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di rinascere TEMPO

DOSSIER CITTADINANZA IN DIVENIRE

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Poste Italiane s.p.a. - Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCF Verona

DICEMBRE 2016 anno 82 - n. 12


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DICEMBRE 2016

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anno 82 - n. 12

3 editoriale Accendiamo una piccola luce… di Paola Moggi

TEMPO

di rinascere

4 latitudini a cura di Elena Guerra

DOSSIER CITTADINANZA IN DIVENIRE

in questo numero:

6 primo piano DONNE E IMMIGRAZIONE / Una presenza che non viene raccontata Donne invisibili di Jessica Cugini 8

VERONA / Profughe in convento Fiducia che dissolve ogni paura testo e foto di Paola Moggi

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LOCRIDE / Quando l’immigrazione diventa risorsa Con l’accoglienza riapre la scuola di Paola Moggi

10 attualità OCCHIO ALL’INFANZIA / Il rapporto 2016 del Fondo Nazioni Unite per la popolazione Le bambine: il nostro futuro di Jessica Cugini 11 donne e chiesa CHIESA E COMUNITÀ DI BASE / Un incontro al femminile Il tempo dell’attesa di Giovanna Romualdi 12

LA RETE DEI VIANDANTI Alla ricerca del genere perduto di Carla Mantelli

15 dossier

dossier

MENSILE DELLE MISSIONARIE PIE MADRI DELLA NIGRIZIA - VERONA (SUORE COMBONIANE)

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DICEMBRE 2016 - N. 12

Poste Italiane s.p.a. - Sped. in abb. post. - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 n. 46) art. 1, comma 1, DCF Verona

(1934-2007)

MIGRANTI A SCUOLA DI CITTADINANZA 16

IMMIGRAZIONE A SCUOLA Cittadinanza in evoluzione: una grande risorsa per l’Italia di Antonella Fucecchi

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Nell’era dell’homo migrans

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Dare significato alle parole

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Adolescenti: come debellare il pregiudizio

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Dagli stereotipi all’amicizia

Recapito postale e telefonico Redazione Combonifem Via Cesiolo, 46 - 37126 Verona Tel. 045 8303149 - Fax 045 8308303 redazione@combonifem.it Direttrice: sr Paola Moggi Tel. 045 8308302 Redazione: Jessica Cugini Tel. 045 8308304 Ha collaborato a questo numero Pier Maria Mazzola Corrispondenti da: Africa: Benin, Ciad, Egitto, Eritrea, Etiopia, Kenya, Mozambico, Repubblica Centrafricana, Repubblica democratica del Congo, Sud Sudan, Sudafrica, Sudan, Togo, Uganda, Zambia • America: Brasile, Colombia, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Haiti, Messico, Perù, Stati Uniti • Asia: Medio Oriente (Emirati Arabi Uniti, Giordania, Israele), Sri Lanka • Europa: Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia, Portogallo, Spagna Segreteria: sr Lucia Salvato orario di ufficio lunedì-venerdì 9.00-12.30 segreteria@combonifem.it Amministrazione e abbonamenti: sr Kathia Di Serio amministrazione@combonifem.it Progetto grafico e impaginazione: Studio Iride snc Stampa Industria grafica SIZ Direttrice responsabile: sr Elisa Kidané Tutela dei dati personali

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33 Indice dell’annata 2016

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Il numero di novembre è stato consegnato a Poste Italiane l’11 novembre 2016.

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23 comboniane nel mondo

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SUD SUDAN / Radio Bakhita Dieci anni di tenacia di Elena Balatti Bakhita: una voce che continua a parlare di pace di Cecilia Sierra Salcido

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Brevi comboniane

rubriche 13 incontri di viaggio Senza specchi di Andrea Semplici 14 buongiorno sognatori Avvento: il viaggio della speranza di donMarcodonRoberto 26 benessere e ambiente Clima: da Parigi a Marrakech, passando per gli Usa di Maria Maranò 28 senza frontiere Sul pluralismo religioso degli immigrati in Italia di Carlo Melegari 30 ormegiovani Il profumo del pane e del dono di Monica De Spirito 31 culturalmente a cura di Jessica Cugini 32

letture per l’infanzia a cura di Jessica Cugini


editoriale Accendiamo una piccola luce…

A

nche questo anno volge al termine. Opportunità di sostare a raccogliere gli eventi e le situazioni che abbiamo vissuto nei mesi passati: a livello personale, di famiglia, di Paese e di pianeta. Uno sguardo ampio e profondo.

Un respiro sulla vita, che ci viene incontro e talvolta ci travolge. Come il terremoto che lo scorso agosto, nell’Italia centrale, ha distrutto la vita di tante persone e continua a far tribolare chi ancora rimane su una terra che trema. Come le guerre, note e dimenticate, o le troppe situazioni di ingiustizia eclatante che costringono milioni di persone a sopravvivere senza un orizzonte di senso, o a migrare nella precarietà e nell’insicurezza. Come le malattie, che fanno rallentare il passo, o talvolta lo bloccano. O come gli eventi politici che inquietano le democrazie stanche dell’Occidente e prospettano tempesta: la Brexit, l’uragano Trump… Che cosa succederà? Queste pagine invitano a sostare, ma non a rimanere intrappolati nella paura. Offrono “gemme” di esistenza, invitano a raccogliere germogli di vita… che sempre ci sono. Spesso sotto le macerie di case distrutte, o di vite distrutte. Ma ci sono.

FRANCO LEVER

A noi intuirne la presenza, proteggerli e nutrirli di “fede”. Responsabilità mia e tua: nostra.

Anche nelle tenebre che disorientano e, talvolta, paralizzano, i germogli ci sono. C’è chi, nonostante il buio, ne respira la fragranza e li rivela. E chi riesce ad accendere una luce, permette a sé e ad altre persone di vederli. L’informazione sana e costruttiva può offrire questo prezioso servizio: dissolvere menzogne e luoghi comuni che fioccano sui social media e nel web; offrire uno sguardo planetario, che non equipara le differenze a minacce. Il dossier, per esempio, accende una piccola luce su un fenomeno epocale: le migrazioni. Generano tensioni e spesso anche disagio. Eppure sarebbe antistorico negarne l’evidenza o bloccarle innalzando muri. Se gestite con saggezza, possono divenire occasione preziosa per ripensare come vogliamo essere; a partire dalla scuola, palestra di cittadinanza. Se la periferia di Milano chiama l’esercito per garantire più sicurezza nelle strade, ci sono paesi spopolati che riprendono vita grazie all’immigrazione. Camini, Comune della Locride, ce lo racconta. Queste pagine offrono germogli di ricerca; scelte intrise di fiducia e di speranza. Antonella Fucecchi, nel dossier, ci ricorda che questo non è “buonismo”, è lungimiranza. E un buon auspicio per continuare insieme il cammino. Allora aiutiamoci reciprocamente ad accendere una piccola luce, per riconoscere i germogli che costellano i sentieri della vita. L’umana esistenza, seppur intrisa di fatica e di frustrazione, non perda di vista le opportunità che ne costellano il cammino: germogli tenaci, che bucano l’asfalto e spaccano la pietra. Questo il nostro augurio per il Natale e per l’anno che ci attende. Accendiamo una piccola luce!

Paola Moggi


latitudini

a cura di ELENA GUERRA

● GHANA Alle presidenziali del 7 dicembre c’è una donna a sfidare John Mahama, presidente uscente: è Nana Konadu Agyeman, moglie del già presidente Jerry Rawlings (dal 1981 al 2001), considerato il padre della democrazia nazionale. Appartenente al Partito nazionale democratico, nel 2012 Konadu aveva tentato la candidatura fallendo per delle anomalie riscontrate nella sua candidatura dalla Commissione elettorale. Diplomata alla Kwame Nkrumah University of Science and Technology (Knust), ha una laurea in Graphic Design, con una specializzazione nel settore tessile. Negli anni ha ottenuto diversi titoli di studio alla London College of Arts, al Ghana’s Management Development and Productivity Institute e al Ghana Institute of Management and Public Administration, alla Johns Hopkins University di Baltimora e alla Lincoln University in Pennsylvania. Nel 1982 ha fondato il 31st December Women’s Movement per l’empowerment femminile, con più di 2 milioni di membri, che aspira a mobilitare le donne nella creazione di circa 900 scuole dell’infanzia in tutto il Paese. Grazie all’influenza del suo movimento, il Ghana è stata la prima nazione ad approvare la Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del fanciullo. ● AFRICA Abbiamo già parlato in queste pagine di Nice Nailantei Leng’ete, giovane masai che, a otto anni, si era opposta alle mutilazioni genitali femminili (Mgf ). Oggi, a 25 anni, incontra i capi villaggio e i politici del suo Paese (e non solo) per proporre riti di passaggio alternativi. Nel mese di novembre è stata attivata una Campagna di sensibilizzazione che prende il suo nome, #dallapartediNice. L’iniziativa nasce da un’idea dall’associazione Hic Sunt Leones, fondata da sette giornalisti (tutti uomini): Luciano Scalettari, Angelo Ferrari, Raffaele Masto, Roberto Cavalieri, Alessandro Rocca, Davide Demichelis. La Campagna è diventata una webserie (a cui si può partecipare donando, attraverso il crowdfunding), che racconta la vita di sette donne che ce l’hanno fatta. L’obiettivo è sensibilizzare più persone possibili sui diritti delle ragazze africane e sulla loro possibilità di avere libera scelta andando contro le cosiddette “tradizioni”, che spesso le rendono vittime della Tratta, della violenza domestica e ancora delle Mgf. ● ETIOPIA Un uomo, per la prima volta nella storia, è stato premiato dal Comitato olimpico internazionale (Cio) per il contributo dato allo sviluppo della partecipazione delle donne nello sport e nella sua amministrazione. Lo scorso 7 novembre al Convention Center di Losanna, in Svizzera, è stato consegnato il premio mondiale Donne e sport al giornalista etiope Dagim Zi-

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nabu Tekle. Coinvolto nel processo di integrazione delle spor tive etiopi e nella gestione delle varie discipline, ha creato cinque anni fa Radio Show Lisan sullo sport al femminile, con l’obiettivo di incoraggiare l’impegno delle giovani donne sin dai primi anni di vita, per realizzare i propri sogni, coinvolgendo attraverso interviste e incontri più di 12mila persone tra dirigenti sportivi, allenatori, sportivi professionisti impegnati in manifestazioni nazionali e internazionali. E Dagim non si ferma: vuole creare il primo programma televisivo etiope dedicato allo sport al femminile, al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica, non solo nel suo Paese. ● ITALIA/BURKINA FASO Cecilia e Carlotta, ovvero mamma e figlia, non sono sportive ma hanno deciso di correre per combattere la malnutrizione materno-infantile in Burkina Faso. Hanno partecipato infatti alla Last10km, corsa non competitiva della Verona Marathon, e insieme alla onlus scaligera ProgettoMondo Mlal sostengono il progetto Mamma (presentato sulle pagine di Combonifem nel dicembre del 2014), che assicura la distribuzione di pappe ipernutrienti ai minori che presentano casi di malnutrizione gravi, per garantire un’alimentazione sana ed equilibrata, sostenendo un programma in grado di accompagnare le madri nella preparazione del cibo e nel monitoraggio dello stato di salute di sé stesse e dei propri figli. Si può donare fino al 5 dicembre attraverso il sito Retedeldono.it. ● ITALIA/IRAQ «Trasformando la paura in coraggio, la schiavitù in ribellione, la fuga in opportunità, Nadia Murad incarna il cambiamento e con la sua testimonianza di vita ci insegna la dignità di non chiudere gli occhi e di combattere per i propri valori». Questa è solo una parte della motivazione che ha portato il Consiglio regionale della Valle d’Aosta a scegliere la ragazza irachena come Donna dell’anno 2016, durante la 18esima edizione del Premio, assegnandole una medaglia del presidente della Repubblica e 25mila euro. La giovane yazida rapita dall’Isis nell’agosto del 2015, quando aveva 22 anni, insieme a tante altre famiglie, e fuggita dalla schiavitù sessuale, non si è arresa alla disperazione e alle violenze subite e si è impegnata nella


sensibilizzazione sul genocidio della sua gente (fedele allo yazidismo, un credo considerato eretico dall’islam, trattandosi in realtà di un’antica religione precedente al cristianesimo, all’ebraismo e all’islam), e userà il denaro ricevuto per continuare il suo impegno a far conoscere ai leader del mondo i crimini contro l’umanità che Isis commette contro le minoranze religiose. ● ARGENTINA I pregiudizi sulla disabilità si combattono sin dalla prima infanzia, grazie anche alla conoscenza diretta di persone con cui crescere e formare una nuova idea oltre alle difficoltà psico-fisiche. È quello che sta succedendo a Córdoba, nella scuola materna di Jeromito, dove una classe di piccoli tra i due e i tre anni ha la possibilità di vivere una bella esperienza di vita con l’insegnante neo-assunta, la prima in tutto il Paese con sindrome di Down. Con già una gavetta alle spalle di quattro anni nell’ambito dell’assistenza ai corsi di lettura e apprendimento, ora Noelia Garella a 31 anni è entrata a far parte a pieno titolo dell’organico scolastico, essendo stata nominata di ruolo. Un attestato di fiducia e professionalità a questa maestra che ama i bambini e il suo lavoro. ● INTERNET SOLIDALE Regalare le cose pochissimo usate e in buono stato dei propri figli a chi ne ha bisogno è una usanza già diffusa, ma spesso non si hanno amici o parenti con figli e il poco spazio in casa a volte porta i genitori a inscatolare abiti che vanno nel dimenticatoio senza farli girare in modo solidale e utile. Baby-bop.com è lo strumento per chi non sa a chi dare tutine e passeggini non più utilizzati e per chi cerca il corredo per il proprio pargolo a costo zero. Si tratta di una piattaforma di libero scambio di abiti, giochi e accessori per bambini. Tutto ciò che è disponibile nella vetrina online è gratis. L’idea parte da due papà programmatori che, con il supporto delle compagne, stanno diffondendo il sito, che presto diventerà un’app. L’unica condizione è non vendere. Chi ha un oggetto da barattare pubblica un annuncio e chi è in cerca di un oggetto si “mette in lista”, facendo così mettere le persone in contatto in base alla vicinanza o alla disponibilità di tempo e modo per la consegna del regalo. ● MONDO Le morti bianche dell’informazione non diminuiscono. Secondo il Rapporto biennale dell’Unesco, Sicurezza dei giornalisti e il pericolo di impunità, presentato lo scorso novembre a Parigi, in occasione della 30esima sessione del Consiglio intergovernativo del programma internazionale per lo sviluppo della comunicazione (Ipdc), sono 827 i giornalisti uc-

● LIBRI IN CARCERE Si potrebbe chiamarla “banco alimentare dei libri” la sfida già vinta dalle Librerie Paoline con diecimila libri raccolti lo scorso anno e che è stata riproposta anche quest’anno in tutta Italia a novembre. Le buone evasioni consiste nell’acquisto di libri che vengono lasciati in libreria e poi donati ai carcerati degli istituti di pena delle città dove si trovano i punti vendita. L’idea di dedicare questa iniziativa ai detenuti nasce dalle parole di papa Francesco nella Lettera del 1° settembre 2015, con la quale si concedeva l’indulgenza in occasione del Giubileo. E quale miglior metodo di evasione se non la lettura di un buon libro, in grado di far sconfinare la propria immaginazione al di là di ogni confine fisico, per ritrovare un orizzonte di libertà che sa di futuro e di riabilitazione? ● CULTURA GENTILE La giornata della gentilezza, lo scorso 13 novembre, è solo stata un pretesto per presentare e attivare in modo continuativo il progetto socialmente utile The Moving Heart promosso da Human Heart Association di Arianna Burloni, Barbara Benedettelli e Alberto Capretti, da un’idea giapponese dell’Associazione della Piccola gentilezza, antico movimento diventato globale nel 1997. L’intento è coinvolgere associazioni, reti di cittadini, istituzioni e aziende per realizzare un piccolo gesto concreto rivolto a chi più ha bisogno. Come offrire una colazione a un gruppo di senzatetto, o consegnare giocattoli e sorrisi ai bambini ricoverati in ospedale. Piccole e grandi idee che possono cambiare la vita, possono dare conforto a chi più ha bisogno e far occupare il tempo in modo costruttivo a chi ha la volontà di incontrare e aiutare l’altro.

cisi negli ultimi 10 anni mentre stavano svolgendo il proprio lavoro, 213 solo nel biennio 2014-2015. Senza contare i rapimenti, le violenze subite e il materiale rubato o distrutto. Le zone del mondo più pericolose per chi fa informazione rimangono gli Stati arabi, dove, nel 36,5% dei casi (78 omicidi), la causa è soprattutto il conflitto in atto in Siria, Iraq, Yemen e Libia. Sono morti più uomini (195) che donne (18) nell’ultimo biennio di riferimento. E si tratta, nella maggior parte dei casi (il 90%), di corrispondenti locali; i più fragili (il 19%) sono i freelance o citizen journalists, molto più liberi di muoversi e lavorare ma, allo stesso tempo, molto più vulnerabili. Purtroppo il 92% dei casi totali è ancora oggi irrisolto, dato preoccupante se si pensa che l’impunità limita la libertà di informare ed essere informati.

