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Dentro la piccola libreria di Via Manin il caldo di Luglio era intenso, tra gli scaffali ingombri di volumi più o meno ordinati avventori con le ascelle sudate e la fronte imperlata si aggiravano con cognizione di causa, con la sicurezza di chi è abituato alle pagine stampate e ne ama l’odore. L’Angolo era un luogo di commercio al pari di altri, solo che non era il cliente ad avere sempre ragione, ma il prodotto. Nessuna concessione al comfort umano tipo i condizionatori o i divanetti di altre librerie della grande distribuzione, esclusivamente libri. Libri da cercare, da trovare, da prendere, pagare e leggere a casa, volendo brevi ma profondi scambi di opinione con Luciano, l’anziano proprietario. Probabilmente il posto ideale dove ambientare l’inizio di un romanzo, punto di incontro di molti intellettuali ed artisti della città che ci si ritrovavano di rado per discutere o proporre reading di poesie, sempre per comprare libri. Interessanti anche le giovani studentesse al primo o secondo anno di università che con il loro fare alternativo e il perizoma oltre la cinta dei pantaloni si raggruppavano fuori della porta a fumare sigarette e commentare il passaggio di quello scrittore piuttosto che dell’altro fotografo. La giornata era davvero calda e le studentesse particolarmente svestite, il tanfo di asfalto bollente faceva venire il mal di testa ed anche girovagare in bicicletta non dava sollievo, i parchi affollati di anziani aggrappati alle badanti e in spasmodica ricerca di ombra e brezza, i tassisti annoiati a bordo strada, le serrande abbassate per le ferie. Luciano non chiudeva per ferie, non in estate almeno, una forma di anticonformismo con cui cercava una volta in più di sfuggire alla normalizzazione della vita quotidiana, un esercizio che si portava appresso dai tempi della giovinezza assieme alla passione per la corsa. Non c’era mattina in cui non lo si potesse vedere passeggiare ad andatura sostenuta lungo l’argine del canale dietro il Liceo Scientifico G. Bruno, da qualche anno non correva più su consiglio del medico, il suo cuore debole ed affaticato già si stressava abbastanza a causa delle solite giovani studentesse che gli sfilavano davanti gli occhi provocanti e disinibite. L’Angolo era anche ricettacolo di scoppiati d’ogni genere, alcuni ci si trascinavano regolarmente dagli anni ’70 credendosi ormai artisti affermati solo per questo motivo, altri ci passavano davanti andando al lavoro incravattati e compravano velocemente per non perdere l’autobus, poi ragazzi appena adolescenti in piena fase di ribellione al sistema, qualche mamma e qualche papà, pensionati famelici di romanzi che scoppiati lo erano stati mezzo secolo prima, tutto pubblico per i rarissimi, partecipatissimi 1


incontri con autori di grande talento ma praticamente sconosciuti, gente da poche migliaia di copie vendute, autentiche perle nel buio quasi totale della letteratura contemporanea, almeno così diceva Luciano. Eugenio Boninzoni era una di quelle perle, una penna raffinatissima e tagliente anche se scriveva alla tastiera qwerty e non con la biro, un quasi trentenne maturo, stilisticamente impeccabile e dannatamente cupo, ma non cupo da baratro depressivo, cupo da schifo rivoltante per gli esseri umani dozzinali e senza passione che si vedeva attorno quotidianamente, dotato di una leggerezza straordinaria nell’affrontare argomenti leggeri e di una sconfortante, complessa profondità nell’affrontare quelli profondi. I suoi romanzi si concentravano solitamente in poche pagine, duri, impervi, irrispettosi, catarrosi ma allo stesso tempo lineari e assolutamente godibili, parole come armamenti atomici, anche nella conversazione, noncurante dell’interlocutore medio cui mai risparmiava stoccate feroci, polemico, con una immaginazione sconfinata e altrettanta riserva di energia critica da applicare alla stupidità altrui, brillante parlatore, capace di capire qualsiasi cosa e di averne un’opinione personale. Bruttino, decisamente bruttino, affascinante però, con il fascino del solitario volatore d’alta quota tutto sommato indifferente alle vicissitudini dei simili con i piedi attaccati per terra, dandy nei modi e negli atteggiamenti sia fisici che mentali, schermidore dialettico in grado di trafiggere chiunque, dal capo di stato all’operaio. Solo una volta aveva acconsentito ad essere il piatto forte dell’incontro all’Angolo, ed era stata una serata memorabile. Luciano era il primo dei suoi lettori e si era dato molto da fare per trovargli un aggancio con un editore indipendente, gli era bastato leggere una volta un suo racconto per capire che quel ragazzo aveva tutti i talenti per diventare uno scrittore vero, aveva rabbia, genuinità, idee, voglia di raccontare, e al suo occhio esperto era apparso subito come un puledro di razza che non poteva andare sprecato a trainare le carrozze con sopra grassi turisti americani. Bruno Ticozzi era l’uomo giusto per uno così. Detto fatto. Nel giro di sei mesi le lastre del primo romanzo di Eugenio erano state date in pasto ai rulli tipografici. Bruno Ticozzi era un imprenditore che ad un certo punto della vita aveva deciso di destinare i proventi della sua attività all’editoria di nicchia, la BT Editrice si era trasformata in pochi anni da realtà artigianale a realtà consolidata, consentendogli di 2


raccogliere attorno a sé scrittori giovani e controcorrente. Nessuno però lo aveva impressionato come Eugenio, che gli era parso subito un coltello tagliente imbevuto di inchiostro. Al primo incontro quel giovanotto lo aveva trattato con sufficienza e distacco quasi fosse il Stephen King di turno, abituato al confronto ed altezzoso aveva messo sul piatto le sue richieste come se la forza contrattuale fosse tutta dalla sua parte, o come non gli importasse nulla di qualunque cosa al di sotto delle sue aspettative. L’obiettivo principale della sua esistenza era non lavorare, non essere schiavo di quel mondo aberrante fatto di falsità e sorridenti umiliazioni, essere libero di esprimersi, di rimanere sveglio per godere la notte, libero di scopare con tutte le donne del pianeta che ne avessero avuto voglia, libero di ubriacarsi e dormire fino alle tre del pomeriggio, libero di spendere la sregolata esistenza scrivendo, solo scrivendo. Nessun compromesso, prendere o lasciare. Bruno era rimasto stupito da quanta disordinata forza potesse contenere quel corpo fragile e di come ad Eugenio riuscisse di coprirla con i modi aggraziati e il tono di voce pacato, ne era affascinato e mentre lo guardava negli occhi aveva già deciso che sarebbe valsa la pena di impegnare dei denari per permettere a quel ragazzo di trovare la propria strada. Sarebbe diventato il suo editore, ma non glielo voleva dire subito, per insegnargli che non sempre la partita si vince al primo goal. <<Mi hai fatto un’ottima impressione Eugenio, ma ho bisogno di pensarci su.>> Lui non aveva fatto una piega, sembrava sicuro di essere quello che ha la merce pregiata e non ha bisogno di svenderla, gli aveva stretto la mano e se ne era andato. Quel giorno era nata una collaborazione che avrebbe immesso nel circuito della cultura nuova linfa, ossigeno per il malato cronico. Il contratto gli assicurava circa novecento euro mensili più una piccola percentuale sulle vendite, ma da quando i suoi lavori avevano cominciato ad uscire nelle librerie e ad essere conosciuti erano arrivate anche offerte di collaborazione con riviste di vario genere che gli garantivano ulteriori entrate e una totale indipendenza economica. Era anche riuscito a prendere in affitto un appartamento in centro, soggiorno con angolo cottura, bagno, camera da letto e studiolo, abbandonando la convivenza con i coinquilini che ormai gli andava stretta. Adesso aveva bisogno di stare per conto suo ma contemporaneamente in mezzo alla gente, aveva bisogno di frequentare luoghi frequentati avendo un rifugio in cui rintanarsi una volta stufo di socialità, aveva anche deciso di essere più ordinato per non perdere del tempo prezioso a riordinare. Il pc nuovo era stata la prima spesa dopo il trasloco. 3


La vita era bella, potenzialmente spensierata e priva di preoccupazioni, le condizioni di base erano ideali e le serate di sesso abbondanti, ma il demonio creativo lo tormentava dall’interno e lo faceva stare come una donna costantemente incinta con le doglie perenni, in procinto di partorire in ogni istante. Il fatto preoccupante era che gli piaceva. Adorava sentire quella bestia dimenarsi nelle viscere come un toro in un rodeo e aveva deciso che il giorno in cui lei fosse morta lui si sarebbe suicidato, semplicemente. Questa consapevolezza lo rendeva inossidabile, invulnerabile, non c’era nulla che potesse toccarlo perché sapeva perfettamente che il suo ego sarebbe rimasto reattivo ed appagato fino all’ultimo respiro, era uno scrittore d’altronde. Si amava, cosa ci poteva essere di strano? Era contento del modo in cui riusciva a lavorare sulla materia sé stesso per darle la forma voluta, in questo si sentiva abile come nel mettere in fila parole per comporre frasi e addirittura interi volumi, era orgoglioso di essere così com’era e non si sarebbe cambiato con nessuno al mondo, non gli interessava un cazzo dei soldi perciò non era esposto al rischio grossolano di cercarli, anche se per alcuni aspetti si trattava come un blasonato, calzino con il buco ma porcellane cinesi splendenti. Non era mai arrivato ad indossare vestaglie di seta leopardate per non guardarsi allo specchio e trovarsi ridicolo, non si sarebbe sentito a suo agio con frac, tuba e bastone, però era come se li avesse sempre addosso. Alle donne piaceva la sua aria decadente opposta alla fastosa intelligenza, un Rinascimento intellettuale in un palazzo pericolante, ne venivano attratte a fiotti, perfino contro la sua volontà che per la verità quasi mai era contraria, alcune gli chiedevano cose strane, tipo Patrizia di Siena, di diversi anni più grande che adorava servirlo come un principe indossando i tacchi a spillo, le calze a rete e un tanga così sottile da essere assolutamente invisibile se non per un triangolino di stoffa che spuntava a fatica sul pube, completamente depilato come tutto il resto, perché Patrizia adorava anche sentirsi liscia. E Amanda la siciliana? Aveva dentro il fuoco del sole del Sud, carnosa, la pelle brunita e compatta, il seno di Venere Madre, un naso particolare, greco, con una specie di gobba iniziale che la rendeva unica nel suo genere, mora da mordere, da supplicare, da chiudere sotto una campana di vetro per evitarle il contatto con altri maschi, per qualche giorno si era profondamente convinto di amarla. Le donne. Le donne lo stregavano, soprattutto quelle che non provavano vergogna a sedersi nude su una poltrona e a toccarsi difronte a lui, soprattutto quelle senza freni alla 4


libido, soprattutto le fantasiose con aria innocente, soprattutto quelle con i capelli corti, le esperte, le inesperte, soprattutto quelle con l’istinto materno, soprattutto tutte. Alla fine, per qualche giorno, si era convinto di amarle una ad una in ordine di apparizione, nessuna esclusa. Eugenio Boninzoni era un artista vero, dalla nascita. Solo che non gli interessava farlo sapere troppo in giro, preferiva ne fossero consapevoli le poche persone che avevano un motivo per esserlo, preferiva rimanere protetto dallo schermo delle pagine dei libri e starsene rinchiuso nello studio a scrivere, da solo. La passione per le donne era un aspetto congenito, come la sicurezza nei propri mezzi al limite dell’irriverenza e della sfacciataggine. Il passare degli anni lo aveva poi trasformato in uno scrittore maturo sgrezzato dalle sfumature dell’eccesso tipiche della post-adolescenza, ma se la sua creatività aveva trovato un certo ritmo regolare, così non era stato per la sua vita che era invece rimasta sintonizzata su frequenze altalenanti e pensieri disarmonici. Più di qualche volta Bruno Ticozzi avrebbe dovuto ritirare i premi vinti nei vari concorsi e fare brevi discorsi al posto suo, beffardo disertore dell’ultimo secondo magari trattenuto da un brindisi di troppo o da una conversazione interessante, di frequente dalla spassosa imbecillità degli astanti. Anche la semplice mancanza di voglia era una giustificazione più che sufficiente, starsene seduto come uno stupido aspettando di dire due parole di ringraziamento ad una compiacente platea di lettori gli era sempre sembrata una formalità senza senso, l’autore e il suo pubblico –in quanto tali- sono realtà incommensurabili, sono due insiemi distinti la cui intersezione si trova nel fatto che l’uno scrive il libro e l’altro lo legge, non nell’incontrarsi in una sala per autocelebrarsi. Sarebbe stato meglio incontrare tutti quelli cui il libro non era piaciuto, molto meglio. Certo che le premiazioni o gli incontri davano modo di conoscere svariate belle ragazze con cui allacciare brevi ma intense relazioni, splendidi cigni adornati da altrettanto splendido piumaggio griffato che si avvicinavano con la discrezione consona ad una serata ufficiale di cultura e si lasciavano ammaliare dalla presenza e dalla dialettica dello scrittore controcorrente, dannato, trasandato al punto giusto, quello che avrebbero voluto conoscere nella penombra di una camera da letto ed accogliere tra le cosce con tutta la sua potenza narrativa, quello cui avrebbero volentieri strappato la pelle dalla schiena nell’attimo supremo dell’orgasmo. Se era dell’umore giusto Eugenio dava il meglio di sé in occasioni del genere e allora 5


l’attenzione dei presenti si concentrava su di lui, la festa si fermava e si zittiva per ascoltare il fiume di parole che usciva impetuoso dalla sua bocca travolgendo attualità, letteratura, filosofia, economia o politica, distruggeva il paesaggio facendone tabula rasa e lasciando lo spazio per ricostruire pazientemente ogni particolare di una nuova visione, concetti come farfalle si alzavano in volo contemporaneamente fino a dare l’idea del colore o colore all’idea, improvvisazione pura, discorsi usciti dal cilindro come le melodie che scaturiscono dalle dita impazzite di un pianista jazz, spettacolo. Dopo performances del genere una scopata solenne non gliela toglieva nessuno. <<I musicisti scopano tanto perché sono sempre a contatto con il pubblico, questo è il segreto.>> Non una sterile questione di sensi fine a sé stessa, la parte migliore erano sicuramente l’intrigo, l’infatuazione, l’incontro casuale, i segnali nascosti e quelli espliciti, l’ammiccamento, gli sguardi denudanti lanciati tra la folla, le fantasie che anticipano qualcosa che forse sarà, e che se non sarà sarà stato bello lo stesso. Ma quella non sarebbe stata la giornata giusta per il sesso. Troppo caldo, troppa umidità, corpi che si appiccicano, affanno al solo pensiero di muoversi forsennatamente sopra o sotto qualcun altro, piuttosto due pedalate fino all’Angolo, quattro chiacchiere, un’occhiata agli scaffali, magari una birretta fresca con Luciano aspettando il tramonto. <<Finalmente ti fai vivo, dove sei finito ultimamente?>> <<Ciao Luciano, che accoglienza. A casa, dove pensavi? Credevi fossi andato in vacanza?>> <<Hai cominciato qualcosa di nuovo, vero?>> <<Già.>> <<Bene, ma potevi almeno telefonarmi. La settimana scorsa ti ho aspettato qui fino alle nove. Ti ricordi? La partita a biliardo, la rivincita.>> <<Scusa, mi sono completamente dimenticato.>> <<Questo l’avevo capito. E scommetto che hai avuto un’idea all’improvviso e ti sei messo a buttare giù qualche appunto.>> <<Ma chi sei? Mia madre?>> <<Ho ragione o no?>> <<Hai ragione, hai ragione.>> <<Beh, cambiamo discorso. Sei venuto in bicicletta?>> 6


<<Si, ma mi sono pentito.>> <<Troppo caldo?>> <<Troppo inquinamento, oggi non si riesce a respirare. Sono passato per viale Verdi e c’avevo di fianco un furgone pieno di muratori che sputava catrame gassoso dalla marmitta. Ci credi? Ho dovuto fermarmi e aspettare che si allontanasse.>> <<Come ti capisco, fosse per me farei andare tutti a piedi.>> <<Il problema non sono le macchine, il problema è quello che usiamo per farle muovere. Il problema è anche che quelli che si dovrebbero occupare della faccenda se ne stanno appollaiati sulla propria intelligenza, ma lasciamo perdere. Novità?>> <<Una o due, ma niente di specialissimo.>> <<Fammi vedere. Li hai già letti?>> <<Uno l’ho finito, dell’altro mi mancano una quarantina di pagine.>> <<Cosa?>> <<Ho detto che uno l’ho finito e dell’altro mi mancano una quarantina di pagine.>> <<Ma perché ti ostini a parlarmi dal magazzino, lo sai che di qua non si sente. Fammi vedere, dai.>> <<Un attimo di pazienza.>> <<Francois Oullet, Lo strano fenomeno nell’abbaino. Piero Martinelli, Neanche tu. Dimmi qualcosa.>> <<Oullet mi è piaciuto, una storia grottesca tipicamente francese, l’autore è giovane – trentaquattro mi pare-, vive fuori Parigi, è la sua prima pubblicazione, la traduzione l’ha fatta la Mariangela Gasparini, una garanzia. Martinelli è più incisivo, ha uno stile più di periferia, più sporco, è interessante anche il montaggio degli eventi ma ho trovato più debole l’idea di fondo, anche se in alcuni passaggi mi ha convinto parecchio, senti questo che ho segnato: nella mano stringeva una Beretta con la matricola abrasa che se non l’avesse abrasa il senegalese che gliel’aveva venduta, l’avrebbe abrasa lui stesso a morsi, inferocito com’era mentre la teneva appoggiata alla tempia di quella stronza tremolante. Ferro contro carne, la forza di un indice contro la molla di un grilletto, ai comandi un cervello impazzito che schiumava di rabbia eccetera. Cosa te ne pare?>>

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<<Cosa posso dire? Ho sentito troppo poco, però ha una buona intensità. Sai cosa facciamo? Adesso mi siedo e me lo leggi tutto.>> <<Facciamo così, te lo presto e te lo porti a casa.>> <<Ma non ti mancavano quaranta pagine?>> <<Si, ma non importa, lo finisco quando me lo riporti.>> <<Perché ho l’impressione che tu non abbia voglia di leggermelo tutto?>> <<Perché non è solo una tua impressione. Fa troppo caldo Eugenio.>> <<Sai cosa penso? Che abbiamo perso il piacere di raccontarci delle storie, di leggere per gli altri.>> <<E lo dici tu, che non hai mai letto a qualcuno neanche una sola delle tue righe.>> <<Io già le scrivo, non ti pare abbastanza?>> <<Certo che è abbastanza, io ci campo con quello che scrivete. Però se un amico regala ad un altro una copia del tuo libro invece che leggerglielo, per me è una vendita in più.>> <<Sei schifosamente cinico, ma non posso darti torto.>> <<Un cinico individualista, proprio come te.>> <<Siamo una bella coppia, non c’è che dire.>> In quel momento dal fondo del negozio era sbucata una sagoma, un perimetro inconfondibilmente femminile si muoveva adagio guardando i ripiani più alti degli scaffali nel settore riservato ai pochi classici che Luciano teneva e sembrava essere alla ricerca di qualcosa in particolare. <<Quella non è una delle solite studentesse.>> <<No, è una cliente nuova, una buona cliente, viene ogni giorno da una settimana ormai e ogni volta compra almeno due libri. Bella e amante della letteratura.>> <<Ci hai parlato?>> <<Due battute.>> <<Argomento?>> <<Vediamo se indovini, genio.>> <<Uno dei libri che aveva appena comprato.>> <<Esatto>> un ghigno ebete gli si era materializzato sulla faccia. <<Vedo se posso aiutarla.>> <<Vedi, vedi. Ti nomino commesso pro tempore.>> Senza incertezze Eugenio si era scostato dal vecchio bancone usurato e si era diretto verso di lei come stesse andando a salutare un’amica con cui aveva decenni di 8


confidenza, forse meditava di baciarla direttamente, sotto le pale del ventilatore a soffitto trasformate eccezionalmente in vischio roteante, sicuramente aveva già fatto quattromilioni di pensieri erotici nei primi cinque passi ma il suo portamento non lo tradiva, naturalmente impeccabile e impregnato di gentilezza spontanea che gli illuminava il viso. <<Ciao, posso aiutarti?>> Lei si era girata con grazia, l’occhio felino, acceso. <<Magari.>> <<Hai in mente qualcosa di preciso o accetteresti anche un consiglio?>> <<No, ho in mente qualcosa di preciso.>> Donna decisa. La guardava attentamente mentre passavano i brevissimi istanti che lo separavano dal suo turno di risposta. <<Benissimo, allora posso sapere cosa cerchi?>> Lei aveva sorriso con dolcezza, e la tensione che sempre si crea fra due sconosciuti che si parlano la prima volta si era sciolta. <<Cerco Metalli Ferrosi, di Eugenio Boninzoni, so che ce l’avete da qualche parte.>> La situazione si era fatta subito simpatica, come succede tutte le volte in cui il caso rimescola la realtà dando origine a incontri strani, coincidenze, fatti inspiegabili, non era la prima volta che gli capitava, ma era bello fosse appena capitato di nuovo. <<Si, penso proprio che dovremmo averlo, ma tu hai già sconfinato nel settore dei classici. Boninzoni è un vivente piuttosto giovane e non ha ancora avuto il tempo di diventare un classico, anche se credo non gli piacerebbe affatto diventarlo.>> Lei si era zittita un attimo, Luciano non era minimamente interessato agli avvenimenti e aveva ricominciato a leggere per finire le quaranta pagine di Martinelli. <<Perché non gli piacerebbe?>> scontato aspettarsi una domanda del genere. <<Perché il classico è una condizione di staticità, una immutabilità che non degenera ma nemmeno progredisce, invece i suoi romanzi ti lasciano sempre quella sensazione di sospeso, di respiro non concluso pienamente, di qualcosa che continuamente si muove e cambia, ti regalano una visione dinamica delle cose. Una specie di prosa cubista, che vuole lasciare il segno ma anche morire assieme alla propria epoca.>> Credeva di sapere perfettamente che lei in quel momento aveva dimenticato Boninzoni, Metalli Ferrosi e tutto il resto e probabilmente si stava già innamorando di lui. <<Hai letto tutti i suoi libri?>> aveva detto lei come dando la risposta ad un indovinello. <<No. Sono Eugenio Boninzoni.>> le aveva risposto come buttandole delicatamente un fazzoletto di seta sul viso. <<Tu sei Eugenio Boninzoni? E chi mi dice che è vero?>> <<Te lo dico io, che sono Eugenio Boninzoni. Chi potrebbe saperlo meglio di me?>> 9


<<Ho visto un paio di tue foto su internet, ma non mi sembra che c’assomigli tanto.>> <<Va bene, come non detto. L’importante è che sia il tuo scrittore preferito.>> <<Beh, io ho letto tutti i tuoi libri e visto che oggi ti ho conosciuto ne approfitto per dirti che sei il mio scrittore preferito, ma che per quanto riguarda il cubismo, delle volte tendi a mettere troppi spigoli nella narrazione>> le parole le erano uscite di bocca come proiettili dalla traiettoria precisa, un frugale complimento e poi una secca opinione. La ragazza aveva carattere. <<Un attimo, aspetta un attimo. Hai detto che neanche ci somiglio a Eugenio Boninzoni.>> <<Ho cambiato idea, è vietato?>> <<Anzi. Solo chi riesce a cambiare idea è sicuro di avere il cervello in funzione. Allora mi credi.>> <<Certo che ti credo, so che sei Eugenio Boninzoni, ti ho riconosciuto subito quando sei entrato.>> Lo sapeva. E se lo sapeva significava che lo stava portando a spasso come un cagnolino al guinzaglio, fin dall’inizio <<Touchè. Ma eri in vantaggio, io neanche so come ti chiami.>> <<Cinzia, e sono molto contenta di conoscerti>> aveva una presa forte, vigorosa, le unghie corte e ben tenute scintillavano colpite dalla poca luce che arrivava in fondo alla stanza, il suo pollice strusciava sensualmente la pelle sul dorso della mano di Eugenio mentre gliela stringeva, piccole scariche elettriche correvano da un corpo all’altro innescando reciproci incendi sensoriali. <<Cinzia. Tu che ne pensi di Eugenio Boninzoni, lo spigoloso?>> Luciano aveva alzato gli occhi dal libro per guardare indispettito il motorino con la marmitta elaborata che passando aveva appestato l’aria di rumori estranei. <<Penso sia uno scrittore che ha il monopolio delle parole per essere descritto e lascia gli altri a bocca asciutta, uno scrittore di cui si può parlare solo con chi lo conosce.>> <<E’ la recensione migliore che mi abbiano mai fatto, sono imbarazzato.>> <<Eugenio Boninzoni non è un tipo che si imbarazza facilmente, vero?>> <<Vero.>> <<Allora, visto che ti sei imbarazzato per primo, adesso tocca a me.

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Sai che mi succede spesso di bagnarmi mentre leggo i tuoi libri? Riesci a farmi partecipare alle tue atmosfere erotiche, certe pagine mi risucchiano e mi sembra che tu le abbia scritte pensando a me, mi sembra tu sia la persona che mi conosce meglio al mondo.>> <<Chi lo sa, magari tu incarni il mio universale erotico e per questo ti rispecchi in quello che scrivo.>> <<Scopami. È l’unico modo per scoprirlo.>> Cinzia era bella, bellissima, un ramoscello di salice piangente in germoglio che puntava dritto l’acqua, deciso, cosciente della propria volontà e della propria meta senza ipocrisie, libero pensiero in libero corpo fatale. Mentre dalle labbra di Eugenio si stava staccando il volentieri più genuino della galassia, il cellulare di lei si era messo a squillare e vibrare nella borsetta facendo scoppiare la bolla dentro cui erano rotolati. <<Pronto? Ciao tesoro, io bene, tu? Dove sei?>> con l’indice alzato gli aveva chiesto un minuto per liberarsi dell’importuno, con la speranza che l’importuno non fosse il solito fidanzatino geloso che tiene la clava sotto il cuscino e sbava di rabbia quando la sua donna parla con una creatura del sesso opposto. Non sopportava quel genere di uomini che hanno l’istinto di pisciare sui vestiti della compagna per segnare il territorio, neanche quelli in versione moderna che la fanno quotare in borsa e si comprano tutte le azioni. Ma Cinzia non dava l’impressione di essere una cui si possono mettere i piedi in testa o le carte di credito in tasca, l’indipendenza le stava addosso come un vestito di seta elasticizzata, aderente a seguire le sue curve da calendario sexy, burka occidentale disegnato da Armani che separava la sua essenza femminile dagli sguardi ottusi dei testosteronedipendenti. Anche solo vederla parlare al telefono poteva provocare un’erezione, camminava avanti e indietro come fosse in passerella, le natiche ondeggianti, i piedi che toccavano terra entrambi lungo la stessa linea retta immaginaria, ogni passo nettamente distinto dal successivo, un linguaggio inconscio squisitamente strumentale alla seduzione che Eugenio traduceva in immagini a luce rossa. Gli capitava anche passeggiando per la città, al mercato ad esempio, si guardava attorno e si lasciava rapire dal modo di camminare di questa o di quella donna, immaginava di presentarsi e di invitarla immediatamente a casa per una giornata di sesso sfrenato, una sola e poi 11


ognuno per la sua strada, immaginava di venire tra le tette in movimento di quella che camminava spingendosi verso l’alto sulle punte, o sul viso senza trucco della giovane sposina trentenne dalle pupille maliziose, tra le cosce esperte della madre divorziata o sulla schiena scura dell’immigrata africana profumata di spezie. Non c’era volgarità, solo desiderio puro e limpido dettato dall’istinto e dalle sensazioni, ricerca di flussi emotivi forti da trasferire poi sulle pagine, spesso dopo essersi masturbato in bagno. E volontà di mantenersi al di sopra della media percettiva provinciale. <<Scusami tanto, era Betta, la mia migliore amica.>> <<Verresti a casa mia? Adesso?>> le aveva detto a bruciapelo. <<No, ho voglia di succhiartelo adesso, qui>> solo sentendo quelle parole il cuore aveva iniziato a pompare sangue al doppio della potenza e della velocità riempiendogli all’istante le mutande del suo stesso pene, duro all’inverosimile, pulsante come una lampadina ad intermittenza. Aveva fatto tutto da sola, lo aveva trascinato in un angolo fuori vista, si era inginocchiata, gli aveva aperto i pantaloni e lo aveva preso in bocca scostandosi i capelli con un movimento rapido. Eugenio aveva avuto un sussulto prima di godersi il benefico calore dell’interno delle sue guance soffici, le aveva appoggiato una mano sulla nuca per aiutarla ad arrivare fino in fondo e la guardava con tenerezza mentre divorava il frutto della passione. Non era riuscito a resisterle molto, la situazione era talmente eccitante che controllarsi sarebbe stata un’impresa titanica e probabilmente avrebbe rovinato la spontaneità di quell’atto, così si era lasciato andare spruzzando silenziosamente come un idrante aperto di colpo, il getto era stato gioioso, zampillante come un allegro ruscelletto, alcuni schizzi erano finiti sullo scaffale, tra le poesie di Tullio Petruzzi e quelle di Ruffolo. Cinzia con aria soddisfatta si era pulita le labbra con il rovescio della mano, un gesto che gli aveva regalato l’ultimo brivido. Luciano, immerso nei suoi testi, non si era accorto di niente. Il caldo era sparito improvvisamente.

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Per le tre settimane successive si erano visti regolarmente, non si sentivano ancora innamorati ma una storia di feeling sessuale come quella non poteva andare sprecata, al contrario, era da vivere nella sua massima intensità ogni qual volta se ne presentasse l’occasione, e si sa che le occasioni si possono inventare. Il nuovo romanzo di Eugenio ne stava risentendo, non procedeva, era bloccato, la tastiera del pc impolverata reclamava attenzioni che non le potevano essere concesse da mani occupate ad esplorare centimetri quadrati che non appartenevano ai tasti. <<Non hai la televisione?>> aveva detto Cinzia entrando per la prima volta nel suo appartamento. <<No, non ho la televisione. Lo trovi strano?>> <<E non guardi il telegiornale?>> <<E tu non sai che esiste anche la radio?>> <<Perché non hai la tv?>> <<Perché non mi interessa, ho altro da fare. Qualche volta vado a trovare Enrico, il vicino e mi capita di guardarla.>> <<Peccato>> aveva detto buttandosi sul divano. <<Non mi sembra un gran peccato.>> <<Invece si. Non puoi vedermi.>> <<Cosa vuoi dire?>> <<Sai che lavoro faccio?>> <<No, non me lo hai detto.>> <<Non me lo hai chiesto>> effettivamente sapeva poco di lei, dei suoi interessi, della sua vita privata. <<Faccio la valletta in un programma televisivo di grande successo. Hai presente quelle mezze nude su tacchi a spillo vertiginosi che tengono in mano una cartellina ed annunciano la pubblicità? Ecco, io faccio quello>> lo aveva detto ironicamente, come a voler togliere qualsiasi idea di serietà. <<Fai la valletta in un programma televisivo? Non ci credo.>> <<Procurati una televisione, o vai da Enrico, così verifichi.>> <<E magari se compro in edicola uno di quei giornali da un euro, ci trovo foto ed articoli su di te e sul tuo barboncino?>> <<Qualche volta si. Ma non ho il barboncino.>> <<Meno male>> si erano messi a ridere, effettivamente la situazione era comica. 13


<<Sei sorpreso?>> <<Divertito. Non me lo aspettavo, e non l’avrei detto. Quindi sei famosa.>> <<Un po’.>> <<Cosa vuol dire un po’?>> <<Vuol dire che sono famosa solo perché la gente mi vede di continuo.>> Immediatamente nella testa di Eugenio si erano affollati pensieri orrendi, persecutori, di gente che lo fermava per la strada per farsi fare la fotografia assieme a lui, autografi, pettegolezzi, dichiarazioni d’amore estemporanee provenienti dalla feccia sociale rappresentata dai fans, un delirio in assoluto contrasto con la sua vita quotidiana fatta di accurata marginalità, di silenzio per riflettere e lunghe ore di solitudine creativa. Perfino molti dei suoi lettori ignoravano che faccia avesse, non era quella d’altronde che dovevano conoscere ma i suoi libri, tutto sé stesso era lì dentro e non avrebbero potuto trovarlo altrove, Eugenio Boninzoni in realtà non esisteva, non era mai esistito, era solo il nome di un autore. Quella notte fumando affacciato alla finestra pensava a Cinzia, osservava le macchine parcheggiate nelle vie silenziose e pensava a quanti altri esseri umani abitavano la città, quante storie diverse ma in fondo uguali, nella metropoli come nel paesino di campagna, storie di miseria culturale e di culto per i fenomeni di massa, comprese le statuine della Madonna che lacrimano sangue e la guerra al terrorismo internazionale. Per contropartita un voto a testa, una pacca sulla spalla ed un incoraggiamento a recarsi alle urne con l’illusione di cambiare qualcosa. Si percepiva una spaventosa assenza dell’Occidente nello scenario mondiale, di quell’Occidente fatto di bellezza e di arti, di sapere, di tolleranza e ingegni, un’assenza colmata verso l’esterno dall’arroganza commerciale e dalla logica del profitto, verso l’interno dalla distribuzione di benessere effimero e da personaggi televisivi. In qualche modo Cinzia era parte di quella realtà e quella realtà seguiva Cinzia ovunque andasse, anche sotto le lenzuola con lui. Si sentiva pronto ad esserne contaminato? Davvero voleva aprire una finestra e far entrare tutto quello smog esistenziale? Non c’era obbligo, gli sarebbe bastato interrompere la relazione, non vederla più e ritornare a concentrarsi sul romanzo, spazzarla via dalla memoria coprendola di pagine, far vincere l’autore sull’uomo. I tetti delle case si perdevano nell’oscurità torbida, nelle narici entrava l’odore tipico dell’umidità estiva trasportato da quel poco di aria ancora in movimento, per un 14


attimo aveva desiderato avere un cane per prendere il guinzaglio ed andarsi a fare un lungo giro con lui, farsi guidare dal suo olfatto infallibile verso nuovi incontri, verso celati misteri urbani passando in rassegna cassonetti per l’immondizia e pali della luce, interrogandoli come testimoni oculari dello scorrere delle vite dei concittadini, dei piccioni e dei turisti in transito occasionale. Il poggiolo della dirimpettaia era tronfio di fiori in vaso, gerani forse, che scendevano pesanti lungo la ringhiera come una cascata di capelli finti, soffocati dai gas di scarico e sofferenti, costretti a vivere fertilizzati e concimati dalle premurose mani raggrinzite dell’anziana vedova che se ne prendeva cura. Quella povera donna aveva più o meno i suoi stessi orari disordinati, vagava per la casa come un fantasma molte ore prima del sorgere del sole, la vedeva spolverare i soprammobili alle quattro della mattina, muto pesce in acquario di plexiglass, altre volte se ne stava seduta in cucina a fissare la tavola con la luce accesa, aspettando il risveglio dei suoi simili per rientrare nella normalità un secondo prima di impazzire. Gli era capitato di fotografarla e di riflettere su quanto fosse diverso l’impatto della solitudine su di sé e sull’anziana, stessa causa ma effetti agli antipodi, ed era questa non-linearità dell’universo ad essere il serbatoio inesauribile a disposizione di uno scrittore, un giacimento di storie sempre diverse ed originali ognuna a sua volta un universo nell’universo. Aveva paura. Aveva paura che il mondo di Cinzia gli togliesse la lucidità e la capacità di distinguere le sfumature, temeva di annebbiarsi con i vapori alcolici della frivolezza fino ad inebetirsi, però nemmeno per un minuto aveva preso in considerazione la possibilità di sfuggirle come invece aveva sempre fatto con le altre. Dalla sigaretta il rivolo di fumo saliva perpendicolare e denso per sciogliersi ad una certa altezza in una nebulosa rarefatta che si allargava a macchia d’olio, una specie di rappresentazione grafica della sua genealogia, prima una linea compatta e sicura, poi l’avvento della modernità, nonni che si incontrano come profughi in varie parti della penisola e si accoppiano, si trasferiscono inseguendo il sogno del lavoro stabile quando alla nonna cresce la pancia, genitori che si conoscono casualmente in tenera età ed incoscientemente prolificano neanche ventenni, si sposano, divorziano e si odiano, lasciano spazio all’ingresso di nuovi attori sul palco degli affetti dei figli mescolando le carte. Nessuna origine. 15


