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Abstract L’acqua è la nervatura principale di un territorio, è l’articolazione della vita all’interno di esso. Per un planner considerare l’acqua è, e deve essere, uno dei punti chiave (forse il più importante) per le azioni sul territorio poiché, da sempre, da essa dipendono le scelte della natura e dell’uomo. È la costituzione - determinazione - sovrapposizione dell’ambiente naturale ed antropico in quello che oggi chiamiamo “paesaggio”1, così come inteso dalla Convenzione Europea del Paesaggio, che specifica e dà forza al significato che l’acqua ha all’interno del territorio. Ciò che si cerca di spiegare in questo paper è l’imprescindibile legame tra acqua e territorio, per mezzo dei watershed e le significative azioni che si intrecciano a modelli di pianificazione per restituire una visione sempre diversificata del territorio e del concetto stesso di bacino idrografico, della progettazione in materia di tutela ambientale e delle acqua. Il saggio si articola in cinque parti, in ognuna di essa viene trattato un tema differente dato dall’accostamento del watershed a temi che ad esso sono correlati. Nella prima parte si tratta il legame acqua/ territorio, una sorta di interdipendenza che perdura nel tempo attraverso l’azione dell’uomo e l’adattamento dell’acqua ai suoi fabbisogni. Nella seconda parte si tratta il tema dello sviluppo, inteso nella sua forma primaria proveniente dal territorio e per il territorio, verranno analizzati alcuni modelli di pianificazione che partono dalla visione olistica del territorio per innescare processi virtuosi di sviluppo. Nella terza parte viene approfondito il tema del rischio idrologico e dell’inadeguate misure preventive con particolare riferimento agli ultimi eventi accaduti in Italia. Nella quarta parte si introduce il concetto dell’acqua come bene comune e l’idea di “watershed democracy” con riferimento alle figure di Danilo Dolci, John Wesley Powell e al caso della Tennessee Valley Authority. Nell’ultima parte si tratta il tema della pianificazione e in particolare delle differenze tra gli italiani piani di bacino e i contratti di fiume, evidenziando ancora una volta la necessità di un cambiamento sul piano della progettazione.

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«"Paesaggio" designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.» (Capitolo 1, art. 1 lettera a) Convezione Europea del Paesaggio, Firenze 20 ottobre 2000.


Watershed and land: visioni storiche di un interdipendenza. Il sistema delle acque ha un ruolo fondamentale all’interno di un territorio: è la sua “macchina riproduttiva” più intima, l’alimentatore della vita su di esso. Dalla distribuzione e ramificazione (naturale e artificiale) del sistema delle acque prendono parte le attività del territorio: ecologiche, energetiche, biologiche, agrarie, produttive, economiche, ect. «Leonardo da Vinci ha scritto nei suoi taccuini che “senza l’acqua nulla può esistere in mezzo a noi”2, […] egli conosceva bene la doppia natura dell’acqua per l'umanità, il suo essere sia causa della vita e della morte. […] Questa duplicità dell’acqua, il suo carattere pericoloso e benefico, oggi ha raggiunto un livello estremo, accentuato da squilibri sociali e territoriali con gli effetti dei cambiamenti ambientali e climatici. Inondazioni e siccità, lo spreco di acqua nelle metropoli occidentali e la mancanza di acqua potabile nei paesi poveri, così come l'irrigazione e l'erosione, caratterizza il mondo contemporaneo» (Paba, 2012). Nelle scienze territoriali e paesaggistiche lo studio dell’idrologia ha una rilevanza notevole poiché il sistema delle acque svolge il ruolo più importante nel territorio (come già è stato detto) e nelle correlazioni ecologiche del paesaggio, dal momento che trasferisce materiali ed energia tra i diversi ecosistemi. «L’azione delle acque dipende: dalle condizioni in cui si presentano nel territorio, acque superficiali e sotterranee; dalla quantità disponibile; dalle sue caratteristiche qualitative; dal suo stato chimico e fisico; dalla geomorfologia, che agevola o riduce i processi erosivi; dalle caratteristiche meteo climatiche locali e dai relativi cambiamenti nel tempo; infine dall’intervento antropico che ha profondamente alterato in bilancio idrico del territorio» (Baldi, 2007). Nella relazione tra acqua e territorio è molto interessante osservare come il paesaggio ne sia strettamente dipendente, è il risultato di una somma costituita da elementi primordiali: la terra e l’acqua. «Montagna e acqua sono, come è noto, le due parti che compongono la parola giapponese sansui, che significa paesaggio. Il territorio e il paesaggio possono essere riassunte alla fine come una combinazione di acqua e pietra, fiume e montagna» (Paba, 2012). Questo equilibrio della natura è proprio delle scienze orientali che traggono la loro origine dall’osservazione dei fenomeni fisici e dalle loro relazioni, così come l’antica scienza cinese dei venti feng (vento) shui (acqua) che testimonia una relazione di equa sopravvivenza dell’acqua come elemento ordinatore e del vento come caratteristica principale degli eventi naturali. Questi elementi plasmano il territorio e con il loro scorrere determinano le caratteristiche più o meno salubri di un luogo. Secondo l’equilibrio dinamico delle forze Yin e Yang gli eventi naturali sono regolamentati. Le pietre, in quanto elementi in grado di equilibrare le forze Yin e Yang, diventano oggetti sacrali da venerare poiché racchiudono in se la forza ordinatrice tra gli eventi naturali (il vento, feng) e l’acqua (shui). Si ritorna ancora una volta al significato della parola sansui giapponese che attraversando la filosofia cinese del feng shui ci aiuta a capire la dinamica regolatrice del paesaggio inteso come riconsegna di una combinazione di elementi naturali e percezioni date di volta in volta dall’acqua, dalla pietra e dagli eventi naturali. Queste combinazioni dipendono dalle caratteristiche geologiche, 2

Leonardo da Vinci (1980), Notebooks. Oxford: Oxford University Press, pp. 22, 18


geomorfologiche, idrologiche, climatiche, botaniche, storiche e architettoniche peculiari di un luogo e che oggi definiamo come ‘genius loci’ di cui le culture del passato avevano una grande consapevolezza3. Nel paesaggio l’acqua è l’attrice principale, è ciò che plasma la terra e le popolazioni che la vivono, «negli Stati Uniti il libero scorrere dell’acqua è colto come la trasposizione dei caratteri identitari fondamentali» (Corsani, 2012). A tal proposito John Wesley Powell riporta una visione rivoluzionaria del paesaggio americano, lo descrive come una serrata di bacini idrografici all’interno dei quali immagina le radici di una nuova società dedicata alla comunità e ai valori democratici e che abitano e proteggono tali bacini, poiché in essi si identificano e di tale ambiente loro vivono (Worster, 2003). Numerosi fatti storici dimostrano come l’acqua è sempre stata al centro della vita dell’uomo, come ne ha condizionato la propria esistenza ed evoluzione e come il territorio ne ha fatto da frame interattivo rispondendo sia positivamente che negativamente a questa relazione. Infatti, la maggior parte delle scelte di localizzazione delle antiche civiltà, delle città dopo e delle grandi metropoli oggi dipendono esclusivamente dall’acqua e dall’uso di questa come risorsa. I bacini idrografici sono il mezzo attraverso il quale questo sfruttamento avviene nella maggior parte dei casi. Sono delle ramificazioni spontanee di distribuzione dell’acqua nel territorio che fecondano e quindi arricchiscono molte zone del pianeta e per questo sono da considerare come uno degli aspetti fondamentali per la nascita delle civiltà e per la loro evoluzione. Già rintracciando le origini della prima civiltà, la Mesopotamia terra fertile e quindi ambita da molti popoli, risulta la forte interdipendenza tra territorio, acqua per mezzo dei fiumi (il Tigri e l’Eufrate) e l’uomo ammagliato da tale natura così ricca, rigogliosa ed equilibrata. L’archeologo statunitense James Breasted coniò negli anni venti il termine “mezzaluna fertile” riferito alla regione più ricca della storia che comprendeva la Mesopotamia, l’Anatolia, la Palestina, la Siria e l’Egitto e che è ancora tutt’oggi bagnata da quattro fiumi molto importanti (il Nilo, il Giordano, il Tigri e l’Eufrate ) che hanno costituito e costruito le civiltà urbane più antiche, e in forza alla tesi trattata in questo paper, non a caso erano delle civiltà fluviali. Il legame con l’acqua per mezzo dei fiumi, “erogatori di fertilità”, è stato determinante, anzi oserei dire decisivo, per l’Egitto e la sua lunga storia di prosperità. Sfruttando al massimo delle potenzialità il Nilo, gli egiziani furono una delle civiltà più potenti e ricche della storia. Erodoto scrisse che “l’Egitto fu il dono del Nilo”, e infatti senza di esso la civiltà egiziana sarebbe stata probabilmente di breve durata. Il fiume fornì gli elementi per rendere vigorosa una civiltà e ha contribuito molto al suo perdurare lungo 3.000 anni4. In questo excursus storico sul legame tra acqua e territorio sono da sottolineare i presupposti dei filosofi greci presocratici. La natura appare ai loro occhi come un tutt’uno vivente che trae la sua origine da un principio primo. Con lo scopo di individuare l’archè, l’origine di tutte le cose, Talete fissa un elemento unificatore nell’acqua mediante l’osservazione diretta dei fenomeni della natura5. La testimonianza di Aristotele ci riporta:

