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Anno XI - Numero 2 - 9 aprile 2018

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Inchiesta sui forti di Roma

La giungla della burocrazia e la mancanza di fondi che tiene in ostaggio la Capitale

Dal Maam al Macro Intervista al nuovo direttore, Giorgio De Finis: "La riqualificazione non può partire solo dall'alto"

Il Cinema America

La lotta del collettivo per evitare l'espropriazione da parte della Banca

Roma, istruzioni per il (ri)uso Tra cultura e business, storie di riqualificazione: quando il patrimonio della Capitale cambia volto

Quindicinale della Scuola Superiore di Giornalismo della LUISS Guido Carli


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Tra valorizzazione e svilimento Il nostro viaggio tra i luoghi della Capitale che hanno cambiato pelle, tra esempi virtuosi di riqualificazione dal basso e commercializzazione del nostro patrimonio culturale senza riguardi per il passato

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Tutti vogliono l’America Il cinema trasteverino anni ’50 trasformato in centro sociale da un gruppo di giovani occupanti dopo anni di abbandono ha acceso una battaglia legale serrata con la proprietà. Solo i vincoli del Mibact possono salvarlo dalla demolizione

Le fabbriche della cultura

Dalla Centrale Montemartini all'ex Mattatoio, sono tanti i luoghi di cultura nati da ex fabbriche dismesse. La storia del Macro di Via Nizza e quella del Maam sulla Prenestina sono tra le più particolari. E da poco sono accomunate dallo stesso direttore artistico, Giorgio De Finis, che ha le idee chiare su come contaminare le due esperienze

L'utopia dei Forti

Passato e futuro del Campo trincerato di Roma. Strutture valorizzate solo in parte, su cui si può immaginare un modello di recupero e riuso innovativo, che rinnovi il rapporto tra privato e pubblico

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Storia e usi dei forti di Roma Infografica sullo stato dell'arte del "Campo trincerato" di Roma

Roma, i suoi mali... e i suoi beni

Intervista a Paolo Berdini, ex assessore all'urbanistica del Comune di Roma, nella giunta di Virginia Raggi, da cui si è dimesso dopo un anno. La sua esperienza raccontata in un libro

Tutti in sala, o forse no

Rassegne, musica e spettacolo, la nuova vita dell'Alcazar: da monosala fascista a bistrot moderno nel cuore di Roma. Un'idea di due imprenditori romani rivitalizza lo storico locale di Trastevere

Dalla Lira allo Yuan

L'ex Poligrafico di piazza Giuseppe Verdi si trasforma in un albergo di lusso. Dove prima si stampava moneta, presto, si stamperanno menù e depliant per turisti. Tutto finanziato da capitali cinesi

Odissea Flaminio L'impianto è in stato di abbandono da diversi anni, ma grazie a un piano di riqualificazione in mano all'Università "La Sapienza" di Roma, potrebbe tornare a vedere la luce dopo più di sei anni.

SOMMARIO


L'EDITORIALE

Tra valorizzazione e svilimento Il nostro viaggio tra i luoghi della Capitale che hanno cambiato pelle, tra esempi virtuosi di riqualificazione dal basso e commercializzazione del nostro patrimonio culturale senza riguardi per il passato. Luca Zanini Lo sappiamo tutti. Lo viviamo ogni giorno sotto i nostri occhi: le città non sono statiche e immutabili: cambiano forma, si allargano, si restringono, a volte vengono stravolte da mutazioni che erano già scritte nella loro natura, altre volte sono studiate a tavolino. Il filosofo francese, Henri Lefebvre le paragonava al guscio di un animale marino che cresce e si modifica in base alle esigenze del proprio ospite. Come in una sorta di simbiosi, così nella città quella che prima era una fabbrica abbandonata si trasforma in un museo a cielo aperto; dove prima sorgeva un cinema d’essai, ora c’è un luogo di ritrovo per i giovani. Roma è una di quelle città che, per sua natura, ha cambiato pelle numerose volte. Il boom industriale che l’ha colpita, da quando è diventata capitale d’Italia, fino a quello degli anni ’50, ha fatto sì che numerosi edifici cambiassero destinazione d’uso nel momento in cui le industrie si spostarono altrove o la città mostrava esigenze diverse. Lo stesso meccanismo si è verificato in anni più recenti, quando la crisi economica ha colpito con la sua scure di privatizzazioni e svendita del patrimonio culturale italiano. In questo numero di Reporter Nuovo, abbiamo deciso di approfondire tale fenomeno prendendo ad esempio alcuni degli edifici più significativi che si sono reinventati per far fronte alle difficoltà oppure che sono passati dall’essere luoghi

dove si respirava cultura a fonte di lucro senza riguardi per il passato.

contaminarsi e contribuire l'una al successo dell'altra.

È il caso del Cinema America, dove nello scontro tra proprietà privata e Ministero dei Beni Culturali si gioca il destino di un gruppo di ragazzi che, partendo dal basso ha salvato quell’edificio dall’abbandono trasformandolo in un centro polivalente ad accesso libero per gli abitanti del quartiere dove proiettare film, ma anche gustare aperitivi, comprare qualcosa nel mercatino domenicale, o godersi una mostra fotografica. I privati ora vorrebbero sgomberarlo degli occupanti, abbattere l’edificio e costruire una serie di mini appartamenti con tanto di garage interrato. A fare da contraltare all’esperienza del cinema trasteverino c’è quella speculare di un altro cinema, l’Alcazar dove l’idea di due giovani imprenditori romani rivitalizza quello che era un vecchio monosala di epoca fascista restituendo alla città un luogo di ritrovo che la crisi aveva obbligato alla chiusura.

Ma non sempre, però, Roma è in grado di leggere le "istruzioni per il (ri)uso" di alcuni dei suoi beni più preziosi. Spesso questi versano nel più totale degrado e per recuperarli si rischia di rimanere ingarbugliati in una folta rete di cavilli burocratici. In questo numero abbiamo dato ampio spazio alla questione dei 15 for ti di Roma, di cui molti sono in stato di abbandono. Tra i progetti di riqualificazione e la loro attuazione si frappone il solito problema: mancano i fondi. Non c'è budget neanche per lo stadio Flaminio che per gli investitori non è un investimento abbastanza redditizio. Di parere opposto sono invece gli investitori cinesi che hanno appena comprato l'edificio che ospitava il Poligrafico e hanno in mente di trasformarlo in un albergo di lusso, con parcheggi interrati e sale conferenze senza alcun riguardo per la sua storia.

Abbiamo parlato poi di due musei di arte contemporanea, Il Macro di via Nizza e il Maam della Prenestina, due luoghi diametralmente opposti, accomunati dal loro passato di impianti industriali, l'uno della Peroni, l'altro della Fiorucci. Da dicembre 2017, però hanno un'altro elemento in comune: il direttore artistico. Ora le due esperienze potranno

Questo è il nostro viaggio tra valorizzazione e svilimento del par timonio culturale romano. Buona lettura.

«Roma è una di quelle città che, per sua natura, ha cambiato pelle numerose volte»

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Tutti vogliono l’Americ Il cinema trasteverino anni ’50 trasformato in centro sociale da un gruppo di giovani occupanti dopo anni di abbandono ha acceso una battaglia legale serrata con la proprietà. Solo i vincoli del Mibact possono salvarlo dalla demolizione. Bianca Sestini «Dovrei smettere di dire che ero così piccola quando ho occupato il cinema: prima o poi arresteranno i miei genitori…!». Giulia Flor oggi ha 20 anni e studia Scienze dell’Educazione a Roma Tre. Al telefono parla disinvolta e sicura, nella voce un sottofondo leggero di nostalgia mentre racconta come tutto è iniziato. «Ero uno scricciolo, sono sempre stata la più piccola». Nel novembre 2012 erano passati quasi 12 anni dalle ultime proiezioni sugli schermi del Cinema America, la storica sala al n. 6 di via Natale Del Grande, nel cuore di Trastevere. Le origini Progettato dall’architetto torinese Angelo Di Castro, il cinema prende il posto dell’ottocentesco Teatro Lamarmora nel 1956. Dal palcoscenico al grande schermo, un cambiamento figlio di uno spazio urbano che si trasforma negli anni del boom di Cinecittà e trova nel Cinema America un’architettura innovativa impreziosi-