A volte invidiava quelli che potevano dire di discendere da una famiglia contadina o da una stirpe di medici, c’era un senso di continuità e di orgoglio che gli sarebbe piaciuto provare e che si immaginava come un grande abbraccio tramandato, invece gli era capitato di essere un randagio, il tipico cane sciolto che sopporta i rigori dell’inverno all’aperto pur di godersi la libertà nelle stagioni calde, non sentiva alcun legame con la famiglia perché non c’era alcuna famiglia, solo abitudine alla frequentazione reciproca. Non ricordava usanze natalizie, non ricordava una libreria, una mano che lo spingesse nella direzione della cultura, dell’arte, almeno della lettura, non ricordava che qualcuno dei familiari avesse mai apprezzato di cuore gli sforzi immensi che dedicava ai suoi romanzi, al mantenerli indipendenti e distanti dallo show-business e dalle case editrici troppo alternative, però ricordava ogni rabbioso minuto speso a scheggiare la materia bianca del foglio con i pugni serrati e le nocche sanguinanti, posseduto dal demone della rivalsa e da quello della sfida che infiammavano sapientemente il suo animo immaturo. Il felice giorno in cui il suo primo libro era uscito nelle librerie sperava di provare più soddisfazione, sperava di poter dire <<anche se non ha prezzo, con la carta di credito me la compro lo stesso la cazzo di penna con cui firmare le copie a quelli che mi avevano consigliato di lasciar perdere.>> Non era andata così. Come non avrebbe mai suonato con la tromba –comprata con la solita carta di credito- al matrimonio di quella che gli avesse detto <<scegli, o me o la musica.>> Questione di stile, eppoi la vita non è uno spot pubblicitario. C’era il fortissimo rischio che Cinzia invece fosse completamente calata in quella realtà abbagliante fatta di sesso libero, di lussi, di alta velocità, di costose ed inutili tecnologie, di fit-box che coniuga l’aspetto gentile della ginnastica con l’aggressività necessaria a sopravvivere nella giungla cittadina, di vacanze fantastiche nei luoghi in, preferibilmente ospiti di amici dotati di yacht. Gli riusciva difficile pensare a qualcosa di più laido e vomitevole che trovarsi ad una festa circondato da calciatori con i quadricipiti possenti e i cervelli in offside, cantanti pop di quarantacinque anni che scrivono testi con il solo scopo di vendere ai minorenni e scoparsi qualche liceale, modelle e facoltosi industriali serviti al tavolo da laureati con il massimo dei voti, nella peggiore delle ipotesi relitti mediatici reduci da qualche reality più o meno estremo. Gli riusciva difficile anche credere che potessero esistere davvero le milioni di persone alla base del successo e della notorietà di quell’elite privilegiata, esseri umani che non trovano di meglio da fare che stare incollati davanti alla tv a farsi 16


bombardare di squallore e idee preconfezionate, patetici, sconfitti, amorfi, parassiti di sé stessi. Eppure esistevano. Non provava alcuna pietà per loro ed ogni volta che gliene capitava l’occasione li umiliava, soprattutto quelli baldanzosi e sicuri, li schiaffeggiava a suon di concetti che non potevano capire, contraddiceva saccentemente ogni loro affermazione davanti a tutti, gli rovesciava addosso ettolitri di acqua gelida finché non si rendevano conto della profondità della propria ignoranza, nonostante la bella auto sportiva, l’affermazione professionale o i figli all’università, nonostante millantassero decine di interessi come l’attività fisica, il cinema, il teatro o la politica. Una zucca riempita di pietre preziose non diventa improvvisamente intelligente e sensibile. Cinzia però sembrava diversa, curiosa e perspicace, intellettualmente indipendente, sicura, capace di esprimere opinioni <<per quanto riguarda il cubismo, delle volte tendi a mettere troppi spigoli nella narrazione>>, aveva detto. E bella, bella da morire, forse in tutta la sua vita non aveva mai visto una donna tanto bella, perfetta al punto da dare fastidio, nel pieno della fioritura e al massimo dello splendore, l’unica che finora gli avesse provocato sensazioni sconvolgenti, da quando l’aveva conosciuta le altre erano sparite sotto la media, inghiottite da un abisso di mediocrità estetica incolmabile. Voleva continuare a vederla, non c’erano dubbi, scoprire a quali altitudini di piacere poteva accompagnarlo con le sue fantasie, pensarla tra le braccia di un altro lo turbava perché una creatura che riesce a concedersi con tanta passione non merita di finire in mano a chi non ha i mezzi intellettuali per apprezzarla e rispettarla, <<ogni cazzo che si voglia dire attaccato ad un uomo deve necessariamente essere dotato di rispetto, per la donna prima, per la vagina poi.>> Non era una massima molto raffinata, ma rendeva perfettamente esplicito il concetto senza tanti giri di parole, e gli piaceva, intercalare i modi gentili e la dialettica brillante con metafore rozze gli piaceva, dava alle sue conversazioni un tono ambiguo, lo collocava sul crinale tra l’erudito e l’underground dove si poteva concedere funambolismi acrobatici passeggiando in punta di piedi sugli argomenti più disparati, saltellando da una materia all’altra come seguendo un filo invisibile sospeso a mezz’aria, fluttuante nel vento, ora di qua, ora di la. Macinando interrogativi era rimasto paralizzato alla finestra con la sigaretta consumata tra le dita, non l’aveva gettata neanche quando il puzzo disgustoso del filtro bruciato gli era arrivato al naso, impassibile come una statua di marmo, alle 17


spalle sentiva il lamento del romanzo imprigionato nell’hard-disk, la sua unica aspirazione lo chiamava ma lui era assente, troppo distante per accorrere, troppo concentrato su di sé per sedersi alla scrivania ed abbandonarsi alla creatività. Scrivere un romanzo è come annullarsi e lasciare campo libero alla narrazione, una sorta di omicidio dell’ego superficiale commesso essendo incapaci di intendere e volere, scrivere un romanzo è puro atto di follia, una forzatura che soddisfa un bisogno primario, è alienazione ed egoismo, singolarità spinta, <<chissà se Dio sarebbe capace di scrivere un romanzo.>> Cosa poteva centrare Cinzia con tutto questo? Forse la risposta era che sarebbe dovuta diventare la protagonista del suo prossimo romanzo, di una storia che avrebbe fatto rizzare l’uccello ai lettori. La silenziosa solitudine della notte immancabilmente lo inebriava, scrivere mentre i comuni mortali sono costretti al sonno dalla sveglia della mattina seguente è come essere incoronati imperatori, come essere a conoscenza di cose che gli altri ignorano, segreti inconfessati ed inconfessabili di un’umanità sdraiata sui materassi, ansimante dopo la frenesia della giornata. Le occhiaie scure diventano così segno distintivo, come il pallore delle nobili dame alla corte del Re Sole, repellenti all’abbronzatura perché caratteristica dei contadini. Scrivere è inventare universi per chi non ne ha più, tirarsi fuori dalla mischia e indicare direzioni, suggerire idee infettive a chi trascorre la vita in camera iperbarica, nulla che abbia a che fare con la mondanità e la notorietà, uno scrittore non ambisce a creare un legame tra il proprio nome e le proprie opere, ambisce solo a creare le proprie opere. Per rispetto a questo principio Eugenio difficilmente riusciva a collegare nomi di autori a libri pubblicati, <<una volta che hai letto un libro e ne hai ricavato delle emozioni, che importanza ha ricordarsi il nome di chi l’ha scritto?>> così diceva Luciano, anche se lui i nomi li ricordava tutti, ma solo perché faceva parte del suo lavoro. Anonimato. Ecco la condizione ideale per uno scrittore, anonimato e pubblico concentrato sulle righe. Sapeva perfettamente che questa era anche la causa della influenza minima che gli intellettuali hanno sulla società, sempre rifugiati nell’eremo della cultura e rappresentati sui media al massimo da professori universitari con il vizio dell’apparizione televisiva. Il piccolo schermo, soprattutto i talk-show, era stato l’eccellente trampolino di lancio per una serie lunghissima di nullità portate al 18


successo dalle telecamere. L’avevano invitato spesso a partecipare a trasmissioni dall’audience

vertiginoso,

qualche

volta

la

possibilità

di

rivolgersi

contemporaneamente a milioni di persone lo aveva quasi convinto ad andarci, ma poi la voglia scemava di minuto in minuto, sciolta dall’acido solforico, sostituita dalla ferma intenzione di difendere ad oltranza i prodotti della propria creatività dal contatto immondo con la volgarità del cittadino medio.

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Cinzia era arrivata, il trillo del campanello l’aveva fatto sobbalzare scuotendolo, si era trovato ancora disteso sul divano, il sole già alto, probabilmente le undici, la bocca impastata e il collo indolenzito. La casa era in disordine, nel lavandino una pila di piatti e di tazze attendeva pazientemente il turno per insaponarsi e sciacquarsi, ogni sedia si era trasformata in attaccapanni e cataste di libri e carte scritte formavano pinnacoli in equilibrio precario. Da qualche giorno non riusciva più a dedicarsi alle pulizie. Lei era entrata portandosi dietro i profumi dell’estate imprigionati tra i capelli, fragranze che mescolate ricordavano le distese di agrumi dell’assolata Sicilia con i suoi paesaggi mozzafiato a picco sul mare e le rovine classiche, <<Buongiorno>> aveva detto con tono allegro, poi lo aveva baciato dolcemente sulla fronte spingendosi sulle punte dei piedi. <<Ciao. Sei bellissima>> tenendole le mani si era allontanato per poterla guardare a figura intera. <<E tu sei gentile.>> <<Nessuna gentilezza, è la pura verità.>> La verità passava per una canotta di seta fine che lasciava intravedere i capezzoli e la forma del seno ed un paio di jeans attillati, sbiaditi e consumati che sembrava le fossero stati cuciti addosso tanto aderivano alle sue rotondità. Senza dire una parola in più gli si era avvicinata lasciando cadere a terra lo zaino ed aveva iniziato a baciarlo sul petto nudo, con una mano lo accarezzava sulla schiena e con l’altra scendeva pian piano, soffermandosi, fino a che le sue dita lunghe erano arrivate a lambire l’elastico delle mutande e i polpastrelli ci si infilavano uno alla volta. Quando glielo aveva stretto come si stringe un bastone l’erezione era già all’apice. <<Sono tutta bagnata>>, allora l’aveva presa in braccio ed adagiata sul letto disfatto continuando ad assaporare le sue labbra e la sua lingua con una foga che non aveva ancora conosciuto, poi le aveva sfilato i pantaloni e le sottilissime mutande godendosi centimetro per centimetro la lunghezza di quelle gambe e la perfezione del triangolo minimale di peluria rasata che ci stava in mezzo. Sentiva che sono le donne che possono far impazzire un uomo, non i libri. Pensava che sarebbe stato giusto dare ad ogni uomo il sacrosanto diritto di scopare una donna bellissima, ma sapeva che non era possibile e si doleva immensamente per chi non avrebbe mai potuto farlo e sarebbe morto avendo vissuto solo a metà. 20


Avevano fatto l’amore due volte di seguito senza pause, alla terza lui non era riuscito ad arrivare in fondo. Lei si. <<Pranziamo insieme?>> la sua voce calda non disturbava l’armonia del momento, le tende si muovevano sinuose davanti le finestre aperte e l’appartamento era invaso dal ronzio di una mosca che ostinatamente tentava di oltrepassare la zanzariera che cingeva il baldacchino del letto. <<Veramente io devo ancora fare colazione.>> <<Va bene, allora facciamo colazione insieme? Mi piacerebbe sedermi in piazza, su un tavolino all’aperto. Dai, offro io.>> <<Se offri tu ci sto. Ma prima una doccia.>> <<Aspetta, vado prima io al bagno.>> Dalla porta la vedeva seduta sul bidet con la luce che le inondava la schiena longilinea e muscolosa, se Nabokov l’avesse incontrata tredicenne probabilmente sarebbe diventata lei la Lolita che ha sconvolto generazioni di benpensanti e fatto innamorare milioni di uomini. <<Quando hai avuto il tuo primo rapporto sessuale?>> le aveva chiesto all’improvviso. <<A sedici anni, perché?>> <<Curiosità. E come è stato?>> <<Mi ha fatto male, ma la settimana dopo no>> un sorriso malizioso le rallegrava il viso. <<Mi sarebbe piaciuto essere il primo.>> <<Non sarai mica uno di quelli che tiene alla verginità?>> <<No, al contrario, adoro le donne con esperienza ma per te avrei fatto un’eccezione.>> <<Ti piacciono le ragazzine?>> aveva chiesto come fosse la cosa più normale del mondo. <<Mi piacciono le donne, indipendentemente dall’età, e ci sono ragazzine che sono più donne di tante quarantenni.>> <<Hai ragione, purtroppo.>> <<Perché purtroppo?>> l’acqua della doccia scrosciava fragorosamente. <<Perché dopo l’adolescenza la maggior parte delle donne perde quel fascino, quel genere di potere.>> <<Potere? Quale potere?>> 21


<<Il potere di stregare gli uomini, di togliergli il controllo, di competere testa a testa con loro.>> <<Non mi pare tu l’abbia perso.>> <<Certo che no!>> anche vederla fare un gesto sgraziato come asciugarsi tra le cosce con l’asciugamano era eccitante, terribilmente eccitante. Poco meno di un’ora più tardi erano seduti al Bar Eden, sul tavolino all’angolo estremo della piccola piazzola esterna in pavè da cui si poteva ammirare l’imponenza del campanile della chiesa, Eugenio aveva ordinato un cappuccino e due brioches con la marmellata mentre Cinzia un latte macchiato con due bustine di dolcificante ed un croissant integrale. Visti da lontano potevano sembrare una normale coppia, ed Eugenio non capiva se a metterlo a disagio fosse il sostantivo coppia o l’aggettivo normale, le persone attorno li fissavano quasi certamente incantati dalla femminilità della creatura che gli sedeva a fianco ed emanava inconfondibili segnali erotici. <<Scusate se vi disturbo>> il cameriere era tornato fuori avvicinandosi con discrezione e quasi sussurrando si era rivolto a Cinzia <<non è che mi faresti un autografo?>> <<Volentieri, come ti chiami?>> non ci aveva pensato un attimo, era palese fosse abituata a firmare autografi. <<Marco>> gli occhi gli stavano cadendo fuori dalla faccia e l’acne arrossata per l’emozione lo faceva somigliare al display di un flipper quando si vince la partita. Naturalmente la scena non era passata inosservata, così a turno i clienti si erano presentati al tavolo chi per salutare chi per farle una foto con il cellulare, a tratti gli si mettevano davanti, lo spingevano, lo ignoravano completamente, d’altronde non era che uno scrittore. Tanta maleducazione lo aveva irritato all’istante, gente gretta al punto tale non meritava che di passare la vita a raccogliere feticci e a collezionarli, almeno per darle un senso. <<Andiamo via, ti prego>> le aveva suggerito con il labiale e con un gesto della mano, sarebbe stato pronto a supplicarla pur di far cessare immediatamente quello spettacolo disgustoso e far disperdere lo sciame di acefali che le ronzava attorno. Aveva messo dieci euro sul tavolo. <<Adesso scusatemi, ma dobbiamo andare. E’ stato bello incontrarvi>> un applauso, sorrisi ebeti. <<E’ stato bello incontrarvi?>> Eugenio non capiva dove trovasse il coraggio di dire stronzate simili. <<Come riesci a dire stronzate simili?>> ormai erano fuori dalla portata di orecchie indiscrete. 22


<<Stronzate le chiami?>> <<Già, perché tu come le chiami?>> <<Merdose pubbliche relazioni!>> quando rideva era ancora più bella. <<Merdose pubbliche relazioni. Mi piace.>> <<E’ così che funziona, cura bene le tue merdose pubbliche relazioni e la gente ti amerà. Anche se sei un incapace. Hai visto come hanno applaudito? Non ho fatto niente, non ho detto niente, è una magia.>> <<E sei soddisfatta?>> <<Io no, ma loro si. Non sono io che ho bisogno dell’applauso, sono loro che hanno bisogno di applaudire.>> Cinzia poteva sembrare una stupida gallina imprigionata in un corpo da indossatrice, invece dimostrava un’ora dopo l’altra di conoscere i meccanismi dell’ambiente spietato e frivolo che frequentava, dimostrava di saper manipolare le idiozie dello spettatore comune e di saperle criticamente riconoscere, analizzare e assecondare, riusciva ad orientarsi nella foresta di emozioni inutili che un personaggio famoso suscita nel pubblico ipnotizzato dal tubo catodico. <<Lo sai che mi piaci?>> le aveva detto mentre camminavano in una direzione qualunque, senza una meta precisa.

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Cinzia era tornata a Roma per lavoro, le stanze di casa erano silenziose e vuote, sterili, prive del suo inconfondibile odore di crema che aveva lasciato spazio a quello di sigaretta spenta nella lattina di birra, i vicini del 5/b si preparavano a partire, dagli oggetti nella macchina stracarica parcheggiata nel cortile si poteva intuire che la destinazione fosse la spiaggia, palette e secchielli dei bambini facevano patetica mostra di sé nel bagagliaio, moglie e marito innervositi dalla preoccupazione di aver scordato qualcosa ripassavano mentalmente la lista e probabilmente si chiedevano se non fosse il caso di tornare a controllare la valvola del gas. Osservarli dall’alto con il distacco proprio di una divinità gli dava un senso di potenza e di sicurezza, lo faceva sentire al di sopra delle squallide vite di quelli che affogano nell’apatia della famiglia perfetta, che si fanno la barba ogni mattina e la ceretta una volta la settimana, che concedono favori per riuscire a far combaciare i periodi di ferie, che si indignano di fronte alla guerra e poi commettono ogni santo giorno ordinarie crudeltà a danno dei propri simili, di quelli che servono i potenti rendendoli ancora più potenti e vessano i più deboli rendendoli –se possibile- ancora più deboli, di quelli che non si rendono conto di non avere le capacità intellettuali e culturali per mettere al mondo dei figli, per allevarli, per farne degli esseri umani degni di rispetto. Gente normale insomma, comune, la rappresentazione precisa di tutto ciò che non voleva diventare mai, a costo di suicidarsi. In un universo affascinante e complesso come quello umano che senso poteva avere una vita normale, canonica, gelatinosa al pari di un budino rancido? La vita non è mai stupida, stupidi sono quelli che la fanno diventare stupida. Stupidi gli parevano gli integralisti islamici, cattolici, politici, calcistici, i furbi che cercano sempre di superare la fila, i sotuttoio, gli avidi, quelli che non cambiano mai idea per essere sempre coerenti, i gran lavoratori per principio, gli indifferenti, e il campionario si allungava a dismisura, categorie si aggiungevano all’elenco a dimostrare che l’appetito vien mangiando. <<Carlo! Chiara! Muovetevi!>> la voce militare di papà richiamava all’ordine i due mini-soldati semplici intenti a scorrazzare per il cortile, dando la sensazione che la famiglia fosse davvero il nucleo centrale della società, il primo incontro con le gerarchie e le imposizioni, palestra per affrontare la realtà da adulti. Eugenio aveva deciso di uscire e prendersi una pausa senza riflessioni, voleva cercare di sgombrare la mente e farsi tornare l’ispirazione per continuare il romanzo magari girovagando in bicicletta, ogni colpo di pedale una parola, ogni cento metri una frase di senso compiuto e così via, imboccando larghi viali alberati, sensi unici in 24


contromano e a volte vicoli ciechi, guidato solo dall’emozione del momento. Diffidava di quegli scrittori che si vantano della loro capacità di pianificare la storia, che costruiscono scalette e schemi, che cesellano, ritoccano, correggono, rivedono, trattando la letteratura come una scienza esatta. A lui non era mai successo di riprendere in mano un romanzo una volta terminato, al contrario, non vedeva l’ora di liberarsene e di passare al successivo con la speranza che sarebbe stato in forte contraddizione con il precedente, esattamente come gli piaceva fossero le donne con cui aveva rapporti sessuali. Certo qualche aggiustamento era sempre necessario, una rilettura la faceva, e non gli dispiaceva testare su di sé l’effetto della narrazione. Fare lo scrittore era un lavoro, a tutti gli effetti, ma era il lavoro più bello del mondo, non ne avrebbe voluti altri, piuttosto la morte. Qualche volta aveva provato ad immaginare cosa sarebbe stata la sua vita se non fosse diventato uno scrittore, se Madre Natura non gli avesse concesso il talento che sentiva scorrere nelle dita, ma non riusciva mai ad andare a fondo con la fantasia perché presto quella visione si trasformava in un incubo, già al solo pensare di dover rispettare degli orari prestabiliti e abituarsi a cagare prima di uscire la mattina per andare in ufficio. Fare lo scrittore invece era una dimensione di indipendenza assoluta, una possibilità per l’individuo al presente prima persona singolare, uno scrittore non gioca in squadra, tutte le sue capacità stanno dentro il volume del suo corpo e non ha bisogno di strumenti per esprimersi, può prendere la bicicletta e andare in giro continuando ad essere uno scrittore, può andare in montagna continuando ad essere uno scrittore, può andare ad una conferenza, ad un addio al celibato con spogliarello, può comprare il pane, imbucare una lettera, pagare una tassa, frequentare il dopolavoro delle ferrovie o il circolo culturale più esclusivo della città, può mangiare il panino con la porchetta dell’ambulante o il caviale, ma continua ad essere uno scrittore. Un avvocato tolto dall’ambito giuridico è niente, è uno qualunque. Un calciatore tolto dal campo è niente. Un politico fuori dal Parlamento è nessuno. Una Regina degli scacchi non vale niente sul tabellone di Risiko. Ruoli, solo ruoli, nessuna sostanza. Lo scrittore è uno scrittore, non fa lo scrittore. Questi erano i motivi per cui Eugenio si riteneva fondamentale per la società che lo circondava e pretendeva intellettualmente che lo Stato gli riconoscesse da subito una pensione speciale, un contributo affinché potesse continuare coltivare le storie che aveva dentro senza preoccuparsi di altro, tanto meno del volgare sostentamento.

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Mangiare al ristorante gli appariva come un ottimo modo per sfuggire al vizio di sopravvivere che sostiene la maggioranza della popolazione umana, il solito tavolo apparecchiato con tovaglia e salvietta rigorosamente in morbida stoffa dai colori pacati, il vasetto con un unico fiore reciso di fresco, le luci soffuse della trattoria con cucina casalinga di alto livello, commensali che si fanno i cazzi propri e diffondono nell’aria un vociare discreto, musica in sottofondo, bottiglia di vino rosso stappata al momento, assaggio, assenso, bicchiere riempito con esperienza dal titolare appassionato bevitore, servizio semplice, impeccabile, umile e allo stesso tempo dignitoso perché un grande pasto servito male perde di significato. <<Un uomo, e a maggior ragione uno scrittore, può dirsi veramente libero solo quando è riuscito a non essere più schiavo dei suoi desideri primari senza rinunciarvi>>, non era raro gli balenassero all’improvviso delle massime cristalline, talmente trasparenti che controluce si poteva distinguere la sua sconfinata passione per Wilde, imprigionata come un insetto in una goccia d’ambra. Senza rendersene conto pedalando era arrivato davanti alla libreria l’Angolo dove stazionavano come statue votive le studentesse dell’università, lo avevano guardato passare con occhi ammiccanti, sapevano chi era anche se lui non le conosceva. Proprio come con Cinzia la prima volta, lei sapeva già tutto e lui ancora adesso non sapeva se la loro era una storia di sesso o se c’era qualcosa di più. Non si era fermato, non ne aveva voglia, non si sentiva dell’umore giusto per una conversazione e non voleva affrontare l’onda di sudorazione che gli si sarebbe rovesciata addosso se avesse smesso di pedalare, gli dispiaceva non vedere Luciano, ma ci sarebbero state tante altre occasioni. Felice della scelta aveva proseguito sentendo una piacevole leggerezza nel cuore, una gratificante sensazione di uso e possesso del libero arbitrio e la deliziosa convinzione che nulla è deciso fino al momento in cui non lo si decide. L’inesistenza del destino precofenzionato a cui non ci si può sottrarre era una delle più alte conquiste della sua coscienza, non ricordava esattamente quando ci fosse arrivato, ma ricordava che quell’evento aveva segnato definitivamente il suo passaggio allo stadio adulto. Da quel momento in avanti si era trovato improvvisamente solo, le scenografie attorno erano cambiate, la birra e la pizza con gli amici trasformate in occasioni da evitare, la solitudine un rifugio antiatomico.

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Roma era splendida, al solito, anche se invasa da miriadi di turisti da ogni parte del globo, ricchi e chiassosi americani che spendono con naturalezza e passeggiano a petto in fuori, giapponesi stravolti dalla fatica che iniziano ad odiare l’Italia e le case diroccate che gli indigeni chiamano patrimonio culturale, cittadini di chissà quale paese dell’est che cercano di guardare in giro il meno possibile per paura di non poterselo permettere, code davanti ai musei, l’Altare della Patria rilucente sotto il sole a picco, cinesi come pulcini dietro la chioccia con l’ombrellino colorato. Cinzia amava Roma, era stato un colpo di fulmine al primo incontro, la ragazza di periferia e la Capitale, non tanto dello Stato che l’ospitava quanto del glorioso Impero che aveva dominato tutte le terre conosciute e aveva messo in contatto genti diverse, musiche, costumi, la impressionava la maestosità che si poteva percepire girando a piedi, ogni proporzione sembrava studiata per far sentire gli uomini piccoli di fronte a ciò che erano in grado di realizzare con le proprie mani e il proprio ingegno. Ricordava perfettamente la sua prima volta, era stato per un provino, era scesa dal treno già tesa e con lo stomaco in subbuglio, le mani sudate e il cervello che ripeteva da solo <<Ciao, sono Cinzia, ho vent’anni e vengo da XXXXXXXX, un paese in provincia di Mantova, ho studiato al liceo classico, mi piacciono gli animali, i libri, i viaggi e vorrei fare l’attrice o la presentatrice>>, sapeva che avrebbe dovuto stare davanti alle telecamere prima vestita poi in costume e rispondere alle solite domande idiote che i selezionatori fanno ai provini. Con il trolley che la seguiva come un rigido cane fedele si era messa pazientemente in coda per prendere un taxi e raggiungere gli studi all’indirizzo che le avevano comunicato. L’avventura era cominciata rispondendo ad un annuncio su un quotidiano nazionale, un’importante agenzia cercava sei ragazze che sarebbero diventate le vallette di un nuovo programma affidato a Mauro Marini, il famoso conduttore. Sostanzialmente spazzatura, comunque prima bisognava superare la selezione finale, Cinzia sapeva che ci sarebbero state circa altre cinquanta ragazze, quelle che avevano passato le fasi provinciali e regionali iniziate mesi prima. Sentiva di avere buone possibilità, d’altronde lo specchio non mente, è impietoso nel bene e nel male, riflette solo verità. Dal finestrino del taxi entravano immagini come diapositive, le facciate dei palazzi scorrevano veloci e si rubavano il posto una con l’altra intervallate a tratti dal vuoto in corrispondenza di un incrocio o di una strada laterale, ed era difficile ammirare tanta bellezza concentrata perché la abbagliava e faceva sparire i particolari, i dettagli,

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in quel caso le meraviglie architettoniche e i monumenti che facevano grande Roma, ma che non potevano essere privati della loro singolarità. Era giovane, bella e spregiudicata oltre la media delle coetanee, fino a quel momento aveva sfilato, qualche concorso di bellezza, provini qua e là vuoto a perdere, ora voleva fare il salto, entrare nel giro del piccolo schermo, feste, appuntamenti mondani, amicizie con personaggi famosi e il gioco era fatto. Fuori per sempre dallo squallido mondo della normalità, e con un po’ di fortuna presto avrebbe potuto abitare in uno dei palazzi che al momento poteva solo ammirare passandoci vicino. <<Avanti la prossima>> la voce quasi scocciata veniva dalla sala adiacente quella dove tutte aspettavano in silenzio, non riuscendo a guardarsi negli occhi per paura di provare reciproca pietà. La prossima era Cinzia. Appena entrata si era trovata difronte a cinque persone sedute una a fianco all’altra, due donne e tre uomini di età varia, ognuno aveva davanti a sé un blocco per prendere appunti, bicchieri e bottiglie d’acqua a decine ingombravano la scrivania, l’aria condizionata era al massimo. <<Si metta nel punto segnato con il cerchio rosso e si presenti per favore.>> <<Ciao, sono Cinzia, ho vent’anni e vengo da XXXXXXXX, un paese in provincia di Mantova, ho studiato al liceo classico, mi piacciono gli animali, i libri, i viaggi e vorrei fare l’attrice o la presentatrice>> aveva cercato di tirare fuori la voce più spigliata, simpatica e convincente che aveva, curando attentamente la dizione. <<Ciao Cinzia. Faremo in fretta, ma non ti devi preoccupare, a noi basta poco per capire se abbiamo trovato la persona giusta. Ti puoi mettere di profilo sul lato sinistro?>> la voce che prima era scocciata adesso sembrava più calma. Dopo aver passato in rassegna anche il profilo destro, il mezzo busto, il primopiano e la figura intera in costume da ferma e camminando, il gruppo si era brevemente consultato finché una voce di donna si era levata dal brusio alzandosi di qualche tono <<Cinzia, se ti faccio vedere qualche passo di danza, pensi di riuscire a rifarlo in modo che possiamo giudicare come ti muovi?>> <<Perché non dovrei riuscirci?>> aveva risposto con tutta la sfrontatezza che aveva in corpo. <<Ottimo, allora guarda questo>> la donna si era avvicinata planando come un cigno leggero sulle acque cristalline dello stagno, il collo lungo e gentile, la vita stretta e il 28


seno piccolo, portava scarpe da ginnastica bianche in tela e un foulard di seta attorno ai fianchi, l’aveva guardata un attimo negli occhi e poi aveva iniziato a ballare come una piuma portata dal vento, elastica, morbida, perfettamente dinamica. <<Adesso tocca a te>> le aveva detto con aria di superiorità alla fine dell’esibizione. Nella testa di Cinzia si era materializzato un unico pensiero: farla pentire dello sguardo che le aveva lanciato e che nessun uomo al mondo avrebbe potuto decifrare. In fondo non gliene fregava un cazzo del provino, della televisione e di tutte le altre stronzate che l’avevano portata li, e poi per incantare il pubblico di un programma condotto da Mauro Marini non c’era bisogno di essere sofisticate ed aver studiato danza classica. Si era concentrata un attimo per sentire nella testa la canzone prescelta, aveva iniziato a muoversi lentamente immaginando di avere le mani di un uomo che le salivano per la schiena a contatto con la pelle, poi le accarezzavano i capezzoli e si infilavano nelle mutande facendola bagnare, poi lui ballando la possedeva in un crescendo di piacere sessuale che per poco non l’aveva fatta venire sul serio. Quando aveva riaperto gli occhi ansimante, i cinque erano visibilmente impressionati. Forse uno dei tre maschietti si era schizzato nelle mutande. <<Grazie, ti faremo sapere>> aveva detto l’arpia infrangendo un minuto abbondante di silenzio assoluto. Dopo un paio d’ore l’avevano convocata per dirle che era stata scelta.

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La sera le gambe gli dolevano, aveva forse pedalato un po’ troppo per uno fuori forma ma non se n’era accorto, intrigato a riprendere le fila del suo romanzo doveva aver percorso qualche decina di chilometri inseguendo un buon finale per il capitolo lasciato in sospeso, ipotesi e bivi, idee di primo acchito geniali che dopo trenta secondi si afflosciano e perdono consistenza ritornando banalità belle e buone, rotonde e piste ciclabili, strada macinata dalle esili ruote della city-bike acquistata ad un’asta su internet. Fritto, gli era venuta voglia di mangiare qualcosa di fritto senza dover uscire, voleva continuare e concludere la giornata in perfetta solitudine, senza ricevere input acustici da altri esseri umani. Le verdure impastellate e fritte potevano essere una soluzione, semplici da preparare ed ottime da gustare, magari pesanti in estate con tasso d’umidità alle stelle, ma non letali. Ogni tanto –solo ogni tanto- veniva colto da una improvvisa attrazione per le arti culinarie e dall’aspetto poetico del toccare il cibo con le mani per trasformarlo in pietanza, normalmente preferiva lasciar fare a dei passionali professionisti limitandosi ad essere il destinatario della portata, l’ultimo anello della catena alimentare all’interno di un ristorante, ma la creatività non si imbriglia e -mancando la scritturadoveva essere sfogata altrimenti. Altre volte aveva attraversato l’arido deserto del blocco creativo, settimane sterili di nervosismo e centinaia righe cestinate assieme al tempo perso, sforzi inutili e tentativi a vuoto, un senso di sconforto impossibile da descrivere a parole miscelato al terrore di cadere dalle nuvole su un prato di cemento, senza paracadute. Molto meglio presentare il Festival di Sanremo. Uno scrittore che non riesce a scrivere è una scena pietosa da guardare, vien voglia di allungare la mano e lasciare qualche spiccio di moneta per aiutarlo ad alcolizzarsi dignitosamente, in modo che possa dimenticare i giorni gloriosi in cui riusciva ad addomesticare il verbo. Per un autore la pagina vuota ha sempre due significati antitetici, da un lato è il simbolo della possibilità, spazio per un universo ancora da inventare, dall’altro è il peggior nemico che si possa affrontare, neutro tanto da essere invisibile, candido e senza colpa, un buco nero che assorbe sforzi e tentativi, un mulino a vento che prende le sembianze di un drago da combattere. La battaglia si gioca anche sul piano psicologico, la pagina bianca ha il potere di stimolare la reazione istintiva, il cervello comincia a produrre idee in sovrannumero e cerca in tutti i modi di imporle all’antagonista, ma la cellulosa è passiva, assorbe intuizioni ed inchiostri, si lascia 30


scrivere senza esprimere giudizi di merito o di metodo, così rischia di fare il danno più grosso: accogliere immondizia che non c’entra con la letteratura. Il reparto marketing della casa editrice fa il resto, ed ecco come mai circola tanta immondizia nelle librerie, perché per lasciare segni su pagine bianche non occorre essere scrittori. Eugenio non ricordava di essersi mai impegnato per scrivere uno dei suoi romanzi, non credeva nelle imprese a base di fatica e sudore, credeva nel talento che nessuno può spiegare, sapeva di essere un fuoriclasse e lo sapeva sin da bambino, quando guardando al futuro vedeva una luce dorata avvolgere ogni idea si fosse fatto della vita che avrebbe avuto da grande, quando guardandosi attorno mentre cresceva vedeva i coetanei rimanere terribilmente indietro rispetto a sé, quando a sedici anni capiva molto di più dei suoi genitori, degli zii e dei cugini messi assieme. Riteneva di aver avuto una infanzia difficile per questo. Essere immediato e diretto nella narrazione era una capacità che aveva coltivato nel corso del tempo, un lento spogliarsi di abiti incrostati da anni di letture e di conseguenti influenze, alla ricerca della nudità stilistica, una specie di regressione volontaria che l’aveva costretto a smettere di leggere per poter trovare il suo stile originario, puro, libero da condizionamenti ed involontarie riproposizioni di quello di altri autori da cui era stato particolarmente impressionato. <<Tu non scrivi racconti, scrivi gli scheletri dei racconti>> gli aveva detto una volta un insegnante ad una lezione di scrittura creativa, l’unica e l’ultima cui avesse preso parte, ma quella osservazione aveva un tono compiaciuto, come se lo scrittore mancato che occupava la cattedra condividesse la sua predilezione per l’aguzza sinteticità. <<Perché dovrei mettere ostacoli tra il lettore e la comprensione del testo?>> aveva risposto con la solita impertinenza. Ma era un periodo in cui ancora teneva a mente le esigenze del lettore, un vizio adolescenziale. Tutt’ora tendeva a contrarre, ad asciugare, a non aggiungere, evitando capitoli buoni solo a far volume. Purtroppo le mutate condizioni sociali e le nuove tecnologie avevano di recente fatto in modo che il suo stile andasse effettivamente incontro alle esigenze di cervelli immersi in un universo sintetico orbitante attorno agli sms ed alle rapide discussioni nelle chat, ma era stato un evento casuale. Amava i periodi lunghi e non riusciva a sopportare il punto e virgola, gli ricordava le scuole elementari e i giochi con i mattoncini colorati, una pausa di indecisione tra righe traballanti di uno scrittore insicuro, una tachicardia della punteggiatura, un 31


sasso franato in mezzo alla frase su cui è facile incespicare, un segno del cazzo insomma. Intanto le verdure impastellate friggevano contornate da bollicine in una padella bassa e larga, si muovevano all’interno dell’arena oleosa come gladiatori impazienti di uscirne. Un inopportuno doppio bip aveva segnalato prepotentemente l’arrivo di un messaggio sul cellulare <<forse è Cinzia>> aveva pensato all’istante. Sul display la scritta 1 messaggio ricevuto. Visualizza o esci. Visualizza. Domani a pranzo da me, ci sei? Stefano. Non era Cinzia, peccato. Opzioni o esci. Opzioni. Rispondi. Ci sono. Invia. Appoggiando il telefono sulla scrivania si era accorto della poderosa erezione che gli si stava scatenando tra le gambe, era bastato pensare a lei per una frazione di secondo, un decimo o un millesimo appena. Mentre le verdure riposavano sopra la carta assorbente si era chiuso in bagno.

