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I SETTE VIZI CAPITALI

Dicotomie Riflessioni Racconti di Loredana Semantica


Dicotomie, riflessioni, racconti di Loredana Semantica

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Dicotomie degli opposti

lussuria smodata ricerca del piacere sessuale castità rinuncia ai piaceri sessuali avarizia avidità di possesso materiale prodigalità, generosità sconsiderata ira collera improvvisa e fuori controllo remissività, rinuncia a far valere pretese gola piacere del palato digiuno, anoressia superbia altezzosità, vanagloria disistima, umiliazione invidia afflizione per il bene altrui devozione, venerazione, fanatismo accidia mancanza di volontà di fare, indifferenza al bene e al male stacanovismo, veemenza, collericità

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I sette vizi capitali

Sono sette i peccati capitali: lussuria, avarizia, ira, gola, superbia, invidia, accidia. Per ricordare quali fossero ho dovuto spremere le meningi. I sette vizi capitali, ormai sono così integrati nel sociale, nel quotidiano, che non impressionano per niente, quasi non si ricordano nella loro qualità, di vizi. Declassati a semplici debolezze, non fanno più paura a nessuno. Nemmeno l’etimologia aiuta a capire che sono la porta della perdizione, la rovina della vita, perché caput è la testa e capitalis è qualcosa di mortale. E’ proprio la testa quella che i sette vizi decapitano, quella che invadono, perché con la testa si pensa, con la testa si perde la ragione, con la testa si affossa il proprio fare dentro cunicoli ossessivi che sfiancano il pensiero e conducono alla ripetitività ottusa tesa tutta all’ascolto di quell’esigenza viziosa, annegarvi dentro, farsene prendere. Con la testa si costruiscono montagne, mostri, fissazioni. I sette peccati capitali esercitano un fascino attrattivo sottile, nessuno ne è esente né uomo, né donna persino i bambini possono provare sentimenti d’invidia o peccare allegramente di golosità. E il loro fascino, quello dei vizi, probabilmente sta proprio in questo, nel rendersi conto che essi sono come connaturati all’animo umano, interessanti, persino utili, componenti che concorrono al tumulto dei sentimenti dell’esistenza, rendendola sapida, complicando i rapporti tra gli esseri umani, altrimenti improntati alla noia, a uno stato piatto di purezza e moralità, che di per sé non avvince affatto. Come a dire, è l’esistenza del nero che fa prezioso il bianco, è la morte che dà valore alla vita. Che sapore ha una vittoria senza la soddisfazione di veder schiumare d’invidia gli avversari? E un rapporto amoroso senza lussuria? Che trattamento è riservato alla modestia, all’umiltà? Il basso profilo è certo utile ordinariamente, ma se i nostri gesti ostentano un certo orgoglio e sicurezza di sé possono essere maggiormente utili a scoraggiare i molestatori, a tenere a bada arroganti e presuntuosi. Una giusta dose di superbia se non fa bene alla nostra popolarità, certo protegge il quieto vivere. C’è quindi una soglia di “normalità” del vizio che potremmo dire accettabile, un livello successivo a cui si accende una lucetta gialla, che è quando il vizio disturba insistentemente la serenità dell’esistenza e infine il livello rosso d’allarme oltre il quale il vizio s’impadronisce dei nostri pensieri, fino al punto da avvelenare la nostra esistenza, diventare pericoloso per la nostra salute, non solo fisica ma anche morale, e soprattutto nei casi più esasperati, per quella degli altri, inducendo chi ne è preda ad azioni sconsiderate. Diventa dunque una faccenda di controllo che il vizio non degeneri in ossessione. Fino a quando riusciamo a dominare la deviazione viziosa, a riconoscerne le stimmate, fino a quando prendiamo le distanze da essa la isoliamo dal quadro terso dell’animo (purezza ch’è più un’aspirazione che un dato di fatto), la osserviamo con spirito critico e, a seconda dei casi e dello stato d’animo, con sufficiente distacco o disincanto, con ironia o con vergogna, fino a quando la disconosciamo o meglio la riconosciamo come una piccola debolezza che non deve condizionarci, allora possiamo dominarla, ne abbiamo il controllo, ma quando ci abbandoniamo ad essa e avvolgiamo il nostro pensiero ossessivamente su di essa, è il momento in cui veniamo sopraffatti, inducendo quella altre azioni e pensieri come una spirale che compromette le nostre scelte, indotte o consapevoli, le fracassa a dubbi, tentazioni e convincimenti, fino a farci compiere azioni delle quali non ci saremmo creduti capaci perché le consideravamo –prima di farci coinvolgere - riprovevoli, estranee, impossibili, ignobili. [4]


Riguardo al perché allignino queste debolezze nel nostro animo, un’interpretazione li vorrebbe motivare con quella mancanza che l’uomo avverte come incompletezza di sé, insoddisfazione, malinconia, tristezza. In una parola i vizi hanno tutti la loro radice nell’infelicità, ch’è dell’uomo il male principale, mentre l’opposto, la felicità, è ricerca costante dell’intera esistenza. Ma possono i vizi compensare l’infelicità? Certo che no. L’infelicità infatti rappresenta la causa “originaria” del cedimento ai vizi, per molte tipologie di vizi, ma essi non sono sua soluzione. E se tale infelicità raggiunge parossismi di dannazione, se correlativamente ai vizi si cede con dedizione, non per questo l’infelicità si converte in felicità. Cercando la vita attraverso le sue perversioni, la si abbruttisce ci si abbrutisce, si uccide lo spirito, non se ne coglie l’essenza, le sue più autentiche felicità che stanno spesso nelle piccole cose, quelle che superficialmente consideriamo scontate, che frettolosamente non apprezziamo, specialmente in gioventù quando manca l’esperienza per dare loro il grande valore che hanno: il colore di un cielo stupendo, il fatto di alzare gli occhi e poterne godere, la freschezza di un fiore, il suo delicato profumo, una stretta di mano, uno sguardo d’intesa, il caffè che qualcuno ha cura di preparare per noi, che spande il suo aroma e ci sveglia la mattina.

