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DALL’ETÀ DELLA PIETRA ALL’ETÀ DELLA MELA Magazine di cultura e lifestyle diretto da Antonio Montefusco Anno I – numero 1 – gennaio 2012 In attesa di registrazione al Trib. Salerno ©2012 – Associazione Place – Via M. Bassi 25 – Giffoni Valle Piana redazione.place@gmail.com STAMPA: Industria Grafica Letizia – Capaccio Scalo (SA)

Direttore Responsabile Antonio Montefusco

Creative Director Luca Tesauro

Graphic & Design Coordinator Asmara Malinconico

Illustratore

Alessandro Paratore

PLACE

Cover by

GENNAIO 2012 – N. 1– ANNO I

,

Beppe Giacobbe

Redazione

Orazio Maria Di Martino, Aldo D’Elia, Dario Di Filippo, Stefania Calabrese, Barbara Costabile, Angela Casale, Teresa Sorgente, Lello Rispoli, Margherita Monti, Gilda Costabile, Antonio Vassallo, Francesco Rufo, Luispak

Collaborations

Alice Pace, Gianmaria Tesauro Igor Kruchko, Guido Bilotti

Coordinamento redazionale Marcello D’Ambrosio

Editore

Giuseppe Marrandino


LE NUOVE FRONTIERE E IL VOCABOLARIO AGGIORNATO Ogni giorno confluisce in un altro. Questo flusso è tutto ciò che siamo. Siamo ironia, peste, sorrisi e sofferenza. Siamo musica, scrittura, lettura. Siamo un piccolo granello di sabbia in una corrente che ci attraversa con il sorriso sulle labbra e ci prende per i fondelli un giorno sì e l’altro pure. Da qualche mese siamo (siete), anche Place, un’intrepida avventura editoriale che coinvolge un gruppo di amici. È l’istante delle nuove frontiere, il nostro vocabolario recentemente è stato aggiornato con parole prepotenti come spread, bund, escort e governo tecnico. Altre arriveranno a sconquassare il quotidiano, e noi saremo lì ad attendere con l’orecchio teso vicino alla porta e l’occhio attaccato alla televisione. Sarà un’attesa forte, dall’orizzonte non molto distante. Dietro quella cortina potrebbe esserci tutto o niente. La vegetazione nasce senza disciplina, gli alberi sono sempre più fitti uno vicino l’altro, i passi lasciano impronte inzuppate di miseria. L’acqua scorre lungo il corso, il fiume si ingrossa, prende strade innaturali alimentato da una forza che ti stringe, ti stritola senza pietà e senza pause. L’acqua cammina senza una meta precisa, incurante dei bollettini meteo. Sui tetti si sono riunite le gocce, ballano in circolo, battono le mani, muovono le zampe, mentre i denti stridono dal freddo. È un mondo che viaggia verso il nulla, percorre un tratto di strada inesplorata. Sono passi inzuppati di una povertà che non ha ritorno. È un confronto impari con la brutalità della natura. Ci siamo lasciati alle spalle un anno dispari, i fuochi d’artificio si sono spenti, siamo stati costretti ad aggiornare il vocabolario, alcune parole sono state messe nel dimenticatoio per far posto alle nuove frontiere che inviano un sms: la vita – come la guerra – non chiude mai per ferie. Ogni giorno confluisce in un altro. Questo flusso è tutto ciò che siamo. E con questo flusso metteremo da parte le metamorfosi intellettuali, fisiche, personali, politiche, sportive. Gli equilibri continueranno a essere precari, ma Place rimarrà fedele al suo principio: osare sarà la nostra e vostra regola, in una simbiosi comune.

Antonio Montefusco Direttore Responsabile


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DIARIO DI VIAGGIO: Margherita Monti

Giovani imprenditori: IACUZZO

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Araki o dell’essenza fotografica

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FEDE E REALTÀ: Racconto di un viaggio...di fede.

STORIE DI SPORT: Una donna al quadrato

SPORT: Quando il calcio era passione

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Cineaddio

Dialogo sul cinema a Montecorvino Rovella

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CONTENUTI

GENNAIO 2012

PEOPLE IN

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Life Now

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Vacanze nel deserto

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A night in sana'a

OFF-ROAD #2

Illustrando

Battipaglia: Arte a Parte

Il cigno nero

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Miracolo a Giffoni

GIFFONESI: Sabino Rinaldi

GIFFONI IN DESIGN: Il castello di Terravecchia

GIFFONI IN PROGRESS: Intervista a Generoso Andria

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PEOPLE IN

GIFFONI IN PROGRESS Intervista a Generoso Andria, Assessore Provinciale Attività Produttive da giugno 2009 a gennaio 2012

di Marcello D’Ambrosio

Per più due anni (dal 2009 a gennaio 2012) lei è stato assessore provinciale alle attività produttive. Il suo mandato si è indirizzato principalmente in tre direzioni: internazionalizzazione delle imprese salernitane attraverso, ad esempio, missioni economiche in Serbia e in Lituania, la partecipazione all’Expo Food and Wine a Chicago e la partecipazione al progetto “Only Italia” di valorizzazione del made in Italy sul mercato cinese; analisi e monitoraggio del settore dei Confidi culminato nella stesura del rapporto “Strutture e prospettive dei Confidi della Provincia di Salerno” teso ad approfondire le azioni strategiche percorribili e più idonee a valorizzare e sviluppare ulteriormente il ruolo degli Enti di garanzia che operano nella provincia salernitana; infine forse il risultato più importante per dare una boccata d’ossigeno alle imprese salernitane: quello che lei ha definito “Prestito speciale”, frutto di un accordo tra la Federazione Campana delle Banche di Credito Cooperativo e l’amministrazione Provinciale che ha sbloccato un plafond di 15 milioni di euro dando la

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possibilità ad ogni piccolo e medio imprenditore di accedere ad un prestito massimo di 40mila euro con scadenza a due anni e ad un tasso agevolato del 2,50% di cui ben un punto percentuale a carico dell’Assessorato da lei guidato. Si ritiene soddisfatto dei risultati raggiunti in questi due anni? È stata un’attività intensa e proficua, forse non ben conosciuta o in alcuni casi volutamente non sufficientemente apprezzata da qualche avversario politico. Ma i dati e i fatti parlano chiaro. L’Assessorato alle Attività Produttive si è indirizzato in modo particolare su quello che è il mio percorso e la mia storia: l’attività creditizia. Ma senza trascurare l’aspetto di presenza internazionale di tante nostre imprese, molte delle quali non sufficientemente conosciute. Si va dal settore agroalimentare a quello del vino fino a quello degli ortaggi sotto’olio, che hanno avuto, in particolare all’Expo Food and Wine di Chicago, un successo straordinario.


Ai paesi citati nella domanda va aggiunta la Bulgaria, dove sono stati valorizzati i vini salernitani, di grande qualità ma poco conosciuti. Abbiamo messo quindi in cantiere questa sorta di aspetto conoscitivo delle nostre produzioni e delle nostre eccellenze fino ad oggi sostanzialmente precluse dal panorama internazionale. Ma l’attività principale dell’Assessorato è stata quella creditizia, attraverso quello che abbiamo chiamato “Prestito Speciale” che ha riscosso un successo straordinario: immettere sul mercato 14 milioni di euro (non 15 come previsto in seguito alla rinuncia di una BCC venuta meno all’accordo inizialmente sottoscritto) a un tasso reale dell’1,5% è stato un fatto di straordinaria importanza per la media e piccola imprenditoria. Oggi abbiamo una difficoltà di accesso al credito dovuto a difficoltà operative delle stesse aziende che in molti casi non si sono comportate con una condotta pienamente corretta nell’utilizzazione del credito stesso. Mi spiego: il credito va utilizzato per destinazione, nel senso che se si opera la costruzione di un capannone esso non va finanziato con uno scoperto di conto corrente che ha una durata breve ma deve essere fatto attraverso l’articolazione di un mutuo. Questo è il panorama che noi abbiamo voluto evidenziare e abbiamo voluto sostenere. E proprio in funzione di questa difficoltà di accesso al credito abbiamo operato uno screening sui Confidi Salernitani. I Confidi sono istituzioni che agevolano l’accesso al credito presso la banca di riferimento in quanto sono in grado di garantire fino all’80% del credito richiesto: tra quelli della provincia di Salerno abbiamo deciso di stilare una sorta di graduatoria dalla quale il Confidi di Salerno è uscito primo per offerta, per condizioni e per fatturato. In questo modo abbiamo dato un indirizzo alla media e piccola imprenditoria per scegliere quei Confidi che accompagnano seriamente e concretamente all’accesso al credito. Abbiamo fatto di questo studio una pubblicazione che ritengo molto importante perché non è solo una analisi dei Confidi e della loro strutturazione ma anche uno studio sull’economia salernitana: non è possibile operare se non si conosce la realtà territoriale, si corre il rischio di scelte poco efficaci. Mentre conoscendo bene economia, realtà e difficoltà del territorio si possono fare strategicamente delle scelte che diventano vincenti. .

Lei è stato europarlamentare nel gruppo del Partito Popolare Europeo e Democratici Europei dal 2000 al 2004, gli stessi anni in cui l’attuale Presidente del Consiglio Mario Monti ricopriva la carica di Commissario Europeo per la Concorrenza. Come valuta l’operato del nuovo governo dopo l’uscita di scena di Silvio Berlusconi? E soprattutto, poiché è noto il suo impegno per il Mezzogiorno da Europarlamentare, crede, come qualcuno sostiene, che in questo governo ci sia poco Mezzogiorno e che il Sud del Paese stia avendo meno attenzione rispetto a quella che merita? Ho avuto l’onore di conoscere personalmente Mario Monti. Per la verità mi intrattenevo spessissimo con lui. Molte volte infatti capitava di giungere insieme al Parlamento e in più occasioni abbiamo avuto modo di scambiare delle argomentazioni, tanto che ho partecipato alla redazione di una direttiva sui concessionari, che ha rappresentato il mio primo banco di prova. Parliamo di un personaggio di rilievo internazionale e mondiale. Tuttavia, come ho avuto modo di dire nella trasmissione televisiva economica che tengo ogni giovedì, solo il nome Mario Monti non è sufficiente a risolvere le nostre problematiche. La manovra che ha effettuato questo governo è una manovra fatta di compromessi dovuto al fatto che un governo tecnico non ha una maggioranza in Parlamento. Le mie idee in proposito divergono da quanto è stato fatto anche se, nel caso in cui fossi stato parlamentare, avrei dato “senza se e senza ma” immediatamente il voto positivo. Ma chiarita la mia posizione nel caso in cui fossi stato parlamentare, discutiamo la manovra. Io ne avrei messo in campo due, una corrente e una che io definisco “dedicata” . Per corrente intendo ciò che è stato fatto: modifica del sistema pensionistico e aumenti vari, a cui avrei aggiunto una patrimoniale con l’esenzione sulla prima casa, con una franchigia tra i duecentomila e i trecentomila euro e con una tassazione a scaglioni. Una seconda manovra, che io definisco dedicata, avrebbe riguardato la dismissione di buona parte del patrimonio immobiliare e partecipativo dello Stato. Non mi riferisco alle case popolari, dove non si pagano i fitti, che sono fatiscenti e di scarso valore e per le quali la realizzazione sarebbe poco significativa. Piuttosto dismettere immobili di prestigio. Dismettere partecipazioni di grandi interessi, secondo un mio calcolo

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da approfondire, avrebbe consentito di scendere dal famoso 121% del debito pubblico rispetto al Pil ad un 80%. Ciò sortirebbe un effetto assolutamente benefico non tanto per l’aspetto oggettivo quanto per ciò che riguarda il carico degli interessi, che rappresenta la nostra piaga, diventata ormai insopportabile: tutto quello che raccogliamo in buona parte viene bruciato dal carico degli interessi passivi. Sul Mezzogiorno: la manovra di per se oggi non guarda all’aspetto territoriale. Sono state fatte delle scelte tout court che riguardano un po’ tutti. Io credo che in un secondo momento si potrà dare più attenzione a un territorio che sta più dietro. Dal mio punto di vista, tuttavia, sulla manovra grava un punto negativo che riguarda l’operatività giornaliera. Mi riferisco alla non trasferibilità degli assegni e al movimento di contanti. Ci troviamo di fronte a quello che io chiamo “terrorismo bancario” per il fatto che il movimento di contanti è sceso a mille euro. Le banche devono smetterla di effettuare “terrorismo bancario”, perché se ci si presenta in banca con un assegno superiore cominciano a trovare mille difficoltà. Mi spiego con un esempio semplice: se intendo acquistare da un privato uno scooter che costa milleduecento euro, non posso pagarlo in contanti perché siamo tra privati. Ma se mi reco in banca e voglio fare un assegno sul mio conto di tremila euro, la banca è tenuta a pagare l’assegno per contanti. Può fare richieste, questionari o altre domande, va benissimo, ma non può rifiutare il pagamento di un assegno, la trasformazione di un assegno da titolo in contante. Se ha dei sospetti, ha la possibilità di segnalarlo all’organo che riceve i movimenti. Ecco ciò che accade: viene fatta una segnalazione alla direzione generale o alla presidenza della banca e il presidente o il direttore generale valutano se la segnalazione fatta dal cassiere o da un impiegato abbia fondamento per trasmetterla poi all’organo che riceve le segnalazioni sospette. Ma la smettessero una buona volta di fare terrorismo bancario e creare difficoltà continue giornaliere ai piccoli operatori. Pensare di stanare gli evasori con queste manovre è veramente illusorio e totalmente fuori da qualsiasi ipotesi concreta. Questo perché il grande evasore ha già cassette di sicurezza zeppe di contanti e quindi tutte le transazioni possibili avvengono a nero attraverso danaro contante. Ma si creano, per quello che dicevo prima, delle difficoltà operative: pensate ad un’azienda agricola della Piana del Sele con cento extracomunitari regolari, impiegati, che vanno pagati settimanalmente, ipotizziamo, 300 euro a testa: sono trentamila euro. Il povero imprenditore provi ad andare in banca a ritirare trentamila euro: le difficoltà sarebbero enormi. In proposito, e ci ho lavorato anche io, esiste una sola direttiva europea sul contante

che pone un vincolo di 15mila euro, ma non è che superandolo è sempre vietato il movimento contante tra fruitore, cliente e banca: si può fare, se ci sono dei sospetti si chiedono delucidazioni. Sul Mezzogiorno vorrei spendere ancora una parola: noi dobbiamo cambiare mentalità, perché le colpe sono diffuse sono di tutti. Io ripeto sempre che tutela e assistenzialismo dovrebbero avere durata breve focalizzando su un momento di difficoltà che non è perenne. A queste condizioni è lecito dare una mano con una finanza agevolata che non deve contraddire o entrare in conflitto con le norme europee perché l’agevolazione fiscale di una parte non è consentita dall’Europa a meno che poi non sia diffusa negli altri Stati membri. Si tratta di un discorso molto complesso e articolato.