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Dopo due lunghe stagioni passate al fianco di Marco Marini reggendo una cartellina e dispensando sorrisi alla telecamera con la luce rossa accesa, finalmente per Cinzia era arrivata una proposta migliore. Migliore a volerla proprio considerare migliore. Di male c’era che si trattava di lavorare in un nuovo programma sportivo sul calcio: All’incrocio dei pali. Quando le avevano detto il nome per poco non rideva in faccia al produttore. Di bene c’era che il conduttore avrebbe avuto una sola ed unica valletta e che l’orario di programmazione avrebbe garantito milioni di occhi puntati. La possibilità di occupare in esclusiva la scena riservata alla componente femminile era un’occasione che non capitava tutti i giorni, alcune colleghe addirittura la aspettavano invano da anni. <<Cosa ne pensa Cinzia?>> il regista aveva usato quel modo a metà tra il lei formale e il tu confidenziale. <<Penso che il calcio non mi piace, che non ci capisco niente di fuorigioco e rigori.>> <<Ma?>> aveva ripreso lui con un’espressione divertita che lasciava intendere quante altre volte avesse visto giovani ragazze ambiziose esitare un attimo mentre il cervello calcola le convenienze prima di accettare. <<Ma penso proprio che accetterò. In fondo mica volete farmi commentare le partite, se non sbaglio>> la faccia tosta non le mancava. <<Sei una ragazza intelligente Cinzia. Benvenuta tra di noi>> il regista ora le dava del tu come a suggellare l’intesa e si era alzato per stringerle la mano. Uscita da quelle quattro mura Roma sembrava ancora più bella e più bella si sentiva anche Cinzia, una promozione rende tutto più bello, perfino camminare per la strada, lo si può fare con la testa di qualche grado più alta e con la fierezza di un leone africano, gli altri diventano ombre che si trascinano piagnucolose ad un livello inferiore, deceduti che vanno avanti per inerzia. Il suo ego era invece al massimo splendore, ruggente, in quello stato di eccitazione avrebbe potuto conquistare qualsiasi uomo e farlo muggire, se avesse voluto, ma preferiva concentrare ogni attenzione su sé stessa vincente e lasciare il resto in mancia al cameriere. Naturalmente non aveva potuto resistere alla tentazione di fare shopping in alcuni negozi di abiti, una specie di ricompensa per l’ottimo lavoro svolto che l’aveva finalmente portata a ricevere le attenzioni che meritava. Il ruolo di primadonna le si 33


addiceva da sempre, amava essere al centro della scena e in questo era stata indirettamente aiutata dai genitori che per motivi professionali non si erano arrischiati ad avere più di un figlio cui non far mancare nulla. Ma il mondo dello spettacolo non è frequentato da amorevoli genitori, al contrario, è pieno di squali cannibali che nemmeno hanno bisogno del sangue per attaccare, feroci predatori che aggrediscono preferibilmente alle spalle e aspettano pazientemente il momento migliore per farlo, migliore per loro, peggiore per la vittima. Basta un attimo di distrazione, a volte una semplice influenza o un problema personale per essere tagliate fuori e vedersi sostituite. Con l’inizio del campionato a Settembre erano cominciate anche le riprese delle puntate, lo studio completamente nuovo aveva un aspetto elegante e moderno, spazioso e sobrio con un centinaio di raffinate poltroncine rosse per il pubblico, il lungo bancone in legno ed acciaio per accogliere gli ospiti era sormontato dal più grande schermo al plasma che Cinzia avesse mai visto, le gesta atletiche dei calciatori si potevano apprezzare quasi a dimensione naturale. Questa volta il conduttore –rimasto incerto fino all’ultimo minuto- era Ludovico Bezzegato, voce famosissima della radio sportiva, commentatore per antonomasia e grande esperto della materia, almeno così si sentiva dire nei camerini. Aveva circa sessant’anni ed una brillante carriera alle spalle, ma prima della pensione voleva assolutamente provare l’avventura televisiva perciò aveva accettato di condurre il programma con grande entusiasmo, il timore di qualcuno era suscitato dal fatto che – per l’appunto- non avesse alcuna esperienza. La diretta a volte può giocare brutti scherzi, Cinzia lo teneva a mente perché anche lei non ne aveva alcuna esperienza e la consapevolezza di non disporre di una seconda possibilità la metteva un po’ a disagio, durante la diretta si parla e quello che si dice si dice, è detto, è quello punto e basta. Attorno al programma lavoravano molte persone, la redazione, gli attrezzisti, i cameramen, i tecnici del suono e delle luci, la regia, sarte, truccatori e parrucchieri, probabilmente più di una cinquantina in totale, una umanità varia ed eterogenea, diverse provenienze, diverse professionalità, quasi tutti giovani, alcuni tipi bellocci ed altri belli sul serio, da farci un pensierino, poche donne, pochissime. L’atmosfera era frizzante, ognuno con il suo compito in frenetica armonia <<Quando andiamo in diretta dobbiamo essere perfettamente sincronizzati, non c’è il tempo di rimediare se qualcosa va storto>> le aveva detto Armando, il regista.

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Mentre si stava sistemando la spallina del reggiseno le si era avvicinato Ludovico <<Sei pronta?>> <<Io si, e tu?>> <<Un po’ nervoso.>> <<Stai tranquillo, andrai benissimo.>> <<Come mi stanno i capelli?>> <<Una favola.>> Gli ospiti avevano cominciato a prendere posto, mancavano ormai solo pochi minuti al fatidico conto alla rovescia. Con il passare delle settimane il fastidio allo stomaco provocato dalla tensione era definitivamente scemato, eccetto che per quelle sfortunate occasioni in cui la trasmissione coincideva con uno dei giorni del ciclo, e Cinzia si sentiva ormai padrona della situazione, quasi una casalinga che accoglie in sala da pranzo colleghi di lavoro del marito per una di quelle cene informali in cui comunque non si può sfigurare. La cena che andava in onda era però una cena di un secolo prima, il trionfo del pene e della segregazione femminile, schiere di uomini comodamente seduti su poltrone che svolgevano la funzione di troni, impegnati in profonde discussioni assolutamente precluse all’unica donna presente che se ne stava in piedi, in un angolo, aspettando di essere interpellata per poter parlare. Fiumi di parole inutili su un argomento inutile, duelli di mascolinità sul filo della linea laterale e fedi calcistiche brandite come armi da fuoco, moviole all’ultimo sangue, qualche volta erano volati ceffoni e parole grosse, distinti signori in giacca e cravatta si rivelavano veri e propri animali, bestie luride con le pozzette di saliva bianca ai lati della bocca che non esitavano a mettere da parte la dignità pur di aver ragione nell’analisi di un episodio dubbio, come se il calcio fosse il motore del mondo. Cinzia temeva di aver capito che in uno stato democratico che ripudia la guerra eccetera, l’indole aggressiva dei cittadini maschi era stata canalizzata in altri campi, ma era sempre presente e indelebile come il tanfo del piscio del gatto nella tromba delle scale condominiali. Quell’odore, tanto quanto il pessimo spettacolo cui doveva assistere per contratto, le faceva venire continui conati di vomito. In quel periodo aveva maturato la ferrea convinzione che mai avrebbe voluto accanto a sé un uomo fanatico di calcio o di qualsiasi altro sport, forse una scopata con qualche atleta famoso sarebbe potuta capitare, ma niente di più. 35


<<E adesso la pubblicità!>> era la cosa più intelligente che le fosse permesso dire in un’ora e mezza, ogni tanto gli autori inserivano nella scaletta una battuta per lei, di solito una domanda cretina a cui immancabilmente seguivano una risposta cretina ed un applauso cretino, poi la pubblicità con un suo primopiano in dissolvenza. Aveva anche considerato di essere lei stessa cretina, cretina ad aver accettato quel lavoro noioso e insignificante solo per avere più visibilità, al prezzo di umiliarsi davanti a milioni di telespettatori che vedendola probabilmente pensavano a quando sarebbe uscito il suo primo calendario con dodici scatti di pura libidine, materiale da officine e cabina di Tir. Contemporaneamente però i giornali avevano iniziato a chiamarla per dei servizi fotografici, un paio di tg di costume l’avevano intervistata e la gente la fermava per la strada, riceveva fiori da misteriosi spasimanti e decine di inviti a feste in case private o discoteche con ingaggi sproporzionati. Un giocatore di basket di una squadra milanese che era stata ospite in studio l’aveva invitata ad uscire, ma lei aveva rifiutato perché le facevano impressione gli uomini così alti. Una sera era finita a consegnare targhe e riconoscimenti sul palco allestito per la festa del Milan-Club della Camera e del Senato, un partito trasversale composto di gente che in altri contesti arrivava a sputarsi in faccia se non peggio, ma che si ritrovava miracolosamente unita sotto una insulsa bandiera a righe rosse e nere. Potenza della concertazione. La settimana successiva, era un martedì, ad una colazione organizzata da un giovane artista romano che esponeva i suoi quadri in una magnifica galleria vicino a Piazza Navona, Cinzia aveva conosciuto Elisabetta.

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Per il romanzo non aveva scritto una sola riga in più, ormai erano le sei della mattina e il chiarore velato si era già trasformato in luce piena, potente, filtrante dagli scuri accostati, fastidiosa, mandata apposta per illuminare la sua ennesima nottata in bianco, in bianco in tutti i sensi, di sonno, di sesso e di scrittura. Il condominio si stava svegliando poco alla volta, dagli appartamenti arrivavano i rumori tipici della mattina, rumori di cose e non di persone, suoni e non parole perché nessuno parla alle sei, a quell’ora ci si affida all’abitudine, all’automatismo ed ai gesti meccanici che trascinano il corpo fuori dal letto e lo mettono in posizione eretta. Eugenio ormai non risentiva più dello sfasamento dei bioritmi dovuto ad una vita disordinata e senza orari, si era adattato alle proprie necessità più che al ciclo del sole, imponendo anche al suo fisico intervalli di veglia discontinui ed improvvisati. All’inizio non era stato facile e ricordava ancora come un incubo alcune notti passate disteso sul divano a fissare il soffitto con gli occhi sbarrati e nessuna idea in testa, così, semplice insonnia nevrotica, improduttiva, un limbo di sofferenza che pareva eterna, lunga al punto da fargli rimpiangere di non aver avuto la vocazione per fare il contadino e seguire i tempi della natura, alzarsi all’alba ed andare a letto presto sfinito, ma di quella stanchezza fisica che libera la mente dai pensieri atroci e dallo stress del mondo moderno. Andare a letto presto aspettando con impazienza il nuovo sorgere del sole. Invece era uno scrittore, un tipo costantemente inquieto bisognoso di capire ogni giorno di più, l’eterno insoddisfatto, uno che non si lasciava più incantare dallo sfavillio dell’esistenza al di sotto delle proprie capacità intellettuali, uno cui non interessava un cazzo di scrivere facile per farsi capire perché convinto dovessero essere gli altri ad attrezzarsi culturalmente per capirlo. <<Eugenio Boninzoni non è cibo per i porci>> gli piaceva dire. Incontrarlo la prima volta non era un’esperienza facile da dimenticare, dopo due battute tutti avevano la sensazione di pattinare da principianti su una lastra di ghiaccio finissimo in procinto di rompersi, un solo passo falso e si poteva finire nell’acqua gelida, immobilizzati ed impotenti. Non era simpatico a molta gente, ma ne faceva un vanto e provava piacere a costruirsi intorno un muro di mistero e di distacco che il popolino trasformava in chiari segni del genio, irrinunciabili nella figura di uno scrittore che ha pochi lettori e recensioni discordanti. Sapeva che perfino dal panettiere sotto casa parlavano di lui, il fornaio, le massaie, i pensionati che mai avevano letto un suo romanzo ma che ne dicevano bene per partito preso, più 37


probabilmente per avere qualcosa da raccontare agli amici o per poter dire di abitare nello stesso quartiere di uno scrittore. Spesso Eugenio assumeva con l’interlocutore l’aria di un Lord che si rivolge educatamente alla servitù, dimostrava una disarmante capacità di essere sincero, anche quando l’opportunità avrebbe dovuto fargli preferire il silenzio o una frase di circostanza, e questo gli inibiva l’ingresso nel circolo chiuso dei letterati che si portano reciprocamente sul palmo della mano. Essere escluso non gli provocava alcun fastidio. La bocca gli era rimasta impastata e doveva avere un alito spaventoso, non si era lavato i denti la sera e cercando tra i vari gusti miscelati nella disgustosa patina che gli ricopriva la lingua, con un po’ di attenzione ci avrebbe di sicuro ritrovato anche quello dei peperoni fritti, che sentiva ancora girare per lo stomaco come anime dannate. Normalmente non dimenticava di lavarsi i denti, era una delle sue manie principali dovuta all’odio viscerale per i dentisti e per qualsiasi pratica medica basata sull’uso di oggetti metallici a contatto con lo smalto. Una buona igiene orale evita di ritrovarsi spesso distesi sulla poltrona elettrica del dentista, stretta parente dell’omonima sedia. Dopo ogni pasto –anche fuori orario- una passata vigorosa con lo spazzolino e una sciacquata con il collutorio garantiscono una alta probabilità di passare indenni la visita di controllo semestrale, con sommo dispiacere del dentista che vede sfumare un’opportunità di guadagno. Ormai sarebbe stato inutile lavarsi i denti, meglio prima fare colazione. A fatica si era alzato trascinandosi fino al bagno, la frescura gli aveva messo voglia di fare una doccia tiepida, tonificante, un rito di purificazione, una specie di battesimo potabilizzato per sancire il nuovo giorno che comincia, e anche per togliersi di dosso il senso di colpa causato dalla nottata improduttiva.

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Elisabetta Morsoni, Imprenditrice Culturale. Così diceva il biglietto da visita che quella donna bellissima le aveva dato subito dopo essersi presentata stringendole la mano. Aveva circa quarant’anni, alta e slanciata, seno sodo e rotondo ma non rifatto –Cinzia sapeva

riconoscerli

al

primo

sguardo-,

glutei

tonici

che

riempivano

meravigliosamente i pantaloni bianchi di seta che indossava, sotto i quali volutamente si intravedeva come un’ombra furtiva la sagoma del perizoma di qualche tono più scuro. Mani curate ed unghie con smalto neutro, capelli neri lucidi e raccolti in una lunga treccia, ai piedi semplici ciabattine con una fascetta di pelle bianca che faceva delicatamente il giro del collo del piede, abbronzato al punto giusto come il resto del suo corpo. Aveva rughe sulla fronte e ai lati degli occhi, ma riuscivano solo a renderla ancora più affascinante. Un paio di occhiali da vista con montatura cromata risplendevano sopra la sua testa, portati alla maniera di Arrigo Sacchi, Cinzia si era spaventata per il fatto che le fosse venuto in mente un termine di paragone calcistico. Era stato un certo Federico a farle conoscere, Federico qualcosa di cognome amico di entrambe, uno degli innumerevoli Federico ben vestiti e depilati dalla professione oscura se non inesistente che circolano a cavallo tra il mondo della moda, della tv e delle feste vip, infiltrati, senza passato, anonimi. <<Vieni Cinzia cara –le aveva detto con la voce mezza in falsetto- devi assolutamente conoscere una persona>>, l’aveva accompagnata e poi si era dileguato, rapito da mille altre misteriose incombenze. Così erano rimaste sole, lei ed Elisabetta, davanti al tavolo di legno massiccio dove un giovane cameriere piuttosto carino serviva aperitivi a base di champagne decorati da un succoso spiedino di frutta esotica. Si trovavano reciprocamente simpatiche, così a pelle, perciò la comunicazione non risultava ostacolata delle solite formalità e distanze che caratterizzano un primo imbarazzante incontro, l’argomento di apertura era stato proprio il giovane cameriere che con distacco e gentilezza aveva accettato di buon grado gli apprezzamenti che due belle donne gli rivolgevano e non era arrossito. <<Mi piace quel ragazzino, li adoro quando sono sicuri di sé e non si spaventano se una donna li avvicina. È così raro ormai. Quasi quasi gli lascio il mio biglietto da visita>> Elisabetta lo stava mangiando con gli occhi, e lui se n’era accorto. <<Ma avrà appena compiuto diciotto anni, forse diciannove.>> <<L’età migliore per il sesso.

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Adesso sono carichi, prestanti, con i pensieri limpidi e senza secondi fini, se aspetti qualche anno tutta questa purezza sparisce, si corrompe, degenera, fare l’amore diventa come una partita a scacchi dove ci sono molte possibilità di muovere ma non c’è più fantasia, c’è strategia.>> Cinzia non era riuscita a trattenere una risata, anche Elisabetta aveva riso ma non sembrava che ridesse per una battuta, piuttosto pareva soddisfatta dalla reazione divertita della sua interlocutrice. Continuando a chiacchierare avevano bevuto almeno cinque aperitivi, non erano troppo alcolici ma il loro effetto iniziava a farsi sentire e la leggendaria leggerezza dell’essere veniva ulteriormente alleggerita dalle allegre bollicine dello champagne, frizzante come l’intelligenza di quella affascinante quarantenne padrona delle proprie azioni, delle proprie parole e della propria sessualità. Betta –le aveva permesso di chiamarla così- le aveva poi presentato una serie di personaggi assolutamente sconosciuti per tutti quelli che non hanno a che fare con il circuito dell’arte nella Capitale, musicisti, scultori e poeti che lei frequentava quando ancora i loro lavori non valevano cinque euro. Cinzia era un po’ confusa, tra l’alcol e tutti quei nomi e quelle facce nuove faceva fatica a concentrarsi, le pareva un sogno bellissimo, una realtà inaccessibile alla maggior parte della gente che invece per lei stava diventando familiare, confortevole, un mondo a parte con regole diverse, con la libertà di poter essere e fare ciò che si vuole o che semplicemente si desidera, come nel Paese dei Balocchi, solo che invece di diventare muli alla fine si diventa ricchi e famosi. <<Senti, che ne dici se invito un paio di questi fusti a cena a casa mia e ce la spassiamo qualche ora? Ci verresti? Dopo puoi restare a dormire da me.>> La domanda l’aveva colta impreparata, in contropiede avrebbero detto nella trasmissione in cui faceva la valletta <<Io……perchè no? Però posso scegliere il fusto?>> Betta l’aveva abbracciata ridendo con un entusiasmo travolgente <<certo che puoi scegliere quale. Vedrai, ci divertiamo, sono tipi a posto, garantisco io.>> Verso le cinque del pomeriggio si erano ritrovati all’ingresso della galleria, i prescelti erano Luigi Valentini Torroni, scultore e scenografo, figlio di una contessa e di un noto industriale, sui trentacinque, alto, moro, occhi scuri, portamento impeccabile, forse un po’ laccato ma simpatico e brillante, il secondo era Gunter Pedersoli di madre svizzera e padre veneziano, il tipico nordico, pittore, giornalista esperto d’arte e grande appassionato di sport alpini, fisico atletico e sorriso smagliante. Cinzia sentiva l’eccitazione provocata dall’inizio di un’avventura con degli sconosciuti, si 40


sentiva al sicuro con quelle persone, avrebbero anche potuto essere schiavi di qualche eccesso sessuale tipo farsi urinare sulla faccia, ma il grado di cultura e i loro modi erano forse la migliore garanzia che tutto sarebbe andato per il meglio, che la serata sarebbe stata divertente sotto ogni punto di vista, almeno così voleva credere per non farsi spaventare dalla situazione. Eppoi già pregustava la nottata a casa con Betta, loro due sole a discutere degli argomenti più diversi in intimità, aveva voglia di ascoltarla e di imparare da lei molte cose sulla vita, perché le sembrava che la nuova amica la sapesse piuttosto lunga. Alle diciassette in punto una Bmw di grossa cilindrata e con i vetri scuri si era fermata esattamente davanti alle scale, il motore era rimasto acceso, lo si poteva vedere dalle impercettibili vibrazioni dei riflessi sulla luccicante carrozzeria blu scuro, sicuramente aspettava qualcuno. <<E’ arrivato>> aveva esclamato Betta. <<E’ arrivato chi?>> le aveva chiesto Cinzia. <<Mario, il mio autista. Possiamo andare?>> A quel punto era sorto un inconveniente, Luigi possedeva una meravigliosa Mercedes spider d’epoca, una vettura che gli aveva regalato sua madre il giorno della laurea e da cui non si separava mai, l’auto era parcheggiata in un garage custodito distante poche centinaia di metri e lui aveva insistito per andarla a prendere e raggiungere gli altri a destinazione. Gunter era andato con lui, per tenergli compagnia. Per arrivare a casa di Betta, traffico della Capitale permettendo, ci sarebbero voluti più o meno quarantacinque minuti, tre quarti d’ora di pieno comfort tra le soffici poltrone di pelle della Bmw, bella musica e un drink con ghiaccio prelevato dall’elegante minibar in dotazione. Mario, l’autista, era escluso da quella situazione privilegiata, chiuso dietro l’impenetrabilità di un vetro antisfondamento. <<Scusa se te lo chiedo Betta, ma di cosa si occupa specificamente un imprenditore culturale?>> <<Di cosa si occupa. Bella domanda. Vediamo se riesco a spiegartelo senza annoiarti. Diciamo che mi occupo di far in modo che gli artisti abbiano accesso al circolo di quelli che hanno soldi per finanziare l’arte, gente che ha voglia di investire e che per farlo si lascia consigliare da professionisti come me. Se tu avessi un capitale disponibile e lo volessi investire in borsa, cercheresti qualcuno che conosce profondamente la borsa e i suoi meccanismi e poi gli affideresti il tuo denaro perché 41


lo faccia fruttare. Ecco, sostituisci le azioni con opere d’arte e più o meno hai capito cosa faccio.>> <<Quindi conosci molte persone importanti.>> <<Tesoro, le pubbliche relazioni sono parte fondamentale della mia professione. Conosco un po’ di tutto, senatori, parlamentari, industriali, alte cariche militari, personaggi dello spettacolo, ho perfino amicizie in Vaticano, se ti può tornare utile, loro mi danno fiducia ed io uso i loro soldi per far emergere talenti che altrimenti andrebbero sprecati tra bottiglie di superalcolici e droghe pesanti. Naturalmente ho il mio guadagno, ma questa è un’altra storia. Tu che fai, la modella?>> <<No, no, lavoro in televisione. In fondo però è uguale, anche in tv mi hanno presa per usarmi come manichino, solo che invece di portare degli abiti porto una cartellina con la scaletta del programma.>> <<Oddio! Fai la valletta?>> <<Già, ma non è quella la cosa peggiore.>> <<Perché, c’è di peggio?>> aveva detto Betta con l’aria divertita. <<C’è, purtroppo c’è: fare la valletta in un programma televisivo che parla esclusivamente di calcio.>> <<Ti pagano bene, almeno?>> <<Per quello non mi lamento, ho ottenuto un buon contratto e il conduttore è un tipo in gamba, Ludovico Bezzegato, lo conosci per caso?>> <<Ludovico? Certo che lo conosco, è un vecchio amico e un appassionato d’arte. L’anno scorso gli ho consigliato l’acquisto di un paio di pezzi importanti di un pittore ungherese che adesso è molto quotato, un ragazzo interessante che ti voglio presentare alla prima occasione, un artista naif straordinariamente sensibile, e anche un bel pezzo di carne.>> La Bmw aveva superato il grande cancello di ferro della villa di Betta, una casa strepitosa, un’architettura moderna estrema che però si fondeva perfettamente con il parco circostante e la splendida vista su Roma. La Mercedes d’epoca di Luigi era arrivata pochi istanti dopo, parcheggiando nel piazzale sotto un castagno che poteva avere due o tre secoli.

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Sul campanello c’era scritto semplicemente Stefano, il cognome compariva solo sulla targhetta della cassetta per la posta, protetta dalla privacy dell’androne del palazzo presidiato dal portinaio e dalla moglie. Eugenio non aveva molti amici intimi e si guardava bene dall’aumentare il loro numero, preferiva contare su legami solidi, costruiti e maturati nel tempo, iniziati preferibilmente al liceo o poco dopo e proseguiti attraverso le fasi del divenire adulti, tra alti e bassi, tra le vicissitudini e i colpi di testa della giovinezza, esattamente il contrario di quanto invece cercasse nei rapporti sessuali, dove l’occasionalità e l’imprevisto diventavano stimoli erotici impareggiabili. Il primo incontro con Cinzia infatti era stato per lui l’apoteosi della perfezione. Conosceva Stefano da quasi vent’anni –una vita- e nonostante fossero molto diversi la loro amicizia poggiava su solide basi comuni ed un evidente catenaccio generazionale li legava a doppia mandata, figli dello stesso nulla a cavallo tra gli anni 80 e 90 del decadente ventesimo secolo, e consci di esserlo. <<Ciao letterato, come stai?>> Stefano gli si era buttato addosso per stringerlo tra le braccia muscolose. Era da qualche tempo che gli impegni reciproci li tenevano distanti. <<Io bene, tu come te la passi?>> <<Bene anch’io.>> <<Sono contento di vederti, davvero, ti avrei chiamato io uno di questi giorni, ma…>> <<Hai avuto altro da fare, conosco il ritornello, eppoi ho visto che hai nuove frequentazioni femminili.>> <<Hai visto dove?>> <<Su un giornale, in edicola, compravo il quotidiano e ti ho visto fotografato in copertina, seduto al bar con quella tizia –come si chiama?- Cinzia, la valletta del programma sportivo, quello condotto da Ludovico Bezzegato.>> <<Non ci posso credere, dimmi che è uno scherzo!>> <<Purtroppo per te non è uno scherzo, ora sarai l’idolo di tutti i sedicenni arrapati d’Italia, il generale dell’esercito delle seghe e della gazzetta dello sport, non sei contento? Certo che ti sei trovato proprio un gran bel pezzo di figliola!>> <<Dai Stefano, non fare il coglione, la situazione è tragica.>>

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<<Cosa c’è di tragico? Solo perché tutti sanno che ti scopi una specie di velina, non è il caso di preoccuparsi>> provocarsi reciprocamente ad ogni occasione era un vezzo che avevano conservato immutato nel tempo. <<Che ne sai tu, tutto il giorno immerso nelle tue scartoffie, la fai facile perché se capitasse a te avresti mille clienti in più il mattino dopo, ma io sono Eugenio Boninzoni, non il figlio del titolare di una agenzia di spedizioni transnazionali.>> <<Cos’è, il tuo ego tracotante ti impedisce di finire in copertina sulla stampa spazzatura, signor letterato?>> <<Sai che mi disinteresso delle questioni del volgo, non me ne frega un cazzo di finire in copertina, non mi tocca il fatto in sé, mi infastidisce finire in pasto a torme di minorati che pronunceranno il mio nome. Quanto a te, vaffanculo. Cambiamo discorso, altrimenti mi deprimo. Cosa si mangia?>> <<Ancora non lo so, aspettiamo che arrivino anche gli altri e poi decidiamo.>> <<Gli altri chi? Chi hai invitato? Sai che se i commensali non sono di mio gradimento, io me ne torno a casa.>> <<Lo so, Eugenio, lo so. Chi vuoi abbia invitato? Sempre gli stessi.>> <<Sempre gli stessi, il circolo si riunisce?>> <<Si riunisce.>> Eugenio era scosso dalla notizia della pubblicazione della foto, avrebbe potuto essere l’inizio del tunnel della notorietà che cercava di evitare come la peste, l’ordigno capace di mandare in frantumi anni di ragionato isolamento da quel circuito sociale abitato da semplici esseri umani che si accontentano di essere umani, che trovano la felicità aspettando il week-end per prendere il caffè in piazza, per andare al centro commerciale a fare acquisti e riempirsi la casa di libri da usare come soprammobili, per scopare e magari tentare di avere dei figli. Sentiva forte il conflitto tra la sua libertà e la paurosa attrazione che provava per Cinzia, anche in quel momento, in cui avrebbe potuto facilmente ritenerla causa del proprio disagio. <<Che ti prende?>> la voce di Stefano l’aveva riportato tra i mortali. <<Niente, scusa, è che non me l’aspettavo.>> <<Parli della foto?>> <<E di cosa, se no?>>

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<<Secondo me esageri, d’altronde dovevi immaginare che sarebbe capitato presto o tardi. Se frequenti gente che lavora in televisione e che va in onda in prima serata praticamente nuda sfoggiando un corpo da infarto, credo sia normale. Anzi, sai cosa ti dico? Che potresti farne un punto di forza, potresti vendere molti più libri, farti conoscere da tutti e fra qualche anno potremmo fondare un partito sfruttando la tua immagine pubblica. È un bel progetto, no?>> <<Tu sei fissato con questa storia del partito, quand’è che ti metterai l’animo in pace?>> <<Siete una manica di smidollati, insieme potremmo fare grandi cose, far funzionare meglio questo paese, rilanciare la cultura, ma ve lo dico da almeno dodici anni e ancora non volete credermi.>> <<E chi ci crede più nella politica? Forse sei rimasto tu e qualche altro migliaio di illusi che caparbiamente continuano a leggere i quotidiani credendo di trovarci la verità. Penuria di fonti autentiche e verificabili, è uno dei problemucci dell’era dell’informazione.>> <<Sei di una decadenza morbosa, te ne rendi conto?>> <<E tu sei un indomito umanista moderato, un giorno o l’altro finirai per cerare di convincermi che esistono papi moderati e papi progressisti. Il lavoro come va?>> <<Ma perché salti sempre da un argomento all’altro? Come vuoi che vada? Bene. La solita routine, fatturato in lieve ma costante crescita, un successo coi tempi che corrono.>> <<Non ti sento soddisfatto.>> <<Forse perché non lo sono. Lavoro nell’azienda che mio padre ha fondato, avviato, ingrandito, sostenuto nei momenti di crisi, poi sono arrivato io e tutto era bello e pronto, come una tavola imbandita.>> <<Avresti preferito fare l’operaio in fabbrica? Sei ancora in tempo, se la tua coscienza vuole questo.>> <<Il problema è che lo vuole solo lei, io morirei dopo due settimane.>> <<Allora ringrazia tuo padre che ti ha salvato, e rassegnati ad essere un parassita.>> <<Il tuo tatto si distingue, sempre.>>

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Stefano aveva ricevuto dalla natura due enormi regali, peccato fossero contrastanti: una intelligenza brillante e un magazzino zeppo di scuse per non usarla, così lui stava a suo agio tra le pieghe ombrose del sistema e come un osservatore distaccato prendeva costantemente appunti, non si lasciava sfuggire le sfumature, ma spesso sembrava che l’imbecillità altrui gli avesse perfino tolto la voglia di emergere, di fare, poi d’improvviso aveva dei guizzi propositivi e un fervore pratico lo scuoteva, allora tirava fuori la vecchia storia del partito, della politica come alta espressione e strenua difesa dei valori, si trasformava in un interventista sociale di sapore dannunziano dimenticando ogni volta che la pigrizia l’avrebbe di nuovo sopraffatto di li a qualche giorno. La miseria delle faccende a cui doveva dedicarsi per sopravvivere non gli dava pace, Eugenio l’aveva preso a modello per tratteggiare alcuni suoi personaggi, in particolare il protagonista di un racconto dall’atmosfera talmente cupa che leggendolo le pagine sembravano essere un’unica macchia di inchiostro. L’indolenza e il rifiuto del lavoro come fattore nobilitante l’essere umano era una caratteristica della loro generazione, un atteggiamento sostenuto dal benessere che le loro famiglie –come tante altre- avevano costruito durante l’esplosione economica tra il 1980 e il 1990, rivelatasi poi un portentoso giro nazionale di denari che lasciava ben poco di concreto sul piatto, ma comunque sufficiente a moltiplicare le auto nei garages ed i soggiorni a Cortina. Ad un certo punto il meccanismo si era inceppato e molti padri si erano ritrovati inguaiati, tagliati fuori dall’unico gioco in cui sapevano vincere a causa del repentino cambiamento delle regole. I divorzi sono venuti di conseguenza. I genitori di Stefano stavano ancora assieme, ma il loro matrimonio aveva camminato su un filo sottilissimo per più di cinque anni mentre cercavano di ristabilirsi dalle perdite subite con investimenti basati su una previsione di reddito che era andata a farsi fottere. Lui ne aveva sofferto moltissimo anche se in qualche modo cercava di nasconderlo a sé e agli altri, fondamentalmente perché pensava fosse troppo borghese dispiacersi se i propri genitori –entrambi borghesi- erano sul punto di lasciarsi per colpa dei soldi. Ma all’epoca aveva appena compiuto diciassette anni, e si sa che i diciassettenni pensano cose strane.

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La casa di betta era stupenda, la vista mozzafiato, la cena era stata impeccabile almeno quanto il vino, e la scopata dopo il caffè perfetta. Luigi e Gunter se ne erano andati da qualche minuto dopo aver fatto la doccia, simpatici, carini, due veri gentiluomini abituati alla vita mondana. Cinzia era distesa sul tappeto davanti alla grande vetrata, l’accappatoio che Betta le aveva prestato era incredibilmente morbido e profumava di pulito, di bucato steso al sole, i capelli ancora umidi le regalavano una piacevole sensazione di fresco. Era felicissima di aver accettato l’invito, ed era ancora elettrizzata per aver sperimentato la prima volta un rapporto sessuale a quattro. Gunter soprattutto, si era dimostrato un autentico stallone, dotato decisamente oltre la norma e con una resistenza impressionante, Luigi invece era più passionale, più latino, non uno di quelli che riesce a pensare a qualcosa di spiacevole per non venire troppo in fretta, amante del sesso orale e forse bisex. Forse, perché quella sera si era concentrato solo sulle donne. Betta era stata incredibile, aveva diretto le danze come una vera maestra e si vedeva che si divertiva, che ogni cosa –anche la più spinta- diventava per lei un gioco allegro e coinvolgente. Le piace parlare mentre fa sesso, anche di cose serie. <<Allora? Cosa mi dici? Come è andata?>> Betta era uscita dal bagno indossando una vestaglia di seta trasparente, sotto era ancora nuda. <<Bene, benissimo.>> <<Gunter sa il fatto suo, vero?>> il tono era molto malizioso. <<Si, ma anche io devo essermi comportata bene. Guarda, mi ha lasciato il suo numero>> il tono era altrettanto malizioso. <<Lo sai che mi piaci? Hai sempre la risposta pronta, e pochi peli sulla lingua>> una carezza morbida e sensuale aveva mossi i capelli di Cinzia, provocandole un impercettibile brivido. <<Anche tu mi piaci, molto.>> <<Ah davvero? E perché?>> <<Beh, hai classe, sei intelligente, parli bene, sei simpatica, affascinante, mi piace come ti vesti, gli uomini ti rispettano e non ti chiederebbero mai di commentare un’azione con l’attaccante in dubbio fuorigioco.>> <<E non ho neanche un difetto?>> <<Sicuramente si, ma ti conosco da troppo poco per poter dire quale.>> <<Tu farai strada nella vita tesoro, te lo dico io. 47


Incontro tanta gente, ma raramente donne giovani sveglie quanto lo sei tu. Siete merce fuori mercato, come si dice in gergo, donne cui spetta di diritto un ruolo importante nella società, altro che figli, marito e lavoro. E non pensare che sia una femminista sfegatata, io me ne frego della parità e di tutte le altre balle del genere, dico solo che un mondo governato da donne consapevoli sarebbe mille volte più evoluto di quello in cui viviamo. Tutto qui.>> <<Non ci ho mai pensato seriamente.>> <<Puoi cominciare da adesso, non è troppo tardi. Ti piace il panorama?>> <<Sei fortunata a vivere in una casa come questa, il panorama è bellissimo.>> <<L’ho comprata praticamente per quello. Appena l’ho visto me ne sono innamorata, quando sorge il sole sembra addirittura finto. Prima di firmare il contratto ho preteso di provarla per una settimana, volevo vedere se mi piaceva nelle diverse situazioni, di giorno, di notte, al tramonto, con il cielo nuvoloso. Ti insegno una cosa: la personalità di una casa la capisci dalla quantità di luce che ci entra, il buon gusto del proprietario lo deduci dalla minima presenza di soprammobili, il lusso lo vedi nella quantità di spazio lasciato vuoto. Queste sono tre regole fisse, da applicare naturalmente ai giorni nostri, mai avresti potuto rispettarle nell’ottocento, sarebbe stata una pazzia.>> Cinzia si era guardata intorno e tutto tornava, ognuna delle tre regole era assolutamente rispettata all’interno di quell’edificio, le pareti avevano più finestre che mattoni, la mobilia lineare non era sovrastata da oggetti e ninnoli e spiccava imperativa sull’orizzonte, nelle stanze il concetto principe era la calpestabilità, decine di metri quadrati orizzontali vuoti facevano del pavimento un’immagine quasi speculare del soffitto, sensazione amplificata anche dal fatto che nessuna lampada pendeva dall’alto. <<Senti Betta, ma tu in cosa sei laureata?>> <<Cosa ti fa pensare che lo sia?>> <<Alla mostra, ho sentito uno che ti chiamava dottoressa.>> <<Sono laureata in economia, ma la mia grande passione è sempre stata l’arte. E gli artisti. Li amo, cosa ci devo fare? Quelli del passato li amo amando le loro opere, quelli del presente li amo facendoli emergere e scopandoli. È un po’ la stessa cosa in fondo.>> <<E perché li ami?>>

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<<Tesoro, tu sei ancora giovane e hai molte esperienze da fare, ma non esistono al mondo uomini come gli artisti, e non parlo solo per il sesso. Loro sono diversi dagli altri, ti puoi sempre aspettare di tutto e il giorno dopo l’opposto, perché sono soggetti alla luna, a continui cambi di idea, hanno la mente aperta e riescono ad abbracciare le cose e il loro contrario, per questo sono incostanti, felici ma infelici allo stesso tempo, loro sanno capire una donna, colgono le differenze tra l’uomo e la donna con una sensibilità che riesce a stupirti, a farti ridere, e non ti regalano mai nulla nei giorni comandati. Sanno di essere degli uomini, ma questa consapevolezza non ha risvolti fisici.>> <<E secondo te per le artiste è uguale?>> <<In qualche modo si, però ho sempre notato una curiosa differenza, gli artisti tendono a somigliare più ad una donna che ad un uomo come se sviluppassero quella parte di sé che la natura ha tenuto in minoranza, le artiste invece non tendono a diventare più simili agli uomini, anzi, se possibile sviluppano ancora di più la loro parte femminile, in senso creativo, emotivo ed affettivo. Prova a farci caso, e ti accorgerai che è così.>> <<Sai che starei tutta la notte ad ascoltarti?>> <<E’ un complimento?>> <<No, è che riesci a farmi vedere le cose da un punto di vista diverso, non so spiegartelo, non sono le solite cose dette da una madre, o da un’amica, o da una che hai appena incontrato alla fermata della metropolitana, sono come un miscuglio di cose che già so ma che nella mia testa non si mettono in fila nel modo in cui tu le dici, una specie di ricetta segreta come quella della torta di mia nonna, tutti conoscono gli ingredienti ma nessuno sa rifarla uguale. Lei diceva che il segreto non era negli ingredienti, ma nelle sue mani. Tu hai un segreto?>> <<Fammi pensare. Si, direi di si. Ne ho molti.>> <<Hai voglia di dirmene uno?>> <<Perché no? Una volta ero un uomo.>> una pausa silenziosa si era materializzata tra loro, non voluta <<Guarda che sto scherzando. Ti sembra il bacino di un uomo questo?>> Cinzia si era messa a ridere <<no, effettivamente non sembra il bacino di un uomo.>>

