Page 1

R

Anno XI - Numero 1 - 29 marzo 2018

eporter nu ovo

La libertà e l'amore

Così come l’acqua, non hanno forma

Violenza di genere Un’emergenza “storica”

Giornalismo e libertà di stampa

Un diritto e un dovere a volte dimenticato

La forma dell'Oscar

L’Academy premia la diversità in una notte che ha voluto celebrare i temi sociali

Quindicinale della Scuola Superiore di Giornalismo della LUISS Guido Carli


R

34

IL RACCONTO

Oscar 2018, tra diversità e impegno sociale

Il racconto della serata del 4 marzo. I premi, le emozioni, i forti messaggi di inclusione e tolleranza. A Los Angeles non solo cinema,ma anche denuncia sociale, storia e politica

6

I volti della diversità Del Toro tiene vicini due mondi, quello dei diversi e quello degli uguali, per poi farli collidere in una lotta votata al rispetto dell'identità nella diversità

Ritirata verso la vittoria

Il regista Christopher Nolan racconta l'epica vicenda del ritorno in patria di 400.000 soldati alleati tra silenzi assordanti e una musica magistrale.

8

7

L'uomo più grande

Il ritratto di Joe Wright su una delle personalità più eccentriche e vincenti della storia d'Europa.

Due film una guerra Un inno alla forza della resiliance. Interviste a Giampiero Gramaglia, Enrico Franceschini e Alessandro Logroscino.

10

12

Violenza di genere

L'amore oscuro nel filo nascosto Anderson è abile a trattare le ossessioni di un amore patologico che, oltre la barriera del cinema, nella realtà ha numeri raccapriccianti.

Razzismo dall'America all'Italia

“Get out” è un film particolare: parla di razzismo, ma senza nominarlo espressamente. Parla di ipocrisia, ma lo fa in modo ironicamente indiretto.

Elio e Oliver. La tela dell'amore

Candidato come miglior film e vincitore per la categoria sceneggiatura non originale, "Chiamami col tuo nome" è un inno alla scoperta del primo amore.

20

Il racconto della serata del 4 marzo. I premi, le emozioni, i forti messaggi di inclusione e tolleranza. A Los Angeles non solo cinema, ma anche denuncia sociale, storia e politica Alessio Esposito

DelToro tiene vicini due mondi, quello dei diversi e quello degli uguali, per poi farli collidere in una lotta votata al rispetto dell'identità nella diversità

14 1618

Oscar 2018, tra diversità e impegno sociale

L'adolescenza attraverso gli occhi di Lady Bird

Quello dell'adolescenza è un passaggio a volte violento, dove il ragazzo è alla ricerca di una propria identità. Si tratta di un processo fisiologico ed è lo stesso che porterà Lady Bird a diventare Christine

«Questa era la stampa, bellezza!»

The Post, un film che ricorda al cittadino di rivendicare il diritto della libertà di stampa e riporta il giornalista il dovere

SOMMARIO

Sono stati gli Oscar delle diversità, delle minoranze, degli oppressi, degli esclusi. “The shape of water” di Guillermo Del Toro si prende le luci della ribalta, aggiudicandosi ben quattro statuette: miglior film e miglior regia, ma anche migliore scenografia e colonna sonora. Sul palco del Dolby Theatre di Los Ange les il regista messicano ha parlato della potenza del cinema, capace di cancellare ogni linea di confine, ogni barriera, a dispetto di un mondo che cerca di crearne sempre di nuove. La storia d’amore fra una donna muta e una creatura anfibia è un elogio della diversità, della “follia” di essere sé stessi, contro tutto e tutti. Ma essere sé stessi è anche affermare e far valere i propri diritti, lottare per por tare alla luce verità che possono far male. “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è proprio questo, la storia di una donna che si batte per trovare il colpevole dell’omicidio di sua figlia. Così Frances McDormand ha conquistato l’Oscar

come miglior attrice protagonista e, nel corso dei ringraziamenti, ha dedicato il premio a tutte le donne presenti in sala e citato l’Inclusion rider: una clausola che gli attori di Hollywood possono inserire nel proprio contratto, che obbliga le produzioni a non fare discriminazioni di genere o razza sul set, riser vando una percentuale di ruoli – fra cast e personale tecnico – a membri di minoranze. “ Tre manifesti” por ta a casa anche la statuetta per il miglior attore non protagonista, assegnata a Sam Rockwell. La grande attesa per “Chiamami con il tuo nome” dell’italiano Luca Guadagnino, invece, è stata solo parzialmente ripagata dall’Oscar per la miglior sce neggiatura non originale, dopo aver ricevuto le nomination anche a miglior film, miglior canzone e miglior attore con Timotheé Chalamet. Quest ’ultimo veste i panni del diciassettenne Elio, il protagonista del film, che in una calda estate italiana vive una storia d’amore

con uomo più grande di lui. La statuetta per la miglior scenegg i a t u r a o r i g i n a l e s e l ’a g g i u d i c a “ G e t O u t ”, u n h o r ro r c a p a c e d i a f f ro n t a re un tema delicato come quello del razz i s m o a t t r a ve r s o u n a p u n g e n t e c r i t i c a s o c i a l e. M a l ’i m p e g n o d e i f i l m p re m i a t i q u e s t ’a n n o n o n s i l i m i t a a l l a c r i t i c a s o c i a l e, t o c c a n d o a n c h e a l t r i t e m i i m p o r tanti come storia e politica. “Dunkirk” di Christopher Nolan è ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale e racconta la difficile ope razione di ripiegamento dei britannici sulle spiagge francesi a seguito d e l l ’a s s e d i o t e d e s c o. L a p e l l i c o l a s i è a g g i u d i c a t a t re p r e m i “ t e c n i c i ” p e r i l m i g l i o r m o n t a g g i o, m i g l i o r s o n o r o e m i g l i o r m o n t a g g i o s o n o ro. I l prestigioso Oscar al miglior attore protagonista va a Gar y Oldman, che interpreta Winston Churchill nel film “L’o ra più buia”, ritratto dell’eccentrica figura del primo ministro inglese.

«La storia d'amore tra una donna muta e una creatura anfibia è un elogio della diversità, della "follia" di essere se stessi, contro tutto e tutti»

3


R

LA DIVERSITÀ

I volti della diversità Del Toro tiene vicini due mondi, quello dei diversi e quello degli uguali, per poi farli collidere in una lotta votata al rispetto dell'identità nella diversità Giulia Catricalà Le esistenze sparse e frammentarie dei diversi trovano soluzione nell’amore, un amore fra numeri primi, che risarcisce di ciò che la natura e la vita hanno offeso. La diversità, che sia un vizio di forma o un’inclinazione dell’animo, diventa motivo di rivalsa contro l’arido mondo degli uguali. È quello che accade in The Shape of Water, il thriller fiabesco di Guillermo del Toro, dove il magnetismo espressivo di Sally Hawkins incanta e strega gli spettatori. L’attrice americana veste i panni di Elisa, giovane donna muta, che fa le pulizie in un laboratorio scientifico di Baltimora. A popolare uno scenario verdastro e paludoso ci sono anche Zelda, prorompente signora afroamericana impegnata nella lotta per i diritti nel matrimonio e Giles, il coinquilino gay di Elisa che non si riconosce più nel suo aspetto stanco e canuto. I tre si accorgono presto che nel laboratorio è tenuto prigioniero un monstrum anfibio, dotato di sensibilità e complessità intellettuale e capace di far innamorare follemente Elisa. I protagonisti si scontreranno con il vero orco della fiaba, il colonnello Strickland, un uomo dall’apparenza normale e dall’aspetto rassicurante ma animato da una radicata malvagità e del tutto spoglio di quella spiccata introspezione psicologica che

4

connota gli altri personaggi. E questo che fa in fondo del Toro, tiene vicini due mondi, quello degli uguali e quello dei diversi, per poi farli collidere in una lotta votata al rispetto dell’identità nella diversità, all’amore per l’altro, alla tutela di ciò che si presenta come unico e straordinario, nient’altro che l’individuo staccato dalla sua propria forma, nel suo essere più autentico. La nostra tradizione letteraria è pervasa da esempi in cui la non conformità ai rigidi canoni del normale e del bello ha generato un radicato senso di esclusione dal mondo. La triste vicenda di Saffo tratteggiata dal genio di Leopardi costituisce un caso emblematico. La leggendaria poetessa sortisce la dura condanna di possedere un animo appassionato e nobile, incatenato ad un corpo deforme, ad un ‘velo indegno’. Le ultime parole di Saffo rimpiangono le antiche decisioni di Giove, colpevole di aver affidato alla forma fisica l’assoluto dominio nel mondo, quel mondo che la esclude dalle sue bellezze più vive: ‘A me non ride l’aprico margo, e dall’eterea porta il mattutino albor; me non il canto de’ colorati augelli, e non de’ faggi il murmure saluta’. L’animo addolorato e infelice di Saffo ci riporta all’uomo-anfibio del nostro film,

nient’altro che un giovane provvisto di vitalità intellettuale e introspezione emotiva imprigionate in un corpo alieno, deforme e mostruoso. Eppure il film di del Toro affronta tanti tipi di non-conformità: quella della forma, quella dell’animo e la diversità della disabilità. Quest’ultima è magicamente incarnata da Elisa. La sua invalidità è il mutismo, tuttavia questa giovane donna riesce comunicare oltre i limiti umani dell’espressione, tanto da entrare nel cuore di una creatura semi-divina e intuirne i desideri più intimi. La sua disabilità si trasforma in capacità che eccede i comuni limiti mortali e le consente di assurgere al mondo degli dei, in un epilogo mozzafiato che mostra come la diversità sia un sentiero da percorrere e non una strada interrotta, una trama da tessere e non un nodo da districare. LE INTERVISTE La diversità ha tanti volti e tante storie. Non tutte si dipanano in epiloghi da fiaba, non tutte ci fanno sognare. Molte di queste storie raccontano di un conflitto tra due mondi: quello dell’idealità e quello della realtà. Nell’animo umano le proiezioni sulla propria persona collidono e si intrecciano continuamente con la percezione reale dell’immagine che ciascuno ha di sé. Lo scontro diventa ancora più aspro

in una società perennemente tesa alla cura dell’apparire. Nicola Boccianti, psichiatra e psicoterapeuta a Roma, con oltre 20 anni di esperienza presso i centri di sostegno per disabili Anni verdi e Armonia, spiega che: ‘’Occorre prendere in considerazione alcuni meccanismi fondamentali del nostro funzionamento psichico. Innanzitutto il bisogno di riconoscimento: per sviluppare un contatto con noi stessi e per strutturare i nostri sistemi di sicurezza e di autostima, è necessario poterci rispecchiare nell’altro. Questa ricerca di un rispecchiamento è presente in tutti noi sin dalla prima infanzia, quando, grazie allo sguardo dell’altro, acquisiamo, oltre a un senso di protezione, anche quella centralità che è alla base della nostra autostima. Il fallimento di un rispecchiamento positivo è il presupposto di numerosi disturbi psichici. L’avere una deformità fisica può influire gravemente sulla costruzione della propria immagine e innescare il senso della vergogna, che ha come conseguenza più grave il disprezzo di sé. Nel caso specifico della disabilità il modo in cui l’individuo vive il limite è estremamente variabile ed è notevolmente influenzato sia dalla propria psiche che dall’ambiente circostante. Le reazioni più frequenti vanno dalla depressione, con una persistente emozione negativa e una radicata tristezza legata alla propria limitazione, all’ansia. Può esserci infatti un continuo stato di allarme dovuto al fatto di non sentirsi attrezzati per affrontare diverse situazioni, e questo alimenta il circolo vizioso dell’ansia.” Bisogna precisare che le disabilità non sono tutte manifeste ai nostri occhi, molte si nascondono dietro persone all’apparenza normali e in salute. Sono gli invalidi invisibili, che si trovano ad affrontare ogni giorno una battaglia silenziosa e incompresa. Ma nel loro caso l’aspetto normale è un vantaggio o una condanna? “È decisamente una condanna”, spiega Boccianti, “e lo posso dire perché ho lavorato sia con disabilità manifeste sia con disabilità nascoste. Con quelle visibili c’è senza dubbio il problema di gestire il deficit, di trovare il modo di sopperire ad alcune funzioni che vengono meno. Invece nel caso più complesso delle disabilità nascoste il problema è duplice. Chi convive con un male segreto è spesso oggetto di incomprensione. È più facile, infatti, immedesimarsi in una persona che ha un handicap visibile, piuttosto che in una con un limite invisibile. Nessuno chiederebbe ad un cieco di fare il giudice