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L’INVIDIA

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L’invidia come l’erba

Per quanto i più apertamente li disprezzino, li condannino, neghino di aver mai ceduto ad uno di essi. La verità è un’altra. Non si può sfuggire all’umana natura, non alla nostra debolezza. La collega premiata con un incarico prestigioso, il compagno di classe che prende un bel voto e tac scatta un sentimento antico quanto il mondo: l’invidia. Ce lo insegna anche Caino quanto sia antica l’invidia, un cedimento dello spirito affine al sentimento della gelosia, quella smania di essere preferito, di acquisire agli occhi di un alt(r)o il privilegio del favore della benevolenza, ma soprattutto è invidia pura quella di essere convinto d’averne maggior merito, volerne privarne l’altro, l’antagonista, il bello, il bravo, il buono, il fortunato. Ce lo insegna già Caino quanto sia grave l’invidia e a quali nefaste conseguente conduce se esasperata, ossessiva, se s’insinua nell’animo e lo pervade. Caino che commise fratricidio, solo perché i sacrifici di Abele erano più graditi a Dio. Ma c’è da considerare che esiste anche un invidia buona che è stimolante e induce la persona a condotte virtuose per spirito di emulazione. Un atleta dotato diventa un campione se per allenatore ha un campione, uno studente mediocre diventa discreto vicino a un compagno di classe studioso, un artigiano incapace diventa capace se bravo è il suo maestro d’arte. Questa è l’invidia che stimola, che accresce, che non vuole privare l’altro ma prenderlo a modello, tendere a lui, a quel suo fare, raggiungerlo. Si dice invidia perché conosciamo l’umana natura, ma prevalentemente e più fedelmente è rispetto, ammirazione, che genera rispetto, voglia di fare, quindi un sentimento che costruisce, migliora se stessi per tramite dell’altro. Questo è il seme buono che si sparge nel mondo. Un buon padre farà un buon padre per il solo esempio. Un buon insegnante un buon professore. In una catena di fare che migliora la società. E c’è all’opposto un’invidia cattiva che vuole privare il privilegiato del suo privilegio. Un sentimento malvagio di chi presume d’avere meriti, doti, diritti superiori all’altro e si ritiene danneggiato da una diversa graduatoria di merito, sacrificato dalla sorte che lo trascura, danneggiato dagli uomini che non vedono i suoi pregi, ma soprattutto odia l’altro che ha raggiunto la meta, il premio, la vetta, l’ambito riconoscimento. Odia l’altro che ha la donna che lui voleva, o semplicemente perché ha una donna mentre lui ancora non ce l’ha o l’ha perduta. Odia l’altro perché ha una bella casa e non la merita, un bel lavoro e non lo merita, successo, soldi, un’ automobile o qualunque altro oggetto o posizione che è per l’invidioso un’ambizione che non riesce a coronare. L’invidioso odia l’altro fortunato perché nella sua distorta visione quello è un incapace, un ignorante, uno sciocco, uno che non meritava niente. L’invidioso si arroga il ruolo di giudice e ponendo sulla bilancia le doti e i difetti suoi e dell’altro si autoproclama vincitore, sbaragliando ogni avversario in un giudizio che non ha criterio, né equilibrio, nessuna oggettività, perché poggia nella mancanza di modestia, nell’incapacità di riconoscere e accettare le sconfitte, nel convincimento della propria superiorità che sconfina nell’ orgoglio, nell’ autoconvincimento di sé che, se non strizza l’occhio alla superbia, è comunque viziato da incapacità di un giudizio imparziale. L’invidia è sempre un comportamento che guarda l’altro, lo potremmo dire relazionale, non esisterebbe se non ci fosse un consesso di umani e tra questi quell’uno o gli uni che suscitano questo insano sentimento per il quale l’erba del vicino è sempre più verde.

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Alle radici di un comportamento invidioso c’è una profonda insicurezza o un mancanza di soddisfazione della propria vita e della propria essenza. L’invidioso non ha accettato se stesso nei suoi limiti e nelle sue possibilità. I sentimenti d’invidia testimoniano un animo che non ha approfondito le ragioni e i perché delle proprie azioni, non è sufficientemente deciso per mirare ai propri obiettivi considerandoli raggiungibili a prescindere dal fatto che essi siano comuni ad altri e che questi che li possano raggiungere prima o per altri percorsi, ma comunque senza interferire con il progetto personale, e anche quando ciò accadesse considera meschinamente l’altro un intralcio, un ostacolo. Non ha percezione degli infiniti segni della vita, dell’intrecciarsi dei destini, non ha fiducia nelle infinite possibilità dell’esistenza che offre occasioni ad ogni passo, sol che si vogliano riconoscerle e raccoglierle. Non ha in sé quell’ottimismo o la serenità di apprezzare ciò che di buono ha saputo fare, o che riceve, una consapevolezza interiore di gratitudine che nei periodi bui gli faccia affrontare la vita con fiducia che presto cambierà, che è meglio sorridere che contrarre i tratti del viso in una smorfia maligna, non percepisce che allo stesso modo la sua anima si trasforma e conforma, riflette tale bruttezza e se ne alimenta.

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Livida

Il secondo giorno Evelina, Evi per gli amici, continuò a sorridere a Laura, ma aveva già notato gli sguardi di ammirazione a lei rivolti dai colleghi, l’incanto di tutti gli studenti e il lampo d’interesse negli occhi del prof. Sereni, per il quale Evelina nutriva un amore tanto segreto, quanto impossibile. Aveva conosciuto Laura appena il giorno prima e già dietro il sorriso cominciò a farsi strada l’invidia, un’invidia sottile come una lama che tagliava l’anima, conquistando uno spazio preciso tra l’amore non corrisposto e le memorie di un’adolescenza frustrante, trascorsa lottando contro il mondo e ingoiando solitudine. Dapprima l’invidia era solo qualcosa di indefinito, un specie di vibrazione dell’aria, un peso nel cuore, divenne ben presto un morso al centro del petto, poi un dolore improvviso e persistente all’altezza della gola che si propagava fino alla schiena verso la colonna vertebrale, appena sotto la scapola destra. Evelina non aveva mai provato un sentimento simile a quello che Laura scatenava dentro di lei, quanto meno non così intenso, si stupiva di sé stessa, di accorgersi di come talvolta, nelle vicinanze di Laura, quando montava internamente quella cosa, lei facesse fatica a respirare. Qualche volta era persino scappata nel bagno della scuola a controllare se si dipingesse sulla sua faccia il colore livido del suo dolore, se le labbra fossero distorte in una smorfia, osservando attentamente la superficie illuminata dello specchio aveva scrutato soltanto il solito volto, suo da ventisei anni, e il riflesso di un nuovo pallore. Si rendeva conto che di tanta rabbia repressa non poteva dirsi interamente causa Laura, ma era come se in un punto imprecisato del suo cervello, per qualche oscuro motivo, si fossero addensate tutte le delusioni di una vita, emerse a causa della visione di quella donna, come se il suo spirito avesse deciso di sedersi e riflettere su se stesso, confrontare la sua persona e personalità con quella dell’altra, formando per l’evidenza del divario, un grumo dentro, pesante come un bubbone di piombo, un agglomerato di pus, pronto a contorcersi o ad esplodere. Laura aveva i capelli castani morbidi sulle spalle, un fisico slanciato, un portamento elegante, in tasca una laurea in lettere, nuova di zecca, con il massimo dei voti. Non aveva cercato lavoro, le era stato offerto su un piatto d’argento, insegnante lì alla stessa scuola dove lavorava Evelina. Evelina a dispetto del nome delicato aveva un fisico quadrato, il punto vita sparito tra due pieghe di grasso. Più che quadrato si dovrebbe dire più correttamente poligonale. Perché superato il punto vita il suo fisico di colpo cominciava ad assottigliarsi, dai fianchi stretti scendeva giù fino alle caviglie, restringendosi, per poi tornare a slargarsi nella misura quaranta di piedi, così che sagoma di lei vista da lontano, aveva il tronco compatto, mentre la parte inferiore del corpo s’impegnava a disegnare nello spazio un triangolo acuto capovolto con la base corrispondente alla linea immaginaria tra le teste di femore, i cateti nelle gambe e Il vertice nelle caviglie. Le caviglie erano l’unica cosa sottile della sua figura. Una geometria più che una donna. I capelli neri e ricci e il collo corto e incassato tra due robuste spalle contribuivano a togliere ulteriormente grazia all’insieme. Evelina pensava come fosse inspiegabile che alcune persone dovessero lottare sempre per ottenere qualunque cosa e invece per altre le strade della vita si spianavano miracolosamente, quasi avessero un fluido magico, una buona stella che dal cielo guidava i loro passi. A come tutti collocassero questi fortunati esseri in un’altra sfera, quella dei predestinati ad avere successo, a fare carriera, a vivere felici, a riuscire in ogni impresa. Pensava a quanta fatica aveva dovuto fare per conquistare il suo titolo di studio, a quanto [9]