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DONNE E IMMIGRAZIONE / Una presenza che non viene raccontata

Donne invisibili

SOCIALPRESS

primo piano

Sono tra noi, costituiscono la maggioranza della popolazione migrante presente in Italia, ma non ce ne rendiamo conto, non abbiamo questa percezione. Eppure rispondono a un nostro bisogno, suppliscono a una mancanza di welfare. Sono tra noi, ma non le vediamo. Una volta sbarcate sulle coste italiche spariscono dai media e anche dai nostri pensieri. Sono le donne il vero volto invisibile del fenomeno migratorio che interessa l’Italia

di JESSICA CUGINI

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ILMODERATORE.IT

i siete mai domandati come mai non abbiamo la percezione che nel nostro Paese la maggioranza della popolazione straniera residente è (seppur di pochi punti percentuali) femminile? Anche se oramai lo è da diversi anni. Secondo il Dossier statistico immigrazione, pubblicato a fine ottobre dal Centro studi e ricerche Idos, nel 2015 le migranti presenti nel nostro Belpaese erano il 52,6% del totale dei non italiani. I loro volti, se si scorrono le righe del testo che ogni anno ci regala una fotografia importante della nostra società, non sono difficili da immaginare. È sufficiente soffermarsi sulle provenienze indicate con accanto le percentuali di presenza: ucraine, rumene, filippine e

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moldave. In tutte queste nazionalità le donne sono prevalenti rispetto al numero degli uomini. E non occorre pensarci molto per capire il perché. La motivazione non è difficile da indovinare: suppliscono alla mancanza di un welfare statale, fornendo una soluzione a basso costo (spesso non regolarizzata) alla domanda di cura delle persone anziane o con disabilità che vivono in contesti familiari. Per questo hanno subìto meno, rispetto all’occupazione maschile, gli effetti della crisi economica. Perché le donne migranti presenti in Italia rispondono a un’esigenza reale. Una nostra domanda di necessità. La conferma la si ha dalle cifre: se il numero delle

collaboratrici domestiche è (questo certo per effetto della crisi) diminuito rispetto all’anno precedente (il 2014), continua invece ad aumentare senza mai arrestarsi quello delle assistenti familiari per anziani. Un dato non nuovo, che ci costringe a rilevare (ancora una volta) come questo welfare familistico abbia creato una «segregazione delle immigrate nelle posizioni più basse e meno qualificate della struttura occupazionale, in settori in cui le condizioni di impiego non sono sempre le migliori ed è diffuso il lavoro irregolare». A oggi, stando ai dati dell’Inps, a occuparsi dei nostri cari sono per il 74,7% donne straniere: oltre 672mila su poco più di 886mila. E ci si riferisce con questi numeri a coloro che, tra collaboratrici domestiche (le cosiddette colf) e assistenti familiari (meglio note come badanti), sono in regola con i contratti. Ma, secondo l’Istituto previdenziale, le lavoratrici irregolari eguaglierebbero per numero quelle con contratto. Verrebbe da domandarsi: chissà cosa accadrebbe a questa Italia se d’improvviso scomparissero tutte…


gio, segna purtroppo una continuità intollerabile tra il prima e il dopo del loro arrivo in Italia. Un contributo importante per far luce in questo mondo femminile invisibile e abbandonato a sé stesso è la ricerca dell’antropologa Barbara Pinelli, esperta di prospettiva di genere e impegnata dal 2008 in un lavoro etnografico sulle rifugiate presenti in Italia. È il suo report a mettere in luce come, in diverse strutture di accoglienza nel Nord Italia e in vari Cara in Sicilia, si

CMNEWS.IT

Un altro volto della migrazione femminile di cui poco si parla, ma che sempre più spesso vediamo nei media, è quello delle donne rifugiate e richiedenti asilo. Oramai consolidata presenza, che ovviamente pone il nostro Paese davanti a una specificità di genere della migrazione, specificità che finora non ha avuto risposte da parte dello Stato. Non si tiene conto come questo fenomeno ponga e imponga delle questioni delicate sulla maggiore vulnerabilità delle donne che intraprendono il viaggio verso l’Europa. Manca del tutto una prospettiva di genere, un percorso che definisca misure volte a tutelare queste donne, il loro vissuto e il loro equilibrio fisico ed emotivo. Il viaggio delle donne migranti non è solo la difficile traversata sul barcone. C’è un prima, che riguarda i Paesi di origine e di transito, e purtroppo un dopo, che invece interessa il nostro civile Paese d’approdo. E se del prima ogni tanto (raramente) sentiamo parlare (gli stupri durante il viaggio, la compravendita delle donne, il loro essere costrette nelle case chiuse libiche, le gravidanze frutto delle violenze), del dopo, segnato dal loro arrivo in terra italiana, sappiamo quasi niente. L’arbitrarietà che abita alcuni Cie (Centri di identificazione ed espulsione) e Cara (Centri accoglienza richiedenti asilo) viene periodicamente alla luce grazie a qualche inchiesta giornalistica (l’ultima, quella di Fabrizio Gatti pubblicata a settembre sul settimanale l’Espresso) o a qualche report di associazioni (Medu, Amnesty International, LasciateCIEntrare, ecc.). E quel che accade in alcuni di questi contesti alle donne migranti, spesso già segnate da esperienze terrificanti durante il viag-

Barbara Pinelli sottolinea poi come spesso queste donne siano sottoposte a un controllo costante delle attività di cura legate a un maternage differente, che viene non condiviso e giudicato con occhi occidentali. Distorcendo, o peggio imponendo, modalità di nutrimento e pulizia dei figli che non sono proprie delle madri migranti.

SOCIALMEDIA

Rifugiate e richiedenti asilo

registrino criticità dovute non solo a forme di violenza sessuale, causate dalla promiscuità degli spazi, spesso condivisi con uomini, ma anche a sopraffazioni sociali e istituzionali. Proprio in quei luoghi chiamati a garantire protezione fisica e tutela giuridica, le donne migranti vivono in situazioni di insicurezza personale e abbandono istituzionale: senza alcun accesso a informazioni legali, ad assistenza e/o accessibilità a strutture mediche e ginecologiche adeguate (nonostante alcune siano state vittime di violenze sessuali ripetute o siano incinte). A questo si aggiunge l’incapacità di cogliere le conseguenze dei traumi subìti e di poter accedere a un percorso di aiuto psicologico che si avvalga di figure professionali.

Fatta la legge, continua l’inganno

Lo scorso mese di marzo, il Parlamento europeo ha votato a maggioranza per mettere in atto misure di genere che garantiscano la sicurezza delle donne che chiedono asilo e che spesso viaggiano con bimbi a seguito. Sottolineando come già la violenza nei Paesi di origine o di transito dovrebbe essere un valido motivo per garantire a queste donne il diritto d’asilo. A oggi, le politiche e le procedure d’asilo (compresa la valutazione per ottenerlo) non tengono conto delle questioni di genere (tra le quali sono comprese le mutilazioni genitali femminili, i matrimoni forzati, la violenza domestica), né garantiscono un percorso di accoglienza differenziato, che preveda innanzitutto la necessaria garanzia di poter accedere a zone notte e servizi igienici separati; personale e interpreti femminili; consulenza specifica per le donne che hanno subìto traumi; l’assistenza legale e la cura dei bambini che sono a seguito. ■ 7


primo piano

VERONA / Profughe in convento

Fiducia che dissolve ogni paura La chiameremo Mignon, ma il suo vero nome è un altro. Viene dal Camerun, al confine con la Nigeria, una zona spesso preda di Boko Haram.* Lei, musulmana, è sposata con un cristiano; rischio grave dove il fondamentalismo religioso imperversa. Ecco un frammento della sua storia testo e foto di PAOLA MOGGI

N

el 2014, per sottrarsi alle incursioni del gruppo jihadista Boko Haram, tante persone fuggono da un villaggio del Camerun. Anche Mignon e suo marito. Dopo aver lasciato le loro bambine in un luogo sicuro, raggiungono un nascondiglio nella savana. Non c’è né acqua né cibo. Il marito di Mignon e altri uomini si avventurano in cerca di provviste, e non tornano più. Lei e la sorella minore vengono catturate, ma riescono a fuggire. Inizia così la loro odissea: dal Camerun arrivano in Ciad e poi in Libia. Nel 2015, una notte di agosto, s’imbarcano su uno di quei famigerati barconi. Il trambusto causato dall’esasperazione di alcuni lo fa rovesciare. Dopo dieci ore in acqua, arrivano finalmente i soccorsi: di centoventi persone soltanto cinquantadue sono ancora vive. Fra loro Mignon, ma non sua sorella. Arrivata in Sicilia, Mignon rimane per giorni in ospedale. Quando viene dimessa, si trova su un autobus; destinazione Verona. «Ero spaventata. Non sapevo dov’ero, né cosa aspettarmi – ricorda –. Mi hanno portato in un luogo che non conoscevo (la Questura), poi in un altro. Quando Silvano Brait, presidente dell’associazione Villa Buri, mi ha spiegato che ero in una struttura di * Organizzazione fondamentalista islamica che demonizza l’istruzione occidentale e terrorizza la Nigeria nord-orientale dal 2002.

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accoglienza, mi sono sentita al sicuro. Vi sono rimasta sette mesi. Ho avuto l’opportunità di andare a scuola di italiano e di imparare un po’ come si cucina qui. Ma avevo tanta rabbia dentro di me per la morte di mia sorella. Ero disperata e avevo perso il desiderio di vivere». Ad aprile 2016 Mignon arriva dalle Suore missionarie comboniane, che, in convenzione con l’associazione Villa Buri, avevano aperto la loro casa di Verona all’accoglienza di quattro profughe. Ogni suora della comunità è coinvolta: c’è chi le ascolta con empatia; chi le accompagna a conoscere Verona; chi spiega la cultura italiana: come cucinare, curare l’igiene delle proprie stanze, e coltivare sane relazioni con la gente. Importantissimo è imparare bene la lingua italiana. Suor Aldina Martini, 94 anni, è un’insegnante apprezzata. «All’inizio ero perplessa – confessa la comboniana –: ritenevo che un convento non fosse idoneo a ospitare delle giovani donne. Io e altre avevamo un po’ di timore. Poi, invece, tutto è stato molto più semplice del previsto. Ci siamo reciprocamente date fiducia… e vita!». Suor Carolina Angulo Larios, che coordina la comunità, conferma: «Accogliere queste donne con amicizia e affetto ha fatto maturare relazioni molto belle. Con fiducia abbiamo imparato le une dalle altre. La loro presenza ci ha sollecitate a conoscere meglio la società in cui viviamo e ad affronMignon fra suor Aldina Martini, a sinistra, e suor Carolina Angulo Larios

tare le sfide con discernimento». «Io qui ho trovato una famiglia – precisa Mignon – e sono cambiata tanto: tutta la mia rabbia si è lentamente dissolta. Sento che ho ancora la possibilità di una vita buona. Ho ritrovato la gioia. La mia voce non riesce a ringraziare come vorrei…». In effetti nei sei mesi vissuti “in convento” Mignon ha fatto tesoro della pazienza affettuosa di suor Aldina e dell’incoraggiamento di tutta la comunità. Ha completato con successo il corso di italiano, tanto che le avevano proposto di perseguire anche il diploma di terza media. Ma lei ha preferito non perdere l’offerta di un lavoro stagionale. La sua gioia più grande: da alcune settimane ha ottenuto il permesso di soggiorno, suo marito è vivo e cerca di raggiungerla. Ora è in un Centro di accoglienza in Sicilia. Si sentono spesso. «A coloro che arrivano sui barconi, come sono arrivata io, dico di avere pazienza. Chi vuole tutto e subito distrugge il proprio presente e il proprio futuro. Non abbiate fretta di avere una vita comoda. Abbiate soltanto fretta di imparare la lingua e di sapervi relazionare bene con la gente». Il sogno di Mignon: trovare un lavoro e ricomporre la sua famiglia. «Sì! Spero tanto che le nostre bambine possano raggiungerci», e gli occhi si riempiono di lacrime. ■


primo piano

LOCRIDE / Quando l’immigrazione diventa risorsa

Con l’accoglienza riapre la scuola ROSARIO ZURZOLO

Camini, un piccolo Comune della Locride, è rinato grazie all’immigrazione. Dalla vicina Riace sono stati raccolti spunti innovativi, che hanno trasformato la paventata invasione di profughi in una preziosa opportunità, a partire dalla scuola

di PAOLA MOGGI

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osario Zurzolo e Giusy Carnà si conoscono dalla prima elementare. A Camini, Comune della provincia di Reggio Calabria, sono cresciuti insieme e hanno visto tanti amici partire. Il centro storico, fantasma dello splendore del secolo XVI, nel 2011 era vuoto. Gli abitanti del Comune si erano ridotti a settecento, in prevalenza persone anziane. Lo spopolamento aveva afflitto il paese dagli anni Cinquanta del secolo scorso. Ogni dieci anni la popolazione diminuiva: dal 1991 al 2001 del 14,32%, dal 2001 al 2011 del 16.76%.* Un’emorragia inarrestabile. «Abbiamo visto tanti nostri amici andare via», dice Rosario. Ma lui e Giusy decidono di restare e nel 1999 creano una cooperativa per l’inserimento lavorativo di persone svantaggiate. La chiamano Eurocoop, in onore dell’Europa, che si accingeva a introdurre la moneta unica. Con l’emergenza Libia del 2011, incoraggiati da Domenico Lucano, sindaco di Riace, che dal 1998 aveva ospitato profughi curdi, si aprono allo Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati). Ristrutturano alcune case disabitate del centro storico e accolgono undici giovani africani della Costa d’Avorio. «Da subito avremmo voluto accogliere famiglie – precisa Rosario –, perché con loro l’integrazione è più facile. Per gli anziani di Camini

* http://italia.indettaglio.it/ita/calabria/camini.html

chi era del paese vicino era già “straniero”; figuriamoci chi arrivava dalla Costa d’Avorio!». Comunque il coraggio di avviare l’esperienza ha dato i suoi frutti. Oggi Eurocoop ha sviluppato tre diversi ambiti di intervento: edilizia, agricoltura e terzo settore. Quest’ultimo, che opera per l’accoglienza e l’integrazione di profughi, si chiama Jungi mundu, in dialetto “unisci il mondo”. Dal 2011 il centro storico è rinato. Le case sono state progressivamente ristrutturate per accogliere, in piccoli nuclei, fino a centoventi persone che si autogestiscono per il cibo e altri piccoli bisogni. L’integrazione avviene anche facendo spesa nei negozi: l’economia del paese è rinata e si sono create relazioni di fiducia fra ospiti e abitanti. Ogni ospite riceve 250 euro al mese, di cui 75 in moneta europea e 175 in moneta locale, condivisa dai Comuni solidali della Locride. Un modo creativo per ovviare ai ritardi dei finanziamenti pubblici: «I negozi di Camini convenzionati con Jungi mundu accettano questa moneta – spiega Rosario –. Così gli ospiti possono scegliere il cibo che preferiscono, lasciando in loco quasi il 70% di quanto ricevono». Appe-

na arrivano i fondi, la moneta locale riscossa dagli esercenti diventa corrispettivo in euro. «Il nostro è un lavoro: non è volontariato – precisano a Jungi mundu –. Attualmente nella cooperativa operano quaranta persone con regolare contratto. Nel 2011 abbiamo reinvestito subito quanto ricevuto dal sistema Sprar acquistando un grande palazzo nel centro di Camini. Lo stiamo ristrutturando dal 2012, stanza dopo stanza. Oggi ospita tutte le attività della cooperativa, inclusa la scuola». «Non è stato facile, ma il sostegno costante delle nostre famiglie ci ha permesso di superare le difficoltà – sottolinea Rosario –. Il nostro è un lavoro normale, fatto con dedizione: dal lunedì alla domenica. Abbiamo scelto di essere sempre disponibili all’ascolto, per chi necessita di un intervento cardiochirurgico o… di una lampadina. Sono fiero di mia moglie Giusy, che non perde mai il sorriso. Questo lavoro ha rafforzato la nostra unione». E ha ridato vita a Camini, che da paese di emigrazione è diventato paese di immigrazione. Fino al 2014 il punto di accesso scolastico aveva otto alunni; oggi ne ha trenta. «La scuola materna, chiusa dal 2009, è stata riaperta quest’anno; segno di grande speranza», esclama Giusy con gioia. ■ 9


attualità

OCCHIO ALL’INFANZIA / Il Rapporto 2016 del Fondo Nazioni Unite per la popolazione

Le bambine: il nostro futuro Le vediamo piccole e invece forse dovremmo immaginarcele già grandi, per capire che è dal loro futuro che dipenderà il nostro. Dalla loro possibilità di studiare, mangiare, giocare, crescere uguali ai loro coetanei maschi, alle loro opportunità di poter scegliere. Monitorare tutto questo è l’obiettivo del Fondo Nazioni Unite per la popolazione. Perché nessuno si salva da solo, men che meno se lascia indietro le bambine di JESSICA CUGINI

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anni. Il nostro futuro dipende dalle bambine di questa età». Non poteva essere più chiaro il messaggio di apertura del Rapporto 2016 del Fondo Nazioni Unite per la popolazione (Unpfa).* Messaggio che viene accompagnato, in copertina, da dieci volti di bambine sorridenti, provenienti da diverse parti del mondo. I volti del nostro futuro, se sapremo vincere la scommessa per garantirglielo, ovunque esse abitino: in Bangladesh o Camerun, in Giordania o Norvegia, negli Usa o Guatemala, in Albania o Brasile, in Vietnam o Swaziland. Ma perché proprio le decenni? Perché quando le bambine compiono dieci anni, il loro mondo comincia a cambiare. È questa infatti (in molti continenti) l’età che indica il passaggio verso l’adultità, che segna l’inizio dell’adolescenza e spesso anche il destino di queste piccole donne. Alcune vengono date in spose (circa 50mila ogni giorno), altre, proprio perché “signorine” (come dicevano una volta le nostre nonne per segnalare l’arrivo del menarca), rimangono incinte e queste gravidanze precoci segneranno * Il Rapporto 10. How our future depends on a girl at this decisive age è stato presentato a Roma e in oltre cento città nel mondo (Londra, Parigi, New York. Bangkok, Madrid…), in contemporanea lo scorso 20 ottobre. È scaricabile dal sito: www.unfpa.org/swop ** L’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi Onu; ingloba 17 obiettivi il cui avvio ha coinciso con l’inizio del 2016 e che dovrebbero essere raggiunti entro il 2030.