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Baldi M. E. (2007), Per una cultura del paesaggio, Grafill, Palermo. Bartolini Salimbeni L. (2000), Lineamenti di storia dell’architettura, Sovera Edizioni, Roma. 5 Sicuramente l’idea dell’acqua come principio originario è più antica di Talete. Essa apparteneva alla tradizione mitologica diffusa in tutto l’Oriente, tra i sumeri, tra gli egiziani, come tra gli ebrei, le cui teogonie e cosmogonie accoglievano tutte il mito di un “caos acquoso originario” generatore del cosmo. Da Cioffi F., Luppi G., Vigorelli A., Zanette E. (1997), Corso di filosofia, Vol. I, Edizioni scolastiche Bruno Mondadori. 4


«ci deve essere qualche sostanza, o più di una, da cui le altre cose vengono all’esistenza, mentre essa permane . […] Talete, il fondatore di tale forma di filosofia, dice che è l’acqua: egli ha tratto forse tale supposizione vedendo che il nutrimento di tutte le cose è umido, che il caldo stesso deriva da questa e che di questa vive […] i semi di tutte le cose hanno natura umida e l’acqua è il principio naturale delle cose umide»6. La dottrina dell’archè di Anassimandro cerca, invece, di rendere tale elemento più onnicomprensivo e avanza una prima ipotesi evoluzionistica7: «Anassimandro, successore e discepolo di Talete, ha detto che principio ed elemento degli esseri è l’infinito àpeiron, […] e dice che il principio non è né l’acqua né un altro dei cosiddetti elementi, ma un'altra natura infinita dalla quale tutti i cieli provengono e i mondi in essi esistono: “da dove infatti gli esseri hanno origine, ivi hanno anche la distruzione secondo la necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo”»8 . Nell’àpeiron può essere ricondotto il movimento dei fiumi, anch’esso è infinito e si avvicina all’idea di Anassimandro ovvero che là dove tutte le cose hanno origine devono necessariamente anche andare a finire, come i fiumi con la sorgente e la foce. Questo sintetizza l’idea di movimento infinito dell’àpeiron, a questo si aggiunge un altro movimento che è quello fisico dato dalla pendenza e dalla forza di gravità che determina le correnti dei fiumi creando moto e quindi energia, che fondendola all’idea di Talete prima e di Anassimandro dopo si può dedurre che: l’acqua potrebbe essere l’origine di tutte le cose (archè) poiché le sue componenti la rendono essenziale per la vita sulla terra; la vita sulla terra di qualsiasi essere vivente o elemento (come l’acqua) appartiene ad un ciclo, che è in continuo movimento infinito (àpeiron) e che ne determina l’esistenza, il percorso, che non è mai fine a se stesso ma è produttivo e interagisce con la terra, e la “morte”, che non è da considerarsi come cessazione di quell’elemento ma come ritorno alla stessa terra. Si delinea quindi uno scambio equo e reciproco tra terra (territorio) e la vita su di esso (acqua). Dall’entità ed equità di questo rapporto, una relazione che potremmo definire anche amorosa, ne sono sempre dipese le sorti della vita sulla terra, delle componenti biotiche e abiotiche. Se oggi ci troviamo in condizione di scarsità delle risorse e si parla di problemi che incombono sulla nostra esistenza come i cambiamenti climatici, la deforestazione e l’inquinamento ambientale, sicuramente molte delle cause sono rintracciabili sul rapporto acqua/territorio e sull’equità del loro scambio. Come si nota è un legame da non sottovalutare, un “matrimonio” così lungo nel tempo che tutte le civiltà susseguitesi nel corso della storia ne sono state testimoni e che ne hanno di volta in volta osservato, studiato, usato e sfruttato tutti i suoi benefici. «Lewis Mumford afferma che l’acqua è strettamente connessa al destino dell’insediamento umano e ne consegue che “la forma più ostinata di controllo locale è quello della fornitura dell’acqua potabile: non ci si può nemmeno accampare per una notte senza acqua9”» (Paba, 2012). In forza a tale affermazione la storia di Siena, sull’approvvigionamento e la gestione delle risorse idriche, sembra essere un caso esemplare. La città di Siena fu costruita sulla cima delle colline 6

Da Aristotele, Metafisica, A, 3, 983b 17 - 984 a 3, in I presocratici. Testimonianze e frammenti, a cura di G. Giannantoni, Laterza, Bari, 1981, vol. I. 7 Simplicio (VI secolo d.C.) si sofferma sulla dottrina dell’archè di Anassimandro esponendo le probabili argomentazioni. 8 Da Simplicio, Commentari alla Fisica di Aristotele, 24, 13 sgg., in I presocratici, Op. Cit. 9 Mumford L., (1938), The Culture of the Cities. New York: Harcourt, p. 316.


asciutte secondo i modelli urbani Etruschi finalizzati a consentire una maggiore difesa dei centri abitati. Per anni la città di Siena guardava con rancore la florida Firenze, costruita dai Romani in riva all’acqua che le permise (grazie alla forza motrice e ai collegamenti) di diventare l’elemento trainante dell’economia toscana. I fiorentini si galvanizzavano molto di questa loro ricchezza principale (l’Arno) tanto che Dante stesso scrisse: “tu li vedrai tra quella gente vana che spera in Talamone e perderagli più di speranza ch’a trovar la Diana”10 11. La ricerca e disponibilità dell’acqua rappresenta per la civiltà senese una chiave di lettura della sua storia anche politica, legata alla distribuzione e gestione delle scarse risorse idriche tra la popolazione. Il desiderio dell’acqua per il Governo senese si tradusse in una sorta di adorazione simbolica trasfigurata nelle fontane pubbliche che, con la loro collocazione, condizionarono lo sviluppo dei quartieri della città. «Il sistema acquedottistico (buctinus), scavato tra i due strati geologici costituenti le colline senesi raccoglieva le infiltrazioni delle acque piovane e le vene idriche profonde, convogliandole alla luce del sole, alle Fonti» (Nante, 2007). L’acqua era poca e quindi troppo preziosa, doveva essere tutelata. La documentazione di archivio riporta infatti numerose misure di tutela delle acque già nella fase degli impianti, dettando norme per le modalità di scavo dei buctinus, l’analisi del terreno, la costruzione delle fontane e la loro protezione, la manutenzione e difesa dagli attentati di inquinamento con un vero e proprio sistema di vigilanza igienico-sanitaria. Questo sistema servì a fornire acqua alla città fino al 1348. Successivamente sul percorso dei buctinus vennero costruiti i galazzoni, una serie di vasche che servivano a rallentare il flusso delle acque favorendo la decantazione delle impurità12. Ma l’acqua ancora non basta per tutta la popolazione, il ‘bottiniere’ Giovanni Gani scrive, in una relazione al Governo della città nel 1824, che è impossibilitato a servire l’acqua “a tutti quelli che hanno diritto a questo benefizio” e chiedeva disposizioni in merito (Ivi, 45). Cosa scegliere tra togliere l’acqua ai pozzi privati o alle fontane pubbliche? Questo passo è molto importante nella storia di Siena poiché si mette in esame al potere politico la scelta tra l’esigenza del popolo e l’immagine di floridità che i governatori stessi volevano restituire ai forestieri con la rigogliosità delle fontane. La risposta al Gani fu di togliere l’acqua di giorno ai privati per alimentare le fonti e viceversa di notte, ma successivamente l’acqua ai privati fu del tutto tolta sollevando molte proteste (Ivi, 46). Dopo successive modifiche agli impianti e perdurare della siccità, la popolazione iniziò a fare pressione agli amministratori perché l’acqua di Fontebranda fosse elevata con mezzi meccanici con un progetto di un acquedotto che doveva portare a Siena la lontana acqua delle sorgenti del Vivo, sul Monte Amiata (riserva di acqua purissima grazie alla composizione minerale dei suoi strati geologici). Grazie al finanziamento della Monte dei Paschi nel 1914 venne approvato il progetto dell’acquedotto e adeguata la rete urbana al nuovo apporto idrico. La storia di Siena racchiude in se i principi di ‘acqua democratica’ e di partecipazione che inconsapevoli e ingenui sono stati imposti ad un sistema amministrativo scriteriato nel risolvere un problema rilevante e di carattere essenziale come la siccità e la distribuzione dell’acqua alla popolazione.

