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2 GALLERIE

fiera d’arte moderna e contemporanea

Gabriele Monteforte, Claudio Biondani e Domenico Monteforte

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ccoci qua alla seconda edizione di questo evento fieristico che solo lo scorso anno era ancora un progetto ambizioso e adesso è una splendida realtà sia per noi che l’abbiamo sognato, progettato e poi realizzato, sia per Forte dei Marmi il nostro paese, che attende l’ultima settimana di luglio per ospitare ancora una volta ARTEFORTE, Fiera d’Arte moderna e contemporanea. Anche quest’anno avremo opere d’arte di livello internazionale: Picasso, Lucio Fontana, Kandinskij, De Chirico e molti altri grandi maestri del ’900. Ospiteremo inoltre diverse personali importanti all’interno della manifestazione, da Ugo Nespolo a Walter Lazzaro, da Aligi Sassu a Dusciana Bravura, da Davide Frisoni ad altri ancora che stanno emergendo prepotentemente sul palcoscenico artistico nazionale ed internazionale. ARTEFORTE è unica nel suo genere sia per la collocazione geografica nella bel-

lissima cornice Versiliese, sia per il fatto di essere la sola manifestazione fieristica legata all’arte che si tiene in estate su tutto il territorio nazionale, forte di una tradizione artistica che risale ormai allo scorso secolo quando molti artisti e letterati venivano proprio da queste parti a passare i mesi estivi. Come non ricordare Curzio Malaparte, Henry Moore, Gabriele d’Annunzio, Carlo Carrà, Mino Maccari, il premio Nobel Eugenio Montale, solo per citarne alcuni. Al Forte oltre alla mondanità si respira da sempre un’aria ricca di cultura e arte. Lo scorso anno fu una scommessa che riteniamo, alla luce del successo di pubblico, di aver vinto. Quest’anno l’offerta che ARTEFORTE propone ai propri visitatori che vorranno visitare la fiera sarà paragonabile, senza ombra di dubbio, ad una visita in uno dei maggiori musei d’arte sparsi nel mondo tale e tanta sarà la qualità delle opere in mostra. Ci attendiamo quindi molte visite da parte di collezionisti e di semplici appassionati che avranno l’opportunità per cinque giorni di ammirare opere d’arte da museo senza doversi allontanare dalle spiagge fortemarmine! Un grazie particolare al Sindaco di Forte dei Marmi Umberto Buratti che ha sposato da subito il nostro ambizioso progetto, un grazie agli assessori Cecchi e Mattugini, di Cultura e Turismo del Comune di Forte dei Marmi per la disponibilità e la partecipazione attiva. Grazie al Sindaco di Pietrasanta Massi-

mo Mallegni che ci ha dato sostegno e collaborazione. Un grazie al Presidente della Versiliana e del Pucciniano Massimiliano Simoni per l’adesione e per la simpatia che ci ha dimostrato, un grazie al grande Andrea Bocelli, alla poetessa Alda Merini, a Marco Guidi, al Direttore Generale della Cassa di Risparmio di Lucca-Pisa-Livorno Francesco Minotti per il sostegno e l’aiuto non solo morale..., all’amico Alessandro Romanini, al campione Paolo Bertolucci, a Sergio Marrai e a tutti gli amici presenti sul magazine che hanno abbracciato con entusiasmo la nascita prima e la continuità poi del progetto ARTEFORTE. Grazie inoltre a tutti coloro che hanno lavorato al Magazine per farne un prodotto di qualità e da collezione, dal Direttore Umberto Guidi alla Dottoressa Emanuela Mazzotti nostra fondamentale collaboratrice, grazie alla Dottoressa Chiara Sacchetti curatrice di molte interviste, insieme con il giornalista Luca Basile e a Federico Neri che ha realizzato molte delle foto della nostra rivista. ARTEFORTE vuol essere un appuntamento annuale e un arricchimento artistico-culturale nel già prezioso carnet che la Versilia offre durante il periodo estivo, e crescere sempre di più con l’aiuto ed il contributo di tutti quanti vorranno appoggiarci nel nostro sempre più ambizioso progetto. Buona fiera a tutti... L’organizzazione ARTEforte


3 UMBERTO BURATTI

Comune di Forte dei Marmi

arte contemporanea, LA PASSIONE E L’IMPEGNO DEL SINDACO UMBERTO BURATTI

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aluto con piacere la seconda edizione della Fiera di Arte Moderna, che si svolgerà nel nostro comune dal 23 al 27 luglio. Un evento di grande richiamo, come ha dimostrato la presenza dei tanti visitatori in occasione della prima edizione. L’arte è

da sempre un’importante polo di attrazione e questo progetto, ideato e realizzato a Forte dei Marmi, sono certo riuscirà a confermare il successo ottenuto lo scorso anno e a diventare un irrinunciabile appuntamento dell’estate versiliese. Mi preme ribadire l’attenzione dell’amministrazione comunale verso l’arte contemporanea, intesa soprattutto come progetto educativo e non solo in termini di visite a mostre e musei. In questi due anni di impegno alla guida del paese, abbiamo cercato di ritrovare le radici della nostra identità, attraverso la riscoperta di quel senso di appartenenza, che è stata una delle fonti del nostro successo turistico. La forza e la tenacia degli uomini di mare, infatti, sono stati il punto di partenza per la crescita di Forte dei Marmi, la lungimiranza e un pizzico di fortuna hanno

fatto il resto. Adesso tocca alle nuove generazioni salvaguardare questo patrimonio e cercare di arricchirlo ulteriormente, senza mai perdere di vista quelle ormai lontane radici. Come sindaco, sento il dovere di portare avanti questo impegno, che interessa tutti i settori del vivere civile. Vorrei anche ricordare come la città, che oggi è il simbolo per eccellenza dell’eleganza, nel Novecento sia stata meta preferita di artisti e intellettuali, che proprio a Vittoria Apuana hanno trovato la necessaria ispirazione per le loro opere. Per questo ArteForte credo possa trovare qui la sua giusta collocazione. Il mio augurio sincero è che iniziative culturali come questa continuino ad incontrare il plauso dei nostri concittadini e dei tanti visitatori, che ogni anno scelgono Forte dei Marmi come meta delle loro vacanze. Il Sindaco Umberto Buratti


4 HOTEL CALIFORNIA

Hotel California, NEL CUORE DI ROMA IMPERIALE di Chiara Sacchetti

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mmerso nel verde di Roma Imperiale. Anche il sole, già caldo sembra posarsi con discrezione su quello che appare più una grande villa che un hotel a quattro stelle superiore. Divani

bianchi, arredi sobri, grandi vasi con conchiglie, l’Hotel California mantiene il fascino voluto dal suo costruttore. “Mio padre lo ha edificato nel 1971 - ricorda Daniela Viacava,

figlia di Mario, celebre costruttore e albergatore prematuramente scomparso - e fu lungimirante per l’epoca. Quando già si costruivano alberghi a più piani, dalla struttura imponente, lui lo volle basso, con gli archi, circondato dal verde, come una grande villa. Insieme a mia madre hanno investito ogni anno, per quarant’anni in quest’albergo, conservando l’impronta familiare, quella di una grande casa, con tanti salotti, ma con i servizi che un quattro stelle superiore deve avere”. L’Hotel California è aperto da aprile ad ottobre ed è gestito dalla famiglia, la signora Gabriella e le figlie Daniela, Cristina e Francesca. Dalla scomparsa del padre nel 2004, è proseguita comunque la tradizione di investire nell’albergo e in cinque anni sono state ristrutturate le camere, la zona piscina, la zona bar e così via sotto la supervisione di Fran-


5 HOTEL CALIFORNIA

cesca, interior designer. Eleganza sobria, colori che richiamano l’acqua, chiari e pastello, cuscinoni, spazi ampi. È cambiata la clientela in questi decenni di gestione? “Sì è cambiata notevolmente afferma Daniela - oggi si lavora molto con gli italiani nei week end ed è difficile trovare clienti che si fermano da noi tre settimane come una volta. Un tempo gli stranieri venivano solo a maggio e giugno, oppure a fine stagione, oggi invece tutti fanno soggiorni più brevi e abbiamo clienti stranieri anche nei mesi centrali: americani, inglesi, belgi, olandesi, della Svizzera francese. Abbiamo ancora qualcuno che viene da trent’anni, ma sono pochi.” L’albergo è dotato di una sala convegni attrezzata per 250 posti e questo facilita le presenze nei mesi primaverili e autunnali. Ma Forte dei Marmi è una località adatta per le famiglie, le coppie giovani o quelle anziane vengono magari per i fine settimana. “È proprio cambiato il modo di fare vacanza - insiste la titolare dell’hotel - e quindi bisogna adattarsi al mercato. Quello che sarebbe importante per facilitare anche il turismo è dare più vitalità al paese, cercando di coniugare la quiete, il relax con il divertimento. Sarebbero necessari degli eventi da comunicare

ai clienti per invogliarli a venire anche fuori stagione ad aprile o a maggio, perché la cittadina è bella, è ben tenuta, ma non può vivere solo due mesi all’anno”. Sono cambiati anche i gusti culinari? “Noi usiamo prodotti di qualità, facendo sia cucina toscana che internazionale - spiega la signora Gabriella - molto pesce, cucina leggera e anche menu appositi per i vegetariani per le persone a dieta, i celiaci e così via”. Quale messaggio possiamo lanciare dunque per solleticare il turismo? “Servirebbero strutture polivalenti - conclude Daniela Viacava - come un Centro Congressi tra Forte dei Marmi e Pietrasanta, ed anche creare delle sinergie importanti. È inutile che noi curiamo le nostre strutture se poi il paese non offre opportunità. Anticipare l’apertura serale dei negozi ad esempio è una buona iniziativa”. Il messaggio insomma è che uniti si può spuntarla, anche sulla crisi economica.

California Park Hotel Via Colombo, 32 55042, Forte dei Marmi (LU) Tel. +39 (0584) 787121 Fax +39 (0584) 787268 www.californiaparkhotel.com info@californiaparkhotel.com


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Alda Merini La poesia si fece voce Pablo Picasso Il Maestro del ‘900

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Massimo Mallegni “Un modello Pietrasanta per il turismo in Versilia” Alberto Varretti Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno

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Ugo Nespolo Conversazioni d’artista Andrea Bocelli La voce di Dio Massimiliano Simoni Puccini nostro miglior testimonial nel mondo Gabriele Monteforte Confessioni di un politico atipico

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Novello Finotti La scultura e la metamorfosi

Fabio Genovesi Lo scrittore con la canna da pesca

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Paolo Bertolucci Il “Braccio d’oro” predestinato del tennis

Marco Guidi L’uomo della Stella


fiera d’arte moderna e contemporanea

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GALLERIE IN FIERA: 10 A.M. Art . ......................................pag. 68 Bottega dei Vageri ............................pag. 77 Cavana Arte Contemporanea ..........pag. 84 Fantasio & Joe . ................................pag. 95 Galleria Arena ..................................pag. 72 Galleria d’Arte La Telaccia ...........pag. 151 Galleria d’Arte L’Incontro .............pag. 121

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Galleria d’Arte San Luca ...............pag. 104 Galleria d’Arte Veradocci ................pag. 87 Galleria Lazzaro by Corsi ................pag. 130 Galleria Mag’arte ...........................pag. 164 Galleria Silvio Federigi & Studio d’Arte ‘900 ..........................pag. 127 Gallerie Patrick Pierre ..................pag. 110 Gestalt Gallery . ..............................pag. 158

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www.fierarteforte.com info@fierarteforte.com

Imago Art Gallery . ...........................pag. 98 J&g Art ............................................pag. 144 Magicarte ........................................pag. 115 Proposte d’Arte Contemp. .............Pag. 170

Numero Unico

Forte dei Marmi, estate 2009 Arteforte s.r.l. via Provinciale, 1 55042 Forte dei Marmi (Lu) Pubblicità: Arteforte s.r.l. Tel. 347 7698311 Hanno collaborato a questo numero: Emanuela Mazzotti, Umberto Guidi, Chiara Sacchetti, Luca Basile, Domenico Monteforte, Elisa Pancetti Gianpaolo Giacomelli Fotografie: Federico Neri Progetto grafico e impaginazione: Gabriele Moriconi Editografica - Pietrasanta Tel. 0584 790039 Stampa: Industrie Grafiche Pacini, Pisa Arteforte Magazine esce una volta l’anno in occasione della Fiera d’Arte Moderna e Contemporanea. Per richiedere una copia contattare: 347 7698311

Restarte . ..........................................pag.173 The Realuxury . ..............................pag. 178 Vecchiato Art Galleries ..................pag. 137

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La presente pubblicazione, in distribuzione gratuita, è stata stampata in 5000 copie con il patrocinio del Comune di Forte dei Marmi in occasione della Fiera d’Arte moderna e contemporanea presentata dal 23 al 27 luglio 2009 presso il Palasport di Forte dei Marmi


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Alda Merini, la poesia si fece voce. di Emanuela Mazzotti

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l poeta mette insieme dolore e sorrisi e mette insieme tutti i suoi giorni, da questo splendido inizio è possibile parlare del ruolo del poeta e della poesia oggi? La composizione floreale dei giorni è un po’ un mito, c’è dentro l’ortica, c’è dentro il nontiscordardimé, c’è dentro anche l’asparago, insomma diciamo che l’uomo è un esperto giardiniere. Non vede soltanto spine, ma prende dei grossi abbagli, quando scambia per diamanti del vetro che non serve a niente. Il poeta è dotato di una grande pazienza, di un grande senso di maternità nei confronti degli altri anche se è intollerante. Deve essere anche un attento accusatore se capita qualche cosa nella

società, nella sua società. Non può occuparsi soltanto degli affari suoi. La sua poesia è poesia d’amore di sofferenza fine al dolore... Le faccio un esempio: mi è arrivato l’affitto, mi ha scombinata, perchè la brutalità di una tassa da pagare ammorba l’aria del poeta, che si dispera perchè è ridotto al mero giornaliero, non c’è poesia per assicurare la realtà di tutti i giorni, però un gesto come quello del Giuliano (Grittini) che porta un quadro, è un premio di consolazione che gli altri non possono avere. Lei crede la poesia capace di proteggere l’individuo dalla follia del mondo? Non è sufficiente, il poeta ti può

mandare un buon pensiero, è l’immaginifico per eccellenza, però l’azione conta più del pensiero secondo me. Il poeta è una persona che tiene poco conto. Forse è un avventuriero della sua giornata, del suo valore per dedicarsi agli altri, al proprio pensiero, alla meditazione, è un puro di cuore, si incazza come una vipera quando vede che la gente è maldestra e specialmente egoista. Si pensa al poeta come una creatura speciale e lei lo è senz’altro, possibile che nell’animo delle persone comuni ci sia un’ispirazione, una poesia nascosta invisibile ai più? Nell’animo delle persone comuni? Si. L’arte che c’è nelle persone comuni è il “bambino”, un bambino sempre attento alle manifestazioni della vita, un poeta nato. Però c’è anche il poeta perverso, il bambino nasconde la sua perversità, è cattivo se vuole, ma può essere educato nei sentimenti. Ricordiamo che siamo figli di quel grande artista che è Dio, grande creatore, quindi siamo figli di Dio in quanto creazione, siamo limitati, ecco però che se l’uomo rimane puro, il bambino non distrugge la poesia che è in lui. In quale occasione ha incontrato la poesia? Mah, nei momenti d’amore soprattutto quando mi innamoravo di qualcuno e lo perfezionavo e


9 alda merini

mi aspettavo qualcosa, ma quasi sempre gli uomini mi hanno delusa perché quasi tutti gli uomini secondo me, vivono in attesa di un successo e questo mi delude molto, mentre diciamo la donna è in attesa di un insuccesso: sembra veramente straordinario. È vero, è un paradosso. Un paradosso, ma la donna guardi, a volte più è calpestata e più è felice perché a me sembra una forma di pazzia anche quella femminile, no? Però vuole un padrone, non si ribella, perché è contenta di essere soggiogata, in un certo senso è nata serva, è nata carità e doppiamente parlando di questo mostro è un mostro che abusa della carità di una donna, del corpo debole, pensiamo quanto dolore nasconde il corpo di una donna quanta sofferenza, quanta ansia quanto dolore che si deve subire. L’uomo non può partorire però lei lo ringrazia per il dono supremo del figlio, ci vuole proprio il maschio insomma un “do ut des” Com’è stata la sua giovinezza, in due parole? Bellissima, piena di sberle da parte di mia madre, di castighi da parte di mio padre però con-

tenta, più me ne davano e più ero contenta. Cos’è la libertà per Alda Merini ? La pace, il piacere di andare da qui al tinello, dirti quattro maledizioni... Di più di quattro, anche sei o sette. Anche sei o sette, il poter vedersi invecchiare senza tanti rimpianti. Lei è considerata fra le più importanti poetesse del ‘900, come si sente a rivestire questo ruolo? Non è un ruolo è una condizione umana, continuo a dire che siccome tutti mi paragonano a Campana, c’è una cosa che mi spiace molto: Campana non aveva figli io ho avuto dei gioielli, ho avuto i miei figli che sono la mia poesia più grande. Dei miei figli non si cura nessuno, non è che dicono: ecco la Barbara, la Flavia etc. Dicono “la grande poetessa”, ma la poetessa è anche madre e non è una madre diversa, è stata anche un’amante nel senso che ha amato l’uomo che le ha dato dei figli; quindi amante vuol dire che ha amato quest’uomo anche in negativo. Il risultato è fior di poesia: il fior di poesia è il proprio figlio. Lei ha anche molti amici come descritto nel libro “tutti gli uomini della regina”... No, io sono considerata anche dai miei ammiratori un’ape regina, cercano di nutrirmi portandomi torte e cose di vario gusto proprio come fa il maschio con la femmina, però il rispetto l’hanno sempre avuto per me.

Come si confronta con l’arte in genere e con la pittura in particolare Alda Merini? A me la pittura piace molto, ho un buon rapporto con i quadri che non vado mai a vedere, mi piace il colore, ma mi piace anche la fotografia, ne vado pazza e quando ero a Taranto ho riempito casse di fotografie. Sono una buona fotografa. Una grande ispiratrice anche dei fotografi? Può darsi, mi trovo bene davanti alla macchina da presa, non sono narcisista quindi non sto lì a vedere se sono pettinata o no, mi presento come sono. Le rielaborazioni fotografiche dell’articolo sono di Giuliano Grittini.


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pablo picasso, IL MAESTRO DEL ‘900 di Emanuela Mazzotti

Gli esordi ablo Ruiz Picasso nasce a Malaga nel 1881 e fin da bambino rivela quella straordinaria abilità nel disegno e nella pittura che faranno di lui il protagonista indiscusso del Novecento. Gli esordi sono caratterizzati dall’adesione alla pittura convenzionale sull’esempio del padre, professore alla Scuola delle Arti e dei Mestieri. Il giovane Picasso, comunque insofferente alle regole e ad ogni tipo di condizionamento, trova nel trasferimento della famiglia, prima a La Coruña, poi a Barcellona, la condizione ideale per poter intraprendere la sua carriera

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di artista, lontano da modelli che ne condizionassero l’ispirazione. A questo proposito Gertrude Stein dichiarerà che “nel realizzare disegni meravigliosi non si era mai servito di alcun modello, come era uso nella pittura dell’Ottocento, suscitando la sorpresa e l’ammirazione dei contemporanei”. Nel 1895 prosegue i suoi studi artistici presso l’Accademia della capitale catalana. Decide, inoltre, di adottare il cognome della madre, (scelta che rivela, in parte, i dissidi con la figura paterna) e partecipa assiduamente alle serate al Cabaret Els Quatre Gats, per il quale disegna un cartoncino per il menu con un interno di caffè, decisamente tetro, sul quale spicca l’intuizione del rosso dell’abito di una donna seduta accanto a un fumatore di pipa. In questo luogo si incontrano i più importanti pittori catalani che partecipano al movimento modernista. Proprio da qui arriva a Picasso la spinta per recarsi a Parigi. Il primo periodo parigino Nel 1900 Parigi era l’indiscussa capitale dell’arte dove convivevano espressioni artistiche molto diverse, da Monet in avanti. Il viaggio è intrapreso con l’amico pittore Carlos Casagemas con il quale si stabilisce a Montmartre. L’evento luttuoso del suicidio di Casagemas interrompe il sodalizio dei giovani artisti spagnoli: Picasso, tornato in Spagna da qualche mese, rimane profondamente colpito dall’evento tanto da realizzare diversi dipinti il

cui soggetto è rappresentato icasticamente dall’amico morto. Tornato a Parigi allestirà la prima mostra con il famoso mercante Ambroise Vollard. Il periodo blu Sessantaquattro dipinti sono esposti per l’allestimento della mostra parigina di Vollard. Picasso, a soli vent’anni è già sulla strada giusta. Il critico Félicien Fagus scrive: “Egli è pittore, assolutamente, decisamente pittore; il suo senso della materia sarebbe sufficiente ad attestarlo; come tutti i pittori veri adora il colore per quello che è; dunque ogni materia ha il suo colore”. Malgrado la vita spensierata da bohèmienne e le frequentazioni notturne al caffè chantant, matura una vera ossessione per la morte di Casagemas che lo spinge ad affrontare i primi dipinti con il colore blu come dominante. Diversi sono gli aspetti che definiscono questa fase. Dapprima è un strutturazione essenziale della forma: il fondo si presenta unitariamente definito e la decorazione è ridotta al minimo. In seguito anche linea e volume risultano ridotti, quasi per rappresentare le figure nella loro semplice essenza: ciò è dovuto all’ammirazione dell’artista nei confronti dell’arte catalana medioevale e il misticismo che quest’ultima suggerisce. Sebbene Picasso non manifesti una particolare sensibilità religiosa, sono qui descritti la malattia, la disperazione, il decadimento e infine la morte come in vere e proprie opere di ispirazione


Per gentile concessione della Galleria J&G Milano

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trascendente. Soggetti come La vita, Madre con bambino malato, Celestina, La coppia, Il pasto del cieco, riassumono un profondo senso di angoscia, rimpianto per le cose perdute, adeguando il discorso pittorico all’intima realtà interiore. Dopo un breve soggiorno spagnolo nel 1902, Picasso torna a Parigi per trasferirsi nel famoso studio denominato Bateau-Lavoir, dove incontra per la prima volta il critico e letterato Guillame Apollinaire che lo descrive come un personaggio stravagante, che si esprime in modo diretto ma che ottiene il rispetto in tutta Montmartre. L’incontro con Fernande Olivier, prima musa ispiratrice, lo induce a dipingere diversi ritratti della donna e a superare progressivamente l’uso del colore blu. Il periodo rosa Grazie a Fernande che conta diverse amicizie tra la gente del circo equestre, Picasso entra in contatto con un ambiente che gli permette di cambiare direzione

nelle tematiche e nell’uso del colore. Sono saltimbanchi, arlecchini, acrobati, clown i nuovi protagonisti della pittura, che traduce in soggetti dallo sguardo assente, i volti pallidi, i corpi privi di forza vitale. Esprimono solitudine, rinuncia, isolamento, in uno spazio indeterminato dove il tempo sembra essere sospeso; personaggi “in attesa”, come se la loro esistenza agisse in un luogo senza storia: né passato, né futuro. Famiglia di acrobati, Acrobata e piccolo arlecchino, I giocolieri, sono alcuni dei titoli che esprimono questa malinconia atemporale con colori trasparenti, simili ai pastelli, non lontani comunque da una solenne impostazione classica. Tra il 1905 e il 1906 fa un incontro che si rivelerà determinante per la sua carriera: Leo e Gertrude Stein. La nascita del Cubismo Ancora una volta Picasso mette in discussione le certezze raggiunte nel campo dell’arte. Mai

soddisfatto del suo lavoro, onnivoro nell’assimilare tutte le influenze e le scoperte, frequenta assiduamente gli Stein che nel frattempo sono diventati suoi collezionisti. Nell’Autoritratto del 1906 colori spenti, giocati sulla gamma dei grigi anticipano il periodo cubista. Il soggetto è mutuato su esempi scultorei iberici e si individua nella massa della figura, il peso del volume modellato secondo elementi geometrici. Aveva da poco conosciuto Matisse e con lui la scultura africana che il pittore francese collezionava convinto che la maschera nera fosse il prodotto di una lunga tradizione, pur lontana dalla cultura mediterranea, classica, nutrimento fondamentale per l’arte europea. La scoperta dell’arte negra, suggellata dall’opera dei Fauves, in cui Matisse si riconosceva, determina una prima serie di disegni con soggetti duri, spigolosi, tra i quali spicca un volto di profilo con un occhio solo. Picasso riproduce più e più volte questo


12 PABLO PICASSO

soggetto prima di passare alla definizione di un corpo sgraziato, volutamente brutto: primo approccio a Les damoiselles d’Avignon. Il dipinto sarà il quadro più rivoluzionario dell’arte moderna. Il bordello d’Avignone, come titolava la prima stesura, è un dipinto più volte rifatto, a principiare dal titolo che in origine si riferiva ad un luogo di malaffare di Barcellona. Picasso segregato nel suo studio al Bateau Lavoir, lavora senza sosta incalzato da amici e mercanti che non nascondono la loro riprovazione nei confronti di quello che giudicano “una follia” d’artista. In realtà il mercante Kahnweiler, tenta più volte di acquistarlo, senza successo; ha capito che lì si giocano le sorti dell’arte moderna. Les Damoiselles sono il risultato della riscoperta di Cé-

Per gentile concessione della Galleria J&G Milano

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zanne e delle grandi Bagnanti del maestro postimpressionista, della scultura iberica, della maschera nera e persino dell’arte egiziana, non sono la scoperta del Cubismo, Picasso arriva alle Damoiselles attraverso una sintesi di tutte le esperienze dell’arte europea ed extraeuropea. L’impianto del quadro è dunque quello delle Bagnanti di Cézanne; le figure sono solide e i corpi sgraziati sono posti contemporaneamente di profilo e di fronte. I nasi appaiono esagerati, gli occhi allungati come quelli delle figure egizie o etrusche. Sono potenti figure primitive. L’artista qui non rinuncia ad una impostazione sostanzialmente classica, anche se le proporzioni e il modellato non ci sono più: è classica la loro postura, i drappeggi che s’intuiscono attorno i corpi, l’idea di una “scena”

immaginata contro la quale si stagliano, in posa, le figure. Non manca neppure la citazione della natura morta in primo piano, omaggio ancora a Cèzanne e alle forme geometriche che scandiscono un nuovo classicismo in pittura, ma in fondo un atto di devozione anche nei confronti di Manet e del suo Dejeneur. Le donne e la guerra Tra il 1932 e il 1936 Picasso lavora freneticamente ad una serie di 27 incisioni della Suite Vollard. La Suite si dipana come una sorta di racconto in cui l’artista narra la storia del Minotauro, metà uomo, metà cavallo, che rappresenta un’autonoma interpretazione del mito originario greco. Nella Minotauromachia si intrecciano motivi legati al mondo della corrida e dei toreri, dipinti in diverse occasioni, come confronto tra il destino dell’uomo e la forza della vita; mentre nel Minotauro si celebra la figura del pittore stesso tra trionfo sensuale e decadenza. Proprio nel 1936 il governo repubblicano di Spagna gli commissiona un’opera per ornare la sala del padiglione spagnolo all’Esposizione Internazionale di Parigi, Picasso trova l’occasione per una grandiosa e tragica rappresentazione: Guernica. La cittadina spagnola era stata bombardata dall’aviazione tedesca nel 1937 e l’artista era venuto a conoscenza del fatto mentre si trovava con Dora Maar, sua compagna al tempo, in Francia. Quando Dora gli mostra la


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notizia riportata dai quotidiani, Picasso, sconvolto, si chiude nello studio per realizzare il primo disegno di quello che diventerà un quadro – manifesto contro la guerra. La tela di sette metri di lunghezza, presenta una composizione piramidale, a “frontone”, rientrando pertanto, all’interno di una tipologia “classica”. La vera novità consiste nell’uso del bianco e del nero, della gamma dei grigi, che definiscono, quindi, un non – colore. La scelta è determinata dalla volontà di Picasso di accentuare il senso del dramma, sottolineare i passaggi più cupi dell’evento. Il linguaggio è diretto ed efficace, proprio come la notizia riportata sulla pagina del quotidiano, senza rientrare nell’ambito del realismo sociale. Nel frattempo il tema del nudo e del pittore con modella sono assiduamente presenti nella sua pittura. L’artista si compiace nel rappresentare le donne che hanno accompagnato la sua vita come fissate all’interno di un ideale atelier, testimoni di una costante ricerca che confermi il suo percorso estetico. Dal Grande nudo su poltrona che porta la data del 1929 al Ritratto di Dora Maar del 1937, fino a Donna in camicia, tanto amato da André Breton, Picasso ha immortalato un mondo al femminile che gli piace istrionicamente modellare a sua misura. Le modelle sono oltre a Dora Maar e Marie Thérèse Walter, entrate nella sua vita dopo Olga Koklova. La Maar è la Donna che piange

Per gentile concessione della Galleria J&G Milano

PABLO PICASSO

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mentre il nudo solare, abbandonato di Nudo coricato del 1932 appartiene a Marie Thèrése. Le tele che hanno come protagonista la Walter, sono caratterizzate da linee curve, contro la spigolosità di soggetti analoghi di qualche anno precedenti. La Marr al contrario, ci appare come una grande figura tragica, distorta, contrapposta alla solarità della rivale. Qui il soggetto non è riconoscibile come copia del vero, si enfatizzano gli occhi, il profilo si scontra con la visione frontale, Picasso ha “reinventato” il ritratto facendo sì che le modelle venissero quasi analizzate nelle loro mille espressioni, nelle molteplici sfaccettature dei loro volti, ricomposte secondo un profilo psicologico che l’artista sa interpretare a meraviglia per-

ché quelle donne ha conosciuto e amato, forse solo per un po’. Paul Eluard afferma: “tutte le modelle di Picasso assomigliano al loro ritratto...perchè da un’apparenza variabile all’infinito, ...egli libera una costante, eterna la somma delle immagini”. E’ proprio questo il segreto dell’artista: prende un soggetto e riesce a trasferire in quel soggetto tutta la sua esperienza estetica, gli permette di diventare eterno, superando ogni contingente fragilità.

1) “Paysage à juan-les-Pins”, 1924 Olio su tela, 22,2x35,7 cm. 2) “Le Peintre et son Modele”, 1964 Olio su tela, 97x130 cm. 3) “Trois femmes à la fontaine”, 1921 Olio su tela, 19,2x23,8 cm.


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ROBERT CARROL “Opere scelte”

10-29 agosto 2009 In permanenza: SCHIFANO - CEROLI - CRIPPA - DEPERO - NESPOLO - MONDINO - CORPORA


15 MASSIMO MALLEGNI

Mallegni

“Un modello Pietrasanta per il turismo in Versilia” di Luca Basile

M

assimo Mallegni, 41 anni, sindaco dal 2000 di Pietrasanta ed in scadenza di mandato, imprenditore alberghiero, rifugge, nel bene e nel male, dalle frasi di comodo. Le ritualità del “ politicamente corretto” non fanno per la sua persona: un pass ideale per conoscere, senza formalismi, la ‘sua verità’ sul turismo culturale in Versilia. Sindaco Mallegni: esiste, dal punto di vista turistico, un modello Pietrasanta. E se si, è esportabile su scala versiliese? Esiste perché lo abbiamo creato. Pianificandolo. Non che prima di questa amministrazione Pietrasanta non avesse niente in dote, non equivochiamo: più semplicemente era un abbozzo di splendore, con fenomeni isolati sparsi, privi di quella continuità che fa la differenza ai massimi livelli. Quando ti presenti al primo impatto serve un bel biglietto da visita. Poi si entra nella sostanza: nel nostro caso abbiamo puntato inizialmente sull’erogazione di maggiori contributi sociali a favore della comunità pietrasantina. Da qui una serie di misure di sostegno a pioggia sulle fasce più in difficoltà, in seguito si è lavorato, e molto, sulle opere pubbliche con 150 milioni di euro spesi in 9 anni. Ricordo fra queste il pontile di Tonfano,

per valorizzare in modo decoroso e funzionale il territorio. Poi si è intervenuto sull’urbanistica consentendo ad alberghi, stabilimenti balneari, negozi ed ovviamente abitazioni privati quelle migliorie negate in passato. Tutto questo come base di un progetto che ha avuto il suo ovvio epilogo in una programmazione culturale ed artistica che oggi porta in dote 11 mostre all’anno in città, contro le 5 di una volta e con l’esposizione estiva che comincia a giugno e non più a luglio. Per questo ho la certezza e anche l’auspicio, che il modello Pietrasanta possa essere panacea per la Versilia nel suo complesso. Ha parlato di urbanistica: la sua amministrazione ha rilasciato oltre 5000 concessioni edilizie, un numero significativo e che fa riflettere. Ma turismo e tutela dell’ambiente non dovrebbero andare di pari passo? Questa amministrazione si è limitata a rilasciare permessi già previsti da un piano regolatore in essere. Piano che noi non avevamo fatto. E fra le migliaia di concessioni di cui lei parla ci sono anche minime migliorie abitative, quelle che ti consentono di vivere più dignitosamente. Il territorio di Pietrasanta non è stato assolutamente travolto dalla cementificazione: anzi, lo abbiamo valorizzato.

Ci dica tre cose che, se potesse, cancellerebbe subito dall’offerta turistica made in Versilia. I gruppi, per intendersi quelle comitive di vacanzieri che arrivano nella nostra zona in pullman. E poi ancora l’improvvisazione imprenditoriale e la scarsa qualità media delle strutture alberghiere. Da sindaco come ‘vende’ sui mercati la città di Pietrasanta? “Non la vendo in quanto si propone la Toscana, che è universalmente conosciuta. E poi si spiega che in Toscana c’è un angolo meraviglioso che volge lo sguardo al mare che si chiama Versilia. E in Versilia c’è un luogo splendido, per arte, spiaggia, verde e cultura anche gastronomica, di nome Pietrasanta. Se non facciamo così, rischiamo di essere ignorati.


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Cassa di risparmio di lucca Pisa livorno Una banca vicina alla gente

S

e c’è nella provincia di Lucca, una banca profondamente vicina al territorio, alla storia della gente della Versilia, questa è la Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno, recentemente entrata a far parte del gruppo Banco Popolare. Questa vocazione di radicamento territoriale è cominciata proprio cento anni or sono, nel 1909, con l’apertura della filiale di Viareggio della Cassa di Risparmio di Lucca. Nel 1928, a sua volta, la banca ha aperto uno sportello a Forte dei Marmi. Di questo percorso comune e delle prospettive del futuro, parliamo con il Presidente della Cassa di risparmio di Lucca Pisa Livorno, Dottor Alberto Varetti. La Cassa di Risparmio di Lucca, ora Cassa di Rispar-

mio di Lucca Pisa Livorno, ha una forte tradizione di radicamento nel territorio versiliese. Può parlarcene, anche in prospettiva futura? “L’emblema del radicamento della Cassa di Risparmio in Versilia è la nostra filiale di Viareggio, che proprio il 15 aprile scorso ha festeggiato i suoi primi cento anni di vita. Per quanto riguarda la presenza della banca sul territorio, voglio ricordare che la Versilia è il caposaldo dell’Area Tirrenica, di cui è responsabile il collega Paolo Diddi, che comprende 38 filiali, 2 centri di impresa, oltre 300 dipendenti. Sul fronte dell’attività svolta nell’area, i dati relativi agli impieghi e alla raccolta - rispettivamente di 1.500 e 1.100 milioni di euro - bastano da soli a rappresentare l’importanza della Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno in Versilia. E sempre da questi dati deriva l’interesse della banca per lo sviluppo socio-economico dell’area: un territorio sempre più forte ha bisogno di una banca forte, presente, attenta alle esigenze delle famiglie e delle imprese”. C’è una specifica attenzione del vostro istituto bancario nei confronti di Forte dei Marmi, un comune a vocazione turistica, nel quale sono presenti anche iniziative culturali di un certo spessore? “La nostra banca considera Forte dei Marmi una realtà importante per almeno due ordini di motivi. Intanto si tratta di una

zona economicamente vivace, che per noi è una notevole area di crescita: non a caso la Cassa di risparmio di Lucca aprì il primo sportello a Forte dei Marmi nell’ormai lontano 1928. In questi decenni la nostra attenzione non è mai venuta meno, semmai è cresciuta di pari passo con lo sviluppo del territorio. Secondo aspetto: il Forte è un luogo meraviglioso, di notevole attrattiva turistica, che richiama clientela importante da ogni parte di Italia. Spesso si tratta di correntisti di banche consorelle, facenti parte del gruppo Banco Popolare. A Forte dei Marmi, queste persone trovano nella Cassa di risparmio di Lucca Pisa Livorno, un punto di riferimento preciso. Da parte nostra, infine, non è mai venuta meno l’attenzione e il sostegno alle iniziative culturali, delle quali la Versilia è ricca. Crediamo che sostenere la cultura sia interessante anche per le evidenti ricadute sul turismo e dunque sulla sfera economica. Ci sembra bello e lo facciamo volentieri: ArteFORTE, da questo punto di vista, è un esempio illuminante”. La Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno ha questa caratteristica: è una banca di solido riferimento locale, ma nel contempo è anche parte di un grande gruppo, il Banco Popolare, nato nel 2007 dalla fusione fra Banco Popolare di Verona e Novara e Banca Popolare Italiana: come si armonizzano questi


17 CASSA DI RISPARMIO DI LUCCA PISA LIVORNO

due aspetti? “Le tradizioni delle Casse di Risparmio sono vicine ai valori delle Banche Popolari e si coniugano con la necessità e la volontà di essere banche del territorio, vicine quindi allo sviluppo economico e sociale dei luoghi di proprio insediamento. Il nostro grande Gruppo - il gruppo Banco Popolare - si fonda su cinque ‘pilastri’, e cioè su cinque banche diffuse in varie regioni; la Cassa è vocata alla Toscana e all’Umbria. Torniamo alla Cassa: nasce dalla fusione tra ‘Casse di Risparmio’ storiche: la Lucca, la Pisa e la Livorno, nate addirittura nell’Ottocento. Cosa è cambiato in questo processo di trasformazione, e cosa è rimasto uguale a quella ispirazione originaria? “Cosa è cambiato? Di sicuro il contesto economico di riferimento e il contesto normativo. Lo sviluppo economico che ha interessato le nostre aree, il progresso sociale e civile della popolazione hanno determinato una naturale trasformazione della funzione della banca. Alle motivazioni originarie che hanno ispirato la nascita della Cassa di Risparmio si può invece ricondurre l’attenzione alle famiglie, che sono, insieme alle piccole e medie imprese, la clientela di riferimento per la nostra banca. Ed è a questi valori che la banca presta particolare cura, attraverso la sua azione, ma anche attraverso una

struttura operativa pensata e orientata a cogliere e a risolvere le nuove esigenze della clientela. A proposito del ruolo sociale da sempre svolto dalla Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno, mi piace ricordare che si deve proprio a uno dei soci fondatori della Cassa di Risparmio (“e Previdenza”) di Lucca, il dottor Antonio Ghivizzani, direttore degli Ospedali della provincia, il merito di aver istituito, nel 1822 in Versilia, il primo ‘ospizio’ marino in Italia, che è l’antesignano delle moderne colonie estive”. Questi non sono tempi facili. Qual è la strategia della banca nell’attuale, difficile congiuntura economica? “Consolidare il risultato economico che la Cassa ha conseguito esclusivamente attraverso l’operatività bancaria tradizionale e, nel contempo, favorire il rilancio complessivo dell’economia del territorio. In questa difficile

congiuntura economica, la Cassa di Risparmio di Lucca Pisa Livorno ha scelto di stare a fianco delle piccole e medie imprese e delle famiglie. Non a caso abbiamo aderito all’iniziativa dell’Amministrazione Provinciale di Lucca per l’istituzione di un plafond che consente di anticipare la cassa integrazione e il tfr ai lavoratori di aziende in crisi. Così come abbiamo aderito, con un plafond di 12 milioni di euro, alla nascita di un nuovo strumento finanziario promosso dalla Camera di Commercio che consente l’erogazione di microcrediti alle imprese. E, infine, sempre per restare nell’ambito territoriale rappresentato dalla Provincia di Lucca, ricordo il rinnovo del plafond di 60 milioni già messo a disposizione nel 2008 su richiesta di Assindustria Lucca per la ricapitalizzazione delle imprese industriali della provincia”.


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Novello


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di Umberto Guidi

N

Personaggio

ovello Finotti, veronese, nato nel 1939, è scultore capace di conferire al marmo una sorta di spiritualità. Sono arrivato a Pietrasanta, nella sua abitazione-laboratorio, in una mattinata di tempesta nella primavera del 2009. Primavera in ritardo, somigliante piuttosto a novembre. Un po’ in soggezione, per la statura artistica di Finotti, scultore acclamato in patria e all’estero. Mi sono trovato di fronte una persona ospitale, semplicissima. Come spesso si rivelano, mi è capitato più volte di osservarlo, coloro che sono davvero grandi. Nei locali immersi in una bella luce livida, tipica delle giornate di pioggia, sono disposte alcune sue opere, in un gioco di chiaroscuri che ne esaltano la bellezza. La loro perfezione chiede di essere accarezzata dallo sguardo. Gli occhi si soffermano su Clessidra, un busto femminile nel quale il marmo acquista luminose trasparenze, sulla sensuale Non ci indurre, due gambe di donna accavallate che diventano il collo di un cavallo, su Buonanotte, scultura che ha il respiro di una splendida antichità. Pochi minuti dopo arriva Domenico Monteforte. Spieghiamo la necessità dell’intervista. L’interlocutore si mette a disposizione, cortese, anche se – come è evidente – è convinto che “l’artista dovrebbe parlare poco. Se poi dall’opera trapela qualcosa, ben venga”. Trapela moltissimo dalle stupefacenti sculture di Novello Finotti, che la critica concorde ha elogiato per l’estremo virtuosismo di lavorazione, per quel perenne oscillare tra le ossessioni della Morte e della Perfezione, tra Eros e Thanatos (detto così è banale, ma è solo perché la parola stenta a star dietro ai profondi significati dell’arte di Fi-

notti), in uno spettacolare e ardito metamorfismo. Come nella celebre Donna tartaruga, il carapace che è anche – ambiguamente – il dorso di una figura femminile rannicchiata in posizione prona. Un gioco di simboli, suggestioni oniriche, analogie visive, sofisticati innesti tra umano e materiale, vegetale e animale. Maestro, a che serve l’arte? “Se un artista ha qualcosa da dire, quel qualcosa lo deve mettere nella propria opera. Da parte di chi osserva dovrebbe nascere un certo interesse. Voglio dire che il pubblico, nel rapportarsi all’opera d’arte, dovrebbe sempre provare delle sensazioni, a volte forti, a volte dolci. Questo, almeno nei casi in cui si riesce a produrre qualcosa di artistico. L’ideale sarebbe che chi si pone davanti a una mia opera si rivolgesse delle domande; nelle mie sculture ci sono diverse componenti, che invitano a una lettura attenta. Ecco, le mie opere richiedono pazienza da parte dell’osservatore, che è invitato a entrare nei particolari, a capirne meglio il significato”. Il ruolo della critica? “Fondamentalmente mi capita di trovarmi più in sintonia con i critici che hanno una formazione da storici dell’arte. Mi sembra che abbiano una particolare attenzione nella lettura dell’opera, che viene contestualizzata, rapportata alle varie tendenze artistiche. Questa impostazione produce delle interpretazioni nelle quali spesso io mi ritrovo, mi ci riconosco”. La sua arte è anche sogno a occhi aperti. La categoria che meglio si adatta alla sua produzione è forse il “metamorfismo”. Certo viene spontanea la citazione di Kafka, ma anche

Finotti

La Scultura e la Metamorfosi


20 NOVELLO FINOTTI

l’accostamento alla psicanalisi è facile e immediato. La mano che si fa colomba, il busto umano che si trasforma in un mazzo di asparagi come in “Anatomia vegetale”, il finocchio seno femminile ma anche colomba, la figura antropomorfa che diventa Anubi, la divinità egizia in forma di cane. Fra slittamenti di senso e arditi innesti, le sue sculture visionarie per certi versi possono richiamare il Surrealismo, perché vi si avverte il superamento della tradizione, che tuttavia non viene mai completamente abbandonata. Però ho letto che non ama essere accostato ai surrealisti. È vero? “Ho avuto la fortuna di poter conoscere un mercante che è anche uno dei più grandi critici del mondo, è greco, e si chiama Alexandre Iolas. Lo incontrai negli anni Sessanta e si interessò subito al mio lavoro; devo a lui la mia prima mostra a New York, che poi si spostò

al Festival dei Due Mondi a Spoleto, allora diretto da Giancarlo Menotti. Iolas mi ha fatto entrare nella cerchia dei più grandi artisti viventi, a cominciare da un gruppo di seguaci di Breton, il padre del Surrealismo. Così da giovane ho incontrato René Magritte, De Chirico, Max Ernst, Victor Brauner. Ho parlato con loro, mi sono confrontato, anche con De Chirico, che aveva per la verità un carattere un poco ruvido. Si può dire che questo mondo mi ha affascinato, alla fine però me ne sono staccato. Non parlerei perciò di una mia adesione consapevole al Surrealismo. Com’è stato notato, nelle mie sculture sono presenti innesti particolari, dal vegetale all’uomo, esse vivono della fusione di particolari diversi. Non sai mai dove finisce un elemento e dove comincia l’altro; l’aspetto plastico caratterizza indubbiamente la mia produzione artistica. Non mi riconosco nel Surrealismo “tout court”. Le sue sculture sono di una bellezza “michelangiolesca” e per certi versi anche enigmatiche e inquietanti. Vi è un’indubbia carica erotica. Come scrive José Pierre, suscitano desiderio, ammirazione, ma fanno pensare anche alla morte. Eppure non si può non cogliervi, credo, un aspetto di classicità: si avverte la lezione della grande scultura del passato.