avesse insistito presso il preside della scuola per l’assunzione in segreteria, poiché le cure che doveva ai genitori anziani non le permettevano la sistemazione in un’altra città; per essere assunta aveva dovuto superare mille difficoltà, sgobbare e stringere i denti. Per Laura invece, era evidente, tutto era facile, camminava nella vita come se danzasse, una farfalla sui fiori, nessuna fatica negli studi, ottimi risultati, fascino da vendere, un’intelligenza che spiccava il volo e, unitamente a tali brillanti requisiti, la bellezza che apriva tutte le porte e faceva girare le teste degli uomini per la strada. Evelina, pensava a tutto questo mentre le infilavano il tubo del macchinario in gola. Il medico al quale aveva riferito i sintomi del suo malessere, l’aveva avviata a un controllo diagnostico per escludere una malattia più grave da un’ulcera o banale gastrite. Evelina provò dolore mentre il serpente gommoso della sonda scendeva lungo l’esofago vincendo le resistenze della sua mucosa. Adesso che lo spasmo involontario si stava placando, si sentiva più ridicola che paziente, con quella bocca assurdamente spalancata. Si sorprese a considerare che di certo Laura non sarebbe sembrata buffa in quella situazione, e poi di sicuro lei non soffriva di alcun disturbo. Il tubo adesso era allo stomaco e il medico muoveva il sondino alla ricerca di qualche lesione sospetta. E poi, concluse Evelina, se mai avesse dovuto fare la gastroscopia, a lei certamente il medico avrebbe somministrato l’anestesia.

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LA SUPERBIA

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Credersi dio sceso in terra

La superbia nella sua forma più lieve viene chiamata orgoglio. Quello di chi non sopporta le umiliazioni, l’esercizio dell’autorità, non è disposto a piegarsi, obbedire, a fare atto di contrizione, a chiedere semplicemente scusa quando sbaglia. L’orgoglio ha una doppia faccia, l’una negativa che è la rigidezza delle posizioni assunte, tale da disconoscere i propri errori, la propria inadeguatezza o ignoranza. L’altra faccia, quella positiva, che chiama fierezza gli stessi atteggiamenti di fermezza proiettati in altro scenario, in altre circostanze. Orgoglio e fierezza sono accezioni che a seconda dei casi possono essere visti come difetti o come virtù. Per chiarire occorre considerare altri due termini comunemente intesi come antitetici a quelli di fierezza e orgoglio, che sono l’umiltà e la modestia. Se è vero che modestia non è l’atteggiamento di chi si mortifica o si prostra in ogni circostanza, ma piuttosto la reale consapevolezza di sé, del proprio valore, della propria essenza, ne consegue che è umiltà la capacità di non ostentare il proprio valore. Umile ha la radice etimologica nell’humus latino che altro non è che la terra. Umile è quindi chi non assume atteggiamenti tronfi, mantiene un basso profilo, un comportamento di semplicità, più vicino alla terra che non alle altezze appunto, senza inorgoglirsi dei successi, senza vestirsi di vanagloria. Non per questo, la persona umile è persona senza orgoglio o fierezza. Singolarmente l’orgoglio della persona umile, la sua fierezza sono quelle che, abitando una persona di valore, meritano il maggior rispetto. La superbia, sebbene spesso usata come sinonimo di orgoglio, è cosa diversa. Tra i vizi si distingue perché apparentemente trova sua ragione e fondamento non nel vuoto, nella carenza, nel bisogno ma al contrario nella tronfietà, si direbbe vizio di pienezza, di sufficienza di sé. Il superbo pensa d’essere un gradino più in alto, disprezza i suoi simili, non li riconosce tali, crede di appartenere ad un’altra categoria quella degli eletti. La storia della Shoah c’insegna a cosa conduce la superbia applicata concettualmente ad un’intera razza. Alla rovina, all’eccidio, all’orrore. Il superbo non si è mai confrontato con la sua più autentica natura che accomuna tutti gli uomini: esseri di carne e sangue, come di carne e sangue sono il leone, il fringuello, la lucertola. Forse è più corretto dire non l’ha mai fatto perché troppo svilente rendersi conto di come l’onnipotente uomo null’altro è che un animale. Più facile rifiutare questo pensiero e volgersi soltanto al genere umano. Soppesandolo e graduandolo in caste, lignaggi, ranghi e ponendosi al vertice di tali gerarchie. Il superbo è agevolato dall’essere nato in famiglie d’illustre nome, non che con questo si voglia dire che avere illustri natali significa per forza essere superbi, nient’affatto, anzi talora è esattamente l’opposto. La superbia si fa strada proprio negli animi di chi partendo dal basso, dalla povertà, dall’anonimato delle origini modeste ha trovato modo di risalire la scala sociale, raggiungendo posizioni di prestigio, di potere. Ma la scalata sociale non sempre si accompagna alla crescita spirituale, al possesso di uno spirito nobile, alla magnanimità. Il superbo sostanzialmente, a prescindere dalla sua riuscita sociale, in verità manca di alcuni fondamenti ideali della coesistenza umana, non è sensibile a gli ideali di fratellanza e uguaglianza tra gli uomini, non coglie il significato della solidarietà, anche se afferma certi valori come propri sono vuote espressioni di bocca falsa, ipocrita conformismo a idee lodevoli a cui il superbo aderisce, se aderisce, per assecondare la convenzione sociale, per compiacenza, per consapevolezza di quanto depongano a comprovare la sua superiorità agli occhi degli altri e di se stesso, che s’incensa anche a ragione di questa condotta. Ma c’è un'altra categoria ancora più pericolosa di superbia, quella dell’uomo superbo che è talmente convinto di [12]