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Da Dante, Divina Commedia, Purgatorio, XIII, v. 153. Dante, fiorentino, derideva la sete dei Senesi, sempre alla ricerca della Diana, mitico fiume sotterraneo (Nante, 2007). 12 Si deve all’architetto Francesco di Giorgio la descrizione dei primi sistemi di depurazione dell’acqua per sedimentazione (Ivi, 45). 11


Watershed and development: l’uomo, la valle e il lavoro. «Per bacino idrografico di un corso d’acqua (watershed) si intende tutta l’area drenata dallo stesso corso d’acqua e dai suoi affluenti, sino alla sezione terminale, cioè alla foce, ove le portate confluiscono in un altro recipiente come il mare, un lago o un altro corso d’acqua.»13 Morfologicamente, quindi, il territorio interessato da un bacino idrografico è in tutte le sue parti una ‘spugna’ impregnata di vita e a fertilità differente. A seconda della pendenza si hanno interazioni diverse tra suolo, sottosuolo e penetrazione delle acque e questo permette di sviluppare diverse attività legate a tale rapporto. Molto significativo è in questa fase riportare il contributo di John Wesley Powell che ha studiato i bacini idrografici su tutte le scale fondando una nuova scienza della topografia dinamica e un nuovo modo di concettualizzare la visione astratta del territorio americano. Per watershed intende «una superficie che drena ad un unico corpo d’acqua, un fiume, una palude, o un estuario […] questo può essere grande come il Mississippi River, che drena il quaranta per cento del paese, o piccolo come un torrente di montagna drenante poche migliaia o anche poche centinaia di ettari»14. Nella sua concezione di studio dei bacini idrografici sostiene che «la prima necessità deve essere quella di osservare in che modo l’acqua fluisce verso il paesaggio. L’acqua non scorre in linea retta a meno che non è costretta a farlo mediante opere idrauliche. […] ogni bacino è diverso da tutti gli altri, anche nella valle successiva presenta sempre una unità. Tutto all’interno dei suoi confini è legato ad un insieme di forze, dalla geologia alle precipitazioni, all’evaporazione e all’assorbimento del suolo, il ruscellamento e il drenaggio. La vegetazione è parte di tale unità e lo è anche la fauna»15. La funzione e l’entità della valle risulta, dalla definizione di Powell, mescolata all’idea di watershed e riporta la rilevanza del bacino idrografico, il suo range di coinvolgimento del territorio stesso e la reciprocità delle azioni ambientali. L’uomo si interpone da sempre in questa “relazione a catena” usufruendo delle risorse naturali per accrescere le proprie possibilità di sopravvivenza e di sostentamento. L’interpretazione del rapporto tra l’uomo e l’ambiente di una valle trova negli studi geddesiani la sua massima esplicazione in quanto rapporto strettamente connesso alle caratteristiche geomorfologiche proprie della valle e dei bacini idrografici. Nella teoria della ‘sezione di valle’ Geddes parte dall’interpretazione della storia in chiave economica, ricondotta principalmente ad uno studio attento e approfondito del lavoro dell’uomo. In questa egli individua dei valori di civiltà che nascono principalmente dall’entità e dalla modalità in cui l’uomo lavora, ad esempio, la terra16. A questa visione economica e antropologica della valle

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Usai E. (2008), Manuale di Idrologia per la Progettazione, Hoepli, Milano, p. 57. Worster D.(2003), Watershed Democracy: Recovering the Lost Vision of John Wesley Powell, in 23 J. Land Resources & Envtl. 15 Op. Cit. 16 A tal proposito Geddes riporta l’esempio dell’agricoltura. Egli si riferisce prima alla civiltà del grano tipicamente occidentale, in cui «la terra viene arata, e la messe mietuta, dall’uomo e solo da lui» (Ivi, 368). In contrasto all’individualismo occidentale, basato quindi sull’importanza dell’uomo e sul fondamento della famiglia, affianca l’azione comunitaria delle istituzioni orientali che, avendo invece un’economia basata sulla coltura del riso, necessitano 14


affianca poi lo studio della massa terrestre, questa «ci rende vividamente evidenti molte cose: per esempio la gamma dei suoi climi, la corrispondente vegetazione e la vita animale che a essi si accompagna» (Geddes, 1970). Così la sezione di valle si compone nella sua testata principalmente da boschi (di conifere in alto e di cedri più in basso) nella quale le attività principali sono quelle del ‘minatore’, del ‘boscaiolo’ e del ‘cacciatore’. Successivamente, i pascoli si sostituiscono ai boschi ed è la figura del ‘pastore’ a dominare la scena. «E poi, ma ancora sulle alture e dove il suolo è più povero, comincia a comparire il ‘contadino’ (il “crofter”) che in parte sfrutta i pascoli di montagna ma per il proprio mantenimento dipende soprattutto dalla faticosa, strenua coltivazione dei cereali più poveri, avena e segale e, in tempi recenti, patate, ma non ancora frumento» (Ivi, 370). Questo cresce solo dove le terre sono più fertili, nella bassa vallata, ed è ‘l’agricoltore’ (il contadino benestante) ad occuparsene, con le nuove tecniche meccanizzate per la lavorazione della terra. In quest’ultimo passaggio si rivela la chiave di lettura del rapporto tra acqua e territorio. La distinzione fatta da Geddes tra il ‘contadino povero’ e ‘l’agricoltore’ si compie nella rilevanza del watershed come motore propulsore di sviluppo ed economia per i motivi elencati nella prima parte di questo paper che descrivevano appunto l’acqua come elemento di vita e fertilità. Anche Lewis Mumford richiama nel concetto di valle i valori della civiltà legati al modo di come questa vive e lavora all’interno di essa, riferendosi anche ai caratteri eterogenei propri dell’area di un bacino idrografico che in quanto tali costituiscono una region. Egli fa risaltare la varietà dei temi sottesa alla dimensione della valle poichè «la valle del fiume ha il vantaggio di introdurre in un comune schema regionale un’unità diversificata: questo è essenziale ad un’autentica vita civica e sociale»17. La sezione di valle di Geddes ha un rilievo fondamentale nel lavoro di Mumford focalizzato nel legame tra modellazione dell’ambiente fisico e finalità economiche, diventa in seguito un riferimento nel dibattito coevo sulla pianificazione territoriale promosso dalla Regional Planning Association of America (Corsani, 2012). Il tema del ‘regionalismo’ promosso da Mumford e dalla RPAA diventa così di grande rilevanza nella considerazione del sistema naturale e antropico e soprattutto del bacino idrografico. Questo rappresenta l’unità di base, il riferimento principale della region da cui possono innescarsi circoli virtuosi di sviluppo economico e ambientale. Vi sono diverse sfaccettature del beneficio che la “regione del watershed” apporta ad un territorio, che sia esso urbano o rurale. Nel piano per New York proposto dalla RPAA il bacino idrografico di Manhattan diventa il punto di partenza del progetto che promuove il concetto di regionalismo come modello di sviluppo complementare, decentrato ed equilibrato contro l’idea di metropoli del piano di Adams, basato sul concetto di neighborhood come tassello di una crescita continua della città, una visione razionalista dello sviluppo inteso come “imperialismo cosmico”18. quindi di una regimazione delle risorse idriche della valle e della regolazione del flusso. Nel secondo caso l’azione comunitaria diviene fondamentale. 17 Mumford L. (1954), “La cultura delle città”, Edizioni di Comunità, Milano, p.328. 18 Con il termine “imperialismo cosmico” riferito allo sviluppo di una città si vuole intendere un’idea di modello di crescita della città basata principalmente sull’idea di imposizione del potere politico ed economico che trova la sua trasposizione simbolica nella dimensione spaziale della città. Diventa come una sorta di proporzione concatenata: più cresce la città, e con essa l’ambizione al potere economico e politico, più grande è l’idea di supremazia e di imposizione di grandezza sul mondo. Il riferimento al cosmico indica il punto di arrivo dell’ambizione, come uno spazio infinito se si considera il termine cosmo nella sua accezione scientifica come sinonimo di universo. Una città come New York racchiude, nella sua storia e nei suoi piani che l’hanno resa metropoli, l’idea di “imperialismo cosmico”, non a caso oggi è una delle metropoli più grandi al mondo e capitale di una potenza globale, l’America.