21 NOVELLO FINOTTI

È d’accordo? “Penso di sì. Quando nella mia giovinezza sono andato in Grecia e ho visto le sculture di Fidia e Prassitele, sono rimasto come folgorato. C’è questa ispirazione classica, non la nego. Da giovane mi innamorai di Donatello, ma mi sento in qualche modo influenzato anche dall’arte egizia”. Lei usa diversi materiali: il bronzo, il marmo di Carrara, il granito, i marmi colorati come il nero del Belgio, sempre con risultati di grande importanza. Da cosa è guidata la scelta del materiale? “Conosco bene la lavorazione del bronzo, si può dire che c’è stato un periodo durante il quale praticamente vivevo in fonderia. Potrei fondere da solo un pezzo, conosco tutti i passaggi. Ogni materiale ha le sue caratteristiche particolari, ma è col marmo che penso di esprimermi meglio, anche nel modellato. Il marmo ti dà la possibilità di arrivare a trasparenze particolari, di giocare con la luce. Col marmo posso arrivare a piani diafani, la materia perde il peso, si raggiunge una dimensione, come dire? Spirituale. L’uso di diversi colori è una possibilità in più, che mi consente di esasperare o attenuare certi aspetti dell’opera. Oltre al marmo bianco di Carrara, utilizzo il nero del Belgio, una pietra che apre la strada a un’ampia gamma di sfumature, dal grigio al nero assoluto. Il bronzo invece rifrange la luce, è come uno specchio, anche quello nobilissimo”. Finotti si è espresso anche nell’arte sacra. Da dove nasce questa frequentazione? “Quasi sempre ho realizzato soltanto le idee che mi saltavano in testa. Solo in qualche caso ho lavorato su committenza. Nascono così le mie opere “sacre”. Per la Basilica di Santa Giustina a Padova ho fatto tre grandi portali in bronzo, con i quattro simboli degli evangelisti, in marmo, collocati nella nicchie della facciata. In pratica ho decorato il frontale, tutto in cotto, di una chiesa della quale i padovani sono abbastanza orgogliosi. È stato un lavoro che mi ha creato non pochi problemi, però mi pare che il risultato finale sia stato accolto bene. Nel 2001 mi hanno chiamato per decorare la tomba di Papa Giovanni XXIII, a San Pietro.

È stata in assoluto la cosa più emozionante della mia vita, anche se non è stato un lavoro enorme. Nel 2002 ho realizzato una figura in marmo bianco, rappresentante Santa Maria Soledad, collocata in una nicchia esterna della Basilica. Lavorare su committenza ti dà un tema da sviscerare, è un approccio diverso rispetto all’idea creativa che sorge spontaneamente; devi intervenire in un luogo che ha del vissuto, una storia precisa alle spalle. Devo ammettere che questo un pochino ti mette a disagio; l’ideale sarebbe inserirsi senza snaturare, senza che il tuo apporto rompa certi equilibri preesistenti”. Lei vive e lavora fra due poli: Verona, più precisamente Sommacampagna, e Pietrasanta. Come dire, due poli mondiali della lavorazione artistica del marmo. Può parlarcene? “A Verona ci sono le mie radici. Confesso che ho cercato di documentarmi sulle mie origini e così ho scoperto che la mia famiglia nasce dall’unione di un capitano di ventura con una zingara. Nel ‘700 questi nomadi si insediarono alle pendici del Monte Baldo. Giunse nella zona uno strano personaggio, un nobile toscano diseredato che era stato


22 NOVELLO FINOTTI

mandato sul Lago di Garda. Arrivò a cavallo, vide questa affascinante zingara, se ne innamorò e la sposò. Mi piace pensare che questa sia l’origine del mio carattere, apparentemente calmo ma anche piuttosto irrequieto. Le mie radici artistiche sono veronesi. Ho perso il padre all’età di sei anni, è stato ucciso dai tedeschi. Ho frequentato l’Accademia grazie a mia madre, una donna in gamba, che ha capito subito il mio desiderio di inseguire l’arte. Il mio primo esperimento l’ho fatto sul portale della casa dove abitavamo: c’era una colonna di tufo e ho iniziato a lavorarla con un cacciavite, l’ho scolpita così. Non è che il padrone di casa fosse molto contento. Ho insegnato all’Accademia e al Liceo artistico, ho esposto per la prima volta nel 1958. A Pietrasanta invece sono arrivato ai primi degli anni ’80. Dovevo esporre alla Biennale di Venezia e avevo bisogno di un certo numero di opere. Sono venuto in Versilia a cercare collaborazione, e mi sono trovato bene, ho trovato le competenze ma anche il dialogo. Dopo l’inevitabile, iniziale

diffidenza, sono riuscito a inserirmi molto bene. Ho tanti amici, sia tra gli artisti che tra gli artigiani. Sono molto legato all’architetto Tiziano Lera, con lui ho una bella comunicazione. In questo momento sto realizzando una scultura per il pontile di Tonfano, dedicata a Sant’Antonio. Il santo stava viaggiando per mare, il barcone sul quale viaggiava fece naufragio e lui approdò da queste parti: sarà in bronzo, naturalmente. La statua sarà esposta alla salsedine. È interessante la trasformazione che subirà nel tempo per l’esposizione al salino: per il processo di ossidazione prima diventerà nera, poi si ricoprirà di una patina verde”. Lei ha anche la passione della pittura e del disegno. Nel corso degli anni ha fatto molti autoritratti. Da dove nasce questa volontà di autorappresentarsi? “È una necessità che sento dentro di me. Spesso eseguo l’autoritratto a memoria, è come se ascoltassi dentro di me e allora mi sembra di guardarmi allo specchio. Quando mi capita di sentirmi un po’ malconcio e giù di corda, mi metto a disegnare me stesso. Quando scavi dentro di te in continuazione, porti fuori delle storie, anche dolorose. C’è questo aspetto legato al dolore, ma mi serve. Lo faccio da molto tempo e continuerò, penso, a farlo”. Come nasce l’ispirazione? “È una sorta di intuizione, il momento più magico di tutta l’attività artistica. Prendiamo la Donna tartaruga. È un’idea che mi è venuta al mare; c’era una mamma che giocava col suo bimbo sulla sabbia, gli stava addosso in una particolare posizione protettiva, come rannicchiata su di lui. Mi sono detto: sembra una tartaruga, e ho trasferito l’idea sulla pietra. Quando arriva l’intuizione si accende una gioia intima, meravigliosa, che si brucia in pochi secondi. Il difficile è mantenere questa carica iniziale durante tutto il processo di realizzazione pratica dell’opera, che può durare anche un anno. In questo lungo periodo di gestazione vai incontro a mutamenti, può accadere che cambi idea. Quindi non è semplice, sei obbligato a star fermo, mentalmente parlando, fino a quando l’opera è finita”.


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24 Sergio Marrai

Tennis e accoglienza

di Umberto Guidi

I

n cosa consiste l’ospitalità, il senso dell’accoglienza? È forse quella particolare predisposizione dell’animo che rappresenta il valore aggiunto di tante celebri località turistiche, da sempre fedeli a un motto: coccolare l’ospite, farlo sentire a proprio agio. Basta chiederlo a Sergio Marrai, versiliese doc dall’animo gentile. Maestro e allenatore di tennis, ha sentito la vocazione dell’organizzatore turistico e culturale, nel segno della valorizzazione di questo magico lembo di terra fra mare e Apuane. Nato nel 1954 a Forte dei Marmi, nel quartiere della Caranna, si afferma prima al tennis Europa, quindi al Roma e al circolo Taddei. Nel 1976 approda al Tennis Club Focette; dal 1986 gestisce il Tennis Italia a Forte dei Marmi: 8 campi di cui 4 coperti. Lo affiancano i suoi tre figli, due dei quali attivi nel mondo del tennis: Matteo, 22 anni, come giocatore, il ventiseienne Andrea come insegnante. Matilde, 29 anni, l’aiuta in segreteria.

Sergio, tu dici spesso: mi sento al servizio della Versilia. Che cosa intendi? “Io parto da un concetto molto semplice: questa terra è molto bella. Noi dobbiamo mantenere intatte le sue attrattive. Alcune volte ci riusciamo, altre volte no. Qual è la differenza allora? Altre località turistiche sono meno fortunate dal punto paesaggistico, ma possono contare su una qualità dell’accoglienza indiscussa: emiliani e romagnoli sono in media più affabili e cordiali di noi versiliesi. Ecco io sostengo che alla bellezza dei luoghi noi dobbiamo aggiungere la cultura dell’accoglienza. A me riesce per istinto, credo che la cordialità non costi nulla e renda tanto. Del resto è la mia indole, vedo sempre il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto, ritengo che si possa essere servizievoli con dignità. Ho facilità a legare con le persone, a contatto con il pubblico mi trovo a mio agio, mi piace scambiare opinioni, fare due risate”. Dallo sport all’organizzazione di eventi turistici e culturali il passo è stato breve? “In fondo sì. Lo sport mi piace moltissimo, ma mi sono accorto che questa mia prima passione mi stava stretta. Mi è venuto spontaneo organizzare eventi, cercare emozioni nuove. Nel 1992 ho creato il premio Versilia: lo assegnammo a Sergio Bernardini, con il quale avevo già collaborato. Poi il riconoscimento è andato a Andrea Bocelli, Giorgio

Panariello, Gina Lollobrigida, Pierluigi Collina, Billy Costacurta, Marcello Lippi, Alessandro Petacchi e Martina Colombari. L’anno scorso l’abbiamo dato a Sebastien Frey, il portiere della Fiorentina. Ormai è una piccola tradizione: è un modo per ringraziare quei personaggi che sono legati alla Versilia, o hanno casa qui. Da tre anni mi occupo inoltre dell’associazione ‘Viva Federico’, per la ricerca di fondi da destinare alle cure di bambini con gravi patologie. Abbiamo realizzato varie iniziative: Buffon al Palasport, un concerto di Bocelli a casa sua, l’esibizione di Ivan Ljubicic, uno dei tennisti più forti al mondo”. Torniamo allo sport. Di te hanno detto che rappresenti il Chievo del tennis: una piccola realtà che si rivela ai massimi livelli… “Un po’ è vero. Abbiamo portato tanti ragazzi in Nazionale. Prima in zona c’era solo Paolo Bertolucci. Noi abbiamo vinto 30 titoli toscani, oltre 10 nazionali anche a squadre”. Progetti per il futuro? “Non fermarsi mai. L’ultima scommessa è riportare tanti amatori a giocare a tennis. La moda del calcetto si sta ridimensionando, e così hanno successo i tornei amatoriali. Riportiamo sul campo giocatori e giocatrici dai 22 anni in su, anche cinquantenni e oltre; da un paio d’anni sta andando molto bene, il tennis si gioca a tutte le età. La pensione? Non fa per me”.


26 GALLERIE

Il “Braccio d’Oro” predestinato del tennis di Umberto Guidi

È

nato a Forte dei Marmi in una casa di via Colombo, nel cuore di Roma Imperiale. Il padre, maestro di tennis, era viareggino. L’abitazione si trovava proprio sopra il circolo del tennis Roma. “I primi suoni che ho sentito – spiega Paolo Bertolucci – sono stati quelli prodotti dalle palline da tennis che toccavano le racchette e rimbalzavano sul campo da gioco”. Difficile pensare a un destino diverso di quello di campione del tennis per Paolo Bertolucci, classe 1951, detto “Braccio d’oro” per il suo strepitoso stile “fatto di gesti rotondi, spettacolari ed efficaci”. Negli anni ’70 ha vinto molto: cinque tornei di singolare e una dozzina in doppio, questi ultimi tutti con l’amico inseparabile Adriano Panatta. Una coppia affiatata e indistruttibile. Il tennis nel cuore, ma anche Forte dei Marmi, non è vero? “Ci sono nato e ci ritorno. Fino all’età di 14 anni sono rimasto a Forte dei Marmi, poi sono stato convocato a Formia, al centro tecnico della Federazione Tennis. Dividevo il mio tempo fra la scuola e gli allenamenti. Quindi mi sono trasferito a Roma, per la mia attività di giocatore professionista. Ho sempre mantenuto la residenza a Forte dei Marmi, dove sono ritornato ogni volta che era possibile. C’è un lega-

me fortissimo con quello che noi chiamiamo il paese”. Come spiegare questa malìa? “Non so, direi che è un sentimento, mi si passi la parola, ‘animalesco’, un legame forte e indissolubile, il richiamo della terra dove sei nato e cresciuto. In un periodo difficile, di caduta verticale dei valori, forse è una delle poche cose che ci restano, che ci fanno sentire bene, protetti. È per questo che dopo essere stato fuori per 20 anni alla fine sono tornato”. Come è cambiato il “paese” in questi ultimi 30 anni? “È cambiato molto, come tutto ciò che ci circonda, del resto. Ma tante cose sono rimaste le stesse: mi riferisco alla Capannina, al Bistrot, al Tennis Italia, al Caffè Principe. Luoghi che sono rimasti uguali, mantenendo un certo stile. Ma ci sono, come dicevo, i mutamenti. Inevitabili. Prendiamo il centro del Forte: non c’è più quell’aria paesana che aveva prima. La bottega dell’artigiano è stata sostituita dal negozio delle griffe famose. Ha acquistato certamente in bellezza e in richiamo pubblicitario ma è anche diventato più freddo. Dopo un periodo di difficoltà, Forte dei Marmi ha conosciuto una ripresa, una sorta di ritorno in massa al luogo di vacanza di tradizione. Abbiamo notato che tanti giovani che si erano distaccati dal luogo abituale di vacanza, dopo aver compiuto le loro esplorazioni tendono a tornare; intanto ci


27 Paolo bertolucci

sono le ville, la tranquillità, anche le memorie personali. E poi magari hanno messo su famiglia, ed è difficile trovare una spiaggia che sia alla moda ma anche estremamente confortevole per i bambini. Insomma il Forte non si dimentica: oggi è come Capri o Taormina, un luogo avvolto in un alone quasi mitico”. Oggi lavorare in provincia è reso più agevole dalle tecnologie... “Senz’altro. Oggi Internet permette di lavorare ovunque. Non c’è più bisogno di avere un ufficio vicino a Milano o a Roma. Personalmente faccio il pendolare; quando posso lavoro da casa mia, altrimenti vado alla sede di Sky a Milano, o in giro a seguire le manifestazioni. È l’unica cosa che so fare veramente. Quando ho interrotto l’attività agonistica sono stato 10 anni con la Federazione Tennis, per poi passare all’attività di commentatore sportivo”. Il tennis di oggi è molto cambiato. In peggio o in meglio? “È cambiato, certo. Noi eravamo degli artigiani della racchetta, avevamo un contatto più amichevole, oso dire che c’era uno spirito quasi goliardico. Tutto questo adesso non c’è più: il professionismo è sempre più esasperato, anche perché in ballo ci sono interessi economici pazzeschi. Noi andavamo a cena insieme, ci divertivamo. Oggi lo spogliatoio è molto ‘freddo’. Nel contempo, il tennista è diventato

molto più fisico e tecnico, contano la forza fisica e mentale; la palla, che viaggiava a 80-100 chilometri orari, ora corre a 150180 chilometri all’ora. È cambiata la preparazione dell’atleta – e di conseguenza la carriera tennistica è diventata assai più breve rispetto ai miei tempi - ma sono cambiate anche le attrezzature, dalle racchette alle palle. Un altro aspetto impressionante è l’allargamento della platea delle nazioni che partecipano alle competizioni internazionali: se prima erano una ventina, oggi ci sono 200 paesi che si affacciano alla disciplina, e alcuni dei nuovi arrivi si dimostrano competitivi. Per tutto questo, l’attività del tennista professionista degli anni 2000 è assai faticosa. Un tempo ti fermavi per tre mesi su 12; oggi giochi per 42 settimane all’anno”.

Ma gli interessi di Paolo Bertolucci non si limitano al tennis e all’amore per Forte dei Marmi. C’è anche la passione per l’arte. Ce ne può parlare? “In Versilia si respira da sempre questa vicinanza con le arti figurative, tutta colpa di Michelangelo (sorride). Personalmente mi sono avvicinato all’arte contemporanea grazie all’influenza della mia compagna, Lilly, che lavora per la Byblos Art Gallery. Ho conosciuto e apprezzato alcuni protagonisti della scena artistica internazionale, come il newyorchese Peter Halley, la fotografa concettuale Cindy Sherman, o ancora la scultrice Patricia Piccinini o Vanessa Beecroft. Qualche pezzo interessante l’ho anche comprato: non mi giudico un collezionista, ma un appassionato della bellezza”.


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Personaggio UGO NESPOLO

egli anni Settanta lei era già un artista affermato. Può spiegarci quale clima culturale si respirasse in quegli anni? Il clima di quegli anni era molto diverso dalla realtà attuale. Già dalla fine degli anni ‘60, specialmente qui a Torino, molti artisti avevano iniziato delle sperimentazioni sulla scorta delle idee maturate all’interno delle vecchie avanguardie; il fermento culturale, le esigenze di innovazione nascevano in ragione di forti ideologie che si concretizzavano in veri e propri manifesti scritti. Molti di noi avevano scelto la partecipazione attiva nella politica come Mario Schifano, altri avevano posizioni più defilate e comunque l’arte come fatto intellettuale, non solo manuale, non poteva che essere il risultato di una complessa riflessione storico- filosofica. In quegli anni ho fatto le prime mostre, ho fatto parte di Arte Povera, con Boetti, Fontana, Merz, ho percorso la strada del primo film d’autore. In tempi così carichi di aspettative e di progetti, quale ruolo spettava all’arte? Sì, come ho già detto il clima era molto diverso rispetto ad oggi, l’arte era un fenomeno legato profondamente al sociale, ricordo Schifano e la sua militanza politica, l’esigenza molto forte di cambiare la realtà, in fondo l’arte è sempre stata legata ad un’idea di modernità, un bisogno di stare al passo con i tempi e l’artista è la voce che si alza fuori dal coro, il suo ruolo è quello di essere in rapporto con tutto ciò che gli sta attorno per creare un rapporto tra arte e mondo. Oggi non è più così, gli artisti sono sostanzialmente isolati, ognuno preoccupato di guardare solo al proprio “orticello” e il mercato è troppo importante: le sue regole sono di solo interesse e promozione mercantile. Lo sguardo sul mondo è l’equivalente di un valore economico.

Qualche possibile confronto con la contemporaneità appare improbabile, come si percepisce oggi l ‘arte e il ruolo dell’artista? L’artista del mondo contemporaneo non abbraccia dottrine estetiche, non si chiede quale rapporto si possa costruire in ragione della storia, del tempo nel quale vive; l’artista di oggi è preoccupato del consenso del pubblico, della critica, bisogna invece riflettere sul ruolo dell’arte, sulla necessità dell’arte di costituirsi come sistema del sapere, trascurare la sua vocazione mercantile. Se volgiamo lo sguardo attorno a noi ci rendiamo conto che oggi è impossibile avere una visione omogenea della realtà, c’è una grande confusione ...è vero tutto e il contrario di tutto. Nell’epoca dell’Informale, per esempio, tutti gli artisti si muovevano nell’ambito di quel percorso pur con sperimentazioni individuali, autonome, con diverse variazioni sul tema ma comunque all’interno di quel binario. Oggi c’è troppa varietà di proposte; questo genera “confusionismo” come possiamo dire questa è opera d’arte e questa no? Trenta, quarant’anni fa tutto era tutto più chiaro, l’opera d’arte rispettava certi canoni, determinate idee riconoscibili. In una società omologata più che globalizzata c’è una sovraesposizione di immagini, tutto è arte, nulla è arte... Certo, la situazione oggi è molto diversa dal punto di vista culturale rispetto al passato, l’artista non è più testimone del suo tempo, se penso ad un artista come Monet.....ecco guardando un autore impressionista capisco come fosse il tempo in cui ha vissuto, riesco a farmi un’idea di quella realtà, oggi tutto è così indeterminato, frammentario, non ci sono riferimenti culturali solidi. Chi oggi dipingerebbe come Monet? Non avrebbe nessun senso, sarebbe fuori dalla storia!

Nespolo Conversazioni d’artista


32 UGO NESPOLO

E poi la globalizzazione è qualche cosa di devastante, vuol dire che in tutti i posti del mondo tutti possono fare la stessa cosa. Vedi l’America, lì hanno potenziato il mercato dell’arte fino a far sì che i loro artisti abbiano raggiunto quotazioni assurde, ridicole. In breve tutti si sono adeguati, gli artisti stessi, i critici, le riviste d’arte. Quello che è capitato dipende dal periodo, la perdita delle caratteristiche peculiari è determinata dall’adeguamento a modelli vincenti, ad una perdita di identità. La gente comune mi sembra esclusa dalle espressioni artistiche più all’avanguardia, e talvolta è poco attratta anche dai luoghi ufficiali e istituzionali. La situazione dell’arte non è legata alla volontà delle persone, è a livello più generale che si manifestano difficoltà, insicurezze, impossibilità a costruire un sistema di pensiero solido riferito ai grandi cambiamenti che sta vivendo la nostra epoca e tuttavia sono molte e diverse le informazioni che ci arrivano da ogni parte, certo c’è il rischio di sovraesposizione ma l’arte può farsi carico, per lo meno in parte, di esprimere le ansie, la voglia di cambiamento anche senza guardare al passato, non si può “tornare all’ordine”! Ma l’arte non è forse espressione della cultura, del sentire di un popolo? Certamente, anche se vale quanto ho già detto: gli artisti non si riconoscono in un progetto che faccia dell’arte uno strumento politico, non c’è l’idea di cambiare il mondo attraverso il sistema arte e gli

artisti non sono allineati con l’ideologia, il vero re è il mercato, l’artista subisce le regole dell’economia che è sovrastante e quindi può solo adeguarsi, cercare l’omologazione pur dentro percorsi diversificanti. C’è bisogno di creatività, di entrare nel sistema che governa la creatività, lavorare e informarsi di quello che accade nel mondo, questo è ciò che dico ai giovani che vengono da me per un consiglio. Ritiene che certe scelte di curatori e critici spregiudicati possano essere poco comprensibili? Il critico lavora nel vuoto, non gli importa del pubblico, il suo linguaggio è specialistico, fatto per addetti ai lavori, non cerca la comprensione, quello che conta è il sistema dell’arte e il messaggio è riferito a coloro che sanno di cosa si parla. Certo l’arte si percorre per molte strade, c’è un linguaggio colto ed uno più popolare, high & low come dicono gli americani. L’artista è un faro che si eleva su tutto, si dovrebbero mescolare linguaggio colto e linguaggio popolare, che il sistema vuole distanti: non tutti potranno decifrare il messaggio, ma sicuramente saranno in grado di apprezzare il linguaggio, la bellezza dei colori, la natura di cui è fatta l’arte. L’arte è contaminazione di linguaggi, deve vivere fuori dai circuiti tradizionali. A proposito di lei... molte recensioni del suo lavoro le attribuiscono differenti parentele: dal Concettuale al Pop passando per il Postmoderno. Si riconosce in queste attribuzioni?


33 UGO NESPOLO

Credo di sì, ho coniugato le diverse variazioni del sistema arte, non ho seguito le mode, ho cercato l’arte popolare, l’arte senza etichette. Sono stato dentro Arte povera ma svincolato da protocolli veri e propri per seguire una mia strada, io credo l’artista debba essere un eclettico in conseguenza delle diverse concezioni dell’opera d’arte. Nella sua biografia ho letto che lei sostiene, in sintonia con le Avanguardie storiche, che bisogna portare l’arte nella vita. E’ possibile che sia prevalso il contrario ovvero la vita nell’arte? Le due sfere si sono allontanate. L’arte è parte del circuito del collezionismo e questo vuol dire che esiste in ragione del suo prodotto, questo prevede che l’artista debba rispondere ad esigenze diverse rispetto al tempo delle Avanguardie in cui tutti cercavano di far coesistere i due emisferi: quello creativo e quello sociale o politico. Oggi l’artista esprime sé stesso, lascia un messaggio, sa decriptare quello che ha fatto, questo è il gioco della vita 2

e il gioco dell’arte. A proposito di gioco: la sua arte è costruita come un gioco d’intarsio ma non per questo mi sembra così giocosa come l’anno descritta... In qualche modo ha ragione... anche il filosofo Vattimo l’ha scritto in una recensione: le figurine colorate sono un mezzo per esorcizzare la morte, vuol dire poter ricostruire un mondo giocoso, più felice forse, insomma praticabile. Il gioco è antico come il mondo e dentro al gioco c’è il numero, la geometria, le regole. Tutte cose che hanno a che fare con il pensiero razionale e quindi in fondo non c’è contraddizione, anzi se mai unità profonda. L’arte è un gioco mentale.

1) “Omnia vincit labor” Acrilici su tavola, Ø 160 cm. 2) “Dots” Acrilici su tavola, 50x70 cm.


34 ATHOS FACCINCANI

ATHOS FACCINCANI Il maestro della natura di Emanuela Mazzotti

A

che età ha incominciato a dipingere? Da piccolo, ero proprio un ragazzino, disegnavo le facce dei compagni di scuola. Voglio rivelarle un particolare che non ho mai raccontato prima: rubai un dipinto da una casa abbandonata, tra vecchi oggetti lasciati a marcire. Era un quadro che raffigurava una famiglia, considerato probabilmente senza valore; lo nascosi in cantina: mia madre non voleva facessi il pittore e ostacolava le mie inclina-

zioni. Qualche anno più tardi mi tornò fra le mani e lo misi sopra uno scaffale. Dei topolini lasciarono delle tracce di colore sulla tela e a quel punto inventai di averlo fatto io! Quello fu il mio primo quadro. Come è avvenuta la sua formazione? Come in parte ho già detto, da ladro! Io non ho frequentato scuole né accademie, sono autodidatta; fin dall’inizio della mia storia ho preferito non lasciarmi influenzare da quello che si

vedeva nelle mostre o nei musei, era la natura la sola fonte d’ispirazione, la bellezza della forma, l’armonia del mondo. Poi, per esigenza di copione si possono dire molte cose: sono stato in studio con Saetti, ho lavorato con Semighini, Novati, Seibezzi..... A ottobre uscirà un romanzo:Virgo Fidelis, sottotitolo “Dietro ogni dipinto c’è un crimine”. Voglio dire che tutto quello che si fa in arte nasconde dietro di sè un furto, un latrocinio. Io in questo romanzo ho


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ucciso il mercante, l’ho ucciso e messo nel letamaio, il mercante è il vero furfante. Allora, Maestro, questo significa che gli artisti sono pressati a fare cose che non si sentono di fare? Mi viene in mente una lettera di Picasso del 1951. In quella lettera l’artista sosteneva che si può esercitare il talento in tutte le formule più nuove, con tutti gli espedienti per adattarsi alle richieste di critica e pubblico. Tali richieste, ben lontane da essere legittime, sono determinate dall’idea che l’arte corrisponda con ciò che è bizzarro, originale, stravagante. Picasso ha accontentato questi maestri e critici con tutte le stranezze possibili, così che meno lo capivano più lo apprezzavano. A forza di divertirsi con questi giochi , rompicapo, rebus,l’artista si è arricchito, è diventato famoso, ma dentro di sé non si considera più un vero artista. Ecco, sono convinto che Picasso la sapesse lunga su

quello che si nasconde dietro il mistero dell’arte. Io amo giocare, divertirmi. In quale occasione ha esposto per la prima volta? 1969, una trattoria sul lago di Garda, c’erano mio padre, Nantas Salvalaggio e Cesare Marchi, miei grandi amici e sostenitori. Alla fine papà, che era un mio grande assertore disse: “Stasera podemo esser contenti”. Intendeva che avevo ottenuto il primo riconoscimento. Come arriva l’ispirazione? Tante idee arrivano di notte, tra cento pensieri solo uno o due si sviluppano, gli altri stanno lì in attesa... Certe volte, se sei felice, tutto è facile, insegui un filo senza difficoltà, l’armonia si crea da sola. Io mi adopero affinché la maggior parte delle giornate siano giornate felici. Lavora preferibilmente di giorno o di notte? Di notte fino alle quattro, ma al mattino comincio prestissimo! Di notte l’atmosfera è quella

giusta, tutto è più ovattato. Che cos’è la pittura? Da ragazzo è stata uno sfogo alla tristezza dell’infanzia, poi un mezzo per capire la sofferenza dell’umanità, alla fine una terapia per me e gli altri. Un tempo la sua pittura era molto diversa da oggi... Sì, mi interessavano i soggetti difficili, il mondo reale dell’umanità sofferente: quella dei manicomi, delle carceri, gente di strada. Sono stato insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica per meriti artistici proprio per l’intensità di queste opere. Considera la sua pittura come il racconto della sua vita? Di metà... della mia vita. La vita non disdegna di essere portata sulla tela con la verità, la realtà. Con il colore racconto la luce, la bellezza della natura mediterranea, una natura che affascina tante persone che comprano i miei lavori perché stregati dall’atmosfera che li circonda. In fondo la pittura è spe-


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ranza, speranza di vita. Renoir diceva:”Perché la pittura deve essere per forza sofferenza?” Chi sono, secondo Lei, i grandi maestri? Nel Novecento ho molto amato De Chirico, Morlotti, Sironi, nel passato sicuramente Michelangelo. Io sono forse al centesimo posto...ma sono molto amato! Che cosa non le piace dell’arte di oggi? Il mercato parallelo, le falsifica-

zioni. Nel mio caso ci sono molte, troppe imitazioni e purtroppo anche molti falsi. Sono molto soddisfatto per le imitazioni, significa che sono un artista conosciuto, apprezzato. Meno per le falsificazioni. Se vivesse due volte tornerebbe ad essere pittore? Forse sì. Oppure vorrei essere cavaliere, ho sempre amato cavalcare e continuo tuttora, ma probabilmente in un’altra vita

potrei essere anche contadino.. chissà! Però credo di avere ancora tanto da dire, ho dato solo un centesimo di quello che posso fare. Sono in salita ma voglio fare altre cose, si sperimenta sempre. Si dipinge per la fama o per necessità interiore? Io lavoro per me stesso, non per autoaffermazione e nemmeno per incontrare il favore del pubblico, l’arte mi fa sentire libero... Si sente o è libero? Nel mio romanzo, nell’epilogo, c’è una lapide con un epitaffio: “Ha fatto quel che ha voluto!”... C’è qualche relazione tra la sua pittura e la Versilia? Io lavoro nello studio ma attingo all’esterno, tutto quello che riguarda la natura mi interessa e la Versilia ha un paesaggio straordinario. Ci sarà sicuramente un’ispirazione che nascerà da questi luoghi.


A RT E , C O N O S C E N Z A , TA L E N T O .

I N O S T R I VA L O R I C U LT U R A L I . La cultura è uno stimolo sempre vivo, un interesse crescente in eventi, mostre, concerti. Il passato e il presente del nostro territorio, da sostenere con passione verso il futuro. Un’emozione da osservare, ascoltare e assaporare. La cultura è da sempre uno dei nostri valori.


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Andrea


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di Umberto Guidi

Personaggio

È

certamente uno dei cantanti più famosi del mondo. Sessanta milioni di dischi venduti, ha cantato davanti ai pubblici di tutto il pianeta, e ha esibito le tonalità della sua grande voce davanti al presidente degli Stati Uniti, al papa e alla regina Elisabetta d’Inghilterra. Andrea Bocelli, toscano, nato nel 1958 a Lajatico in provincia di Pisa, è un versiliese di adozione e un mito per gli amanti della musica dei cinque continenti. Nel suo indiscutibile talento, alimentato da uno studio puntuale e scrupoloso, confluiscono e si fondono in modo mirabile e naturale le due anime della musica più amata dalla gente: il pop e la lirica. “A un certo punto questi due generi – ha detto – hanno preso strade diverse, ma possono benissimo dialogare perché stanno entrambi nel cuore delle persone. Del resto l’unica distinzione che si può fare riguardo alla musica è quella tra buona e cattiva musica. Tutto qui”. Un merito di Bocelli è dunque quello di contribuire ad avvicinare il grande pubblico alla lirica, che – avverte giustamente Andrea – non è mai stata elitaria. Anzi, è stata, fin dall’inizio, popolare. Tutto questo è avvenuto attraverso le sue enormi doti vocali, “un timbro riconoscibile come una firma, diverso da tutti, pastoso e potente, versatile al punto da spaziare dal belcanto al furore verista, dal repertorio sacro alla romanza popolare”. È noto il celebre giudizio di Celin Dion, secondo la quale “se Dio avesse una voce, sarebbe molto simile a quella di Andrea Bocelli”. Scoperto come interprete pop dal fiuto della discografica Caterina Caselli, Bocelli si è fatto conoscere dal grande pubblico al Festival di Sanremo del 1994. Contemporaneamente, i suoi studi lirici

gli hanno consentito di decollare anche come tenore. In seguito ad un corso di perfezionamento a Torino tenuto da Franco Corelli, suo modello e mentore, Andrea Bocelli ha avuto infatti la possibilità di debuttare sulla scena lirica nel 1994 nel “Macbeth” di Verdi (ruolo di Macduff) diretto da Claudio Desderi e rappresentato a Pisa, Mantova, Lucca e Livorno. Inizia così quel doppio binario che lo porterà al successo globale, un percorso atipico e originale che vede un tenore a tutto tondo non disdegnare la musica popolare, in una sorta di “cross over” che travolge tutte le riserve dei critici più arcigni ed elitari. Come nel recente album “Incanto”, dove Bocelli interpreta i classici di tutti i tempi, con particolare attenzione alla canzone napoletana, da “A Marechiare” a “Funiculì Fu-

Bocelli

La voce di Dio


40 Personaggio

niculà”. Perché, come spiega, “la capitale della melodia è Napoli”. Parliamo del rapporto con la Versilia, che per lei inizia in giovane età, mi pare… “Ero un bambino. Vengo qui in Versilia da quando avevo 10-12 anni. Mio padre acquistò un appartamento a Lido di Camaiore, ci venivano tutte le estati e quasi ogni fine settimana durante il resto dell’anno. Lui era un autentico innamorato della Versilia, e mi ha trasmesso questa predilezione, anche perché conservo dei bellissimi ricordi di quegli anni. Poi c’era anche un motivo pratico che ci spingeva alla ricerca del mare e della spiaggia. Purtroppo appartengo alla nutrita schiera degli allergici, e ho sempre trovato giovamento dall’aria di mare.” Immagino che qui abbia vissuto anche qualche momento legato al canto, prima di trovare la fama. È così? “Al Gran Caffè Margherita, il locale storico di Viareggio, c’era un concorso di canto che si chia-

mava la ‘Margherita d’oro’. A dodici anni partecipai e vinsi cantando ‘O sole mio’. Fu un momento simpatico. Più grandicello, ho fatto qualche breve apparizione alla tastiera del piano bar della Caravella di Forte dei Marmi. Qualche ‘toccata e fuga’, perché durante il mio periodo universitario non è che facessi una gran vita mondana. Esperienze fugaci di contatto col pubblico di questa terra, che considero comunque la mia seconda casa”. Che importanza ha il mare per Andrea Bocelli? “È uno stato d’animo che mi fa sentire bene. Amo le gite in barca e in gommone perché mi danno una sensazione di vera libertà, un fatto che poi non è tanto scontato. Il mare mi piace sempre, anche quando è agitato non mi fa paura. I miei figli hanno preso da me, sono perfettamente inseriti nell’ambiente, due veri animali acquatici. Mi piace che sia così perché amo visceralmente il mare”. Qualche volta interviene come ospite d’onore


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al varo delle barche costruite dai cantieri viareggini. C’è naturalmente anche un interesse per la nautica? “Mi piacciono molto gli yacht. La barca è sempre una sfida dell’uomo nei confronti della natura, una sfida che dev’essere rispettosa del mare, sempre più grande di noi. La barca deve navigare bene, è una scommessa e quando lo scafo è fatto a regola d’arte dona una bella sensazione. Sì, sono interessato alla tecnologia nautica e quindi seguo anche l’attività dei cantieri viareggini, mi piace essere informato, sono attratto da questi meravigliosi oggetti che l’uomo costruisce per vivere il mare”. Bocelli, non è un mistero, è sempre stato attratto dalla lirica, fin dai primi anni di vita. Come nasce questa passione? “Anche questa da bambino. È un tipo di musica che mi ha sempre ispirato, l’ho cantata fin da piccolo. L’opera è il paradiso della musica; questo è quello che ho sempre pensato”. Chi è per lei il nume tutelare del melodramma? “Ho sempre avuto un’ammirazione sconfinata per Franco Corelli, un grandissimo tenore che ho studiato per tutto il tempo che ho potuto. Potrei dire che è il mio modello, un punto di riferimento nell’universo della lirica”. Qualcuno ha accostato Bocelli a Beniamino Gigli, un bravissimo interprete che ebbe il merito di avvicinare il più largo pubblico alla musica lirica. Ci si riconosce? “Gigli è stato un tenore che ha saputo coniugare l’attività di eccelso interprete lirico con una grande popolarità, la capacità di andare verso la gente, portando la musica verso il pubblico. È a lui che mi sono ispirato, ma non direi che ne ho raccolto l’eredità. Secondo me non esiste l’eredità in senso artistico, semmai appunto l’ispirazione. Aggiungo che è estremamente difficile innovare: si parte dalla tradizione, cioè da dove sono arrivati gli altri prima di noi ed è già tanto se si riesce a migliorare una nota. In un certo senso, è già stato fatto tutto”. Una volta una signora, già in avanti con gli

anni, mi ha confidato che quando si sente triste e depressa, mette un cd con le canzoni di Andrea Bocelli e ritrova l’energia per affrontare la vita. Serve a questo la musica? “È anche questa la forza della musica. Ricevo molte mail di questo tipo, le persone mi dicono che le mie canzoni le aiutano ad andare avanti. Direi che questa è la ragione prima che mi spinge a continuare nella mia attività. Dopo tanti successi e tanti problemi, forse ci sarebbe anche la voglia di sedersi, di fermarsi. Poi leggo queste cose e sento che devo continuare. Sì, la musica è terapeutica, ha fatto tanto bene anche a me”. Andrea Bocelli è un artista. Lo dicono tutti.


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Che rapporto ha con le arti figurative? “L’arte permette all’uomo di comunicare l’incomunicabile, voglio dire che è uno strumento complementare al linguaggio, un linguaggio a sé stante, con delle proprie peculiarità. Per me dunque rappresenta una grande opportunità. Sì, l’arte è importante: spesso vado a Pietrasanta a visitare le mostre di scultura, mi piace tenermi aggiornato”. Lei è noto per la sua disponibilità nei confronti di iniziative solidali e umanitarie. Quando c’è da cantare per beneficenza non si fa pregare. Presumo che riceverà continue proposte. Come fa a scegliere? “La miglior cosa, quando si aderisce a questo tipo di iniziative, è sapere che chi se ne è assunto la gestione è un professionista. Altrimenti, si

rischia di disperdere le energie e di raccogliere poco o nulla. Quando so che c’è un professionista di mezzo, aderisco volentieri, compatibilmente con gli impegni di lavoro. Insomma, sono disponibile a patto che ci siano le garanzie che ho detto”. Fra i pregi della Versilia, oltre al mare, alla cultura, all’arte, c’è anche un bel polo della lirica, il Festival Pucciniano. Ci tornerà da interprete? “Ci sono stato più volte: ho tenuto un concerto, ho cantato nella ‘Madama Butterfly’ e poi in ‘Tosca’, con i miei figli che facevano le comparse. C’è un solo guaio con il Pucciniano: si tiene d’estate, quando per me è il momento di riposarsi, di tirare un po’ il fiato”.