“Le banche devono smetterla di effettuare TERRORISMO BANCARIO”

Cosa pensa dell’abolizione delle Province che avverrà con la scadenza naturale dei mandati? Una concessione a quella parte di cittadini che urlano contro la casta e contro qualunque tipo di spreco o una decisione strategica in vista di una redistribuzione di funzioni e compiti agli altri enti territoriali (Comuni e Regioni)? Trovo la scelta dell’abolizione delle province semplicemente demagogica. Pensando all’ente presso il quale ho svolto il mio incarico (la Provincia di Salerno) vediamo quali sono i costi più importanti: credo ci siano 1000 dipendenti che non possono essere licenziati di punto in bianco. Su questo quindi non c’è alcun risparmio. L’unico risparmio che si potrebbe avere è per il compenso del Presidente (nel caso dell’On. Cirielli non c’è nemmeno quello, in quanto essendo anche parlamentare percepisce solo la retribuzione da deputato) e quello degli assessori e dei consiglieri. Bene, a parte il fatto che esiste la legge prevista da Calderoli di riduzione consistente della retribuzione dei consiglieri e degli assessori che potrebbe già produrre una riduzione significativa dei costi, io credo che le province svolgano un compito molto importante. Inoltre con la loro scomparsa non si capisce bene cosa succederebbe: le competenze andrebbero trasferite alle Regioni o ai Comuni, questi ultimi già con le loro problematiche e i loro carichi. Io credo che basterebbe svolgere gli incarichi assessorili o di consigliere con una riduzione davvero pesante del compenso, che tra l’altro è già di per sé modesto aggirandosi intorno ai duemila euro. Premesso che dobbiamo capire fino in fondo cosa succederà, visto che c’è in gioco anche un aspetto costituzionale e quindi non è che si possono cancellare in questo modo, ritengo la loro abolizione totalmente negativa.

“Trovo la scelta dell’abolizione delle province semplicemente demagogica”

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Una domanda che attiene alla sua attuale collocazione politica: oggi in quale partito si riconosce? Questa è forse la domanda più difficile. Spesso recupero dei pareri tra amici e cittadini e proprio ultimamente discutevamo sul fatto che oggi il gradimento dei politici si attesta sul 14%: praticamente abbiamo una sorta di repulsione dell’86% dei cittadini nei confronti della politica. È un fatto gravissimo. La politica dovrebbe essere un servizio reso ai cittadini. Pensiamo per un attimo a quanto avvenuto con il governo Prodi, che non “cadeva” per consentire ai parlamentari di raggiungere i due anni e mezzo e un giorno per maturare la pensione. Ciò genera sfiducia nei cittadini, ma esistono anche altre facce di questa medaglia: il sottoscritto ha rifiutato alla pensione di parlamentare europeo, cui avevo pieno diritto, avendo ricoperto quell’incarico dal 2000 al 2004. Si è trattato di una decisione presa anche contro il parere dei miei figli. Abbiamo fatto un calcolo: dal 2004 ad oggi avrei perduto intorno a 400mila euro. Mi sono sentito di farlo. Ma con la stessa schiettezza, e questo è preoccupante, non lo rifarei oggi. Perché rispetto a un quadro politico così deprimente fare l’eroe non serve a niente. In questo momento appartengo ad un partito, ma amo anche dire che ogni partito e ogni politico dovrebbero anteporre, a prescindere dall’appartenenza, gli interessi territoriali, che possono essere nazionali o locali, a quella che è la posizione del partito stesso. Vuoi per l’età, vuoi per la mia storia, io riesco a farlo tranquillamente, tanto è che in moltissime occasioni faccio delle scelte che sono in totale contrasto con quelle del mio partito. Passiamo a temi più vicini alla realtà locale. A Giffoni Valle Piana nel 2011 si è verificata, per la prima volta da quando è stata introdotta l’elezione diretta del Sindaco, la circostanza di due sole liste (in tutte le precedenti tornate elettorali sono sempre state tre) che si sono contese il governo della Città. Qual è la sua analisi su questa inedita situazione? E quale scenario politico prevede nei prossimi anni a Giffoni e nei Picentini? Siamo di fronte ad una situazione particolare che ha poco a che vedere con l’aspetto politico-operativo e con quello politico-ideologico. Qui abbiamo dei gruppi di forza, non li definisco neanche di potere, che condizionano la politica locale. E sostanzialmente trascinano dietro di se delle persone di ideologie diverse.

Abbiamo una lista, quella che ha vinto, che ha vinto grazie ai componenti della lista, perché quando ci sono candidati che prendono più di mille voti e altri che ne prendono almeno quattrocento, chiaramente combattere dall’altra parte diventa difficilissimo, anche perché, escluso Antonio Andria che ha raccolto 600 voti, ci sono state purtroppo delle risposte deboli. Ma ciò è dovuto al fatto che il potere è gestito in un determinato modo e giocoforza anche chi non la pensa in quel modo si incanala verso quel percorso attratto magari da progetti futuri. Noi della lista “Noi riformatori” avevamo un progetto di modificazione totale di questo atteggiamento. Non è andata bene, ne dobbiamo prendere atto, ci auguriamo però che chi amministra ci dia delle risposte concrete e proficue. Fino ad ora non mi pare che sia così: il comune di Giffoni Valle Piana ha sforato il Patto di Stabilità, cosa accaduta solo in 3 comuni sui 500 della regione Campania, e in 30 sul totale dei comuni italiani. Lo sforamento del Patto di Stabilità è sintomatico di una cattiva gestione. Oggi chi ha nettamente vinto sta amministrando nel peggiore dei modi. Ricordo il famoso slogan dell’attuale sindaco: “1000 posti di lavoro in 100 giorni”. Io sto ancora aspettando: di giorni ne saranno trascorsi molti di più e non è successo assolutamente nulla. Una domanda su un suo avversario politico: come ha vissuto le recenti vicende politiche di Ugo Carpinelli? Ho nostalgia di Ugo Carpinelli. E’ talmente di basso spessore il livello che è giunto a Giffoni dalla politica che ne ho una grande nostalgia. Ugo Carpinelli è sempre stato il mio avversario politico, per riprendere il termine utilizzato nella domanda, che io a volte ho tramutato anche nel mio “nemico politico”. Per diversità di impostazione ideologica e di gestione operativa della cosa pubblica molto probabilmente non sarei riuscito a realizzare ciò che ha realizzato Carpinelli nel suo percorso politico. Probabilmente, per il mio rigore mentale e per il mio atteggiamento verso la gestione del denaro che non è proprio, avrei raggiunto qualche obiettivo in meno. Però Ugo Carpinelli è un grande politico, un politico di spessore, è stato pugnalato alla schiena come lo sono stato io da tanti miei beneficiati. Che dobbiamo dire, peggio per chi mette in atto queste azioni miserevoli. Oggi si sente la mancanza di Ugo Carpinelli dalla scena politica, perché non c’è dialogo, non c’è confronto. Con chi dovrei confrontarmi, con chi dovrei parlare io? Ecco, francamente trovo deprimente il quadro politico attuale a Giffoni Valle Piana.

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Nell’intervista che ha rilasciato a Place il Sindaco Paolo Russomando ha parlato di una grande città della produzione e del lavoro nella Piana di Sardone, dove fino a qualche tempo fa pareva certo sarebbe dovuto sorgere il termovalorizzatore. Cosa ne pensa? E qual è la sua posizione sul termovalorizzatore? Il termovalorizzatore è un’eredità, chiaramente io avrei preferito che qui, all’entrata di Giffoni Valle Piana, non fosse costruito. E’ un’eredità, un’idea gestita da De Luca, per la quale sono stati spesi milioni di euro. In un momento difficile, gettare al vento tutti quei soldi non sarebbe stato proficuo. Chiaramente più di uno mi ha chiesto: ”Ma perché non farlo altrove?” Ma “altrove” avrebbero potuto rispondere:”E perché farlo qui?”. Sarebbe stato un cane che si morde la coda. Io su questo tema ho fatto anche delle proposte, ad esempio quella di un monitoraggio serio delle emissioni. Un termovalorizzatore genera comunque inquinamento, per quanto questo possa essere in misura molto ridotta grazie alle nuove tecnologie disponibili. A ciò però andrebbe a sommarsi l’inquinamento prodotto dai mezzi che dovrebbero trasportare i rifiuti. Per quanto riguarda i proclami, durante la campagna elettorale ho ascoltato quello dei “100 posti di lavoro in 100 giorni”, oggi c’è n’è un altro su Sardone. Io prima di proclamare comincerei a crearne i presupposti, informando i media su quanto è stato già realizzato per raggiungere un determinato obiettivo. Ripeto sempre che dire “no” o “non è possibile” è sicuramente spiacevole, ma creare delle false aspettative, specialmente in tanti giovani, come è avvenuto in campagna elettorale con il proclama dei 1000 posti in 100 giorni, è un atteggiamento sicuramente censurabile.

Infine una domanda su una sua passione: il calcio dilettantistico locale. E’ stato tra i fondatori della U.S. Giffonese ed il principale artefice dei più importanti traguardi raggiunti dalla squadra della nostra città. Oggi qual è il suo rapporto con la Giffonese? Non la seguo. Purtroppo non la seguo. Passione è sentire un fuoco ardere dentro per qualcosa, ma ormai questo fuoco è spento. Abbiamo tentato, qualche anno fa, con mio figlio Antonio, un recupero di questa passione, che purtroppo non ha avuto successo. Ma i ricordi sono belli: quelli di una Giffonese rispettata su tutti i campi, una squadra di Eccellenza, alla soglia dei semiprofessionisti, che si è sempre comportata bene, apprezzata dovunque è andata, conosciuta. Oggi abbiamo una Giffonese non sappiamo neanche gestita da chi e come, retrocessa in prima categoria, poi ripescata, oggi terzultima. Pensando alla passione che mi animava non posso che rammaricarmi di quanto avviene oggi. Ma a parte il trascorrere del tempo, io ricordo che ero sempre in panchina a gridare, oggi non ne avrei più la forza, non va dimenticato che sono anche scomparsi dalla scena calcistica personaggi come Ernesto D’Elia, Piero Vistocco, qualcuno purtroppo non l’abbiamo più, come Aquilino Procida e Angelo Russomando. Ma quello era il fuoco della passione, perché lì c’era tutto da rimettere e nulla da guadagnare, oggi non lo so che cosa è che muove persone che non sono giffonesi a venire a Giffoni a fare calcio. Non lo so, non me lo chiedere perché non so darti risposta. Di certo la Giffonese è oggi qualche cosa di anonimo. La mia Giffonese era di tutti, era dei giffonesi. Oggi non è di nessuno.

Che libro sta leggendo? "Il prigioniero degli Asburgo. Storia di Napoleone II re di Roma" di Alessandra Necci. Un libro che le ha cambiato la vita? Nessuno. Che musica ascolta per rilassarsi? Classica. Qual è il suo film preferito? Il marchese del Grillo. Cosa è per lei la felicità? La serenità quotidiana. Qual è la persona che stima di più nella vita? Francesco Fiore, collega al Parlamento Europeo. Grande preparazione. Trascorreva l'intera settimana a Bruxelles, ovviamente non riconfermato nel 2004. Così ripaga la politica. Un luogo del mondo che ama? Un fondo di proprietà denominato "Ripa" in Sovvieco. Da grande sogno di divenire agricoltore. Qual è il suo piatto preferito? Bucatini all'amatriciana. Tre parole che odia? Tradimento, irriconoscenza, slealtà. Tre parole che ama? Bello, intelligente, onesto.

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Piazza F.lli Lumiere - Giffoni Valle Piana (SA)

331/6371427

Caffe Fellini


IL CASTELLO DI TERRAVECCHIA P A S S AT O , P R E S E N T E E F U T U R O di Teresa Sorgente

Il 27 Marzo 1854 il cav. Gennaro Dini acquista con pubblico istrumento l’intera proprietà posseduta a Giffoni dalla casa Doria Pamphili  di Roma per la somma di diecimila ducati; della proprietà fa  parte anche il castello di Terravecchia con bosco e oliveto. Si narra che per questa acquisizione i Dini danno scatto matto alla famiglia  Mancusi che concorre all’acquisto del feudo Doria-Pamphili e per uno scarto di 500 ducati lo perde. All’epoca dell’acquisto il castello è già quasi un rudere; come è testimoniato nella compravendita tra Doria Pamphili e Dini.  La famiglia Dini vi abita per un breve periodo. Nel 1880 con il figlio di Gennaro, Giuseppe, il castello è restaurato mutando in parte l’aspetto originario: egli ristruttura la parte esposta a mezzogiorno senza modificare le mura maestre. Luigi, fratello di Giuseppe, oltre che per abitazione se ne serve per grandi feste. Si narra in un aneddoto che era solito all’inizio dei festeggiamenti  raccomandare agli ospiti di abusare del vino ma non dell’acqua, di difficile approvvigionamento, perché portata da piazza Mercato lontana circa 1,5 km. Degli arredi del castello molti sono ancora in possesso degli eredi Dini: divani in legno rivestiti con tessuti originali di seta di S. Leucio, consolle maestose e ricche di decori, quadri di famiglia ed oggetti vari.

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Il castello acquista maggiore importanza nel periodo svevo con re Federico II di Sicilia che lo include nel vasto progetto di ristrutturazione dei Castelli di Capua, Napoli, Montecassino, Aversa. È la sua residenza per circa un anno dopo averlo restaurato. In seguito assume doppia funzione, quella di castrum e domus ideale riserva di caccia a Terravecchia come in Sicilia. Il possesso feudale ed il castello sono concessi al milite Giovanni de Brusson. Le notizie riguardo il castello sono esigue, in parte attinte da Vincenzo De Caro, e sono insufficienti ad esaltare l’importanza della fortificazione posta a baluardo della valle dei Picentini. La prima citazione del castello è nel Codice Cavense (Atto del 1057).  Infatti in un atto del 1057 è scritto ”que edificata est intus castello Iufuni”. La sua origine si fa risalire al IV-V sec. Eretto probabilmente per motivi strategici e militari doveva avere sotto controllo il popolo ostile ai romani. La sua funzione è di difesa dai saccheggi dalle orde barbariche e dalle invasioni saracene. La sua struttura è composta  da  tre barriere naturali di rocce irregolari, disposte a semicerchio su cui poggiano le mura. Nella prima cerchia si trova un’ampia area con bastioni alti abbastanza da garantire una buona difesa.


La seconda ha mura merlate e la cerchia intera racchiude il cortile a mezzaluna su cui si affacciano diversi locali: stalla, dispensa e un passaggio coperto che mette in relazione l’esterno e l’interno. Al II piano è la stanza da letto di forma irregolare con parete curva, due finestre e giardinetto privato. Nel salone vi sono tracce di un camino, su una parete si intravedono resti di un affresco. Inoltre bagno, cucina, con camino e piano ad elle in cui sono le fornaci, tutto rivestito da piastrelle in ceramica bianche e azzurre. Dalle mura si contano numerose torri per diversi usi e porte che danno l’accesso alla città fortificata (Terravecchia). La funzione attiva del castello si fa risalire a sei secoli fa, quando già nel XVI il feudatario D’Avalos, marchese di Pescara, dimora in Giffoni. Dopo la congiura dei Baroni (1446) e la rivolta popolare pare sia stato incendiato e non più abitato. Come è riportato in DeCataldis “Vi è il castello forte con diverse stantie et buona fabrica, murato intorno ma sta maltrattato per non essere habitato”. Tutto è confermato anche da un documento del 1594 conservato presso l’archivio di Stato di Napoli “Il castello in detta terra di Gifoni situato al di sopra del casale detto Terravecchia, quando il padrone di detta terra volesse farvi habitatione bisognerà rifarlo quasi da fondamenta per essere affatto diruto non essendoci mai stata habitatione che vi fosse memoria ricordevole”. Il castello era in buono stato fino al 1500, i crolli successivi sono legati all’invasione dei Turchi e a devastanti terremoti.

