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63 luglio 2013

Negramaro Dieci anni di carriera da festeggiare con due grandi concerti nei più importanti stadi d’Italia. «Ma siamo quelli di sempre, non ci sentiamo arrivati». Parola di Giuliano Sangiorgi

è nata ONSTAGE RADIO l’unica digital radio che trasmette solo musica live

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blur

MA QUESTO NUOVO ALBUM ARRIVA O SE NE PARLA SOLO PER SPINGERE I CONCERTI?

DEPECHE MODE

DAVE GAHAN E SOCI TORNANO NEGLI STADI, IL LORO (NUOVO) HABITAT NATURALE

PATTI SMITH

LA GRANDE ARTISTA AMERICANA CI HA PARLATO DI COM’ERA ALLORA E DI COM’È OGGI

robbie williams

ARCHIVIATI I TAKE THAT, LA POPSTAR TORNA SUL PALCO PER RIPRENDERSI IL TRONO

+ CARLOS SANTANA + BEADY EYE + SIGUR ROS + FABRI FIBRA


Editoriale di Daniele Salomone @DanieleSalomone

P

erché l’Italia non ha un grande festival? Perché non riusciamo ad organizzare un evento all’altezza di quelli che invidiamo ai paesi europei e agli Stati Uniti? Domande simili sono tornate di moda quest’anno perché è saltato l’Heineken Jammin’ Festival e abbiamo assistito al caso eclatante dell’A Perfect Day, annullato dopo che la line up completa era stata annunciata. Ma questo problema in Italia ha radici molto profonde: è un grave fallimento del sistema-paese. Se non abbiamo un festival degno di questo nome le responsabilità sono di tutti. Dei privati, delle istituzioni e del cosiddetto popolo. Il lungo periodo di recessione non aiuta, ma non può essere un alibi: in questo campo faticavamo molto anche quando il paese cresceva. I privati. Eventi come Glastonbury e Sziget contano su organizzazioni che lavorano 12 mesi l’anno sulle proprie creature, mentre da noi sono sempre stati i promoter a tentare di mettere in piedi i grossi festival. Un’anomalia che produce effetti negativi: intanto è possibile che una struttura impegnata nella produzione di concerti abbia poche risorse per organizzare raduni lunghi e di una certa dimensione. Poi c’è un conflitto d’interesse: il promoter tende a privilegiare l’artista del suo roaster nella costruzione del cast, anche se la scelta si rivela controproducente per la qualità del cast stesso. Ma soprattutto esiste un problema imprenditoriale: nessuno è riuscito a proporre un prodotto-festival all’altezza del mercato. Per esempio, le location si sono sempre rivelate inadatte e l’offerta di ristorazione non si è mai evoluta: non è più accettabile stare in coda due ore per bere una birra e non poter mangiare altro che un panino freddo con la salsiccia scotta. Dovreste vedere come funzionano questi servizi nei festival europei. Non dimentichiamoci che stiamo parlando di eventi destinati a una fascia di popolazione benestante. Le istituzioni. Non è una novità che la classe politica italiana abbia problemi con la gestione del patrimonio e delle iniziative culturali. L’amministrazione pubblica non riesce a prendersi cura di un tesoro dell’umanità come Pompei, figuriamoci se può comprendere l’utilità di un festival musicale per l’economia di un territorio e di una collettività. Per il Sziget si mobilitano gli enti di promozione turistica ungheresi: non è un caso che degli oltre 350mila spettatori, la stragrande maggioranza sia straniera. Budapest spalanca le porte ai turisti e mostra all’Europa il suo profilo migliore. Noi non sappiamo farlo, eppure di turismo dovremmo essere campioni. E non posso fare a meno di chiedermi come si comporterebbe un Comune di fronte alla possibilità di organizzare un grande festival nel proprio territorio, se qualche abitante protestasse perché contrario. A giudicare da quanto av-

viene a Milano, dove un piccolo comitato di residenti condiziona la programmazione e la qualità (acustica) dei concerti a San Siro, ho come il sospetto di conoscere la risposta. Gli abitanti sono voti. Il pubblico. Noi. Noi che viviamo la musica come il calcio, con le tifoserie di artisti e generi che rifiutano tutto quello che è “avversario”. Noi che non abbiamo il minimo interesse per quello che non conosciamo e persino ai concerti dei nostri idoli non degniamo di uno sguardo gli artisti spalla. Noi che diamo la colpa agli organizzatori se il prezzo del biglietto ci pare troppo alto, quando invece dipende quasi sempre dal cachet degli artisti. Noi che se il prezzo è giusto ci lamentiamo del cast (e, appunto, ignoriamo le richieste dei big). Noi che tra un weekend al mare e tre giorni dentro una tenda non abbiamo dubbi. Noi che ai festival italiani non ci andiamo, ma all’estero si perché è più figo. In effetti. Ho citato Glastonbury e Sziget perché sono realtà virtuose che propongono modelli opposti. Il primo punta tutto sulla qualità (e la quantità) della proposta musicale, ma state certi che vostro figlio di due anni troverà tutte le strutture necessarie per passare una splendida giornata. E se vi si dovessero rompere le acque mentre ascoltate i Rolling Stones, non c’è problema. Tanto per capirci, in 40 anni di storia, Glasto si è costruito una tale credibilità che i biglietti finiscono 8 mesi prima dell’evento, quando nessun artista è stato annunciato. A Budapest invece hanno puntato sull’esperienza: andare al Sziget significa farsi una settimana di vacanza in un parco a tema (musicale) situato dentro un’isola sul Danubio. Concerti di tutti i generi e le dimensioni, djset, ma anche giostre, meditazione, sport e infinite altre attività. Peace&Love. L’ingresso costa relativamente poco ma la struttura guadagna offrendo tutti i servizi necessari con efficacia. E Budapest gioca di sponda. Sia in Inghilterra che in Ungheria, pur in epoche e contesti diversi, hanno pensato a un prodotto (magari aggiustandolo in corsa), l’hanno posizionato presso un pubblico che lo chiedeva e non hanno incontrato resistenze sul territorio. Guadagnano, creano lavoro e fanno divertire un sacco di gente. Così succede negli Stati Uniti per eventi come Coachella e il South By Southwest. Noi, d’estate, dobbiamo accontentarci dei cosiddetti concert series, cioè manifestazioni che offrono più o meno uno show a sera in un determinato periodo e nella stessa location. Va bene, perché comunque ci portano grandi soprattutto internazionali. Accontentiamoci, ma non nascondiamo la testa sotto la sabbia.

onstage luglio 09


32

INDICE LUGLIO 2013 N°63

38

32

NEGRAMARO

Festeggiamo 10 anni di carriera e i concerti negli stadi con una lunga intervista a Giuliano Sangiorgi.

38

DEPECHE MODE

C’è stato un tempo in cui si diceva che non fossero adatti agli stadi. Schiocchezze, come dimostra l’ultimo tour.

44

ROBBIE WILLIAMS

44

Il periodo-no, la risalita con i Take That e la nuova avventura solista. Robbie è tornato e sbarca a San Siro.

50

BLUR

Pare che oltre ai concerti, Damon e soci stiano lavorando al nuovo disco. Intanto, ce li gustiamo a Milano.

54

PATTI SMITH

50

La più easy delle grandi star americane ci ha concesso una lunga intervista in vista delle date italiane di luglio.

58

Style

È arrivata l’estate, finalmente. Vi diamo una mano a preparare le vacanze con qualche consiglio sullo stile.

54

58 10 onstage luglio

SUMMER TIME!


INDICE

Face to face

24

Numbers

Ma sarà vero, come si dice, che l’esplosione del digitale - con la morte del cd - ha rinvigorito anche il vinile? Pare proprio di si.

CARLOS SANTANA

28 26

FABRI FIBRA

Apriamo il magazine con uno sguardo attento e interessato su musica, libri, cinema, cultura, tendenze.

17

BEADY EYE

18

NEFFA

20

GIORGIO GABER

La prima digital radio che trasmette solo musica live, 24 ore su 24. Onstage Radio è disponibile sul sito e sulla pagina Facebook di Onstage, oppure come app gratuita da scaricare su tablet e smartphone. Anche a luglio, programmazione speciale dedicata ai grandi artisti in tour: Muse, Negramaro e Depeche Mode Tutte le info a pagina 72.

21 GIANLUCA DI MARZIO 22

DIMMI QUANTI LIKE HAI (E TI DIRò CHI SEI)

What’s New È NATA LA DIGITAL RADIO DI ONSTAGE!

Jukebox

DEEP PURPLE

Cosa c’è di nuovo e interessante, ogni mese, ve lo diciamo noi. Album, film e games in uscita, puntualmente recensiti.

65

musica

68

cinema

70

games

72

ONSTAGE RADIO

Coming Soon

Il calendario concerti del prossimo mese e un focus sull’artista più importante tra quelli di cui ci occuperemo a settembre.

74

LIGABUE

www.facebook.com/onstageweb @ONSTAGEmagazine

↘ Onstageweb.com Speciale Negramaro: il backstage di San Siro Onstage è media-partner ufficiale dei concerti dei Negramaro a Milano (San Siro, 13 luglio) e Roma (Olimpico, 16 luglio). In occasione della prima delle due date, realizzeremo un esclusivo reportage dal backstage. Incontreremo Giuliano e

12 onstage luglio

soci dietro le quinte dello spettacolo del loro mini (ma solo per il numero di date) tour e ci faremo raccontare tutti i segreti dello show, oltre a farci dare qualche anticipazione sul futuro. Foto e video saranno pubblicati su onstageweb.com. Stay connected!


OSPITI LUGLIO 2013

Anton Corbijn

Malika Ayane

Steven Selling

Linda Brownlee

Impossibile elencare tutte le star ritratte dal fotografo olandese, che ha anche diretto oltre 60 videoclip e due film,The American e Control. Sue le foto dei Depeche Mode per la coverstory di questo numero.

Ha pubblicato tre album (l’ultimo è Ricreazione) e partecipato due volte a Sanremo. In entrambe le occasioni, i brani in gara erano firmati da Giuliano Sangiorgi. Anche se in piccola parte, si sdebita su Onstage.

Fotografo, filmmaker e artista multimediale di New York. Dal 1997 al 2008 ha collaborato con la poetessa del rock al documentario Patti Smith: A Dream Of Life, oltre a ritrarla nelle foto che trovate squeste pagine.

Nata vicino Dublino ma trasferitasi a Londra, giura che le piace passare più tempo possibile con i soggetti che ritrae, per fargli esprimere chi sono veramente. Lo ha fatto anche con i Blur. Sfogliate e vedrete.

Charlie Rapino

Andrea Bariselli

Stefano Verderi

Virginia Varinelli

Emigrando in Inghilterra ha trovato l’America (ma pure in Italia partecipando ad Amici come coach). Produttore dance e pop, da due anni butta benzina sul fuoco per noi dalla sua roccaforte: Londra.

Ideatore di RicetteRock.com, musicista, produttore, manager, editore. Ci racconta le sue innumerevoli esperienze con artisti e band a cui dedica succulenti piatti pensati ad rock. Altro che MasterChef!

“The Wizard” è il chitarrista de Le Vibrazioni. Diplomato al Musicians Institute di Los Angeles, ha fondato la Basset Sound nel 2010 per produrre nuovi artisti. Ci parla di affascinanti suggestioni retrò.

Fashion blogger tra le più attive del world wide web, Didi ha cominciato a scrivere di moda nel 2011, quando ha fondato il blog The Ugly Truth Of V (.com). Da quest’anno, cura la nostra sezione Style.

Registrazione al Tribunale di Milano n° 362 del 01/06/2007 Direttore responsabile Emanuele Vescovo info@onstageweb.com Direttore editoriale Daniele Salomone d.salomone@onstageweb.com Ufficio grafico Eros Pasi e.pasi@onstageweb.com Giulia Vidali g.vidali@onstageweb.com Redazione Francesca Vuotto f.vuotto@onstageweb.com Tommaso Cazzorla t.cazzorla@onstageweb.com

14 onstage luglio

Hanno collaborato Guido Amari, Antonio Bracco, Blueglue, Jacopo Casati, Francesco Chini, Stefano Gilardino, Massimo Longoni, Alvise Losi, Gianni Olfeni, Marco Rigamonti.

Ufficio commerciale Eileen Casieri e.casieri@onstageweb.com Marianna Maino m.maino@onstageweb.com Mattia Sbriziolo m.sbriziolo@onstageweb.com

Direttore marketing Luca Seminerio l.seminerio@onstageweb.com

Distribuzione e logistica Laura Cassetti l.cassetti@onstageweb.com

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Concessionaria per la pubblicità Areaconcerti srl via Carlo De Angeli 3 20141 Milano Tel. 02.533558

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Filiale di Roma Paola Marullo p.marullo@onstageweb.com

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è LA STAGIONE DEL GELATO E DEL DESIGN Anche quest’anno il brand Seletti collabora con McDonald’s realizzando sei esclusive coppette gelato in porcellana con diverse fantasie, tutte da collezionare. I clienti che acquisteranno un Menu e un gelato* riceveranno subito in omaggio una Coppetta Seletti.

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JUKEBOX

74 anni

ESSERE

ROCK Dopo un esordio poco felice, finalmente i Beady Eye centrano l’obbiettivo con un album che parla il linguaggio semplice e diretto del rock’n’roll, ovvero l’essenza stessa di Liam Gallagher e compagni. BE, come il verbo essere e come le iniziali del gruppo, promette di essere un nuovo punto di partenza per gli inglesi. di Stefano Gilardino

U

na giornata impegnativa per i quattro Beady Eye presenti a Milano, interamente dedicata alla presentazione del nuovo disco. Un lavoro di cui andare fieri, finalmente, e di cui discuto in una sala di Radio Deejay assieme a Gem Archer, Andy Bell, Chris Sharrock e, ovviamente, Liam Gallagher. Proprio lui, sempre al centro dell’attenzione - e spesso per motivi extramusicali - pare il più rilassato e sorridente, pronto a rispondere alle domande o a passare il testimone ai tre compagni. «Ti piace il disco? Noi siamo davvero soddisfatti, siamo la migliore rock’n’roll band che tu possa incontrare in giro». Modesto come da copione Liam, ma sul disco ha perfettamente ragione, BE potrebbe davvero essere quello che tutti gli orfani degli Oasis stavano aspettando da anni: brit rock ai massimi livelli, con un tocco particolare dato dalla produzione di Dave Sitek dei TV On The Radio, come ricorda anche Gem «Non se l’aspettava nessuno un nome del genere come produttore dei Beady Eye, ma il suggerimento è arrivato dal nostro manager e dobbiamo dire che ha avuto ragione. Dave ha davvero offerto un punto di vista interessante e differente sui nostri pezzi e questo ha giovato al risultato finale». Liam rafforza il concetto: «Noi facciamo i musicisti e preferiamo avere qualcuno dall’altra parte della sala di controllo a darci un parere obiettivo sulle canzoni. Poi spesso si tratta

di discutere e mediare, anche di litigare se ca- L’argomento Oasis, nonostante gli anni paspita, ma per noi è meglio lavorare così». Uno sati, è sempre uno di quelli a maggior tasso di dei punti di forza, merito anche di Sitek, sono rischio, un po’ come quello Noel, il fratello a gli arrangiamenti per fiati e orchestra, che re- cui è dedicata Don’t Brother Me, sorta di digalano dei colori inediti ai Beady Eye. «Stiamo chiarazione d’amore/odio, uno dei pezzi più anche pensando a come riproporli dal vivo, ci intensi del disco. Liam non sembra particolarmente interespiacerebbe una bella sezione fiati e abbiamo anche riarrangiato alcuni pezzi vecchi per sato a ribadire gli stessi concetti - e come dargli l’occasione. Siamo una soul punk band, al- torto, visto che è una di quelle domande a cui meno dal vivo, devi venirci a vedere così puoi avrà risposta centinaia di volte - e allora la difarti un’idea da solo!». Approfitterò certamente dell’invito, ma«Noi siamo davvero soddisfatti del nuovo gari non ora a Pistoia (dov’è in album. Siamo la migliore rock’n’roll band programma l’unica data in Italia che tu possa incontrare in giro» Liam fin qui annunciata) ma di sicuro quando passeranno da Milano. A proposito di vecchie canzoni, i Beady scussione slitta sulla copertina: una bella foto Eye hanno anche recentemente deciso di in- che ritrae una ragazza a seno nudo, oggetto di serire nella setlist un paio di canzoni proprio censura nel Regno Unito, quasi una notizia di degli Oasis, quasi a voler ribadire un legame altri tempi. «Cosa vuoi che ti dica, giornali e con un passato irripetibile. A rispondere è televisioni sono pieni di donne nude di ogni Liam: «Sono solo due pezzi, Morning Glory età, razza e colore e a noi rompono i coglioe Rock’n’Roll Star, giusto per vedere l’effetto ni per una fotografia artistica e ci chiedono che fa. Il pubblico ha ovviamente apprezza- di coprire il capezzolo. Viviamo in un paese to moltissimo e allora continueremo a farle, di repressi, non possiamo farci nulla, ma è un in fondo sono parte della nostra vita, perché incidente di percorso che non merita più di non dovremmo suonarle se ci va di farlo?». qualche parola».