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44 MASSIMILIANO SIMONI

Puccini nostro miglior testimonial nel mondo di Luca Basile

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assimiliano Simoni, 42 anni, Presidente della Fondazione Festival Pucciniano e ancora della Fondazione Versiliana, traccia le linee guida presenti e future di una manifestazione, quella portata in dote da Torre del Lago, ormai momento di riferimento di livello internazionale. Un viaggio di parole all’interno del Pucciniano che è stato, durante l’era-Nicolai e quello che sarà domani. Presidente, quando nasce la sua passione per Puccini? Fin da bambino ho sempre coltivato la passione per la musica.  Puccini è un genio come lo sono i Beatles, Sting o Claudio Baglioni.   Sono nato nella città di Pietro Mascagni e grazie a mio nonno sono stato iniziato all’opera, motivo di orgoglio per ogni italiano. Coltivare le arti, la musica e la cultura è un dovere per noi ed è ancor più un dovere avvicinare alla musica i giovani. Lei è Presidente di due diverse Fondazioni: Pucciniano e

Versiliana. Cosa lega questi due mondi apparentemente così distanti? Il Festival Puccini e il Festival la Versiliana sono entrambi punte di diamante dell’offerta culturale del nostro territorio, ma soprattutto sono la testimonianza di come le radici culturali di un secolo, apparentemente lontano come il ‘900, stiano ancora oggi producendo frutti fecondi che aiutano non solo la crescita economica, ma anche  il consolidarsi delle più genuine tradizioni culturali del nostro Paese. Puccini suscita molto interesse nel mondo, come si “internazionalizza” ulteriormente questo fenomeno? Puccini non ha bisogno di essere promosso, è di per sé una delle eccellenze del nostro Paese. Lo ritengo uno dei più efficaci testimonial della cultura italiana nel mondo. I suoi personaggi sono diventati rappresentativi di intere culture, mi riferiscono a Cio Cio San, a Minnie in “Fanciulla del West” o all’algida Principessa Turandot. A distanza di così tanto tempo, i capolavori di Puccini sono ancora in grado di attrarre a Torre del Lago ed in Toscana decine e decine di migliaia di spettatori. Il suo predecessore, Manrico Nicolai, “scolpendo l’opera” con Yasuda, prima e Mitoraj poi, ha portato i grandi dell’arte al Pucciniano. Ritiene che sia un percorso da valorizzare ulteriormente? “Scolpire l’opera” nasce a Torre del Lago, prima dell’arrivo di Nicolai a cui va comunque dato il merito di avere valorizzato

quanto già all’epoca di Puccini, era evidente a tutti. Lo stesso Puccini chiese ad un artista poliedrico come Galileo Chini di realizzare le scene dell’opera, negli anni ’30 il Maggio Musicale fiorentino coinvolse nei propri allestimenti artisti del calibro di De Chirico. Il desiderio degli artisti di oggi, che vivono e lavorano a Pietrasanta, di cimentarsi con gli allestimenti scenici è la stessa di ieri ed è quindi naturale per me proseguire questo percorso che porterà Franco Adami, amico e artista che vive e lavora tra Pietrasanta e Parigi, ad allestire nel 2010 “Fanciulla del West” nell’anno del primo centenario di questo capolavoro. E’ sempre dell’idea che, nell’interesse della Versilia, serva un calendario integrato e complementare degli appuntamenti in cartellone? Certamente serve un cartellone nel quale si evitino sovrapposizioni di date in momenti cruciali. In passato abbiamo visto sovrapporsi prime del Festival Puccini con serate inaugurali del Festival Gaber, ma soprattutto è necessario che i Comuni e le Fondazioni culturali facciano dialogare tra di loro le offerte culturali e mettano in comune le risorse per rendere più fruibili gli spettacoli. Per il secondo anno consecutivo ho fatto in modo che gli spettatori del Pucciniano, della Versiliana e della Cittadella del Carnevale di Viareggio possano beneficiare di sconti sostanziosi presentando un biglietto di una manifestazione al botteghino dell’altra. In questo modo   diamo la possibilità non solo   ai giovanissi-


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mi,  che ad esempio, al Pucciniano  al di sotto i 17 anni entrano gratis,  ma a tutti di “ricaricare” i biglietti degli spettacoli con gli altri spettacoli dell’offerta culturale della nostra Versilia. Cosa propone il calendario degli appuntamenti di questa stagione? Se il 2008 è ricordato come l’anno dell’inaugurazione del nuovo teatro e le celebrazioni per l’anniversario della nascita del Maestro Puccini, il 2009 segnerà l’inizio di un nuovo percorso che porta a scandire la nostra proposta artistica con una più ampia offerta di spettacoli che spaziano tra Concerti Lirici e Pop, Opera, Musical e Balletto classico  e numerosi eventi collaterali. Un programma intenso che vedrà aprire il sipario nei primi giorni di luglio e che coinvolgerà il pubblico sino alla fine di agosto con quattro titoli d’opera: “La Bohème” nello straordinario allestimento firmato da Jean-Michel Folon per la regia di Maurizio Scaparro, una nuova produzione di “Tosca” nel segno della tradizione con le scene firmate da Antonio Mastromattei e i costumi di Pierluciano Cavallotti, per la regia di Beppe de Tomasi, “Turandot” , ripresa dell’allestimento firmato da Ezio Frigerio e Franca Squarciapino per scene e costumi e da Maurizio Scaparro per la regia e “Manon Lescaut” anche questa una nuova produzione realizzata in collaborazione con l’ Opera di Nizza che avrà le scene di Poppi Ranchetti, i costumi di Giovanna Fiorentini e la regia di Paul Emil Fourny. La danza farà il suo debutto con due classici del

balletto, “Giselle” e “Il Lago dei Cigni” che vedranno impegnata la compagnia del Balletto di Mosca del Teatro La Classique e l’Orchestra del Festival. A Torre del Lago, vedremo poi anche l’opera moderna con la “Tosca” di Lucio Dalla: uno spettacolo che è un vero e proprio kolossal, ora opera lirica, ora commedia, ora balletto moderno, ora musical, ora circo acrobatico, ora teatro. E il gran Teatro Giacomo Puccini sarà anche palcoscenico per i cantautori italiani: quest’estate vedremo infatti il 16 agosto  Claudio Baglioni con il suo straordinario live-show “Gran Concerto  Q.P.G.A (Questo piccolo grande amore)” ed i Pooh il 5 agosto con il concerto “Ancora una notte insieme”. In cosa è ancora carente, a suo avviso, una manifestazione di grande richiamo come il Festival Pucciniano? Credo che non sia facile trovare in Italia una offerta di teatro musicale così articolata ed ampia come la nostra, ma visto che parla di carenza, devo pensare a quanto ancora dobbiamo fare per completare il Teatro ed il Parco della Musica. Voglio che entro i prossimi mesi sia possibile inaugurare l’Auditorium da 500 posti per ospitare spettacoli e congressi. Tra le priorità che mi sono dato c’è poi la soluzione definitiva dell’annoso problema della carenza dei parcheggi e della mancanza di una viabilità che consenta alle decine di migliaia di spettatori di arrivare in teatro senza attraversare il centro urbano di Torre del Lago. Grazie

agli sforzi del sindaco di Viareggio Luca Lunardini,  della Salt e della nostra Fondazione sono sicuro che nel 2010 festeggeremo il centenario di “Fanciulla del West” senza più code in arrivo o in partenza dal Gran Teatro Puccini di Torre del Lago. Con un aggettivo come descriverebbe l’opera di Puccini? Sublime. Il Festival è fenomeno di nicchia o realtà destinata ad appassionare sempre più persone? Non si può parlare di fenomeno di nicchia quando nel 2008 in 16 serate d’opera si sono contati 54.000 spettatori paganti di cui quasi il 40% provenienti dall’estero. Il Pucciniano è un centro di produzione che coniuga offerta culturale e turismo grazie al richiamo che il genio di Puccini esercita nella sua terra.            


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Gli alberghi? Non più alti dei pini di Umberto Guidi

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on ci sono molte persone a Forte dei Marmi delle quali si possa dire che abbiano interpretato il ruolo di operatori turistici, di specialisti dell’accoglienza con la stessa intensità e competenza di Pier Luigi Silvestri. Albergatore di lungo corso, esperto di strategie turistiche e profondo conoscitore del Forte, Silvestri è nato nel 1932 e appartiene a una delle più vecchie famiglie della buona borghesia della Versilia del XX secolo. Il bisnonno era medico condotto a Seravezza e in Alta Versilia nella seconda metà dell’Ottocento. Negli anni Cinquanta Pier Luigi si laureò in giurisprudenza discutendo una tesi

su alberghi e agenzie di viaggi. Si appassionò a questi problemi e abbandonò qualsiasi progetto di attività forense, dopo aver fatto per due anni il praticante notaro. Nel frattempo aveva esordito come albergatore di successo, un’attività della quale quest’anno ha appena festeggiato il cinquantanovesimo anniversario. Per la passione turistica ha svolto anche attività nel settore: presidente degli albergatori di Forte dei Marmi per dieci anni nonché vicepresidente dell’Unione regionale albergatori Toscana, componente del consiglio nazionale della Federazione associazione italiane alberghi e turismo, rappresentan-

te italiano degli albergatori delle località stagionali nell’International Hotel Association, socio fondatore della Best Western Italia, socio anziano del Rotary Club Viareggio-Versilia, socio dell’Ente Cassa di risparmio di Lucca, console del Touring (al quale è iscritto da 70 anni). Un lungo elenco, come si vede. Oggi Pierluigi Silvestri gestisce un complesso turistico con 76 dipendenti, due alberghi con parchi verdi per complessivi novemila metri quadrati, stabilimento balneare e centro sportivo. Tutto iniziò con la vecchia villa Raffaelli (il cognome della madre), costruita nel 1850 dove al-


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lora era il limite della spiaggia. In quella zona allora selvaggia e incontaminata, era l’unico fabbricato con la villa dei cugini Tonini (dove ora c’è il Cervo Bianco). In famiglia sei stato tu a imboccare la strada dell’attività turistica, non è vero? “Era il 1950 e avevo diciotto anni. Avevo appena conseguito la maturità liceale a Viareggio e non mi sembrava di avere molta voglia di studiare. Fu così che il vecchio Nevio Franceschi suggerì a mia madre di regalarmi villa Angela per trasformarla in una residenza alberghiera. Un altro albergatore storico, Ilio Bertelli, approvò l’operazione con una frase paradossale, che mi è rimasta in mente e ogni tanto ripropongo, un po’ per scherzo, e un po’ per provocazione: “Qualsiasi imbecille sa fare l’albergatore”. Disse proprio così”. La frase è d’effetto, ma na-

turalmente non è vera. Per un’impresa di successo, in ogni campo, si richiedono intelligenza e dedizione. Villa Angela era solo il primo passo… “Aprimmo il 23 giugno 1950. Allora la vacanza era più lunga, c’era la famosa villeggiatura, le famiglie venivano a Forte dei Marmi e si trattenevano parecchio, almeno un mese. Villa Angela era una pensione con venti camere. Poi mi rimisi a studiare e mi laureai in legge. Di questa laurea è rimasto il ricordo solo in alcune cariche: giudice conciliatore del Comune di Forte dei Marmi per 24 anni, componente della commissione tributaria di secondo grado per 17 anni. Direttore tecnico internazionale di agenzia di viaggio a Firenze e Forte dei Marmi, della quale sono stato anche azionista e amministratore unico, responsabile della redazione di Forte dei Mar-

mi per il giornale ‘La Nazione’ dal 1976 al 1981”. Nel frattempo l’attività alberghiera si espandeva. Come andò? “Nel 1966 aprii, dall’altra parte della strada, il Raffaelli Park Hotel. Ero reduce da un’esperienza negli Stati Uniti, un viaggio compiuto al fianco di Aldo Valleroni e Sergio Bernardini, e realizzai il nuovo albergo con criteri americani, a cominciare dalla tv in tutte le camere e dal piano bar. Oggi il complesso turistico alberghiero da me amministrato comprende, oltre al vecchio Raffaelli ampliato con cottage e suite nel vasto parco verde, il Raffaelli Park Hotel (aperto tutto l’anno), il residence Villa Gradita in fase di rimodernamento, il Bagno Raffaelli (stabilimento balneare con ristorante e piscina di acqua di mare riscaldata), il Raffaelli Country Club, che ha sette campi da tennis dei quali


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due coperti da struttura lamellare, due palestre per ginnastica, due piscine coperte. Tutto questo è raggruppato nella società Raftur srl, società di famiglia. I miei figli, Luca di 48 anni, e Angela di 41, sono soci e lavorano nell’impresa, io ne sono l’amministratore unico”. Che tipo di clientela ospitate? “Clientela medio-alta, italiani e stranieri. Tanti vengono dagli Stati Uniti e apprezzano molto queste strutture alberghiere non troppo grandi, immerse nel verde. Mi dicono spesso che il Park Hotel ricorda loro le ville di Carmel, in California, anche quelle disseminate tra la vegetazione. D’inverno ospitiamo turismo d’affari, attraverso la catena Best Western International, della

quale facciamo parte”. Costruzioni basse circondate dal verde. È questo il segreto del successo turistico di Forte dei Marmi? “Indubbiamente il rapporto tra il costruito e il verde è un po’ il segno distintivo di Forte dei Marmi. Ecco perché bisogna evitare gli ampliamenti, le ristrutturazioni che tendono all’espansione esagerata dei volumi. Quello che ci salva è la misura, non oltrepassare certe altezze. Dico sempre che l’altezza massima delle nostre costruzioni non deve superare le chiome dei pini più alti, circa 12 metri. Corrisponde a un edificio di tre piani. È sbagliato inseguire il profitto immediato, cedere alla tentazione di sopraelevare i fabbricati. Si mangia l’uovo oggi, ma ci si preclude la gallina di domani. Alla fine Forte dei Marmi perderebbe buona parte del suo fascino. Ville e piccoli hotel immersi nel verde sono un importante punto di forza. Ne cito altri: l’assenza di attività industriali e artigianali e le caratteristiche della spiaggia, che è ampia e ideale per le famiglie con bambini. E poi tutto quello che c’è intorno, le attrattive di questo comprensorio dove la natura si intreccia con l’arte. L’altro giorno è venuta una giornalista americana per un articolo di viaggi, e l’ho mandata alle Cervaiole, le cave di Michelangelo. Naturalmente era entusiasta. Non sempre, purtroppo, le risorse naturali, paesaggistiche e culturali che ci circondano vengono sfruttate adeguatamente”. Ma insomma, sul futuro di Forte dei Marmi sei ottimista o pessimista?

“Il Forte va bene, perché la qualità della nostra clientela non è cambiata. Certo ci sono nuovi mercati che sono spuntati, vedi i russi. Devo dire però che lo stile di Forte dei Marmi è quello di una vacanza di qualità che guarda soprattutto, anche se non esclusivamente, alle famiglie. Una volta si chiedeva la camera per la bambinaia, che accudiva i piccoli. Oggi le bambinaie sono diminuite, ed è richiesta la family room, una stanza di 40 metri quadrati, di un certo tono, con doppi servizi: è una risposta adeguata alle nuove esigenze”. Abbiamo capito che la speculazione edilizia è un veleno ad effetto ritardato, che Forte dei Marmi deve evitare. Ma ci sono cose che mancano e andrebbero invece fatte? “Il turismo va fatto con amore e dedizione, non può essere il trampolino di lancio per diventare Sindaco o Assessore. Come ho già detto, è importante un intelligente raccordo con le risorse dell’ambiente circostante. Poi un’accorta politica dell’accoglienza, per esempio mettendo personale capace di parlare le lingue straniere agli uffici informazioni. Non è mica tanto scontato, si deve migliorare anche su questo fronte. Ho ancora in mente quello che viene definito il modello Cinque Terre, un comprensorio turistico dove non circolano praticamente automobili e la stagione tende ad allungarsi su 12 mesi. Da quelle parti l’occupazione delle strutture ricettive è al 98 per cento per cinque mesi all’anno. Noi facciamo appena tre mesi. C’è molto da lavorare sull’allungamento della stagione”.


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abriele Monteforte, da enfant prodige del centrodestra a grande nemico dello schieramento berlusconiano di Forte dei Marmi. Da promessa di Forza Italia ad avversario temuto. Dicono di lui gli ex colleghi politici che ha provocato la sconfitta del centrodestra in una roccaforte del Pdl. Gli altri sostengono che è un politico nuovo, non ingabbiato nelle logiche di partito, e un ottimo organizzatore culturale. Chi è dunque Gabriele Monteforte? È nato a Seravezza il 23 giugno del 1969, ultimo di quattro figli: gli altri sono Sergio, vigile urbano con la passione per la musica, Giuseppina, cuoca e ceramista, Domenico, pittore. I genitori gestivano una trattoria, allora piuttosto famosa, la ‘Stellina’ in via Marco Polo, frequentata da personaggi illustri, quelli che oggi si chiamano i Vip. “La passione della cucina di mia sorella nasce da lì, e forse anche il pallino dell’arte, comune un po’ a tutti, in famiglia”. Quando non si occupa di amministrazione e di iniziative culturali, Gabriele Monteforte si dedica alla politica (“la mia grande passione”), ama visitare i musei, fare immersioni subacquee (“mi rigenerano”), giocare a tennis, ascoltare sia la musica classica (“mi rilassa”) che il rock (“mi dà la carica”). Le letture preferite: storia, psicologia, un po’ di storia della filosofia, con l’Illuminismo in primo piano. Se la politica e l’arte sono centrali nella vita di Gabriele, la famiglia è un elemento sovraordinato a tutto il resto. Si è sposato nel 1998 con Lucia Maremmani, imprenditrice del marmo. “Persona di grande valore – dice lui – e molto riservata, forse anche un po’ troppo”. Due i figli, Edoardo di 10 anni, e Sofia, di 7. “La mia forza è la famiglia. Non concepisco di allontanarmi troppo per lavoro, perché voglio sempre tornare a casa la sera, mia moglie e i miei figli mi danno energia. È bellissi-

Gabriele


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Monteforte Confessioni di un politico atipico


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mo entrare nelle camerette di Edoardo e di Sofia e sentire il loro respiro mentre sono addormentati. È questa la cosa più importante”. Cominciamo dall’inizio. Qual è la tua formazione? “Ho studiato da geometra, ma ho lasciato molto presto perché avevo la fissazione del lavoro. Così mi sono messo a fare il grafico e anche il piccolo editore. Sono stato fra i primi a procurarmi un computer della Apple, particolarmente adatto ai lavori di grafica, e mi sono impadronito di un po’ di tecnica. Ai primi degli anni ‘90 ho creato un giornalino sportivo, ‘Goal’, che si occupava di un argomento allora non esplorato da altri, il settore del calcio amatoriale. Il giornalino è andato a ruba, anche perché offriva un servizio che nessun altro forniva. In seguito anche i quotidiani locali si sono buttati in questo settore, evidentemente promettente. Un’altra iniziativa editoriale che ricordo con piacere in questo periodo è una guida turistica su Forte dei Marmi, si chiamava ‘InFortÈ. Ce ne sono ancora in giro, ha avuto un certo successo”. Com’è avvenuto l’incontro con la politica? Piuttosto per caso. Mi sono affacciato all’attività amministrativa a 27 anni. Pietro Ratti, che si occu-

pava insieme ad altri della campagna elettorale di Bertola, cercò mio fratello Domenico per proporgli una candidatura in consiglio comunale. Domenico gli rispose di non sentirsi adatto per la carriera politica, ma che poteva indicargli una persona idonea. Ero io. Bada bene, a me Domenico non disse nulla. Fui contattato, ma posi una condizione per accettare: avevo preparato un progetto sui giovani a Forte dei Marmi e chiesi di potermene occupare, se fossi stato eletto in consiglio. Mi dissero che andava bene, e così mi candidai come indipendente nel Polo delle libertà, era il 1997”. Eri un outsider. Come andò? “Piuttosto bene, per essere un esordiente. Presi il doppio dei voti che mi aspettavo ed entrai in consiglio comunale”. Con l’obiettivo dei giovani. Come ti sei mosso in questo tuo inizio di attività amministrativa? “Ben presto la politica locale è diventata per me un’autentica passione. Mi sono messo a studiare nei dettagli la macchina comunale, volevo sapere come funzionava, comprenderne i punti di forza e le debolezze. Andavo tutti i giorni in Comune, e la notte lavoravo nel mio studio di grafica. Ho fatto tanti sacrifici insieme a mia moglie. Alla mia età e con una giovane famiglia sulle spalle non è stato facile trovare il giusto equilibrio tra il lavoro e la politica. Ricordo con piacere i miei esordi: ero ascoltato dai partiti. Ai miei inizi ho trovato una notevole disponibilità all’interno della coalizione di maggioranza”. Sono gli anni da consigliere delegato. Di che cosa ti occupavi, e con quale spirito? “Avevo le deleghe al sociale e allo sport. Il mio approccio all’amministrazione locale è stato da non addetto ai lavori. Mi consideravo, e mi considero tuttora, un uomo della strada, una persona al servizio del cittadino. Per questo ho cercato di portare nell’attività amministrativa la spinta dell’entusiasmo. L’entusiasmo può essere trascinante, può contribuire a far funzionare meglio le cose. È una forza che mi aiutato a ridurre la distanza tra l’amministrazione locale e la gente comune. È una cosa che si dice sempre, ma è proprio vero. Il Palazzo è spesso distaccato dalla realtà, e questo non è certo un bene. Il mio obiettivo era quello di portare il Comune in casa dei cittadini di Forte dei Marmi


per far conoscere loro le potenzialità della macchina comunale, in modo da poterla sfruttare al meglio”. Il passo successivo fu il tuo impegno da assessore. Come andò? “Morì improvvisamente Vittorio Del Canto, lasciando un vuoto sul piano umano e politico. Era il 2001, il mandato amministrativo stava avviandosi alla fase conclusiva e il sindaco Bertola mi chiese se volevo entrare in giunta. Mi sentivo pronto e accettai”. Nel 2001 sei così diventato assessore alla cultura, allo sport e al sociale. Ti sei iscritto a Forza Italia, insomma sei entrato fra i ‘professionisti’? “Credo di aver conservato sempre lo spirito dell’entusiasta. Mi buttai anima e corpo nell’attività amministrativa, avevo degli obiettivi e cercai di perseguirli. Sia nell’ultimo scorcio del primo mandato della giunta Bertola, ma soprattutto nella successiva tornata amministrativa”. Nel 2002 riparte un nuovo ciclo e ti riprendi le deleghe… “Con una in più, si può dire inventata da me. L’ufficio relazioni pubbliche, come vedi ritorna sempre l’idea del dialogo fra il Comune e i cittadini”. Che cosa è successo durante la tua ultima esperienza da assessore? “Molte cose che mi hanno procurato soddisfazione. Ho inaugurato un asilo nido, dando così risposte concrete ai problemi della gente. Ho fatto riaprire la colonia comunale dell’Abetone, che era chiusa da 22 anni. Ho portato avanti la ristrutturazione di villa Bertelli, un importante contenitore culturale. Ho realizzato mostre d’arte con l’intento di qualificare sempre di più l’offerta di cultura a Forte dei Marmi. La formula vincente per Forte dei Marmi credo sia proprio questa, perché le iniziative culturali, se fatte in un certo modo, portano ricchezza non solo dal punto di vista culturale, ma anche da quello turistico. Naturalmente non posso dire di aver fatto queste cose da solo. Mi sono avvalso della collaborazione della macchina comunale, che avevo imparato a conoscere in profondità, e ho chiamato intorno a me persone competenti che potessero dare un contributo decisivo alla qualità delle iniziative che avevo progettato. Resto convinto del fatto che un amministratore non deve fare tutto

da solo: a lui compete l’iniziativa politica, poi deve chiamare gli esperti per realizzare gli obiettivi. Io sono stato aiutato da persone di prim’ordine come il professor Antonio Paolucci, che è stato ministro e Sovrintendente per il polo museale a Firenze, Ornella Casazza, direttrice del Museo degli argenti di Palazzo Pitti, Anna Laghi, affermata docente dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, Philippe Daverio, critico e studioso d’arte di grande importanza e molti altri personaggi del mondo della cultura italiana. Insieme a questi specialisti ho cercato di garantire un arricchimento culturale per Forte dei Marmi. Ho sempre cercato di unire due aspetti apparentemente contraddittori: la creatività e il senso pratico. Ritengo che sia la mia cifra stilistica in politica, il mio punto di forza. Non mi sento turbato dalle competenze altrui, non soffro di certe piccole gelosie. Quando incontro una persona valida, mi dico subito che sarebbe formidabile poter contare sul suo contributo. L’incontro più emozionante per me avvenne a Roma, a casa di Susanna Agnelli. Le proposi di essere presente all’inaugurazione del ‘Fortino’ in occasione della mostra su Walter Lazzaro. Ricordo che mi disse: ‘Di solito non accetto ma per lei faccio un’eccezione’. La signora Agnelli era una donna straordinaria, molto carismatica. Fu per me un incontro bellissimo, che porterò sempre nel mio cuore”. E veniamo alla parte più tribolata della tua esperienza politica. Alle elezioni del 2007 non hai nascosto la tua disponibilità a candidarti come sindaco. Sappiamo come è andata: il centrodestra ha scelto Ermindo Tucci, tu hai fondato una tua lista civica e per effetto del meccanismo elettorale a turno unico ha vinto


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il centrosinistra, mentre Forza Italia è addirittura sparita dal consiglio comunale. Probabilmente il tuo ex partito ti ha sottovalutato. Ma i tuoi ex colleghi di partito sostengono che hai ‘tradito’ per ambizione, consegnando il paese agli avversari. Che ne dici? “Faccio un passo indietro. Quando mi avevano proposto di entrare in Forza Italia mi ero preso due giorni di tempo per dare una risposta. Avevo letto lo statuto del partito e altra documentazione. In Forza Italia si parlava, mi pare, di meritocrazia. Il personale politico dovrebbe far carriera non in virtù degli appoggi del potente di turno (personalmente odio le ‘spintarellÈ), ma in base alla propria capacità. La mia candidatura a sindaco non era un atto di arroganza e smodata ambizione: ero convinto di aver fatto bene da assessore, di aver lasciato una traccia. Ero pronto a fare il salto di qualità, senza presunzione, ma anche senza false modestie. Quando andai a trattare a Roma, dissi che ero anche disposto a fare il vicesindaco. Posi soltanto una condizione: Forza Italia doveva esprimere un ruolo dominante all’interno della coalizione. Ho preso atto che neppure questo era possibile, e così in 40 giorni ho messo su la mia lista civica”. Che ha preso 1120 voti e due consiglieri comunali, mentre Forza Italia non è stata rappre-

sentata in consiglio. Dicono che hai ‘regalato’ il Comune al centrosinistra. “Non sono io, ma gli altri ad aver sbagliato i conti. Come candidato sindaco sono quello che ha preso più voti individuali. Il centrodestra ha dimostrato di non essere sufficientemente solido. An ha avuto due consiglieri, uno l’Udc. A Forte dei Marmi, Forza Italia alle Provinciali era oltre il 30 per cento, ora sono al 12%. Se si somma il mio 20% si vede che il risultato è il 32%. Hanno semplicemente sbagliato nel valutare i rapporti di forza, errore capitale in politica. Non ci voleva molto a capire quello che sarebbe accaduto: il centrodestra ha perso un’occasione. Avrebbe potuto attirare dei giovani, linfa nuova per uno schieramento che a parole afferma di voler rinnovare la politica. Peccato”. Dopo le ultime elezioni hai ripreso con lena l’attività culturale, stavolta come organizzatore privato… “Sentivo che potevo dare ancora dei contributi. Ho avuto delle proposte, per esempio come organizzatore culturale nel Principato di Monaco. Ho rifiutato, i miei interessi sono qui a Forte dei Marmi. Siccome c’è sempre questo tarlo dell’arte, che in famiglia abbiamo preso più o meno tutti da mia madre, con Domenico ne abbiamo parlato e ci siamo detti che ci sarebbe piaciuto fare qualcosa per


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Forte dei Marmi, ovviamente in campo artistico. Nasce così ‘ARTEforte’, la prima Fiera d’arte moderna e contemporanea di Forte dei Marmi: lo spirito è quello di raccogliere esempi della produzione di grandi artisti e personaggi che orbitano intorno alla Versilia e la rendono grande. L’abbiamo pensata in tre: mio fratello Domenico, il sottoscritto e Claudio Biondani, collezionista ed organizzatore di eventi artistici. La prima edizione, del luglio 2008, ha riscosso un notevole successo. Poi è venuta la voglia di occuparci di enologia, e si è arrivati così a ‘Forte divino’, che ha messo in mostra vini di qualità a Villa Bertelli, nell’aprile scorso. È stata un’esperienza positiva: 130 espositori e duemila visitatori compongono un bilancio soddisfacente. Intanto continua l’attività amministrativa, in consiglio comunale. I tuoi ex colleghi politici, tanto per cambiare, ti accusano di intelligenza col nemico. Ti senti all’opposizione o vicino all’amministrazione Buratti? “Il mio movimento gode di ottima salute, ci sono tanti giovani che si danno da fare. Noi siamo ispirati a una filosofia semplice, che a qualcuno magari apparirà ingenua: le iniziative positive organizzate per il paese provocano una ricaduta favorevole per tutti i cittadini. Così, se il sindaco Umberto Buratti fa una cosa giusta, noi lo sosteniamo, magari fornendogli qualche suggerimento utile per migliorare. All’estero credo che si faccia così, in Italia un po’ meno. Se ci vengono in mente delle soluzioni per qualche problema, non abbiamo difficoltà a parlarne con l’amministrazione in carica e dare il nostro contributo. Questo non significa che ci sentiamo ‘organici’, come si dice, alla giunta Buratti. Per esempio abbiamo votato contro il bilancio comunale, atto politico per eccellenza. Avremmo potuto astenerci. Ma non vedo proprio, passando alle cose concrete, come potrei oppormi all’utilizzo di villa Bertelli, all’asilo nido, alla spiaggia dei bambini, tutti progetti impostati dal sottoscritto durante l’attività di assessore. Sarebbe una contraddizione ripudiarli perché adesso io sono fuori dalla giunta. Almeno così credo”. Il futuro. Hai pensato a cosa farai ‘da grande’? L’organizzatore culturale o il politico? “Credo proprio che continuerò ad occuparmi di attività legate alla promozione culturale. Se lo farò da amministratore o da privato, questo non sono

in grado di dirlo: dipenderà dai miei concittadini. Sarei insincero, però, se affermassi che non mi interessa l’attività amministrativa. Provo rammarico per quanto è accaduto, continuo a pensare che sia andata perduta una buona occasione. Voglio considerare questi anni come un periodo di crescita dal punto di vista personale”. Fantapolitica. Se il Pdl, al prossimo giro, ti offrisse la candidatura a sindaco, che cosa risponderesti? “È un’ipotesi improbabile”. Mai dire mai. Accetteresti oppure no? “Dipenderebbe soltanto dal progetto che potrei mettere in atto e dal rinnovamento di cui parlavo prima. Ritengo infatti che al Forte vi siano giovani molto interessati e interessanti per la politica del paese e credo che il futuro del Forte sia proprio lì, nel rinnovamento politico e nello spirito di servizio che chiunque governa deve avere. Gli schieramenti ideologici mi interessano poco”.


Fabio Genovesi

Lo scrittore con la canna da pesca di Chiara Sacchetti

Photo di Francesca Giannelli

L

a vita vera non si trova nei libri. La vita vera si trova a pescare sul pontile di Forte dei Marmi, a chiacchierare con gli amici pensionati del papà exoperaio. Fabio Genovesi, trentacinque anni e un animo “fanciullo”, potremmo dire che ce l’ha fatta. Anzi, scaramanticamente, diremo che è sulla buona strada per realizzare il suo sogno, quello di essere riconosciuto come uno scrittore. Estremamente modesto o forse ancora incredulo, in punta dei piedi ci parla del suo successo letterario, “Versilia Rock City”, uscito a settembre 2008, già alla terza ristampa, recensioni lusinghiere su Tuttolibri, La Repubblica, Anna, XL di Repubblica, con seguito di interviste all’autore per giornali, radio e tv. Tutto merito di Transeuropa, la casa editrice ‘specializzata’ in esordi fortunati: Tondelli, Brizzi, Culicchia, Silvia Balestra e così via. Come nasce lo scrittore Fabio Genovesi?

Intanto a Pietrasanta nel 1974, ma solo perché l’ospedale versiliese per nascere era quello. Famiglia fortemarmina doc, origini modeste e laurea a Pisa in filosofia del linguaggio, esperto di letteratura inglese. E il rapporto con la scrittura quando comincia? “Già ai tempi dell’Università. Traducevo qualcosa dagli autori americani che in Italia non si trovavano. La traduzione letteraria è poi diventato il mio mestiere e penso che sia stata una palestra molto utile anche per la scrittura creativa: si impara a conoscere la propria lingua in tutte le sue sfumature e caratteristiche comunicative, dovendo rendere quella degli altri. Ho tradotto di tutto, sottotitoli di documentari, di dvd, quello che mi capitava. Adesso mi sono specializzato, se si può dire, in testi letterari di musicisti americani, collaborando con una casa editrice apposita. Tre anni fa iniziai con una raccolta di scritti di Lee Ranaldo, chitarrista dei Sonic Youth, per la Quarup di Pescara. Erano piccoli racconti, appunti di viaggio. Il lavoro piacque e poi, come succede nella vita, dopo tanto peregrinare quando una cosa va, ne seguono altre”. Infatti esce “Il bricco dei vermi” (quelli per pescare, appunto), mille copie esaurite in poco tempo. È l’osservazione della Versilia attraverso aneddoti e racconti. Il romanzo era già in gestazione? “Sì, avevo già un progetto. Una storia a incastro con quattro personaggi. Tre vivono in Versilia,

uno a Milano. Età: dai trenta ai cinquanta. Tutti un po’ delusi: l’ex- dj non esce più di casa da molto tempo; l’ex-eroinomane vive isolato stile rocker, senza poterselo permettere, c’è un’avvocatessa di successo che ha un’arida vita affettiva e il fortemarmino che è emigrato a Milano per una delusione amorosa. Le storie si incontrano e avviene naturalmente a Forte dei Marmi. Non durante la stagione estiva, ma a gennaio”. Dunque una Versilia diversa da quella balneare, o fatta a immagine e somiglianza dei vip? “La Versilia è stata descritta in tutte le salse in moltissimi libri ma sempre con il sapore del mordi e fuggi. Per il mio libro hanno parlato di un’ambientazione western, quasi desertica. Volevo proprio dare questa idea, di una terra in affitto. I miei genitori abitano in una strada con dieci case, la più piccola è la loro ed è l’unica abitata. In provincia c’è una vita a doppia marcia e io ho cercato di descriverla”. Genovesi ama la sua terra ma non nasconde l’amarezza per quello che è diventata e neppure i suoi timori per il suo futuro: “È una terra affascinante, basta guardarla dal punto di vista paesaggistico. Ma gli abitanti locali stanno scomparendo, ricacciati verso le montagne dalle logiche di mercato. Sono ridotti a guardiani delle ville, hanno venduto le loro case, visto il valore immobiliare alle stelle, e si sono allontanati verso le montagne. I pochi rimasti d’inverno non hanno vicini di casa, non trovano un


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alimentari o un panificio a pochi isolati, solo boutique. Succedeva anche prima, ma adesso gli straricchi che vengono sono stranieri, sempre diversi. Adesso ci sono i russi che stanno imponendo variazioni al paese , anche urbanistiche, vogliono case enormi, disegnate apposta per loro. E se poi dopo pochi anni se ne andranno? “Avremo una bomboniera vuota. Il mio timore è appunto che si prendano decisioni irrevocabili, ad esempio, nell’edilizia, con cementificazioni di cui potremo pentirci. Insomma un po’ di lungimiranza non guasterebbe invece di guardare solo alle richieste immediate del mercato”. Ritorniamo alla letteratura. A quale autore o corrente ispiri la tua prosa giovanile e asciutta? “Non sopporto il barocco, il ridondante. La lezione più importante che ci viene dalla letteratura americana è quella di scrivere senza farsi prendere dalla ‘bravura’. Non dobbiamo spiegare tutto, qualcosa deve essere lasciato all’intelligenza del lettore, che altrimenti si sente offeso. Un critico importante una volta mi ha detto: ‘Stai attento a non essere troppo bravo’. Non scrivere insomma per far vedere che si sa fare fare, perché i personaggi rimangono soffocati dalla scrittura”. Ecco le centottanta pagine serrate di “Versilia Rock City”, con un’ispirazione quasi musicale. Confessiamo la passione per la musica di Genovesi?

“Certo da bambino sognavo di diventare una rock star, ma suonando la chitarra a 16 anni già mi accorsi che non sarebbe accaduto. Frequento amici che fanno cinema o teatro e scrivo anche per loro quando mi capita. Come con Katia Beni con cui ho un rapporto di collaborazione: lei fa ridere per istinto e dunque diventa facile scrivere insieme uno spettacolo. Michele Pellegrini è un amico fortemarmino che si sta affermando come sceneggiatore, Matteo Raffaelli si occupa di dvd. Siamo tutti cresciuti insieme. Io scrivo”. Ma quale può essere ancora oggi il ruolo della letteratura, in un mondo che sembra avere tutt’altri ritmi e interessi? “Io non penso che la letteratura possa cambiare il mondo. A volte si tratta solo di esibizionismo mascherato da letteratura o arte. È chiaro che anch’io non scrivo solo per me, altrimenti non avrei

pubblicato, ma vedo le storie come un antidoto di bellezza. Ho una visione tragicomica che mi fa prediligere autori come Tommasi di Lampedusa o Ennio Flaiano. Lui aveva davvero il dono di dire cose amare in maniera piacevole oltre ad un acutissimo spirito di osservazione. Mi affascinano gli autori che sanno raccontare storie che in mano ad altri non esisterebbero”. Quali sono le ultime fatiche del traduttore di personaggi cult della musica? “Sta per uscire per Fandango una raccolta degli ultimi scritti di Hunter Thompson e poi A sud del capanno di Les Claypool, bassista dei Primus, un personaggio leggendario tra gli appassionati. Sono testi un po’ difficili ma la condanna del traduttore è proprio quella di sparire dietro l’opera. Meno si vede la sua mano e miglior lavoro ne esce”. Siamo sicuri che il successo del romanzo ambientato in Versilia ha stimolato anche lo scrittore, o no? “È vero. Sto già scrivendo un romanzo, ma non più con la Versilia come sfondo altrimenti si rischia lo stereotipo. Sicuramente sarà ambientato in provincia, che è la dimensione che preferisco, una fucina di storie. Cerco di passare infatti più tempo possibile a Forte dei Marmi. Qui, a casa mia, riesco a scrivere meglio che a Roma o a Firenze. E poi vado a pescare sul pontile o dalla spiaggia con la canna. Bisogna coltivare le cose che ci piacciono, stare tra la gente, sennò di che cosa si scrive?”.


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Filiberto Federigi, “il Matarano” di Domenico Monteforte

C’

era una volta al Forte..., tanti, tanti anni fa in un Forte dei Marmi antico, che ormai somiglia sempre meno a quello di oggi, un uomo che vendeva il pesce in piazza Garibaldi. Un bell’uomo di quelli d’una volta, baffoni e capelli a spazzola, sempre sorridente col suo pannello bianco e con l’ape,

il mezzo da lavoro col pianale zeppo di pesce fresco. Girava il Forte già al mattino presto con la sua mercanzia che sapeva di mare. Era quello il Forte dove la gente non si conosceva tanto per nome quanto per il soprannome che da sempre accompagnava la vita di tutti quelli che vivevano quell’epoca versiliese.

Allora ecco il “Pirata”, Mario di Lepanto; “Tempo Nero”, il falegname di paese; “il Vecchia”, l’anziano bagnino; “Fischio”, il Chioni, amato da tutti per la sua umanità... Tutti personaggi che ricorda chi ha vissuto gli anni epici di questo paese o chi l’ha sentito raccontare dai vecchi fortemarmini, lontano


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mille anni e mille chilometri dal Forte odierno. Quel bel tipo dal sorriso birbante e dagli occhi vispi, era per tutti Filiberto “il Matarano”. Sua madre Stella, “la Matarana”, insieme con le sorelle aprì nei primi del ‘900 il primo negozio di frutta e verdura quando questo posto era solo una piccola frazione di Pietrasanta e dove il pontile serviva solo per imbarcare il marmo nelle stive dei mercantili che l’avrebbero poi portato via, nel mondo. “Venite donne dal pescatore...”, questo era il segnale che il “Matarano” era nelle vicinanze, lo slogan diremmo oggi che Filiberto usava per richiamare l’attenzione dei passanti. Modi gentili e garbati, battuta pronta da toscanaccio di costa e una grande passione per le donne e per il ballo, che gli aveva procurato non pochi problemi non tanto con la moglie, povera donna..., ma con Stella, la madre, vera e propria matriarca; minuta e garbata ma forte come un leccio e donna che parlava poco ma faceva di fatti! in tutti i sensi; questo lo sapeva bene il buon Filiberto che quando se la vedeva comparire in qualche “sala da ballo”, bastava un’occhiata e poche parole perché il giovine filibustiere tornasse a casa da moglie e figli... Era il tempo delle feste nei prati, dei balli oggi ritenuti innocenti che allora tanto innocenti non erano, un mondo felice che la guerra spazzò via. Un giorno lo pre-

sero i tedeschi, il nostro, e se lo volevano portare in Germania, sfuggì alla deportazione in un modo rocambolesco e scalzo (le scarpe gliele avevano sequestrate) tornò a casa attraversando le Apuane a piedi! Nel dopoguerra per mantenere la famiglia imparò a fare il pescatore ed il pescivendolo, non c’era molto da scegliere allora. Non fu facile quel periodo. Per nessuno. Da anziano aveva mantenuto la passione per il ballo, per la partita a carte con gli amici e mi dicono, per le donne. Il lavoro con i pesci era anche una piccola bilancia per pescare sul lago di Massaciuccoli dove la domenica tanta gente andava per tirar su le reti e mangiare dal “Matarano”, chi non ricorda il pollo al limone o al cognac di Filiberto?! O il risotto al piccione dell’Antò, la moglie?! Altri tempi, altri uomini, altre vite.

Se ne andò una notte di fine estate del 1992, al funerale tanta gente di ogni età. Quando il feretro passò davanti a quello che allora era il Bar Sport, il ritrovo della partita con i vecchi amici, il Pirata era lì sul marciapiede di fronte al Bar e lo salutò col saluto militare a schiena dritta anche se ormai da anni era costretto su una sedia a rotelle; quel mondo stava finendo, un giorno dopo l’altro irremidiabilmente. Oggi, ogni volta che ripasso davanti a quella piccola e umile casa, alzo gli occhi a guardare una minuscola finestra che dava sulla camera da letto e mi sembra di rivederlo, “il Matarano”, gli occhi furbi e sorridenti, il naso un pò aquilino e maschio, i baffi grandi e quella smorfia di sorriso che spesso ritrovo nello specchio quando al mattino mi rado e ripenso sorridendo a mio nonno Filiberto, “il Matarano”.


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I FORTINI, COSE BUONE D’ALTRI TEMPI cio. L’idea ha funzionato e ora la coppia è partita per un’altra avventura a Singapore, lasciando la ditta a Katia Santarelli e Giovanni Francalancia, di professione commercialisti, che conoscendo la solidità dell’azienda da luglio 2008 si sono buttati con entusiasmo nell’impresa. “Il segreto del successo dei ‘Fortini’ sta nella materia prima – spiega Katia Santarelli – perché si tratta di prodotti selezionatissimi, con nessun additivo chimico né conservante. Ci sono il burro, lo zucchero, la farina, le uova e poi uvette, mandorle, pinoli, nocciole, frutti di bosco, secondo il tipo. Ne produciamo nove e li vendiamo, oltre che in Italia, in Giappone, in Austria, in Svizzera, in Francia, in Inghilterra, ma non nella grande distribuzione”.