di una partita di calcio, mentre una persona con una sintomatologia algica si vede richiedere compiti che magari non è in grado di svolgere.” Il film di del Toro ha una visione piuttosto manichea del mondo: da una parte i buoni, incarnati dai diversi, dall’altra i cattivi, che sono gli uguali. Questa netta bipartizione non è casuale, chi è diverso si porta sulle spalle un bagaglio di sofferenza emotiva agli altri del tutto sconosciuto. Il vulnus subito offre spesso un’occasione di crescita introspettiva.“La sofferenza”, continua Boccianti,“non conduce direttamente a un’accresciuta sensibilità, ma è una circostanza che, se sfruttata bene, può sviluppare maggiore empatia. Quest’ultima ha due componenti fondamentali in sé: il riuscire a mettersi nei panni dell’altra persona e insieme mantenere un distacco tale da non perdersi nell’altro. Questo tuttavia non avviene automaticamente, a volte può svilupparsi un eccessivo coinvolgimento, oppure al contrario possono verificarsi delle reazioni di rifiuto estremo verso il dolore altrui.” C’è un mito noto a tutti sul quale si è molto dibattuto: le persone portatrici di disabilità svilupperebbero delle super-abilità in altre aree sensoriali o psichiche, come risultato di un innato meccanismo di compensazione. È solo una leggenda o c’è della verità? Lo abbiamo chiesto a Giuseppe Trieste, presidente di Fiaba Onlus (Fondo Italiano Abbattimento Barriere Architettoniche): “È assolutamente vero, ad esempio i non vedenti sviluppano meglio gli altri sensi e sono considerati tra i migliori musicisti. La natura ci toglie un’abilità e ci costringe a svilupparne altre. Un atleta disabile a livello di determinazione è superiore a un atleta normodotato. Il primo, infatti, ha già combattuto e vinto una gara contro se stesso del tutto ignota al secondo: accettare la propria condizione, comprendere i propri limiti e superarli, solo con la forza d’animo. Le prove della vita più sono difficili e più ti forgiano. Chi non ha affrontato nessun ostacolo è come una foglia al vento, non è temprato, il primo soffio lo spazza via.” Fiaba Onlus ha come missione l’abbattimento delle barriere architettoniche, culturali e psicologiche e la promozione della cultura delle pari opportunità. Giuseppe Trieste ha combattuto per anni in favore del ‘design for all’: “Sul tema dell’accessibilità architettonica l’Italia è stata indietro per molti anni rispetto agli altri paesi europei, oggi fortunatamente è maturata la consapevolezza che ogni individuo può trovarsi in condizioni di ridotta mobilità e di conseguenza chi progetta ope-

re architettoniche si è adeguato a queste esigenze. Il Nord è più accessibile, il Sud invece soffre di più, a livello architettonico e a livello culturale.” Il ritardo italiano rispetto agli altri paesi è dovuto soprattutto a una scarsa sensibilità politica su questi temi. “In quest’ultima campagna elettorale”, prosegue Trieste, “tutti hanno fatto grandi promesse alle persone con disabilità, riempendosi la bocca di belle parole, ma se le loro intenzioni fossero state concrete le avrebbero già realizzate nei passati governi. Sia Roma che Milano sono state inaccessibili per 20 anni, cos’è stato fatto in tutto questo tempo? Roma ha avuto come delegato del sindaco l’onorevole Ileana Argentin, non mi interessa il partito politico, però è una persona con disabilità, che ha portato avanti tre legislature (15 anni): una con Rutelli e due con Veltroni. Roma è migliorata in quei 15 anni? No c’è stata un’idonea attuazione delle normative. Sia la destra che la sinistra non hanno fatto niente, nemmeno quelli dei Cinque Stelle”. La situazione lavorativa dei disabili, invece, è notevolmente migliorata: “L’Enel ha 1.700 lavoratori disabili, così come tante altre aziende. Il posto di lavoro del disabile è più protetto di quello di un lavoratore non disabile. Adesso è stata fatta una nuova legge per cui le aziende hanno l’obbligo di assumere un disabile per ogni 15 dipendenti, pena una multa quotidiana di 53 euro.” Il nostro film tratta anche la tematica dell’omosessualità. La diversità di orientamento sessuale, in questa società, può provocare una sofferenza pari o superiore rispetto a chi è diverso nell’aspetto? “Assolutamente si”, risponde Boccianti, “è fondamentale per l’essere umano, che è un mammifero, avere il sostegno e l’accettazione da parte del gruppo, da parte dei suoi simili. Il nostro cervello, infatti, si è evoluto in un’epoca in cui chi veniva emarginato dal gruppo moriva. Se un uomo primitivo veniva espulso dal gruppo automaticamente era condannato a morte, non aveva alcuna possibilità di sopravvivenza. Si è così consolidato un potente apparato mentale per cui è essenziale l’accettazione da parte dell’altro. Vivere il rifiuto mette in attivazione questo sistema di allarme e rappresenta un grande pericolo per la salute psichica di un individuo.” Guillermo del Toro, attraverso modi insoliti e immagini straordinarie, ha impartito al suo pubblico un grande insegnamento: rispettare la diversità altrui è il primo passo per tutelare la propria libertà.

"Incapace di percepire la forma di te, ti trovo tutto intorno a me"

5


R

L'ANALISI

Ritirata verso la vittoria Il regista Christopher Nolan racconta l'epica vicenda del ritorno in patria di 400.000 soldati alleati tra silenzi assordanti e una musica magistrale Gabriele Imperiale 400 mila soldati, la maggior parte dei quali sudditi di sua maestà Re Giorgio VI, tra la fine di maggio e gli inizi di giugno del 1940 si trovarono circondati sulle spiagge di Dunkerque da superiori forze tedesche. Migliaia di uomini, gli ultimi rimasti su suolo europeo a frapporsi tra Hitler e la vittoria finale, vennero spinti verso il mare e lì confinati da un nemico che appariva invincibile. Dopo la resa di Olanda, Belgio e Lussemburgo, con una Francia sulla via della resa, l’Inghilterra di Winston Churcill stava per assistere all’ennesima disfatta di una guerra iniziata male e andata ancora peggio. Quotidianamente le notizie che arrivavano dal fronte tenevano legata ad un filo un’intera nazione; durante quei giorni l’idea di un’invasione dell’isola si fa sempre più strada. Nella piena atmosfera di quelle giornate sembra muoversi Christopher Nolan che sin dai primi minuti del suo “Dunkirk” racconta gli eventi dal punto di vista più drammatico possibile: quello dei vinti. Per mostrare tutta la tragicità del momento domina sin dalle prime scene un silenzio irreale misto alla desolazione di una città evacuata e sotto assedio. Le conversazioni sono pressoché inesistenti, preponderanti i rumori della guerra che continua sullo sfondo. Esplosioni, urla, lo stridore degli stuka lanciati in picchiata; dalla spiaggia non arriva nessun altro

6

suono. Lo spettatore viene catapultato dentro la sconfitta; il nemico c’è ma non si vede, al massimo si scorgono i suoi aerei. A dominare la scena è la spiaggia di Dunkerque. Ultimo rifugio sul vecchio continente per l’esercito alleato, allo stesso tempo è un luogo magnetico da cui sembra impossibile scappare e dove i tentativi di fuga si sprecano. Nei cieli il silenzio viene rotto solo dai motori roboanti degli aerei della Royal Air Force e della Luftwaffe che si combattono in battaglie all’ultimo sangue, ben ricostruite grazie ad inquadrature fluide che non provocano fastidio allo spettatore. In mare invece il percorso dei vinti raggiunge l’apice delle difficoltà: le navi, incaricate di riportare a casa i soldati, si trasformano in trappole della morte quando vengono colpite dai siluri nemici. I flashback e il presente si alternano e, accompagnati dalla musica del compositore tedesco Hans Zimmer, guidano lo spettatore fino al momento clou di tutta la pellicola. Nello stesso momento in cui i tedeschi stanno per sfondare il fronte e riversarsi sulla spiaggia, spuntano all’orizzonte tantissimi piccoli puntini. Sono le imbarcazioni civili, la “little ship” del Regno Unito. Ne fanno parte anche Mr. Dawson e suo figlio Peter, che assieme ad un giovane di nome George – morto a seguito di uno scontro con il soldato soccorso interpreta-

to da Cillian Murphy e reso folle dall’idea di fare ritorno verso Dunkerque – hanno risposto “presente” alla chiamata della Marina e dopo giorni di viaggio sono arrivati in vista delle coste francesi. Il silenzio lascia solo per pochissimo spazio alla rumorosa gioia dei vinti. Nel finale il regista britannico da un lato riesce a celebrare con il solo ausilio delle musiche e limitando al minimo le conversazioni, una vittoria nata nella sconfitta e raggiunta con il massimo sforzo da una nazione in ginocchio. Dall’altro invece esclude i soldati tedeschi che arrivano sulla scena solo negli ultimi secondi del film, quando arrestano l’ultimo inglese rimasto sulla spiaggia, il pilota coraggioso che del ruolo di deus ex machina era stato vestito dalla sceneggiatura sin dagli inizi della pellicola. Quello di Nolan in sostanza è un film a metà tra il documentario storico e il colossal hollywoodiano. È da inserirsi comunque nella categoria delle pellicole drammatiche a trama storica. La peculiarità che lo lancia nell’olimpo delle opere cinematografiche del genere è la capacità del regista di raccontare una delle più decisive battaglia della seconda guerra mondiale senza mai “sporcare” lo spettatore con combattimenti sanguinolenti e crudi, come quelli ad esempio offerti da altre opere come “Salvate il soldato Ryan”.