Nel 1594 il feudatario di Giffoni, donna Isabella D’Avalos D’aquino, marchesa del Vasto e di Pescara, fu costretta a vendere lo Stato di Giffoni al potente feudatario napoletano, Matteo di Capua, Principe di Conca. Solo dopo l’eversione della feudalità (1854) il Castello è acquistato da Gennaro Dini. La permanenza dei Dini è di breve durata. Tra i racconti di famiglia si narra che il Castello viene abbandonato dalla famiglia Dini in seguito allo spavento che la nobildonna Anna Maffettone (moglie di Luigi Dini) ha a causa della visione di un lampo durante un temporale mentre è in carrozza e sta percorrendo la impervia via che conduce alla fortezza. Donato Dini nel manoscritto di  famiglia  dice: “Il nostro castello dovette essere tra i primi che si innalzarono, la fabbrica è molto debole a confronto degli altri del X sec, ma il nostro si iscrive tra i primari ed è il più grandioso, ragguardevole e sicuro di tutta la regione, per il sito che in quei tempi lo rendeva inespugnabile. Si vede poi che il nostro castello era tra i primi dove abitò Federico II.”  E’ una pagina molto  significativa  perché per la prima volta abbiamo notizie, che attestano in maniera così diretta la proprietà del castello di Terravecchia, in mano ai Dini. Durante la seconda Guerra mondiale la parte restaurata è saccheggiata di tutte le suppellettili presenti, da ladri, vandali e privati. Il castello che conserva solo le mura di cinta originarie, oggi è in fase di ristrutturazione.

Nel prossimo numero di PLACE pubblicheremo i progetti di restauro e i render in 3D del castello di Terravecchia e dell’ostello della gioventù.

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Locanda al Castello Piazza S. Leone 84095, Giffoni Valle Piana (SA) Seguici su Phone: (+39) 089 86 62 61 Mobile: (+39) 331 88 90 766 Mobile: (+39) 348 07 23 440

Borgo di Terravecchia

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GIFFONESI Don Sabino di Aldo D’Elia Per meglio introdurre il lettore al personaggio, richiamo la memoria di due classici del cinema italiano, per giunta della sua migliore stagione: “Amici miei”, di Mario Monicelli, dove Don Sabino va identificato con il celebre e godereccio chirurgo Sassaroli di Adolfo Celi (con il quale Sabino aveva anche una certa somiglianza), e “Brutti sporchi e cattivi”, del grande Ettore Scola, e qui la somiglianza è più con lo stile di vita dei protagonisti, che Don Sabino ha voluto volontariamente mantenere fino all’ostentazione. Detto questo, tutti a Giffoni conoscono i tratti del personaggio, o quello che egli è voluto apparire agli altri. In realtà aveva anche molti altri lati, meno noti alla “plebe”, come lui definiva gli squattrinati o quelli che non hanno mai visto “luce di paradiso”. Amico di ricchi e potenti, Sabino quantizzava tutto. Di una donna chiedeva persino il peso. Si interessava delle rampolle di buona famiglia, di chi frequentavano, di cosa mangiavano a colazione, credo per quantificare il costo effettivo quotidiano. Seguiva con  un continuo aggiornamento l’evoluzione dei portafogli e dei patrimoni di un’intera popolazione, difficilmente sbagliava nel peso o sottopeso da dare a un “ricco”, e devo dire ancora oggi che le sue stime apparentemente assurde sono invece poi risultate azzeccatissime. Genio e sregolatezza, uso e abuso delle altrui risorse, avaro inguaribile e dichiarato, riteneva le donne “tutte ladre”, anche se negli ultimi tempi aveva cambiato idea, e un po’ tardivamente si era innamorato, forse per la prima volta nella sua vita, e per la prima volta di una persona e non di una cosa. Fin qui il suo lato oscuro. In chiaro, posso asserire che con Don Sabino mi sono fatto le più grandi risate della mia vita, che l’ho rispettato come universitario di Giffoni, e che in cambio di qualche pizza ho avuto preziosi consigli in campo finanziario, immobiliare e politico. Memorabili i comizi degli anni ’80, ai quali arrivava su un taxi londinese, in pensione dopo la sua breve carriera di medico, in seguito alla quale si autoproclamò economista e poi showman, a seconda dei casi. È stato un protagonista della prima repubblica, quando a un certo punto fu preso sul serio e rispettato dai candidati di ogni ordine e grado, che non gli facevano mancare le loro attenzioni. Clamoroso un comizio a Pontecagnano, quando nella prima parte parlò a favore di un candidato e nella seconda gli si ritorse contro: aveva incassato due commesse uguali e contrarie, e pur di incassare preferì il conflitto di interessi, rischiando di fatto il corto circuito, tanto che a un certo punto gli fu tolta la corrente. Noto tra i sottoproletariati di ogni tipo, che aveva capito bene come signoreggiare, per un certo periodo è vissuto nella convinzione di essere un signorotto dell’800, e coerentemente con ciò si era tolto acqua, luce e gas, in un’ondata di rincari come quella attuale. Credo che, se fosse stato ancora in vita, avrebbe passato comunque un brutto periodo, con tutto quello che sta succedendo nella finanza – cosa peraltro da lui ampiamente prevista. Tra i suoi slogan preferiti “Il telefono degli altri è bellissimo”, e il tristemente noto “Oro, oro, portate oro”.  Chiudo dicendo che non ho mai visto tanta ipocrisia a un funerale come in quello di Don Sabino. Sulla sua favolosa eredità, forse il suo ultimo bluff, incombe il dubbio se ci era o ci faceva, mentre sulla sua ultima opera – quella che più ci interessa per prolungare di un attimo la sua missione terrestre – “Diario di un vecchio porco”, pare che esista un manoscritto da dare alle stampe (posseduto forse dal barista della sua “Chiazzolla”, ovvero la sua reception), per il quale lancio fin d’ora la proposta di una colletta al fine di una pubblicazione postuma, per l’ultima beffarda risata che ci ha lasciato, post mortem.

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MIRACOLO A GIFFONI di Aldo D’Elia

 

  Sorry: non fu il film di De Sica a sollevare Due, tre anni di duro sacrificio, ma per molGiffoni dall’eterno dopoguerra. Non è stato ti, per la Banca Andria e per Giffoni ne valse il Festival e neppure il comune. Furono due la pena.  Il valore aggiunto di quella (s)comgli attori  che  drenarono a  Giffoni  il miracomessa creò le pre-condizioni della prima fase lo economico degli anni ’60: il Sig. Giuseppe dell’economia locale post-bellica e un benesFoglia nella veste sere duraturo per di imprenditore e “Dormivamo in baracche di lamiera molte famiglie. il Dott. Generoso Teniamo presente con stufa, 18 ore di lavoro al Andria nella veste che – contrariadi banchiere. giorno su un unico turno, tornavamo mente a quanto Correva l’anno accade in questi 1967 e sulla Na- a casa la domenica percorrendo a giorni – nel 1962 la poli-Bari allora in lira fu proclamata ritroso il tracciato fatto  costruzione una moneta dell’anno durante la settimana” nota impresa roquanto a stabilità e mana abbandonò affidabilità dentro la possibilità di realizzare il lotto “Benevento un quadro economico che faceva registrare in Vallata”. Vi subentrò la Ditta Foglia di Giffoni, quegli anni appunto di miracolo una crescita sino ad allora sconosciuta e dedita per lo più a del PIL paragonabile oggi alla situazione della spostamenti di brecciame da e per il Rio Secco, Cina. Per effetto di ciò il moltiplicatore di ogni materiale movimentato a mano. Tra lo sbigotinvestimento era altissimo. In due anni una timento delle strutturate aziende del centrocoppia di insegnanti poteva pagarsi un grande nord nei cantieri situati a Flumeri e San Sossio appartamento nuovo dotato di ogni comfort e Baronia arrivano  una cinquantina di persone una Fiat 600. Crebbe la Banca Andria. Crebtra camionisti, ruspisti, cuoche e qualche tecbe la ditta Foglia in mezzi e capitali. Figli di nico in erba. quell’appalto e del daCommovente il raccon- “Nel 1962 la lira fu proclamata naro ridistribuito a fato di alcuni di loro tra i miglie e coadiuvatori moneta dell’anno quanto a quali mio padre: “Dordell’impresa sono il Pamivamo in baracche stabilità e affidabilità” lazzo Margherita, il didi lamiera con stufa, stributore Esso, la Con18 ore di lavoro al giorno su un unico turno, cessionaria Fiat Foglia e lo stabile dell’attuale tornavamo a casa la domenica percorrendo a “Blue Moon”, (un piccolo centro commerciale ritroso il tracciato fatto durante la settimana”. dell’epoca) un nuovo appalto sulla SalernoReggio Calabria e sulla

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Salerno-Potenza della ditta Foglia, e dozzine di famiglie ebbero accesso al benessere dell’epoca seppure al prezzo di duro lavoro Mi colpisce però soprattutto una cosa: questo evento visto con la lente della storia economica locale è rilevante soprattutto per un fatto: segna uno spartiacque per la rendita agraria in mano fino a quel momento (e grazie a uno schema socio-economico assai datato) ad una borghesia latifondista fatta di poche famiglie (Mancusi, Dini, Lignola, Sorgenti degli Uberti) almeno fino alla riforma agraria e anche oltre. Giuseppe Foglia non è un borghese, e non lo  diventa neanche dopo il grande salto, e quindi rompe lo schema tardo-feudale dativo di un rapporto tra una piccola élite locale molto rispettata e il  suo  corteo di braccianti e mezzadri  e innesca seppure involontariamente una innovazione avallata dalla politica centrale di tipo socialdemocratica che nel sud tarda ad arrivare proprio per la resistenza dei ceti borghesi dediti alla rendita agricola. Ma tant’è: il dado è tratto. Il resto è storia di tutti i giorni. Forse è stato il periodo più florido o quantomeno uno dei pochi cicli di “economia reale” per Giffoni fin dall’alto medioevo, da quando cioè con il ferro e con la lana (e la vicinanza dei porti di Salerno e Napoli) seppe attirare mercanti da Siena e Firenze. Ne seguirà un lungo periodo di decadenza economica e sociale cominciata quando sono finiti gli effetti della ricostruzione in seguito al  terremoto del 1980, l’altro (l’ultimo finora)  agente di sviluppo locale del dopoguerra, oggetto del mio prossimo intervento sull’economia locale. Poi a Giffoni si è tentata la svolta dell’economia “arcobaleno”, colorato e  bello da guardare ma che non lascia nulla quando se ne va, e anche di questo parleremo.

“È stato il periodo più florido o quantomeno uno dei pochi cicli di “economia reale” per Giffoni fin dall’alto medioevo,”

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LA MODA CHE HO IN MENTE Intervista a Danilo Iacuzzo

Danilo Iacuzzo, classe 1983, professione sarto. Dal 2009 è titolare di una sartoria artigianale per uomo a Qual è il “pezzo forte” della sartoria IacuzGiffoni Valle Piana. zo? Da quanti anni fai questo mestiere? Sono figlio d’arte. Sono nato e cresciuto in questo campo. Mio padre, Antonio, è uno dei sarti “storici” di Giffoni, e sin da bambino ho avuto modo di vivere da vicino il mondo della sartoria. Qual è stato il momento di svolta che ti ha fatto decidere di intraprendere il mestiere di sarto e perché hai scelto di investire in quest’attività? Ho una grandissima passione per il mio lavoro e questo è uno dei motivi principali che mi ha spinto a credere e investire nell’arte sartoriale. È un lavoro che consiglieresti? No. Il mio lavoro è capito da pochissime persone. È difficile entrare nell’ottica della sartoria artigianale. Abbiamo una “cultura della moda” deviata. Spesso la gente non conosce la differenza, ad esempio, tra un abito sartoriale e uno su misura. Il primo è un vestito sartoriale con pochi dettagli fatti a mano, mentre il secondo è interamente cucito in maniera artigianale, il che richiede una notevole quantità di tempo. Per un vestito su abito sono necessarie dalle 27 alle 36 ore di lavoro, con una serie di passaggi fondamentali per far sì che il cliente abbia un abito che vesta alla perfezione. Qual è la caratteristica che differenzia i tuoi abiti da quelli di un altro sarto? I miei lavori hanno uno stile classico rivisitato in chiave moderna. Il giusto mix tra tessuti pregiati come lana, cotone, cashmere e lino, impreziositi da un “taglio sartoriale” fresco, attuale, casual. Chi ispira i tuoi lavori? Non ho stilisti di riferimento. Amo principalmente la sartoria napoletana per la sua eleganza, la raffinatezza, la morbidezza della vestibilità e la cura nei più piccoli dettagli.

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Allo stesso modo io non disegno gli abiti che realizzo, ma ho tutto in mente. I miei clienti sono abituati a scegliere la stoffa e poi io penso al resto. Il mio slogan è, infatti, “ad ognuno il suo”, ovvero ad ognuno il suo abito. È la mia interpretazione a renderlo unico Di sicuro la giacca sfoderata. Una giacca ed esclusivo. “decostruita”, senza adesivi e senza rinforzi. Un vestito pulito, nudo, essenziale, per dare quella sensazione di morbidezza e sofficità Nel numero zero di PLACE abbiamo parlache caratterizza tutti i miei lavori. Da qual- to con Fabio Alfano, anche lui figlio d’arte, che settimana sto realizzando anche una che però ha scelto di emigrare, di portare la serie di cravatte sfoderate “sette pieghe”, sua esperienza all’estero. Perché hai deciso ispirandomi ai modelli che si realizzavano di rimanere in Italia, a Giffoni? negli anni ’20 in Italia. Sono pezzi unici creati Ho scelto Giffoni per diverse ragioni. Amo partendo da un solo taglio di stoffa con i bor- la mia terra, la mia famiglia e i miei amici. di ripiegati sette volte (quattro su un lato e Preferisco crescere e far crescere economitre sull’altro), prima di essere cuciti a mano. camente il mio paese, anziché andare a MiÈ una lavorazione pregiata e artigianale, con lano, a Firenze o a Parigi. Sono convinto che un dispendio maggiore di tessuto, il doppio Giffoni e la nostra regione abbiano bisogno di qualsiasi altra cravatta. di artisti e artigiani come me per migliorare l’attuale situazione, sia culturalmente che economicamente. Il mio lavoro contribuisce, Hai avuto difficoltà nell’intraprendere la nel suo piccolo, a migliorare l’immagine del tua professione? Come hai fatto a investire Made in Italy in tutto il mondo. In Italia, inolin un momento di crisi economica generale tre, abbiamo i migliori tessuti, da Loro Piana come quello che stiamo vivendo in questi a Reda, da Cerruti a Vitale Barberis Canoniultimi anni? co, e potrei continuare… Devo innanzitutto ringraziare la mia famiglia che mi ha sempre sostenuto economicamente, moralmente e psicologicamente per Qual è il tuo primo pensiero appena ti sverealizzare il mio sogno. Senza di loro tutto gli? sarebbe stato molto più difficile. La prima cosa che penso è affrontare la giornata con serenità e tranquillità. Hai un sogno nel cassetto? Uno dei miei desideri, più che sogni, è far Che musica ispira la tua arte? crescere il mio marchio e arrivare al top nel Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana, Jamirogiro dei prossimi cinque anni. La famiglia quai, la musica cubana e i ritmi tribali (ho la Iacuzzo ha alle sue spalle cinquanta anni di passione per le percussioni afrocubane). esperienza e attività nel mondo sartoriale, e stiamo lavorando duramente per entrare al più presto nel mercato della moda nazionale Cosa fai per migliorare la qualità del tuo e, perché no, anche internazionale. lavoro? Come tutti ben sanno, non si finisce mai di Cosa fai quando non lavori? imparare. Di sicuro il web è uno degli struIo lavoro sempre, anche quando non sono menti più utili per osservare e studiare le nel mio atelier. La mia mente è sempre in nuove tendenze della moda. Da anni sono movimento. anche un habitué del salone della moda di Firenze, il Pitti Immagine Uomo. Disegni personalmente i tuoi capi? Il mio lavoro è paragonabile a quello del pianista e compositore Giovanni Allevi, che non scrive la musica ma la compone prima nella sua mente e poi la trascrive sullo spartito.