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ose buone d’altri tempi. Avete presente quella fragranza mista di burro, farina, limone, vaniglia che si sentiva nelle cucine di una volta? “La nonna ha fatto la torta, quella con la sua ricetta speciale, oppure i biscotti, quelli che hanno un sapore unico”. Oggi è sempre più difficile trovare lo spazio, nelle case bellissime, ma sempre perfette in cui abitiamo, e il

tempo, per dedicarsi alle attività manuali più piacevoli, come quelle delle pasticceria, che richiedono costanza e pazienza. Ma ci hanno pensato loro, Giuseppe Massimini e Barbara Pregnolato, a ricreare i “Fortini”, biscotti appunto semplici ma deliziosi, come quelli di una volta, cominciando da un piccolo forno di casa e poi mettendo su un vero e proprio biscottifi-


61 I FORTINI

Si capisce subito il perché: è un biscotto di ‘nicchia’, che ha una durata massima di otto mesi, incartato singolarmente per non perdere la fragranza, prezzo di riferimento 10 euro al chilo. Si trova sul mercato tutto l’anno, insieme ad altri prodotti dell’azienda come la torta “Pietrasanta”, anche questa con il marchio depositato di una ricetta antichissima, senza farina, con cioccolata, mandorle tritate, burro, zucchero, uova. Insomma con “i Fortini” o con la torta “Pietrasanta”, si può portare a casa anche un ricordo gastronomico della vacanza in Versilia, sicuri che sia doc. “I Fortini” sono anche divenuti una ditta di ricevimenti, che

fornisce tutto, dalla posateria alle pietanze di cucina tradizionale a base di carne o di pesce, e , su richiesta, anche di cucina orientale. “Abbiamo ricevuto i complimenti per l’ultimo servizio di catering al Politecnico di Torino per 180 persone – ci racconta la titolare – perché abbiamo proposto dei piatti semplici ma efficaci. Usiamo le nostre cucine per la preparazione e naturalmente del personale in più, secondo l’impegno, per il servizio. Abbiamo scritto sulla confezione “Biscotti che pensavate non esistessero più” e questo è il messaggio che vogliano indirizzare al pubblico”. L’assaggio è d’obbligo: il palato conferma.

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L’INGEGNERE E IL PROFESSORE Incontro con un giovane di talento

di Chiara Sacchetti

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o studio è in via Thomas Mann, tra il verde di Roma Imperiale, proprio in quella casa dall’architettura di stampo razionalista che fu della famiglia del grande scrittore tedesco. Gaetano Nardini, classe ‘66, ha qui il suo pensatoio. I suoi progetti, saggiamente oscillanti tra la leggerezza del vetro e la “concretezza” della pietra e del calcestruzzo, nascono in questo luogo magico. “E’ un luogo davvero speciale, sospeso tra il mare e le montagne racconta l’ingegnere - “dalle ampie vetrate il parco entra all’interno della villa e dalla terrazza panoramica si ammirano le Alpi Apuane e si sente la salsedine depositarsi sugli oggetti”. Dopo il Liceo Scientifico e la laurea in Ingegneria all’Università di Pisa, Nardini inizia immediatamente l’attività di progettazione fondando il suo studio professionale. Vincitore tra l’altro di un concorso internazionale di progettazione di giardini ha una predilezione per la progettazione architettonica, competenza specifica che lo lancia ben presto nel mondo delle costruzioni in ambiti sempre più ampi. Nel 2006 ha infatti aperto a Lon-

dra uno studio di progettazione incentrato sullo studio di soluzioni tecnicamente innovative per progetti prestigiosi. Già nel ‘99 infatti ha cominciato a realizzare progetti importanti nella capitale inglese. “A Covent Garden nel centro di Londra, in collaborazione con uno studio americano, abbiamo realizzato un progetto tecnologicamente all’avanguardia per lo studio delle strutture in pietra di un edificio per uffici – spiega l’ingengere versiliese – con tecniche di lavorazione della pietra ritenute da molti – in quel periodo – non realizzabili per complessità di lavorazione e difficoltà di assemblaggio in cantiere. Un lavoro d’effetto e in linea con le richieste di oggi che riguardano soprattutto l’utilizzo di materiali compatibili nel senso più ampio della parola e risparmio energetico”. Lo studio si occupa di molte residenze private in Versilia e sta completando il restauro di un castello in Provincia di Pavia. “Anche questo progetto è molto interessante in quanto ha presupposto l’analisi storica del fabbricato medievale con il necessario studio delle tecniche costruttive utilizzate dal 1200 a oggi”. “Per me – continua Nardini – è molto stimolante anche l’attività accademica all’Università di Pisa, dove insegno Disegno dell’Architettura. Stando in contatto con i futuri professionisti si hanno sempre interessanti spunti, non è dunque un dialogo a senso unico ma un ping pong di stimoli progettuali”. E il rapporto con Forte dei Marmi? Come è cambiato il paese negli ultimi decenni? “Ho sempre vissuto qui e ho potuto pertanto notare un grande cambiamento. Specialmente nell’ultimo decennio la trasformazione ha avuto un accelerazione improvvisa, con tutti i vantaggi per il pae-

se di essere divenuto un posto a la page - commenta Nardini – ma con l’inevitabile perdita della genuinità del paesaggio. Penso infatti che la diversità architettonica che ha caratterizzato Forte dei Marmi dalla sua prima espansione ad oggi debba essere mantenuta a tutti i costi. Basta guardarsi attorno per capire che le ville sono tutte diverse, non c’è una tipologia architettonica prevalente: questa ricchezza deve essere preservata per il futuro. Il genius loci è il punto di partenza di ogni progettazione. Il compito fondamentale del progettista oggi a Forte dei Marmi è la salvaguardia delle peculiarità che hanno reso il paese famoso e non la ripetizione sistematica di falsi stilemi. Occorre saper vedere oltre l’immediato e immaginarsi il paese non fra due o cinque ma venti e più anni”. “L’architettura è essenziale, la trasformazione fisiologica, ma il progettista ha fortissime responsabilità che incidono fortemente sulla vita del paese. In estrema sintesi il progettista, a volte, ha il dovere di convincere il Committente della bontà delle scelte progettuali, anche se controcorrente”. Insomma una professione impegnativa che consiglierebbe ai suoi giovani studenti? È un lavoro di sacrificio, in cui è indispensabile credere fino in fondo. Il mio approccio alla professione è del tipo accrescitivo nel senso che la ritengo valida solo se ottengo una crescita personale. Se diventa mestiere allora è la fine della creatività. Ai giovani direi soprattutto di essere curiosi, di guardare al di là delle cortine che ci vengono proposte dalla vita. Per raggiungere determinati obbiettivi ci vuole tempo, costanza e umiltà. Ho pensato spesso agli ostacoli superati e penso che sì, lo rifarei.


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64 Marco guidi

Marco Guidi, l’uomo della stella di Domenico Monteforte

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arco sorride quando mi vede arrivare nel suo ufficio in un caldo pomeriggio di maggio, poi abbassa gli occhi come fa lui di solito quando sta per dirti qualcosa, e sornione s’accomoda in poltrona. “Facciamo presto...”, questa la richiesta che in fondo conoscevo già: Marco Guidi non ama la ribalta nè apparire e questa semplice chiacchierata sembra la faccia seduto su di un cactus piuttosto che su una comoda poltrona manageriale. Lo capisci da come si muove, da come ti guarda in modo a volte sfuggente che per lui questo mettersi a nudo sia una delle cose

più imbarazzanti che io potessi chiedergli, ma ad un amico come puoi dire di no...?! adesso sorrido io mentre lo fisso negli occhi e attacco.. Marco Guidi da molti anni vuol dire Mercedes in lucchesia, a Massa, a Montecatini e da poco anche a La Spezia... Cosa vuol dire oggi Guidicar nel mondo dell’auto in Toscana? La nostra concessionaria esiste da quarant’anni ormai, e da una prima sede a Lucca adesso ce ne sono altre tre tra Toscana e Liguria. In più si è creata una sinergia con altre concessionarie quali Volauto (Wolksvagen) a

Montecatini, Quattrocar (Audi) a Pistoia e col Gruppo Birindelli (GMG) siamo riusciti a coprire quasi tutta la toscana. Il nostro obbiettivo è dare tranquillità al cliente con personale qualificato per un ottimo servizio di vendita ed assistenza. In questo momento così difficile per il settore, quali strategie si possono adottare per non soffrire troppo e “reggere botta”, in questo mare tempestoso di recessione? Beh rispondere a questa domanda non è facile, non ho la sfera magica purtroppo.. Per quello che ci riguarda faremo ogni sforzo per mantenere la nostra posizione di mercato e riuscire a salvaguardare il rapporto di lavoro creato con tutte le persone che fanno parte dell’azienda. Queste persone, con il loro bagaglio di conoscenza e la passione che mettono nel loro lavoro ogni giorno, sono la nostra vera ricchezza. Tuo padre vendeva auto, la tua quindi è una tradizione di famiglia: come hai iniziato in azienda, dalla porta principale come titolare oppure hai fatto perlomeno inizialmente, la gavetta come un qualsiasi dipendente? L’azienda l’ha creata mio padre Guido Guidi nel 1969 e dal 1979 ha legato il proprio nome a Mercedes-Benz. Mio padre mi ha educato facendomi fare i primi passi all’interno dell’azienda come il classico “garzone di bottega”, vivendo ogni reparto,


65 Marco guidi

dal magazziniere, all’operaio, al meccanico d’officina. Poi è arrivata l’esperienza che più mi ha formato e che più mi è rimasta nel cuore, la creazione con altri soci della Concessionaria Autolucca (Lancia)! Non ero più il figlio del titolare ma un giovane imprenditore che s’era messo in gioco in un’impresa forse più grande di lui. Per fortuna andò bene. Ho due fratelli: Fabrizio cura il settore dell’assistenza tecnica per Guidicar, Riccardo invece ha una propria attività e si occupa d’altro.. Quali sono i modi per rilassarsi..., gli hobby, le passioni di Marco Guidi? Sicuramente il volo in aliante ed il mare, queste sono le mie grandi passioni! In entrambi i casi l’emozione più forte che provo è il grande senso di libertà che la vista del mare e del cielo riescono a darmi... Marco e il mare..., c’è un aneddoto del dirigente d’azienda nella veste di “lupo di mare” che ci vuoi raccontare? Ogni momento trascorso in barca con le persone che amo è un ricordo incancellabile per me. Se devo ricordare una bella avventura allora ti posso raccontare del viaggio da Viareggio a Valencia in barca a vela in occasione dell’Americans Cup nella primavera del 2007. Sei amici, giorni e giorni in mare aperto..., il vento, il sole i delfini. Rimango sempre affascinato dai delfini quando capita di incontrarli e dividere un tratto di mare con

questi meravigliosi mammiferi..., un’esperienza veramente emozionante. Fino a giungere in quel porto ultramoderno, a Valencia, dove gli alberi delle barche e le vele che si presentavano davanti ai nostri occhi erano così tanti da darci l’impressione di vivere in un film, in un sogno.. Lo stupore è stato il nostro compagno di viaggio dall’inizio alla fine della traversata.

Se non avessi fatto quello che hai poi fatto nella tua vita, come ti immagini sarebbe stato il tuo futuro? Eh caro mio, da piccolo sognavo di diventare un pilota d’aerei o il comandante di una nave..., poi mi sono innamorato delle auto che dopo tanti anni continuano ad emozionarmi come allora. La tua azienda dimostra una certa sensibilità riguardo all’arte, in ogni filiale infatti espone un pittore: come è

nata quest’idea anche alla luce del fatto che la Guidicar è uno degli sponsor più importante di ARTEFORTE. Cosa lega la tua azienda all’arte? Non mi intendo molto d’arte ma i pittori, i poeti, gli artisti in genere mi attraggono per i loro modo di affrontare la vita. Mi piace frequentarli, scambiare con loro idee e sensazioni; apre la mente, fa vedere il mondo in maniera più completa... Le nostre sedi sono il luogo dove io e i miei collaboratori, e spesso anche i clienti, viviamo una gran parte della nostra giornata e ho pensato quindi fosse importante creare un ambiente accogliente, ricco di colori e artisticamente “vivo”. Il legame con ARTEFORTE nasce dall’amicizia con chi oggi m’intervista..., no Domenico? Spesso parliamo io e te, condividiamo uno spaghetto, ci confrontiamo.. La Versilia e Guidicar: un binomio destinato a durare e rafforzarsi con un progetto importante, ce ne vuoi parlare? Guidicar oggi è la Concessionaria Ufficiale della Versilia. Negli anni abbiamo iniziato un progetto per la costruzione di una nuova sede all’uscita dell’autostrada di Viareggio. dopo anni di intoppi burocratici questo progetto comincia a prendere forma, mi auguro quindi di “colorare” al più presto questa nuova sede ospitando la mostra di un altro interessante artista...


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GALLERIE IN FIERA pag. 68

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BOTTEGA DEI VAGERI stand 21-22

Galleria d’Arte VERADOCCI stand 26-27-32-33

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CAVANA ARTE CONTEMPORANEA stand 9 FANTASIO & JOE stand 29 pag. 72

Galleria D’ARTE SAN LUCA stand 19-20

Galleria LAZZARO BY CORSI stand 11-12-13 Galleria MAG’ARTE stand 28 pag. 127

IMAGO ART GALLERY stand 31-35 J&G ART stand 38-39-40-45-46-47 MAGICARTE stand 1-2 pag. 170

PROPOSTE D’ARTE CONTEMP. stand 3 pag.173

GALLERIA ARENA stand 30-34

Galleria SILVIO FEDERIGI & STUDIO D’ARTE ‘900 stand 48

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GalleriE PATRICK PIERRE stand 41-42

THE REALUXURY stand 5-6

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GALLERIA D’ARTE LA TELACCIA stand 23-24-25 pag. 121

GALLERIA D’ARTE L’INCONTRO stand 36-37-43-44

GESTALTGALLERY stand 4

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RESTARTE stand 7-8

VECCHIATO ART GALLERIES stand 14-15-16-17-18


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10 A.M. art: un progetto nuovissimo della Dott.ssa Bianca Maria Menichini e Christian Akrivos orgoglio, la nostra piccola opera d’arte, la 10 A.M. Art che propone la sua prima ufficiale, proprio qui alla Fiera di Forte dei Marmi. Noi viviamo questa esperienza come l’inizio di un work in progress, come un passaggio dal collezionismo che ci ha permesso di accumulare esperienza, contatti utili e fedeli sostenitori, all’attività commerciale e culturale vera e propria. Coppia nella vita e nel lavoro, perseguiamo con passione i nostri obiettivi, cercando nella quotidianità e nella sempli-

Lucio Fontana Enrico Castellani

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A.M. Art è un progetto nuovissimo, difficile ed allo stesso tempo semplice da definire, dipende dai punti di vista. Iniziamo dalle presentazioni: Bianca e Christian 54 anni in due, io con una laurea in Arte conseguita qualche anno fa al Dams di Bologna, appassionata del bello, attratta soprattutto da ciò che non capisco e che innesca in me un’irrefrenabile voglia di comprendere, di arrivare al nocciolo delle cose. Lui una inclinazione particolare per il mercato dell’arte e per la ricerca metodica e precisa degli artisti su cui scommettere. Da questo connubio tra attrazione, conoscenza artistica e valore di mercato, nasce la scelta delle opere da comprare e degli artisti

Dadamaino da proporre. Le nostre preferenze, per il momento, si rivolgono agli artisti contemporanei che hanno già conquistato pagine nei libri di Storia dell’Arte, anche se questo non significa voler sminuire i molti che, invece, non ci sono ancora. La nostra scelta si basa semplicemente su un giudizio di gusto che esclude gli artisti poveri di contenuti, spalleggiati da una fetta di critica attenta soltanto a “partorire” neologismi di difficile comprensione ed allo stesso tempo ancella di fenomeni legati alla moda del momento. Escludendo, quindi, il “tanto fumo e poco arrosto” e, credendo che l’Arte debba essere per tutti e non solo per una classe elitaria, abbiamo deciso di creare con

Vincenzo Agnetti Emilio Isgrò Gianni Bertini Marco Gastini Claudio Olivieri Valentino Vago Claudio Verna Riccardo Guarneri Jorrit Tornquist Paolo Masi Gianfranco Baruchello Sergio Sarri Giangiacomo Spadari Paolo Baratella Fernando De Filippi


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cità di portare avanti le nostre idee. Il maggior rammarico è la chiusura dell’ambiente in cui gravitano molte gallerie, chiuse nel loro guscio, quando, invece, il segreto per portare in alto l’arte, soprattutto quella italiana ancora in secondo piano a livello mondiale, è nascosto nella collaborazione. Tessendo una trama ricca di rapporti, riusciremmo a dare agli artisti delle basi più solide alle quali affidare le proposte artistiche e sosterremmo delle spese inferiori per promuovere mostre, cataloghi e altro. Non siamo due spiriti liberi, ma due persone che non vanno molto d’accordo con le chiusure, infatti, la nostra attività non dispone di uno spazio fisso ben definito, ma si sposta nei locali espositivi delle fiere, in modo tale da essere noi ad andare in-

contro ai nostri collezionisti e non viceversa. Se, come noi, privilegiate i quadri senza cornice, liberi di interagire in modo diretto con l’ambiente circostante, 10 A.M. Art è lo spazio che fa per voi... un consiglio, lasciate a casa la cravatta, noi non vi guarderemo dall’alto in basso e qui al Forte fa caldo!

1) Claudio Olivieri “Senza Titolo”, 1970 Olio su tela, 140x200 cm. 2)

Lucio Fontana “Concetto spaziale”, 1959 Buchi su lamina d’alluminio, 12,5x9,5 cm.

3)

Enrico Castellani “Senza titolo”, 1966 Smalto su cartoncino estroflesso, 30x30 cm.

4) Gianni Bertini “Le Compagnon Dulysse”, 1957 Olio su tela, 81,5x61 cm.

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70 OTTICA LUCHETTI

DA QUEL NARCISO VIENE L’OTTICA LUCHETTI

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adre e figli, tutti fieri di portare avanti un’attività da generazioni, di essere rimasti tra i pochissimi che non vengono da altre località, non sono catene di grandi firme, ma hanno messo su con pazienza e passione un esercizio commerciale che è anche una professione. Sempre lì, nello stesso punto centrale di Forte dei Marmi, dove il nonno, venuto da Firenze con al collo la sua preziosa compagna, la macchina fotografica, aveva deciso di stabilirsi. L’ottica Luchetti viene dunque da quel Narciso che nel 1920 approda sulle spiagge delle Versilia per fotografare la famiglia Agnelli, la principessa del Belgio, i vip che già frequentavano questi posti.

La stagione va bene ed ecco il primo negozietto di fotografo, nel quale con una semplice licenza si vendono anche gli occhiali, e poi i tre figli. Piero, il terzogenito, studia davvero come ottico e nel 1957 comincia l’attività: occhiali da vista. Quando il vecchio palazzo denominato “l’arca” viene ristrutturato e venduto all’Ina, Luchetti esercita il diritto di prelazione e rimane, radicato al suo territorio. “All’epoca vendevo anche macchine fotografiche – racconta – ma poi divenne un commercio difficile, non si poteva competere con i grandi gruppi di acquisto, quindi mi concentrai solo sull’ottica. Il lavoro andava bene e ho avuto anche clienti famosi

che approfittavano proprio del periodo di vacanza per farsi gli occhiali. Qualche nome? Mina, il professor Cocchi, lo scultore Henry Moore e tanti altri”. Anche Massimo e Maurizio, i figli di Piero frequentano la scuola di optometria e ottica e così rilevano l’attività che nel frattempo si è ingrandita ed ha trovato un altro sbocco negli occhiali da sole. “Il lavoro invernale con i residenti in effetti è diminuito – spiega Piero Luchetti – perché sono proprio diminuiti i residenti a Forte dei Marmi che sono andati a vivere nell’interno. Sono subentrate le firme anche negli occhiali; noi conserviamo comunque una clientela affe-


71 OTTICA LUCHETTI

zionata e non ci lamentiamo, avendo privilegiato la qualità. Seguiamo il cliente passo passo nelle sue esigenze, conquistando la sua fiducia”. Proprio per adattarsi al cambiamento dei tempi dodici anni fa nasce Sunpoint, un altro punto vendita di fronte al negozio tradizionale, dedicato agli occhiali da sole e gestito tipo self-service. “La passione per l’ottica – confessa il figlio Massimo nel Sunpoint – mi è venuta dopo che ho dovuto abbandonare il mondo

del calcio. Io e mio fratello abbiamo sempre vissuto in un negozio di occhiali, giocavamo sul marciapiede qui di fronte, ed era naturale che diventasse il nostro lavoro, dal 1990. I cambiamenti in questi anni sono stati notevoli: basti pensare che le marche prima erano tre: Rayban, Lozza e Persol, poi tutte le firme si sono buttate negli occhiali ed è stato un buon viatico per aumentare le vendite”. E adesso, in tempi di crisi? “Ci stiamo orientando di nuovo

verso il minimale, diminuendo l’ostentazione delle firme. La collezione Forte People che abbiamo lanciato in primavera va in questa direzione: un prodotto che rappresenta la nostra azienda, la semplicità dal lavoro, l’artigianalità, un occhiale capace di stilizzare la nostra storia e quella del paese che amiamo, Forte dei Marmi”. Una parte del ricavato degli occhiali Forte People andrà all’associazione ABC che si occupa di bambini cerebrolesi.


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GALLERIA d’arte ARENA

di Wanda Albanese De Leo e Domenico Arena - Reggio Calabria

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a tradizione artistica della famiglia Arena, titolare della galleria a Reggio Calabria, ha radici di oltre mezzo secolo. I genitori del titolare, infatti, allestirono uno spazio espositivo a Villa San Giovanni, spazio tuttora esistente. La galleria Arena, oggi, si qualifica come uno spazio versatile, aperto a proposte di arte figurativa che rappresenta la vera passione dei titolari. In una città come Reggio, l’Arena si propone come un vero proprio punto di riferimento per una clientela raffinata e amante dell’arte e di tutto ciò che è bello. Le opere della collezione spaziano tra i nomi più prestigiosi dell’arte contemporanea, confer1

mando la vocazione dei responsabili ad inseguire l’arte di qualità oltre gli stretti confini della provincia, fino ad arrivare nei circuiti nazionali culturalmente privilegiati. I galleristi, in questo spazio, fanno sentire il visitatore a proprio agio, come se qui fossimo di casa. Dipinti di grande impatto visivo: Silvestro Pistolesi, Claudio Malacarne, Doina Botez, Marco Tamburro, Domenico Monteforte, accanto a nomi come Baj, Norberto, Fiume, Possenti, Michele Cascella. Gli stessi nomi li possiamo trovare negli stand della Fiera dell’arte di Forte dei Marmi, dove l’accurata selezione delle opere ci permette di entrare dentro ad uno spazio carico di suggestioni. I proprietari raccontano della loro vita vissuta in mezzo all’arte, entrambi hanno coltivato la loro passione fin da giovanissimi, quasi un’attrazione fatale per entrambi, che li ha guidati

nella ricerca di artisti di talento, alla scoperta di un mondo affascinante. L’esperienza di gallerista, iniziata negli anni Sessanta, ha condotto Domenico Arena ad intrattenere rapporti di amicizia, oltre che di lavoro, con artisti e giornalisti di rilievo. Fondamentale in questo senso l’incontro con Minguzzi. In quegli anni, in Italia, si respirava un clima particolare, la penisola era un luogo straordinario, dove potevi imbatterti ogni giorno in personaggi interessanti o ignoti artisti che sarebbero diventati famosi di lì a qualche anno o forse mai. Insomma, un luogo di ricerca, di continue trasformazioni, un punto di riferimento per la cultura nazionale. Entrambi sono nati in famiglie di collezionisti, sono esperti nell’individuare artisti promettenti: le tecniche raffinate, lo studio preparatorio attento, la sensibilità, sono alcuni dei requisiti che, quando ci sono, permetto2


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no di riconoscere un vero talento. Amalgamando gusti diversi e affinità culturali, tradizione e innovazione, sono riusciti a mettere insieme una buona collezione che spazia da Aldo Riso a Salvatore Fiume, passando attraverso Antonio Possenti, Norberto, Mino Maccari, Enrico Baj, e molti altri. La scelta della galleria punta sul figurativo, con una predilezione per quegli artisti che hanno saputo trattare il paesaggio, la figura umana carica di intensità , qualità che sono proprie della tradizione italiana. Il gallerista attento, quale appunto sono Domenico e Wanda, deve essere flessibile ma sicuro dei suggerimenti da proporre al collezionista, che si dimostra aggiornato sulle ultime tendenze, informato sull’investimento da fare, con un’ampia scelta orientata su artisti emergenti e figurativi. La considerazione più importan5

te è legata all’immagine che si vuole proporre del proprio spazio espositivo, che qui si configura come area a disposizione di tutte le manifestazioni culturali, un luogo propositivo, d’incontro e confronto.

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1) Michele Cascella “Portofino” Olio su tela, 60x40 cm. 2) Salvatore Fiume “Figure a cavallo” 55x35 cm. 3) Claudio Malacarne “L’ombra blu” 60x80 cm. 4) Enrico Baj “Diplomatico” Acrilico e collage su tela, 1965, 81x60 cm. 4) Norberto “Oro nel verde” 1965, 80x40 cm.


74 GALLERIA ARENA

LUCIANO DE LIBERATO

In occasione della presenza, per il secondo anno consecutivo, della galleria Arena alla Fiera di Forte dei Marmi, i titolari propongono al pubblico la mostra di Luciano De Liberato. L’artista inizia nel 1975 un percorso itinerante nell’arte, avviando una ricerca segnica intrisa di potenzialità linguistiche e psicologiche. Seguito dalla critica prestigiosa, (Lorenza Trucchi, Marcello Venturoli, Franco Solmi, Giuseppe Marchiori), viene presto consacrato come artista di livello nazionale con una personale nel 1978, alla Galleria Artivisive a Roma, voluta da Filiberto Menna e presentata da Maurizio Fagiolo dell’Arco. Negli anni ottanta lavora a Roma, dove frequenta artisti e critici di grande spessore, quali Burri, Schifano, Dorazio, Emblema, Verna, Crispolti, Lambertini, Mussa. Nuovi cicli si aprono e si concludono. Dopo le Trame - Sudari, dopo i poetici e concettuali

“Neri”, scopre l’utilizzo di materie colorate, come nel ciclo dei “Cotoni” (1981-1986) che per l’innovazione formale e linguistica ottengono il favore assoluto della critica e del mercato anche internazionale ad Art Basel nel 1983 e 1984. Nei primi anni ‘90 nascono i territori della memoria. Cicli pittorici quali “Genesi”, “Le fabbriche del sogno”, “Architetture solari”, “Le case segrete”, intense e suggestive visioni di un reale fantastico, filtrate dall’emozione dell’esistenza. Nel 1994 approda al definitivo possesso di un linguaggio unico e personalissimo, quando il suo segno con una tecnica imitativa del reale, assume fisicità, diviene fettuccia e si aggroviglia in matasse policrome. Nel 1996 tende le fettucce su strutture di telai

con la nascita del nuovo ciclo dei “Nodi”. Dal 2004 il contatto con le tecnologie del computer diviene un evento stimolante. Si immerge in un nuovo ciclo, i “Labirinti”, che attraversando i successivi “Giro in tondo” nel 2005 e “Mappe” nel 2006, riemergono prepotentemente nel 2007 con nuove e più intense strutturazioni sfociate poi nel 2008 nel ciclo “Circuiti-robots-chips”. Per l’attività recente maturata nel dialogo con il computer, nel 2008 e nei primi mesi del 2009, RAI 1, RAI 3 e RAI Educational 2 hanno dedicato vari servizi al suo lavoro, nei programmi Art News e The Making of con l’esecuzione di un’opera in esclusiva. La critica più recente ha dedicato ampio spazio a 1


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De Liberato. In particolare Gabriele Simongini, nel gennaio 2009, lo descrive come il pittore cibernetico dal cuore antico. “...Ma oggi pochissimi artisti italiani e forse internazionali possono vantare un’intensità pari a quella raggiunta da De Liberato, attraverso una riflessione quanto mai sintonizzata sullo spirito della nostra epoca, un’indubbia sapienza tecnica, una mirabile sintesi compositiva, un perentorio fulgore del colore e una visionaria potenza d’impatto dell’immagine...uno splendore pienamente contemporaneo, anche nella sua seducente, impenetrabile e smagliante levigatezza oggettuale, quasi fosse il prodotto di un cyberpittore del futuro arricchito però da un cuore antico. Ne sono emblema i suoi colori così radicati nello status della percezione attuale, ma anche sontuosamente carichi di risonanze provenienti da un passato continuamente in divenire, continuamente ripensato, ricreato e reinventato dal nostro artista … la via percorsa da De Liberato è sempre più solitaria ma colma di

ammirevole audacia, quella dei veri sperimentatori che con fiera consapevolezza hanno ricevuto la fiaccola della pittura dai loro migliori predecessori per ravvivarla e consegnarla agli artisti autentici dell’avvenire”. I titolari della galleria Arena, affascinati dalla sua arte, compresa in una logica matematica che innerva tutta la sua produzione si rendono promotori, in occasione della Fiera di Forte dei Marmi, di iniziative atte a far conoscere e valorizzare l’autore. La via che De Liberato intraprende è, ogni volta, differente sia che operi sulle trame dei tessuti, sulle fettucce che si aggrovigliano in matasse policrome, sia sulle mappe o sui circuiti tecnologici. Osservare una mappa è simile all’intraprendere un viaggio nelle illusioni ottiche policrome, dove le forme producono superfici dinamiche in un gioco apparentemente tridimensionale. I lavori di Luciano De Liberato esprimono l’ideale sintesi tra design, grafica, architettura e poesia. È come volare e scoprire dall’alto immagini di realtà

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diverse. La vita di tutti i giorni, evocata negli agglomerati urbani, rivela un gioco di intrecci tra dimensione mentale e sensibile. La luce del sole è l’oro, conquista le superfici dove gli uomini cercano di sfuggire gli ambiti drammatici della solitudine e della fragilità, inseguendo idealmente la perfezione e la bellezza dell’arte: è la vita. Una mappa è un viaggio, è volare, è sognare.

Luciano De Liberato 1) “Mappa n°11 Birmingham” 2006 - 100x80 cm. 2) “Mappa 14” 2006 - 70x70 cm. 3) “Labirinto 28” 2007 - 70x70 cm.

Arena Galleria d’Arte di Arena Arch. Domenico Via Osanna, 59 - 89125 Reggio Calabria Tel. e Fax 0965 893707 website: www.galleriaarena.com info@galleriaarena.com

Stand 30-34


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77 BOTTEGA DEI VAGERI

INCONTRO CON FLAVIO DEL PISTOIA

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n gioventù avevo ereditato da Krimer, scrittore, giornalista, pittore e critico d’arte, la Galleria d’arte “Bottega dei Vageri” da lui fondata e diretta con professionalità e sensibilità, poi per motivi personali ho dovuto chiudere la Galleria ripromettendomi di riaprirla quando mi fossi trovato nelle condizioni di poterla gestire. Infatti nel 2006 ho riaperto la Galleria d’arte nella sede attuale di Via Aurelia Nord a Viareggio. La Galleria è frequentata da un pubblico vario di età media, persone che amano la pittura e in essa cercano stimoli per evadere, anche per poco, dal quotidiano grigiore della vita di tutti i giorni. Da quando ho riaperto la Galleria ho privilegiato gli artisti locali, perché ritenevo e ritengo opportuno rinverdire l’arte ver1

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siliese che merita un profondo rispetto. L’arte è lo specchio della società, per cui la Galleria è in fase di trasformazione culturale e quindi, senza rinnegare il passato, si guarda al futuro, con artisti che provengono da altre zone, purché abbiano talento e innovazione. Come risponde il pubblico alle proposte più all’avanguardia? Le proposte di avanguardia sono apprezzate soprattutto dai giovani che prediligono tutto ciò che rappresenta il loro mondo e la loro quotidianità. Che importanza ha avuto la critica d’arte in passato rispetto ad oggi? La critica d’arte è importante purché sia fatta con spontaneità e non con frasi fatte che si adattano a qualsiasi artista e a qualsiasi tendenza.

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78 bottega dei vageri

Certamente una critica ben fatta influenza il mercato, ma oggi il mercato dell’arte è piuttosto fermo, indebolito da una società che ha bisogno di stimoli per crescere e ritrovare un giusto equilibrio tra i bisogni pratici della vita e i bisogni altrettanto importanti della ricerca interiore. A mio giudizio il Paese con la produzione artistica migliore è l’Italia dove però cultura e arte non vanno di pari passo: l’arte è un dono di nascita, la cultura si impara. Quale mostra Le ha dato maggiori soddisfazioni? La Mostra che mi ha dato le maggiori soddisfazioni? La prossima che organizzerò! Per l’entusiasmo che sempre mi accompagna nel periodo che precede l’evento. Crede nella Fiera dell’Arte di Forte dei Marmi? La Fiera dell’Arte che viene allestita a Forte dei Marmi mi sembra una buona occasione per attrarre un pubblico numeroso:

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importanti i nomi degli artisti e adatta la stagione per una località turistica frequentata da una clientela di ceto medio-alto. LORENZO VIANI Pittore e scrittore, nasce a Viareggio nel 1882 e muore prematuramente ad Ostia nel 1936, mentre esegue gli affrechi per il Collegio degli Orfani del Mare. Autodidatta, per un certo periodo allievo di P. Nomellini e di G. Fattori, dopo il soggiorno parigino del 1908-9, passa da un primo realismo sociale intriso di umori tardo-simbolisti ad un postimpressionismo d’intonazione fauve e già pervaso della sia originale cifra espressionista (Autoritratto, 1910-12). Anarchico, a partire dagli anni ‘10, esegue il ciclo delle grandi opere nelle quali trasfigura il suo universo dei diseredati (Benedizione dei morti del mare, 1914-16): tutta la brutalità del suo secolo, religiosamente denunciata e proiettata sulla violenza planetaria

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del nostro. La lingua del poeta, romanziere, letterato e del giornalista si forgia con la stessa scevra tensione della sua pittura. RENATO SANTINI Nasce a Viareggio nel 1912 da famiglia operaia. Autodidatta, a soli 11 anni intraprende il mestiere di imbianchino alternandolo al disegno e alla pittura. Conosce poi i Capannoni del carnevale di Viareggio. Nel 1926 incontra Lorenzo Viani e ne diviene l’allievo prediletto. Nel ‘34


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l’opera Donne di marinai viene acquistata dal Museo d’Arte Moderna di palazzo Pitti. È presente alle quadriennali di Roma nel ‘43, ‘55, ‘59, ‘65. Dopo la lezione espressionista vianesca approda ad un realismo esistenziale aperto agli influssi espressionisti di Sutherland e di Bacon, restando più fedelmente aderente alla sua realtà viareggina: (il volto dell’uomo, il dialogo col silenzio del mare, il mondo delle maschere sconvolte, l’ossame derelitto dei suoi straccali).

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Flavio Del Pistoia 1) “Sabato notte” Tecnica mista, 60x40 cm. 2) “Spettatori” Tecnica mista, 125x102 cm. 3) “Speriamo un bene” Tecnica mista, 60x40 cm. Lorenzo Viani 4) “Donne sul mare” Olio su compensato, 100x70 cm. 5) “Studio per la peste a Lucca” Carboncino su cartone, 70x100 cm. Renato Santini 6) “Maternità” Olio su tela, 60x40 cm. 7) “Straccali sulla spiaggia” Olio su tela, 60x80 cm.

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Bottega dei Vageri Via Aurelia Nord, 112 55049 Viareggio (Lu) Tel. e Fax 0584 963386 Cell. 335 6889546 website: www.bottegadeivageri.it

Stand 21-22


Associazione Culturale BOTTEGA DEI VAGERI

Flavio Del Pistoia

Del Pistoia - “Spettatori” - Tecnica mista 125x102 cm.

Bottega dei Vageri Via Aurelia Nord, 112 - 55049 Viareggio (Lu) Tel. e Fax 0584 963386 - Cell. 335 6889546 - www.bottegadeivageri.it


81 centro arti visive pietrasanta

Fare arte, fra memoria locale e visione globale di Alessandro Romanini

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el gennaio 2010 vedrà la luce il Centro Arti Visive di Pietrasanta (C.A.V.P.). Nato da un programma pluriennale del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca teso a favorire l’alta formazione artistica di fascia post-universitaria, ha trovato il pieno appoggio e la fattiva collaborazione dell’amministrazione comunale di Pietrasanta. Le operazioni coordinate dall’Assessore alla Cultura Daniele Spina hanno reso possibile la disponibilità dello storico Convento di San Francesco, che sarà adibito all’ospitalità dei 50 studenti internazionali provvedendo ai lavori di riconversione e alle infrastrutture tecniche, abbinando a questo la disponibilità di laboratori tecnici e aule didattiche funzionali dislocate sul territorio. L’Accademia di Belle Arti di Carrara ha contribuito in maniera determinante fornendo il know how didattico-pedagogico, coordinando la struttura di docenza e tessendo la fitta rete internazionale di relazioni artistico-scientifiche strumentali al funzionamento del Centro. Tra i partner istituzionali di prestigio spicca l’Università degli Studi di Pisa. Il percorso didattico del C.A.V.P., primo centro della comunità europea dedicato alla formazione post-laurea in arti visive, si modella sull’idea centrale del disegno, concepita dall’artista Omar

Galliani, che sarà anche la figura di rappresentanza dell’istituzione. Disegno inteso in un’accezione ampia di progettualità, che coinvolge le discipline artistiche nel loro complesso (design, pittura, architettura, arti plastiche e multimediali, arte pubblica, design urbanistico e ambientale) e le relazioni con la tecnologia. Il corso di master biennale, prevede 25 iscritti all’anno, in possesso di laurea di primo livello in discipline artistiche, selezionati attraverso un bando internazionale, sulla base del curriculum e delle capacità di elaborazione artistica e teorica documentate, a cui sarà offerta la residenzialità nel Centro. La struttura d’insegnamento intende rispondere all’improrogabile esigenza di adattamento della didattica artistica alle complesse evoluzioni dei linguaggi creativi contemporanei e alle connesse modificazioni del mercato del lavoro. Esigenza manifestata a più riprese nel dibattito culturale contemporaneo, a partire dal Bauhaus per arrivare a Daniel Birnbaum, curatore dell’edizione 2009 della Biennale di Venezia e direttore della prestigiosa Staedelschule di Francoforte. I docenti, artisti, architetti, designer, curatori e professionisti del settore artistico, tutti di chiara fama internazionale, invitati con la formula del visiting professor,

condurranno un modulo didattico teso a fornire principi teorici e pratici per l’ideazione e realizzazione di progetti artistici e condivideranno con lo studente le varie fasi di elaborazione. I titoli di master rilasciati al termine del percorso biennale sono due: oltre a quello in arti visive verrà rilasciato un titolo di master in conservazione, manutenzione e restauro dell’arte contemporanea. Tra le numerose città candidate ad accogliere il centro, la scelta è caduta su Pietrasanta in virtù della secolare tradizione artistica e soprattutto grazie al radicamento della filiera di produzione artistica con il tessuto territoriale. Il Centro vivrà all’insegna di un binomio, costituito da una parte dal radicamento locale al comprensorio, espressione della tecnica e dell’”intelligenza delle mani” (i laboratori, artigiani e professionisti) e dall’altra in una dimensione estremamente globale dovuta alle relazioni internazionali con centri di formazione d’eccellenza e istituzioni museali e la comunità cosmopolita di artisti, curatori e creativi in genere.


82 ROBERTO COMELLI

Roberto Comelli Ritratto d’artista

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i sembra che Comelli non sia tra coloro che propongono un ritorno al tema naturalistico, da sempre oggetto di interesse nell’arte, così come il suo non è uno sguardo incantato, poiché, se è vero come ha sostenuto qualche critico, che qui si esibisce il sentimento della natura, è altrettanto vero che questa natura contemporanea non possiede più nulla di idilliaco. Non credo, quindi, Comelli interessato a questo genere d’esperienza, trasognato interprete della natura felix. L’arte, infatti, vive in 2

ragione di una ricerca di senso, non solo del fatto estetico in sé, quanto del significato più ampio relativo al “funzionamento” del meccanismo artistico, capace di trasferire significati dal piano soggettivo a quello collettivo. L’autore sostituisce la tradizionale visione prospettica, mantenendo saldi i caratteri essenziali dell’arte e utilizzando il colore come mezzo espressivo fondamentale; trasmuta il piano bidimensionale in tridimensionale con una tecnica innovativa. Il supporto pitto-

rico usato è, infatti, una lastra di plexiglass, oppure pellicole trasparenti dove la scomposizione cromatica si realizza nel momento in cui sono necessari passaggi successivi di colore per arrivare allo stadio finale. Ogni stadio intermedio contiene, infatti, solo una parte dell’immagine, frammenti della figura completa che pertanto ha bisogno di altre integrazioni, sovrapposizioni. Il risultato è di grande effetto scenografico, anche in ragione della posizione dell’osservatore rispetto al quadro, ma soprattutto della luce che influenza la percezione dei colori. Il senso del movimento è determinato dalle forme che si “sfaldano”, dalla “scomposizione” del colore steso su più piani trasparenti, determinando una visione tridimensionale, “mossa”, che suggerisce una realtà cangiante in continua trasformazione. Questo aspetto tecnico, l’abilità del “fare” collocano Comelli nell’ambito della ricerca contemporanea, in quell’ottica che ha attribuito nuova dignità di senso al lavoro artigianale e vicino ad esperienze che guardano alla struttura della percezione visiva, piuttosto che rivolgere l’interesse al soggetto.

1)

“Can, can!”, 2009 Olio su pellicola, 110x70 cm. Tre superfici a completamento della scomposizione visiva

2) Scomposizione visiva dell’opera “Can, can!”


Via Italico, 3 - Forte dei Marmi (Lu) Tel. 0584 89323 - Fax 0584 83141


84 cavana arte contemporanea

CAVANA ARTE CONTEMPORANEA LA SPEZIA

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avana arte contemporanea è una nuova Galleria spezzina situata nel centro della città. Si occupa di arte moderna e contemporanea, abbracciando tutto il periodo dagli anni ‘50 a oggi e agendo quindi in un panorama che spazia dall’arte moderna al contemporaneo storicizzato e ancora alle nuove proposte degli ultimi anni. Fondata da Luca Cavana, la galleria mette a frutto il suo percorso decennale nel campo, prima come collezionista e poi come direttore di un precedente spazio espositivo. Nella sua strategia di mercato sono compresi la realizzazione di eventi temporanei per la presentazione di nuove opere e di nuovi artisti, un ricco calendario di fiere nazionali e un servizio di consulenza, oltre a una continua ricerca di nuove proposte da

presentare nello spazio espositivo, reperimenti di lavori specifici e una costruzione mirata e studiata per la nascita di nuove collezioni. Il corpus di nomi trattati dalla galleria ha una base internazionale e presenta artisti del calibro di Georges Mathieu, Jean

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Fautrier, Gerard Schneider. Tutto questo senza mai scordare la nostra storia dell’arte nazionale, da Emilio Scanavino a Roberto Crippa, passando per i nomi della Pop Art italiana, tra cui Tano Festa e Concetto Pozzati e della pittura Analitica, come Pino Pinelli. Un punto fermo della galleria resta comunque la voglia di ricerca. Questa si svolge, da un lato, come ricerca di nuovi nomi dell’arte contemporanea, come la mostra di Alfredo Rapetti e Tamara Repetto che si terrà ad Ottobre di quest’anno in occasione della giornata del contemporaneo. Dall’altro lato, la galleria si occupa di un costante lavoro di studio su quei nomi che appartengono ad un’arte già storicizzata, ma il cui valore sul mercato è sul punto di essere scoperto, promettendo rapide crescite nel giro di poche stagioni.


