fotografie di Guido Zeppini, capitano medico, uno dei fondatori dell’ospedale Tabarracci e fotografo al fronte. Oltre ventimila presenze. La mostra, «La Grande Guerra di Lorenzo Viani – Viareggio, Parigi, il Carso. Pittura e fotografia della Grande Guerra in Lorenzo Viani», è stata realizzata dalla Provincia di Lucca, ente capofila del progetto insieme a Fondazione Mario Tobino, Fondazione Festival Pucciniano, Comune di Viareggio e Soprintendenza BAPSAE di Lucca e Massa Carrara, con il contributo di Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e Fondazione Banca del Monte di Lucca. Per quattro mesi ha accolto, incuriosito, stupito e fatto riflettere, proprio nel centenario di quel primo, dilagante conflitto

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mondiale che solo a Viareggio ha strappato 381 vite, tutte impresse con nomi e cognomi all’interno di una sala di Villa Argentina. Erano 120 le opere in esposizione, equamente divise tra i quadri di Viani e le fotografie di Zeppini. Nelle sale della Villa hanno trovato posto anche due disegni e due bronzi di Domenico Rambelli, autore insieme a Viani del Monumento ai Caduti di Viareggio. Lorenzo Viani, anarchico e riluttante al conflitto prima, ma fervente interventista dopo lo scoppio della guerra, rappresenta il massimo esponente di quell’espressionismo italiano che trova nei tagli forti, nelle pennellate violente la sua poetica. Giunse al fronte in divisa grigio verde, lì vi restò per quattro anni, fino al 1° gennaio 1919: sempre accompagnato dalla valigia del pittore, con pennelli, tinte, cavalletto e tele. Con pennellate veloci e intense dove coesistono grazia e malinconia, Viani ringhia in faccia all’osservatore la brutalità e la violenza della Grande Guerra, con colori cupi, sguardi vacui, innocenti inconsapevoli intrappolati nel gorgo della guerra. I suoi capolavori appaiono come un diario di guerra: nere croci di un cimitero, macabri funerali, trincee come tombe, terrore di battaglia. Lorenzo Viani, fin dagli esordi, ha messo l’uomo al centro del suo mondo pittorico e letterario: un uomo spaventato, diviso tra la paura della morte e le urgenze di una vita. Una figura che rappresenta totalmente il sentire del pittore, bloccato dall’angoscia della morte che trova nella pubblicazione Ritorno alla patria tutta la sua buia forza. Il libro, uscito nel 1929, riunisce tra prosa e poesia l’inquieto racconto di tre anni passati al fronte. Una raccolta che preserva la realtà degli avvenimenti di guerra: una visione sfaccettata, multiforme che tra brani di poesie, lettere e pagine di diario descrive la voragine del fronte. Immagini, parole e stralci di vita che se letti di fronte ad uno qualsiasi dei quadri esposti a Villa Argentina, tracciano un cerchio perfetto di quella che è stata la spirale di dolore, paura umana e sofferenza vissuta da Viani e incarnata magistralmente nella sua arte.

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Guido Zeppini ha ritrovato a Villa Argentina la sua doppia vita, di medico e fotografo. Uno dei fondatori dell’Ospedale Tabarracci di Viareggio, venne esonerato dal servizio militare per anzianità. Fu solo in seguito alle sue insistenze che riuscì a raggiungere il fronte a Ronchi dei Legionari, dove diresse un ospedale militare ricevendo riconoscimenti significativi come la medaglia al valore e la medaglia di argento con palma della Croce Rossa Italiana. Accanto ai ferri del mestiere di medico, a Villa Argentina trovano spazio le fotografie scattate da Zeppini. Sgranate, certo, qualcuna anche sfocata, recuperate dal nipote, deciso a restaurare e a condividere le lastre conservate dal 1918. Ma sempre vere: immagini che gelano in un eterno ritorno i volti dei soldati, delle rovine delle abitazioni e della struggente vita quotidiana in trincea, come il cadavere che i compagni trascinano nella neve, o il respiro profondo dopo la risata alla vista del pupazzo di neve a sfottò del Kaiser Guglielmo. Zeppini ha consegnato uno spaccato reale, con l’occhio impietoso del fotografo. Questa mostra, chiusa in aprile, ha dato il via a una serie di appuntamenti e incontri che segnano la vera rinascita di Villa Argentina. Dopo un lungo intervento di restauro, curato e fortemente voluto dalla Provincia di Lucca, la Villa simbolo di quel liberty che contraddistingue Viareggio è tornata a vivere. Una storia che ha attraversato più di un secolo, tanti passaggi di mano ma un solo grande destino: diventare il centro culturale della città, il fermento di quella Viareggio che ha ancora voglia di far parlare – bene – di sé. Dapprima abitazione privata, poi pensione per le vacanze estive, l’edificio, dislocato su tre piani per un totale di 1650 metri quadrati, dagli anni Ottanta versava in uno stato di abbandono e degrado che pareva senza ritorno. Così, però, non è stato e questo grazie all’Amministrazione provinciale lucchese che dal gennaio 2014 si è decisa a recuperare tredici anni di ritardi e rinvii.

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VILLA ARGENTINA VIAREGGIO RITROVA IL SUO GIOIELLO LIBERTY

BREVE STORIA DI VILLA ARGENTINA

Il primo progetto di edificazione di Villa Argentina si può collocare tra il 1920 e il 1924, quando la proprietaria Francesca Racca Oytana presenta la richiesta per la costruzione di un piccolo fabbricato. Nel 1925 viene acquistato dal viareggino Raffaello Panelli il lotto che separava Villa Argentina dalla pineta e, nello stesso anno, sempre Panelli presenta la domanda per costruire un edificio a uso residenziale su progetto di Francesco Luporini. Questa nuova costruzione avrebbe però relegato Villa Argentina in uno spazio angusto facendole perdere il suo rapporto privilegiato con la Pineta: fu probabilmente questa considerazione a convincere Francesca Racca Oytana ad acquistare anche l’altro lotto presentando nel 1926 un progetto di variante che prevedeva un notevole ampliamento della Villa, citata per la prima volta in questa occasione col nome di «Villa Argentina», in onore della terra di provenienza della proprietaria. Risale a questo periodo l’intervento di Galileo Chini, celebre artista e maestro delle maioliche che inserirà sulla facciata una magnifica copertura in ceramica. Un ulteriore ampliamento avvenne nel 1939 quando la baronessa Arborio di Sant’Elia, figlia della Oytana, completerà la costruzione della torretta, progettata da Alessandro Lippi. Quest’ala della casa è priva di abbellimenti ceramici anche a causa delle direttive del Fascismo, che imponeva di costruire seguendo i dettami del razionalismo. Nel 1940, a seguito dell’ampliamento, viene modificata l’impostazione al piano terra della scala principale, girando l’accesso verso il muro di fondo e rendendo così indispensabile la collocazione della grande specchiera. Allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Villa Argentina si presenta col suo aspetto attuale. Esce intatta dalla guerra e torna ad essere utilizzata dai proprietari fino agli anni Cinquanta, quando diventa una pensione: interventi di riorganizzazione interna portano a una diversa divisione degli spazi, con camere e servizi, lasciando però invariato il grande salone al

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piano terra. Negli anni Ottanta, dopo la chiusura della struttura alberghiera, la Villa viene lasciata in un grave stato di abbandono. Nel 1989 l’edificio è stato posto sotto il vincolo del Ministero dei Beni Culturali in seguito alla paventata ipotesi dei proprietari di trasformarlo in una serie di appartamenti. IL VALORE ARTISTICO DELLA VILLA

Dalla vetrata con lo stemma e il monogramma dei Conti di Sant’Elia al pavimento dell’ingresso dell’area nobile in marmo nero del Belgio, rarissimo, lucidato a specchio. Dagli stucchi monumentali sotto le balconate esterne agli stucchi floreali a foglia d’oro del soffitto del salone. Dai pavimenti in prezioso seminato alla veneziana, a piano terra e al primo piano, alle ringhiere delle scale riportate al colore originario, argento invecchiato, che fa da contrasto con le pareti di rosso pompeiano. E ancora le maioliche dipinte di Galielo Chini, cotte nelle Fornaci di Borgo San Lorenzo, magistrale esempio di Liberty, sintesi perfetta tra l’Art Nouveau e la Secessione viennese di Klimt. Villa Argentina è la rappresentazione ideale della Viareggio modernista: inserita in una città costellata di edifici Liberty, dove l’Art Nouveau e le sue decorazioni cesellate e colorate accompagnano lo sguardo attraverso tutto il Lungomare, la Villa è un esempio lampante e unico dell’importanza e della meraviglia dell’arte dei primi del Novecento. LA FACCIATA. Risale al 1926 l’opera di Galileo

Chini sulla facciata di Villa Argentina, che utilizza diversi repertori decorativi assemblandoli insieme, alternando elementi geometrici e figurativi con le suggestioni secessioniste, con citazioni orientaleggianti e neorinascimentali di matrice fiorentina. Le fasce che ornano il sottogronda sono costituite da ampie superfici piastrellate che incorniciano fanciulli che sorreggono ghirlande vegetali ornate di frutti e disegni stilizzati di alberi della vita. Quasi tutta la porzione superiore della Villa è rivestita da pannelli ceramici eterogenei: disegni a scacchiera di matrice geometrica di colore verde

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VILLA ARGENTINA VIAREGGIO RITROVA IL SUO GIOIELLO LIBERTY

e oro con altri decorati con cesti di frutta, accostati a piastrelle con uccelli e grappoli d’uva fra tralci e fogliame, decorazione che celebra la leggenda di Zeus, tema già adoperato da Galileo Chini nel 1909 per ornare la parte sottostante dei dipinti della cupola alla Biennale di Venezia. In questo periodo i modelli decorativi elaborati sono comunque prevalentemente ripresi dall’arte classica, come i putti, i festoni e le ghirlande. I pannelli, composti geometricamente, risentono dell’influenza di Klimt, che si ritrova nelle spirali, nei cerchietti e nei triangoli o anche nell’utilizzo di schematici motivi floreali. L’insieme richiama la cultura orientalista, ampiamente sperimentata tre anni prima alle terme Berzieri di Salsomaggiore, qui ricondotta a una tipicità toscana attraverso i motivi tradizionali delle maioliche del Rinascimento fiorentino. La grande sala da ballo del piano terra, dove il soffitto e le pareti sono interamente decorate con stucchi dorati in mecca d’argento che si rispecchiano nel lucente pavimento in marmo nero del Belgio, ospita il monumentale trittico dipinto su tela da Giuseppe Biasi (Sassari 1885 – Andorno Micca 1945) e incastonato fra gli stucchi nella parete di fondo del salone che raffigura un matrimonio persiano. Nel 1930 il pittore terminò la sua opera per i Conti di Sant’Elia, all’epoca proprietari della Villa. A fianco di quest’opera trovano spazio il Ritratto di famiglia, due pannelli con suonatrici e altre tre tele raffiguranti paesaggi esotici. Il razionalismo fascista, invece, è ben visibile nella struttura della sala da pranzo, collegata alle cucine, in cui sono stati recuperati i lavabi originali, da corridoi segreti, che all’epoca rendevano la servitù invisibile agli ospiti.

GLI INTERNI.

IL GIARDINO. All’esterno

la Villa è completata da un grazioso giardino di impronta esotica in perfetto accordo con l’architettura e la decorazione dell’edificio: allestito in uno spazio minuscolo e organizzato in aiuole fiorite con cespugli tipici dei giardini di inizio secolo. Al centro delle aiuole campeggiano rare piante

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di origine sudamericana: l’Erythrina crista-galli, detta anche albero dei coralli, il cui fiore è il simbolo dell’Argentina. NOTE SULL’OPERA DI RESTAURO E SULLA DESTINAZIONE

La Villa si estende su una superficie di 1650 metri quadrati, articolata su tre piani e un piccolo giardino, tutti restaurati e destinati a diventare il luogo nevralgico della promozione coordinata della cultura e del turismo di tutta la Versilia, nonché centro di documentazione sul Liberty. Le stanze dei piani superiori diventeranno uffici, mentre il piano terra sarà lasciato come spazio polivalente per iniziative culturali. Direttive previste anche nel protocollo d’intesa firmato nell’estate 2014 tra Provincia di Lucca, Fondazione Festival Pucciniano, Fondazione Mario Tobino, Soprintendenza ai beni artistici e architettonici di Lucca e Massa Carrara e Comune di Viareggio. La cronistoria dei restauri di Villa Argentina inizia nel 2001 quando, dopo anni di abbandono, viene acquistata dalla Provincia di Lucca per

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3,3 miliardi di lire. Altrettanti ne vengono stanziati dal Ministero dei Beni Culturali per la ristrutturazione e il recupero architettonico. La prima tranche di lavori viene curata dalla Soprintendenza. Successivamente le competenze passano all’amministrazione provinciale: nel 2006 Palazzo Ducale eroga 600mila euro e lo stesso anno la Regione stanzia 2milioni per trasferire nella Villa l’Apt (che poi verrà abolita). I soldi passano dunque alla Provincia che ci aggiunge altri 300mila euro di fondi propri nel 2009 emanando un altro bando per l’anno successivo, per un totale, dunque, di 2,3 milioni di euro. L’iter subisce però una battuta d’arresto (settembre 2012) quando viene rescisso per inadempienze il contratto con le ditte PMS e EDILFABB, prime affidatarie dell’incarico, con addebito dei danni. All’inizio del 2014 riprendono i lavori di restauro con una nuova ditta appaltatrice, l’ATI C.M.S.A. di Montecatini – Piacenti Spa di Prato. Il primo intervento ha riguardato la messa in sicurezza dell’immobile e la fornitura di tutte le dotazioni antisismiche come la copertura del

primo e del secondo piano e l’inserimento di nuove travi e capriate. In seguito sono poi stati completati gli impianti necessari per le nuove attività che si svolgeranno all’interno di Villa Argentina e contemporaneamente è stato recuperato l’apparato decorativo dei saloni del piano terra. Qui sono ospitati i dipinti di Giuseppe Biasi datati intorno al 1930 e riportati a nuova vita da un laboratorio specializzato. Sempre al piano terra anche gli stucchi in gesso e foglia d’oro sono stati recuperati e ripristinati, come anche i mosaici delle vetrate, lo splendido pavimento in marmo nero del Belgio, la scala principale con la sua ringhiera in ferro argentato, il grande specchio e le decorazioni presenti nel salone. Per quanto riguarda l’area esterna, invece, il giardino è stato ridisegnato rispettando il progetto originario, dando spazio a piante tipiche dell’Argentina. Qui sono poi state rimesse a nuovo le vetrate dell’atrio, i marciapiedi e le recinzioni.

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«La Grande Guerra di Lorenzo Viani» Immagini dalla mostra a Villa Argentina

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1 Lorenzo Viani. 2 La Guerra, 1917-1918. 3 Soldato inglese, 1917-1918. 4 Il sottotenente Pietro Gera, 1917. 5 La ritirata di Caporetto, 1917.