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<<Non ho così tanti segreti scandalosi, sono una persona molto più normale di quello che ti sembra, è che adesso tu sei affascinata, probabilmente mi vedi come la donna che vorresti diventare ma il vero segreto è che devi sforzarti di diventare diversa da me e da chiunque altro, devi coltivare te stessa, non devi lasciarti sviare e soprattutto non devi lasciarti intimorire. Quando le conosci da vicino, le persone –tutte- alla fine sono normali, ognuno con le sue stranezze, le sue manie e le sue abitudini, capi di stato o musicisti di successo, fotomodelle o postine, non cambia. Chiunque tu abbia davanti, ricordatelo.>> <<Me lo ricorderò, comunque non mi hai ancora detto il segreto.>> <<Ti interessa il segreto? Ma hai ascoltato quello che ti ho appena detto?>> <<Certo. Però voglio anche il segreto.>> <<Va bene, va bene. Ma tu guarda, ti conosco da poche ore e già vuoi sapere i miei segreti. Una volta ho pensato seriamente, molto seriamente, di mollare tutto, farmi sposare da un tipo tranquillo e avere tre o quattro bambini, una casa col giardino, due cani e preoccuparmi solo della mia famiglia per il resto dei miei giorni. È durato un paio di settimane, poi mi è passata. Adesso tocca a te.>> <<Cosa c’entro io, eri tu che dovevi rivelarmi un segreto. Io non ne ho.>> <<Su, non fare la timida, tutti abbiamo dei segreti, dimmene uno, il più piccolo. Non farti pregare.>> <<Ok. Stasera è stata la prima volta che ho fatto sesso in gruppo.>> <<E questo lo chiami un segreto? Tesoro, l’avevamo capito subito, anche se non ci hai messo molto ad impratichirti.>> <<Ed era anche la prima volta che facevo sesso con un artista.>> <<E…>> <<E mi è piaciuto. Tanto. Mi sono sentita subito a mio agio, all’inizio ero un po’ imbarazzata, ho sempre pensato che fare sesso in gruppo fosse una cosa volgare, invece con voi non è stato così, anzi, era una situazione tranquilla e raffinata, bella. E non ho sentito la solita presenza dominante del maschio, era come se fossimo tutti uguali.>> <<Te l’ho detto. Gli artisti sono gli uomini migliori, sono così delicati e sensibili che sarebbero disposti a farsi da parte e lasciare alle donne il compito di gestire il potere, 50


ed è questo il motivo per cui in un mondo governato dagli uomini loro sono esclusi dai ruoli di potere, sono i primi ad essere perseguitati e gli ultimi ad essere ricordati nelle liste dei caduti per la libertà. Il fatto è che non siamo molto diversi dagli animali, tutto si basa sulla violenza, esplicita o potenziale. Il piÚ forte vince, bella mia.>>

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Era uscito da casa di Stefano a pomeriggio inoltrato, soddisfatto per aver rivisto persone amiche ed aver scambiato quattro parole intelligentemente sopra la media, a tema libero senza timori perché si può riuscire anche a parlare di automobili, di sport o di tette in modo intelligente, basta essere persone intelligenti. Spesso la gente pensa che chi ricerca la conoscenza abbia un dono particolare, un talento, ma non ci vuole alcun talento particolare per leggere dei libri, per avere lo stimolo a capire l’universo che ci circonda, la natura che ci circonda, gli esseri umani che ci circondano, è sufficiente non ignorarli. Da qualche parte stava scritto: il valore della conoscenza sta non tanto nell’ottenerla, ma nel saperla usare, Eugenio lo aveva letto e condiviso, ma non ricordava né dove né quando. Comunque quella massima non lasciava scampo ai mediocri, com’era giusto che fosse, e proprio questo aspetto gli appariva il più condivisibile, un doppio ostacolo da superare con un salto che porta oltre la nozione, un gesto atletico accessibile a pochi. Ancora non era stato in grado di decidere se purtroppo o per fortuna. Non era un appassionato delle teorie del tutti uguali ad ampio raggio, non condivideva la concezione populistica della cultura dove il concetto si dimensiona alle capacità del soggetto che lo deve comprendere, al contrario, riteneva vi fossero alcuni concetti che erano e dovevano restare elevati, afferrabili solo dopo averne interiorizzati altri con la dovuta profondità. La vita di superficie non lo interessava, fare surf con i pettorali gonfi sull’onda del benessere e della frivolezza non lo interessava, avere rapporti con suoi simili ma simili solo in senso biologico non lo interessava, era attratto dalle donne, dal sesso, dalla cultura e dalla privacy in dosi appropriate. La faccenda della foto sul giornale ancora lo infastidiva un po’, ma era conscio di non poterci fare nulla, i temuti paparazzi ormai erano entrati in azione ed era assai difficile che potessero smettere, dal momento che il loro stipendio dipende direttamente dalle foto che scattano. La sua storia con Cinzia era appena iniziata e loro sicuramente già pregavano perché ci fossero un tradimento ed una clamorosa rottura prima che la relazione diventasse stabile e quindi noiosa dal punto di vista scandalistico, esattamente come il macellaio prega per la buona riuscita del parto della vacca il cui vitello finirà a pezzi sul suo banco refrigerato. Era in questi momenti che si sentiva felice per non essere nei panni di uno di quei suoi colleghi scrittori che si concedono alla famelica bolgia del pubblico medio e rilasciano interviste su settimanali per minorati culturali. 52


Eugenio Boninzoni l’egocentrico in quel preciso istante avrebbe voluto fare l’amore con Cinzia fino a farsi venire il fiatone, sudare piacere imbrattando le lenzuola e lasciandoci un’impronta eterea come quella della sindone, ansimare, schiaffeggiarsi e battere i pugni sul petto come un gorilla impazzito, avrebbe voluto abbandonarsi all’istinto per non ricordare più le origini dell’alfabeto e regredire, regredire, regredire ad uno stato di assoluta innocenza sicuramente antecedente l’avvento della tv. Invece lei era a Roma e lui camminava lentamente in centro per smaltire il pranzo e il solito effetto collaterale degli incontri con Stefano e gli altri, quel senso di circolo ristretto, di limitatezza della cerchia di persone frequentabili, un meccanismo pericoloso che può portare a perdere il rispetto per il prossimo, ma sempre più una difesa dagli attacchi esterni. <<Banalmente si potrebbe dire che l’occidente moderno è una immensa rete di solitudini che si interfacciano per interesse, ma il cinismo da bar non aiuta a riemergere da un’epoca sterile, ci vuole impegno e volontà di resistere all’appiattimento. I programmi di Rai Educational vanno in onda all’una di notte non perché in prima serata non ci sia pubblico per quelle trasmissioni, ma perché ne avrebbero troppo, ma se la televisione trasmette schifezza ventitrè ore al giorno questo non significa che gli spettatori italiani siano degli idioti>>. Eugenio non era mai stato uno cui piacevano le generalizzazioni, in fondo sapeva che gli uomini potevano fare meglio e che c’era del buono in molti di loro, il problema era che la disabitudine a far ricorso a quel buono ne stava facendo scomparire la memoria, sepolta sotto una valanga di oggetti, sfizi, cose da fare e soldi da spendere, ecco perché giornali e trasmissioni di gossip attraversavano un periodo d’oro ed erano stati inventati i telegiornali di costume. La città stessa appariva costantemente indaffarata, anche in quelle giornate estremamente calde ed afose, la gente intervistata dal radio-tg locale dichiarava che non c’era più l’estate di una volta quando i centri urbani si svuotavano e comprare un etto di prosciutto in agosto era un’impresa impossibile, adesso tanti preferiscono spezzettare le ferie, approfittare dei voli last minute, evitare confusione e prezzi alle stelle, così non si capisce più quando ci sono i periodi di vacanza, durante l’anno in un ufficio manca sempre qualcuno a rotazione e una cartolina per i colleghi è in arrivo. Il mondo del lavoro aveva deciso di non fermarsi mai, di annullare la pausa estiva e spalmarla sui trecentosessantacinque giorni, forse anche perché in un periodo di forti tensioni sociali e politiche, di terrorismo e di riduzione del potere d’acquisto, fabbriche ed uffici diventano punti di riferimento, centri di sicurezza ed indici di 53


normalità, segni inequivocabili che la vita –così come la si conosce- continua imperturbata. Il passaggio di una ragazza dall’altro lato della strada aveva interrotto il filo dei suoi pensieri e subito i sensi si erano messi in allarme, era bastato che la coda dell’occhio scorgesse l’inconfondibile svolazzare di una minigonna in lino perché l’attenzione si spostasse. La ragazza camminava ad andatura sostenuta, probabilmente andava di fretta, era apparsa da dietro e in quattro falcate lo stava già superando, la borsa che portava a tracolla sobbalzava lungo il suo fianco ed altrettanto faceva il seno generoso dentro la camicetta a fantasia floreale, libero dalla costrizione della biancheria intima. Camminava bene, come una donna vera dalla nascita, morbida, formosa, le caviglie fine ed il polpaccio appena accennato, il viso non si vedeva bene un po’ perché di profilo, un po’ per via dei grandi occhiali scuri che lo coprivano. Trecento metri dopo, all’angolo con via Verdi lei aveva preso a sinistra uscendo dalla sua visuale e dalla sua vita come una meteorite che attraversa l’atmosfera terrestre, che per pochi istanti si incendia regalando il massimo del proprio splendore a chi ha la fortuna di vederla, e poi sparisce. Il mistero e la casualità lo eccitavano tantissimo, un incontro dal tabaccaio, al parcheggio o vicino al bidone dell’umido mentre si compie il proprio dovere di cittadino differenziatore, poche parole, due sguardi di numero, cuore che pompa sangue come un forsennato e libido alle stelle, per restare in tema con gli oggetti celesti. Cinzia, il pianeta femmina di cui era diventato sessualmente il satellite, faceva sentire la propria mancanza.

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La prima nottata con Betta l’aveva segnata per sempre. Ogni tanto le persone si accorgono del preciso momento in cui la strada della vita sbuca in una rotatoria con migliaia di uscite, migliaia di possibili scelte come risposta ad un singolo evento, ad una singola giornata, e bisogna prenderne una, una soltanto. Sono i momenti in cui la decisione è vincolante per il futuro anche se oscuro e visibile solo in lontananza, attimi o lunghe ore, non importa quanto dura l’operazione, alla fine qualcosa fornirà l’indicazione per effettuare la scelta. Qualcuno lo chiama istinto. Qualcuno lo chiama caso. Qualcuno lo chiama destino. Qualcun altro non lo chiama affatto, e passa gli anni migliori a girare in tondo. Cinzia era consapevole che la risposta affermativa all’invito a casa di Elisabetta Morsoni era stata espressione della sua volontà di abbandonare definitivamente la vecchia sé stessa e tramutarsi in qualche cosa di nuovo e forse di migliore, non che ci avesse riflettuto razionalmente o filosoficamente, era bastato lasciar andare il pensiero fino alle vecchie compagne di scuola rimaste imprigionate dalla vita di provincia, quelle che le scrivono lettere di complimenti e le chiedono di andarle a trovare, quelle sposate ad un magazziniere di supermercato che aspira a diventare caporeparto con cui dividono una Fiat Punto ed un mini di recente costruzione. La possibilità di finire in quelle condizioni le avrebbe dato energia e coraggio per buttarsi a capofitto nelle esperienze più scriteriate, se ce ne fosse stato bisogno. Tornando a casa aveva camminato un metro sopra il terreno, fluttuante come un fantasma felice e piena della grandezza del mondo, forte tanto da conquistarlo, sentiva che stava diventando una donna consapevole e che ogni cosa nella sua vita si metteva per il meglio, per magia, fortuna, abilità, predestinazione, che importava? Tutto luccicava di paillettes come in un sogno e lei voleva non finisse mai, quei giorni talmente perfetti non dovevano rimanere un episodio, al contrario, dovevano diventare la regola fino alla noia e alla nausea. Quanti altri artisti con cui fare sesso c’erano sparpagliati per le strade di Roma? E quanti uomini di altro tipo ma altrettanto interessanti? Forse decine di migliaia, comunque un numero vertiginoso. Decine di migliaia di potenziali avventure, conquiste eccitanti, situazioni piccanti, una girandola di sensazioni forti da consumare prima che si raffreddino, unico obiettivo il piacere. Calzando scarpe con dieci centimetri di tacco per passeggiare sul pavè una donna si sente creatura inadatta alla vita in un mondo rozzo, sale la gerarchia mistica fino a diventare presenza angelica tra gli esseri umani che rovistano nel pattume della 55


discarica, e Cinzia iniziava a comprendere alcuni aspetti delle assurde manie di Michael Jackson tipo l’uso della mascherina davanti alla bocca per non venire in contatto con le mefitiche esalazioni dell’inferno quotidiano. Dopo quella serata si era trovata di colpo più matura, più donna, e la cosa le piaceva, l’indipendenza, la libertà di fare e pensare, di decidere con chi congiungersi sessualmente e dove trascorrere la notte, segni tipici dell’emancipazione. Aveva rivisto Betta di frequente nei mesi successivi, spesso si incontravano per pranzo in centro e lei la portava in tutti i ristoranti migliori, accolta come una regina dai titolari qualche volta perfino troppo salameccosi, le aveva presentato onorevoli e presidenti, industriali importanti, personaggi dello spettacolo più di quanti avrebbe potuto conoscerne da sola pur frequentando l’ambiente per lavoro, tutte conoscenze che potevano tornare utili e che comunque sancivano il suo ingresso definitivo in un circuito d’elite, di agi, di lussi, di cene e teatri. Ma Cinzia aveva dimostrato subito quali fossero le sue preferenze, poco le importava di affascinare politici ed imprenditori, certo godeva degli effetti conturbanti che provocava agli uomini avanti con l’età forniti di potere e portafoglio, però il richiamo della carne alla fine aveva sempre il sopravvento e la scelta cadeva sui prestanti giovanotti non sopra i quaranta, meglio se non sopra i trentacinque, che man mano le capitavano a tiro. Una sera le era perfino successo di scopare nella suite imperiale di un noto hotel romano, con le guardie del corpo fuori della porta. Aveva trovato divertente che i tre gorilla sapessero perfettamente quello che succedeva pochi metri dietro le loro spalle, e potessero invidiare il loro principale. <<La forza di una donna bella ed intelligente sta nella possibilità di essere causa scatenante di una guerra tra uomini, fonte di vita e di massacri contemporaneamente, il mito di Troia insegna>> Betta lo diceva di frequente, forse anche perché la sua paura della violenza maschile era tale per cui aveva bisogno di sentire di poterla in qualche modo controllare. Quelli erano temi che Cinzia all’inizio faceva fatica ad affrontare, non aveva mai ragionato seriamente sui rapporti uomo-donna al di fuori del contesto della normalità dove ancora nel 2006 è naturale che il bucato e la pulizia della casa siano compiti femminili, non aveva mai pensato a cosa avrebbero potuto fare un Parlamento composto in maggioranza da donne, un Presidente del Consiglio e della Repubblica donna, non si era mai chiesta nulla a proposito di rivoluzioni e controrivoluzioni, anche perché la politica le faceva venire il mal di testa.

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<<Abbiamo avuto rivoluzioni di ogni tipo, la Rivoluzione Francese, la Rivoluzione Industriale, la Rivoluzione di Ottobre, rivoluzioni nelle carceri, nelle campagne, nelle città, l’unica che manca è la Rivoluzione delle donne, che a differenza delle altre non passerà per le armi o per le manifestazioni di piazza. Hai sentito parlare delle “Quote Rosa”?>> Cinzia, che da quando la frequentava aveva iniziato a leggere i quotidiani per non rimanere senza argomenti, pensava di aver capito dove sarebbe andata a parare <<si, so che è stata bocciata una proposta di legge per pareggiare il numero di parlamentari donna a quello degli uomini.>> <<Esatto. Quella bocciatura è stata un’operazione pilotata.>> <<Pilotata dai deputati uomini?>> <<Pilotata da alcuni deputati donna.>> <<Donna?>> <<Sei sorpresa? Ti posso dire solo che a non farla passare sono state le manovre di alcune di noi.>> <<Noi chi? E poi a che scopo?>> <<Ti sei incuriosita eh? Per ora dovrai accontentarti delle informazioni che ti ho dato. Prova a ragionarci sopra, ti prometto che la prossima volta che ci vediamo ne riparliamo>> l’aveva baciata sulla bocca, poi era entrata in macchina scomparendo velocemente dietro la prima curva. Odiava quando faceva la misteriosa sfruttando la sua maggior esperienza per conficcarle un punto interrogativo in testa, era successo anche che la lasciasse a cuocersi nella curiosità –che è donna- per giorni interi facendo finta di non ricordare che avevano un argomento in sospeso. Betta aspettava paziente, non faceva la prima mossa, rimaneva in agguato silenzioso come un felino selvatico fino a che la sua vittima, divorata dalla necessità di sapere, non ammetteva la sconfitta e chiedeva spiegazioni. Cinzia ci aveva pensato a lungo, aveva cercato di considerare le variabili e di cambiare spesso punto di vista, si era data da fare per mettere insieme le poche indicazioni ricevute, ma la matassa non si sbrogliava. Che Betta fosse coinvolta in qualche storia di servizi segreti? L’ipotesi le era apparsa subito ridicola, un agente 57


segreto non avrebbe mai rivelato la sua copertura ad una persona conosciuta da poco, altrimenti non sarebbe più tanto segreto. Una vena di preoccupazione l’aveva comunque attraversata ad un certo punto, il timore di rimanere coinvolta suo malgrado in una cosa troppo vistosa nel momento in cui la sua carriera andava a gonfie vele non le pareva una bella idea, gli scandali politici possono diventare molto pericolosi, soprattutto per gli inesperti. Uno dei primi consigli dei colleghi più anziani e navigati del mondo dello spettacolo era stato lapidario: un personaggio pubblico ha l’obbligo di verificare in anticipo le credenziali delle persone che frequenta, altrimenti corre il rischio di rovinarsi l’immagine, e una volta che l’opinione pubblica ha espresso un giudizio negativo non c’è più modo di scrollarselo di dosso. Improvvisamente si era resa conto di non sapere assolutamente nulla della sua nuova amica, di ignorare da dove venisse, dove fosse nata, se fosse iscritta a qualche partito o se magari fosse davvero stata un uomo. Betta non era una persona famosa, di sicuro influente e importante ma non sotto i riflettori, difficilmente rilasciava interviste e preferiva muoversi liberamente dietro le quinte piuttosto che esporsi, piuttosto che calcare il palcoscenico ed essere costretta a recitare. Cinzia aveva capito aspetti anche intimi della sua personalità, sapeva interpretarla come essere umano ma non poteva da questo dedurre quali eventualmente fossero i suoi coinvolgimenti nei giochi di potere dentro i palazzi della politica. Questo lo ignorava, e avrebbe preferito continuare a farlo, invece si era sorpresa a pensarci anche al lavoro, durante la diretta. I giorni passavano e Betta era fuori città per lavoro, avrebbe potuto telefonarle, ma aveva imparato un’altra regola fondamentale per un personaggio pubblico: mai parlare al telefono di argomenti troppo privati, perché ci sono sempre in circolazione orecchie pronte ad ascoltare. Così era stata costretta ad aspettare fino al giovedì successivo, Betta veramente era rientrata mercoledì sera ma non si erano potute vedere a causa della puntata speciale in occasione di un incontro di Coppa. Mentre ascoltava i soliti sterili commenti sulle azioni della partita appena conclusa, Cinzia fremeva di impazienza, più per la voglia di rivederla che per quella di soddisfare la curiosità, anche perché immaginava ci sarebbe stata una spiegazione molto semplice per quello che invece le appariva molto complicato. Si era informata un po’ sulla questione dei diritti delle donne, e si era stupita quando aveva letto che in Italia la parità dei coniugi nel matrimonio era stata sancita solo nel 1977 e che fino a poco prima la donna che commetteva adulterio poteva addirittura 58


finire in carcere, era rabbrividita al solo pensiero di dover rinunciare alla propria libertà ed essere comandata da un uomo come un cane dal padrone <<magari da uno di quegli sfigati che sono sempre in giacca e cravatta, valigetta e scarpe pulite, che si atteggiano da grandi manager e sono titolari di una azienda che non arriva a fatturare cinquecentomila euro l’anno, ma sono stressati allo stesso modo e non riescono nemmeno a scoparti.>> Ad un’occhiata superficiale era chiaro che anche nel moderno occidente la donna non era più un oggetto da una manciata di decenni appena e che era salita di rango quando aveva iniziato a mettere in mostra il corpo. Adesso Cinzia sapeva che tutti quelli che consideravano il ventunesimo secolo l’epoca della donna-oggetto per il successo di veline e modelle quasi nude in tv, per le ragazze che scoprono l’ombelico e la schiena, non ci avevano capito un cazzo. In un certo senso si sentiva rinfrancata, in fondo anche lei apparteneva alla categoria delle belle vallette svestite dello spettacolo, ma iniziava a percepire la cosa come un vantaggio, un potere da esercitare sul territorio di competenza, dal Monte di Venere fino alla Vallata delle Tette. Sotto questa nuova luce perfino le colleghe che sceglievano di sposare il calciatore diventavano meno difficili da capire, perché comunque sceglievano. La donna sceglie, e sceglie il lusso, l’agio, la notorietà, sceglie di fare il calendario sexy da piazzare anche nella cameretta dei due figli, <<e se questi privilegi si conquistano conquistando il calciatore di serie A, allora sia, ma rimane una scelta. Chiunque, davanti ad un’offerta che prevede vari articoli, fa una scelta. Il problema è quando non si ha il diritto di farla, la scelta. La libertà è il diritto di scegliere. La libertà è il diritto di cambiare idea e di scegliere qualcos’altro.>> Il tenore e il ritmo dei pensieri che le sfrecciavano davanti agli occhi come sottotitoli su uno schermo al plasma era stato interrotto da una improvvisa pausa di silenzio, il brusio che fino ad un attimo prima la circondava era sparito. La diretta scandisce i tempi e diventa padrona persino degli spazi per pensare. <<Ed ora la pubblicità.>>

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Il taxi l’aveva appena lasciata davanti all’imponente cancello della villa di Betta che si stava aprendo lentamente, ancora qualche minuto ed avrebbe potuto finalmente rivederla, le era mancata più di quanto potesse credere, forse più di quanto normalmente manca un’amica che rimane fuori città pochi giorni. <<Tesoro, come stai?>> le aveva detto quando era comparsa sulla porta. <<La mia piccola Cinzia, vieni qui e fatti abbracciare! Io sto bene. E tu come te la sei passata senza di me?>> <<Mi sei mancata, ma sono riuscita sopravvivere!>> le loro labbra erano incredibilmente vicine ed una strana forza tendeva a farle incontrare. Betta l’aveva guardata negli occhi ed un fremito l’aveva percorsa, il mondo intero si era fermato per un istante. <<Dai, vieni dentro.>> La casa era pulita e profumata, inondata di luce ed accogliente, in cucina la teiera fischiava e due tazze erano pronte sopra la tavola <<allora? Com’è andato il viaggio?>> <<Tutto secondo il programma, una vera noia insomma. Sai come sono questi incontri di lavoro, tante chiacchiere e tanti sorrisi, strette di mano, discorsi seri e centinaia di migliaia di euro che passano di mano tra un aperitivo ed un salatino. Mai nulla di nuovo.>> <<Hai fatto sesso?>> <<Scherzi? Non c’erano soggetti interessanti. Perché questa domanda?>> <<Curiosità.>> <<Tu ne hai fatto?>> <<No, non dall’ultima volta in cui c’eri anche tu.>> <<Che succede? Inizia già a stancarti?>> <<Non direi, è che mi piace di più se siamo assieme.>> <<Mi stai chiedendo di sedermi su un divano e di guardarti scopare? Quanto zucchero?>> <<Due, grazie. Ma no, anzi, vorrei che tu mi toccassi di più.>> <<Va bene, ti prometto che ti toccherò di più>> sulla sua bocca le si era disegnato un sorriso malizioso. <<Sai che hai un’altra promessa da mantenere? 60


Che domande, certo che lo sai, tu non dimentichi mai niente, giusto?>> <<Giusto. So che abbiamo una questione in sospeso, e sono contenta non te ne sia dimenticata nemmeno tu, è segno che la cosa ti interessa. Ci hai ripensato?>> <<Se ci ho ripensato? Ho perfino trovato il tempo di informarmi, ho letto, ho cercato in internet, ma non sono riuscita a capire cosa mi nascondi.>> <<Non ti nascondo niente, è che a volte la realtà è molto più complessa di quanto possa sembrare. Vuoi latte o limone?>> <<Un goccio di latte, grazie. Comunque io non ho fretta, ho appena deciso che stanotte dormo qui, e non vado via finché non mi hai spiegato tutto.>> <<Mi piaci, te l’ho già detto?>> <<Almeno un milione di volte, ma non sono ancora sazia. E ti piaccio più delle altre amiche che hai?>> <<Certo, sei la mia preferita, anche quando diventi gelosa.>> Cinzia aveva sentito le guance diventare calde, una piccola vampata di imbarazzo l’aveva attraversata dai piedi alla testa, una sensazione che da tempo non provava, cancellata dallo stare continuamente davanti alle telecamere. Si erano messe comode sul divano, Betta mescolava lentamente il the con il cucchiaino d’argento e lo guardava girare, sembrava raccogliere le idee e cercare il punto esatto da cui cominciare il discorso. <<Tu sei una che legge molto, e sei una ragazza incredibilmente intelligente…>> <<Lascia stare i preamboli Betta, vieni al punto!>> l’aveva interrotta come non si era mai permessa di fare. <<Va bene, va bene. Cercherò di essere diretta e schematica. La faccenda delle Quote Rosa non è importante, è stato solo un pretesto, un’esca per vedere la tua reazione. Avevo bisogno di capire definitivamente se potevo parlarti di una certa cosa.>> <<E l’hai capito?>> <<Se te ne sto parlando è perché l’ho capito. Adesso ascoltami con attenzione. Diciamo che esiste nel nostro paese un certo numero di donne convinte che i tempi siano maturi per organizzare un rovesciamento dei ruoli di potere, che ritengono 61


fondamentale orientare al femminile il futuro sociale per debellare guerre, carestie, per imporre un’economia più equa, per distribuire le ricchezze in modo diverso e per realizzare milioni di altri progetti che i governi degli uomini nemmeno riescono a discutere, presi come sono nelle contrapposizioni che li vedono antagonisti. Capisci? L’uso della violenza è biologicamente coniugato al maschile, e dove non si può abbattere l’avversario con la povertà e l’ignoranza ci pensano le armi da fuoco. La società patriarcale è il prodotto della maggiore forza fisica che la natura ha attribuito ai maschi, e con quella che si sono stabiliti al vertice in tempi in cui l’uso della violenza era legittimo. Poi si sono trasformati, quando la gente comune non è più stata disposta a tollerare la violenza allora sono venute le elezioni e la democrazia, il voto alle donne e tutte le altre belle conquiste dei tempi moderni. Ma le regole erano state scritte da uomini per uomini, quante donne c’erano al tavolo attorno al quale è stata scritta la Costituzione Italiana? Sai quando è stata sancita la parità dei coniugi nel matrimonio?>> <<Nel ’77.>> <<Brava! E non ti sconvolge sapere che solo così poco tempo fa nel tuo paese si fosse barbari al punto tale? Te le ripeto: non è lo sfogo di una femminista, sono le opinioni di una donna che usa il cervello non solo per andare a fare la spesa, per aiutare i figli a fare le addizioni o per svolgere al meglio il suo lavoro di impiegata, qui parliamo di rivoluzionare la cultura di questo paese, parliamo di prospettive diverse, parliamo di poter ridare alle persone fiducia nella vita e nella giustizia, parliamo di una nuova età dell’oro, arte, commercio, creatività, ricerca e benessere, intreccio di culture e non più immigrazione al seguito dei posti di lavoro. E non sono obiettivi irraggiungibili, però serve che questo organismo cambi testa e ripensi sé stesso in un modo completamente nuovo, anche perché mantenendo questo passo, questa direzione e questi piloti siamo destinati a finire giù per la scarpata. So che tu non sei esperta di politica, ma per fortuna qui la politica non c’entra affatto, non c’entra la Destra, non c’entra la Sinistra, e per fortuna siamo prima donne di qualunque altra cosa. Una donna non si identifica nella tessera di partito, un uomo invece lo fa perché ha bisogno di inserirsi in un ambiente gerarchico, ha bisogno di un gruppo e di un capo. E anche in questo sono ormai patetici, gruppi contro gruppi per

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la strada, in Parlamento, allo stadio e in campo, chiese contro moschee, Cardinali contro Imam, rigorosamente uomini. C’è un modo di dire che riassume tutto: dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna. Dietro, capisci? Non di fianco, sotto, sopra. Dietro. Eterna seconda senza possibilità di gareggiare. Guardati attorno, siamo circondate da donne che non si rendono conto di niente e che stanno al loro posto in silenzio, da ragazzine sveglie che scopano a tredici anni appena papà si gira e che sanno fare dei pompini meravigliosi, ma che ignorano completamente la propria condizione e continueranno a farlo anche a quarant’anni, che è ben più grave. Sono loro che dobbiamo risvegliare, sono loro che dobbiamo coinvolgere e rendere consapevoli, dobbiamo proporre un nuovo modello di donna, emancipata ma anche in grado di gestire l’emancipazione.>> <<Aspetta, aspetta. Vai troppo veloce. Mi stai parlando di una setta o qualcosa del genere?>> <<Dipende dal significato che dai a qualcosa del genere.>> <<Hai detto che esiste un certo numero di donne, quindi deduco ci sia un gruppo che si tiene in contatto, nomi e cognomi che incontrano altri nomi e cognomi per prendere delle decisioni, magari in segreto. Possiamo usare il termine che vuoi, ma la sostanza non cambia.>> <<Vedi? Sei una ragazza molto intelligente, ho ragione di dirlo. Più o meno funziona così, ma togliti subito dalla testa atmosfere buie, scantinati di castelli, orge e patti di sangue. Non ci sono testi sacri o rituali magici, al massimo qualche cena o qualche festa, un paio di riunioni all’anno in posti isolati, ma solo per godere della tranquillità e della riservatezza. Nessun segreto, ognuna di noi pubblicamente sostiene le proprie idee, solo che evitiamo di pubblicizzare troppo l’esistenza di una rete di contatti.>> <<E le Quote Rosa? Cosa significa che la bocciatura della proposta di legge è stata pilotata dai deputati donna?>> <<Secondo te avrebbe fatto più rumore se fosse passata? Prova a pensarci bene. La bocciatura ha scatenato un vespaio di polemiche ed ha tenuto banco per giorni sui mezzi di informazione, la questione è esplosa e adesso tutte le donne d’Italia hanno 63


cominciato a sospettare che ci sia veramente una coalizione maschile per tenerle fuori dai giochi, hanno drizzato le antenne, i nostri siti internet di riferimento hanno registrato

un’impennata

degli

accessi

giornalieri

e

abbiamo

catalizzato

l’attenzione.>> <<Ma allora era una trappola, tutto preparato in anticipo.>> <<Diciamo così. E ha funzionato. La coalizione maschile esiste veramente, noi le abbiamo solo dato una mano ad avere la maggioranza.>> <<Sono senza parole! E a che livello sei coinvolta?>> non riusciva a spiegarselo, ma quella storia le stava procurando una piacevole euforia. <<Ad alto livello.>> <<Non avevo dubbi, è la tipica storia in cui ti vedrei protagonista.>> <<Non ci sono prime donne, Cinzia. Dimentica le regole dello spettacolo, questa è una faccenda infinitamente più seria.>> <<Tu corri qualche pericolo?>> le aveva chiesto preoccupata. <<No, assolutamente. Cosa te lo fa credere?>> <<Niente, ma volevo sentirlo dire da te.>> <<Noi non abbiamo bisogno di armi e di violenza per arrivare allo scopo, nessuno ritiene che eliminarci fisicamente cambierebbe qualcosa, almeno finché credono di poterci controllare, di poter regolare a loro piacimento il nostro accesso alla cultura, al denaro, al potere, di poter decidere a maggioranza che le donne non sono adeguate a governare. Adesso ti è più chiaro perché abbiamo lavorato per la bocciatura delle Quote?>> <<Ho capito, ma c’è un’altra cosa che invece non riesco a capire.>> <<Cosa?>> <<Se l’obiettivo è avere più donne in Parlamento e quando si presenta l’occasione voi fate in modo che non possa succedere, allora quando ci saranno più donne in Parlamento?>> aveva posto la domanda tutta d’un fiato. <<Giusta osservazione. Ma in questo genere di gioco spesso si rinuncia ad un successo immediato per averne uno molto più importante nel futuro. Cerco di spiegarmi meglio.