85 cavana arte contemporanea

2 1) Georges Mathieu Tecnica mista su carta, 1965 - 56x76 cm.

Scopo della galleria è dunque quello di costituirsi come punto di riferimento nazionale per un collezionismo consapevole, lavorando su un tipo di ricerca che abbraccia sia la critica d’arte e il percorso concettuale del secolo scorso, sia una politica di presenza e crescita sul mercato e sull’economia dell’arte.

Cavana Arte Contemporanea Via V. Gioberti, 52 19121 La Spezia Cell. 0039 347 8601207 info@cavana.it

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Artisti presenti in fiera

2) Paul Jenkins “Phenomena Cardinal Through”, 1975 Acrilico su tela, 60x75 cm. 3) Tamara Repetto “Mon cadeau”, 2008 Tecnica mista plexiglass neon saponette - 40x40 cm.

Robert Carroll, Hans Hartung, Gerard Schneider, Georges Mathieu, Jean Fautrier, Paul Jenkins, Ladislas Kijno, Bernard Aubertin, Roberto Crippa, Gianni Dova, Emilio Scanavino, Pino Pinelli, Tamara Repetto, Alfredo Rapetti. 3


87 GALLERIA D’ARTE VERADOCCI

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GALLERIA D’ARTE VERADOCCI FORTE DEI MARMI

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a Galleria VERADOCCI è attiva dal 2000. La sede principale di Forte dei Marmi, in Piazza Marconi 3/c, ha presentato regolarmente delle mostre personali e delle esposizioni collettive dei Maestri del Novecento italiano ed internazionale. Nel corso di questi quattro anni sono state organizzate delle mostre personali di Lorenzo Malfatti, Mimmo Paladino, Andy Warhol , Piero Dorazio . Nel 2004, la Galleria si è trasfe-

rita nella nuova sede, sempre su Piazza Marconi , al civico 4/a e 4/b, inaugurata con la mostra “La luce della luce” di Piero Dorazio. Nel 2008 la Galleria presenta la mostra personale “New York Polaroid…..” di Maurizio Galimberti. L’attività espositiva della Galleria consiste nella esposizione annuale di opere scelte di autori italiani ed internazionali e in mostre antologiche. La Galleria è presente annual-

mente alle Fiere di arte contemporanea di Padova, Genova, Bergamo, Verona, Milano. Quando è nata l’idea di fondare una galleria? Nel 2000. Qual’era la situazione del mercato, quale pubblico frequentava la sua galleria? La situazione del mercato era buona e la mia Galleria era frequentata da collezionisti appassionati d’arte. Quali sono state le sue scel-


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te all’inizio? Quali artisti ha privilegiato? All’inizio avevo privilegiato l’arte moderna. Che cosa determinò quelle scelte? Furono scelte di mercato e richieste da parte dei collezionisti.

1) Accardi Caseina su tela, 24x38 cm. 2) Bonalumi “Rosso” Tela estroflessa e tempera vinilica, 100x70 cm. 3) Castellani “Sup. Bianca”, 1997 Tela estroflessa, 120x120 cm.

Artisti presenti in e in

Fiera

Galleria

Carla Accardi, Basaldella Afro, Alighiero Boetti, Agostino Bonalumi, Alberto Burri, Pier Paolo Calzolari, Giuseppe Capogrossi, Enrico Castellani, Sandro Chia, Christo, Nicola De Maria, Piero Dorazio, Maurizio Galimberti, Hans Hartung, George Mathieu, Nunzio, Mimmo Paladino, Emilio Scanavino, Giulio Turcato, Giuseppe Uncini, Victor Vasarely, Emilio Vedova, Gilberto Zorio.


89 GALLERIA D’ARTE VERADOCCI

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Quanto è importante per un gallerista conoscere la Storia dell’arte? È importante in quanto aiuta a conoscere le opere d’arte moderna e contemporanea. Quali sono stati gli artisti che ha maggiormente apprezzato pur non trattandoli nella sua

galleria? Rothko e Pollock. Come risponde il pubblico alle proposte più a l’avanguardia? Il collezionista italiano al contrario di quello straniero è molto più ponderato, riflessivo e attento all’approccio di proposte più

all’avanguardia. Che cosa apprezza di più in un lavoro d’artista, che sia commercialmente interessante, oppure le tecniche esecutive, l’idea originale? I materiali usati? (Anche se capisce che è poco commerciale?) L’idea originale.


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Che importanza ha avuto la critica d’arte in passato ( anni ‘80-’90) rispetto ad oggi? E’ stata molto importante e tenuta in considerazione, capace di creare e sostenere correnti artistiche. In che modo la critica influenza il mercato? Relativamente. Chi veramente influenza il mercato sono i galleristi e comunque ci vorrebbe l’uno e l’altro. Le piacerebbe aprire una galleria all’estero, magari in America o in Inghilterra? Si. Dove si trova il miglior mercato dell’arte attualmente? In Inghilterra. Quale considera essere il Paese con la produzione artistica

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qualitativamente migliore? L’Italia Cultura e arte vanno di pari passo, come siamo messi in Italia? Cultura e arte corrono su due binari paralleli molto vicini, ma che difficilmente si incontrano. Quale artista preferisce da sempre? J. Albers. Quale mostra le ha dato maggiori soddisfazioni? Piero Dorazio. Che cosa fa nel tempo libero? Mi occupo della mia giovane figlia e cerco di incrementare la mia collezione privata. Cosa pensa di Forte dei Marmi e della nuova Fiera dell’arte? Forte dei Marmi è sempre stata la culla dell’arte, dove molti artisti, in passato, hanno deciso di risiedere e produrre, quindi è giusto che venga rivalutata anche attraverso una Fiera dell’arte.

4) Hartung Olio su tela, 73,5x50 cm. 5) Mathieu “Anne de Bourbon”, 1961 Olio su tela, 81x131 cm. 6) Pomodoro “Sfera”, 2002 Bronzo, Ø 30 cm. 7) Vasarely “Thez”, 1970-73 Olio su tela, 80x80 cm.

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92 GALLERIA D’ARTE VERADOCCI

MAURIZIO GALIMBERTI Nato a Meda in provincia di Como nel 1956, Maurizio Galimberti esordisce utilizzando una fotocamera Widelux, maturando una peculiarità tecnica e stilistica con l’impiego a tutto campo della Polaroid, che utilizza dal 1983. Diventa ideatore e promotore di un nuovo movimento, Polaroid Pro Art, e conquistando nel 1992 il prestigioso “Gran Prix Kodak Pubblicità Italia”. Si definisce “istant artist” ma la sua fotografia, fatta di ritmo, di prospettive e di movimento, risente delle lezioni di Cubismo e Futurismo. Nel 1994 realizza il volume “POLAROID PRO ART”, e mediante questo lavoro acquista una notorietà internazionale. Grande sostenitore delle molteplici possibilità offerte dal mezzo fotografico, sperimentatore e autore di una fotografia manipolata “pittoricamente”, Galimberti è soprattutto noto e ricercato per i suoi ritratti, per gli scatti di architettura e paesaggio, eseguiti con la tecnica del “mosaico fo-

tografico”. Nel 1999 viene premiato come miglior ritrattista italiano dal mensile Class. Nel 2003 con il ritratto a Johnny Depp ottiene la copertina del prestigioso settimanale Times Magazine. Nel 2007 esce il Volume “ New York Polaroid” titolo della Mostra che viene realizzata presso la Galleria VERADOCCI di Forte di Marmi dal 19 luglio 2008 al 3 agosto 2008 con trenta opere scelte tra mosaici, lambda e polaroid, tutte pubblicate nel Volume sopra citato.

Maurizio Galimberti 1) “Red Park” Polaroid a mosaico, 84x20 cm. 1) “White...” Polaroid a mosaico, 84x97 cm.

VERADOCCI Galleria d’arte Piazza Marconi 4/a 55042 Forte dei Marmi ( Lu ) Tel. e Fax 0584/784390 www.veradocci.com - veradocci@gmail.com Tel. in Fiera: 340/0883270

Stand 26-27-32-33


93 CICLI BENDINI

Cicli Bendini, La BICI AL FORTE

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a passione per le biciclette si tramanda di padre in figlio, di nonno in nipote. E a sentir parlare Franco Capovani delle sue ‘creature’ a due ruote, a vederlo muoversi in negozio, si intravede la passione del nonno Alfredo, meccanico dei ‘gioielli’ di Umberto Dei e da lui soprannominato appunto “Bendini”. I cicli Bendini sulla via Provinciale di Forte dei Marmi sono ancora oggi un punto di riferimento per gli amanti delle due ruote, o sarebbe meglio dire per i collezionisti di meraviglie meccaniche. Il negozio nasce nel 1945, dopo che Alfredo Capovani ha imparato tutti i segreti come apprendista nel primo negozio di biciclette di Forte dei Marmi, quello di Pietro Galleni. Qui Capovani ha conosciuto Umberto Dei e ne è nato un sodalizio che ancora dura tra la Dei e i cicli Bendini.

“L’interesse per la bicicletta è sicuramente in ripresa - spiega il titolare Franco - e per noi esiste una tradizione di famiglia anche tra gli acquirenti: le biciclette Dei si tramandano di padre in figlio. Sono certificate, registrate in un’anagrafe, spesso si devono prenotare un anno prima per averle in tempo. Proprio a Forte dei Marmi il 7 giugno la casa presenta le sue collezioni 2009 e le tirature limitate per il nostro negozio nelle varianti Regale titanio e Regale verde”. Veri e propri gioielli appunto, alcuni in versione d’epoca rivisitate con rifiniture uniche come quelle della selleria inglese Brooks England. Si può arrivare alla Portofino, telaio in titanio, selleria Drago, sfiorando i dodicimila euro. Il ministro Matteoli, l’ex-ministro Lunardi sono solo due tra i nomi illustri che si servono da Bendini.

Nel negozio anche biciclette per bambini. “Tutto ciò che è classico dal bambino all’adulto da noi si trova dice Capovani - e abbiamo notato che le biciclette molto belle interessano più agli uomini che alle donne. Le donne cercano più una bicicletta da lavoro, per fare commissioni, per gli uomini invece anche la bicicletta può essere un modo per farsi notare”. Status symbol a due ruote? Sicuramente su biciclette di tale eleganza e prestigio diventa difficile passare inosservati!


Restaurant - lounge bar

Viale Italico, 7 - Forte dei Marmi (Lu) - Tel. 0584 82410


95 FANTASIO & JOE

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GALLERIA D’ARTE FANTASIO & JOE

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ntrando in questa storica galleria- atelier sembra di attraversare lo specchio di Alice: ci si lascia alle spalle una Lucca di stradine e mura medievali e ci si addentra in un mondo di contemporaneità vivace e colorata. Giovanni Possenti ci guida in un percorso che desta nel visitatore stupore e ammirazione,

fra i suoi bozzetti, i tavoli di lavoro pieni di vernici, pennelli e matite acquerellabili. La luce della porta-finestra filtra tra le opere degli artisti presenti in galleria. Raffaello Di Vecchio prende in considerazione l’attività ludico-ricreativa tipica del periodo

estivo: il cruciverba. La sua personale interpretazione sfida le caselle bianche e nere con l’ inserzione di coloratissime vocali e consonanti di legno, ritagliate in modo ironico e minuzioso. Un gioioso omaggio a tutti gli artisti che giocano con le parole e al grande Baccio Pontelli.


96 FANTASIO & JOE

Marco Saviozzi. Una diversa tecnica caratterizza le sue nuove proposte, dove i frammenti di improbabili tessuti – una vecchia tovaglia di plastica, asciugamani lisi, carta da parati – avvolgono queste tele-cuscino con ruvida amorevolezza. Giovanni Possenti. Un oceano di sensazioni, colori, sapori in delicate linee e toni color pastello compongono una complessa cosmogonia popolata da tarta-

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rughe marine, elefanti assorti, farfalle impalpabili e topi in trappola. Mirta Vignatti. Un giardino immaginario dove la pennellata variopinta lascia spazio a bambole con vaporosi vestiti floreali e tanti oggetti materializzati dal mondo dell’ infanzia: un logoro orsacchiotto, vecchie carriole, guantini colorati e tante piccole automobiline.

1) Giovanni Possenti “Pausa al circo” Olio su tavola, 30x40 cm. 2) Mirta Vignatti “I pensieri di Caterina” Acrilico su tela, 100x160 cm.

Fantasio & Joe Via S. Andrea, 11 - 55100 Lucca Tel. e Fax 0583 495679 e-mail: giovannipossenti@virgilio.it

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97 RISTORANTE LA BILANCIA

I Fratelli del Gusto… Ristorante La Bilancia, tipicità vera

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Fratelli del Gusto, parla Andrea Maggi, un oste moderno, tra tradizione ed innovazione «La mia filosofia nasce dalla mia storia: la costante ricerca dell’identità del territorio, sia nei prodotti gastronomici che in quelli enoici, deve essere riconosciuta nel singolo piatto e nel singolo abbinamento». Questa in sintesi l’idea che Andrea Maggi ha della sua ristorazione: un unicum anche Nel modo di vedere la sua figura di oste. «Io mi definisco sempre un oste, né un imprenditore del settore della gastronomia né un manager. Questo perché nei miei locali voglio portare tutta la mia passione per questo mondo, nata dall’esperienza, ma soprattutto del quotidiano scambio di impressioni con le persone che frequentano il mio locale. Non mi piace definirli clienti, ma “amici” con i quali fare un percorso culturale che vede nella gastronomia una risorsa antropologica». Ogni volta, infatti, che lo staff di Andrea e il fratello Stefano preparano ed insieme mettono in tavola un piatto, devono pensare al percorso che quegli ingredienti hanno effettuato ed alla loro riconoscibilità territoriale. Se da un lato l’aspetto enogastronomico si basa su questa filosofia; dall’altro anche il rapporto con le persone che frequentano il locale segue una particolare idea. «A me piace che i clienti possa-

no trovare in me una persona di fiducia alla quale rivolgersi per una cena particolare, un prodotto diverso, un desiderio enogastronomico che consenta loro di trascorrere una serata piacevole. Questo è lo stimolo costante che mi accompagna. Per poter offrire questo, inoltre, posso dire di svolgere anche una funzione di ricercatore». Andrea, infatti, si muove spesso, provando e degustando sempre alla ricerca di prodotti gastronomici e vini che appaghino la sua voglia di creare un percorso culturale nella gastronomia, sicuramente con un’attenzione particolare ai prodotti della Versilia e della Toscana, senza precludere la scoperta di quelli italiani ed esteri. «Sembrerò banale, ma la tipicità, quella vera, è la strada che seguo. Il percorso professionale

fatto mi stimola anche alla ricerca del particolare in sala. Non inseguo l’eleganza, ma il gusto, la corretta presentazione che faccia risaltare ciò che presentiamo nel piatto e nel bicchiere. Sono anche un simpatico rompiscatole che non serve e non fa servire un piatto senza prima le “doverose presentazioni”. Il mio desiderio più grande è che i miei clienti, oltre a soddisfare le papille gustative, rispettino e apprezzino il mio lavoro di ricerca ma soprattutto che comprendano cosa c’è dietro a un pesce pescato in mare, a un formaggio o a qualsiasi cosa che viene curata con amore e rispetto dell’ambiente e della natura». Andrea e Stefano sono lieti di accogliervi al: Ristorante La Bilancia, Piano del Quercione Massarosa, tel. 0584 937363.


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IMAGO ART GALLERY - LONDRA N

el 2007 la IMAGO ART GALLERY ha aperto la sua sede nel cuore di Londra con l’obiettivo di diventare un punto focale per l’Arte Italiana in una città che da molti anni è punto di riferimento e crocevia per le principali correnti artistiche mondiali. La Galleria è il frutto di un progetto di Daniele Pescali, ultimo e più giovane rappresentante di una importante famiglia di collezionisti ed Art Dealers, e di sua moglie Elisabetta Tremolada Pescali. Infatti non si propone solamente di continuare l’importante tradizione familiare che da tre generazioni opera nel settore

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dell’Arte Moderna, con particolare riferimento al ‘900 italiano ed internazionale, ma di focalizzare la sua attenzione anche sul panorama contemporaneo ed in particolare su quei giovani artisti italiani ed Internazionali, destinati a diventare i Maestri del futuro. La sede di IMAGO ART GALLERY è situata al numero 4 di Clifford Street, in un palazzo di epoca Georgiana nel cuore del quartiere di Mayfair, già area privilegiata nel settore dell’Arte in quanto sede delle più importanti Gallerie inglesi ed internazionali. Spazi intimi e luminosi restaurati con la volontà di mantenere il carattere originario di 2

un edificio storico inglese, ed impreziositi dalla cura tipicamente italiana per il dattaglio, offrono ai Visitatori un’esperienza unica per la visione della grande Arte Italiana a Londra. PROGRAMMA ESPOSIZIONI 2008\2009: Lucio Fontana (Beyond Space ) - 1906 - 2008 One Century of Italian Art, - Pugliese, 2010 - Enrico Ghinato. In occasione della fiera Arteforte, la Galleria è lieta di presentare una selezione dei suoi Artisti Moderni quali Giorgio Morandi, Lucio Fontana, Alberto Burri, Piero Manzoni. Particolare attenzione verrà dedicata al settore Contemporaneo in riferimento ai Maestri Rinaldo Bigi e


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Matteo Pugliese. Lo stand sarà riconoscibile per la particolare colorazione in Nero delle pareti, divenuta ormai caratteristica dell’immagine della Galleria nelle fiere d’Arte Nazionali ed Internazionali. Per quanto riguarda Il Maestro Rinaldo Bigi, verranno esposte una serie di Opere in marmo, bronzo e terracotta unitamente ad una selezione di grandi tele al fine di ripercorrere la varietà della sua produzione artistica. Nato nel 1942 ha iniziato ad esporre fin dal 1971 con impor-

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tanti gallerie quali Marisa del Re Gallery di New York, Yeh Gallery di Seoul, Twee Paween all’Aia, dedicandosi parallelamente ad importanti progetti pubblici in Germania, Corea ed Italia. Oltre alla partecipazione a molte importanti collettive tra cui ONE CENTURY OF ITALIAN ART curato dalla IMAGO ART GALLERY a Londra ed il progetto itinerante “Illuminazioni” curato dalla fondazione Guggenheim, oggi alcune delle sue grandi opere sono posizionate in permanente sul territorio

IMAGO ART GALLERY Sezione Arte Contemporanea A. Algardi R. Bigi S. Bocchi R. Ciaccio P. Giordano E. Ghinato R. Gusmaroli S. Nikolic C. Pintaldi M. Pugliese A. Stucchi 6

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IMAGO ART GALLERY Sezione Arte Moderna: G. Balla U. Boccioni F. Botero A. Burri F. Casorati M. Campigli M. Chagall G. De Chirico N. De Maria L. Fontana J. Kounellis E. & Y. Kabakov O. Licini P. Manzoni G. Manzù M. Marini A. Modigliani G. Morandi E. Morlotti U. Oppi P. Picasso A. Renoir Salvo G. Severini A. Soffici A. Tapies

PARTECIPAZIONE A FIERE 2007/2008/2009: Art Verona (Verona); MiArt (Milano); Artefiera (Bologna); BAF (Bergamo); ARCO (Madrid); KunstArt (Bolzano)

della Versilia ed in particolare a Forte dei Marmi in piazza Henry Moore, a Seravezza e nel centro storico di Pietrasanta. Dal 2007 l’Opera del maestro Rinaldo Bigi è sotto esclusiva internazionale IMAGO ART GALLERY. Per il Maestro Matteo Pugliese verranno esposte una serie di opere in bronzo, con particolare riferimento al ciclo di opere denominato “Extra Moenia” figure

umane che escono dalle pareti e capaci di evocare nello spettatore una forte tensione emotiva. Oltre a queste Opere, che hanno già suscitato un notevole interesse di critica e pubblico arrivando ad essere battute in aste prestigiose presso Christie’s, Sotheby’s e Pandolfini, verranno esposte anche opere quali i “Custodi” ad alcuni esempi legati alla serie degli animali. Nato a Milano 7


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nel 1968, Matteo Pugliese inizia la sua carriera Artistica lavorando per società licenziatarie della Disney e Warner Bros. Nel 2001 presenta per la prima volta le opere della serie “Extra Moenia” in una mostra presso gli spazi dell’agenzia McCann-Erickson. Dal 2007 IMAGO ART GALLERY ha ottenuto l’esclusiva dell’Opera di Matteo Pugliese per l’Inghilterra e per l’Irlanda, e nell’autunno del 2009 sarà lieta di presentare una grande Scultura di Pugliese collocando una grande installazione nel centro di Milano nell’ambito del “Progetto Plaza”. Lista preliminare delle opere in esposizione:

Section dedicated to Italian Modern Artists – Fontana, Burri, Manzoni. Section dedicated to International Modern Artists – Chagall, Botero. Section dedicated to Conteporary italian Artists – Bigi, Pugliese, Giordano, Gusmaroli. IMAGO Art Gallery 4, Clifford Street W1S 2LF London United Kingdom Phone +44 (0) 2072 873 599 Fax +44 (0) 2074 343 196 info@imago-artgallery.com www.imago-artgallery.com

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9 1) Lucio Fontana “Concetto Spaziale, Attese”, 1964 Water paint on pink canvas, 41,5x33 cm. 2) Piero Manzoni “Achrome”, 1958 Caolino su tela, 40 x 29,8 cm. Rinaldo Bigi 3) “Il Gioco del Filo”, 2008 Pastello su tela, 150x100 cm. 4) “Il commendator Filippo” terza versione Marmo statuario e colorazioni aggiunte 2004, 95x 63x 40 cm. 5) “Incontro nella sfilata”, 2005-2006 Bronzo, patina e smalti colorati a freddo, 78x55x16 cm. 6) “Estate in campagna”, 2008 Olio e pastello su tela, 100x100 cm. Matteo Pugliese 7) “Rivelazione”, 2008 Bronze, (lost wax casting on the original terracotta) 120x80x35 cm. / edition of 8 + 4 P.d.a. 8) “Prigione”, 2008 Bronze, (lost wax casting on the original terracotta) edition of 8 + 4 P.d.a. 9) “Custode Egizio” 2007 Bronze, (lost wax casting on the original terracotta ) 31x26x23


102 CAFFÈ PRINCIPE

Al Caffè Principe, la classe del Forte mare, che dallo scorso anno allieta la clientela con le sue suggestioni. La guida abile ed attenta della titolare Signora Laura Piacentini propone una caffetteria curatissima, un’amplissima scelta di aperitivi con riguardo particolare a quelli alla frutta, una gustosissima gelateria ed una pasticceria della casa che spazia dai pinolini, alle brioches, alle torte a soggetto fino ai dolciumi più ricercati. Un vero salotto con vista, in cui classe e ricercatezza sposano una qualità di prim’ordine.

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innovarsi nella tradizione è una prerogativa di Forte dei Marmi fin dai primi anni del secolo scorso, ed in particolare in questi ultimi decretando il successo delle sue attività commerciali. È questo il caso del CAFFE’ PRINCIPE, struttura suggestiva e prestigiosa, risalente all’immediato dopoguerra, testimone di un passato che ha fatto la storia del Forte. È gratificante anche solo sedersi ad un tavolo della veranda in completo relax, magari osservando la gente che passeggia mentre si gusta un drink o un caffè. Il servizio è inappuntabile ai tavoli come al banco, in un’atmosfera di classe ed eleganza di cui è riprova ulteriore il piano bar realizzato sulla terrazza verso il

Caffè Principe Via Carducci, 2 Forte dei Marmi Tel. 0584 89238


i ortini Via della Sipe, 10 - Pietrasanta - Tel. 0584 792711 - Fax 0584 80742 - www.ifortini.it


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Galleria d’Arte San Luca Intervista a Francesco Bertonati

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uando è nata l’idea di fondare una galleria? Nel 1984. Qual’era la situazione del mercato, quale pubblico frequentava la sua galleria? Certamente più facile, veniva delineandosi un autentico, nuovo interesse per l’arte contemporanea da parte del pubblico, il mercato usciva dalla nicchia. Quali sono state le sue scelte all’inizio? Quali artisti ha privilegiato? Era il momento dei grandi figurativi. Guttuso la faceva da padrone; ma noi puntavamo sui “condannati politici”: Sironi e Maccari, ottenendo soddisfazione. Che cosa determinò quelle scelte? La consapevolezza, per esempio, che Sironi era fra i più grandi, se non il più grande artista italiano del ‘900, avendo attraversato da protagonista quasi tutti i movi-

menti, dal Futurismo all’Informale. Mortificato dalla “critica ufficiale” e dal mercato per la sua colpa, mai rinnegata, di avere partecipato (come quasi tutti i suoi colleghi) al fascismo. Maccari è stato l’unico grande “espressionista”italiano, ridotto a “vignettista” per gli stessi motivi politico-ideologici già citati per Sironi. Sceglierebbe gli stessi artisti o no? Dopo decenni di trionfo della figura, giustamente ed opportunamente, il mercato ha aperto anche alla non-figurazione: Crippa, Dova, Turcato, Scanavino, Veronesi, Bertini, etc. E per non incorrere nelle miserie della”cultura ufficiale”, li abbiamo inseriti tutti, meno Guttuso, che a nostro avviso resta sovrastimato. Quanto è importante per un gallerista conoscere la Storia dell’arte? Fondamentale, onde evitare di ritrovarsi a vendere “teloni da camion al mq”, come capita spesso. Quali sono stati gli artisti che ha maggiormente apprezzato pur non trattandoli nella sua galleria? Senz’altro Miro’. Apprezza gli artisti contemporanei più discussi? Quelli veramente “controcorrente” chi sono secondo Lei? Il discorso si fa troppo lungo,

dovremmo ricondurci alla filosofia estetica, sia pure aggiornata e tentare di precisare cosa viene inteso, oggi, per opera d’arte; marketing incluso o escluso? Resto con i piedi a terra e mi fermo a Paladino e Basquiat. Come risponde il pubblico alle proposte più a l’avanguardia? Ne parla ma non compra. E’ un fenomeno di nicchia. Il grosso degli acquirenti parte con l’intenzione di effettuare anche un investimento. I più non amano il rischio eccessivo, implicito nell’acquisto di opere d’avanguardia estrema. Che cosa apprezza di più in un lavoro d’artista, che sia commercialmente interessante, oppure le tecniche esecutive, l’idea originale? I materiali usati? (Anche se capisce che è poco commerciale?) Torniamo alla filosofia estetica… Ogni idea ed ogni tecnica devono produrre un risultato esteticamente apprezzabile, nuovo e diverso rispetto a ciò che lo ha originato, valido in sé stesso, in quanto opera d’arte. I canoni di tale apprezzamento si affinano e si dilatano con la frequentazione dell’ambiente; quello che possiamo definire: il sistema-arte. Ogni artista prova ad aggiungere un anello alla lunga catena dell’arte. Quando vi riesce il mercato se ne accorge ed il fatto diventa anche “commercialmente interessante”, se non per tutti


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(solo il Genio!)almeno per il suo target, nell’ambito di una nicchia particolare. Che importanza ha avuto la critica d’arte in passato ( anni ‘80-’90) rispetto ad oggi? In parte ne abbiamo già parlato. La speriamo defunta, la critica più politicizzata ha abusato del cosiddetto “impegno” dell’artista. Si è brindato per più di mezzo secolo, a stelle rosse, falci, martelli e pugni chiusi, più o meno metaforici e/o concettuali. 1

Oggi, finita quella sbornia, è il marketing strategico, nella sua fredda oggettività pseudo-scientifica, ad assillare la critica che deve fornire i contenuti veri o presunti. Certo siamo lontani dal Rinascimento, ma sono altrettanto sicuro che l’arte (meglio, il sistema-arte) rappresenti perfettamente la società in cui si pone e della quale si alimenta. Se non ci piacciono le opere di Mario Schifano siamo noi a doverci guardare allo specchio. Anzi, do-

vremmo ringraziarli, giacchè ci avvisano con anticipo…circa la società che stiamo “compattando”. In che modo la critica influenza il mercato? E’ uno dei componenti del sistema; con gli artisti, le mostre, le gallerie, il pubblico. Lei ha fiducia nella critica contemporanea, ? Credo di avere già risposto. Vi sono critici e critici, artisti - galleristi - collezionisti… Ognuno


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dà il suo contributo a rafforzare o inquinare il sistema. Crede i critici abbiano una buona formazione culturale o molti sono incompetenti? Il Genio è raro in ogni settore, i più si improvvisano, come sempre. Le piacerebbe aprire una galleria all’estero, magari in America o in Inghilterra? Alla mia età risulta faticoso riappropriarsi di una lingua straniera a livello tale da permettere il trasferimento di sensazioni estetiche tali da giustificare un prezzo-valore. C’è anche chi so2

pravvive balbettando, ma non mi pare il caso… Dove si trova il miglior mercato dell’arte attualmente? Certamente quello italiano è caratterizzato da un certo provincialismo. Ma dato che non esiste UN MERCATO inteso nella sua assoluta omogeneità, possiamo affermare che anche da noi esistono fior di collezionisti e galleristi competenti. Il problema sta nel ricercare il proprio interlocutore… Quale considera essere il Paese con la produzione artistica qualitativamente migliore?

La globalizzazione delle immagini è stata il primo passo della globalizzazione stessa. Oggi si può vivere in Trentino seguendo i flussi internazionali dell’arte. L’ultima grande epopea è stata quella americana, oggi è al tramonto. Si intravede un sistema arte sostanzialmente globalizzato. Anche se resteranno apprezzabilissime realtà locali, i vernacoli dell’arte. Cultura e arte vanno di pari passo, come siamo messi in Italia? L’Italia vanta certamente artisti


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di livello internazionale che danno il loro contributo a quello che abbiamo definito il sistema globale dell’arte. Quali sono i suoi interessi oltre l’arte contemporanea? L’arte in generale, antiquariato compreso, poiché non esiste soluzione di continuità. Ogni opera contemporanea, moderna e antica ha il suo fascino ed esprime un suo mondo, si tratta di contestualizzarla. Quale artista preferisce da sempre? Almeno una decina, ma provo3

catoriamente, dirò che nella pittura: Giotto, Masaccio, e Sironi sono i tre grandi maestri che hanno dato il più grande contributo a quello che Berenson definiva “il senso tattile”, la terza dimensione, virtuale sulla tela, il volume. La vita di un gallerista ha alti e bassi, non esiste il BINGO, almeno per me non è mai esistito. Quale mostra le ha dato maggiori soddisfazioni? Me la sono sempre cavata seminando e raccogliendo, con metodica alternanza.

Che cosa fa nel tempo libero? Curo il giardino e poto gli olivi. Cosa pensa di Forte dei Marmi e della nuova Fiera dell’arte? Ottima iniziativa, necessaria forse.

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Roberto Crippa “Spirali”, 1951 - 50x70 cm. Lucio Del Pezzo 60x75 cm. Sante Monachesi “Parigi”,1954 - Olio su tela

Galleria d’Arte San Luca C.So Repubblica 124 56043 Fauglia (PI)

Stand 19-20


FORTE DIVINO

“EMOZIONI IN BIANCO E BOLLICINE ALLA RIBALTA”. di Gianpaolo Giacomelli

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l 19 e 20 Aprile 2009 si è svolta a Forte dei Marmi, nella prestigiosa cornice di Villa Bertelli, la prima edizione di Forte divino, un evento dedicato ad operatori del settore ed appassionati del mondo del vino, gli ospiti intervenuti sono stati accolti dai profumi ed i colori dei vini presentati da circa 90 cantine, italiane e straniere. Quello che per gli organizzatori è stato solo il numero zero, la “prova su strada” di un evento che nasce con ambizioni adeguate al prestigio di Forte dei Marmi, si è rivelato un vero successo sotto ogni punto di vista, sia di pubblico che di risonanza mediatica. La Versilia, che è probabilmente la zona italiana a più alto consumo di vini bianchi e bollicine, ha risposto in maniera eccezionale sia per la tipologia di pubblico particolarmente qualificato che per l’affluenza che in soli due giorni ha superato le duemila presenze. Forte divino vuole diventare un punto di riferimento nazionale ed internazionale per quello che riguarda la proposta di prodotti enologici di altissimo livello, sia italiani che stranieri. Le peculiarità che distinguono Forte divino da altre manifestazioni dello stesso genere sono molte: • le cantine sono preventivamente selezionate ed invitate da una commissione di esperti, così da poter offrire agli ospiti la certezza di un livello qualitativo elevato. • Solo vini bianchi e bollicine: da quelli italiani delle zone più prestigiose come il Friuli e l’Alto Adige alle produzioni mondiali più rinomate come i grandi bianchi di Borgogna, Nuova Zelanda e California; dall’eccellenza delle bollicine della

Franciacorta, all’eleganza delle grandi maison della Champagne, passando per la leggerezza dei Cava spagnoli. • I visitatori possono accedere alla manifestazione previa registrazione all’ingresso. Arteforte e il proprio team di esperti sono già al lavoro per l’edizione 2010 che si terrà i giorni 25 e 26 Aprile 2010: molte sono le idee e le iniziative nuove che accompagneranno la prossima edizione di Forte divino. Un anno di tempo per proporre un evento ancora più importante ed ancora più esclusivo, così da poter offrire al pubblico di Forte dei Marmi un’edizione densa di “emozioni in bianco e bollicine alla ribalta”. Anche in questa circostanza ringraziamo tutti coloro che hanno reso possibile questa iniziativa ed in particolare il Sindaco Umberto Buratti che insieme all’amministrazione ha creduto fin dall’inizio in questo progetto; Gianpaolo Giacomelli, Alberto Lazzereschi e Luca Silvestri esperti del settore che hanno saputo scegliere aziende di prim’ordine, la Fisar della Versilia per la grande professionalità dimostrata, la scuola Alberghiera di Viareggio G. Marconi per la preziosa assistenza fornita. Vorremmo ringraziare inoltre alcuni partners: l’Acqua Panna e la San Pellegrino che insieme alla Cassa di Risparmio di Lucca, alla Guidi Car ed alla Manifattura del Sigaro Toscano hanno reso possibile, con il loro contributo quest’evento. Forte divino è lieto di invitarVi fin da ora presso la Villa Bertelli il 25 e il 26 Aprile per degustare insieme i migliori vini bianchi e bollicine… Prosit!!


FORTE DEI MARMI Villa Bertelli -

Patrocinio

Via Mazzini, 200

25/26 aprile 2010

Comune di Forte dei Marmi Assessorato al Turismo

Emozioni in bianco e bollicine alla ribalta

Per Info: Cell. 334 3570025 www.fortedivino.com - info@fortedivino.com


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Galleria Patrick Pierre - Cassis L’arte come inizio di Michele Autheman

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asseggiata a Cassis nella galleria di Patrick Pierre che in modo molto informale, ci fa conoscere artisti famosi. Di lui apprezziamo il gusto per l’Arte, si vede da una sorta di sensualità permanente che abita 1

il personaggio. Patrick Bartoli resta un moderno romantico che con curiosità e attenzione segue, si dedica a quadri, sculture, oggetti. In lui c’e qualcosa della sua infanzia che spesso lo porta a mischiare emozioni ed affari,

ad esaltare l’amicizia come assoluto totem nel quale non si può entrare. Quest’uomo appassionato é un mercante d’arte impegnato nella promozione delle opere che tiene a dividere con noi. Questione d’audacia,


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colpo di genio, funziona in base al suo istinto lo scovare il pittore, lo scultore, che esporrà nella Galleria di Cassis. Ma attenzione, senza repertorio, senza catalogo, tutto questo lo annoia.

Intorno a lui solo qualche pezzo forte come « L’Homme poisson » in alluminio e bronzo, dello scultore Kasper, sorge dall’oceano e ci guarda sorpreso. O ancora, il pittore Jean-Marc Dodet, che

con sguardo ispirato riprende su tela, il soffio, l’onda, l’impronta di un corpo come una luce nelle tenebre. Per Patrick Bartoli l’arte é un inizio, quello della sua vita. Trent’ anni di viaggi,


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3 Galerie Patrick Pierre 7 rue Séverin - 13260 Cassis Francia tel. +33 (0)4 42 01 97 48 fax +33 (0)6 22 02 62 04 www.patrick-pierre.com

Stand 41-42

esplorazioni, incontri, scelte. Un ricercatore infaticabile e atipico, svela talenti e si fa suggestionare dalla magia che li accompagna. Testimone di ciò, è questa collezione proveniente dalle Isole Indonesiane, dell’arte Batak di Sumatra e Asmat della Nuova Guinea. I riti ispirano questi popoli dell’Asia del Sud Est. Un’Asia che Patrick Bartoli conosce bene perchè c’é nato. Un piccolo ritorno alle origini per questo cittadino del mondo, che non finisce mai di dimostrare che l’arte primitiva é un gioiello, alla pari dell’arte contemporanea. “Amo l’idea, dice, che noi abbiamo bisogno di ritornare alle origini, l’origine del mondo, la spiritualità delle origini”. Lo seguiamo, ed eccoci di fronte a un grande maestro dell’arte aborigena d’Australia, il suo ultimo colpo di fulmine, al quale consacra buona parte del suo tempo. “L’arte per gli aborigeni é una scrittura, un cammino, diviso tra lo spirito degli avi e l’energia creatrice, un metodo per esorcizzare il passato e trasportare i miti nel tempo dei sogni”. “Nell’arte contemporanea occidentale, il discorso a volte

sembra prendere il passo sull’impatto visivo ed emozionale dell’opera, sottolinea Patrick Bartoli, qui tutto é riunito”. Costruzione solida, vigore, colore e magia si aggiungono a sessantamila anni di storia di questo popolo nella dimensione sacra dei sogni. Dietro ad un «apparente semplicità» c’é tutta la ricchezza d’una cultura plurimillenaria, la storia d’un popolo e di un artista che si dispiegano in una visita alla Galleria Patrick Pierre a Cassis che ci promette incontri meravigliosi.

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Gloria Tamerre PETYARRE “Leaves Dreaming” Acrylic on canvas Musée du Quai Branly - Paris British museum - London Many museum in Australia 93x122 cm.

2) Kathleen Petyarre “The Mountain Devil Lizard Dreaming” 90x94 cm. 3)

Clifford POSSOM TJAPALTJARRI “Napperby Lake”,1995 Painted in Papunya - Acrylic on canvas 78x127 cm.

4) Arnaud KASPER “Homme Poisson”, 2009 Aluminium - 1,21x0,47x0,34 mt.


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Gianantonio Cristalli Anima e corpo nella scultura di Emanuela Mazzotti

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...) Chi conosce la pulita, onesta opera di Antonio Cristalli non potrà non convenire che dalla sua arte traspare un lento gesto contenuto in un estremo controllo, fatto soprattutto di perizia e pazienza che qualifica il “mestiere” dell’artista stesso. Il primo passo di Cristalli verso l’arte è costituito da un’estrema abilità tecnica, rigore e metodo, dedizione al lavoro e virtuosismo di stile, luoghi questi ultimi, dove si presume non ci sia spazio per la poesia e la riflessione intimista. L’arte non è istintività, ma esercizio. Non basta abbandonarsi all’estro dell’ispirazione: non si tratta di inventare un linguaggio individuale ma di declinare un linguaggio che ha leggi eterne. A questo proposito torna alla mente l’opera di un grande scultore che ha avuto larga parte nella formazione artistica di A. Cristalli: Adolfo Wildt. Le influenze, o per meglio dire il fascino che l’artista esercita nella scultura del nostro autore, non si definiscono certo per effetto di mimesis, quanto piuttosto nella sintesi tra ispirazione, momento creativo, ed esecuzione. Oltre l’Idea, la dimensione dell’arte si concreta nell’agire, il gesto preciso, calcolato, che scava la materia con l’intelligenza dell’occhio e la sensibilità della mente. Sostanzialmente estraneo ad ogni cedimento nei confronti della tradizione rinascimentale nel senso imitativo, Cristalli ne assume spesso i modelli come paradigma. In realtà, niente, credo, è così decisamente anti-

classico della sua scultura che forza, in senso espressionista, le forme naturali dell’anatomia umana, per trarre dall’esperienza dell’arte nordica molte sue fonti d’ispirazione, così come avveniva nella scultura medioevale del XII secolo o nella produzione di artisti espressionisti di area tedesca del Novecento.(...) L’immagine realistica, infatti è forma pratica legata al momento, alla concretezza del fatto e del luogo e quindi assolutamente relativa; un’arte che si esprime in immagini per quanto nobili, non si libera dalla tirannia del relativo, dell’episodico, del linguaggio locale. Per questo Cristalli, preferisce scegliere, all’opposto, un’espressione che supera la fragile apparenza del fenomeno fisico, oltre la percezione per farsi rappresentazione, scegliendo un registro universale. Se il problema della scultura è quello della forma, allora la sua sostanza è di natura spaziale-luministica e deve comprendere oltre l’oggetto, inteso come pieno, anche il vuoto che lo circonda. La serie dei “Guerrieri”appartiene a quell’idea dell’arte che rivela nella sintesi estrema della forma una riflessione sulla tradizione antica, l’insegnamento dei grandi Maestri, l’aspirazione a far rivivere nella scultura la tensione della materia che rinuncia ad ogni ipotesi di modellato. (...)

“Sentinelle” Pietra gialla di Nanto, 1998 cm.108x20x12


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GALLERIA Magicarte

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a fondazione della galleria è datata al 1987 nel cuore di Viterbo, direttore e fondatore: Mary F. Zanandrea Elegante e luminoso spazio, articolato su due piani, in un locale di origine medioevale, nel Centro Storico del Quartiere Medioevale della città.

Artisti presenti in fiera: Adami, Balla, Chia, Cingolani, Del Pezzo, De Maria, Dorazio, Dova, Galliani, Guaitamacchi, Kaufmann, Minestrini, Pizzi Cannella, Ruggeri, Salvo, Scanavino, Talotta, Turcato 1

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Adami “Requiem”, 1989 Olio su tela, 197x147 cm. Dorazio Acquerello su carta, 1964 24,6x35,5 cm. Galliani “Il Sutra del Diamante” Matita su tavola, 50x50 cm.


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Artisti trattati in permanenza: Accardi, Attardi, Balla, Bianchi, Bonalumi, Borghese, Calabria, Carrà, Castellani, Ceccobelli, Cesetti, Chia, Cingolani, Corpora, Costalonga, Crippa, Dorazio, Del Pezzo, Dessì, Dorazio, Dova, Galliani, Gallo, Garcia Rossi, Germanà, Guaitamacchi, Guttuso, Kaufmann, Licata, Maccari, Matta, Minestrini, Musante, Nespolo, Omiccioli, Paternesi, Perilli, Pizzi Cannella, Provino, Rocchi, Ruggeri, Sabà, Salvo, Scanavino, Schifano, Sughi, Tadini, Talotta, Turcato, Vangelli

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4) Kaufmann Olio su tela, 2007 - 100x100 cm. 5) Pizzi Cannella Tecnica mista su carta, anni 90 35x40 cm. 6) Scanavino “Alfabeto senza fine”, 1983 Olio su tela tamburata, 98x130 cm.