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MURA: I LAVORI

Archivio di Stato di Lucca, Fortificazioni 42, n. 1

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CONTINUANO Le Mura, una «fabricha» in continua espansione

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er costruirle ci vollero quasi 140 anni, dieci milioni di giornate lavorative, un numero imprecisato di mattoni, una schiera di architetti e consulenti militari chiamati da altre città e, naturalmente, un fiume di denaro: 900mila scudi, una cifra spropositata per quei tempi. L’ultima cerchia delle Mura – edificata tra il 1513 e il 1650 e ancora oggi integra – è nata su un gigantesco cantiere. Un imprimatur che non ha mai perso, tanto da essere rimasta una «fabricha» – così si chiamò quell’enorme cantiere a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento – quasi permanente.

IDENTITÀ E STORIA

Qualcosa di straordinario che ha permesso al monumento-simbolo della città – mai utilizzato per lo scopo per cui fu edificato, cioè la guerra – di passare quasi indenne cinquecento anni. Per i lucchesi di «dentro» e di «fuori», più che una gigantesca fortificazione militare, le Mura sono sempre state la rappresentazione dell’identità come popolo, il momento di riflessione sulla propria storia, il luogo fisico dove si pacificano tutte le fratture e le differenze e che restituisce unità e solidarietà di fronte all’esterno. Quindi per i lucchesi e per quelli che oggi sono cittadini dei Comuni vicini, ma che allora facevano parte della Repubblica e contribuirono alla sua costruzione, difendere quell’opera immane costata secoli di fatica e di lavoro significa difendere la propria identità e la propria storia. Di questo spirito si è fatta interprete la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca che per le Mura ha un particolare occhio di riguardo. Si può dire che le abbia adottate, soprattutto negli ultimi anni, da quando cioè i segni del tempo hanno reso ancora più necessaria un’attenzione costante al monumento. Del resto un’architettura così imponente – l’opera più grande mai realizzata nel corso della storia della città – richiede una manutenzione perenne, per garantire la quale la Fondazione ha stanziato ingenti somme

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Paola Taddeucci che hanno permesso, tra le altre realizzazioni, di restaurare e restituire alla città la Casa del Boia e la casermetta San Salvatore proprio in occasione del mezzo millennio delle Mura, festeggiato tra il 2013 e il 2014. Lavori, questi, che fanno parte del protocollo d’intesa sottoscritto a suo tempo tra la stessa Fondazione, il Comune di Lucca, la Regione e il Ministero dei beni culturali: l’accordo prevede da parte di ciascun ente lo stanziamento di determinate somme, anno dopo anno, per progetti di riqualificazione e valorizzazione del monumento.

I LAVORI NEL 2015

Il finanziamento che la Fondazione mette a disposizione nel 2015 ammonta a 4 milioni di euro che si aggiungono agli oltre 7 già stanziati. L’incremento copre i costi, tra l’altro, per la prosecuzione della pulizia al paramento esterno, la sostituzione degli impianti di illuminazione, la realizzazione di piste ciclabili, il restauro delle porte San Donato e San Jacopo. La pulizia del paramento finora ha interessato il tratto compreso tra il baluardo San Paolino e il baluardo Santa Maria: una parete di circa 800 metri, alta 12, tra il Caffè delle Mura, l’ex campo Balilla e il bastione che si erge all’estremità sud-occidentale della cerchia muraria. Resta da completare il tratto compreso tra la destra di Porta Elisa e la sinistra di Porta Santa Maria. Per quanto riguarda l’illuminazione sono stati eseguiti lavori tra Porta San Pietro e l’ex canile, circa 1300 metri, con la sostituzione quasi completa delle luci. Il lotto interessato nel 2015 è quello compreso tra l’ex canile e Porta Santa Maria dove verrà ridotta anche la larghezza dell’asfalto, come nell’intervento precedente. Quest’anno vedrà la luce, poi, la pista ciclabile tra la nuova rotonda di Porta Elisa e la stazione ferroviaria. Un lavoro, questo, che la Fondazione cofinanzierà insieme con la Regione. Sempre quest’anno è partito anche lo studio per un progetto di intervento sulla Porta di San Jacopo, che si trova in pessime condizioni di conservazione non essendo mai stata oggetto di ristrutturazioni. Per la casermetta San Regolo, poi, la Fondazione ha deciso di stanziare inizialmente 36mila euro finalizzati all’intervento di manutenzione alla copertura/architrave finestra, danneggiata dalla caduta di un albero. Per l’installazione di un ascensore, richiesto dall’Opera delle Mura per consentire l’accessibilità anche ai portatori di handicap, verrà deciso un successivo finanziamento. Infine la Porta San Donato ha bisogno del restauro ad alcuni elementi artistici interni,

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oltreché di una manutenzione complessiva e di un impianto d’illuminazione, per un totale di spesa di circa 100mila euro. Oltre 7 milioni di euro è, invece, la somma stanziata dalla Fondazione per diversi lavori già terminati. Più di 3 milioni sono serviti per il restauro della Casa del Boia che è stata aperta a giugno 2014; 1 milione e 120mila euro per la casermetta San Salvatore e 600mila per la casermetta San Pietro; 885mila per la riduzione dell’asfalto e 460mila per l’illuminazione nel tratto tra Porta San Pietro e l’ex canile; 200mila per la pulizia del paramento e infine 450 mila per Porta Elisa, oltre a circa 700mila euro per altri interventi e progetti cofinanziati dalla Fondazione. I SOTTERRANEI RITROVATI

Tra i progetti previsti dal protocollo d’intesa e cofinanziati dalla Fondazione ci sono quelli che riguardano i sotterranei dei baluardi Santa Croce, San Martino e San Paolino. In questo caso la maggior parte del contributo arriva dalla Regione Toscana, che ha destinato oltre due milioni di euro all’intervento. I lavori – che dovrebbero terminare entro il 2015 – prevedono il restauro di tutte le superfici a vista anche al fine di limitare le infiltrazioni di acqua provenienti dalle volte. Sarà inoltre realizzata l’impiantistica necessaria per installare un’illuminazione in grado di valorizzare gli ambienti. Verranno poi sistemate e consolidate le pavimentazioni in pietra esistenti mentre quelle in terra battuta saranno reintegrate con materiale simile e costipate, così da uniformare l’assetto. In previsione, infine, il ripristino di tutti i percorsi che, dai baluardi, portano all’esterno degli spalti: in questo caso verrà riutilizzata la pavimentazione esistente, con l’integrazione delle parti mancanti. Il finanziamento regionale comprende ulteriori 474mila euro per l’illuminazione del paramento da Porta Elisa a Porta San Jacopo: anche questo intervento dovrebbe concludersi entro la fine del 2015.

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LE MURA, UNA «FABRICHA» IN CONTINUA ESPANSIONE

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RESTAURI IN

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CITTÀ E DINTORNI La chiesa dei Santi Giovanni e Reparata

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nserita fra palazzi e giardini, la chiesa dei Santi Giovanni e Reparata appare ai viaggiatori come una parte fondamentale di quelle straordinarie quinte sceniche che introducono alla Cattedrale di San Martino. Un complesso architettonico originale e articolato che rende inconfondibile questa zona di Lucca: dalle strette strade e dagli edifici serrati ci si muove in un susseguirsi di spazi luminosi e inattesi dove gli elementi di secoli differenti dialogano fra loro seguendo il nostro tragitto e appagando la vista di vedute sempre nuove e piacevoli. Tanti sono sono stati gli artefici di questa inusuale scenografia, tanti gli interventi che nel tempo hanno costruito un’armonia architettonica e urbanistica non casuale. Nessuno ha realizzato progetti urbanistici di radicale rottura, tutti hanno aggiunto e migliorato l’esistente. Così alla fine di questo secolare percorso, nel Settecento, si abbassò il piano di piazza San Martino per dare maggiore monumentalità al Duomo e alla sua scalinata e infine Lorenzo Nottolini inserì la grande fontana circolare di piazza Antelminelli dove si specchiano gli alberi del giardino di Palazzo Micheletti, il transetto, il campanile e la grande cupola del battistero.

Iacopo Lazzareschi Cervelli Battista Castelli nel 1575 segnalava una serie di urgenze e di restauri da compiere. Inoltre ordinava di togliere immediatamente alcuni cimeli attaccati al muro della navata sud che niente avevano a che fare con la devozione: i vessilli, la spada e lo scudo del Gonfaloniere Girolamo Vellutelli assassinato con una decina di coltellate nel suo letto a Palazzo degli Anziani nel luglio del 1522 durante la congiura dei Poggi.

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Il complesso architettonico e urbanistico della Chiesa dei Santi Giovanni e Reparata è un libro aperto che aspetta solo di essere sfogliato per raccontare la sua lunghissima storia. Già osservando la facciata della chiesa è possibile cimentarsi come investigatori nei segni di secoli differenti: un possente portale romanico della fine del XII secolo ricucito dentro l’architettura tardo-rinascimentale; i due portali delle navate laterali dissimulati e nascosti sotto due nicchie classicheggianti vuote. La parte inferiore della facciata non doveva essere molto dissimile da quella che vediamo ancora oggi nella chiesa di San Cristoforo, ma alla fine del Cinquecento l’edificio romanico denunciava tutti i segni del tempo, e non era più al passo con la moda e la pastorale dell’epoca. Il visitatore apostolico Giovanni

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Così iniziarono i lavori per rimodernare l’aspetto di tutta la basilica. Cristoforo e Cesare Turrettini fra il 1587 ed il 1622 restaurarono l’edificio e lo arricchirono: fu realizzato il grande soffitto a cassettoni dipinti dell’interno, la facciata fu trasformata e furono aperte grandi finestre sulle fiancate per dare luce alle navate, mentre a Paolo Guidotti fu affidato il rifacimento dell’affresco nel catino absidale. Fu inoltre costruito un muro di divisione fra battistero e chiesa e chiusa la porta del transetto che dava su piazza San Martino, il tutto per mantenere maggiore tranquillità all’interno dell’edificio sacro dove probabilmente si verificava l’indebito passaggio di persone che andavano e venivano da via del Battistero attraversando l’interno della chiesa come scorciatoia.

LA SCOPERTA DEI RESTI ARCHEOLOGICI

L’interesse archeologico per la chiesa iniziò nel XVII secolo quando Cesare Franciotti e altri eruditi lucchesi cominciarono ad annotare alcuni ritrovamenti significativi. Si narrava la scoperta di monete con le effigi di imperatori romani, di urne e altri resti, si iniziò a ritenere che il battistero fosse stato costruito sulle fondamenta di un tempio antico, trasformato dai primi cristiani in chiesa. La conferma di quelle prime scoperte avvenne nel 1692, quando scavando le fondamenta della nuova cappella di Sant’Ignazio di Loyola, alla profondità di circa 4 metri, venne alla luce un grande sarcofago romano su cui era scolpito un trionfo di Dioniso. Il ritrovamento fu poi portato nel palazzo arcivescovile ed oggi è stato di nuovo collocato nella navata nord della chiesa. Nel 1714 in occasione del rifacimento della balaustra dell’altare maggiore fu ritrovato il corridoio sotterraneo dell’antica cripta carolingia con un’urna contenente le reliquie di San Pantaleone. Nel 1885 fu la volta di Enrico Ridolfi che scavò nel battistero ritrovando il fonte battesimale del XII secolo spingendosi fino alla profondità dei resti paleocristiani e di quelli romani. La documentazione lasciata ha convinto gli archeologi a ripetere lo scavo fra il 1968 ed il 1977 estendendolo a tutta la chiesa, scoprendo i resti dell’antica cattedrale paleocristiana di Lucca: un racconto avvincente rimasto fruibile per i visitatori grazie alla realizzazione di un solaio metallico sospeso che ha dato vita al più grande itinerario archeologico della città. UN LUNGO VIAGGIO NEL TEMPO

La Lucca dell’inizio del IV secolo era una città destinata a svolgere un ruolo importante nelle epoche immediatamente successive, perché fortificata. Le mura romane, rimaste inutilizzate dal II secolo a. C., quando erano servite per fronteggiare i Liguri e proteggere la vicina Pisa, stavano tornado ad essere molto importanti ed erano state restaurate sulla fine del III se-

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colo dall’imperatore Probo. L’impero era sempre più permeabile alle invasioni dei barbari, perfino Roma si era dotata di una nuova possente cinta muraria. La prima notizia della Lucca cristiana ci giunge nel 343-344 dal Concilio di Sardica (l’odierna Sofia in Bulgaria) dove fu registrata la presenza del vescovo Maximus a Tuscia de Luca. Il vescovo Massimo quasi sicuramente non vide la prima costruzione della chiesa di Santa Reparata, ma forse conobbe l’edificio termale romano su cui sorse il nuovo battistero. La prima cattedrale di Lucca fu collocata in una posizione di grande importanza urbanistica, lungo il cardo massimo a pochi passi dalla porta meridionale della città mentre altre chiese sorsero quasi sicuramente fuori dalle porte principali. La scelta di questa posizione ha fatto supporre agli studiosi che sia stata fondata solo dopo l’editto di Tessalonica del 380 e dopo i decreti teodosiani del 391-392 che imposero il cristianesimo come religione di Stato. L’antica chiesa di Santa Reparata era una basilica con abside delle stesse dimensione dell’attuale a un’unica grande navata. Dai resti delle sue fondazioni si può intuire che le sue fiancate fossero articolate su ordini di arcate su pilastri dentro le quali si aprivano le finestre: gli studiosi ne propongono una ricostruzione che si avvicina a una piccola versione della basilica palatina di Treviri, ma abbiamo pochissimi elementi per immaginarci lo sviluppo in altezza dell’edificio che comunque si doveva distinguere nel tessuto urbano per la sua imponenza. La chiesa era dotata di due transetti di cui il settentrionale era in comunicazione con il vicino battistero. Il pavimento era realizzato a mosaico a grandi riquadri con motivi geometrici seriali. I piccoli frammenti rimasti ci consentono di ricostruirne in parte le forme e ci parlano di uno dei committenti, il diacono Severiano, il primo a promuovere la realizzazione dell’opera con una cospicua offerta. Il batti3

