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Lʼepoca dei mestieri in terza classe di Luca Gastaldello

Il bambino in terza classe vive una grande trasformazione interiore che si esprime esteriormente in un nuova e più matura relazione con gli altri e con il mondo che lo circonda. In questa fase evolutiva definita "il passaggio del primo Rubicone" il bambino varca una soglia, oltrepassa un limite ed entra in un nuovo spazio interiore fino ad quel momento inesplorato. Si distacca progressivamente dall'età dell'angelica infanzia in cui si sentiva vicino al cielo, un tutt'uno con il mondo, ed inizia a rivolgere lo sguardo verso le faccende della terra. È interessato ai mestieri antichi degli uomini e a ciò che l'uomo può creare con le proprie mani, ma allo stesso tempo si rende conto che non tutte le cose sono state create dall'uomo. Nuove domande sorgono nello specchio della propria interiorità: "Chi ha creato il mondo? e gli alberi? e i fiumi? e gli animali? e...chi ha creato l'uomo? ...da dove vengono tutte le cose che non sono state create dall'uomo? ...prima di Dio chi c’era?". In questa delicata fase di passaggio è come se fosse cittadino di due mondi, ha nostalgia del cielo ma allo stesso tempo è attratto dalla terra, desideroso di andare verso il mondo dei grandi, che da una parte lo incuriosisce ma dall'altra lo spaventa. Si sente solo! E in questa solitudine sorgono nello specchio della propria coscienza nuove domande, nuovi timori, insicurezze e paure: "Sarò in grado di farcela da solo? E se mio papà e mia mamma dovessero mancare?". Mentre guarda in avanti verso un incerto futuro si gira indietro verso il passato ed ha bisogno di ritrovare delle sicurezze negli affetti familiari e una nuova modalità di relazione sia con i compagni che con i maestri. Che tipo di risposte dà il piano di studi della scuola Waldorf a queste grandi domande che sorgono nell’interiorità del bambino intorno ai nove anni? In terza classe appaiono nel piano di studi delle nuove materie che offrono al bambino delle risposte alle domande latenti nella propria interiorità. Oltre alle consuete epoche troviamo anche l’epoca dei mestieri, delle misurazioni, l’epoca della Genesi, l’epoca di geografia, l’epoca della recita e l’epoca di grammatica. In questo numero di Mercurio parleremo in particolare dell’epoca dei mestieri, svolta dalla classe terza nel mese di ottobre, mentre nelle prossime uscite daremo spazio anche alle altre materie. L’epoca iniziò andando a vendemmiare presso l’azienda vinicola Colmello, situata nelle verdeggianti ed ondulate colline di Asolo. In una giornata soleggiata di fine settembre, i bambini, il maestro e un nutrito gruppo di genitori, vendemmiarono una ventina di cassette d’uva. Il paesaggio era incantevole, l’aria profumata di mosto e lo sguardo dovunque si posava incontrava filari di vigneti che si perdevano a vista d’occhio.