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Alfonso Talotta, “Dittico”, olio su tela, 1996

ALFONSO TALOTTA (Viterbo, 1957) “Alfonso Talotta, un giovane artista che io seguo già da alcuni anni e che ora mi pare abbia raggiunto dei risultati di una straordinaria maturità. Devo dire, anzi, che il partito del bianco e del nero, che caratterizza l’ intera esperienza dell’ “astrazione povera”, viene declinata da Talotta con una volontà di riduzione che direi assoluta, se non fosse per la capacità dell’ artista di tirar fuori da una semplice stesura di nero (la più asciutta e magra possibile) un forte coinvolgimento cromatico. Colpisce, inoltre, la capacità dell’artista di articolare la superficie mediante forme appena accennate, sfuggenti e precarie, che non devono proprio nulla alla moda recente delle nuove geometrie. Una personalità singolare, dunque, questa di Alfonso Talotta, artista severo fino all’ascetismo, e tuttavia in grado di giocare con i bianchi, con i neri e con la fugace apparenza delle forme.” Filiberto Menna

“Nella ricerca di Alfonso Talotta il valore della linea è sempre scaturito sulla superficie in stretto accordo con il colore, risultando dall’ accostamento di due stesure cromatiche dalle sottili e insinuanti traiettorie. Il carattere di queste linee è ambivalente: esse sono presenti in quanto assenti, disegnate dai margini del colore, segnate da minime sbavature del pennello, in stretta relazione con la tela vuota, non dipinta, pervasa dalla luce del bianco. Le linee, inoltre, sono dei rilevatori di campo, saggiano lo spazio della pittura da diversi punti di vista, con differenti entrate ed uscite, dentro e oltre i margini del supporto. Le ultime opere proseguono con forte coerenza l’ approfondimento di queste ragioni costruttive ed emotive. Talotta ha fatto ora incontrare i segni e dalla congiunzione delle linee sono nate alcune forme ricavate dalla tela non dipinta. Si tratta di figure astratte e bianche, luoghi dell’assenza ma non privi di ragione pittorica, forme svuotate di materia che contrastano con il nero dipinto e saturo. Questa relazione fondamentale tra pittura e non pittura si risolve nell’equilibrio unitario dell’immagine che contiene l’esito imprevedibile delle forme, la pienezza con cui esse nascono nel vuoto perseguendo in esso l’utopia dello spazio assoluto.” Claudio Cerritelli ”Il progetto operativo di Alfonso Talotta si caratterizza per una forte componente concettuale, che si esplicita in opere tendenti ad una sorta di minimalismo, all’impiego essenziale degli strumenti linguistici. L’artista individua la componente spaziale connessa alla superficie del sup-

porto e, nel caso della ceramica, alla dimensione oggettuale e su di essi iscrive sequenze cromatiche di assoluta compattezza formale assegnata al rapporto equilibrato delle connessioni tra blu, bianchi, neri, gialli, rossi, verdi. Talotta costruisce una variabilità di figurazioni che, rimandano a ritmi musicali nei quali, a volte, la messa a nudo della tela di juta, che costituisce il supporto dei dipinti, si pone come primitiva forma da cogliere e da coinvolgere in un percorso formale caratterizzato dalla luminosità e assolutezza dei colori. E’ un itinerario, che tende alla acquisizione dell’anima e della sostanza delle cose sperimentate, anche nella ricerca ceramica, espressa in oggetti nei quali la materia e il colore fanno un corpo unico, sicchè ogni singolo “pezzo” espone l’intrinseca e specifica natura poiché il colore penetra nel corpo dell’ oggetto costituendosi come componente organica di esso. In questo modo, l’artista realizza e consacra il progetto originario di ogni operazione artistica, cioè l’inscindibile organicità di forma, colore e materia”. Luciano Marziano

“Chiusure”, 2005 Olio su tela, 80x80 cm.


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FAUSTO MINESTRINI (Perugia, 1950) “Il suo è un taglio disperatamente romantico che non si lascia sedurre da nessuna arcadia di levigatezza e solarità, mentre danza orgiasticamente con gli invisibili satiri dell’atmosfera dionisiaca, che non smette mai di autoinvitarsi alla festa di un eros che è rifuggito alla manomissione dell’utopia, alla sua trasformazione in rotella dell’ingranaggio della riproduzione di ogni specie,

assediata dalla morte. La superficie epidermica dei suoi lavori è volutamente ruvida, fatta apposta per destare l’attenzione per il pericolo incombente dell’assuefazione ad ogni stimolo, che non sia devastante rottura delle piccole cose, dei piccoli sentimenti, così come delle piccole emozioni. Fausto Minestrini, raccogliendo la parte essenziale della lezione burriana, l’ha elaborata per farla corrispondere alla cromatica della propria visione del mondo, che è meno traumatica, ma singolarmente piu’ vicina alla nostra sensibilità, anestetizzata dal tranquillante sensazionalismo dei media che connotano una strategia dell’inutilità di tutti noi, tradotti in spettatori della società dello spettacolo. La sua è una pittura drammatica, fatta per una temperatura umorale alta, tutto l’opposto di quanto accade sotto i nostri occhi, sia realmente, sia metaforicamente, che è comico e irreale anche quando è tragico, a partire da una teatralità che è quella di un Carmelo Bene, di cui non si spegne affatto la eco della voce profonda, lontana dall’ordianrio trascinarsi dei piccoli eventi. In questo senso Minestrini è un solitario, come a suo tempo lo è stato Sironi che tutto prendeva sul serio, che gestisce con grande senso d’ironia questa sua spettacolare separatezza dal grande concerto della contemporaneità , voltandosi verso l’antropologico che è in tutti noi e che sentiamo emergere con prepotenza, come la lava dalle viscere di un vulca-

no, e solcare i luoghi dell’artista e della sterilità dove agiscono trucchi che non riescono a diventare alchimie, rimedi magici che crollano su sè stessi. Con la sua pittura Minestrini riempie un vuoto che altrimenti attirerebbe qualche spirito debole a interpretarlo con debolezza espressiva, contribuendo a elaborare una mappa dell’invenzione, con una pienezza di mezzi che elabora soluzioni formali là dove altri si perderebbero nel nulla e spinge avanti l’orizzonte del linguaggio creativo, lavorando ai fianchi dell’invisibile, come sanno fare gli spiriti dotati di grande forza.” Francesco Gallo

1) Tecnica mista e olio su tela, 2006 100x100 cm. 2) “Dentro al mio grande cuore”, 2004 Tecnica mista e olio su tela 115x135 cm.

Magicarte Sede sociale: Via Treviso, 23 Sede espositiva: Via Cardinal P. La Fontaine, 3 01100 Viterbo Tel. 0761306001 Telefax: 07611762368 Cellulare: 3487449507-3356075831 e-mail: magicaarte@libero.it

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6N - Piazza Garibaldi - Versilia - tel. 0584 80375


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Galleria d’arte L’INCONTRO

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a storica galleria d’arte L’INCONTRO nel centro di Chiari - Brescia, costituisce fin dal 1974, un luogo di riferimento per chi voglia accostarsi alle più rappresentative espressioni dell’arte contemporanea. La direttrice Erminia Colossi ha al suo attivo una lunga frequentazione con l’arte, essendo figlia di pittore e appassionata collezionista. Lo spazio apre i battenti nel 1974, quando il collezionismo, non più sola prerogativa della classe agiata, si diffonde anche nell’ambiente borghese che, ancora oggi, investe risorse economiche e culturali nell’arte. Da qui inizia il lavoro della gallerista, che si caratterizza fin dal principio per l’alta qualità degli

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artisti proposti. Tra i nomi storici: Annigoni, Cascella , Guttuso, Sassu. Nel 2005, si inaugura una nuova sede prestigiosa al piano terra di un palazzo signorile dei primi anni del ’900, che consente di affiancare ai nomi storici della galleria, una collezione magnifica con artisti di prestigio internazionale: Appel, Baj, Christo, Isgrò, Lodola, Rotella, Salvo, Vasarely, Vedova. Nello stesso stabile, nel febbraio del 2006, si allestisce la Home Gallery, luogo arredato come uno spazio abitativo, dove le opere d’arte possono essere apprezzate nella collocazione ideale, perchè suggeriscono ai collezionisiti una suggestiva ipotesi d’ambientazione.

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1) Arnaldo Pomodoro “Punto della spazio”, 2004 Bronzo e corten, Ø 52 cm. 2) Emilio Isgrò “Agamemnon”, 2005 Acrilico, tela e legno, 58x72 cm. 3) Victor Vasarely “Polos”, 1972-88 Acrilico su tela, 60x55 cm. 4) Salvo “Mediterraneo”, 2008 Olio su tela, 60x60 cm. 5) Agostino Bonalumi “Giallo”, 1983 Tempera vinilica su tela, 80x80 cm. 6) Hans Jörg Glattfelder “Pyr” 268, 1971 Acrilico su polistirene, 50x50 cm. 7) Lodola “Pegaso”, 2008 Perspex e neon, 205x155x20 cm.

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In questo modo, la galleria L’INCONTRO promuove non solo l’attività commerciale in senso stretto, ma favorisce un perenne scambio tra artisti e pubblico, in quella logica di circolarità dell’arte, che costituisce una delle tendenze più aggiornate nel mondo contemporaneo. La gallerista Erminia Colossi, ha saputo coniugare l’aspetto culturale con proposte commerciali interessanti, indirizzando la clientela verso acquisizioni economicamente vantaggio-

se e sicure. La galleria L’INCONTRO, si colloca tra coloro che preferiscono consolidare, con le loro acquisizioni, i legami con la tradizione del patrimonio storico artistico. Negli stand di Forte dei Marmi, l’appuntamento irrinunciabile è con artisti del calibro di Bonalumi, Kostabi, Isgrò, Lodola, Pomodoro, Radi, Vasarely quindi per tutti quelli che vogliono entrare a pieno titolo in un mondo di grandi e significative proposte.

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L’Arte segreta di Paolo Radi di Emanuela Mazzotti

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’arte è senza dubbio una cosa estrema, o meglio l’arte richiede atti estremi: “Il dolore di essere presente nel presente. Si potrebbe dire così per descrivere molto da vicino la cosa estrema che voglio fare”1. In questo modo l’inquietudine di una cultura artistica, sostanzialmente giovane, anche se ricca di tradi-

Philip Roth: Il fantasma esce di scena. Einaudi 2008 2) Enrico Crispolti : Corporeo Silenzio. Edizioni Il Bulino 2005 1)

zione, è giunta ad un punto radicale, trova modo di esprimersi allo stato puro. Paolo Radi, sembra cogliere bene la sostanza dell’opera, là dove afferma: “... L’unica immagine determinata è la sospensione della forma, il suo sbiadirsi, il suo scomparire e il suo emergere”. L’artista rappresenta senza infingimenti, nel movimento ininterrotto di una inquietudine esistenziale, ciò che in altri è occultato o presente in forma non scoperta, Radi non teme di trovarsi di fronte ad una sorta di nudità esistenziale e non ricorre alla elaborazione di complicati marchingegni teorici. Egli svincola l’opera dalla tecnica e la isola in un immenso spazio vuoto: “Sul vuoto, sullo spazio vuoto, è su questo che si origina il mio lavoro”, in un deserto infinito dentro al quale si cela il segreto dell’origine dell’opera stessa, l’interroga sul suo silenzio. “Il silenzio ha corpo...”, il silenzio lo attrae come volto di Medusa. L’opera d’arte viene sottratta a tutto ciò che potrebbe alterarla o subordinarla a ragioni mondane, “Un contrapporsi all’esteriorità vitalistica del proprio presente per affermare di questo una dimensione interiore, alternativa, visionariamente prospettica.”2 L’opera è dunque isolata in uno spazio incontaminato, rarefatto, in un silenzio – torna di nuovo il silenzio – dalla cui profondità l’orecchio teso dell’artista, aspetta l’emergere di una voce che sembra provenire da una dimensione primordiale sacra e inaccessibile. Le “immagini” si proiettano così al di là di se stes-

se, alla ricerca di quell’origine, di ciò da cui scaturiscono, rincorrono la propria ombra – si vedano le Protusioni Plastiche del 2001 ‘02 – in un vuoto futuro che altro non è se non passato inaccessibile, il segreto dell’Origine. Se tale movimento non ha fine, le opere che si presentano apparentemente chiuse e compiute si rivelano come capitoli di un libro che non vedrà mai la sua stesura definitiva, perché ogni capitolo, ignorando quello che lo precede, riprende un movimento interminabile, si riproietta alle origini, mirando a porsi come assoluta inizialità. Ogni opera è prima e ultima. La sua conclusione è frutto di una convenzione o se si vuole di una decisione del suo autore che avverte spezzata la tensione che lo tiene legato al moto incessante, sottraendosi al quale , non fa che confermarlo. Compiendosi, l’opera non fa che tradirsi, si sottrae alla dimensione profonda e segreta al di fuori della quale non può che perdere se stessa. Quello che Radi mi sembra tenacemente perseguire è un’immagine che sia priva di immagine, proprio perché questa è sorgente di tutte le possibili immagini, di quelle già realizzate, di quelle che si realizzeranno fino a quelle che resteranno solo intenzionali. Il senso di ogni immagine è oscurato dall’immanenza del non – senso. Senso e non senso risultano indissolubili proprio per l’indifferenza di quel gesto originario che vanifica le parole alle quali pretende di dare corpo. È il linguaggio che vuo-


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le piegare a sé l’io riducendolo a strumento (Heidegger). L’io poetico è soggetto alla passione e la solitudine che avvolge l’impresa della produzione dell’arte si configura come tratto distintivo proprio dell’opera stessa. L’esigenza dell’arte, che dall’immagine come da un dio assoluto, non può farsi sovrastare, deve permettere all’io di spogliarsi di tutto, diventare esso stesso forma vuota, giungere al limite estremo del proprio annientamento. Si può spiegare in questo modo l’accenno della critica alle poetiche Surrealiste come sistema di possibile estensione dei significanti dell’opera di Radi. L’opera appare come alla ricerca di se stessa, cerca quel centro che si dimostri capace di renderla tale. Lo spettatore, nell’impossibilità di cogliere il fine ultimo dell’opera, finisce per contemplare dal di fuori il suo lucido con-

gegno, quasi si muovesse da sola, e stando fuori, trova accanto a sé l’autore stesso che contempla gli effetti del proprio progetto. Radi appartiene a quella categoria di artisti ai quali preme ritrovare nell’opera l’eco di quel vuoto originario, di quel sotterraneo mormorio che l’artista cerca di esprimere. L’opera sembra in tal senso essere un percorso necessario la cui perfezione formale l’autore guarda con sospetto: la leggerezza, la tranquillità con cui alcuni attraversano la propria opera lo infastidisce; si sofferma sull’ombra che l’arte lascia di se, sulle parti oscure, quelle non dette, dove affiorano dubbi che assalgono l’artista nella sua creazione. L’artista ha bisogno dell’opera, della sua fragilità, della frammentarietà del suo perenne fluire, moto incessante che ha bisogno, per compiersi, della

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incompletezza dell’opera stessa, del suo continuo errare. Ogni opera d’arte rivela due facce, una rivolta verso l’oscuro, l’origine e l’altra verso la luce del giorno, sua eterna rinascita. Essa è insieme esperienza di ciò che è oltre il suo limite e resistenza, difesa da questa stessa esperienza. Pertanto l’arte è mezzo della verità che si cela nell’inaccessibile affinché questo sia avvertito come schermo protettivo dietro a cui l’io dell’artista si ripara per non essere distrutto dall’esperienza straordinaria che lo possiede. Destino dell’opera è quindi ambiguità, poiché essa non può essere mai né compiuta né incompiuta in quanto semplicemente é. L’autore del resto, non può possedere mai fino in fondo la propria opera così come non può finirla, possiede invece il suo


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surrogato, ovvero l’immagine dell’opera. Questo genera in lui un senso di incompiutezza e la successiva necessità di portare a termine il suo compito, ovvero superare quel senso di vuoto che scaturisce dalla coscienza di non essere nell’opera, di non essere opera. Il risultato è il bisogno di votarsi completamente alla sua arte subendone la fascinazione. È il linguaggio, quindi, l’unico strumento che gli consente di mantenere viva l’arte, la riconversione del linguaggio in immagine e questa da allusione a ciò che è figura, diventa allusione a ciò che è privo di figura. L’immagine insomma è la presenza di ciò che è senza figura, presenza dell’assenza. L’immagine esiste solo nella misura in cui si nega, in cui si protende verso altro da sé. L’immaginario è pertanto, un altro mondo, un altrove, un al di fuori: lo spazio vuoto in cui le immagini possono parlare o meglio il luogo in cui lo spazio stesso può parlare in esse, attraverso esse. È chiaro quindi che l’immagine non può essere afferrata in termini di significazione, non si traduce per intero tramite un linguaggio che le sia estraneo, mantiene sempre nascosto in sé qualcosa che si situa al di fuori dalla portata dello

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sguardo che mira a possederla integralmente. La fascinazione fa perdere ogni rapporto con il senso, ciò che ci mette nell’impossibilità di riferire un senso. Nell’immagine, intesa come presenza assenza, vive la passione. In quanto esito della passione l’opera mira al limite estremo, quello dell’assoluto che tuttavia non supera, non può irrompere al di fuori. L’opera è votata allo scacco per voler essere esperienza assoluta dell’Assoluto. È per questo che chi si consacra veramente all’arte è irresistibilmente attratto verso il punto estremo dove dimora l’impossibilità dell’arte stessa. Così Paolo Radi con la consapevolezza che fu dei Surrealisti concepisce l’ispirazione come strumento capace di far superare all’opera d’arte quel vuoto, quel silenzio che le parole non possono colmare facendola vivere al di là di ogni limite finito. Ciò che ossessiona i Surrealisti è la spontaneità che ricercano nella scrittura automatica, abbandono a ciò che emerge dalle profondità dell’inconscio, resa ad una potenza estranea insediata all’interno dell’artista stesso che si serve della mano come dello strumento della potenza oscura che lo

guida. La scrittura automatica, proprio perché affidamento alla fiducia di potersi sbarazzare di ciò che viene confutato, è l’affermazione del predominio del linguaggio senza linguaggio, del mormorio che precede il discorso. Pertanto non si venera l’opera come prodotto estetico chiuso in sé, come oggetto significativo. L’arte è muta se considerata a sé, strappata dal flusso ininterrotto dell’ispirazione di cui è momento. Non esiste per Radi una lettura oggettiva , un metodo capace di “aprire” l’opera per estrarne il segreto. L’arte, considerata alla stregua di un oggetto non ha in sè alcuna verità, l’arte è e rimane segreto. Paolo Radi 1) 2) 3) 4)

“Alla Mattina”, 2008 Perspex, PVC, acrilico, 56x95 cm. “Invisibile bianco d’argento”, 2007 Perspex, PVC, acrilico, 100x110 cm. “Trasfiguratamente sereno”, 2007 Perspex, PVC, acrilico, 82x62 cm. “Luce diversa”, 2008 Perspex, PVC, acrilico, 60x93 cm.

Galleria d’Arte l’Incontro Via XXVI Aprile, 38 - 25032 Chiari (Brescia) Tel. 030712537 - 3334755164 Fax 0307001905 info@galleria-incontro.it www.galleria-incontro.it www.galleriaincontro.eu

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Due colleghi, due amici Intervista a Silvio Federigi e Alessio Lenci

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uando è nata l’idea di fondare una galleria? A.L. Mio padre aveva la Galleria la Navicella a Viareggio. Io ho trasformato la galleria in uno studio d’Arte. S.F. Nel 2003 cominciai un lento passaggio non ancora del tutto concluso dal mondo dell’Antiquariato a quello dell’Arte. Qual era la situazione del mercato, quale pubblico frequentava la sua galleria? A.L. Collezionisti. S.F. Il mercato allora era per me sconosciuto in quanto nuovo dell’ambiente. La mia Galleria era frequentata da amici e personaggi di un certo spessore, già clienti. Quali sono state le sue scelte all’inizio? Quali artisti ha privilegiato? A.L. Le scelte sono state indirizzate verso artisti locali. Adesso ci occupiamo anche di avanguardie del ‘900. S.F. Ho privilegiato artisti locali, che tra l’altro conoscevo. Sceglierebbe gli stessi artisti o no?

A.L. Allargherei l’interesse agli artisti dell’Est. S.F. Sì, però comportandomi in maniera diversa, più manageriale. Quali sono stati gli artisti che ha maggiormente apprezzato pur non trattandoli nella sua galleria? A.L. I cubisti dell’Est. S.F. Tutti gli artisti del mondo Futurista. Apprezza gli artisti contemporanei più discussi? Quelli veramente “controcorrente” chi sono secondo Lei? A.L. Tutto è già stato fatto. S.F. Sì. Quelli controcorrente a mio parere sono quelli che continuano ed insistono nelle stesse cose e non si aprono a nuovi orizzonti. Come risponde il pubblico alle proposte più all’avanguardia? Con interesse e curiosità. Che cosa apprezza di più in un lavoro d’artista, che sia

commercialmente interessante, oppure le tecniche esecutive, l’idea originale? I materiali usati? (Anche se capisce che è poco commerciale?) A.L. Secondo me tutte queste qualità devono essere presenti nell’opera. S.F. Innanzitutto apprezzo l’idea, quindi la sua realizzazione qualunque sia il materiale impiegato. Se poi è anche commercialmente interessante, meglio così. Che importanza ha avuto la critica d’arte in passato ( anni ‘80-’90) rispetto ad oggi? Ha creato un mercato inventato, che oggi è commercialmente in crisi. In che modo la critica influenza il mercato? A.L. Dipende dai critici. S.F. Credo che la critica influenzi in modo importante e decisivo il mercato. Le piacerebbe aprire una galleria all’estero, magari in America o in Inghilterra? 1


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A.L. No. S.F. Sì, mi piacerebbe aprire una galleria a New York. Dove si trova il miglior mercato dell’arte attualmente? Dove lo crei. Quale considera essere il Paese con la produzione artistica qualitativamente migliore? A.L. Est Europeo. S.F. L’ Italia. Cultura e arte vanno di pari passo, come siamo messi in Italia? A.L. In caduta libera sulle strutture istituzionali. 3

S.F. Purtroppo nel nostro Paese, nonostante le possibilità, alla cultura viene dato poco spazio: per questo molti “cervelli” vanno all’Estero. Quali sono i suoi interessi oltre l’arte contemporanea? A.L. Cinema, letteratura, etc. S.F. Il mio vecchio lavoro, il restauro di mobili antichi. Quale artista preferisce da sempre? A.L. Uberto Bonetti. S.F. Kazimir Malevič. Quale mostra le ha dato maggiori soddisfazioni?

A.L. Quella svoltasi in Inghilterra, “Arte Sacra Futurista: spiritualità e pragmatismo”, svoltasi al Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra. S.F. Naturalmente le uniche due organizzate da me, in collaborazione con A.L. “Ars Carnevalaris” nel 2006 e “Caricature in Libertà” nel 2004/2005, entrambe presso il Forte Leopoldo I a Forte dei Marmi.

1) Uberto Bonetti “Corsa di Cavalli”, 1932/1936 Olio su tavola, 35x45 cm. 2) Antonio Barberi “Le due amiche”, 1982 Olio su tela, 70x50 cm. 3) Riccardo Luchini “Città”, 2007 Olio su faesite, 30x50 cm. 4) Marco Cardini “Isola”, 2008 - 90x90 cm. Forex inciso, acciaio, grafite e smalto

Galleria Silvio Federigi, Via Trento, 23 Forte dei Marmi - Cell. 338 4285466 Studio d’Arte ‘900 ed oltre Viareggio - Cell. 338 4285466

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Galleria LAZZARO by Corsi

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enendo fede allo spirito lazzariano, la Galleria Lazzaro by Corsi continua a presentarsi al pubblico come un luogo d’incontro di critici ed artisti e sede primaria di attività e iniziative che la rendono sempre più viva e in continua evoluzione. Gran-

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de attenzione è rivolta alle opere di Walter Lazzaro, al minuzioso lavoro di catalogazione che comporta la consultazione di testi critici, di testate giornalistiche, di ricerche tra lettere e memorie di familiari e conoscenti, si affianca quello di divulgazione

delle opere del Maestro. Gli spazi espositivi di via Broletto, non lontano dalla sede storica dello studio milanese di Lazzaro (via Brera, angolo via Monte di Pietà), continuano ad essere meta di persone che, avendolo direttamente conosciuto, portano le loro testimonianze, raccontando episodi o aneddoti legati alla sua vita. Prediligendo lo stile figurativo, nel corso degli anni sono state organizzate collettive, “mostre a tema” per una più chiara conoscenza e lettura della produzione lazzariana, e sono sempre più numerosi gli artisti italiani e stranieri che chiedono di organizzare “personali” negli spazi della Galleria Milanese. Sempre in aderenza al concetto lazzariano secondo cui l’arte deve essere portata al pubblico perché questo si avvicini all’arte, la galleria ha rappresentato un “trampolino di lancio” per molti artisti che hanno avuto modo di proporsi così al pubblico e alla critica. Il programma espositivo del 2009, anno in cui è stato celebrato il ventennale dalla scomparsa è, e sarà, caratterizzato da una fitta serie di manifestazioni rivolte a celebrare l’arte e la memoria di colui che è stato definito da Lionello Venturi “il metafisico pittore del Silenzio”. La mostra che ha inaugurato tale ricorrenza, “Walter Lazzaro: Vent’anni dopo, un silenzio che si ode ancora”, è stata presentata nel mese di marzo in contem-


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Walter Lazzaro 1) “Nudo femminile”, 1973 Disegno a sanguigna su carta, 46x30,8 cm. 2) “Cinquale”, 1960 Olio su cartone telato, 30x39,1 cm. 3) “Noi e il mare”, 1979 Olio su cartone telato, 30x40 cm.

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poranea in quattro sedi, oltre a Milano e Forte dei Marmi, anche alla Galleria dell’Immagine di Sarzana (La Spezia) e alla Galleria Capricorno di Vigevano (PV) e per l’occasione è stata pubblicata la Monografia “Walter Lazzaro” allegata alla rivista mensile Arte (Editoriale Giorgio Mondadori). Dopo la personale dell’anno scorso, la Galleria Lazzaro by Corsi ritorna ad Arte Forte proponendo oltre alle opere di Walter Lazzaro, quelle di Aligi Sassu, uno dei più grandi artisti figurativi del XX secolo e di Angiolo Volpe, pittore toscano che ha saputo evidenziare, nel corso del tempo, una propria linea espressiva, abbandonando l’impronta tipica dei Macchiaioli che ha caratterizzato i suoi primi lavori. La mostra “LAZZARO •

VOLPE dialogo del silenzio” tenutasi nei mesi di maggio e giugno, sia a Milano che a Forte dei Marmi, ha permesso di apprezzare i meravigliosi pastelli di Volpe che hanno riscosso molto succes-

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so per la loro dolce atmosfera di sospensione della realtà, in perfetta sintonia con i “silenzi” di W. Lazzaro. Questa prima selezione di opere può essere considerata un’anteprima dell’evento espositivo che si terrà ad Arezzo dal 26 settembre al 1 novembre presso la Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea; le opere del Maestro Sassu, invece, dopo l’esposizione ad Arte Forte saranno al centro della più importante mostra che la Galleria Lazzaro by Corsi proporrà in autunno nella sua sede milanese.


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L’EREDITA’ ARTISTICA DI ALIGI SASSU: INTERVISTA A CARLOS JULIO SASSU SUAREZ di Domenico Montalto Il 17 luglio del 2000, nella sua casa di Pollença, nell’isola di Mallorca, moriva a 88 anni Aligi Sassu. L’estate prossima segnerà quindi il decennale della scomparsa di uno dei più grandi artisti figurativi della prima metà del Novecento, la cui opera ha attraversato il XX secolo nonché le principali avanguardie storiche italiane: dal Futurismo degli esordi in giovanissima età, al primitivismo dei Valori Plastici al realismo sociale di Corrente. Sassu sarà al centro di una mostra che la Galleria Lazzaro By Corsi terrà nell’ambito dell’edizione 2009 di ArteForte, e che verrà poi replicata quest’autunno – in forma allargata – nella sede milanese: alcune importanti opere di Sassu sul tema per lui elettivo del mare saranno poste a confronto con quelle, di medesimo soggetto, di Lazzaro, De Chirico, Carrà. Sull’eredità culturale e artistica di Sassu facciamo il punto parlandone con Carlos Julio Sassu Suarez, 56 anni, figlio adottivo dell’artista e dal 1987 responsabile dell’Archivio Sassu (cui si devono lo studio e l’attività ufficiale di au-

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tenticazione delle opere) nonché anima dell’«Associazione Amici di Aligi Sassu», che ormai da anni svolge un lodevole lavoro di conoscenza e di divulgazione tramite eventi culturali, esposizioni a tema, pubblicazioni. Quali sono oggi, a una decennio dalla scomparsa, il bilancio e il ruolo della figura di Sassu nell’arte moderna? Che lettura possiamo darne? «Dieci anni, nelle cose dell’arte, sono un periodo ancora troppo breve per poter emettere giudizi di valore definitivi. Impegno più importante, in questo momento, è mantenere vivi presso il pubblico la memoria e il nome del maestro e della sua geniale poliedricità. Ricordiamo che Aligi Sassu fu un artista “totale”, uno degli ultimi “artisti totali” nel secolo delle avanguardie. Egli fu infatti pittore, incisore, scultore, ceramista, illustratore,

scrittore, poeta. L’arte era davvero tutta la sua vita. Ma nonostante i riconoscimenti critici e collezionistici che aveva, Sassu era solito dire: “Io diventerò veramente grande solo dopo la mia morte”. Quasi una premonizione, confermata in seguito dall’andamento del mercato e delle aste». Eppure, al giorno d’oggi si deve constatare che un po’ di oblìo è sceso sul nome di Sassu, così come su altri maestri figurativi della sua generazione, soprattutto in certe fiere e riviste di settore che fanno tendenza». «Indubbiamente, c’è una sorta di censura culturale che è calata non solo su Sassu, ma anche su Guttuso, su Migneco, su Cassinari e su altri importanti artisti italiani che esordirono nel corso degli anni ’30. Il filone figurativo e realista è un po’ l’illustre assente negli ambienti intellettuali e museali egemoni nel sistema contemporaneo delle arti». Eppure, nel caso di Sassu, non mancano certo la considerazione e l’affetto da parte del collezionismo. «Il valore poetico ed estetico di un’opera di Sassu è chiaro a tutti. La sua è una qualità che non scopriamo certo adesso, e il collezionista sa che investire nell’acquisto di un’opera di Sassu significa investire su valori storicizzati, sicuri. La solidità del passato garantisce il futuro. Val la pena di osservare che l’antologica di Sassu tenutasi


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nell’estate 2008 a Palazzo Reale di Milano – sia pur centrata sul periodo 1930/39 – ha fatto registrare ufficialmente 300mila visitatori. Un dato d’affluenza clamoroso che conferma la fama e popolarità di quest’artista presso un vasto pubblico». Parliamo ora dell’Associazione Amici di Aligi Sassu e delle sue finalità. «Dalla data di costituzione, il 31 marzo del 2000, l’Associazione Culturale Onlus Amici dell’Arte di Aligi Sassu si occupa di promuovere e sviluppare iniziative a carattere scientifico incentrate sullo studio e sulla ricerca artistica, pittorica, musicale e letteraria, non solo sassiana, senza scopo di lucro. L’Associazione ha sede nella città di Besana in Brianza, negli insigni ambienti del Padiglione Neoclassico di Villa Filippini. Fra le esposizioni che abbiamo realizzato solo negli ultimi anni, con cataloghi scientifici, ricordo per esempio Ippos, mostra sul tema del cavallo nell’arte di Sassu, Marino, De Chirico, Messina. Accanto a queste analisi

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tematiche continua poi l’attività di indagine e riproposta dei vari filoni che compongono il copioso corpus della produzione di Sassu, in special modo quale straordinario illustratore e scenografo: in questa chiave vanno interpretate le mostre, più piccole e mirate, dell’illustrazioni per il Don Chisciotte, della Via Crucis, dei Vangeli, dell’opera grafica. Quest’estate esporremo, sempre a Villa Filippini, i cinquanta disegni colorati, ad acrilico e acquarello, per le scene e i costumi dell’opera lirica I Vespri Siciliani. Con pari attenzione cureremo la mostra in programma ad ArteForte, dedicata alla tematica mediterranea, per Sassu fondamentale, del mare. Dagli Uomini rossi ai quadri mitologici, dai paesaggi della natìa Sardegna a quelli di Mallorca, il mare ha avuto un ruolo centrale nell’immaginario, nella poetica, nella tavolozza di Sassu, che qui riscoprì i colori forti e luminosi. Non per niente, quando Sassu morì, le sue ceneri sono state disperse fra le onde, che erano la sua vera casa».

Aligi Sassu 1) Aligi Sassu e il figlio Carlos Julio Sassu Suarez, Scandiano, 1993 2) 3)

“El Morro de la Sierra en Invierno”, 1990 Acrilico su cartone, 40x55 cm. “Can’ Marimon”, 1987 Acrilico su cartone, 39x55,6 cm.

4) “La Sierra de Tramontana”, 1990 Acrilico su cartone, 36,5x25,5 cm.

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Angiolo Volpe di Giovanni Faccenda

Il mare indugia malinconico alla corte di un tramonto invernale. Sulla spiaggia deserta, barche rovesciate si offrono nel loro più profondo letargo a una timida bava di vento, che risuona ovattata dentro quella carcassa di legno odorose di salmastro. Svanisce, come per incanto, ogni confine tra cielo e terra, in una sorta di incantesimo a cui non riesce a sottrarsi neppure qualche sparuto uccello lontano. In questa segreta meraviglia, la pittura di Angiolo Volpe ha trovato da tempo la sua più suggestiva intonazione: luci e colori sospesi fra realtà e poesia… Cosa vuol dire per un pittore nascere a Livorno? Vuol dire essere figli del passato pur non avendo mai studiato ed approfondito la pittura e la tecnica dei post-macchiaioli, che ho inconsciamente assimilato e trasportato su i miei primi lavori.

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Da sinistra Giovanni Faccenda, Vittorio Sgarbi e Angiolo Volpe

Andando a ritroso nel tempo, colpisce il modo coerente e deciso con cui si è a mano emancipato dall’influenza post-macchiaiola che aveva segnato i suoi esordi… Dimenticare una pittura che mi ha dato tanta soddisfazione ed altrettanta notorietà non è stato facile, però quando ho avvertito che il mio fervore si era placato è stato più facile per me chiudere una pagina della mia vita ed aprirne un’altra altrettanto bella e motivata. Nel mio secondo periodo ho cercato di mettere in-

sieme la tecnica e l’esperienza, e con l’amore che ho sempre riservato alla pittura ed al paesaggio dipinto dal vero, ho adottato la tecnica della sovrapposizione a più stesure corpose, pittura di getto, tutta eseguita con i colori primari e secondari, associati ai loro complementari. Dipinge ancora en plein air? La pittura dal vero mi ha sempre affascinato e stimolato. La poesia che si legge nel paesaggio produce agitazione ed entusiasmo, e per fermare quelle splendide emozioni bisogna


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dipingerle en plein air. Si certo che vado ancora. C’è un’ora del giorno che ama di più? Il primo mattino. I profumi della natura, i silenzi e la luce emana in me momenti di contemplazione. Cosa la intriga in particolare della natura? La luce per la sua emissione di calore e colore. L’aria e l’atmosfera per la sensazione del vuoto e la purezza. L’ombra che rappresenta un corpo inseparabile della natura. Quale stagione dell’anno riesce maggiormente ad emozionarla? Tutte e quattro. In occasione delle olimpiadi della neve svolte recentemente a Torino, mi è stata data l’opportunità di allestire una mostra personale sul tema, la neve, “la pittura dei luoghi

Piemonte” con oltre 30 dipinti esposti. È stata una bella esperienza. La primavera, l’estate, l’autunno, hanno una loro diversa sintesi espressiva e uno straordinario impatto emotivo, che dipingo con le stesse emozioni. Che importanza ha il mare nella sua vita d’artista? Il mare nella mia vita è stato l’inseparabile primo attore di tanti miei dipinti. Oggi lo è ancora di più. Cosa rappresenta per lei il pastello? Il pastello rappresenta il mio futuro, questa tecnica che è una vera e propria disciplina mi da la gioia di vivere uno dei momenti più belli della mia vita d’artista. Tre cose che la deprimono e tre cose che la confortano nel mondo dell’arte? Le mode. La chiusura delle belle e

famose gallerie. La pittura astratta e informale fatta con troppa facilità ed improvvisazione. In Italia ci sono giovani talenti che sanno fare bella pittura. Il pubblico attento e capace di riconoscere un bel dipinto. I giovani critici d’arte che sanno apprezzare il buon lavoro di un pittore senza trascendere in compromessi, come in questo caso Lei. Angiolo Volpe 1) “Il mare dove spesso navigano i miei pensieri”, 2008 Olio su tela, 50x150 cm. 2) “Le ombre sul campo di lavanda”, 2008 - Olio su tela, 60x120 cm.

Galleria Lazzaro by Corsi Via Broletto, 39 - 20121 Milano Tel. e Fax 02 8052021 website: www.gallerialazzaro.it e-mail: lazzarocorsi@tin.it

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COME VIVERE VILLA BERTELLI A 360° di Luca Basile

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ivere Villa Bertelli”, a Forte dei Marmi, significa, immergersi a 360 gradi in un polo culturale di grande suggestione e fascino. Con Carlo Quadrelli, 54 anni, docente di una scuola superiore, presidente di Villa Bertelli srl, società che gestisce esposizioni ed appuntamenti all’interno della Villa, andiamo alla scoperta di una realtà che, nel breve volgere di pochi anni, ha saputo ritagliarsi uno spazio importante all’insegna della qualità nel panorama delle offerte versiliesi di settore.

In quale modo definirebbe “Villa Bertelli”? Vedo la Villa come una sorta di contenitore di eventi: mostre, ma anche biblioteca, location per scambi culturali ed ancora iniziative di vario genere. Un punto di aggregazione, più che un luogo dove recarsi solamente per assistere ad un singolo appuntamento. Quali sono i progetti in cantiere per la Villa? In atto abbiamo il completamento del Giardino d’inverno, una struttura a vetrate, elegante e dal minimo impatto all’interno del parco, da utilizzare, una volta completata, come sala conferenze, visti i 200 posti che si porta in dote e ancora come luogo espositivo. Il piano terra della Villa potrebbe inoltre ospitare una biblioteca.Per quanto riguarda il parco, sono diversi gli spazi da realizzare: pensiamo, ad esempio, a sedi di lettura e auditorium. Parco che vogliamo venga vissuto tutto l’anno da versiliesi e turisti e che dovrà proporre anche aspetti ludiciricreativi. In questo contesto, sempre pensando a determinate manifestazioni, abbiamo in progetto il teatro di ‘ verzura’, una sorta di struttura modulare, anch’essa di relativo impatto ambientale. Villa Bertelli ha enormi potenzialità: cosa dovete fare per valorizzarla? Molto semplicemente dobbiamo mettere in pratica tutti quei progetti che oggi sono ancora in cantiere o ancora completare quanto è in corso di realizzazio-

ne. Ad ogni modo, per il mese di luglio, la Villa sarà a disposizione degli utenti dal mattino fino a tarda serata. E’ previsto, fra l’altro, un punto informativo turistico. Parliamo del calendario di appuntamenti 2009. Qui è doverosa una premessa: come società che gestisce la Villa siamo andati alle lunghe con i lavori di ristrutturazione, sicuramente prioritari e per questo motivo, per l’attuale stagione, l’organizzazione degli eventi è stata curata e gestita dall’amministrazione comunale. Ad ogni modo avremo, a partire dal primo luglio e fino a tutto agosto, il primo Festival internazionale dell’arte e del cinema, con importanti risvolti dedicati alla cultura russa ed una serie di date chiamate ad approfondire, anche grazie al contributo di ospiti molto importanti, le varie tematiche in proposta. In calendario, inoltre, anche un importante happening musicale con Nicola Piovani il 31 luglio e ancora Paolo Poli con “ L’Histoire de Babar”, 11 luglio, Il “ Galà di operette viennese”, 25 luglio “ Nino Rota e la musica da film”, in agenda il 7 agosto. Come a dire che sarà possibile seguire e parlare di cinema, così come assistere ad eventi dedicati all’operetta e a concerti di alto livello qualitativo. L’obiettivo di fondo era e resta sempre lo stesso: “fare vivere Villa Bertelli” e ancora farla conoscere a chi, fino ad oggi, non si è ancora avvicinato a questa splendida realtà culturale.