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ta dall’arte. Una cupola apribile nella copertura di cemento armato garantiva la ventilazione sopra un esercito di 700 poltroncine rosso fiammante. Nella sala ad invaso unico c’era lo schermo panoramico più grande di Roma. I mosaici a motivi geometrici firmati da Annamaria Cesarini Sforza e Pietro Cascella decoravano sia l’esterno sia gli interni, insieme a maniglie e ringhiere dalle linee astratte e alle cornici a forma di pellicola cinematografica degli espositori. Un tempio del cinema che popola la storia e la memoria collettiva del rione per più di 40 anni. «Quando ero piccolo era un cinema frequentatissimo» ricorda Francesco, 41 anni, da dietro il bancone della Caffetteria Berti, dirimpettaia dell’America fin dall’inizio. «Facevano proiezioni molto carine. Era il punto di ritrovo di tutti noi che abitavamo qui». Un passato dorato che non basta per tenere a galla il cinematografo trasteverino, piegato dalla crisi de-

gli anni ‘80 a seguire le sorti avverse dell’industria cinematografica italiana. Le ultime luci sotto la gestione Cecchi Gori, poi il fallimento e la chiusura definitiva nel dicembre del 2000. Tempi di crisi Il nuovo millennio porta con sé una nuova proprietà in via Natale Del Grande: nel 2002 la Progetto Uno Srl acquista l’immobile. Il disegno della società di abbattere il cinema e rimpiazzarlo con 20 miniappartamenti, un garage a 2 piani e locali destinati ad attività culturali si scontra con il no di Trastevere, che attraverso il Comitato Cinema America riesce a congelare la demolizione. La proprietà si eclissa e sul cinema cala una coltre di silenzio e abbandono. Una manciata di anni in cui nulla si muove, finché il 13 novembre 2012 un gruppo di liceali e universitari attivi nel movimento studentesco e provenienti da tutte le zone di Roma decide di voltare pagina con 50 paia di mani. L’obiettivo:


Il CASO

ca salvare il Cinema America dalla speculazione e riportarlo in vita. L’occupazione al posto del defibrillatore. L’America occupato «Era in condizioni indecenti. Praticamente una discarica» racconta Giulia Flor ricordando il primo giorno di occupazione insieme agli altri membri del collettivo. Dopo le prime settimane scandite da pulizie, interventi di ristrutturazione e messa in sicurezza dello stabile, gli occupanti spalancano le porte dell’America

al territorio, proponendolo al rione come uno spazio polivalente e brulicante di attività eterogenee ad accesso libero e gratuito. Dalle proiezioni di film e partite della Roma ai cartoni animati, passando per laboratori di teatro e di scacchi, assemblee, concerti, aperitivi, mostre fotografiche, feste per bambini. Senza dimenticare il mercatino la domenica mattina, i libri, le aule studio dotate di wifi, computer e stampante. «Noi siamo i ragazzi della riforma Gelmini» spiega Giulia Flor, risalendo alle origini del progetto. «Abituati ad avere i laboratori del pomeriggio a scuola, ci siamo ritrovati senza neanche uno spazio dove poterci riunire per le assemblee studentesche». Un’esperienza di occupazione in cui, oltre al sostegno di protagonisti di primo piano del mondo del cinema e dell’architettura, il coinvolgimento dei residenti ha giocato un ruolo fondamentale. «Trastevere è un territorio ancora molto verace. All’inizio i residenti ci guardavano un po’ strani, ma poi hanno capito che stavamo facendo una cosa che loro volevano. Dicevano sempre: “se volete farlo, noi saremo la vostra spalla”». Dallo sgombero alle vie legali Nel settembre 2014 lo sgombero arriva come un fulmine a ciel sereno. Meno di tre mesi dopo, il colpo di coda: il 28 novembre l’allora ministro dei Beni culturali e del Turismo Dario Franceschini appone

sull’America un duplice vincolo di natura storica – il primo sugli apparati decorativi, il secondo sull’intero immobile. In altri termini, con i due decreti di tutela firmati dal Mibact la sala diventa un bene di interesse culturale: impossibile demolirla. La Progetto Uno Srl non ci sta e la battaglia si trasferisce nelle aule del Tar del Lazio, che nell’ottobre 2015 respinge il ricorso contro i vincoli presentato dalla società immobiliare. Il secondo round davanti al Consiglio di Stato si chiude il 14 giugno 2017 con la rivincita della proprietà: vincoli annullati e indiretto conseguente nulla osta alla demolizione dell’immobile. Secondo Palazzo Spada, la falla si trova nei presupposti del vincolo, costruito sul «generico riferimento al periodo di successo dell’industria cinematografica locale», troppo fragile perché non allacciato a precisi episodi storicamente significativi. I ragazzi del Cinema America incassano il colpo ma non demordono, chiedendo subito alla Soprintendenza una nuova istruttoria per valutare un eventuale valore artistico degno di tutela. Una storia tortuosa e imprevedibile, nel solco delle pellicole più avvincenti del passato o delle più gettonate serie tv degli ultimi anni. «L’occupazione non è mai stata il fine» specifica Giulia Flor, più decisa che mai. «Noi volevamo salvare il Cinema America dalla demolizione, il nostro scopo è quello ancora oggi. Qualsiasi cosa succeda».

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Le fabbriche della cultu Dalla Centrale Montemartini all'ex Mattatoio, sono tanti i luoghi di cultura nati da ex fabbriche dismesse. La storia del Macro di Via Nizza e quella del Maam sulla Prenestina sono tra le più particolari. E da poco sono accomunate dallo stesso direttore artistico, Giorgio De Finis, che ha le idee chiare su come contaminare le due esperienze. Luca Zanini “Le città vivaci, diverse, intense contengono i semi della loro rigenerazione”, diceva l’architetta statunitense Jane Jacobs riferendosi alla New York degli anni ‘60, paradigma della città dinamica e capace di adeguarsi alle esigenze, di volta in volta diverse, dei propri abitanti. Dall’esempio della metropoli americana si sono diffuse nel mondo tendenze di rigenerazione urbana che hanno portato alla trasformazione di edifici dismessi, come ex impianti industriali in disuso, in luoghi dove si vive e si respira cultura, arte, e, perché no, anche divertimento. Il Chelsea Market di Manhattan, oggi visitato da 5 milioni di persone, aveva ospitato fino al 1958 la fabbrica di biscotti dove sono nati gli Oreo e i Ritz; in Francia, la stazione ferroviaria d’Orsay è stata trasformata in un museo, grazie anche alla creatività italiana dell’architetto Gae Aulenti; e a Londra, la prima centrale elettrica della capitale britannica, la Battersea Power Station, sta per lasciare spazio

a un quartiere smart popolato di bar, ristoranti, negozi e, ovviamente, appartamenti di lusso. Anche l’Italia può vantare esempi di rigenerazione urbana. Il Museo di Arte Contemporanea di Roma, meglio conosciuto come MACRO, è uno di questi. Qui, negli spazi di via Nizza che oggi sono dedicati alle esposizioni di artisti internazionali e a mostre di rilievo come quella dedicata ai Pink Floyd (prima tappa italiana dopo l’allestimento londinese), un tempo sorgeva un impianto industriale dedicato all’imbottigliamento della birra Peroni che occupava buona parte del quartiere nei pressi di Porta Pia. Attraversando il quadrilatero di vie che circonda il museo, un occhio ben attento può ancora notare le tracce di un passato neanche troppo lontano. Una delle più evidenti è la piccola torre in stile liberty che svettava sul piccolo chalet in legno pensato dal fondatore della ditta, Francesco Peroni, per permettere ai clienti di consumare direttamente sul posto un bicchiere di birra

appena spillata. Quel piccolo luogo di ritrovo, però ebbe vita breve perché fu abbattuto pochi anni dopo la sua costruzione nel 1902, per fare spazio alla costruzione di quartieri operai. Oggi è tornato ad essere un hub per i giovani romani da quando, negli anni ‘80 il Comune di Roma mette in atto un Piano di Recupero per riqualificare l’intera zona, costruendo bar, negozi e uffici. Ma bisogna aspettare i primi anni 2000 per vedere riqualificata anche la zona che oggi ospita il MACRO. Fino a quel momento il “Lotto C” era stato adibito a deposito dei carri per il trasporto cittadino della birra e fra il 1920 e il 1922, su progetto dell’architetto Alfredo Palopoli, fu ampliato per ospitare un’altra ala della vicina fabbrica di ghiaccio. È solo nel 1999 che entra in vigore la Convenzione con il Comune di Roma stipulata sedici anni prima, e viene inaugurata in quegli spazi la Galleria Comunale di Arte Moderna e Contemporanea, ribattezzata nel 2010 con il nome che conosciamo oggi. Il

"Il Maam è in grado di competere con i più blasonati musei di arte contemporanea"