LA VENDEMMIA

LA PIGIATURA

LA TORCHIATURA


Terminata la vendemmia, sia i grandi che i piccini, pigiarono i grappoli appena raccolti, sprofondando i piedi nudi nelle vinacce e sperimentando così quel piacevole solletico che i graspi ruvidi esercitano sotto la pianta dei piedi. L’odore inebriante del mosto portava a galla ricordi d’altri tempi, gioie di bambino alle quali il tempo aveva tolto la vivezza dei colori. Che bello! I bambini erano felici e alternavano momenti di intenso lavoro a lunghe corse tra le ripide colline. Mentre il torchio cigolava sotto la spinta di vigorose braccia, alcuni bambini iniziarono a disegnare le etichette, mentre altri bollirono il succo che venne poi imbottigliarlo ancora caldo. A fine giornata il frutto di quel brioso operare era ben rappresentato da una cinquantina di bottiglie di succo d’uva che, come tanti soldatini, sfilavano ritte sopra al tavolo. Il giorno seguente i bambini disegnarono nel loro quaderno d’epoca le varie fasi della vendemmia componendo, assieme al maestro, il loro primo componimento descrittivo. Nei giorni a seguire, assieme al muratore Franco, i bambini diedero l’intonaco alle pareti interne della casetta situata in giardino, aiutandolo anche nella realizzazione di un piccolo ma funzionale forno a legna. I giovani costruttori mischiarono terra di campo, paglia sminuzzata ed acqua, realizzando così un impasto fangoso che poi spalmarono sopra al forno come cappotto isolante. Anche se la giornata era un po’ nuvolosa, i bambini si tolsero lo stesso le scarpe, si arrotolarono i pantaloni fino al ginocchio e impastarono quella poltiglia usando sia i piedi che le mani. Il fango molliccio cedeva morbidamente sotto il peso del corpo e si insinuava tra le dita dei piedi, massaggiandone ritmicamente la pianta. Ottenuta la giusta consistenza i bambini collocarono sopra la volta del forno un cordone di palline di terriccio fangoso, realizzando così un cappotto isolante dello spessore di circa quindici centimetri. Giorno dopo giorno il forno prendeva sempre più forma, modellato dalle esperte mani del muratore Franco e dall’operoso entusiasmo dei bambini che, in tutti i modi, si prodigavano per aiutarlo. Dopo una settimana di intensi lavori...che emozione accendere il fuoco e vedere il fumo uscire dalla lunga canna fumaria del camino! I bambini aspettarono in religiosa attesa per tutto il tempo dell’infornata, avvolti dagli aromi della cottura e nutriti dalle parole del fornaio Stefano che, per l’occasione, aveva preparato un impasto speciale fatto con pasta madre e miele. Quando la bocca del forno si aprì, uscirono delle pagnottine dorate ed ogni bambino ne portò a casa una da mangiare in famiglia. Nei giorni a seguire l’attività continuò in classe disegnando nel quaderno d’epoca le varie fasi della realizzazione del forno e scrivendo i relativi componimenti descrittivi.


L’esperienza più significativa dell’epoca dei mestieri si svolse però presso l’azienda agricola “Campagnaro”, situata a mezzo chilometro dalla scuola. Per ben due settimane i bambini sperimentarono una molteplicità di lavori ed esperienze a contatto con la natura, nutrendo non solo la sfera della volontà, ma anche quella del sentimento e del nascente pensiero. Ogni giorno i genitori accompagnarono i propri figli direttamente in azienda e, alle otto in punto, invece di indossare le tradizionali pantofole ed entrare in classe, i bambini calzavano gli stivali e formavano un cerchio sotto al portico della fattoria. In seguito il maestro, i bimbi e i vari aiutanti si davano il buon giorno recitando delle brevi poesie e intonando dei canti che introducevano in modo artistico, musicale e poetico le attività svolte dal contadino nel periodo autunnale. Poi la classe veniva divisa in tre gruppi, ognuno dei quali poteva contare su un adulto di riferimento che coordinava le varie attività della mattina. Il primo gruppetto di bambini andava in stalla a dar da mangiare ad una quarantina di vitelli, il secondo tagliava legna ed il terzo, con un carretto, andava a mietere le pannocchie direttamente nel campo per poi sgranarle sotto al portico ed ottenere così del buon macinato da dare alle mucche. Per ben due settimane, in questa prima parte della mattina, i bambini svolgevano a rotazione queste tre attività: chi oggi era andato in stalla, il giorno seguente avrebbe tagliato legna e in quello successivo sgranato il grano. Questa scansione ritmica delle attività infondeva nei bambini sicurezza e tranquillità: dopo alcuni giorni tutti sapevano esattamente cosa fare, si orientavano con disinvoltura nei vari spazi della fattoria, sviluppando autonomia e spirito di collaborazione.