onstage luglio 17


JUKEBOX

Di Charlie Rapino

AVANTI TUTTA

Wimbledon Rocks

Neffa ha pubblicato il suo settimo album, Molto calmo. Un disco nato da un momento di riflessione, come lui stesso ci ha raccontato. E adesso, il tour di Tommaso Cazzorla

A

ndare avanti, sempre e comunque. glie di alieni. Mi stupisco di averle scritte io». Neffa è un fiume in piena. Spiega come abQuella di Neffa è una lotta costante con il proprio passato, per via del con- bia concluso alcuni pezzi poco prima di consetinuo confronto tra i suoi nuovi lavori e quelli gnare il demo definitivo e di come sia orgoglioche risalgono al suo periodo hip hop, quando so di questo disco, realizzato con l’intenzione era «uno dei 10 migliori rapper in Italia, anche di replicare l’intensità di Sognando contromano: perché in tutto eravamo 15» come ci racconta «Quando scrivo una bella canzone mi sento lui stesso. E aggiunge: «A cantare non sono ne- una persona migliore. Se una canzone riesce anche tra i primi cento, forse tra i primi mille». ad essere utile quanto una zeppa che non fa Perché da più di dieci anni a questa parte Neffa ballare il tavolo vuol dire che vale tantissimo. canta, inseguendo una dimensione a lui più Sono “storie che non esistono” (dice citando una canzone del nuovo album, ndr)». congeniale. Nella versione fisica del disco è presente una Molto calmo è il settimo disco di Giovanni Pellino (questo il suo vero nome), il quinto dopo la svolta soul, ed è «Lavorando sui beat ogni tanto qualche rima caratterizzato dalla voglia di lasciarti esce. Il rap è come andare in bicicletta, non si alle spalle certi paragoni: «Per me è che te lo scordi. È solo che se puoi fare dieci era già stata emessa una sentenza. metri in bici, li fai» Ma se tutto quello che faccio deve essere messo in ombra da quello che ho fatto prima, allora che senso ha?». Que- ghost track, Anima. Dopo un ritornello cansto disco ha un significato ben preciso «Io mi tato, Neffa torna a rappare come ai tempi di vedo con un futuro. E vorrei che queste canzo- Chicopisco, alla sua inconfondibile maniera. ni fossero ascoltate senza pregiudizi. Approc- Lui sminuisce il tutto: «Lavorando sui beat ciare la musica con un preconcetto è un cri- ogni tanto qualche rima ti esce. Il rap è come mine, le impedisce di toccarti l’anima». Molto andare in bicicletta, non è che te lo scordi. Ma calmo presenta sonorità più attuali rispetto ai in quel pezzo non c’è un messaggio o un retro dischi precedenti, quasi psichedeliche: «Per pensiero. È solo che se puoi fare dieci metri in scherzo dico che alcune delle canzoni sono fi- bici, li fai».

18 onstage luglio

*

LONDON CALLING

I

(Maria De Filippi usa Babolat?)

l tennis e l’industria del rock hanno sempre avuto drammatici parallelismi. Borg per esempio. Nel lontano 1973 appare a Wimbledon con tutti i crismi della rockstar. Capelli lunghi, abuso di vodka (secondo Panatta una boccia al giorno) e vizi vari. Un incrocio tra Mick Jagger e Robert Plant. Le sbarbe in polluzione erotico - adolescenziale innamorate di Mick s’invaghivano anche di Bjorn. Dalla Stratocaster alla Donnay. Nel primo giorno di Wimbledon 2013, ospite dell’amichetto ricco di turno, ho notato come il 70% delle racchette usate dagli juniores (e quindi dai futuri campioni) fossero del marchio Babolat. Tante ne ho viste che me sono comprata una pure io. Uno dei loro honchos, mentre degustavamo l’infamato Pimm’s (una specie di pozione albionica che ti stende), mi ha poi rivelato che la Babolat non ha più intenzione di dare milioni al Nadal di turno, perché preferisce quello che potremmo definire un “life time endorsement”. In soldoni, se hai 12 anni ti regalo tutto, dalla racchetta alle mutande, e ti pago persino le lezioni col trainer (anche lui brandizzato). In cambio divento il tuo sponsor a vita. Se poi vuoi uscirne quando hai vinto uno Slam, tu ragazzino, o chi per te, me devi paga’! Babolat ha capito il rock’n roll. I Geffen, gli Ertegun e tutti i signori del rock di un tempo, prendevano tutto quello che potevano pigliare e scommettevano su qualcuno che pensavano avesse talento. Se poi gli artisti volevano, potevano comprarsi la propria libertà di fare mpresa con sangue, sudore e lacrime. Senza il conflitto di interesse di Geffen niente Eagles... Spietato, ma efficace. Forse l’industria musicale, per non finire male, dovrebbe tornare a quell’approccio. E già che ci sono le major dovrebbero iniziare a mandare gli scagnozzi a Wimbledon invece che ai talent show in televisione. C’è anche più gnocca!


JUKEBOX

RICORDANDO GABER 10 ANNI DOPO A dieci anni dalla scomparsa del grande Signor G, il Festival Giorgio Gaber si arricchisce di eventi e location.

N

el decennale della morte del grande artista milanese, il Festival Giorgio Gaber ricorda il Signor G con un’edizione specia-

le che prende il via il 5 luglio a Camaiore e che per un intero mese coinvolgerà con i suoi 25 eventi anche altri comuni toscani, tra cui Lucca, Pietrasanta e la Cittadella del Carnevale di Viareggio, sede delle due serate principali. Tra gli appuntamenti più interessanti, quelli di ComeInCamaiore, rassegna di tre incontri e otto spettacoli, a ingresso libero, a cui prenderanno parte alcuni dei più rappresentativi artisti della

(NON) SOLO SOUL Ancora una volta insieme Nina Zilli e Fabrizio Bosso, protagonisti di uno show omaggio alla musica soul

D

opo aver visto Nina Zilli e Fabrizio Bosso insieme nel 2012, al Festival di Sanremo e nello show di Giorgio Panariello, li ritroviamo di nuovo uno accanto all’altra in questi mesi per lo spettacolo We Love You, con cui stanno percorrendo l’Italia e rendendo omaggio alla musica soul - il “pop degli Anni Sessanta” come lo chiama Nina. «Fabrizio voleva fare un tributo dedicato a Amy Winehouse, ma non me la sono sentita, nel rispetto di una persona che è morta a 27 anni cannibalizzata dai media e dalle persone più vicine. Perciò abbiamo pensato di ripercorrere tutta la storia del genere, mescolandola con un po’ di jazz: partiamo da Nina Simone per arrivare a Amy. La ricordo eseguendo solo qualche suo pezzo e lasciando alla tromba di Fabrizio quelli più noti come Rehab o Love Is A Losing Game». La scaletta regala brani che sono impressi a fuoco nel DNA di Nina, pezzi con cui si diver-

20 onstage luglio

te a giocare con la voce, mentre Bosso fa altrettanto con il suo strumento. «La musica è una sola, ci si affanna troppo a trovare un’etichetta per ogni stile. Si può mescolare tutto, anzi, è proprio grazie a questa libertà che sono nate soluzioni nuove». Se volete divertirvi e sfidare con Nina e Fabrizio le rocambolesche condizioni meteo di quest’estate - a Venaria se la sono vista con un Diluvio Universale, mentre a Lignano con una tempesta di sabbia degna del Sahara - cercateli un po’ ovunque, sono in giro fino a tutto agosto. Stay soul! F.V.

scena comico-teatrale di ieri e di oggi. Enzo Iacchetti, Massimo Boldi, Zuzzurro e Gaspare, Enrico Bertolino, Paolo Rossi e il duo Teocoli-Lavezzi ricorderanno la poliedrica figura di Gaber, che per più di quarant’anni ha cercato con i testi delle sue canzoni e dei suoi spettacoli di portare lo sguardo del pubblico oltre le apparenze e le convenzioni. Il programma completo della manifestazione è disponibile sul sito della fondazione a lui dedicata www.giorgiogaber.it. F.V.

HOT LIST I 10 brani più ascoltati in redazione durante la lavorazione di questo numero The National Sea of Love (Trouble Will Find Me, 2013) Jovanotti Tensione evolutiva (Lorenzo Backup 1987-2012, 2012) Muse Hysteria (Absolution, 2003) Editors The Weight (The Weight Of Your Love, 2013) Levante alfonso (Manuale distruzione, 2013) These New Puritans Fragment Two (Field Of Reed, 2013) Sigur Ròs Brennisteinn (Kveikur, 2013) Skunk Anansie WEAK (Paranoid and Sunburnt, 1995) Mecna ft Andrea Nardinocchi Ogni Secondo (Le valige per restare EP, 2010) Blur Bugmann (13, 1999)


di Stefano Verderi

è TEMPO DI CALCIOMERCATO Con un sito web e un account di Twitter che fanno numeri degni di una pop band di successo, il giornalista Sky Gianluca Di Marzio è Re del calciomercato, sua grande passione. Ma anche la musica… di Stefano Gilardino

G

ianluca è figlio d’arte - il padre è il ce- zio.com. «Mi piace il dietro le quinte, adoro lebre allenatore Gianni - ma ci tiene scoprire i movimenti delle squadre e questa a precisare come abbia immediata- passione è diventata in breve un impegno a mente accantonato l’idea di sfruttare il nome tempo pieno. Ormai ci sono anche dirigenti per imbarcarsi in una carriera calcistica. «Mi che mi chiamano per avere il mio parere su sono arreso all’evidenza, ho capito che non qualche giocatore. Un bel riconoscimento, avevo talento per diventare un buon giocato- insomma, che potrebbe anche trasformarsi re e quindi ho preferito fare altro. Il calcio è la in una prospettiva futura di lavoro, magari mia passione da sempre, ma mi sono diletta- come esperto di scouting». L’altra passione di Di Marzio è la musito più con le telecronache che su un campo. Prendevo i Big Jim e facevo finta che fossero i ca: «Sono molto amico di Kekko dei Modà giocatori oppure commentavo le mie partite e proprio nell’ultimo loro tour la mia voce con il Subbuteo. Alla fine, la passione mi ha registrata funge da presentazione alla band, a portato a lavorare sia per un giornale che in fine concerto, in modo calcistico. Una grantelevisione in una piccola emittente di Padova, la mia città adottiva, e poi «Lavorando nel settore devo cercare a fare il salto a Sky». di mantenere un equilibrio, ma se devo Nonostante la provenienza camessere sincero nella mia vita ho sempre pana e il grande amore per Padova, tifato per le squadre allenate da mio padre» Gianluca non può permettersi un tifo sfrenato per nessuna squadra: «Lavorando nel settore devo cercare di man- de emozione». Restando in ambito musicatenere un equilibrio, ma se devo essere sin- le, c’è da segnalare l’iniziativa benefica che cero nella mia vita ho sempre tifato per le vede coinvolti Gianluca e Alessandro Bonan, squadre allenate da mio padre». Dopo le tele- compagni di squadra a Speciale Calciomercronache, il calciomercato è diventato la sua cato (in onda dal lunedì al venerdì alle 23 su passione e Gianluca è ormai l’esperto numero SkySport1, fino al 2 agosto): la sigla, il cui uno in Italia, come dimostra il seguito del suo titolo è Butta giù la lista ed è firmata proprio account Twitter (@dimarzio, quasi 200mila da Bonan, è in vendita su iTunes e il ricavato follower) e del sito ufficiale gianlucadimar- è destinato alla Fondazione Borgonovo.

*

RETROMANIA

SI APPREZZA DI PIù?

Q

uando un oggetto, un elettrodomestico o una nuova tecnologia entrano a far parte integrante della nostra vita, spesso ci si dimentica come si viveva prima che questi irrompessero nel nostro uso quotidiano. Il frigorifero e il televisore erano oggetti di lusso fino agli anni ’50, e i nostri nonni hanno vissuto senza per un certo periodo della loro vita; andate a raccontarlo a un quindicenne di oggi. E la musica? Come si ascoltava la musica... prima? Senza andare a scavare troppo nel passato, ma partendo proprio dagli anni ’50, cioè da quando è nata la categoria dei “giovani” come consumatori di musica, si ascoltava musica in radio (poco), e la si ascoltava al bar, nei jukebox. Ebbene si, per godersi una canzone si doveva mettere una monetina, cioè pagare. Forse anche questo a un giovane di oggi suona strano. E si ballava anche davanti ai jukebox. Oppure si andava a casa di un amico e si ascoltava musica in compagnia, dai 45 giri e solo successivamente dai 33. La musica non era ovunque. è così che, secondo me, come il più grande sogno dell’uomo, volare, l’uomo desiderò poter avere la musica con se in qualunque momento. Le nuove generazioni desiderarono la musica “portatile”. Avete presente quei grotteschi personaggi degli anni 80 con un mega stereo a batterie portato sulla spalla che camminano per le strade del centro? Beh, sono dei pionieri della musica che “porti” con te. Ed ecco che fa poi il suo ingresso lui: il walkman. Riproduttore a cassette, grosso più o meno come un libro in edizione tascabile, con tanto di cuffie e cinghietta per portarlo a tracolla... Mentre cammini! Forse sono piuttosto vecchio, visto che posso dire “io l’ho avuto!”. Inizia ad essere storia abbastanza recente il cd portatile, l’iPod (e i vari lettori mp3) e infine gli smartphone. Riflettete questa estate quando in spiaggia metterete le vostre cuffiette nel cellulare per ascoltare un po’ di musica; anche quel gesto è il frutto di una evoluzione e del desiderio di molte generazioni. Ma la mia domanda è: con questa possibilità, si apprezza di più la musica?

onstage luglio 21


JUKEBOX

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RICETTE ROCK

ANCORA UN GIRO Non sembra avere tregua l’attività live dei Deep Purple. Di questo e del nuovo Now What?! abbiamo parlato con Ian Paice, batterista e fondatore della band di Jacopo Casati

I

Deep Purple tornano in Italia a luglio per municazione biunivoca che si instaura tra me tre concerti, all’Ippodromo del Galoppo che suono e te che mi ascolti. Io ti trasmetdi Milano (nell’ambito della rassegna City to qualcosa e tu mi restituisci le emozioni Sound 2013) il 21 luglio, il giorno successivo che provi ascoltandomi. In studio è noioso, al Rock In Roma dell’Ippodromo Capannel- suono per delle macchine che non solo non le e il 24 a Majano (Udine). La tournée di rispondono ma mi segnalano anche qualsiasupporto al nuovo album Now What?! giun- si imperfezione. Per questo motivo quando ge quindi anche nel nostro paese due anni dico che Now What?! è realmente il lavoro dopo il concerto sinfonico all’Arena di Ve- più completo dai tempi di Perfect Strangers rona. Il batterista Ian Paice, unico membro (1984) potete credermi. Mi sono divertito a del gruppo rimasto stabilmente nella line-up dal 1968 a oggi, è «Non mi piace registrare dischi, mi annoio. felice di suonare da noi: «In Italia Perché credo che la musica sia una ci divertiamo sempre moltissimo, comunicazione biunivoca che si instaura il pubblico è felice di vederci ed tra me che suono e te che mi ascolti» è molto affezionato alla band, conosce le canzoni, partecipa attivamente e rende speciale ogni show. Non è inciderlo, ogni pezzo si amalgama bene con un mistero che questo sia uno dei nostri paesi gli altri, abbiamo lavorato alla grande e con preferiti, negli ultimi anni abbiamo sempre estrema rapidità in studio e non ci sono state incluso l’Italia nelle nostre tournèe anche per indecisioni o tempi morti. Quando riusciamo a essere così efficaci e veloci di solito venpiù di una data». In effetti. La scusa che permette alla storica rock gono fuori buone cose, ad esempio Machine band inglese di tornare dal vivo è il dicianno- Head (uscito nel 1972, nda) che venne regivesimo disco in studio (Now What?! è uscito strato in sole tre settimane! Non vedo l’ora di a fine aprile). Un lavoro accolto molto bene proporre dal vivo i nuovi pezzi, credo che sadai fan e dalla critica. Paice ne parla così: «A ranno ben accolti. Anche perché s’integrano me non piace per nulla registrare dischi, mi perfettamente con i grandi classici che non annoio perché credo che la musica sia una co- possono mancare nella nostra scaletta».