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LE PRESTIGIOSE GALLERIE D’ITALIA

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uest’anno la Fiera dell’arte di Forte dei Marmi si arricchisce della presenza di alcune fra le più prestigiose gallerie italiane, fra queste spicca Vecchiato Art Galleries che vanta diverse sedi in Italia e all’estero, testimonianza del prestigio culturale e del ruolo di promozione e valorizzazione del patrimonio artistico italiano e straniero nel nostro Paese. La fondazione dello spazio espositivo originario avviene a Padova ad opera di Dante Vecchiato che nella città storica, dalla metà degli anni ottanta, si pone come riferimento per moltissimi artisti e galleristi contribuendo alla crescita economica e culturale della città. Vecchiato Art Galleries è pertanto una delle più note e interessanti gallerie di Padova. La sede originaria, situata nel cuore della città storica in via Dondi dell’Orolo-

gio, apre i battenti nel 1986 con una serie di nomi importantissimi che, fin dagli esordi, qualificano l’alto livello culturale che costituisce uno degli obiettivi del titolare. In quegli anni, infatti, il panorama dell’arte italiana era piuttosto articolato e forse più di oggi risultava difficile orientarsi verso scelte di qualità. Gli artisti presenti alla mostra inaugurale sono del calibro di Sironi, Afro, Burri, Fontana, dimostrando la lungimiranza e la competenza del gallerista. Ma l’interesse di Vecchiato nei confronti delle esperienze internazionali lo convince a trattare anche opere di esponenti del Noveau Realisme, tra cui si riconoscono Cesar, Arman, Christo, senza trascurare l’Informale e i suoi più significativi autori. In questo modo la collezione di Vecchiato si arricchisce di pre-

senze significative che si propongono come vero e proprio caposaldo dell’arte, dilatandosi sino agli artisti legati alla produzione latino – americana come Wilfred Lam e Sebastian Matta.Alle soglie degli anni Novanta, l’Italia muoveva decisivi passi verso il mercato americano della Pop – Art. Sebbene l’arte Pop fosse ben conosciuta fin dalla sua comparsa alla Biennale di Venezia del 1964, gli artisti più noti appartenenti al gruppo, fuori dai luoghi istituzionali, avevano avuto poche occasioni di essere apprezzati. Infatti, solo le gallerie più all’avanguardia proponevano mostre di questi autori al loro pubblico. Si può dire che il pubblico patavino abbia conosciuto e apprezzato Andy Warhol in occasione della grande mostra allestita dalla galleria nel 1991, che valse riconoscimenti da par-


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te della critica e dei collezionisti. Attualmente la Gallery Collection propone artisti che si definiscono come pietre miliari nel panorama artistico internazionale (Fontana, Afro, Burri, Manzoni, Arman, Spoerri, Christo, Cèsar, Basquiat, Warhol, Raushenberg, Pistoletto, De Dominicis, Paladino, Chia, Clemente, Cucchi, De Maria). Allo spazio originario, si affiancare nel 1997 una nuova sede, sempre a Padova, in piazzetta San Nicolò. Il primo ed importante evento è la personale di Afro. Negli spazi espositivi che nel frattempo si sono diversificati e specializzati in ragione della diversa domanda del pubblico, si succedono mostre di grandi artisti accanto ad altre di emergenti: per citarne solo alcune, ricordiamo: Omaggio a Emilio Vedova, maggio 1998, Padova; Omaggio a Giorgio De Chirico, ottobre 1998, Padova, con catalogo curato dal critico Achille Bonito Oliva; Omaggio a Filippo De Pisis, maggio 1999, Padova; Omaggio a Fernando Botero e The Gallery Collection +, luglio 2000, Forte dei Marmi. Una personale di Arman, giugno 2001, viene allestita agli Antichi Granai di Venezia come evento collaterale della Biennale d’Arte Contemporanea in collaborazione con la Fondazione Mudima. La Galleria intrattiene anche rapporti con artisti come Finzi e Licata. Nel 1999 l’artista Jean Michel Basquiat è assoluto pro-

tagonista delle iniziative culturali : viene organizzata una mostra con trenta grandi capolavori nelle sedi di Forte dei Marmi e di Cortina. Negli stessi anni l’edizione italiana del catalogo generale dell’artista afro-americano riscuote un enorme successo. Edito con la Galerie Enrico Navarra di Parigi, il catalogo viene presentato in anteprima alla Fondazione Peggy Guggenheim

di Venezia con la partecipazione di personalità come Luca Massimo Barbero, Enrico Navarra ed il gallerista newyorkese dello stesso Basquiat, Tony Shafrazy. Successivamente l’interesse di Vecchiato Art Galleries si concentra sui giovani artisti, fra i quali ricordiamo Cesare Berlingeri, Rabarama e Renato Pengo. L’impegno con giovani talenti e l’attenzione rivolta ai paesi extraeuropei hanno determinato la scelta di concentrare il lavoro

nelle sedi di Padova e Milano poiché il lavoro della Galleria, punta sulla promozione dell’arte contemporanea italiana nel mondo. A questo proposito numerose sono state le manifestazioni che hanno coinvolto diverse strutture museali in località straniere, dagli Stati Uniti (Museo d’Arte Contemporanea di Boca Raton, Florida) al Messico (Museo Olmeto Patino, Città del Messico), dal Venezuela (Giardini del Centro Culturale La Estancia, Caracas) alla Cina (Millennium Monument, Pechino e Palazzo delle Esposizioni di ShenZhen e Shangai), la Francia (Place du Panteon, Parigi e Musée Fleury, Lodève) e l’Olanda (Galleria Etienne e Van Loon, Oisterwijk). Il 2006 rappresenta un anno molto importante per la Galleria culminato con l’inaugurazione di una nuovissima sede, in via Alberto da Padova, la Vecchiato Art Galleries, che vanta uno spazio moderno concepito come un open space in cui si realizza un’innovativa fruizione delle opere d’arte. Il 16 marzo dello stesso anno, viene inaugurata nella nuova sede la mostra Made in China dove si possono apprezzare i lavori di undici artisti cinesi contemporanei, selezionati personalmente da Dante Vecchiato. L’evento, curato da Virginia Baradel, mostra opere caratterizzate da due importanti aspetti, un background di tradizione e memorie stratificate che via via affiora e si rinnova, ed un


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vigore immaginativo fresco, non contaminato dalle continue innovazioni occidentali. Il risultato è una sorta di transavanguardia cinese, che vede mescolati realismo, surrealismo e pop. Nel giugno del 2006 la mostra: 5, NOUVEAU REALISME, con catalogo stato curato da Dominique Stella, vede la partecipazione dei Maestri come Christo, Hains, Spoerri, César ed Arman. La Galleria ha curato e cura, in esclusiva per l’Italia, l’archivio dell’artista. Nel 2007 è la volta di: Villeglé, Il decollage di un grande Maestro, Cesare Berlingeri, Vele per nessun mare, The Art of David Hamilton nello spazio fotografico, la personale dell’artista Rabarama: Dreams of Transformation. Nel 2008 Le grandi opere di Arman conquistano ampia diffusione grazie ad un’affascinante sintesi della carriera dell’artista nizzardo. Pochi mesi dopo si tiene: Senza regole, esposizione collettiva di artisti emergenti che confermano con le loro opere, fuori dagli schemi, l’interesse della galleria per proposte anche diverse dalle tradizionali. Nello stesso anno, il pubblico ha potuto apprezzare l’esposizione A stretto giro, dove in cui sono state presentate le opere degli artisti Marco Nereo Rotelli, Silvio Fiorenzo e Lorenzo Fonda. Nel dicembre 2008 apre il nuovo spazio espositivo nel cuore di Milano, vicino al Duomo, in Via Santa Marta 3. Ancora una volta

viene confermata la qualità nella ricerca e l’abilità nell’anticipare le nuove tendenze artistiche, caratteristiche che da sempre contraddistinguono la Vecchiato Art Galleries. Con l’apertura di questo spazio, gli appassionati dell’arte possono ammirare i lavori di giovani ed affermati artisti Cinesi ed una particolare selezione di opere delle nuove Avanguardie Indiane ed Egiziane. L’ultima fatica della galleria ha prodotto una nuova esposizione inaugurata il 3 giugno di quest’anno con il titolo di “ Bollywood” dedicata ad opere d’arte fotografica di tre autori indiani: N.Pushpamala, Bharat Sikka, Tejal Shah. La mostra è allestita presso la Vecchiato Contemporary Photos in Via Dondi dell’Orologio, 31 a Padova, fino al 31 Luglio. Porto Cervo e Saint Tropez rappresentano le temporaries locations della stagione estiva 2009. In occasione della Fiera di Forte dei Marmi, gli stand dal 14 al 18, presenteranno una panoramica di artisti di grandissima fama, in particolare: una personale di Cesare Berlingeri ed alcune opere di Rabarama, artisti in esclusiva per la galleria, mentre nello spazio della collettiva saranno esposte le opere di Marcello Cinque, Nicola Bolla, Dany Vescovy, Corrado Bonomi, Marina Vargas. E’ indispensabile ricordare, inoltre, l’evento che ha visto protagonista l’opera di Kei-

th Haring, il noto street’s writer divenuto famoso nel mondo per i suoi graffiti dal tratto primitivo e popolare. Dell’artista americano è stata inaugurata in aprile di quest’anno una personale a Milano, nel nuovo spazio espositivo in Via Santa Marta 3, vicino al Duomo, curata da Luca Beatrice e catalogo edito dalla stessa Vecchiato Art Galleries. L’esposizione con in vendita importanti opere dell’artista scomparso nel 1990, sarà aperta al pubblico fino al 30 giugno 2009.


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Foto by Mimmo Capone

CESARE BERLINGERI: Gesto e materia di Emanuela Mazzotti

L’

opera di Cesare Berlingeri si colloca a pieno titolo dentro il percorso della storia della pittura poiché la sua arte si configura nella “visione degli oggetti pittorici...” I lavori dell’artista sono caratterizzati da forme volumetriche che si espandono nello spazio, veri e propri oggetti speculari al quadro che del quadro mantengono la sostanza – colore. Accanto a queste la materia delle piegature: «Le mie piegature non sono un gesto come piegare la camicia. La piegazione è mettere uno strato sopra un altro strato di materia, sia essa tela o colore. È questo che appartiene

al fare dell’artista, mettere un colore sopra un altro colore e un altro colore ancora. Dunque, non mi discosto dalla grandi vie della pittura.» Tutto ciò determina l’arte personalissima di Berlingeri che al di là di ogni possibile lettura rimane segreto. L’esperienza stessa dell’arte è e rimane segreto, dal momento che l’autore conserva dentro di se qualche cosa di non detto, di non realizzato pienamente, quasi una interiorità fluttuante. Così attraverso l’ambiguità di cui l’artista si fa interprete, le forme sembrano ritirarsi, dispiegarsi, assumere nuovi contorni e fisionomie. È una sorta di serenità apollinea che concede all’autore di mantenere un sostanziale distacco dalla sua opera attribuendo alla materia in se un autonomo contenuto. Questo contenuto si configura come una specie di energia, la materia evoca se stessa attraverso la forza che la determina, che la spinge in dilatazioni – contrazioni. Le materie sospese come veri e propri dipinti, assumono torsioni e trasmettono tensioni interne tradotte in parvenze di movimenti, di accenti, di sospensioni proprie della Maniera, di un Pontormo che, con gesto rivoluzionario, superava la tradizione classico-rinascimentale per inventare un’arte tutta interiore e scopertamente soggettiva, moderna.

Così l’arte gira attorno al visibile per attingere all’invisibile in una tensione verso ciò che non è spiegabile con il linguaggio tradizionalmente inteso dall’estetica. La pittura piegata è la traduzione bidimensionale del tridimensionale, è gesto che controlla lo spazio geometrico per arrivare, attraverso il colore puro, all’essenza che è composizione. Cominciò oltre trent’anni fa, Cesare Berlingeri, a piegare le tele dei suoi quadri. Dapprima, ottenendo volumi con tele imbevute di gesso e pigmenti che traevano le loro forme dalle curvature. Poi, strati avvolti su disegni graffiti non soffocati dall’azione dell’artista. Più di recente, articolando i volumi della tela come corpi umani, i cui torsi scultorei tendono a espandere gli spazi. La sua arte si configura come un’idea “a priori”, qualche cosa che preesiste alla stesura operativa e che possiamo pensare corrisponda di fatto ad una fase concettuale. L’origine dell’ispirazione è comunque sempre legato a fatti ed eventi concreti, così Berlingeri racconta che le piegature vengono dalla fascinazione dei tessuti e delle tele che hanno avuto la loro storia nel percorso teatrale, nel gesto ampio e ripetuto che accompagna il ripiegare fondali scenici alla fine di una rappresentazione. Dentro a quelle pieghe l’artista racchiude il suo pensiero, il suo tempo, il suo


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spazio. Dentro ad ogni piega si può racchiudere una parte di se stessi e del mondo che conosciamo. Ogni tela piegata vive della forza del colore puro, del suo spessore e della sua leggerezza, qualità che possiamo cogliere con i nostri sensi e che ancora ci suggeriscono possibili empatie, suggestioni di movimenti, fluttuazioni. Un’arte “avvolta” che vive del proprio segreto, che non chiede di essere capita o interpretata, quanto piuttosto di vivere di poesia, attraverso la ricerca del senso delle cose e il senso della materia. L’opera non è mai piatta, è infinita come la materia di cui è fatta anche quando si ripiega su se stessa. Nell’opera di Berlingeri colori e ritmi si dispiegano come sistemi musicali, come armonie, armonie cromatiche che sono profondamente radicate nella cultura mediterranea che si coniuga nella luce, nel colore e nella tensione espressiva, quasi drammatica, persino dolorosa. Lui, artista che ha conosciute diverse realtà culturali e luoghi del mondo, ha i piedi saldamente ancorati nel Mediterraneo, alle tradizioni della grecità che ha sa-

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puto far confluire l’emozione con il pensiero razionale, pitagorico, che sappiamo riconoscere nella ricerca della misura, nel ritmo calibrato, nel numero, tutte radicate profondamente nell’opera d’arte di un autore che quei luoghi vive. Berlingeri , uomo razionale e pitagorico per genesi, parla del nostro tempo come luogo delle omologazioni, determinato dalla necessità del vivere in modo globale. Così anche l’arte non si sottrae a questa definizione, suscitando nell’autore il timore che tutto ciò possa far perdere il mistero, la magia di cui l’arte si nutre. L’arte contemporanea ha smarrito il senso segreto delle cose, il fatto magico, la poesia. Troppe cose contemporanee sono “già viste”, troppo finite, troppo leggere; diventando troppo facili non inducono la mente dell’osservatore a viaggiare, ad uscire dai luoghi comuni. Tutto ciò può risultare molto pericoloso perché conduce alla deriva intellettuale e in ultima analisi alla rinuncia della propria autonomia come espressione di libertà ed essere nel mondo. L’individuo è soprattutto fisicità e l’artista non viene meno a questa esigenza, il primo segno fisico che coincide con la prima forma dell’arte è il segno lasciato dal tizzone sulle pareti delle grotte preistoriche. Solo con un costante confronto con la fisicità della materia, con la sua possibilità di essere significato si concilia il gesto e il contenuto, risolto dentro la qualità fisica della pittura, dentro quel mare e quel cielo che sono l’orizzonte di senso dell’uomo mediterraneo.

RABARAMA Paola Epifani, in arte Rabarama, nasce a Roma nel 1969. Attualmente vive e lavora a Padova. Figlia d’arte, dimostra fin da bambina un innato talento per la scultura. La sua educazione artistica si forma dapprima al Liceo Artistico di Treviso e successivamente all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Diplomatasi a pieni voti nel 1991, prende parte fin da subito a numerosi premi nazionali e internazionali di scultura, ottenendo un crescente successo di critica e pubblico. Il 1995 è l’anno della svolta; inizia la sua collaborazione con la galleria Dante Vecchiato, fondamentale per l’elaborazione delle future tematiche artistiche e della sua promozione in ambito nazionale e internazionale. Dalla fine degli anni Novanta, l’artista sviluppa una personalissima ricerca che prende avvio da una personale visione del mondo e della vita, costruita sulla negazione del libero arbitrio, la predestinazione degli eventi e la riduzione dell’uomo a semplice computer biologico. La storia degli individui è determinata unicamente dalla genetica


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e condizionata dalla società, di conseguenza le funzioni vitali sono le uniche funzioni esaltate dalla necessità dell’esistenza. L’espressività dei soggetti è perlopiù assente, azzerata da una ricerca che si esprime nella condizione determinata da un mondo che è regolato solo da rapporti di causa-effetto, dove il comune denominatore è la necessità di programmazione omologata della specie. L’universo è pertanto concepito come gioco di incastri, metafora di un puzzle, in cui ogni singola parte trova il suo inserimento in un determinato (o più propriamente predeterminato) punto spazio-temporale. A conclusione di questa prima fase di ricerca, l’artista espone nel 2000 un gruppo di opere presso la Fondazione Mudima di Milano, generate dalla consapevolezza che in ogni frammento della realtà e dell’essere umano vi sia l’impronta del principio originario. Legata alla traccia simbolica è la realizzazione di un scultura monumentale eseguita per il Museo d’Arte Contemporanea di Boca Raton in Florida, installata nel 2001. I tatuaggi tridimensionali incisi sulla pelle assumono nuove forme; forando completamente la “corazza” protettiva, l’energia interiore entra a diretto contatto con l’ambiente esterno, superando la realtà contingente in una progressiva emancipazione dalla materia (corrispondente all’esi-

stenza biologica, all’essere vegetativo). Le stesse sculture verranno esposte presso spazi pubblici e fondazioni, quali la Fondazione Palazzo Bricherasio di Torino,

Museo Dolores Olmedo Patio a Città del Messico (Messico), Museo Fleury a Lodve (Francia), Open 2002, Lido di Venezia, Biennale d’Arte di Pechino (Cina 2003), Musei di San Salvatore in Lauro, Roma. La produzione dell’artista è alquanto eclettica, diversificata tra sculture di terracotta, bronzo dipinto, marmo, vetro, e la pittura ad olio, le inclusioni di resina, i gioielli d’artista in oro, i recenti monotipi in gomma, le opere grafiche. Negli ultimi anni sono state organizzate numerose mostre tra le quali spicca nel 2004 quella in

Cina, conseguenza della partecipazione dell’artista alla Biennale Cinese d’Arte Contemporanea a Pechino. All’inizio del 2005 ha esposto presso il Centro Culturale La Estancia a Caracas e successivamente nella galleria olandese Etienne Gallery; nello stesso anno prende parte all’importante manifestazione Open 2005 in concomitanza con la 62° Mostra d’Arte Cinematografica presso il Lido di Venezia. Attualmente, tra le numerose manifestazioni che la vedono protagonista, quella di Saint Tropez assume un rilievo particolare, infatti 5 grandi sculture saranno installate negli spazi urbani di emergente interesse culturale che le hanno valso moltissimi apprezzamenti di critica e pubblico.

Keith HARING 1) “Untitled (Medusa Head)”,1986 Acquaforte su carta, cm. 137.2x248 cm. BERLINGERI 2) “Costellazione”, 2007 Tecnica mista su tela piegata, 382x135 cm. 3) “Piegare oltremare”, 2007 Tecnica mista su tela piegata 60.5x71.5 cm. RABARAMA 4) “Chi-chi”, 2008 Bronzo dipinto, 29x35x29 cm.

Vecchiato Art Galleries Via Alberto da Padova (Padova) Tel. 049 8561359 - Fax 049 8710845 info@vecchiatoarte.it

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Intervista A JEROME ZODO DI J&G ART

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uando è nata l’idea di fondare una galleria? La J & G Art è stata fondata nel 2000 da Alessandro Zodo mercante d’arte con alle spalle trent’anni di attività. Nel 2005, finiti gli studi di Economia Aziendale, Alessandro viene affiancato nella direzione della galleria dal figlio Jerome. Quali sono state le sue scelte all’inizio? Quali artisti ha privilegiato? Sin dall’inizio la galleria ha offerto opere importanti di artisti

ampiamente storicizzati rivolgendosi quindi ad un pubblico selezionato e competente. La J & G Art è specializzata nella commercializzazione di opere del ‘900 italiano ed internazionale con una particolare attenzione per autori come De Chirico, Burri, Appel, Chagall, Severini, Fontana, Arman, Pomodoro, Marino Marini, Picasso, Vasarely ed altri maestri internazionali. Che cosa determinò quelle scelte?

La galleria è stata lo sbocco naturale di un attività più che trentennale ed una risposta alle mutate esigenze di un mercato globalizzato. La galleria è stata infatti un modo per comunicare ad un pubblico sempre maggiore ed offrire un servizio sempre più professionale. Sceglierebbe gli stessi artisti o no? Il mercato dell’arte è in continua evoluzione e più che voler cambiare qualcosa nel passato bisogna capire cosa affiancare a


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quanto già offerto, capire quali artisti sono in fase di consolidamento e contribuire al processo di storicizzazione cominciando ad offrirli ai clienti più prestigiosi e inserendoli nelle collezioni più autorevoli. Quanto è importante per un gallerista conoscere la storia dell’arte? Direi che è semplicemente fondamentale, volendo specificare che il mercato dell’arte non deve essere considerato come qualcosa di avulso dalla storia dell’arte ma, anzi, come una parte integrante di esso. Quali sono stati gli artisti che ha maggiormente apprezzato pur non trattandoli nella sua galleria? Sostanzialmente ho avuto la fortuna di lavorare con tutti gli artisti che veramente mi hanno interessato. Se proprio dovessi pensarci ora, così a posteriori, direi che avrei voluto lavorare con opere di Mondrian, Malevich…pochi altri Come risponde il pubblico alle proposte all’avanguardia? In realtà abbiamo già iniziato ad occuparci di arte contemporanea. Jerome, aprirà il prossimo gennaio una galleria che si affiancherà alla J& G Art e che si chiamerà appunto “Jerome Zodo Contamporary”. La nuova galleria avrà sede in uno spazio decisamente innovativo e si occuperà di artisti emergenti e controcorrente. Già ad Arte Forte offriremo una piccola anteprima del nostro futuro pro-

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gramma. Ancora non lo sappiamo, ma credo e spero bene. Che cosa apprezza di più in un lavoro di artista, che sia commercialmente interessante, le tecniche o l’idea originale? Questa è una domanda che richiederebbe una risposta decisamente più articolata, ma la commerciabilità di un artista e la sua qualità artistica sono strettamente connesse, semmai è difficile stabilire quanto tem-

po il mercato ci metterà ad accettare qualcosa di veramente nuovo. Che importanza ha avuto la critica d’arte in passato rispetto ad oggi? Anche la critica è in evoluzione oggi è forse meno speculativa e più “manageriale”, infatti il ruolo del critico si è andato sempre più confondendo con quello del curatore, ma lo scopo è sostanzialmente il medesimo “spiegare e diffondere”. In che modo la critica in-


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fluenza il mercato? Spiegando e diffondendo appunto. Il problema è sempre di strumenti, il numero dei musei è limitato, il numero delle riviste anche, etc. per cui ci saranno artisti che avranno prima la giusta visibilità ed altri che fa-

ticheranno ad imporsi. Il ruolo del mercante è capire (ed a volte contribuire) quali saranno questi tempi. Lei ha fiducia nella critica contemporanea? Ho fiducia nel mercato in cui opero anche se certe bolle spe-

culative mi fanno venire dei … dubbi… e secondo me alla lunga possono essere dannose per l’artista stesso. La critica ha gli stessi pregi e difetti di tutti gli altri soggetti che operano in questo mercato. Dove si trova attualmente il


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miglior mercato dell’arte? Non lo so. Però credo che quelli bravi faranno meglio di quelli incompetenti. A New York Alessandro Zodo ha risieduto e lavorato a lungo e non è detto che non torni ad operarci, oggi una città dove 5

ci piacerebbe avere una sede è Berlino, una città che vede il fiorire di interessanti tendenze e novità. Il mercato dell’arte è decisamente globalizzato, sarei tentato di risponderle in internet o nel mondo, tuttavia devo riconoscere la capacità aggregante di centri come New York, Londra. La qualità del lavoro dipende dalla forza del sistema che lo produce. Gli Stati Uniti sono ancora il paese che possiede il miglior sistema dell’arte, ma molti paesi emergenti si stanno affacciando all’orizzonte: L’In-

dia soprattutto. Quale considera essere il paese con la produzione artistica qualitativamente migliore? Mi ricollego alla risposta precedente. L’Italia è un sistema debole che andrebbe rifondato dalle accademie. Nei sistemi migliori i grandi artisti insegnano nelle accademie, nelle scuole, da noi sembrano essere due carriere inconciliabili o ci si dedica a fare l’artista, il curatore, etc. o all’insegnamento. Poi c’è bisogno di maggiori sbocchi per i nostri artisti, luoghi espositivi che abbiano la forza di offrire


148 J&G ART

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visibilità ai nostri artisti ed al tempo stesso la capacità di attirare visitatori a livello internazionale. Qual è l’Artista più grande? Di tutti i tempi? Picasso. La Mostra più bella? La prossima. Sarà la prima della nuova galleria. Che cosa pensa del Forte e 7

della Fiera dell’arte? Egoisticamente rispondo che del Forte mi piace il poco tempo che ci metto da Milano per arrivarci. La mia Casa, la spiaggia curatissima, la cucina… anche se manca un buon ristorante sulla spiaggia con una bella vista mare. Della Fiera penso che sarà una buona opportunità.

1) Jerome Zodo, al retro opera di Andrè Masson 2) Lucio Fontana “Concetto Spaziale, Attese”, 1963-64 Idropittura su tela, 74x61 cm. 3)

Mario Schifano “Campo di grano”, 1985-86 Smalto e acrilico su tela con cornice dipinta - 97,5 x 137 cm.

4) Hans Hartung “1973-C30”, 1973 Acrilico su cartone, 74,6x104,3 cm. 5) Kandinskij Olio su tela, 1921 49x70 cm. 6)

Hans Hartung “CP P1974-A22”, 1974, Pastello e acrilico su cartone, 74,80x104,50 cm.

7) Pablo Picasso “Le Peintre et son Modele”, 1964 Olio su tela, 97x130 cm.

J&G ART Via Fatebenefratelli, 15 20121 Milano Ph. +39 02 6572344/+39 02 6571981 Fax +39 02 6597511 www.jg-artgallery.com info@jg-artgallery.com

Stand 38-39-40-45-46-47


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GALLERIA D’ARTE LA TELACCIA Segment-Art: Picchio, un artista poliedrico di Emanuela Mazzotti

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ei graffiti primitivi dell’universo preistorico il segno definisce una serie articolata e rigorosamente gerarchica di significati, che rappresentano il bisogno dell’uomo di soddisfare un’esigenza apotropaica, rivelata nel carattere magico – rituale di quelle incisioni. Rappresentare in gesti ripetuti gli animali oggetto delle battute di caccia, così come gli stessi cacciatori, in forma sostanziale di “frammento” narrativo, corrisponde infatti, alla necessità di controllare l’esito delle stesse azioni umane e in definitiva dell’intero mondo conosciuto: un microcosmo inversamente proporzionale alle paure ancestrali e inevitabilmente determinato dallo sforzo umano di circoscrivere l’ignoto con un gesto di appartenenza.

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In questo contesto l’artista incide sulla parete della grotta simboli, segni della realtà, che nella ripetizione del gesto creativo pongono l’autore stesso al centro di un processo di “riconoscimento” di se. Dal segno, ovvero dal disegno preparatore- che in Picchio appare in qualche modo opera già conclusa - ci sembra opportuno tentare una breve analisi dell’artista. Il disegno si definisce attraverso linee e colori in composizioni già strutturate che, ben lontane da 2 essere semplici abbozzi, costituiscono il corpo del passaggio successivo; ovvero definiscono la “griglia”, il supporto, nel rapporto tra forma e colore. Il risultato è pertanto una solida architettura che, al di là del soggetto rappresentato, induce


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Picchio 1) “Human communication normal” 2) “Tod der sterne” 3) “Life-insurance night” 4) “Lan” 5) “Workforce A1”

l’osservatore ad un gioco labirintico di relazioni tra spazio e luce, ad un “riguardare” per cercare di disvelare, oltre l’apparenza, il segreto che si cela dentro le immagini stesse. I dipinti seguono un iter che attraversa differenti momenti e fasi della pittura di Picchio e tuttavia è possibile individuare tre percorsi fondamentali: Abstract, acrilici su tela caratterizzati da un impianto sostanzialmente astratto, Combination o Mosaic, che rivelano l’interesse nei confronti di nuove possibili textures e Collage. L’oggettività, in tutti i soggetti, è solo apparente perché l’artista non intende rappresentare immagini come simulacri di un mondo concreto, in realtà qui si allude ad un processo della visione che la sua opera può solo parzialmente mostrare e che non è riproducibile. L’arte è prima di tutto fatto mentale tale che l’artista fa il mondo attraverso l’arte. Non è casuale che l’autore definisca la sua come Segment – Art, ovvero una sorta di porzione geometrica, parte di un tutto, del quale ci è impedita la visione complessiva. Eppure la materia si sostanzia attraverso strutture, quasi come architetture, nelle quali la forma


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è quella del cubo, del parallelepipedo, del cerchio. Da sempre l’arte è ricorsa alla forma geometrica come sistema, chiave di lettura logica e razionale del mondo e quindi dell’arte stessa che di quel mondo è parte, tentativo di conoscere l’intima struttura delle cose senza rinunciare alla sua natura: rappresentare nel visibile l’invisibile. Nel caso delle realizzazioni astratte, sembra che l’artista proceda nella ricerca della luce attraverso la forma. Le tele sono generate da segni rapidi, pastosi, con andamento prevalentemente verticale o obliquo su sfondi che nascono dalla scomposizione della luce bianca, i tratti sono volutamente a-significanti, spogliati di funzione illustrativa e narrativa. In Revelated, si inter-

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viene sulla superficie con materiali diversi che, opportunamente sollevati, “rivelano” una pelle sottostante, un gesto che prelude ad una nudità scoperta, più intima. Più esattamente si può affermare che i procedimenti esecutivi, sottesi alle diverse fasi della pittura, appartengono ad un sistema originale che non è risolto nel rapporto tra primo e secondo piano, tra bidimensione e tridimensione, quanto, piuttosto, nella ricerca dei rapporti di pura visibilità che hanno interessato autori moderni e contemporanei. Non è un caso che molti soggetti si definiscano attraverso un sistema di contrasti simultanei. Gilles Deleuze afferma: “E’ un errore credere che il pittore si trovi davanti ad una superficie bianca. All’origine della creden-

za nella figurazione c’è questo errore: se infatti il pittore fosse dinanzi a una superficie bianca, potrebbe riprodurvi un oggetto esterno, che quindi fungerebbe da modello. Ma non è così. Il pittore ha molte cose nella testa, attorno a sé. E tutto ciò che egli ha attorno a sé e nella testa, è già nella tela più o meno virtualmente, prima che il pittore cominci il suo lavoro. Tutto ciò è presente sulla tela sotto forma di immagini, attuali o virtuali...” In un testo recente del critico d’arte Martin Kraft, si afferma che “nessuna delle opere di Picchio nasce da un’intuizione gestuale, bensì ogni opera è ben presente e definita fin dall’inizio...” Questa premessa è chiarificatrice del modus operandi che privilegia un lavoro solido,

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quasi artigianale che permette di dominare perfettamente la materia. Se la ragione non sempre sostiene quello che si può definire impulso creativo è tuttavia chiaro che l’obiettivo del processo artistico è indissolubilmente legato ad una sorta di continua ricerca. La ricerca alla quale ci si riferisce è la ricerca di senso, della logica che è sottesa alle cose, di una visione anche scanzonata, ludica, che in ultima analisi è un modo fondamentale di essere nel mondo. “L’artista dipinge ciò che è, quello che è stato”, afferma J. Mirò, così certi segmenti di Picchio sono “consonanze emozionali”, che al di là del riferire una stretta identità tra l’occhio dell’artista e ciò che è visibile, costituiscono il primo approccio ad un più vasto sistema di conoscenza quale tentativo di appropriazione del mondo; costituiscono pertanto l’essenza della forma, forma emendata da ciò che è superfluo, accidentale, illusorio. La pittura antica assolveva un

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compito documentario – illustrativo, tale che le immagini apparivano funzionali all’evocazione, nella figurazione, di un sostrato rigoroso di conoscenze dottrinali e fenomeniche che l’arte moderna ha parzialmente rinnegato riscoprendo una funzione ludica, un gioco ateo ( Malraux). Nelle opere più recenti di Picchio, l’aspetto ludico non è del tutto estraneo ad una certa irradiazione mistica di una pittura che potremmo definire più oggettiva, pittura nata dal profondo dell’essere in cui l’opera trova la sua germinazione, finendo per diventare realtà, coincidendo con l’essenziale, ovvero l’uomo intero. In Collage le combinazioni di materiali e tecniche diverse producono suggestivi risultati utilizzando griglie entro le quali si inseriscono parole, frasi, fotografie che tramutano l’ordine chiuso della realtà in un ordine aperto, flessibile a intrecci linguistici diversi, in una comunicazione continua con lo spettatore.

Possiamo affermare, anche contro ogni apparenza, che qui non si rinuncia mai alla natura, intesa come fonte d’ispirazione e vocazione ad una sensibilità generatrice di tutte le invenzioni, origine delle espressioni più ardite. Sono le cose più semplici a suscitare idee. Il fatto stesso che il disegno abbia origine nell’immaginazione costringe a non spostare mai né sovrapporre i due campi estremi: quello della realtà e quello della finzione. “In un quadro - sosteneva J. Mirò - si devono poter scoprire cose nuove ogni volta che lo si vede.Per me un quadro deve essere una scintilla….. Più del quadro conta quel che il quadro diffonde intorno a sé. L’arte può morire, ma quel che conta è che abbia sparso seme sulla terra”.

Picchio 6) “Wasser auf die Mühlen” 7) “Wasser auf die Mühlen B”


155 GALLERIA D’ARTE LA TELACCIA

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U. Nespolo e G. Malinpensa, gallerista, nello studio del maestro

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11 Ugo Nespolo 8) “Accumulazione contab”, 2008 Acrilici, 50x70 cm. 9) “After you have gone”, 2008 Acrilici, 50x70 cm. 10) “Show at met”, 2008 Acrilici, 70x100 cm. 11) “Taco rico (Yhat time)”, 2008 Acrilici, 70x100 cm.

Galleria d’Arte La Telaccia Via P. Santarosa, 1 - Piazza Statuto 10122 Torino Tel. e Fax 011 5628220 cell. 3472500814 www.latelaccia.it - info@latelaccia.it

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Via ProVinciale , 55 - 55042 F orte dei MarMi (lu) interiors design: scianca Matteo Per inForMazioni: tel. 0584 1848146 - F ax 0584 1848173 cell. 329 9641432 www.archilux.it - info@archilux.it

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Gestalt Gallery

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estalt Gallery è una giovane galleria pietrasantina, nata nel 2007, che in pochi anni ha affermato il suo stile e consolidato la propria presenza sul territorio grazie alla continua ricerca di giovani artisti, di tecniche e materiali innovativi. Nell’ultimo anno la Gestalt Gallery ha iniziato a collaborare con importanti gallerie italiane, come Il Milione di Milano e la galleria Monogramma di Roma, e sta lavorando per aprire una sede a Milano e una a Londra. Per il 2009 la Gestalt Gallery punta su cinque artisti, fra questi presenta Formisano, che è una giovane promessa dell’arte italiana. Informale, espressionista, astrattista, la sua pittura è di più: è un modo di parlare, un’esigenza primaria, che si concretizza in un’immagine

assoluta che sembra voler fissare, per pochi istanti, il flusso inarrestabile del tempo e della memoria. Le sue incisioni e graffi talvolta sono più simili a scarabocchi che a lettere, ma sono carichi di energia. Pare allora di intravedere inquietanti rappresentazioni dell’inconscio, teste reclinate, mani indicanti e bocche aperte ad urlare parole mute. E poi segni forti, decisi, incisi nel colore come a segnalare un disagio che è un po’, come dice lui stesso, il disagio di vivere. Il secondo artista è Massimo Caccia. HOME SWEET HOME, la personale nel mese di luglio, racconta il suo mondo di animali attoniti, smarriti in un ambiente, la cucina, familiare solo all’uomo. Il suo stile si caratterizza per le campiture di colore piatto contornate di nero, disposte nello spazio, il quadrato, in un gioco ritmico tra l’animale e alcuni oggetti della cucina. Metafisico e surreale, Caccia rappresenta in modo innovativo una vita invasa dal “virtuale”. Ogni quadro di HOME SWEET HOME ha vita propria, singolarmente diventa simbolo di una visione del mondo che Caccia vuole sottolineare; l’insieme dei quadri rappresenta un contesto umano e uno animale in contrapposizione che hanno una forza travolgente nell’inconscio di ogni singola persona. Anche il giovanissimo Simone Fazio riscuote grande attenzio-

ne da parte di Gestalt Gallery. Fazio, classe 1980, dipinge olio su tela, rappresentando il corpo umano, considerato un contenitore che muta nel tempo in base al proprio spirito. Fazio presenta una riflessione interessante sui volti segnati dal tempo, carni aggredite dalla sofferenza (o dalla vita), che muta profondamente l’organismo, sia fisicamente che psicologicamente. I corpi non mentono e quelli dipinti da Fazio si mostrano più che mai impermeabili ai comMassimo Caccia 1) “Senza Titolo”, 2009 Smalto su tavola, cm. 100x100 Formisano 2) “00447”, 2007 Tecnica mista su tela, cm. 150x150 Simone Fazio 3) “Senza titolo”, 2007 Olio su tela, cm.100x80 Andy 4) “Chaiselongue”, 2008 Julia Von Troschke 5) “Che tipo è”, 2005 Tecnica mista su tela, cm. 150x180

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portamenti politicamente corretti e alla bellezza a tutti i costi che impone la nostra società. Julia Von Troschke è l’unica artista femminile presentata da Gestalt Gallery. Le opere di Von Troschke, traggono la propria sensibile energia da un invisibile quanto intenso nucleo di flussi relazionali che, se esistono concretamente tra le persone, non di meno si possono concepire anche tra le cose, le persone e ogni altra entità. La mostra personale “Tutto tranquillo…?” presentata a giugno nello spazio di Pietrasanta è un insieme di opere su carta, tavola e fotografia, realizzate con tecniche miste, che vedono l’artista indagare il mondo e interrogarsi sulle convenzioni politiche e sociali. Julia Von Troschke dipinge, stampa, punzona, cuce, ricama e realizza collage con sfrontata coerenza. Ricicla e trasforma in materiali da lavoro quello che trova: legno grezzo, materiale stampato, juta, carta di ogni genere, rotocalchi, fotografie. Ne nascono immagini ironico-

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poetiche di parabole figurative, la cui arguzia ricorda il Dada e la cui cruda materialità ricorda l’arte povera. Infine, la Galleria conferma la validità del lavoro di Andy, artista nato nel 1971 a Monza, già conosciuto per la sua partecipazione al progetto musicale chiamato Bluvertigo. L’opera di Andy è composta di quadri, manichini, radio, chaiselongue, slot machine, dipinti con colori che spaziano dal rosso al verde, dal fucsia all’arancio, dal giallo al blu elettrico. Il giovane artista parte da elementi del paesaggio quotidiano, da oggetti dell’arredo urbano, da angoli frequentati di continuo e perfettamente conosciuti, da volti di amici e personaggi fin troppo noti, laccati e a volte indigesti. Emozioni, esperienze e colori vivono in una dimensione

al tempo stesso lucida e caotica. Un collage neopop (con un occhio a Warhol e l’altro a Haring), un enorme patchwork in salsa acida, una poetica fatta di frammenti, di storie cominciate e mai finite, di flash che arrivano in presa diretta dagli anni Ottanta e di vissuto dell’artista trentottenne.

Gestalt Gallery Via Stagio Stagi 28 - Pietrasanta (Lu) Tel. 0584 790 900 info@gestaltgallery.it www.gestaltgallery.it

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GIOVANNI MARINELLI “Come ho scoperto la fotografia” di Emanuela Mazzotti

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iovanni Marinelli è un personaggio simpatico ed ironico. La sua verve è una grande calamita, concentra su di se l’attenzione e ti fa sentire a tuo agio. La sua arte ce l’ha stampata in faccia, oppure sarebbe meglio dire il contrario: se capisci lui, sai anche che cosa mette nelle sue foto. Sappiamo dei suoi successi internazionali, sappiamo dei numerosi premi collezionati, ma lui come ogni artista vero non parla dei successi, parla solo dell’arte, quindi parla di sé. Loro due sono la stessa cosa. Come nasce Marinelli fotografo? Sin da ragazzo ho trovato una simbiosi con la macchina fotografica e da allora non ho perso l’abitudine di fotografare tutto

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quello che mi incuriosisce, e poi decidere una volta sviluppata la foto, di abbandonare se non lo trovo interessante, o continuare quel soggetto per un eventuale tema... Si riconosce in qualche maestro? No assolutamente, ho sempre cercato di seguire il mio istinto foto-grafico, che forse per certi versi potrebbe anche assomigliare ad uno scatto fatto già da altri, ma ribadisco è solo casualità. Che cos’è per Lei “fotografia”? Amo fotografare perché mi permette di cogliere quell’attimo che già non fa più parte della mia vita ma solo della memoria. (...) Nella sua opera d’arte si parla di straniamento, ovvero una

sorta di decontestualizzazione degli oggetti. Qual’è l’intento comunicativo? È uno dei miei soggetti preferiti, se pensate che l’ ombra ci segue costantemente sia che la vediamo o no, la vedo come un prolungamento di noi stessi, sia che si presenti sotto forma di uomo, di animale o altro, e quindi anche l’ombra ha una sua anima, ma costretta a seguirci in ogni nostra azione. Tra i suoi soggetti preferiti spiccano particolari visuali di elementi architettonici. Quale interesse riveste per Lei questa scelta? L’architettura, è un altro soggetto di grande fascino, pensate a quel palazzo a quella chiesa antica ai suoi colonnati, alle sue

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161 GIOVANNI MARINELLI

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finestre, e cominciate a fotografare sia l’esterno che gli interni, nella magica atmosfera del bianco/nero fotografico, specialmente nei particolari, riuscirete a vedere l’antico artista, che sta scolpendo un capitello, un rosone, e poi fotografate l’antico palazzo con un palazzo modernissimo e vedrete che l’abbinamento delle due epoche, se fatto con intelligenza, sarà una architettura legata e continuata l’un con l’altro, cioè unico. E’ questo che mi piace fotografare. Nelle immagini dedicate alla musica jazz, i protagonisti appaiono come soggetti di corollario rispetto gli strumenti musicali, sono loro la vera ispirazione? Quando sono ad un concerto musicale jazz, che è la musica che prediligo, cerco sempre di cogliere il momento, il movimento di un viso in estasi o un particolare del suo strumento musicale. Dalla fotografia Lei riesce ad ottenere una gamma di accordi? Nel mostrare una mia fotografia

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cerco sempre nel mio interlocutore, una sua emozione, un suo stato d’animo, un suo pensiero su quello che gli posso trasmettere con la mia opera, questo credo sia la mia gamma di accordi. In Vita Silente, Lei racconta la storia di un ex Istituto Psichiatrico dismesso. Che cosa ha intravisto nella scelta di un soggetto così drammatico? Sinceramente quando sono entrato nell’ex Ospedale non sapevo che cosa avrei trovato, ma credetemi dopo tre ore che ero all’interno a fotografare stanze su stanze, piano su piano, ho dovuto abbandonare lo stabile per la grande fatica a sopportare quanto le sue stanze i suoi muri, stavano riversando su di me, dolore, sofferenze e visioni. Qual’è la funzione dell’arte oggi? L’arte oggi è sempre uguale come nel passato, può esprimersi con le tecniche più moderne, dato dai tempi che viviamo, ma deve sapere sempre esprimere un concetto, qualunque esso sia, l’importante è che possa trasmettere

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una emozione, che ci porti al di fuori della nostra quotidianità, di problemi che ognuno di noi ha come fardello, davanti ad un opera che sia museale o di un giovane contemporaneo, la nostra mente deve poter aprirsi e godere di quel momento. Questa credo che sia la funzione dell’Arte oggi e di ieri.

1) “Senza titolo”, 2006 2) “Senza titolo”, 2005 3) “Senza titolo”, 2003 4) “Senza titolo”, 2006 5) “Senza titolo”, 2004 6) “Senza titolo”, 2007 7) “Senza titolo”, 2007 Tutte le fotografie sono stampate su carta, in gelatina d’argento, montata su pannello “leger” - h 1200x750x20 mm.