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L'INTERVISTA GIORGIO DE FINIS: "LA RIQUALIFICAZIONE NON PUÒ PARTIRE SEMPRE DALL'ALTO" Il nuovo direttore artistico del Macro_Asilo: "Non faremo mostre, intendo il museo come spazio collaborativo e aperto a tutti"

ura 2010 è anche l’anno in cui il MACRO assume la sua forma corrente grazie a un ampliamento ad opera della acrchistar francese Odile Decq che porta a 4350 metri quadri la superfice complessiva dell’edificio. 27 milioni il costo totale per la creazione di nuove sale espositive, una sala lettura, un bookshop, un Art Cafe e una terrazza in basalto nero che richiama il colore del foyer del museo. A stabilire idealmente una continuità tra presente e passato, c’è, all’angolo tra via Cagliari e via Nizza una carena di vetro che integra il vecchio stabile della Peroni con i nuovi spazi del museo. A partire dalla fine del 2017, il MACRO ha un nuovo direttore, Giorgio De Finis. La scelta, ad opera dell’assessore alla cultura della capitale, Luca Bergamo, non è stata casuale. Nel 2012, De Finis aveva fondato il Maam, il Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz Città Meticcia, sulle spoglie di una fabbrica della Fiorucci occupata nel 2009 dai Blocchi Precari Metropolitani, un movimento che si batte per il diritto all’abitare. Il Maam è un esperimento artistico unico nel suo genere, in cui le centinaia di opere d'arte dipinte sui muri e nascoste tra i calcinacci e le travi divelte della fabbrica, fanno da scudo a cinquanta famiglie che altrimenti dovrebbero essere sfrattate. Un progetto che era nato come esperimento di cinema "situazionista", con la costruizione di un razzo per andare idealmente sulla luna e che è diventato uno dei luoghi più particolari della capitale, i grado di competere con i più blasonati musei di arte contemporanea della città. "Dal diamante non nasce niente, dal letame nascono i fior", diceva De Andrè. Chissà cosa avrebbe detto se avesse visto il Maam.

Al civico 913 di via Prenestina un enorme murales colorato abbaccia un edificio altrimenti immerso nell'anonimato dei tanti casermoni della periferia est di Roma. Sembra raffigurare una serie di simboli religiosi messi in fila su uno sfondo arlecchino, ma quando ci si avvicina, ci si rende conto che quei simboli vanno a formare la parola "Peace". È il Maam, il Museo dell'Altro e dell'Altrove di Metropoliz, e ad accoglierci al suo interno il suo "inventore", Giorgio De Finis, da poco nominato direttore artistico di un altro museo capitolino, il Macro. Direttore, quali sono i punti in comune e quali invece le differenze tra questi due musei, che a occhio nudo potrebbero sembrare due realtà incoinciliabili? È vero, il Maam, a differenza del Macro, è un museo nato "dal basso" nell'estrema periferia della città e anche la sua proposta artistica è decisamente inconvenzionale, ma entrambi i musei possono ambire ad essere un grande dispositivo di incontro tra arte e città, uno spazio collaborativo che ho immaginato come grande cattedrale laica del contemporaneo. Il Maam era partito con l'idea di essere un "museo sulla luna" e anche il mio progetto per il Macro_Asilo condivide questa dimensione pre-adulta di ignorare come vanno le cose dei grandi e provare a farle andare in un altro modo. E come si concretizzerà questa idea? Per esempio facendo collaborare gli artisti tra di loro, cosa impensabile nel sistema moderno dove tutti competono per la propria affermazione. La mia idea, inoltre, è quella di non fare mostre. Piuttosto avremo quattro atelier dove a turno gli artisti realizzeranno le proprie opere in modo che tutti possano osservare come nasce il processo artistico. Cosa ne pensa dell'archeologia industriale e della riqualificazione delle farrbiche dismesse? Io sono assolutamente per il riuso degli ex spazi industriali, sono strutture che costa meno riqualificare piuttosto che abbattere. Mi chiedo però, se sia sempre necessario che la riqualificazione debba

partire sempre dall’alto e sempre fatta con un certo criterio quando poi i soldi non ci sono. Se bisogna riqualificare per fare esclusivamente una operazione immobiliare è un conto. Se poi si costruisce un nuovo “scatolone” e poi non gli vengono dati i soldi per farlo funzionare, quello scatolone si degraderà, avrà bisogno di manutenzione, di restauro e finisce per non riqualificare nulla. Il Ministero dei Beni Culturali ha da poco stanziato 40 milioni per la riqualificazione dell'area alle spalle del Maam, l'ex stabilimento Cerimant, per creare un nuovo Polo dell'Arte Contemporanea. Crede che si possa instaurare un dialogo con il suo museo? Per quanto possa paradossalmente giovare a Metropoliz, la trovo un’operazione esclusivamente immobiliare e non come un’perazione per la città o per la sua cultura. Se questo progetto avesse avuto il buonsenso di proporre anche qualche idea artisitca innovativa l'avrei potuta anche accettare ma niente di tutto questo è stato fatto. Cosa può dare il Macro al Maam e viceversa? Io amo i cortocircuiti. La contaminazione tra i due musei potrà contribuire a portare la periferia al centro e il centro in periferia. La sua opera preferita qui al Maam? Non posso rivelarlo neanche sotto tortura (ride ndr).

Luca Zanini

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R L'utopia dei Forti Archivio digitale Progetto Forti - Fondo Forti di Roma - Foto di Fabrizio Latini

Passato e futuro del Campo trincerato di Roma. Strutture valorizzate solo in parte, su cui si può immaginare un modello di recupero e riuso innovativo, che rinnovi il rapporto tra privato e pubblico. Il punto di vista di Simone Ferretti, architetto dell'associazione "Progetto Forti". Riccardo Antoniucci Il tempo lascia molti segni sul volto di una città, ma spesso gli abitanti non ci fanno caso. Sul volto millenario di Roma, con la sua confusa stratificazione urbanistica, c’è un segno più evidente di altri, che resta sconosciuto ai più. È il Campo trincerato, la rete di 15 forti militari e 3 batterie costruita tra il 1877 e il 1891 dal neonato Regno d’Italia per difendere la sua capitale, basandosi su un modello difensivo detto “prussiano”. Si tratta di un sistema di fortificazioni in pietra e mattoni che comprendono edifici, piazze d’armi, un fossato e un terreno antistante, collocati a circa 3 km di distanza l’uno dall’altro, intorno ai confini della città di allora. Sette costruiti sulla destra del fiume Tevere: Monte Mario, Trionfale, Casal Braschi, Boccea, Aurelia Antica, Bravetta, Portuense e otto sulla riva sinistra: Monte Antenne, Pietralata, Tiburtino, Prenestino, Casilino, Appia Antica, Ostiense, Ardeatino. A sud est si collocano le tre batterie, Nomentana, Porta Furba e Appia Pignatelli, che prendono il nome dalla loro funzione di ospitare batterie di cannoni. I forti sono edifici pubblici e dopo vari passaggi sono tutti di proprietà dell’Agenzia del Demanio (tranne il Forte Antenne, la cui proprietà è stata trasferita al Comune di Roma nel 1958 nell’ambito del piano per le Olimpiadi del 1960). Alcuni sono tuttora utilizzati a scopi go-

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vernativi e ricadono sotto la competenza del Ministero della Difesa (oppure della PS come nel caso di Forte Ostiense o del Forte Aurelia antica gestito dalla Guardia di Finanza). Altri invece sono dismessi e non hanno attualmente un uso. Su tutti esiste un vincolo architettonico che impone la salvaguardia della struttura originale, considerata una memoria storica dell’architettura militare italiana di fine XIX secolo. In una città dove le rovine non mancano e dove esiste un problema strutturale di divario sempre più ampio tra centro e periferia, questo complesso di edifici, quasi sempre conservati in buono stato e collocati alle porte delle direttrici di collegamento con le periferie, è visto da molti come una risorsa per rinnovare la vivibilità della città e per sperimentare nuovi modelli di rapporto tra pubblico, privato e cittadinanza nella gestione dei beni comuni urbani. A monitorare la situazione è da ormai quasi vent’anni, l’Associazione Forti. Nata come gruppo di studio, è animata da un gruppo di paesaggisti e studiosi del territorio guidati da Simone Ferretti. Ferretti è architetto di formazione e paesaggista d’elezione. Ha le idee chiare: le metropoli di oggi hanno sempre più bisogno di spazi vuoti, che segnino un’interruzione, una pausa nel flusso sonoro-cementizio-inquinante della vita cittadina. Un posto“il più vuoto