essere su un altro livello che nemmeno si cura di apparire migliore, è così convinto di sé da manifestare, senza scrupolo, anche in parole e gesti quanto poca considerazione abbia del resto dell’umanità ch’egli non reputa alla sua altezza. Il superbo non si mescola alla folla, appartiene alla casta, frequenta solo l’elite, e quel che è peggio non ha spirito caritatevole. Insegna la dottrina cristiana che nessuna virtù teologale ha valore senza la carità, non la fede, non la speranza, perché senza la carità le altre a nulla valgono. La carità è il terreno dove fiorisce l’amore universale per tutti gli uomini, quella dove si radica l’umiltà autentica, che non è svilirsi, ma conoscere il proprio valore e porlo al servizio dei consimili. L’umiltà che anima gli spiriti più santi, muove i gesti più nobili. La carità è una forma altissima d’amore che rende gli uomini degni di questo nome e degni di amore, capaci nel momento del bisogno di un gesto estremo di donazione, persino la donazione di sé, della propria vita per l’altro. Laicamente questi ultimi li diciamo eroi, nella religione sono santi, nell’antico medioevo cavalieri. Ma qui non si ragiona di questi vertici, l’uomo comune non santo, cavaliere o eroe può avere nel cuore lo spirito di carità. Il superbo invece non sa cosa voglia dire amare autenticamente, e se anche dona un obolo è per compiacimento di sé, per dimostrare con la sua falsa generosità una grandezza che non possiede. Il superbo coltiva l’egoismo o cede al sentimento del disprezzo e percorre il mondo volendo che esso si pieghi ai suoi voleri, considera al suo livello solo gli uomini che possono favorire questo suo disegno, con i quali stringere alleanze se è il caso, fare affari se c’è l’occasione, e tutti gli altri poco meno che esseri inutili. Non ha la percezione dell’umanità come consesso di pari, perché vuole elevarsi al di sopra di questi, eccellere, quasi fosse una divinità. Per questo la superbia viene considerata tra i peccati capitali il più grave per questa pretesa di ritenersi simile a Dio. Il superbo è invece un essere meschino perché maschera le proprie insicurezze con atteggiamenti altezzosi, egli, come l’invidioso, non ha accettato la propria essenza, le proprie debolezze che soffoca dietro una parvenza di ostentata sicurezza, oppure è così radicalmente convinto della propria superiorità che ne fa un vessillo di disprezzo e vive con questo arido convincimento fino alla fine dei suoi giorni. Boria, presunzione e arroganza sono declinazioni comportamentali della superbia. Borioso è chi si dà un’importanza che non ha, presuntuoso è chi presume di essere più di quel che è, di sapere più di quel che sa , saccente anche in tal caso, o comunque di avere il possesso della conoscenza e della verità, arrogante è chi pretende qualcosa a cui non ha diritto o nega ciò che deve di malo modo, cioè con modi sgarbati, altezzosi, villani. Anche la superbia, come l’invidia è un vizio “relazionale”, ossia non esisterebbe se non vi fosse la coesistenza umana. Tuttavia, anche quando si abbia a che fare con un superbo, non vale la pena di applicarsi a contrastarlo, tanto più che difficilmente comprenderebbe la lezione, meglio ignorarlo, se possibile, tollerarlo fino a quando lo permette la capacità di sopportazione, lasciare che sia la sorte a impartire lezioni, generalmente infatti, è la vita stessa, nel suo scorrere, che prima o poi insegna ai superbi il valore dell’umiltà.

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L’elemosina

Roberto Alessi era all’ultimo capitolo della sua opera. Il suo primo romanzo. Mesi e mesi di lavoro. Era la saga di una famiglia dai primi anni del secolo scorso fino agli anni cinquanta, una storia ambientata nell’Italia centrale tra le due guerre. Glorie, disgrazia e decadenza, personificata dall’ultimo erede, ridotto alla povertà, alla vita randagia, all’elemosina. E proprio questo era il titolo del romanzo: “L’elemosina”. Roberto si era dato tanto da fare per pubblicarlo e la cosa non era stata indolore nemmeno per le sue tasche, aveva dovuto dare un contributo alla casa editrice per l’acquisto di ben duecento copie dell’opera. Che poi all’editore poco importa che l’autore le conservi ancora impacchettate, impilate in garage o le collochi gratuitamente presso amici, parenti conoscenti, vendendo, nella migliore delle ipotesi, qualche decina di copie del romanzo per l’impegno di quegli stessi amici, parenti, conoscenti a loro amici, parenti , conoscenti. Certo la casa editrice si sarebbe data da fare per la diffusione dell’opera e poi era seria, professionale, pubblicava roba di qualità, come il suo romanzo appunto: un capolavoro. Intanto Roberto lavorava all’epilogo. Quell’uomo si sentiva finito, conduceva le sue spente giornate, spegnendosi giorno per giorno ulteriormente. Tutti i pomeriggi al vespro e a mezzogiorno nei giorni di festa si metteva seduto per terra alla porta della chiesa di Santa Maria della Misericordia, sperando che i partecipanti che entravano o quelli che uscivano dalla messa gli facessero l’ elemosina. Il volto disfatto, i capelli lunghi, la barba bianca. Roberto con quel romanzo sperava di lasciare traccia di sé nella storia della letteratura. Come la Austen con Orgoglio e pregiudizio, come la Bronte con Cime Tempestose, il Gattopardo di Giuseppe Tomasi, un’unica grande opera che lo consegnasse alla memoria. Ci credeva con tale convinzione che aveva voluto assicurarsi la pubblicazione ancora prima della fine, lasciando in sospeso proprio l’ultimo capitolo, lo aveva però già tutto in testa e scriveva, scriveva. Una gamba tesa l’altra piegata verso la prima ad accogliere nell’incavo triangolare infagottato che si formava, una copricapo scuro, dove raccoglieva le monete che i fedeli lasciavano cadere. Aspettava che venisse il momento di racimolare quei pochi soldi che gli servivano per vivere, per nutrirsi almeno. Al vestiario non badava più da molto tempo. Aveva pantaloni larghi e polverosi, una volta di colore beige adesso pressappoco grigi, una camicia a quadri neri, azzurri e bianchi, malconcia e lisa ai polsi e gomiti e scarponi pesanti slacciati. Per lui era un sollievo non essere conosciuto da nessuno, avendo raggiunto un luogo dove annullarsi, scomparire, aveva camminato a lungo per questo risultato. L’unico perseguito con successo, oltre a quello di testimoniare sulla pelle, sulla carne, la rivelazione del proprio destino, in quell’unica parola, come scritta nella linea delle sue mani, sua vocazione e dannazione, come letta da occhi veggenti oltre mezzo secolo prima: l’elemosina. Roberto non vedeva l’ora di avere tra le mani il suo romanzo fresco di stampa, ne avrebbe dato una copia al suo nipote preferito, uno scrittore anche lui, di grande fama. E gli avrebbe chiesto un’opinione. Teneva al suo giudizio più di chiunque altro, conoscendone il grande talento. [14]