L'uomo più grande Il ritratto di Joe Wright su una delle personalità più eccentriche e vincenti della storia d'Europa Gabriele Imperiale Probabilmente per descrivere il genio e la personalità di Winston Churcill non sarebbero mai bastati i 114 minuti usati da Joe Wright nella sua pellicola“L’ora più buia”. Ma la bravura e le oltre 200 ore spese davanti al trucco dal premio oscar Gary Oldman sono bastate al regista britannico per produrre un capolavoro sul primo ministro inglese. È lui l’unico e il principale protagonista dell’opera, che ha conquistato lo scorso 4 marzo due premi Oscar. La narrazione comincia nel giorno antecedente la designazione al massimo ruolo governativo di colui che salverà il Regno Unito dalla resa al nemico tedesco. Lo spettatore viene proiettato in medias res, nel pieno cioè della bufera parlamentare scatenatasi attorno a Neville Chamberlain il politico che si era piegato più volte ai colpi di mano tedeschi. Mentre il caos si scatena nella sala della Camera dei Lord, Churcill si manifesta in tutta la sua contraddizione: il figlio di Lord Radolph infatti non è presente nel palazzo di Westminster, lo è però la sua bombetta che fa da spettatrice agli eventi e alla bagarre parlamentare. Colui che da lì a breve verrà accolto nelle stanze del Re Giorgio VI, vive le ultime ore che lo separano da Downing Street a modo suo. Resta disteso a letto, sigaro in bocca e con un bicchiere di scotch in mano. Detta alla sua segretaria telegrammi, impartisce i primi ordini agli alleati, raccoglie notizie sull’avanzata tedesca in Europa, si lascia andare all’ira e mostra tutto il suo cattivo carattere. L’eccentricità del protagonista si mostra sin dalle prime scene. Emblematico in tal senso è il momento della sua elezione e dell’incontro con il sovrano inglese. Poco voluto, stimato ancora meno e sottovalutato per i suoi insuccessi, Re Giorgio gli

preferirebbe il conte di Halifax e il Lord, consapevole di essere la seconda scelta, accetta la carica e lo fa rimanendo sempre sé stesso. Fa della facile ironia sul motivo del suo arrivo nelle sale del palazzo e preferisce apertamente il sonno della mattina all’attività di governo e ai meeting reali. Naturalmente un così eccentrico personaggio non poteva che avere alle spalle una donna forte e dal carattere ugualmente originale. Lady Clementine Hozier, che per oltre 56 anni rimarrà al suo fianco, con la sua forza e la sua schiettezza si inserisce perfettamente nella vita del primo ministro ed è fonte di carica durante i momenti più angoscianti. Joe Wright è bravo a ricostruire la drammaticità del momento storico in cui si muove Churchill a partire dal suo discorso di insediamento. Il peso dell’uomo politico inglese viene fuori in tutta la sua singolarità: “Sangue, fatica, lacrime e sudore”diventa l’emblematico motto dell’uomo che più farà per la storia del Regno Unito e che deve al contempo fare i conti con i giochi politici che affollano le menti dei parlamentari britannici. I meccanismi di potere all’interno delle sale di Westminster fanno da contraltare rispetto alla ferrea volontà di resistenza del nuovo capo del governo. Il regista proietta lo spettatore nella cronistoria dei tempi più bui della seconda guerra mondiale: i giorni si susseguono velocemente e in breve si arriva alla disfatta di Dunkerque in un crescendo di emozioni e drammaticità che tiene incollati allo schermo. Nello stesso tempo Churcill si mostra in tutta la sua potenza mediatica: un primo ministro che vuole esserci ogni momento e che si muove freneticamente alla ricerca di una flebile speranza che possa risollevare le sorti della guer-

ra. Giorno dopo giorno cresce sempre più la forza carismatica dell’uomo più potente d’Inghilterra e la sua personalità si manifesta a poco a poco ma in maniera del tutto costante. La“V”di vittoria mimata con la mano e immortalata dalle macchine fotografiche dei reporter, il discorso alla nazione fatto per incoraggiare con la cruda verità la cittadinanza, le telefonate accorate all’alleato americano e i telegrammi urgenti spediti al fronte per salvare il contingente a Dunkirk. Ma anche le urla, i tentativi di far perdonare le proprie stranezze, le risate complici con la donna della sua vita e anche un pizzico di tenerezza verso la propria segretaria quando le mostra la situazione bellica nella camera del gabinetto di guerra. Una figura dalle mille sfaccettature raccontata con sapienza e crudo realismo dal regista britannico. Un film storico che ha trasformato il protagonista in una figura quasi mitologica, a metà tra il super uomo e l’ordinarietà di un anziano politico che ha paura degli eventi e teme per la propria patria. I dialoghi coprono interamente la scena e sono funzionali al racconto. Lo spettatore, tramite queste lunghe conversazioni, si sente parte della vita di Churchill e con lui vive le preoccupazioni del conflitto. Le stanze del gabinetto della guerra diventano quasi esclusivamente la location dell’azione e che i destini del mondo si giochino all’interno di queste gallerie lo si nota dagli ambienti che rimangono sempre scuri e affollati dal fumo dei sigari del primo ministro. Un film mai banale e il cui unico demerito probabilmente è la mancanza di azione, che sarebbe potuta essere utile ad esaltare ulteriormente la drammaticità del contesto in cui la storia prende avvio e si sviluppa.

7


R

L'ANALISI

Due film una guerra Un inno alla forza della resiliance. Interviste a Giampiero Gramaglia, Enrico Franceschini e Alessandro Logroscino Gabriele Imperiale I due film premi Oscar “Dunkirk” e “L’ora più buia” rappresentano un inno alla forza e alla “resilience” made in Britain nel complesso scenario della seconda guerra mondiale. Quello che contraddistingue entrambe le opere è la capacità di Joe Wright e Christopher Nolan di rappresentare, e bene, il Regno Unito nel momento di massima difficoltà: la sconfitta. A Dunkerque il vinto è rappresentato dall’immensa massa di uomini che, sconfitta sul campo di battaglia, rimane in attesa della salvezza sulle spiagge francesi. A Londra invece il “leone ferito” è un politico eccentrico e mai banale, che vive in prima persona la drammatica sbandata del proprio paese e che fa di tutto per risollevarne il destino. In entrambi i film la nazione colpita al cuore è in preda ad un’isteria collettiva senza precedenti e vive giornalmente la paura di un’invasione nemica. Il nemico tedesco non sbarcherà mai sulle coste inglesi nonostante il Regno Unito dal maggio 1940 - inizio temporale di entrambi i film – fino al dicembre del 1941 rimanga sola

8

a combattere Adolf Hitler. Un compito, quello britannico, che è stato assolto con il massimo della dedizione e dell’impegno e con lo scopo unico di salvare il mondo democratico dal dominio nazifascista. Adesso che sono passati oltre 78 anni da quegli eventi, il vecchio ruolo di nazione campionessa di libertà e foriera dei valori democratici, è andato ormai in soffitta per lasciar spazio alle vesti di stato “ribelle” e volutamente autonomo rispetto al resto del contesto europeo. Ma dov’è nato questo nuovo “isolazionismo” capace di portare il Regno Unito al di fuori dell’Unione Europea? Com’è possibile che sia adesso lo sponsor numero 1 dei valori anti-europei? Proprio per rispondere a queste domande e far luce sulla comparsa della parola “Brexit” sulle pagine della storia britannica, è utile il parere di chi ha vissuto nel paese della sterlina, chi ha conosciuto il mondo anglosassone o chi giornalmente si trova tra le vie di Londra come Giampiero Gramaglia, Enrico Franceschini e Alessandro Logroscino. Gramaglia, attuale consi-

gliere IAI (Istituto Affari Internazionali) nonchè ex direttore ANSA e corrispondente agli esteri per anni, ci espone una visione sulla politica del Regno Unito: “L’isolazionismo britannico non apparve mai sulla scena durante la seconda guerra mondiale, che è anzi un momento di forte coinvolgimento. Ad esempio a Dunkerque c’erano anche i soldati francesi e fu un vanto e un dovere per gli inglesi salvare quello che rimaneva dell’esercito alleato. La nazione non si accontentò soltanto di difendere l’isola da minacce esterne, ma si fece coinvolgere al massimo. In tutta la sua storia c’è però anche un elemento d’isolazionismo. È un po' insito nella geografia stessa del paese, separato dal continente da una striscia di mare. Ma al contempo ci sono anche una serie di costanti coinvolgimenti in Europa: dall’intervento per contrastare il dominio napoleonico a quello contro l’egemonia tedesca della seconda guerra mondiale”. Un volersi isolare “mixato” a momenti d’interventismo mirato e spinto da interessi geopo-

litici. Atteggiamento questo che, sempre secondo Gramaglia, è ricorrente nel passato storico della Gran Bretagna “sin dalle guerre di Giovanna d’Arco e di Guglielmo il conquistatore” e che è una costante nella storia politica britannica preoccupata da sempre “di non avere un competitor potente sul continente”. Sebbene durante il secondo conflitto mondiale questa tendenza all’isolamento non sia mai stata prerogativa del Regno Unito, la storia politica dell’isola potrebbe dimostrare quanto essa invece sia stata presente. Limitandoci semplicemente all’età contemporanea basti pensare che mentre Germania, Austria e Italia firmavano nel 1882 il patto della “Triplice Alleanza”, il Regno Unito evitò qualsiasi accordo diplomatico con altre nazioni del continente fino al 1904. Grazie al lavoro dei due ministri degli esteri, Théophile Delcassé e Henry di Lansdowne, l’8 aprile di quell’anno Parigi e Londra firmarono la cosiddetta “Intesa Cordiale”, primo passo verso la “Triplice Intesa” con la Russia. Il quattro volte Prime Minister William Gladstone, quando venne informato del patto di mutua assistenza tra il Kaiser, l’Imperatore e il Re d’Italia, liquidò la faccenda con un laconico “Noi non vogliamo alleanze stringenti”. Da tenere ovviamente in considerazione il fatto che a pronunciarla era il leader politico della prima potenza al mondo, con i suoi quasi 500 milioni

di cittadini e un’estensione di 37 milioni di kilometri quadrati. Lo spartiacque della vita politica britannica, accompagnato dal momentaneo sparire dell’isolazionismo, è rappresentato proprio dalla fine della guerra. Come spiega il corrispondente da Londra de “La Repubblica”, Enrico Franceschini, “La vittoria nella seconda guerra mondiale ha segnato l’inizio della fine dell’Impero britannico e l’avvio del declino del Regno Unito. La nazione che aveva dominato il mondo fino al 1940, dal 1945 consegnava lo scettro a un’altra, l’America”. Un passaggio di consegne tutt’altro che indolore per i sudditi di sua maestà che, in barba all’isolazionismo di vittoriana memoria, furono tra i primi a chiedere di far parte della futura Unione Europea. Solo il “no” di Charles De Gaulle finì per mantenere lontano il Regno Unito fino al 1973, anno d’ingresso della nazione all’interno della CEE. Una volta dentro l’UE però qualcosa non ha funzionato e si è arrivati ad un epilogo clamoroso. Con il loro voto quasi il 52% degli inglesi, scozzesi, gallesi e irlandesi del nord si sono tirati fuori dalla federazione continentale. Ma cosa ha influito nel risultato del referendum del 23 giugno 2016? Franceschini spiega come dal complesso di superiorità di essere stati per secoli la prima potenza al mondo, infrantosi nel tempo “discende la Brexit”, e come la nostalgia del passato – “soprattutto tra gli anziani” - abbia generato “un forte euroscetticismo”. Ma non hanno influito solo i richiami del passato: “La crisi economica del 2008, impoverendo i ceti medi, e la globalizzazione, impoverendo la classe operaia, hanno creato profondo risentimento. L’immigrazione ha fatto da capro espiatorio e quella europea è stata usata come il simbolo”. Motivazioni profonde che non sono bastate a evitare le molte critiche piovute nei confronti degli elettori dell’isola aldilà della Manica dai paesi europei. Ma come spiega il corrispondente ANSA, Alessandro Logroscino, “Le colpe, in caso di divorzio, non sono quasi mai di una parte sola. Bruxelles ha indiscutibilmente le sue”. Se da un lato quindi è assodato che l’Unione abbia fatto i suoi errori, colui che ha sollevato il paso di pandora dell’isolazionismo è l’uomo che più ha voluto il referendum. “La responsabilità del voto resta ai cittadini britannici mentre quella di aver convocato il referen-