di Andrea Bariselli

TAGLIATELLE ALLA VAN HALEN

C

i sono storie che a sentirle raccontare si fatica a credere che siano vere. Le mie sono tra queste. Per fortuna c’è sempre qualcuno che, per un motivo o l’altro, può testimoniare a mio favore, altrimenti mi auto-darei del “cazzaro” e stenterei a credermi. A metà degli anni ’90 ero direttore artistico del Factory, quello originale, una hall per concerti da 1500 persone dove suonarono tra gli altri Offspring, Blur, Faith No More, Skid Row. E i Van Halen, che il 31 gennaio 1995 presentavano il loro Balance. Eravamo li dalla mattina per organizzare il concerto e la band arrivò nelle prime ore del pomeriggio per il soundcheck e qualche intervista. Alle 18, quando gran parte del lavoro era stato fatto, vidi Eddie seduto in un angolo che si scaldava con la chitarra. Mi avvicinai quatto quatto per poi sedermi di fianco. Non sembrava che la mia presenza lo infastidisse, tant’è che mi feci coraggio e gli chiesi di suonare Eruption - per chi non lo sapesse è uno dei primi soli di chitarra registrati su un disco come se fosse un brano, e ha influenzato migliaia di chitarristi grazie alla tecnica del tapping. Non fece una piega e inizio a suonarla… solo per me. Io, Eddie ed Eruption in versione acustica (la stava suonando con la chitarra elettrica ma senza amplificatore). Ancora oggi mi emoziono a ripensarci. Ricordo la semplicità di quell’uomo che attraversava un periodo difficile - stava cercando di disintossicarsi dall’alcool - ma che con un semplice (per lui…) picchiettio sul manico della chitarra, mi regalò un momento straordinario. Grazie Eddie e grazie ai Van Halen che quella sera misero a ferro e fuoco il Factory, regalando uno show pazzesco di cui, ancora oggi, chi ebbe la fortuna di esserci parla quando vuole citare un concerto straordinario e così esclusivo. Le tagliatelle vongole e bottarga le scoprii quella sera in un ristorante sardo vicino alla venue. Da allora la bottarga è uno dei miei sapori preferiti e quel piatto è una delle ricette che amo cucinare, perchè mette tutti d’accordo. Se qualche “pazzo” non gradisce la Bottarga, anche solo con le vongole è eccezionale… Ma insieme sono un connubio davvero perfetto. Ingredienti per 4 persone: 320 gr. tagliatelle, 1 kg vongole, 1/2 bicchiere di vino bianco, 20 gr. bottarga, prezzemolo, 1 spicchio di aglio, olio EVO, sale

www.ricetterock.com

22 onstage luglio


FACE TO FACE

CARLOS SANTANA Torna in Italia il leggendario chitarrista messicano. A Piazzola (PD), Milano e Roma, Santana porterà il suo carico di energia e sentimento. Ce ne ha parlato lui in persona. di Daniele Salomone

P

artiamo da Shape Shifter, disco uscito nel 2012. È il primo lavoro strumentale dopo molto tempo. Cosa ti ha spinto in questa direzione? Niente in particolare se non l’ispirazione. Ho 65 anni, me la passo bene, e posso creare musica pensando di lavorare con chiunque, dai Metallica a Lady Gaga. Seguo il mio istinto e in quel momento ho sentito l’esigenza di comporre e incidere musica strumentale. Che cosa ispira l’istinto di Carlos Santana? L’Africa e i continenti in generale. I suoni e i ritmi delle culture del mondo attraversano gli oceani e incontrano l’America, arrivando al

mio cuore e ispirando la mia anima. È sempre stato così? Certo. Bisogna gioire della possibilità di trarre ispirazione da qualcosa di così vario ed eterogeneo. Non bisogna avere paura della varietà e delle differenze: bisogna lasciare che trasformino il nostro modo di essere, che ci diano forza. Un’artista non deve avere paura di cambiare, e io non ce l’ho mai avuta. A non essere mai cambiato è il suono della tua chitarra. Il timbro di Santana lo riconosci in mezzo a milioni. La tecnologia ti ha aiutato? In studio come dal vivo, non uso molta tecnologia. Non mi piace fare il clown con quelle pedaliere enormi: nella mia musica non ci sono trucchi. Alcuni artisti, specialmente i più giovani, si concentrano troppo sulle scenografie, sugli effetti speciali e poco sui sentimenti. È la musica il trucco per arrivare al cuore delle persone. Però anche i più grandi artisti hanno usato dei “trucchi” per arrivare alle persone. Compreso Santana, che ha inciso album e canzoni pop per entrare nelle radio. Non c’è niente di male nell’entrare nelle radio e comunicare con più persone possibili. L’importante è quello che si trasmette con quelle canzoni. Grandissimi artisti come Michael Jackson, ma anche Wayne Shorter o Herbie

Hancock o Paco Lucia, anime di un livello superiore, sono entrati nelle radio. Immagino che anche per John Coltrane, il più grande di tutti, non sarebbe stato un problema comporre un pezzo radiofonico. Chi lo sa! Cosa ne pensi dei servizi streaming? Per come la vedo io, ci stiamo avvicinando all’essenza della musica: non più possesso ma condivisione. Non ho nessun problema con i servizi in streaming, ma qualcuno deve pagare il mio aereo per venire in Italia a suonare. Niente è gratis e nemmeno la musica deve’esserlo. È necessario che il lavoro di un’artista sia retribuito adeguatamente. Se con lo streaming si ottiene questo risultato, ben venga. A proposito dei concerti in Italia, cosa dobbiamo aspettarci? Tanta energia. L’energia è tutto. Nei miei spettacoli non può e non deve mancare mai. Scelgo la scaletta per creare energia, cambiandola spesso proprio per evitare che la band avverta in qualche modo noia o stanchezza per la ripetitività. I musicisti stessi devono averne tanta «Alcuni artisti, specialmente i più giovani, si concentrano troppo sulle scenografie e poco sui sentimenti. È la musica il trucco per arrivare al cuore delle persone» da trasmettere, li scelgo proprio per quello! Molti giovani si avvicinano alla tua musica con la considerazione che si deve a un mito. È l’obiettivo più grande che hai raggiunto? Quando ho iniziato, c’erano molti artisti che avevano grandi ideali. Bob Dylan, i Beatles, Bob Marley. Volevamo cambiare il mondo. Non so se ci siamo riusciti ma è positivo che i giovani continuino a interessarsi alla nostra musica e al nostro messaggio. Per loro credo sia un buon modo per cominciare un percorso: è come studiare poesia partendo da Dante. E per noi è sicuramente un grande risultato. Una volta un giornalista mi ha detto che assistere a un concerto dei Rolling Stones è come visitare la Gioconda al Louvre. E andare a un concerto di Santana? È come visitare a una mostra con i quadri di Picasso. O di Salvador Dalì, va bene uguale.


FACE TO FACE

FABRI

FIBRA Forse i fan più giovani preferiscono ormai le rime adolescenziali di Emis Killa e Fedez, ma lo scettro dell’hip hop in Italia resta saldamente nelle mani di Fabri Fibra, che ha risposto a un po’ di domande mentre preparava il suo tour estivo. di Stefano Gilardino

H

ai la capacità di sparire per lunghi periodi, una specie di abilità camaleontica di mimetizzarti nell’ambiente e di evitare una sovraesposizione mediatica che, specialmente nella musica rap, pare diventata quasi un obbligo. È una questione di indole caratteriale oppure una strategia tua ben precisa? Non è proprio una strategia vera e propria a

dirtela tutta, non credo di aver voluto pianificare cose del genere... Dopo un po’ che l’esposizione è continua, ho davvero bisogno di tornare a concentrarmi sul mio progetto e sulle questioni della vita che rimangono forzatamente indietro, quando il lavoro va avanti. Con questa storia dei social network poi, in teoria potresti non staccare mai, essere sempre in una specie di strano tour. Non sono così. Non mi interessa essere sovraesposto in questo modo. È interessante, ma non 24 ore su 24. Che rapporto hai con il palco? E quale pensi sia la forza del rap dal vivo, quantomeno del tuo? Il palco è il mio spazio. È il momento che mi piace di più in assoluto: non vorrei né salire né scendere, vorrei farmi teletrasportare lì sopra, da casa o dallo studio e viceversa. Molti concerti rap, anche di gruppi piuttosto affermati, in passato, hanno lasciato a desiderare; c’è da dire che in Europa venivano con mezzi ridotti e probabilmente lo stesso show in America aveva caratteristiche molto differenti. Poco tempo fa però ho visto Watch The Throne live (Jay-Z e Kanye West, nda) e credo sia stato uno degli show migliori della mia vita. Io questa volta ho gli effetti speciali... Quando ho iniziato non c’era nulla di simile, era tutto molto spartano,

ma adesso ho un ledwall e Mecna ha pensato alle grafiche che vedrete con me sul palco. Il tutto a supporto delle parole del live. I testi di Guerra e pace meritavano un supporto visivo e credo che abbiamo raggiunto un risultato ottimo. Per il resto è tutto minimalista. Io e un dj, Double S di Torino. Poi l’impianto per far risaltare al massimo le strumentali. Con le parole. È tutto. Ti sei mai chiesto perché proprio in questi ultimi anni il rap ha avuto così tanto successo in Italia? Se sì, che ti risposta ti sei dato? Che tipo di esigenze e aspettative riesce a intercettare secondo te? Il rap ha avuto successo anche perché ha mollato la musica italiana con i soliti giri di do e di cuore/amore. Ci voleva la novità ed è arrivato anche il momento del rap. Ora è superesposto e ci sono dei risultati in classifica che non era facile immaginare. C’ho creduto fino dal mio ingresso in major ed ero certo che il rap meritasse molto più spazio di quanto non ne avesse cinque o sei anni fa in questo paese. Non è stato facile e molto è successo grazie a internet. I miei album indipendenti, «Il rap è mainstream. Magari presto avrà anche una curva discendente, ma per ora è qui, e anche se calerà l’interesse, è qui per restare» allora introvabili nei negozi di dischi, si sono sparsi nella rete in modo lento, ma inesorabile: oggi sono ovunque, nelle case e nelle playlist di moltissimi ragazzi e anche di molti rapper. Anche le major hanno giocato il loro ruolo. Ora sono arrivate anche le radio e le tv. Il rap è mainstream. Magari presto avrà anche una curva discendente, ma per ora è qui, e anche se calerà l’interesse, il rap è qui per restare. Tra Uomini di Mare e dischi solisti hai una carriera piuttosto lunga e corposa. Ci sono cose del tuo passato che non ti piacciono o non ti rappresentano più? Registro rime da vent’anni ormai, ho iniziato quando ne avevo 17. Ci sarebbe da preoccuparsi se non ci fosse stata un’evoluzione. Il rap è un’istantanea di ciò che ti circonda in quel momento ed è quindi impossibile dire che ci sono cose che non ti rappresentano più. Fanno parte di te. Punto.


8 AGOSTO 2013

www.drift-ilfilm.it www.kochmedia.it


NUMBERS

DIMMI QUANTI LIKE HAI (E TI DIRò CHI SEI) I social network e le piattaforme di contenuti multimediali sono sempre più importanti per la carriera di un artista. Il processo è ormai irreversibile. Ma più il fenomeno aumenta di proporzione, più aumentano le proposte del “mercato nero”: fan, follower e views si possono comprare facilmente e a prezzi bassi. Tanto che adesso sono arrivati i software per beccare chi gonfia i propri numeri in rete. di Jacopo Casati

TAB.1

1

DATI GIUGNO 2013

PSY Gangnam Style 1.671.672.516

Youtube views complessive dei video sui canali ufficiali:

1 2 3

RIHANNA

3.784 Miliardi

JUSTIN BIEBER

3.782 Miliardi

PSY

3.100 Miliardi

2

Justin Bieber Ludacris Baby 868.620.563

3

Youtube ISCRITTI:

1 2 3 4 5

8.920 Milioni

RIHANNA ONE DIRECTION PSY

jennifer lopez pitbull On the floor 868.620.563

8.060 Milioni

6.004 Milioni

TAYLOR SWIFT 5.173 Milioni EMINEM

I

5.150 Milioni

l fenomeno dell’acquisto di visite, utenti e preferenze è una delle aree più floride e attive dell’industria del web 2.0: una sorta di mercato nero virtuale, con aziende che, attraverso lo sviluppo e la gestione di software che a loro volta controllano automaticamente account falsi, fatturano in media un milione di dollari a settimana. D’altra parte lo scorso anno sono stati gli stessi dirigenti di Facebook e Twitter ad ammettere che la presenza degli account falsi, o per lo meno sospetti, è nell’ordine del 10% per il social network di Zuckerberg, mentre i profili cinguettanti dubbi si aggirerebbero intorno ai 25 milioni. Il Financial Times dal canto suo è stato ben più spietato durante una ricerca condotta l’estate scorsa, arrivando ad affermare che addirittura il 45% del seguito (fan e follower) delle aziende presenti sui network già citati potrebbe essere fasullo. Al giorno d’oggi l’importanza di un moniker o di una popstar all’interno del mercato musicale si misura per buona parte in base a tre aspetti: “views”, “follower” e “like”. L’affermazione di un nuovo

28 onstage luglio

Youtube video più visti nome nel firmamento passa necessariamente da quante volte il video del nuovo singolo è stato visualizzato su YouTube, da quante sono le persone che lo seguono su Twitter e da quanto numerosi sono i “mi piace” alla fanpage ufficiale di Facebook. Le masse sono storicamente facilmente influenzabili: più è numerosa la legione di fan online di una star, più è probabile che il seguito aumenti per osmosi nel momento in cui inizi a far parlare a sufficienza di sé e diventi il fenomeno social del momento, incrementando aprioristicamente e acriticamente numeri, risultati e, conseguentemente, guadagni e incassi. Non passa quindi solo dai talent show il successo nel music biz del nuovo millennio, ma anche attraverso i social network e le piattaforme di condivisione dei media. Il video più visto della storia di YouTube è il tormentone Gangnam Style, del coreano PSY. Nel mondo, stando alle rilevazioni di Google, oltre un miliardo e mezzo di persone ha visto la clip che ha imperversato in ogni discoteca, negozio, televisione nell’estate del 2012. La pop(teen)star più seguita su Twitter è invece Justin Bieber, con oltre 41 milioni di follower.


La fanpage che maggiormente piace agli utenti di Facebook sparsi in tutto il mondo è infine quella di Rihanna, che può vantare oltre 72 milioni di “Like”. Se questi numeri siano effettivamente veri è materia di discussione tra fan e fazioni rivali. E’ vero, ultimamente con lo sviluppo di software professionali quali FakeFollowers, Twitter Audits, Status People e Facebook Checker sta diventando più complicato gonfiarsi i profili senza essere beccati in flagrante, è altrettanto vero però che i bassi costi legati al mercato nero dei “Mi piace” (con soli 200 Euro ci si può portare a casa un discreto pacchetto base, vedi tabella) invogliano eccome a bypassare un lavoro di fidelizzazione e aumento clic che potrebbe richiedere anni di lavoro costoso e dedicato.

TAB.2

1 2 3 4 5

1 2 3 4 5

FANPAGE FACEBOOK ITALIANI

VASCO ROSSI

3.385.131

LAURA PAUSINI VASCO ROSSI

2.645.646

LIGABUE

2.437.811

EROS RAMAZZOTTI

2.166.266

EMMA MARRONE

1.863.911

TAB.3

FANPAGE FACEBOOK INTERNATIONAL

1 2 3 4 5

FOLLOWER TWITTER (Italia)

JOVANOTTI

1.666.263

LIGABUE

975.121

LAURA PAUSINI

915.459

FABRI FIBRA

810.941

TIZIANO FERRO

444.472

TAB.4

100VIEWS MILA

E’ già capitato tuttavia che YouTube cancellasse centinaia di milioni di visualizzazioni video da un giorno all’altro. Alla fine del 2012, due importanti major sono state punite dalla piattaforma video per aver utilizzato misure non legali per aumentare il numero complessivo delle visualizzazioni: quasi due miliardi di views sparirono improvvisamente dai canali ufficiali delle etichette generando un mare di polemiche e di accuse. Anche Facebook e Twitter hanno recentemente annunciato un imminente inasprimento dei controlli su profili che hanno incrementato in breve tempo e innaturalmente numeri e seguito. Per violazioni ripetute del regolamento, si potrà arrivare fino all’eliminazione delle utenze gonfiate. Popstar (e relativi uffici marketing) sono avvisati.

200 EURO

RIHANNA

73.057.010

EMINEM VASCO ROSSI

72.300.002

SHAKIRA

66.138.121

MICHAEL JACKSON

60.629.232

LADY GAGA

57.927.998

FOLLOWER TWITTER INTERNATIONAL

1 2 3 4 5

JUSTIN BIEBER

41.062.555

LADY GAGA

38.724.722

KATY PERRY

38.501.153

TAYLOR SWIFT

29.926.586

RIHANNA

29.886.206

COMPRARE FAN/FOLLOWER/ VIEW Prezzo medio di mercato

5 FANS MILA

200 EURO

!

100 MILA FOLLOWERS

200 EURO onstage luglio 29


Negramaro

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Una storia speciale a


Per coronare 10 anni straordinari, durante i quali sono diventati una delle più importanti realtà musicali italiane del nuovo millennio (e non solo), i Negramaro si regalano due concerti nei più importanti stadi del nostro paese, l���Olimpico di Roma e San Siro. Per fortuna loro e dei fan, Sangiorgi e soci sono perfettamente consapevoli di non essere arrivati: questi concerti sono solo nuove tappe del lungo viaggio iniziato nel 2001. Di questa storia semplice, e proprio per questo speciale, abbiamo parlato con Giuliano.