Ebbero occasione di vedersi proprio a Natale e Roberto ridendo soddisfatto gli consegnò il volume. “L’elemosina” di Roberto Alessi, Caudillo editore, godendo dell’espressione di sorpresa del nipote. “Mi raccomando Luigi, fammi sapere cosa ne pensi” “Certamente zio, ti chiamerò appena lo avrò letto” rispose quello. Passarono pochi giorni e Luigi non aveva dimenticato, prese il volume, guardò la copertina, lesse la prima pagina e poi svogliatamente qualche riga. La noia lo consumava. Complice Daniel Pennac, fece appello al diritto del lettore. Non andò oltre, prese il romanzo e lo infilò nella busta della raccolta differenziata che la moglie pretendeva facessero tutti in casa, l’indomani sarebbe finita nel cassonetto l’intera busta di carta e il romanzo dentro. Chiamò al telefono lo zio. “Zio carissimo, ho appena finito di leggere il tuo romanzo, ma quello non è un romanzo, è vera poesia!”

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LA LUSSURIA

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Il piacere

Un uomo alto snello, sensualmente muscoloso, un torace ampio rassicurante dai pettorali torniti, una bella donna che passa per strada in abbigliamento succinto e seni spavaldi, una giovanetta che ha tutta l’ingenuità della bambina, e un corpo che madre natura modella nelle forme di donna, sono concentrati di stimolo per ormoni, sono fuochi che alimentano erotiche fantasie, desideri in cui la sfida è di riuscire a tradurre il sogno in realtà di corpi e ansimi. Il sesso, i sensi che diventano ragione e concentrazione di piacere. Lussuria è il piacere che dà il contatto fisico, senso - sessuale, qualcosa di diffuso e “normale”, norma di natura appunto, ché la natura stessa ha inserito nei geni questa spinta propulsiva dell’un sesso verso l’altro alla ricerca di una fusione che propaghi la specie. E’ quando questa ricerca diventa esasperata, invade la mente che si parla di vizio, una porta d’ingresso di altre corrotte azioni, di progressiva depravazione. La lussuria ha caratteristiche di ambivalenza circa la “relazionalità”, a differenza dell’invidia e della superbia che sono in quanto esista un ambito sociale, la lussuria può esercitarsi sia in quanto esistano gli altri esseri umani, ma, se onanistica, può anche essere autoreferenziale. Anche l’atto di violenza sessuale è un cedimento alla lussuria, una condotta di rapina fisica che disconosce l’atto sessuale come atto consensuale, e perpetra una violenza nella sfera più intima e privata della vittima, tant’è che quest’ultima subisce un trauma indicibile dal quale non sempre riesce a riprendersi. Similmente la pedofilia che induce a esperienze che turbano profondamente e scuotono l’intimo del minore oggetto di questo tipo di attenzioni, essendo questi un soggetto immaturo, il cui consenso, quando non estorto, non è consapevole, consenso comunque insufficiente a sollevare chi l’ha indotto dal peso della responsabilità e del disonore. Ma a prescindere dei casi di violenza, masturbazione e pedofilia, quando si tratta di pratiche reciproche e consensuali il discorso è diverso. Per assecondare la lussuria esiste il mestiere più vecchio del mondo. Espressione che contiene in sé già un’offesa all’essere donna, come a dire che la donna è puttana fina dalla notte dei tempi, il che non è di certo. Anche l’accoppiamento animalesco dei nostri più antichi progenitori è stata pur sempre una scelta consensuale e finalistica (salvo a non voler considerare veritiera la vignetta del cavernicolo che, intontita la cavernicola a suon di clava, la trascina per i piedi nella caverna “nuziale”) ma tant’è la concezione dominante è che oggetto di lussuria sia principalmente proprio la donna, il cui corpo nella sua nudità, da una società ancora prevalentemente maschilista, è esposto alla visione attraverso i mass media, in percentuale estremamente più elevata rispetto a quello maschile, come oggetto di piacere sensuale ancor prima che di bellezza, quando parimenti bello è il corpo maschile. E’ un cliché radicato e non rinunciabile per l’uomo che il corpo di una bella donna sia il prototipo della bellezza. Non ritengo strettamente attinente alla lussuria il tradimento in sé nell’ambito della coppia, perché, sebbene appaia scontato il riferimento al vizio, ben più pertinente sarebbe in quel caso un discorso sulla fiducia, sulla stima e sul patto di lealtà reciproca che lega gli sposi, i fidanzati, e su quanto il tradimento comprometta tutto ciò. Sia la prostituzione di entrambi i sessi che l’esposizione delle nudità femminili sono invece in qualche modo attinenti con la lussuria, ma altre sono le ragioni intime di chi fa della lussuria il suo vizio tendenziale o preferito, talvolta perseguendolo fino all’ ossessività. [17]