Nella visione regionalista del gruppo Mumford , MacKaye e Chase prima e di quella bioregionale di Berg e Dasmann dopo il concetto di sviluppo risulta legato alla bio-regione stessa che ne ha origine, causa e scopo. Negli studi di Alberto Magnaghi invece si legge come lo sviluppo che parte dalla bioregione può essere oggi un punto di partenza significativo. Egli afferma che sta nelle «relazioni sinergiche fra città e campagna» l’inizio del «rinnovamento del concetto di bioregione che richiama ai principi geddesiani della “sezione di valle”». Così «affermare il principio di co-evoluzione fra luogo (place), lavoro (work), abitanti (folk); valorizzare l’unicità identitaria (uniqueness) di ogni regione e di ogni città; mettere in atto analisi di lunga durata per scoprire le relazioni coevolutive (naturali e culturali) “al lavoro” in ogni regione» forniscono «le regole invarianti della bioregione» (Magnaghi, 2009). In questa direzione il ruolo della valle e del lavoro dell’uomo costituisce un punto fondamentale dello sviluppo che parte dal territorio, che trova nei caratteri propri della bioregione l’incipit di una visione contemporanea di sviluppo divenuto quindi locale e autosostenibile. In una nuova accezione lo sviluppo dovrebbe uscire dall’era della globalizzazione e lanciare invece l’«opportunità oggi di istaurare rapporti di complementarietà fra globale e locale, oltre gli schemi univoci di dominanza/dipendenza della fase precedente» (Gatti, 1998)19. L’agricoltura rappresenta, in quest’ottica, l’attività principale (ma non l’unica) da recuperare nel rapporto con il territorio al fine di ristabilire il circolo virtuoso dell’ecosistema, inteso nel senso ecologico ed economico. Il watershed diventa all’ora la più ricca, produttiva, feconda bioregione dalla quale partire per uno sviluppo autosostenibile. «La presenza dell’acqua […] con abbondanza di ruscelli, fiumi e laghi, è colta da molti autori come pegno di fede in un futuro fecondo, come espressione di libertà, come trasposizione di bellezza e di grandezza […] e dei caratteri identitari fondamentali» (Corsani, 2012). Ritorna attuale ancora una volta la trasposizione economica della valle geddesiana e le indicazioni di Powell precedentemente descritte. L’azione delle acque, l’uso del suolo, il lavoro e quindi lo sviluppo, che nasce dalle caratteristiche ambientali del luogo (della valle), deve essere compatibile con le varie specificità pedologiche, dal ‘cacciatore’ delle alture boscate alla fertile bassa vallata del ‘contadino benestante’ che ha la possibilità di coltivare «frumento, vino, olio: l’agricoltura al massimo delle sue possibilità e, con essa, anche la civiltà nella sua espressione più alta» (Geddes, 1970). Il tutto racchiuso in un unico spazio geomorfologicamente definito che è la bioregione e una crescita equamente suddivisa nel senso di comunità, anch’essa diversificata e allo stesso tempo unita dalla specificità del luogo.

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Gatti F., Territorio e sviluppo del locale. Il microsistema territoriale, in Magnaghi A. (a cura di) (1998), Il territorio dell’abitare. Lo sviluppo locale come alternativa strategica, Franco Angeli, Milano.


Watershed and governance: rischio idrogeologico, consumo di suolo e cattiva gestione Made in Italy. In questo quadro “idrografico” che si sta cercando di delineare nel corso del paper è di particolare rilevanza il tema delle politiche sul controllo, gestione e tutela delle acque. Nei secoli l’uomo, tramite esperienza e ingegno, ha inventato e sperimentato diversi metodi per cercare di regimare l’acqua e le sue continue invasioni. La regolazione dei flussi dell’acqua è fondamentale, prima di tutto come protezione dalle inondazioni, ma anche per poterla sfruttare a beneficio degli usi agricoli e industriali. Il territorio italiano è forse l’esempio più significativo dell’uso di sistemi che hanno non solo modellato il territorio ma anche permesso all’uomo di occupare zone non sempre ospitali. Ma la storia dei costruttori dell’Italia contemporanea vede un continuo prolificare di edificazioni in qualsiasi luogo e in qualsiasi modo, meglio se in prossimità del mare o di una qualsiasi zona dove l’edificazione è limitata e l’area vincolata. Per quale motivo accade? Perché “la vista è migliore”, “l’aria più salubre” e una volta preso il “frutto proibito” ci si ostina a gustarlo, deturparlo e privatizzarlo, ed essere pienamente in norma per aver infranto le regole grazie al “condono” come assoluzione da tutti i peccati, e le sanatorie come tributo dovuto al perdono della grande “Mamma Italia”. Ma procediamo con ordine. Tutto il territorio italiano è soggetto potenzialmente al rischio idrogeologico20. Cosa significa? Che tutto il territorio italiano è soggetto alla probabilità del verificarsi di un evento catastrofico naturale come l’alluvione, la frana e la valanga, dannoso per l’ambiente e per l’uomo. Normalmente l’evento idrogeologico è la conseguenza di un fenomeno climatico di eccezionale portata e intensità. Oggi il crescente problema dei cambiamenti climatici sta portando ad un’alterazione del naturale ciclo dell’acqua, portando a variazioni nella distribuzione, entità e intensità delle precipitazioni (con un aumento degli eventi estremi), a variazioni dell’umidità del suolo e al suo ruscellamento, a cambiamenti del vapore acqueo atmosferico. Tra le varie normative che trattano i problemi connessi alla tutela del territorio dai rischi idrogeologici vi sono: - la Legge quadro 183/89 che ha lo scopo di assicurare la difesa del suolo, il risanamento delle acque, la fruizione e la gestione del patrimonio idrico per gli usi di razionale sviluppo economico e sociale, la tutela degli aspetti ambientali ad essi connessi; - il successivo D.M. 14 febbraio 1997 approva le Direttive tecniche per l’individuazione e la perimetrazione, da parte delle regioni, delle aree a rischio idrogeologico; - il Decreto legge 180/98, convertito nella Legge 267/98 ed emanato a seguito della tragica alluvione avvenuta nel comune di Sarno in Campania, approva i Piani Straordinari predisposti dalle Autorità di Bacino, tali Piani individuano e perimetrano le aree a rischio idrogeologico per le quali è prevista l’adozione di specifiche misure di salvaguardia; - il Decreto Legge 279/2000 infine individua interventi urgenti per le aree in cui il rischio idrogeologico è più elevato. 20