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Pareggiare per legge il numero dei deputati uomini a quello delle donne significherebbe improvvisamente cercare di riempire un buco lasciato vuoto, se duecento uomini devono essere rimpiazzati, ci sarebbe bisogno di duecento donne preparate per prenderne il posto. Il problema è che le donne non hanno ancora una vera e propria cultura politica di base, cioè non hanno mai pensato di agire in comune accordo per influire nella vita sociale ed istituzionale, se non idealmente. Sarebbe facile trovare duecento donne all’altezza di lavorare in Parlamento, ma se dietro di loro non esiste una forza femminile fatta di casalinghe, impiegate, medici, libere professioniste e operaie, quelle duecento saranno inutili. Cosa hanno fatto i cattolici appena si sono accorti di essere un gruppo che se unito avrebbe potuto far pesare la propria opinione? Hanno fondato la Democrazia Cristiana e hanno potuto partecipare alla costruzione del paese in cui vivevano. Cosa hanno fatto le donne nella stessa situazione? Hanno ottenuto il diritto all’aborto e qualche altra briciola. Poi sono tornate tutte a casa. E nel resto del mondo? Mutilazioni genitali, lapidazione, pena di morte per adulterio, negazione della dignità, stupri, ignoranza. Ecco perché è stato necessario non far passare la legge, prima si devono fare le fondamenta e poi il tetto. Non sei d’accordo?>> <<Non lo so.>> <<Come non lo so?>> <<Ci devo riflettere, mi hai riempito la testa di così tante cose…e poi sei bellissima, mi distrai>> le si era avvicinata accarezzandole un braccio fino alla spalla, tonda e tonica, sentiva sotto i polpastrelli la pelle scivolare come fosse velluto della migliore qualità e più si avvicinava più le narici le si riempivano del suo profumo, un delicato aroma fresco che le ricordava quando in primavera la mattina apriva le finestre della sua stanza, a casa della nonna in campagna. La fantasia invece l’aveva già trasportata avanti nel tempo e poteva sentire distintamente sulle labbra il gusto del sesso di Betta senza averlo ancora assaggiato, sapeva che l’avrebbe trovato liscio ed umido, pulito e meravigliosamente depilato, un frutto maturo da gustare. Intanto le mani avvolgevano il suo seno e le lingue si incontravano appena fuori delle bocche infuocate dal desiderio, stuzzicandosi lentamente in circolo. Betta aveva già avuto esperienze con altre donne e sapeva muoversi perfettamente, Cinzia ad un certo punto si era lasciata andare e aveva ceduto all’amica il comando di 65


quella esplosione di sensazioni assecondandola in tutte le richieste e ridendone divertita come una liceale in stato di ebbrezza alcolica per la prima volta. Erano venute praticamente assieme, toccandosi sedute una di fronte all’altra. Cinzia non aveva mai provato un godimento così profondo, i muscoli della schiena le si erano contratti quasi fino a farle venire un crampo, poi si era rilassata stendendosi sul morbido tappeto. Betta aveva preso due cuscini ed una coperta e avevano dormito lì, senza più dirsi una parola, tenendosi in contatto con i piedi. Il mattino seguente si erano svegliate tardi, la domestica invisibile –tanto era discreta e silenziosa- aveva preparato una colazione sontuosa, caffè, marmellate di vario tipo, latte, burro, pane fresco, spremuta, brioches, quasi sapesse quello che era successo la sera prima e quante energie dovessero essere state necessarie. <<Puoi andare Carmela, grazie>> le aveva detto Betta con ferma gentilezza, lei aveva annuito con la testa e si era ritirata. <<Ho una fame!>> Cinzia si era già seduta ed era indecisa su cosa mangiare prima, a casa di certo non faceva colazione in mezzo a tanta abbondanza. <<Sai, mi è piaciuto molto ieri sera>> non si aspettava fosse Betta a dirlo per prima. <<Anche a me, è stato bellissimo, il miglior sesso che abbia mai fatto. E senza penetrazione. Incredibile>> si era alzata per baciarla sulla guancia. <<Il sesso tra donne è quanto di meglio la natura abbia messo a disposizione dell’umanità>> l’atmosfera serena aveva favorito la risata di entrambe. <<Come ti è successo la prima volta?>> <<Come a te, così, spontaneamente, una sera a casa di un’amica.>> <<E lei com’era?>> <<Sara. Si chiamava Sara. Eravamo al liceo assieme, non nella stessa classe, lei si era trasferita in città da poco perché la famiglia si era spostata seguendo il padre e il suo lavoro. Siamo diventate amiche quasi subito e non ci ho messo tanto a capire che i ragazzi non le interessavano più di tanto, eppure era bellissima, alta, con i capelli e gli occhi scuri, e tutti i maschi della scuola –professori e preside compresi- avrebbero dato qualsiasi cosa pur di scoparla. Neanche a me i ragazzi interessavano, li trovavo stupidi, infantili, immaturi, li immaginavo a casa di uno di loro mentre con il film porno si facevano rizzare l’uccello per provarsi i profilattici bevendo birre scadenti. Preferivo leggere un libro o andare al cinema piuttosto che trascorrere un pomeriggio con uno scimmione che 66


pensava solo a guardarmi le tette chiedendosi quando avrebbe potuto succhiarle, per poi raccontarlo ai suoi amici. Passami la marmellata di pesche, per favore. Una sera ho incontrato Sara sull’autobus e parlando del più e del meno le ho detto che sarei andata a vedere una mostra di pittura alla Galleria d’arte Contemporanea. Lei aveva già il biglietto, così ci siamo andate assieme ed è nata l’amicizia. Sai come funzionano le amicizie degli adolescenti, sono morbose ed assidue, ci vedevamo tutti i giorni, ci telefonavamo per delle ore e spesso dormivamo l’una a casa dell’altra. Una notte di quelle in cui stai sveglia e ti racconti i segreti più intimi ci siamo avvicinate troppo, l’aria era carica di elettricità o non so cosa, però abbiamo cominciato a baciarci e toccarci senza quasi accorgercene, e ci piaceva, ci piaceva sentirci a contatto pelle su pelle e stare nude sotto le lenzuola, darci piacere oltre l’affetto, essere unite contro tutto e contro tutti, contro il pregiudizio, i genitori, le tradizioni e il sistema, volevamo avere un segreto da condividere, una specie di rifugio che solo noi potevamo frequentare. È stato un periodo bellissimo.>> <<E Sara? Che fine ha fatto?>> <<Il padre è stato trasferito negli Emirati Arabi, non ricordo dove, lavorava per una compagnia petrolifera. Non ci siamo mai più riviste né sentite.>> <<Non vi siete cercate? Una lettera, una telefonata.>> <<No, credo che entrambe abbiamo voluto evitare di soffrire. Comunque ogni tanto la penso, e sono sicura che lei fa lo stesso. Tu invece cosa racconterai quando ti chiederanno come è stata la tua prima volta con una donna?>> <<Fammi pensare. Dirò che lei era la donna più affascinante che avessi mai visto, dirò che non l’avevo capito ma che mi ero innamorata di lei dal primo momento, da quando mi ha insegnato ad amare gli artisti da soli o in coppia, dirò che poco prima di fare l’amore mi ha raccontato una storia che tutte le donne vorrebbero sentirsi raccontare e che mi ha accompagnata ad un orgasmo che per poco non mi fermava il cuore.>> <<Bello. E degli uomini che dirai?>> <<Un simpatico diversivo?>> Cinzia sentiva nascere nell’intimo una nuova forma di identità, un alter-ego rimasto sepolto che Betta guardava crescere come una maestra 67


compiaciuta di aver acceso nell’alunno la fiamma della comprensione e della coscienza critica. <<Un simpatico diversivo. Risposta esatta! Il rapporto pene-vagina è ormai preistoria, sessualmente corrisponde allo stadio in cui gli esseri umani da poco camminavano eretti, un sistema fatto di istinti e stimoli animali, di predatore e preda. L’evoluzione della donna si costruisce sul rapporto anale e su quello omosessuale. Perché ridi?>> <<Niente, scusa, pensavo alla faccia di mia madre se ti sentisse dire queste cose.>> <<Dovrebbero interessare anche lei, non è una donna?>> aveva detto scherzosamente imburrando una fetta di pane tostato. <<Credo di si, ma forse l’ha dimenticato dopo il venticinquesimo anno di matrimonio.>> <<E tuo padre che tipo è?>> <<Non me lo sono mai chiesto, penso sia un tipo normale, tranquillo.>> <<Ci faresti sesso?>> <<Certo che no, che domande mi fai? È mio padre.>> <<E’ un uomo, giusto? Cerca di vederlo con gli occhi di una donna, non di una figlia>> era chiaro che la stava sfidando ad andare oltre le consuetudini. <<No, non ci farei sesso.>> <<Per una questione fisica? Cos’ha, la pancia molla e cadente e la schiena piena di pelo?>> <<No, anzi, ha un fisico atletico e pochissimi peli, i capelli sono brizzolati, si veste bene, è un bell’uomo.>> <<Ma?>> <<Ma non è interessante, non è colto, non è misterioso, non è sensibile, è un uomo come tanti altri, un padre abbastanza indifferente se togli qualche regalo e la presenza alle mie giornate importanti. Nella media, insomma. Se dovessi scegliere, tra i due preferirei fare sesso con mia madre!>> <<Sai che qualche secolo fa ti avrebbero bruciata sul rogo per un’affermazione come questa?>> le aveva detto ridendo. <<Beh, per fortuna i tempi sono cambiati.>> Anche Cinzia era divertita dalla conversazione. 68


<<Vedi, questo devi imparare, che c’è meno mediocrità in una donna mediocre che in un uomo mediocre, e che sono finiti i tempi in cui una donna brillante al fianco di un uomo mediocre rendeva sé stessa mediocre per non far sfigurare il compagno. Per cambiare qualcosa le donne devono imparare ad amarsi, soprattutto reciprocamente, anche a letto naturalmente.>> <<Naturalmente>> aveva ripetuto con un’ironica sufficienza <<quindi secondo te dovrei fare sesso con mia madre?>> <<Non è necessario, di solito una madre ama i suoi figli anche senza farci sesso.>> Il resto della mattinata l’avevano passato tra la sauna, la vasca ad idromassaggio e il bagno padronale dove Betta teneva quantità inimmaginabili di creme e prodotti cosmetici, dagli antietà agli antirughe, prodotti per lo scrub biodinamico, rassodanti contro la cellulite e la pelle a buccia d’arancia, tonici per il viso e balsami per i capelli <<devi avere cura del tuo corpo>> le aveva detto massagiandole la schiena con un aggeggio di legno comprato in Svezia. <<Posso farti una domanda?>> ora era Cinzia che usava l’aggeggio svedese. <<Tutte quelle che vuoi, ma non ti fermare.>> <<Nel vostro progetto che ruolo rimane agli uomini?>> <<Devi distinguere tra il ruolo naturale e quello sociale. Il ruolo naturale degli uomini rimane inalterato, continueranno ad essere mariti, padri, amanti, è il loro ruolo sociale che non li vedrà più padroni della scena, dominatori del destino dell’umanità, dovranno prima scendere a patti e poi rassegnarsi a cedere il passo all’ultima rivoluzione possibile. Noi non vogliamo un mondo di sole donne e nessuna di noi si sognerebbe di dire che gli uomini non sono necessari o che lo sono solamente per la riproduzione, noi vogliamo un mondo dove la vita dignitosa e i diritti della persona siano un valore condiviso, e gli uomini fin’ora hanno dimostrato di non saperlo garantire. Forse neanche immaginare.>> <<Non per fare l’avvocato del diavolo, ma secondo il tuo ragionamento allora la democrazia in cui viviamo è merito degli uomini.>> <<Tesoro, la democrazia. Come sei dolce. La democrazia per come è concepita è una tregua tra due guerre civili che deve essere tutelata dalle armi per non finire travolta da un totalitarismo. Questa la chiami libertà? Dovremmo ringraziare qualcuno per avercela data?

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Il principio è buono, l’applicazione lascia molto a desiderare. Magari una democrazia guidata da donne potrebbe perfezionarsi, bisognerebbe solo avere la possibilità di dimostrarlo. Noi lavoriamo perché quella possibilità si concretizzi. Prima però rimane la necessità di insegnare alle donne a gestire l’emancipazione, dobbiamo insegnare loro che non è una conquista diventare una kamikaze o un marine che tortura i prigionieri e si fa fotografare per dimostrare ai colleghi maschi di averlo fatto, dobbiamo far capire che una donna per essere vincente non deve avere le palle, al contrario, deve non averle.>> Erano uscite prendendo la grossa BMW ma senza l’autista, Betta aveva voglia di guidare e di non averlo tra i piedi, era nel suo carattere: potendo preferiva arrangiarsi ed essere indipendente, anche se nelle occasioni ufficiali ed agli appuntamenti importanti non si faceva mai mancare chi le aprisse lo sportello. Cinzia ripensava a quel concetto delle palle e dell’averle o non averle, e più ci pensava più si rendeva conto che in quelle quattro parole era concentrato quasi tutto quello che Betta le aveva detto. Riassumendo: le donne si sono stufate del sistema democratico, delle lotte di classe e di sesso, dei cambiamenti che non arrivano mai, praticano l’amore omosessuale, si organizzano ma non fondano partiti, vogliono governare per portare benessere, giustizia sociale e pace però c’è prima bisogno di autoeducarsi ad avere quel ruolo, un po’ come l’atleta che si allena per arrivare in piena forma il giorno della gara e poter puntare alla vittoria. Effettivamente non faceva una grinza, ma le sembrava che il quadro non fosse completo, alcuni tasselli mancavano all’appello. <<Mi sembri pensierosa, c’è qualcosa che non va?>> <<No, niente. Stavo solo ripensando alle cose che mi hai detto, sono ancora confusa.>> <<E’ normale, ed è stata colpa mia, troppo in una sola volta non è il metodo migliore per capire bene, ma c’è tempo, non devi avere fretta. Adesso cerca di distrarti.>> <<Andiamo a fare shopping?>> <<No, ti porto a conoscere una senatrice.>> <<Una senatrice? Potevi dirmelo prima, almeno mi sistemavo.>> <<Non serve, sei bellissima comunque.>> 70


<<Grazie, mi fa piacere che te ne accorgi. Parlami di questa senatrice.>> <<Ti piacerà, è una donna fantastica, intelligente, una che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno, esperta di diritto, collabora con molte delle organizzazioni internazionali che si occupano di tutelare le donne. Ha poco più di cinquant’anni, si chiama Marinella de Blasi, forse l’avrai sentita nominare.>> <<No, il nome non mi dice niente.>> <<Non importa. È difficile vederla in televisione, preferisce lavorare concretamente sul campo piuttosto che perdere tempo prezioso davanti alle telecamere.>> <<Di che partito è?>> <<Non te lo dico, puoi scoprirlo da sola se vuoi, ma non è importante. In quello che facciamo gli schieramenti non contano.>> <<Come le regole dello spettacolo?>> <<Come le regole dello spettacolo, brava, impari in fretta!>> le aveva rivolto un sorriso compiaciuto ed affettuoso. La berlina scivolava silenziosa sull’asfalto, aggrappata alla strada con pneumatici larghi quanto cingoli di carrarmato, un’auto di lusso nel vero senso della parola, dotata

di

tutti

gli

optionals

che

un

cliente

danaroso

potesse

gradire,

indipendentemente dalla loro utilità. Svariate decine di migliaia di euro di puro comfort e sicurezza, un mezzo poco appariscente nella sua bellezza, discreto com’era nello stile di Betta, decisamente non agevole da portare nel traffico caotico della Capitale, impossibile da parcheggiare se non in un parcheggio privato a pagamento. Dopo una mezz’ora ed una decina di incidenti con scooter evitati per un soffio, erano arrivate in centro, davanti alla sbarra automatica che proteggeva l’androne di un palazzo d’epoca, evidentemente la residenza di persone importanti. <<Ci presentiamo a mani vuote?>> aveva chiesto Cinzia mentre l’ascensore foderato di radica luccicante saliva lentamente fino all’attico. <<Tutto quello che puoi portare per fare piacere a Marinella ce l’hai nella testa e nel cuore.>> Cinzia ormai non aveva dubbi sul fatto cha anche la senatrice facesse parte di quel certo numero di donne di cui parlava Betta ed era curiosa di conoscerla, non riusciva

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ad immaginare che faccia potesse avere e un po’ di timorosa riverenza iniziava a farsi strada tra le opzioni di comportamento al momento delle presentazioni. Un elegante maggiordomo con tanto di guanti bianchi le aveva accolte spalancando il pesante portone in legno massiccio e alle sue spalle già si intravedevano i segni del lusso, sulle pareti, sui pavimenti lucidi e sul soffitto. <<La signora vi attende in salotto.>> Il salotto era un enorme stanza che attraversava l’edificio da una facciata all’altra in cui altrettanto enormi vetrate permettevano di spaziare con lo sguardo sui tetti del circondario, il perimetro percorso da una libreria di quelle dove bisogna salire con la scaletta per arrivare a prendere i volumi negli scaffali più alti. La senatrice era comodamente seduta sul divano, le gambe accavallate, sfogliava un settimanale in lingua inglese che aveva appoggiato non appena scorta la sagoma degli ospiti <<Elisabetta, che piacere vederti>>. <<Marinella, come stai?>> le due si erano abbracciate affettuosamente mentre Cinzia rimaneva un passo indietro per non violare la privacy di quel gesto, aspettando il momento di essere introdotta. <<Ti presento Cinzia, la persona di cui ti ho parlato.>> La senatrice si era fatta avanti con la mano tesa <<così tu sei la famosa Cinzia. Elisabetta mi ha raccontato tutto di te, in un certo modo è come se ti conoscessi già.>> Cinzia aveva stretto quella mano e non sapeva cosa dire, di sicuro non si aspettava che Betta le avesse parlato di lei <<il piacere è mio.>> Ora che la poteva vedere da vicino, la signora Marinella era una donna molto curata, pochissime rughe sul viso e la pelle estremamente luminosa, scarpe ed abito costosi, classici ma non troppo, capelli neri raccolti in una treccia ordinata e un sorriso rassicurante. <<So che lavori in televisione, come ti trovi?>> <<Abbastanza bene, a volte mi annoio, ma credo sia perché sono la valletta di una trasmissione sul calcio.>> <<Non lo dire a me, certe sedute del Senato sono di una noia mortale, una volta mi è capitato perfino di addormentarmi>> nel frattempo si erano accomodate. <<Allora farebbe cambio per un paio di mesi? Io non posso addormentarmi, ci sono sempre le telecamere che mi spiano!>> <<Volentieri, però non credo che avrei lo stesso successo che hai tu, soprattutto avrei difficoltà ad entrare nei tuoi vestiti!>> la senatrice dimostrava di avere senso dell’umorismo ed autoironia. Anche Betta aveva riso alla battuta. 72


Il maggiordomo si era affacciato con discrezione, la signora aveva fatto un cenno di assenso e lui era entrato con il carrello per servire il caffè. Era sempre una strana sensazione vedere un maggiordomo, ormai erano rimasti pochi, spesso relegati nei film o nei romanzi gialli. La conversazione era proseguita cordiale tra un pasticcino e l’altro ma nell’aria c’era come un’intenzione di arrivare, prima o poi, a qualche discorso più concreto. Cinzia aveva intuito che la visita era stata programmata e non un caso, anche se l’atteggiamento di Betta suggeriva diversamente <<una senatrice non è una persona che riceve visite improvvisate>> aveva pensato. Sembrava quasi la stesse studiando dall’alto della sua posizione e le stesse facendo una radiografia completa con i raggi x dell’esperienza, la donna vissuta e navigata che pesa le capacità della giovane volenterosa. Non le dava fastidio, non si sentiva sotto esame, era fermamente convinta di piacerle e di esserle simpatica nonostante lei fosse ancora molto prudente nel dimostrarlo. <<E il tuo lavoro Elisabetta cara, come va?>> <<Bene, in costante aumento.>> <<Mi chiedevo dove tu riesca a trovare così tanti artisti da far emergere in un’epoca sterile come questa.>> <<Beh, non è così difficile. Devi contare che le tecnologie digitali hanno aperto spazi di mercato che prima non erano sfruttati, pensa a quei registi che hanno vinto concorsi per film girati con il cellulare e adesso sono diventati famosi e lavorano su pellicole da milioni di euro. Questo fenomeno si è verificato in tutte le applicazioni dell’arte, così anche il ragioniere può esprimersi artisticamente a casa con il pc, creare immagini senza saper disegnare dopo una dura giornata di lavoro tra le pratiche contabili. Per chiudere il cerchio manca un professionista che possa fare da tramite tra queste centinaia di migliaia di potenziali artisti e i capitali che servono per emergere, cioè quelli dei compratori e degli appassionati. Per fare da tramite però bisogna sapere cosa avrà valore in futuro e trovare gli investitori giusti, è un po’ come fare il consulente finanziario. Questo per quanto riguarda l’offerta. Per quanto riguarda la domanda, bisogna fare un discorso a parte. Negli ultimi anni c’è stata una spasmodica ricerca di formule di investimento alternative che fossero al riparo da fallimenti e bilanci truccati, dalle azioni e dai bond 73


sospetti, dalle fluttuazioni dovute alla guerra, se vai alla tua banca non avranno difficoltà ad indicarti quali sono le opere d’arte su cui conviene investire. Chiaro che non sono operazioni alla portata di tutti, ma ci sono molti che preferiscono comprare sculture e quadri piuttosto che appartamenti da affittare, in più ormai il vero statussymbol è l’opera di pregio appesa in casa, piuttosto che auto, orologi e yacht. Un insieme di fattori insomma. Il risultato è che la domanda è forte, i soliti artisti noti sono inarrivabili pertanto c’è bisogno di colmare lo spazio vuoto facendone emergere di nuovi e facendo crescere gradualmente le loro quotazioni organizzando mostre e inserendoli nei circuiti che contano. Gli investitori hanno il loro utile e tutti sono contenti. So che detto così suona cinico, ma in fondo è la verità. Questa è un’epoca in cui il ventunesimo secolo non è ancora iniziato anche se il duemila è passato da un pezzo, e l’arte si conforma a questa situazione. Non c’è novità, come in una pianta in inverno, e aspettando che rifiorisca commerciamo opere antiche e moderni oggetti artistici che opere non sono. Però gli artisti li scopiamo lo stesso!>> <<Nell’arte rimane sempre qualcosa di buono, anche nei periodi bui.>> Cinzia era stupita dall’improvviso cambio di direzione del discorso, ma subito dopo si era sentita infinitamente più a suo agio, quasi la poca tensione residua si fosse sciolta nell’allegria di quel momento. Adesso aveva la conferma che la senatrice era qualcosa di più di una semplice amica di Betta. <<E tu, Cinzia, cosa ne pensi degli artisti?>> <<Ecco…>> la domanda l’aveva colta di sorpresa <<io credo di scoparli da troppo poco tempo per avere un’opinione definitiva.>> La senatrice ridendo aveva posato la mano sul dorso della sua, un gesto che trasmetteva complicità e confidenza reciproca, un piccolo segnale della nascita di una amicizia <<sei una ragazza in gamba.>> <<Grazie, anche Betta me lo dice spesso>> ormai che il ghiaccio era rotto sentiva di potersi permettere di essere sé stessa, presuntuosa senza mancare di rispetto a nessuno. <<So che ti ha detto anche altre cose, so che avete parlato di quello che facciamo.>> Di quello che facciamo, aveva detto proprio così, quindi era coinvolta <<si, molto di recente. Interessante>> aveva risposto genericamente per stare al gioco. <<Interessante è un po’ vago, non trovi?>> 74


<<Lo è anche quello che fate, almeno per me. Se quello che fate sono una specie di lezioni di filosofia sulla condizione della donna in salotti appartati, allora ho capito tutto.>> <<Altrimenti?>> <<Altrimenti continuo a dire interessante, ma ho mille domande da fare.>> <<Che genere di domande?>> <<La prima è sicuramente: perché io? Ci sono donne molto più preparate di me, io so poco di politica e non me ne intendo di rivoluzioni, non sono figlia di persone importanti e non sono ricca, cosa posso fare?>> Betta l’aveva guardata con dolcezza. <<Tesoro, tu sei esattamente il tipo di donna che cerchiamo, bellissima, intelligente, conosciuta dal pubblico e imitata dalle ragazzine.>> <<E cosa dovrei fare? Adescare uomini importanti per trascinarli in uno scandalo o corrompere i tredicenni?>>

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Eugenio era arrivato all’aeroporto leggermente in anticipo, giusto il tempo di fermarsi prima delle porte automatiche a fumare una sigaretta e a guardare il passaggio continuo di uomini e donne, un flusso inarrestabile di gente sconosciuta in partenza per ogni destinazione conosciuta, l’essenza dell’incertezza e dell’imprevisto, il fascino dell’esotico e il richiamo del viaggio, l’incoscienza di salire su una supposta di metallo che vola a diecimila metri di quota. Non aveva mai aspettato una donna all’aeroporto, era la sua prima volta ed era capitata con Cinzia. Lei arrivava da Roma, la città che la inghiottiva per lavoro e la lasciava tornare al massimo per tre giorni, un abisso in cui lui non aveva ancora voluto avventurarsi e di cui ignorava la profondità, pur sapendo che se la loro storia fosse continuata prima o poi avrebbe dovuto farlo, avrebbe dovuto andare nella Capitale e conoscere i suoi amici, passare delle serate a discutere di argomenti futili in locali alla moda. A Roma era stato più volte, ma il motivo era diverso. Un tassista appena arrivato bisticcia con un altro per una questione di parcheggio, i colleghi fanno capannello intorno e cercano di gettare acqua sul fuoco. Donna con figlio in braccio e carrello colmo di valigie, lei sembra sicura di sé, una viaggiatrice abituale, il piccolo si dimena e piange. Gruppetto di extracomunitari africani dentro un furgone bianco pieno di biciclette aspettano forse un connazionale in arrivo. Pattuglia della Guardia di Finanza su vettura elettrica perlustra gli angoli a caccia di terroristi o sospetti di varia natura. Probabilmente chiederà i documenti agli africani. Una coppia di giovani si abbraccia e si bacia sulla bocca, impossibile capire chi dei due sia in partenza. Ogni sguardo un’inquadratura diversa, storie che si intrecciano casualmente influenzandosi. Uomo solo spegne la sigaretta nel posacenere a colonna ed entra nell’aeroporto, il cartello luminoso sopra le porte automatiche dice Arrivals-Arrivi.

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La senatrice le aveva invitate ad una festa la sera stessa del loro primo incontro <<è importante che Cinzia inizi a frequentare le persone giuste>> aveva detto rivolgendosi a Betta che era stata in silenzio per quasi tutta la conversazione <<e prima lo fa, meglio è.>> L’appuntamento era fissato per le venti alla villa di un tale il cui nome a Cinzia non aveva detto nulla, ma che doveva evidentemente essere un uomo importante. Abito da sera obbligatorio. Poi si erano salutate come fanno tre amiche che hanno preso un the insieme ed hanno parlato del più e del meno, leggère, quasi non si fosse toccato altro argomento che il lavoro a maglia. Marinella –alla fine si erano date del tu- era davvero una donna speciale, una persona con una cultura immensa ed una impressionante capacità di usarla, solare anche se austera, non ipocrita, una donna al di sopra delle parti tanto che aveva scordato di chiederle quale partito rappresentasse, e anche l’avesse ricordato lei avrebbe sicuramente risposto <<in quello che facciamo gli schieramenti non contano.>> Cinzia non era riuscita a capire se anche lei avesse rapporti omosessuali, ma sapeva che i politici sono impenetrabili, che sanno nascondere bene gli aspetti della loro vita privata per togliere agli avversari il modo di usarli a proprio vantaggio, perciò non le appariva strano avere dubbi in merito. Anche se immaginare la senatrice in atteggiamenti libidinosi con un’altra donna la faceva sorridere, proprio non ce la vedeva a succhiare capezzoli femminili o ad usare giocattoli in lattice che imitano il pene per darsi piacere con un’amica. Forse i giocattoli in lattice non li usava <<non è un surrogato della penetrazione che cerchiamo nel rapporto omosessuale>> le aveva detto Betta una volta <<piuttosto una purezza che non prevede di essere violate, una specie di condizione spirituale estranea al ricevimento di un organo sessuale maschile, le prove generali per l’immacolata concezione>>, era quindi abbastanza improbabile che Marinella non condividesse questa idea. Cinzia invece quell’idea aveva dovuto farsela spiegare tre volte di fila finché Betta aveva cercato una strada diversa per farle mettere a fuoco il significato <<hai presente quei vegetariani fissati con la soia? Quelli che mangiano le bistecche di soia che hanno la stessa forma delle bistecche di carne? Bene. Mangiare la bistecca di soia cercando di imbrogliare il cervello e fargliela credere di carne è esattamente quello che faresti cercando la sensazione della penetrazione 77


mentre fai l’amore con una donna. Non è una rinuncia che sei chiamata a fare, non devi rifiutare il pene, devi voler far l’amore con una donna. Non ti si chiede di cambiare le tue inclinazioni naturali, ti si chiede di cambiare le tue inclinazioni culturali. Mangia pure la soia se è quello che ritieni di fare, se pensi che diventare vegetariani faccia bene alla salute e possa mettere fine alle vergognose condizioni con cui pratichiamo l’allevamento intensivo degli animali, ma non comprare le bistecche di soia che sembrano braciole di maiale. In questo senso ti parlavo delle prove generali per l’immacolata concezione, perché nell’immacolata concezione tutti i criteri razionali si annullano, rimane una sensazione mistica e quella sensazione dice che c’è solo un canale privilegiato tra Dio e l’umanità: il grembo di una madre, non un Papa, non una Chiesa, solo il corpo di una donna tanto pura che Dio stesso ha ritenuto necessario non farle generare il figlio attraverso la volgarità del contatto con il maschio. Eppure hai mai visto un sacerdote donna? Utilizziamo l’immacolata concezione come il simbolo di un qualcosa raggiungibile senza che ci sia di mezzo un uomo, come il punto di arrivo di un cambiamento culturale. La bistecca è di carne, la soia è di soia.>> Alla fine aveva capito, dopo una leggera perplessità nell’afferrare il collegamento tra un vegetariano e l’immacolata concezione. Ma saltare da un argomento ad un altro era una delle caratteristiche peculiari di Betta, e le piaceva ascoltarla mentre con le parole correva da destra a sinistra passando dall’arte alle scommesse sportive o dalla politica alle creme antirughe, le ricordava un lo stile di uno scrittore che aveva iniziato a leggere da poco, un certo Eugenio Boninzoni, un giovane autore pubblicato da una casa editrice poco nota. <<Hai letto il Codice Da Vinci?>> le aveva detto dopo qualche istante di silenzio. Betta quella volta si era rabbuiata solo al sentir nominare la questione <<il Codice da Vinci? Immagino tu intenda il romanzo di Dan Brown. L’ho letto appena è uscito. Cosa ne penso?>> l’aveva preceduta <<Penso che tutte le cazzate sul Femminino Sacro nascondano una pericolosa visione della realtà, una realtà dove la donna è il centro dell’universo solo quando si parla della Madonna, solo quando si osanna il suo

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ruolo di sacro forziere del feto, poi magari nella quotidianità le si negano i diritti umani fondamentali, ma non importa. Pare che tutta la colpa per le infime condizioni femminili in Occidente sia da ricondurre alla Chiesa, all’Opus Dei e alle massonerie più o meno segrete, ad un potere grigio invisibile e mimetico, invece che a fattori culturali che sono da modificare il prima possibile. Perché non c’è niente di mistico in un marito che picchia la moglie e perché non sono né la politica né l’economia che indirizzano i destini dell’umanità, è la cultura. È la cultura che influenza la politica. È la cultura che stimola la nascita ed il radicamento o la distruzione delle religioni, per questo motivo nelle scuole si insegna il corano o si espone il crocifisso nelle aule, per far sembrare che cultura e religione siano due facce della stessa medaglia. Per farlo sembrare.>> Cinzia non aveva interpretato il romanzo a quel modo, al contrario, dopo averlo finito le pareva che l’immagine della donna ne uscisse rafforzata, ma la versione di Betta le appariva meno scontata e più convincente, forse un po’ forzata in alcuni passaggi. Da come lo aveva detto pareva che il buon Dan Brown avesse scritto inconsapevolmente un distillato della visione maschile del mondo contemporaneo, un manuale su come scaricare sugli altri le proprie responsabilità, le regole per non rendersi conto che la società veste ancora in giacca e cravatta. Conoscere la senatrice aveva messo in collegamento molti tasselli della vicenda e posto il sigillo dell’ufficialità alle parole di Betta, adesso sapeva che quel certo numero di donne di cui le aveva parlato non era il club del Bridge o il gruppo di amiche ricche e colte che si ritrovano in case da sogno per discutere di quegli argomenti in modo del tutto teorico, dietro c’era molto di più e lei sentiva che voleva farne parte, il motivo non le era ancora chiaro ma non se ne preoccupava, in fondo il mondo dello spettacolo le aveva insegnato che chiedersi il motivo delle cose certe volte è solo un capriccio. Un particolare non le era ancora del tutto chiaro, e cioè quanto di quello che era sessualmente successo con Betta la sera precedente fosse stato parte di una specie di iniziazione, una manovra per avvicinarla, per arruolarla. <<Cosa facciamo fino a stasera?>> aveva chiesto con aria spensierata, anche per scacciare il brutto pensiero che aveva appena avuto. <<Cosa ti piacerebbe fare?>> <<Mi piacerebbe comprarmi un vestito per la festa. 79


Vorrei qualcosa di sexy, ma raffinato.>> <<Allora so dove portarti>> l’aveva presa per mano e si erano incamminate verso il centro, lasciando la macchina nel parcheggio. Nella boutique dove erano entrate una gran bella donna vestita elegantemente aveva abbracciato Betta ed era evidente si conoscessero bene ed avessero molta confidenza <<Giada, ti presento Cinzia. Ha bisogno di un abito per la festa di stasera.>> <<Ciao cara, è un piacere conoscerti. Così stasera ci sarai anche tu, sono contenta, avremo un po’ di tempo per chiacchierare.>> Il negozio era molto chic, più simile al salotto di una bella villa piuttosto che ad un’attività commerciale, moquette per terra e vasi di fiori sparsi un po’ ovunque, l’aria profumata e le luci soffuse. Cinzia ci era sicuramente già passata davanti qualche volta, l’occhio di una donna in battuta di shopping non trascura nulla e quella era una zona della città che conosceva ma non ricordava di essersi mai fermata a guardare, forse anche perché non c’erano vetrine con merce esposta ad attirare l’attenzione. Dal nulla erano improvvisamente comparse due commesse, anche loro vestite molto elegantemente e molto giovani, ancheggianti, avevano salutato con educazione proseguendo il loro lavoro. <<Dimmi cara, cosa cercavi?>> le aveva detto Giada facendole accomodare. <<Beh, visto che tu sai meglio di me a che tipo di festa siamo invitate, vorrei mi consigliassi.>> <<Sarà un vero piacere>> l’aveva fatta alzare di nuovo e le girava attorno guardandola e misurando le proporzioni con l’occhio dell’esperienza, poi si era allontanata sparendo dietro una porta da dove si intravedevano delle scale in legno e acciaio. Dopo un quarto d’ora era di ritorno. Sulla passerella di legno una modella probabilmente somala con un fisico mozzafiato avanzava illuminata dai faretti sul soffitto, indossando con la dignità di una regina e il portamento di una pantera il primo dei vestiti che Giada aveva scelto, un taglio semplice, lungo, rosso, lucido, scollatissimo sulla schiena. Cinzia non sapeva se ad ipnotizzarla fosse stato l’abito o la bellezza della modella, che più o meno doveva avere la sua età. Alle venti in punto la BMW era davanti al cancello della villa dove si teneva la festa, stavolta alla guida c’era l’autista. Quattro o cinque agenti della sicurezza privata 80


controllavano minuziosamente gli ingressi e gli inviti per evitare che ogni genere di infiltrati si mescolassero ai convenuti infastidendoli. Il Conte Maurizio Nardi, di padre italiano e madre tedesca, business man dell’industria pesante, era un tizio piuttosto geloso della propria privacy e praticamente sconosciuto al di fuori delle selezionate amicizie. <<Il suo contatto con il bel mondo e con le persone che contano preferisce tenerlo attraverso le feste riservate e le riunioni di lavoro>> le aveva detto Betta. A giudicare dalle auto disposte a spina di pesce sul piazzale antistante la villa non doveva essere per niente facile partecipare ad una di quelle feste, quindi se la senatrice le aveva invitate di sua spontanea volontà doveva godere della totale fiducia del Conte, <<magari hanno avuto una storia>> pensava Cinzia, accecata dal bagliore del lusso e dallo sfavillio del salone pieno di ospiti elegantissimi. Lunghe tavole imbandite con ogni ben di dio e riccamente addobbate facevano da supporto ad un’infinità di portate su vassoi d’argento da cui si poteva scegliere, camerieri in camicia e farfallino erano a completa disposizione anche per consigliare il vino giusto da abbinare alle pietanze. In un angolo della sala dal soffitto interamente affrescato una piccola orchestra allietava l’atmosfera con un repertorio di classica. Ormai iniziava ad abituarsi a quelle coreografie già viste in altre occasioni e perimetro di uno stile di vita sconosciuto ai comuni mortali, a quei personaggi che non hanno la minima idea di quanto denaro sia depositato nei loro conti personali e che ne spendono a fiumi con la stessa inconsapevolezza, una cerchia meno ristretta di quanto si possa credere, un meccanismo ben oliato basato su scambi di informazioni e suggerimenti, su affari da prendere al volo o da evitare, fughe di notizie riservate su grossi appalti od opere pubbliche, su indagini, su speculazioni in borsa, tutto tra una tartina ai gamberi ed un bicchiere di vino bianco, una stretta di mano ed una risata. Semplicità, baci ed abbracci, nulla di losco, solo normali cortesie tra gentiluomini e donne di classe. <<Molto lieto signorina>> aveva detto il Conte presentandosi in compagnia della senatrice e dopo aver salutato Betta. <<Il piacere è mio, e la devo anche ringraziare dell’invito, lei ha una casa magnifica.>> <<Gli amici di Marinella sono amici miei. Si goda la festa, ci vediamo più tardi.

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Con permesso>> si era congedato con un accenno di inchino vecchio stampo ed un passo indietro. Il Conte non era esattamente il vecchietto che Cinzia si era immaginata, era un affascinante uomo di cinquantacinque anni circa, alto e biondo probabilmente come la madre, occhiali, leggermente abbronzato ma non da lampade o vacanza recente, sembrava più avere la pelle brunita di chi da anni passa parecchio tempo in barca. Non era difficile possedesse uno yacht con dieci cabine matrimoniali e la vasca ad idromassaggio, uno di quelli che si vedono a Capri o in Sardegna, magari ci passava quattro mesi l’anno in giro per le isole tropicali o chissà dove, a guardare albe nebbiose e tramonti infuocati, i delfini, le balene, le barriere coralline sotto acque trasparenti. <<Cinzia?>> la voce di Marinella l’aveva improvvisamente risvegliata dal sogno <<non mi saluti?>> <<Scusami. Fatti guardare. Sei bellissima, molto fine>> l’aveva baciata sulla guancia facendo attenzione a non sciuparle il trucco. <<Anche tu sei bellissima, ho già sentito alcuni amici che prendono informazioni su di te, complimenti. Non riesce a tutte di farsi notare la prima sera tra uomini abituati ad essere circondati da donne bellissime.>> <<E’ solo l’effetto della novità, sparisce in fretta.>> <<Purtroppo hai ragione. Sei giovane, ma non ingenua>> la guardava come se in quel momento riconoscesse in lei alcuni atteggiamenti di sé stessa trent’anni prima, o giù di lì <<Ma non perdiamoci in chiacchiere, devi conoscere ancora un sacco di gente. A proposito, cosa pensi del Conte?>> <<Me lo immaginavo diverso, però è decisamente meglio nella realtà che nella mia immaginazione.. Lo conosci da tanto?>> <<Da una vita. È uno dei pochissimi uomini con cui posso dire di avere una amicizia sincera, è distinto, colto, simpatico, ma te ne accorgerai da sola quando avrai modo di parlargli, un monarchico, conosce i nobili di mezza Europa ed è un riferimento per quelli italiani, un lobbista non interessato ad intervenire nella politica perché preferisce siano altri a farlo per lui, soprattutto per evitare il fastidio che gli provoca la democrazia parlamentare.>> 82


<<Quindi è un nemico?>> Cinzia cominciava a fare confusione. <<Nemico è un termine un po’ troppo aggressivo, diciamo che anche lui sguazza a meraviglia nella pozza, e un monarchico tradizionalmente non vede di buon occhio la presenza femminile sul trono.>> <<Allora perché lo frequenti?>> <<Tesoro, devi riflettere prima di parlare. Un uomo del livello del Conte –per di più monarchico- ha nei confronti del Governo di questo paese un unico interesse: assicurarsi che non leda i suoi affari. Se un Governo di sole donne gli consentisse di incrementare il suo business non ci penserebbe un attimo a sostenerlo. Ricordati, noi non dobbiamo isolarci e metterci contro il sistema, lo dobbiamo cambiare prendendone il controllo. Guardati attorno. Questa festa meravigliosa ed affollata è il posto migliore per riunirsi e discutere qualche ora senza destare sospetti, l’ignaro Conte ci offre il buffet e la copertura mondana. In questo momento decine di donne che partecipano al nostro progetto stanno parlando tra di loro proprio in questa sala, mescolate agli ospiti e discrete. Non ci serve la segretezza, ci basta la discrezione. Ora andiamo.>> Cinzia si guardava attorno cercando di intuire quali fossero queste altre donne, ma le sembrava che la frivolezza avesse avvolto tutti e che nessuno stesse affrontando discussioni impegnative, almeno a giudicare dalle facce. Aveva sentito dire che gli affari migliori si concludono alle feste, che è più facile trovarsi d’accordo in un habitat festoso piuttosto che barricati dietro fortini di mogano massiccio, e probabilmente anche l’alcol faceva la sua parte aiutando gli invitati a familiarizzare. Il Dottor Giussoni e la moglie Carolina. Manlio Basazzi Torre, poeta e romanziere. Tania, Marinka ed Ines, modelle russe. Una schiera di imprenditori da varie parti del mondo, perfino alcuni cinesi. Qualche volto noto dello spettacolo, principalmente attori. Flaviano Ottavini, editorialista per alcuni quotidiani nazionali. Maria Franca Lazzaroni, Presidente degli Industriali della Lombardia.