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la loro vita e (se non è già accaduto con il matrimonio) la fine del loro percorso di studi (a oggi circa 16 milioni di bambine non hanno accesso all’istruzione). A soli dieci anni, mentre le nostre figlie o nipoti stanno concludendo il percorso di studi della scuola primaria, ci sono coetanee che diventano proprietà di qualcun altro, merce da vendere o comprare, braccia da far lavorare per contribuire al mantenimento di famiglie in cui solo ai maschi è consentito il diritto di studiare. L’esistenza di queste bambine d’improvviso cambia, portandosi dietro il loro (e il nostro) futuro. Un futuro importante, se si tiene conto, stando ai dati demografici diffusi dal Rapporto Unfpa, che viviamo in un tempo segnato dal più alto numero di popolazione giovanile: 1,8 miliardi di abitanti sono giovani, 125 milioni hanno meno di dieci anni e, fra questi, le bambine sono oltre 60 milioni. L’89% di questi minori vive nelle regioni più povere: è sufficiente pensare che il 20% dei bambini e bambine sotto i dieci anni vive in India e il 12,3% in Cina, per capire di chi e cosa parliamo. Ora, con questi numeri alla mano, si comprende meglio come il fatto che i dieci anni equivalgano, per tante piccole donne, all’età della “scelta” della loro vita futura sia un’intollerabile violazione dei diritti delle bambine. Una sconfitta, per un mondo che non s’impegna sul serio affinché ciò non avvenga. Partendo da questa considerazione parte la sfida del Rapporto Unfpa, sfida che coinvolge direttamente le dieci bambine scelte per la copertina e presentate all’interno del dossier, adole-

scenti che verranno seguite, per vedere cosa accade nel loro futuro alla luce dell’Agenda 30 per lo sviluppo sostenibile** e dei suoi diciassette obiettivi (ridurre la povertà e la fame; aumentare la qualità dell’educazione e la possibilità di accedervi; migliorare la salute; raggiungere l’eguaglianza di genere; ridurre le diseguaglianze sociali; avere accesso all’acqua e all’energia pulita; avere la possibilità di un lavoro dignitoso; vivere in insediamenti sicuri e sostenibili, in contesti di pace, in condizioni ambientali sane che salvaguardino e rispettino il mare e la terra). La storia di queste bambine sarà il metro di valutazione dell’efficacia dell’Agenda, consapevoli del fatto che, ogni anno che passa e che ci avvicina al 2030, equivale a un meno 7% del tempo che le nazioni si sono date per “salvare il mondo”. Perché, se è vero che gli obiettivi sono ambiziosi, è anche vero che è dalle buone pratiche comunitarie che si vedranno i risultati. Per quel che riguarda le nostre decenni, che tra meno di quindici anni saranno diventate giovani donne, la loro possibilità concreta di avere un futuro diverso, che tenga conto delle loro potenzialità, è ciò che determinerà non solo il loro futuro, ma il futuro di tutte e tutti noi. ■


donne e chiesa

CHIESA E COMUNITÀ DI BASE / Un incontro al femminile

Il tempo dell’attesa Donne provenienti da varie parti d’Italia che si incontrano per un tempo da dedicare alla riflessione, per riappropriarsi della Parola e ricercare una genealogia femminile che sappia rendere ancora più fecondo questo tempo di attesa di cambiamenti di GIOVANNA ROMUALDI

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rammi umani ci interpellano ogni giorno mentre i mezzi di informazione bruciano le notizie provocando angoscia e spaesamento o, al contrario, indifferenza e distacco. È un tempo che ci richiama a fermarci per riflettere». È da qui, dalla realtà che ci circonda, che trae origine il tema Il tempo dell’attesa con cui i Gruppi donne delle Comunità cristiane di base (Cdb) e altri, che da vari anni si ritrovano nel confronto dei loro percorsi, si sono autoconvocati lo scorso novembre a Verona e hanno invitato le persone a un incontro seminariale. Per le donne dei gruppi Cdb (Alba, Firenze, Genova, Pinerolo, Roma) si tratta del XXII incontro nazionale organizzato dopo il seminario nazionale Le scomode figlie di Eva (1988), che pose tutto il movimento Cdb di fronte al percorso di liberazione intrapreso dalle donne anche in campo religioso. Riconoscendo per tutte la validità della successione seriale degli incontri, le donne degli altri gruppi – (Donne in Cerchio (Roma); Donne in ricerca (Padova, Ravenna, Verona); Identità e differenza (Spinea); Il Graal (Milano) e Thea teologia al femminile (Trento) – hanno voluto significare non un’appartenenza a un movimento ma il riconoscimento del valore, per tutte, dell’impegno delle donne Cdb nella costruzione della rete di relazioni. In questa direzione è stato importante il ritrovarsi, gruppi con storie diverse, al II Sinodo europeo delle donne (Barcellona, 2003): un luogo di scambio, di vitalità e spiritualità per donne cristiane e non solo, pensato e organizzato fuori dalle strutture ufficiali delle Chiese, assumendo la diversità dei

percorsi come principio fondante di ricerca e messa in campo di libertà femminile, anche in ambito religioso. Tornate in Italia, è stato pressoché naturale proseguire il confronto di esperienze e riflessioni lungo quel filo che va dalla riappropriazione della Parola, dalla ricerca di una genealogia femminile nella tradizione del Libro, al desiderio di liberare il divino da tutto ciò che, nel bene e nel male, lo ha ingabbiato. Per tutte, questo filo s’intreccia con quello della costruzione di identità femminile su alcuni pali fondanti: il “partire da sé”, il nesso inscindibile corpo-menteemozioni, la relazione tra donne. Ed è la relazione – con tutte le sue possibili conflittualità – che ha consentito di reggere al peso dello smantellamento di impalcature religiose tradizionali, di andare «al di là di Padre nostro».

Sconfinando anche in altre tradizioni, essa ha permesso di ricercare «quel divino fra noi leggero… Vento che soffia… desiderio che ci dona libertà di pensiero e di viaggio…». Non è mai stata fuga dalla realtà, ma ricerca di una spiritualità altra che, «senza i veli dei pregiudizi ideologici e storici che opprimono la nostra vita», sappia guardare la realtà con occhi di donna. “Intreccio fra esperienza spirituale e vita quotidiana”, dice il sottotitolo dell’incontro, perché il tempo dell’attesa può essere un tempo fecondo, di risveglio della capacità generativa dello «stare nella vita», «capacità di trovare parole e atteggiamenti nuovi che sappiano dare voce ad una visione diversa del mondo e delle dinamiche storico/economiche». Per i gruppi si tratta di ripensare al percorso fatto, ritrovare il senso del “fare il vuoto” come strada per uscire dagli schemi delle tradizioni imposte e dai rapporti di sudditanza. Ricercare segni/simboli, della tradizione e della vita quotidiana, che siano significativi del desiderio di liberare il divino, di rigenerarlo e di dirlo in relazioni aperte al confronto e alla condivisione. ■

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donne e chiesa

LA RETE DEI VIANDANTI

Alla ricerca del genere perduto

VIANDANTI

Oramai è un dato di fatto: la Chiesa è anni luce lontana dal modello delle origini, e non si tratta di una distanza solo temporale, ma di genere. L’esclusione delle donne è infatti contraria al Vangelo. È essenziale dunque decostruire la religione e scoprire la Chiesa di Gesù

di CARLA MANTELLI

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a Rete dei Viandanti ha organizzato lo scorso mese di ottobre a Bologna il suo secondo convegno nazionale, dal titolo Chiesa, di che genere sei? Carismi, ministeri, servizi per un popolo di donne e di uomini. Gli interventi di relatrici, relatori e partecipanti sono stati molto chiari nelle analisi e coraggiosi nel guardare al futuro. Cettina Militello ha ricordato come il Battesimo conferisca a ogni persona i tre doni del Sacerdozio, della Regalità e della Profezia, senza distinzione alcuna di condizione sociale o di sesso. Il Concilio aveva riscoperto questa verità, ma ancora oggi sembra che i tre munera (doni, ndr) siano riferibili solo ai ministri ordinati, la cui funzione invece dovrebbe essere solo “segnaletica”, finalizzata a condurre tutto il popolo di Dio a vivere sacerdozio, regalità e profezia. Dobbiamo cambiare l’attuale modello di Chiesa che si discosta troppo dal modello delle origini e per farlo non possiamo aspettare le direttive di qualcuno, ma dobbiamo prendere l’iniziativa e sperimentare modelli nuovi nella catechesi, nella liturgia e nell’evangelizzazione. Maria Cristina Bartolomei ha lucidamente spiegato quanto sia assurdo porsi il problema della collocazione delle donne nella Chiesa, perché equivale a certificare che le donne sono fuori dalla Chiesa. La loro specifica collocazione 12

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infatti è definita in base a ciò che esse non possono essere e fare. Il ruolo femminile si differenzia da quello maschile esclusivamente in base a dei divieti. Ma cos’è che fa così paura nelle donne? Nei due millenni di cristianesimo sono cambiate moltissime cose: solo i divieti rivolti alle donne non possono cambiare? L’importanza attribuita all’esclusione delle donne dai ministeri porta a una conclusione amara: la Chiesa si fonda sull’esclusione delle donne! Con ogni evidenza questa scelta è nettamente contraria al Vangelo perché Gesù non ha mai escluso nessuno in base al sesso. L’ostinazione nel non volere riconoscere l’uguaglianza di donne e uomini ha anche gravi ripercussioni sul piano socio-politico, perché finisce per confermare l’assoggettamento delle donne nel mondo. Serena Noceti ha auspicato una nuova consapevolezza sull’essere della Chiesa cattolica marcatamente gender oriented. In essa infatti la differenza di genere è decisiva per marcare ruoli, spazi e poteri, ma di solito questo non viene riconosciuto perché si attiva una “cecità di genere” che porta a considerare neutro ciò che neutro non è: magistero, linguaggio, prassi pastorale… Molte sono state le prospettive di azione indicate, tra le quali il cambiamento degli stili comunicativi da unidirezionali a sinodali. La tavola rotonda al maschile ha vi-

sto il confronto tra l’archimandrita Dionysios Papavassiliou e il valdese Yann Redalié, coordinati da don Giovanni Bottoni. La posizione ortodossa è molto chiara e ferma: i ministri ordinati stanno al posto di Cristo quando offrono il sacrificio per il popolo. Fin dai primi secoli l’ordine è stato conferito solo ai maschi. Il tema dell’ordinazione femminile è figlio della nostra epoca e ha motivazioni sociologiche, non teologiche. Il problema quindi non esiste. Come non esiste, ma per opposti motivi, nelle Chiese protestanti tradizionali, che non fanno differenze tra uomini e donne. La presenza di Cristo, infatti, ha detto Redalié, è nella comunità che celebra. Non c’è uno status da possedere per presiedere la Santa Cena e anche la capacità di leggere la Parola viene dal sacerdozio universale. Certo, è una capacità che non s’improvvisa, infatti la formazione nelle Chiese protestanti è fondamentale. Se per i cattolici la Chiesa è madre, per i protestanti è scuola. Gianfranco Bottoni ha concluso affermando che «le secolari censure ecclesiastiche nei confronti dei ruoli femminili sono il segno della distanza tra la prima comunità attorno a Gesù e la religione che ne è nata in seguito». Decostruire la religione e riscoprire Gesù, questa sembra la strada. ■


incontri di viaggio

di ANDREA SEMPLICI

C’

CARLA CANTONE

è un luogo, a Chiaromonte, paese delle colline del Sinni, terra di Lucania, dove non ci sono specchi. «E allora noi, che stiamo attorno a loro, diventiamo uno specchio. Io che fotografo, sono uno “specchio” – mi dice Carla Cantore, quarantaquattro anni, fotografa materana –. Loro sono gli ospiti del Centro disturbi del comportamento alimentare; loro chiedono ai tuoi occhi e al tuo obiettivo: “Come sto? Come mi vedi?”. Questi ragazzi soffrono di anoressia e di bulimia e sono arrivati a Chiaromonte per trovare una via di guarigione. Rimarranno qui per sei mesi, per un anno. Un lungo percorso, fatto di fatica, di coraggio. Una sfida con sé stessi. Il bisogno di avere nuova fiducia nel proprio corpo».

Carla ha seguito, con la sua macchina fotografica, il cammino di alcuni ragazzi, di due donne di trent’anni e di una di cinquanta (Benedetto, Carmela, Valentina, Ludovica, due Valerie). Ha passato assieme a loro il tempo infinito della cura. «E così ho conosciuto la loro forza, li ho visti attraversare la paura, la speranza, il pianto. Ma abbiamo anche riso molto assieme». Una fotografa e un piccolo gruppo di donne e un ragazzo alle prese con una montagna da scalare. «Sono davvero diventata il loro specchio. È come se avessimo fatto un patto di alleanza: io non fotografavo nei momenti peggiori della loro terapia, e loro si sono offerti con generosità al mio obiettivo. Alla fine è stato un cammino comune». «Gli scatti fotografici – dice Carla – sono come pause del respiro, a volte accade che trovino fessure nell’anima di qualcuno». Del tempo che Carla ha passato a Chiaromonte è uscito un libro: cinquantatré foto per Mirrorless. Le prime sono scure, buie, quasi claustrofobiche. Si vede il corpo dei ragazzi. Il corpo che non accettano, che non vogliono vedere, né mostrare. Sono pieghe, rughe in corpi giovani, nei, escrescenze rossastre, ossa che quasi sfondano la pelle, vene nelle quali vedi scorrere un sangue viola. Ma poi la luce del giorno arriva. Questi ragazzi sono disperati, ma hanno voglia di speranza. Ci provano. Ci riescono. Cosa vedono i loro sguardi? Gli occhi si perdono nel vuoto oppure guardano mostri che noi non vedia-

CARLA CANTONE

Senza specchi

mo e provano a sfidarli? Questi ragazzi lottano. Prima mettono le mani davanti al volto, sfuggono alla macchina fotografica di Carla, si nascondono. Non vogliono farsi vedere. Accettarsi è un passo immenso da compiere. Devono capire la propria bellezza (questi ragazzi sono belli!). «Mi sono sentita trasparente, una lastra di vetro», dice una di loro. In qualche modo la fotografia restituisce visibilità ai corpi. A scorrere le foto di Carla, si ha una sensazione: la fotografia è stato uno strumento reciproco di relazione. I ragazzi si sono donati e alla fine si sono resi conto che questo cambiava anche loro. Li aiutava. Li ha incoraggiati ad accettare la propria immagine. Non ci sono foto drammatiche, non ci sono gli stereotipi dell’anoressia nelle immagini di Carla. Non sono foto in bianco e nero, ma a colori. I colori attenuati di stanze illuminate attraverso finestre. Dice Carla: «Volevo che le foto fossero come i miei occhi: ho cercato di raccontare la quotidianità della cura e della vita di queste ragazzi». Chi arriva a Chiaromonte deve portarsi dietro, da casa, le lenzuola, i piumoni, i propri oggetti quotidiani. Le ragazze e i ragazzi devono imparare nuovamente ad avere cura di sé. Nei sei mesi che qui trascorreranno sono costretti a cambiare stanza ogni due settimane: non puoi affezionarti troppo al tuo compagno di camera, devi avere un tuo equilibrio. Devi imparare a contare su te stesso. Non si può parlare di cibo con loro. Gli operatori del centro mangiano di nascosto ai loro occhi. Non si può correre, fare salti, ballare: ogni energia deve essere conservata per ritrovare peso, forza, una forma. Sono arrivati al limite, devono rinascere. Dicono che, in Italia, una ragazza su venti soffra di anoressia. Qui c’è anche un ragazzo. Ci sono le loro parole: «Ho sempre fatto tutto per bene, a scuola ero la più brava, sono stata un modello per le persone che mi stavano attorno. Ma adesso non mi piaccio più, forse non mi sono mai piaciuta». Lo possiamo capire, noi? Noi, che mangiamo come gesto naturale? Noi che abbiamo specchi in cui rifletterci. ■ Potremmo vivere senza specchi?

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buongiorno sognatori

di donMarcodonRoberto

Avvento: il viaggio della speranza

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CROCIFISSONET.IT

icembre è un mese che profuma di attesa, di avvento, di speranza. Si attende qualcosa che non c’è. E quello che oggi soprattutto manca è proprio la speranza. Stiamo vivendo una profonda crisi economica, sociale, politica e religiosa. La gente è sempre più sfiduciata e non attende più nulla. Pensiamo ai tanti giovani senza lavoro, senza futuro. Pensiamo ai tanti anziani delle nostre città, spesso soli e dimenticati da tutti. La tentazione è quella di lasciarsi andare. Molti si chiedono: perché impegnarsi? Perché protestare? Perché andare a votare? Tanto non cambia nulla. È molto più facile cogliere i segni della paura, che della speranza. Guerre, odio, terremoti, violenze, terrorismo, fame, ingiustizie, fanno parte del vissuto quotidiano. In questo contesto di sfiducia generale, il periodo dell’Avvento è un’occasione per un piccolo viaggio della speranza. Un viaggio che, per i cristiani, ha come punto di riferimento soprattutto la Parola di Dio. La parola Avvento vuol dire proprio che qualcuno o qualcosa sta per venire. Quindi è necessario mettersi nelle condizioni di saper attendere, di prepararsi ad accogliere. Tutti i Vangeli di queste domeniche sono un continuo invito alla speranza. «Vegliate, state svegli, datevi da fare …». Ma che cosa vuol dire vivere la speranza? Sperare è l’opposto della rassegnazione. Sperare vuol dire dimostrare con i fatti che è possibile “cambiare”. Sperare vuol dire offrire a tutti la possibilità di cambiare. Hai sbagliato? Puoi ricostruirti una vita nuova. Sperare vuol dire credere che l’amore prevale sull’odio, che il perdono prevale sulla vendetta, che è possibile una società diversa da questa, che è possibile un futuro per i nostri bambini e bambine. Non c’è speranza che ci dispensi dal fare la nostra parte. Un esempio concreto di un vero profeta che non predica la speranza, ma la vive, è proprio papa Francesco. Il primo tratto che colpisce di Francesco è la sua umanità, il suo sorriso, il suo modo nuovo e diverso di essere Papa. Forse quello che affascina il mondo intero è soprattutto il Francesco “feriale”, il Papa del linguaggio dei gesti, quello che telefona a un amico, quello che scende dalla papamobile per an-

dare ad abbracciare un malato, quello che abita in una semplice pensione, quello che in viaggio si porta la sua borsa a mano. Più volte papa Francesco ha ribadito che «la strada della Chiesa è proprio quella di uscire dal proprio recinto per andare a cercare i lontani nelle “periferie” dell’esistenza». Ha sempre avuto un’attenzione particolare per i poveri, gli emarginati, la gente semplice, per il popolo delle periferie delle città, quello dei quartieri popolari, dove si possono ancora ritrovare i valori umani più genuini e profondi. Francesco è il profeta di una Chiesa che pone la sua fiducia nella forza del linguaggio dei piccoli, dei deboli, degli ultimi. Non la Parola che sale in cattedra e detta norme e leggi, ma una Parola che aiuta a vivere, che illumina, rischiara la vita. Il suo è il linguaggio della gente comune, fatto di immagini e di esempi presi sempre dalla vita quotidiana: «Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (EG 49). La sfida di papa Francesco è quella di partire dalle periferie per incominciare a cambiare lo sguardo sul mondo. Sono proprio gli ultimi, i semplici, gli anziani, le persone sole, gli ammalati, gli emarginati, che ci aiutano a recuperare il vero senso del saper attendere, del saper sperare. «Chi non vive per servire – ha detto Francesco nel suo famoso viaggio in America Latina – non serve per vivere». Con altre parole è lo stesso concetto che cinquant’anni prima don Lorenzo Milani aveva lanciato da Barbiana: «Fai strada ai poveri, senza farti strada». Stare dalla parte dei piccoli vuol dire avere il coraggio di scegliere la marginalità come luogo da dove ripartire per ripensare un mondo un po’ più giusto e più umano. Rifacendosi al linguaggio delle periferie, papa Francesco non fa che ritornare al linguaggio del Vangelo, il linguaggio delle parabole. È il linguaggio scelto da Gesù quando voleva spiegare cose difficili a gente semplice. È il linguaggio chiaro, immediato, discreto, comprensibile da tutti. È il linguaggio della speranza.