La prossima scommessa di Danilo Iacuzzo? Ho intenzione di creare una linea da commercializzare in vari punti d’Italia, con il mio marchio, conservando sempre una qualità elevata e una lavorazione artigianale.


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“O si è un’opera d’arte o la si indossa” Oscar Wilde

SARTORIA IACUZZO, Via A. Andria, 6 – Giffoni Valle Piana (SA) - www.sartoriaiacuzzo.com PITTI IMMAGINE UOMO (10-13 gennaio 2012) – www.pittimmagine.com

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DIARIO DI VIAGGIO

Dopo avervi raccontato la storia di Fabio Alfano e la sua esperienza come volontario a Fukushima nel 2011, in questa rubrica troverete un’altra storia di solidarietà vissuta in prima persona da una giovane giffonese. Margherita Monti, 31 anni, impegnata da anni in diverse missioni umanitarie in tutto il mondo con organizzazioni quali UNICEF, UNESCO, OCHA e FAO. Nel 2010 Margherita si è recata ad Haiti in seguito al devastante terremoto che ha causato la morte di migliaia di persone. In queste pagine, la nostra “inviata” ci racconta le sofferenze e le speranze del popolo haitiano. «Marie mi afferra per le braccia. “Ti prego, non lasciarmi morire”. Ha 11 anni ed è bella. Il 12 gennaio 2010, a Leogan, a 23 km dalla capitale haitiana, il terremoto ha ucciso la sua mamma e il suo papà sotto quella casa che si è portata via anche la gamba del suo fratellino. Marie è arrivata questa mattina qui al campo. Suo zio l’ha portata in spalla per ore appena si è accorto che la bimba stava male. Quando sono arrivati, il dottor Armand ha cercato invano di trovare una vena per la flebo, ma il cuore batteva troppo fioco e il corpo aveva già ristretto i vasi. Dopo cinque ore di dissenteria e vomito, il suo corpicino è arrivato in ospedale con la pelle già tutta raggrinzita e gli occhi scavati. “Ti prego, non lasciarmi morire”. La bambina mi afferra per le braccia. In quell’istante in cui mi chiede di cambiare il mondo, io affondo nell’impotenza. “Racconterò la tua storia”, rispondo. Ma entrambe conosciamo il mondo quanto basta per sapere che probabilmente lei non si salverà. Marie e io sappiamo che il mondo non fa caso a quelli come lei. E che il mondo neppure la vede. Ma io la vedo. La vedo chiudere gli occhi, la vedo stringere un pugno. Il suo ultimo gesto. Cerco di trattenere le lacrime e di mandar giù quel nodo in gola. Julie mi confida che da grande vuole fare la dottoressa, Joyce senza un braccio vuole finire presto la scuola e andare a lavorare, Daniel senza più una gamba vuole tornare a giocare a calcio. Marie sognava di costruire case». Sono trascorsi undici mesi dal disastroso terremoto che ha distrutto Haiti, e lo scenario è ancora apocalittico. Dalla camionetta che ci sta accompagnando a uno dei campi di Medici Senza Frontiere, osservo Port-au-Prince e mi spaventa la sensazione che provo, NON RIESCO A VEDERE IL TERREMOTO. Ci sono edifici crollati a ogni angolo, ma quella che sento è la puzza di sempre, è la puzza che già impregnava le strade della capitale prima di quel maledetto giorno, è la puzza della povertà. È l’odore dello smog, talmente forte e sporco che a ogni respiro si ha l’impressione di perdere un minuto di vita, è l’odore dei rifiuti che sembrano aver sostituito l’asfalto, è l’odore del sudore delle persone che a migliaia si riversano per strada nella speranza di racimolare qualche moneta, è l’odore della polvere che ti penetra nel naso, nella pelle, è l’odore del cibo cucinato ai bordi dei marciapiedi, è l’odore della desolazione, è l’odore della morte. Sono andata in cerca di informazioni per scoprire com’era la vita nell’isola, fino a quel terribile giorno di gennaio. Ho appreso che l’ottanta per cento degli haitiani vive (viveva) con meno di un dollaro al giorno. Che il novanta per cento abita (abitava) in baracche senza acqua potabile né elettricità. Che l’aspettativa di vita è (era) di 50 anni. Che un bambino su tre non raggiunge (non raggiungeva) i 5 anni. E che, degli altri due, uno ha (aveva) la certezza pressoché assoluta di essere venduto come schiavo. Benvenuto terremoto, allora, se ha spinto la comunità internazionale a interessarsi del sottosviluppo. Se questa è (era) la vita, mi chiedo se sia poi tanto peggio la morte. Ma soprattutto mi chiedo perché la loro morte ci sconvolga tanto, mentre della loro vita non ce ne è mai importato un granché. Molti affermano che non possiamo dilaniarci per tutto il dolore del mondo e che persino i santi sono costretti a selezionare i loro slanci di compassione. Eppure non posso fare a meno di riflettere sull’incongruenza di una situazione che – complice la potenza evocativa dello scenario che ho dinanzi – mi porta a emozionarmi per tutti quei bambini morti sepolti sotto le macerie, senza pensare che si tratta degli stessi bambini che, prima del terremoto di undici mesi fa, prima dell’uragano Tomas, e prima dell’epidemia di colera che sta devastando il Paese, stavano morendo affamati su queste stesse strade.

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E allora mi domando, è davvero tutta di Madre Natura la responsabilità della strage di Hispaniola? No, mi rispondo. È principalmente di quelli di colore (bianco). La deforestazione, gli omicidi, gli squadroni della morte, la rapina delle risorse, la corruzione, i dittatori sono stati i prodotti della fervida mente delle cancellerie e degli affaristi occidentali, e per questo le case, le strade, i ponti, le reti telefoniche, gli ospedali, tutto ciò che è stato edificato tra tangenti e imbrogli non ha resistito alle scosse. È quel “Sud” per il quale si suppone non ci si possa dilaniare. E chi pensa questo, di sicuro non è solo nel suo cinismo: con lui ci sono i governi, razzisti, sfruttatori; le multinazionali, i nuovi schiavisti e tanti reporter superficiali. Oggi alcuni di questi signori sono impegnati nel soccorso alle vittime delle emergenze di Haiti, e già pianificano come arricchirsi grazie ai soldi che continueranno ad arrivare per la riabilitazione e la ricostruzione. Soldi occidentali per imprese occidentali, e gli spiccioli agli operai haitiani che continueranno a guardare con occhi tristi i Land Cruiser da 81 mila euro l’uno della cooperazione internazionale. Molti dei “filantropi commossi” stanno adesso comodamente seduti in uffici ad aria condizionata o con efficienti riscaldamenti e sono pronti a depredare qualunque luogo della Terra possa accrescere la loro ricchezza. E da casa, i “commossi bianchi” piangono tutti i giorni, che si tratti di un nuovo terremoto o di una nuova inondazione, di uno tsunami o di un’epidemia di colera. E piange l’esercito di operatori umanitari e di giornalisti che, mentre racconta al mondo una tragedia più che annunciata, mangia panini a Port-au-Prince. Sì, certo, perché morire al “Sud” è un’abitudine quotidiana.

Forse quegli stessi bambini massacrati dalle macerie o dalla dissenteria avrebbero preferito vivere anziché morire, vivere poveri e magari un giorno, da grandi, cambiare il mondo. Sette anni. Sette anni di emozioni. Una passione diventata lavoro. Un lavoro che cerca di appagare un bisogno: vivere, conoscere, capire il mondo. Viaggiare mi ha cambiata e mi ha restituita a me stessa. Viaggiare mi ha salvato la vita. Ha distolto la mia mente da un assopimento, dalla rassegnazione, dal ripiegamento sulle banalità e sui luoghi comuni. 145 su 199, sono i Paesi in cui ho messo piede, è assurdo crederlo anche per me. Ancora non so rispondere a coloro che puntualmente mi domandano quale sia il posto più bello che io abbia visto. Non si può sceglierne uno, non è possibile. “Il prossimo”, dico tra me e me. “Il prossimo che vedrò”. E so già che sto mentendo. C’è un pezzo di me in ogni luogo vissuto e in ogni sguardo incontrato per strada. Haiti ha dato a me più di quanto io possa mai dare ad Haiti. Quel Paese conserva una parte importante del mio cuore. E un giorno vorrei poterne raccontare la bellezza, fatta di cultura e tradizioni antichissime. A oggi, ahimè, continua a essere un luogo dove centinaia di persone muoiono e nessuno spiega il perché. È un mondo meraviglioso, da togliere il fiato; un mondo allo stesso tempo meraviglioso e ingiusto. Un mondo che riesce sempre a stupirmi. E questa certezza continua a essere l’unica mia guida.

www.medicisenzafrontiere.it

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DIALOGO SUL CINEMA A MONTECORVINO ROVELLA di Antonio Vassallo

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i racconta Luigi, sempre attento a quanto accade nella sua cittadina, che pur sforzandosi, «non riesco a ricordare l’anno di chiusura del Cinema a Rovella. Forse la metà degli anni ’70, sì, proprio in quel periodo è stato chiuso, forse per colpa del nuovo che avanzava a quei tempi». Allora gli domando: «Perché mai quello che era vecchio a quei tempi per Rovella, risultava estremamente nuovo, anzi la scommessa per il futuro, nella vicina Giffoni?». A questa domanda non risponde subito, riflette per qualche secondo e poi mi dice: «Perché a Giffoni alcuni amici, forse per gioco, forse perché credevano nelle proprie idee, decisero di iniziare un’avventura». «Un’avventura che dura ancora e che durerà a quel che sembra», gli ricordo io. E lui: «Credere in qualcosa di lungimirante e crederci insieme è forse quello che ci è mancato e ci manca ancora a Rovella». Allora lo incalzo subito: «Cosa intendi con questo, cosa vuoi dire in realtà?». E lui: «Voglio dire che mentre nel nostro paese si pensava a distruggere, a demolire, altrove si pensava a costruire qualcosa di importante». Allora, fingendo di non capire, gli domando: «Ma non hai sentito la notizia che anche nella cittadina del festival per ragazzi si vuole abbattere la struttura storica che ha ospitato per decenni la proiezione di centinaia, forse migliaia di film?». E lui: «Sì, ho sentito, ma ricorda che l’abbattono dopo che da oltre un decennio hanno fatto costruire una nuova sala cinematografica, che noi possiamo solo sognare di avere, e si apprestano a fare altro, molto altro intorno al Festival». «Luigi - gli domando - in oltre un trentennio nessun altro ha pensato di costruire una nuova struttura, aprire un nuovo cinema a Rovella?». «No, non credo - mi risponde - del resto ormai sarebbe troppo tardi. Ricordo che il mio primo film l’ho visto proprio nel cinema Valle, avevo 17 anni, andai con i miei amici di scuola, uno di loro guidava già l’auto. Quella sera di metà inverno abbiamo visto il film “Pensavo fosse amore invece era un calesse”, di Massimo Troisi. Era il primo film che vedevo al cinema, ma non lo dissi ai miei compagni. Solo dopo molti anni ho scoperto che anche per altri due di loro era la prima volta al cinema». «E poi?», gli domando io, preso dal suo racconto. «E poi, tanti altri film, ancora di Troisi, di Benigni e di altri registi italiani, ma spesso anche americani. Tutti lì li abbiamo visti, nel cinema Valle di Giffoni. Sai, adesso che va giù mi dispiace, mi dispiace perché è come se decidessero di recidere con un’ascia fredda una parte dei miei ricordi, bei ricordi». «Pensa - continua Luigi - da ragazzino, quando passavo davanti al cinema di Rovella, provavo la stessa sensazione di tristezza e di malinconia che provo ora all’idea che il cinema Valle a breve non ci sarà più. Sono cresciuto nella speranza che riaprisse a Rovella, per poter vedere un film al cinema, immaginavo come sarebbe stata una visione là dentro, sicuramente più bella di quella che la sera vedevo a casa davanti alla vecchia Radiomarelli, rigorosamente in bianco e nero, che papà aveva comprato per i mondiali del Messico, quelli del ’70. Poi, quando ho capito che sarebbe rimasto chiuso per sempre, ho iniziato a immaginare come poteva essere dentro, le sedie, lo schermo, se c’era, o quant’altro poteva esserci in un cinema. Sì, perché io sono cresciuto senza, mentre per i bambini giffonesi della mia età la domenica pomeriggio era una cosa normale vedere un film sul grande schermo. Penso che crescere senza il cinema fino a 17 anni, sia come diventare grandi e non aver mai letto un giornalino o un libro per ragazzi. Ma cosa ci vuoi fare? È il nuovo che avanza, per noi nostalgici che cerchiamo ancora la poesia in un film, nell’attesa, ma anche nella speranza, che un attore o un regista, di quelli bravi, giri un nuovo film, bello come “Il postino”, tanto per capirci. Quanto a Rovella, non penso che vedrò mai un film al cinema. Ormai i tempi sono cambiati». E mentre Luigi finisce il suo discorso, la mia mente è già altrove, a Firenze, in una serata del 1904, quando aprivano la prima sala cinematografica stabile d’Italia, la Edison. La gente era molto diffidente, raccontano le cronache, e il pubblico stentava ad affollarla, temeva il buio e i malintenzionati. Del resto l’accesso alla sala oscura non si addiceva alle donne perbene. Da questo punto di vista forse è stato un bene crescere senza il cinema. E comunque non abbiamo rischiato di spaventarci all’arrivo di un treno in stazione, come invece capitò agli spettatori che assistettero all’arrivo del treno nella stazione di La Ciotat nel 1896 per colpa dei fratelli Lumière. Magari, pensandoci bene, avrà sbagliato anche Truffaut dando tanto spazio al treno nei suoi film, da “La sposa in nero” a “Jules e Jim”, da “Le due inglesi” a “Gli anni in tasca”. Non si riesce a capire come il regista francese abbia fatto a non pensare di poter spaventare il pubblico di un piccolo cinema di paese. Forse aveva già saputo che il cinema a Rovella era stato chiuso.

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Incidente a La Gare Montparnasse del 22 ottobre 1895

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PEOPLE IN Lettera malinconica di chi, in nome dell’arte, è costretto a lottare per sopravvivere

di Orazio M. Di Martino

E se finirò per essere dimenticato? Non che mi piaccia recitare (detto da me suona davvero buffo) il ruolo della vittima ma ormai il terrore che possa arrendermi ad un doloroso oblio diventa sempre più reale. Sostituito, passato, penalizzato, superato, ecco un quartetto doloroso di aggettivi che mi viene ripetuto a cadenza regolare, quasi volendo voltare le spalle al glorioso passato che io ho aiutato a creare e grazie al quale lo stesso presente gode di enormi benefici.

