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LO STILE DI BEGA opere, progetti, idee di un protagonista del professionismo milanese


SOMMARIO

Prefazione

VII

Introduzione

XI

1 La formazione 1.1 La ditta Vittorio Bega e figli

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1.2 Gli studi e il praticantato da M. Piacentini 1.3 Gli inizi dell’attività professionale

2 Le opere importanti 2.1 Gli edifici alti

33

2.2 Le ville e le residenze 2.3 I bar e i negozi 2.4 Gli hotel 2.5 Gli edifici religiosi 2.6 L’Ente Autonomo Fiera di Milano 2.7 Palazzo dei Congressi, Bologna

3 L’etica professionale e l’amico degli artisti

171

4 Le architetture non realizzate

177

4.1 Interni Rockfeller, New York, 1933 4.2 Centro Direzionale a “Cuspide”, 1958 4.3 Torre residenziale Galliera, Bologna, 1959 4.4 Domus Omnium, Milano, 1964 4.5 Torre Axel Springer, Berlino, 1966 4.6 Ministero della Difesa, Algeri, 1965 4.7 Fiera a Città del Messico, 1968 4.8 Fiera di Addis Abeba, Etiopia, 1968


5 Ricordando Melchiorre Bega 5.1 Intervista all’arch. Cesare Seregni

211

5.2 Corrispondenza epistolare 5.3 Scritti di personaggi noti pubblicati su gior nali, riviste, periodici 5.4 Fotografie con grandi committenti

APPENDICI Nota biografica

245

Articoli pubblicati sulle opere di Bega

251

Legge n° 717 del 29 luglio 1949

259

Bibliografia

263

Fonti delle immagini

265


PREFAZIONE

L’argomento di partenza si focalizzava sull’inquadramento e l’analisi delle tematiche, degli esponenti e degli aspetti caratterizzanti il cosiddetto “professionismo milanese nel dopoguerra”. Numerosi sono gli architetti milanesi riconducibili al “professionismo milanese”: Luigi Mattioni, Ezio Sgrelli, Antonio Bernasconi, Mino Fiocchi, ecc. Con questo termine definiamo i grandi architetti che della loro professione ne hanno fatto una virtù; professionisti sempre pronti a mettere a disposizione le loro qualità progettuali, organizzative, in ogni contesto essi venivano chiamati a lavorare. Non è possibile rintracciare tipologicamente e metodologicamente un filo rosso che unisce le diverse opere bensì l’elemento di continuità va ricercato nelle capacità di affrontare ogni volta problematiche diverse, risolvendole in tempi brevi, con brillanti soluzioni. Dopo circa tre mesi di approfondite ricerche presso la biblioteca dell’università e le sue diverse sedi, dopo aver consultato con attenzione i periodici e riviste in archivio storico, ho notato che l’idea iniziale diveniva sempre più concreta: affrontare particolari tematiche, e relativi architetti, che nella storiografia architettonica milanese non sono mai stati oggetto VII


di approfondimento o pubblicazione, ha reso l’argomento molto stimolante. Tre elementi mi hanno suggerito il modus operandi: il desiderio di affrontare la tesi con un metodo diverso rispetto a quelli maggiormente proposti e sviluppati. In secondo luogo la recente lettura de “l’intervista a Ignazio Gardella di A. Monestiroli”, un libro ben strutturato, appassionante ed intrigante, che affronta l’esperienza e il modo di lavorare di uno dei protagonisti della “scuola milanese”. L’ultimo evento, non per questo meno importante, l’aver ottenuto un contatto con il figlio, Vittorio, di uno dei grandi protagonisti del “professionismo milanese”: Melchiorre Bega. Le ricerche effettuate sul tema del professionismo milanese mi hanno permesso di comprendere chi avesse già affrontato temi simili al mio, con quale modalità e con quali approfondimenti. Mi sono reso conto che, effettivamente, l’architetto milanese Melchiorre Bega non è stato oggetto di studio, critica e ricerca storiografica tanto quanto gli esponenti della “scuola milanese” o altri illustri architetti. E’ stata pubblicata solo una biografia ufficiale nel lontano 1983, per me un ottimo strumento di partenza. Da qui scaturisce l’idea di sottoporre ad un’intervista il figlio dell’architetto; un’intervista che andasse ad indagare gli aspetti più reconditi della personalità, le curiosità, gli aneddoti che si celano dietro le sue grandi opere, attraverso l’esperienza di una per- sona che ha avuto il contatto diretto con il Maestro. Il materiale raccolto è stato successivamente rielaborato e completato da documenti inediti reperiti all’interno dell’archivio di famiglia, al fine di redigere un elaborato esaustivo. VIII


Gli obiettivi di questo lavoro, scaturito da una serie di interviste, sono molteplici. In primo luogo si vuole riportare alla mente di tutti noi il ricordo del grande maestro milanese, facendone emergere le sue qualità migliori: la professionalità e serietà lavorativa; in secondo luogo si mette in luce la continua ricerca ai limiti delle tecnologie disponibili su mercato negli anni del dopoguerra. Non è da dimenticare che Bega è stato un protagonista della ricostruzione milanese del dopoguerra, codirettore e Direttore di “Domus”, conferito di numerose onorificenze ed un grande professionista che ha realizzato più di seicento opere nella sua carriera. L’opportunità di sviluppare la mia tesi su questo grande personaggio mi ha gratificato ed onorato al tempo stesso. Mi auguro che questo lavoro possa essere da stimolo per una serie di future iniziative che permettano di riportare in auge l’ingegno, la bravura e soprattutto l’umiltà di questo grande professionista milanese.