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MIGRANTI

A scuola di cittadinanza L’

RADIORADIO.IT

Europa diventa un continente sempre più “vecchio”, al bivio fra rinascita e implosione. L’immigrazione, se gestita bene, può costituire per l’Italia un’opportunità di rinascita. La scuola è un ambito privilegiato per rendere l’immigrazione una grande risorsa

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MIGRANTI A scuola di cittadinanza IMMIGRAZIONE A SCUOLA

Cittadinanza in evoluzione:

una grande risorsa per l’Italia

La questione dell’immigrazione è complessa: valutarne le implicazioni significa prendere le distanze dalla narrazione mediatica che cavalca l’onda del sensazionalismo e dell’emergenza. Un primo passo da compiere è una sana purificazione dello sguardo su un fenomeno dalla portata planetaria, che non può essere affrontato con la logica dei muri e del filo spinato. È antistorico pensare di liquidare tale evento con politiche di breve o brevissimo respiro, ispirate all’arroccamento difensivo, alle barricate o ai respingimenti. Occorre lucidità e una matura presa di coscienza: l’immigrazione costringe a ripensare come vogliamo essere. Se ben gestita, può divenire occasione di rinascita e la scuola, palestra di cittadinanza e di socializzazione, offre opportunità da non perdere di ANTONELLA FUCECCHI*

È

in corso una delle più grandi rivoluzioni sociali che l’Europa si sia mai trovata ad affrontare dalla fine delle seconda guerra mondiale: la portata innovativa dell’incontro di culture, tradizioni lingue e religioni che sta trasformando lentamente, ma inesorabilmente, il volto del “vecchio continente”. E l’Italia ha un ruolo chiave in tale processo, per la sua posizione geografica e la sua centralità mediterranea, ma anche per la difficile situazione che sta attraversando.

Antonella Fucecchi

* Docente di Lettere nei licei; esperta di intercultura e autrice di varie pubblicazioni in prospettiva interculturale con particolare attenzione alla formazione, al metodo narrativo, comparativo, e del decentramento. È stata direttrice di Cem Mondialità. Contatto mail: afucecc@tin.it

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Il nostro Paese è da tempo preda di una crisi non solo finanziaria o economica, ma antropologica, variamente segnalata dai rapporti Istat degli ultimi anni e da documenti ufficiali della Conferenza episcopale italiana. Il decremento demografico ci caratterizza ormai da decenni e incide drammaticamente sul nostro futuro, compromettendo anche la tenuta del sistema previdenziale e, in ultima analisi, della stessa democrazia. Il nostro non è un Paese per vecchi, ma un Paese di vecchi: abbiamo bisogno di giovani e di innovazione. L’immigrazione, se ben gestita, può trasformarsi in un’occasione di rinascita. Occorre dunque rileggere il fenomeno con lungimiranza, valorizzando le risorse che offre.


ITALIA SONO ANCH’IO

In questa congiuntura, la questione educativa e formativa assume una rilevanza assoluta per compiere due operazioni: • permettere ai giovani migranti di fruire del diritto all’istruzione, assicurando il loro inserimento; • preparare i giovani italiani alla convivenza delle diversità, alla dimensione interculturale del loro essere cittadini di un Paese non più monoculturale e monoreligioso. IC TRA ONA

Il ruolo del sistema formativo è quello di contribuire a prevenire ulteriori lacerazioni del tessuto sociale, favorire processi di inclusione e integrazione cogliendo il grande potenziale rigenerativo della trasformazione. La scuola fornisce risposte etiche e responsabili alla paura, dispone di strumenti per disarmare il fenomeno sempre rinascente del razzismo e della xenofobia. Perché l’istruzione possa svolgere il suo ruolo occorre, però, compiere scelte politiche di ampio respiro e di larghe vedute, perché non sono in questione soltanto strategie di accoglienza emergenziali, ma il modello di convivenza democratica e una ridefinizione della grammatica della polis, intesa come spazio vitale in cui si confrontano tutti i cittadini nell’esercizio dei diritti e dei doveri sanciti dal patto costituzionale.

NELL’ERA DELL’HOMO MIGRANS

È

il tempo di un cambio di prospettiva: i fenomeni attuali sono gli effetti di squilibri planetari, il risultato di una serie di interdipendenze e interconnessioni che richiedono, a livello europeo, una maggiore coesione e una politica comunitaria, oltrepassando decisioni unilaterali e logiche politiche di breve respiro o di orizzonte puramente nazionale. Serve anzitutto distinguere tra il fenomeno immigratorio di lungo termine, attivo già dai primi anni Novanta, che vede crescere le seconde e terze generazioni, e la pressione eccezionale di ondate migratorie provocate dalla destabilizzazione di intere aree geopolitiche interessate da conflitti, (il Medio Oriente), dittature o dissesti politici (area maghrebina e Corno d’Africa). In questa situazione, il sensazionalismo emotivo impedisce di valutare correttamente le prospettive di un fenomeno articolato, che interpella il mondo politico e quello dell’educazione chiedendo riconoscimento e pari opportunità e non interessamenti episodici e occasionali. La migrazione non è congiunturale, passeggera. È strutturale e destinata a durare nel tempo e a produrre mutamenti irreversibili nei Paesi di partenza e in quelli di approdo, perché si tratta di vere e proprie diaspore planetarie. Occorre accettarlo e maturare altri punti di vista. I muri non sono la soluzione perché chiudono fuori i migranti, ma chiudono dentro, nello spazio sempre più stretto della loro fortezza vuota, i cittadini europei. Dobbiamo avere la coscienza di essere entrati tutti nell’era dell’homo migrans: si migra e si emigra come condizione esistenziale dei nostri tempi liquidi.

USCIRE DALL’OTTICA DEL BUONISMO Pertanto è prioritario demolire un pregiudizio duro a morire, quello di definire buonista la posizione di chi si spende per accogliere e gestire con lungimiranza il fenomeno dell’immigrazione. Saper comprendere la portata rivoluzionaria di questi spostamenti di intere comunità umane e guidare, orientarne ricadute e conseguenze, non è buonismo, né assistenzialismo, ma è un atto lucido e storicamente adeguato, politicamente responsabile ed illuminato. Ed è bene che i formatori, gli educatori, gli operatori sociali, i laici impegnati, i religiosi e le religiose ne siano pienamente consapevoli. Il loro impegno s’inscrive non solo all’interno di scelte vocazionali in senso lato, personali o private, ma ha una precisa connotazione sociale e politica: significa rendere effettivi e attuativi i principi di democrazia dichiarati nelle Carte nazionali ed europee. 17


MIGRANTI A scuola di cittadinanza

LA COSTRUZIONE DI UNA POLIS PLURALE La costruzione di un modello nuovo di cittadinanza inclusiva, aperta, solidale, ha nella scuola e negli ambienti educativi il suo primo banco di prova. La vera finalità è “costruire” cittadini responsabili, critici, capaci di partecipare e di compiere scelte consapevoli. L’immigrazione costringe a un salutare ripensamento e a una ridefinizione anche identitaria, sollecitata dal contatto quotidiano con comunità di migranti non transitori che si stanziano definitivamente. Le sfide fondamentali sono ardue: • Rivedere i modelli di convivenza e di coesione sociale, scegliendo l’ottica della negoziazione, della sinergia e della cooperazione a livello locale, elaborando strategie a medio e lungo termine ispirate alle esigenze specifiche delle varie collettività. Il modello Riace è una risposta efficace nel contesto calabrese, ma potrebbe essere rideclinata in modo diverso in altri scenari antropologici e geografici della penisola. • Risignificare spazi e tempi della polis nei vari contesti in cui la comunità maggioritaria e le comunità minoritarie agiscono rilanciando il protagonismo delle società locali in un’ottica di riconoscimento reciproco avendo come obiettivo la salvaguardia del bene comune. Si tratta concretamente di ridefinire le modalità del vivere insieme: riconvertire i luoghi, decidere a livello locale come e dove costruire un nuovo edificio di culto, come riutilizzare un immobile abbandonato, come scandire le feste. • Imparare a gestire il conflitto e a praticare la mediazione: in scenari in rapido cambiamento, le tensioni e le aree di criticità sono inevitabili. È importante non rimuoverle, né demonizzarle, ma farne un’occasione di ripensamento collettivo e di elaborazione di strategie di superamento. È evidente che questi approcci richiedono un cammino di accoglienza e inserimento che presuppone una disponibilità delle comunità locali a rimettersi in gioco, accettando e rilanciando in chiave creativa ed innovativa la trasformazione che l’immigrazione produce nel nostro tessuto sociale. LA QUESTIONE IRRISOLTA DELLA CITTADINANZA In primo luogo è una priorità assoluta affrontare e risolvere la questione della cittadinanza dei giovani di seconda generazione e dei criteri necessari per ottenerla ed acquisirla. Concedere la cittadinanza significa permettere a un numero crescente di minori nati e cresciuti qui, educati nelle nostre scuole, di partecipare pienamente alla vita del loro Paese. 18

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DARE SIGNIFICATO ALLE PAROLE ACCOGLIENZA: il termine va ridefinito, perché spesso viene impropriamente usato come sinonimo di atteggiamenti e scelte diverse. Giuridicamente l’accoglienza è un obbligo di legge sancito dall’art. 10 della Costituzione italiana, dalla Convenzione di Ginevra del 1951 e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che fa riferimento al diritto di asilo. Ma genericamente può indicare tutte le pratiche e le strategie applicate per ricevere flussi di migranti variamente entrati nei confini nazionali: include trattamenti sanitari, trafile giuridiche e burocratiche per gestire sul piano numerico e logistico le emergenze. In sé e per sé non designa un modello di convivenza, anche se spesso il termine è impiegato anche in questa accezione; tende a indicare una generica scelta di non respingimento. ASSIMILAZIONE: modello di convivenza in società multiculturali in cui prevale l’idea che il migrante debba adeguarsi completamente al Paese di accoglienza, dimostrandosi disposto anche a rimuovere o a occultare aspetti significativi e rilevanti della propria identità; rischia di mortificare il dialogo tra diversità pretendendo, in nome dell’uguaglianza, di abbatterle radicalmente. Tale sistema trova in Francia la sua applicazione più illustre e produce in realtà un’integrazione apparentemente inclusiva e paritaria, ma alla prova dei fatti selettiva ed escludente. Il sistema scolastico francese ha scelto anche la creazione di percorsi scolastici differenziati, che hanno alimentato la discriminazione sociale persino del proletariato francese. La non integrazione effettiva ha prodotto ghetti, le banlieue, e facilitato fenomeni di microcriminalità e devianza. Ha costituito un terreno di coltura favorevole all’attecchimento di forme di radicalizzazioni di tipo religioso, intese come recupero identitario in chiave violenta. Una rivolta contro la società di accoglienza percepita come non propria, nonostante una francesizzazione apparentemente riuscita sul piano linguistico e sociale. MULTICULTURALISMO: modello di convivenza praticato nei Paesi di cultura anglosassone in Europa. Prevale nel Regno Unito e in Germania e consiste nella possibilità di accedere alla cittadinanza e di fruire delle garanzie offerte dalla società ospitante. Autorizza e consente un’organizzazione sociale sostanzialmente autonoma e indipendente dei membri delle varie etnie e comunità presenti sul suolo nazionale – familiare, culturale e religiosa –, che rispetto all’assimilazione francese permette una libertà maggiore e un riconoscimento del diritto culturale alla differenza. In realtà produce esiti ugualmente pericolosi, derive di tipo comunitarista che accordano una priorità assoluta a norme e tradizioni culturali claniche, spesso lesive dei diritti della


IDENTITÀ: è il termine più controverso e dotato di una pluralità di significati, perché entra nel vivo dei meccanismi di autopercezione e costruzione dell’immagine di sé; di appartenenza storica, culturale, linguistica e religiosa alla comunità di nascita, che può non coincidere con quella maggioritaria. La questione ha notevole rilevanza sul piano educativo, perché è nella scuola che l’identità ricevuta dalla famiglia entra in relazione con quella degli altri attori sociali (i compagni, i docenti) e può produrre occasioni di conflitto e di mancato riconoscimento. Il significato del termine va modificato a partire da ciò che rappresenta l’identità stessa, rinunciando a considerarla un marchio di fabbrica indelebile o un’eredità inalienabile. Psicologicamente l’identità è un processo dinamico, in costante divenire. È destinata a mutare ed evolvere nel corso della vita, in quanto non predeterminata. Un modo efficace per comprenderla consiste nel non presentarla come un albero munito di radici, fisso, immutabile, geneticamente programmato, ma come un fiume che, attraverso i suoi affluenti, accoglie molte acque e rimane sé stesso pur mutando costantemente e arricchendosi di nuovi apporti. RICONOSCIMENTO: è un’esigenza primaria dell’essere umano. Contribuisce alla costruzione di una percezione di sé, dei propri diritti e della propria assertività, tanto da vantare anche la titolarità di un diritto specifico. In chiave di convivenza fra tradizioni culturali diverse, deve essere declinato però con prudenza, visto l’alto grado di ambivalenza e di rischio che la sua acritica assunzione comporta. Quali sono i diritti culturali da riconoscere a chi proviene da contesti profondamente diversi? Occorre un accurato discernimento giuridico. In questo senso, il principio da seguire non è quello hegeliano del diritto al riconoscimento tout court, ma quello keynesiano della giustizia sociale. Significa che si concede il riconoscimento a quelle richieste contenute entro due confini essenziali: che la richiesta non leda alcuna legge né alcun principio giuridico in vigore nel Paese di accoglienza, e che il mancato riconoscimento co-

GIUSTIZIA SOCIALE: le punte più avanzate della riflessione giuridica e formativa in ambito di convivenze e sfide interculturali affermano che l’obiettivo da conseguire per garantire coesione e sinergie efficaci è il conseguimento della giustizia sociale: una parità di opportunità e di possibilità di accesso ai beni e alla partecipazione nella vita della società, in tutte le sue articolazioni. Significa fruizione degli spazi, gestione dei tempi, accesso alla cure sanitarie, accesso al credito, possibilità di esercitare le quattro dimensioni della cittadinanza: quella legale, politica, sociale, e quella simbolica, che include il diritto a mostrare il proprio habitus antropologico, mangiare il proprio cibo, festeggiare le proprie ricorrenze. I modelli di costruzione della polis, spazio vitale in cui si confrontano tutti i cittadini nell’esercizio dei diritti e dei doveri sanciti dalla Costituzione, richiedono approcci integrati, capaci di cogliere tutte le relazioni, perché coinvolgono tutta la collettività in un processo di ridefinizione che tocca ogni campo del vivere comune. Il nostro Paese, pur implicato in un passato coloniale, non ha avuto un’eredità coloniale da gestire, come nei casi Francia e Regno Unito, e fino ad ora non ha avuto necessità di elaborare un proprio progetto di giustizia sociale, come ha invece dovuto fare la Germania con l’immigrazione turca: in Italia il modello di costruzione della polis è ancora da elaborare.

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donna. In questi casi si verificano anche imposizioni della sharia in totale contrasto con le leggi in vigore nel Paese.

stituisca un ostacolo alla partecipazione sociale. Secondo questi parametri: sì al turbante dei sikh, no alle mutilazioni genitali femminili; sì a menu scolastici differenziati in base alle prescrizioni religiose, no alla segregazione femminile.

Progetto LVIA - “Diari di viaggio - Educare ad una cittadinanza mondiale condividendo a scuola le esperienze di migrazione”

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MIGRANTI A scuola di cittadinanza

ADOLESCENTI: COME DEBELLARE IL PREGIUDIZIO

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i sono situazioni striscianti di pregiudizio e diffidenza che rendono la convivenza interetnica a scuola un momento cruciale dell’integrazione durante l’adolescenza. Abbandonati a sé stessi, gli adolescenti non familiarizzano fra loro. E non si può ingenuamente contare su un generico spontaneismo che li renderebbe amici in modo automatico. Uno studio particolarmente interessante è contenuto nel testo Le relazioni interetniche a scuola (Ed. Junior, 2015), dedicato all’analisi del fenomeno del pregiudizio tra adolescenti italiani e immigrati che frequentano la scuola superiore, tratto finale del percorso formativo che immette gli studenti dopo l’esame direttamente nel mondo degli adulti. Gli autori, Dino Giovannini e Loris Vezzali, hanno condotto la loro ricerca in cinque Istituti secondari di Reggio Emilia (Blaise Pascal Bus, Filippo Re, Ipsia Lombardini, Motti, Scaruffi Levi Tricolore) per verificare quali dinamiche siano attive nelle relazioni che intercorrono tra alunni di diverse provenienze inseriti nella stessa classe di scuola superiore. Gli esiti della ricerca sono preceduti da considerazioni interessanti sulla for-

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mazione dei pregiudizi, sulla loro resistenza a morire, sul loro radicamento inconscio e sulle strategie utile per debellarlo. I pregiudizi sono notoriamente resistenti a un trattamento esclusivamente cognitivo, volto cioè a estirparli con il ricorso ad argomentazioni puramente razionali, perché in realtà le ragioni della diffidenza e del disprezzo dell’altro hanno prese sull’inconscio e sono molto più sottili e tenaci di quanto non sembri. È il motivo per cui strategie fondate sulla teoria dell’uguaglianza o su considerazioni etiche producono effetti molto a breve termine che non scalfiscono le convinzioni profonde. Si tratta di resistenze, dette tecnicamente bias, che, pur confutate dall’evidenza di alcune considerazioni, tendono a permanere, ispirando comportamenti e modalità relazionali. È il motivo per cui, dopo aver visitato la mostra sulla diversità umana e sull’evoluzione, che dimostra l’esistenza in tempi remoti di più specie umane coesistenti, i visitatori escono senza aver profondamente recepito la portata scientificamente rivoluzionaria della ricerca. Lo schema mentale precedente non si scalfisce e continua a operare anche di fronte alla prova contraria. Lo stesso si verifica all’interno della aule delle

scuole superiori prese in esame dagli studiosi: gli alunni, tutti adolescenti, appaiono già profondamente strutturati nelle loro convinzioni essendo, inoltre, in piena crisi identitaria tipica della loro età. I pregiudizi si manifestano già nel modo in cui ci si dispone nella geografia della classe, e si comunicano attraverso atteggiamenti sottili e poco evidenti, come lo sguardo laterale ed evitante nei confronti dei membri del gruppo considerato nemico. Nel contesto della classe lo schema noi/loro è dominante in tutte le dinamiche relazionali. Molto possono gli insegnanti che sono i veri artefici di una definizione delle regole della convivenza. Opportunamente guidati possono, senza interferire, orientare efficacemente i processi e le dinamiche. CARTA DI ROMA

C

Dal testo emerge che: • in genere il contatto e la conoscenza riducono l’impatto di stereotipi negativi, benché sia importante la qualità del contatto. La presenza di immigrati su un autobus, con l’inevitabile vicinanza, accentua, invece, il fastidio e l’intolleranza; • tramite questionari è stato rilevato che la diversità è percepita da studenti italiani e immigrati inizialmente come fonte di ansia e preoccupazione, in primis per la propria inadeguatezza; • occorre lavorare perché aumenti il tasso di empatia nelle relazioni e, in questo, i docenti sono chiamati a svolgere il loro ruolo di formatori.