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Se si vuole muovere una critica, e ce ne sono parecchie, al sistema legislativo italiano in materia di tutela e soprattutto prevenzione dei disastri ambientali si nota che ad oggi non c’è nessun provvedimento che “vieta” (vietare nel senso si non consentire assolutamente in nessun modo una determinata azione) di occupare il suolo dove questo per svariate ragioni non può essere occupato. Per esempio ci sono i vincoli di inedificabilità, soprattutto in prossimità dei corsi d’acqua o in aree che presentano nel suolo e sottosuolo una instabilità idrogeologica, ma poi il “potere dei soldi” può far cambiare il significato e addirittura l’etimologia della stessa parola “vincolo”, passa da una limitazione della libertà (di movimento, se si tiene conto della meccanica) di fare una determinata azione a una “limitazione provvisoria” spezzata dall’increscioso potere del denaro per mezzo delle “sanatorie”, che ormai stanno rivoluzionando il significato di diverse terminologie tecniche soprattutto legate all’uso del suolo. La mancanza e la non curanza delle disposizioni precauzionali sull’occupazione del suolo in Italia sono state la causa delle numerose catastrofi che si sono succedute, 5.400 alluvioni e 11.000 frane negli ultimi ottant’anni stando alle dichiarazioni dell’ISPRA. A gravare la situazione “disastrosa” sulla quale riversa il Paese è anche la situazione economica e finanziaria che vede una altalenante stabilità con precari ed esigui investimenti in materia di prevenzione; ma soprattutto una inadeguata gestione delle risorse economiche e delle strategie di gestione di questo quadro complicato che è l’Italia. «Il verificarsi di tragedie come quelle di Sardegna 2013, Maremma 2012 e Liguria e Toscana 2011, contribuisce certo la cronica mancanza di denari da destinare alla prevenzione. Trenta milioni l’anno, quanti ne sono stanziati dalla legge di stabilità, in effetti sono pochini per un Paese che avrebbe bisogno di un miliardo e mezzo l’anno per almeno un decennio»21. Dal sito istituzionale dell’ISPRA frane e alluvioni hanno generato costi economici quantificabili in circa 30 miliardi di euro in 20 anni; con una stima del “danno medio annuo” pari a 1,5 miliardi di euro/anno22. Ma purtroppo non sono solo le carenze di risorse economiche a causare tali tragedie. Oltre ai cambiamenti climatici, come si affermava prima, queste incombenti sciagure portano la firma del consumo di suolo e della “mala pianificazione”, devono essere contrastate ora e senza pietà per nessuno. La nostra storia urbanistica è ricca di «piani regolatori sfornati con leggerezza dai Comuni e vidimati con altrettanta leggerezza dalle Regioni; […] programmi territoriali e piani paesistici regionali spesso insensati […] sconsiderate variazioni di destinazione d’uso delle superfici che hanno fatto perdere all’Italia negli ultimi quarant’anni qualcosa come 5 milioni di ettari di terreni agricoli. E qui le responsabilità sono tutte delle classi dirigenti locali, spesso coinvolte nel torbido intreccio di interessi affaristici e speculativi»23. Un’indagine di Legambiente riporta i dati di tale scempio, nel 2011 il 7,6% del territorio italiano non è più naturale, una superficie superiore a quella dell’intera Toscana. «E mentre si prosegue a tirare su dappertutto palazzine e centri commerciali al ritmo di cento ettari al giorno (stime del ministero dell’Agricoltura), un anno fa il Dipartimento della Protezione civile informava che ben quindici Regioni non avevano presentato l’elenco dei Comuni con i piani

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Rizzo S., Suolo e rischi, una Babele di competenze. Così fallisce il federalismo ambientale, «www.eddyburg.it», 21 Novembre 2013. 22 Casucci S., Liberatore P., Una valutazione economica dei danni causati dai disastri naturali., «www.eddyburg.it», 29 Maggio 2012. 23 Rizzo S., Op.Cit.


d’emergenza aggiornati: questo in un Paese come l’Italia che ha ben 6.600 enti locali su poco più di 8 mila sui quali incombe il rischio idrogeologico»24. In questo quadro davvero drammatico si auspica un cambiamento di norme, di modelli e di pianificazione, ma soprattutto di mentalità e di interessi. Ma purtroppo la catastrofe Sarda si aggiunge all’elenco delle numerose tragedie legate alle calamità naturali in cui al momento suscitano le considerazioni di “convenienza” della serie: questo dovrebbe servire da lezione per un cambiamento di rotta! Ma quanta gente deve morire ancora perché questa lezione sia assimilata? In questi giorni, nonostante la catastrofe, in Sardegna si discute del nuovo piano Paesaggistico approvato in via provvisoria dalla giunta Castellacci, un aggiornamento di quello del 2006 che prevede una massiccia cementificazione delle coste e della campagna giustificata dalla forte vocazione turistica dell’isola e quindi sarebbe pure utile in termini di crescita economica. Legambiente definisce le intenzioni del piano come “preoccupanti” e le norme come un “cavallo di Troia” escogitate per spalmare una nuova colata di cemento sulla Sardegna25. Altro caso di “mala pianificazione”, e ce ne sono migliaia, è legata alla tragedia di Messina del 2009, quando un alluvione provocò la morte di 37 persone. «Mentre infuriavano “pretestuose” polemiche la Regione siciliana, punta sul vivo, diramò un comunicato nel quale sosteneva che in dieci anni aveva speso 200 milioni di euro allo scopo di prevenire il dissesto idrogeologico nel solo messinese. Ma qualcuno dei solerti dirigenti regionali si era forse accorto delle palazzine spuntate come funghi nell’alveo dei torrenti?»26 Ciò è “devastante”, per quanto riguarda il territorio e l’ambiente ma soprattutto la popolazione, “imbarazzante”, per chi esercita la professione del planner e riflette un minimo di buon senso nelle proprie azioni, “spiazzante” per tutti e per il futuro del nostro Paese.

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Rizzo S., Op.Cit. Sardegna allarme ambientalista:“Rischio cemento nella revisione del Piano Paesaggistico”, «www.repubblica.it», 20 Novembre 2013. 26 Rizzo S., Op.Cit. 25


Watershed and democracy: in Dolci, in Powell e nella Tennessee Valley Authority. «Inondazioni e siccità, lo spreco di acqua nelle metropoli occidentali e la mancanza di acqua potabile nei paesi poveri, così come l'irrigazione e l'erosione, caratterizza il mondo contemporaneo. L'acqua è ora anche una risorsa controversa e contestata […]. Negli ultimi anni, in molti paesi del mondo le politiche di privatizzazione dell'acqua si sono ampliate: in origine come un bene comune, l'acqua è diventata un bene distribuito in modo non uniforme» (Paba, 2012). Il concetto dei “beni comuni” indica originariamente quei beni quali le risorse naturali (acqua, fauna, ecc.) esauribili, ma dal cui sfruttamento nessuno può essere escluso. Il problema originario dei beni comuni è quello di stabilire delle regole che permettessero lo sfruttamento tendenzialmente universale della risorsa preservandone l’esaurimento. Garrett Hardin scrisse nel suo noto saggio “The tragedy of the commons” che il problema della preservazione dei beni comuni è nel loro libero accesso. Tale provocazione in realtà voleva spiegare come il bene comune che è a disposizione di tutti, senza nessuna regolamentazione, corre il rischio di seguire i propri interessi personali e quindi lo sfruttamento eccessivo della risorsa in modo da causare una situazione diversa dall’ottimo sociale. L’equivoco di Hardin sta però sull’entità dei commons, come riporta il premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom che dimostra come la ‘tragedia dei beni comuni’ sia uno dei paradigmi sostanziali sulla loro governance e il diritto di proprietà27. Se si considera però l’acqua come bene comune, e quindi una risorsa in esaurimento e di dubbia appartenenza, ritorna attuale la ricerca di Danilo Dolci: architetto, intellettuale, attivista, comunitybuilder e progettista di educazione ambientale, è stato uno dei dominatori dello scenario culturale nella vita italiana del secondo dopoguerra. «Lo spreco, il consumo ingiustificato di risorse naturali e umane è il dramma fondamentale degli uomini che, pur stretti tra bisogni (crescenti) e mezzi (scarsi), sprecano tuttavia molte risorse materiali e umane» - scrive Dolci a proposito di Partinico - «Quaranta anni fa ho cominciato a verificare come una terra può malamente soffrire perche non si riconosce, non riconosce le proprie possibilità di autentica crescita, finché non identifica il proprio specifico “spreco” e lo trasforma in occasioni pregne di valorizzazione»28. Questo diventa rilevante quando si tratta di una risorsa preziosa come l’acqua, con tutte le utilità che essa concerne, e del bisogno increscioso di materie prime che creano cicli produttivi, quindi lavoro e crescita. A Trappeto, un piccolo borgo dove il banditismo appariva come il rimedio naturale all’impossibilità di trovare delle vie legali alla sicurezza sociale della popolazione, Dolci intraprende nel novembre 1955 la protesta che sollevò il problema della diga sul fiume Jato. «Le acque si sprecano d’inverno