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LA CHIESA DEI SANTI GIOVANNI E REPARATA

stero aveva una pianta a quattro absidi, ma anche in questo caso non siamo in grado di ricostruire con certezza lo sviluppo verticale dell’architettura. Alla fine del V secolo tramontava definitivamente l’Impero Romano d’Occidente e in Italia si avvicendarono per sessanta anni il regno di Odoacre e poi gli Ostrogoti fino a quando l’imperatore d’oriente Giustiniano decise di riconquistare la penisola. La Guerra gotica combattuta in più fasi fra il 535 ed il 553 ridusse la penisola in una definitiva rovina e vide Lucca protagonista come uno degli ultimi baluardi di resistenza contro i bizantini. Lucca fu assediata per tre mesi dalle truppe del generale Narsete il quale dopo una fase di lunghe trattative e prove di magnanimità, per indurre i lucchesi alla resa, espugnò le mura con macchine belliche e si impossessò della città lasciandovi una guarnigione per reprimere eventuali sommosse di barbari. A questo periodo o a quello immediatamente successivo viene fatto risalire dagli archeologi

l’abbandono e la rovina dell’antico battistero utilizzato per collocarvi molte sepolture. Ma le sventure della penisola non erano terminate e nel 568 penetrarono in Italia i Longobardi. Lucca per la sua importanza strategica fu conquistata quasi subito. Secondo la tradizione fu il vescovo Frediano a guidare la città in quei difficili momenti. Oltre ad essere feroci guerrieri, i Longobardi al loro arrivo in Italia seguivano ancora l’Arianesimo: questo determinò una divisione dei luoghi di culto e lo sdoppiamento delle cattedrali una per gli ariani, l’altra per i cattolici. Forse il clero cattolico fu costretto a lasciare Santa Reparata al clero dei conquistatori, ma purtroppo non abbiamo elementi per capire cosa avvenne. In questi anni abbiamo invece per la prima volta notizia dell’esistenza della chiesa di San Martino in cui il vescovo Frediano aveva fondato un altare dotato di ciborio. Quando dall’oscurità dell’alto medioevo emergono i primi documenti scritti, più di un secolo dopo l’invasione, troviamo Lucca capitale del più importante ducato longo-

bardo della Toscana, in cui le etnie fra vinti e invasori si erano notevolmente mescolate e influenzate. A poca distanza dalla chiesa di Santa Reparata in quegli anni si estendeva il quartiere amministrativo con i palazzi del re e della regina, dove venivano riscosse le tasse, amministrati i beni demaniali e dove probabilmente si trovava la zecca e altri opifici che fornivano beni e proventi alla corte regia di Pavia. L’aristocrazia longobarda convertita al cattolicesimo era saldamente a capo della diocesi lucchese il cui potere era stato esteso ben oltre la sua giurisdizione. In questo periodo Santa Reparata fu dotata di un nuovo pavimento marmoreo che nascose quello antico, ormai consunto e rovinato dalla consuetudine di seppellire i morti in chiesa. In quel periodo fu rinnovato anche il recinto corale in lastre di calcare scolpite con croci vegetali e motivi geometrici i cui frammenti sono oggi conservati nel Museo Nazionale di Villa Guinigi. I primi segni del declino del regno longobardo si fecero chiari a metà del secolo. Il vescovo Vualprando, figlio del duca di Lucca Vualperto, nel luglio del 754 lasciò la diocesi e partì per la guerra a fianco di re Astolfo contro i Franchi in Val di Susa. L’esercito longobardo fu travolto dai nemici chiamati dal papa e Vualprando perse la vita. Nel suo testamento lasciò alla chiesa di Santa Reparata la quarta parte dei suoi beni. In quegli anni Santa Reparata aveva perso il suo primato di cattedrale a vantaggio della vicina San Martino. In realtà entrambe le chiese conservarono la cattedra vescovile e probabilmente le funzioni condivise, se dobbiamo credere a un documento dell’XI secolo che ci descrive Santa Reparata officiata dai presuli lucchesi in estate, mentre San Martino nel periodo invernale. La rinascita dell’Impero, voluta da Carlo Magno attraverso una forte alleanza tra Franchi e papato, determinò anche a Lucca un più diretto rapporto con Roma. Riprese il culto

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delle reliquie e, come in San Martino e San Frediano, anche Santa Reparata ebbe la sua nuova cripta per custodire i resti di un martire dei primi secoli del Cristianesimo: San Pantaleone. Della chiesa nei secoli X e XI sappiamo che fu sensibilmente accorciata, arretrando la linea della facciata che fu dotata di due torri e forse di un vero e proprio corpo occidentale con loggiati. All’ultima fase, prima della ricostruzione romanica, risale un nuovo recinto liturgico molto semplice ben visibile negli scavi della navata centrale che conserva anche un graffito rappresentante alcuni episodi della vita di Santa Reparata. Il battistero romanico fu interamente ricostruito all’inizio del XII secolo con una pianta quadrata che coincide con il muro perimetrale dell’attuale. Il nuovo edificio era articolato internamente su sette grandi pilastri che sorreggevano un tamburo coperto da una cupola o da una cuspide centrale sotto i quali fu inserito il fonte battesimale a immersione che ancora oggi vediamo. La chiesa romanica di Santa Reparata fu ricostruita nella seconda metà del XII secolo con l’apporto di maestranze attive in altri cantieri della città come quello di San Martino. L’architrave della porta maggiore che raffigura la Madonna fra due angeli e i dodici apostoli è databile intorno al 1187 e ci testimonia una fase molto avanzata dei lavori di ricostruzione dell’edificio. Il battistero fu infine ricostruito con l’attuale forma nel corso del XIV secolo, abbattendo i pilastri interni della struttura romanica, rialzando le mura perimetrali e coprendo tutta la vasta area quadrata con un’ardita cupola ogivale che all’esterno ha un profilo quasi piramidale. Il nuovo battistero era dotato di una grande scarsella che si apriva con un’arcata a tutto sesto nella parete orientale. Questa struttura che minava la stabilità della cupola fu demolita nel 1560 e l’arcata chiusa con un massiccio muro continuo. 5

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LA CHIESA DEI SANTI GIOVANNI E REPARATA

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UN NUOVO RUOLO PER SAN GIOVANNI

Le soppressioni napoleoniche colpirono duramente la chiesa dei Santi Giovanni e Reparata: nel 1808, dopo i decreti di Elisa Baciocchi, fu indemaniata, spogliata dei beni, degli arredi e destinata a sede dell’archivio pubblico. La chiesa fu riaperta al culto solo nel 1829 come succursale della parrocchia della cattedrale e subì un generale restauro e ripristino a cura della Commissione di belle arti del Ducato di Lucca fra il 1842 e il 1843. La chiesa disadorna trovò un nuovo ruolo ospitando i monumenti di cittadini importanti, destinati a arricchire nuovamente il grande edificio. Il Comune di Lucca fece collocare due grandi lapidi sui pilastri dell’arco di collegamento con il battistero con i nomi dei caduti durante la prima guerra d’indipendenza italiana nel 1848. Nel battistero trovarono posto il monumento barocco di Guido Diodati tolto dalla

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soppressa chiesa di Sant’Agostino e qui ricostruito nel 1884, il monumento al pittore Michele Ridolfi (1793-1854) quello all’arcivescovo Giulio Arrigoni (1806-1875) entrambi di Augusto Passaglia e le memorie marmoree dedicate dall’Accademia Lucchese di Scienze Lettere ed Arti alla poetessa Teresa Bandettini (1763-1837), dell’erudito e storico Cesare Lucchesini (1756 -1832) e del botanico Paolo Volpi fondatore dell’Orto Botanico di Lucca. Discorso a parte meritano le due importanti opere dello scultore Vincenzo Consani (1818-1887): il monumento al pittore Giovanni Farina (nonno dello scultore) posto nella navata nord e ispirato al monumento di Pietro Da Noceto di Matteo Civitali, e quello a Matilde di Canossa del 1872 nel transetto. La celebrazione della più famosa marchesa di Tuscia, protettrice della Chiesa nel medioevo, che in verità non aveva mai avuto un rapporto storicamente idilliaco con i suoi sudditi lucchesi, fu sug-

gerito allo scultore dalla presa di Roma e dalla fine del potere temporale del papa nel 1870. Mente i Savoia avevano usurpato il potere a Pio IX, Consani celebrava colei che aveva lasciato tutti i suoi possessi alla Chiesa. Proprio per questo il monumento non suscitò grandi entusiasmi e rimase incompiuto fino al 1935, quando la Cassa di Risparmio di Lucca lo completò. L’INTERVENTO DI RAFFORZAMENTO E RESTAURO DEL SOLAIO DELLA CHIESA

Il solaio metallico moderno della chiesa dei Santi Giovanni e Reparata fu realizzato fra il 1981 e il 1986 con lo specifico intento di inserire una struttura che fosse meno invasiva possibile e che consentisse con il suo spessore relativamente sottile di lasciare maggior spazio possibile alle zone archeologiche sottostanti, permettendo il più comodo accesso in vista dell’apertura al pubblico degli scavi. Dopo circa trent’anni dalla costruzione si è reso necessa-

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Dopo il controllo scrupoloso di tutte le saldature (lamiere, travi, giunti e connettori) che hanno dato sempre esito positivo garantendo la massima qualità di esecuzione, il 14 aprile 2014 è stata eseguita una prova di carico su una delle travi con un peso di 15 tonnellate pari a circa 500 kg per metro quadrato. Nel corso dei lavori al solaio sono stati realizzati numerosi altri interventi non programmati senza variare la spesa prevista: è stata ristrutturata la copertura e sostituite le tubature della navata nord, rifatto l’intonaco e la verniciatura delle volte della stessa. È stato riaperto un finestrone, recuperato l’intonaco esterno della cappella di Sant’Ignazio di Loyola e risolti i problemi di scarico del terrazzo attiguo al campanile.

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rio un nuovo intervento a causa della scarsa sicurezza della struttura che presentava carenze statiche ed eccessive deformazioni. Tale situazione aveva determinato la rottura di intere porzioni del pavimento in cotto. L’intervento di messa in sicurezza e rinforzo del solaio metallico, mirato al rinforzo strutturale dell’orditura metallica, contenendo al massimo l’impatto visivo conseguente, è stato finanziato completamente dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca con una spesa di circa trecentomila euro. Il lavoro è stato progettato dallo Studio di ingegneria civile DP Ingegneria, realizzato dalla ditta Nannini Costruzioni in 92 giorni e ha riguardato sia il corpo principale della chiesa che il battistero adiacente. Operativamente è stata eseguita la saldatura di molti elementi esistenti e, dove essa non fosse bastata, sono stati inseriti profili

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metallici aggiuntivi, così da rendere più rigida e sicura la struttura. Nella navata centrale, una volta rimosso il pavimento tra le colonne delle navate, si è proceduto a realizzare una sezione mista acciaio-calcestruzzo e sono stati inseriti nuovi profili ed eseguite saldature. Nelle navate laterali sono stati aggiunti nuovi profili ed eseguite saldature di rinforzo. Nel presbiterio e nei bracci del transetto il rinforzo è stato eseguito mediante l’inserimento di travi e lamiere. L’ultima parte della struttura, che necessitava di un rinforzo statico, era quella relativa al battistero. Il grigliato costituente il solaio è poggiato su più portali, ma la resistenza del piano era ridotta. La soluzione è stata trovata inserendo travi rompitratta per il grigliato. Infine sono state sostituite le parti del pavimento danneggiate, e le parti nuove sono state trattate in modo da risultare perfettamente uniformi con quelle vecchie.

È stata infine condotta un’operazione di pulizia dei locali della sagrestia, delle finestre, del sagrato di piazza San Giovanni e dell’intera basilica. Nel battistero di San Giovanni è stata realizzata la pulitura della facciata nord imbrattata da scritte vandaliche, è stata pulita la facciata sud dove è stata realizzata una pensilina di protezione della stessa all’altezza della grande terrazza sopra la sagrestia, mentre nell’interno è stato restaurato l’intonaco ed è stato messo in sicurezza l’affresco che si trova nella nicchia del fonte battesimale.

1 Lucca, Chiesa dei SS. Giovanni e Reparata, facciata 2 Vetrata del 1579 nel transetto sud con San Giovanni Battista 3 Particolare del battistero con gli scavi archeologici e la grande arcata di collegamento alla chiesa 4 Frammento del pavimento a mosaico della chiesa primitiva con probabile nome di un committente 5 Particolare del portale principale della chiesa 6 Vincenzo Consani, Monumento a Matilde di Canossa, particolare 7 Architrave e lunetta del portale principale

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Passato, presente, futuro

L’impegno della Fondazione CRL per gli edifici di culto

Marlia, Santa Maria Assunta e San Giovanni

Camigliano, Chiesa di San Michele

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L’impegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca per il restauro e la messa in sicurezza degli edifici di culto della provincia ha interessato negli ultimi anni molte realtà del territorio. Oltre al restauro della Chiesa dei Santi Giovanni e Reparata di Lucca, di notevole spessore è l’opera di recupero della Chiesa dei Santi Maria Assunta e Giovanni Evangelista a Marlia, dove il progetto ha riguardato la struttura e l’area antistante l’edificio. Anche il restauro della Chiesa di San Michele a Camigliano ha trovato il sostegno della Fondazione, così come il progetto di recupero delle decorazioni lapidee interne alla Pieve di San Lorenzo in Monte a Segromigno. Molti anche gli interventi realizzati nella Cattedrale di San Martino, tra i quali spicca la ristrutturazione del Tempietto progettato da Matteo Civitali per custodire il Volto Santo. Nel futuro questo ruolo a sostegno del recupero degli edifici di culto della provincia si farà sempre più concreto. Tra gli interventi previsti infatti sono da segnalare la Chiesa di San Pellegrino, nel centro storico di Lucca, e soprattutto il grande progetto per la costruzione ex-novo della chiesa nel quartiere Varignano a Viareggio.