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DAGLI STEREOTIPI ALL’AMICIZIA

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Significa accettare il principio dello ius soli invece di quello dello ius sanguinis: ossia garantire la cittadinanza a coloro che sono nati sul suolo italiano e non in quanto figli di italiani o consanguinei di italiani. È questa una necessaria svolta civile e politica. È quel passaggio che la studiosa turca Seyla Benhabib indica con l’idea di cittadinanza non più fondata sull’ethnos (inteso come clan), ma sul demos, il popolo dei cittadini uniti da un patto politico responsabilmente assunto e condiviso. Non risolvere questo problema significa protrarre una stagnazione pericolosa e alimentare una frustrazione ingiusta nei ragazzi e ragazze di cosiddetta seconda generazione o nuovi italiani, che patiscono una discriminazione inaccettabile. La loro condizione paradossale è sintetizzabile in questa affermazione: esserci e non essere. A SCUOLA DI INTERCULTURA Questo è il momento di costruire in Europa un paradigma diverso, una terza via che eviti gli errori e le distorsioni dei modelli precedenti e preveda come obiettivo un’integrazione inclusiva, che abbia la piena partecipazione e la fruizione di pari opportunità. Un modello aperto, contrattuale, fondato sulla condivisione dei diritti, dei doveri e delle responsabilità nel rispetto di un ethos civile laico. L’inserimento scolastico è il primo ingresso in un contesto di polis che si riconosce in un sistema di valori, di diritti e di doveri, che in un’ottica di laicità sono indipendenti dalla fede religiosa e si radicano in un ethos condiviso identificabile nei principi della Costituzione: il diritto all’istruzione appare come uno dei fondamentali e ne deriva l’obbligo di occuparsi attivamente per la rimozione degli ostacoli che ne impediscono l’accesso. Non esistono facili ricette o prontuari efficaci che permettano in campo educativo di risolvere e vincere in poche mosse le numerose sfide poste dall’arrivo di un flusso migratorio eterogeneo, improvviso, di nuovi alunni da inserire e scola-

scuola esistono quattro condizioni di base che rendono efficace il contatto e riducono gli stereotipi: • uguaglianza di status: gli attori sanno di avere e hanno pari dignità comunicativa e negoziale; • cooperazione: condivisione di un progetto comune e adesione alle finalità da raggiungere; • obiettivi comuni: è la base della cooperazione e il movente dell’agire sinergico e solidale; • sostegno istituzionale: occorre che un ente, un’istituzione, riconoscano e supportino le iniziative perché il riconoscimento e l’approvazione sono elementi motivanti significativi. Ma il fattore più efficace è lo sviluppo di un legame intimo e personale che generi una vera e propria amicizia. Gli insegnanti sono fondamentali perché garantiscono condizioni di eguaglianza, pari opportunità, condivisione di obiettivi sentiti come comuni dal gruppo: si riduce lo stereotipo se gli studenti maturano la convinzione e la percezione di un’appartenenza al “gruppo scuola”, “noi studenti di...”, unico antidoto alle derive antagonistiche del noi /loro. In questo i docenti sono chiamati a una formazione costante perché si rivelano ancora guide efficaci, adulti in grado di interagire in modo qualitativamente rilevante nella scuola, prima palestra di cittadinanza e di costruzione di un nuovo modello di convivenza.

rizzare, consentendo loro una piena partecipazione al percorso formativo che la nostra scuola ha predisposto per i propri allievi. Occorre dunque un approccio integrato, che si avvalga di metodologie e strategie molteplici, plurali. Fin dagli anni Novanta l’approdo di flussi migratori di varia origine e natura ha prodotto una grande stagione di mobilitazione educativa, in cui il mondo laico e quello confessionale si sono variamente impegnati sul campo dell’educazione interculturale. Occuparsi di immigrazione in campo educativo presuppone perciò l’uscita da un’ottica autoreferenziale: l’inserimento a scuola di bambini non italofoni, figli di migranti economici o di rifugiati, comporta una netta presa di posizione politica: la scuola in questo ha un ruolo prioritario come palestra di cittadinanza e di socializzazione, come officina della convivenza, come fucina del nuovo e del possibile, declinando identità e appartenenze non più in chiave puramente nazionale, ma europea e planetaria. Migrare è una condizione dei nostri tempi, in cui ormai non si studia e non si lavora più nel luogo di nascita. Migrantes siamo tutti, soprattutto le nuove generazioni costrette a superare i confini nazionali per logiche di macroeconomia che governano il mondo globale. 21


PIÙ CULTURE

MIGRANTI A scuola di cittadinanza

I nuovi alunni quindi sono l’avamposto di questa umanità migrante a vocazione nomade: accogliere a scuola non è una mera operazione di inserimento finalizzata esclusivamente al recupero dello svantaggio linguistico fine a sé stesso, ma permette agli studenti di crescere in un contesto plurale, apprendendo le abilità dialogiche che risulteranno necessarie per affrontare questi tempi di modernità liquida. La comunità scolastica che accoglie non può restare inerte o limitarsi a fare spazio. È chiamata, piuttosto, a ripensarsi in un’ottica dinamica, e questo vale anche per altri ambienti formativi: il cammino coinvolge tutti gli attori in gioco e modifica sensibilmente abitudini e stili cognitivi e comportamentali. STRUMENTI E STRATEGIE L’immigrazione a scuola, se ne vogliamo apprezzare la portata creativa, inevitabilmente favorisce la mobilitazione di risorse e introduce cambiamenti che hanno ricadute positive su tutta la comunità scolastica. Molti documenti ministeriali lo hanno variamente ribadito nel corso degli ultimi vent’anni. Sia pure in modo ondivago e non sempre coerente, le varie linee guida hanno insistito su alcuni punti essenziali dell’integrazione scolastica: • Rilanciare la mediazione linguistica e culturale come occasione di comprensione e di incontro. • Aprire gli orizzonti cognitivi modificando, in chiave interculturale, gli approcci alle discipline attraverso decentramenti del punto di vista. • Favorire la pluralità di stili di insegnamento e di apprendimento. La mediazione linguistica e culturale è uno strumento e uno stile di lavoro integrato che richiede la partecipazione attiva dell’intera comunità scolastica. Il mediatore è una figura di formatore che lavora sulle soglie e sui confini e si occupa di favorire traduzioni e prevenire fraintendimenti, consentendo, semmai, soluzioni creative allo stallo in cui l’incomprensione può gettare gli attori in gioco: genitori, docenti e lo stesso bambino o bambina. Perché una mediazione sia efficace occorre il coinvolgi22

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mento di tutta la scuola nelle sue varie componenti. È uno stile comunicativo e relazionale che informa ogni aspetto della vita scolastica. La questione della mediazione è direttamente connessa con le pratiche di approfondimento e di mantenimento dell’apprendimento della “lingua uno” o lingua materna. Continuare ad apprendere e a conoscere la lingua madre permette al bambino il consolidamento di processi logico-deduttivi che strutturano il ragionamento e l’attività di pensiero ancora in divenire. È attraverso l’acquisizione di queste fondamentali competenze che il piccolo alunno imparerà a padroneggiare l’italiano come “lingua due”. Altrimenti il bambino parla e stabilisce buone relazioni affettive ed emotive con i compagni e i docenti, ma non riesce a raggiungere buoni risultati scolastici, perché non ha acquisito le capacità di elaborazione e di astrazione che si costruiscono solo grazie alla lingua in cui si è imparato a parlare e in cui sono stati veicolati i contenuti affettivi più rilevanti. Pertanto la presenza del mediatore e di corsi di “lingua uno” sono elementi non irrilevanti. Un buon inserimento non può consentire solo un ambientamento psico-affettivo, ma anche cognitivo e concettuale. Aprire gli orizzonti cognitivi significa intervenire efficacemente sugli strumenti di trasmissione del sapere che veicolano, spesso in modo irriflesso, stereotipi e generalizzazioni di tipo etnocentrico ed eurocentrico. Si tratta di integrare la versione del libro di testo e di rivedere saperi e discipline con un approccio più attento al mondo. In questo, il maestro del pensiero olistico è Edgar Morin, che identifica i saperi necessari per l’educazione del futuro. Indichiamo i più significativi per la nostra prospettiva: • rivedere l’identità in chiave terrestre; • educare ad una cittadinanza planetaria; • insegnare la condizione umana; • praticare un’etica del genere umano; • recuperare l’unità reticolare del sapere per una conoscenza pertinente, non specialistica e settoriale, e promuovere una logica delle connessioni e delle reti. Ciò significa uscire da una narrazione autoreferenziale dell’evoluzione delle civiltà e rivoluzionare i canoni. Le indicazioni per progettare e riprogrammare in chiave interculturale le discipline e i saperi sono contenute nella collana Quaderni dell’interculturalità edita da Emi. A queste condizioni l’immigrazione, come mondo che entra a casa nostra, offre un’occasione straordinaria di costruire attraverso l’educazione una cittadinanza terrestre, che coglie l’unità del genere umano, e contribuisce a realizzare il principio mancato della convivialità. Non c’è sfida più alta di questa… e non possiamo perderla. ■


comboniane nel mondo SUD SUDAN / RADIO BAKHITA

Dieci anni di tenacia In Sud Sudan la Rete di emittenti della Chiesa cattolica Catholic Radio Network, è stata avviata dalle missionarie e missionari comboniani, insieme alla Conferenza episcopale sudanese. In assenza di strade e di alfabetizzazione, la radio è ancora il mezzo di comunicazione più popolare. La realtà pioniera della Rete è Radio Bakhita (dal nome della prima santa sudanese), che iniziò a trasmettere a Juba la sera del 24 dicembre 2006. Da allora Bakhita ha accompagnato con tenacia la travagliata storia del Paese

2006

: in Sudan erano anni di entusiasmo dopo la firma dell’Accordo di pace che, nel gennaio 2005, aveva fermato la guerra civile fra il Nord e il Sud del Paese, spianando la strada al referendum del 2011 sull’autodeterminazione del Sud, che dette vita alla Repubblica del Sud Sudan. La guerra civile, in corso dal 2013, con il suo strascico di morte, distruzione e crollo dell’economia, ha raffreddato ogni entusiasmo. Anche le otto stazioni della Rete Catholic Radio Network (Crn) hanno risentito della persistente instabilità. Per periodi più o meno lunghi alcune hanno anche cessato di operare. Radio Bakhita, la prima nata della Rete, nonostante le interruzioni continua a trasmettere nelle alterne vicende del Paese, grazie alla tenacia delle tre persone che si sono succedute a dirigerla, e all’appoggio dell’Arcidiocesi di Juba e del Centro di coordinamento del Crn. L’emittente ha ripreso a trasmettere nel novembre 2014, dopo mesi di chiusura imposti dai Servizi di sicurezza. Per Emmanuel Tombe, da allora vicedirettore della radio, le sfide sono molte. In particolare l’interferenza delle autorità, che esercitano pressioni in* Suora missionaria comboniana, dal 2009 al 2015 direttrice di Radio Saut al-Mahabba (Crn -Malakal), che ha cessato di trasmettere per la guerra civile. Vive a Juba, dove è impegnata in giustizia e pace.

Radio Bakhita Studio di trasmissione nel 2006

JOSÉ DA SILVA VIEIRA

di ELENA BALATTI*

ruoli di responsabilità politica e sociale, per spiegare situazioni delicate e rendere conto alla cittadinanza del loro operato. Segue un dibattito, talvolta molto vivace, con il pubblico. Per la crescente repressione della libertà dei media in Sud Sudan, uno dei presentatori del programma ha dovuto lasciare il Paese per evitare l’arresto. Svegliati, Juba è stato sospeso per alcuni mesi, ma, a grande richiesta degli ascoltatori, è ripreso da poco, sebbene in versione “edulcorata”. Anche la messa domenicale, trasmessa in diretta, è un programma molto seguito, specie

debite: dall’intimidazione alla censura, fino alla chiusura. Ma la sopravvivenza di Radio Bakhita è anche una questione economica: l’erogazione di elettricità, avviata in città nel 2010, è cessata da tempo. La stazione trasmette utilizzando generatori a gasolio, costoso e non sempre reperibile. «Negli anni è cresciuta anche la concorrenza di altre radio locali: è una sfida pagare gli stipendi e affrontare altre spese», commenta Emmanuel. Radio Bakhita è famosa soprattutto per un programma, Svegliati, Juba, trasmesso nelle prime ore del mattino. Il presentatore tratta argomenti di attualità, invitando persone che ricoprono

da persone malate, anziani, e da coloro che non hanno la possibilità di recarsi in chiesa. Lo scorso 10 luglio, una domenica dilaniata dalla battaglia fra l’esercito del presidente Salva Kiir e i soldati del vicepresidente, Riek Machar, molte persone non hanno osato uscire di casa. Tante però sono riuscite a seguire la celebrazione per radio. Al suo decimo anniversario, Radio Bakhita trasmette su tutto il territorio dell’Arcidiocesi di Juba e, nonostante il clima politico incerto, pensa al futuro e a migliorare la qualità dei programmi, per rispondere sempre meglio alle necessità del pubblico e promuovere la pace. ■ 23


comboniane nel mondo

SUD SUDAN / Radio Bakhita

Radio Bakhita

JOSÉ DA SILVA VIEIRA

Marco Camozzi sul campanile durante l’installazione delle antenne

Cronaca degli inizi

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uba, capitale dello Stato autonomo del Sudan Meridionale: 24 dicembre 2006. L’atmosfera è frenetica. Dalla cattedrale della città, Radio Bakhita inizia a trasmettere in diretta la messa della vigilia di Natale. Sembra un miracolo. Gli esperti volontari, Marco Camozzi e Bruno Ghisellini, sono arrivati da Milano all’inizio di dicembre per mettere in onda la prima emittente cattolica del Sudan. Da mesi, Elena Balatti e Cecilia Sierra Salcido, comboniane, hanno pazientemente tessuto i rapporti con l’Arcidiocesi di Juba e altre organizzazioni locali. Senza la loro tenacia, non ci sarebbe il personale della radio: lo hanno selezionato con cura e formato con pazienza all’uso del computer, nel caos di una città fantasma che si andava ripopolando dopo la guerra. Alberto Lamana, comboniano, con grande ingegno, ha costruito una struttura essenziale sul fazzoletto di terra offerto dall’Arcidiocesi: due container, colonne portanti di un tetto di lamiera, ospitano due studi radiofonici e due uffici. Nel mezzo, uno spazio polivalente che funge da ingresso, sala di incontri, classe per lezioni e quant’altro necessario. Sopra il tetto, i preziosi pannelli solari connessi ad altrettanto preziose batterie, perché a Juba l’elettricità non c’era proprio e il gasolio per i generatori era raro. Il trasmettitore è installa-

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to nel campanile della cattedrale, per proteggerlo da possibili sabotaggi, perché la città è ancora intrisa di violenza. José da Silva Vieira, comboniano e giornalista, è incaricato di produrre e gestire i notiziari. Paola Moggi, comboniana, è venuta dall’Istituto di Comunicazione del Tangaza College di Nairobi per assistere nella programmazione radiofonica e metterne a punto la produzione. Una collaborazione impegnativa, che incastona una pluralità di contributi e competenze. Marco Camozzi ricorda: «Era il 15 dicembre, stavo installando le antenne sul campanile della cattedrale; Bruno era sotto. Improvvisamente dei soldati cominciarono a sparare. Reclamavano il salario. Vennero fronteggiati dai gruppi speciali dell’esercito, regolarmente pagati. Noi nel mezzo dello scontro. Le pallottole sfrecciavano; mai visto nulla di simile!». Nella precarietà, Marco e Bruno si sentono incoraggiati dalla fiducia delle missionarie e dei missionari: le tossine della lunga guerra non si potevano certo dissolvere in pochi mesi. «Ci rubarono anche cinquanta metri di cavo audio per il cablaggio degli studi – continua Marco –. Scoprimmo poi che l’avevano usato per stendere i vestiti. Anche insegnare al personale come gestire la messa in onda non fu facile. Comunque ce l’abbiamo fatta…». Fu commovente quella vigilia di Natale. Quanto sudore e quanta ansia per far nascere Radio Bakhita. «E mentre tornavamo a casa dopo la messa di mezzanotte – sorride Marco –, aggrappati al furgone scoperto che sobbalzava sulle voragini della strada, si cantava: Joy to the world…!».


JOSÉ DA SILVA VIEIRA

Suor Cecilia Sierra

Bakhita: una voce che continua a parlare di pace di CECILIA SIERRA SALCIDO*

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el 2005 a un gruppo di comboniane e comboniani venne chiesto di allestire una rete radiofonica in tutto il territorio del Sudan Meridionale, per decenni dilaniato dalla guerra. Il 24 dicembre 2006, nelle zone devastate di Juba, risuonarono nell’etere canti natalizi e voci di riconciliazione. Da allora Radio Bakhita ha continuato a invocare la pace: in arabo, in inglese e nelle sette lingue più parlate della capitale del Sud Sudan. Ha avviato un modello di comunicazione alternativo, con programmi a contenuto sociale, religioso e politico volti a promuovere la salute spirituale e fisica. Il successo di Radio Bakhita è radicato nella sua capacità di entrare in sintonia con la popolazione: è stata la piattaforma attraverso cui la voce della gente ha trovato espressione. Il personale, in maggioranza giovani e donne, è già la realizzazione di un sogno. Durante il loro servizio alla radio, almeno quindici hanno conseguito la laurea breve. Altri hanno assunto ruoli di responsabilità nelle ong e nel governo. Vedo coronate in loro le aspirazioni della Famiglia comboniana. Il tempo attuale è una prova del fuoco per la radio, sopravvissuta alla guerra, al caos, alla precarietà e all’insicurezza che vive il Paese. A dispetto della mancanza di energia elettrica e di strutture adeguate, nella confusione che imperversa, Radio Bakhita resiste per l’impegno del personale, che si sforza ogni giorno di farla crescere. Le otto radio del Catholic Radio Network, rese gradualmente operative dal 2006, hanno svolto un ruolo fondamentale per dare voce alla gente, ognuna nella propria lingua: contrasti e crisi, sogni e desideri di pace e di libertà sono andati in onda. Offrire queste radio alla Chiesa del Sud Sudan è valsa la pena. Attraverso Bakhita e le altre emittenti, Dio continuerà a seminare pace nella difficile situazione che il Paese vive. ■ * Suora missionaria comboniana, direttrice di Radio Bakhita dal dicembre 2006 al novembre 2011.