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Il cardiochirurgo Filippo Marconi e il collega Manuele Gatto, titolare di una affermatissima clinica di chirurgia estetica. Marinella si era fatta lasciare il biglietto da visita. Una coppia di Principi stranieri che a vederli non parevano poi tanto principeschi. Annalisa Liberati, pittrice. Poi una infinità di altri, ad ogni passo Betta e Marinella incontravano qualcuno di loro conoscenza che non perdevano l’occasione di presentarle, riservandosi poi di raccontarle in trenta secondi ogni dettaglio significativo della vita di quelle persone, dimodoché lei potesse iniziare a farsi un quadro preciso della situazione. E Cinzia se lo stava facendo, questo era poco ma sicuro, ed era un quadro gioioso, rilassato, distante da crisi economiche ed inflazione, la belle epoque perpetua, come diceva Betta, una lunga permanenza al potere della borghesia arricchita, ininterrotta dalla rivoluzione industriale in avanti. <<Tra queste quattro mura è riunita un’elite ramificata in ogni settore, il commercio, l’editoria, la politica, la finanza, l’edilizia, il riciclaggio dei rifiuti, la sanità, e qualunque altro ti possa venire in mente, ed è questo che li rende forti, avere una sponda in qualsiasi campo e favorirsi reciprocamente. Tu vedi molte persone diverse, ma le unisce un sottilissimo filo di interessi che le rende uguali, una specie di compagnia del mutuo soccorso dove nessuno è necessario agli altri, ma ognuno torna utile>> Marinella scuoteva la testa in segno di assenso. <<Voi due mi fate paura, sapete troppe cose>> aveva detto scherzosamente <<adesso scusatemi, ma devo andare un momento al bagno.>> Anche la toilette era in linea con la villa, spazi ampi, antiche travi di legno in tono con le assi del pavimento, una intera parete occupata da uno specchio bordato di stucchi dorati, tantissime piante che davano all’ambiente l’aspetto di un giardino profumato invece che di un luogo in cui si vanno a scaricare i fetenti liquami corporei, luci, rubinetti e porte a fotocellula per evitare agli ospiti lo sgradevole compito di toccare maniglie ed interruttori sporchi, perfino la carta igienica sembrava più candida del normale. Sulla consolle d’epoca era stato preparato un piccolo angolo per il rinfresco, un secchiello pieno di ghiaccio con bottiglia di vino e bicchieri in cristallo sotto una campana di vetro. L’attenzione maniacale per il minimo dettaglio le era sembrata eccessiva <<chi potrebbe avere tanta sete da non poter aspettare di tornare in sala?>>, però capiva anche che l’essenza dell’essere ricchi sta nella necessità di avere ciò che non serve,

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proprio quello che le aveva detto Betta <<in una casa il lusso lo vedi nella quantità di spazio lasciato vuoto.>> Mentre si specchiava per sistemare i capelli una donna era entrata nel bagno salutando. <<Buonasera>> aveva risposto, il saluto era evidentemente rivolto a lei dato che nella stanza non c’era nessun altro. <<Bella festa, vero?>> <<Bellissima>> si teneva sul vago per timore che le avessero già presentate. <<Tu devi essere Cinzia. Mi hanno parlato di te.>> <<Davvero? Spero bene>> era dunque chiaro che non si erano mai incontrate prima. <<Certo cara, altrimenti non sarei qui. Sono Gloria Camuffo>> aveva allungato la mano. <<Molto piacere signora>> non le era chiaro cosa stesse succedendo, superficialmente poteva sembrare un incontro casuale in una toilette durante una festa. <<Ti prego, niente signora, diamoci del tu. Hai un vestito davvero splendido, lo hai preso da Giada, vero?>> <<Si, la conosci?>> <<Certo, riconoscerei un suo modello ad occhi chiusi, è la mia boutique preferita. Se vuoi essere sicura di avere successo ad una festa o ad un appuntamento, devi lasciar fare a lei, ha un gusto unico, non trovi?>> <<Sicuro, anche nello scegliere le modelle.>> <<Chi ha fatto sfilare per te?>> Non so come si chiama, una ragazza di colore.>> <<Ora capisco perché ti ha colpito la modella. Si chiama Nimyl, è arrivata da poco in Italia, una bellezza da restare senza parole.>> <<Nimyl, un bel nome. È somala?>> <<Credo di si. Ti piace, non è così?>> <<Perché, c’è qualcuno a cui non piace?>> <<Senti, cambiando discorso, la senatrice mi ha detto che avete avuto un piacevole incontro a casa sua.>> 85


<<Si, stamattina, ci ha ricevute per un caffè.>> <<E te ne ha parlato?>> <<Di cosa?>> <<Tesoro, non fare la sostenuta con me, io so tutto, anche della tua relazione con Elisabetta, perciò possiamo fidarci l’una dell’altra.>> Questa notizia l’aveva turbata, come mai una sconosciuta si permetteva di intromettersi a quel modo nella sua vita privata? Da chi poteva aver avuto informazioni tanto riservate? Eppoi quella Gloria non le stava simpatica, con il suo atteggiamento supponente e i suoi invidiabili gioielli, sbucata dal nulla come un fantasma con la bocca piena di domande indiscrete. Provvidenzialmente un gruppetto di quattro o cinque ragazze era entrato nel bagno rompendo l’immobilità della situazione, Cinzia aveva sorriso beffardamente a Gloria <<scusami, sarà per un’altra volta>> ed era uscita frettolosamente per non perdere l’attimo. Camminando tra la gente per raggiungere di nuovo Betta e Marinella ripensava allo strano incontro, e più ci pensava più i conti non le tornavano, poi in lontananza aveva riconosciuto l’abito della senatrice e le si era avvicinata <<posso parlarti un momento?>> le aveva sussurrato. Erano uscite in terrazza, Betta le aveva seguite. <<Bel tentativo! E non provateci neanche a fare la parte di quelle che non sanno di cosa sto parlando. Gloria, la vostra amica Gloria che avete mandato da me per mettermi alla prova. Pensate sia così ingenua da raccontare i miei incontri personali alla prima venuta? Io sono abituata, non ci casco. Nell’ambiente dello spettacolo il paparazzo o il confidente del giornalista sono sempre in agguato, e una delle regole fondamentali è non parlare mai di sé stessi con uno sconosciuto.>> <<Brava, ci hai scoperte subito, ma non ti scaldare>> Marinella pareva soddisfatta. <<Non mi dovrei scaldare? Avete raccontato la mia vita sessuale ad una donna che non conosco, vi pare poco?>> <<Non ci saremmo mai permesse, se non fosse assolutamente fidata. Cerca di capire, abbiamo il dovere di verificare oltre ogni ragionevole dubbio l’affidabilità delle persone con cui collaboriamo. È per il bene di tutte noi.>> Questa ultima frase l’aveva allarmata un po’ <<per il bene di tutte noi in che senso?>> <<Nel senso che al giorno d’oggi non si è mai abbastanza prudenti.>> 86


<<Noi ci siamo già presentate, non è vero?>> Gloria era sbucata dal nulla unendosi a loro in compagnia di un’amica <<lei è Amanda Paci, notaio a Palermo.>> <<Piacere, Cinzia>> aveva cercato di coprire l’antipatia per Gloria con un sorriso smagliante ed assolutamente naturale, uguale a quelli che aveva imparato a fare per le telecamere. <<Mi dispiace averti messo a disagio in bagno, ma…>> <<Non ti preoccupare, Marinella mi ha spiegato tutto>> non le aveva fatto finire la frase, non voleva si scusasse per una cosa fatta nell’interesse comune. <<E comunque sei stata molto brava, devo ammetterlo, hai saputo tenermi a distanza con educazione ed eleganza, e sfuggirmi al momento giusto. Betta ha ragione, sei una ragazza speciale e per noi è un onore averti dalla nostra parte.>> <<Tu vuoi farmi arrossire Gloria.>> <<Figurati, non siamo qui per farci complimenti reciprocamente. Andiamo a bere qualcosa?>> La situazione si era improvvisamente rovesciata, adesso Cinzia non sentiva più la rabbia di prima e anche l’astio nei confronti di Gloria iniziava a perdere consistenza, in sottofondo restavano tracce residue di confusione dovuta ai continui cambi di programma, se mai un programma ci fosse stato. In fondo in pochissimo tempo era passata da valletta in un programma sportivo alla tv a valletta di un programma sportivo alla tv coinvolta in un progetto rivoluzionario femminile che partecipa a feste esclusive ed incontra senatrici, giornaliste, notai e artiste. Non male come scalata. Normale la confusione. La testa le brulicava di domande, ad esempio non sapeva quali fossero i mezzi con cui tutto ciò era finanziato, non sapeva quante donne partecipassero, non sapeva quali fossero le strategie per portare a compimento il progetto né tantomeno attraverso quali strumenti, azioni e canali. Avrebbe potuto chiedere, ma qualcosa dentro le diceva che le risposte sarebbero arrivate da sole al momento adeguato, e che quella poca chiarezza significava che il periodo di prova non era terminato. <<Un brindisi a noi e alla realizzazione dei nostri programmi>> la senatrice aveva alzato il suo bicchiere di vino bianco frizzante, facendolo toccare delicatamente a quello di tutte le altre, Cinzia si era accorta che il notaio –Amanda- la guardava sensualmente.

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Il notaio Paci –l’avrebbe saputo dopo- era la moglie del Commendatore Armando Loconte, un ricchissimo imprenditore nel campo delle forniture per alberghi a cinque stelle, un uomo che si era fatto da solo e i cui interessi spaziavano anche in altri settori come la cantieristica navale. Amanda si era laureata giovanissima col massimo dei voti, si era specializzata seguendo vari masters in giro per il mondo, sempre con borsa di studio, poi aveva deciso di prendere la seconda laurea. Una donna brillante, carnagione scura, capelli neri, occhi scuri, niente collane o bracciali, solo qualche anello e due minuscoli punti luce di diamante ai lobi, mani perfettamente curate, labbra carnose. Le forme del suo corpo erano generose, probabilmente stava quattro cinque chili sopra il suo peso ideale ma la rotondità dei suoi seni e dei suoi fianchi ne aveva beneficiato. Non doveva avere più di cinquant’anni, però ne dimostrava parecchi di meno Gloria invece era più giovane, sui trentadue al massimo, da quello che aveva potuto capire non lavorava, si poteva permettere di vivere con la rendita che le proveniva da un cospicuo investimento fatto con i soldi ricavati dalla vendita della fabbrica che i suoi le avevano lasciato morendo in uno spaventoso incidente. L’elicottero che li portava da un’isola del Pacifico ad un’altra era precipitato incendiandosi, con loro avevano perso la vita altri tre turisti svedesi. Anche queste informazioni sul suo conto le avrebbe avute dopo, naturalmente. Intanto i brindisi si susseguivano, e pure le occhiate inequivocabili di Amanda, anche Betta se ne era accorta, e sorrideva. <<A Cinzia, giovane promessa>> la senatrice era scatenata, sempre entro il limite della rigida etichetta che il suo ruolo istituzionale le imponeva. Non avrebbe certo potuto ubriacarsi pubblicamente, ma nessuno le poteva vietare di essere allegra ad una festa più di quanto potesse essere in Senato. Nel frattempo altre persone si erano unite al loro gruppetto, non ultimo il Conte in persona che –fedele alla parola data- era tornato per scambiare quattro chiacchiere con Cinzia, sua nuova amica. La serata si era conclusa in un crescendo di brindisi protraendosi fino a notte fonda, quando erano rimasti pochi invitati l’orchestra aveva intonato alcuni pezzi pop, regalando la perfetta chiusura musicale ad un party che era stato godibile dall’inizio alla fine. Quella a casa del Conte era stata la prima di una lunga serie di feste cui Cinzia avrebbe partecipato, ognuna diversa, alcune a tema, brulicanti di invitati che dopo la quindicesima si rivelavano sempre gli stessi, quasi un circo itinerante che ripeteva il 88


suo spettacolo all’infinito, visto uno visti tutti. Le novità –come anche lei era stata per un certo periodo- in determinati ambienti valgono più dell’oro zecchino, Betta aveva ragione. Non mancare a quegli incontri era però fondamentale per lei, doveva incontrare gente, crearsi una rete di conoscenze e di amicizie importanti, diventare un volto noto al di là delle apparizioni televisive, che tra l’altro ultimamente le risultavano insopportabili. La strada per farsi accettare in quel circolo era indubbiamente in salita, ma l’essere stata introdotta da Marinella de Blasi ed Elisabetta Morsoni le aveva dato un vantaggio inestimabile che se amministrato sapientemente l’avrebbe fatta arrivare in cima senza troppa fatica. Di questo era loro grata. Il Conte Maurizio Nardi l’aveva presa in grande simpatia e non mancava di favorirla in ogni modo possibile, fino a trovarle all’ultimo momento un tavolo nel miglior ristorante di Roma. Probabilmente desiderava che le sue attenzioni fossero ricambiate da una giovane ragazza sexy come lei, ma il suo rango non gli avrebbe mai permesso di esporsi con volgari avances o velati doppi sensi, perciò rimaneva al suo posto e si limitava a comportarsi al massimo come un padre apprensivo perfettamente consapevole del fatto che la figliola deve affrontare un mondo pieno di animali che vorrebbero scoparla, e che per arrivarci farebbero carte false. Ormai si sentiva parte di una famiglia che l’avrebbe protetta e sostenuta, di una famiglia dove non esistevano le piccole ipocrisie, le mediocrità popolari e nessuno si stupiva –o peggio, indignava- se da mesi le capitava di fare l’amore solo con donne. Aveva avuto un’avventura di una sola notte con Amanda, il notaio, che l’aveva affascinata con il suo magnetismo erotico, una specie di fluido energetico che era capace di sprigionare con lo sguardo e cui era impossibile resistere, il canto della sirena che richiama il marinaio dagli scogli. Il problema stava forse proprio in quello, che la cinquantenne Amanda aveva dentro un desiderio sessuale che poteva soddisfare solo facendosi sbattere violentemente da un mozzo o da un camionista, almeno questo era quello che aveva pensato Cinzia vedendo con quanta foga la invitava a infilare le dita nei suoi orifizi umidi e sentendo i gemiti che emetteva nel momento dell’orgasmo. Godeva, certo, però era come se le mancasse un qualcosa, probabilmente sarebbe stata più appagata vedendo sgorgare un bel getto di sperma che le impiastricciasse il viso. Amanda era una di quelle che mangiano le bistecche di soia con la stessa forma delle bistecche di carne, e i loro incontri sessuali erano finiti lì. 89


Sorprendentemente Cinzia aveva scoperto che molte vallette della televisione –quasi tutte quelle che non avevano già sposato calciatori o sportivi di altre discipline miliardarie- erano a conoscenza del progetto ed attivamente partecipi, perfino Margherita Pozzuol che aveva sempre considerato una cretina, solo che non amavano farsi vedere troppo a feste che non fossero super-pubblicizzate con foto e articoli nei giornali o servizi sui tg di costume anche perché la loro simultanea presenza avrebbe potuto destare sospetto. Le pin-up del piccolo schermo erano l’avanguardia, la vetrina pubblica dell’operazione rivoluzionaria, manifesti di propaganda a dimensione 90-60-90, viventi, seducenti <<vere armi, in un paese dove basta una fiction sui medici del pronto soccorso per far aumentare le iscrizioni alla facoltà di Medicina>> aveva detto Marinella. Quella era stata la prima volta che aveva sentito qualcuno dire qualcosa di intelligente sulle vallette, sulle veline, sulle letterine, su tutte quelle ragazze che sembrano stupide eccetto che sulle tette e sulle natiche, finalmente qualcuno che aveva il coraggio di confrontarsi con i dati di fatto e cercava un modo per farle diventare il veicolo di messaggi nuovi diretti all’audience smisurato su cui può contare la tv. Se quelle ragazze –e comprendeva sé stessa- avessero sostenuto pubblicamente di non usare più il cellulare perché sorpassato, il giorno dopo migliaia di adolescenti avrebbero fatto la stessa cosa con entusiasmo. Questi erano i dati di fatto. <<Vedo che ci sei già arrivata da sola, me lo aspettavo>> le aveva detto Betta quando lei le aveva parlato dell’argomento <<questo è il mezzo che vogliamo usare per mettere in moto il meccanismo del cambio delle inclinazioni culturali. Cercherò di spiegartelo nel modo più semplice: prendi le donne più belle e più in vista, mettile a fianco di artisti ed intellettuali invece che di calciatori e uomini ricchi, ed avrai innescato la rivoluzione culturale. Chiaro?>> <<Chiarissimo!>> ed effettivamente tutto le appariva improvvisamente chiaro, facile, perfino banale. <<Le Democrazie moderne sono preparate ad assorbire e digerire i movimenti di piazza e i nuovi partiti di estrazione popolare, sanno ammortizzare i colpi, ormai sono al loro posto dall’ultima Guerra Mondiale ed hanno imparato a manipolare gli strumenti che consentono di mantenere il potere, i cittadini sono rimasti intrappolati nella rete che loro stessi hanno calato, perché dal momento in cui si accetta di andare 90


a votare si accetta implicitamente anche il risultato delle elezioni, qualsiasi esso sia. Il fatto che poi i politici tra cui scegliere siano sempre gli stessi, indagati, corrotti, transfughi, vecchi, è uno scotto da pagare, il risultato di un gioco che si è tenuto nel lontano 1948. Ogni rivoluzione comporta un cambio della classe dirigente che rimane dirigente fino alla rivoluzione successiva. L’ultima rivoluzione in questo paese è stato il referendum per scegliere tra Monarchia e Repubblica, e la classe dirigente è ancora la stessa da allora. Questo significa anche che Tangentopoli non è stata la rivoluzione che ha avviato la seconda Repubblica, come molti hanno voluto far credere alla massa ignorante. Non c’è mai stata una seconda Repubblica, solo un leggero rimescolamento delle carte ed una ridistribuzione delle cariche.>> L’estate era arrivata in fretta, la senatrice l’aveva portata a vedere una seduta del Parlamento in una bella giornata di sole, una di quelle che stanno ancora a cavallo con la primavera, il cielo terso e una temperatura ideale, i marmi splendenti restaurati di fresco, gli ampi spazi invasi di luce. L’emiciclo l’aveva impressionata, soprattutto per la vista che se ne poteva avere stando in alto, nelle tribune destinate agli ospiti, e non era riuscita a fare a meno di pensare che come tutti gli spettacoli, anche la politica aveva il suo pubblico in sala. Essere continuamente in diretta nazionale, sempre inseguiti dai giornalisti e bombardati di domande, dover fare attenzione ad ogni singola parola proferita, avere i capelli in ordine e il trucco aggiustato, annoiarsi mortalmente e dover presenziare comunque, riflettendoci bene il lavoro del politico non le sembrava poi così eccitante <<non ti nascondo che a volte è un vero inferno>> le aveva detto Marinella. Il colpo d’occhio in effetti poteva ingannare, chiunque avesse letto Dante non avrebbe fatto difficoltà a riconoscere la struttura dell’inferno in quella dei seggi dei parlamentari, un imbuto a gradinate affollate di dannati, con la sola differenza che la divisione per categoria di peccato non era verticale, ma andava dall’estrema destra all’estrema sinistra. <<Hai visto quante poche donne c’erano?>> le aveva chiesto Betta il giorno dopo quella esperienza. <<Pochissime, quasi non si notano.>> <<Al tempo della discussione sulle Quote Rosa c’è stato chi ha avuto il coraggio di dichiarare che se ci sono poche donne in Parlamento è perché non hanno saputo conquistarsi il seggio, perché non sono state capaci di farsi eleggere. Ti rendi conto della sfrontatezza? 91


Come dire che la proporzione tra il numero dei parlamentari uomini e donne rappresenta l’indiscutibile prova della loro superiorità, loro uomini naturalmente>> si avvertiva chiaramente la sua repulsione per quel genere di considerazioni <<ma è nel loro stesso campo che li contrastiamo, non opponiamo uomini a donne, opponiamo uomini ad altri uomini. Noi dobbiamo dare agli artisti quello che da soli non riescono ad ottenere: importanza e visibilità, al di fuori delle gallerie d’arte, dei libri e dei musei. Saranno loro a spianarci la strada che porta al governo del paese. Ti ricordi quando mi hai chiesto perché amo gli artisti? Ti ho risposto che li amo perché sono così delicati e sensibili che sarebbero disposti a farsi da parte e lasciare alle donne il compito di gestire il potere, ed è esattamente quello che vogliamo. Però ti ho anche detto che prima serve una forza femminile fatta di casalinghe, impiegate, medici, libere professioniste e operaie che ci garantisca un’onda d’urto capace di spazzare via il sistema così come lo conosciamo, cioè essenzialmente orientato al maschile.>> <<E come pensiamo di ottenere questa forza femminile?>> <<Dobbiamo fare in modo che le ragazzine diventino fan di uno scrittore piuttosto che di un muscoloso ed idiota cantante pop. E con questo non voglio dire che la musica pop sia dannosa. La cultura deve essere la prima dote del compagno ideale di una teenager, basta con il capitano della squadra di calcio della scuola.>> <<E poi?>> le aveva chiesto dubbiosa. <<E poi ragioniamo sui dati di fatto e scommettiamo sull’emulazione. Se è vero quello che dicevi, allora le donne come te possono provocare un cambiamento radicale nei desideri delle adolescenti, potete dare un esempio diverso e mettere in cima alle loro classifiche la cultura, far comparire per magia poster del Mosè di Michelangelo sulle pareti delle loro camere. E quando donne bellissime cercheranno uomini intellettualmente dotati, ti garantisco che i rimanenti faranno di tutto per diventarlo, e più lo diventeranno più il nostro momento sarà vicino. Bada, non ti sto parlando di un colpo di Stato o roba del genere, ti parlo di una profonda rivoluzione sociale, si tratta solo di innescarla.>> <<Solo?>> <<Non ti spaventare tesoro, nessuno ti ha mai detto che l’arma più potente in natura è una donna bella ed intelligente?>>

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Nessuno glielo aveva mai detto, ma Cinzia lo sapeva perfettamente tanto quanto sapeva di essere in grado di stringere per le palle qualsiasi uomo e manovrarlo come un burattino <<allora per avere il potere dobbiamo controllare la cultura?>> <<Questo è quello che avrebbe detto un uomo, noi diciamo che per avere la possibilità di dimostrare che le donne sanno governare meglio dobbiamo diffondere la cultura. Superficialmente può sembrare la stessa cosa, ma il nostro scopo non è monopolizzare il potere per costruire una società a nostra immagine e somiglianza, è ricevere dalla società la fiducia per apportare dei cambiamenti e migliorare la vita di tutti.>> Finalmente il quadro era completo, ogni tassello era andato al suo posto componendo un’immagine straordinaria, ma complicatissima, o almeno così le sembrava. Per semplificare aveva immaginato un esercito di donne bellissime che marcia su Roma affiancato da artisti ed intellettuali, raccogliendo per la strada adesioni, entusiasmi e una partecipazione tale da riuscire a scalzare i fallocrati dalle loro poltrone. Betta si sarebbe incazzata se l’avesse sentita usare quel termine, fallocrati, perché non voleva si creassero confusioni tra ciò che era stato negli anni ’70 e ciò che succedeva trentacinque anni dopo. <<Le Streghe non torneranno più>> le aveva detto una volta, e in effetti una adolescente moderna non poteva essere attratta da modelli femministi sepolti da un trentennio.

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Dentro la piccola libreria di Via Manin il caldo di Luglio era intenso, tra gli scaffali ingombri di volumi più o meno ordinati avventori con le ascelle sudate e la fronte imperlata si aggiravano con cognizione di causa, con la sicurezza di chi è abituato alle pagine stampate e ne ama l’odore Da circa una settimana Cinzia ci andava regolarmente con la speranza di incontrarlo e conoscerlo, ma fino a quel giorno aveva conosciuto solo l’anziano proprietario costantemente assorto nella lettura dietro il bancone. Eugenio Boninzoni era in città, lo aveva saputo con sicurezza tramite le informate conoscenze della senatrice, si trattava solo di avere pazienza, presto o tardi sarebbe uscito dalla tana per prendere una boccata d’aria, ed una delle sue tappe abituali era proprio la libreria l’Angolo. Cinzia aveva iniziato a leggere i suoi romanzi per caso, una casualità assoluta, nessuno glieli aveva consigliati o regalati, non aveva letto recensioni, niente di niente. Un giorno passeggiando in un parco pubblico si era accorta che sopra una panchina c’era un libro, apparentemente dimenticato, si era avvicinata guardandosi intorno per vedere se un possibile proprietario potesse essere nei paraggi. Il titolo, il nome dell’autore e la casa editrice le erano del tutto sconosciuti, così l’aveva infilato in borsa per portarselo a casa. La sera stessa lo aveva tirato fuori per metterlo assieme agli altri nella libreria, ma prima voleva brevemente sfogliarlo, e dopo la copertina – sulla consueta pagina bianca che la separa dalle pagine stampate- un breve testo di tre righe scritte a mano diceva: questo non è un libro smarrito, leggilo e poi lascialo in qualche luogo in modo che altri possano trovarlo e fare altrettanto. Bookcrossing. Ne aveva sentito parlare anche alla tv, un modo originale per far circolare la cultura, un fenomeno iniziato qualche anno prima che si era diffuso a macchia d’olio fino a coinvolgere migliaia di persone e migliaia di volumi in tutta Italia, sapeva di una nota trasmissione radiofonica della Rai che si era fatta promotrice di questa pratica e il cui sito era diventato punto d’incontro per i bookcrossers. Da buona lettrice si era incuriosita e su internet aveva cercato notizie riguardanti Eugenio Boninzoni, scoprendo che si trattava di un giovane e brillante autore, decisamente bruttino ma pieno di fascino e di cui i critici avevano opinioni divergenti. Alcuni lo ritenevano essere <<una delle scosse telluriche che avrebbero raso al suolo il pericolante palazzo della letteratura contemporanea>>, altri solo un prodotto della peggiore società moderna, irrispettoso, rigonfio di indolenza e stilisticamente fuori 94


dai canoni. Non c’era traccia di lui nei siti della cultura ufficiale, negli albi dei vincitori di concorsi importanti e neanche in quelli dei partecipanti. Era invece osannato e continuamente citato nelle pagine riconducibili ai circuiti underground ed alla letteratura alternativa, non partecipava a blog o discussioni collettive in rete, non aveva un sito personale, nemmeno teneva lezioni nei circoli o nelle scuole di scrittura creativa. Il suo editore, un certo Bruno Ticozzi, era altrettanto misterioso, nemmeno Betta con le sue conoscenze nel settore era riuscita a trovare qualcuno che lo avesse incontrato. C’erano tutti gli elementi per incuriosirsi, e il primo passo per diradare la nebbia era rinchiuso tra le pagine del libro trovato sulla panchina. Cinzia si era messa la tuta da ginnastica e si era sdraiata comoda sul divano di casa, erano circa le dieci della mattina e fino alle quattro del pomeriggio non era più riuscita a fermarsi, l’aveva letto d’un fiato attraversando una tale quantità di stati d’animo che alla fine si era sentita stanca come se avesse corso per chilometri. La trama non era particolarmente fitta di avvenimenti o di personaggi, anzi, sembrava quasi avere l’unica funzione di tenere ancorata alla realtà l’evoluzione interiore del protagonista, soprattutto nei momenti in cui la narrazione scivolava nell’astrazione tipica delle emozioni. Un’atmosfera asettica, senza riferimenti geografici o temporali faceva da scenografia imparziale, un dove ed un quando qualsiasi, creature che potevano essere il tabaccaio, la vicina, il datore di lavoro, un dentista, la direttrice del supermercato rionale, un girotondo di quotidianità in cui riconoscersi, la netta sensazione che gli umani sono uguali in ogni parte del mondo, indipendentemente dagli usi, dai costumi e dal grado di sviluppo. Un sottile filo di erotismo attraversava tutta la storia esplodendo a tratti in sequenze di sesso così esplicite e coinvolgenti che Cinzia aveva la sensazione di guardare un film o di poter toccare con le mani quei corpi che si congiungevano, brividi di piacere sessuale le attraversavano la schiena, non era mai capitato che un libro le facesse quell’effetto. A parte quelli scadenti tutti i libri portano turbamento, ma quel romanzo aveva un’energia fuori dal comune, conteneva una rabbia devastante nei confronti del sistema ed una assoluta volontà di agire per cambiarlo, principalmente liberandosi delle vecchie strutture morali e culturali. Il primo pensiero che aveva avuto finendolo era stato che avrebbe dovuto farlo leggere a Betta immediatamente, quel Boninzoni metteva nelle parole di una pagina più tritolo di quanto potessero sperare di avere tutti i terroristi del pianeta. 95


Era curiosa di conoscerlo, e sentiva che quello poteva essere il giorno giusto. Anche Betta aveva letto il libro d’un fiato e le era sinceramente piaciuto <<potrebbe essere molto interessante scoparlo, ma non mi piace il nome. Che razza di nome è Eugenio?>> Marinella invece era stata più pacata nel giudizio ed aveva ordinato per tutte e tre una copia degli altri romanzi di Boninzoni <<hai capito perfettamente lo spirito del progetto>> le aveva detto abbracciandola. Nelle settimane successive Cinzia non aveva fatto che leggere in ogni momento libero, avida come non si era mai sentita, incalzata dallo scorrere della narrazione, braccata dal desiderio di conoscere lo sviluppo della vicenda, di entrare a fondo nei perché, anche il sesso era momentaneamente passato in secondo piano, sublimato da righe dense di orgasmi intellettivi, un universo artificiale che però somigliava spaventosamente a quello reale, una dimensione parallela afflitta da altrettanti drammi, follie, piccole gioie ed inquietudini. In mezzo, mescolati, picchi di felicità ingiustificata, la vera linfa della vita, coscienza dell’essere e dell’esserci. Dentro la piccola libreria il caldo sarebbe stato insopportabile se non ci fossero state le pale sul soffitto a muovere l’aria, e quando lei stava per andarsene con l’intenzione di ripassare prima della chiusura, ecco che dalla porta entra lui, Eugenio Boninzoni in persona. L’aveva riconosciuto immediatamente, le era bastata un’occhiata, poi si era messa a guardare i libri con indifferenza. Per la verità non pensava sarebbe stato lui ad avvicinarsi con il pretesto di aiutarla a trovare il volume che stava cercando, invece era andata proprio così e il vantaggio che le aveva involontariamente concesso le permetteva di giocare all’attacco. Il loro primo dialogo era stato probabilmente il più schietto ed intelligente che avesse mai avuto con un uomo, un gioco di attrazioni reciproche dove il contenuto della conversazione era diventato solo un pretesto per lanciare segnali inequivocabili, per scambiarsi modi di essere sottoforma di vocaboli. Quando glielo aveva preso in bocca ogni ambiguità era sparita e la verità si era manifestata in tutta la sua potenza, incurante del luogo e del momento. Era qualche tempo che non copulava con un uomo ma Eugenio le aveva fatto salire la temperatura, l’eccitazione e una gran voglia di sesso orale, cosa che normalmente non stava in cima alle sue preferenze. Visto da vicino era davvero brutto, il viso asimmetrico, il fisico sgualcito, le scarpe consumate, però gli occhi gli brillavano come avessero dentro un diamante ciascuno e si muoveva elegantemente, con gesti 96


delicati. Cinzia trovava fosse assolutamente corrispondente allâ&#x20AC;&#x2122;idea che si era fatta di lui leggendo suoi romanzi, trovava rappresentasse il concetto stesso di scrittore, non un dotto scriba ma uno cui il talento nella scrittura forniva lo strumento per esprimere le idee del cuore e della mente, perchĂŠ un essere umano senza idee proprie non vale un cazzo. Erano due persone compatibili, su questo non câ&#x20AC;&#x2122;era dubbio, e tra loro si era stabilito da subito un canale di comunicazione diretta in cui però passavano solo le cose importanti, sensazioni, qualche parola e pochissimo altro, tanto che lui nemmeno si era preoccupato di chiederle che lavoro facesse, stregato dalla sua bellezza e dal vortice sessuale in cui si erano lasciati andare nelle settimane successive al loro primo incontro.