Segromigno, Pieve di San Lorenzo

Lucca, Cattedrale di San Martino

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PICCOLI

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GRANDI MUSEI La Toscana del Novecento in mostra

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na guida, una app in quattro lingue, undici mostre, diciotto eventi collaterali, centootto musei, sette itinerari turistici, una nuova rete museale aperta il sabato e la domenica, un pass per ingressi, visite guidate, didattica e sconti nei territori. Ecco Piccoli Grandi Musei, il progetto di Regione Toscana e Ente Cassa di Risparmio di Firenze, nato per la valorizzazione del patrimonio artistico del territorio in collaborazione con le Fondazioni bancarie toscane, tra cui la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, e dedicato quest’anno alla Toscana del Novecento. Un percorso, una guida, un’applicazione, mostre e tanti eventi – a partire dal 13 giugno fino al 31 dicembre 2015 – per raccontare, attraverso mille voci, la storia di una regione e di un secolo. Famosa in tutto il mondo per le sue meraviglie del passato – dall’arte etrusca ai grandi capolavori del Rinascimento – la Toscana viene raramente associata al Novecento. Eppure durante il secolo scorso, l’intera regione ha svolto un ruolo importante nell’offrire stimoli e vivaci contesti agli artisti che qui hanno vissuto, lavorato e spesso raggiunto notorietà internazionale, rappresentando anche un’attrattiva per i collezionisti che hanno deciso di affidare a questi territori le proprie raccolte. Questo ruolo si delinea chiaramente grazie a numerosissimi musei, disseminati nella nostra regione: oltre 100 realtà, grandi e piccole, per narrare attraverso luoghi e immagini, 100 anni d’arte. E proprio per raccontare questa storia, è stata fatta la prima mappatura completa di tutti i suoi protagonisti. Oltre cento musei, nati nelle circostanze più diverse, alcuni dedicati a singoli artisti, altri creati con ambizioni antologiche, alcuni espressione di una volontà locale, altri frutto di una donazione, voluti per raccontare un’attività artistica, oppure una storia industriale. Una ricognizione geografica che propone percorsi diversi, per tipologie museali o per generi di opere esposte, per periodi storici privilegiati o per tematiche affrontate, con lo scopo, naturalmente, di creare una rete in

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I contenuti della guida e dell’applicazione saranno disponibili anche sul sito web www.toscana900.com, disponibile nelle versioni italiana e inglese.

grado di valorizzare le realtà museali legate al Novecento Toscano e per andare alla scoperta dei quasi 450 artisti legati alla nostra regione, da Plinio Nomellini, Lorenzo Viani, Ottone Rosai e Massimo Campigli, a Marino Marini, Alberto Magnelli e Gino Severini, sino a Carla Accardi, Jannis Kounellis, Pino Pascali, Daniel Spoerri, Alighiero Boetti e Igor Mitoraj, per citarne solo alcuni. Per la prima volta ai soggetti promotori e finanziatori si è aggiunta quest’anno la Consulta delle Fondazioni di origine bancaria della Toscana, che è interessata a sostenere questo modello di partenariato pubblico-privato per lo sviluppo di progetti innovativi nel settore cultura. Ventidue i musei individuati per accogliere attività didattiche, laboratori per famiglie e visite guidate che aiuteranno il visitatore a conoscere queste realtà: previste aperture anche per il sabato e la domenica, con undici mostre e diciotto eventi collaterali che approfondiranno ulteriormente la storia e i protagonisti del Novecento in Toscana. L’immenso lavoro di ricerca è confluito nella guida Toscana ’900, edita da Skira: 300 pagine in italiano e in inglese e dieci capitoli dedicati ai musei suddivisi per territori corrispondenti a quelle che sono state le dieci recenti province. Insieme alla guida, c’è un’applicazione, gratuita, realizzata sia per il mondo Mac che per quello Android, che oltre a riportare gli stessi contenuti del volume cartaceo, avrà un sistema interattivo di localizzazione tramite mappe georeferenziate, nelle quali saranno proposti una serie di percorsi del Novecento sul territorio. Per il progetto è stato creato un pass che darà la possibilità di usufruire di biglietti ridotti o gratuiti presso i 22 musei capofila della rete museale, le grandi 11 mostre e i 18 eventi collaterali di Toscana ’900. Il pass altresì darà diritto ad agevolazioni e gratuità per visite guidate e attività didattiche, sconti in strutture ricettive, ristoranti ed esercizi commerciali, creando così una vera e propria rete dei luoghi della cultura del Novecento e del tessuto economico e turistico locale. Il pass sarà attivo dal 13 giugno al 31 dicembre 2015.

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LE MOSTRE IN PROVINCIA DI LUCCA

Per quanto riguarda la provincia di Lucca le mostre più importanti proposte saranno tre, la principale delle quali si terrà nel Complesso monumentale di San Micheletto, alla Fondazione Ragghianti. «Creativa produzione. La Toscana e il design italiano 1950-1990», questo il titolo dell’esposizione che durerà fino al primo novembre prossimo. La mostra, a cura di Gianni Pettena, Davide Turrini e Mauro Lovi, racconta la storia del rapporto tra cultura del progetto e mondo produttivo in Toscana, dagli anni Cinquanta ad oggi. Un percorso che affronta molteplici settori della produzione, dall’arredamento agli oggetti d’uso, dai veicoli al design grafico, da cui emerge il ruolo fondamentale che la Toscana ha avuto nella costruzione dell’identita del design italiano, come confermano i nomi Ettore Sottsass, Lella e Massimo Vignelli, Giovanni Michelucci e Lapo Binazzi, e marchi come Richard Ginori, Poltronova e Piaggio. «Il sentimento del paesaggio. Il viaggio pittorico nelle terre della Lucchesia» è il titolo del percorso espositivo che per circa un mese (26 settembre25 ottobre 2015) sarà allestito al Palazzo della Fondazione Banca del Monte di Lucca. La mostra, a cura di Silvestra Bietoletti, Antonia d’Aniello e Claudio Casini, propone un viaggio alla scoperta della rappresentazione pittorica del paesaggio della lucchesia nel Novecento, attraverso le opere di artisti come Plinio Nomellini, Lorenzo Viani, Galileo Chini, Moses Levy e tanti altri. A Viareggio, infine, sarà la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea «Lorenzo Viani» (GAMC) ad ospitare uno dei percorsi toscani con «Segno, gesto, materia. Esperienze europee nell’arte del secondo dopoguerra. Opera dalla donazione Pieraccini» che per due anni attraverserà Viareggio. Il nuovo allestimento museale, a cura di Alessandra Belluomini Pucci, Claudia Fulgheri e Gaia Querci, propone una selezione di opere dalla collezione Pieraccini Afro, Fattori, Capogrossi, de Chirico, Rosai, Magnelli, Fontana, Burri, Consagra, Emilio Vedova, ma anche maestri dell’Europa occidentale ed extraeuropei come Hans Hartung, Jean Dubuffet, Paul Delvaux e Corneille.

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Metti un giorno al museo Tour virtuale nei musei della città Iacopo Lazzareschi Cervelli

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musei di Lucca accolgono i visitatori con la familiarità e il fascino proprio degli ambienti vissuti, dove opere altrettanto vissute ci parlano della loro avventura, di quella dei loro proprietari e committenti, dei rapporti con un territorio piccolo e denso come fu quello della terza Repubblica italiana dopo Venezia e Genova, poi del Principato di Elisa Baciocchi e del Ducato dei Borbone. La città-stato di Lucca ha accumulato un patrimonio culturale e artistico molto vasto che oltre a essere rappresentato dai monumenti e da un’urbanistica intatta, trova l’espressione più preziosa nelle sue raccolte museali. I musei cittadini non sono rivolti, certamente, solo al rapporto con la Lucca del passato, ma rappresentano una parte ragguardevole dell’intensa vita culturale della città espressa in un equilibrio non sempre facile, ma senza dubbio originale, fra peso e valorizzazione di un patrimonio immenso, contemporaneità e rapporti con una cultura ormai sempre più internazionalizzata. I musei e le gallerie di Lucca non sono semplici contenitori asettici e freddi, ma sono essi stessi architetture storiche vive da scoprire. Dialogano e fanno dialogare gli oggetti esposti, ricreando intorno alle opere quella magica ‘aurea’ che riesce istintivamente a far comprendere bellezza, i significati e quelle relazioni non più visibili, fascino impalpabile e immediato. La prima meta di questo itinerario è il Museo nazionale di Villa Guinigi, ospitato nella fiabesca dimora di Paolo Guinigi, signore di Lucca fra il 1400 e il 1430. Una villa urbana che fu edificata in una zona allora periferica e verde della città. Con le sue trifore, il suo tetto merlato è il prototipo della villa lucchese tardo gotica in cui il signore di Lucca tenne le sue feste più sontuose, ispirandosi al lusso delle altre corti italiane e europee del periodo. L’edificio raccoglie sia testimonianze archeologiche della nascita e dello sviluppo della città sia opere d’arte provenienti da chiese e con-

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venti soppressi. Il percorso inizia con le tracce delle antiche civiltà che popolarono la piana di Lucca e la Valle del Serchio dall’VIII secolo a.C. in avanti: una zona di confine fra Liguri e Etruschi che fu poi colonizzata dai Romani nel II secolo a.C. I frammenti della Lucca romana ci portano a riscoprire la sua conformazione urbanistica ancora oggi ben riconoscibile e l’importanza che svolse per l’espansione dei latini verso nord. Lucca capitale del più importante ducato Longobardo della Toscana ci ha lasciato le crocette di lamina d’oro una volta cucite sul sudario di un guerriero, seppellito con spada e grande scudo rotondo, oppure i resti delle transenne marmoree della chiesa di San Giovanni. La potente scultura del Romanico lucchese è ben rappresentata dalla cosiddetta ‘Pantera’, un leone che ghermisce un uomo terrorizzato: la singolare opera di arenaria era originariamente appesa per incutere ancora più timore nell’osservatore. Ma la parte più suggestiva del museo è senza dubbio il primo piano, dove trovano collocazione opere dal gotico al manierismo: l’allestimento mescola, infatti, pittura, scultura, mobilia d’epoca e alcuni esempi di oreficeria in un excursus cronologico di grande effetto visivo e narrativo. Nel salone centrale trovano posto le croci dipinte del XIII secolo dei lucchesi Berlinghiero e di Deodato Orlandi, sculture di raffinata cultura gotica come la Madonna con Bambino del senese Tino di Camaino, pale d’altare a fondo oro trecentesche fra cui la Crocifissione e santi di Spinello Aretino e i laterali di un polittico del fiorentino Gherardo Starnina con santi paludati di colori squillanti e cangianti. Davanti a un tabernacolo intagliato, dipinto e dorato da Priamo della Quercia, si osservano quattro porzioni degli stalli lignei intagliati e intarsiati da Leonardo Marti (1451-1457) del coro della cattedrale di Lucca sui quali i canonici, il Gonfaloniere e gli Anziani della Repubblica seguivano le celebrazioni nella chiesa più importante. Due madonne con bambino in terracotta tolte da alcuni tabernacoli cittadini sono opere attribuite a un giovanissimo Donatello e costituiscono il cardine

del passaggio fra cultura gotica e rinascimentale negli stessi anni in cui Iacopo della Quercia scolpiva il monumento a Ilaria del Carretto. Il primo Rinascimento lucchese è ben rappresentato da Matteo Civitali e da una cerchia di artisti che intrecciarono un fitto dialogo con la cultura fiorentina coeva, con esiti sorprendenti e di altissima qualità come nel caso di Michelangelo di Pietro Membrini, senza dubbio il più grande pittore lucchese del periodo. L’autonoma ricerca degli artisti lucchesi proseguì ancora nei primi anni del Cinquecento andandosi però a scontrare con l’egemonia fiorentina sempre più schiacciante, la Controriforma e le mutate condizioni economiche della città. Nel museo questa cesura è ben rappresentata dall’Immacolata Concezione di Giorgio Vasari del 1543 per la chiesa di San Pier Cìgoli che chiude trasversalmente la grande galleria del primo piano. Fra le opere che ci consentono di viaggiare istintivamente nel tempo, meritano sicuramente una sosta le tarsie degli antichi armadi della sagrestia di San Martino di Cristoforo Canozzi da Lendinara (1484-1488) e quelle di Ambrogio Pucci del 1522 che ornavano invece gli stalli della cappella palatina degli Anziani della Repubblica di Lucca, magistrati che restavano letteralmente rinchiusi nel Palazzo per i due mesi del proprio mandato. Queste opere rappresentano infatti vedute di Lucca e del suo territorio in parte reali, in parte fantastiche e trasfigurate in un’atmosfera sospesa e magnetica che sarà la stessa, secoli dopo, della pittura metafisica di Giorgio De Chirico. La pittura dopo la Controriforma prosegue con grandi nomi italiani chiamati a Lucca a rinnovare i programmi iconografici delle chiese con le loro tele. Fra questi, il Passignano, Federico Zuccari, Jacopo Ligozzi, il Cigoli. Il barocco vede la presenza di Guido Reni, Giovanni Lanfranco ma anche nuove figure di artisti locali di respiro nazionale come il caravaggista lucchese Pietro Paolini e Girolamo Scaglia, mentre il Settecento è illustrato da alcune opere di Pompeo Batoni (il più famoso e celebrato pittore lucchese di tutti i tempi) e 3

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METTI UN GIORNO AL MUSEO. TOUR VIRTUALE NEI MUSEI DELLA CITTÀ

del suo probabile maestro Giovan Domenico Lombardi. Se Villa Guinigi ci ha illustrato la storia dell’arte lucchese, il Museo nazionale di Palazzo Mansi ci svela il fascino di una dimora di una delle più importanti famiglie della città. Il palazzo così come lo vediamo oggi è il risultato della stratificazione di più interventi architettonici realizzati fra il XVI e il XVIII secolo. Come in molti altri esempi cittadini di questo tipo, l’edificio ha un aspetto esteriore severo e non è isolato nell’urbanistica circostante dove le abitazioni dei mercanti lucchesi, parallelamente ai costumi del regime aristocratico e repubblicano, non travalicarono mai la dimensione degli spazi storici della città, né esercitarono la competizione e lo sfoggio eccessivo di grandezza verso l’esterno, riservando il lusso agli interni e alla dimensione privata. L’appartamento di parata al primo piano mostra tutto lo sfarzo e l’importanza della casata: si articola dalla grande sala della musica realizzata alla fine del XVII secolo e dotata di palco per l’orchestra. La sala è affrescata con un imponente apparato di architettura illusionistica di Marco Antonio Chiarini (1652-1710) e con le figure di Giovan Gioseffo Dal Sole (1654-1719), entrambi bolognesi. Da qui si aprono lungo via Galli Tassi le quattro camere di parata affrescate con le allegorie dei quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco) e decorate alle pareti con i preziosissimi arazzi della manifattura di Bruxelles, che illustrano le Storie dell’imperatore Aureliano e di Zenobia, regina di Palmira, della fine del XVII secolo, qui sistemati nel XIX secolo. L’ultima camera è quella che difficilmente può essere dimenticata per l’impatto visivo incredibile dei suoi arredi: contiene infatti l’alcova del 1688 preceduta da una serliana intagliata e dorata sostenuta da telamoni con un grande letto a baldacchino, il tutto ornato di sete ricamate di stupefacente bellezza. Allo stesso piano si aprono anche le sale della pinacoteca che conservano le opere provenienti dalla Guardaroba Medicea, donate a Lucca nel 1847 dal Granduca Leopoldo II d’Asburgo-Lorena, in ‘riparazione’ della quadreria palatina lucchese dispersa

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dall’ex duca di Lucca, Carlo Ludovico di Borbone. Fra le opere distribuite su quattro sale si vedono dipinti di Andrea del Sarto, Beccafumi, Pontormo, Pietro Testa, Luca Giordano, Bronzino, Tintoretto e vari pittori italiani e fiamminghi. Il secondo piano del palazzo, dopo un recente riallestimento, ha assunto le caratteristiche di una vera e propria nuova galleria, dove finalmente ha trovato posto, in sequenza cronologica, una ragguardevole raccolta che illustra l’evolversi dell’arte a Lucca dalla fine del Settecento alla metà del Novecento. Al piano terreno, a destra del grande androne d’ingresso, è collocato l’appartamento estivo, dove i proprietari si ritiravano per sfuggire alla calura quando non potevano trasferirsi direttamente in ‘villa’. Le sale dell’appartamento conservano arredi di varia provenienza, fra i quali spicca l’organo portativo di Andrea Ravani: una preziosa testimonianza della musica e della scuola organaria lucchese del Seicento. Non è un caso, infatti, che Lucca abbia dato i natali a musicisti di fama internazionale come Francesco Saverio Geminiani, Luigi Boccherini, Alfredo Catalani e a Giacomo Puccini. La Repubblica di Lucca finanziò con continuità nei secoli le proprie istituzioni musicali che formarono centinaia di musicisti apprezzati in tutta Europa e proprio la famiglia di Puccini, con ben cinque generazioni di compositori e maestri di Cappella di Stato, è l’esempio più famoso di questa continuità. La Casa natale di Giacomo Puccini, in corte San Lorenzo, fu acquistata da Domenico Puccini, nonno di Giacomo nel 1815. Puccini vi trascorse gli anni felici dell’infanzia abbandonandola solo quando si trasferì a Milano per proseguire gli studi. La casa fu venduta nel 1889, ma Giacomo, che vi era molto affezionato, fece inserire nel contratto una clausola speciale per ricomprarla, cosa che fece nel 1894, non appena il successo di Manon Lescaut lo mise nelle condizioni economiche necessarie. La Casa natale dopo essere divenuta proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca e dopo la conclusione dei