possibile, dove le persone possano isolarsi”. La teoria ha un interessante risvolto pratico, perché suggerisce che per recuperare uno spazio non è necessario realizzare opere o costruire qualcosa di nuovo, ma è sufficiente metterlo in sicurezza e aprirlo all’attraversamento (e alla progettualità spontanea) della cittadinanza. Parlando di Forti, Ferretti comincia con lo sgomberare il campo da due falsi problemi. Il primo: non esistono prove certe dell’esistenza di tunnel sotterranei che colleghino i forti tra loro, o addirittura alcuni forti con altre partidella città. Nessuna evidenza nei sopralluoghi fatti finora. Secondo, più importante: i forti non sono tutti uguali e, soprattutto, non sono tutti un problema. Sette di questi sono ancora utilizzati dagli eredi di chi li ha costruiti, cioè dall’Esercito o dalle forze dell’ordine (sono i forti Braschi, Aurelia antica, Ostiense, Appia antica, Casilina, Tiburtina e Pietralata). Uno è occupato dagli anni ’80 (il Forte Prenestina), ben conservato e, proprio in virtù della sua situazione, tra i pochi completamente usufruibile per la cittadinanza. Il problema riguarda i forti che non si usano, quelli che, con un iter lungo e complesso (che risale agli anni ’60, si concretizza per alcuni nei ’90 e per altri addirittura nel periodo 20132015), sono stati “consegnati” per la gestione al


L'INCHIESTA Comune di Roma, restando comunque di proprietà dell’Agenzia del Demanio. Le procedure di consegna prevedono l’avvio di processi di valorizzazione degli spazi (attraverso parchi pubblici o in alcuni casi anche attività culturali o sociali su iniziativa privata), che però stentano a cominciare. I forti come risorsa “A un certo punto ho avuto l’impressione che si potesse fare. Bastava investire in cultura e comunicazione. In cultura per far riscoprire la loro storia, e in comunicazione per farli conoscere alla popolazione”. Era il 2003, ma poi sono arrivate le elezioni, il cambio di amministrazione, i vincoli di bilancio. Gli effetti della crisi del 2008 spingono la Difesa (allora guidata da Ignazio La Russa) a elaborare per ragioni di deficit un piano di dismissione del patrimonio militare nazionale non utilizzato: caserme, forti, depositi caduti in disuso a causa delle trasformazioni dei modelli e dei sistemi di difesa e dell’abolizione della leva militare. A Roma il piano viene recepito dall’amministrazione Alemanno e si comincia a parlare di alienazione e valorizzazione. Oltre a edifici come l’ex Caserma Sani e le dogane, in primo piano c’è il Campo trincerato, con i suoi 15 forti e 3 batterie. Non si

"A un certo punto ho avuto l'impressione che si potesse fare" parla ancora di interventi specifici sui singoli edifici, ma si comincia ad affermare un’idea nuova per la gestione e uso delle strutture, nel rispetto dei vincoli architettonici. “Anche se alla fine non se n’è fatto niente, l’operazione ha avuto almeno il vantaggio di risvegliare l’interesse sul tema”. E poi? Nuova amministrazione, nuovo piano. Prima di venire sfiduciato, Ignazio Marino fa in tempo a cancellare il vecchio progetto e sostituirlo con un nuovo che abbassa gli indici edilizi e introduce motivazioni di interesse pubblico legate non più soltanto alla riduzione del debito ma anche alla promozione della partecipazione cittadina nella gestione del patrimonio. Non solo, l’amministrazione Marino assegna nel 2011 proprio a Ferretti il compito di realizzare uno studio sui Forti di Roma, che verrà pubblicato nel 2013 e attualmente si può parzialmente leggere sul sito dell’associazione. A cinque anni dal 2013 non è cambiato molto, ma Ferretti non ha fretta: “Sulla questione dei Forti la visione dev’essere di almeno 20 anni”. I problemi sono strutturali e ingenti: innanzitutto mancano i

soldi: “non ci sono i fondi per rifare i tetti delle scuole, figuriamoci per ristrutturare un forte”. La rimessa a nuovo completa di ciascun forte, infatti, è stimata tra i 6 e i 9 milioni di euro come lo stesso architetto ha dichiarato in commissione cultura al Comune il 27 marzo dell’anno scorso. E, con questi costi, anche coinvolgendo i privati non si riesce a garantire un ritorno d’investimento, soprattutto dopo il crollo dei prezzi dell’immobiliare successivo alla crisi del 2008. Ma per Ferretti questi problemi non chiudono per forza le porte alla riqualificazione, anzi possono rappresentarne un punto di partenza. Per lui è un’occasione per “non improvvisare e dotarsi di nuovi strumenti”. Normativi e valutativi: “Serve un ente di gestione delle assegnazioni che permetta di trovare una quadra tra l’interesse pubblico e il coinvolgimento privato”. Cosa significa? “Significa che la proprietà deve rimanere pubblica e va valutata la sua apertura ad attività private, che però rispettino i vincoli architettonici e l’interesse culturale di questi beni. Il privato non deve limitarsi a fare una sponsorizzazione [cioè a pagare parte dei costi in cambio del suo logo da qualche parte], ma deve essere coinvolto a collaborare al bene comune, capendo che questo gli creerà un ritorno di immagine consistente, testimoniando il suo impegno sul fronte civico”. Soprattutto se le istituzioni sceglieranno di proseguire sulla strada delle agevolazioni per i privati che investono in cultura e innovazione, come l’Art bonus (proposto dal Vicesindaco e Assessore alla Cultura Luca Bergamo) o un tax credit applicato ai beni immobili di interesse culturale. L’associazione sta addirittura elaborando un manuale con delle “linee guida” per il recupero dei Forti, “con i tempi necessariamente lunghi dettati dal lavoro nel tempo libero. Cerchiamo però il sostegno del comune per pubblicarlo. Per il momento di certo c’è solo una cosa: la volontà di andare avanti espressa da tutte le parti in causa”. Oltre alla volontà, però, servono i soldi: “di questo non si è ancora parlato, anche se per esempio il Forte Portuense ha già ricevuto uno stanziamento di 3 milioni di euro per diventare un parco pubblico”. Un banco di prova per nuovi modelli Proprio il modello "parco" è un buon punto di partenza, Ferretti ne è convinto. “Siccome non ci sono i soldi per ristrutturare tutti gli edifici, allora limitiamoci a metterli in sicurezza e poi sfruttiamo tutta la loro superficie come parchi. Parchi con edifici”. La cosa più importante è “cominciare a colonizzarli”, cioè aprirli alla cittadinanza, farci andare la gente… “E poi… l’appetito vien mangiando”. La parte più interessante di questa vicenda è che

potrebbe costituire un banco di prova per ripensare e rifondare il rapporto tra privato, pubblico e cittadinanza nella gestione dei beni comuni. “Il privato non deve essere sostitutivo del pubblico. Anzi, è proprio il Comune che deve mettere in piedi e gestire quella struttura amministrativa, quella macchina, che permetta di integrare fra loro le iniziative private e quelle dei cittadini, sviluppando partecipazione”. Dopo anni di lavoro, i principi di Ferretti sono saldi e non temono l’usura del tempo (come i forti…): “Innanzitutto un principio simbolico. Lo Stato italiano costruì i Forti per difendere Roma. Cerchiamo di dare nuovo valore a questo concetto di “difesa” e troviamogli un nuovo uso, una valorizza-

"L'abbandono è la cosa peggiore che può capitare a un bene" zione per il futuro. Poi c’è la questione dell’opportunità che rappresentano per l’innovazione sociale e culturale. I forti possono diventare luoghi per sperimentare nuove pratiche di cittadinanza e di partecipazione, e anche nuove forme di inclusione attraverso la cultura”. Certo, bisogna andare per gradi: ci sono dei Forti più facili da recuperare di altri. Ferretti ce li snocciola rapidamente: “Quello sul Monte Antenne è già in fase di recupero, Portuense è un parco, i prossimi nella lista potrebbero essere il Forte Trionfale, Boccea, Bravetta e Ardeatina. E anche il forte Casilina, che è di competenza del Ministero della Difesa ma che si intende trasformare in parco dopo la realizzazione del Polo Unico della Difesa nella zona”. E poi non è detto che anche quei forti che sono ancora usati a scopi militari debbano restare così per sempre: “La Guardia di Finanza sta già restaurando il forte Aurelia Antica su nostro impulso”. “La strategia è l’uso temporaneo”, Ferretti ricorre anche alla categoria paesaggistica del place making: valorizzare un luogo attraverso un uso temporaneo che ne faccia emergere le potenzialità e che poi ceda il passo a una successiva destinazione d’uso definitiva sul lungo periodo. “Il temporaneo è l’unica soluzione di fronte a una situazione di abbandono che è la cosa peggiore che può capitare a un bene”. L’utopia dei Forti, insomma, è sinonimo di apertura. Per uno strano gioco del destino l’unico modo per vivere oggi quegli edifici che nascevano all’insegna della chiusura e dell’impenetrabilità, è aprirli il più possibile, innestarli nel tessuto civico e culturale della città.