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Ancora non la vedeva arrivare, probabilmente c’era stato un ritardo nella consegna dei bagagli. Negli aeroporti ipertrafficati di oggi capita spesso. Non riusciva a togliersi di dosso il fastidio che gli provocava da giorni il moltiplicarsi delle foto che lo ritraevano con Cinzia, i vicini gli avevano detto che ne aveva parlato anche la tv ma non aveva capito bene in quale programma di gossip. La situazione gli era decisamente sfuggita di mano, inutile nasconderselo, adesso si potevano solo limitare i danni cercando di essere più discreti. Il fatto era che la popolarità di Cinzia si infiltrava dappertutto, quasi tutti gli italiani infatti guardavano quella maledetta trasmissione sul calcio e non c’era speranza di rifugiarsi in una trattoria fuori mano per sfuggire ai paparazzi, perché sicuramente il proprietario o il cameriere o qualcun altro l’avrebbe riconosciuta. L’unico modo sarebbe stato portarla in un palloso circolo culturale dove il calcio è bandito, ma il suo spirito artistico gli impediva di infliggersi una mortificazione così solenne. Era anche vero che -come aveva detto Stefano- tutta quella pubblicità aveva fatto impennare le vendite dei suoi libri, però non sapeva se rallegrarsene o pregare Bruno Ticozzi di non editare ristampe. Gli avevano anche fatto un paio di offerte per rilasciare un’intervista, ma aveva rifiutato nonostante il compenso fosse invitante, proprio non gli andava di gettare ghiande ai maiali. La gente cominciava a fermarlo per strada, lo guardava come fosse un marziano, qualcuno gli si avvicinava per chiedergli se fosse davvero lui o se si trattasse di una banale somiglianza, le sedicenni chiedevano ai professori di invitarlo a tenere una lezione nella loro scuola, fatto – quest’ultimo- che solleticava la sua immaginazione erotica ma non il suo ego di scrittore. Insomma, stava diventando popolare. Popolare. Eugenio Boninzoni popolare. Un rigurgito di rifiuto gli era salito dallo stomaco alla bocca, sgradevole, acido, un chiaro messaggio del cervello che si ribellava all’idea e non riusciva a trovare una soluzione al problema al di fuori dell’immediata interruzione della relazione con Cinzia. Ma Eugenio Boninzoni, sebbene a rischio di popolarità, non aveva intenzione di troncare la relazione. Finalmente era uscita, un facchino spingeva il carrello con le valigie e il solito gruppetto di fan la importunava per avere una foto o un autografo attirando l’attenzione di tutto l’aeroporto. Lei con passo deciso gli era andata incontro, l’aveva

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abbracciato e baciato sulla bocca con centinaia di videocamere e telefonini ad immortalare la scena. <<Ciao Tesoro, come stai? Lei è Vanessa, un’amica di Roma>> <<Molto piacere, Eugenio>> quella Vanessa era un’altra creatura del paradiso <<io sto bene, tu?>> <<Cosa dici?>> aveva fatto un giro su se stessa per farsi ammirare. <<Mi sembri in splendida forma. Vogliamo andare? Vanessa si ferma da noi?>> <<No, ti ringrazio Eugenio, devo scappare subito, sono di passaggio.>> <<Non mangi nemmeno qualcosa con noi?>> <<Meglio di no, ho i minuti contati. Mi basta un taxi.>> <<Bene, sarà per la prossima volta.>> Veloce come era arrivata Vanessa era anche scomparsa, un’apparizione fulminea che non avrebbe lasciato traccia nella sua memoria se non fosse stato per quanto era bella, con le labbra carnose ed un leggero strabismo di Venere, peccato non avesse potuto restare. <<Dove mi porti a cena stasera?>> gli aveva chiesto Cinzia mentre con la mano salutava l’amica che si allontanava in taxi. <<Pensavo di rimanere a casa mia, ci prepariamo una cenetta intima e facciamo sesso tutta la notte.>> <<Va bene il sesso tutta la notte, ma ho voglia di uscire e di mangiare al ristorante. Pesce.>> <<Pesce? Sai che è un’ottima idea? Anch’io ho voglia di mangiare pesce. Di lago o di mare?>> <<Di mare.>> <<Conosco il posto giusto, ti piacerà. È proprio in centro, nell’edificio più antico della città.>> <<E pensi di trovare un tavolo all’ultimo momento?>> <<Credo proprio di si, il titolare è un vecchio amico e un appassionato lettore dei miei romanzi.>> <<Allora essere uno scrittore ti da qualche vantaggio>> aveva detto ironica. <<Quale vantaggio? Ti pare che un tavolo al ristorante sia un vantaggio? Io produco cultura, dovrei essere tutelato come patrimonio nazionale, dovrei essere consultato dai politici prima di 99


prendere decisioni importanti, i bambini dovrebbero studiare i miei testi nelle antologie, non i classici, e tu mi parli di vantaggi. Sono portatore di handicap e la gente continua a parcheggiare nei posti riservati o sopra i marciapiedi, questa è la verità.>> <<Come sei drammatico oggi, io volevo scherzare.>> <<Lo so, non farci caso. Piuttosto dimmi come sono andati questi giorni a Roma.>> <<Bene, ho lavorato molto ma mi sono anche divertita, il solito. E tu? Sei andato avanti con il tuo nuovo romanzo?>> <<Nemmeno una riga.>> <<E’ per questo che sei così?>> <<Così come?>> <<Mi sembri un po’ giù di tono.>> <<Scherzi? Quando ti vedo mi passa tutto>> non era una frase per togliersi d’impaccio con eleganza. <<Sei sempre tanto dolce.>> <<E ti piaccio per questo?>> <<Non solo, ma è uno dei motivi. A proposito, ti piaceva Vanessa?>> <<E’ una domanda retorica?>> <<E’ una domanda semplice.>> <<Sicuro che mi piaceva, perché me lo chiedi?>> <<Un paio di volte ci ho fatto sesso, dovresti vederla nuda. Magari la prossima volta le chiediamo di farci compagnia a letto, ti andrebbe?>> <<Un paio di volte ci hai fatto sesso?>> <<Si, la cosa ti turba?>> <<Certo che mi turba, io ci avrei fatto sesso molto più di due volte se fossi stato al posto tuo.>> Il campionato di calcio era fermo per la pausa estiva e Cinzia aveva qualche altra settimana di ferie da spendere prima che ricominciasse il circo mediatico che ruota intorno ad una sfera di cuoio, Eugenio disprezzava il fatto di essere costretto a conoscere i ritmi di quel mondo che non gli apparteneva e da cui voleva tenersi a distanza, ma sembrava proprio che in quel periodo la sua vita avesse dovuto venire a patti con una realtà indigesta, fatta di programmi televisivi e paparazzi. Adesso che 100


dovevano scegliere un posto per le vacanze ogni destinazione gli sembrava troppo poco remota per scampare ai loro obiettivi e l’unico posto sicuro in fondo risultava essere casa, protetti dalla proprietà privata. Cinzia voleva andare al mare ad ogni costo, possibilmente in Sud Italia, possibilmente su un’isola, grande o piccola non era importante, voleva sentire il vento e vedere le scogliere a picco, annusare il profumo del rosmarino e della buganvillea, abbuffarsi di crostacei, cozze, vongole, polpi bolliti con il sedano, passeggiare per i vicoli di paesini bruciati dal sole ed inerpicati sulle colline, bere vino locale nelle case dei contadini, comprare prodotti dell’artigianato e fare l’amore di notte in spiaggia o nella pineta cullati dal rumore della risacca. Il programma l’aveva convinto, acqua, sole, sesso, relax, vitto abbondante ed alloggio confortevole, difficile resistere ad un’offerta del genere. <<Prima però ci fermiamo a Roma, c’è una festa a cui non posso mancare, così ti presento gli amici>> gli aveva detto. Era successo, come da previsione <<che tipo di festa?>> le aveva chiesto dalla cucina. <<Cosa vuol dire che tipo di festa? Contando che non siamo a Natale, a Pasqua a Capodanno o a Ferragosto, rimane quel tipo di festa dove ci sono delle persone, della musica, da bere e da mangiare. Ne conosci di qualche altro tipo?>> la adorava quando teneva quel tono da maestra. <<Senti Cinzia, io sono uno di quelli che se i commensali non gli piacciono, si alza da tavola e se ne va.>> <<L’avevo capito, ma non stare in ansia, troveremo gente interessante, ci saranno anche molti artisti.>> <<E ci saranno anche i fotografi all’ingresso?>> <<No, neanche dentro. È una festa privata. Ma se ti preoccupa la pubblicità, sappi che se ti fai vedere con me in una festa del genere la nostra relazione non sarà più un segreto per nessuno, e non serviranno i fotografi.>> <<Io non voglio tenere segreta la nostra relazione, però non voglio neanche essere perseguitato.>> <<O le stelle o le stalle, nello spettacolo non esiste la via di mezzo.>> <<Sono uno scrittore, non un presentatore di quiz televisivi.>>

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<<Qualsiasi cosa abbia un pubblico è spettacolo, perfino la politica. Sai che una volta ho visitato il Parlamento?>> <<Cosa c’entra adesso il Parlamento?>> <<Nulla, mi è venuto in mente.>> <<Comunque io non faccio spettacolo, anche se condivido la tua definizione. Sono i miei romanzi che hanno pubblico, non io in quanto autore, è questo che mi salva dalla categoria.>> <<A me pare che ti arrampichi sugli specchi, signor Boninzoni. Forse ti nascondi dietro i tuoi libri, mentre io non posso farlo perché sto davanti alle telecamere. Tu sei un uomo che vede i problemi e che ha idee per migliorare il mondo che lo circonda, perché non ti esponi in prima persona?>> <<Questa però non è una domanda semplice come quella di prima.>> <<Tutte le domande sono semplici, solo le risposte riescono ad essere difficili>> a volte era di una linearità disarmante. <<Allora ti darò una risposta facile. Essere anonimo è la condizione di massimo privilegio nella società dell’immagine, essere sconosciuti e produrre opere che hanno pubblico –come dici tu- è l’apoteosi della libertà. E poi ci vorrebbe dedizione, e io ho paura delle situazioni che obbligano ad una dedizione totale, ne ho paura perché mi impediscono di seguire le altre, di perdermi ed accorgermi che sono senza bussola, di svegliarmi la mattina e decidere di essere qualcos’altro, un chimico, un padre-casalinga, un archeologo o un parcheggiatore, sono nato libero e libero voglio restare, dedicare la vita ad una sola passione non fa per me, io sono il Principe dell’incostanza perché l’incostanza mi garantisce indipendenza, voglio morire senza che nessuno possa definirmi con due parole.>> <<Tu non vorresti diventare Presidente del Consiglio?>> <<Neanche per sogno! Sono un intellettuale, ho cose più importanti da fare.>> <<Per esempio scrivere libri che vengono letti da qualche migliaio di persone a malapena?>> <<Questo è un colpo basso. Conosci Platone?>> <<Il filosofo? Certo.>> <<Bene, quanti discepoli pensi abbiano frequentato l’Akademeia?>> 102


<<La cosa?>> <<Per l’appunto. Akademeia è la parola greca che indica il bosco sacro all’eroe Accademo dove Platone insegnava. Quanti discepoli pensi l’abbiano frequentato? Qualche migliaio è una cifra ragionevole. Platone ha influenzato la filosofia dal 400 avanti Cristo fino ad oggi, e la prova è il fatto che perfino tu sai chi è, perciò non vedo perché dovrei sentirmi in difetto solo perché ho qualche migliaio di lettori a malapena.>> <<Sai che sei odioso quanto fai il saccente?>> <<Ah, adesso sarei io l’odioso?>> le aveva detto ridendo. <<Va bene, ammetto di essere stata un tantino aggressiva, ma volevo solo stimolarti.>> <<Volevo solo provocarti mi sembrerebbe più appropriato. Ti ringrazio, non sono tagliato per quel tipo di vita, e poi espormi in che modo? Non credi mi esponga abbastanza mettendo nero su bianco quello che penso e rendendolo pubblico?>> <<Potresti fare di più.>> <<Sicuro, potrei andare a parlare alle riunioni di condominio, ai Consigli di Quartiere, in radio e in televisione, magari anche all’Università, ma non avrei niente in più da dire rispetto a quanto non abbia già scritto. Se la gente è pigra e non legge i miei libri, perché dovrei assecondare la sua pigrizia? Non capisco come mai nessuno abbia ancora pensato di produrre audiolibri in larga scala, sarebbero un successo enorme.>> <<Quindi non partecipi in carne ed ossa perché la gente è pigra, un motivo originale. Non ti senti mai sprecato?>> <<Ma cos’è, un terzo grado?>> <<E dai, rispondi senza tante storie, ho voglia di farti domande. Tu fai finta che sia un’intervista con la giornalista più sexy del mondo>> quando emanava quell’energia era impossibile resisterle. <<Sai che non rilascio interviste.>> <<Però per me puoi fare uno strappo alla regola, vero?>> <<Dipende dal budget che il tuo editore ha messo a disposizione per un’esclusiva così importante.>>

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<<Questo può essere sufficiente come acconto?>> si era alzata dalla sedia e delicatamente aveva tolto la camicetta, rimanendo in topless <<Il saldo alla fine dell’intervista.>> <<Penso ci siano gli estremi per raggiungere un accordo.>> <<Allora continuiamo?>> <<Continuiamo.>> Dicevo, non ti senti mai sprecato?>> <<Ho l’aria di uno che si sente sprecato? E sprecato in rapporto a cosa? Al successo che potrei avere, ai soldi che potrei guadagnare, al rispetto che potrei suscitare vincendo un Nobel? Non me ne frega un cazzo, non sono in competizione e non voglio riconoscimenti, le uniche cose che potrei accettare sono una laurea ed una pensione ad honorem.>> <<E’ vero che non sei in competizione, tu sei in opposizione.>> <<Non per partito preso, mi oppongo quando c’è da opporsi.>> <<E ti opporresti ad un Governo di donne?>> aveva sparato l’argomento a bruciapelo per saggiare la sua reazione, senza introduzioni o preamboli. <<In che senso?>> voleva essere sicuro di aver capito bene. <<Nel senso di Istituzioni composte in stragrande maggioranza da donne, il contrario di com’è adesso.>> <<Credevo la politica non fosse tra i tuoi interessi.>> <<Infatti non lo è, ma posso comunque chiederti come la pensi, in fondo è la mia intervista.>> <<E’ una domanda piuttosto astratta visto come sono andate le cose con le Quote Rosa, passate inutilmente a due giorni dallo scioglimento delle Camere dopo svariati affossamenti e mancanze di numero legale, un gesto inutile.>> Cinzia avrebbe voluto regalargli un po’ di luce sull’argomento come Betta aveva fatto con lei, ma sentiva che non era ancora il momento di giocare a carte scoperte, voleva che Eugenio si addentrasse nel suo mondo segreto lentamente, voleva che prima di varcare la soglia si mettesse comodo e infilasse le ciabatte <<che idea ti sei fatto della questione?>> <<Che idea vuoi mi sia fatto? È stata una sceneggiata indegna di un paese civile, ma almeno adesso tutti sanno fino a che livello di bassezza può arrivare una intera classe politica, e mai come oggi è vero che ogni società ha i governanti che si merita. Guardaci. 104


Guarda noi italiani e dimmi dove sono finite la cultura, la creatività, l’amore per le bellezze architettoniche e paesaggistiche, la capacità di stupire il mondo con le arti e l’artigianato, sembriamo un popolino di analfabeti senza ingegno e non credo c’entrino il consumismo, il benessere, i cinesi o l’euro, credo si sia spento l’umanesimo, siamo regrediti ad una forma tribale in cui conta solo l’accumulo che soddisfa l’istinto della conservazione della specie, l’uomo va a caccia e comanda, la donna sta zitta ed ubbidisce. Il contesto è quello giusto per una bocciatura delle Quote Rosa. Centinaia di incravattati capi villaggio riuniti attorno ad un falò devono decidere se ammettere le donne nel loro ristretto circolo di potere, secondo te come voteranno? Sembra che la gente proceda in ordine sparso verso un chissàdove svuotato di progetti comuni, uno specchio orizzontale su cui trascinarsi specchiandosi continuamente e pensando che i voli low-cost per i Carabi possano da soli sconfiggere il provincialismo intellettuale. Forse Istituzioni composte in stragrande maggioranza da donne potrebbero scuotere questa insopportabile apatia, ma non ne sono sicuro, dovrei pensarci meglio.>> <<Hai tutto il tempo che vuoi.>> <<L’idea è comunque affascinante, devo ammetterlo. Un governo di donne sarebbe come un governo di artisti, la politica delle emozioni e non del controllo delle emozioni>> Cinzia aveva capito quale bottone premere per interessarlo e coinvolgerlo <<sarebbe un esperimento interessante, in fondo non c’è mai stato niente del genere. Sai che potrebbe persino uscirne un bel romanzo? Prova ad immaginare una storia fatta di donne bellissime, colte ed influenti che si uniscono per prendere il posto degli uomini al comando del paese, una rete di amicizie e complicità femminili che mira a sconvolgere lo stato dei fatti per far cambiare direzione alla politica.>> <<Una rete però, niente sette segrete o incontri misteriosi in scantinati bui e umidi.>> <<Assolutamente, le sette sono una banalità, no, niente riti di iniziazione o stupidaggini varie, niente femminismi vecchi o nuovi, una cosa seria senza fanatismi, donne intelligenti e con una elevata preparazione, indipendenti e determinate. Sullo sfondo libertà di pensiero e libertà sessuale, incontri erotici e qualche capitolo con scene più esplicite.>>

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<<Le protagoniste potrebbero praticare l’amore omosessuale, come una sorta di simbolo dell’emancipazione totale, per imparare a conoscersi e ad amarsi reciprocamente>> la situazione aveva preso una piega divertente, Eugenio aveva una immaginazione vivace e inconsapevolmente stava girando attorno alla realtà, lei si divertiva a suggerirgli degli scenari come fossero inventati al momento. <<Perfetto, è il tocco di ambiguità che mancava per equilibrare l’atmosfera. Rimane da trovare il modo con cui queste donne vogliono raggiungere lo scopo. Ci vuole qualcosa di raffinato, un piano che potrebbe essere escogitato da una donna. Se i protagonisti fossero uomini non ci sarebbero dubbi, o manovre politiche o manovre militari, ma con delle donne è diverso. Non sarebbe sufficiente per loro arrivare al potere con la forza, prima devono prepararsi la strada, modificare gli atteggiamenti culturali della società nei confronti delle donne stesse, è inutile essere al governo ma isolati, inutile>> ormai la fantasia gli era scappata dal recinto. <<Intanto potrebbero smettere di accoppiarsi con calciatori e miliardari senza gusto e senza cervello. Accoppiarsi in tutti i sensi, naturalmente. Finché una donna ha un prezzo non arriverà mai in alto, perché ci sarà sempre qualcuno che se la può permettere, se la può comprare e mettere da parte.>> <<Io ti amo>> le aveva detto sorridendo. <<Ma smettila.>> <<Sei una sorpresa continua, potresti scriverlo tu questo libro. Quindi stai con me che non sono né calciatore né miliardario per liberarti del cartellino con il prezzo?>> <<Più o meno, anche perché non ti potresti mai permettere di spendere una cifra simile.>> <<Ok, Dove eravamo rimasti?>> <<A come faranno queste donne per arrivare al governo. E se facessero proprio così? Se la smettessero di accoppiarsi con calciatori e miliardari e iniziassero ad accoppiarsi con scrittori, artisti ed intellettuali? E se un giorno gli uomini cercassero di diventare scrittori, artisti ed intellettuali come adesso cercano di diventare calciatori o miliardari?>> <<Diabolico! Sconfiggere il maschio non con lo scontro ma migliorandolo. Più cultura uguale una società pronta ad essere governata dalle donne. Sono sconcertato, ma dove hai

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pescato questa idea? È stravagante e forse un po’ pindarica, ma con qualche aggiustamento in un romanzo ci sta alla grande. E se i protagonisti fossimo noi due? Parafrasati, ovviamente.>> <<Per me sarebbe un onore>> la capacità intuitiva e l’elasticità mentale di Eugenio la impressionavano e contemporaneamente la rendevano felice di poterlo frequentare. <<Allora è deciso, domani comincio.>> <<Ma non eri già impegnato con il nuovo romanzo?>> <<Si, ma questa idea mi piace molto di più e non voglio farla aspettare.>> Dopo l’intervista erano finiti a fare l’amore, tanto per cambiare, e ci avevano messo una passione diversa dal solito. Era capitato tutto per caso, ma Cinzia sapeva che se quel romanzo avesse avuto molto successo sarebbe diventato un ottimo strumento di comunicazione, e sapeva anche che la senatrice e Betta potevano fare in modo che lo avesse.

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L’autista del taxi aveva un accento romano così profondo che quindici anni di corsi di dizione non avrebbero potuto correggere, era un tipo simpatico, bonario e loquace, probabilmente troppo. Quando Cinzia gli aveva comunicato la destinazione aveva cambiato improvvisamente atteggiamento, dalla baldanzosa sicurezza con cui li aveva trattati caricando le valigie ad una specie di deferenza, era chiaro che la villa del tale che dava la festa doveva essere conosciuta come luogo di ritrovo di persone importanti. Il cielo era limpido e sgombro, un delizioso venticello muoveva le cime degli alberi carichi di foglie e la Capitale si presentava magnifica come al solito, intasata di traffico e di gente a piedi, sui bus, in motorino, uno scomposto fermento regolamentato dai colori dei semafori. Immancabile in lontananza la sirena spiegata, forse i pompieri. Nella testa di Eugenio continuavano a prendere forma le righe del nuovo romanzo, intuizioni balenanti a singhiozzo, frasi che si componevano da sole guardando le facciate dei palazzi o la signora con il passeggino, poteva riconoscere il gusto dell’ispirazione giusta, la storia che Cinzia gli aveva suggerito lo stava coinvolgendo ogni minuto di più e sapeva che la vacanza l’avrebbe aiutato ulteriormente ad esplorarne gli anfratti. Per il momento stava nella condizione dello speleologo che ha individuato la caverna in cui calarsi, ma ancora non sa cosa aspettarsi dai suoi recessi più inaccessibili, quelli dove forse sarà il primo a mettere piede, perché ogni romanzo dovrebbe essere così per il suo autore, una caverna in cui infilarsi senza sapere nient’altro, munito solo di molto coraggio e determinazione per affrontare le proprie paure e quelle degli altri, per restare da solo con sé stesso in uno spazio di estrema libertà, per superare gli ostacoli che incontrerà, abbattendoli se necessario. Anche Bruno Ticozzi, il suo editore, era entusiasta della trama, seppur appena abbozzata. Gliene avevano parlato a lungo nel suo ufficio prima di partire e la discussione si era velocemente allargata ad orizzonti più ampi della semplice trama di un romanzo, la condizione delle donne e la negazione dei diritti, la brutalità della repressione culturale, il disperato bisogno delle società moderne di valorizzare la componente femminile per uscire dalla logica della violenza e della contrapposizione. <<Argomenti di attualità>> aveva detto Bruno strofinandosi il mento <<ho quasi paura a dirti che ti pubblicherò questo romanzo, quando l’avrai finito. Un argomento del genere nelle tue mani può diventare una mina vagante, lo sai. Hai intenzione di tirare in ballo l’Islam?>> 108


<<Certo, userò il burka come un feticcio erotico, pensavo di inserire un personaggio che colleziona burka usati e puzzolenti di sudore, come quei giapponesi che negli ipermarket di Tokyo acquistano le buste con le mutandine sporche usate dalle liceali.>> Pausa silenziosa di alcuni secondi <<Cristo Santo, Eugenio.>> <<Scherzo, sto scherzando, sai che non sarebbe nel mio stile.>> <<Per un attimo ti ho creduto.>> <<Allora siamo d’accordo?>> <<Siamo d’accordo. Dacci dentro e portami una delle tue storie contorte.>> <<Carta vetrata?>> <<Carta vetrata, per citare il noto critico letterario Apollonio Benvenuti.>> Il romanzo aveva la strada spianata e in discesa fino alla tipografia dove a braccia aperte lo aspettavano gli amici che lo avrebbero impaginato, stampato e rilegato con cura certosina, adesso si trattava di sviluppare il canovaccio aggiungendo un pezzo dopo l’altro, come in un grande puzzle dove però le tessere bisogna farsele da zero e il disegno da comporre è ignoto. Il taxi sfrecciava nella corsia riservata evitando gli incolonnamenti, ogni tanto dalla radio una rauca voce di donna elencava nomi di vie e numeri civici, Cinzia guardava fuori dal finestrino e pareva altrettanto assorta <<perché non mi porti a vedere casa tua?>> le aveva detto. <<Te l’ho già detto, perché è dall’altra parte della città, noi andiamo alla festa, ci fermiamo a dormire qualche ora e poi riprendiamo l’aereo per la Sicilia, non c’è tempo. Lo vedrai la prossima volta, è un appartamento come tanti altri.>> <<Lo so che è un appartamento come tanti altri, però mi piacerebbe vederlo lo stesso, è una piccolo vezzo che mi porto dietro da quando sono piccolo, adoro vedere le case della gente, quando mi invitano a cena la prima cosa che chiedo e di poter fare un giro della casa, se non la conosco, per un periodo mi era perfino venuto in mente di intrufolarmi nelle case di sconosciuti come un ladro, solo che invece di rubare mi sarei limitato a curiosare nelle stanze, nei cassetti, tra i libri della biblioteca e le pentole della cucina.>> <<Più che un vezzo mi sembra una depravazione, godi violando la privacy. Hai curiosato anche nella mia borsetta?>> <<Figurati. 109


Rischierei di trovare indizi per arrivare a scoprire almeno una cosa che non mi piace di te.>> <<Cerchi di stordirmi con le belle parole e le romanticherie, signor Boninzoni? Vuoi sfruttare le tue doti di scrittore?>> <<Ci provo.>> Con una certa indiscrezione il tassista si era intromesso <<Allora avevo visto giusto! Non ci posso credere, che coincidenza. Pensate che proprio ieri mia moglie ha lasciato aperto sulla tavola uno dei suoi giornali, e vi ho visti in foto. Eravate voi due vero? Signorina Cinzia, io la seguo sempre in televisione, non mi perdo una puntata e devo fare i complimenti per la trasmissione, la moviola è la parte che mi piace di più. Ma tu guarda, se lo sapesse mia moglie. Non è che mi farebbe un autografo?>> Cinzia al solito si era prestata, aveva assecondato le richieste dell’uomo che poi aveva voluto anche l’autografo di Eugenio, ignorava chi fosse e cosa avesse scritto, ma non voleva farsi scappare l’occasione. Il resto del tragitto era stato imbarazzante, l’energumeno li aveva tempestati di domande cretine e battute scontate cercando di fare il simpatico ad ogni costo, l’unico risvolto positivo era stato che Cinzia aveva deciso di fare tappa a casa sua <<solo dieci minuti, saliamo, dai un’occhiata e ripartiamo, ok?>> Aveva chiesto al tassista di fermarsi vicino ad un grande incrocio e di aspettare lì, erano scesi dall’auto ed avevano iniziato a camminare, svoltando subito dentro una strada secondaria poco frequentata. Dopo cinque minuti ad Eugenio pareva strano non aver ancora raggiunto la meta <<manca molto?>> le aveva chiesto ironicamente. <<Siamo arrivati>> gli aveva risposto indicando un palazzo elegante con il portiere in divisa che fumava una sigaretta fuori del portone. <<Mi spieghi perché mi hai fatto camminare? Non potevamo farci portare fino qui?>> <<Tesoro, si vede che non hai mai avuto problemi di popolarità. Ti pare che faccio vedere ad uno che non conosco il posto dove abito?>> L’appartamento era carino, non grande ma arredato con gusto, luminoso ed accogliente, pulito e ordinato al punto da tradire l’opera di una domestica, nel bagno aleggiava un fresco profumo di talco. Niente piante, niente fiori, niente animali, il rifugio di un single troppo spesso fuori casa per lavoro o per viaggiare. Alle pareti spiccavano alcuni quadri di evidente valore, in maggior parte artisti contemporanei 110


giovani e viventi tra cui Eugenio aveva riconosciuto qualche nome <<e questi dove li hai presi?>> <<Sono regali che mi hanno fatto gli artisti che li hanno dipinti, altri me li ha regalati Betta e un paio li ho comprati.>> <<Vuoi dirmi che conosci Bonaldi? Lorenzo Bonaldi?>> <<Siamo stati a cena assieme a casa di amici anche due settimane fa, perché ti stupisci?>> <<Sapevo che non era facile incontrarlo.>> <<Ci sarà anche lui alla festa, e anche Manuele Lotito, Sandra De Luca e Annalisa Liberati>> con l’indice gli indicava i quadri corrispondenti. <<E chi te li ha presentati?>> <<La mia amica Betta, lei lavora nel settore dell’arte, te ne ho parlato tante volte e finalmente la conoscerai. È una donna fantastica.>> <<Allora non sarà una festa noiosa, potevi dirmelo prima>> le ultime notizie lo confortavano decisamente. <<Te l’avevo detto che ci sarebbe stata gente interessante, certo ne conosceresti di più se non rimanessi chiuso a casa tua a scrivere, sei un eremita, e poi racconti che dedicarti ad una sola passione non fa per te.>> <<Sono costretto all’eremitaggio, non nascondo che mi ci trovo bene, ma uscirei di più se ci fossero cose veramente interessanti da fare, da vedere o da ascoltare. Invece quando lo faccio finisce sempre che dopo mezz’ora mi sono già annoiato e inizio a pensare che avrei fatto meglio ad impegnare il tempo in qualcosa di più utile. Vorrei andare a teatro e vedere uno spettacolo che mi parla di UnaBomber o dell’erotismo degli adolescenti nell’era del porno gratuito su internet, basta Molière, basta Pirandello, vorrei vedere novità, contemporaneità, non restauri conservativi.>> <<Va bene, va bene, ho capito, adesso dobbiamo andare>> gli aveva detto tappandogli la bocca con la mano. Il dolce profumo della sua pelle lo aveva inebriato e non aveva fatto niente per cercare di liberarsi. Era la prima volta che si lasciava ridurre al silenzio. <<Sai che siamo in un paese libero e in teoria potrei dire quello che voglio senza che nessuno mi tappi la bocca?>> <<E tu sai che esiste la par-condicio e che non puoi parlare sempre tu?>> <<Se vivessimo in un mondo migliore parlerebbe molto solo chi ha da dire molte cose e molto interessanti.>> 111


<<Ti sei dimenticato il Bianconiglio, ci starebbe bene nel tuo mondo migliore.>> <<Buona citazione. Il mio mondo migliore è sicuramente meglio dell’antologia di Spoon River che mi vedo attorno ogni giorno.>> <<Secondo me soffri di insostenibile leggerezza dell’essere.>> <<Non vi è che una sola cosa orrida al mondo. Il tedio. Ecco il peccato che non trova perdono. Oscar Wilde.>> Dopo circa un’ora il taxi si fermava davanti al cancello di una villa che neanche si vedeva tanto era immersa nel folto parco che la circondava, una decina di ragazzi in giacca e farfallino aspettavano pazientemente gli ospiti in arrivo a fianco di altrettante vetture elettriche come quelle che si usano nei campi da golf. Chi arrivava con l’auto propria parcheggiava nel grande piazzale in ghiaia di fronte alla villa, per gli altri il padrone di casa aveva messo a disposizione il servizio navetta, utile per chi ne usufruiva e per evitare che persone non invitate o non gradite potessero entrare nella proprietà. Eugenio era curioso di vedere la fauna antropomorfa che popolava quel genere di feste, non era digiuno in fatto di conversazioni e frequentazioni con quello strato sociale, ma una cosa era affrontarne la presenza diluita in una serata letteraria, un’altra era affrontarne una tale concentrazione. Si sentiva in forma smagliante, la doppietta dialettica carica e lucidata, la lingua affilata, i muscoli sciolti, il bagaglio culturale tutto al seguito, praticamente la forza e la potenza di fuoco di un intero esercito. Se a qualcuno fosse venuta la pessima idea di cercare di metterlo in difficoltà, tonnellate di concetti al piombo erano già pronti a travolgerlo, anche se da quando aveva saputo che ci sarebbero stati artisti ed intellettuali aveva deciso di non partire tenendosi sulla difensiva. Appena entrati un cameriere si era fatto avanti con un vassoio pieno di calici per offrire vino bianco frizzante e succo di fragole, una specie di cocktail di benvenuto come quelli che si offrono ai turisti fiaccati dal viaggio nei tristissimi villaggi vacanze da pochi soldi. Solo che il vino bianco era champagne e il succo di fragole era in realtà un eccellente frullato, sicuramente fatto al momento. <<Cinzia, tesoro. Che piacere vederti>> da un angolo era spuntata una donna vestita elegantemente. <<Amanda, che sorpresa. Non mi aspettavo di incontrarti stasera.>> 112


<<Sono partita da Palermo all’ultimo momento, questa serata non me la potevo perdere, sai com’è Flaviano, non me l’avrebbe perdonata.>> <<Ti presento un amico, Eugenio Boninzoni, scrittore. Eugenio, lei è Amanda Paci, notaio.>> <<Molto piacere Amanda. Se mi posso permettere, indossi un abito delizioso.>> <<Ti ringrazio, l’ho preso da Giada>> aveva detto spostando lo sguardo verso Cinzia <<Giada è una comune amica che ha una splendida boutique in centro, anche Cinzia compra gli abiti da lei.>> <<Non tanti quanti vorrei.>> Lo sguardo rapace di Amanda si era posato su Eugenio come su Cinzia, nell’aria si percepivano vibrazioni ormonali triangolari che riempivano lo spazio di erotismo, solo una densa nebbia di inopportunità impediva la progressione del gioco <<scusatemi, ma stavo andando incontro a mio marito. Ci vediamo più tardi. Eugenio, è stato un piacere>> e si era allontanata ancheggiando altezzosa. <<Però, aggressiva la tua amica, secondo me le piaci.>> <<Anche tu le piaci, la conosco, hai visto come ci guardava?>> <<Ci?>> <<E’ bisessuale, e il sesso di gruppo va di moda ultimamente. Ciao cara.>> <<Hai fatto sesso anche con lei?>> <<Una volta sola. Hai detto bene, è aggressiva e non mi è piaciuto, ma se vuoi sperimentarlo di persona accomodati pure, io non partecipo.>> <<Senza di te non sarebbe sesso.>> <<Mi piace quando dici queste cose>> l’aveva baciato sulla bocca davanti a tutti. A colpo d’occhio la festa sembrava riuscita, c’erano molta gente e molti sorrisi, strette di mano, abbracci e baci sulle guance a distanza per non rovinare il trucco, musica gradevole, parecchie teste calve ed altrettante grigie segno che il potere stava ancora saldamente nelle mani dell’anciènt regime, tante belle donne da non riuscire a crederci. Solo un’altra volta gli era capitato di incontrarne così tante, ed era successo passeggiando in altissima stagione per le calli di Venezia in direzione Piazza San Marco, un vortice di bellezze di qualsiasi etnia in successione impressionante. Una in particolare lo aveva colpito più della altre e gli era rimasta impressa nella retina, una 113


giovane ragazza giapponese vestita all’occidentale, a distanza di molti anni ricorda ancora i jeans attillati, i sandali minimali e la camicetta arancione, eterea come l’apparizione di una divinità orientale, leggera come una libellula, avrebbe tanto voluto avvicinarla e parlarle in un inglese non proprio impeccabile ma sufficiente a chiederle di uscire, o di scopare. Per una buona ora e mezza l’aveva seguita da lontano cercando di captare nell’aria la scia del suo odore e riempiendosi gli occhi della sua bellezza, naturale e appena sbocciata. Aveva passato un pomeriggio fantastico, si era sentito un abile regista che sperimenta la realizzazione di un film con attori inconsapevoli in una scenografia surreale, ma non l’aveva seguita per pedinarla volgarmente aspettando il momento buono per attaccare bottone con una scusa qualsiasi, al contrario, dopo pochissimo il pensiero di entrare in contatto con lei l’aveva abbandonato totalmente e il piacere si era elevato ad una pura condizione estetica ed estatica, l’aveva seguita per continuare a rimanere inebetito dal suo viso senza spigoli e dalla femminilità con cui si muoveva. Ogni tanto nella vita capita di incontrare creature così solenni da annullare ogni immaginazione, per prima quella di immaginare qualcosa di più bello, capita anche con degli oggetti, un libro antico, un quadro, il profilo di alcune auto sportive, un edifico o una scultura. Cinzia era indubbiamente una di queste creature, e il suo ego maschile era solleticato dal fatto di stare assieme a lei suscitando un po’ di sana invidia, un dettaglio che già aveva deciso di inserire nel nuovo romanzo. Uomini che invidiano altri uomini per le donne che hanno al fianco era una delle leve fondamentali su cui faceva forza la storia, un motore occulto del suo sviluppo, perciò occorreva tenerla viva e presente lungo la narrazione senza però mai renderla esplicita. <<Eugenio, ti presento Flaviano, il padrone di casa.>> Corpulento e di mezza età, i pochi capelli superstiti tinti di nero <<piacere>> gli aveva detto guardandolo dritto negli occhi e stringendogli la mano con vigore. <<Il piacere è mio, finalmente conosco di persona Eugenio Boninzoni. Cinzia mi ha suggerito i tuoi libri, e mi sono piaciuti moltissimo. Posso offrivi qualcosa da bere mentre facciamo due chiacchiere?>> Dopo poche battute quel Flaviano si era rivelato un uomo inaspettatamente colto e brillante, vedendolo scendere da una macchina di lusso in pieno centro a Roma sarebbe stato difficile crederlo, la quantità di argomenti che dimostrava di avere a disposizione un minuto dopo l’altro era un chiaro segnale della possibilità di dedicare 114


molto tempo all’informazione, all’arte e alla letteratura. Cinzia aveva detto che sostanzialmente si era sempre limitato ad amministrare l’immenso patrimonio che suo padre gli aveva lasciato, si occupava di investimenti ma probabilmente nel modo in cui lo fanno i ricchi, affidando le risorse al miglior agente sulla piazza ed aspettando gli interessi comodamente seduti. Si erano soffermati con lui una abbondante mezz’ora durante la quale l’argomento al centro della conversazione erano stati i libri, i romanzi che Eugenio aveva scritto lo avevano veramente colpito e da come ne parlava si capiva che li aveva letti non solo con gli occhi, che ne aveva approfondito le tematiche non tralasciando quelle più spigolose o quelle più celate, che si era calato senza scafandro nelle oscure profondità dei pensieri dell’autore e ne era riemerso solo dopo averle esplorate completamente. Non era facile trovare lettori tanto attenti. <<Io sarei disposto a finanziare la tua creatività>> gli aveva detto all’improvviso <<i tuoi lavori mi appassionano, adesso che ti ho conosciuto ancora di più.>> <<Ti ringrazio di cuore, ma ho già un editore>> mantenere una freddezza glaciale faceva parte del suo stile, reagire ad un complimento mostrando di ritenerlo sempre e comunque insufficiente a descrivere la realtà delle cose stava diventando un’abitudine. <<Scusa, forse mi sono espresso male. Non ho intenzione di diventare il tuo editore, mi occupo di tutt’altro, mi piacerebbe solo finanziare la tua creatività. Vedi, io credo che finanziare la cultura sia il migliore investimento che un uomo possa fare, soprattutto se il caso gli ha riservato un destino con molti zeri, ma il collezionismo di antichità non è sufficiente, sponsorizzare i restauri di musei ed edifici storici non è sufficiente, bisogna investire sulla produzione di cultura contemporanea. Se vuoi puoi chiamarlo mecenatismo, e non c’è assolutamente niente da dare in cambio.>> Eugenio non credeva alle proprie orecchie, si trattava di un autentico colpo di scena <<non stai scherzando, tu non stai scherzando te lo leggo in faccia. Hai pronunciato le tre parole magiche cultura contemporanea e mecenate. Sono sbalordito, sinceramente. A questo punto come potrei rifiutare?>> Cinzia che pareva annoiarsi si era risvegliata di colpo. 115


<<Non puoi. Questo è il mio biglietto da visita, quando tornate dalle ferie chiamami che sistemiamo i dettagli. Adesso scusatemi, ma devo salutare anche gli altri ospiti.>> <<Non ti ringrazio perché sarebbe come offenderti>> l’aveva abbracciato e in una frazione di secondo gli aveva trasmesso telepaticamente un lungo discorso di elogio privo di ipocrisie. Dopo aver salutato affettuosamente Cinzia, Flaviano si era allontanato ed era velocemente scomparso tra la folla come inghiottito dalle sabbie mobili. <<Che ne dici?>> lei era visibilmente felice per l’avvenimento. <<Cosa ti devo dire? Quasi non ci credo.>> <<Beh, è meglio che ci credi perché questo mecenatismo mi è costato una intera notte di sesso con lui.>> <<Come?>> <<Sto scherzando, stupido. Flaviano è una persona splendida, sostiene l’opera di molti altri artisti ma senza clamori, senza pubblicità, non ne ha bisogno. Io gli ho solo consigliato di leggere i tuoi romanzi, anche lui è un grande lettore e spesso ci scambiamo titoli o ci regaliamo libri. Non gli avevo nemmeno detto che ti conoscevo fino alla scorsa settimana. È stato lui ad insistere per farci venire qui stasera, voleva incontrarti a tutti i costi.>> <<Mi hai fatto la più bella sorpresa del mondo, lo sai?>> l’aveva baciata sulla bocca <<Non per i soldi, ma perché fatti del genere riaccendono miliardi di speranze, danno la forza di continuare. Se c’è qualcuno che è disposto a spendere i suoi soldi per darti la possibilità di scrivere a beneficio di tutti e senza ricavare niente per sé, allora c’è ancora speranza.>> <<Adesso vieni, dobbiamo incontrare altri amici>> con lo sguardo scandagliava gli invitati in cerca di qualcosa di preciso, o di qualcuno <<ecco, le ho viste, andiamo>> l’aveva preso per mano e trascinato in una contorta serpentina tra gruppetti più o meno folti di invitati, dove bisognava stare attenti ad ogni passo per evitare di calpestare lo strascico del vestito da sera di qualche signora. Cinzia si muoveva con eleganza e il suo corpo era riconoscibile anche se confuso con centinaia di altri, salutava tutti con estrema cordialità e confidenza, sorrideva a destra e a sinistra come una professionista del party con gente importante <<finalmente le abbiamo trovate>>

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gli aveva detto quando erano a pochi passi da un terzetto isolato di donne di età differente che chiacchieravano tra loro <<Ciao ragazze, posso presentarvi Eugenio? Eugenio, questa è la senatrice Marinella de Blasi, la pittrice Annalisa Liberati ed Elisabetta Morsoni, la famosa Betta.>> <<E’ un vero piacere conoscervi.>> <<Abbiamo sentito parlare di te, se la realtà è anche solo un terzo della tua fama, allora il piacere è tutto nostro>> la senatrice aveva preso la parola per prima <<al giorno d’oggi non è facile trovare un uomo con delle qualità.>> <<Se è vero che ogni effetto bello che produciamo ci crea un nemico e che per essere popolari occorre essere una mediocrità, avrei preferito non farmi precedere dalla mia fama.>> <<Wilde è morto il 30 Novembre del 1900 mio caro, a più di un secolo di distanza nell’epoca del bipolarismo fazioso ogni nemico che ti crei ti procura anche un nuovo amico.>> <<Marinella, mica ti metterai a parlare di politica?>> era intervenuta Betta sorridendo. <<No, lascia. La senatrice ha perfettamente ragione. Nell’epoca del bipolarismo fazioso ogni nemico che ti crei ti procura anche un nuovo amico. Bello. Ha mai pensato di scrivere degli aforismi? Io li adoro, così spietatamente brevi che non lasciano possibilità di replica.>> <<Mi pare che nemmeno i tuoi romanzi ne lascino>> aveva ripreso la senatrice. <<Solo perché il lettore è abituato alla vecchia scuola narrativa, alla rigidità della storia che ha un inizio, un’evoluzione e una fine, è abituato a farsi portare per mano verso una destinazione, ignota alla prima pagina ma raggiungibile, concreta. A percorrere una strada già asfaltata non ci vuole molto, basta seguirla. Io cerco di indicare una direzione, non una meta, realizzo una narrazione interattiva perché chiuso il libro la vicenda continua, ma non è più opera mia, non c’è più nessuno cui replicare o cui addossare la colpa di aver costruito una storia lasciandola aperta da un lato.>> <<Capisco perché non hai un contratto con una grossa casa editrice>> aveva sentenziato Annalisa la pittrice <<tu cerchi un pubblico con il cervello funzionante.>> <<Come quello che compra i tuoi quadri.>>

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<<Quando avete finito di scambiarvi complimenti possiamo fare un brindisi?>> Cinzia aveva già attirato l’attenzione di un cameriere che si stava avvicinando con il vassoio pieno di calici. Eugenio si era improvvisamente accorto che tutto il suo pregiudizio a riguardo di quella serata era sparito, ogni cosa stava girando esattamente per il verso opposto rispetto a come aveva previsto e questo lo faceva da un lato sentire meglio, dall’altro sentire stupido. Quella gente lo aveva accolto come se si conoscessero da sempre, come se condividessero idee e stile di vita, non aveva avuto nessun problema ad ambientarsi anche se caparbiamente cercava di mantenersi esterno al circuito e non lasciarsi andare al mimetismo per simpatia. Il fatto che non ci fosse in giro l’ombra di un paparazzo lo rasserenava, Cinzia era stata di parola. <<Perché non ti trasferisci anche tu a Roma? Potresti stare più vicino a Cinzia e io potrei darti una mano ad incontrare le persone che contano nel campo dell’editoria>> gli aveva chiesto Betta. <<Vedremo, vedremo più avanti. Per adesso è prematuro, sto bene dove sono e va bene anche con Cinzia, non voglio turbare l’equilibrio capisci? E poi ho bisogno della mia solitudine, per scrivere devo stare da solo, per capire quello che penso devo stare da solo, ma non sono un solitario.>> <<Capisco, come tutti gli artisti devi essere l’unico imperatore del tuo mondo. È anche per questo che amo gli artisti, non avete volontà di dominio su nient’altro che il vostro mondo, siete una goccia di puro egoismo che occupa così poco spazio da lasciarne per gli altri.>> <<Hai detto una cosa molto bella.>> <<Non è mia, l’ha scritta un amico poeta.>> <<Mi piacerebbe conoscerlo>> Betta era decisamente una donna affascinante e l’idea di usarla come personaggio per il suo nuovo romanzo lo stava stuzzicando. D’altronde era perfetta, ricca, colta, emancipata, con amicizie importanti, sarebbe bastato descriverla senza doverci ricamare sopra. Volendo proprio essere sinceri in altra occasione c’avrebbe volentieri scopato. <<Non sei fortunato. Doveva venire stasera, ma poi ha avuto un contrattempo, comunque ci saranno altre occasioni.>> <<Me lo auguro>> la senatrice era intervenuta per liberarli dalla relazione dialettica che si stava materializzando tra loro.