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restauri è stata riaperta al pubblico nel settembre 2011. Al suo interno, dove è stata ricreata un’ambientazione fedele agli anni in cui era abitata dal giovane Giacomo, trovano posto arredi originali, numerosi cimeli, fra cui il pianoforte Steinway&Sons acquistato dal Maestro nel 1901, alcune onorificenze e il monumentale abito da scena per il secondo atto di Turandot, donato dal soprano Maria Jeritza a ricordo del primo allestimento dell’ultima opera di Puccini. Nel cosiddetto ‘salotto Ricordi’, grazie a un accordo con la celeberrima casa editrice musicale, vengono esposti ciclicamente documenti, bozzetti, partiture appartenenti all’importante archivio musicale milanese. La Casa natale è al centro delle attività della Fondazione Puccini che promuove costantemente l’acquisizione di nuovi documenti e cimeli pucciniani e organizza concerti ed eventi musicali dedicati all’operista più celebre e rappresentato ancora oggi nel mondo. Una visita a Lucca non può prescindere dal Complesso Museale e Archeologico della Cattedrale di Lucca che rappresenta uno dei tre poli principali, assieme ai due musei nazionali, dei beni culturali della città. Oltre a gestire l’accesso al Duomo di San Martino, alla sagrestia con il monumento funebre di Ilaria del Carretto e alla vasta area archeologica della chiesa dei Santi Giovanni e Reparata, il complesso trova il suo nucleo nel Museo della Cattedrale con i tesori legati alla chiesa da dove gli arcivescovi di Lucca amministrano da più di milleduecento anni la loro diocesi. Le mirabilia non mancano a partire dal tesoro del Volto Santo composto di oreficerie del XIV, XVII, e XIX secolo, ossia i monili regali con cui i Re dei Lucchesi, l’antico crocifisso ligneo conservato in San Martino, viene vestito in occasione delle due feste annuali di Santa Croce (14 settembre e 3 maggio). Altro capolavoro di oreficeria italiana è costituito dalla cosiddetta Croce dei Pisani, di Vincenzo di Michele da Piacenza: una croce stazionale tardogotica in argento dorato, dalla complessa forma a girali vegetali di ‘albero della vita’, con piccoli tabernacoli e innumerevoli fi-

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gure di santi e profeti, unico avanzo del tesoro di Paolo Guinigi. Il museo, oltre a miniature, oggetti liturgici e stoffe, espone una considerevole collezione di sculture tolte dalla fabbrica della cattedrale per motivi di conservazione, fra le quali spicca l’apostolo di Iacopo della Quercia, una grande statua posta in origine a coronamento di uno dei contrafforti della chiesa e realizzata con accorgimenti proporzionali adatti ad esaltarne la veduta dal basso in forte scorcio. I grandi chiostri e giardini del complesso di San Micheletto costituiscono lo scenario silenzioso e ordinato in cui opera la Fondazione 7

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Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, la più importante eredità lasciata a Lucca dal critico, storico e teorico dell’arte lucchese che si cimentò con un intuito straordinario nel tentativo di costruire un approccio universale all’espressione artistica e ai linguaggi visivi dell’uomo, adottando nella sua ricerca metodi di analisi inediti, interdisciplinari e efficaci nel descrivere e nel divulgare lo sviluppo delle arti nel presente. La Fondazione oltre alle preziose biblioteca e mediateca, meta insostituibile di studenti e studiosi, possiede una propria collezione di opere contemporanee con pitture, disegni, opere grafiche esposte in modo permanente nella sua sede. Ma il lavoro più incisivo dell’istituzione è l’organizzazione, nel corso dei suoi trentaquattro anni di vita, dei più importanti eventi espositivi sull’arte che si sono tenuti a Lucca. Il cinquecentesco Palazzo Boccella di via della Fratta si fa notare per l’illuminazione notturna particolare e gli allestimenti esterni variopinti che rendono mutevole la severa architettura rinascimentale, attirando l’attenzione dei passanti. È sede del Lu.C.C.A. - Lucca Center of Contemporary Art – che si è velocemente imposto come principale polo espositivo di arte contemporanea nella città, collegandosi a circuiti nazionali ed internazionali del settore. Nato nel 2009 per iniziativa di Angelo Parpinelli, Lu.C.C.A. in questi anni ha dato vita a decine di mostre, eventi e incontri con al centro i grandi nomi dell’arte dall’Ottocento ai giorni nostri, sperimentando un approccio trasversale sulle varie articolazioni della complessa creatività contemporanea e con la concezione di uno spazio dinamico e modulare da vivere, con orari di apertura estesi alle ore serali, musica, ristorante di qualità, e molteplici iniziative volte al coinvolgimento del pubblico, soprattutto quello più giovane. Il percorso ideale si conclude nel museo più verde e più rilassante di tutti: l’Orto Botanico, il giardino scientifico della città, situato, con il suo inconfondibile Cedro del Libano del 1822, fra il complesso di San Micheletto e le mura. Passeggiando fra i vialetti alberati, sulla montagnola si potranno incontrare piante an-

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tiche ed esotiche, la grande collezione di rododendri e camelie, le piante medicinali, oppure le piante tropicali e le succulente che con il freddo vengono riparate nelle tiepide serre. Si potrà sostare davanti al laghetto dove, secondo la leggenda narrata da Mario Tobino, si è inabissato per sempre il cocchio di Lucida Mansi, la bellissima nobildonna lucchese che nel Seicento consegnò la sua anima al diavolo in cambio di altri trent’anni di giovinezza. Allo scadere del contratto il diavolo la trascinò sul cocchio con sé, attraverso quel piccolo e nero abisso popolato di ninfee e pesci che ancora oggi vediamo. Così, dopo aver ammirato tante opere nei musei di Lucca e aver intravisto pure le fiamme dell’inferno, possiamo dirci soddisfatti di come l’eterna bellezza della città e delle sue opere d’arte venga curata e conservata egregiamente nel modo opposto all’esempio di Lucida: senza aver mai fatto compromessi con il diavolo. 10

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Museo nazionale di Villa Guinigi, veduta della villa Museo nazionale di Villa Guinigi, sala al piano primo Museo nazionale di Palazzo Mansi, l’alcova Casa natale di Giacomo Puccini, il pianoforte del Maestro 5 Casa natale di Giacomo Puccini, il costume di Turandot 6 Museo della Cattedrale, Jacopo della Quercia, Apostolo 7 Museo della Cattedrale, Vincenzo di Michele da Piacenza, Croce dei Pisani 8 Fondazione Ragghianti, biblioteca 9 Fondazione Ragghianti, sala espositiva della mostra La forza della modernità. Arti in Italia 1920-1950, 2013 10 Lu.C.C.A., Lucca Center of Contemporary Art 11 Orto botanico, il laghetto 11

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UN ANNO

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DI MADE Enogastronomia e accoglienza a Palazzo Boccella Nadia Davini

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’è chi è arrivato da Padova e chi da Roma. Qualcuno da Arezzo, altri da Livorno, tanti da Lucca e dalla Versilia. Giovani e giovanissimi, tutti under 30: storie diverse, percorsi differenti. Uno il filo conduttore che tiene unite le loro ambizioni: la passione per la buona cucina, per l’accoglienza e per la propria terra vista anche come occasione di crescita professionale ed economica. Sono i 17 ragazzi firmati Made, la scuola in Management dell’Accoglienza e Discipline Enogastronomiche, inaugurata lo scorso settembre a Palazzo Boccella, nel borgo di San Gennaro, per volontà della Fondazione Palazzo Boccella, della Fondazione Campus e in collaborazione con l’Università di Padova e con i suoi migliori docenti del Corso triennale in Scienze e Cultura della Gastronomia e della Ristorazione. Claudia, Linda, Matilde, Luca, Maria Bianca, Arianna, Nicola, Marco, Gabriele, Francesca, Massimo, Elena, Chiara, Laura, Beatrice, Edoardo e Davide: eccoli gli studenti della prima edizione della scuola di alta formazione, che per sei mesi si sono divisi tra cucina e sala, accogliendo e servendo compagni, ospiti e docenti, affiancando alla prova pratica approfondite lezioni teoriche e che ora si stanno misurando sul campo in alberghi, resort, ristoranti, pasticcerie, aziende italiane ed estere dove nei successivi sei mesi affineranno la loro formazione. Sono loro l’anima pulsante delle quattro lettere che compongono la parola «Made», quattro come le brigate in cui sono stati suddivisi in una competizione culinaria, essa stessa parte del percorso formativo, che li ha visti importanti protagonisti. A Scuola Made, infatti, non si impara solo a stare in sala o a gestire una cucina. Oltre all’eccellenza didattico-formativa, il punto di forza della scuola è rappresentato dall’opportunità per gli studenti di vivere insieme all’interno di Palazzo Boccella, autogestendosi e godendo di tutti i

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ENOGASTRONOMIA E ACCOGLIENZA A PALAZZO BOCCELLA

comfort di cui la struttura dispone, confrontandosi con le regole della buona convivenza e del lavoro di squadra, che richiede la giusta dose tra allegria, professionalità e maturità. Da ottobre a fine marzo, per sei mesi, hanno svolto lezioni frontali, gomito a gomito, 24 ore su 24 come in una sorta di campus universitario di alta formazione incentrato sui temi dell’accoglienza, dell’enogastronomia, del marketing e dell’organizzazione di eventi applicati al turismo e alla ristorazione. I piccoli gruppi che andavano a comporre le brigate – c’è quella dei Lamponi (rossa come la ‘m’ di Management), della Zucca (arancione come la ‘a’ di Accoglienza), dei Broccoli (verde scuro, come la ‘d’ di Discipline) e della Mela verde (di quel verde aspro come lo è la ‘e’ di Enogastronomiche) – hanno provve-

duto a cucinare a turno, mettendosi alla prova con la cucina professionale ricreata all’interno dell’edificio. La settimana, poi, è stata organizzata con un fitto programma di attività: dalle lezioni allo studio, dai lavori in gruppo ai laboratori sensoriali dedicati alla degustazione di vino, cibo e olio. Scuola Made sempre più si sta ritagliando un ruolo di primo piano nella cultura dell’accoglienza nel settore turistico ed enogastronomico, che assume un profilo ancora più prestigioso se si pensa che quest’anno è l’anno dell’Expo. Prestigio confermato anche dalle oltre 350 aziende partner dell’istituto e dalle destinazioni proposte agli studenti per gli stage: luoghi eccellenti, in Italia e all’estero. Così Claudia Bartorelli, 19 anni, livornese, è andata al Four Seasons di Firenze, mentre l’aretina Francesca Mori, 21 anni, fa il tirocinio da Frescobaldi. La padovana Chiara Pesavento, 20 anni, sta provando le sue capacità nella reception del Malià White House di Londra e Maria Bianca Grassi, 22 anni, di Lucca, è volata all’hotel Excelsior di Malta. «Ho trovato questa scuola cercando su internet – racconta Chiara – L’aspetto dell’accoglienza è quello che nella gestione di un albergo o di un ristorante mi interessa di più. Saper accogliere, saper interfacciarsi con il cliente, assecondarlo e rassicurarlo nelle sue esigenze

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rappresenta un buon biglietto da visita, oggi credo necessario. Il dettaglio fa la differenza e niente può essere lasciato al caso». Non frena l’entusiasmo neppure Francesca, che negli ultimi tre anni ha viaggiato e lavorato in Europa e che ora ha deciso di sperimentarsi con un’antica e prestigiosa azienda italiana e toscana. Tenerife e Dubai sono invece le destinazioni per altri due ragazzi lucchesi: per la diciannovenne Arianna Guidi e per il ventenne Massimo Pacini, che incentreranno il loro stage sul marketing e sulla gestione degli hotel. «Tenerife era il mio sogno da sempre – spiega Arianna – e qua ho potuto realizzarlo. Il settore turistico è la mia grande passione, ho improntato gli studi per frequentare un domani la facoltà di scienze del turismo [alla Fondazione Campus, ndr], ma prima ho voluto provare Made, per mettermi subito alla prova». Anche Matilde Braccò, 19 anni di Savona, si perfezionerà in un albergo, a Catania, mentre Elena Paoli, 26 anni, di Lucca, fa la cuoca a L’Imbuto, il locale lucchese da una stella Michelin. Un tre stelle Michelin, poi, per Marco Merciadri, viareggino, 20 anni, al ristorante Vittorio di Bergamo: per lui non poteva esserci sbocco diverso. A Palazzo Boccella dicono tutti che sia in assoluto il cuoco più bravo della scuola, con una capacità naturale di abbinare i sapori e sperimentarne di nuovi. Alta cucina anche per il coetaneo Nicola Marmugi, di Pietrasanta, che sta dando il meglio di sé nel ristorante del Principe di Piemonte di Viareggio. Non solo ristoranti. Un laboratorio di pasticceria è la sede dello stage di Edoardo Silvestrini, 23 anni, di Lucca, mentre le cucine del ristorante versiliese La Dogana si sono aperte per Luca Di Ciolo, 20 anni, di Camaiore, che a San Gennaro ci è arrivato quasi per caso, direttamente dal mondo agrario e agroeconomico. «Ma la cucina si è impossessata di me – scherza – e ora non posso farne a meno». Per Laura Piacentini, 19 anni, di Lucca, tirocinio nella reception dell’Una hotel di Firenze e Gabriele Montecucco, 20 anni, di Bagni di Lucca, si cimenta come cuoco per un’associazione no profit. La scuola, dice, gli ha aperto molti orizzonti. Un’azienda di spezie e una di gastronomia sono le destinazioni di Beatrice Ponzo, 19 anni, di Velletri e del romano Davide Presta, 30 anni, che è il più grande della scuola con un’esperienza nella Capitale nel campo dell’editoria, della radio e degli eventi legati principalmente al cibo. Infine Linda Bettini si perfezionerà al front office dell’hotel Lorenzo a Poggibonsi. Dunque, bilancio molto positivo per il primo anno di Scuola Made, che riprenderà il prossimo ottobre con altri venti ragazzi e tante nuove idee. «Sei mesi unici – così li descrivono gli studenti – Fra noi ci aiutiamo e ci supportiamo a vicenda, siamo tutte personalità diverse, però abbiamo affrontato le varie problematiche emerse, risolvendo le questioni e cercando di esaltare gli aspetti migliori di ognuno. L’esperienza è particolare, nuova: la possibilità di studiare e di vivere a stretto contatto, gestire ogni singolo dettaglio e imparare a risolvere le difficoltà diventa parte stessa del percorso formativo e alla fine ti viene voglia di non andare più via».