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di Stefano Gilardino foto Flavio & Frank

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AA A A A A

gni volta che penso ai concerti negli stadi, la prima cosa che mi viene in mente non riguarda tanto la musica quanto il tipo di allenamento che bisogna avere per reggere un evento del genere. Sei uno che si prepara maniacalmente? Per il momento non ci penso neppure, credo anche che dipenda molto dall’età (ride, ndr). Se t’immagini Springsteen, per esempio, che ha 60 anni, capisci che per mantenere quel tipo di intensità deve per forza avere una forma fisica perfetta. Magari invecchiassi io come lui… Diciamo che mi godo i miei 34 anni senza preoccuparmi troppo, probabilmente quando si presenterà il problema sarò obbligato a prepararmi meglio di quanto faccia prima di uno show. Ormai ci state facendo l’abitudine a suonare in spazi enormi come gli stadi. È un punto di arrivo? E se sì, cosa vi aspettate dai prossimi tour? Per fortuna non è un punto di arrivo, negli stadi suoniamo comunque poco, quest’anno due volte e sarà un modo per raggruppare in un colpo solo tutta la gente che abitualmente partecipa ai nostri concerti in situazioni più raccolte o nei palazzetti. Se conti che abbiamo fatto più di 260.000 paganti nell’ultimo tour, quello di Casa69, capisci che le due date sono semplicemente un pretesto per fare festa assieme ai fan. Prossimamente ci sarà un ritorno al passato, è molto semplice per noi contestualizzare il successo, in fondo siamo gli stessi sei amici di sempre e questo ci dà l’esatta percezione di ciò che fac-

«Suonare in contesti differenti ci sprona a dare il meglio. Ogni sera dobbiamo conquistare il pubblico che ci troviamo davanti ed è bello mettersi in gioco continuamente, proprio come agli esordi»

ciamo. Non posso fare a meno di questo gruppo, se fossi un solista probabilmente sarei uno stronzo, ma i Negramaro servono a tutti noi come un’ancora per il mondo reale. Al tempo stesso, però, non voglio certo sminuire l’emozione che ti arriva suonando a San Siro davanti a una folla di persone. Ma se vivi questa esperienza assieme

32 onstage luglio

ai tuoi amici, tutto si relativizza e prende una un’altra piega, si riduce alla vera essenza, cioè alla musica, che è poi il motivo per cui noi sei passiamo così tanto tempo assieme, per creare qualcosa che ci piaccia e che valga più della somma delle singole parti. State suonando spesso all’estero e anche quello può essere un buon modo per tornare a un passato fatto di esibizioni in piccoli club, no? Esatto, hai centrato il punto. Suonare in contesti differenti, magari dove poca gente ti conosce, è una grande palestra per noi, ci sprona a dare il meglio. Ogni sera dobbiamo conquistare il pubblico che ci troviamo davanti ed è bello mettersi in gioco continuamente, proprio come quando eravamo agli esordi. Abbiamo partecipato a parecchi festival all’estero e, se da un lato ci sentiamo piccoli su palchi così grossi, dall’altro c’è un grande orgoglio per essere arrivati così lontano in questi dieci anni. Ci siamo conquistati l’opportunità di andare in altre parti del mondo a condividere la nostra musica e ogni esperienza che facciamo fuori dall’Italia ci serve per capire quanto la nostra posizione attuale sia di grande privilegio. Che percezione hanno all’estero della vostra musica? Per fortuna molto buona e lo riusciamo a capire anche e soprattutto attraverso il rapporto coi ragazzi che abbiamo sui social network. Ci sono dei fan club dei Negramaro in Argentina e in Venezuela, tanto per dire, e ogni volta che ci penso non riesco a non sorridere per il piacere. Pensa che molti di loro li abbiamo conosciuti di persona perché sono venuti a vederci suonare all’Arena di Verona! Per quanto riguarda le date all’estero, abbiamo fatto tutto esaurito nei due club tour, nel 2008 e quest’anno, e francamente non ce lo aspettavamo. A Varsavia, al primo grande festival a cui abbiamo partecipato, i ragazzi del fan club polacco nelle prime file hanno cantato i nostri pezzi per tutti e 50 i minuti dell’esibizione, non riuscivo neppure a crederci, tanta era la sorpresa. Poco fa hai menzionato i social network come nuovo mezzo di aggregazione e di contatto con chi vi segue. Quanto è cambiato il vostro rapporto con loro grazie alle nuove tecnologie? Ne sei soddisfatto o preferivi prima? Come potrei non essere soddisfatto? Mi piace pensare che in pochi secondi tu possa essere in collegamento con qualcuno dall’altro capo del mondo, è la dimostrazione della grandezza delle idee dell’uomo. Poi, certamente, si può discutere dell’utilizzo che si fa di certi mezzi e, come tutte le cose, anche i social hanno aspetti negativi quando finiscono per sostituirsi alla realtà o al contatto umano. A me, per esempio, piace molto Twitter, lo trovo simile a un foglio di carta su cui posso annotare degli appunti quando mi viene voglia e condividerli con chi mi segue, ma se proprio devo scegliere nulla può sostituire la piazza o le strade: solo lì esiste uno scambio vero ed efficace e tutti i centri storici delle città italiane sono i social più belli del mondo. Poi, comunque, mi piace pensare che internet sia un buon mezzo per viaggiare senza muoversi da casa, come quando leggi un libro che ti coinvolge e ti fa sognare e viaggiare con la mente. Ecco, quello è un utilizzo fantastico della tecnologia. Questa cosa dei libri, mi fa venire in mente Emilio Salgari, che ha scritto decine di libri sui pirati della Malesia, i corsari delle Antille, Sandokan e le tigri di Mompracem senza essersi mai mosso da Torino, la città in cui viveva. Mi pare un ottimo esempio di quanto si stava dicendo poco fa e, di rimando, io penso a Game Of Thrones, un serial televisivo che mi fa impazzire, proprio per un motivo simile. Mi immagino gli sceneg-


giatori che si sono inventati un mondo fantastico seduti nel proprio ufficio e ci sono riusciti in maniera così straordinaria. Deduco tu sia un appassionato di cinema e serie tv... Assolutamente, i serial sono ormai cinema a tutti gli effetti, fatti con la stessa cura sia a livello di sceneggiatura che visivo. Come fai a non amare una serie come Homeland, per esempio? Voi, tra l’altro, al cinema dovete anche parte della vostra fama, almeno come spinta iniziale. Infatti, abbiamo comunque un debito di riconoscenza verso la settima arte, ci ha permesso non solo di farci conoscere a un pubblico più vasto, ma anche di vincere ben due Nastri d’Argento per la miglior colonna sonora, il primo con La Febbre di Alatri e il secondo con Vallanzasca - Gli angeli del male di Placido. Il cinema rappresenta gli occhi della musica, le due arti sono talmente compenetrate che per me è faticoso separarle. Persino il silenzio è una scelta musicale. Mi vengono in mente i western di Sergio Leone e quei piani sequenza lunghissimi e silenziosi. Quella era una scelta rivoluzionaria, sono d’accordo. Cambiando argomento, che rapporti hai col successo? Ti piaccia o no, sei quello che riscuote più attenzione all’interno dei Negramaro, quasi l’immagine pubblica del gruppo. Paradossalmente mi sento molto più a mio agio sul palco che nella realtà di tutti i giorni. Quando canto sono davvero me stesso, in pace, senza nessuna maschera, non devo recitare la parte di un personaggio. Non che lo faccia in altre situazioni, e sono certo di poter dire che la musica non ha mai cambiato i contorni della mia vita personale e

Orgogliosa di loro

di Malika Ayane

Giuliano Sangiorgi ha scritto il testo di Perfetta, il primo brano in italiano che ho cantato. Ero intimorita dalle sillabe difficili da incastrare… e i Negramaro intanto si preparavano per il primo San Siro ed era emozionante vedere a quale grandezza fossero arrivati in una carriera relativamente breve. Poi c’è stata Come Foglie e la conferma del fatto che certe canzoni, come quella, sono belle a prescindere da chi la canta. Ed infine eccoci a Niente ed E se poi. Mi piace pensare che la scrittura di Giuliano sia per me come per Audrey Hepburn erano gli abiti di Givenchy. Perché scrive divinamente e non ha timore di affidarmi le sue creature, lascia che diventino mie e che le cresca a mia immagine. Tutti i Negramaro sono ragazzi deliziosi, quando suonano si divertono e regalano sogni. Li vedo crescere mettendosi sempre alla prova. Le loro scelte d’indipendenza li portano, di nuovo, negli stadi e per quello che vale io sono orgogliosissima di loro.

Malika è in tour, tutte le date sul sito malikaayane.com

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Negramaro


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privata. L’avesse fatto, non farei più il musicista, avrei perso interesse. Però non puoi dire che una fama così grande non abbia mutato almeno le abitudini! Tutti ti conoscono ormai. Quello è ovvio, ma la sostanza è rimasta la stessa, almeno per me. Non mi sono rinchiuso in un castello, lontano dalla gente, circondato dal nulla, ma con i necessari aggiustamenti, continuo a fare le stesse cose che facevo prima. Perché mai dovrei negarmi questa gioia? Sono felice che la gente mi riconosca per strada e parlare con i ragazzi e firmare qualche autografo è il modo che ho per restituire almeno una parte dell’immenso affetto che mi arriva da loro. Di cosa dovrei mai lamentarmi? Mi ricordo quando Joe Strummer dei Clash diceva che era suo dovere restare a parlare dopo un concerto con chiunque fosse venuto lì a vederlo e che non se ne sarebbe mai andato senza aver prima firmato tutti gli autografi che gli venivano chiesti. Ecco, la penso allo stesso modo e posso dirti che, durante le varie

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presentazioni del mio romanzo, Lo spacciatore di carne, mi sono fatto giornate intere a parlare, firmare, fare fotografie, ed è stata un’esperienza incredibile. Alcune volte avevo i crampi alla mano e male alle gambe per le ore passate in piedi, ma chi si lamenta di cose del genere? Sono gesti che mi sento di dovere ai miei fan, nel senso profondo del termine. Visto che hai introdotto l’argomento, ti faccio un’ultima domanda proprio sul libro. È stato difficile scrivere qualcosa di estremamente diverso da una canzone? È stato molto differente, come dici tu, anche se mi ero prefissato di pubblicare qualcosa solo se mi avesse emozionato come quando scrivo un pezzo che mi piace. C’è voluto moltissimo tempo per terminarlo, quasi tre anni, ho scritto con calma e quando ne avevo voglia, per cui non avevo nessun tipo di pressione. Ovviamente sono molto soddisfatto del risultato finale, ma ora devo concentrarmi sulla musica. l

! Smemoranda quest’anno è By Night. Perché la notte ci piace! La notte è fatta per sognare, per pensare, per divertirsi, per ballare, per trasgredire, per fare l'amore, because the night belongs to lovers. E poi la notte è fonte di piccole e grandi ispirazioni. In questi anni sono cambiati la società, i riferimenti culturali, le tecnologie, il modo di comunicare. Ma i giovani rimangono giovani, sono il soggetto principale del cambiamento, della ribellione. E cambiare insieme a loro, cercando di trasmettere come abbiamo fatto in queste 36 edizioni valori positivi, contenuti e tanta intelligente ironia, è stato la garanzia del nostro successo. Non li abbiamo mai presi in giro, costruendo ogni anno una Smemo fresca e sempre nuova, attenta a quello che succede nel loro mondo. I giovani lo hanno capito, ci vogliono bene, stanno con noi sulla carta e nel web. Giorno dopo giorno. Nico Colonna, Presidente di Smemoranda 34 onstage luglio


Depeche Mode

38 onstage luglio


MUSIC FOR THE STADIUM Tra i grandi appuntamenti live di quest’estate, i concerti dei Depeche Mode sono tra quelli da circoletto rosso sul calendario. Gli inglesi si apprestano a varcare per la seconda volta la soglia degli stadi italiani, dopo molti anni passati a riempire palazzetti su palazzetti. Un traguardo inevitabile, a cui la band ha però lavorato a lungo percorrendo una strada non sempre agevole. La ripercorriamo in attesa dei grandi eventi di Milano e Roma. di Gianni Sibilla - foto Anton Corbijn

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acciamo insieme un gioco. Pensate a San Siro o allo Stadio Olimpico di Roma. Ora pensate ad artisti che hanno suonato in quegli stadi. Ad artisti che hanno reso quei prati, quelle tribune, dei templi della musica. Fatto? Con ogni probabilità, avrete pensato a Bruce Springsteen e Vasco, i veri sindaci di San Siro. A Ligabue magari. A Bob Marley, che riempì lo stadio milanese già nel 1980 con un concerto che fece storia. Oppure, sul versante opposto dello spettro musicale, a Madonna. Con ogni probabilità non avrete pensato ai Depeche Mode, che pure in quegli stadi non ci arrivano per la prima volta. A San Siro e all’Olimpico, il gruppo inglese ci torna, per la seconda volta, dopo il Tour Of The Universe del 2009: due date, il 18 luglio a Milano e il 20 a Roma. E per la seconda volta, li riempiranno. Insomma, non sono esattamente dei novellini. Eppure, quando pensiamo alla musica da stadio, pensiamo alle chitarre o agli spettacoloni. Grandi rock show epici. O grandi show pirotecnici ricchi di effetti speciali. I Depeche Mode non rientrano in nessuna di queste categorie. È ciò che li rende unici. Ma anche ciò che, per lungo tempo, ha complicato la loro carriera artistica. Allora perché i Depeche funzionano, e alla grande, negli stadi?

IT’S ONLY SYNTH POP (BUT I LIKE IT) «Pensare che non siamo rock e quindi non andiamo bene per gli stadi è vedere le cose in modo vecchio. Madonna non è certo rock, ma è entertaining. Non è mai stato un problema per noi, l’abbiamo fatto

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tante volte: quando suonammo al RoseBowl di Pasadena dubitavano allo stesso modo, ma poi ne uscì 101. Semmai è una sfida, è diverso». Con queste parole, nel 2009, Dave Gahan parò le domande dei giornalisti alla presentazione milanese di Sounds Of The Universe - quando contemporaneamente vennero annunciate la prime volte della band negli stadi italiani. Lo scetticismo era palpabile nel tono della domanda. Sarebbe stato l’ennesimo dubbio che i Depeche avrebbero, letteralmente, sconfitto sul campo. In quella risposta di Gahan, però, c’è qualcos’altro. Una citazione del tour del 1988, Music For The Masses, quello che un anno dopo portò alla pubblicazione di un album live storico, 101. Sembra messa lì per caso. Ma è tutt’altro che casuale. I Depeche Mode nascono con band di pop elettronico. “Synth pop”,

«Pensare che non siamo rock e quindi non andiamo bene per gli stadi è ragionare in modo vecchio. Non è mai stato un problema per noi, l’abbiamo fatto tante volte. Casomai è una sfida» Dave Gahan

si diceva negli anni ‘80. è una definizione riduttiva, perché nella loro musica c’è molto di più: per esempio c’è un dark che tanto dark non è, ma arriva dalle stesse radici post-punk tanto esibite da altri gruppi che al tempo erano considerati molto più “cool”. Le canzoni della premiata ditta Gore-Gahan-Fletcher hanno spesso dovuto superare quelle critiche che gli osservatori snob riservano al pop “commerciale” - sorvoliamo su questa definizione, perché spesso c’è molta più qualità in una grande canzone pop. Ma c’era, e c’è, una categoria di gente che ragiona in termini di rock contro pop, artistico contro “commerciale”. E quella gente ha spesso denigrato i DM, almeno agli inizi della loro carriera. Oggi i Depeche Mode vengono, giustamente, percepiti come uno dei gruppi più importanti per la generazione musicalmente cresciuta tra gli anni ’80 e ’90. Eppure in quel periodo non era raro sentire “I just can’t get it off” cantato da qualcuno sulle note di I Just Can’t Get Enough. “Non riesco a liberarmene”, di questa canzone: troppo melodica,

troppo tormentone, anche se si trattava di una melodia scura come l’immagine del gruppo. Nonostante l’ostracismo di alcuni, dopo neanche un decennio di storia i Depeche Mode erano già delle superstar, riempivano palazzetti e arene pure in America, fino ad arrivare agli stadi, come il Rose Bowl di Pasadena, nella celebre concerto del 1988 in cui radunarono 60.000 persone.

FACCIA TOSTA Eppure c’era ancora chi aveva dei dubbi, e non da poco. Nel 1989, il New York Times pubblicò un articolo che fece molto discutere: That syncing feeling se la prendeva inizialmente con il gruppo pop femminile Bananarama, colpevoli di avere fatto un concerto in larga parte “voce su base”, come si dice oggi in termini tecnici. Il bersaglio di quel pezzo era il playback, un male assoluto se usato durante i concerti. Ma il fuoco dell’articolo fece anche vittime non previste (o forse sì). Si lasciava cadere lì una frase, quasi un inciso del ragionamento: «Ancora più vicino all’assurdità: gli inglesi Depeche Mode, i cui membri aggiungono sul palco un po’ di voci e qualche tastiera a suoni preregistrati, hanno avuto la faccia tosta di pubblicare un album doppio, 101, che promette di essere di grande valore per chi colleziona urla del pubblico e chiacchiere tra una canzone e l’altra». Una bella fucilata, dritta al cuore dei Depeche, sparata dal più autorevole quotidiano del mondo nel momento più importante della carriera della band. Erano i tempi pre-internet e pubblicare un live era il modo per testimoniare la propria credibilità. Non c’era YouTube per verificare, anche di seconda mano, cosa succedeva ai concerti. Ed era un periodo in cui di playback si poteva morire: di lì a poco un duo venne letteralmente linciato da media e pubblico per avere fatto finta di cantare nei propri dischi. Fate una ricerca sui Milli Vanilli e leggete la loro storia. Oggi non è più così: Madonna porta in giro show in cui la parte live è minoritaria, oscurata dallo spettacolo (ed è giusto così). Lo stesso Springsteen dice tranquillamente di usare qualche suono campionato nei concerti - uno solo, in realtà: il rullante di apertura di We Take Care Of Our Own, irriproducibile dal vivo. Ma il fatto che lo usi, e lo dica, proprio lui, e che nessuno ne faccia un dramma spiega come sono cambiati i tempi.