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Oh quanto mi manca essere desiderato! Il tempo ed il progresso hanno via via scemato l’entusiasmo di chi bramava affinché io esistessi e si riempiva d’orgoglio quando, a luci spente, in mezzo e fitte nuvole di fumo (ebbene si, allora era tollerato) si immergeva negli incanti di un mondo parallelo che io, solo e soltanto io, riuscivo a creare. Ci si interrogava sui valori della vita, su dubbi esistenziali, si osava senza timore, tutto in nome dell’arte e sul modo in cui questa potesse risvegliare uno spettatore dall’intorpidimento morale. Suona un po’ presuntuoso, non credete? Forse è vero, sarà il fatto di essere scomparso dai desideri dei tanti che prima vedevano in me una vera e propria ragione di vita, un percorso culturale, un arricchimento di spirito ed ora mi hanno sostituito con appuntamenti occasionali, più comodi, meno impegnativi che io non disdegno ma mi limito ad osservare. Non covo risentimento né mi lascio andare ad un inutile senso di competizione, guardo il posto che oggi io occupo nella mente di uno spettatore. Una volta ero capace di rendere in immagini l’invisibile ed accendevo le speranze dei giovani raccontando stati d’animo, paure e sentimenti; ora mi ritrovo legato morbosamente al ricordo, con la sottile e flebile speranza di non essere dimenticato e riacquistare il ruolo che un tempo era mio di diritto. Ho anch’io voglia di sognare, mi spetta dopo aver aiutato molti spettatori a farlo. La necessità di commentare, di discutere ciò che io offrivo mi ha sempre inorgoglito; è stata la ragione che mi ha spinto a non sparire per sempre, rifugiandomi in un meraviglioso ricordo. Ho dato voce e visibilità a molti artisti a cui ora il tempo ha consegnato gloria ed omaggi. Francois Truffuat è stato un mio grande ammiratore, intorno agli anni ’60, in Francia, ha dato il via ad una vera e propria rivoluzione culturale insieme ad un gruppo di persone consce che raccontare ciò che vedevano gli occhi non fosse abbastanza, ma era necessario andare oltre, esplorare. Io ho incarnato a pieno lo spirito di questo movimento. Diceva il mio amico e sostenitore Francois: “ La mia generazione non si limita a crescere con le immagini, ma lo ha fatto soprattutto con le parole ”. Un’unica citazione sarebbe iniqua né tantomeno potrei elencare le persone le cui opere hanno acquistato necessaria attenzione e visibilità grazie al fatto che io sia esistito. In questo mio interminabile sfogo sto peccando di presunzione. Il grande capo potrebbe risentirsi, in fondo sono una tra le sue tante creature (ovviamente la migliore, ma è meglio che questo lui non lo sappia). Ma gli artisti, quelli che ho citato pocanzi, schivi, intraprendenti, molto spesso anacronistici e senza pudore, sono loro ad avermi regalato anni indimenticabili e tramite i loro lavori mi permettono di recitare ancora un piccolissimo ruolo. Senza nessun timore reverenziale però, sento di aver partecipato al loro processo di storicizzazione e gloria (ecco che ritorna la presunzione, d’altronde quando si parla di cinema d’essai…). Mi sono accorto che tra le tante righe scritte, la parola cinema ha appena fatto capolino. Sarà stato un riflesso condizionato, un atto inconscio dettato dalla volontà di celare fino all’ultimo la mia identità. Ma ormai non posso più tirarmi indietro, sarebbe uno sfogo futile che lascia il tempo che trova. Sono un figlio del cinema al servizio dei registi e degli spettatori. Spesso selettivo, cupo e malinconico ho raccontato ai giovani anni di opere diverse, introspettive, fuori da ogni canone standard. Ho costruito il mio successo sulla diversità e ne vado fiero. Le forme d’arte mutano con lo scorrere del tempo, è un processo inevitabile. Come dite? Un ultimo desiderio? Spero tanto che i miei titoli di coda siano lontani. Con affetto Il Cineforum

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Numero 70 novembre - dicembre 2011

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ARAKI

N o b u y o s h i

O DELL’ESSENZA FOTOGRAFICA

Araki Nobuyoshi, classe 1940, è uno dei più importanti e celebrati fotografi giapponesi viventi. Un’icona mondiale della fotografia, noto soprattutto per le sue immagini sensuali. Un artista controverso adorato all’estero, ma censurato in patria, dove per anni le sue immagini sono state ritenute oscene, al limite della pornografia, anche a causa delle normative giapponesi che regolamentano la diffusione delle immagini erotiche. Il motivo del successo di Araki all’estero è da ricercare, ovviamente, nelle sue immagini, soprattutto nella serie “BonSentimental Journey / Winter Journey dages”, in cui appaiono donne nude legate o addirittura appese con delle corde. “L’esotismo delle immagini (e delle donne ritratte) permette allo spettatore di illudersi sulla loro reale natura: fingiamo di credere che la donna orientale – che immaginiamo obbediente, oltre che depositaria di una sofisticata cultura erotica – si metta in scena assecondando un proprio desiderio sessuale” (cfr. “L’insaziabile. Nobuyoshi Araki nel contesto dell’arte occidentale”). Per chi volesse approfondire l’arte di Araki è da poco disponibile il libro “Nobuyoshi Araki: Io Vita Morte”, edito da Phaidon, un volume antologico che raccoglie i cinquant’anni di carriera del fotografo giapponese. È indubbio che uno dei temi principali della fotografia dell’artista giapponese sia il corpo in tutti i suoi molteplici e inesplorati aspetti. Araki perlustra e sperimenta ogni genere fotografico, senza i lambiccamenti che tanto affascinano i fotoamatori: pellicola, digitale, polaroid. Nulla sfugge alla sua osservazione: cibo, volti, fiori, oggetti, il cielo con la sua misteriosa e sovrastante presenza, e soprattutto l’imprescindibile universo femminile. “Chi possiede di più una donna: colui che la prende o colui che la contempla?” è la frase di HenriPierre Roché riportata sulla prima pagina dell’edizione italiana del libro “Nobuyoshi Araki. Tokyo nostalgia”. La fotografia di Araki è vita, e la stessa vita nel suo turbinoso percorso artistico diventa ossessione e ricerca visiva. L’artista non vive senza macchina fotografica, cosicché il suo sguardo si posa ovunque, senza censura preventiva e senza artificio. Il suo è un rapporto “privato” con la foto, come egli stesso dice: “È una storia d’amore fra te e il soggetto, e quella è realtà. Io la chiamo «realtà privata» o «realtà morta»”. Chi è abituato alle foto stilisticamente e tecnicamente “corrette”, così come sono presentate dalle riviste fotografiche, rimarrà deluso. I soliti temi, triti e ritriti alla portata del più sempliciotto fotografo casalingo – tramonti, paesaggi, gatti e gattini – sotto lo sguardo di Araki assumono un’altra valenza, diventano opere di grande intensità poetica, ogni immagine è un tassello di un enorme mosaico che Araki costruisce senza sosta. Per Araki ogni istante è fotografia e ogni fotografia è un’istantanea della sua vita. Si dice che scatti addirittura una foto ogni tre minuti. Le sue pubblicazioni fotografiche sono più di 350. La sua produzione artistica è molto spesso organizzata in serie autobiografiche.

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“Fotografia è essere innamorati” Immagini che a volte raccontano una storia, esplicano un tema, altre volte sono soltanto la testimonianza di una visione impressa attraverso lo scatto dallo sguardo dell’autore. La sua arte è un sogno wildiano: la vita come un’opera d’arte. Il confine tra foto e vita è sottilissimo, un filo infinito che si aggroviglia assieme allo svolgersi delle vicende personali e familiari dell’autore. Araki divenne noto al pubblico giapponese dopo la pubblicazione di “Satchin”, ciclo fotografico che racconta la storia di due bambini della periferia di Tokyo, città in cui vive e dalla quale raramente si è allontanato. Dal giorno del matrimonio con la moglie Yoko, Araki documenta quotidianamente la sua storia sentimentale, tanto da entrare con l’attrezzo fotografico nei momenti di intimità della coppia; senza voyeurismi e senza esibizionismo, bensì con la consapevolezza che la fotografia può, truffandoci dolorosamente, fermare il tempo, anche se il non-tempo congelato dalla scatola fotografica è esso stesso morte. Roland Barthes docet. La macchina fotografica diventa il mezzo con cui il fotografo può soddisfare i propri bisogni vitali. Di conseguenza, la malattia e la morte dell’amatissima moglie Yoko sono anch’esse documentate dal fotografo. Araki crea immagini struggenti che testimoniano il passaggio doloroso dalla vita alla morte e, mentre il dolore inevitabilmente si manifesta, egli è lì a testimoniare, non come un fotoreporter impassibile e freddo, ma con lo sguardo sincero e compunto di chi vede allontanarsi per sempre l’amata. Una delle foto più disperate della serie – oltre a quella stupenda per la semplicità e la forza intrinseca che racchiude, in cui vediamo una mano della moglie malata che stringe con amore, da un letto d’ospedale, un’altra mano amata – c’è l’immagine di Yoko nella bara, nel momento esatto dell’estremo saluto. Nulla si suggella, eros e thanatos si scambiano i ruoli: Araki è un Orfeo tradito senza colpa che impugna la macchina fotografica per riportare per sempre in vita e “immortalare” la sua Euridice. “Fotografia è essere innamorati” dice Araki, e il suo viaggio sentimentale con Yoko (“Sentimental Journey / Winter Journey” è il titolo del libro) non si esaurisce dopo la vita, ma quell’amore che intimamente stretti l’uno all’altra li legava, in modo del tutto naturale, l’artista lo trasmette all’amatissimo gatto Chiro. Il meticcio Chiro, un gatto che Yoko aveva adottato e portato in casa qualche anno prima di morire. L’artista, dunque, quasi per una fotografica metempsicosi, ritrova in Chiro l’adorata Yoko, e accompagnerà il gatto fino alla fine, in un lungo e ossessivo percorso iconografico che culminerà in un altro libro (“Sentimental Journey / Spring Journey”), così com’era accaduto e accade ancora nella vita di questo fotografo par excellence. La fotografia di Araki, per sua stessa ammissione, “è un viaggio sentimentale”, e a questo viaggio affettivo, sia per gioco, sia per hobby, qualche volta potremmo pensare, se ci capita di fotografare.

www.arakinobuyoshi.com

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FEDE E REALTÀ

PEOPLE

IN

Con “Fede e realtà” Place riserva uno spazio al rapporto tra i più giovani e la religione. L’obiettivo è quello di un’esplorazione dell’universo giovanile che ruota intorno alla Chiesa e al suo mondo.

RACCONTO DI UN VIAGGIO...DI FEDE. Rosanna De Vita ha 29 anni, è laureata e lavora come chimico in un’azienda del settore. Si definisce sportiva, ama la musica, le passeggiate all’aria aperta, i tramonti, il mare, le cose semplici e gli sguardi sinceri. Attiva da circa 10 anni in Azione Cattolica, dove ha ricoperto ruoli di rilievo (segretaria MSAC - Movimento Studenti Azione Cattolica - e membro di Equipe Giovani), successivamente ha incontrato la missione e i Saveriani (www. saveriani.it). All’età di 25 anni ha seguito un percorso di discernimento vocazionale di 2 anni e ora continua il cammino nei laici saveriani. “Un interrogativo importante che accomuna noi giovani è come vivere la fede nella Chiesa cattolica oggi: una risposta la troviamo nella parola MISSIONE”. Rosanna ci racconta la sua esperienza di fede: per lei vivere la fede significa aprirsi all’altro, testimoniare ciò che si è sperimentato. Sin da piccola era affascinata dalle missioni e crescendo si è amplificato in lei il desiderio di conoscere altre culture e popoli lontani e condividere il motto del santo Conforti, fondatore dei Saveriani:”Fare del mondo una sola famiglia”. In questo articolo ci racconta la sua esperienza di missione in Messico che risale all’estate 2011.

di Rosanna De Vita

Quando mi chiedono di raccontare dell’esperienza che ho vissuto quest’estate è sempre molto difficile riuscire a riassumere il tutto in poche parole. E’ stata un’esperienza breve, di soli 15 giorni, ma prima della partenza e ancora oggi mi sento in viaggio…ed è un viaggio che sembra non concludersi mai. Quest’estate nel mese di agosto, ho avuto la fortuna e l’opportunità, grazie ai padri e alle sorelle saveriane, di vedere più da vicino una realtà missionaria, un altro paese, un’altra cultura! Sono partita per il Messico..l’altra faccia della terra...12 interminabili ore di volo..e la distanza spaziale l’ho avvertita anche nella cultura e nei modi di essere di questo popolo così diverso da noi. Ho visitato grandi città e piccole comunità. Nelle grandi città come Guadalajara, il divario tra centro abitato e periferia è stata l’immagine che più mi è rimasta impressa…intere zone collinose desolate, persone che vivono ai margini in baracche, senza acqua, servizi igienici, quasi abbandonate da tutti.

E’ stato bello poter affiancare le suore nella missione che svolgono quotidianamente in queste zone, dove portano non solo la fede ma anche un aiuto concreto, oltre che il desiderio di una crescita culturale e valoriale. Il periodo trascorso nei villaggi, lontano dai rumori, nella natura, a contatto con le comunità di indio, mi ha fatto assaporare il tempo in modo diverso: impossible programmare tante cose in una sola giornata; basti pensare che per raggiungere le comunità si impiegavano almeno 2 ore, potendo viaggiare in camionetta su strade fatte di sassi. E qui invece in pochi minuti ci spostiamo da una parte all’altra della città! In compagnia di padre Alfonso ho potuto visitare le comunità che i padri saveriani seguono e accompagnano nella fede, ho constatato il senso di accoglienza infinito di queste persone, la grande fede che alimentano attendendo la celebrazione della messa quindicinale o addirittura mensile, il senso di responsabilità di alcune persone elette a catechisti, che fanno da collante nella comunità e sostituiscono la figura del parroco.

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E’ stato bello poter riscoprire i segni della fede, le piccole cose come il saluto all’ingresso della chiesa, la preparazione comunitaria della messa... Non è facile trasmettere le sensazioni provate: l’esperienza di missione è un viaggio fisico..ma in realtà è un viaggio interiore…aver sentito parlare altri ragazzi prima di me della loro esperienza di missione non è lo stesso; quando ti trovi a viverla in prima persona tutto è diverso. La cosa più sorprendente è poter rivivere e riassaporare ogni giorno differenti aspetti dell’esperienza fatta….tanto che a volte mi chiedo chi siano i fortunati: noi che viviamo freneticamente, senza sorprenderci neanche più della natura e delle persone che ci circondano o loro che nella povertà e nell’umiltà hanno dignità e sanno donare?

MISSIONE È.. Missione è partire, camminare, lasciare tutto, uscire da se stessi spezzare la crosta dell’egoismo che ci rinchiude nel nostro io. E’ smettere di rigirare All’interno di noi stessi Come se fossimo il centro Del mondo e della vita. E’ non lasciarsi bloccare nei problemi del piccolo mondo a cui apparteniamo: l’umanità è più grande. Missione è partire sempre, ma non divorare chilometri. E’ soprattutto aprirsi agli altri come fratelli, scoprirli e incontrarli. E, se per incontrarli ed amarli è necessario attraversare i mari e volare nei cieli, allora missione è partire fino ai confini del mondo.

Il creatore...

Con il patrocinio della Città di Battipaglia

Personale di Anna Maria Verdolino Maestra d’Arte 14 / 28 Gennaio 2012 Inaugurazione sabato, 14 Gennaio, ore 17,30 Palazzo di Città - Battipaglia (SA)

...e il suo creato.