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STORIA E USI DEI FORTI DI ROMA

Tra il 1887 e il 1884 venne eretto a difesa della nuova Capitale del Regno il “Campo trincerato” di Roma, composto da 18 edifici, di cui 15 forti e 3 batterie (in realtà i forti erano 16 ma uno venne trasformato in batteria). Sette forti furono costruiti sulla destra del fiume Tevere (Monte Mario, Trionfale, Casal Braschi, Boccea, Aurelia Antica, Bravetta, Portuense) e nove sulla riva sinistra (Monte Antenne, Pietralata, Tiburtino, Prenestino, Casilino, Acqua Santa, Appia Antica, Ostiense, Ardeatino).

Forte Portuense. Consegnato al Comune di Roma nel 1998 a fini di custodia e manutenzione, nonché per consentire l’elaborazione di un progetto per l’utilizzazione del bene. Di recente è stato inserito in un progetto di recupero e riqualificazione attraverso attività culturali e sociali. L’intervento è subordinato al rispetto delle prescrizioni dettate dal Ministero dei Beni Culturali.

Forte Monte Mario. Ricade all’interno della Riserva Naturale Regionale Monte Mario, risulta in uso governativo al Ministero della Difesa ma attualmente è dismesso. Forte Trionfale. Lungo la via Trionfale, è in uso governativo al Ministero della Difesa. Nel 2015 è stato dato in consegna temporanea a Roma Capitale con obiettivi di riqualficazione. Il protocollo è scaduto nell'agosto del 2017.

Forte Aurelia Antica. In uso alla Guardia di Finanza che ha in corso interventi di ristrutturazione per i propri usi istituzionali. Forte Bravetta Nel 2009 l’immobile è stato consegnato al Comune di Roma, in via temporanea a titolo gratuito per avviare le iniziative di valorizzazione e manutenzione, in attesa della definizione del trasferimento in proprietà alla stessa Amministrazione.

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Forte Casilino. Si trova all’interno dell’area dell’ex Aeroporto di Centocelle, sede del Comando della squadra aerea dell'Aeronautica Militare e del Comando operativo di vertice interforze del Ministero della Difesa. La maggior parte dell’area verde è stata trasferita al Comune di Roma con nel 1990, la restante porzione, tra cui il forte, è rimasta in uso governativo al Ministero della Difesa, ma secondo il Progetto Forti è per gran parte dismesso. Forte Prenestino. Realizzato tra il 1880 e il 1884. Consegnato al Comune di Roma con verbale nel 1977 per la realizzazione di un parco pubblico, è occupato dal 1986 e utilizzato come polo culturale e sportivo polivalente, tra i più noti della città.

Forte Braschi. Su via della Pineta Sacchetti nel quartiere Trionfale. Prende il nome dal cardinale Braschi che possedeva la tenuta sulla quale fu realizzato. È in uso governativo al Ministero della Difesa, storico quartier generale dell’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna – AISE. Forte Boccea. Uso governativo al Ministero della Difesa, che lo ha utilizzato per molti anni come sede del carcere militare. Dismesso nel 2008, nel 2014 è stato consegnato temporaneamente al Comune di Roma, con un protocollo scaduto ad agosto 2017.

Forte Acqua Santa. Fu denominato in seguito Batteria Appia Pignatelli. Situato all’interno del Parco dell’Appia Antica, è in uso governativo al Ministero della Difesa, sede del Reparto Sistemi Informativi Automatizzati.

Forte Tiburtino. Attualmente è in uso governativo al Ministero della Difesa.

Forte Ostiense. È in uso governativo alla Polizia di Stato. Forte Ardeatino. Fin dagli anni ‘20 fu utilizzato come magazzino militare della Direzione di Commissariato e Sanità e dismesso dalle autorità militari nel 1961. Nel 1982 è stato consegnato al Comune di Roma per la realizzazione di un’area verde. Forte Appia Antica. In uso governativo al Ministero della Difesa, si trova in una vasta area a verde che comprende numerose memorie archeologiche, tra cui i sepolcri del I sec. d.C. e una torre medievale del II sec. d.C..

Forte Pietralata. Nel 1962 fu destinato a Verde pubblico; con il nuovo Prg è tornato di uso governativo al Ministero della Difesa, e risulta impiegato dalla Brigata Meccanizzata “Granatieri di Sardegna”. Forte Antenne. Nel 1958, in vista delle Olimpiadi a Roma, è stato consegnato provvisoriamente al Comune di Roma con vincolo di destinazione a parco pubblico e poi nel 1981 è arrivata la cessione a titolo gratuito. È l’unico forte di proprietà del Comune di Roma (gli altri sono “consegnati”, ma restano di proprietà del Demanio). Fonti Agenzia del Demanio Associazione “Progetto Forti” Laboratorio Urbano Reworkshow

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R Roma, i suoi mali... e i suoi beni Intervista a Paolo Berdini, ex assessore all'urbanistica del Comune di Roma, nella giunta di Virginia Raggi, da cui è stato cacciato. La sua esperienza raccontata in un libro appena uscito per le edizioni Alegre. Riccardo Antoniucci Paolo Berdini è un entusiasta. Uno che alle cose si interessa sinceramente. Lo incontriamo davanti a un ingresso di un palazzo adiacente al Collegio Armeno tra piazza Barberini e via Bissolati, dove da anni affitta un ufficio, e lui ci tiene a prendere un po’ di tempo per raccontarci la storia di quel luogo e della comunità che lo abita. Ci regala una visita tra le bellezze del chiostro e della chiesa del Collegio, di solito inaccessibili al pubblico, e si sofferma sulle steli in doppia lingua (latino e armeno) appoggiate alle colonne. E quando gli tocca indicare anche i segni del tempo e dell’incuria (ma più che altro della mancanza di finanziamenti per la ristrutturazione), le crepe dovute ai terremoti, il suo non è il tono “tipico” del lamento o dell’invettiva generaliter. Si nota che dà alla cosa il peso relativo che può avere l’accidente di una condizione temporanea al cospetto dell’eternità della Storia dell’arte. Forse è in questo senso delle proporzioni, in questa coscienza per così dire “trascendentale” che sta il segreto della sua tenacia, della sua capacità di non demordere nelle sue battaglie, nonostante tutto. Urbanista di lungo corso, Paolo Berdini è stato Assessore. Nel 2016 Virginia Raggi lo chiamò al vertice del Dipartimento di programmazione e attuazione urbanistica del Comune di

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Roma. Si è dimesso un anno dopo. Sulla scorta della pubblicazione di una memoria in cui racconta i retroscena di questa caduta (Roma, polvere di stelle, da poco uscito per le edizioni Alegre), lo abbiamo incontrato per parlare della Capitale, dei suoi mali e… dei suoi beni. * Paolo Berdini, quali sono i problemi di Roma? Il nodo centrale, il nodo scorsoio che sta strozzando la Capitale, è il problema della classe dirigente. Non c’è città al mondo che non abbia una classe dirigente capace di interpretare le evoluzioni della città e capire dove va. Tranne Roma. E c’è un pezzo fondamentale dell’economia romana che vive sui suoi mali. Faccio un esempio. Abbiamo un’emergenza abitativa senza eguali in Europa occidentale: sono circa 100.000 le persone da sistemare, qualcosa come 30.000 famiglie. Se guardiamo dietro i numeri scopriamo che ci sono alcuni proprietari immobiliari che da almeno 30 anni affittano al Comune interi immobili per emergenza abitativa. E l’amministrazione capitolina spende 30 milioni all'anno di affitti. Per me questa è una metafora per capire i problemi Roma: c’è chi guadagna sulle disfunzioni della città, e ha tutto l’interesse a lasciare le cose come stanno, a lasciare che la città viva in emergenza.