Se il sesso diventa la ricerca di questo piacere che non si sazia del corpo di un amato, ma in mille amati falsamene. E in altrettanti mille non amati. Se in questo tipo di piacere si cerca un’ impossibile sublimazione del vuoto, una compensazione di un atavico abbandono di un luogo o di uno stato sognato agognato. Dei molti abbandoni di una vita. Del ventre materno soffice e caldo, del liquido amniotico dove danzare, del seno lattifero che nutre e consola. Si procede allora per deviazione. E quanto più abissale è il bisogno, tanto più disperata la ricerca. E che sia vissuta o raccontata scanzonatamente, con allegro spirito godereccio, che sia truculenta con corde e metalli, fruste e reggicalze. Se drammatica e drogata, se spensierata. Se anche questo godimento dia al lussurioso un’illusione di gioventù eterna, di fascino perpetuato, di virilità e potenza, la sua è una ricerca vana, perché non è nel sesso che si sazia, rappresentando quello solo un oggetto sostitutivo, ma ciò che veramente cerca il lussurioso è qualcosa che va oltre il corpo, una fame insaziabile di amore. Quella che egli cerca di colmare è una mancanza autentica, il benessere fisico e spirituale, l’amore perfetto che sazia e completa. Quando l’amore terreno a cui si tende viene raggiunto, anche quello dà la percezione dello stato di grazia che regala l’amore assoluto. Amore terreno che taluno dice anch’esso a “immagine e somiglianza di quello divino”, non tanto per il congiungimento sessuale, quanto per l’esaltazione, la gioia, il senso di completezza che dona all’amante l’essere amato, corrisposto, desiderato, pensato come unico interesse e bisogno dell’essere amato, che solo si appaga della vista e del piacere che dà l’amante, nel benessere della reciprocità. Forse altrimenti la lussuria può essere vista come una scelta più o meno consapevole, per reazione di sfiducia nell’umanità. Atto dimostrativo che denuncia o vuole dimostrare l’insufficienza dell’amore tra gli uomini, una concezione a cui si può pervenire per precedenti esperienze traumatiche nei rapporti d’amore o d’altro genere, che comunque abbiamo compromesso l’integrità spirituale dell’individuo. In definitiva un portato di disagio esistenziale. La lussuria allora converte una prostrazione spirituale in un fare affamato insaziabile. Il senso di morte in una perversione di vita. Talmente profondi sono il dolore e la sofferenza morale del lussurioso che egli cerca di reagire cercando l’emozione dell’orgasmo, in una serie molteplice di esperienze sessuali, di metabolizzare il trauma, trasfigurarlo, come fa il drogato con la droga, l’alcolizzato con il bere, dove il corpo è mezzo di piacere, il sesso, o meglio il piacere che esso consente, la droga. In questa ricerca ossessiva il lussurioso non trova pace o ristoro, non soddisfazione, e perde di contro invece il gusto dei piaceri semplici, della stretta di mano, di uno sguardo d’intesa, di un semplice abbraccio. La lussuria in definitiva non si sottrae a quella ricerca diretta a colmare un bisogno, un vuoto, con la soddisfazione di desiderio compensativo, mancanza e vuoto che stanno alla base di altri vizi. Essa nei suoi gesti di ricerca del piacere sessuale è assimilabile al meno consapevole eppure analogo gesto ripetitivo e consolatorio che compie il bambino per conforto: dondolare il tronco ad esempio, toccarsi un orecchio. Con in più la sfrenatezza, la libertà di azione, della quale può disporre l’essere adulto che esercitandola in questa direzione s’ingabbia. E suoi comportamenti se esercitati compulsivamente, ossessivamente, si deteriorano progressivamente in depravazione. Ciononostante, essendo la lussuria il vizio rispetto al quale si esercitano da secoli atteggiamenti repressivi e critici negli ambienti di influenza cattolica, non bisogna trascurare l’intento, nella sfrenatezza della licenziosità di condotta, di contestazione, di eversione di un sistema moralistico rigido, imposto e spesso ipocrita.

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L’origine del mondo

L’alba era rosa e delicata di sfumature, poche nuvole candide in un cielo d’azzurro meraviglia, limpido al punto che sullo sfondo sembrava si vedessero volare gli angeli, le loro ali color crema, le vesti di luce. All’orizzonte dolci colline. Distese d’erba tenera e compatta. Velluto della terra. Gli alberi stormivano con fronde smeraldo. I fiori carnosi fragranti ricamavano i rami, le foglie, gli steli punteggiavano l’erba di giallo, di rosso, di arancio. Minuscole corolle viola ornavano una morbida massa di rampicanti inerpicata sull’erta, fino a un’altura rocciosa dalla quale cadeva scrosciando un’acqua purissima che schiumava candore in un lago cristallino. Soffiava un vento leggero e tiepido che donava alla pelle un brivido di dolce piacere. Ogni cosa lì intorno regalava piacere. I dolci frutti saziavano la fame. Anche l’acqua freschissima ristorava la sete. E piacere era vivere, sorridere, dormire chiudere gli occhi e sentire il calore del corpo,vicina la pelle di lei profumata di rose. Nell’aria e nel cuore ogni cosa era piena perfetta, rotonda e magnifica nella sua completezza. Era giorno quando si ruppe l’incanto. Come si spezza una corda che tiene il sipario. I suoi occhi sgomenti, lo sguardo di quando sotto i piedi il suolo frana di terriccio di sassi. Si scuote, si spacca. Rombi di tuono nel cielo. Le nuvole strette l’un l’altra in gruppi, s’incupivano in grigio profondo e imbarcavano acqua, pronte al comando del tempo a lavare nel pianto ogni macchia, peccato, delitto . Si fece notte. Lui aveva volto scuro a specchio del cielo. Tremava, aveva paura, non era pronto allo scroscio di pioggia che precipitò sul suo corpo. Un picchiare aspro e doloroso. Aveva anche freddo e un tremore più intenso prendeva le membra. Il livello dell’acqua cresceva. Era già alle ginocchia. Gli alberi percossi dal vento spandevano attorno un fragore di fronde sconvolte. Il lago era all’orlo, il fragore divenne maestoso e tremendo. La furia dell’acqua che corre alla cieca. Lui si sentì trascinare lungo un percorso in discesa, un fiume fangoso in caduta. Non un ramo d’appiglio, non una roccia, solo lisce pareti d’acqua e di fango. Un interminabile volo di dolore e paura. Perse coscienza di sé e si risvegliò solo dopo. Senza senso del dove, del quando. Colpevole e nudo. Era compiuto il trapasso. Aveva voluto la luce precipitando nel buio. Né pienezza né stato di grazia. Nulla che solo l’amore poteva. Perduta l’unione al tutt’uno armonioso. Un fulmine al suolo il tronco spezzato. Solo corpo e materia. Tutto era fatica, ogni gesto, anche spingere un braccio, era pesante, di pietra. Anche l’aria lì intorno nei polmoni. Pesava, raschiava, doleva. Il piacere perduto era solo un ricordo. Lei c’era ancora. La strinse a sé fino a tuffarsi negli occhi, il seno, i capelli a confondere il senso. Sprofondando nel sesso. Scavandosi dentro l’un l’altro la bocca, le membra. Mischiando gli odori, i sapori, gli umori. Volendosi tutti e perdendosi sempre, cercandosi ancora di nuovo inutilmente. In ogni piega e anfratto del corpo. Nel molle tessuto dei ventre. Scivolosa la lingua mucosa. Saliva succosa. Umidori di pelle. Ricreando per un attimo nei corpi riuniti l’incanto. Un vibrare di carne. Di sensi e materia. Il piacere dell’insieme perfetto. Il paradiso perduto. Si racconta così l’origine. Se mai c’entra qualcosa tutto questo con la lussuria.