Via Aldo Moro, 17/21 - Giffoni Valle Piana (SA) - 089/868589 339/1839282


U N A D O N N A A L Q U A D R AT di Barbara Costabile

Intervista a Marzia Davide

Nell’era post-femminista in cui le donne americane riscoprono il piacere di farsi le marmellate in casa e le donne arabe aspiranti kamikaze leggono la rivista “AL-Shamikha”, un mix di consigli sulla bellezza e sul terrorismo suicida, intervisto la boxeur Marzia Davide. Nata a Pontecagnano, classe 1980, ha un curriculum strabiliante. Medaglia d’argento ai Mondiali nel 2002, campionessa europea nel 2003 e nel 2004, vicecampionessa europea nel 2008, medaglia di bronzo agli Europei del 2009, campionessa italiana per ben sei volte (2002, 2004, 2005, 2007, 2009, 2011), medaglia d’oro nel torneo “Opal Coast” di Francia 2011, incontro Marzia presso la palestra Sporting Center di Pontecagnano, al termine di uno dei suoi allenamenti. Il prossimo obiettivo riguarda i Mondiali che si terranno a Chonqing, Cina, dal 21 maggio al 10 giugno, e che selezioneranno le boxeurs che avranno accesso alle Olimpiadi di Londra 2012. Sorriso solare, occhi chiari in cui subito colgo un’incredibile determinazione, Marzia è contenta della recente svolta della boxe femminile, disciplina che, dopo l’approvazione da parte del Comitato Olimpico Internazionale nel 2009, avrà per la prima volta accesso alle Olimpiadi nel 2012. La vittoria dei guantoni rosa è stata decretata dopo anni di battaglie e difficoltà dettate da pregiudizi che ritenevano la boxe uno sport poco adatto alle donne. Eppure, le prime tracce di boxe femminile sembrano risalire al 404 a.C. nell’Antica Grecia. Successivamente tale disciplina è stata ammessa, solo a scopo dimostrativo, nei Giochi di Saint Louis nel 1904. Un momento di grande ascesa, dunque, che speriamo vedrà come protagonista la salernitana Marzia Davide.

Che effetto fa essere una grande atleta in una città piccola come Pontecagnano? È una grande emozione, ma abito in una piccola città in cui la mia disciplina non ha lo stesso risalto del pugilato maschile. Forse i Giochi Olimpici che si terranno a Londra nel 2012 renderanno possibile l’exploit della boxe femminile, in modo tale che anche noi donne godremo di una differente considerazione. Per il momento è necessario attendere. Lei ha ricevuto diversi riconoscimenti istituzionali all’interno della sua città. Sono sicuramente molto importanti, in quanto mi reputo fiera di onorare Pontecagnano all’estero, ma al momento penso alle esigenze di un atleta in una piccola città in cui gli spazi dove potersi allenare sono decisamente ridotti. Desidererei soprattutto avere la possibilità di creare qui una struttura in cui allenarmi. Se supererà la selezione ai Mondiali di Cina (che si svolgeranno a Chongqing dal 21 maggio al 10 giugno 2012), alle prossime Olimpiadi di Londra rappresenterà l’Italia nel mondo. La rende più fiera l’idea di rappresentare il Paese, o la cosiddetta svolta dei guantoni rosa? Un po’ e un po’. In Italia la donna sul quadrato è sempre stata oggetto di pregiudizi, e ancora oggi non possono ritenersi caduti tutti i muri della discriminazione sessuale. Dunque la mia è una duplice missione: portare avanti l’onore della Nazione che rappresento alle Olimpiadi e far definitivamente cadere convinzioni sessiste che oggi risultano essere prive di senso. Fino a ieri la donna non aveva il diritto di stare sul ring a ricevere cazzotti come gli uomini.

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La presenza della boxe femminile alle Olimpiadi è però costata il sacrificio dei minimosca maschili, che verranno estromessi dalle discipline olimpiche. Sì, sono stati comunque necessari degli accordi per garantire l’ingresso delle rappresentanti italiane della boxe femminile nel programma dei Giochi Olimpici: i minimosca sono stati costretti a retrocedere, ma di sicuro non sono stati i pugili a deciderlo, piuttosto le istituzioni sportive, in particolare Franco Falcinelli, che è il capo della Commissione tecnica dell’AIBA (International Boxing Association). A questo proposito Falcinelli, che è anche Presidente della FPI (Federazione Pugilistica Italiana), ha dichiarato: «Con l’ingresso del pugilato femminile cade una barriera storica, fatta di oltre cento anni di storia. Questa decisione del Comitato Internazionale Olimpico dà il colpo di grazia a quelli che dicono che la boxe è solo violenza, anziché arte ed esercizio di stile».  Si tratta di un recupero storico, poiché le donne nell’Antica Grecia praticavano questo sport. Concordo pienamente nell’affermare che la boxe è soprattutto arte ed esercizio di stile. Per ciò che concerne la violenza, è vero che durante i match avvengono inconvenienti quali contusioni ed epistassi, ma non ne sono una prerogativa. Si tratta semplicemente di rischi che si corrono in questo sport come in altri. A mio parere la stessa inclinazione di molte donne alla pratica di questo sport testimonia la sua natura non violenta. Consiglierebbe perciò questo sport a una bambina? Se sì, perché? Sì, lo consiglierei alle bambine quanto ai bambini, perché, come ho sempre affermato, lo sport è vita e aiuta a crescere, a formarsi caratterialmente e a vivere meglio l’ambito sociale della nostra esistenza.


PEOPLE IN

Per lei il ring è anche una metafora della vita? Sì, secondo me è un insegnamento di vita, perché questo sport aiuta tantissimo le persone introverse, riservate, in quanto rende loro possibile esprimere ciò che solitamente reprimono, i lati di sé che non riescono a mostrare nella vita quotidiana. Ha sicuramente un effetto molto positivo. Dunque la boxe fornisce una valvola di sfogo rispetto alle proprie frustrazioni e all’accumulo di potenziale aggressività che ne deriva? Di sicuro è un esercizio che aiuta tantissimo. A che età bisognerebbe iniziare a praticare questo sport? Io ho iniziato a 10 anni, con ottimi risultati. Se si possiede un talento innato, si può iniziare già a 4-5 anni. Mio figlio ne ha 5 e già pratica questo sport. I suoi genitori hanno sempre sostenuto la sua scelta? Sì, soprattutto mio padre Pasquale, che è anche il mio istruttore. Anche lui ha praticato la boxe sin da piccolo. Mia madre era alquanto scettica nel momento in cui, dopo aver iniziato a 10 anni con la kickboxing, ho deciso di passare alla boxe compiuti i 20 anni. La mia testardaggine non mi ha fatto desistere e il suo atteggiamento è decisamente cambiato quando è venuta ad assistere al mio primo incontro sul ring. Mi ha vista “all’opera”, e da lì ha deciso di lasciarmi intraprendere la mia strada.

Coltivare la sua passione fin da piccola le ha causato dei problemi nei rapporti sociali? Intendo nel rapporto con le coetanee? E nell’adolescenza, come è stato il suo rapporto con i ragazzi? Ho dovuto affrontare numerose difficoltà all’inizio, in quanto le mie coetanee reputavano il mio sport prettamente maschile. Ciononostante ho continuato per la mia strada con determinazione, e in seguito, col passare degli anni, lo stesso sport ha attirato l’interesse di molte ragazze, quindi le difficoltà si sono leggermente attenuate. Naturalmente non sono scomparse del tutto. Durante l’adolescenza poi i ragazzi tendevano a prendermi in giro. Ricordo di averne anche picchiato qualcuno! Consiglierebbe la boxe alle donne come difesa personale? Sì, per i tempi che corrono lo consiglierei tantissimo alle donne, poiché oggi per strada non si sa mai a cosa si va incontro. Lo consiglierei di certo per una maggiore sicurezza personale. Quando è arrabbiata, rende meglio sul ring? No. Sul ring la concentrazione e la calma sono necessarie. Naturalmente senza tralasciare un sano agonismo, la voglia di affermazione, il desiderio di dimostrare d’essere la migliore. La rabbia non aiuta sul ring, anzi può diventare un deterrente: aiuta l’avversario. Esegue degli esercizi per rilassarsi? No, anche perché, al contrario di ciò che superficialmente si pensa, mi definisco una persona molto calma e tranquilla. Il mio sport aiuta a scaricare tutto lo stress accumulato durante la giornata, per questo ho un rapporto sereno con me stessa.

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Qual è il consiglio più prezioso che il suo allenatore le ha dato o le dà ogni giorno? Sono tanti i consigli preziosi che mi dà ogni giorno. Forse quello fondamentale è di sfruttare al massimo e di non sottovalutare il mio dono, il mio talento naturale, poiché questo fa sì che mi basti poco per arrivare al top degli allenamenti. Allo stesso modo, un altro insegnamento cardine è quello di non sottovalutare mai gli avversari, anche se sconfitti in precedenza, perché possono esserci sempre delle sorprese. Come ottiene la concentrazione sul ring? Non seguo un metodo. Sul ring sei tu, quindi o ci stai con la testa o non ci sei. Come ama rilassarsi durante le sue giornate? Mi rilasso in compagnia di mio figlio, che è ancora piccolo. Conciliare l’essere madre e al contempo atleta a livello agonistico non è facile, comporta dei sacrifici notevoli, poiché mi divido tra la famiglia e gli allenamenti quotidiani, ma li affronto volentieri pur di raggiungere il mio obiettivo, aiutata da volontà e determinazione. Descriva l’emozione del ring in poche parole. Un po’ di coraggio prima di salire sul ring, adrenalina sotto controllo durante il match, e gioia in caso di vittoria. Se non avesse scelto la boxe, quale sport avrebbe praticato? Certamente la kickboxing, da cui ho iniziato. Quanto ha influito il film “Million Dollar Baby” nella cultura della boxe femminile? Personalmente non mi ha influenzato tanto, poiché, pur essendo stata positivamente colpita dal background della protagonista, che riesce a emergere dal nulla e a perseguire numerose vittorie grazie alla sua incredibile determinazione, non condivido la drammaticità del finale. Lo trovo nella sua tragicità decisamente demotivante, dunque non consiglierei la visione di questo film a un’aspirante boxeur. Qual è stato il momento più bello della sua vita? Senza ombra di dubbio, quello in cui sono diventata mamma. È un’emozione al di sopra di tutte le vittorie, europee o mondiali che siano, è una gioia indescrivibile.

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Quali sono i suoi punti di forza che hanno reso la sua carriera così brillante? In primis la famiglia: mio marito e mio padre, entrambi miei allenatori; e poi la carica che ricevo da mio figlio, perché se oggi continuo ancora a praticare questo sport è per lui, per assicurargli un futuro. A cosa ha rinunciato per la sua carriera? Ha dei rimorsi? No, rimorsi non ne ho, perché si tratta di una carriera che ho intrapreso di mia spontanea volontà, ho sempre preso tutte le decisioni da sola. Come per tutti gli altri atleti, ci sono state rinunce da fare (e mi riferisco soprattutto a quelle alimentari e sociali), ma le ho fatte tutte volentieri. Non mi pento di nulla. In ottobre c’è stata una polemica riguardo alla decisione della Federazione Mondiale di Boxe di far indossare dei gonnellini al posto dei classici pantaloncini alle atlete che parteciperanno ai Giochi Olimpici. L’irlandese Katie Taylor, tre volte campione del mondo, ha affermato: «Credo che sia vergognoso». Lei che cosa ne pensa? Forse Katie Taylor considera la boxe ancora dal punto di vista maschile. Ho già indossato il pantagonnellino in occasione dei campionati italiani e sono propensa all’introduzione di questa novità ai Giochi Olimpici: visto che esistono i due sessi distinguiamoli, no? Del resto questa distinzione nell’abbigliamento esiste già in altre discipline sportive, ad esempio nel tennis. Cosa desidera per il suo futuro? Di certo anelo alla partecipazione olimpica e, perché no, desidererei anche una medaglia! Penso che sia il sogno di tutti gli atleti a livello agonistico.


CALCIO

QUANDO IL ERA PASSIONE

Un tuffo nel passato sportivo della nostra cittadina insieme al Professor Vincenzo Viscido, memoria storica della società di calcio U.S. Giffonese di Guido Bilotti Come spesso accade nei piccoli centri urbani come Giffoni Valle Piana, i sogni diventano realtà per volontà di giovani che credono in un progetto e si industriano per dare alla collettività nuove opportunità di socializzazione. Dall’idea di offrire un’attrezzatura sportiva al paese e ai giovani giffonesi dei primi anni Cinquanta, prende vita il progetto sportivo dell’U.S. Giffonese. Dal 1944 al 1959, gli unici luoghi in cui era possibile dare “quattro calci a un pallone” erano piazza Annunziata e altri terreni incolti sparsi sul territorio giffonese. Nel corso degli anni, i campi di fortuna furono individuati dapprima a Chieve, nella palestra delle scuole elementari del capoluogo, in località Paratino, e poi nel terreno dove oggi è ubicata la scuola Media Lunguiti. Nel frattempo, grazie anche al supporto dell’amministrazione comunale (risale a quegli anni l’esproprio del terreno dove oggi sorge il campo sportivo G. Troisi), l’allora nascente U.S. Giffonese riesce ad avere, dopo due tentativi andati a male, la sperata affiliazione alla FIGC. I primi due campionati – 1958/59 e 1959/60 – furono giocati a Montecorvino Rovella, con una parentesi a Pontecagnano. Il primo campionato (in terza categoria) della storia sportiva giffonese fu vinto a punteggio pieno con una gara, quella col Contursi, aggiudicata a tavolino grazie a un ricorso del professor Vincenzo Viscido. In quella gloriosa squadra giffonese degli esordi militava anche Pasquale Giannattasio, pluripremiato e indimenticabile atleta velocista delle Fiamme Gialle che partecipò alla spedizione Olimpica italiana a Tokyo nel 1964.

L’esproprio del terreno per la costruzione del campo di gioco fu solo un primo piccolo passo. La piena realizzazione fu possibile solo grazie alla passione e alla risoluta determinazione dei giovani dell’epoca, che lavorarono gratuitamente e con mezzi di fortuna per la costruzione del primo vero campo da gioco giffonese: “passione che arrivava al sacrificio personale”. Su quel primo campo sportivo giffonese si palesavano – a differenza dei falsi miti e dei facili guadagni sportivi di oggi – i sentimenti e le naturali speranze di quei giovani volenterosi degli anni Cinquanta. L’inaugurazione del campo G. Troisi avvenne il 4 novembre del 1966, con la partita tra U.S. Giffonese e Pro Battipaglia, vinta dai padroni di casa grazie alla rete del giovane giffonese Giuseppe Cammarota. Nel campionato 1968/69 giunse un’altra grande soddisfazione: la vittoria del campionato di seconda categoria, con la conseguente promozione in prima categoria. Di quel gruppo storico di ragazzi che ha contribuito alla nascita e alla realizzazione del progetto U.S. Giffonese, va ricordato uno su tutti: Salvatore Anselmo. “Il gigante buono”, questo era il suo scherzoso appellativo in federazione, si dedicò soprattutto alla formazione e alla crescita del settore giovanile. Un’immagine dolcissima del professore Viscido lo ricorda con la rete contenente i palloni sulle spalle: “Sembrava Atlante che reggeva il mondo”.

ringrazia sentitamente il PROFESSOR VINCENZO VISCIDO per la sua collaborazione, la sua competenza e la sua cortese disponibilità.