dum per un calcolo (sbagliato) di politica interna ricade in primo luogo su David Cameron”. Il predecessore di Theresa May, con l’idea del voto, si è condannato a subire lo stesso boomerang patito da Tony Blair a seguito della sua decisione di andare in guerra in Iraq a fianco degli Stati Uniti. Quella dell’ex leader conservatore “è stata una decisione politicamente imperdonabile, senza rimedio per la valutazione della sua eredità politica: la decisione di un leader che nella sua piccola ‘ora più buia’ ha fallito”. Ma né chi ha beneficiato della caduta di Cameron né chi lo ha succeduto sa come finirà il caos Brexit. Quello che appare chiaro è che l’isolazionismo alla base dell’uscita del Regno Unito dall’UE non ha fin adesso fatto danni colossali all’economia britannica. In un rapporto della Bank Of England dell’agosto 2017 se si parlava da un lato della svalutazione della sterlina – in pochi giorni perse quasi il 25% del proprio valore sull’euro – dell’aumento dell’inflazione che è salita fino al 2,9%, del dimezzamento della crescita del PIL sceso all’attuale +0,3%; dall’altro veniva fuori un’altra situazione ben più consolante. +11% di esportazioni, importazioni in crescita, il dato della disoccupazione (4,5%) in costante diminuzione – la media europea si attesta al 9,1%- e la crescita dell’1% degli investimenti. Dati meno preoccupanti del previsto. Preoccupanti invece sono le reazioni interne che potrebbero scatenarsi in caso di trattati sfavorevoli con gli amici europei. Vada come vada, nonostante le incognite, l’isolazionismo britannico è riapparso sulla scena dopo anni di sonnolenza. Che sia di passaggio o stia attecchendo nella società inglese ormai conta poco: il “danno” (sempre se lo sarà) è stato fatto e il Regno Unito perde al contempo un amico e un partner economico fidato. In un quadro così complicato e confusionario, se volessimo lanciarci in un’ipotesi sul futuro del caso Brexit, ci basterà scomodare il premio Nobel per la letteratura, Elias Canetti. Lo scrittore bulgaro nel suo “Massa e Potere” lo diceva forte e chiaro, gli inglesi (seppur isolati nella loro isola fortezza) ce la faranno: “Gli Inglesi sono speciali. Il mondo lo sa. Nei nostri pensieri più intimi lo sappiamo. Questa è la più grande nazione sulla Terra”.

9


R

L'ANALISI

Violenza di genere Del Toro tiene vicini due mondi, quello dei diversi e quello degli uguali, per poi farli collidere in una lotta votata al rispetto dell'identità nella diversità Eleonora Zocca Di origine irlandese e di formazione teatrale, il regista londinese Martin McDonagh è al suo terzo lavoro cinematografico. Uscito nelle sale italiane lo scorso 11 gennaio, Tre Manifesti a Ebbing, Missouri ha ricevuto immediatamente il plauso della critica. Quello che ne emerge è il quadro di una piccola cittadina del Missouri, stato federato del Midwest, che pur nei suoi eccessi risulta estremamente realista. Le ipocrisie e le infinite contraddizioni della comunità prendono forma in una sceneggiatura intelligente e sagace che nella sua perfezione non lascia spazio a sbavature. Dopo sette mesi dalla morte della figlia brutalmente violentata, Mildred Hayes decide di passare all’azione. Giustizia, infatti, non è ancora stata fatta e la combattiva madre (interpretata dalla bravissima Frances McDormand) non riesce più a rimanere indifferente di fronte al dramma. Dando fondo ai propri risparmi e vendendo un macchinario agricolo di cui era in possesso affitta tre manifesti che affacciano sulla strada principale alle porte della città e sui quali fa scrivere tre frasi chiaramente dirette allo sceriffo di Ebbing: “Stuprata mentre stava morendo”, “E ancora nessun arresto”, “Come mai, sceriffo Willoughby?”. I manifesti ottengono il risultato sperato: in città non si parla d’altro e la pressione mediatica manda in subbuglio l’intero posto di polizia. Ma la protagonista della pellicola non e’ la McDormand – che

10

per la sua interpretazione ha ricevuto l’Oscar. La vera protagonista è la violenza, presentata nelle sue mille sfumature. C’è l’agente Dixon, ignorante e tracotante, che in preda a deliri di onnipotenza, forte del distintivo che indossa, non perde occasione di sfogare la propria rabbia su ragazzi di colore e giovani poco “virili”. C’è l’atto estremo dello sceriffo che lascia lo spettatore di stucco, incapace di coglierne subito l’extrema ratio. C’è Mildred, aggressiva e tenace che non fa sconti a nessuno. I personaggi agiscono senza porre freni ai propri impulsi attraverso un linguaggio crudo, diretto, senza filtri.Il regista McDonagh lascia i guanti a casa: d’altronde i suoi lungometraggi non si sono mai contraddistinti per tatto o delicatezza. Poi per due brevi momenti l’incedere rapido e cadenzato degli eventi per un momento si arresta. Qui ritrovano la loro umanità i personaggi di McDonagh, vittime e carnefici, che faticano a respirare sotto i cieli opachi di un Midwest che è specchio e microcosmo di un’America presa in ostaggio dalla propria anima violenta. Tre Manifesti a Ebbing, Missouri è un film dalle tinte cupe, eppure il finale si stempera in una punta di amaro ottimismo, di speranza. I personaggi si evolvono cosi’ come si evolvono gli eventi fino a confondere i contorni di quei caratteri che all’inizio sembravano estremamente definiti e nitidi. Si ritorna sui propri errori e ci si riscatta, come si può. E persone apparente-

mente incompatibili tra loro preferiscono unire le proprie solitudini in un percorso la cui meta non si sa se sarà raggiungibile o meno. Meglio condividere il tragitto, intanto. L'INTERVISTA Come già detto nel pezzo di analisi a fare da protagonista nel terzo film del regista Martin McDonagh è la violenza, in tutte le sue forme.Violenza omofoba, odio razziale, disparità di genere, sono tutte tematiche che vengono affrontate lungo il film con sagacia e una punta di sarcasmo. Non ce n’è una che prevalga prepotentemente sulle altre, ma è interessante approfondire una particolare“sfumatura”di violenza da cui ha inizio tutta la storia e che emerge costantemente lungo le due ore di pellicola: il sessismo e la violenza contro le donne. Il brutale stupro e l’uccisione della figlia di Mildred danno il via all’intera narrazione e i rimandi delle violenze dell’ex-marito subite dalla protagonista, vestita sempre e rigorosamente in tuta da lavoro, affiorano quasi con cadenza regolare. Per capire l’estensione del fenomeno è necessario dare innanzitutto qualche dato: secondo l’Istat il 31,5% delle donne tra i 16 ed i 70 anni (più di 6 milioni di persone) ha subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica, di cui più di un milione le forme più gravi di violenza sessuale come lo stupro e il tentato stupro. Ad esercitare queste forme più efferate sono per i

due terzi dei casi partner, parenti ed amici. Confrontando i dati odierni con quelli dei cinque anni precedenti al 2006 si sono registrati alcuni segnali di miglioramento: sono diminuiti, infatti, i casi di violenza fisica e sessuale da parte dei partner attuali ed ex, anche se non ci sono stati pari migliorie nel grado di efferatezza. Un gruppo di studiosi e accademici hanno pubblicato da poco la prima rassegna storica sulla violenza sulle donne per una collana della casa editrice Viella. I saggi che compongono l’opera si muovono lungo un arco cronologico molto ampio, dalla prima età moderna al presente e spaziano tre aree differenti del territorio nazionale. Per capire meglio quali sono le tesi emerse da questo tipo di lavoro abbiamo sentito la professoressa Simona Feci, docente di Storia del diritto medievale e moderno presso l’Università di Palermo. «I motivi per cui è così importante dare una prospettiva storica e guardare il fenomeno da lontano sono molteplici: spesso quando si parla di violenza si stabilisce una comparazione, la si inserisce nella storia. Faccio due esempi: il primo è la dichiarazione dell’Onu del 1993 sulla violenza contro le donne che definisce il fenomeno come storicamente collocato nelle asimmetrie del rapporto uomo-donna, e usa proprio il termine“storicamente”; il secondo è quanto ha affermato il giudice che sta esaminando il caso dei due poliziotti indagati a Firenze per il presunto stupro di due ragazze americane. Due settimane fa, durante l’incidente probatorio, alle domande incalzanti dell’avvocato difensore di uno dei due poliziotti il giudice ha risposto“non voglio tornare a cinquant’anni fa”. Nel trattare il fenomeno lo colloca in una dimensione storica. Per continuità o per differenze. D’altra parte la violenza maschile contro le donne fa saltare tutte le cronologie consuete. Quelli che sono i tempi storici che a noi sembrano molto lontani, in realtà, quando si tratta di violenza contro le donne, sono completamente scompaginati e quelle che sono le cadenze scontate dei manuali di storia (il Rinascimento che distingue l’età medievale dall’età moderna, La Rivoluzione francese che separa l’età moderna dall’età contemporanea…), in questo caso saltano completamente. Quindi il primo elemento che emerge è il tratto di continuità, per non dire di perennità della violenza. E la continuità è data dalle disuguaglianze, dalle asimmetrie, dalla non equanimità delle relazioni che si fonda sulla centralità del padre di famiglia, perché la violenza nelle sue forme più diffuse è una violenza domestica, che avviene tra soggetti che sono contigui. Il patriarcato, per dirla con una parola che non a caso sta tornando in auge – continua la pro-

fessoressa – è qualcosa che prevale su qualunque altro elemento distintivo, è più forte delle differenze confessionali, è più forte delle differenze di aree geografiche: se uno vive in un paese di diritto romano o di diritto germanico, comunque in aree diverse dell’Europa, tutto sommato nel corso della storia non ci sono momenti di significativa variazione tanto da poter dire che una data cultura in effetti abbia elaborato un modo diverso, meno violento di pensare i rapporti. Potremmo dire qualcosa anche sui meccanismi giuridici: quando parlo di asimmetrie di rapporti, di patriarcato, di famiglia, faccio riferimento ad un modello di famiglia molto preciso, che ha il suo vertice, il pater familias, che è dotato di strumenti giuridici che gli conferiscono autorità e anche legittimità all’esercizio del diritto di correzione, lo ius corrigendi. È un diritto molto importante perché è un diritto di“indiritto”. Quello che decide di fare il capofamiglia non ha possibilità di replica e se è lui a decidere che ci si deve trasferire o che la moglie non debba lavorare si fa così. Il sistema della violenza è di particolare interesse perché ci permette in realtà di appuntare tutta una serie di temi che sono ovviamente i rapporti uomo-donna, la famiglia, ma anche il potere in aspetti apparentemente meno evidenti. La storia dello stupro da questo punto di vista è molto interessante perché a lungo con questo termine si è considerato tanto la deflorazione, ovvero il rapporto anche consensuale con una vergine che perdeva la sua “integrità”offendendo la famiglia, quanto un rapporto sessuale illecito che non avveniva all’interno del matrimonio. E poi ovviamente c’era lo stupro violento come lo consideriamo noi oggi. Quello che dobbiamo chiederci quando consideriamo la violenza sessuale – sottolinea la professoressa – è cosa di volta in volta viene considerato il bene leso. A lungo è stata la profanazione del corpo della donna, la sottrazione della sua verginità a coloro che sono i custodi“naturali”, i guardiani dell’onore sessuale della moglie, figlia o sorella. Solo in tempi a noi vicinissimi è stata riconosciuta l’offesa alla persona. Anche il consenso o meno della donna all’atto ha sempre rappresentato un punto cruciale per il giurista, tanto più quando l’importanza dell’individualità si è affermata a partire dal tardo Settecento. A seguire, lungo tutto l’Ottocento, assistiamo ad una variazione terminologica che va da “violenza carnale”e per passi progressivi arriva ad una definizione di violenza sessuale, individuale, di genere. Anche la nostra idea di violenza si è arricchita nel corso del tempo da un punto di vista normativo. Lo stupro è stato poi una vera e propria arma di guerra. Aggreden-