27

www.greencrossitalia.org Dolci D. (1987), La comunicazione di massa non esiste, L’Argonauta, Latina, pp. 7-8. Tratto da Ragone M. (2011), Le parole di Danilo Dolci. Dizionario lessicale-concettuale, Biblioteca di Educazione Democratica, I, Edizioni del Rosone, Foggia. 28


nel mare, mentre le campagne arse d’estate potrebbero produrre per tutti: ma come e possibile volere una diga quando non si sa cosa e una diga?»29 Nel corso delle sue ricerche egli aveva scoperto che, per migliorare la situazione agricola ed economica della zona, era stato fatto un progetto che, da molti anni, giaceva sepolto in qualche ufficio ministeriale: una diga sul fiume Jato. La Cassa per il Mezzoggiorno autorizzò la costruzione della diga al nono giorno del digiuno di Dolci. «Non si può mai pensare di aver vinto. Ricordo quando, alcuni anni addietro, eravamo riusciti ad ottenere l’inizio dei lavori alla diga: dopo scioperi duri mesi e mesi – fame, minacce, denunce, galera –, dopo anni di pressione popolare contro sbirri, burocrati paurosi ambigui magistrati, isolando i mafiosi – tutti contro – dimostrando quanto era assurdo, infame sprecare l’acqua a mare ed intanto lasciare uomini senza lavoro. Il giorno dell’avvio dei lavori della strada per giungere al futuro cantiere, siamo andati a vedere: trenta uomini curvi spicconavano sotto gli occhi di un tipo col cappello, sotto un grande cartello: un mafioso già aveva il subappalto».30

Oggi la Diga Jato, con una capacità di 72,5 mc, è tuttora attiva, le acque vengo utilizzate a scopo potabile dai comuni di Terrasini, Cinisi e dalla zona occidentale di Palermo. Nella esperienza di Danilo Dolci è possibile trovare tutte le caratteristiche del concetto di acqua democratica , che ha origine dalla nozione di bene comune (che deve essere disponibile per tutta la popolazione e che è quindi necessario di opporsi a qualsiasi tentativo di privatizzazione), in quanto tale è una risorsa preziosa che deve essere attentamente salvaguardata, non sprecata, e garantita nel territorio, al fine di proteggerlo e preservarlo; le opere di manutenzione del territorio per la conservazione dell’acqua e di altre risorse naturali richiedono la partecipazione attiva degli abitanti: quest’ultimo passaggio segna il collegamento cruciale tra l'acqua, la democrazia, la partecipazione e il sociale; infine l’acqua è anche una forza spirituale , un fattore di identificazione per la comunità (Paba, 2012). In questa descrizione dell’acqua e del suo “riuso” (tema che verrà ampiamente esposto più avanti) improntato di democrazia, un’altro pensiero significativo è racchiuso nelle ricerche e nei lavori di John Wesley Powell: scienziato americano, esploratore, geologo e ambientalista; si distinse per aver guidato la prima spedizione scientifica del fiume Colorado, nel West americano tra il 1867 e il 1869, e le sue teorie sul rapporto tra le caratteristiche fisiche del territorio, i confini amministrativi e gli aspetti sociali. Powell ricostruisce una nuova immagine del West americano rispetto lo scenario collettivo tradizionale: non un paradiso, ma una terra difficile caratterizzata da un’opprimente scarsità di acqua. In una delle sue descrizioni riporta che la scarsità dell’acqua diventa in alcuni punti una mancanza vera e propria, questo descrive bene il valore che l’acqua ha nell’America Occidentale. Mentre gli agricoltori dell’Oriente affrontavano in quel periodo il crescente potere delle ferrovie, quindi l’espansione del commercio e l’aumento di ricchezza; quelli dell’Occidente affrontavano la minaccia dell’avara natura (Worster, 2003). L’importanza del watershed diventa centrale sia nel West americano che nella visione di Powell, il punto centrale del suo pensiero sta proprio nel fatto che l’acqua è un bene comune, che la mancanza o la scarsità di tale bene eleva esponenzialmente il suo valore e crea conflitti; egli propone di sostituire i conflitti ad un senso di comunità, poiché quella zona di terra, un sistema idrologico 29

Dolci D. (1968), Inventare il futuro, Laterza, Bari, pp. 17-8. Tratto da Ragone M. (2011), Op. Cit. Dolci D. (1970), Il limone lunare, (Poema per la radio dei poveri cristi), Laterza, Bari. Tratto da Ragone M. (2011), Op. Cit. 30


delimitato, crea al suo interno dei legami tra tutti gli esseri viventi connessi indissolubilmente dal loro corso d'acqua comune e dove, per le stesse logiche i loro antenati vi si stabilirono, essi debbano diventare parte di una comunità. Powell poi correla ambiente e società, paesaggio e comunità, natura e democrazia. Worster scrive: “il piano definitivo di Powell per la regione è stato quello di creare un nuovo sistema politico basato sul concetto di watershed, cioè, sui corsi d'acqua che scorrono attraverso la campagna e sulla terra che fornisce l'acqua”. Il pericolo più grave della scarsità di tale risorsa consisteva nel fatto che l’acqua poteva facilmente essere monopolizzata. E il monopolio di una necessità vitale come l'acqua dovrebbe rappresentare una minaccia per la condizione già abbastanza precaria dei contadini. Proteggere la limitata offerta dell’acqua dalle mani di molti potenziali utenti è stata una delle più grandi sfide lanciate nel West americano. Powell a tale scopo rivoluziona i metodi di rappresentazione cartografica cercando di graficizzare il concetto di watershed democracy. In una mappa apparsa nella undicesima relazione annuale su l’Indagine Geografica degli Stati Uniti (1889 - 1890) vengono rappresentate le terre occidentali americane basate non sulle divisioni amministrative tradizionali ma solo sui bacini idrografici e sui loro confini naturali31. Il concetto di watershed democracy pone quindi la consapevolezza che, da un lato, il controllo del territorio può verificarsi solo in una visione olistica con quadri ambientali unificati e, dall'altro, che gli ambienti naturali sono molto importanti per le persone e le comunità che li abitano. All'interno di ogni bacino idrografico ci dovrebbe essere una comunità politica di cittadini armati di conoscenza per considerarlo come bene comune e per rendere le norme che disciplinano il suo uso. Powell ha capito che una vera democrazia deve essere costruita su una base economica e politica ambientale . Tutti i terreni e l'acqua devono essere messi sotto il controllo ultimo di tutte le persone, poichè sono loro che vivono in quella terra e che di essa si nutrono (Worster, 2003). L'idea che ci sia un ‘fiume comunità’, il cui destino si intreccia con l'ambiente in cui le persone vivono e che questa comunità-fiume può avere un ruolo attivo, portando avanti la democrazia e la partecipazione delle persone, è uno degli aspetti più rilevanti del progetto della TVA 32. La Tennessee Valley Authority è un ente territoriale nato insieme alle leggi generali del New Deal nei primi “cento giorni” dell’amministrazione roosveltiana. I fini principali della TVA comprendono il controllo del fiume Tennessee per impedire le alluvioni, la stabilizzazione dei versanti della valle mediante alberature, lo sviluppo della navigazione, la produzione di energia elettrica e lo sviluppo agricolo e industriale (Corsani, 2012). La valle del Tennessee vedeva una preponderanza di zone rurali con un fondovalle paludoso afflitto dalla malaria. Dopo un intervento statale di fine Ottocento che porta alla realizzazione di un canale navigabile nel punto critico delle Muscle Shoals in Alabama, gli agricoltori della valle perpetuavano ancora i vecchi sistemi di coltivazione, senza opere di difesa del suolo e causando fenomeni di erosione e deforestazione. In questo senso l’opera della TVA doveva segnare un cambiamento decisivo. «Il primo decennio di vita della grande agency, ricco di imponenti risultati, vedeva la realizzazione di numerose dighe e la sconfitta della malaria» (Corsani, 2012). David Lilienthal, che ha guidato la TVA, ha raccontato la sua storia in un libro intitolato “Democracy on the march”. La diffusione della TVA si deve principalmente alla sua opera che promuoveva l’ente come la prima agenzia al mondo che interviene con compiutezza su un bacino tanto ampio e gestisce complessi interventi pianificati in regime di democrazia. Nel dibattito sul 31 32