Quali problemi strutturali ha ravvisato durante il suo periodo di amministratore? Il primo problema che ho incontrato è quello del debito. Nonostante avessi già affrontato il tema, solo il giorno in cui ho messo piede all’Assessorato ho capito l’enormità del problema. Mancano i soldi per assicurare la manutenzione della città. Certo, la manutenzione costa, ma tutti i paesi al mondo affrontano la spesa pur di mantenere decorosa la loro capitale. Il degrado di Roma non è la persona senza reddito che vive sotto un portico, il vero degrado sono le strade che sprofondano. Io mi sono accorto che per ogni municipio Roma spende un milione all’anno per la manutenzione ordinaria delle strade, cioè niente consideriamo che ogni territorio ha 200.000 abitanti. Per Parigi la Francia spende un miliardo all’anno di investimenti; Londra costa 900 milioni di euro all’anno, mentre Roma è nella situazione di dover restituire allo Stato 500 milioni di euro di debito contratto dalla banda di Mafia capitale. È paradossale. Qual è l’idea di Roma di Paolo Berdini? Migliorare la qualità della vita nelle periferie creando una moderna rete tranviaria, perché non è più tempo di costruire metropolitane visti i costi onerosi. Porre un termine definitivo


L'INTERVISTA/2 beni culturali diffusi anche nelle periferie. Lo so che costa, ma allora perché non sperimentare forme di partenariato tra pubblico e privato? Dove la proprietà è ovviamente e immancabilmente pubblica, ma dove gruppi di cittadini, cooperative, di giovani in particolare possano sperimentare la loro capacità di attirare persone con un’offerta di attività culturali e ricreative. Non ci sono modelli: siamo unici al mondo, perché è unica al mondo la quantità e qualità dei nostri beni.

all’emergenza abitativa costruendo case pubbliche. Non l’housing sociale, che è un imbroglio inventato da 20 anni, ma case popolari per le persone che non hanno reddito. E ricordiamoci che chi inventa le case popolari nel 1903 è Luigi Luzzatti, un uomo della destra storica, un personaggio di straordinario livello intellettuale, che dice una cosa che ogni liberale sa: bisogna che lo Stato aiuti la parte più povera della società. E poi ripensare il volto dello Stato, perché è chiaro che Roma non può continuare a vivere solo sull’asse del centro storico e di via XX settembre. Dobbiamo scommettere sul decentramento di Roma verso le periferie, verso Est, per esempio con il Polo unico della Difesa (progetto che ho ereditato e su cui non ho alcun merito). E dove si trovano i soldi? Tagliamo con l’accetta, da non economisti. Per esempio risparmiando quei 30 milioni all’anno di affitti di housing sociale, che possono essere usati per riqualificare le periferie. Se cominciamo a investire in periferia creiamo identità, attaccamento tra il cittadino e il suo territorio. È un processo identitario che dobbiamo mettere in moto. C’è una cultura di riferimento per questo processo? Modelli da cercare in Italia o all’estero? Il modello potremmo essere noi. Roma ha la leadership mondiale per presenza di patrimonio culturale. Se mettessimo in moto e perfezionassimo una macchina per la sua gestione saremmo per forza di cose l’avanguardia mondiale. Anche perché siamo l’unica città al mondo che ha questa ricchezza di

A proposito del progetto di riqualificazione Forti di Roma l’architetto Simone Ferretti sosteneva che è necessario inverntarsi un nuovo modello di amministrazione del patrimonio. Che ne pensa? Sono completamente d'accordo. E la questione non riguarda soltanto i Forti. Tutte le funzioni pubbliche che vengono affidate a privati devono essere monitorate in tempo reale per evitare che vengano affidate a bande di malaffare. Ci sarà l’urgenza di creare un settore qualificato per monitorare e valutare. Dobbiamo aumentare la capacità delle amministrazioni pubbliche di saper controllare in tempo reale quello che affidano, altrimenti rischiamo di averle messe in cattive mani solo a distanza di anni. Invece ci deve essere un sistema di semafori che scatta immediatamente. E che sia una struttura indipendente dalla politica: penso alle authority che esistono e funzionano in tutta Europa, meno che in Italia. La domanda è questa: il pubblico riesce ad avere una visione complessiva della città oppure stiamo a ricasco dell’ultimo imprenditore? Che spesso può essere illuminato ma spesso può anche essere uno speculatore. Dobbiamo ripristinare la supremazia della visione pubblica della città. Il principale motivo della mia rottura con la giunta Raggi è stato proprio la mancanza di condivisione di questa idea che la città è pubblica e basta, e che i privati (e i loro capitali) sono sì fondamentali, ma devono avere minor peso rispetto alla visione pubblica, che il loro intervento deve essere regolamentato. La struttura legislativa del governo delle città va riformata e bisogna rimettere l’amministrazione pubblica al volante. Eppure la politica del Movimento Cinque Stelle si definisce pubblicamente proprio con il rifiuto del consociativismo e la trasparenza… È quello che speravo. Dopo la congiura di palazzo che ha fatto cadere Ignazio Marino (che quantomeno aveva messo tutte la sua energia nell’idea di cambiamento…), ho creduto che il Movimento avrebbe

portato un’innovazione complessiva. In realtà siamo caduti dalla padella alla brace, perché con tutti i difetti del vecchio sistema dei partiti politici almeno lì vigeva un sistema di controllo delle decisioni, discutibile ma almeno intellegibile. Invece durante il mio assessorato ho subito decisioni che venivano non so da chi. Poi in realtà nel libro lo dico: da parte di studi di avvocati autorevolissimi che non sono però stati eletti per governare Roma. Il M5s ha davanti a sé una sfida gigantesca, perché deve innovare il costume politico senza abbandonare trasparenza e democrazia. Però io la democrazia nel M5s non l’ho mai incontrata. Nel loro programma c’era il referendum sulle Olimpiadi: non l’hanno fatto, hanno deciso loro. Poi improvvisamente Grillo decide che invece le Olimpiadi invernali a Torino vanno bene… Che impressione ha della politica adottata dal suo successore all’Assessorato all’urbanistica? Che c’è una continuità impressionante con il passato. Gli stessi poteri che hanno portato a fondo la città durante il periodo di Veltroni si sono ripresi pezzo per pezzo tutto quello che avevano seminato, e che io avevo bloccato. Subito dopo le mie dimissioni, per esempio, l’amministrazione ha dato l’assenso alla più grande speculazione che Roma conoscerà, quella degli Ex Mercarti Generali. Del resto non c’è da meravigliarsi, visto che l’Assessore che mi ha sostituito nella sua prima intervista ha detto che l’unico momento felice dell’urbanistica romana è stato quello di Veltroni. Secondo me, invece, dal punto di vista urbanistico quell’amministrazione ha affossato la città. Questa schizofrenia dei Cinque stelle mi sembra indice del fatto che non hanno quella profonda cultura che serve per governare una città complessa come Roma. * Per uscire ci insegna una strada diversa, che dà sul lato di via Bissolati. Tutt’intorno alle finestre non ci sono tende: “Qui sono tutti studi di avvocati inglesi. A Roma, mi dicono quando li incontro per caso in pausa pranzo, si fanno affari”. Ci salutiamo. “Roma è una città bellissima”, dice prima di girarsi.

Paolo Berdini Roma, polvere di stelle La speranza fallita e le idee per uscire dal declino Alegre pp. 176 € 14.00

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R Tutti in sala, o forse no Rassegne, musica e spettacolo, la nuova vita dell'Alcazar: da monosala fascista a bistrot moderno nel cuore di Roma. Un'idea di due imprenditori romani rivitalizza lo storico locale di Trastevere. Valerio Di Fonso Da cinema di propaganda fascista, passando attraverso i film in lingua originale sottotitolati, fino ad arrivare a trasformarsi in un bistrot. È questa la strana parabola percorsa in quasi un secolo di vita dall’Alcazar, storica sala nel cuore pulsante di Trastevere. È il 1921 quando prende vita il “Cinema Nova Italia”. A via Cardinale Merry del Val non nasce solo una sala cinematografica, bensì una delle casse di risonanza che il regime mussoliniano userà nel tempo. I lungometraggi come arma più forte dello Stato. L’immagine per fare colpo, presa, sul popolo e la promulgazione della legge

L'Alcazar è diventato un luogo di ritrovo per i giovani romani, tra jam session e dj set Alfieri per bloccare la circolazione di film stranieri. Eppure l’Alcazar ha scritto pagine di storia del cinema romano per altri motivi. La sala, che fino al 1989 aveva preso il nome