do alle“tue”donne, ti colpisco e ti offendo come nazione, come famiglia, come individuo. Ancora oggi è comune sentire “difendiamo le nostre donne”, perché le donne assicurano la perpetuità della specie. Da quando le nazioni sono nate l’identificazione del corpo della nazione con una comunità di sangue fa sì che la profanazione delle donne sia la profanazione del corpo della nazione e della continuità. Non c’è derisione maggiore che quella di mettere in cinta la donna del nemico. Lo vediamo anche oggi in fatti recenti, ad esempio nello straniero o presunto tale, che attenta al corpo della donna e viene guardato in modo diverso dal nativo, dall’”indigeno”». Spesso si sente dire che il femminicidio non esiste perché in realtà è un omicidio come tutti gli altri. La definizione classica del femminicidio è che la vittima viene uccisa in quanto donna, non per una serie di eventi contingenti ad una vicenda criminosa, ma per il ruolo che riveste. Il motivo per cui si è incriminate risiede nella differenza di interpretazione del ruolo e nelle aspettative degli uomini all’interno di una relazione che può variare nel corso del tempo. L’approccio che il più delle volte viene adottato nell’affrontare i femminicidi è quello emergenziale. È una tragedia, si sente dire spesso. Ma su questo approccio “emergenziale” pone l’accento la scrittrice la scrittrice di origini sarde Michela Murgia che spiega:“la parola tragedia è sbagliata perché richiama l’immaginario teatrale e inserisce quello che è successo in un quadro da sceneggiata sentimentale dove le persone coinvolte risultano alla fine tutte in balìa del destino. Ma non ha sparato il destino:hasparatounuomo».Comesbagliataèanchela parola "esasperato dalla separazione in atto". «È sbagliata perché regala un alibi emotivo all'assassino e insinua che la vera colpevole fosse la donna che aveva deciso di interrompere la relazione. La parola sbagliata è "follia", è "raptus". Nessun femminicidio avviene di punto in bianco: tutti sono la punta estrema di un crescendo di violenze che in questo caso, come in molti altri, erano state rese note anche alle forze dell'ordine. Ogni femminicidio è l'esito di un progetto di annichilimento. Considerare reato solo la fine di questo progetto significa non poterla mai impedire». La domanda ultima che sorge a questo punto del discorso è perché gli uomini non possono semplicemente lasciare andare? Perché gli uomini devono ribadire questo senso di possesso per cui “voi mogli, sorelle o figlie siete mie e di nessun altro, nemmeno di voi stesse”? C’è da fare ancora molto in questo senso e anche se i dati registrano un miglioramento questo è ancora lieve, sin troppo.

11


R

L'ANALISI

L'amore oscuro nel filo nascosto Anderson è abile a trattare le ossessioni di un amore patologico che, oltre la barriera del cinema, nella realtà ha numeri raccapriccianti Alfredo Toriello Quanto oscuro può essere un atelier di moda? Là dove regna il bello, il buon gusto ma anche l’apparenza. Un ossimoro è la prima impressione che si ha guardando Il Filo Nascosto, l’immagine di mondo rarefatto, che dietro l’aspetto formale è più terribile di quanto si possa pensare. Un drappo di seta che cela una corona di spine fatta di ossessioni, masochismo e, infine, un amore malato. Nella Londra del secondo dopoguerra, Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) è uno dei più grandi sarti della sua epoca. Le donne che passano per il suo atelier finiscono inevitabilmente per invaghirsi dello stilista, ma tutte, appena cercano di insinuarsi fra lui, il lavoro e la sua maniacale routine, vengono abbandonate. Questo equilibrio viene però spezzato da Alma (Vicky Krieps) una cameriera che prima come modella, poi come collaboratrice, diventa parte fondamentale

della vita dello stilista. Tra lo stacanovismo di Reynolds, la ferrea routine e la paura di Alma di essere messa da parte, gli unici momenti che avvicinano la coppia sono quando quest’ultimo, provato fisicamente dal suo lavoro, deve abbassare le difese e abbandonarsi alle cure della donna. È proprio durante una forte febbre che Reynolds comprende quanto Alma sia importante per lui, ma quanto può durare un rapporto del genere? Su 6 nomination il film diretto da Paul Thomas Anderson è riuscito ad ottenere solo una statuetta dorata, quella per i migliori costumi. Il regista californiano, dopo il Petroliere e The Master, porta sul grande schermo con il Filo Nascosto personaggi profondi e problematici, “cuciti” in una storia che però non riesce ad essere altrettanto forte. Troneggia su tutti Daniel Day-Lewis che dimostra ancora una volta tutto il suo carisma mettendo

in scena un personaggio a tutto tondo odiato già dai primi minuti. Ma questo vuole Day-Lewis: mettere in scena una persona dura, schiava del suo lavoro, incapace di amare. Infatti, Reynolds è un uomo che vive più per sedurre che per legarsi, lo stesso stilista durante il film dice di non essersi sposato perché inevitabilmente finirebbe per essere un marito infedele. Come dice il prof. Carlo Mattachini, psicologo e psicoterapeuta, è quell’individuo che non sa amare e che attrae inevitabilmente un partner che desidera amare appunto chi non si fa amare, ricalcando una idea genitoriale di protezione e di difesa. Diventando succube dell’altro. Succede ad Alma che, durante il film, da donna con una propria personalità, alle volte in contrasto con quella di Reynolds, diventa proiezione dell’ego del compagno.Anderson ne “Il Filo Nascosto” è abile a trattare gli

Se si cerca su Google “eventi bambini” si avranno quasi 37 milioni di risultati, se si inserisce la parola “Gesù” i risultati scenderanno a poco più di 18 milioni

3 12

aspetti psicologici della mente umana ed anche dell’evoluzione dell’amore di Alma, che col passare del tempo diventa un sentimento che sfocia in una relazione sadomasochista. E sara’ lei stessa a forzare una malattia dell’amato per avere una possibilita’ di contatto, per diventare importante e indispensabile per il suo amore impossibile. Una relazione affettiva che lega saldamente i due componenti la coppia attraverso una serie di caratteristiche psicologiche e fisiche distruttive. LE INTERVISTE La mutazione di Alma ha, però, una precisa origine, ovvero la violenza psicologica che Reynolds fa su di lei imponendole la sua volontà e il suo mondo. Seppure non fisica, è una coercizione che, valicando i confini del mondo cinematografico, è presente anche nella realtà ed ha numeri raccapriccianti come spiega l’avvocato Francesca Franchini: “Ci sono oltre 6 milioni di donne che hanno subito violenza sia fisica sia morale, e il 97% di questi atti non sono nemmeno denunciati”.La commissione parlamentare sul femminicidio del 6 febbraio presieduta dalla senatrice Puglisi ha sottolineato come il 50% delle denunce di reato di abusi è stato archiviato: “Un dato gravissimo – sottolinea l’avv.

Franchini - perché dimostra che tipo di atteggiamento assume il primo interlocutore che ci si trova di fronte. Il più delle volte la denuncia è fatta dai carabinieri o dalla polizia e la donna riscontra scetticismo quando racconta della sua violenza”.Tanti sono i motivi che portano a non denunciare, tra questi, cita l’avv. Franchini la vergogna. “Una donna che ha subito violenza ha un abbassamento immediato del senso di autostima e quindi la maggior parte di loro hanno un atteggiamento di vergogna, ritengono addirittura di essere la causa di quello che hanno subito e di meritarselo” afferma. Per sostenere ed aiutare queste donne sono stati creati centri di accoglienza così da allontanarle dalla famiglia dove hanno subito violenza e call center per denunciare in forma anonima anche telefonicamente.Sul piano giurisprudenziale per tutelare la donna qualcosa si è mosso con, ad esempio, l’introduzione dell’articolo 612-bis del codice penale contro il reato di stalking e il 282-ter del codice di procedura penale sul divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa. Ancor più in concreto nel 2017 è stato previsto un inasprimento delle pene illustra l’avv. Franchini: “L’arresto in flagranza per lo stalker che viene colto sul fatto, l’allontanamento del coniuge violento dalla casa familiare con in più il braccialetto elet-

La scelta di diventare genitori dipende più dagli stili di vita che dai redditi tronico e la querela irrevocabile. Soprattutto quest’ultima è importante perché la donna dopo aver denunciato veniva con violenza indotta a ritirare la denuncia, ma ora questo non è più possibile. Tra le limitazioni dell’individuo - aggiunge - le misure coercitive possono essere l’espatrio per il reo, il divieto di dimora nella casa familiare od anche l’obbligo di dimora in un comune diverso da quello dove è stato consumato il fatto. Inoltre ci sono la custodia cautelare in carcere, che è il massimo delle misure preventive

cautelari, e la custodia in una casa di cura poiché gli ultimi studi parlano di una vera e propria patologia di cui soffrono questi uomini”. Per i tribunali stessi è stata prevista la possibilità di adoperare vie preferenziali per arrivare ad una soluzione più rapidamente e: “il patrocinio gratuito a spese dello stato, indipendentemente dalla condizione economica della donna – dice l’avv. Franchini – chi è vittima di violenza il più delle volte è tenuta in una situazione di ristrettezza. Questo fa si che nella mente di una donna nasca l’idea di non potersi permettere un avvocato e rinuncia così a denunciare. Anche questa è una forma di violenza di natura economica. Per donne che non sono economicamente indipendenti, la maggior parte dei compagni tendono ad utilizzare questo aspetto per prevaricarla psicologicamente facendole mancare anche quel minimo per vivere”. Tanto è stato fatto, ma ancora è lungo il cammino per risolvere un problema che ha delle fattezze macroscopiche. Come sostiene l’avv. Franchini: “Bisognerebbe iniziare una campagna di educazione nei confronti della donna e quindi agire sull’autostima e far capire tante cose, come i meccanismi che scattano nella mente di un uomo malato. Lavorare sulla prevenzione, creare centri di ascolto per le donne, sezioni specializzate per le procure e sensibilizzare le forze dell’ordine, che sono le prime ad intervenire, ad avere un atteggiamento più comprensivo quando ricevono queste denunce. Per i minori si è fatto un lavoro simile e abbiamo raggiunto buoni livelli grazie anche ad equipe di psicologi e psichiatri che recano ascolto e lo stesso si potrebbe fare per le donne”. Il Filo nascosto e i suoi amori patologici dimostrano come una relazione malata può ledere fino nel profondo la volontà e i desideri di una persona. Alma e Reynolds riescono a raggiungere un seppur precario equilibrio nelle loro ossessioni, eppure, c’è da chiedersi, questo può essere davvero un lieto fine?