Da Loeffler J.(2010). Thinking as a Watershed. Rural Connections, May, pp. 51-52. In Paba G.(2012), Op. Cit. Paba G.(2012), Op. Cit.


piano all’interno della TVA emerge il commento di Arthur Morgan convinto che la promozione del benessere economico e sociale della regione doveva integrare altre forme di economia basate sulle tradizioni culturali e artigiani della valle, ma è costretta a desistere per la mancanza di potere legata al raggiungimento di quell’obiettivo. Lilienthal invece era maggiormente orientato alla partecipazione sociale e quindi affidò lo sviluppo agricolo e industriale totalmente all’iniziativa privata, un fenomeno che egli stesso definisce come grassrootes democracy. Il contrasto specifico, connesso al concetto di pianificazione territoriale, ha come punto cruciale la formazione di una fascia di terra intorno ai nuovi bacini che si formano a monte delle dighe, estesa oltre le necessità legate al controllo idraulico» (Corsani, 2012). Morgan intende costruire intorno ad ogni bacino una fascia protettiva pubblica in modo da controllare sia le destinazioni d’uso di una zona sensibile sia i ricavi ottenuti attraverso la gestione di quei terreni in situazioni di pregio paesistico o vicini alle città. Ma dalla decisione si passa a riduzioni significative di tale fascia fino a ridurre gli acquisti alla sola terra a rischio inondazione. Dato il numero dei bacini e il grande sviluppo delle loro linee di costa questo rapporto acqua/territorio gioca un ruolo fondamentale nelle strategie del piano. Successivamente Benton Mac Kaye viene incaricato come capo della Division of Land Planning and Housing per delineare i principi del piano della TVA che intraprende un’ottica ‘regionalista’. Ma egli fallisce nell’impresa e la pianificazione della TVA verrà discussa in numerosi rapporti. Un altro punto rilevante, portatore di scompenso e dibattito, è la previsione delle dighe finalizzate alla produzione di energia elettrica e quindi alla rinascita economica dell’intera valle. Ma, dopo il primo decennio, la loro costruzione si rivela una delle cause principali degli squilibri ambientali (esisteranno nel sistema del Tennessee ben 28 dighe) e dei fallimenti delle intenzioni del piano. «Alla fine degli anni ‘30 la costruzione delle dighe e delle altre opere complesse, fra cui spicca Norris Town, procede a pieno ritmo e fa dimenticare la mancanza del piano di lungo periodo immaginato da Morgan e Mac Kaye, intesa a formare l’uomo nuovo insieme al nuovo volto della valle. Le priorità imposte dalla seconda guerra mondiale contribuiscono poi a lasciare in secondo piano gli attriti e le sperequazioni sul piano sociale. La gestione di Lilienthal stabilizza e diffonde il successo della TVA ma, è il caso di dire, ne riduce la portata» (Corsani, 2012).


Watershed and planning: dai Piani di Bacino ai Contratti di Fiume. La questione del rischio idrogeologico accennata prima rimanda necessariamente all’analisi della legislazione vigente e al riparto dei poteri legislativi ed amministrativi tra stato e regioni ed autonomie locali. Nella nostra legislazione esistono diverse categorie di vincoli che pur riguardano la stessa materia e pur riunificabili nella finalità di tutela se ne distinguono per natura e contenuto. In primis va ricordato il RD 523/1904 con finalità di difesa spondale e degli alvei dei fiumi, dei rii, dei canali e scolatoi pubblici; esso sottopone ad autorizzazione amministrativa qualunque tipo di trasformazione33. Vi è poi il RD 3267/23 che prevede direttamente una serie di limitazioni alla proprietà privata in funzione della prevenzione di frane, smottamenti, inondazioni e possibili danni al territorio34. Questa tipologia di vincoli si biforca anche in base all’art. 866 del codice civile in vincoli alla proprietà forestale per finalità di protezione dell’igiene pubblica nel senso che il mantenimento dei boschi e quindi il divieto di usare i terreni in funzione agraria ha la finalità di preservare i terreni a valle da possibili valanghe, ruine, etc. ed in vincoli propriamente idrogeologici per evitare che i terreni subiscano denudazioni, perdita di stabilità o turbare il regime delle acque. L’apposizione del vincolo quindi deve tener conto della diversa finalità e della diversa natura dei terreni. Accanto a queste tipologie di vincoli si affiancano quelli di bacino che non sostituiscono ma integrano quelli richiamati e che sono citati dall’art. 17 alla lett.f) e alla lett. n) della l.183/89 che prevedono la possibilità di apporre prescrizioni con contenuti assai più ampi di quelli che sono richiamati nelle disposizioni dei RD sopra citati. «Va poi segnalato il tendenziale assorbimento del vincolo idrogeologico con quello paesaggistico (vedi art. 1 1 co della l.183) che parla di aspetti ambientali connessi alla difesa del suolo, come sta accadendo per tali oggetti di tutela nei più recenti piani paesaggistici. D’altronde l’art 82 del 616/77 afferma che sono sottoposti a vincolo paesaggistico i boschi etc. e quelli sottoposti a vincoli di rimboschimento» (Urbani, 2006). Va rilevato anzi che pur permanendo la potestà di apposizione del vincolo attraverso atti puntuali è ormai il piano di bacino che svolge questa funzione. Attraverso il piano di bacino idrografico sono “pianificate e programmate le azioni e le norme d'uso finalizzate alla conservazione, alla difesa e alla valorizzazione del suolo e alla corretta utilizzazione delle acque, sulla base delle caratteristiche fisiche e ambientali del territorio interessato”35. Nella Legge 183/89 sono comunque previsti con una certa gradualità anche altri strumenti più agili, più facilmente adattabili alle specifiche esigenze dei diversi ambiti territoriali e più efficaci nei confronti di problemi urgenti e prioritari o in assenza di precedenti regolamentazioni. Tali strumenti, previsti, in parte, fin dalla prima stesura della legge, in parte introdotti da norme 33

Urbani P. (2006), La Pianificazionedel Rischio Idrogeologico nella Legislazione Vigente. Problemi e Prospettive, dal Convegno Umbri@ambiente 2006 di Perugia 14-19 novembre 2006. 34 Op. Cit. 35 L.183/89 art.17, comma 1.