I LOVE DEPECHE MODE di Daniele Tognacca Oggi gli artisti, i dj e i producers che si riempiono la bocca con l’espressione “faccio musica elettronica”, dovrebbero genuflettersi al solo sentir nominare i Depeche Mode. Loro, la musica elettronica, l’hanno creata nel vero senso della parola, “manomettendo” gli strumenti e rendendoli in grado di emettere suoni mai uditi prima dall’ orecchio umano. A volte, quando penso ai Depeche Mode, il mio cervello bacato si diverte a fare il giochino del “quale altro lavoro avrebbero potuto fare”? Provo ad assecondare la mia fantasia sfrenata.

Dave Gahan, cantante e frontman del gruppo, oggi e’ un astronauta, e la sua lucida follia lo spinge a farsi chiudere in una navicella spaziale con destinazione Marte: sara’ lui (fra qualche anno) il primo uomo a mettere piede sul pianeta rosso, ben conscio pero’ di non poter più fare ritorno sulla Terra. Martin Gore, compositore della maggior parte delle canzoni, oggi e’ un hacker/ blogger ricercato dalle agenzie di sicurezza di mezzo mondo per aver trafugato e reso pubblici i dati del traffico mondiale di armi avallato dai governi dei Paesi del G8. Andy Fletcher, noto piu’ per curare gli

aspetti manageriali della band che non per la sua attivita’ in studio, oggi e’ uno dei piu’ importanti broker di New York. Grazie a qualche buon colpo messo a segno in borsa, e’ riuscito a conquistare la maggioranza delle azioni di una grande major discografica. Il suo prossimo obiettivo e’ quello di rivoluzionare finalmente il mondo della musica e il modo di fruire canzoni e album. Sono pensieri folli, me ne rendo conto. Folli come quelli degli innamorati. È piu’ forte di me: ho amato, amo e amero’ sempre i Depeche Mode. Anche se dovessero cambiare occupazione.

Daniele Tognacca è un dj e ha lavorato per due decenni nelle più importanti realtà radiofoniche italiane (Deejay, Virgin, Capital, RMC). Oggi si occupa di radio digitali ed è il Live Music Designer di Onstage Radio. 40 onstage luglio


BACK HOME I Depeche ne avrebbero dovuta macinare ancora un bel po’, di strada, per arrivare alla credibilità odierna. La svolta è arrivata quando hanno iniziato ad incorporare sempre di più suoni rock - a modo loro, sia chiaro - nelle canzoni. Basta sentire le prime note di I Feel You in Songs Of Faith And Devotion Live, album del 1993 che riproponeva l’intero disco uscito un anno prima, ma dal vivo. Urla del pubblico. Suoni

elettronici scuri. La voce di Gahan che entra. La batteria secca. Poi, eccole. Le chitarre: elettriche, sporche, dure, bluesate. La trasformazione dei Depeche Mode, nel giro di qualche anno, era completa. Da gruppo synth pop a gruppo molto synth, poco pop, con venature rock e blues. Da band che veniva ancora accusata di “falsificare la musica”, anche dal vivo, a trascinatori riconosciuti di folle. Nei 20 anni che sono seguiti a quella pubblicazione è successo

Depeche Mode

onstage giugno 41


di tutto. Le dipendenze, la quasi morte di Dave Gahan. Una macchina di produzione di dischi e concerti che è cresciuta fino a diventare gigantesca, come il loro successo, come la loro credibilità. La necessità di cambiare ritmi di vita e artistici: rimagono in tre - Martin Gore, Dave Gahan, Andy Fletcher. Ma ognuno deve riprendersi i propri spazi. I dischi solisti. Gahan che da frontman si trasforma in autore, per sè e per la band. Gli album arrivano ogni 3/4 anni. L’approdo, anzi il ritorno negli stadi. Oggi il re che vagava in cerca del silenzio, nel famoso video di Anton Corbijn per Enjoy The Silence, è tornato a casa. Ha trovato la pace? Non proprio, perché la musica continua a conservare quel lato oscuro, quell’inquietudine che è una delle identità della band. Ma Delta Machine è un disco che riporta tutto a casa. Un album attuale e fuori dal tempo, in un’era in cui fuori a riempire i concerti sono spesso i dj. Nel momento in cui i festival più frequentati oltreoceano sono quelli della Electronic Dance Music, i Depeche hanno sfornato un disco di

blues elettronico, fortemente radicato nei capolavori degli anni ’90 (Violator e Songs Of Faith And Devotion), eppure decisamente visionario. Un disco perfetto per essere portato dal vivo. Il segreto dei Depeche Mode, sul palco, è semplice. Non sono grandi musicisti, non nel senso tecnico del termine. Non hanno un grande spettacolo di effetti speciali - “solo” dei visual che completano la musica, ma non la sovrastano. Però hanno altre cose, cose per cui musicisti affermati potrebbero uccidere. Hanno un grande frontman, Dave Gahan - uno che sa tenere il palco come pochi. Hanno un repertorio enorme e corale, con canzoni che sono perfette da cantare di fronte ad un platea, piccola o grande che sia. Hanno un sound potente. E hanno un rapporto viscerale e totale con il loro pubblico. Queste sono le qualità che servono per riempire i concerti. Queste sono le qualità che hanno i vari “artisti da stadio”. E i Depeche Mode non sono da meno. Anzi. La dimostrazione (l’ennesima) tra poco. l

TOUR OF THE WORLD. È partito da Nizza lo scorso 4 maggio il Delta Machine Tour 2013 dei Depeche Mode. Gli inglesi gireranno gli stadi europei fino alle fine di luglio, per poi trasferirsi in Nord America dal 22 agosto al 13 ottobre. 42 onstage luglio


AARON

TAYLOR-JOHNSON

CHRISTOPHER

MINTZ-PLASSE

CHLOË GRACE

MORETZ

NEMA DA GIOvEDì 15 AGOSTO AL CI /KICKASS2ILFILM

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KICK-ASS2ILFILM.IT

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JIM

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Dopo il grande successo ottenuto tra la fine degli anni 90 e l’inizio del nuovo millennio, Robbie Williams ha conosciuto un momento di flessione, in termini artistici e umani, che ha intaccato la sua popolarità. Per rimetterlo in pista ci sono volute una rehab e una grande idea: sfruttare il treno-Take That per rimettersi in marcia. Il Take The Crown Stadium Tour 2013 celebra il ritorno solista della popstar, che si è già ripresa trono e corona. Appuntamento a Milano. di Massimo Longoni

l re è tornato ed è pronto a fare di San Siro il suo regno per una sera. Il Take The Crown Stadium Tour, con il quale girerà l’Europa quest’estate, è il primo che Robbie Williams affronta da solista dal 2006. Un periodo di assenza decisamente lungo, durante il quale la carriera della popstar ha viaggiato su una specie di ottovolante impazzito, come d’altronde è naturale aspettarsi da un tipo come lui. Guascone, faccia da schiaffi, talentuoso, imprevedibile ed esuberante. Robbie Williams è uno dei pochi personaggi germogliati nel panorama delle boyband, imperanti tra la fine degli anni 90 e l’inizio dei 2000, che sia riuscito a imporsi come solista al punto di superare anche la popolarità del gruppo di provenienza, per poi durare nel tempo. Un colpo simile è riuscito solo a Justin Timberlake, il quale però si è ben presto allontanato dai palcoscenici per dedicarsi più al cinema che alla musica. Tra il 1997 e il 2006 la carriera di Robbie è una continua ascesa, costellata da una serie di album e singoli killer, ma i cui vertici sono due eventi live: le tre date a Knewborth nel 2003, davanti a 375.000 spettatori, e il Live8 del 2006, dove Williams fa cantare We Will Rock You a tutto Hyde Park (e lì qualcuno ha capito perché per un certo periodo era circolata la voce di un suo ingaggio da parte dei Queen). Dopodiché Robbie si avvita su stesso e per molti mesi le notizie che lo riguardano sui tabloid sono più in linea con una puntata di Voyager che con un numero di Rolling Stone.

ALIENO Il periodo più difficile è quello tra il 2006 e il 2009. Dopo un album sbagliato come Rudebox, che sembra marcare l’inizio del declino, Robbie stacca la spina. Il primo passo è decidere di entrare in clinica

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per disintossicarsi da tutte le sostanze che assume. «Una notte sono riuscito a ingerire 20 pillole di Vicodin, una dose da cavallo che mi avrebbe portato alla morte in uno o due giorni al massimo, se non mi avessero scoperto per tempo» afferma in quel periodo. «Ho provato praticamente qualunque tipo di sostanza stupefacente, dalla cocaina alle anfetamine, dall’ecstasy all’eroina, ero arrivato al punto in cui non m’importava più di vivere o di morire». Poi, una volta ripulito, arriva l’autoesilio. L’inglese si ritira a cullare i propri fantasmi, più interessato a studiare gli alieni che a cercare di recuperare il terreno perduto per le pile evidentemente scariche. E allora eccolo fotografato mentre vaga per Los Angeles ingrassato e con la barba incolta, impegnato a rilasciare dichiarazioni del tipo “gli alieni sono tra noi, li ho anche incontrati” e invitare la gente a informarsi “perché il problema è reale e serio”. La stessa gente che legge queste cose, e pensa ai suoi problemi con le droghe di qualche tempo prima, non può che scuotere la testa e pensare che il buon Robbie si è perso definitivamente. E invece lui, un po’ come sul palco, in parte ci è ma molto ci fa. Perché arrivato il momento giusto smette rapidamente i panni del folle che guarda alla luna e torna a pensare al palcoscenico, alla musica. E al conto in banca. A dire il vero, agli alieni Robbie continua a crederci, tanto che qualche mese fa si è vociferato fosse intenzionato a comprarsi addirittura un’isola californiana, la White Rock Island, per trasformarla in osservatorio personale per gli Ufo. Ma per adesso gli unici incontri ravvicinati del terzo tipo sono quelli con i propri fan nel catino di uno stadio.

RODAGGIO Se esce indenne da un periodo di buio simile è perché la sua follia è molto lucida, e all’interno di questa agisce con una scelta di tempi mi


rabile. La differenza tra lui e altri suoi colleghi affondati nell’anonimato alle prime difficoltà, sta nell’intelligenza delle mosse fatte. È lui che abbandona i Take That all’apice della notorietà un attimo prima che la loro stella si appanni; è lui che sa cogliere al volo (grazie all’aiuto del produttore e autore Guy Chambers) il carro di un pop meno leggero e che strizza l’occhio al rock alternative di più facile presa, quello che fiorisce a cavallo del nuovo millennio sfruttando la scia del grunge. E, quando dopo aver raccolto tutti i successi possibili, la parabola inizia a imboccare la fase discendente, rieccolo con i vecchi compagni di una volta, che nel frattempo gli hanno preparato il terreno con un paio di anni di reunion di rodaggio. Dopo aver pubblicato un disco interlocutorio come Reality Killed The Video Star (2009), che gli serve giusto a riprendere contatto con il pubblico, con i Take That realizza un album (Progress) e compie un tour mondiale fantasmagorico, nel quale si taglia si una buona fetta di set in versione solista. Le ragazzine (più o meno giovani) tornano a urlare, l’entusiasmo risale e lui firma un nuovo contratto con la Universal. È pronto per tornare a dedicarsi anima e corpo alla sua carriera solista, con un nuovo album, Take The Crown, con cui reclamare la corona che aveva perso.

LASCIATE CHE V’INTRATTENGA E se qualcuno avesse qualche dubbio, Robbie è tutt’altro che arrugginito. Concerti con i Take That a parte, fa le prove generali del tour lo scorso autunno, con una serie di date tra Irlanda e Inghilterra, il cui

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culmine sono tre serate all’O2 Arena di Londra. L’ultima di queste viene filmata e mandata in onda per uno speciale Sky e successivamente proiettata nei cinema, anche italiani. Chi assiste, dal vivo o sul grande schermo, può constatare che Robbie non è cambiato. Istrionico e sbruffone, tra un’espressione buffa e un balletto, tiene la scena da maestro per quasi due ore. Non è un caso che una delle sue canzoni simbolo, quella con cui ancora oggi apre i concerti, sia Let Me Entertain You. È un intrattenitore puro, con una sfrontatezza punk mescolata a

« Ho provato praticamente qualunque tipo di sostanza stupefacente, dalla cocaina alle anfetamine, dall’ecstasy all’eroina, ero arrivato al punto in cui non m’importava più di vivere o di morire » una gigionesca anima da crooner, quella sfoggiata con naturalezza all’epoca di Swing When You’re Winning, quando si cimentava nei classici di Sinatra e Cole Porter alla Royal Albert Hall. Rispetto ai concerti di novembre, per il tour estivo è previsto qualche cambiamento. Se nei palazzetti il palco era piazzato centralmente, circondato a 360 gradi dal pubblico, con fondali luminosi che calavano dall’alto, negli stadi sarà più “tradizionale”, ma non meno spettacolare. Un’enorme corona a fare da stage e una scenografia gigantesca disegnata per esaltare, con un pizzico di autoironia, l’ego di Robbie, con


il suo faccione in versione statua gigante che comparirà sotto varie forme. Non sarà certo l’incredibile scenografia del Progress Tour dei Take That (che peraltro Robbie ha bacchettato per essere troppo spendaccioni nell’organizzare i concerti), ma il colpo d’occhio sarà ugualmente quello di una produzione monstre che lascia aperte le bocche. Qualche aggiustamento anche sulla scaletta, un po’ più lunga (intorno ai 23 brani), con praticamente tutti i suoi successi da solista più qualche digressione nel mondo Take That. E non mancherà nemmeno un momento acustico più intimo.

LA DISCOGRAFIA DI ROBBIE IN VERSIONE SOLISTA

«GRASSO COGLIONE» E poi c’è lui. Un animale da palcoscenico, capace di tenere in pugno platee sterminate con l’atteggiamento dell’amicone, il classico fuori di testa della compagnia che risolve la serata raccontando barzellette sconce o esagerando volutamente in atteggiamenti sopra le righe. Uno, per dire, capace di adocchiare una ragazza che si allontana dagli spalti nel corso di un concerto e farla arrossire, davanti a 60mila fan, facendola inquadrare sul maxi sachermo e rivolgendole un sarcastico: «Hey! Devi andare a pisciare proprio quando inizio a cantare io?!». Anche per questo lo si ama o lo si odia, come fanno alcuni suoi colleghi. Liam Gallagher, detentore del premio simpatia da almeno un decennio, di recente lo ha definito un “pagliaccio” e, per continuare con le delicatezze, un “grasso coglione”. Motivo del contendere i tre concerti di Williams all’Etihad Stadium di Manchester mentre i Beady Eye di Gallagher si sono accontentavano del piccolo Ritz, un club da 1.500 persone. Robbie ha risposto a suo modo. Niente insulti, solo feroce ironia: prima facendo notare che i concerti all’Etihad erano in realtà quattro, più quattro a Wembley e due all’Hampdens di Glasgow e poi... postando la foto di due cagnolini seduti sui seggiolini dello stadio con scritto «ecco i vostri due nuovi manager, Poupette e Wallee». Senza contare la dedica finale: «Il vostro grasso coglione, più grande di una reunion degli Oasis, colui che fa la storia ogni settimana. Love Robbie”. Siete pronti ad applaudire il re? Occhio a non assentarvi durante il concerto. l

1997

1998

2000

Life thru a Lens

I’ve Been Expecting You

Sing When You’re Winning

2001

2002

2005

Swing When You’re Winning

Escapology

Intensive Care

2006

2009

2012

Rudebox

Reality Killed the Video Star

Take the Crown

! Smemoranda quest’anno è By Night. Perché la notte ci piace! La notte è fatta per sognare, per pensare, per divertirsi, per ballare, per trasgredire, per fare l'amore, because the night belongs to lovers. E poi la notte è fonte di piccole e grandi ispirazioni. In questi anni sono cambiati la società, i riferimenti culturali, le tecnologie, il modo di comunicare. Ma i giovani rimangono giovani, sono il soggetto principale del cambiamento, della ribellione. E cambiare insieme a loro, cercando di trasmettere come abbiamo fatto in queste 36 edizioni valori positivi, contenuti e tanta intelligente ironia, è stato la garanzia del nostro successo. Non li abbiamo mai presi in giro, costruendo ogni anno una Smemo fresca e sempre nuova, attenta a quello che succede nel loro mondo. I giovani lo hanno capito, ci vogliono bene, stanno con noi sulla carta e nel web. Giorno dopo giorno. Nico Colonna, Presidente di Smemoranda


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Quei furbetti dei


Dopo una lunga assenza, torna in Italia la band che con gli Oasis ha reso grande il britpop. I Blur di Damon Albarn si sono riuniti da qualche anno e hanno soprattutto suonato dal vivo, nonostante continuino a ventilare (e a smentire) la possibilità di incidere un nuovo disco. Un tira e molla che continua a riempire le pagine (digitali e non) dei media. Ci sono o ci fanno? di Alvise Losi - foto Linda Brownlee

A

michevole. Selezione squadre. Inizio partita. In sottofondo una canzone che ha fatto epoca, Song 2. Sarà una questione generazionale, ma la prima immagine che molti under 30 (maschi) associano alla musica dei Blur è il menu di un gioco per computer. Senza voler fare pubblicità occulta (ma FIFA: Road to World Cup 98 era un gran bel videogame), si tratta di un’evidente provocazione. Song 2 era una delle tante hit di un bellissimo disco che seguiva lavori forse ancora migliori. Qual è il punto allora? Che è significativo associare una band a dei calciatori virtuali solo perché un suo pezzo è stato colonna sonora di un videogioco che ha fatto epoca. Nulla di strano o scandaloso. Che la musica si ascolti è una banalità. Poca attenzione si dedica però all’aspetto visuale, importante quasi quanto quello sonoro. Perché la musica si vede almeno quanto si sente. Si chiudano gli occhi e si metta sullo stereo un qualunque brano noto: è automatico associarlo a un’immagine. È frequente che (non solo) gli amanti di musica si ricordino esattamente dove fossero e cosa stessero facendo al primo ascolto di un brano che ha fatto la storia. Fu così per Elvis Presley all’Ed Sullivan Show, altrettanto si può dire per i Beatles. In anni più recenti è capitata la stessa cosa per l’ultima grande band in grado di rivitalizzare il rock. Dove e quando avete sentito per la prima volta Smells Like Teen Spirit dei Nirvana?