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Cinzia si era messa le cuffie per ascoltare la musica ed aveva chiuso gli occhi, lui invece aveva chiesto alla hostess un caffè, anche se già sapeva non gli sarebbe piaciuto. L’aereo li stava portando in Sicilia ma non ci sarebbero state le condizioni per fare l’amore nel bagno, il volo durava troppo poco per sperare di non dare nell’occhio, non era come quelli intercontinentali dove ad un certo punto tutti dormono e il personale di bordo chiacchiera al riparo della tenda che divide la zona di servizio da quella dei passeggeri. Poi era mattina presto e nelle membra ancora ristagnava la stanchezza accumulata alla festa, avevano dormito forse tre o quattro ore in una stanza per gli ospiti che Flaviano aveva messo a disposizione nella dependance a poche centinaia di metri dalla villa. Spesso la pigrizia ed il fastidio gli impedivano di andare alle feste, non riusciva a sentirsi a proprio agio tra gente iperattiva e sconosciuta di cui fondamentalmente gli interessava poco, e più passavano gli anni più l’inutilità di quelle frequentazioni lo obbligava a rinunciarci. Sapeva perfettamente che Cinzia aveva ragione quando diceva che la cura delle pubbliche relazioni è un fattore determinante, solo che delle buone pubbliche relazioni presuppongono capacità di mediazione e diplomazia invece il suo processore interno era in grado di capire solo bit, cifre binarie dove zero era uguale a zero ed uno era uguale ad una possibilità di entrare in contatto con la persona difronte. Una sola possibilità, il massimo che era disposto a concedere. O bianco o nero, o acceso o spento, nessuna pallosa via di mezzo, niente compromessi perché già ne aveva dovuti raggiungere abbastanza con sé stesso, soprattutto per non lasciarsi andare ad un’esistenza di autodistruzione per superato limite di sensibilità. La letteratura era stata la sua ancora di salvataggio, solo il pensiero di non poter più scrivere gli aveva impedito varie volte di farla finita elegantemente con una overdose di eroina. Il suicidio poi era lentamente diventato un suo vezzo intellettuale, materia da manipolare ed esporre con noncuranza sul banchetto del mercato delle pulci in mezzo ad altre cianfrusaglie, un argomento con cui stravolgere una banale conversazione con altrettanto banali interlocutori, un oggetto più che un concetto, una normalità qualsiasi come uno starnuto o una foglia, una scelta democratica. Non tollerava l’atteggiamento dei teologi integralisti che dalla classificazione della vita come dono di Dio all’uomo distillavano il divieto assoluto per chiunque di interromperla, neanche di fronte ad una paralisi totale ed irreversibile e con il consenso dell’interessato. Un dono, un regalo, sono atti di liberalità pura, chi 119


dona non può più esercitare diritti sul dono, altrimenti è un prestito <<l’eutanasia riguarda il soggetto consapevole, non la società>> aveva detto a qualcuno da qualche parte. Fin da adolescente gli riusciva impossibile capire il punto di vista di quelli che difendono le proprie idee cercando di imporle a tutti. Se una persona è contraria al divorzio, nel caso in cui il suo matrimonio vada a rotoli può tranquillamente fare a meno di chiederlo indipendentemente dal fatto che invece lo possa chiedere la coppia di vicini al piano di sotto. Semplice ed equo. Per l’eutanasia uguale, ognuno dispone di sé stesso e per sé stesso, senza scomodare Dio. Sul sedile di fianco Cinzia brillava di splendore anche dormendo, talmente bella da far sospettare l’esistenza di un Essere Superiore padrone delle armonie e delle proporzioni, capace di concedere ad una donna il potere di essere sessualmente irresistibile, perché c’era di più dell’atavico istinto di conservazione della specie che da solo non gli pareva sufficiente a spiegare gran parte delle relazioni erotiche. Qualche volta era preoccupato se pensava come, raggiunti i settant’anni, avrebbe vissuto quell’uragano di sensazioni che le donne gli provocavano e pregava perché quel fuoco si spegnesse gradualmente con l’avanzare dell’età. L’ossessione di Degas per le giovani ballerine l’aveva impressionato dalla prima volta che ne aveva letto e da allora guardava i suoi quadri con occhio diverso, vedeva la carne nei toni del rosso, la freschezza nel biancore delle tute, la femminilità matura nei gesti rotondi, la delicatezza in quello stare sulle punte, quadri come lo specchio di uno stato d’animo inquieto e sessualmente stimolato. Adesso lo aspettavano giorni di ozio e iodio, l’appartamentino che avevano affittato era fuori mano, in un paesino sconosciuto ai turisti e immerso nel verde a qualche chilometro dal mare. Compreso nel prezzo c’era uno scooter per muoversi nei dintorni, ma per sicurezza avevano deciso di affittare una macchina all’aeroporto e di tenerla per tutta la durata della vacanza. All’inizio gli era sembrato uno spreco di denaro, ma non ci aveva più pensato vista la sorpresa che Flaviano gli aveva riservato offrendosi di contribuire economicamente alla sua sopravvivenza. Le cose erano cambiate drasticamente sapendo di poter contare su una specie di rendita perpetua, magari non vitalizia ma comunque importantissima per non avere il fiato del guadagno sul collo. Aveva una nuova idea per un romanzo in testa, una donna splendida a fianco, un periodo di vacanza davanti, un conto corrente confortato in banca, difficile chiedere 120


di meglio, sperava solo che quei rompicoglioni di paparazzi non li importunassero anche in Sicilia. Ogni tanto gli era capitato di leggere sui giornali che qualche attore aveva picchiato i fotografi, pur essendo assolutamente contrario alla violenza ora cominciava a capire che essere costantemente sorvegliati da telecamere ed obiettivi poteva portare uno stress terrificante, una tortura sulla scia della privazione sensoriale. Flash, gente che spunta dagli angoli portando a tracolla macchinari che sembrano armi da milioni di euro, zoom che coprono distanze chilometriche, elicotteri, probabilmente uso illegale di intercettazioni ambientali e telefoniche, così gli appariva il mondo dei paparazzi, dei loro laidi editori e delle centinaia di migliaia di disadattati che comprano quel tipo di riviste. <<La bontà di un programma di Governo dipende anche dal numero di voti che riesce a intercettare>> gli aveva detto una volta il suo amico Stefano, quindi se quelle riviste vendevano molte copie significava che i contenuti ricevevano molti voti a favore. Lui invece credeva che la bontà di un programma di Governo dipendesse solo dalla bontà del programma di Governo. Forse anche dall’integrità degli uomini chiamati a realizzarlo, ma quello era un altro discorso. <<Gli uomini. Curioso che quando si pensa Governo automaticamente si pensa a degli uomini e mai a delle donne.>> Il nuovo romanzo gli ronzava attorno come un moscone, e sapeva che era un segno positivo del radicamento della storia, il suo lento impastarsi nella realtà. Un giorno, molti anni prima, era stato a passeggiare in una tiepida domenica autunnale tra le bancarelle di un mercatino, parte del quale riservato ai libri usati, a quelli antichi e ai fumetti. Attraversava un dei suoi peggiori momenti di ristrettezze economiche e a malapena riusciva a mangiare tutti i giorni, in compenso gli si era scatenata quella incontrollabile voglia onnivora per la conoscenza che aveva bisogno di montagne di testi per essere saziata, così si era diretto verso un banchetto dove libri sgualciti venivano venduti a peso, una pratica mercantile volgare ma utile per le tasche poco fornite. Rovistando tra le cataste aveva trovato un volume ingiallito che dalla copertina poteva essere dei primi anni ottanta, il titolo diceva semplicemente Caos. Ermetico. L’autore non gli ricordava niente. Senza sfogliarlo l’aveva messo insieme agli altri e se l’era portato a casa. Mesi dopo gli era ritornato in mano mentre cercava di mettere ordine nel marasma che dominava la sua stanza, si era seduto ed aveva iniziato dalla prefazione che dopo poche righe aveva già attraversato come un razzo almeno dieci diversi campi del sapere umano e dipingeva una nuova epopea per 121


la comprensione del mondo, come se all’improvviso si fosse capita o scoperta una qualche verità prima nascosta. Pensava di metterci un paio d’ore -tre al massimo- per leggere quel centinaio di pagine, invece ad ogni capoverso era stato costretto a fermarsi e meditare sulle implicazioni di ogni singola affermazione. Non era un esperto di matematica, la sua formazione era stata umanistica, latino, storia, filosofia, letteratura, non era attrezzato per comprendere a fondo le raffinatezze metodologiche e l’eleganza delle equazioni, faceva molta fatica a comprendere i termini specifici della fisica e le ingarbugliate questioni sugli spazi ad undici dimensioni, ma riusciva a percepire la presenza di una specie di matrice comune per tutti i fenomeni dell’universo, una regolarità costante e sottointesa nel disordine del divenire, un filo che congiungeva ogni possibile disciplina infilandola nel mezzo e posizionandola di fianco ad un' altra, come le perline in una collana. Alla fine delle cento pagine non avrebbe saputo riscrivere una sola delle equazioni che aveva visto, però aver capito come la forma dei polmoni avesse a che fare con il modo in cui combaciano le superfici di due metalli, come la fibrillazione cardiaca avesse a che fare con la turbolenza, o come la Storia seguisse un attrattore strano nei suoi flussi e riflussi. Alla fine delle cento pagine l’aveva invaso una stupenda sensazione di appartenenza ad un Uno, ad una comunità infinitamente estesa che andava dal sasso del deserto terrestre all’ammasso di gas della più sconosciuta tra le stelle passando per gli esseri umani, gli animali e le piante, una continuità di energia che con il suo caotico trasformismo abbracciava ogni cosa visibile e invisibile. Quella sensazione era a distanza di anni l’unico soggetto che si era trovato incapace di descrivere a parole, come un pittore che ritrae un fantasma, e ancora non avrebbe saputo come fare o quale mezzo utilizzare. In compenso la vedeva dappertutto, quella misteriosa coerenza nel flusso di avvenimenti incontrollati ed incontrollabili che si intrecciano come dei lombrichi in un vasetto era lì, a ricordargli che nulla è scritto, che un futuro prevedibile non esiste, che forse un futuro non esiste affatto e che tutto è una sequenza continua di tempo presente. Non si sentiva un fatalista disinteressato al domani, la potenza delle visioni contenute in quelle cento pagine semplicemente gli aveva concesso la grazia di un nuovo punto di vista, un occhio supplementare, lo aveva dotato di occhiali speciali per vedere il reticolo di infrarossi che protegge il tesoro e lui non aveva alcuna intenzione di toglierseli, neanche per andare a dormire. 122


A quel testo ne erano seguiti molti altri in rapida successione, quasi tutti presi a prestito nelle biblioteche per mancanza di fondi, e la materia gli era diventata familiare in breve tempo però in un modo totalmente diverso dalle altre che aveva studiato, quelle pagine avevano la capacità di trattenere sguardo ed attenzione come fossero un enorme buco nero d’inchiostro e la profondità di certi ragionamenti li rendeva praticamente incomunicabili ad altri che non fossero informati allo stesso livello. Aveva capito che predicare la rotondità della Terra quando tutti gli altri attorno a te sono convinti sia piatta è un gesto rivoluzionario molto più di quanto possa essere una rivolta armata, aveva capito perché certi uomini erano morti sul rogo pur di non rinnegare le proprie idee, perché non erano le idee che volevano difendere anche a costo della vita, ma la libertà di averle, inseguirle e dimostrare le verità che contenevano. Aveva capito che il poter ed il saper cambiare idea erano tratti distintivi di una società altamente civilizzata, <<un discorso complicato da fare in un paese dove a distanza di sessant’anni e tre generazioni ancora si sente parlare di Fascisti e Comunisti.>> La hostess era ripassata per recuperare la tazzina di plastica dove era rimasto mezzo di quell’osceno caffè che pareva brodo di dado andato a male. Una bella ragazza, ma non emanava vibrazioni erotiche e sembrava che dietro il sorriso di servizio nascondesse un’amarezza che era diventata abitudine. Forse era una giovane madre abbandonata dal marito schiavo degli amici e della propria immaturità, costretta a stare lontana dal figlio sapendo che non avrebbe potuto godere nemmeno della confortante presenza del padre. O forse soffriva per la perdita di qualcuno. O forse aveva solo male al dente del giudizio e troppa paura del dentista per affrontare l’estrazione. Camminava in modo piacevole conservando un perfetto equilibrio ed un portamento elegante nonostante l’aereo ogni tanto sobbalzasse, la divisa blu le stava bene e i capelli raccolti lasciavano scoperto il collo liscio, affusolato e della lunghezza giusta. Anche le orecchie erano belle. Il suo omologo maschile era un piacente quarantenne brizzolato e abbronzantissimo, forzatamente gentile con le signore, lo aveva sentito destreggiarsi in qualche modo in almeno quattro lingue, sembrava uno di quei tizi che non hanno alcuna difficoltà a rimorchiare turiste non appena si allontanano dal gregge, una specie di bagnino dell’aria. Era curioso osservarlo nei suoi atteggiamenti da pavone in cerca di compagna, se lo immaginava a cena con gente poco avvezza a viaggiare mentre raccontava storie esotiche di luoghi lontani ed avventure al limite del credibile, 123


esattamente il genere di uomo che le protagoniste del suo nuovo romanzo avevano intenzione di far estinguere, esattamente il genere di uomo che avrebbe dato un braccio pur di poter essere al posto suo, amante di una bellissima e famosa pin-up televisiva e inseguito dai paparazzi. La vicenda era davvero curiosa, Eugenio Boninzoni amante di una famosa pin-up televisiva, una relazione favorita dal fatto che Eugenio Boninzoni non guardasse la televisione e men che meno programmi sul calcio. Diversamente, se l’avesse riconosciuta, probabilmente non le si sarebbe neanche avvicinato e il preconcetto avrebbe vinto. La distanza totale a priori era diventata vicinanza a posteriori con un rovesciamento di situazioni che gli pareva di per sé sufficiente a rendere dinamica l’esistenza. Ripensandoci a distanza di tempo il primo incontro con Cinzia alla libreria lo aveva sopraffatto al punto che nemmeno gli era avanzata lucidità per chiedersi cosa ci facesse lei in un posto come quello, sconosciuto perfino ai titolari dei negozi confinanti. Ricordava che Luciano l’aveva definita una buona cliente perché da una settimana ci andava regolarmente e comprava almeno due libri ogni giorno, un fatto insolito. Di sicuro la sua presenza non era casuale, per come si erano messe le cose era chiaro che fosse finita lì con il solo scopo di incontrarlo e conoscerlo, ma proprio non se la vedeva mossa dal fanatismo per un autore, certo aveva letto tutti i suoi romanzi ed era possibile ne fosse rimasta affascinata, ma perché non cercare un canale diverso per avere un contatto? Con le sue conoscenze avrebbe potuto raggiungerlo facilmente in mille altri modi. Come mai si era data la pena di aspettare una settimana e di simulare un incontro fortuito neanche tanto ben simulato? Non certo per prudenza o discrezione perché in seguito non aveva fatto niente per nascondere la loro frequentazione, addirittura aveva parlato di lui alle sue più strette amicizie. Per l’ennesima volta si stava accorgendo di sapere molto poco di lei, la loro era una relazione di pelle più che di parole e concetti, che lavoro faceva suo padre? E sua madre? La guardava dormire e si rendeva conto di vederla ma di non conoscerla, la vacanza sarebbe stata l’occasione buona per approfondire.

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Un bar sporco e arrangiato era l’unico presidio di civiltà nel raggio di parecchi chilometri, il titolare grasso ed annoiato sembrava una guardia di confine uscita da un film sudamericano degli anni ’70, sudato, con la sigaretta accesa in bocca, peloso come un licantropo. Ci erano entrati il terzo giorno di vacanza, per comprare del latte perché avevano dimenticato di prenderlo al minimarket vicino alla spiaggia, un ventilatore ronzava nel silenzio che si era creato non appena avevano messo il piede oltre la soglia. Quattro o cinque uomini erano seduti attorno ad un tavolo, sorseggiavano birra. Cinzia senza esitare nemmeno per un attimo si era diretta al banco e aveva chiesto gentilmente un litro di latte, come se si rivolgesse ad una persona conosciuta. La sicurezza che dimostrava in situazioni che avrebbero imbarazzato chiunque l’aveva di certo acquisita lavorando in televisione. L’uomo non si era scomposto, la guardava con occhi tranquilli uno dei quali semichiuso per proteggersi dal fumo della sigaretta, poi l’espressione era cambiata e si era fatto interrogativa. Eugenio, che entrando aveva notato una decina di gagliardetti del Palermo Calcio appesi alla parete, temeva di aver già intuito cosa stesse per capitare. Lui l’aveva riconosciuta, e se non lo aveva ancora fatto ci mancava pochissimo, giusto il tempo che gli passasse lo stupore di trovarsela davanti, in carne ed ossa. <<Ragazzi, non ci posso credere. Signorina, lei è Cinzia, quella della televisione, quella che fa la trasmissione di calcio con Bezzegato!>> Infatti. <<Lei si confonde, sono solo una turista rimasta senza latte nel frigo>> aveva detto lei come cadesse dalle nuvole <<e faccio l’impiegata nello studio di un commercialista. Mi dispiace darle questa delusione.>> <<Ma è sicura?>> <<Certo che sono sicura. E poi quelli che lavorano in televisione fanno le ferie a Portofino, a Montecarlo o sulla costiera amalfitana e girano con macchine di lusso. Guardi noi, siamo in motorino.>> <<Ha ragione. Ma glielo hanno mai detto che ci somiglia?>> <<Si, una volta, mi pare.>> Eugenio aveva assistito alla scena in silenzio, quasi fosse a teatro, divertito da una conversazione che in pochissime battute scarne aveva tracciato un ritratto preciso 125


dell’Italia media, un inconsapevole dialogo sui massimi sistemi nazionali. Cinzia non si era fatta riconoscere per tutelare la tranquillità delle loro vacanze, diversamente sarebbero diventati l’attrazione principale non solo per i paesani ma per tutto il circondario, attirando anche l’attenzione di fotografi e giornalisti. La situazione di clandestinità che si era generata dopo quell’evento era piacevole, negare di essere sé stessi, dissimulare, inventarsi nuove identità e nuove professioni per sfuggire al proprio ruolo quotidiano, a volte perfino camuffarsi con cappelli ed occhiali da sole come quando erano andati al mercato dell’artigianato locale che richiamava centinaia di persone potenzialmente in grado di riconoscerli. Era divertente, un interessante esperimento di mimetizzazione, Eugenio non aveva mai dovuto mimetizzarsi prima di allora e se glielo avessero chiesto probabilmente avrebbe rifiutato, confondersi con la folla o con la massa non era un comportamento che si confacesse al suo stile, anzi, già quando frequentava le scuole medie era un ragazzino che si faceva notare, il primo di cui i nuovi professori ricordavano il nome, quello che riusciva a mettere d’accordo i compagni sulla destinazione della gita annuale e che poteva ottenere praticamente tutto dalle bidelle. Forse se avesse intrapreso la carriera di politico sarebbe arrivato in alto, sentiva di avere le capacità per ottenere la fiducia di qualunque gruppo di persone e la dialettica non gli mancava di certo, quello che gli mancava era la voglia di inserirsi in un meccanismo perverso fatto

di

comizi,

scambio

di

favori,

scontri,

compromessi

ed

interessi.

Fondamentalmente voleva rimanere libero di pensare e comunicare i propri pensieri, un garanzia che uno scrittore indipendente ha in tasca, un politico no. E poi amava la solitudine, le passeggiate in campagna dopo un temporale primaverile o durante un infiammato tramonto autunnale, le ore perse a riprendersi dalla sbornia disteso sul divano, momenti incompatibili con il mestiere del politico, vero topo di palazzo costretto alla lucidità. Le giornate trascorrevano serene tra bagni, relax al sole e colazioni al sacco, come una vera coppia in ferie tra altra gente in ferie, chi pescava dagli scogli, chi leggeva, chi se ne stava disteso sull’asciugamano, bambini iperattivi, ma tutto in misura contenuta, luoghi poco frequentati e tranquilli, nessuno aveva stereo portatili accesi e si poteva godere dei rumori della risacca, del grido stridulo dei gabbiani e del fruscio della vegetazione mossa dalla immancabile brezza salmastra. <<Stai bene?>> le aveva chiesto con dolcezza mentre camminavano sul bagnasciuga. <<Benissimo, mi sento rinascere, ogni giorno un pezzetto. 126


Avevo bisogno di una vacanza. E tu?>> <<Anche io. Ho sempre detestato le ferie, preferivo i viaggi, però devo ammettere che staccare la spina per un po’ non è male.>> <<Sei anche più sexy un po’ abbronzato, e da quando siamo qui scopi meglio.>> <<Ah. Che sia merito dell’aria di mare?>> <<Sei più rilassato.>> <<Tu invece per me sei sempre sexy uguale, la più sexy uguale.>> <<Grazie, faccio del mio meglio per sedurti, lo sai.>> <<Certo che lo so, anche se siamo insieme non faccio altro che pensarti.>> <<E il tuo nuovo romanzo? A lui non pensi?>> <<Non serve, ormai è finito, basta solo scriverlo. Mi succede sempre così, ho l’idea per una storia, mi costruisco una bozza mentale e la circondo di milioni di frammenti ognuno dei quali è un possibile nuovo dettaglio, vado a letto e quando mi sveglio la bozza è diventata più grande, più completa, alcuni frammenti si sono aggiunti ed hanno trovato la loro posizione. Ogni giorno, posso ripetere questa operazione ogni giorno fin quando non decido che il quadro è completo, allora è il momento di cominciare a scrivere, e il resto viene da sé. Per dire la verità questa volta gran parte dell’idea l’hai avuta tu.>> <<Ti ho solo dato dei suggerimenti. Sei tu lo scrittore. E non ti credo se mi dici che non stai pensando al romanzo, quando lo fai me ne accorgo, ormai ti conosco.>> <<Sai che te ne volevo parlare?>> <<Del romanzo?>> <<No, della nostra reciproca conoscenza. Io so così poco di te, perché non mi racconti qualcosa di più?>> <<Cosa vorresti sapere?>> <<Raccontami com’eri prima di diventare famosa, chi eri, cosa facevi, le tue amiche, la tua famiglia.>> <<Non ti pare di correre un po’ troppo? Alla fine mi chiederai di sposarti?>> <<E’ un timore o un invito?>> <<Nessuno dei due, semplice informazione preventiva.

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Prima di diventare famosa. Non credo sia stato quello il momento in cui sono cambiata, sono cambiata quando sono andata via di casa per trasferirmi a Roma. Prima ero una ragazza normale come le altre, studiavo, leggevo libri, uscivo per andare a ballare, qualche concorso e qualche sfilata, solo che volevo scappare dallo squallore della periferia e avevo il pallino di lavorare alla televisione, ho fatto dei provini e mi hanno presa. Mio padre lavora all’Enel come dirigente di non so che cosa, mia madre invece insegna lettere in un liceo.>> <<Adesso ho capito come mai ti piace così tanto leggere. Ma dopo che ti sei trasferita?>> <<All’inizio non è stato facile, il mondo dello spettacolo è un ambiente competitivo, io ho fatto la gavetta ma ho anche visto ventunenni senza cervello farsi scopare da anziani personaggi solo per rimediare un posto davanti alle telecamere, magari nella più infima delle trasmissioni. Io non ci sono mai cascata, ero sicura di farcela con le mie forze e ho sempre scopato chi mi andava di scopare, non mi preoccupavo di sapere se fosse un cameraman o il direttore di un telegiornale.>> <<E il mondo che frequenti ora ti sembra come lo immaginavi prima di conoscerlo di persona?>> <<Vuoi dire se è come lo vedi tu? Pieno di gente inutile e strapagata, viziosa e superficiale? Nello spettacolo è sicuramente così, ma la popolarità ti dà anche l’occasione di frequentare gente in gamba, artisti e intellettuali, imprenditori geniali o politici come la senatrice Marinella. Prendi me per esempio, dopo aver conosciuto Betta ho cambiato radicalmente le mie frequentazioni, vado sempre alle stesse feste però non frequento più le stesse persone, quelle che frequentavo prima sono lì nella stessa stanza ma è come se vivessero un’altra dimensione rispetto alla mia. Insomma, hai capito. Si dice il mondo dello spettacolo, infatti è un mondo e come tutti i mondi è popolato di esseri umani differenti tra loro, poi ognuno sceglie con chi avere relazioni e di che tipo.>> <<Tu come mai sei venuta a pescarmi fuori dal tuo mondo?>> il momento era perfetto per quella domanda in fondo anche un po’ ironica. <<Ma è un terzo grado?>> aveva risposto lei sorridendo. <<Facciamo finta che sia un’intervista, va bene?>> <<Ok, te lo devo. 128


Ti ho cercato perché i tuoi libri mi hanno colpita profondamente. Sai come ho avuto il primo? L’ho trovato sulla panchina di un parco pubblico.>> <<Non ci credo, mi stai prendendo in giro.>> <<Te lo giuro, anzi, ce l’ho ancora a casa, quando torniamo te lo faccio vedere. Hai presente il book-crossing?>> <<Certo.>> <<Allora appena te lo farò vedere capirai che ti ho detto la verità, c’è ancora l’etichetta che dice di leggerlo e abbandonarlo di nuovo per dare anche ad altri la stessa possibilità.>> <<Tu però non l’hai abbandonato quando l’hai finito.>> <<No, l’ho tenuto, ma ne ho abbandonato uno di un altro autore, sul sedile di un taxi.>> <<Quello che non capisco è perché non hai cercato di sapere il mio numero di telefono o qualcosa del genere, non sarebbe stato più facile che appostarsi per una settimana in una libreria?>> <<Come fai a sapere…! Che scema, sei amico del proprietario vero? È stato lui a dirti che ero già stata lì.>> <<Intimo amico, e tu non sei una donna che passa inosservata.>> <<Il numero di telefono, e cosa avrei dovuto fare? Chiamarti e chiederti se avevi voglia di uscire per un aperitivo?>> <<Magari sarebbe stato un approccio più normale rispetto a quello che abbiamo avuto.>> <<Mi stupisci Boninzoni, un creativo che si augura normalità non è un bel vedere.>> <<Non mi mettere in bocca le parole, io non mi auguro la normalità, era un modo di dire.>> <<Non è un bel vedere nemmeno un creativo che si esprime per modi di dire, che sono i fratelli dei luoghi comuni.>> <<Stai cercando di farmi innervosire?>> <<Si, si vede?>> <<Beh, sappi che non ci riuscirai>> l’aveva abbracciata godendo a lungo del contatto con la sua pelle morbida. I giorni passavano veloci e la Sicilia con il suo splendido clima si stava dimostrando la scelta giusta, un girotondo di colori e profumi che parlavano di Mediterraneo, di cultura e civiltà raffinate, atmosfere che sembravano tanto più antiche quanto più si 129


riusciva a tenere vivo il paragone con la realtà contemporanea, fatta di degrado, disillusione, rassegnazione, difficoltà enormi a vivere il quotidiano, mafia e corruzione. Eugenio sentiva in bocca tutta l’amarezza dei siciliani volenterosi ed onesti, condivideva la loro sofferenza per quel pesante piede che li schiacciava, il piede di un frankenstein composto da Stato latitante e malaffare, una miscela mortale per una terra altrimenti ricca di possibilità. Il potenziale turistico e naturalistico del Sud Italia, se correttamente sfruttato e gestito, avrebbe potuto rimettere in sesto le casse statali creando occupazione e ricchezza. Almeno così gli sembrava. Una sera avevano deciso di andare a mangiare una coppa di gelato, di quelle con le fragole, la panna e l’ombrellino cinese, anche se tra andata e ritorno c’erano poco meno di sessanta chilometri di strada provinciale poco illuminata ad una corsia. La gelateria era tutto sommato un bel posto, piccolo e arredato probabilmente all’inizio degli anni ’80, avevano anche dovuto aspettare un quarto d’ora perché tutti i tavolini erano occupati. Nell’attesa Eugenio voleva approfittare per andare al bagno, ma arrivato davanti alla porta l’aveva trovato occupato e con un altro tizio già in coda, allora era tornato fuori dallo stanzino e si era fermato di fianco ad una mensola piena di riviste, sotto la nicchia che prima ospitava quasi sicuramente il telefono pubblico. Svogliatamente aveva sfogliato al contrario la prima con una mano sola, facendo scorrere le pagine con un impercettibile movimento del pollice e dell’indice. Era uno di quei giornali di pettegolezzo che vendono centinaia di migliaia di copie, uno dei tanti che da qualche tempo si contendevano il mercato a colpi di ribassi del prezzo di copertina e gadgets di ogni fattura, dal bikini alle ciabattine infradito made in Vietnam, dal campione di profumo ultimo grido all’immancabile pareo. Ad un certo punto, verso la metà, gli occhi gli si erano inchiodati su una foto che ritraeva lui e Cinzia mentre camminavano abbracciati per strada in un luogo che non riusciva a riconoscere, la didascalia diceva Cinzia Laudi (26), la popolare valletta televisiva, passeggia abbracciata ad Eugenio Boninzoni (30), scrittore. Il lungo articolo a seguire impegnava addirittura cinque intere pagine, corredato di altre fotografie di coppie formate da giovani, famose e bellissime donne accompagnate da musicisti classici, pittori, storici, critici d’arte, poeti, e sovrastato da un titolone a caratteri cubitali Siamo alla fine dell’era dei calciatori? <<Siamo alla fine dell’era dei calciatori?>> la frase riecheggiava nella mente di Eugenio, rimbalzava da parete cerebrale a parete cerebrale, si contorceva per distorcersi e prendere significati sempre più ampi <<se le donne la smettessero di 130


accoppiarsi con calciatori e miliardari e iniziassero ad accoppiarsi con scrittori, artisti ed intellettuali? E se un giorno gli uomini cercassero di diventare scrittori, artisti ed intellettuali come adesso cercano di diventare calciatori o miliardari?>> gli aveva detto Cinzia, lo ricordava benissimo. Semplice coincidenza? Forse stando in mezzo a quelle persone aveva potuto cogliere dei segnali? Per una volta vedersi ritratto sul giornale non gli aveva dato fastidio, il fatto che quel tipo di riviste concedessero attenzione a sfumature così sottili la diceva lunga sull’assoluto sincronismo fra la realtà e la storia del suo nuovo romanzo. Forse i suggerimenti di Cinzia gli avevano fornito la chiave per raggiungere il cittadino medio con concetti complessi come la questione della presenza femminile nei ruoli chiave della gestione sociale e istituzionale, per mettere insieme una storia da romanzo rosa imbottita di esplosivo culturale, una specie di kamikaze letterario da far saltare in mezzo alla folla augurandosi possa provocare innumerevoli vittime. <<E’ libero>> era arrivato il suo turno, con la massima discrezione aveva strappato e messo nella tasca posteriore le pagine che gli interessavano non appena l’uomo si era allontanato. Scaricando la vescica immaginava scenari di un mondo futuro ad immagine e somiglianza di donna, un pianeta pervaso dalla pace della maternità, senza sofferenze ed ingiustizie, un luogo bello in cui nascere e crescere. Cinzia nel frattempo era stata fatta accomodare da uno zelante cameriere sulla quarantina e non aveva fatto a tempo a posare la borsa che il suo cellulare aveva iniziato a squillare <<pronto?>> <<Cinzia, sono Marinella.>> <<Ciao senatrice, come stai?>> <<Io bene tesoro, ma adesso ascoltami. Non so dove tu sia o se sei da sola, ma è importante che io ti dica questa cosa immediatamente.>> <<Sono sola, cioè Eugenio è al bagno, ma cosa succede?>> <<Non ho tempo adesso per spiegarti. Dio mio, non so proprio come dirtelo. Si tratta di Betta. Hanno trovato la sua macchina ferma sul ciglio di una strada secondaria fuori Roma, lei è l’autista sono stati assassinati a colpi di pistola. Adesso tu devi dimenticarti completamente del nostro progetto e delle cose che ci siamo dette, almeno per un po’. È per la tua incolumità tesoro, abbiamo a che fare con gente pericolosa e disposta a tutto, continua la tua vita e non cercarmi, mi farò viva io appena possibile.>> 131


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Eugenio Boninzoni (30) scrittore