Giovanni Marinelli Via Urbania, 1 - Pesaro Tel. +39 0721 24869 Fax +39 0721 279790 www.giovannimarinelli.com photo@giovannimarinelli.com


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GALLERIA MAG’ARTE Intervista a Maurizio Gioia di Emanuela Mazzotti

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uando è nata l’idea di fondare una galleria? Una decina di anni addietro. Qual era la situazione del mercato, quale pubblico frequentava la sua galleria? L’interesse per l’arte non è mai venuto meno nel tempo. Anzi, si è rafforzato, e i collezionisti diventano sempre più raffinati grazie ad eventi fieristici come questo di Forte dei Marmi, che favoriscono momenti di incontro e di confronto. Quali sono state le sue scelte all’inizio? Quali artisti ha privilegiato? Ho cercato di concentrare le proposte verso artisti, come dire, riconoscibili e, se possibile, riconducibili a Gruppi e Movimenti che hanno visto pittori italiani tra i protagonisti (ad esempio Forma 1 – Nucleare – Analitica – Nuova Scuola Romana). Sono difatti convinto che la pittura e l’arte in genere sono sì universali, ma se è vero che gli artisti “nostrani” hanno avuto, hanno

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ed avranno sempre qualcosa di interessante da raccontare al resto del mondo, tanto vale che si cominci da casa nostra a conoscerli a fondo. Che cosa determinò quelle scelte? Essenzialmente il fatto che le opere che proponevo e che propongo erano e sono le stesse che collezionerei per me. Sceglierebbe gli stessi artisti o no? Certamente. Resta sempre però la smania di fare di più, di individuare qualcosa di nuovo. Una continua ricerca, insomma, anche interiore. Quanto è importante per un gallerista conoscere la Storia dell’arte? E’ essenziale! Ma credo che, nel caso si dovesse per forza scegliere “il minore dei mali”, come peraltro spesso accade in tutte le cose della vita, ben vengano quelli che, pur non conoscendo tutta la Storia dell’Arte, sanno dialogare con cognizione almeno su una parte specifica di essa, con l’impegno, prima di tutto verso sé stessi, di colmare le lacune. Quali sono stati gli artisti che ha maggiormente apprezzato pur non trattandoli nella sua galleria? Quelli che vado scoprendo di volta in volta nel grande universo dell’Arte, e che mi meravigliano con le emozioni che, sia chiaro, in molte occasioni possono provenire anche dal lavoro di un esordiente. Apprezza gli artisti contemporanei più discussi? Quelli veramente “controcorrente”

chi sono secondo Lei? Per l’appunto tutti quelli – “storicizzati” o anche no - che continuano ad esprimere qualcosa di nuovo. E se poi, in termini di stile, tecniche, dovessero pagare un tributo a qualcuno che li ha preceduti, che almeno non tentino di nasconderlo ed anzi, nell’ammetterlo, vadano comunque e coraggiosamente alla ricerca di quel qualcosa che l’artista non ha fatto in tempo a trovare. Come risponde il pubblico alle proposte più a l’avanguardia? Con interesse, se destano curiosità. Che cosa apprezza di più in un lavoro d’artista, che sia commercialmente interessante, oppure le tecniche esecutive, l’idea originale? I materiali usati? (Anche se capisce che è poco commerciale?) Le emozioni che sprigiona col suo lavoro, indipendentemente dall’essere “commerciale”, dalle tecniche che usa, dai soggetti, dai supporti. In che modo la critica influenza il mercato? In modo determinante. Il punto, però, non è questo. La speranza è che la critica sia sempre criticamente obiettiva. Lei ha fiducia nella critica contemporanea? Perché no? Le piacerebbe aprire una galleria all’estero, magari in America o in Inghilterra? E perché??!! L’Italia è il Paese più bello del mondo! Certo, però, che a pensarci bene, a parte l’aspetto professionale… una


165 GALLERIA MAG’ARTE

"La Galleria MAG' ARTE sta procedendo all'archiviazione delle Opere del Maestro Tonino Caputo, ai fini della pubblicazione del 1° Volume del Catalogo Ragionato. Si invitano i collezionisti interessati a prendere contatto con Mag'Arte, affinché possano essere acquisite le necessarie informazioni per l'archiviazione e la successiva pubblicazione delle opere stesse sul volume in argomento".

motivazione in più per viaggiare non si dovrebbe mai scartare… chissà?! Quale considera essere il Paese con la produzione artistica qualitativamente migliore? Ovunque ci siano artisti che facciano Arte. Poi ci sono quelli più bravi a proporre una produzione artistica, e allora un’occhiatina per attingere oltre confine non farebbe male. Cultura e arte vanno di pari passo, come siamo messi in Italia? C’è sempre chi sta peggio di un altro, nell’arte, nella cultura o come in qualsiasi altro campo. Ma noi questo problema non ce lo dovremmo neanche porre. Italia e Cultura, da che mondo è mondo, sono sempre andate a braccetto. Quali sono i suoi interessi oltre l’arte contemporanea? Il cinema, la lettura e, quando posso, i viaggi. Essi servono a far apprezzare sempre più la propria terra e a riviverla con sentimenti di crescente gratitudine quando si torna. Quale mostra le ha dato maggiori soddisfazioni? Quella di domani. Che cosa fa nel tempo libero? Penso a quel c’è da fare e mi domando se ne sarò all’altezza.

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Quando vengo assalito dai dubbi circa la capacità o meno di portare a compimento quel che si deve, prendo un bicchiere, lo riempio a metà e puntualmente lo vedo mezzo pieno, piuttosto che mezzo vuoto. Cosa pensa di Forte dei Marmi e della nuova Fiera dell’arte? Ne riparliamo al termine dell’evento?

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Sergio Dangelo “È in grotta”, 1998 Smalto e tempera su tela, 80x80 cm. Nunzio “Senza titolo”, 2005 Carboncino su carta riso, 98x188 cm. Giorgio Griffa “Obliquo”, 1972 Acrilici su tela, 40x66 cm.

Galleria Mag’Arte Piazza G. Bertazzolo, 8 46100 Mantova - Tel. 347 6819183 mag.arte1@libero.it

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orlando

PIETRO e ORLANDO

50 ANNI DI FOCACCINE IN VERSILIA

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dire la verità la storia delle mitiche focaccine di Pietro inizia ben prima di questi cinquanta anni, addirittura da prima della guerra, quando da solo col suo canestro bianco, Pietro portava ristoro nei

bagni più importanti, già allora con le focaccine, ma anche bomboloni, brioches un po’ particolari e i duri di menta. E questo andare su e giù per la spiaggia del Forte divenne un appuntamento imperdibile, con queste focaccine sempre più appetitose e sempre più richieste, tanto che ad un certo punto, prima il figlio Tebro, poi anche Orlando, che di Pietro aveva sposato la figlia Eloisa, iniziarono ad aiutarlo. Orlando che vista la stazza se lo poteva permettere, si caricava un cesto ben più fornito. Nonostante gli aiuti, in un baleno era tutto finito. E davvero fu un successo dietro l’altro, tanto che negli ultimi anni i cesti si svuotano così in fretta da aver bisogno di far rifornimento, ed a questo pensavano la moglie di Pietro, Letizia, e la figlia Eloisa, sempre impegnatissime nello sfornare le

focaccine usando il semplice forno di casa, mentre Cristoforo, il più grande dei fratelli, che in famiglia era l’unico ad avere l’auto, era incaricato di fare la spola. L’appuntamento in alcuni bagni, come il Dalmazia oppure il Costanza ma anche Lorenzo, l’Alcione, fino al Giovanni e al Piero, ormai era fisso alla stessa ora tutti i giorni. Dalla vendita in spiaggia alla prima storica pizzeria nella sede di via Montauti il passo è stato veloce ma importante. Nel fondo che in inverno serviva come magazzino per la vendita della legna e del carbone ecco nascere, nella primavera del ‘59, quella che sarà la pizzeria Pietro. Come ordine di tempo non fu la prima del paese, ma nel giro di pochi mesi, divenne la più frequentata, soprattutto dal bel mondo della Versilia e non solo.

Dalla spiaggia assolata, al piccolo negozio del centro, fino al fresco giardino di Roma Imperiale, storia di un cibo povero divenuto un cult da grandi estimatori. QUATTRO VOLTI UN SOLO SUCCESSO Pietro Lucii è stato un grande personaggio, abile oratore e comunista vero, le sue soste sotto le tende dei bagni più importanti erano l’occasione per disquisizioni politiche e sociali, in un confronto aperto a tutti.

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Allo stesso modo anche Tebro, che ancora oggi accoglie con un sorriso sincero la clientela di Orlando, si fermava sotto le tende a parlare, però di cinema e grandi opere liriche, argomenti che tutt’ora lo appassionano. Al contrario, Orlando Tosi, difficilmente lo si vedeva intrattenersi con i clienti, il suo posto era davanti al forno, anche se spesso lo si ricorda attraversare la sala con ceste piene di funghi o di frutti di bosco, che attiravano non poco l’attenzione e, soprattutto, la golosità delle persone. Della figlia di Pietro, Eloisa, poi moglie di Orlando, abbiamo un ricordo forse meno eclatante, ma dietro a quasi tutto c’è stata lei, prima in cucina a preparare le focaccine per la spiaggia, poi nello spingere tutti ad aprire la pizzeria del centro e fino a pochi anni fa nel locale di via Colombo.

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1) Pietro Lucii 2) Orlando Tosi 3) Tebro Lucii 4) Eloisa Lucii con Orlando Tosi 5) Orlando a 20 anni

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Orlando, che nei mesi invernali lavorava come muratore, costruì il bancone di mattoni, simile a quello che oggi è ancora in uso nel locale di via Colombo, ed il forno, che per quegli anni era già una modernità, mentre ai tavoli ed alle sedie furono accorciate le gambe, visto che i soffitti non erano proprio altissimi. E di tavoli ce n’erano davvero pochi, sei o sette, distribuiti lungo i muri laterali, qualche altro fuori; tutti sempre affollatissimi tanto che spesso, anche Eduardo e Susanna Agnelli, che erano dei veri habituè, si arrangiavano a mangiare con i piatti appoggiati sul frigorifero o addirittura seduti sugli scalini dell’ingresso. E con i mitici anni sessanta arrivò davvero il boom, ogni giorno il pienone ed ogni giorno i più bei nomi dell’alta borghesia, della nobiltà vera e dei grandi artisti, prime tra tutte Mina ed Ornella Vanoni, che sempre, dopo i loro concerti alla Bussola o in Capannina, si ritrovavano da Pietro per mangiare fino a tarda notte. Nel 1973 Orlando ha un’altra intuizione, portare le focaccine ancora più vicino ai suoi clienti, e lo fa aprendo un nuovo locale subito a ridosso di Roma Imperiale, la zona dove tutti i grandi personaggi del bel mondo fortemarmino hanno la loro villa, non una semplice pizzeria, ma una villetta dove poter mangiare in tranquillità e nel fresco del giardino. Sarà un nuovo successo, ogni oltre previsione, anche se diverso dalle aspettative primarie, infatti il locale è sempre pieno ad ogni ora del giorno e della notte, a pranzo, a merenda, a cena. Poi fino all’alba, per mangiare pizza, focaccine e crostate ai frutti di bosco, tanto che, a cavallo degli anni 80 si fa la fila per entrare, mentre non c’è stabilimento balneare dove non si mangia una focaccina di Orlando restando tranquilli sotto l’ombrellone, o una villa in cui non si festeggi con le sue splendide crostate.

Parallelamente anche Pietro non smette di mietere successi, la sua linea è assolutamente più sobria e contenuta, diciamo pure più elegante, ma alla soglia degli anni 90, Pietro e Orlando sono ormai in simbiosi, la clientela diventa praticamente la stessa, tanto che alcune scelte sul menù da offrire diventano obbligate, come ad esempio le coppe con crema calda e frutti di bosco, inventate da Eloisa, la moglie di Orlando e poi proposte anche da Pietro, la torta di limone meringata, una iniziativa vincente del figlio Tebro, che poi anche Orlando ha dovuto adottare. Nel 1992 la simbiosi diventa assoluta, c’è infatti la scelta da parte del figlio Cristoforo, unitamente all’altra figlia Rosanna ed a Tebro, di chiudere Pietro. Le ragioni sono molte, due su tutte quelle decisive, principalmente la difficoltà di potersi adeguare ai moderni standard di lavoro imposti dalla legge, questo a meno di grossi investimenti che però non avrebbero avuto senso, anche perchè, (seconda ragione) i nipoti, ipotetici futuri gestori del locale, erano ormai avviati in altre attività, così l’amara scelta di dover chiudere. Ma il mito e l’anima di Pietro continuano a vivere con Orlando, il locale oggi è una bomboniera dove si possono ancora assaporare i gusti di allora, la pizza con la fontina, le focacce con le cipolle, i frutti di bosco, una tappa obbligata per chi viene in Versilia, un appuntamento da non mancare e che si ripete con successo ogni anno. Informale e al tempo stesso elegante, da Orlando si ritrova ancora il bel mondo del Forte dei Marmi di ieri e anche quello di oggi, con i nonni che prima hanno animato le notti del locale, poi si sono presentati con i figli, ed ora te li ritrovi seduti ai tavoli con i nipoti. Dal 1959 Pietro e Orlando hanno segnato in maniera indelebile la Versilia, un’idea semplice come il pane è divenuta storia, un mito che oggi raggiunge i Cinquan’anni, tra-

ORLANDO Via Colombo 80

Forte dei Marmi 0584 80763

è consigliata la prenotazione

Per un’Italia uscita malconcia dall’ultima guerra ma che nonostante tutto si ritrovava in pieno boom economico, una focaccina farcita di cipolla era davvero controcorrente, ma fu un’idea vincente, e lo è ancora oggi, anche se affiancata da altre numerose golose farciture. Un triangolino caldo di focaccia che ora, oltre alle storiche e semplici acciughe o alle arselle, offre anche i gamberetti o il salmone, non solo del pregiato prosciutto di Parma ma anche altri gustosi salumi, mentre la cipolla, ha tra le verdure la degna concorrenza dei piselli, sicuramente un’altra unicità di questo locale, di cui però non dobbiamo dimenticare la pizza, che per i puristi pizza non è, ma più una sorta di torta salata, con abbondante pomodoro e tantissimo formaggio olandese. E per finire le classiche crostate ai frutti di bosco, con una frolla friabilissima che si sposa con il dolce della crema e l’asprigno della frutta, la torta di limone meringata, altro cult, per non parlare di due veri peccati di gola, la crema calda con i frutti di bosco o con la cioccolata e la focaccina con la nutella.

guardo che pochi possono vantare, Cinquan’anni in cui la passione per questo lavoro è stata tantissima, ripagata in maniera tangibile dal successo del pubblico, non solo a livello economico, ma anche di soddisfazione, di fedeltà e di affetto, che più di ogni altra cosa spingono oggi i figli di Orlando: Massimo e Piero, titolari del locale, ma anche lo stesso Tebro, che dalla chiusura di Pietro e poi divenuto l’anima del locale di Orlando, e non ultimo tutto il personale, a proseguire con convinzione probabilmente ancora per molto tempo.

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168 GIULIano grittini

incontro con GIULIANO GRITTINI

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accontami la tua storia professionale... E’ nato prima il fotografo o lo stampatore d’arte? È nato prima il fotografo; iniziai all’età di 7 anni quando ebbi in regalo una Agfa a soffietto con cui scattai le mie prime foto, seguirono i molteplici scatti alle tante inaugurazioni d’arte di quello che era il mio autentico lavoro. Che rapporto esiste tra la fotografia e la tecnica incisoria? (Vorrei spiegassi al pubblico i due procedimenti, le diverse soluzioni). Tra la fotografia e l’incisione esiste un legame costruito sui mezzi espressivi, la fotografia si serve della luce, l’incisione è

ottenuta per mezzo di strumenti che solcano una superficie, una lastra che poi sarà inchiostrata e stampata, entrambe esistono in ragione di un saper fare tutto artigianale che richiede abilità manuale, duro esercizio. Anche nell’incisione, comunque, è importante la luce, il sistema di “segni” del bulino crea rapporti di chiaroscuro e quindi sempre di luce. Hai fotografato personaggi importanti nella Milano delle tue prime esperienze? Ho aperto il mio studio d’arte nei primi anni ’ 70 dopo una breve ma intensa esperienza di lavoro da un artista importante, dove dopo la scuola d’arte ho acquisito le tecniche della stampa seri-

grafica, acquaforte e litografia. In quegli anni ho conosciuto e lavorato con moltissimi artisti, da Schifano, Baj. Tadini. Fiume. Sassu e molti altri. L’artista più simpatico e disponibile? Quello più difficile? L’artista più simpatico o comunque quello con cui ho avuto un lungo e bel rapporto di lavoro è stato Salvatore Fiume, geniale pittore che intuiva immediatamente le qualità di chi aveva vicino, accettava le idee costruttive che gli suggerivo come, ad esempio, la famosa raccolta “Fiume a Milano” con una presentazione di Dario Fo di incisioni e poesie scritte da lui. Il più difficile, non tanto come


169 GALLERIE

persona, ma come esigenza lavorativa è sicuramente Piero Guccione che esige una qualità altissima. La difficoltà sta anche nel fatto che lui abita in Sicilia, dove l’atmosfera e il cielo (per fare un esempio) è diversa dalla mia Milano, e per poterlo realizzare come lo vede lui, forse dovrei ogni volta che si fanno delle prove, andare in Sicilia che non sta dietro l’angolo... Quali opere hai realizzato, fra le tante, alle quali sei ancora affezionato? Una delle opere a cui sono molto affezionato è una litografia del poeta spagnolo Rafael Alberti, stampata al torchio a stella con diversi passaggi di colore. Su una copia scrisse la dedica: “a Giuliano suo amigos “, tra l’altro fu la prima lito che io stampai. Negli ultimi anni hai lavorato più come artista o come fotografo? L’arte della fotografia l’ho sempre seguita con grande passione, però ad un certo punto avendo una grande attrazione per la Pop Art e particolarmente per

Andy Warol ( all’epoca stampai una sua Marilyn) mi sono ispirato a lui e ho messo a frutto la mia esperienza di fotografo unita all’esperienza di stampatore d’arte ,creando una mia personalità artistica. Come sei entrato nella vita e nell’arte di Alda Merini? O è stata lei a invadere la tua? Conobbi Alda Merini parecchi anni fa e subito rimasi affascinato dalla sua grande personalità, in seguito ho collaborato e colla-

boro tutt’ora e insieme abbiamo realizzato libri stupendi unendo la mia tecnica alla sua poesia da cui sono nate opere uniche.

Incisione Arte Via Monte Bianco, 2 20011 - Corbetta (MI) Tel 02 97 77 370 Fax 02 97 70 634


170 PROPOSTE D’ARTE CONTEMPORANEA

Galleria Proposte d’Arte Contemporanea Direttore responsabile: Ing. Marco Golzi

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a galleria Proposte d’Arte Contemporanea è presente alla Fiera dell’Arte di Forte dei Marmi per il secondo anno consecutivo, confermandosi come uno degli spazi espositivi più interessanti nell’ambito dell’ampio panorama delle gallerie italiane. Il titolare dello spazio, ingegnere Marco Golzi, ha fondato la galleria che si trova nel cuore del piccolo centro storico di Pietra1

santa nel 2001, dopo un lungo praticantato da appassionato collezionista. All’inizio le sue scelte si sono orientate verso gli artisti della Pop italiana a cominciare da Mario Schifano per proseguire con Tano Festa e Franco Angeli. La scelta fu determinata dalla espressività di questi autori, che sul finire degli anni Cinquanta avevano sperimentato, l’accostamento di immagini “popolari” tratte dai mezzi di comunicazione di massa e più in generale dissacrato le icone dell’immaginario collettivo. Le nuove frontiere di un’arte apparentemente poco colta, arrivano a contaminazioni fra forme espressive diverse, veri e propri generi artistici reinventati. Basti pensare alle Televisioni di Schifano, fino alle diverse versioni della Lupa capitolina o della testa di Adamo della Cappella Sistina di Tano Festa. Determinato a superare gli ormai esausti confini dell’Informale, il titolare ha cercato in questi

e altri autori, un linguaggio più in sintonia con i tempi, immagini che prepotentemente erano entrate nelle case di tutti noi, sotto forma della comunicazione di massa che rendeva perciò quegli artisti della Pop italiana straordinariamente moderni e veggenti nei confronti di un futuro che avrebbe di gran lunga superato le loro previsioni. Ben saldo nelle sue conoscenze del percorso storico artistico, il gallerista Golzi si dichiara consapevole che nel suo mestiere è necessario, oltre ad una buona dose di “fiuto”, anche una preparazione specifica, poiché il mercato decisamente esigente e costituito da collezionisti preparati, non si lascia ingannare dalle apparenze. Tra gli autori che ha sempre apprezzato si colloca il Magritte metafisico, quello è capace di incantare l’osservatore creando atmosfere rarefatte e sospese, dove il tempo e il suo lento dilatarsi costruisce in realtà lo spazio, 2


171 PROPOSTE D’ARTE CONTEMPORANEA

non viceversa. Si perde così ogni riferimento canonico in ordine all’appartenenza ad un mondo noto, conosciuto e quindi dominato, per ritrovarsi in una realtà “altra” e pertanto estranea. Nell’esperienza del gallerista, l’arte “controcorrente” si configura con l’opera di Maurizio Cattelan, anche se in genere il pubblico è piuttosto scettico nei confronti delle proposte più a l’avanguardia. Difficile poter dire se i collezionisti apprezzerebbero “La morte dello scoiattolo” come un’opera d’arte di soggetto e medium più convenzionali. Tra le proposte della critica che il titolare della Galleria giudica più interessanti, fra quelle degli ultimi vent’anni, si colloca la Transavanguardia di Achille Bonito Oliva. Artisti come Cucchi, Paladino, De Maria, Clemente, solo per citarne alcuni, proponevano il ritorno ad un nuovo figurativo, un Manierismo moderno, non concettuale, dove il colore, e la tecnica avessero nuova importanza nel lavoro dell’artista dopo anni di negazione della necessità del disegno e della figura. Il critico Achille Bonito Oliva, figura paradigmatica nel suo campo, ha posto le basi per una

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critica che al di là delle contestazioni, ha riproposto una qualità tecnicamente alta della pittura in un’epoca di evidente stagnazione culturale. Nella realtà contemporanea la ricerca di nuove possibili fette di mercato spinge molti galleristi ad aprire nuovi spazi espositivi fuori d’Italia. Marco Golzi ha una passione per la Germania e dichiara che gli piacerebbe allestire una galleria a Berlino, oggi fra le capitali europee più all’avanguardia nell’ambito delle arti visive con Barcellona. La città catalana è una vera e propria fabbrica di idee e soprattutto nell’ambito della scultura esprime innegabilmente una grande raffinatezza. Da sempre la scultura iberica è stata fonte d’ispirazione per gli artisti moderni e contemporanei, come espressione di un primitivo che rimanda a miti ancestrali e per la forza espressiva delle forme che aveva incantato lo stesso Picasso. Tra gli artisti spagnoli i più apprezzati sono attualmente Tapies e Chillida. Le novità non mancano quindi, in questa galleria che oppone alle dimensioni contenute dello spazio espositivo, la vasta qualità delle sue proposte d’arte.

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1) Roberto Crippa “Labirinto” - 1950 Olio su tavola, 50x70 cm. 2)

Arturo Carmassi “Nudo” - 1949 Tecnica mista su cartone pressato, 50x70 cm.

3)

Arman Progetto per accumulazione di pennelli, - 1968 51x35 cm. (prov. Galleria Neher, Germania)

Proposte d’Arte Contemporanea Ing. Marco Golzi Via Barsanti, 18 - 55045 Pietrasanta (Lu) Tel. 0584 70407 - Cell. 329 3032661 www.propostedarte.com info@propostedarte.com

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Renzo Maggi scultore

Via Mordure, 438A - Querceta (Lu) Tel./Fax +39 0584 768402 Cell. +39 335 8042309 Laboratorio: Via San Bartolomeo, 39 Pontaranci - Pietrasanta (Lu) info@renzomaggi.it www.renzomaggi.it


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GALLERIA RESTARTE

Davide Frisoni: la visione attuale del mondo

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ome hai deciso di diventare pittore? In realtà non lo si decide a priori, ma accadono eventi che ti pongono davanti a delle scelte. La prima scelta è stata quella di fare il Liceo Artistico nonostante che l’insegnante delle scuole medie mi ritenesse un inetto dal punto di vista della manualità. Mi presentarono il Liceo con questa frase: “pittori non si nasce, si diventa!”. Lì è scattato qualcosa. Desideravo imparare a tenere bene la matita e il pennello tra le mani ed usare i colori nel modo giusto. Con grande soddisfazione ho scoperto che, come tutti i lavori che richiedono manualità, si può imparare. Fondamentalmente si tratta di dedizione e correzione continua. Come sono stati gli esordi? Intendo dire se ti aspettavi di avere tanto successo o se, come molti giovani pittori,

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pensavi che il pubblico, la critica, i galleristi, non avrebbero capito le tue qualità. Sinceramente i primi lavori che erano dedicati all’uomo, all’introspezione e quindi al corpo, nonostante fossero lavori difficili, direi che furono apprezzati. Qui parliamo di un pubblico cittadino, abituato a vedere quadri di artisti principianti con paesaggi di mare o monumenti riminesi, poco a che vedere con qualcosa di impegnativo, e questo mi fece ben sperare. Le vendite… è un’altra questione. Poco e niente. Però si è innescato con quei piccoli collezionisti un rapporto di stima che è proseguito nel tempo, che tutt’oggi sussiste. Poi sono arrivati i quadri della realtà. Qui il discorso è cambiato subito. Pensavo… “ma chi vuoi che si metta dei quadri con le auto e i

semafori in casa sua?” Invece sembrava che la gente non aspettasse altro… Se non fossi pittore chi avresti voluto o potuto essere? Non lo so! E’ mia abitudine stare davanti alle circostanze che accadono. Questo vale per la vita e per la pittura. Forse potevo fare solo il pittore! Nei dipinti recenti racconti di luoghi qualsiasi, “comuni”. Perchè dovrebbero essere così interessanti? Come dicevo, è mia abitudine stare davanti alle circostanze che accadono. Davide Frisoni 1) “Sull’asfalto”, 2008 Olio, acrilico e quarzo su tela 80x120 cm. 2) “Viola mattino”, 2008 Olio, acrilico e quarzo su tela 80x100 cm.


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La realtà accade! Quella più banale è quella che mi attira di più proprio perché la meno interessante dal punto di vista dell’incisività sul reale. Ma parto da questo concetto: posso fare a meno di essere me stesso, cioè vivo, in un momento soltanto della mia giornata? 4

Se sommo tutti i momenti “banali” (fermi al semaforo, in coda all’incrocio, mentre bevo un caffè al bar…) di una giornata, quante ore accumulo in un mese, in un anno di distrazione dalla vita? Ecco! Qui si gioca tutto! Da qui nasce questo sguardo che domanda il senso stesso di quel tempo “banale”. Il mio lavoro è un tentativo di risposta di senso di quel preciso momento “banale” che così banale non è più. So che il mio lavoro non avrebbe questa forza espressiva se non avesse dietro questa domanda forte di senso. Se questo interessa a chi guarda il mio lavoro? Non lo so! Ci sono artisti che sono stati importanti per il tuo lavoro? Artisticamente e concettualmente sono tanti, troppi da elencare. Quelli che continuano a rimettermi in discussione però sono pochi. Michelangelo, Rodìn tra gli antichi, Anselm Kiefer, Rauschenberg, Richter, Lucian Freud, Peter Doig… e poi Velasco, Pignatelli, Moscatelli, Papetti, Samorì, Piero Ruggeri, Vedova… diciamo che quelli importanti sono quelli che hanno dell’atto artistico un’idea antichissima e modernissima, viscerale e gestuale, etica ed estetica. Tra i giovani, c’è qualcuno che apprezzi? Mi fai sentire vecchio… scherzo! Citavo sopra Samorì e poi Busci, Zavatta, Danijel Zezelj… Qual’è il ruolo possibile dell’arte in tempi come questi? Direi che è fondamentale. Oggi che tutto è in crisi è necessario che l’arte riacquisti una forza etica oltre che estetica, che è poi

la sua origine fino dai primi graffiti nelle caverne, dove si evocava la buona riuscita della caccia o un evento drammatico particolare. L’arte c’entra con la quotidianità della vita. Se così non è non interessa a nessuno. Sei attento alle richieste del mercato, alle mode? Come dicevo prima, è il mercato che ha accolto le mie opere. Non metto nessun limite alle possibilità che la contemporaneità si introduca nel mio lavoro. Intendo dire che in futuro magari userò la telecamera o la webcam per raccontarmi… chi può saperlo. Hai qualche debito nei confronti dell’arte americana dei grandi maestri? Mi sembra evidente che da Edward Hopper a tutto l’iperrealismo americano siano presenti nel mio lavoro, almeno all’origine. Poi c’è tanta italianità. Perchè un collezionista dovrebbe comperare una tua opera? Penso sempre che l’acquisto sia 5


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generato da una affinità. Quei pochi collezionisti che conosco personalmente sono degli entusiasti e comprano per tenere e tramandare ai figli. Difficilmente si stancano delle scelte fatte in passato. Pensi che il tuo lavoro resti nella Storia o non te ne importa nulla? Chi risponde che non gli importa è sicuramente in mala fede. Ogni uomo desidera lasciare una impronta nella storia. Un artista se lo augura e si muove perché questo possa accadere. Perché questo accada serve l’aiuto di molti. Dai collezionisti ai galleristi, dagli imprenditori ai

politici. Normalmente è una squadra che co-partecipa con l’artista a far si che il suo lavoro sia promosso e divulgato in maniera corretta e che quindi incida la storia del suo passaggio. L’artista deve fare bene anzi benissimo la sua parte. Come nasce l’idea per un’opera? Da dove prendi ispirazione? Girando per strada con la mia auto, attraversando strisce pedonali, mentre cammino o vado in bicicletta. Porto con me sempre block notes, macchina fotografica o uso tovaglioli dei bar…

Ogni strumento è utile al fine di poter cogliere un momento della realtà. Smentisco chiunque sostine che io dipingo su fotografie! Ogni mia opera è frutto di vari momenti di quel luogo rappresentato. E poi… mi volete togliere il gusto del disegno immediato fatto direttamente a pennello?! Quali progetti hai a breve termine? Sono stato selezionato tra i 120 artisti più importanti a livello nazionale per partecipare alla più grande mostra sulla figurazione mai realizzata in Italia dal titolo: “Contemplazioni. Bellezza e tra-


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dizione del nuovo nella pittura italiana contemporanea” curata da Alberto Agazzani, che si terrà nella mia Rimini dal 5 agosto. E’ più facile lavorare per il mercato italiano o straniero? Direi per quello italiano, per il semplice motivo che è tecnicamente più facile da gestire. Consideri il tuo lavoro come una poesia per immagini? La vita è poesia pura. La poesia è tale quando ha a che fare con la realtà. Intendo per poesia tutto ciò che mi fa pensare, ragionare, scegliere e decidere. Essendo il mio lavoro dedicato alla realtà posso dire che il mio è un lavoro poetico. Si, scrivo poesie per immagini. 7

Se potessi rinascere pittore, chi vorresti essere? Vorrei la tensione di Michelangelo e la frenesia materica di Kiefer! Prima o poi ci arriverò! L’arte ha sempre qualche cosa di definitivo, non si può tornare indietro, hai ripensamenti? Ogni ripensamento è origine anzi “scaturigine” per un nuovo quadro. Difficilmente copro quadri vecchi. Sono tutte impronte, sono segni veri per il momento in cui sono nati. Sono importanti per sempre. Ogni giorno dipingerei in modo diverso lo stesso soggetto. La vita per l’arte o l’arte per la vita? Direi semplicemente che sono inscindibili!

3) Eugenio Orciani “Studio di sfondo per un portacenere” Olio su tela, 2009 - 60x60 cm. 4) Eugenio Orciani “La dama della Mandarancia” Olio su tela, 2008 - 60x60 cm. 5) Raffaele Minotto “Figura allo specchio” Olio su tela, 2008 - 120x80 cm. 6) Mario Schifano “Orto Botanico” Smalto e acrilico, 1991 - 100x130 cm. 7)

Giampaolo Talani “L’uomo che se ne va”, 2009 Strappo d’affresco su tavola 100x120 cm.

Restarte Via G. Grabinski, 2f - 40122 Bologna Tel. 051 265274 - Fax 051 2914477 www.restartegalleria.it info@restartegalleria.it

Stand 7-8


IL MULINO DEL CIBUS Enoteca

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La passione dell’arte: Due chiacchiere con Beatrice Sidoli

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i muove tra l’America e l’Italia la storia di Beatrice Sidoli, imprenditrice per passione e da sempre innamorata di tutto ciò che per definizione è bello declinato nel buon gusto con cui gestisce la sua attività di consulente immobiliare. La peculiarità del suo lavoro consiste nel fornire al cliente un prodotto di grande prestigio dove la funzionalità si coniuga con l’eleganza e lo stile, sia che si tratti di ambienti residenziali privati così come per lussuose locations di marchi internazionali della moda. I suoi interventi, che si avvalgono del contributo di diverse figure professionali, spaziano da Parigi a Londra, New York e Dubaj. Dopo tanti successi professionali si trova attualmente a Forte dei Marmi. Le chiediamo: Che cosa rappresenta l’Italia

per lei abituata da sempre a vivere e lavorare all’estero? L’America è stata il mio punto di partenza: io sono cittadina americana ma in pratica ho due patrie, l’Italia rappresenta il mio legame con l’arte: la passione per la Versilia e anche la voglia di fare qualche cosa di importante per questa città che amo particolarmente. Lei è arrivata in Italia molto giovane... Sì, sono arrivata a cinque anni ma posso dire che mi sono sentita subito “a casa “anche se ho vissuto dovunque, ho spirito di adattamento...però vivere qui è speciale. La Toscana è un posto unico al mondo. Ci racconti del suo lavoro... Faccio consulenze immobiliari in tutto il mondo per residenze di lusso e spazi commerciali di

prestigio. Come ha incontrato l’arte? Sono una persona curiosa, mi interessa tutto quello che ha a vedere con il bello, era naturale per me approdare alla collaborazione con gli artisti: dall’architetto che progetta gli spazi per arrivare all’artigiano che si occupa dei ritocchi finali, il lavoro si realizza grazie ad un team molto affiatato. In America lavora con qualche architetto o artista in particolare? Tra gli architetti voglio ricordare Peter Marino, molto apprezzato negli Stati Uniti. Tra gli artisti di fama internazionale: Nicolas Bertoux, Cynthia Sah, Alissya Lazin, Dusciana Bravura, Steven Newell ed Andrea Ghelli, tutti presenti nei nostri stand in occasione della Fiera di Forte dei Marmi. 1


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Andrea Ghelli plasma le sue creazioni nella cera ottenendo, attraverso vere e proprie metamorfosi, straordinari oggetti preziosi. Alyssia Lazin ha lavorato di fronte e dietro la macchina fotografica, modella dell’ agenzia Ford per riviste internazionali, prima del diploma a Yale come graphic designer. Dopo la laurea, ha aperto uno studio di grafica a New York, ottenendo molto successo con clienti prestigiosi, tra i quali spiccano il Museum of Modern Art, il Metropolitan Museum of Art, US Postal Service, Harvard University. La fotografia di Alyssia Lazin combina un sofisticato senso del design con l’uso raffinato del colore, trasformando un soggetto comune in una immagine fotografica pittorica. In Italia conosciamo meglio Dusciana Bravura che è molto apprezzata.... Sì ma anche in America. In quel paese si apprezza quasi tutto quello che gli Italiani sanno fare, c’è una lunga tradizione in Italia che è nota in tutto il mondo ma specialmente in America; l’arte affascina il grande pubblico così come la gente comune. Apprezzano senza riserve quello che proponiamo, si fidano del nostro lavoro.

Questo, secondo lei, da cosa dipende? Gli americani sono un popolo giovane, non hanno una tradizione artistica storicizzata come la nostra. Sono aperti a nuove sperimentazioni artistiche, lasciano spazio ai giovani, hanno molto entusiasmo.

Anche con la grande crisi che stanno attraversando? L’arte non ha subito crisi, anzi ritengo sia un momento positivo per l’arte...è un bene rifugio dal momento che tutto il resto sembra non aver funzionato. Torniamo a Dusciana Bravura... Quando ho incontrato questa straordinaria artista ho capito

che poteva nascere un rapporto di lavoro interessante, Dusciana è molto versatile: crea opere uniche ma realizza anche interventi e allestimenti per spazi plurifunzionali e commerciali. Abbiamo da poco terminato lavori per Chanel. Si sente più imprenditrice o promotrice d’arte? Entrambe le cose, sono atipica come imprenditrice d’arte però cerco di usare in questo campo tutte le qualità di un buon imprenditore: duttilità, professionalità, psicologia. La psicologia è importante per capire subito che cosa il cliente vuole, anche ciò che rimane inespresso. Il segreto è guidare l’acquirente con intelligenza. Progetti per il futuro? Tanti e tutti in sinergia con l’arte. Dusciana ha avuto l’idea per un prodotto nuovo e io le ho dato carta bianca, del resto l’arte è l’aspetto ludico dell’esistenza, ciò che ripara dalla fatica, dalle stanchezze. Crede nelle potenzialità delle Fiere d’arte? Sono sempre più necessarie per farsi conoscere, per comunicare e anche per imparare e confrontarsi con altre persone...ci sono sempre nuove prospettive, nuove strade da percorrere.


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Steven Newell e’ nato a Boston, USA. Ha frequentato il Kansas City Art Institute e si e’ laureato alla Carnegie-Mellon University, specializzandosi in Ceramica e Vetro nel 1972. Lo stesso anno gli fu offerto un posto al Royal College of Art, a Londra, dove ha preso il Master of Art in vetro nel 1974. Dopo aver terminato il Royal College, e’ diventato membro della Glasshouse a Covent Garden, per diventarne il direttore nel 1976. Nel 1977 ha vinto il suo primo premio importante: Il Coburg Glaspreis. A questo punto i lavori di Steven

iniziarono due percorsi diversi: pezzi in serie e pezzi unici. Entrambe le produzioni sono vendute tuttora con grande successo a livello internazionale, sia per collezioni pubbliche, come il Victoria and Albert Museum a Londra ed il Corning Museum a New York, che per collezioni private. I suoi lavori spaziano dal design e produzione del vetro in opere architettoniche, in edifici sia pubblici che privati, che nella produzione di vasi e piatti per ristoranti in collaborazione con chefs di ristoranti con stelle Michelin.

3 1) Lazin “Abstraction 1” Fotografia, 73,6x88,9 cm. 2) Steven Newell “Sleeping on the road to redemption” Vetro soffiato, 55 Ø 3) Andrea Ghelli “Collana oro, diamanti e perle” 4)

Cynthya Sah “Conversing”, Marmo statuario di Carrara 120x28x28 cm. (base marmo bardiglio Ø 35 h.40)

5) Nicolas Bertoux “Onda”, Marmo di Carrara 6) Nicolas Bertoux “Smarties”, Marmo Bardiglio

Cynthia Sah nasce ad Hong Kong nel 1952 e cresce tra Taiwan e il Giappone. Dopo essersi laureata alla Columbia University a New York, si trasferisce in Italia alla fine degli anni Settanta, dove tuttora vive e lavora. Le sue sculture in marmo e bronzo, riflettono la filosofia cinese di un equilibrio essenziale, che lei traduce in leggerezza e fluidita’ nello spazio. I suoi lavori sono presenti in collezioni pubbliche e private come il Museo delle Belle Arti di Taipei, il Parco Internazionale di Sculture di Farum in Danimarca e il Centro Culturale di Azuchi-cho in Giappone. Nicolas Bertoux, nato nel 1952 in Francia, ha cominciato la sua carriera come architetto d’interni prima di dedicarsi totalmente alla scultura. Il suo principale obiettivo e’ quello di integrare le sue opere nell’ambiente, ispirandosi allo spazio, alla cultura, alla storia ed alla natura del luogo. Le sue opere monumentali si trovano in Francia presso il Parlamento Europeo di Strasburgo e nel centro della citta’ di Ronchamp. Altri progetti d’arte pubblica si possono vedere in Taiwan all’ Istituto dei Trasporti di Taipei, nel Museo delle Belle Arti di Kaohsiung o presso il Centro Culturale di Hsin Chu.


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Dusciana Bravura L’attualità del mosaico

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niziamo dal nome: i latini sostenevano nome omen, quanto deve al suo nome? Alle elementari le maestre mi chiedevano se meritavo davvero questo cognome per cui il mio impegno nel migliorare è sempre stato grande, perlomeno per evitare figuracce. E’ stato difficile essere figlia d’arte? Da bambina ero affascinata dal talento di mio padre e usavo i suoi colori. Penso sia stato un grande vantaggio avere la possibilità di esprimermi senza andare contro le aspettative della famiglia. Al contrario c’è sempre stato un incoraggiamento che mi ha dato sicurezza per quel che riguarda la creatività. Quando è iniziato un vero e proprio interesse per l’arte? Proprio per questa mia attitudine sono stata indirizzata ad una

scuola annessa all’Istituto d’arte che mi ha permesso di dipingere per due ore al giorno da quando avevo undici anni. In seguito ho frequentato l’Istituto d’arte per il Mosaico dove ho appreso la tecnica musiva. Anche la pittura era finalizzata alla progettazione del mosaico. Che cosa l’ha indotta a scegliere il mosaico come tecnica esecutiva? Sono nata a Venezia e lì ho vissuto i primi anni. Ero molto rapita dagli oggetti in vetro e dalle murrine che vedevo ovunque nelle vetrine e laboratori della città. Ho iniziato a creare dei lavori assemblando i materiali che ricercavo in maniera maniacale. Smalti vitrei, murrine, vetri tiffany, pirite, malachite, fossili, marmi colorati, cristalli, ceramiche, agate. Un’altra sfida che affronto con piacere è

produrre dei vetri decorati che utilizzo poi nei mosaici. Ci racconti come nasce il suo lavoro sul piano operativo... Il progetto è un’idea che muta continuamente in corso d’opera. La materia che utilizzo non è duttile e devo risolvere problemi tecnici che mi impongono percorsi diversi. Lei ha viaggiato molto, quali aspetti del viaggio influenzano la sua produzione artistica? Quando visito un paese spesso mi capita di avere la smania di tornare a casa a lavorare perchè ricevo stimoli che mi portano a voler fermare immediatamente l’idea in nuovi progetti. Spesso acquisto materiali che utilizzo nei mosaici. Adoro i tessuti e le produzioni artigianali. Ciascun paese offre aspetti creativi che mi catturano e ammaliano. Quali nuove sperimentazioni le permette il suo lavoro? Forse la cosa più bella che permette il mio lavoro è la libertà di sperimentare. Ogni tanto mi capita di affiancare più progetti allo stesso tempo, dipingere, far mosaico, creare sculture, realizzare strutture. Come si passa dalla superficie musiva propria del mosaico alla tridimensione delle sue sculture? Il mosaico è come una pelle che riveste le mie sculture: prima viene la forma, poi scelgo il materiale che più si adatta per interpretare l’idea. Lei lavora anche nel campo del design, questo implica un adattamento di tecniche e progetto rispetto l’esecuzione di un lavoro di diversa com-


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missione? Non posso definire design il mio lavoro sugli oggetti. Anche se disegno e realizzo tavoli, paraventi, specchi e complementi d’arredo credo di muovermi in un ambito quasi ottocentesco, sul modello delle Arts & Crafts. Sono pezzi unici e completamente artigianali, pretesti per poter esprimere la mia passione per il mosaico. Quali suggestioni vuole trasmettere con la sua arte? Penso che la suggestione sia l’amore per la vita in tutti i suoi aspetti. Passo molto tempo a guardare gli animali, continuano a stupirmi per la loro incredibile bellezza. Ho fatto molte sculture di animali perchè mi piacerebbe poterli toccare o avere vicino, ricreandoli pezzettino per pezzettino, facendoli passare attraverso le mani mi sembra di capirli meglio. La tessera è la cellula, il pixel che forma l’immagine. Ma la base è la geometria. Tutto, nel mio lavoro, è riconducibile alla geometria. Le tessere hanno misure che si ripetono e creano l’armonia che la natura richiede. Quali sono le sue passioni a parte l’arte? La musica, adoro cantare. Quale lavoro non venderebbe mai? Uno specchio che ho fatto quando avevo sedici anni con vecchi orologi e grossi pezzi di vetro, bruttissimo, mi serve per ricordare che non bisogna mai mollare dopo una sconfitta ( però lo conservo in cantina). Pensa che Forte dei Marmi possa essere una “vetrina” per gli artisti?

Ritengo Forte dei Marmi una delle migliori opportunità per presentare il mio lavoro ad un pubblico italiano.

1) “Sassi” - Mosaico 2) “Orso Bianco” 80x120x50 cm. - Mosaico

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ARTEFORTE MAGAZINE 2009