L’ABITO (NON) FA IL MONACO Senza limitarsi ai soli giganti, ogni artista si può associare a un’immagine. A volte, come nel caso dei Kiss, per una maschera dipinta in volto, in altri casi per un particolare vezzo, come il guanto bianco con strass di Michael Jackson. Dall’avvento della televisione commerciale e dei videoclip è ancora più automatico vedere un brano mentre lo si ascolta: nessuno dimentica i volti illuminati su sfondo nero dei Queen in Bohemian Rhapsody. E negli ultimi anni è sempre più frequente che una canzone sia associata a uno spot televisivo prima ancora che al cantante o al gruppo che l’ha suonata. Il marketing è entrato nella musica pop rock da quando è nata. Si pensi a Beatles e Rolling Stones, i primi con la mela verde della Apple records, i secondi con la linguaccia tra le labbra rosse, ormai vera e propria icona del rock. La musica si ascolta, ma è anche (sempre più) estetica. Costruzione di un vestito che calzi a pennello sull’artista e lo renda ancora più appetibile al grande pubblico. I Beatles bravi ragazzi educati, i Rolling Stones sporchi e cattivi. Poi quanto questo abito coincida realmente con l’anima del cantante o del gruppo in questione poco importa. Altra cosa è se ci sia qualità sotto quella patina di apparenza. Quanta sostanza sotto la forma. Ecco allora che non deve stupire né sembrare offensivo che i Blur possano essere associati a

onstage giugno 51


un videogioco. Piuttosto è interessante notare come dopo quell’album, che si intitolava proprio Blur, la band più importante della corrente britpop (insieme agli Oasis) non sia di fatto stata più capace di produrre un disco di alto livello. Seguì nel 2002 uno scioglimento dovuto all’addio del chitarrista Graham Coxon. L’auspicata (e prevedibile) reunion, dopo cinque anni, si concretizzerà solo nel 2009 con due concerti ad Hyde Park a Londra. E oggi, con il primo vero tour europeo dopo un decennio (per quello di Think Tank Coxon fu sostituito da Simon Tong dei Verve), i Blur non hanno ancora pubblicato un nuovo album, nonostante continue promesse e smentite.

nella classifica statunitense Billboard: solamente due album sono entrati nella top 100, Blur (61 posto) e 13 (80). Anche qui interessante notare come invece Gorillaz, solo terzo in patria, sia arrivato negli Stati Uniti in quattordicesima posizione, segno forse di una creatività ritrovata almeno per Albarn. Nulla comunque in confronto ai rivali Oasis, che hanno sempre ottenuto il primo posto in Gran Bretagna (tranne con Familiar To Millions), mentre sono riusciti a piazzare ben due album nella top 10 americana, (What’s The Story) Morning Glory? (4) e Be Here Now (2). Più internazionali dunque gli Oasis rispetto ai Blur, confinati nel loro praticello inglese e, per così dire, sottovalutati all’estero.

L’ORTICELLO

PICCOLO JAGGER

Sorge allora spontanea la domanda: Damon Albarn e soci stanno seguendo una direzione o vogliono solo riproporre i fasti di un tempo che fu? Nessuno mette in dubbio che negli anni Novanta abbiano portato una ventata di freschezza nella musica britannica. La media dei voti dati ai loro album dalla critica (The Great Rock Discography, curato da Martin C. Strong ed edito da Canongate) è eloquente. I Blur hanno però vissuto due fasi: la prima di alto livello, da Modern Life Is Rubbish (voto 8) a Blur (8), passando per Parklife (9) e The Great Escape (7), per poi calare a cavallo del nuovo millennio con 13 (un 6 anche troppo generoso) e Think Tank (5). Che non ci fosse più nulla da dire? La risposta sta forse nell’acclamato album di debutto dei Gorillaz (9), uscito a metà tra gli ultimi lavori dei Blur e di un altro livello. Insomma, in quali condizioni sia oggi l’ispirazione del gruppo è un mistero, alimentato ad arte dagli stessi componenti, che negli ultimi cinque anni hanno rilasciato dichiarazioni contrastanti sulla pubblicazione di un nuovo album e si sono limitati a far uscire tre singoli. Sarebbe sbagliato però pensare di poter valutare l’impatto dei Blur sulla musica recente solo sulla base delle valutazioni della critica. Altro peso possono avere le vendite. E su questo fronte, almeno in patria, la band non ha mai avuto battute d’arresto: dal terzo lavoro Parklife la formazione inglese ha sempre raggiunto la prima posizione nella classifica britannica. Deludenti invece i risultati

Eppure, ancora una volta, non si può limitare tutto a una questione di numeri. Ed è qui che entra in gioco Albarn, con una qualità che esula dalle doti di musicista e cantante e si ricollega piuttosto all’importanza visiva della musica. La vera genialità del frontman dei Blur sta forse nel grande intuito comunicativo, mostrato anche nella parentesi con i Gorillaz, una band virtuale, senza componenti fissi se non lo stesso Damon. Nulla di male. Sarebbe come valutare Mick Jagger solo per le sue (ben note) capacità di marketing, dimenticandosi dei capolavori scritti in cinquant’anni di carriera e di una voce tra le più belle nella storia del rock. Il paragone, pur con le dovute proporzioni, calza. Perché Albarn, in quanto ad abilità nell’alimentare l’attesa per il ritorno, è davvero un piccolo Jagger. È così che si spiega la spasmodica attesa dei nuovi live da parte di molti fan. Senza nuovi dischi di inediti da un decennio, con tante promesse ma nessuna certezza, il risultato è che quasi un’intera generazione, quella degli under 30 di FIFA 98, i Blur non li ha mai sentiti (e visti) dal vivo. E alla fine chissà che la pubblicazione di un nuovo lavoro avvenga davvero, magari non molto dopo la fine del tour. Anche perché l’unica alternativa sarebbe una seconda lunga pausa. Tutta una strategia studiata da Albarn per assicurarsi il sold out agli show e maggiori vendite per un eventuale ottavo album? l

Doppia data per i Blur in Italia. Gli inglesi saranno all’Ippodromo del Galoppo di Milano (City Sound) il 28 luglio e il giorno successivo all’Ippodromo Capannelle di Roma (Rock In Roma). Line up originale: da sinistra, Alex James, Damon Albarn, Graham Coxon e Dave Rowntree. 52 onstage luglio


SUMMER MUSIC BELONGS TO YOU!

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PATTI SMITH 54 onstage luglio


Patti A conferma dell’incredibile affetto che da sempre la lega all’Italia, Patti Smith torna nel nostro paese a luglio con una serie di date che promette parecchie sorprese. Abbiamo chiamato direttamente il numero di casa sua, a New York, per parlare di musica e molto altro. di Stefano Gilardino - foto Steven Sebring

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Più che il suo ultimo album, il pur buono Banga, è stato il suo libro autobiografico, Just Kids, commovente resoconto della sua relazione con il fotografo Robert Mapplethorpe, prima amante e poi semplicemente amico, a spostare nuovamente con forza l’attenzione sull’artista Patti Smith. La classica definizione che da sempre l’accompagna, quella di poetessa del punk, è sempre stata una sorta di falso storico. Sebbene Patti sia perfettamente conscia dell’importanza del movimento punk e, almeno a livello attitudinale ne faccia parte senza dubbio, musica e testi che compongono il suo repertorio - in special modo il quartetto di dischi che caratterizza la prima fase della carriera, fino al momentaneo ritiro dalle scene - hanno un debito piuttosto chiaro con i grandi nomi degli anni Sessanta. E proprio Horses, il suo debutto discografico del 1975, se da un lato certifica in qualche modo la realtà della scena del CBGB’s (e quindi del punk), dall’altro rappresenta il ponte perfetto tra Doors, Dylan, Velvet Underground, Stooges e ciò che sarebbe successo di lì a poco. «Devi pensare che io mi sono sempre definita una poetessa prestata alla musica, non era mia intenzione diventare una rockstar, almeno agli inizi. È successo tutto per caso, recitavo le mie poesie con Lenny Kaye alla chitarra come accompagnamento. Poi, piano piano, ho cominciato ad accarezzare l’idea di mettere in piedi una band per poter comunicare in modo più efficace ciò che scrivevo: ovviamente le fonti d’ispirazione erano Jim Morrison, Bob Dylan, Lou Reed, tutti i poeti del rock mi hanno convinta a provarci. Così, quando ho iniziato a suonare al CBGB’s, mi sono trovata a fianco di Ramones, Television e molti altri musicisti più giovani di me. Su questo punto hai ragione, io rappresentavo la continuità con i Sixties, con il sogno del rock’n’roll, ma il punk è stata una comunità che ha permesso a me, e a parecchi altri, di esprimermi liberamente, senza filtri o imposizioni».

OTTIMA COMPAGNIA Vista la sua statura artistica e l’alone di leggenda che ormai l’accompagna (ma lei si schermisce «è un aspetto della musica che davvero non mi interessa»), non è difficile inserire Patti Smith a fianco di altri mostri sacri come Iggy Pop o Bruce Springsteen. Le racconto che, per puro caso, mi è capitato di intervistare proprio l’Iguana la settimana precedente, e che, da ragazzino, i loro dischi erano stati tra i primi a cambiare la mia vita: Horses e il debutto degli Stooges restano ancora oggi due capolavori irrinunciabili per chiunque cerchi di capire il rock’n’roll, concentrati di talento, rabbia e potenza espressiva. «Ti ringrazio, direi che sono in ottima compagnia, no? È bello saperlo ancora in giro, pieno di forza e di voglia, come quando era ragazzino e suonava al Max’s Kansas City, qui a New York. Tra l’altro, se verrai a vedermi alla data milanese del mio tour, potrai sentire tutto quanto Horses, una specie di setlist speciale apposta per quella serata». Non sarebbe la prima volta, tra l’altro, visto che le hanno chiesto altre volte di riproporre dal vivo tutto quel disco. Sarebbe fantastico poter assistere anche a Radio Ethiopia, per esempio, oppure a Easter. Patti ride contenta: «Se me lo chiedessero, credo che farei anche quei due album, sebbene ci siano canzoni del mio vecchio repertorio che non sento più come un tempo. Credo succeda a tutti i musicisti di perdere contatto con quanto fatto in passato, a me di sicuro». È piuttosto curioso, invece, che non si sia mai indebolito il legame straordinario che la lega a un pezzo in particolare, Gloria, versione personale del classico dei Them di Van Morrison che apre Horses e in cui canta il celebre verso “Jesus died for somebody’s sins but not mine”. Le chiedo come riesca oggi a conciliare la sua fede religiosa con parole così rivoluzionarie. «Non ci vedo nulla di strano a cantare Gloria, credimi, ho presente benissimo la ragazzina che le ha scritte, il suo stato d’animo, ciò che significano in apertura di quel disco e la loro forza espressiva, intatta a distanza di così tanto tempo. È quasi un tributo

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alla Patti di allora cantarle nel 2013, mi ricollega alla mia versione giovane, lo trovo fantastico».

OUTSIDE OF SOCIETY Fin da ragazzino, la musica di Patti Smith ha accompagnato la mia vita musicale e non, specialmente con quei primi quattro album davvero essenziali (oltre ai già citati Horses, Radio Ethiopia e Easter, manca Wave). Rifletto sul fatto che sia persino inutile raccontarglielo, visto che la immagino come una dichiarazione che spesso le sarà capitato di sentire nel corso della sua lunghissima carriera, ma poi

« Io rappresentavo la continuita con i Sixties, con il sogno del rock’n’roll, ma il punk e stata una comunita che ha permesso a me, e a parecchi altri, di esprimermi liberamente, senza filtri o imposizioni » cedo alla tentazione e, mentre lo faccio, le chiedo se per caso lei abbia mai maturato lo stesso tipo di considerazione per qualche suo eroe personale. «Certo Stefano, da ragazzina ero innamorata di Jim Morrison, ho avuto la fortuna di vedere una volta dal vivo John Coltrane e anche Jimi Hendrix. Poi, con mia grande sorpresa, la vita mi ha permesso di incontrare e, in alcuni casi di conoscere bene, alcuni personaggi che adoravo, da William Burroughs a Bob Dylan, fino a mio marito Fred Smith. Capisco che forse questo non risponda alla tua domanda, ma ci sono moltissimi artisti che accompagnano da sempre la mia vita, esattamente come dicevi tu. E, comunque, a scanso di equivoci, sono molto onorata di essere importante per così tanta gente…». Le chiedo se creda ancora nell’importanza di essere “outside of society”, come cantava in Rock’n’Roll Nigger, uno dei suoi brani più intensi. Un inno generazionale dedicato a chi si sentiva differente e a chi lo era per davvero. «Io vivo da sempre fuori dalla società, è una condizione perenne, che mi sono cercata con rabbia e forza e che sono riuscita a mantenere nel corso degli anni. Il mio è un mondo parallelo, in cui mi sento perfettamente a mio agio. Con questo non voglio dire di essere scollegata dalla realtà, so benissimo ciò che succede, ma sono fortunata perché posso osservare tutto quanto da una posizione privilegiata». Insomma, non è male pensare a un universo in cui ancora convivono Burroughs e i Ramones, gli MC5 del suo compianto marito Fred “Sonic” Smith («Fred è sempre con me, spesso gli parlo e ne ricevo ottimi consigli», mi racconta) e Robert Mapplethorpe. Proprio quest’ultimo è la figura fondamentale attorno a cui ruota il premiatissimo libro Just Kids: «È stato faticoso scrivere

« Vivo da sempre fuori dalla societa, e una condizione perenne. Ma non sono scollegata dalla realta, so benissimo cio che succede: sono fortunata perche posso osservare tutto da una posizione privilegiata »

Sono sette i concerti di Patti Smith in Italia nel 2013. Oltre alla data di Napoli del 12 giugno, l’americana sarà a Milano il 25 luglio, a Prato il 26, A Venezia il 27, a Macerata il 29, a Taormina il 31. Chiusura l’1 agosto a Palermo.

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la storia mia e di Robert, ha fatto riaffiorare antichi dolori oltre che ricordi eccezionali, ma era una promessa che gli avevo fatto prima che morisse e non potevo certo deluderlo. Ora però sono al lavoro su due libri differenti: il primo, sempre autobiografico, è incentrato soprattutto sulla parte musicale della mia carriera, mentre il secondo è una detective story sullo stile di Dashiell Hammett, una delle mie grandi passioni letterarie. Non stare col fiato sospeso, però, credo ci vorrà ancora un po’ di tempo». l


Summer time! STYLE

La più amata, la più desiderata, la più attesa. Arriva l’estate e finalmente possiamo toglierci tutti quei vestiti pesanti e, soprattutto, tuffarci nel blu dipinto di blu. Acque cristalline, spiagge bianche, serate sotto le stelle: che stiate per partire o meno ecco qualche consiglio per attrezzarvi a dovere per la stagione estiva.