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LIFE

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All’inizio non gli sembrò gran cosa. Soprattutto questa storia delle maree. Delle spiagge larghe, sfiorate dall’acqua e poi inghiottite quasi del tutto dopo sei ore, cancellate dal mare che si dilata fino al muro grigio, che sa di salsedine e piscio di cane, per rientrarsene da dov’era venuto e lasciare un cimitero di alghe e conchiglie vuote e granchi spolpati dai gabbiani. L’oceano è un’altra cosa. E pure il cielo. Bianco denso, come lo strato spesso di paraffina che soffoca i barattoli di marmellata. Al sud, il Mediterraneo sa di mare, il sole ne decide la temperatura; pare che debba esaurirsi all’orizzonte, che lo sguardo lo possa contenere. Chi vive sull’oceano sa invece che è l’acqua che dispone del suo destino, che col suo va-e-vieni è lo sfondo costante e imperativo del mondo e che il suo rumore finisce col confondersi con la respirazione. No, non gli parve gran cosa all’inizio. La morte del cane lo aveva deciso a una pausa, una specie d’anno sabbatico su cui meditava da un po’. Wilson se n’era andato quando lui non c’era. Da solo, nel paniere tra il camino e la poltrona che fissa il televisore. Il lavoro sempre uguale e le luci dei lampioni sempre accese, come riflettori sulle automobili che vanno dappertutto, avevano rafforzato l’idea di accettare l’ospitalità d’un amico a Auderville - La Hague, bassa Normandia, un corno conficcato nell’Ovest, tormentato dai venti e dalla corrente del Raz de Blanchard, un posto senza Dio e senza diavoli - mentre chiudeva il rubinetto del gas, quello dell’acqua, e sfilava le chiavi dalla tasca per chiudere la porta di casa e, con lei, questo strano fermo immagine a cui somigliava la sua vita. «Resta pure quanto vuoi», gli aveva detto il suo amico Marc. Ringraziando, gli rispose che pensava di restare una settimana, al massimo due. L’amico ribatté sorridendo: «Ti raggiungo a maggio». Lui rifletté rapidamente che novembre innaffiava Parigi da qualche giorno e che l’ipotesi di restare a La Hague così a lungo gli pareva non solo improbabile, ma assolutamente inverosimile. Ma ridacchiò e ritenne la generosità della proposta. Lungo il tragitto, godette della leggerezza dei viaggi senza fretta, di quelli in cui, per far fronte alla monotonia dell’autostrada, ci si affida alla selezione musicale di una radio qualunque e ci si sorprende a cantare. - Mathilde la chiamerò domani. Il GPS lo guidò fedelmente fino alla casa che Marc aveva ereditato dai nonni, proscenio di innumerevoli racconti d’infanzia. Ma quel che ne sapeva non era bastato a farsene un’immagine da comparare alla casa che gli stava di fronte. Aperta la porta, seguì diligentemente le istruzioni di Marc per raggiungere l’interruttore dell’elettricità e sostenere la luce opaca di un sole che a malapena filtrava attraverso le nubi. Ispezionò rapidamente la casa, la stanza in cui avrebbe passato le prossime notti. Aprì le imposte delle due finestre del salone, due cornici attorno a porzioni di un quadro smisurato. Una racchiudeva onde grigie, ululanti, che schiumavano minacciose sul cemento del molo. Quell’altra, un cielo sommerso e un braccio roccioso, dominato dall’eroismo d’un faro. Da camera sua lo scenario cambiava: la mattina gli avrebbe mostrato un pezzo della scogliera che vegliava sulla spiaggia. La notte trascorse lenta, alternando qualche ora di sonno a corti momenti di veglia, mentre la sua schiena si sforzava d’adeguarsi a un materasso che conservava la memoria della schiena di qualcun altro. Al mattino, il dolore gli fece scoprire ossa che non sapeva d’avere. Lo squillo del telefono lo sorprese in cucina, mentre cercava di dar fuoco a un fornello che si rifiutava di collaborare - Buon compleanno, Vincent! - Anche quest’anno hai preceduto mia madre, Mathilde. Se continui così dovrò licenziarla! - Oh, Vincent! Se mi aumenti lo stipendio, ti adotto. - Ottimo riflesso, ma provaci un’altra volta. Allora, come ve la cavate senza di me? - Ci manchi! La signora Sabot ha già chiamato stamattina, suo figlio si è rotto un dente. E non era contenta di sapere che non saresti stato tu ad occupartene. Il piccolo ti adora. - Rassicurali tu, digli che Marc è un ottimo medico e gli restituirà il sorriso di Tom Cruise. Funziona sempre. - Sarà fatto. Ma tu? Stai bene? - Ma sì, sì. Ho solo bisogno di un po’ di vacanza. - Mi raccomando, chiama. E non ti trascurare. - D’accordo. Ma tu sii gentile con Marc, è un bravo ragazzo. - Va bene, ma tu digli di fare lo stesso. A presto, Vincent. - A presto. E grazie. Non c’è un nome per tutti i mali del mondo, ma non è per questo che non se ne possa guarire. Continua…

Di Gilda Costabile

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NOW

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www.chicodeluigi.it

Šphoto: Chico De Luigi

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VACANZE NEL DESERTO di Lello Rispoli Un giorno, durante le sue ricerche in biblioteca, il giovane Eli si imbatte in un antichissimo manoscritto, redatto in una lingua corrotta difficile da tradurre. Il senso delle frasi non è immediatamente chiaro. Ci si deve affidare alla traduzione libera. Ma quello che se ne ricava è abbastanza per suscitare le attenzioni di chiunque, figurarsi per un giovane studente di filologia come Eli. Si parla di un antico monastero nel deserto dell’Arizona e di un ordine monacale segreto che da millenni preserva un culto che risale ai tempi di Atlantide e i cui adepti vedranno garantirsi l’immortalità. C’è abbastanza perché Eli convinca tre amici, approfittando del break di primavera, a partire in automobile alla volta di questa fantomatica destinazione in pieno deserto. I quattro non potrebbero essere meglio assortiti: Eli è un giovane filologo di origine ebrea; Ned un gay dalle origini irlandesi; Oliver un ragazzo di campagna e Timothy l’esponente dell’aristocrazia wasp americana. Durante il lungo viaggio che li porterà da New York all’Arizona i quattro avranno l’occasione per conoscersi meglio e mettersi a confronto con le ossessioni e i segreti che ciascuno custodisce gelosamente. Il finale è fulminante. Non voglio raccontarvi altro di questo stupendo romanzo di Robert Silverberg, autore americano prestato al mainstream dal suo terreno elettivo che è la fantascienza, perché è tutto da scoprire. I personaggi sono scandagliati a fondo e rivoltati come calzini grazie all’escamotage escogitato dall’autore: farli parlare tutti in soggettiva uno alla volta, raccontando da diversi angoli di visuale le esperienze in progress che il viaggio gli impone e arrivando nel finale a trasformarsi in una vera seduta psicoanalitica con tanto di epifania. Ciascuno di loro, si scopre leggendo, nasconde un segreto orribile con il quale non vorrebbe mai porsi a confronto. Sarà questo insieme alla forza richiesta per superarne il peso interiore a fare la differenza tra i quattro aspiranti immortali.

Robert Silverberg - Il libro dei teschi - Fazi editore

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A NIGHT IN SANA'A di Lello Rispoli Regola numero uno: mai mischiarsi con le avanguardie europee. L’autore di questa semplice regola è Wynton Marsalis, musicista tra i più influenti del panorama jazzistico mondiale. Marsalis va in giro per il mondo a caccia di talenti, tiene conferenze e lezioni, scrive libri e incide dischi. A quanto pare trova anche il tempo per dispensare consigli. Ma odia le avanguardie tout court. Perché? Il timore che c’è dietro le parole di Marsalis è che il jazz, così come lo abbiamo sempre conosciuto, a furia di contaminarsi perda definitivamente i suoi caratteri originali, basati sull’improvvisazione secondo certe regole precise. A salvaguardia di questa originalità verrebbe posto una sorta di embargo, una specie di divieto di matrimoni misti. Forse però non è chiaro il prezzo che si pagherebbe applicando questa ferrea apartheid: il jazz finirebbe per perdere lo slancio vitale con il quale è nato nei bordelli di New Orleans tra un coito e l’altro, frutto a sua volta di mille generi diversi dall’Africa nera alle influenze creole, e diverrebbe l’ennesima musica da camera per cumenda e signore in pelliccia. Il risultato sarebbe un po’ come quei fiumi che non trovando affluenti finiscono con l’inaridirsi. Per rendere chiaro in termini visibili il valore aggiunto della mescolanza prendiamo un album a caso nella discografia di Marsalis e l’album che vi vogliamo proporre, A night in Sana’a di Peter Brotzmann. Marsalis è impeccabile nel suo completo a giacca di taglio sartoriale con la cravatta retta da uno spillone sicuramente d’oro massiccio. Adesso prendete la copertina dell’album di Brotzmann. L’autore è seduto all’esterno di un baretto nella città vecchia di Sana’a, vestito come un operaio, sigaro incastrato tra i denti e cuffie giganti infilate sul suo testone crucco. Marsalis è uno che non sembra mescolarsi tanto. Brotzmann sembra un clerico vagante in terra straniera ma perfettamente a suo agio. Il primo è impeccabile ma freddo, come un vecchio politico conservatore. Il secondo mi parla di vigore ibrido, cioè del vigore che la natura dispensa quando si mescolano due piante di linee genetiche differenti. Forse prendendo spunto dalle teorie su questo fenomeno, Peter Brotzmann questa volta va in Yemen per suonare con un gruppo di artisti della tradizione yemenita. Il concerto si è svolto durante una serata alla German House di Sana’a.

L’incontro pare sia stato inizialmente bizzarro. Alla richiesta dei musicisti yemeniti di avere qualche spartito il vecchio Peter ha risposto: “Non scrivo mai la mia musica”. Nonostante le premesse facessero temere il peggio, il vigore ibrido, appunto, ci regala un vero e proprio gioiellino multiculturale. Al violoncello e al violino ci sono Khalis Barkosch e Abdul- Aziz Mokrid, ai quali è affidato il compito di dipanare, sul tappeto percussivo dei ney, darbuka, e kanun, le ricchezze orchestrali di questa musica ipnotica e sublime, ricca di temi insoliti per noi occidentali ma non per questo meno accattivanti. Al sax tenore suona Peter Brotzmann e alla batteria c’è Michael Zearang. La prima traccia rivela un’esitazione da parte del vecchio leone a buttarsi nella mischia, sembra attendere l’ispirazione mentre segue il lavoro che stanno portando avanti gli altri, ma sul finire del brano, una volta superati gli indugi, Brotzmann entra con il vibrato pesante del suo sax tenore astenendosi però dal dare sfogo alla trazione integrale per la quale è noto. C’è rispetto e desiderio di interplay in questa introduzione. Il risultato è eccellente. Nei brani successivi è evidente che gli artisti stanno giocando un gioco che gli piace. Gli uni e gli altri si citano a vicenda, si assecondano, prendono a prestito idee appena svolte per rinnovarle sotto un’altra luce. La violenza del sax tenore a volte pone in ombra il resto del gruppo fatta eccezione per le percussioni, ma il connubio tra oriente e occidente risulta originale. Quando posa il sax tenore per il clarinetto, Brotzmann rivela anche il suo lato lirico e trae idee improvvisative dalle scale orientali, seguendo gli spunti melodici della trama orchestrale e tirando fuori dal cilindro vibrati, soffiati, mezze frasi, lenzuola di note e perché no puro rumore. Michael Zearang è propulsivo e sempre in linea, suona da subito e bene creando quel terreno sul quale il sassofonista tedesco possa sentirsi meno straniero in terra straniera. Non è detto che l’esperimento non verrà ripetuto. Nel frattempo propongo Peter Brotzmann come muezzin onorario della città di San’aa. www.peterbroetzmann.com www.soldieroftheroad.com