successive, sono gli schemi previsionali e programmatici, i piani stralcio e le misure di salvaguardia che rimangono però atti preliminari a validità limitata nel tempo. I piani stralcio sono atti settoriali, o riferiti a parti dell'intero bacino, che consentono un intervento più efficace e tempestivo in relazione alle maggiori criticità ed urgenze. All'adozione del piano di bacino tali precedenti disposizioni saranno integrate e coordinate in un quadro unitario per l'intero territorio, e per le materie di pertinenza36. Per quanto riguarda il quadro delle competenze legislative ed amministrative occorre vedere ove si colloca la materia della difesa del suolo (e di difesa dalle acque). In materia di governo del territorio vi è la difesa del suolo e quindi la possibilità alle regioni di legiferare nel rispetto dei principi fondamentali desumibili dalla legislazione vigente. Ma non sempre in tali leggi vengono tenuti in considerazione tali profili. Questo comporta una serie di conseguenze assai rilevanti proprio in riferimento alla questione della pianificazione di bacino o come oggi si direbbe della pianificazione per distretti37. Nei bacini regionali le regioni attraverso i loro piani hanno esercitato la funzione di tutela idrogeologica facendo ampio uso dei vincoli idrogeologici intesi in senso lato, ma la potestà legislativa ed amministrativa permane anche in presenza di una riunificazione dei bacini in distretti d’interesse nazionale. Cioè, anche in presenza di una pianificazione di distretto le regioni possono integrare o sottoporre a maggiore tutela il territorio di riferimento con interventi vincolistici di tutela. E questo comporta due considerazioni: 1) di rivedere il contenuto del vincolo idrogeologico come prevede la l.183/89 art.3 1 co lett.p) che parla appunto di “riordino del vincolo” per aggiornarlo alle nuove esigenze di tutela riunificando le tipologie in un'unica categoria con contenuti differenziati. 2) di considerare il concetto di “riordino del vincolo” come il permettere a ciascuna regione di riordinare anzi di riperimetrare gli attuali vincoli idrogeologici esistenti sul territorio regionale ma anche ridefinirne i contenuti. Altro grosso problema della pianificazione così come è stata fin’ora oltre alla questione dei vincoli è la diversificazione di diversi strumenti e i lunghi tempi di redazione. Le Autorità di bacino sono istituite dalla l.183/89. L'Autorità è un organismo misto, costituito da Stato e Regioni che opera, in conformità agli obiettivi della legge, sui bacini idrografici considerati come sistemi unitari. La sua costituzione è direttamente orientata a consentire interventi di pianificazione integrata a scala di bacino. La pianificazione unitaria può essere resa possibile solo risolvendo le frammentazioni istituzionali e di competenza e l'Autorità di bacino diviene, dunque, luogo d'intesa unitaria e di concertazione delle scelte di pianificazione nonché di sinergia operativa, tra tutti gli agenti istituzionali interessati alla difesa e allo sviluppo delle risorse dell'ambiente. Con le Autorità di distretto (dalla D. Lgs. 152/2006 ) la pretesa unitarietà e la sintesi vanno a scapito della diversità e della partecipazione delle regioni alla tutela idrogeologica. La soppressione delle Autorità di bacino regionali non migliora la performance della tutela idrogeologica ma apre nel tessuto multilivello istituzionale dei pericolosi vuoti amministrativi e di governo della difesa del suolo38. Nei principi della governance multilivello a cui auspicano le leggi italiane e alla nuova (ma già passata di moda) pianificazione negoziata, la tutela dell’ambiente e la gestione deui bacini idrografici vede un nuovo rapporto già esposto lungo tutto questo paper. Considerare il watershed 36

www.adbpo.it Dal D. Lgs. 152/2006 come recepimento della Direttiva Europea 2000/60. 38 Urbani P. (2006), Op. Cit. 37


come bioregione e quindi come prima forma di comunità e di aggregazione sociale rimanda ai principi di watershed democracy presentati fin’ora. Questi concetti introducono quindi la necessità di costruire degli strumenti che tengano conto della partecipazione dei cittadini come “primo tipo di comunità”, del coinvolgimento di tutti gli attori coinvolti nella ‘regione del watershed’ e l’attuazione di processi di democrazia deliberativa. Negli ultimi anni la questione del rapporto tra l'acqua e la democrazia ha conquistato il dominio della pianificazione e governance regionale. In Europa, specialmente in Francia, Italia e Belgio, si sono diffuse le esperienze di pianificazione collaborativa, che hanno preso il fiume, la valle, e il watershed come riferimento primario. Il "contrat de rivière" in Francia e "Contratti di Fiume" in Italia rappresentano proprio queste caratteristiche: un paradigma di una visione olistica, pianificazione collaborativa integrata, il coinvolgimento delle amministrazioni e dei cittadini, l'integrazione del settore agricolo e la tutela dell'ambiente; la relazione tra lo sviluppo locale, la partecipazione e la sicurezza, la stretta relazione tra territorio, ambiente e paesaggio (Bastiani , 2012). «Il Contratto di Fiume è la sottoscrizione di un accordo che permette di “adottare un sistema di regole in cui i criteri di utilità pubblica, rendimento economico, valore sociale e sostenibilità ambientale intervengono in modo paritario nella ricerca di soluzioni efficaci per la riqualificazione di un bacino fluviale»39 L’obiettivo principale è quello di costituire in forma incrementale, il passaggio da politiche settoriali di mitigazione del rischio idraulico e inquino logico a politiche integrate di riqualificazione ecologica, fruitiva e paesistica del sistema fluviale. Il Contratto di Fiume costituisce uno strumento importante nella programmazione negoziata rivolta alla riqualificazione dei bacini fluviali. Nell’ambito del processo che conduce alla stipula del Contratto di Fiume sono considerate da un lato le funzioni ed il ruolo del corso d’acqua nell’ambito territoriale in cui esso è inserito e dall’altro gli “attori” ovvero i portatori di interesse che, a vario titolo, hanno a che fare con il fiume sia direttamente che indirettamente. Dall’identificazione delle funzioni del corso d’acqua e della pluralità di persone/enti coinvolti, si individuano le esigenze sicurezza idraulica, disponibilità della risorsa idrica, ripristino della funzionalità ecologia e della naturalità del corso d’acqua, possibilità di fruizione a scopo ricreativo o didattico, l’integrazione dell’ambito fluviale nel paesaggio circostante, esigenze di tipo economico connesse direttamente con il territorio - cui dare risposta40. Le modalità di azione sono del tutto alternative, vedono un’integrazione ‘orizzontale’ e ‘verticale’ tra i programmi e i piani d’intervento che incidono su un bacino fluviale evitando il rischio di sovrapposizione e i piani di gestione delle risorse idriche, del rischio idraulico, piani di gestione dei bacini idrografici, piani di sviluppo rurale, piani paesistici, ecc. (Bastiani, 2012). A segnare l’innovazione principale è di particolare importanza il passaggio da un modello gerarchico ad un modello di governance, in un ottica di complementarietà in cui il coinvolgimento porta a rafforzare la cultura dell’acqua. Il riferimento alla zona del bacino idrografico; la natura polivalente del progetto; una attento studio del patrimonio territoriale, la ricostruzione della storia, del territorio e dell'ambiente; l'integrazione degli aspetti ecologici, ambientali, urbani ed economici del watershed, l'indagine sociale del modo in cui il fiume è percepito da parte della popolazione, la natura interattiva della conoscenza; 39 40

Definizione del II World Water Forum, 2002. www.vicenzanatura.org


l'importanza data alla protezione dei terreni agricoli come risorsa economica e per la tutela dell'ambiente, la risoluzione dei problemi idraulici attraverso progetti che hanno anche un senso urbano e paesaggistico, il coinvolgimento di diversi attori nel processo: amministrazioni locali, enti pubblici, esperti e scienziati, scuole e università, associazioni, studenti, cittadini (Paba, 2012)‌ sono le ragioni per cui i Contatti di Fiume debbano essere un nuovo modo di intendere la pianificazione ambientale, la tutela delle acque e la progettazione del territorio che deve partire e coinvolgere sempre i cittadini.


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Documentari The River, film documentario di Pare Lorentz, 1937. Vu du Ciel, episodio 7: pour que vivent les grands fleuves, film documentario di Yann Arthus Bertrand, 2006-2007.


Watershed and