BREVI COMBONIANE Verona: una sorpresa di gratitudine

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esta grande per la comunità nigeriana di Verona. Celebra “le nozze d’oro” di una carissima amica: Maria Pia Ciurletti, suora missionaria comboniana, che da sei anni vive la quotidianità con loro, condividendo gioie, speranze e sfide. Con dedizione accompagna tante persone che, dalla Nigeria, si stanno inserendo in Italia per offrire un futuro diverso a figli e figlie. Le sfide non mancano: nei loro volti, dietro la luce dello sguardo e il sorriso che rallegra la festa, si intravedono fatica e pazienza. Si sforzano di procedere nelle vicissitudini quotidiane ingoiando bocconi amari. La comunità nigeriana è composta da diversi gruppi linguistici e culturali. Per farli sentire tutti parte della stessa comunità, ogni domenica si offre un dono a un gruppo diverso: così si apprezza la diversità e ci si sente a casa. L’eucaristia, celebrata da don Cornelius Ekwebelem, comunica sempre energia e speranza. Ma questa volta è speciale: la festa è passata dalla chiesa a una grande palestra, addobbata “a nozze”, con cura ed eleganza, e rallegrata da cibo, bevande, danze e condivisioni di vita. Con vitalità incredibile, bambini e giovani hanno mescolato danze tradizionali nigeriane a danze italiane. E hanno ricevuto un premio: chi va a scuola (e sono tanti con la media dell’otto e del nove) viene incoraggiato a impegnarsi di più per diventare parte integrante dell’Italia e arricchirla con creatività e professionalità. Il premio più grande, però, lo ha ricevuto suor Maria Pia: un’auto nuova per continuare il suo prezioso servizio alla comunità nigeriana. Ascolto, visita alle famiglie e a chi è ricoverato in ospedale, partecipazione alle celebrazioni, assistenza in caso di difficoltà linguistiche o di lavoro. Spesso si presta come interprete quando le insegnanti devono comunicare cose riservate a papà e mamme che non padroneggiano l’italiano. L’auto è stata acquistata con il contributo di tutta la comunità, inatteso segno di gratitudine alle Suore missionarie comboniane per il servizio che suor Maria Pia svolge in silenzio.

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benessere e ambiente

di MARIA MARANÒ*

NONSPRECARE.IT

Clima: da Parigi a Marrakech, passando per gli Usa

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el mezzo della Conferenza internazionale sul clima (Cop22), tenutasi a Marrakech lo scorso 7-18 novembre, è arrivato l’uragano Trump. L’appuntamento di Marrakech è il primo e fondamentale passo per dare seguito e concretezza all’Accordo di Parigi, frutto di Cop21, entrato fortunatamente già in vigore. Per il nuovo presidente Usa, tutto teso a tranquillizzare le lobby oil&gas, il riscaldamento globale è «una bufala inventata dai cinesi per minare la competitività dell’industria americana» e, in campagna elettorale, ha promesso di fare piazza pulita di tutti i passi avanti compiuti nelle politiche ambientali da Barack Obama, compresa la cancellazione degli impegni presi dagli Usa con l’Accordo di Parigi. Trump non può ritirare gli Stati Uniti dall’Accordo, che comunque continuerebbe a essere valido, visto che sono oltre un centinaio i Paesi che l’hanno già ratificato. Il pericolo però è che gli Usa possano attuare scelte che impedirebbero di fatto di centrare i loro obiettivi di riduzione di emissioni di CO2, oltre che mettere a rischio il clima di fiducia tra Paesi che si è registrato a Parigi e di cui c’è bisogno per affrontare la sfida planetaria. Gli scienziati ci avvertono che siamo all’inizio di una nuova era climatica. Ogni mese le temperature globali superano un nuovo record: il 2015 è stato l’anno più caldo (El Niño ha contribuito) da quando esistono affidabili rilevamenti meteorologici, superando il record raggiunto nel 2014. I dati dell’Organizzazione mondiale della meteorologia certificano che nel 2015 è stata varcata stabilmente la soglia critica delle quattrocento parti per milione di anidride carbonica in atmosfera e l’innalzamento della temperatura ha già raggiunto un grado centigra-

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Membro della segreteria nazionale di Legambiente.

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do in più rispetto al suo livello preindustriale. L’obiettivo di restare entro un grado centigrado e mezzo è ancora raggiungibile, a condizione che le emissioni nette globali si azzerino entro il 2050, per poi andare sotto lo zero nella seconda metà del secolo. Vuol dire agire subito, aumentando anche gli impegni di taglio delle emissioni presi per il 2020, incidendo su tutte le politiche economiche, energetiche, industriali, sociali. L’Europa, che fino a pochi anni fa ha saputo essere all’avanguardia nelle politiche ambientali e nella lotta ai cambiamenti climatici, oggi anche su questo fronte si mostra timorosa, costretta ad accodarsi a Cina e Usa per consentire l’entrata in vigore dell’Accordo. L’Italia ha saputo fare peggio, approvando la legge di ratifica solo gli ultimi giorni di ottobre, ed è l’unico dei grandi Paesi europei che non ha alcuno strumento normativo che fissi gli obiettivi di riduzione della CO2 e degli altri gas serra. Nella legge di bilancio 2017 non si rintracciano segnali di voler affrontare con i fatti la lotta ai cambiamenti climatici. Anzi, non si toccano gli ingenti sussidi alle fonti fossili, né si tenta di ridisegnare la fiscalità in chiave ambientale. Nel nuovo panorama geopolitico la nostra Europa (e ci piacerebbe che l’Italia fosse in prima fila) deve recuperare un ruolo guida, dando l’esempio nel rivedere il proprio obiettivo di riduzione delle emissioni,


Mino Cerezo Barredo

L’ACCORDO DI PARIGI

GENDERCC.NET

I

con la giusta attenzione alle fasce più deboli e al lavoro. La mobilitazione, il protagonismo, l’azione della società civile, dal livello globale alle piccole comunità, faranno la differenza. Per fare pressione sui governi (si rafforzano sempre più le alleanze trasversali, nazionali e internazionali per convertire i sussidi alle fonti fossili in investimenti al fine di accelerare la transizione ecologica). Per le numerose esperienze che si stanno diffondendo di autoproduzione di energia rinnovabile, di economia circolare e solidale, di incremento dell’agricoltura biologica, di stili di vita e di consumo che utilizzano correttamente le risorse, di imprese che investono sul futuro a zero emissioni, di nuovi materiali, ricerche e tecnologie. Sono spinte che vengono dal basso e non possono essere fermate, negli Usa, in Europa, in Italia e nel resto del mondo. Saper agire diffusamente nei territori, moltiplicare le buone pratiche, diffondere le conoscenze, cooperare per la sovranità alimentare, agire insieme, sono strumenti potenti della società civile per affrontare i cambiamenti climatici ed alimentare la speranza. ■

CONCRETEZZA CERCASI

N

on era scontato che Cop22 confermasse la coraggiosa di direzione di marcia impressa nel dicembre 2015 dall’Accordo di Parigi di Cop21: ridurre drasticamente le emissioni di gas serra. Tutti i governi presenti alla Conferenza di Marrakech hanno ribadito la necessità di agire con urgenza per arginare il riscaldamento climatico. Hanno anche adottato un dettagliato calendario di lavoro, ma il Fondo Verde per l’adattamento e la mitigazione climatica dei paesi poveri, 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020, langue. E mancano scelte politiche concrete a favore di un’economia senza energia fossile. La Coalizione clima ha precisato: «E’ necessaria una coerenza delle politiche europee per evitare che i processi economicicommerciali possano inficiare l’Accordo di Parigi… L’Italia è colpevolmente impreparata alla sfida climatica. Il nostro Paese non ha ancora un piano strategico per la decarbonizzazione dell’economia né per la giusta transizione dei lavoratori coinvolti nei processi di cambiamento…».

l 4 novembre, alla vigilia della Cop22 di Marrakech, l’Accordo di Parigi è diventato operativo. L’accelerazione è stata impressa dall’annuncio di ratifica congiunto di Cina e Usa, fatto al G20 dello scorso settembre. Due Paesi che insieme rappresentano il 38% delle emissioni carboniche totali. L’Accordo di Parigi può definirsi storico, in quanto indica la direzione di marcia verso un futuro libero dalle fonti fossili. Si pone l’obiettivo di lungo termine di contenere il rialzo della temperatura media del nostro pianeta ben al di sotto dei due gradi, sforzandosi di rimanere sotto la soglia di sicurezza di un grado e mezzo. Gli impegni volontari assunti dai vari Paesi però sono inadeguati, non all’altezza dell’obiettivo e delle sfide ambientali e sociali che i cambiamenti climatici pongono. La loro somma, infatti, proietta il mondo verso uno scenario di aumento della temperatura di ben 2,9-3,4 gradi centigradi entro la fine del secolo. Per attuare l’Accordo, per dargli concretezza e allinearlo verso l’obiettivo di un aumento della temperatura media entro 1,5-2 °C, è necessario rivedere tali impegni definendo target più ambiziosi. La Cop22 di Marrakech è il primo fondamentale passo per concordare un processo (tempi, modi, strumenti, risorse) di revisione degli attuali impegni che saranno poi sottoscritti nel 2018 alla Cop24. L’Accordo fissa la prima verifica dell’applicazione al 2023. Oltre alla mitigazione dei gas serra, l’altra gamba dell’Accordo è l’adattamento, per far fronte ai danni e prevenirli, che i cambiamenti climatici stanno già provocando, facendo aumentare conflitti e profughi ambientali. Ai Paesi industrializzati l’Accordo chiede di «fornire risorse finanziarie per assistere» i Paesi più poveri e più vulnerabili ai cambiamenti climatici, nonostante abbiano meno responsabilità. Uno dei punti centrali che si sono trattati a Marrakech è proprio lo sblocco di quei 100miliardi di dollari annui fino al 2020, promessi nel 2009 ma rimasti finora lettera morta, in modo che le comunità più vulnerabili del pianeta possano mettere da subito in campo misure ambiziose di mitigazione e adattamento ai mutamenti climatici in corso. Purtroppo, dei fondi pubblici stanziati (77 miliardi di dollari, di cui 17 europei) solo il 20% è destinato all’adattamento. Risorse che vanno almeno quadruplicate, secondo quanto proposto a Parigi dall’Unione Africana. Una stima dell’Onu prevede che i cosiddetti Paesi “in via di sviluppo” dovranno sopportare costi per l’adattamento tra 140 e i 300 miliardi di dollari l’anno entro il 2030. La necessità e la speranza è che si agisca subito. La sfida è storica, dobbiamo investire e convogliare risorse economiche, culturali, tecnologiche, sociali per sostenere la transizione verso emissioni nette zero e 100% di energia rinnovabile al 2050.

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senza frontiere

di CARLO MELEGARI Mino Cerezo Barredo

Sul pluralismo religioso degli immigrati in Italia A

Prima osservazione. Siamo di fronte a una maggioranza di immigrati (intorno al 54%), che, al di là del fatto che si tratti di credenti o non credenti, praticanti o non praticanti, viene da un retroterra culturale fatto di interiorizzazione di riferimenti ai valori etici del cristianesimo, alle sue tradizioni, alle sue

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IOM

nche per il 2016, come ogni anno dal 1991, il Dossier Statistico Immigrazione del Centro Studi e Ricerche Idos di Roma riporta, con i dati sui residenti stranieri in Italia (che sono adesso 5.026.153), anche quelli sulle rispettive appartenenze religiose. È evidente che questi dati non hanno tutti lo stesso valore. I primi vengono dalla registrazione in anagrafe, Comune per Comune, delle singole persone immigrate, insediatesi come residenti sul territorio e di cui per ciascuna si ha una carta d’identità precisa che riporta nome, cognome, sesso, data di nascita e nazionalità. I secondi sono il prodotto di calcoli approssimativi di stima che non possono partire dalla carta d’identità degli individui, ma soltanto da ragionevoli considerazioni sui probabili riferimenti religiosi che diversificano al loro interno le popolazioni nei rispettivi Paesi di provenienza. In altre parole, quelle che vengono chiamate le “stime Idos sulle appartenenze religiose degli immigrati” vengono da una procedura di presunzione: si pensa che, ad esempio, gli immigrati rumeni residenti in Italia abbiano nelle stesse percentuali i riferimenti religiosi di diversificazione che le statistiche ufficiali attribuiscono ai rumeni in Romania. Così, se dal Calendario Atlante De Agostini (la fonte dati più consultata da Idos) risulta che in Romania gli ortodossi sono l’86,8%, i protestanti il 6,7%, i cattolici il 5,6%, i musulmani lo 0,3% e i rimanenti lo 0,6%, è presumibile che troveremo le stesse percentuali tra i rumeni in Italia. La stessa cosa vale, come criterio, per le altre nazionalità. Ma non è sempre esattamente così. Sappiamo che nel migrare prevale la “catena migratoria”. Se nel Veneto, oppure in Sicilia si trovano dei rumeni di famiglia cattolica, è probabile che a raggiungerli come nuovi immigrati siano dei loro parenti. E quindi degli altri cattolici. E non degli ortodossi o dei musulmani. Facendo saltare di conseguenza il criterio del “tanti qua, quanti là”. Però, detto questo e fatte le dovute attenzioni alle distorsioni statistiche possibili, compresa l’irrilevanza dei decimali nelle percentuali e l’irrilevanza della determinazione delle unità nelle cifre espresse in valori assoluti, le “stime Idos sulle appartenenze religiose degli immigrati” sostanzialmente tengono e permettono di fare alcune interessanti osservazioni sia sotto l’aspetto quantitativo che quello qualitativo.

feste. Riferimenti molto simili a quelli della stragrande maggioranza degli italiani e quindi, almeno teoricamente, senza problemi di supposta incompatibilità o di “minaccia alla nostra identità culturale”. Seconda osservazione. A sentirsi “minacciati” nella propria identità culturale in terra italiana di immigrazione dovrebbero essere semmai quanti vengono per la loro educazione nel Paese di origine da riferimenti altri rispetto a quelli cristiani. Se i presunti musulmani in Italia sono 1.600.000 circa, anzitutto loro sono una minoranza: tra gli immigrati stessi (i musulmani non superano il 32%), ma ancor più tra i non-musulmani che costituiscono il 97-98 per cento della popolazione (italiana e nonitaliana) residente nel nostro Paese. Terza osservazione. Cosa vuol dire appartenenza religiosa a prescindere dal vissuto religioso delle persone? Anche per i musulmani dovrebbe valere lo stesso criterio di valutazione che si adotta per i cattolici. In base a quali indicatori possiamo dire che uno è un vero credente e che quindi la religione che gli attribuiamo ha senso per la sua vita? Come il fatto di essere battezzato non dice granché della propria adesione ai valori (quali precisamente?) del cristianesimo, anche il fatto di essere nati in una famiglia musulmana non dice oggi un granché della propria adesione ai valori (quali precisamente?) dell’islam. Quarta osservazione. Uno degli indicatori ritenuti sociologicamente significativi dell’appartenenza religiosa, almeno esteriore, è sicuramente la pratica dei riti della religione.


APPARTENENZE RELIGIOSE DEGLI STRANIERI RESIDENTI IN ITALIA cristiani

2.703.864 (53,8%)*

di cui: ortodossi

1.540.688 (30,7%)

cattolici

907.940 (18,1%)

protestanti

218.214

(4,3%)

37.025

(0,7%)

di altre denominazioni cristiane musulmani ebrei

1.609.103 (32,0%) 6.754

(0,1%)

induisti

149.433

(3,0%)

buddisti

110.959

(2,2%)

78.212

(1,6%)

di altre religioni orientali animisti e di altre religioni tradizionali con altri riferimenti religiosi

(1,1%) 85.202

(1,7%)

senza riferimenti religiosi a loro attribuibili 226.584

(4,5%)

* Tra parentesi la percentuale sul totale degli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2016. Fonte: stime Idos 2016.

Da quelli di passaggio come il battesimo o la circoncisione dopo la nascita come segnale forte di ingresso nella comunità di fede, la cresima o altri rituali di iniziazione alla vita adulta, il matrimonio, il funerale, la frequenza al tempio, alla sinagoga, alla chiesa, alla moschea per i momenti di preghiera comunitaria previsti il venerdì o il sabato o la domenica e nelle altre “feste comanda-

te”. Sarebbe interessante sapere, ad esempio, quanti del milione e seicentomila musulmani stimati presenti in Italia a motivo dell’immigrazione sono effettivamente praticanti e in che misura. In che percentuale li troviamo in moschea ogni venerdì? In che percentuale li vediamo osservare il Ramadan? La stima Idos delle appartenenze religiose è certamente approssimativa. Obbliga comunque a riflettere su aspetti importanti dell’integrazione necessaria in un Paese che l’immigrazione ha reso incontestabilmente ed evidentemente plurale anche sotto l’aspetto dei riferimenti religiosi che le persone hanno nel dare un senso piuttosto che un altro alla propria vita. Se per integrazione intendiamo un processo che porta al riconoscimento reciproco, al di là dell’essere immigrati o autoctoni, maggioranza o minoranza, del diritto che tutti hanno a sentirsi pienamente cittadini sul territorio di pacifica (e possibilmente gradevole) convivenza in base ai principi della Costituzione, allora qualche domanda ce la dobbiamo fare anche in relazione all’esercizio della libertà di culto in condizioni di parità quando il riferimento è a diverse religioni. Ci troviamo di fronte a un “esercizio della libertà di culto in condizioni di parità” quando si pongono ostacoli a non finire nell’ottenimento delle licenze necessarie alla costruzione di una moschea o di un tempio sikh o semplicemente all’apertura di una sala di preghiera pentecostale? È così difficile trovare un accordo a livello di amministrazioni locali per una disciplina cimiteriale rispettosa di tradizioni di sepoltura diverse da quella cattolica? Cos’è che impedisce, come avviene già per vegetariani e vegani, che ci sia un’attenzione particolare nelle mense scolastiche anche a piccoli problemi alimentari di natura religiosa che hanno o potrebbero avere (non necessariamente) gli alunni figli di musulmani?