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CASTELNUOVO E LA

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ROCCA ARIOSTESCA Un’eredità sul filo della storia Sara Berchiolli

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mponente e massiccia, si staglia rigida contro il cielo turchese della mezzacosta. Una presenza rassicurante che domina dall’alto con la placida benevolenza di chi ha resistito a tanto. Severa e dura nelle linee più classiche delle fortificazioni medioevali, la Rocca Ariostesca di Castelnuovo di Garfagnana accoglie lo sguardo del viandante. Un simbolo, un punto di riferimento unico per Castelnuovo e per tutta la Valle che sarà ripristinato grazie all’importante contributo stanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca: 410 mila euro, che si aggiungono ai 90mila dell’amministrazione comunale, utili per ripristinare i solai della struttura. Un edificio solido che si pone al centro del borgo diventandone baricentro e punto di fuga, protezione e focus nevralgico della vita di paese. La storia della Rocca corre parallela alla storia del borgo di cui si hanno già notizie nell’872: un piccolo paese, già dotato di una cinta muraria in grado di difendere gli abitanti. Castelnuovo diventa quindi parte integrante di quel sistema di fortificazioni, torri d’avvistamento, mura merlate e castelli che, come attente sentinelle, scrutano e proteggono la vallata. Castelnuovo, e quindi la Rocca, per la sua posizione strategica fu oggetto di scambi e passaggi di potere: prima la Contessa Matilda, poi Federico I che cedette il passo al Papato. Tornato libero, il borgo fu poi conteso tra Firenze e Pisa che cercavano di strapparlo a Lucca. Una storia di passaggi e successioni, tutte all’ombra della Rocca che, paziente, osservava gli stravolgimenti politici da una parte e il quieto scorrere della vita di tutti i giorni. Come i giovedì di mercato, momenti talmente fondamentali per l’economia della comunità al punto da proibire l’arresto dei criminali in quei giorni.

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La Rocca Ariostesca porta i segni tipici dell’architettura militare estense del XV secolo con piccole torri semicilindriche agli angoli e una grande torre centrale. Ma non è sempre stata così. Come spesso accade, infatti, le fortificazioni militari prendono forma da edifici che un tempo erano stati ben altro: la Rocca, ad esempio, sorge su quelle che erano le fondamenta di una vecchia casa-torre. Bisogna aspettare il XII secolo perché Castelnuovo, e la Rocca, raggiungano uno status più prettamente militare. Fu in questo periodo, infatti, che il borgo divenne punto nevralgico della difesa della Valle. La posizione soprelevata caratterizzò Castelnuovo come roccaforte difensiva e di controllo della viabilità sottostante: una fortezza che, se ben armata, poteva non soltanto proteggere i cittadini e i territori circostanti, ma anche scacciare eventuali aggressori. Passano i secoli e Castelnuovo, sotto il controllo lucchese, si rafforza. Nel 1316 Castruccio Castracani degli Antelminelli venne nominato console a vita della città di Lucca e iniziò nuovamente le ostilità contro Firenze. Fu in questo periodo che Castelnuovo grazie all’intervento di Castracani viene incastellato, ovvero dotato di una cinta muraria più solida: il paese viene ampliato e reso ancora più forte e resistente. Anche la Rocca venne adeguata alle nuove necessità: il complesso aggiunse al già consolidato ruolo di difesa anche il carattere di centro residenziale e direzionale della città. Paolo Guinigi, nominato nel 1400 capitano e signore di Lucca, si concentrò invece sull’architettura della Rocca. Risale infatti a questo periodo la costruzione della grande torre centrale, tratto tipico degli edifici militari del XV secolo. Castelnuovo rimane sotto il controllo lucchese fino agli anni trenta del XV secolo. Lucca nel 1425 subisce un nuovo attacco da parte dei fiorentini che, guidati da Niccolò Piccinino, arrivarono a devastare tutto il contado lucchese e ad assediare la città. La città si salvò grazie all’intervento di Francesco Sforza,

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ma progressivamente Firenze arrivò ad annettere vari paesi della Garfagnana. Castelnuovo, spaventato dalla possibilità di cadere nelle mani sbagliate, scelse il proprio destino donandosi spontaneamente a Niccolò d’Este, signore di Ferrara. Sotto l’egida degli Este Castelnuovo visse un momento di massimo fulgore, grazie alla fedeltà giurata spontaneamente e alla strenua difesa che i nuovi signori operarono sul borgo. Ma la pace era ancora lontana: il Duca di Urbino Francesco della Rovere si impossessò della città nel 1521, rapidamente allontanato dai Lucchesi. Fu poi Firenze che si impadronì di Castelnuovo, grazie al contributo di Papa Leone X. Alla morte del pontefice – «…tosto che a Roma il Leon giacque» scriverà Ludovico Ariosto – i cittadini di Castelnuovo scelsero nuovamente in autonomia da che parte stare. Ancora gli Este, stavolta Alfonso I. Il Duca non si fece attendere e per rivendicare il controllo sul borgo inviò a Castelnuovo proprio Ludovico Ariosto che ricoprì per tre anni, dal 1522 al 1525, l’ingrato ruolo di Commissario. Grazie all’importante presenza del poeta, la Rocca prese il nome di Ariosto che per la durata del suo incarico cercò, a dire il vero invano, di riportare ordine in quella terra di lupi e briganti. Castelnuovo, infatti, si era costruita con gli anni una fama tutt’altro che positiva. Queste terre di boschi e valli erano, come aveva dimostrato a più riprese in passato, autonome e indipendenti, abitate da banditi, briganti e ribaldi che abitavano e dominano il territorio. Ludovico Ariosto arrivò a Castelnuovo, abituato agli splendori di palazzo, alla placida e comoda vita di Ferrara tra studi, balli e incontri. Arrivò a Castelnuovo e trovò una situazione tragicamente diversa, come racconta nella IV Satira scritta nel 1523, dopo un anno di permanenza in città: «O stiami in Ròcca o voglio all’aria uscire / accuse e liti sempre e gridi ascolto / furti, omicidii, odi, vendette et ire; / sì che or con chiaro or con turbato volto / convien che alcuno prieghi, alcun minacci, / altri condanni, altri ne mandi assolto; / ch’ogni

dì scriva et empia fogli e spacci, / al Duca or per consiglio or per aiuto, / sì che i ladron, c’ho d’ogni intorno, scacci. / […] Qui vanno li assassini in sì gran schiera / ch’un’altra, che per prenderli ci è posta, / non osa trar del sacco la bandiera / Saggio chi dal Castel poco si scosta!». Una terra quindi ingestibile che il poetico Ariosto non riuscì mai a ricondurre a ragione, raccontandone i risvolti drammatici in un fitto carteggio che intrattenne con il Duca Alfonso I e altri dignitari dell’epoca. Fu tutto sommato un’esperienza breve che non mancò di lasciare in Ariosto la sensazione di fallimento, dato che gravava ulteriormente sulle spalle anche l’onere di gestire l’insubordinata condotta degli 83 comuni posti sotto la sua giurisdizione: «Ogni terra in se stessa alza le corna / che sono ottantatre, tutte partite / da la sedizïon che ci soggiorna», scriverà ancora nella IV Satira. Durante il passare dei secoli la Rocca subì numerose modifiche, in grado di adattarla alle esigenze che cambiavano con il tempo. Fino ad arrivare alla storia recente, che lasciò segni ben peggiori nell’architettura della fortificazione e di tutta Castelnuovo. La Seconda Guerra Mondiale, infatti, non risparmiò il borgo irriverente e indipendente trasformato dalle truppe nazi-fasciste in centro strategico delle operazioni. Gli aerei alleati nel 1944 bombardarono a più riprese Castelnuovo, lasciando la Rocca tra fumi e macerie, con il preciso intento di sbloccare una logorante guerra di trincea che bloccava l’avanzamento dei due schieramenti. Una storia lunga, un’eredità che parte dall’epoca longobarda raccolta anche dai Maggi e dai passi dell’Orlando recitato a memoria. Un’eredità unica che oggi torna a vivere grazie al contributo che la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha assegnato all’amministrazione comunale di Castelnuovo per riportare all’antico splendore la Rocca Ariostesca.

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UN’EREDITÀ SUL FILO DELLA STORIA CHE TORNA A VIVERE GRAZIE AL CONTRIBUTO DELLA FONDAZIONE CRL

Cinquecentomila euro – 90mila dall’amministrazione e 410mila dalla Fondazione – per salvare la Rocca dallo stato di sostanziale decadimento: il tetto e i solai di alcuni locali, le volte a vela dell’atrio e la colonna di sostegno, la volta della cella campanaria, il colonnato adiacente la camera di Ariosto e i portali di accesso da piazzetta Ariosto e da piazza Umberto I sono gli interventi più urgenti segnalati nel progetto di restauro. Lavori indispensabili per restituire a Castelnuovo un patrimonio storico e culturale immenso, ponendo la Rocca al centro della vita culturale e artistica della città e lanciando un segnale positivo di speranza e di ottimismo. Finalmente visitabile e accessibile in ogni sua parte, la Rocca entrerà a far parte di un ideale percorso di riscoperta storica che collegherà la vicina Fortezza di Mont’Alfonso e il Teatro Alfieri: tre simboli fondamentali per Castelnuovo legati dal doppio filo della storia e della letteratura che andranno ad occupare di diritto un posto centrale nelle attività culturali della Media Valle e della Garfagnana. Il progetto di restituzione che interesserà la Rocca Ariostesca prevede la creazione all’interno della stessa di uno spazio museale dedicato alla storia del territorio dove, attraverso documenti, ambientazioni e reperti archeologici, sarà possibile ripercorrere e riscoprire i passaggi politici, sociali e culturali della Garfagnana. Oltre a questo, la Rocca sarà un vero e proprio centro artistico per mostre, eventi e incontri dove la figura di Ludovico Ariosto sarà non solo nume tutelare, ma anche e soprattutto argomento principale e strumento di scoperta.

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Ludovico Ariosto commissario a Castelnuovo: tra banditi e connivenze

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erra di lupi e briganti: questa era la fama che precedeva la Garfagnana nei tempi in cui Ludovico Ariosto fu inviato, controvoglia e spaventato, a ricoprire il ruolo di Commissario – i Governatori ancora non esistevano. Arrivato a Castelnuovo nel 1522, vi rimase fino alla metà del 1525, tentando di dare un freno alle scorribande dei banditi che abitavano e sostanzialmente dominavano il territorio. Impegno raccontato e descritto in un fitto carteggio che l’autore dell’Orlando furioso intrattenne con il Duca Alfonso I d’Este e altri dignitari dell’epoca. In un contesto di una città ribelle, indipendente e autonoma, notabili e in generale le fasce economicamente emergenti della popolazione si sentivano di poter render conto direttamente al Duca, concedendosi quindi soverchie, soprusi e abusi di potere, con l’avallo e la compiacenza proprio degli Estensi. Un anticipo di quello che Manzoni descriverà nei Promessi sposi con Don Rodrigo e i suoi bravi.

È qui che si inserisce la figura di Ludovico Ariosto, pacifico amante della poesia e delle arti contemplative, che si trovò quasi costretto ad accettare questo ruolo politico. Dopo aver dovuto rinunciare al sogno di una carriera ecclesiastica, Ariosto approdò a Castelnuovo di malavoglia, rimpiangendo la raffinata corte ferrarese e timoroso di fronte a una terra dominata da signorotti e scagnozzi fedeli al Duca e abituati ad atteggiamenti criminali. Nelle oltre 150 lettere rinvenute che raccontano il soggiorno garfagnino del poeta si legge tutto lo scoraggiamento e la fatica che comportava gestire un territorio dove la legalità

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Sara Berchiolli

non penetrava. «Chi li levasse da questa terra insieme al loro capo Pierino la risanarebbe come chi li levasse tutto il morbo», scrive. Ariosto, armato di una grande sete di giustizia, si rendeva conto della necessità di una pacificazione sociale che, secondo lui, sarebbe potuta arrivare solo dopo la cattura e l’impiccagione dei capipopolo fomentatori. Capipopolo che, ovviamente, godevano della protezione di Alfonso I. Connivenza di cui lo stesso autore si era accorto, come si legge in un’altra lettera. «Credo che quel Battistino Magnano (altro bandito, ndr) […] che è il maggior assassino che avesse questo paese si trovi al soldo di Vostra Eccellenza». Ma perché questa connivenza tra il Duca e i ribaldi? Oltre ad osteggiare apertamente il Papa e i Medici, che di per sé rendeva gli Estensi inclini all’indulgenza, i banditi garfagnini si resero protagonisti di una strenua resistenza che salvò la Fortezza delle Verrucole e di Trassilico proprio dalle mani di Leone X. Era il 1521 e dopo un ultimatum, il Papa mediceo invase la Garfagnana, conquistando prima Castelnuovo ma rimanendo invischiato nella guerriglia dei banditi che, abili conoscitori del territorio, impedirono la caduta delle ultime due fortezze inespugnate. Dopo la provvidenziale morte di Leone X, i banditi concedettero a Bernardino Ruffo, commissario papale insediato a Castelnuovo, di andarsene sano e salvo, ricevendo pochi giorni dopo una lettera ufficiale di Alfonso I nella quale esprimeva la sua gratitudine per la riconquista della provincia. Una situazione a tinte fosche, ben lontana dalla vita di corte, dai canti e dalle Chanson de Geste care all’Ariosto che subì per lungo tempo la paralizzante impotenza di fronte a un territorio ingovernabile.