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OFF-R

G U I D A S P E R I C O L ATA A L L’ U T I L I Z Z O

  Ho  capito.  Quella  cosa  ti  ha  rincorso.  È  quello  che  tentavi  di  descrivermi,  no?  Proprio  questa  sensazione.  Quale  sensazione? Chi mi sta rincorrendo? La conoscenza, un nuovo concetto che può stravolgerti la vita. Siamo tutti inseguiti  da  parole,  lo  sai?  Da  lettere  che  si  muovono  a  loro  piacimento  come  pezzi  di  un  puzzle,  unendosi  e  disgregandosi  e  mischiandosi per poi ricongiungersi, ma anche no. All’infinito. Io e te crediamo che con le nostre puerili inclinazioni siamo  in grado di giocarci e basta, ma in realtà ci imprigionano ogni giorno. Anche adesso, che cerchi di capire la mia sintassi.  Prolissa, a giudicare dai tuoi occhi. Troppo entusiasmo. Mi lusinga, davvero! Inseguire? Imprigionare? Dipende dai punti  di vista… Io la vedo come una ricerca di libertà. Libertà proprio da queste prigioni in ci tu credi di essere. … Perché taci?  Mi  piace  la  tua  gatta!  E  questo  ti  fa  stare  bene?  Mi  ha  distratto.  Comunque,  come  affermavo  prima,  sono  le  parole  a  ricercare la libertà. Quelle scritte o quelle di questo incontro? A me piace fare le cose al contrario. Forse  è proprio questo  a rivelarne altre di libertà. Primo: le parole puoi metterle dove vuoi, son sempre parole. Che imprigionano. Secondo: sei  convinto  che  il  gesto  di  prima  fosse  al  contrario  e  non  al…  Rovescio,  che  non  è  il  contrario  del  dritto,  anzi,  devo  continuare? E lo storto dove lo metti? Lo storto? Lo stolto! Cioè tu? Anche sì. Mi piace confondere i ruoli. Io sono te. Sì,  anche  a  me  piace  andare  a  caccia  mentre  tu  badi  alla  casa  e  cucini!  Perché  no?  Se  mi  lasci  lo  spazio  per  continuare…  Spazio sì, tempo no. Però così non vale, perché mentre scrivi hai le parole sotto le tue mani, le lettere, gli accenti, il ritmo,  il controllo. È forse questo quello che stai cercando con le parole. Io… Volevo finire, scusa, almeno anche se hai il potere  potresti avere la gentilezza di concedere un po’ di tempo a questo spazio… E poi non mi stavi parlando di coincidenze? Di  coincidenze  che  succedono  o  di  coincidenze  delle  cose?  Calma,  stavolta  sarò  meno  sciolta  come  mi  dici  di  solito,  ma  avevamo  pattuito  di  scrivere  una  pseudo‐sceneggiatura  sulle  coincidenze.  Deve  sembrare  un  dialogo,  capito?  Io  non  scrivo,  non  ho  mai  saputo  scrivere.  Frasi  compiute.  Ho  la  sindrome  da  1Q84.  Come  si  vede  che  ti  piace,  invece  1Q84  andrebbe utilizzato come base per una nuova disciplina accademica e tu potresti essere un ottimo insegnante, no? Dovrei  offendermi? Ma dai che ci stai ridendo sopra pure tu. E pure sotto secondo me. Se dopo “sotto” i baffi sono sottintesi,  dovrei offendermi di nuovo… Mi  conti quante s hai usato in questa frase? Da affetta da sindrome 1Q84 a genio? Una  gran carriera! Io pensavo fosse un dono, veramente… Un dono people‐are? Perché ridi? Che vuoi? Stiamo ascendendo al  contrario,  sembra  una  piramide.  Hai  il  dono,  allora,  quando  dialoghi  con  una  persona,  di  visualizzare  dentro  di  te  il  disegno che va a formare sulla pagina word font calibri corpo 11 allineato a sinistra? Però stavolta viene a me da ridere.  Ho  capito  il  gioco  che  stai  facendo  su  tutto:  forme,  lettere,  cifre…  Non  sarà  questa  la  tua  prigione?  Se  la  descrivi  così,  sembra la sindrome di Kazzenger. Chi è questo? Non vedo la televisione. Sì vabbè, sindrome, siamo in due. Il linguaggio  comune  è  imprigionato,  pure  lui,  nella  tv.  Tu  non  la  guardi,  così  certe  battute  non  posso  fartele  che  non  le  capisci.  Appunto. Perché trovare sindromi di altri quando ne siamo affetti già abbastanza noi? Non è la televisione che ne inventa  di  nuove?  Anzi,  è  portatrice  in‐sana  secondo  me.  Rieccoci,  sei  andato  off‐road  di  nuovo.  Neanche  a  spenderci  tutta  la  notte riesco a spiegarti l’equivoco  perché  parlo  con  le parole  di  un  comico  che  ha  inventato  un  apposito  nome per un  noto  personaggio  televisivo  conduttore  di  un  programma  che  si  ritiene  ruoti  sempre  intorno  alle  stesse  cifre,  stesse  parole, stessi misteri. Sei sveglio? Pensavo ad una cosa: il tuo orecchio è più bello di quello di Fukaeri. Magari non è un  comico,  magari  non  esiste.  Eppure  non  ho  paragonato  il  tuo  orecchio  al  niente,  anzi…  Questa  e  finzione?  Esiste?  Io  la  sento, ci credo. E poi Fukaeri non è una persona, forse è più un luogo. Un luogo molto simile a quello in cui ci troviamo io  e  te  adesso  a  parlare…  Sì.  Mi  piace l’idea  di essere  una  docente  che  si  reca all’università  tutti  i giorni  per  insegnare la  sindrome da 1Q84 agli studenti e che ha l’orecchio più bello di quello di Fukaeri. Anche se Fukaeri non sa di averlo. Mica  ti conosce? Al massimo sei tu che l’hai cercata di nascosto. E lei non ti ha mica visto? Per caso vi siete incontrate in un  anno che non esiste? Ok. Ma chi ha l’orecchio più bello? Pensavo di essere stato molto chiaro e preciso prima. Secondo  me non è tanto l’orecchio ma quello che ci passa dentro per poi uscire come le vibrazioni di una corda di violoncello…  Cosa fuoriesce esattamente dalle orecchie? A parte le lucertole, i suoni e i fischi della pressione ad alta quota, l’orecchio è  una metafora, ovviamente. Van Gogh ce l’ha regalato il suo. Non pensi che ci voleva dire qualcosa come tentiamo di fare  noi adesso? Sì, anche se devo dire che ho grande rispetto per Vincent. Cassel? No, VG. Mi sono sempre piaciuti i codici.  Quand’ero piccolo volevo inventarmi una lingua tutta mia, perciò tendevo a cambiare le parole. Un bel gioco, lo faccio  ancora oggi. È il gusto della libertà di trasgredire alle regole. Off‐road e out of rules al contempo! Mi piace come titolo!  Ancora co’ sta fissa! Dai, parliamo del tuo dono piuttosto, a che punto è il disegno sulla pagina word? A parte che non è  immaginato su word. Al momento mi vengono in mente solo pochi anagrammi. La piramide è come un orecchio. Forse gli  antichi  egizi  sapevano  che  i  morti…  Ma  i  morti  secondo  te  ascoltano  la  musica?  Sono  sicura  che  Kazzenger  ti  avrebbe  assunto all’istante stasera! Comunque credo che abbiano a noia l’organo in questo momento. L’organo si usa poco, è un  peccato, una volta era uno strumento importante. Adesso lo hanno trasformato. Se vuoi ascoltare un organo ti consiglio  una  chiesa,  una  cattedrale,  l’Auditorium  John  Paul  di  Chicago,  ad  esempio.  Non  so  perché,  ma  mi  hai  fatto  pensare  al  paradiso perduto di Milton. Con le illustrazioni di? Non ricordo, sei tu che hai dimestichezza con le immagini.  

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D E L  L E

O A D #2  

COINCIDENZE NEL 1Q84

Io sono quella affetta da sindrome da 1Q84 e senza memoria visiva. Potremmo anche dire senza memoria. Senza. Adoro  il tuo essere te stessa fino in fondo. La cosa bella è che non sei mai testarda, non si avverte. Non. Ecco! Non! Ci ha appena  rincorso entrambi! Era questo che volevi dirmi una piramide e mezzo disegno indefinito fa? In questo momento mi hai  rivelato  i  segreti  delle  geometrie  degli  astrattisti.  E  meno  male  che  non  ho  ancora  messo  in  ballo  la  crisalide  d’aria!  È  come  cambiare  il  titolo  ad  un  romanzo  di  Orwell  e  capire  che  anche  questa  è  una  coincidenza  di  un  tempo  e  di  uno  spazio.  C’è  chi  invece  più  che  sentirsi  vittima  della  coincidenza  si  è  sentito  vittima  della  congiuntura,  nella  vita  e  negli  scritti. Scrivere rende liberi. Solo scrivendo siamo davvero out of rules, anche nel momento in cui non scriviamo che di  gabbie.  Gabbie.  Senza.  Non.  VG.  Mi  piace  questo  VG,  se  è  lui  la  fonte.  Di  cosa?  Di  grandi  satisfiction,  citando  la  pubblicazione di Vasco Rossi. Vasco Rossi? Non lo sapevo, avevo appena citato anch’io un inedito incluso in satisfiction.  Altra coincidenza? Gabbie. Gabbie. Gabbie. Vabbè, le gabbie sono coincidenze, cioè le coincidenze sono gabbie o sono  sabbie. Se ti fermi alla prima, convieni con me e ho vinto io. Ma è una partita in cui deve esserci per forza un vincitore?  Secondo  me  più  che  una  partita  è  come  quando  decidi  di  non  affrontare  qualcuno,  ma  affrontare  “qualcosa”  con  qualcuno. Ma nella subordinata è sottinteso il non? Non. Non. La parola “non” se la vedo scritta dà l’idea di uno con le  braccia alzate tipo mani in alto. Ma è chi scrive che ha la pistola e la vuole mettere in gabbia, forse. Non ne sono sicuro,  ma mi piacerebbe provarci. Innanzitutto qui non c’è nessuno che scrive. Stiamo dialogando, ricordi? E tu hai la dote di  vedere le forme che le nostre parole intanto assumono sulla pagina word font calibri corpo 11. Ma anche non word. Non.  A me “non” fa pensare al dritto e al rovescio che si baciano e non si distingue più chi bacia chi. È bello quando “non” si  distingue,  no?  La  confusione  delle  labbra…  C’è  una  piena  fusione,  no?  Cortázar,  altra  coincidenza.  Mamma  e  come  sei  colta!  È  il  gioco  del  mondo:  sono  colta  e  affetta  da  una  strana  sindrome.  ^E  anche  patafisica,  non  dimenticartelo.  Tra  l’altro ti risulta difficile l’arte del tratto. Ma perché, in un dialogo si può trattare l’arte del tratto? Non so se esiste una  scuola, forse in Cina. L’ho letto nei sogni la scorsa notte, come se mi fosse stato dato un numero, una chiave per aprire  qualche altro mondo, qualche segreto… Concentrati: era una chiave o un numero? È importante! Comunque non ti dico  né la chiave cosa può aprire, né cosa potresti vincere con quel numero. Non importa. Tu dimmi solo il numero, poi… Tutte  le ruote. Forse sarà la mia inconscia capacità di cabalismo o perché quando scrivo o leggo ho più tempo per pensare, ma  vedo la ruota come un altro dei tuoi simboli. In realtà e solo un altro modo per non farti fare altre domande sui  numeri  dei miei sogni. Inutile che tu vada oltre, io stavo già sulla ruota che mi sa tanto di eterno ritorno all’uguale nietzschiano.  Forse  è  il  caso  che  mi  offenda  di  nuovo.  Con  te  anche  per  offendermi  devo  fare  lo  sforzo  di  capire.  Cosa  fai  con  quel  telecomando che qui non c’è nemmeno la tv? Mi stai oscurando il sensore! Se il sensore ti serve per captare altri numeri  mi faccio volentieri da parte. Terno secco su una ruota, mi raccomando. Ora ti dico cinque numeri, tanto che me ne frega.  Fammi ricordare, aspetta…  Devo distaccarmi un attimo per andare a recuperarli in sogno. (L’ho sempre detto che le j’en  foutisme ha dato sempre buoni frutti). Va bene anche se i numeri me li dà il gatto? Se ti appare in sogno, sì. Ma mica i  numeri  si  danno  solo  nei  sogni?  No,  anche  per  le  strade  di  Napoli  e  in  televisione.  Ma  non  sarà  troppo  lungo  questo  dialogo?  Il  gatto  mi  ha  dato  un  4  e  una  lettera  V.  Ho  visto  V4.  È  un  codice,  una  funzione.  Quanti  numeri  si  possono  ricavare da V4? la V corrisponde al 22 nell’alfabeto, vero? Se immagini il 22 a dritto e rovescio sembra una scacchiera con  gli alfieri  aperti, sembra  un  altro  auditorium.  Ancora?  Coincidenza  o  mania  di  persecuzione?  E  chi  non  ha  manie? A te  piace  barare?  Sì?  Tanto  è  l’unico  modo  che  hai  per  vincere.  Forse  anche  no.  Vediamo  chi  è  più  bravo.  Io…  Io,  io,  io…  Sempre io! Ma non era morto? No. E poi la i e la o sono necessarie per il noi. Che romantica… Mmh… No, mi hai fatto  sorridere, molto. Bello provare gioie così , con due lettere! Voglio farti notare anche un’altra cosa. Giuro che il mio scopo  non è farti sorridere. Ti sei accorto che la t e la u invece non ci stanno? Forse sono andato troppo fuori strada? Eppure qui  io vedo, c’è luce. Certo, per capire se si è sulla giusta strada basta guardare la luce. Dell’orsa polare era sottinteso? Non ti  piace  andare  fuoristrada?  No,  paradiso  perduto:  nessuna  luce;  piuttosto,  visibili  oscurità.  Mmh.  Vogliamo  fare  un  salto  alle origini? Stai tentando di trovare pure un lavoro nella Dead Poets Society? No, ma mi piace vivere la dimensione del  viaggio. Nel tempo? In realtà è uno spazio interiore, un labirinto, una sorte di babele dell’anima. C’è da perdersi, allora.  Basta sapere da quale parte dello specchio sei. Biancaneve non era anche un po’ matrigna? Ora siamo davvero off‐road,  però manca una cosa: la follia. Quella solo stringere una pecora di DE.CAR. made in China in mano te la può far vedere.  Dipende dalla mano, o da dove è stata fabbricata. Fosse stata made in Corea? Arirang!   ARIRANG: Molte ricerche sono state svolte per determinare il significato della parola "Arirang", ma nessuna di queste ha condotto a risultati certi. Tuttavia è stata sviluppata una teoria secondo la quale la parola deriva da "Ari", inteso come il corrispettivo arcaico di "Arittaun" (Bello/a), mentre "Rang" sarebbe usato per riferirsi ad una persona. Piuttosto chiaro appare, invece, il fatto che il nome "Arirang" sia ripreso da un passo del testo della canzone in cui viene citato il luogo immaginario degli incontri tra gli amanti. Questo passo montano (Arirang Gogae), sebbene nella canzone faccia parte della terra dei sogni, esiste realmente ed è situato a est di Seoul. (Fonte: www.facebook.com/CiaoKorea)

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illustrazione di Alessandro Paratore

“Illustrando” è lo spazio che Place riserva agli illustratori iscritti alle Accademie delle Belle Arti e non solo. Vi piacerebbe vedere le vostre illustrazioni pubblicate sul nostro mensile? Inviatele alla casella di posta redazione.place@gmail.com. Ogni mese, tra quelle ricevute, il nostro graphic and design coordinator ne sceglierà una da inserire all’interno del nostro magazine.

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PLACE INTERNATIONAL

PEOPLE

IN

La realtà internazionale trapiantata in quella locale. Attraverso storie e racconti, PLACE dedica una sezione ai tanti non italiani che vivono a Giffoni. Un modo per dare visibilità alla loro creatività e alla loro arte, per approcciarsi alla sensibilità di persone con percorsi culturali differenti. Igor Kruchko inaugura la rubrica con una storia d’amore e rimpianti, in cui il fato non lascia scampo ai protagonisti.

The Black Swan di Igor Kruchko

Chiunque può innamorarsi. Amare veramente è un dono di Dio; solo le persone speciali sanno amare veramente. Ci trovammo all’aeroporto. Eravamo appena arrivati. Per molto tempo avevamo lavorato in paesi diversi. L’attesa mi snervava, stavo perdendo la pazienza. Il mio vecchio amico Alex capì tutto e mi strinse la mano. Senza guardarmi chiese: “ Vai da lei? ”. Io non risposi ed abbassai la testa. Presi un taxi, corsi per le scale, ero di nuovo a casa. Non riuscii ad aprire subito la porta, mi tremavano le mani. Appena entrato corsi in salotto. Lei, come sempre, mi aspettava lì. Era una giovane donna. Indossava un vestito che le stava splendidamente. Metteva sempre quel vestito quando tornavo a casa. Sapeva che mi piaceva tanto. Aveva le mani gracili con le dita lunghe, come solo le persone sensibili hanno. I capelli ondulati e castani si appoggiavano delicatamente sulle spalle. Gli occhi scuri brillavano mostrando serenità. Mi abbracciò forte. Un bacio e due parole: “ Mi mancavi ”. Lei rispose: “ Anche tu ”. Stappai una bottiglia di spumante e la versai in due calici. Dopo due sorsi iniziammo a chiacchierare. Una pallottola scura apparve dietro la finestra e si dileguò all’improvviso. Mi avvicinai alla finestra per vedere meglio. Sul davanzale c’erano foglie gialle e due piume nere. Il cielo era coperto di nuvole stracciate e grigie, il vento d’autunno soffiava con forza. Ogni tanto il sole si mostrava senza calore. La natura si preparava per l’inverno. Fredde notti senza stelle. “ Perdonami sono stanco, devo riposare un po’ “ - Dissi. “ Sì, certo ”. - Annuì. Presi la foto della donna con i capelli castani, era con lei che avevo parlato tutto il tempo. Entrai in camera da letto. Riposi la foto del mio amore sul comodino. Al collo avevo una piccola collana con una fede da donna. Toccai la fede, un’enorme tristezza mi invase. Due anni prima avremmo dovuto incontrarci a Parigi. Volevamo trascorrere qualche giorno insieme. Le avrei chiesto di sposarmi, una di quelle sere al ristorante. Stavo aspettando all’aeroporto di Parigi. Il volo su cui viaggiava era in ritardo. Annunciarono la catastrofe. Erano morti tutti. Non avevo fatto in tempo a dirle le parole più importanti. Ero in ritardo di una vita intera. Dentro di me si è rotto qualcosa. La corazza di cristallo ha coperto la mia anima per sempre. Reclinai la testa. Una scheggia di dolore si è posata su un cuscino, come un fiocco di neve che si è sciolto per sempre. Il cigno nero fece due ultimi giri, ma non trovò la sua meta. Alex guardò il suo amico che prendeva il taxi. Compose il numero di telefono. “ Come sta? ”. Chiese una voce di donna. “ Sta venendo da te ”. Rispose l’uomo e riattaccò.

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PLACE - numero 1 - Gennaio 2012