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di “Novo Cinema”, passerà alla storia per essere uno dei rari luoghi in cui i lungometraggi venivano trasmessi in lingua originale e sottotitolati. Destino beffardo. L’idea innovativa arriva dalla mente di Georgette Ranucci, che nel 1989 rileva la sala e la rinomina in Alcazar. L’attimo fuggente, oscar proprio nel 1989 per la sceneggiatura, inaugurò il valzer delle proiezioni del cinema d’autore. «Per molti anni, l’Alcazar, non fu semplicemente un cinema. Era un punto di riferimento, una vera innovazione», dice Georgette Ranucci*. L’attuale responsabile delle relazioni esterne dell’ufficio stampa della Lucky Red, infatti, diede vita ad un cinema mai visto prima in Italia. L’Alcazar fu la prima sala cinematografica ad eliminare l’intervallo tra il primo e il secondo tempo, a permettere al proprio pubblico di poter prenotare attraverso la biglietteria automatica e a dedicare ogni lunedì sera un film in lingua originale. È la tipica sala del cinema d’essai, con quei film culturalmente impegnati,

non commerciali, che trovò terreno fertile in Francia nel primo trentennio del

Da tempo era la casa delle rassegne dei film presentati al Festival di Cannes a Roma Novecento puntando su quelli che erano i nuovi linguaggi del cinema d’artista, sulle avanguardie come l’impressionismo tedesco e quello francese o su i grandi montaggi di Aleksandr Petrovič Dovženko e degli altri grandi del cinema sovietico. Un progetto culturale impegnativo che vedeva la sala far parte della Fice (Federazione italiana cinema d’essai) e del Consorzio Europacinema. Da tempo era la casa delle rassegne dei film presentati al Festival di Cannes a Roma. Il tutto letteralmente fagocitato dal nuovo che avanza. Le multisala in espansione, l’elevato


Il RACCONTO costo di gestione e il mancato ricambio generazionale di pubblico hanno accelerato il declino della monosala di Trastevere. «Ho messo in questo cinema tutta la mia passione, la mia energia, il mio desiderio di farne un

chiesto in giro per il quartiere» ha dichiarato Luca Carinci «perciò manteniamo lo stesso nome. Anche per rispetto per un locale che ha fatto la storia della cinematografia della Capitale». Cinema ma non solo, perché

città romagnola, che ha cambiato destinazione d’uso per permettere la realizzazione di serate musicali a tema in discoteca con logge in stile teatrale che include anche un servizio di ristorazione. «Abbiamo

Una platea di duecento posti, un palco per rappresentazioni teatrali e concerti, il tutto circondato dai marmi di inizio Novecento luogo protetto per chi ama il cinema. Ma ora finisce»*. Il cerchio, per la Ranucci, si è chiuso con un altro film premio Oscar per la sceneggiatura: La grande scommessa, proiettato il 31 gennaio del 2016. Per lei l’Alcazar è ormai morto, ma la sala continua a vivere e non solo grazie alle proiezioni cinematografiche. Il cambio di destinazione d’uso ha infatti salvato l’Alcazar. Merito di Luca Carinci, imprenditore di 34 anni, e Imelda Lapardhaja. Loro hanno reinventato l’Alcazar, mantenendo però l’identità della sala mantenendo lo stesso nome: «È stato deciso dopo aver

bisogna sapersi reinventare: «Abbiamo inaugurato nuovamente la sala con L’attimo fuggente e trasmesso una rassegna di film giapponesi dedicata a Suzuki Seijun. Il locale però non è solo cinema: oltre alle proiezioni ci sono le jam session e dj set. Se qualcuno vuol bere un drink c’è il bar e la sala ristorazione per stuzzicare». Una platea di duecento posti, un palco per rappresentazioni teatrali e concerti, il tutto circondato dai marmi di inizio Novecento. Un’idea innovativa che ripercorre la strada del Teatro Verdi di Cesena, luogo di cultura storico della

rilevato un locale chiuso per farne uno spazio multifunzionale dove far esibire anche artisti» - continua Luca Carinci - «La sovrintendenza, inoltre, considera le opere realizzate compatibili con le caratteristiche e i valori identitari del contesto storico di inserimento». Lasciate alle spalle le polemiche con l’associazione Progetto Trastevere, che aveva segnalato alla Soprintendenza gli orari delle attività di pubblico spettacolo dell’Alcazar, il locale ha ospitato vari artisti emergenti come gli Hudson Horns, Carl Brave e X Franco126.

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R Dalla lira allo yuan L'ex Poligrafico di piazza Giuseppe Verdi si trasforma in un albergo di lusso. Dove prima si stampava moneta, presto, si stamperanno menù e depliant per turisti. Tutto finanziato da capitali cinesi. Francesco Teodori Tra i tanti edifici storici che a Roma stanno cambiando pelle, uno in particolare spicca per importanza e maestosità. L’enorme palazzo di piazza Giuseppe Verdi, realizzato nello stile umbertino caratteristico di alcuni importanti edifici romani di fine ‘800 (lo stesso del Palazzo di Giustizia, oggi sede della suprema Corte di Cassazione, i ministeri di via XX Settembre nonché palazzo Koch, sede della Banca d’Italia) è stato per quasi tutto il novecento la sede del Poligrafico e della Zecca di Stato. Progettato nei primi anni ‘10 dall’architetto Garibaldi Burba per ospi-

tare la Corte dei Conti, solo durante il fascismo venne designato all’importante funzione per cui ancora oggi è noto e assumerà il nome di “Regia Officina Carte e Valori”. I lavori per la costruzione iniziarono nel 1913 e ripreso nel ’18 dopo un’interruzione a causa della guerra, mentre l’inaugurazione è datata 1928. L’esperto di urbanistica Giuseppe Stroppa lo definì “l’ultimo grande monumento allo Stato unitario”. All’interno dei suoi saloni dagli altissimi soffitti, incastonati nelle due grandiose facciate, operava una grandiosa fucina industriale e d’arte. In questo luogo sono

state prodotte, nell’immensa mole di importanti documenti, due delle più note espressioni della storia e della cultura italiana. Nasceva qui infatti la prima moneta da 500 lire in argento la cui fama è oggi consacrata al British Museum tanto è stato il suo successo. Qui veniva stampata inoltre l’enciclopedia Treccani, forse il massimo esempio della ricerca culturale italiana. Qui vedevano la luce tutti i documenti collegati ai valori statali, comprese banconote di piccolo taglio, per concessione della Banca d’Italia. Ebbene, questo luogo di antica grandiosità sta per cambiare per sempre la sua funzione, la sua essenza. Negli anni ‘80 quando si inizia a vociferare l’ipotesi di un cambio di sede per il Poligrafico nazionale, gli abitanti di piazza Verdi, nell’elegante cornice del quartiere Parioli, affermano di aver udito per primi di questo spostamento e già da allora ci si chiedeva quale sarebbe stato il destino dell’immenso edificio. Il palazzo rappresenta infatti un unicum all’interno di un quartiere progettato essenzialmente per lo scopo residenziale e in cui, anche attualmente, non si vede la presenza di strutture pubbliche. Nel 2010 il polo produttivo verrà trasferito definitivamente in via Salaria e l’istituto Poligra-

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L'ANALISI fico abbandona la sua storica sede, lasciando vuoti gli immensi spazi. Lo stabile è attualmente di proprietà dello Stato italiano, nello specifico di Cassa Depositi e Prestiti (d’ora in avanti abbreviato in “Cdp”), la holding delle par tecipazioni statali, che è arrivata ad acquisire l’immobile dopo un complesso iter societario. Proviamo a ripercorrerlo in brevi tappe. Cdp entra in possesso del Poligrafico dopo che la stessa holding, nel 2007, acquisisce il controllo di Fintecna, società operante nel campo dell’acquisizione, gestione e dismissione di asset immobiliari, precedente proprietaria dello stesso stabile. L’ex Poligrafico era, nello specifico, proprietà di una società veicolo (denominata Immobiliare 2004), controllata al 75% da Fintecna. Dopo l’acquisizione da parte di Cdp, Fintecna assume l’attuale denominazione di “Cdp Immobiliare”.