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SAN LUCA Al via i nuovi sistemi informativi

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a sanità è caratterizzata in alcune sue parti da applicazioni informatiche ad altissima tecnologia, ma troppo spesso l’organizzazione complessiva è ancora ispirata a modi di gestione tradizionali. Ad esempio, per accedere ad una singola prestazione ambulatoriale è quasi sempre necessario moltiplicare l’accesso fisico del paziente alla struttura, per prenotare, per ricevere la prestazione, per pagare il ticket, per ritirare il referto. È facile prevedere come gli attuali standard operativi, con la rapida diffusione dei moderni sistemi informatici e tecnologici, risulteranno presto obsoleti e inaccettabili, richiedendo la disponibilità delle Aziende Sanitarie a comunicare e porre a disposizione servizi in via telematica. Una configurazione moderna dell’Ospedale, basata essenzialmente sulla specializzazione e sul decentramento, comporta un potenziamento della capacità di collegamento fra i vari punti valutativi, decisionali e prestazionali, in forma, ad esempio, di tele-consulto o tele-assistenza, considerando quale punto di aggregazione non l’Azienda Sanitaria o le sue parti, ma il paziente. Per questo il sistema informativo rappresenta la spina dorsale dell’Ospedale «San Luca» di Lucca, attraverso un’integrazione di applicazioni in grado di minimizzare l’esigenza di moltiplicare l’inserimento dei dati e di consentire l’accessibilità per il clinico alle informazioni sanitarie del paziente ricoverato e ambulatoriale, l’inoltro in tempo reale di richieste di prestazioni e l’acquisizione di referti diagnostici e di immagini digitalizzate. Nella propria configurazione impiantistica l’Ospedale di Lucca, attivato il 18 maggio 2014, tiene conto di tale evoluzione e è dotato di una rete di connessione informatica in fibra ottica compatibile con queste nuove imprescindibili esigenze. La Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca ha concesso un finanziamento per supportare economicamente l’informatizzazione del «San Luca», secondo un piano finanziario che interessa gli anni 2013-2015. Nella con-

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Sirio Del Grande

venzione firmata nel 2013 con la Fondazione sono stati definiti il progetto e le fasi di realizzazione, con un contributo di 750mila euro (deucentocinquantamila per ognuno dei tre anni) su un totale di investimenti dell’Azienda USL 2 di 4.784.000 di euro. Il piano iniziale era legato in particolare all’informatizzazione dei processi di cura nel «San Luca» e agiva su due leve o aree tecnologiche: le infrastrutture informatiche (reti di trasmissione dati, pc delle postazioni lavoro e CED) e l’informatizzazione dei processi di assistenza cioè il Sistema Informativo Ospedaliero (SIO). È stata per questo un’iniziativa di straordinaria rilevanza in termini di innovazione tecnologica e di qualità (percepita e prodotta) dell’assistenza, visto che la struttura lucchese è in grado oggi di accogliere ogni innovazione nel processo di cura, sia dal punto di vista clinico che da quello tecnologico. Il «San Luca» è quindi all’avanguardia a livello nazionale, sia per quanto riguarda la sanità presente sia quella futura, che in Europa viene definita m-Health (mobile health). È un Ospedale che favorisce la qualità e sicurezza dell’assistenza, la polispecialità e la interattività, basato sui processi di cura e non sulle funzioni specialistiche e centrato sulla persona e sui suoi bisogni reali, in quanto tutti i dati clinici che ruotano intorno al paziente sono collegati direttamente a lui e non più al settore specifico che li produce. All’interno della struttura sono state predisposte postazioni di lavoro fisse tutte nuove e moderne, ma è stata data anche forte rilevanza alla ‘mobilità’ per consentire ai professionisti e agli operatori sanitari in generale di operare informaticamente, senza essere obbligati a restare alla loro postazione di lavoro e poter disporre delle informazioni e dei dati clinici del paziente su computer portatili adeguati anche dal letto del paziente.

In tale sistema, i medici ospedalieri devono infatti poter consultare le cartelle cliniche, le linee guida o i prontuari terapeutici da computer portatili e palmari o da nuovi supporti hardware. Per questo in tutto l’ospedale e nella palazzina economale è presente una rete di trasmissione dati wireless e si stanno dotando i vari setting e il Pronto Soccorso di speciali tablet ospedalieri ad uso degli operatori. In un ospedale moderno, infatti, si deve disporre delle informazioni necessarie ovunque, senza doversi collegare ad un cavo. In sintesi l’infrastruttura di rete e informatica del «San Luca» opera fornendo servizi tipici del cloud. Questo consente anche di eliminare il più possibile la carta dai processi di visita e cura. Questo piano di innovazione tecnologica sarà di traino per una complessiva informatizzazione e coprirà nel prossimo futuro anche le attività sanitarie delle altre strutture aziendali. Già adesso sul territorio dell’Azienda USL 2 di Lucca i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta possono dialogare e scambiare in modo continuativo informazioni con gli specialisti ospedalieri (progetto Millenium, esperienza del radiologo clinico, risultati degli esami di laboratorio). L’obiettivo è che i cittadini possano poi accedere a sistemi di prenotazione snelli anche attraverso sportelli virtuali e internet, potendo beneficiare della trasmissione telematica di esami, dati, risultati, stampandosi referti e altri documenti sanitari. L’apertura dell’Ospedale alle strutture territoriali e ai medici di famiglia accrescerà la collaborazione prima, durante e dopo il ricovero, con condivisione delle informazioni, in forma integrata. Proprio per illustrare questo innovativo percorso, il 18 luglio 2014, quindi a due mesi esatti dall’attivazione della struttura, si è svolto al «San Luca» un incontro dedicato al tema dell’informatizzazione come aspetto strategico dell’innovazione, a cui ha partecipato anche l’Assessore Regionale al Diritto alla Salute Luigi Marroni. «L’Azienda USL 2 di Lucca

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– ha detto Marroni nel corso dell’evento – è leader, a livello regionale e non solo, nell’innovazione e nella riorganizzazione di percorsi e processi. Il nostro obiettivo è incentivare l’implementazione di questi aspetti nelle realtà più evolute come questa e poi di allineare verso l’alto tutte le Aziende del sistema toscano». L’evento era stato aperto dai saluti del Presidente della Commissione Sanità della Regione Toscana Marco Remaschi, del Vicario del Prefetto di Lucca Samuele De Lucia, del Sindaco di Lucca Alessandro Tambellini e del Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Arturo Lattanzi: tutti hanno sottolineato l’importanza dell’innovazione tecnologica in ambito sanitario. «Con l’attivazione dell’Ospedale – ha osservato il Direttore Generale dell’Azienda USL 2 Joseph Polimeni, che ha coordinato i lavori del convegno – abbiamo rivisto i principali processi organizzativi ed i percorsi di cura e abbiamo chiesto ai nostri professionisti uno sforzo particolare per produrre un passo avanti decisivo nell’ambito dell’informatizzazione e dell’innovazione tecnologica». Sono intervenuti nell’occasione anche il Direttore Amministrativo Aziendale Alessia Macchia, il Responsabile dell’ICT dell’Ospedale di Lucca e Direttore della Unità Operativa infrastrutture Nord di ESTAR, Fulvio Bessi, il Responsabile Infrastrutture e Procedure dell’Azienda USL 12 Versilia (che ha lavorato a lungo sulle Infrastrutture del «San Luca») Alessandro Iala, il Conservatore Legale del-

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l’Azienda USL 2 Riccardo Orsini, il Direttore Sanitario dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano Norberto Silvestri e due noti Professori dell’Università di Pisa: il Presidente del Consiglio Aggregato del Corso di Studio in Ingegneria delle Telecomunicazioni dell’Università di Pisa Giuliano Manara e Stefano Giordano, del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione. È seguito un dibattito sui temi trattati, moderato dal Responsabile della Macrostruttura Ospedaliera Luca Lavazza. Nel corso della giornata di studio il Direttore Generale Polimeni ha rivolto un ringraziamento particolare alla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, che ha concesso il finanziamento per supportare economicamente il progetto di informatizzazione del «San Luca». «È stata una scelta concordata con la Regione Toscana e con la Direzione dell’Azienda USL 2 di Lucca – ha commentato il Presidente della Fondazione Arturo Lattanzi – e questo evento ha confermato che abbiamo fatto bene». Da evidenziare, infine, che lo stesso argomento è stato approfondito – con una sessione specifica dedicata alle innovazioni introdotte al «San Luca» – nel corso della quinta edizione del Congresso Nazionale Informatica nell’imaging, teleradiologia e dintorni organizzato dal 5 al 7 marzo 2015 proprio a Lucca, nella Cappella Guinigi del Complesso di San Francesco, dall’Associazione Italiana Tecnici Amministratori di Sistema e Telemedicina.

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AL VIA I NUOVI SISTEMI INFORMATIVI

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FONDAZIONI for

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Africa Burkina Faso Una sfida importante: diritto al cibo e sicurezza alimentare per 60.000 persone Laura Fusco

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’è un proverbio in Burkina Faso, dice che con una mano sola non si può raccogliere la farina. Significa che per fare qualcosa di importante bisogna unire le forze, avere una visione comune, percorre la stessa strada. Proprio in Burkina Faso, uno dei paesi più poveri del continente africano e del mondo, le Fondazioni di origine bancaria italiane associate all’Acri, e quindi anche la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, oggi sono insieme e con il progetto Fondazioni for Africa Burkina Faso raccolgono una sfida importante: garantire il diritto al cibo e la sicurezza alimentare di 60.000 persone.

IL NOSTRO RISO: LA VIA DELLE DONNE PER LO SVILUPPO

A Mogtedo, dipartimento della Provincia di Ganzourgou, in Burkina Faso, dietro a un cancello giallo, c’è il Centro di trasformazione del riso étuvé, riso parboiled molto apprezzato per il suo sapore e le sue proprietà nutrizionali. A gestire il Centro sono 180 donne che si occupano di tutto. «Acquistiamo il riso dalla cooperativa dei produttori locali – racconta Mariam Kaboré, presidentessa del Centro – poi, con le nostre attrezzature lo stocchiamo, stufiamo, decortichiamo, confezioniamo e lo vendiamo sui mercati locali e della capitale, Ouagadougou». Il riso in Burkina Faso è alla base dell’alimentazione della popolazione, in campagna come in città. L’insufficiente produzione nazionale però lo rende il primo cereale per importazione (prevalentemente dai paesi asiatici), influenzando il prezzo del riso locale e costringendo i produttori a svendere sul mercato il proprio prodotto a un prezzo non remunerativo. Aumentare la produzione di riso, migliorarne la qualità e incrementare la commercializzazione, dunque, qui significa tanto. «Significa prima di tutto garantire una nutrizione adeguata ai nostri figli», continua Ma-

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UNA SFIDA IMPORTANTE: DIRITTO AL CIBO E SICUREZZA ALIMENTARE PER 60.000 PERSONE

riam. E significa anche aumentare il reddito dei produttori in un Paese dove l’agricoltura impiega il 90% della popolazione che lavora. Ma c’è di più. Per Mariam e per le 180 donne l’attività nel Centro di trasformazione del riso étuvé significa acquisire consapevolezza del loro ruolo fondamentale per l’economia e lo sviluppo del paese. «Noi donne lo chiamiamo il Centro della Gioia – spiega – perché qui scopriamo il piacere di lavorare insieme, sperimentiamo l’importanza del nostro lavoro e di vederlo riconosciuto». Al fianco di Mariam, delle 180 donne del Centro di trasformazione e dei 380 membri della cooperativa risicola di Mogtedo, oggi c’è Fondazioni for Africa Burkina Faso. Con loro l’intervento lavora per contribuire ad aumentare del 25% la produzione di riso nella Regione, rafforzando le competenze e le capacità tecniche dei produttori e delle donne attraverso la formazione – dalle tecniche di produzione, alla gestione degli input agricoli, dalla pianificazione e gestione di impresa alla comunicazione fino al marketing – mettendo a disposizione migliori attrezzature e favorendo l’accesso al credito con la creazione fondi di rotazione. RIPARTIRE DALLA TERRA: INSIEME SI PUÒ

L’intervento a Mogtedo è solo uno dei numerosi che le Fondazioni di origine bancaria hanno messo in campo in 7 Regioni rurali del Burkina Faso. Filo conduttore è la Terra. Perché se è vero come dice un altro proverbio africano, «mille passi partono sempre da uno» qui, in Burkina Faso, il primo passo è rimettere al centro l’unica risorsa in grado di nutrire i suoi figli. Restituire alla Terra la capa-

cità di essere vita, cultura, luogo di incontro e relazione. Per farlo le Fondazioni hanno scelto una strada precisa: lavorare con quanti già sono impegnati per lo stesso obiettivo. Avviato nel 2014, l’intervento Fondazioni for Africa Burkina Faso è realizzato in stretta collaborazione con 6 organizzazioni attive sul territorio italiano e in Africa (ACRA-CCS, CISV, LVIA, MANI TESE, Fondazione Slow Food per la Biodiversità e CeSPI), il coinvolgimento di numerosi partner locali e in sinergia con Enti locali italiani, Regioni e Comuni, e la Direzione Generale della Cooperazione allo sviluppo del Ministero Affari Esteri. L’intento comune è rimuovere le cause della povertà e promuovere, al contempo, iniziative capaci di dare vita a uno sviluppo sostenibile, puntando sul sostegno all’agricoltura locale, lo start up di iniziative imprenditoriali, l’accesso al credito, l’autonomia delle donne, la diffusione di un’educazione alimentare adeguata e del valore della biodiversità. Fondazioni for Africa Burkina Faso, inoltre, in Italia collabora con 27 associazioni di migranti burkinabè distribuite su tutto il territorio, dal Piemonte alla Campania. Fortemente legate al Paese di origine, queste realtà sono fatte di persone per cui la migrazione non è stato un viaggio di sola andata, ma l’occasione per ritrovarsi e crescere insieme, per apprendere nuovi saperi e competenze da riportare indietro e aiutare chi è rimasto: le famiglie, le comunità, i più giovani. Con loro Fondazioni for Africa lavora per rafforzarne, attraverso un percorso di formazione, la capacità di azione, sia in Italia che in Burkina Faso.