IX


X


LA CULTURA DEL << FARE ARCHITETTURA >>

L’elaborazione di questo testo si basa sulle registrazioni effettuate durante i dieci incontri, con l’architetto Vittorio Bega e un incontro con l’architetto Cesare Seregni, collaboratore fino al 2003 dello studio Bega Associati, presso lo studio milanese, in Via Benedetto Marcello 20. Bega fu un architetto che produsse moltissimo e diede molto alla città di Milano. Questo lavoro non vuole soffermarsi ad analizzare solo la biografia progettuale ma, attraverso alcuni progetti, mira a far emergere le qualità umane e professionali dell’architetto, la sua continua ricerca dell’essenziale e della semplicità che caratterizza tutta la produzione del Maestro. Pertanto il volume è composto da tre nuclei principali: la formazione, le opere di maggior rilievo e quelle non realizzate. Si è voluto indagare nel passato e riportare alla luce la persona di Bega come architetto, designer, artista, direttore di “Domus”. Non è stata trascurata la persona, seria, intelligente, sensibile, umana e religiosa; un professionista ammirato da tutti sia nella vita lavorativa, sia in quella privata. Lo spiccato ingegno del Maestro portò la critica a definirlo un audace innovatore. Non si tratta solamente di innovazioni tecnologiche, riscontrabili XI


nei suoi edifici, bensì innovazioni insite nel suo DNA. Tutto iniziò come uno “scandalo” (Raffaello Giolli, L’opera di Melchiorre Bega, Casabella, 119, novembre 1937) quando, nel 1937, uscì il volume di “Domus” dove pubblicarono i modernissimi interni di Bega, nei quali portò il Novecento, in tutta la sua accezione artistica, rifiutando il decò. Continuò la sperimentazione nella ditta di famiglia escogitando un sistema produttivo per scale elicoidali autoportanti in compensato che utilizzò in numerosi bar e negozi, in particolare nella pasticceria Motta Duomo nel 1933. L’inventiva e l’amore per l’architettura portarono alla creazione del primo bar europeo in cui si potesse bere il caffè in piedi: il Bar Viscardi di Bologna del 1937. La svolta estetica si concretizza nella realizzazione del grattacielo Galfa, uno dei simboli per eccellenza della città di Milano in cui utilizza le tecnologie più moderne, al limite dell’innovazione: la struttura portante in C.A., firmata da Danusso, costituita da sei piloni-quinta perpendicolari alle facciate, i fan coils disegnati appositamente per l’occasione, e giungendo, per la prima volta in Italia, all’impiego delle facciate continue sperimentate in quegli anni negli Stati Uniti e successivamente impiegate per il grattacielo SIP e gli uffici STIPEL. Con il Galfa si può affermare che l’esperienza l’ha portato ad una vera e propria evoluzione, ad un rapporto sempre più diretto e intenso con i vari materiali da costruzione, in particolar modo l’acciaio. << Io ho sempre sognato di costruire in acciaio - testimonia Bega -, perché per me l’acciaio ha un potere emozionale profondo, soprattutto per la bellezza e la semplicità delle relazioni e delle forme che suggerisce, tali da costruire un legame immediato tra la sfera XII


intellettuale e quella fisica (...) A questo materialebase hanno attinto alcuni tra i più grandi architetti del nostro tempo, soprattutto in quei Paesi, come gli Stati Uniti per esempio, dove si poteva contare su una adeguata produzione industriale e su un’esperienza collaudata per quanto riguardava la fascia delle molteplici risposte al tipo di prestazioni richieste all’acciaio (...) L’acciaio, in queste condizioni architettoniche, può avere una parte rilevante, sia per il ruolo che gli si può lasciare nel cemento armato, sia per quello che può sostenere come elemento di composizione di macrostrutture sempre più fantasiose e audaci (...) c’è velocità di realizzazione e, perciò possiamo recuperare maggiore spazio; inoltre, pulizia, semplicità e chiarezza si rispecchiamo alla fine nel confronto tra due realizzazioni di un identico tema, l’una in acciaio e l’altra con materiali che diciamo tradizionali e che vanno coperti con parecchie “pelli” prima di aver finito (...) >>. (Incontro con Melchiorre Bega, di Remo Pascucci, 1974) Bega si interessa anche al problema della prefabbricazione definendola <<una nuova filosofia di progettazione...per ottenere realizzazioni valide funzionali sul piano estetico ed economico>>. Si evince la capacità del grande architetto di essere estremamente attento ai costi di costruzione, senza però penalizzare l’aspetto estetico e, dal profondo del suo lato umano, senza dimenticare mai le esigenze sociali del popolo italiano reduce dalle devastazioni belliche, rispondendo alla richiesta di case, università, edifici pubblici con serietà professionale e profondo senso etico nella progettazione.

XIII


“(...) la nostra professione che non ti fa mai essere contento di quello che hai fatto. Almeno a me capita così: ogni volta che termino un’opera vorrei ricominciarla da capo, rifarla; (...) poi mi viene un altro incarico ed è come se ricevessi una frustata, una nuova vitalità, dimentico tutto il resto e riprendo a lavorare proprio con l’umiltà di chi è all’esordio”. Melchiorre Bega


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