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s THE UGLY TRUTH OF V Il blog di Virginia Varinelli nasce nel settembre 2011, diventando subito un riferimento per gli appasionati di moda e gli addetti ai lavori. Quotidianamente il blog registra accessi da ogni luogo del mondo. Virginia è di Milano. Si è laureata in Economia nel 2009 e ha subito cominciato a lavorare. Da uno stage a Parigi presso Diane von Furstenberg è sbocciata la sua grande passione per la moda. Ha recentemente lanciato il suo brand Viridì, che in pochi mesi di vita ha già raccolto numerosi ammiratori. www.uglytruthofv.com

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STYLE / ABBIGLIAMENTO

ESSIE Smalto arancio. 15 Euro

LACOSTE Camicia. 89 Euro

SWATCH New Scuba Playero. 70 Euro

H&M Shorts da uomo. 9,95 Euro

HAVAIANAS Infradito blu con decorazioni. 26 Euro

MIN PINK Bikini con fantasia floreale. 95 Euro

RAY BAN Collezione Wayfarer. 139 Euro

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FRENCH CONNECTION Bermuda da uomo. 20 Euro

TOMMY HILFIGER Smith sneaker. 89,90 Euro


FRANKLIN & MARSHALL Giacchino da vela. 135 Euro

STELLA MC CARTNEY Tuta con stampa hawaiiana. 350 Euro

ESPADRILLES Zeppe con suola in corda. 48 Euro

ZARA Collana con fiori e catena. 39,95 Euro

ORIGINAL MAUI Camicia. 15 Euro

CONVERSE - CHUCK TAYLOR All Stars Hawaiin print . 75 Euro

STELLA MC CARTNEY Borsa abbinata alla tuta. 182 Euro

TEZENIS Abito blu in stile hawaiiano. 19,90 Euro

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STYLE / PRODOTTI

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HAWAIIAN TROPIC “A-A-Abbronzatissima”. Così cantava Edoardo Vianello nel 1963. L’importante, care lucertole, è mantenere la pelle sempre protetta. Hawaiian tropic è un olio secco resistente all’acqua che idrata e protegge la pelle con un’inebriante profumazione ai frutti esotici. 12,40 Euro

Artengo Woody Ball’s Back La vita da spiaggia vi annoia e non sapete come passare le giornate? Artengo ha pensato a voi, ideando questa nuova serie di racchettoni! Leggere e disponibili in varie colorazioni, Artengo Woody Ball’s Back sono ideali per sfidare i vostri amici in spiaggia. A partire da 16,95 Euro

THE BEACH BOYS - SURFIN’USA Qualche reduce degli anni 60 è pronto a giurare che l’estate l’abbiano inventata i Beach Boys. Quel che è certo è che la musica del gruppo californiano è la colonna sonora ideale di una vacanza balneare: fate suonare Surfin’USA e cavalcherete qualunque onda. 9,99 Euro

ACQUA DI COCCO - OCOCO Il cocco e il suo sapore evocano gli scenari paradisiaci di paesaggi tropicali. Ma di buono il cocco non ha solo il gusto: l’acqua contenuta al suo interno è riconosciuto che abbia prodigiose capacità nutritive. Oggi possiamo goderne senza allontanarci da casa. Conf. 12 pz x 330 ml 23,88 Euro

SEASON - COVO COLLECTION Nao Tamura firma per Covo questa collezione di piatti che prende ispirazione dalla folta natura tropicale. Il materiale impiegato è il silicone e proprio grazie alla sua flessibilità questi piatti possono essere piegati e plasmati proprio come se fossero delle foglie. Set 4 piatti small 56,99 Euro

TENOCHTITLAN - DRIADE Guardando questo candelabro firmato Vittorio Locatelli è impossibile non pensare al mare. é realizzato in fusione di alluminio e vernice rossa, ma questi sono dettagli tecnici che poco importano quando a essere rievocate sono le forme degli splendidi coralli marini. 191 Euro

FINN SALT & PEPPER SHAKER Al giorno d’oggi anche sedersi a tavola per uno spuntino può diventare una situazione ad alto rischio. Vedere due pinne di squalo a tavola può risultare un po’ inquietante, ma ricordiamoci che esorcizzare la paura porta fortuna! Disponibili in ceramica semplice o metalizzata. 27 Euro

lanternE - MAISON DU MONDE Ideali per creare un po’ d’atmosfera se non possiamo allontarci dalla città ma desideriamo ugualmente vivere un’estate colorata e divertente. Questi modelli di lanterne in carta si alimentano a pile e hanno un pratico beccuccio per essere appese ovunque. Set 6 pz. 19,90 Euro

kai - crate&barrel Kai è una piccola scodella in porcellana sagomata in modo da poter integrare in sé un paio di pratiche bacchette in bambù. Ideale per gustare piatti a base di riso e zuppe tipiche della cucina orientale. Pur avendo un’aspetto tradizionale è lavabile in lavastoviglie e non teme il forno a microonde. 5,65 Euro


TAVOLE PER TUTTI In base alle testimonianze di James Cook (scopritore delle Hawaii) sembra che la pratica del surf affondi le sue radici in Polinesia, dove già nel 1835 avvistarono giovani ragazzi cavalcare le onde. Da allora le cose sono cambiate e i maggior progressi si devono all’impiego di materiali sempre più tecnici. Ad oggi si possono trovare tavole per tutti i gusti, per ogni tipo di onda e per tutte le tasche. Ad ognuno la sua!

solig zanzariera - ikea Diciamocelo, l’estate è la stagione più amata dell’anno, soprattutto perchè la maggior parte di noi è in questo periodo che può permettersi di rifiatare dopo un anno di lavoro. Una sola pecca si porta con sé questa stagione: gli insetti. Quest’anno a proteggerci ci pensa Solig, la nuova zanzariera di Ikea. 25 Euro

moorha - cargo Una comoda poltroncina che sfruttando l’intreccio di tante piccole cannette di bambù risulta solida e resistente. Utilizzabile sia come seduta da interni sia da esterni. L’ideale sarebbe godersela all’ombra di una palma con ancora qualche granello di sabbia addosso. 69 Euro

model 318/319 - liquid image Ecco a voi una maschera adatta ad ogni scopo: snorkeling, immersioni, nuoto e molto altro. Ad essere speciale è la sua funzionalità: non solo protegge naso e occhi dall’acqua ma è in grado di scattare fotografie subacquee e girare video mozzafiato lasciando le mani libere da scomode attrezzature. 119 Euro

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2013 EUROPEAN TOUR THE QUARTET EXPERIENCE

LUGLIO

ANTEPRIMA TOUR 15 ROMA Il Centrale Live

ALFREDO CERRUTI MANAGEMENT

NEVIANI PUBLISHING SRL

OTTOBRE 16 18 19 22 23 25 26 29

TORINO Palaolimpico BOLOGNA Paladozza MILANO Mediolanum Forum MONTICHIARI (BS) Palageorge FIRENZE ObiHall RIMINI 105 Stadium PADO PADOVA Gran Teatro Geox NAPOLI Palapartenope

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il nuovo album FILIPPO NEVIANI disponibile ora


WHAT’S NEW

IL DRAMMA che porta alla

rinascita A solo un anno di distanza dal precedente Valtari, arriva il settimo album in studio dei Sigur Rós. Un disco di cambiamento che esalta l’intensità compositiva degli islandesi. di Alvise Losi

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veikur  è un disco  drammatico.  Nel senso più profondo della parola “dramma”, che altro non significa se non “azione”. Senza quell’accezione e quel contorno di negatività che l’italiano moderno gli ha conferito. Un’azione che porta a un movimento, a un cambiamento, a qualcosa di nuovo. Quasi a una  rinascita.  Perché il momento era appunto drammatico per i  Sigur Rós. Il gruppo islandese nell’ultimo periodo ha attraversato momenti di grande importanza per l’evoluzione della propria musica. Il primo passo è stato  Valtari,  un album non certo tra i più apprezzati della band, con atmosfere ambient  che non hanno convinto tutti e hanno fatto pensare a molti all’inizio di una fase  calante, dopo anni di musica ad altissimo (e altro) livello. La seconda incrinatura nella roccia islandese dei Sigur Rós è stato l’addio del tastierista  Kjarri  (Kjartan Sveinsson), un trauma importante per gli equilibri sonori ed emotivi della formazione di Reykjavík. Si arriva così al terzo atto del dramma,

Kveikur

XL Recordings

compagni sono avanguardia da tre lustri. o forse conseguenza dello stesso. E si tratta Kveikur  è dunque un disco drammatico proprio di questo nuovo lavoro. Kveikur (che e classico. Un disco composto e studiato, ma significa “Stoppino”) esce a un anno esatto di pieno di movimento. Di azione, appunto. distanza da Valtari (“Rullo compressore”) ed Di mutamento dinamico tra le diverse facce effettivamente serve a riaccendere una luce e direzioni musicali, ma sempre in perfetnella  creatività  del gruppo. È la prima volta to equilibrio e sintonia. Si parte con Brenniche la band dedica così poco tempo alla comstein (“Zolfo”), che porta la band verso sonoposizione, registrazione e produzione di un rità metal, in contrasto con la delicatezza della album (prima c’era sempre voluta una media voce di Jónsi. E anche la title track  Kveikur di tre anni, tranne tra i primi due dischi). Segno che qualcosa è  cambiato. Non solo nella formazione, ridottasi da quat- Kveikur è un disco drammatico e classico.  tro a tre membri, ma anche Un disco composto e studiato, ma pieno di movimento. Di azione. nell’approccio alla musica di Jónsi  (Jón Þór Birgisson, risente di una forza che fa quasi dimenticare cantante e chitarrista), Goggi (Georg Hólm, come solo tre tracce prima si stesse viaggiando basso) e Orri (Orri Páll Dýrason, batteria). su un iceberg (Ísjaki) in mezzo al mare, fino Perché questa lunga premessa? Perché è ad arrivare alla chiusura con Var, che è davvero che il bello della musica è la possibilità vero un rifugio di quiete e serenità dopo un di ascoltarla senza sapere nulla e affidarsi alle album tiratissimo. Ogni canzone, ogni comemozioni e alle sensazioni, ma quando si tratta ponimento di questo album, ha un suo signidei Sigur Rós ogni schema decade. Il gruppo ficato peculiare nella posizione in cui è. Poi si riesce a investire una grande quantità di generi facciano tutti i paragoni che si vogliono con all’interno di un unico componimento, altra geyser, vulcani e desolati paesaggi islandesi, parola che accosta la band a un mondo, quello ma il viaggio che propongono i Sigur Rós non della musica classica, in fondo non troppo diè di questo mondo. stante dall’universo post-rock del quale Jónsi e

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MUSICA

L

ontani dal suono sintetico che aveva caratterizzato In This Light And On This Evening del 2009, gli Editors accantonano le velleità elettroniche e attivano la modalità “classica”, sfornando 11 pezzi di quelli che in teoria basta un falò e una chitarra e il gioco è fatto. Ma solo in teoria, perché le versioni in studio sono tutt’altro che minimali; Mark Flood (ancora una volta in regia) sparge arrangiamenti orchestrali ovunque - atteggiamento che culmina in un brano composto unicamente da archi e voce (l’enfatica Nothing). L’approccio è vincente, e impreziosisce la scrittura di una band che si è ritrovata con un chitarrista in meno (Chris Urbanowickz se n’è andato amichevolmente per divergenze prettamente musicali) e dopo un periodo un po’ confuso deve ritrovare l’equilibrio. Nonostante il primo singolo sia un pezzo rock dal passo spedito, sono le ballad e i brani più trascinati a farla da padrone in The Weight

EDITORS

The Weight Of Your Love (PIAS Records)

Of Your Love, in linea con l’argomento principe dell’album: l’amore. Un amore che infatua e prosciuga, che dona speranza e provoca sofferenza, che viene e che va. Naturalmente riuscire a dire qualcosa di nuovo sul tema è un’impresa; ma i testi di Tom Smith - pur prendendo in prestito dalla storia della musica intere frasi (vedi Two Hearted Spider che cita Every Breath You Take dei Police) - riescono a sorprendere svoltando nell’arcano, con parole che colgono alla sprovvista. Un paio d’anni fa - quando i ragazzi di Birmingham avevano cominciato le registrazioni del disco - Smith si pronunciò così: «Non so più come oggi si possa definire una hit, ma queste canzoni sono classiche e d’impatto». Tutto vero: i pezzi che compongono il quarto disco degli Editors sono semplici e sinceri,

di Marco Rigamonti

e anche se mancano delle vere e proprie hit (nel senso pop del termine) arrivano dritti al cuore senza filtri e senza vergogna. Forse l’ispirazione non raggiunge i livelli di The Back Room e An End Has A Start, ma la credibilità della band rimane intatta al 100%.

Micro-reviews Serj Tankian Orca (Reprise, Serjical Strike)

Al leader dei System Of A Down piace rischiare: Orca è la sua prima opera di musica classica in quattro atti orchestrali. Di certo a Serj il #coraggio non manca.

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Empire Of The Sun Ice On The Dune (EMI)

Steele e Littlemore sono due entità mitologiche che devono riportare la pace nel mondo. Tra synth-pop e richiami french-touch il rischio è di scivolare dalla fiaba al #trash.

David Lynch The Big Dream (Sacred Bones)

Il geniale regista partorisce una manciata di brani di modern blues che ricordano i suoi film: fumosi, downtempo e contraddistinti dal suo bizzarro timbro vocale #VellutoBlues.

Pet Shop Boys Electric (Kobalt, x2)

L’accoppiata Tannant-Lowe cambia label e si lascia andare ad un suono spavaldamente club, con i ritornelli appiccicosi che hanno fatto la storia del duo #30annienonsentirli.


N

effa vuole che il suo nuovo disco sia ascoltato senza preconcetti in modo che possa toccare l’anima. “Anima” è la parola chiave di Molto calmo, naturale prosecuzione di Sognando contromano del 2009. Vuole fare soul, e soul fa, ma in maniera personale, declinandolo secondo la sua sensibilità. Rispetto ai primi lavori del dopo-svolta gli arrangiamenti sono più attuali, le ritmiche strutturate di batteria e le tastiere creano un sound identificabile che in alcuni casi prende strade inedite. È il caso di Luce oro (con la partecipazione di Terron Fabio dei Sud Sound System) e Sopra le nuvole, brani dall’inaspettata apertura psichedelica, messi in chiusura proprio perché conducono in altri mondi. O la titletrack, scelta come primo singolo. Anche il secondo brano estratto, Quando sorridi, con la sua andatura fresca ed estiva, non è esemplificativo del disco ma più che altro un episodio isolato insieme alla tiratissima Mo-

K Kanye West Yeezus (Def Jam)

di Marco Rigamonti

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stro - agli antipodi per sonorità. Da subito ci si rende conto che Dove sei rappresenta al meglio il Neffa più ispirato, grazie alla struttura solida e al ritornello trascinante. La tematica “assenza”, centrale nel soul, ritorna in tutto il disco (Tempo che se ne va, Mi manchi tu), insieme a pezzi che raccontano il non riconoscersi nel sentire comune, come l’ottima Storie che non esistono, Tempo che se ne va e La strada facile. Perché l’altra tematica è quella del viaggio, la più ovvia delle metafore, che viene introdotta dall’intro Allaccia la cintura, invito ad entrare in questo nuovo capitolo del sempre più credibile soulman. P.s. Si, è vero, nella versione fisica del disco c’è anche una ghost track - che in rete gira con il titolo Anima - in cui Neffa torna a cimentarsi in rima su un beat hip hop. Non dategli troppo peso, è solo un piacevole divertissement, Neffa ha scelto la sua strada già da un po’ e non c’è alcun ripensamento in atto.

anye West è genio e sregolatezza. In uno slancio dettato dal suo ego spropositato sostiene esplicitamente di essere un Dio – fregandosene totalmente della possibilità di sfociare nel blasfemo. D’altra parte «Ci sono i leader e i follower/ma preferisco essere uno stronzo che ingoiare tutto», come afferma con convinzione in New Slaves. La sua esibizione al Saturday Night Live ha fatto il giro del web, bucando lo schermo con una traumatica interpretazione tra il composto e il farneticante; e francamente per emozionarsi non è nemmeno necessario cogliere i riferimenti anti-razzisti nel testo - sottolineati dalla citazione di Strange Fruit, pezzo che Billie Holiday cantava negli anni ‘40 contro il linciaggio dei neri negli Stati Uniti. La stessa Strange Fruit ritorna attraverso il campionamento (delirante) della versione di Nina Simone in Blood On The Leaves, un esperimento sconvolgente per struttura e armonia,

na carriera esemplare quella del giramondo Eugene Hutz, partito dalla nativa Ucraina armato di chitarra acustica, destinazione Stati Uniti, per conquistare una fetta di mondo. Missione compiuta, niente da dire, con tappe importanti come i primi passi coi Gogol Bordello nella Grande Mela, una popolarità sempre crescente e persino un corteggiamento sfacciato da parte del jetset mondiale. E così, il pifferaio di Hutzovina, titolo anche del bel documentario di Pavla Fleischer che svela alcuni interessanti aspetti personali di Eugene, si ritrova in passerella per Dolce & Gabbana o al fianco di Madonna per un pessimo film con la stessa miss Ciccone come regista, Sacro e profano. Insomma, il profeta del gypsy punk è riuscito a conquistarsi un posto di primo piano nell’affollata scena indipendente mondiale, grazie a dischi coinvolgenti e ben riusciti (su tutti Super Taranta!), e soprattutto a un live set incredibilmente

Neffa Molto calmo (Sony Music)

di Tommaso Cazzorla

un’opera che poteva essere pensata solo da una mente che non accetta limiti stilistici e regole. Che poi è sempre stato il credo di West, alimentato nel tempo dal successo ottenuto. Lui si può permettere di chiedere tre o quattro basi ai Daft Punk (quelli elettronici, non quelli di R.A.M.), può decidere di vendere il suo cd senza copertina, può relegare la voce di Frank Ocean alla coda di un brano, può presentarsi da Rick Rubin a qualche giorno dalla data di pubblicazione per chiedergli di rendere il tutto più minimale - ri-registrando interi brani e scrivendo testi in una manciata di ore. In risposta all’oceanico My Beautiful Dark Twisted Fantasy del 2010, Yeezus si sviluppa su 10 tracce per un totale che sfiora la quarantina di minuti totali, puntando su arrangiamenti spesso ostici dal suono industriale, cupo e cervellotico. Metabolizzarlo è un parto, ma ne vale assolutamente la pena.

efficace, fatto di energia e intensità. Niente di cui stupirsi se, soprattutto in un paese come l’Italia, i Gogol Bordello abbiano sempre riscosso un incredibile successo (vi ricordate la bestemmia in Santa Marinella?) e non ci sono motivi per credere che le date estive e questo nuovo album Pura Vida Conspiracy non replichino il solito piccolo miracolo. In fondo, fedeli al proverbio “squadra che vince non si cambia”, Eugene Hutz e compagni regalano la solita variazione sul tema gypsy punk, con qualche episodio scatenato in più e un paio di ballate davvero coinvolgenti, come nel caso della bella Amen e di I Just Realized. La grinta quasi hardcore la potrete ritrovare in Dig Deep Enough, We Rise Again, un vero manifesto d’intenti, e nella trascinante Malandrino, un incrocio tra Gogol Bordello e melodia napoletana, che sarà la prossima hit, grazie a un ritornello fin troppo accattivante.