13


R

L'ANALISI

Il razzismo dall’America all’Italia “Get out” è un film particolare: parla di razzismo, ma senza nominarlo espressamente. Parla di ipocrisia, ma lo fa in modo ironicamente indiretto

Federica Simone Chris, fotografo afroamericano, decide di passare il weekend a casa dei genitori della sua fidanzata Rose per conoscerli. La famiglia di Rose è composta da papà Dean, neurochirurgo, da mamma Missy, ipnoterapista, e dal fratello Jeremy, studente universitario. Apparentemente sembrano una famiglia liberale, progressista, di quelle che non si preoccupano se la figlia porta a casa un ragazzo di colore. Alla domanda di Chris“I tuoi genitori lo sanno che sono nero?”,Rose prontamente risponde“se avessero potuto, avrebbero votato Obama per la terza volta”. Ma appena Chris arriva nella tenuta di famiglia, l’atmosfera non è quella che si aspetta il protagonista e incomincia ad assumere caratteri inquietanti. Inquietanti come i due domestici di colore, Walter e Georgina. O un ospite della famiglia che a un certo punto urla a Chris“scappa”. Ma Chris non scappa e incomincia a indagare con l’aiuto da casa del suo amico Rod. In una escalation di tensione e di eventi in cui si fa sempre più chiaro il fatto che la famiglia Armitage non sia una famiglia prettamente normale, Chris scoprirà gli esperimenti razziali che attuano i suoi futuri suoceri. E allora non gli rimane altro che scappare. Get out. “Get out”è un film particolare: parla di razzismo, ma senza nominarlo espressamente. Parla di ipocrisia, ma lo fa in modo ironicamente indiretto. Vuole far paura con scene e situazioni da film horror, ma più di tanto non ci riesce. Però fa riflettere. Fa riflettere l’ipocrisia della benestante, liberale famiglia bianca, che in realtà si rivela molto più razzista di chi invece lo

14

dichiara espressamente. Fa riflettere come anche la nuova generazione, rappresentata da Rose la protagonista femminile, sia ugualmente razzista, mentre dovrebbe essere più aperta e democratica. Fa riflettere il fatto che, anche se in chiave ironica, il regista sia riuscito a centrare uno dei punti fondamentali di quando si parla di politiche razziste e discriminatorie: prendiamo quello che riteniamo buono e utile e togliamo quello che riteniamo nocivo, sbagliato. Così come fanno i coniugi Armitage: dei neri prendono solo il corpo, sostituiscono il loro cervello con quello dei bianchi. In modo originale il film è riuscito a rendere bene questo concetto: nessun altro film era riuscito prima a parlare di razzismo in chiave horror e satirica. Non più quindi il solito film storico-documentario o commedia per parlare del conflitto razziale. Ed è anche un modo per far avvicinare un pubblico molto più vasto. Lo dimostra l’incasso da 252 milioni di dollari a fronte dei quattro milioni di dollari che sono stati spesi per girare la pellicola. L’attore e regista afroamericano Jordan Peele potrebbe aver inaugurato un nuovo modo per affrontare tematiche come questa, sempre attuali e sempre urgenti. Si potrebbe dire che “Get out” è una sorta di “Indovina chi viene a cena” molto più inquietante e senza un vero lieto fine. Il razzismo in America è un fenomeno storico ben radicato e presente fin dall’epoca coloniale. Tuttavia solo all’inizio degli anni ’50 del secolo scorso è cominciata una forte contestazione da parte della

popolazione afroamericana per avere gli stessi diritti della popolazione bianca. Con il passare degli anni il Movimento per i diritti civili degli afroamericani ha acquisito sempre maggiori consensi. Il leader del Movimento Martin Luther King insieme ad altri attivisti diede vita a una serie di rivendicazioni sociali. Dopo molti anni di lotta riuscirono a ottenere l’approvazione di due importanti leggi: il Civil Rights Act nel 1964 e ilVoting Rights Act nel 1965. Con la prima vengono dichiarate illegali le segregazioni razziale nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale. Con la seconda, invece, viene permesso ai cittadini neri di votare alle elezioni politiche. Nel corso degli anni si è arrivati a una maggiore integrazione della comunità afroamericana fino all’elezione del 2009 del primo presidente nero americano, Barack Obama. Anche se persistono tuttora motivi di scontro e situazioni in cui la comunità afroamericana si trova in condizioni di esclusione. Tuttavia negli Stati Uniti a un razzismo nei confronti della popolazione di colore si è affiancato negli ultimi decenni un razzismo nei confronti di altre comunità. In primis verso la comunità messicana: l’attuale presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha fatto di questo uno dei suoi cavalli di battaglia in campagna elettorale con la proposta di edificare un muro al confine con il Messico per ridurre l’immigrazione clandestina. Proposta che rischia di diventare realtà. A gennaio l’amministrazione Trump ha chiesto al Congresso 18 miliardi di dollari per la realizzazione di una barriera di oltre 700 mi-

glia al confine sud-orientale con il Messico. Ma nell’America di oggi è presente anche un atteggiamento di esclusione verso la comunità musulmana. Trump, come promesso in campagna elettorale, ha adottato delle misure per ridurre, se non eliminare del tutto, l’immigrazione di persone provenienti da paesi a maggioranza musulmana. Infatti con l’approvazione del Muslim Ban si vieta l’entrata negli Usa ai cittadini di sette paesi di religione islamica, quali Somalia, Sudan, Iran, Iraq, Siria, Yemen e Libia. Di paese in paese, di razzismo in razzismo. In Italia, negli ultimi anni e soprattutto nell’ultimo periodo, sono aumentati fenomeni di odio razziale. Basta guardare alcuni fatti di cronaca, come la sparatoria di Macerata o l’omicidio di un senegalese sul ponte Vecchio di Firenze. E una campagna elettorale che, spesso ha usato toni molto violenti nei confronti dello straniero. Ma da dove nasce il razzismo in Italia, i cui abitanti sono stati storicamente definiti come “italiani brava gente”? Michele Colucci, ricercatore di storia contemporanea presso il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) spiega che“il razzismo ha radici molto profonde nel nostro paese. È stato codificato a livello normativo fin da quando l’Italia era un impero coloniale. Da prima del fascismo e durante il regime fascista, l’Italia aveva avviato un progetto di colonizzazione che concepiva la disparità delle razze come elemento centrale della sua messa in pratica. E successivamente, con la fase postcoloniale, con l’avvio delle grandi emigrazioni dall’Est, dagli anni ’70-’80 dell’900, questo tipo di razzismo si è in qualche modo colorato, aggiunto.Sièriempitodicontenutilegatiancheesoprattutto all’immigrazione straniera.” Ma oltre alla storia, che mostra indubbiamente come l’Italia risenta ancora dell’eredità del regime fascista, nel nostro paese c’è un problema di discriminazioneanchedapartedelleIstituzioni.“C’èunrazzismo che viene da parte delle istituzioni che hanno politiche di tipo discriminatorie e che portano avanti politiche di tipo differenziale. Non riconoscono quella che dovrebbe essere l’uguaglianza dei cittadini e delle cittadine di fronte alla legge. Non c’è solo un’aggressività da parte di alcuni leader politici, ma c’è un’aggressività dalle politiche, dalla legislazione che ha avuto un’involuzione. Per esempio nel 2017 è stato approvato il decreto Minniti-Orlando, che riorganizza il settore della protezione internazionale dei rifugiati. E in quel decreto c’è scritto nero su bianco che i richiedenti asilo non hanno diritto all’appello nel momento in cui li viene rigettata la domanda, ma vanno direttamente in cassazione a dover portare la propria opposizione. Questo significa che le persone normali hanno diritto a tre gradi di giudizio mentre invece i richiedenti asilo hanno diritto a due gradi di giudizio. E questa è una discriminazione.” Mancano le Istituzioni. Lo denuncia anche Andrea

Costa, uno dei coordinatori e dei responsabili del Baobab Experience. Il Baobab si trova a Roma nella zona Tiburtina ed è un presidio attivo dal 2015 dove vengono ospitati gli immigrati. È uno spiazzale, ai lati della stazione, dove ci sono solo tende senza servizi igienici, senza acqua, senza elettricità. Solo una mensa allestita in una tenda più grande delle altre. Attualmente sono ospitate 160 persone, ma in due anni e mezzo ne sono passate settantamila.“Quello che manca sono le istituzioni. Quindi resistiamo. Non è poco, sono due anni e mezzo. Resistiamo alle autorità. Resistiamo agli attacchi esterni xenofobi. Resistiamo anche alle difficoltà di gestire un campo.”E resistono bene, perché nonostante non prendano nessun centesimo da fondi statali e nonostante abbiano avuto venti sgomberi in due anni, il presidio va avanti affidandosi al senso di umanità del prossimo.“Non abbiamo nessun tipo di finanziamento pubblico o statale, si basa tutto su donazione di cittadini. Sono cittadini che vengono, portano da mangiare, portano le coperte. È una catena di solidarietà, che funziona soprattutto grazie ai social. Ci servono dieci chili di pasta e arrivano dieci chili di pasta. È una cosa che ci riempie il cuore. Nulla di questo sarebbe stato possibile senza la generosità dei romani. In questi giorni di freddo abbiamo chiesto della legna da ardere e continuano ad arrivare macchine con della legna. Evidentemente questa è una città meno razzista di come viene rappresentata dai media.” Sarà anche una città meno razzista di quello che apparentemente possa sembrare, ma Tarim, uno dei ragazzi ospitati nel campo, racconta che qualche settimana fa sono stati aggrediti da un gruppo di neofascisti. Loro non hanno reagito e alla fine se ne sono andati. Tarim ha trentanove anni e viene dall’Egitto, da Il Cairo. Nel suo paese faceva l’autista di auto e di treni. Qui vorrebbe fare il commerciante, gli piacerebbe aprire un negozio di frutta e di verdura. Ma sta al Baobab da quattro mesi, perché non trova lavoro e il suo permesso di soggiorno è scaduto.“Qui siamo come una famiglia. Non ci sono nazisti come in altre parti. Qui siamo bianchi, neri, cristiani, musulmani.”Ma è il fuori da quelle tende, che commenta negativamente “Per strada quando parliamo arabo tra di noi, ci guardano male.”E aggiunge:“Il razzismo viene dall’ignoranza. Siamo nel 2018: è ora che ci svegliamo. Siamo tutti uguali.” Tarim viene dall’Egitto, ma altri vengono dalla Libia, dalla Guinea, dalla Macedonia. Vanno via dai loro paesi, perché c’è la povertà, la guerra o ci sono regimi dittatoriali.“Qui manca tutto – acqua calda e acqua fredda, gas e corrente elettrica- ma rispetto ai campi di detenzione libici questo è un hotel a cinque stelle”,conclude Andrea Costa. Sul percorso di integrazione dell’immigrato è intervenuto l’imàmYahya SergioYahe Pallavicini, imàm della moschea al-Wahid di Milano. “Per l’immigrato, a prescindere

dalla sua fede, il percorso di integrazione è un percorso che non può essere fatto dall’oggi al domani e non può neanche essere ridotto a un pragmatismo burocratico. È un percorso di cultura, di profondità, di sensibilità e bisognerebbe trovare dei politici che si facciano garanti di metodi e di iniziative di grande responsabilità. E che non facciano provocazioni stupide, se posso dire proprio idiote. Provocazioni che non servono a niente se non ad alimentare delle visceralità di qualcheduno invece di cercare di eleggere una persona seria.” Ma, secondo l’imàm, il problema del razzismo in Italia non si ferma alla questione dell’immigrazione. Si tratta di un tema molto più vasto e più complesso, che invade e occupa anche altri ambiti. E arriva fino alla politica.“Ci sono dei politici- tra i quali anche Salvini- che in questo momento usano toni violenti, come se dovessero condire una campagna elettorale emotiva, ma scarsa di programmi e di contenuti sull’orientamento politico, con questa diffamazione nei confronti della dignità di uomini e donne, anziani e giovani che vivono la fede in maniera costruttiva e in maniera libera anche in Italia. Quindi c’è questa spiacevole situazione, addirittura ci sono minacce di istituire governi che abbiano delle leggi simili a delle leggi razziali. C’è da preoccuparsi se addirittura in campagna elettorale ci sono minacce di discriminazione o di chiusura nei confronti della comunità musulmana. Si è creato un concetto sbagliato: l’italianità sembra incompatibile con la religiosità islamica.” Un concetto sbagliato, che rischia di creare e di alimentare situazioni di intolleranza e di odio. “Io mi preoccupo delle persone. Se dovessero venire al potere degli uomini o delle donne, delle persone non intelligenti, disoneste e violente anche da un punto di vista dialettico e perfino da un punto di vista giuridico nei confronti di qualsiasi identità, allora abbiamo la crisi della democrazia. Non ci sarebbe più la libertà, perché se venisse disconosciuta la libertà anche soltanto a una persona in virtù della sua identità, allora effettivamente c’è un rischio di un giustizialismo molto arbitrario, apologetico, che non ha nulla a che fare con la religione, che non ha nulla a che fare con la cultura italiana e con la sana politica.” Oltre a combattere e a cercare di modificare determinate correnti e politiche discriminatorie, forse bisognerebbe cominciare a usare un linguaggio diverso quando si parla di razzismo, come suggerisce l’imàm “Razzismo è una parola sbagliata, perché la comunità islamica non è una razza.” Non è una razza la comunità islamica, come non lo è la comunità ebraica, come non lo sono gli immigrati e come non lo è qualsiasi altra persona di nazionalità, lingua, religione diversa da quella italiana.