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di MONICA DE SPIRITO

Il profumo del pane e del dono

I

l 2016 è stato, per me, un anno fondamentale del mio essere donna: gennaio ha portato via con sé mia nonna, la donna più forte che abbia mai conosciuto e che mi ha, per fortuna, lasciato in eredità molti dei suoi geni; la primavera ha recato invece l’annuncio della nascita della mia prima nipotina femmina, dopo tre maschi… Storie di vita di donne che si intrecciano e che mi hanno inevitabilmente costretta a fermarmi e domandarmi: che ci faccio io nel mezzo? Sono alla soglia dei 35 anni, un’età che non temo e a cui mi sento di appartenere sempre più, vivo con delle amiche, ho un lavoro, una macchina e una vita piena di amici e interessi. Eppure… eppure alla vigilia di questo Natale ho un desiderio ardente da affidare all’albero o al Bambin Gesù, un desiderio che coltivo da sempre e che, purtroppo, non si è ancora avverato; che mi spaventa sia per la sua potenza e per la possibilità che si avveri, sia per la fatica e il dolore che invece, non si realizzi mai. Il mio desiderio è quello di costruire una famiglia ed essere madre. Qualche giorno fa, mi è stato detto che desiderare è lasciare aperto il cuore alla possibilità, preparare il terreno al dono. Il dono… Quel pacchetto colorato che a Natale ci affanniamo tanto a cercare e che speriamo non deluda mai. Il mio “piccolo” desiderio rappresenta, per me, la possibilità di entrare ancora di più a far parte del Regno, di fare la mia parte per il Regno, anche se so che si può fare molto anche da soli. E in quest’anno così delicato di migrazioni femminili nella mia vita, così affollato di lacrime che servono a pulire gli occhi dalla fatica e dalla tristezza per permettergli di accogliere la Novità, ripenso a cosa voglia dire per me essere Regno, ripenso al vangelo che è la mia vita e ai Vangeli più sacri scritti da altri, e mi viene in mente Matteo (3,13) con quella sapienza di donna che impasta il pane. Sarò io capace della stessa saggezza? Saprò spendere le mie tre misure a prescindere dal realizzarsi o meno del mio desiderio? Non ho risposte. Ma ancora una volta faccio affidamento alle donne della mia famiglia per comprendere come poter fare la mia parte, incarnare un desiderio di Vita che mi abita e torno con la mente ai sabati di agosto di tanti anni fa, quando mia nonna faceva il pane per tutti. Il pane va protetto con coperte calde, tenuto al riparo finché cresce, custodito lontano da tutto. Dopo cotto, mia nonna lo metteva in apposite pezze di lino. Come quelle della Resurrezione. Il pane nel forno muore per essere consumato. Avvolto nei teli di lino attende di raffreddarsi per essere spezzato. C’era un profumo bellissimo quando mia nonna faceva il pane. È uno dei profumi più buoni del mondo. Ce ne dava un po’ anche a noi piccoli, di quell’impasto. Ma il nostro pane non cre-

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sceva mai. Eppure era lo stesso lievito. Erano le mani a essere diverse. Le sue erano mani esperte di donna che sapeva con esattezza quanto lievito per quanta farina. E mia nonna faceva in media venti forme di pane. Circa quindici chili. Bastavano per due settimane. Non sapeva leggere né scrivere, mia nonna. Ma sapeva quanto lievito e quanta farina occorrevano per dare pane alla sua famiglia per quindici giorni. Adoravo il giorno in cui si faceva il pane. Il sabato, giorno di mercato e di pizza. Adoravo guardare quell’impasto nei cesti che prendeva forma ora dopo ora. Mia nonna riempiva le scale interne della casa di queste ceste. E qui venivano di nuovo riposte le ceste con il pane caldo. Il profumo del pane rimaneva lì, fino alla volta successiva. Adoravo il pane caldo. Lo amo ancora. Anche perché quel pane serviva per il banchetto, per il pranzo e per la cena. E il vino di certo non mancava. C’era tutto: pane, vino, profumo, la fatica di mia nonna che fin dopo gli ottant’anni impastava quella massa; che si spendeva per noi; il progetto di quanto pane fosse necessario; la gioia della condivisione e il riposo. C’era tutto. Farina, lievito, il tempo giusto, il desiderio di sfamare la Vita, la gioia. Un uomo e una donna, perché poi era mio nonno a tirare fuori dal forno il pane. Era fatica, diceva, per lei. Troppo caldo, troppo sforzo. Oppure era sapienza di donna che sa che deve lasciare all’uomo il suo spazio, perché di certo era più fatica impastare che tirare fuori dal forno il pane. Ma mio nonno era contento di fare la sua parte. Poi andava a prendere il vino che faceva lui. Anche qui, lui sapeva con esattezza come si fa il vino. Sapeva leggere quello che gli serviva e scriveva poco. Ma sapeva far di conto e sapeva fare il vino. Mia nonna l’aiutava a raccogliere l’uva e a pulire gli attrezzi. Mia nonna era pane, mio nonno era il vino. Insieme erano Regno. Ma insieme. E quando si muoveva lei, stava fermo lui; quando si muoveva lui, stava ferma lei. Il Regno è quei giorni di sabato all’ombra del gelso nel sole d’agosto. Questo è il mio desiderio per la mia vita: essere Regno in questo modo e poter condividere tutto ciò con qualcuno che scelga di stare al mio fianco. All’approssimarsi di questo Natale credo sia importante ricordare a me stessa ciò che di più sacro è nel mio cuore, il desiderio abitato da Dio di una vita d’Amore. Dovremmo imparare a domandarci più spesso cosa desideriamo e non solo per Natale. Il desiderio forma l’azione e plasma il nostro vivere quotidiano, come la donna che plasma il pane, come Cristo che per il desiderio di salvarci plasma la morte trasformandola in vita. Impariamo ad ascoltare ciò che abita il nostro cuore, e solo allora saremo pronti ad accogliere il regalo che Dio ha incartato per noi. ■


culturalmente Il libro del mese Karima Berger ANIME ATTENTE Dialogo con Etty Hillesum Paoline – 2015 – pp. 176 – € 16,00 La foto della ragazza marocchina, appesa sopra la scrivania di Etty Hillesum ad Amsterdam, prende vita nel libro di Karima Berger. L’autrice algerina le dà voce, creando un dialogo intimo tra le due donne, al di là del tempo. Perché le vite delle due sono mescolate da una sorellanza che le tiene insieme. Di più, da una riconoscenza: per la giovane marocchina le parole di Etty sono «come un balsamo» che consola, ripara, fa meditare, tanto da spingere l’autrice a scrivere «grazie a te vivo più di quanto avrei dovuto vivere». Perché le parole di Etty Hillesum sono destinate a diventare un tetto per chi cerca riposo dai pensieri e dai tormenti, destinate a essere rinforzo dell’anima quando ci si sente in trappola, angosciate. Tanto da far sì che, nonostante lo scorrere del tempo, le sue pagine «respirano, emanano un odore soave, un profumo d’anima». Un profumo che richiama le anime attente.

Lucetta Scaraffia DALL’ULTIMO BANCO La Chiesa, le donne, il sinodo Prefazione di Corrado Augias Marsilio – 2016 – pp. 109 – € 12,50 Il Sinodo visto dall’ultimo banco di un’aula in cui i religiosi discutono di famiglia (in modo astratto), senza avere uno sguardo storico, tenendo (ancora una volta) le donne «relegate in ruoli marginali e subordinati, senza mai aprirsi all’ascolto della loro voce nei momenti delle decisioni importanti». È questo ciò che racconta Scaraffia, sottolineando come questa esclusione vada di pari passo con l’esaltazione e continua evocazione del “genio femminile”, e come dimentichi che il cristianesimo è stata «la prima religione che ha dato lo stesso valore spirituale alle donne e agli uomini». Il “genio femminile”, benché esaltato, deve stare in una posizione secondaria. E poco importa se la storia mette in luce figure come Caterina da Siena, Ildegarda, Teresa d’Avila, o se i Vangeli raccontano il ruolo delle donne e il modo rivoluzionario in cui Gesù entrò in rapporto con loro. La Chiesa questo protagonismo non lo riconosce, lo scansa. Ma la presenza femminile nella Chiesa continua a esserci e non si potrà far finta di non vederla in eterno. Leila Ben Salah, Ivana Trevisani FERITE DI PAROLE Le donne arabe in rivoluzione mille fuochi di voci, di gesti e di storie di vita Poiesis – 2013 – pp. 187 – € 16,00 Il libro è di qualche anno fa, ma le storie che vi si leggono sono quanto mai attuali, perché danno voce a un mondo femminile, quello arabo, spesso raccontato per stereotipi, per luoghi comuni che non hanno nulla (o poco) a che fare con quel che accade. Il testo parte dalle cosiddette primavere arabe, dal protagonismo delle donne nelle piazze per arrivare ai giorni nostri, per giungere alla voglia di cambiamento delle arabe oggi, non solo nei propri Paesi di origine, ma anche qui, in Europa e in Italia. Una volontà che spesso non appare, perché si rimane aggrappati a vecchi modi di raccontare e non si riesce a vedere il moto che anima il femminile in questo tempo. Un moto che va al di là del Mediterraneo e che va condiviso con altre donne, anche italiane, perché la rivendicazione dei diritti non conosce religione né cultura, è voce di una cittadinanza che riguarda tutte e tutti.

a cura di JESSICA CUGINI

A cura di Nanni Salio e Silvia De Michelis GIORNALISMO DI PACE Edizioni Gruppo Abele – 2016 – pp. 269 – € 16,00 A dominare la scena dell’informazione è spesso la guerra, ma esistono diverse modalità di scrivere e raccontare i conflitti, cercando di leggere in profondità quel che avviene, sfuggendo le semplificazioni o provando a riflettere su realtà e obiettivi, contraddizioni e possibilità che nascono nei Paesi che vivono lo scontro. Questo libro, che mette insieme scritti di diversi autori, fornendo una ricca documentazione, propone una modalità: il giornalismo di pace, un fare informazione che mira alla trasformazione nonviolenta della realtà, proprio attraverso il racconto, tramite un progetto costruttivo. È questo il suo nobile fine, che lo porta ad appropriarsi di un ruolo sociale di costruzione di una nuova realtà. «Proprio quando tutto è sbilanciato a favore del giornalismo di guerra, il giornalismo di pace può contare sul supporto latente di molti uomini e moltissime donne. Come Davide contro Golia, può vincere contro ogni probabilità». Guido Viale RIFONDARE L’EUROPA INSIEME A PROFUGHI E MIGRANTI Prefazione di don Virginio Colmegna NdA Press – 2016 – pp. 182 – € 18,00 «È una lettura da militanti e ne abbiamo bisogno». Accompagnato da questa consapevolezza, svelata dall’introduzione, comincia il libro di Viale. Un testo che raccoglie articoli, interventi e note di lavoro dell’autore, scritti di questi ultimi dieci anni, che mostrano l’involuzione della politica e dell’Europa. Entrambe troppo preoccupate dalla crisi economica per potersi “permettere” di intervenire davvero sul tema della migrazione. Da qui le risposte, ieri come oggi: respingimenti, campi di internamento permanente di varie forme e dimensioni, pattuglie e reti, muri e steccati. Decisioni che evocano il buio del passato: ieri erano gli ebrei, oggi i migranti. E allora? Allora Viale propone di ridisegnare i confini dell’Europa, non sulla cartina ma nella «nostra rappresentazione mentale». A imporcelo sono coloro che arrivano e la necessità di cambiare rotta, di rivedere radicalmente i meccanismi che regolano economia e società e che chiedono nuove forme di partecipazione. Valerio Calzolaio ECOPROFUGHI Migrazioni forzate di ieri, di oggi e di domani Nda Press – 2016 – pp. 230 – € 12,00 L’ecosistema ci ha sempre condizionato, cambiandoci. Le nostre migrazioni, sin dall’inizio dei tempi dell’umanità, sono state dettate dall’ambiente circostante. I cosiddetti “profughi ambientali” sono sempre esistiti. Questo perché «migrare non è peccato. Si è sempre migrato, migrare ha fatto del bene alla specie», «il diritto di emigrare è il più antico dei diritti naturali». Certo comporta diritti e doveri, ma è qualcosa che non si può mettere in discussione. Prima non vi era consapevolezza del fenomeno, oggi invece sappiamo che molte delle migrazioni sono forzate, spesso dettate dalle nostre modalità di vita che vanno a distruggere una parte del pianeta costringendo chi vi abita a scappare. Calzolaio racconta la storia delle migrazioni seguendo il processo evolutivo, sottolineando come la necessità di spostarsi non sia solo della nostra specie (che comunque è diventata sapiente anche per il fatto di spostarsi). Il libro, di non sempre facile lettura, si conclude facendo una panoramica di quel che accade oggi e cercando di prevedere cosa potrebbe accadere domani. In quanto sapiens, molto dipende anche da noi…

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lettureperl’infanzia

a cura di JESSICA CUGINI

Lucia Salemi IL MURO Lucia Salemi – 2016 – pp. 26 – € 6,86

Marco Rizzo, Lelio Bonaccorso L’IMMIGRAZIONE SPIEGATA AI BAMBINI Il viaggio di Amal Becco Giallo – 2016 – pp. 56 – € 13,00 Quando ti ritrovi per le mani testi come questo, benedici chi ha inventato queste cose magiche che si chiamano “libri”. Soprattutto i libri come questo, in cui parole e disegni si mescolano facendo entrare piccoli e grandi in una storia di viaggio, che ha come protagonisti una gatta nera, un cagnolino vivace e magro, un falco guardingo e una capretta dall’aria un po’ tonta. Ma cosa ci fanno quatto animali così in mezzo al mare? Scappano, o meglio, seguono i loro umani che scappano. Dalla guerra, dalle bombe, da gente che vuole comandare in nome della religione, dalla fame. E mentre si trovano insieme, sulla stessa barca (mai espressione fu più azzeccata), si raccontano, così da far capire cosa voglia dire lasciare casa e andare verso l’ignoto, un ignoto che si sogna bello, che è poi il motivo per cui si comincia il viaggio.

Tom Michell STORIA DEL PINGUINO CHE TORNÒ A NUOTARE Garzanti – 2016 – pp. 205 – € 14,90 Trovarsi davanti un pinguino, mentre si passeggia su una spiaggia, non è cosa da tutti i giorni. Trovarsi poi di fronte a centinaia di pinguini sporchi di catrame e vederne solo uno agitarsi mestamente pone davanti a un interrogativo: che fare? Tom, professore di inglese al suo ultimo giorno di vacanza in Ecuador, decide di agire. Ma non è così facile prendere un pinguino per pulirlo! Né, tanto meno, decidere di portarselo con sé a Buenos Aires. Provate voi a viaggiare con un bipede di quella specie e ad attraversare i confini... Ma questa storia, che sa di favola e favola non è, racconta di una grande amicizia tra Tom e Juan Salvador. Una storia che non finisce come le favole con un “e vissero felici e contenti”, ma che rimane egualmente nel cuore e nella mente, come sanno fare i libri che toccano le emozioni.

Se esci dal tuo guscio, e dall’uovo accanto al tuo fuoriesce un animaletto diverso da te, che fai? Non lo consideri un fratello? Certo che sì, e, come fanno tutti i fratelli e le sorelle durante la crescita, lo imiti! Ma quando poi scopri che in realtà siete ben diversi, siete un pappagallo e un coccodrillo, che fai? Provi a vivere con quelli che sono tuoi simili, quelli della tua specie, insomma. Ma cos’è che ci rende simili? La specie o gli affetti e le abitudini che maturiamo insieme? Un piccolo e prezioso libro, questo di Settenove, che fa capire alle bambine e ai bambini che quando si vive insieme, ci si conosce, non è la differenza a rendere impossibile la convivenza. E quel che si vive insieme ci unisce di più delle appartenenze.

ABBONAMENTI CUMULATIVI: OFFERTA ABBONAMENTI CUMULATIVI: 12/2016

Pap Kan ROCCO DAL MAROCCO Illustrazioni e grafica Nat Clem Savana Culture – 2016 – pp. 40 – € 6,90 Arturo, cane da guardia, va in vacanza in Marocco e lì incontra Rocco, un cagnolino che scappa da un altro branco di cani affamati. Arturo lo prende in simpatia e i due trascorrono i giorni di ferie insieme. Nasce una bella amicizia e il cane da guardia decide di portare Rocco in Italia con sé. Ma arrivati all’aeroporto di Roma iniziano i problemi: serve il passaporto per viaggiare e Rocco non ce l’ha, e non ha neanche le vaccinazioni e gli manca il microchip! Stremato da un infinito controllo di carte e documenti, Rocco scappa, diventa “clandestino”… Però la polizia lo prende e vuole espatriarlo. Ma un colpo di scena lo salverà e lo farà diventare un cane italiano a tutti gli effetti. Perché anche per i quattrozampe pare serva un gesto eroico per “guadagnarsi” la cittadinanza.

Fernando Almena Il BACIO DELLA PRINCIPESSA Illustrazioni di Ulrike Müller Matilda Editrice – 2016 – pp. 48 – € 8,00

Alexis Deacon CIP E CROC Settenove – 2015 – pp. 40 – € 15,00

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Chissà che c’è al di là di quel muro. Dietro lì. Da dove vengono profumi di pizza e suoni di festa, sotto quel cielo dove ogni tanto si vede un aquilone o un pallone. Il bimbo che sta al di qua continua a chiederselo e a immaginare, tra sé e sé, come si può scavalcarlo. Perché non c’è neanche una crepa per vedere dall’altra parte. Poi, improvvisamente nel muro si apre una porta e allora eccoli i profumi, la festa e… una casa. Perché le bambine e i bambini che aspettano dietro ai muri sognano cose apparentemente piccole, che profumano di buono, di sereno, di mamma e papà e di una casa. Quelli sono gli unici muri che vorrebbero attorno. E Lucia Salemi in questo piccolo libro da lei illustrato ce lo ricorda.

Nel mondo di Rospomondia, vivevano felici il re Rospo, la regina Rospa, insieme alla loro unica figlia: la principessa Rospina, il cui sogno era quello di avere una motocicletta. Sogno ovviamente contrastato dai genitori regnanti: ma quando mai si è vista una rospa in moto? Per di più, una rospa principessa. Non sia mai! Così, ai 18 anni di Rospina, mamma e papà propongono di organizzare un bel matrimonio, di cercare un principe rospo da sposare ma non un rospo qualsiasi, bensì l’oramai famoso Principe ranocchio dei fratelli Grimm. Chissà che, baciando Rospina, non torni a far parte della sua specie, finalmente, perché si mormora che non era mica contento di essere diventato umano! Il principe umano arriva all’altare, ma… ma non crederete sul serio che sveliamo il finale della favola, vero?

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INDICE DELL’ANNATA 2016 1946-2016 DONNE / DAL VOTO ALL’IMPEGNO IN POLITICA n Una storia lunga 70 anni. La nostra storia (Jessica Cugini) n LE MADRI COSTITUENTI E LA LORO EREDITÀ / Una donna che ha raccolto il testimone Sulle orme del loro impegno (Livia Turco) n Voto alle donne nel mondo n Libri (Jessica Cugini)

INDICE DELL’ANNATA 2016: Istruzioni per l’uso Vogliamo chiudere anche questa annata della Rivista con un Indice che non solo ci aiuti a leggere in retrospettiva il cammino del 2016, ma che offra una chiave di lettura per progettare il 2017. Per questo suggeriamo qui di seguito una sorta di colpo d'occhio sulle tematiche che – sull'onda di quanto ci sta a cuore e di quello che lo svolgersi della vita ci ha suggerito – abbiamo scelto di trattare. Uno sguardo che pensiamo possa essere utile a noi e a chi legge per orientare l'attenzione nel futuro e mettere a punto qualche correttivo di rotta, visto che purtroppo l'esiguità del numero di pagine ci costringe inevitabilmente a fare delle scelte, tralasciando argomenti che sarebbero comunque interessanti. Per una rapida evidenziazione delle principali aree tematiche trattate abbiamo utilizzato simboli di diverso colore, che contrassegnano sezioni della Rivista e titoli degli articoli realizzati nel 2016. Si tratta ovviamente di una suddivisione sommaria e suscettibile di reinterpretazioni, perché uno stesso articolo potrebbe essere ricondotto ad aree tematiche diverse. Questa scelta ci è sembrata un'indicazione visiva utile per cercare di comprendere dove sia necessario puntare maggiormente lo sguardo, per allargare l'orizzonte o per approfondire in maniera costruttiva argomenti che ci stanno particolarmente a cuore, in linea con le finalità della Rivista.