Gogol Bordello Pura Vida Conspiracy (ATO/Casa Gogol Records)

di Stefano Gilardino onstage luglio 67


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CINEMA

ono molte le uscite americane in questo mese di luglio. Resta sempre il dilemma da parte delle distribuzioni italiane su quanti e quali film far uscire in piena estate. Il terrore è sempre lo stesso, che il pubblico diserti le sale e, in questo senso, ne è stato vittima Star Trek che il mese scorso non ha superato il milione di euro al primo weekend. Giugno, luglio e agosto sono caldi sì, in Italia, ma non per il mercato cinematografico come invece accade negli altri Paesi e, con le difficoltà economiche degli ultimi anni, non tutti se la sentono di rischiare. L’altro ostacolo è rappresentato dal download illegale. Se un grosso film USA esce a luglio, una buona parte del pubblico non ha più voglia di aspettare due o tre mesi per vederlo e nel caso migliore si lamenta e basta. Come accadde l’anno scorso con Prometheus. L’ultimo film di Johnny Depp invece esce contemporaneamente in quasi tutte le nazioni, Italia inclusa. The Lone Ranger è una storia avventurosa intrisa di azione e humour, in cui il famoso eroe mascherato torna a rivivere attraverso nuovi occhi (il film è tratto da una serie TV degli anni ’50 andata in onda da noi con il titolo Il cavaliere solitario). Johnny Depp, che interpreta il guerriero india-

a cura di Antonio Bracco

The Lone Ranger no Tonto, narra la storia dell’uomo di legge John Reid che divenne leggenda, trascinando il pubblico in un’avventura fatta di imprese epiche e rocambolesche. The Lone Ranger riunisce Depp sia con il regista Gore Verbinski, che l’aveva diretto nei primi tre Pirati dei Caraibi e in Rango, sia con il produttore Jerry Bruckheimer. Quest’ultimo ha già manifestato l’intenzione di mettere in cantiere un sequel facendo la debita premessa: solo se The Lone Ranger sarà ben accolto dal pubblico e, soprattutto, se sarà redditizio.

critica pubblico USA, 2013, 149 min.

Il cast: Johnny Depp, Armie Hammer, Helena Bonham Carter, Ruth Wilson, William Fichtner, Tom Wilkinson, Barry Pepper Di Gore Verbinski

Micro-reviews ITALIAN MOVIES di Matteo Pellegrini (Italia, 2012) Durante il turno di pulizia degli studi televisivi, un gruppo di #immigrati prende in prestito una telecamera per riprendere le nozze di un amico. Nasce da qui per loro l’idea di un’attività parallela.

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PACIFIC RIM

di Guillermo del Toro (USA, 2013) Prendendo ispirazione dai #Kaijü, i giganteschi mostri della sci-fi nipponica, questo film vuole essere l’alternativa ai Transformers. Grande spettacolo con la visionarietà del regista di Hellboy. In 3D.

ALEX CROSS di Rob Cohen (USA, 2012) Adattamento cinematografico del romanzo di James Patterson La memoria del killer. Nei panni del cattivo ritroviamo Matthew Fox, il dott. Jack Shephard della serie Lost, #dimagritissimo per il ruolo.

FACCIAMOLA FINITA

di E. Goldberg e S. Rogen (USA, 2013) Surreale commedia in cui James Franco, Seth Rogen, Jonah Hill, Emma Watson ed altri 20/30enni del cinema USA interpretano loro stessi mentre Los Angeles è inghiottita da una inspiegabile #apocalisse.


NOW YOU SEE ME - I MAGHI DEL CRIMINE di Louis Leterrier, USA, 2013

critica pubblico

Una squadra dell’FBI è costretta a giocare al gatto col topo in questo film ricco di suspense e di mistero. I topi, che si guardano bene dal farsi beccare, sono quattro illusionisti di caratura mondiale. Durante i loro spettacoli di fronte a migliaia di spettatori, riescono a portare a termine elaborate rapine ai danni di ricchi e corrotti uomini d’affari. I soldi non se li tengono, li fanno piovere sul pubblico in sala prima della fine degli spettacoli. L’FBI non può arrestarli per mancanza di prove. Il caso viene dunque affidato a due agenti speciali che si calano in un’investigazione insolita, imbattendosi in oscuri segreti e numerose illusioni. Questo è il quarto film in cui i due veterani Michael Caine e Morgan Freeman recitano insieme. I tre precedenti sono gli episodi della trilogia del Batman di Christopher Nolan. Cast: Mark Ruffalo, Woody Harrelson, Dave Franco, Morgan Freeman, Isla Fisher, Michael Caine, Jesse Eisenberg, Mélanie Laurent, Elias Koteas

TO THE WONDER

di Terrence Malick, USA, 2012

Dopo essersi incontrati in Francia ed aver fatto tappa in Normandia per visitare Mont Saint-Michel, Marina e Neil sono all’apice della loro storia d’amore. Come in tutte le coppie, anche loro sperimentano le prime incomprensioni una volta arrivati in Oklahoma. Marina fa la conoscenza di un prete in crisi d’identità e di vocazione, mentre Neil riallaccia un affettuoso rapporto con Jane, sua amica d’infanzia. Il film esplora l’amore nella sue diverse forme e lo fa alla maniera di Terrence Malick. Molte immagini suggestive in cui la natura prevale aprendo numerose parentesi, pochi dialoghi e una linea narrativa non convenzionale. Chi ha visto il precedente The Tree Of Life sa cosa aspettarsi. Presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia. Il Cast: Ben Affleck, Rachel McAdams, Olga Kurylenko, Rachel Weisz, Javier Bardem, Barry Pepper, Amanda Peet, Jessica Chastain, Romina Mondello

critica pubblico

WOLVERINE - L’IMMORTALE di Louis Leterrier, USA, 2013

critica pubblico

Secondo film in solitaria per il più ribelle e irritabile personaggio degli X-Men. Wolverine, costantemente in conflitto con la sua condizione di immortalità, è in Giappone dove incontra un ricco imprenditore locale. Quest’ultimo lo aiuta a diventare mortale grazie ad un congegno di sua invenzione. Così facendo Wolverine si ritrova assediato da nemici che vogliono approfittare della ghiotta occasione per vederlo morto. La storia, a se stante rispetto al precedente X-Men le origini: Wolverine, trae ispirazione dalla miniserie Marvel del 1980 di Chris Claremont e Frank Miller. Senza Hugh Jackman questo personaggio non sarebbe stato lo stesso. L’attore australiano non si è limitato ad interpretare Logan/Wolverine in sei film, ha contribuito enormemente anche come produttore a farlo diventare uno dei supereroi Marvel più amati. Il Cast: Mark Ruffalo, Woody Harrelson, Dave Franco, Morgan Freeman, Isla Fisher, Michael Caine, Jesse Eisenberg, Mélanie Laurent, Elias Koteas

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GAMES

a cura di Blueglue

Micro-reviews Castlestorm (Xbox Live Marketplace) CPrendendo in prestito di qua e di là, Zen Studios confeziona un freschissimo Tower Defence rigorosamente in tempo reale; efficace, vivace e buffo il giusto. #realtimestrategy #truppeballistaeincantesimi

MotoGP 13

THE LAST OF US SOPRAVVIVERE ALL’APOCALISSE

(Xbox 360-PS3-ePC) Si fa fatica a ricordare l’ultima simulazione motociclistica di un certo valore; ma questa volta gli sviluppatori di Milestone (con base a Milano) fanno centro, andando a confezionare un prodotto all’altezza. #ginocchioaterra #italiansdoitbetter

UNA STORIA STRUGGENTE NEL MEZZO DI UN DISASTRO CHE METTE A RISHIO LA SOPRAVVIVENZA DELL’UMANITA’ New Super Luigi U

Produttore: Naughty Dog Genere: Survival Disponibile per: PS3

F

ino a qualche tempo fa l’associazione Naughty Dog - personaggi cartooneschi era automatica; nello specifico venivano subito in mente Crash Bandicoot e Jak & Daxter, platform che hanno fatto la storia delle console di casa Sony delle scorse generazioni. Ma nel 2007 l’azienda produttrice con base a Santa Monica si rese protagonista di una svolta con Uncharted, titolo dai toni seri e realistici che finì per avere un ruolo di punta dell’allora appena nata Playstation 3. E ora - a qualche mese dal lancio della Play 4 - ecco servito un capolavoro assoluto, a chiudere in bellezza l’attuale ciclo che si avvia verso il tramonto. The Last Of Us è un gioco post-apocalittico, c’è di mezzo un’infezione e quello che conta è sopravvivere. Ci sono zone di quarantena e comunità improvvisate, e lo sciacallaggio è all’ordine del giorno tanto quanto il cinismo militare. Sono temi sentiti e risentiti; ma questo non è importante. Perché la storia di Joel (che sbarca il lunario agendo come contrabbandiere) e della piccola

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Ellie (nata quando il mondo era già contaminato) va ben oltre la semplice sopravvivenza; il legame che si crea tra i due (Joel deve portare la ragazzina fuori dal distretto militarizzato di Boston in cui si trova per conto di un gruppo di dissidenti) è profondo e struggente, e rappresenta il fulcro dell’avventura - raccontata attraverso immagini e dialoghi che sfiorano la perfezione. Tecnicamente si tratta di un survival-action in terza persona, che pone l’accento sulla gestione delle (poche) risorse e sulla varietà di approcci utilizzabili (dalla forza bruta al basso profilo). L’eccellenza nei cambi di ritmo renderà pressoché impossibile rispettare una tabella di marcia: rassegnatevi, le vostre sessioni finiranno inevitabilmente per protrarsi oltre i piani prestabiliti. Vi ritroverete alle 3 del mattino con un joypad in mano, a pensare cose tipo: “Non posso salvare adesso, aspetto il prossimo momento buono”. Ma non perderete ore di sonno invano; The Last Of Us merita di essere vissuto dal primo all’ultimo frame.

(Wii-U) Nintendo celebra l’Anno di Luigi con un imperdibile DLC per New Super Mario Bros U; se non possedete il gioco principale (ma allora perché avete una Wii-U?) uscirà anche stand-alone. #piattaformein2d

State Of Decay

(Xbox Live Marketpl.) Sulla scia di The Walking Dead, ecco un interessante free-roaming a evoluzione dinamica dove si mescolano azione, sopravvivenza e interazioni sociali. #ancorazombie #decomposizioneincombente


HI-TECH

Benvenuta! ONSTAGE RADIO di Gianni Olfeni

HOT

! PRIMA E UNICA

Avete mai ascoltato una digital radio che trasmette solo musica live? Anticipiamo la vostra risposta: no! Onstage Radio è il primo progetto radiofonico digitale interamente costruito intorno alla musica live. Cliccando play accederete al nostro mondo: i concerti. La selezione musicale, curata da Daniele Tognacca (Radio Deejay, Virgin Radio e altre nel suo curriculum), vi farà rivivere le emozioni dei grandi live di artisti italiani e internazionali 24 ore su 24. 72 onstage luglio

COMPUTER

Il player di Onstage Radio sarà naturalmente posizionato all’interno del sito di Onstage. Ma non solo: lo troverete anche in un ampio numero di siti partner (l’elenco completo nella sezione Radio del nostro sito). Insomma, lo troverete in Rete e potrete accedervi da qualunque dispositivo, fisso o mobile. Se invece volete ascoltare la nostra digital radio senza entrare in Internet, potete addirittura scaricare il Desktop Player sul vostro pc. Sarà ancora più semplice e immediato.

MOBILE

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COMING SOON

LIGABUE SI RIPARTE DALL’ARENA di Tommaso Cazzorla

P

er alcuni artisti è veramente difficile prendersi un periodo di vacanza. A maggior ragione se ti chiami Luciano Ligabue. Evidentemente il rocker emiliano è uno a cui non piace stare con le mani in mano, e basta dare un’occhiata alla sua produzione per farsene un’idea. Solo per quanto riguarda la carriera di musicista siamo a nove album di studio in vent’anni, più colonne sonore, raccolte e dischi dal vivo. Le sue incursioni nel cinema sono conosciute da tutti e, tra romanzi, raccolte e libri di poesie, lo troviamo sovente anche sugli scaffali delle librerie. Inoltre quello che doveva essere un periodo di pausa dopo la fine dell’ultimo tour (quello seguito all’album Arrivederci, mostro!) è stato in realtà pieno di impegni. Prima la riedizione del disco in acustico con conseguente tour nei teatri e la seconda impresa titanica di Campovolo 2.0 comprensiva di cd/dvd. Poi il mini tour Sotto bombardamento del 2012 che ha toccato alcune locali-

tà generalmente poco battute come Locarno, Cividale del Friuli e Taormina, e una cornice fantastica come Piazza del Plebiscito a Napoli. In tutto questo il Liga non poteva certo mancare alle manifestazioni di solidarietà per la sua terra scossa dal sisma. Prima al Concerto per l’Emilia di Bologna e poi a Italia Loves Emilia, sua terza volta a Campovolo. Inoltre nel 2012 è uscito Il rumore dei baci a vuoto, la sua ultima raccolta di racconti, e anche in questa occasione c’era da fare la dovuta promozione. E infine, lo scorso aprile, il ritorno alla Royal Albert Hall di Londra, per accontentare i molti fan all’estero. Non esattamente un periodo di riposo, ecco. Nel frattempo dall’ultimo disco sono già passati tre anni e il prossimo capitolo è in arrivo entro la fine di quest’anno, si vocifera a novembre. Per sancire il ritorno nel migliore dei modi serviva qualcosa di eclatante, magico. Una location esclusiva. E sappiamo tutti che in Italia pochi posti reggono il confronto con l’Arena di Verona. Ecco per cui i quattro concerti nel bellissimo anfiteatro in compagnia dell’orchestra, il 16, 17, 19 e 20 settembre, le cui prevendite sono state polverizzate in meno di 24 ore, costringendo gli organizzatori ad aggiungere altre due date, il 22 e il 23, sold out pure quelle. Per Ligabue le vacanze sono finite senza essere mai iniziate.

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CALENDARIO CONCERTI Anna Calvi 19/09 Milano

Deftones 27/08 Milano 31/08 Bolzano Editors 11/08 Castelbuono (PA) Eros Ramazzotti 11, 13, 14/09 Verona Fabri Fibra 07/07 Barolo (CN) 13/07 Brescia 19/07 Piazzola sul Brenta (PD) 27/07 Majano (UD) 03/08 Cagliari 09/08 Sant’Arsenio (SA) 10/08 Catanzaro 18/08 Otranto (LE) Marco Mengoni 04/08 Paestum (SA) 06/08 Cagliari 10/08 Villapiana (CS) 13/08 Castagneto Carducci (LI) 18/08 Macerata 19/08 Pescara 21/08 San Pancrazio (BR) 23/08 Ronciglione (VT) 26/08 Taormina (ME) 27/08 Palermo 31/08 Verona 01/09 Verona 25/09 Milano 26/09 Milano 28/09 Roma Max Gazzè 02/08 Latina 09/08 Riccione 11/08 Rispescia (GR)

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19/08 Presicce (LE) 20/08 Taormina (ME) 21/08 Agrigento 22/08 Segesta (TP) 28/08 Macerata 31/08 Reggio Emilia 02/09 Lentiscosa (SA) 05/09 Pisa 08/09 Cagliari System Of A Down 27/08 Milano Nine Inch Nails 28/08 Milano David Byrne & St. Vincent 09/09 Gardone Riviera (BS) 10/09 Padova 11/09 Roma 12/09 Firenze Niccolò Fabi 01/08 Treviso 02/08 Pescara 03/08 Lecce 22/08 Noventa Di Piave (VE) 29/08 Milano 03/09 Sesto San Giovanni (MI) 04/09 Pavia Paramore 10/09 Bologna Skunk Anansie 12/08 Cassino (FR) 13/08 Pescara Perturbazione 01/08 Zevio (VR) 17/08 Barcellona (ME) 18/08 Alcamo (TP)



Onstage luglio 2013