15


R

L'ANALISI

Elio e Oliver, la tela dell'amore Candidato come miglior film e vincitore per la categoria sceneggiatura non originale, "Chiamami col tuo nome" è un inno alla scoperta del primo amore

Giulia Marrazzo Il film diretto da Luca Guadagnino, racconta la storia d'amore tra Elio e Oliver. Inizialmente i due giovani di età e vissuti diversi, tesserano lentamente i fili del loro amore ma alla fine verranno travolti da una ardente passione. Estate 1983, come ogni anno Elio e la sua famiglia sono in attesa dell’arrivo di uno studente che passerà sei settimane con loro. Il padre di Elio, ebreo americano, è un illustre docente universitario e archeologo specializzato in cultura greco romana. Il professore è solito selezionare annualmente un allievo straniero per ospitarlo durante il periodo estivo nella villa di famiglia, immersa nella campagna cremasca nel nord d'Italia. Così arriva Oliver, ventiquattrenne americano di religione ebraica impegnato a scrivere la tesi per il suo dottorato. Basato sul romanzo di André Aciman, Chiamami col tuo nome è una storia d'amore, di passione e desiderio tra il giovane e

inesperto Elio e lo stravagante e affascinante Oliver. Elio è un ragazzo introverso, molto maturo rispetto ai suoi coetanei, con una sensibilità spiccata, dotato di un'ampia cultura, compone e suona musica sul suo pianoforte. Come molti diciassettenni Elio si trova a vivere un flirt con una sua coetanea, la sua amica Marzia, con cui farà l'amore per la prima volta. Elio non riesce ad aprirsi subito con quel ragazzo americano così bello e sensuale, probabilmente perché non accetta certe sensazioni o semplicemente perché non ha mai conosciuto i segnali del primo amore.Perquestolastoriatraidueprocederàapiccoli passi. Prima emergerà l'inquietudine e il distacco di Elio,poiilprimocontattofisicoconunbaciodatosulle rive di un fiume. A questo punto e’Oliver che si spaventa e tenta di allontanarsi. Ma l’amore, quello vero, nonhapauraeallafineentrambisiabbandoneranno alle loro emozioni e vivranno la loro storia come i protagonisti di una sinfonia di Bach, almeno per il tempo che rimarrà prima della partenza di Oliver.

‘Chiamami col tuo nome’non vuole essere una rivendicazione politica sui diritti delle relazioni omosessuali ma è un film che mostra, con semplicità, delicatezza e senza la minima forzatura, l'amore passionale tenero e altruistico che si può provare all'improvviso, senza accorgersene. Quel sentimento che ti può travolgere quando meno te lo aspetti e che puoi vivere anche con chi non avresti mai immaginato. Un amore nato, forse, con la leggerezza di una "cotta" estiva che si tramuta all'improvviso nel darsi totalmente uno all’altro, nel rivedersi e mescolarsi con l'altro. Alla fine dell'estate Oliver partirà e tornato negli Stati Uniti si fidanzerà con una ragazza. Nonostante non ci sia un lieto fine come nelle fiabe, non si rimane con l’amaro in bocca per la mancanza di un happy end. Il film lascia lo spettatore commosso ma non triste. Perchè il ricordo di quei momenti rimarrà nella mente e nel cuore dei due ragazzi. " Chiamami col tuo nome: Elio, Oliver .”

«Chiamami col tuo nome: Elio, Oliver» 16

17


R

L'ANALISI

L'adolescenza attraverso gli occhi di Lady Bird Quello dell'adolescenza è un passaggio a volte violento, dove il ragazzo è alla ricerca di una propria identità. Si tratta di un processo fisiologico ed è lo stesso che porterà Lady Bird a diventare Christine Alfredo Toriello L’Accademy nella notte degli Oscar del 2018 ha fatto le sue scelte e Lady Bird, nonostante cinque nomination, torna a casa senza nemmeno una statuetta. Tuttavia, sebbene superato dai diretti avversari, sarebbe ingiusto sottovalutare il film di Greta Gerwig. Lady Bird non è il semplice teen movie a cui possiamo essere abituati. Quello che racconta di un’adolescenza spensierata, fatta sì di problemi, di incomprensioni, ma, che alla fine si risolve con un lieto fine, un po' come ha insegnato Steven Spielberg. Nemmeno è un lavoro che vuole raccontare il lato più cupo dell’adolescenza, focalizzandosi solo sugli ostacoli e i problemi di un periodo di crescita tormentato. È un film che parla di uno stato d’animo, un’evoluzione naturale a cui tutti noi siamo soggetti: il passaggio dall’età adole-

scenziale a quella adulta, e lo fa senza eccedere e con saggezza. Anno 2002, Christine “Lady Bird” McPherson (Saoirse Ronan) è un’adolescente e studentessa dell’ultimo anno di un liceo cattolico di Sacramento dalla forte personalità. Lei stessa si è attribuita il nome di Lady Bird, rappresentativo di uno spirito ribelle di donna che vuole essere libera e senza catene. Quest’anima la porta sempre a sognare più in grande delle proprie possibilità, alcune volte addirittura negando la sua realtà. Le scelte, le idee della ragazza sono quasi sempre in contrasto con la madre Marion (Laurie Metcalf ), soprattutto riguardo al college da frequentare. Inizia così il suo ultimo anno di liceo, dove tra un rapporto non idilliaco con la famiglia, i primi amori, la scuola, i lavoretti occasionali al bar

questa neo maggiorenne dai capelli rossi percorrerà le tappe dell’adolescenza fino a trasformarsi in Christine. A partire dal tono usato nel film. La scelta fatta dalla regista è stata di impostare la storia in maniera scanzonata, a tratti comica, che fa sorridere e alleggerisce la linea narrativa, ma nel momento di tirare le somme Lady Bird si dimostra per quello che è: un film dalla sensibilità elevata con una forte nota malinconica. Un po' come l’adolescenza, all’apparenza spensierata e semplice, ma nel profondo complessa e piena di dissidi fra se stessi e l’esterno. Gli scontri con la madre, l’ossessiva voglia di essere accettati, di avere sempre di più e vivere qualcosa di indimenticabile. Nulla viene tralasciato in un film che non si prefigge di cambiare il mondo, ma vuole raccontare l’adole-

«Il contrasto è l'autorevolezza. È chiaro che per crescere c'è bisogno di regole e queste devono essere chiare e non discutibili »

18

scenza. Tanti sono i riferimenti biografici su cui Greta Gerwig basa il suo primo lungometraggio, partendo da Sacramento, la città che l’ha cresciuta. La regista decide di tributarla in un circolo di odi et amo attraverso le parole della protagonista che prima la disprezza, ma poi inizia ad apprezzarla. Per Lady Bird lei è una gabbia troppo piccola per una personalità così eccentrica, e che la costringe a rimanere nella “parte povera” (come lei stessa dice) della società. Lo stesso anno in cui è ambientato il film è un riferimento della regista alla sua adolescenza, nel momento in cui si ritrova a deve scegliere dove andare e cosa fare. Greta Gerwig racconta il proprio passaggio dall’età dell’innocenza a quella adulta, riuscendo così a mettere un pezzo di cuore nel film e renderlo credibile fondendo l’immaginazione con la realtà. LE INTERVISTE Quello dell’adolescenza è un passaggio a volte violento dove il ragazzo mette in discussione il proprio io e il mondo che lo circonda. Naufrago davanti a questo tsunami di emozioni, non è solo l’adolescente, è anche il genitore su cui il ragazzo/a riversa tutta la sua rabbia e insicurezza.

Scriveva il prof. Tommaso Senise, pioniere e maestro della psicoanalisi italiana dell’adolescenza, in un saggio del 1990, dell’impossibilità per un qualsiasi interlocutore di capire l’adolescente, poiché lui stesso, non avendo un’immagine ben definita del proprio io, non può trasmettere un’identità precisa. In fondo lo stesso avviene per Lady Bird, che muta, cambia pelle più volte, in una costante ricerca della forma che possa esprimere ciò che ha dentro. Vuole essere la ragazza unica nel suo genere, che spicca su tutti, ma allo stesso tempo quella accettata dal più popolare della classe. L’adulto dunque cosa deve fare? Capire di non poter comprendere il proprio figlio/a e non imporgli una personalità che non gli appartiene. Aspettare, è questa la chiave. Dare il tempo al ragazzo di sentirsi riconosciuto nella sua ancor non raggiunta identità senza mantenerlo nel mondo dei bambini e non proiettarlo prematuramente dentro quello degli adulti. Chiama in causa il compito della famiglia il prof. Gustavo Pietropolli Charmet durante questa fase che definisce come il “secondo parto”. Soprattutto riferendosi alla madre, così come l’adolescente deve scucirsi il ruolo di figlio e diventare persona, lei ha la funzione di capire e di opporre qualche resistenza per educare. Il No, il paletto imposto dal genitore, è necessario per crescere, anche se questo può portare ad un conflitto: “Il contrasto è l’autorevolezza - spiega il prof. Paolo Crepet, famoso psichiatra e sociologo - è chiaro che per crescere c’è bisogno di regole e queste devono essere chiare e non discutibili. Io sono per

«La bugia è qualcosa di immaturo » l’autorevolezza e non per le forme violente, dire un no è fondamentale per la crescita”. In Lady Bird i battibecchi tra la madre e la

figlia sono quasi all’ordine del giorno. Così come è la mamma che tiene in piedi la famiglia e con autorevolezza cerca di gestire la sua esplosiva figlia, è sempre lei che non valica il suo ruolo di genitore lasciando alla ragazza lo spazio per trovare la propria identità, e come dice durante il film: “Io voglio solo che tu appari nella forma migliore di te stessa”. Le continue battaglie con la madre porteranno Lady Bird a cadere nel fisiologico atto del mentire. Ciò che è visto come una “bugia bianca” per l’adolescente, ovvero tacere o omettere qualche cosa per evitare inutili conflitti, molte volte appare agli occhi di un genitore come la violazione di un patto di sincerità: “Di solito le ragioni per cui si mente sono due – sostiene il prof. Crepet – La prima, perché il ragazzo non ha una buona stima di se stesso, e quindi pensa di non essere accettato per ciò che dice o per quello che vorrebbe fare. La seconda perché non c’è fiducia reciproca. Quindi non c’è un buon rapporto tra genitore e figlio, bisogna sapere se ci si può fidare l’uno dell’altro. La bugia è sempre qualcosa di immaturo”. Sono un buon padre o una buona madre? Chi diventerà mio figlio? Sono domande sulle quali un genitore si interroga senza riuscire a dare una risposta, ma semplicemente perché questa non c’è ancora. Non esistono delle regole per diventare buoni genitori, esistono però comprensione, autorevolezza e pazienza. Attendere che l’adolescente trovi la giusta direzione per essere felice: “La felicità la si può ricercare se si è liberi di raggiungere il proprio sogno. – aggiunge il prof Crepet - se l’adolescente ha un desiderio, la strada che lo porterà alla felicità, è quando lo realizzerà. Poi scoprirà che ce ne sono altri 200mila, però se non ha un sogno non potrà mai cercare di essere felice”. Non perdere di vista i propri desideri, perseguire i propri obiettivi per raggiungere la felicità, è questa la strada, ed è proprio ciò che ha portato Lady Bird a diventare Christine.