MIGRANTI / UN ALTRO VIAGGIARE n Agenzie di viaggio senza scrupoli (Paola Moggi) n FRA POLITICHE DISSENNATE E TRAFFICANTI Vittime o risorse? (Teresa Albano) n Termini migranti n Un’accoglienza dignitosa e sicura (Paola Moggi)

A CONCLUSIONE DELL’ANNO DELLA VITA CONSACRATA n Un tempo per ricominciare (di Antonietta Potente) n … Passo dopo passo, tra memoria e desiderio

IN CERCA DI ARMONIA… con maestra natura n NATURA E UMANITÀ / Vivere in armonia Imparare el buen vivir (Antonietta Potente) n ECONOMIA E NATURA / Invertire la rotta L’umanità al centro di tutto (Riccardo Petrella) n DONNE E AGRICOLTURA / Per una nuova economia Le nuove contadine (Loredana Aldegheri) n DONNE E MATERNITÀ / Alla ricerca di antichi saperi Il tempo dimenticato (Tiziana Valpiana)

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feb. 15 feb. 16

DONNE CHE FANNO LA STORIA... che non ti aspetti mar. n CIAD / Contadine che arginano il deserto Gli orti dell’emancipazione (Enrico Casale) mar. n SUD SUDAN / Presenze tenaci e reattive nei conflitti Cariche di otri e di coraggio (Elena Balatti) mar. n COMBATTENTI CURDE FRA ISIS E DIRITTI NEGATI Paladine del riscatto (Elena Guerra) mar. n NUOVO MESSICO / Una volontaria speciale tra i Navajo, nativi d’America La signora dell’acqua (Jessica Cugini) mar. n INDIA / Tessitrici di “reti” • Nettare di vita (Paola Moggi) mar. n BRASILE / La forza delle parole • Mi stai a cuore… (Paola Moggi) mar. n MONDO / Religiose contro la Tratta • Una rete per la vita mar. n ITALIA / Emancipazione multietnica n Pedalando verso l’indipendenza (Jessica Cugini) mar.

mag. 18 mag. 23 mag. 24 giu.-lug. 13 giu.-lug. 14 giu.-lug. 16 giu.-lug. 17 giu.-lug. 24

DONNE, MISSIONE E CHIESA Al tempo di Francesco n C’è qualcosa di nuovo, anzi di antico (Cristina Simonelli) n Se non ora, quando? (Maria Soave Buscemi)

DOSSIER DONNE PER LA RICONCILIAZIONE/ TESSITRICI DI PACE n MEDIO ORIENTE / IL DIALOGO INTERCULTURALE DI BERESHEET LASHALOM L’arte di educare al bene (Anna Maria Sgaramella) gen. n BOSNIA / DOPO LA TRAGEDIA Una cura per le ferite dell’anima (Fabiana Bussola) gen. n In prima linea, fra luci e ombre della storia gen. n SUD SUDAN / TRA I VENTI DI GUERRA La pazienza di esserci (Elena Balatti e Paola Moggi) gen. n MYANMAR / DOPO ANNI SOFFERTI • Verso il futuro (Maria Tatsos) gen. n Uno sguardo ai “tessitori di pace” gen. n Donne da Nobel! gen.

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apr. 13 apr. 14 apr. 17 apr. 20 apr. 23

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DAL XX CAPITOLO GENERALE DELLE SUORE MISSIONARIE COMBONIANE (5–30 SETTEMBRE 2016) Passo dopo passo / Osare nella storia (a cura della redazione) n Diversità feconda n Sfidate a divenire compagne di viaggio (Mariolina Cattaneo) n Più libere e liberanti ( Alicia Vacas Moro) n Nella trama dei tempi (Paola Moggi) n La corresponsabilità cresce (Olga Estela Sánchez Caro) n Spiritualità che unisce (Lucie Tokoyo Buna) n Una bella novità (Laura Maria Lepori) n Capaci di vivere la diversità (Luzia Premoli) n Chiamate a essere insieme (Luigina Coccia) n Una prospettiva di misericordia (Mariangela Sardi)

nov. nov. nov. nov. nov. nov. nov. nov. nov. nov. nov.

MIGRANTI / A SCUOLA DI CITTADINANZA (Antonella Fucecchi) n IMMIGRAZIONE A SCUOLA / Cittadinanza in evoluzione: una grande risorsa per l’Italia n Nell’era dell’homo migrans n Dare significato alle parole n Adolescenti: come debellare il pregiudizio n Dagli stereotipi all’amicizia

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dic. 15 dic. dic. dic. dic. dic.

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EDITORIALI n n n n n n n n n n

Custodi di speranza (Paola Moggi) Chi ci ruba la vita? (Paola Moggi) Meravigliosa umanità! (Paola Moggi) Tempo di fioritura? (Paola Moggi Responsabilità politica: questione di vita (Paola Moggi) Un altro viaggiare (Paola Moggi) Osare l’incontro (suor Luzia Premoli e Consiglio generale) Quale “missione”? (Paola Moggi) Intrecci rigeneranti (a cura della Direzione generale) Accendiamo una piccola luce… (Paola Moggi)

PRIMO PIANO n COP21 / All’indomani della Conferenza sul clima Fra esultanza e frustrazione, si cambia strada (Paola Moggi) n QUESTIONI DI GENERE, FRA EQUIVOCI E STRUMENTALIZZAZIONI Siamo vita, oltre ogni definizione ( Lucia Vantini) n TERRORISMO / Perché anche le donne “Spose” del Califfato (Valentina Bartolucci) n DONNE E ISLAM / Progetto Aisha • Imparare il rispetto (Jessica Cugini) n IMMIGRAZIONE / Rete Radié Resch: Oltre l’accoglienza Il cammino si fa camminando insieme (Maria Picotti) n IMMIGRAZIONE / Dalla cucina alla conoscenza Indovina come cambia l’accoglienza! (Elena Guerra) n IMMIGRAZIONE / L’appello della Famiglia comboniana Accogliere fa bene all’Europa

gen. 6 feb. 6 mar. 6 apr. 6 mag. 6 mag. 8 mag. 10


INDICE 2016 n GAZA / NEL VILLAGGIO BEDUINO DI UM AL NASSER Nella terra dei bambini e delle mamme (Jessica Cugini) giu.-lug. n DONNE E CHIESA / Tra lettura popolare della Bibbia e teologia femminista Cospirare, respirare insieme (Jessica Cugini) ago.-set. n A SCUOLA DI INTERCULTURA / Tra i banchi (Sesto San Giovanni) Un premio per l’empatia (a cura della Redazione) ott. n A SCUOLA DI INTERCULTURA / I campi estivi del Cestim Non solo italiano (Elvira Marinelli) ott. n A SCUOLA DI INTERCULTURA / Il micromondo di Torpignattara L’unione fa la forza ( Jessica Cugini) ott. CONFERENZA NAZIONALE SULL’UTOPIA n Iniziative di “eu-topia” (Patrizia Sentinelli) In cammino insieme nov. n Mai scoraggiarsi (Consiglia Salvio) nov. n OLTRE I MURI / Reggio Calabria: prima accoglienza Un miracolo di buona volontà (Paola Moggi) nov. n L’esperienza dei campi estivi scout I frutti di San Rossore (Scout Verona) nov. n MILANO / I frutti della fiducia Quando l’accoglienza diventa benedizione (Paola Moggi) nov. n OLTRE I MURI / ROMA Un’economia del dono (a cura della redazione) nov. n DONNE E IMMIGRAZIONE / Una presenza che non viene raccontata Donne invisibili (Jessica Cugini) dic. n VERONA / Profughe in convento Fiducia che dissolve ogni paura testo e foto (Paola Moggi) dic. n LOCRIDE / Quando l’immigrazione diventa risorsa Con l’accoglienza riapre la scuola (Paola Moggi) dic.

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CULTURA 6 9 10

n CHIESA E MEDIA / La grande crisi della comunicazione ecclesiale Lettori, dove siete? (Pier Maria Mazzola) feb. 32 n A SCUOLA DALLA NATURA / Sesto incontro della Rete di cooperazione educativa La terra dell’educazione (Carlo Ridolfi) nov. 26

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COMBONIANE NEL MONDO

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DONNE E CHIESA n UISG / Il valore delle domande Aspettando le diacone (Cristina Simonelli) n FRANCESCO E LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE Testimoni di misericordia (a cura della Redazione) n CHIESA E COMUNITÀ DI BASE / Un incontro al femminile Il tempo dell’attesa (Giovanna Romualdi ) n LA RETE DEI VIANDANTI Alla ricerca del genere perduto (Carla Mantelli)

giu.-lug. 32 ott. 23 dic. 11 dic. 12

ATTUALITÀ n SCUOLA E LEGALITÀ / Uno spazio per crescere insieme Generazione Rosarno: l’Italia che resiste (Jessica Cugini) gen. n IMMIGRATI CINESI / Una ricchezza da scoprire Sconosciuti di casa fra noi (Maria Tatsos) gen. n L’INTEGRALISMO ISLAMICO E LE DONNE / Le radici di una violenza senza confini Il volto oscuro del maschilismo (Maria Tatsos) feb. E noi? La nostra storia recente sui diritti delle donne (Jessica Cugini) feb. n LE STRAGI DEL FANATISMO E LA RESISTENZA DELLA NORMALITÀ Dedicato a Valeria (Andrea Semplici) feb. n IMMIGRAZIONE E MEDIA / 3° Report dell’associazione Carta Di Roma Umanità sulla “Carta” (Jessica Cugini) feb. n DONNE E LAVORO / La situazione in Italia secondo il Rapporto Cilap-Eapn Noi, pilastri fantasma della comunità (Jessica Cugini) mar. n Le cifre della discriminazione nostrana mar. ITALIA / Violenza sulle donne n Proprietà privata (Cristina Martini) mar. n IL DRAMMA SIRIANO / Nawal Soufi: Lady Sos Potrò dire io c’ero (Jessica Cugini) apr. n VERONA / Famiglie, intercultura e musica • Se gli alberi camminano... (Elisabetta Garilli, Anna Malgarise e la Foglia e il Vento) apr. n TRA CONGO E ITALIA / Victoire Gouloubi: sapori d’Africa a Milano Vi racconto la mia terra con il cibo (Maria Tatsos) giu.-lug. n POLITICHE MIGRATORIE / La proposta del Cestim Un visto contro l’allarme (a cura della Redazione) giu.-lug n EUROPA E IMMIGRAZIONE / Idomeni I giovani fanno ponte (Paola Moggi) ago.- set.

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12/2016

n Abbracci di dignità ago.- set. 9 n CONFERENZA SULL’UTOPIA / Verso una nuova cittadinanza Sognare per essere audaci (a cura della Redazione) ott. 11 n FESTIVAL DI CINEMA AFRICANO Un ciak sul continente (Jessica Cugini) ott. 12 n 36 anni di Festival ott. 13 n VIOLENZA SULLE DONNE / Grande seminario di Diotima Relazione malate (Giannina Longobardi) nov. 23 n OCCHIO ALL’INFANZIA / Il rapporto 2016 del Fondo Nazioni Unite per la popolazione • Le bambine: il nostro futuro (Jessica Cugini) dic. 10

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n ISRAELE E PALESTINA / Gocce di speranza (Agnese Elli) n ACCANTO AL POPOLO ETIOPE Una spiritualità che ci unisce sul terreno della vita (Laura Díaz Barco) VERSO IL CAPITOLO GENERALE 2016 / Luoghi e percorsi di spiritualità n Quell’armonia che dà respiro all’anima n Alla fonte: Limone sul Garda (Bianca Bresciani) n Culla rigenerante: Casa Madre (Verona) (Paola Moggi) n “Casa dell’amicizia”: Betania (Gerusalemme) (Fulgida Gasparini) n In Terra Santa, crocevia di spiritualità nella condivisione (Anna Maria Sgaramella) n Uganda: un’anima per il Paese n Brevi comboniane / Zambia: 40 anni in cammino (Patrizia Di Clemente)

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feb. feb. feb. feb.

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VERSO IL CAPITOLO GENERALE 2016 / La scelta di restare in zone di conflitto n Insieme ai popoli, anche nella bufera (Paola Moggi) mar. n IN REPUBBLICA CENTRAFRICANA / Il coraggio della fiducia (suor Dalva Maria Areia) mar. n IN SUDAN / Tra i Nuba, segno concreto d’amore (suor Maria del Carmen Galicia Alfaro) mar. n NELLA RD CONGO / Una miniera di fede (suor Luigia Coccia) mar. n BREVI COMBONIANE mar. VERSO IL CAPITOLO GENERALE 2016 / Gruppi laicali “in missione” con le comboniane n Un tesoro di costellazioni (Paola Moggi) n Primi passi in Italia / Gabriella e Primo Gandossi: nel nome dell’amicizia n Laici in Ecuador e Perù / Sulle orme di Comboni n Passi in Mozambico / Anche noi per salvare l’Africa con l’Africa n Italia / Comunità Missionaria Malbes n Brevi comboniane

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VERSO IL CAPITOLO GENERALE 2016 / Le sfide del vecchio continente n Europa “terra di missione”? (Paola Moggi) mag. n Brevi comboniane / Italia: Insieme verso il capitolo mag. n A ogni latitudine seminare giustizia (Paola Moggi) giu.-lug. n BRASILE / Giustizia e pace declinati “alla comboniana” Intrecci di giustizia (Chiara Dusi) giu.-lug. n SUD SUDAN / Con i passi incerti di chi emerge dal trauma giu.-lug. n VERSO IL CAPITOLO GENERALE 2016 / Sri Lanka Il nuovo in una goccia d’Asia (Paola Moggi) ago.-set. n ESPERIENZE CONDIVISE / Pellegrinaggio comboniano Portatori di una storia passata / Responsabili di una storia da vivere (Antonella Friggi) ago.-set. n XX CAPITOLO GENERALE Una missione sognata insieme ott. n La nuova Superiora Generale ott. n SUD SUDAN / A scuola di altruismo (Paola Moggi) ott. n Sud Sudan: senza speranza ott.

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INDICE DELL’ANNATA 2016 n n n n

Brevi comboniane ott. 27 SUD SUDAN / Radio Bakhita Dieci anni di tenacia (Elena Balatti) dic. 23 Bakhita: una voce che continua a parlare di pace (Cecilia Sierra Salcido) dic. 25

RUBRICHE BUONGIORNO SOGNATORI (donMarcodonRoberto) n Dio delle donne n Ri-nascere a settant’anni n Ripartire dal Dio della tenerezza n Volti di misericordia n Croce di volti e di nomi n Brennero, via di pace n La terra delle relazioni n Vangelo e Costituzione n Lettera a Mosè n Avvento: il viaggio della speranza

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INCONTRI DI VIAGGIO (Andrea Semplici) n Le mani di Medina n Meret ha camminato per dieci chilometri n La mia Africa è qui n Un altro guardare n I poeti non se ne stiano con le mani in mano n L’osteria delle donne n Il silenzio di Vĕra n L’alfabeto di Elena n Gli occhi della Madonna Nera n Senza specchi

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BENESSERE E AMBIENTE n Al di là del mercato, un’agricoltura solidale (Francesco Benciolini) gen. 28 n 2016: Semi di futuro in tavola (Paola Moggi) feb. 28 n Piccola, ma sostenibile e solidale (Germana Sammarone) mar. 30 n A scuola nel bosco (Danilo Casertano) apr. 26 n Progetto Autismo e Montagna n Natura, fonte di armonia (Darìo Sepe, Adriana Onorati, Fortunata Folino) mag. 30 n Un invito alla “cura di sé” (Paola Moggi) giu.-lug. 28 La meraviglia di rigenerarsi (Gianluca Malini) giu.-lug. 29 n Alla scoperta degli ecovillaggi (Jessica Cugini) ago.-set. 28 n Invisibili custodi di armonia (Paola Moggi) ott. 28 n Agricoltura: Familiare ma non sempre contadina ott. 29 n Tenacia contadina / In simbiosi con la natura (Antonio Onorati & Isabella Giunta) nov. 30 n Clima: da Parigi a Marrakech, passando per gli Usa (Maria Maranò) dic. 26 SENZA FRONTIERE (Carlo Melegari) n Oltre i talk show n Ma di cosa stiamo parlando? n L’immigrazione in Italia tra parole e cifre n Dal permesso all’apartheid n Chiamiamoli muri della vergogna! n Occorre una politica intelligente n Cosa servirebbe per i flussi migratori n C’era bisogno di un Accordo Ue-Turchia? n Alcuni punti dell’accordo n Quel che non si dice, ma occorre sapere... n Il viaggio dei minori n Una proposta di protezione n Gli immigrati non sono interscambiabili n Sul pluralismo religioso degli immigrati in Italia

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POETICA DELLA MISERICORDIA (Antonietta Potente) n Poetica sull’anno della vita religiosa / Caminante, no hay camino... gen. 32 n Misericordia: Poetica del quotidiano feb. 34 n Ascolta e guarda mar. 29 n Misericordia: indicibile mistero apr. 34 n Prendersi cura mag. 25 n Lo “stare” segreto della misericordia ago.-set. 8 n Dalla Bolivia un carico di vita nov. 32 ORMEGIOVANI n Fotogrammi dal Sud Sudan (Chiara Maccacaro) n Donne in attesa, mamme che accolgono (Giovanna Ferrari) n La grandezza dell’essere piccoli (Monica De Spirito) n La cura dei gesti antichi (Giovanna Ferrari) n Campi giovani n Viaggiare Fuorirotta (Monica De Spirito) n Insieme ai richiedenti asilo (Monica De Spirito) n Restare umani (Giovanna Ferrari) n Il diritto al voto (Giovanna Ferrari) n l profumo del pane e del dono (Monica De Spirito)

gen. feb. mar. apr. mag. giu.-lug. ott. ott. nov. dic.

CULTURALMENTE (a cura di Jessica Cugini) n Libro del mese: La voce dei libri II di AA.VV. gen. n Libro del mese: Pedagogia del desiderio. Bellezza ed eresia nell’esperienza educativa di Rubem Alves feb. n Libro del mese: Mia madre femminista. Voci di una rivoluzione che continua di Marina Santini e Luciana Taverini mar. n Libro del mese: Si fa presto a dire famiglia di Melita Cavallo apr. n Libro del mese: L’uomo del futuro di Eraldo Affinati mag. n Libro del mese: Provvisorietà di Cristina Simonelli giu.-lug. n Libro del mese: Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione di Stefano Allievi, Gianpiero Dalla Zuanna ago.-set. n Libro del mese: Donne della Repubblica di AA.VV ott. n Libro del mese: Hana la Yazida. L’inferno è sulla terra di Claudia Ryan nov. n Libro del mese: Anime attente. Dialogo con Etty Hillesum di Karima Berger dic.

Visualizzazione grafica dello spazio complessivo riservato alle diverse tematiche nel corso del 2016

LEGENDA n COSTUME E SOCIETÀ n CULTURA n CHIESA E MISSIONE n REALTÀ COMBONIANA n DONNE D’AFRICA - MONDO n DONNE E CHIESA - DONNE E FEDE n DIRITTI - IMMIGRAZIONE n AMBIENTE - GIUSTIZIA E PACE n INCONTRI / PROFILI FEMMINILI n GIOVANI

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12 combfem dic 2016  
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