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LA GOLA

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Sapore profondo

La gola è il vizio più innocente, se così si può dire, se ne lascia prendere anche il bambino. Chi non ricorda nella propria storia infantile l’attrazione irresistibile di una caramella, almeno una bella scorpacciata di una cosa golosa in barba ai divieti materni? Chi non ha mai rubato il classico vasetto di marmellata? E che goduria unire il piacere della cosa golosa con quello della trasgressione. Salvo poi subire la punizione, i sensi di colpa, l’indigestione. Indubbiamente la gola è piacere, l’alimentarsi non per fame, ma per solleticare il gusto, sperimentare la dolcezza dei dolci, la sapidità dei salati e non saziarsene mai, come la fame dei diabetici, sempre alla ricerca di soddisfazioni zuccherine: biscotti, cioccolatini, torte e paste. Perché per il goloso c’è sempre una nuova tentazione a cui cedere, un nuovo ristorante da provare, una specialità irresistibile, un prodotto delicato o rustico, in salsa o in paté, un zuppa fenomenale, un risottino eccezionale. C’è sempre posto in uno stomaco che insacca sapori, un’esperienza nuova da donare alle papille o una memoria di gusto da ripetere, per confrontare, dare un parere. Un mangiare oltre la fame per sola soddisfazione del palato. Farne un rito d’abbondanza, per la tavola imbandita, l’esorcismo della fame, per il tripudio del sapore, lo stimolo degli odori, il piacere della vista. La gola a differenza dell’invidia, della superbia e della lussuria è un vizio che non richiede per l’esercizio il consesso umano, giacché è un rapporto tra l’individuo e le sostanze alimentari, vero è che però le tentazioni della gola si accentuano negli ambiti conviviali, non meno tuttavia di chi sta spesso a casa a oziare e si rivolge al cibo per noia, come i bambini molto attratti dai programmi televisivi o dal PC, che consumano cibo davanti allo schermo:merendine, patatine ed altre grasse leccornie. La pena per l’insaziabile goloso è l’obesità e quest’ultima è causa di una serie di molteplici malattie. Ancora più penoso quando si consideri che a fronte di una parte del mondo che muore di fame, ce n’è un’altra dove l’obesità è diventata endemica. Nel goloso c’è il bisogno di riempire un vuoto che è lo stomaco, come un sacco da tenere sempre teso, che il suo afflosciarsi è come mancare di un’ancora, una certezza, di un punto di riferimento centrale che regala senso di sicurezza, pienezza, soddisfazione. Proprio da questo rapporto con il cibo che dà piacere o soddisfazione discendono i due disturbi dell’alimentazione assurti agli onori della cronaca anche per alcuni casi nei quali non c’è stata possibilità di salvezza per le vittime, disturbi divenuti pertanto piuttosto noti attraverso la cronaca: bulimia e anoressia. Mangiare smodatamente non è più vizio che trascende nel peccato capitale di gola, il disturbo alimentare di chi mangia ossessivamente è la bulimia. Chi mangia senza fame è bulimico, chi ingurgita cibi su cibi, senza avere riguardo per la loro gusto, alla capacità di saziare, alla correttezza della propria alimentazione è un bulimico. Il bulimico arriva a vomitare ciò che ha mangiato per poter riprendere a mangiare, è una persona che ha bisogno di essere psicologicamente aiutata per liberarsi da questa schiavitù mentale, che è una vera e propria dipendenza dal cibo, i cui effetti si producono senza speranza anche sul fisico e sugli organi che soffrono dell’anomala condotta nel nutrirsi. Non meno problematico il rapporto con il cibo dell’anoressico. Qui il disturbo si manifesta all’inverso, mentre il bulimico ha un’attrazione smodata verso di esso, l’anoressico prova disgusto per il cibo, tranne per alcuni dei quali si nutre, ma che, essendo una gamma limitata e insensata, determinano un dimagrimento progressivo, che nei casi più gravi ha condotto l’anoressico alla morte. Con il rifiuto del cibo [21]


l’anoressico manifesta un disturbo psicologico di mancata accettazione di sé e di sé nel rapporto con gli altri e col mondo. Espressione talora di disagio legata per alcuni a pregressi di infanzia violata, di genitori violenti o alcolizzati. L’anoressia è un’alterata percezione di cosa sia il cibo, identificato con l’esterno, il fuori da sé, qualcosa di infetto, impuro, estraneo, repellente. L’atto di introitarlo nel proprio corpo una sorta di violazione di un tempio che non deve essere contaminato. Si scatenano una serie di comportamenti anomali che si riferiscono al cibo: vomitarlo, sfuggirlo, negarne la necessità. L’antico vizio della gola, alla luce di queste nuove acquisizioni comportamentali si può dire che si sia come evoluto in due nuove forme di gestione della “gola”, che, trovano fondamento in problematiche psichiche, come la sindrome depressiva lo è per l’accidioso, nonostante lo sconfinamenti in ambito medico psichiatrico, non per questo tali comportamenti non possono dirsi, quanto meno nella loro fase iniziali, vizi o debolezze, comunque sono di certo comportamenti che, non meno capitali dei vizi, non solo prostrano lo spirito, ma nei casi più gravi conducono all’exitus.