19


R

L'ANALISI

«Questa era la stampa, bellezza!» The Post, un film che ricorda al cittadino di rivendicare il diritto della libertà di stampa e riporta il giornalista il dovere d'informare Giulia Marrazzo

Reduce dalla catastrofica guerra in Vietnam Daniel Ellsberg , un uomo del Pentagono, decide che tutte le menzogne che il governo ha propinato all’intera Nazione devono essere svelate. Sottrae al Ministero della difesa 7000 pagine di un rapporto top secret contenente la reale politica militare effettuata in Vietnam dagli Stati Uniti. Le intenzioni celate dietro i discorsi degli ultimi quattro presidenti saranno sotto gli occhi di tutti. Il New York Times sarà il primo giornale ad arrivare ai documenti ma dopo la prima uscita il governo imporra’ il divieto di proseguire con la divulgazione notizie sui documenti.  Ed è qui che il Washington Post entra in gioco, rintracciando la fonte primaria del Times e riuscendo a venire in possesso dei documenti secretati.  Il direttore del Post Ben Bradlee non ha dubbi: “per tutelare il diritto a pubblicare bisogna pubblicare “ . L’ultima parola però spetta solo all’ editore Katharine Graham. E per Katharine non sarà un decisione facile. Nel 1971 le donne

al timone di un’azienda erano una rarità e la Graham non era vista di buon occhio dagli investitori del giornale e dai suoi consiglieri. Nonostante le difficolta’ decise di andare avanti e di mandare in stampa il numero del giornale con le rivelazioni scottanti. Il coraggio dell’editrice, interpretata da Meryl Strepp, segnò un punto fondamentale per la libertà di stampa in America che culminò con un verdetto a favore del Washington Post pronunciato dalla corte Costituzionale. La storia raccontata da Spielberg è incredibilmente attuale, pur raccontando vicende di quasi 50 anni fa. È ancora oggi un tema controverso e pieno di contraddizioni quello della libertà di stampa. Grazie al proliferare dei mezzi di comunicazione e delle piattaforme nel mondo contemporaneo si può dire a buon giudizio che la libertà nell’informazione sia aumentata. Purtroppo, come accade quasi in tutte le cose, c’è un rovescio della medaglia. Così dai vantaggi della pluralità si passa alle problema-

tiche legate ad una scarsa professionalità, alla mancata verifica delle notizie e alla troppa velocità che non lascia spazio all’ approfondimento. È legittimo chiedersi, guardando The Post, quanto oggi un giornalista possa riuscire a compiere un lavoro d’inchiesta simile. Questi sono anni dove si sente quotidianamente parlare di fake news, di post verità . Anni in cui alcuni leader politici cercano di screditare l’informazione facendo anche proliferare notizie false e assolutamente di parte. Come ridare piena autorevolezza a questo mestiere? Come sfruttare la velocità e le potenzialità dei mezzi e delle piattaforme di oggi, senza rimanere intrappolati nella superficialità e nella faziosità ? Probabilmente fermandoci un attimo e ritornando alle “origini”. Ripartire dal principio, dal diritto del cittadino ad essere informato e al diritto-dovere che i giornalisti hanno d'informare e parlare. Ricordarsi, come accade in The Post, che in questo mestiere bisogna sempre avere un reverenziale rispetto per la verità e che il giornalista serve chi è governato e non chi governa.

«Per tutelare il diritto a pubblicare bisogna solo pubblicare» 20

LE INTERVISTE Spesso si sente dire che La libertà di stampa e d’informazione rappresentano la pietra miliare della democrazia. Purtroppo nel 2018 questi principi risultano ancora di difficile applicazione e le problematiche che il giornalista trova per la sua strada, in alcuni casi, sono insormontabili. Nella classifica stilata per l’anno 2017 da Repoters sans Frontieres, la libertà di stampa è peggiorata quasi ovunque, anche negli Stati di diritto. L’Italia è riuscita a risalire 20 posizioni rispetto al 2016 ma raggiungendo solo il 52° posto. «Se si è un ottenuto un certo miglioramento è stato grazie al lavoro della Federazione della stampa e, negli ultimi mesi, anche dall’Ordine nazione dei giornalisti» ha dichiarato il presidente Odg Carlo Verna. Verna non si è sottratto nel dire che il risultato ottenuto non è ancora soddisfacente ed ha aggiunto che in Italia, purtroppo, il giornalista incorre in problematiche non accettabili. Per troppo tempo, ha spiegato il presidente, c’è stata una mancanza di risposte a certe difficoltà della categoria, come il carcere per i giornalisti, le querele bavaglio e una diffusa incertezza sull’applicabilità del segreto professionale: «rispetto alle altre categorie professionali il nostro segreto è attaccabile dalla richiesta del magistrato, se quest’ultimo ritiene indispensabile conoscere la fonte. Il giornalista si trova in mezzo tra dovere deontologico e dovere giuridico. Questa contraddizione giustifica almeno 30 posti nella classifica mondiale». La questione del segreto, come ha ricordato il presidente, è sicuramente difficile da risolvere anche per una diffusione plurima dell’attività giornalistiche sulle diverse piattaforme ma in ogni caso rimane un tema centrale del nostro mestiere poiché: « si deve sempre tutelare la propria fonte». Riguardo agli altri problemi in cui si può incappare, Verna ha detto chiaramente che le risposte dovranno arrivare. Le querele bavaglio rappresentato un punto dolente della questione dove oltre la compressione del diritto ex art. 21 della Costituzione sulla libertà di pensiero, e di conseguenza del lavoro giornalistico, abbiamo il rovescio negativo anche nel diritto passivo del cittadino ad essere correttamente informato. Come ha sottolineato Verna: «nel nostro mestiere oltre intimidazioni fisiche, si subiscono minacce morali e il 90% delle iniziative che vengono intraprese contro i giornalisti si concludono spesso in un nulla di fatto,

ovvero sono senza fondamento giuridico. Noi ovviamente non teorizziamo il diritto all’insulto ma questo dato fa emergere che i soggetti che si sono mossi nei confronti della libertà di stampa e quindi dei giornalisti l’hanno fatto solo perché volevano impedire che di alcune vicende si parlasse. È proprio su questo che serve l’intervento del legislatore». All’epoca per scoraggiare iniziative improprie si è parlato della possibilità di domande riconvenzionali diffuse, strumento giuridico che consiste nel controcitare chi ti ha chiamato in giudizio, magari creando una norma specifica. Le problematiche cambiano ovviamente se ci spostiamo verso altre Nazioni.  “Paese che vai, usanze che trovi” forse è un detto che riesce a far comprendere quanto il lavoro del giornalista cambi in base ai territori che si trova a raccontare e tramite quel che ci ha raccontato la giornalista freelance Shelly Kittleson, degli Stati Uniti, siamo riusciti ad avere un idea più chiara proprio dell’eterogeneità delle problematiche del mestiere. I pericoli e le priorità per una giornalista che varca i confini in territori di guerra. Shelly si e’ trovata in situazioni pericolose, anche sotto le bombe barile della guerra siriana. «Certo che ho paura, molta paura quando attraverso certi territori o sento a pochi metri un'esplosione - ma afferma- come giornalista freelance non puoi venire bloccata dal terrore, perchè devi essere consapevole di quel che stai andando a fare, il tuo lavoro e la priorità assoluta in questo mestiere è dare sempre la notizia, stando per “strada” a capire veramente quel che accade in certi luoghi cosi diversi, a volte, dal nostro immaginario collettivo,  spuri da ogni faziosità o inclinazione». Come libero professionista, oltre alle insidie della guerra, i problemi arrivano anche sul fronte economico: «Bisogna crearsi i propri contatti fidati sul luogo e per questo servono tempo e risorse. Purtroppo nelle fasi più pericolose della guerra il lavoro è iniziato a scarseggiare, le testate non accettavano più i pezzi e quando riuscivi a farti pubblicare - ci dice Shelly- il pagamento era dimezzato». Il lavoro nei paesi mediorientali, alcuni più di altri, può diventare parecchio difficile, ma se in più sei una donna aumenta anche la dose di pericoli in cui si può incappare. Shelly ha raccontato una sua disavventura mentre si trovava con le truppe irachene. Un soldato l’ha minacciata perchè non aveva accettato le sue

«Il giornalista serve chi è governato e non chi governa»

avance e dopo ripetuti insulti sessisti si è trovata a dover ricordare al militare che non doveva essere trattata come una donna ma come una giornalista che stava lì solo per raccontare la guerra. Per tutta risposta il militare ha estratto la pistola e puntandola verso di lei, senza battere ciglio, ha detto semplicemente “vuoi la guerra, eccola è questa“ - «non credo - ha proseguito Shelly - che questo comportamento sia riconducibile ad un tipo di cultura. Viviamo in un mondo patriarcale, certi atteggiamenti li ho visti anche in Italia». Avere una visione reale di ciò che accade in luoghi lontani e analizzare culture diverse è un compito non facile ma Shelly cerca di raccontare sempre quello vede senza sacrificare dettagli, non lasciandosi mai condizionare e pilotare: « se parliamo del mondo musulmano nello specifico noi occidentali abbiamo le nostre idee. Vediamo i fronti delle opposizioni e ne abbiamo paura ma massacrare le persone non va bene in ogni caso, soprattutto da noi giornalisti. In più se ti trovi in quei luoghi devi stare veramente sul posto e non puoi basarti su quello che un governo vuol farti vedere, perché non sarebbe una inchiesta realistica. Il nostro sguardo viene ad oggi molto influenzato dalla propaganda russa o dal governo siriano».  Shelly ha un modo diverso di fare giornalismo rispetto quello del collega che segue la politica o del cronista che racconta un omicidio. Il lavoro del giornalista e’ sempre più eterogeneo, ma i rischi si corrono anche seduti alla propria scrivania. Forse i principali sono quelli di non avere il coraggio di raccontare le cose cosi’come sono realmente.

R Quindicinale della Scuola Superiore di Giornalismo “Massimo Baldini”

Direttore responsabile Roberto Cotroneo

Ufficio centrale Gianni Lucarini, Barbara Principato

Progettazione grafica e impaginazione Claudio Cavalensi Redazione Viale Pola, 12 - 00198 Roma tel. 06.85225358 - fax 06.85225515

Stampa Centro riproduzione dell’Università Reg. Tribunale di Roma n. 15/08 del 21 gennaio 2008

redazione@luiss.it - www.reporternuovo.it

21

Reporter Nuovo - Numero 1  
Reporter Nuovo - Numero 1  
Advertisement