PRIMO GRUPPO: I LAVORI IN STALLA

SECONDO GRUPPO: TAGLIARE LEGNA

TERZO GRUPPO: SGRANARE LE PANNOCCHIE

Man mano che i bambini terminavano il loro lavoro si riunivano sotto al portico, si sedevano su un secchio rovesciato, sgranavano a mano le pannocchie oppure facevano dei lavoretti manuali. Con il passare dei giorni realizzarono delle semplici bamboline usando i cartocci delle pannocchie e molti altri oggetti (cavalli, giraffe, macchinine, navi...) utilizzando la dura gamba del mais. In questi momenti così speciali, mentre le mani erano impegnate nel lavoro, un velo di operosa calma si stendeva sui bambini seduti in cerchio, facilitando il dialogo e la comunicazione spontanea, un po’ come avveniva in altri tempi durante il filò. Verso le dieci il maestro chiamava i bambini che, in fila indiana, entravano nell’aula di campagna, una grande stanza munita di lavagna, tavoli e panche.


BAMBOLE CON I CARTOCCI DELLE PANNOCCHIE

LAVORETTI CON LA PIANTA DELLE PANNOCCHIE

Un odore di incenso preannunciava che il racconto del giorno stava per iniziare. Quando il maestro accendeva la candela anche i più flebili bisbigli cessavano e la storia del giorno poteva fluire dalla bocca dell’insegnante verso i cuori dei bambini che l’ascoltavano in religioso silenzio. Il racconto era ambientato in campagna e parlava di alcuni bambini della loro età che amavano lavorare a contatto con la natura, svolgendo i più diversi mestieri, animati dalla genuina curiosità di scoprire ogni giorno qualcosa di nuovo. Attraverso le vive e calde immagini del racconto, il maestro anticipava le attività che i bambini avrebbero svolto in fattoria nei giorni seguenti, mischiando realtà e fantasia, in un’unica avvincente storia a puntate. Così facendo, giorno dopo giorno, venivano trasmessi i valori e i saperi della vita contadina ed infatti, quando si presentava una nuova attività, non era necessario spiegare nulla perché i bambini avevano già acquisito tutti i contenuti di base attraverso il linguaggio immaginativo del racconto. Questa modalità di lavoro infondeva nei bambini una grande tranquillità, permettendo a tutti, anche ai più timidi ed impacciati, di orientarsi autonomamente in una realtà di campagna così diversa da quella della scuola. Finita la storia vi era una pausa di circa mezz’oretta dove i bambini potevano fare merenda e giocare liberamente ispezionando ogni angolo di quella bellissima azienda. Alcuni amavano ruzzolarsi nel fieno, altri tirare il carretto o spingere la carriola, altri ancora dondolarsi sull’altalena: gli odori, le fragranze e i suoni della campagna si mescolavano ai gridolini e alle risate dei bambini, rendendo quel luogo così vitale, ancora più colmo di vita e gioiosa allegria. Verso le undici i bambini ritornavano in classe e scrivevano e disegnavano per circa un’oretta, trasferendo sulla carta del proprio quaderno d’epoca quello che precedentemente avevano vissuto con tutto il corpo durante le attività proposte. Questo momento della giornata permetteva ai bambini di entrare dentro se stessi e quell’ambiente così raccolto e ordinato li portava in una dimensione di operosa concentrazione. Attraverso il saggio uso dei colori, i sentimenti e le emozioni vissute si depositavano sulla carta sotto forma di bellissimi disegni e i primi albori del pensiero consequenziale prendevano forma in semplici, quanto efficaci, componimenti descrittivi. Il maestro disegnava alla lavagna i lavori svolti in fattoria, correggeva i quaderni e come un vecchio agricoltore d’altri tempi lasciava che il tempo e la saggezza della vita completassero il lavoro finora avviato.