Informazioni e aggiornamenti: www.fondazioniforafrica.org, Facebook, Twitter

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FCRL NOVITÀ EDITORIALI

NOVITÀ EDITORIALI

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Ville lucchesi, che delizia: la PubliEd lancia un ambizioso progetto editoriale in 4 lingue

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i sono zone sulle colline appena fuori la città dove è ancora possibile sentire l’odore acre dei frantoi: il profumo dell’olio, l’oro verde della nostra terra, che collega Montecarlo alla Versilia, passando per Lucca. Così come è probabile trovarsi all’interno di un giardino seicentesco e avere quasi l’impressione di assaporare l’atmosfera di epoche lontane, rintracciandone i costumi. E tutt’intorno un paesaggio fatto dall’architettura dei palazzi, dai parchi e dai giardini, dai viali, dalle acque, dai muri e dai cancelli, dalle circostanti zone terrazzate da vigneti e oliveti, con le case coloniche, i rustici, le cantine, i frantoi, le antiche pievi, le croci votive e le marginette lungo le vie. La variegata e articolata trama delle strade, quando aperte con visuali allungate sulla piana, quando contenute dai muri in pietra di splendida tessitura, fornisce oggi l’occasione di un itinerario che può essere visitato a piedi, in bicicletta, a cavallo o in auto. La nuova opera edita da PubliEd racconta questo lungo percorso, che unisce le ville aristocratiche lucchesi, trovando nuovi spunti per un racconto chiaro e preciso di stili, evoluzioni e storie che si intrecciano con le più importanti famiglie e casate che hanno abitato il territorio. E lo fa con un progetto editoriale unico e ambizioso, che si compone di due volumi: il primo, Ville lucchesi. Le delizie della campagna, dedicato ai mondi che la società lucchese proietta nella vita di campagna intrecciando architettura, storia, cultura, società e arte e che verrà pubblicato nel corso del 2015; il secondo, invece, che uscirà nel 2017, si intitola Giardini lucchesi. Il teatro della natura tra città e campagna, che racconterà il tema del giardino come espressione autonoma dell’architettura costruita con la natura. Attraverso tratti prettamente storici, uniti a chiare spiegazioni di quella che era l’architettura e l’impronta stilistica di ogni epoca, l’autore Maria Adriana Giusti descrive la vocazione teatrale delle ville lucchesi: un viale che accompagna lo sguardo fino all’edificio padronale, il giardino che, insieme alla villa stessa, predispone inevitabilmente alla poesia. Un volume in quattro lingue – italiano, inglese, francese e tedesco per un’operazione editoriale inedita a Lucca –, corredato dalle foto di Luca Lupi e dalle schede di Maria Adriana Giusti e Gilberto Bedini che accompagnano il lettore, il curioso, il turista, il sognatore in un viaggio profondo oltre la soglia dei monumenti più unici della provincia. Risalendo lungo il corso della storia fino al XIV secolo si scopre una Lucca protagonista indiscussa del nuovo corso architettonico. Un unicum paesaggistico che assegna alla nostra provincia il primato di capofila: fu infatti proprio in queste zone che precocemente rispetto al panorama italiano comparvero agli sgoccioli del Medioevo le prime

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ville rustiche. La dimora di Castruccio Castracani a Massa Pisana, adesso Villa ‘La Principessa’ rappresenta il primo grande esempio di questa novità artistica che conserva all’interno di un muro di cinta un mondo raccolto e autonomo; l’edificio padronale si fonde con il giardino in uno slancio paesaggistico che prosegue nell’orto e nella cappella, in un dialogo aperto con la natura circostante. Ma la villa lucchese non rappresenta soltanto il buen retiro dei nobili dagli affanni della vita cittadina. Unisce infatti in sé l’utile e il dilettevole: facoltosi cenacoli di artisti dialogano con i tratti più concreti delle dinamiche di campagna, dando vita all’interno della tenuta di Forci della famiglia Buonvisi al Trattato di Agricoltura di Giovanni di Vincenzo Saminiati. Ed è in questa fase, tra il XVI e il XVII secolo, che la villa lucchese sviluppa quei tratti tipici di euritmia, armonia e omogeneità che la contraddistingue: volumi compatti e simmetrici per l’edificio contrastano con la spettacolarità dei ninfei nei giardini, dove trovano spazio fontane monumentali, grotte e nicchie da fiaba. Villa Buonvisi Oliva a San Pancrazio, Villa Guinigi a Matraia e Villa Parensi a San Michele di Moriano: queste le ville che rappresentano al meglio questo nuovo corso. Con l’avvento dei fasti settecenteschi, anche le nuove dimore aristocratiche si vestono a festa ispirandosi ad altri centri europei come Roma, Firenze, Parigi e Vienna. Le nuove ville passano da uno stile armonico e razionale a sfarzo e grandiosità, trasformandosi in luoghi ideali per ospitare cerimoniali, spettacoli e festeggiamenti. Artifici scenografici, affreschi e un gusto spiccato per la teatralità diventano elementi centrali che si possono trovare, ad esempio, nelle splendide Villa Santini Torrigiani di Camigliano (che il Marchese Nicolao Santini, ambasciatore della Repubblica di Lucca alla corte del Re Sole, decise di trasformare nella «sua Versailles») e Villa Garzoni di Collodi. Il periodo napoleonico chiude simbolicamente il cerchio delle ville lucchesi unendo gli stilemi del neoclassicismo nel corpo dell’edificio e la sensiblerie romantica del giardino, creata appositamente per suscitare suggestioni ed emozioni. La Villa Reale di Marlia, inizialmente di proprietà di Elisa Bonaparte Baciocchi, diventa punto di riferimento per le altre famiglie della corte e relative dimore: Villa Paolina a Viareggio, Villa Cenami a Saltocchio e Villa Bruguier a Camigliano. Un viaggio unico e sensazionale attraverso giardini, stanze, saloni e segreti delle ville più belle del territorio, da Capannori fino alla Versilia racchiusi in due volumi che raccontano uno dei patrimoni più importanti che la Lucchesia ha da offrire e valorizzare. Maria Adriana Giusti, Ville lucchesi. Le delizie della campagna, PubliEd Editore in Lucca, 2015

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Un viaggio nel passato con il libro di Franco Bellato

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i intitola Nella Villa di Elio Adriano, il libro che l’autore lucchese Franco Bellato, psichiatra e psicoterapeuta analitico, ha realizzato per raccontare la residenza dell’imperatore romano, costruita nei pressi di Tivoli, ai piedi dei Monti Tiburtini. E lo fa conducendo i lettori in un viaggio emozionante all’interno di una struttura evocativa, edificata tra il 118 e il 133 d.C. e diventata patrimonio dell’Unesco nel 1999. La Villa comprende edifici residenziali, terme, ninfei, padiglioni, giardini che si alternano secondo una distribuzione del tutto inusuale, che non rispecchia la consueta sequenza di ville e domus, anche imperiali. I vari edifici erano collegati fra loro, oltre che da percorsi di superficie, anche da una rete viaria sotterranea carrabile e pedonale per i servizi. Straordinaria era la sua ricchezza decorativa, architettonica e scultorea, che è stata oggetto di frenetiche e sistematiche ricerche a partire dal Rinascimento. Le spoliazioni di marmi, avvenute già in età medioevale per reimpieghi di vario tipo, hanno determinato una dispersione tale dell’apparato decorativo della villa, che quasi tutti i principali musei e collezioni di Roma e del resto dell’Italia, nonché d’Europa, annoverano tra le loro opere esemplari provenienti da Villa Adriana. La pubblicazione, voluta dal compianto Presidente FIDAM e degli Amici dei Musei e Monumenti Pisani, Mauro Del Corso, e sostenuta dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, presenta 85 tavole fotografiche in nero e 15 in colore – riprese in quaranta anni, si arricchisce dei testi di Marta Chiara Guerrieri e annovera contributi di Elena Calandra, Benedetta Adembri, Rosa Mezzina e Giovanni Paolo Benotto. L’introduzione è affidata al Direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, dalla quale è stato ripreso un passaggio significativo. «[…] Questa lunga premessa era a mio giudizio necessaria per entrare con il piede giusto in Villa Adriana, un luogo immenso che è diventato l’ombra dell’ombra di un passato mirabile e tuttavia perduto perché quel luogo è stato setacciato, consumato, saccheggiato da

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generazioni di archeologi, di eruditi, di collezionisti lungo l’arco di mezzo millennio. Dalla famosa lettera di Pietro Bembo al cardinale Dovizi di Bibiena (1 maggio 1516), lettera nella quale si parla di una gita che si farà il giorno dopo nell’area archeologica di Tivoli, essendo della compagnia lui stesso con Raffaello, con Baldassarre Castiglione, con gli umanisti Navagero e Beazzano, da allora e ininterrottamente fino ad oggi, la Villa di Elio Adriano è stata l’oggetto del desiderio e la grotta del tesoro per gli archeologi, per i collezionisti, per gli intellettuali dell’universo mondo. E infatti la Villa che offre ai visitatori i suoi resti nell’area archeologica di Tivoli sta lì, ma sta anche nei Musei Vaticani, a Villa Borghese, ai Capitolini di Roma. Gli interessi culturali, il gusto artistico, financo gli amori di Adriano sono testimoniati nelle opere d’arte che, provenienti da Tivoli, in quei musei sono custodite: i centauri e i satiri in marmo rosso, i mosaici di soggetto mitologico e georgico riflessi del naturalismo ellenistico, l’immagine di Antinoo, l’amante divinizzato dell’imperatore che sta ai Vaticani nella selva in basalto nero dell’Olimpo egizio. Franco Bellato queste cose le sa e ce lo dimostra in un reportage fotografico che meglio sarebbe definire “meditazioni sull’antico”. È leggero, come schermato di malinconia e di disincanto, l’occhio del suo obiettivo. Non c’è oltranza, non c’è compiacimento estetico o estetizzante nel suo viaggio dentro l’area archeologica di Tivoli. Soprattutto la serie del bianco e nero è una sequenza di riflessioni intellettuali, come di chi, come Montaigne, sa di avere di fronte reliquie, frammenti, minime testimonianze di un glorioso, magico, indefinito passato. Come di chi sa che solo una disposizione intellettuale evocativa, un pensiero soltanto sentimentale, può ricomporre un insieme che la storia ha offuscato, ma che è ancora vivo nel tempo dell’anima.» Franco Bellato (testi di Marta Chiara Guerrieri), Nella Villa di Elio Adriano, Pezzini Editore, 2014

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Vestitio Regis: un reportage di foto e testi racconta la vestizione del Volto Santo di Lucca

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crutare lo sguardo severo e benevolo del Volto Santo nella penombra della Cattedrale di San Martino, significa rispecchiarsi nella storia millenaria di Lucca e intravedere avvenimenti lontani e profondi che toccano l’espressione della fede e le corde dell’anima di una delle più antiche comunità dell’Europa cristiana. Il libro Vestitio Regis vuole portare alla conoscenza di tutti la storia del sacro simulacro, unitamente al suo valore come simbolo di fede e incarnazione del profondo legame che da sempre lo unisce a Lucca. Scorrendo le fotografie di questo particolarissimo reportage e con esse la cerimonia della vestizione della statua (ad opera dell’Arcivescovo di Lucca Mons. Italo Castellani, coadiuvato da Mons. Giampiero Bachini e i sagrestani) per la solenne cerimonia della Santa Croce, l’autore, Iacopo Lazzareschi Cervelli, e il fotografo, Luigi Casentini, ci accompagnano alla scoperta di frammenti di arte, storia, leggenda, religiosità che completano il ritratto dell’icona-simbolo di Lucca. Le vicende religiose e politiche che hanno portato Lucca ad eleggere un antico crocifisso ligneo come sovrano sono complesse: il Volto Santo, conosciuto anche come Santa Croce di Lucca è una scultura molto particolare, un Christus triumphans; rappresenta Gesù vivo sulla croce, non turbato nell’espressione dai dolori della sofferenza, ma vincitore sulla morte, quasi al di sopra del tempo. La lunga tunica che ne ricopre il corpo, legata in vita da una cintura annodata, rappresenta un forte richiamo al ruolo regale e sacerdotale di Cristo, così come tramandato dalle scritture. Uno dei più antichi prototipi di questa iconografia può essere osservato nell’affresco della Crocifissione di Santa Maria Antiqua a Roma. Il Volto Santo nel medioevo fu prima di tutto una delle grandi mete intermedie del pellegrinaggio fra l’Europa e la Terra Santa; mantenne immutata la sua fortuna anche nell’epoca moderna conservando il ruolo di effigie universalmente apprezzata e rispettata: l’immagine attraverso la quale prima il Comune, poi la Repubblica di Lucca, i grandi mercanti, i banchieri e le comunità lucchesi all’estero si vollero rappresentare nell’Europa del Sacro Romano Impero e in quella dei grandi Stati nazionali. La leggenda del Volto Santo parte dalla Terra Santa. Il diacono Leobino narra come il vescovo Gualfredo durante un pellegrinaggio a Gerusalemme ebbe una visione notturna: un angelo lo invitava a cercare il «Santissimo Volto» del Redentore scolpito da Nicodemo e nascosto in un luogo segreto, nella casa di un tale Seleuco, dove giaceva ormai

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da secoli. La particolarità della scultura stava nel fatto che era stata realizzata per tramandare le vere fattezze di Gesù ma il volto era stato plasmato grazie al diretto intervento divino. Gualfredo e i suoi compagni trovarono il crocifisso nel luogo indicato dalla visione e, con grande entusiasmo, decisero di inviarlo in Europa ma rispettando la volontà divina; per questo lo portarono a Jaffa e con ogni attenzione e riverenza lo caricarono su una grossa nave arricchita con addobbi e con lampade ma rigorosamente senza equipaggio. La nave sparì all’orizzonte nell’alto mare aperto e spinta dai venti della Provvidenza attraversò il Mediterraneo, risalì il mar Tirreno fino ad arrivare davanti al porto di Luni dove gli abitanti, attratti dalla possibilità di un facile bottino, cercarono invano e con ogni mezzo di abbordarla e catturarla. In quelle notti nella vicina città di Lucca, un nuovo messaggero divino apparve in sogno al vescovo Giovanni e gli rivelò l’esistenza dell’immagine scolpita da Nicodemo sulla nave a Luni, ordinandogli di recarsi là. Il vescovo con il clero e il popolo si mise subito in viaggio e giunto sul litorale indicato trovò i cittadini di Luni ancora impegnati nel cercare di predare la nave misteriosa. Il presule ordinò che cessassero quei tentativi e iniziò a pregare insieme a tutti i fedeli. Solo a quel punto la nave si lasciò accostare rivelando il suo prezioso contenuto. Nacque subito una controversia fra Lucchesi e Lunensi su chi avesse diritto a tenere il Volto Santo, ma Giovanni trovò una soluzione: lasciò in compensazione al vescovo di Luni una preziosa ampolla con il sangue di Cristo che aveva scoperto dentro il simulacro. Facendosi guidare dalla volontà divina condusse a Lucca il crocifisso che fu accolto dalla folla festante e collocato nel lato meridionale della cattedrale di San Martino vicino alle porte del tempio; correva l’anno 782 al tempo di Carlo e Pipino re, nel secondo anno di regno. Il culto del Volto Santo emerge dalle nebbie della leggenda nella storia documentaria un po’ più tardi: nell’XI secolo, quando in un elenco degli altari dell’antica cattedrale di San Martino – ricostruita da poco da papa Alessandro II – figuravano un altare ante Vultum e uno ante Crucem veterem. Questo fatto assieme alla doppia denominazione Volto Santo – Santa Croce e ad altri elementi della leggenda ha fatto supporre agli storici che alla base del culto originariamente vi fossero due oggetti distinti, forse un’antica croce o Crocefisso e un Volto Santo ossia una Veronica riuniti e sostituiti poi dal Volto Santo che oggi conosciamo. Iacopo Lazzareschi Cervelli, fotografie di Luigi Casentini, Vestitio Regis. La vestizione del Volto Santo di Lucca, Pacini Fazzi Editore, 2014

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Periodico della Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca Autorizzazione del Tribunale in corso

Finito di stampare nel mese di giugno 2015 da Tipografia Tommasi Referenze fotografiche: Archivio fotografico Fondazione CRL, Archivio fotografico Fondazione Ragghianti, Archivio fotografico PubliEd, Gilberto Bedini, Franco Bellato, Mark Berry, Carlo Cantini, Luigi Cosentini, Fondazione Palazzo Boccella, Foto Alcide, Gabinetto fotografico della Soprintendenza BAPSAE di Lucca e Massa Carrara, Lucio Ghilardi, Iacopo Giannini, Iacopo Lazzareschi Cervelli, David Linch - Item Editions, Luca Lupi, Alessandro Petrini, Giovan Battista Romboni

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piega costola

RIVISTA DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA

ANNIVERSARIO SAN FRANCESCO – PINETA VIAREGGIO – MURA DI LUCCA – GARFAGNANA – POLO TECNOLOGICO

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