Dunque, attualmente l’immobile di piazza Verdi è di proprietà di Cdp Immobiliare, succursale di Cassa Depositi e Prestiti. Fin dal momento della sua acquisizione, considerando la maestosità dell’immobile e le sue straordinarie dimensioni (circa 54.000 mq), la nuova proprietà pensò di consegnare allo stabile una destinazione d’uso di tipo turistico-alberghiero, dato l’elevato valore in termini di prestigio ed importanza artistica. Un simile cambio di finalità aveva bisogno però di straordinari lavori di ammodernamento e trasformazione degli interni dell’immobile, ma soprattutto necessitava l’intervento di un operatore turistico alberghiero con l’expertise adeguata, possibilmente una catena alberghiera internazionale operante nel settore del lusso o extra-lusso. Il primo gruppo a cui si pensò fu il “Four Seasons Hotel e Resorts”, celeberrima catena canadese di alberghi a 5 stelle. Tuttavia la collaborazione si interruppe nel 2014 a causa di divergenze sullo sviluppo del progetto. Successivamente a dimostrarsi interessato all’iniziativa è stata un’altra autorità nel settore degli alberghi di lusso, il “Rosewood Hotels e Resorts International Group”, società di origine americana e ora controllata dalla holding cinese New World China Land, quotata alla Borsa di Hong Kong. Al momento non c’è stata alcuna vendita né cessione, solo un progetto di Joint Venture tra i due gruppi per av-

viare la futura gestione. Considerata la vastità degli spazi l’hotel extra-lusso dovrebbe ricoprire solo una parte dello stabile, nello specifico le due facciate monumentali. Il resto degli spazi potrebbe essere destinato a centro congressi, ristoranti, piscine e circa 50 residenze di lusso. Il tutto ovviamente gestito dal medesimo operatore alberghiero. Cassa Depositi e Prestiti non esclude, da ultimo, la possibilità di realizzare anche degli uffici su una posizione considerevole del complesso immobiliare. Nel frattempo il gruppo Cdp ha dato via alla costruzione di ben 4 piani di parcheggio nel sottosuolo dell’edificio, al fine di dotare la struttura delle componenti essenziali per ospitare la nuova destinazione d’uso. Una nuova vita dunque per quello che è, probabilmente, l’edificio di Roma la cui metamorfosi impressionerà maggiormente. Presto la maestosa statua di bronzo raffigurante una donna che regge un candelabro, posta all’ingresso dello scalone d’onore incastonato nel marmo, potrebbe accogliere frotte di turisti ricchi, pronti ad ammirare la grandezza del luogo. Senza minimamente sospettare che in quelle sale, un tempo, si produceva una cultura che oggi pare passata sempre più in secondo piano.

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R Odissea Flaminio L'impianto è in stato di abbandono da diversi anni, ma grazie a un piano di riqualificazione in mano all'Università "La Sapienza" di Roma, potrebbe tornare a vedere la luce dopo più di sei anni. Francesco Pietrella Passeggi per Viale Tiziano e lo vedi di sfuggita. Percepisci subito il contesto. Siringhe, erbacce, ruggine, materassi, bottiglie rotte, vuote, muffa. Soltanto i lucchetti che chiudono le porte sono nuovi. Colpisce questo. Scenario: Stadio Flaminio. Background: il degrado. Totale e assoluto.

sona, si chiamava Charlie ed era un senzatetto dello Sri Lanka. Fondo raschiato, ora tocca alla Sapienza. L’Università ha ricevuto un finanziamento di 180mila dollari dalla Getty Foundation per riqualificare il Flaminio. L’ateneo ha fatto una richiesta precisa, simbolica, quella di restituire alla città uno

e ai vandali di appropriarsene, portandolo alle attuali condizioni. Sono davvero allarmanti, non solo come impatto visivo ma soprattutto a livello strutturale e di sicurezza”. Palla alla Sapienza adesso: “Il progetto permetterà di valutare i danni e di stabilire i passaggi necessari per poi rinvenire un

L’Olimpico ha monopolizzato lo sport nella capitale, il Flaminio è sempre stato considerato un problema senza soluzioni L’apparenza non inganna, anzi. Fa proprio male. Perché il Flaminio ha ospitato Michael Jackson e i Duran Duran, ha visto la Lazio di Beppe Materazzi e la Roma di Gigi Radice. Bruno Conti, Di Canio e il rugby. Perfino l’Atletico Roma, l’ultima squadra di calcio ad aver giocato qui. Altri tempi. I seggiolini erano ancora ai loro posti, adesso sono ammassati fuori l’entrata, quasi distrutti. Il 18 giugno 2011 l’ultimo match, la finale playoff di Lega Pro tra Atletico Roma e Juve Stabia: campani in Serie B dopo 60 anni dall’ultima volta. Tutto finito adesso. Oggi l’abbandono è messo sotto chiave. A febbraio 2018, dentro l’impianto, è morta perfino una per-

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stadio ormai fantasma, in gestione a Roma Capitale dal 2014. Gli eredi di Pier Luigi e Antonio Nervi – i due costruttori - ne detengono la proprietà morale. Da 6 anni si cerca una soluzione ma emergono solo problemi. La Sapienza ha colto l’attimo, gli americani hanno risposto. Daniele Frongia, assessore allo sport e ai grandi eventi di Roma, ha provato a spiegare che ne sarà del Flaminio: “Probabilmente negli anni passati si è sottovalutato il problema, purtroppo la mancanza di un servizio di custodia e soprattutto di un concreto piano di rilancio, ha permesso ai senzatetto

soggetto che possa ridar vita alla struttura. Abbiamo diverse proposte che stiamo vagliando in questo periodo”. Cosa manca? “Inutile nascondersi: i fondi. Serve un impegno economico rilevante per riqualificare e mantenere efficiente un impianto del genere”. Caccia agli investitori: “Bisogna trovare un soggetto, non per forza privato, disposto a vedere le potenzialità della struttura e volenteroso di investire. Ci sono diverse ipotesi al vaglio, non posso dare ulteriori dettagli in questo momento, ma tendono a riportare lo stadio in piena attività”. Questione di tempistiche: “Non ci permettono di essere celeri come vorremmo, al momen-


IL REPORTAGE abbandono, la Sapienza sembra aver trovato la soluzione definitiva: “È solo il primo passo per la riqualificazione totale dell’impianto, un tassello necessario per procedere all’assegnazione di una nuova concessione ad un soggetto che possa ridargli il lustro che merita”.

to è impossibile dare una data sicura. Intanto, stiamo procedendo per trovare una soluzione temporanea per gli spazi esterni allo stadio, riqualificandoli e adibendoli ad aree di gioco e di sport a disposizione della cittadinanza, per quella sicuramente avremo tempi più contenuti. Per la riqualificazione totale, invece, temo passerà ancora un po’ di tempo”. Niente Lazio al Flaminio però, un’ipotesi di cui si è parlato molto: “Ho provato io stesso a proporre al Presidente dei biancocelesti la gestione dello stadio, ma il sig. Lotito non si è mostrato interessato all’idea”. Tuttavia, dopo anni di

Si scrive Flaminio, si legge storia. Sport capitale. Costruito per le Olimpiadi del 1960, l’impianto ha ospitato la finale tra Jugoslavia e Danimarca finita 3-1 e un emozionante ItaliaRegno Unito. Dal 1927 al 1963 ha accolto la Lazio, durante la stagione 1989/90 entrambe le romane e un paio di derby. Flaminio custode di storie, segreti e racconti: ai tempi dell’inaugurazione era una sorta di “casa dello sport”. Parallelismi moderni: lo stadio del Rubin Kazan è un esempio di polifunzionalità: nuoto, squash, fitness, palestra, hockey, un ristorante, 70 Sky Box. Perfino una “Kidspace” per i bambini. Lo chiamano “la città nella città”. Ha ospitato le Universiadi del 2013, i Mondiali di nuoto del 2015 e a giugno sarà teatro della Coppa del Mondo. Il Flaminio aveva lo stesso intento: ospitare varie manifestazioni sportive. Nonostante lo stato di abbandono, infatti, lo stadio ha una sala per la scherma, due palestre, una piscina 25x10, una sala boxe e una

per ginnasti. Una cittadella sportiva nel centro di Roma lasciata a se stessa. L’Olimpico ha monopolizzato lo sport nella capitale, il Flaminio è sempre stato considerato un problema senza soluzioni. Ha ospitato il rugby dal 2000 al 2011, l’anno dell’ultima partita (Italia-Francia, vittoria storica). Anche il football americano. Poi non è più servito. Nel 2012 il comune ha stanziato 2 milioni di euro per riqualificarlo, ma i lavori sono durati soltanto 147 giorni a causa del ritrovamento di una necropoli romana, altro vincolo. Anche se il problema principale resta un altro: il Flaminio non permette di organizzare eventi collaterali a fini commerciali, quindi gli investitori si tengono alla larga da un impianto che non garantisce ritorni economici. Insomma, che fare? Lenin se lo chiedeva in contesti differenti, storici, più di cento anni fa. E lontano da Mosca; oggi, nel centro di Roma, se lo domandano i cittadini della capitale durante una passeggiata per Viale Tiziano, mentre il degrado circonda l’impianto. Un’Odissea tutta romana. Anche se forse, dopo tanti anni, il tunnel del Flaminio inizia a vedere la luce.

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