LʼAULA DI CAMPAGNA

IL LAVORO SUL QUADERNO

Questo savio uso del tempo, rispettando i ritmi di apprendimento e di sviluppo di ogni singola individualità, è tipico della pedagogia steineriana e fa in modo che gli impulsi educativi seminati nell’interiorità del bambino possano radicare e attecchire, germogliando in continuazione nuove forze vitali. Questa, a mio avviso, è la bellezza intima dell’arte dell’educazione ed in fondo il mestiere del maestro e quello del contadino si assomigliano molto. Entrambi, purtroppo, si stanno snaturando. Il frenetico stile di vita del ventunesimo secolo impone sia ai maestri che ai contadini di accelerare i naturali processi di crescita e sviluppo, togliendo così sapore, colore e sostanza a tutto ciò che si sta facendo. In agricoltura la ricaduta di questa insana accelerazione la riscontriamo in verdure, ortaggi e frutta senza alcun sapore, alimenti scialbi e con un bassissimo contenuto nutrizionale. Nel mondo dell’educazione, allo stesso modo, troviamo sempre più alunni pallidi, privi di forze e di vitalità, bambini annoiati o iperattivi che non provano nessuna gioia e nessun gusto nell’andare a scuola. In questa epoca di grandi cambiamenti e trasformazioni il compito della pedagogia steineriana è quello di ridare dignità all’essere umano in formazione, rispettando i tempi di crescita e di evoluzione di ogni singolo bambino, coltivando da un lato i talenti individuali e dall’altro rimuovendo tutti gli ostacoli che possono impedirne la manifestazione.

LA RACCOLTA DEI KIWI

LA MARMELLATA DI MELE COTOGNE


Oltre alla consueta scansione delle attività, un paio di volte alla settimana venivano introdotti dei nuovi lavori in fattoria o nei campi, in modo che la fiammella della curiosità e dell’entusiasmo rimanesse sempre ben accesa e scoppiettante. I bambini seminarono il frumento, prepararono una buonissima marmellata di mele cotogne, raccolsero i kiwi e prepararono ben sei teglie di gnocchi.

LA SEMINA DEL FRUMENTO

LA PREPARAZIONE DEGLI GNOCCHI

Particolare entusiasmo riscosse il lavoro della concimazione del campo e, al di là di ogni aspettativa, i bambini furono ben felici di usare le forche a quattro punte per caricare un intero carro di letame che poi successivamente sparsero sul campo. Grazie agli utili consigli del contadino Samuele, ogni bambino poté guidare il trattore, mentre tutti gli altri compagni se ne stavano in equilibrio sopra al carro. Nei giorni seguenti, in quel pezzo di terra così devotamente concimato, i bambini poterono seminare circa 250 mq di frumento, accompagnando lo spaglio ritmico delle sementi con un religioso e attivo silenzio. A giugno, quando quelle sementi diverranno delle bionde spighe, i bambini con i lori genitori le andranno a mietere e quel giorno sarà per tutti una grande festa! In quarta classe quel frumento diverrà morbida e bianca farina che i bambini potranno impastare e poi cuocere nel forno da loro stessi costruito l’anno precedente. Al termine dei lavori in fattoria, verso mezzogiorno e mezzo, i bambini andavano a mangiare a scuola e poi terminavano la giornata svolgendo le normali attività previste dall’orario scolastico. Da un punto di vista esclusivamente didattico, posso dire che in queste quattro settimane dell’epoca dei mestieri, vissute in modo così vivo ed intenso, i bambini impararono a scrivere in modo estremamente veloce, perché tutto ciò che facevano durante il giorno veniva poi riportato nel quaderno d’epoca sotto forma di disegno e descrizione. La scrittura non era quindi una forma astratta di apprendimento totalmente scollegata dalla realtà, ma diventava invece uno strumento di espressione dei propri sentimenti e pensieri. Non dimenticherò mai quelle emozioni e quei sentimenti così veri e profondi che insieme abbiamo sperimentato, quegli sguardi così sorridenti e quella voglia di fare così spontanea e genuina. In dodici anni di insegnamento forse questa è stata l’epoca più riuscita, quella che ha prodotto i migliori risultati sia sul piano didattico-cognitivo che in quello relazionale. La consiglio a tutti coloro che svolgeranno la terza classe negli anni futuri. Non mi resta che salutarvi, ringraziarvi per la pazienza fin qui dimostrata ed invitarvi a leggere anche i prossimi articoli di Mercurio. Con affetto e stima….maestro Luca

SPARGERE IL LETAME

GUIDARE IL TRATTORE

TUTTI SUL CARRO


epoca dei mestieri