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L’uomo smisurato

Incominciare è facile. Basta pressare il tasto con un dito e il frullatore gira impazzito. Un frullato di banana e mela per cominciare la giornata. Un uovo fritto, un succo di frutta, un panino col prosciutto, nemmeno il latte deve mancare per le ossa il calcio e tutto il resto dell’impalcatura. Giorgio rifletteva tra sé mentre preparava la ricca colazione che ogni mattino l’accompagnava. Quel giorno era cominciato al meglio, aveva in casa ogni cosa buona appena comprata, ma, se anche mancava qualcosa, s’arrangiava pur di ingurgitare una quantità di cibo a suo modo adeguata. Percepiva sempre una fame smodata e questo mangiare senza fondo gli aveva conquistato chili su chili. Se ancora non era disgustoso alla vista era solo grazie al suo metro e ottantanove d’altezza, lungo il quale in verticale si distribuivano muscoli allenati da decenni di nuoto in piscina, mentre le spalle irrobustite ed allargate dalle bracciate a nuotare, sviluppavano in orizzontale un’ ampia linea, cosicché l’insieme del corpo più che grasso appariva massiccio, imponente. Frullava ancora Giorgio e mentre pensava che mai e poi mai sarebbe rimasto senza la sua colazione ideale. Se non bastava l’uovo, c’era la marmellata, qualche fetta biscottata, biscotti secchi, farciti, wafer, salumi vari e brioches, soprattutto le brioches, vera goduria consolatoria. Oggi in programma una bella bomba ripiena al cioccolato, l’avrebbe presa al bar durante i dieci minuti della pausa dal lavoro. Adorava i mille gusti che le pietanze offrivano al suo palato. Certi sapori irresistibili, la fragranza di certe croccantezze da forno, la crosta zuccherina, la delicatezza di una mousse, una cremosa vellutata. Certe volte pensava che il suo palato fosse il suo dio e il suo sesso. La lingua una propaggine per la goduria, che avesse mille papille in più della norma e la straordinaria capacità di percepire una gamma di sfumature di sapori che altri non erano minimamente in grado, non dico di percepire, ma nemmeno di pensare nella loro incommensurabile gradevolezza. Certe volte però a Giorgio poco importava cosa mangiasse, doveva mangiare, riempire il vuoto, saturare lo spazio che seguiva il palato, sedare quel buco che rodeva giusto al centro della sagoma del corpo, all’altezza dell’addome, e, solo dopo averlo colmato, era pronto per cominciare la giornata. Lavorava presso un’agenzia di viaggi. Era attento e gentile con i clienti, consigliava viaggi esotici alle coppie annoiate, itinerari romantici a quelle appena sposata, poi gite per la scuola, viaggi per single e famiglie. Prenotava per uomini d’affari. Tutto programmato alla perfezione: orari, alloggi, mezzi, coincidenze e visite guidate. Era in gamba nel lavoro e questo gli conquistava mille amicizie, anche importanti. Ma non bastava per sentirsi soddisfatto di sé, mangiare era invece la sua passione, la sua ossessione, lo riconciliava con la vita, con se stesso, col mondo intero. Il suo pranzo prevedeva due primi e due secondi. Belle porzioni abbondanti. Sapeva che il rischio a cui andava incontro raggiungere a breve i centocinquanta chili. Una palla di lardo, una massa in movimento, ma il grasso del suo corpo non lo infastidiva, in fondo nemmeno la gente che lo guardava stupefatta del suo slargarsi in orizzontale. E aveva voglia l’amico medico di raccomandargli di dimagrire, ch’era necessario ormai alla sua salute, inutile insistere non era cosa alla sua portata. Il cibo però quello sì ch’era alla sua portata e suo amico, conciliante, disponibile e docile. Lo insaccava nel corpo con voluttà. E anche la sera la cena era un altro rito. Davanti alla tv nel paradiso della sua casa ingurgitava nuove pietanze, almeno due pizze, una rigorosamente dolce, cosparsa di nutella e spolverata di zucchero a

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velo, e poi formaggi piccanti, morbidi, saporiti, patatine croccanti, i biscotti che sgranocchiava tra un pasto e l’altro per tenere in esercizio l’apparato. Ecco pensò Giorgio ancora in azione al frullatore, è omogeneizzato al punto giusto. Versò il frullato nel bicchiere, ingurgitò il frullato, l’uovo, il succo e addentando il panino al prosciutto scappò via al lavoro.

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L’AVARIZIA

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Dell’avidità del mondo

Anche l’avarizia è un vizio di riempimento. L’avaro accumula. Riempie forzieri, casse e portafogli. L’avaro però non è solo quello che s’arricchisce, quanto piuttosto quello che pur disponendo di adeguata ricchezza non la spende, non ne fa strumento per la soddisfazione dei bisogni, dei desideri, per migliorare le condizioni di vita. L’avaro o ama il denaro in sé o la sicurezza che gli dà averne in abbondanza, l’una o l’altra si uniscono alla paura di privarsene che equivale a una dolorosa perdita. L’idea di restare senza denaro è una preoccupazione normale, ma nell’avaro diventa angoscia, scatena una sensazione di panico, esaurirsi della provvista che l’avaro prefigura ad ogni spesa dietro l’angolo come una spada di Damocle e lo induce a una gestione irragionevole opposta allo sperpero. Non spendere. L’avaro fa una ragione di vita non solo di non spendere, considerando futili e/o eccessivamente costosi la maggior parte dei beni e servizi, anche quelli che altri considerano ragionevolmente necessari, ma è suo imperativo categorico quello non sprecare, riciclando, conservando gli avanzi, gli oggetti vecchi, non più utilizzabili, i vestiti passati di moda o peggio ancora lisi. Comportamento beninteso che va oltre la parsimonia o l’atteggiamento parco, con una protervia di gestione che non è motivata da un intento anticonsumistico o ecologico, che in sé di questi tempi sarebbe cosa buona e giusta. Il fare dell’avaro diventa un accumulare ansioso e ansiogeno, conservare, riciclare come regola di vita, costante condotta, diventa privazione per sé e imposizione di rinunce e disagio per chi gli vive accanto, quest’ultimo costretto a una serie infinita di rinunce, a soffocare desideri di qualcosa di migliore, di un pane più fresco, di un vestito più nuovo per l’avarizia di quella gestione. L’avaro divinizza il denaro e se ne fa condizionare, denunciando un cattivo rapporto con esso, quasi che sia quello la cosa più importante della vita, più dei sentimenti, della serenità, degli affetti, E’ avaro spesso chi ha avuto un’educazione di questo genere, quando per reazione non sia invece diventato prodigo una volta adulto, è avaro chi ha sofferto di privazioni, di difficoltà economiche, in tal caso l’avarizia è dovuta alla paura di trovarsi nuovamente in analoghe circostanze, è avaro chi ha stabilito come obiettivo dell’esistenza l’accumulo di un tesoro e il suo mantenimento. L’opposto dell’avarizia in senso positivo è la generosità. Viene considerato generoso chi non mostra attaccamento al denaro e senza difficoltà lo spende, lo offre, lo dona, comunque se ne serve per ciò che è: un bene che paga beni e servizi. Altra e ben diversa forma di avarizia è quella di chi non spende se stesso, non si impegna, non si appassiona, non sposa nessuna causa, commisura sempre le sue azioni al senso del dovere applicato alla sfera limitata del proprio mondo, chi bada sempre al personale tornaconto, chi cioè tiene una condotta che è l’esatto opposto di chi generosamente si spende. Generoso si dice anche di chi sa spendersi in passione, opere, entusiasmo, organizzazione, lavoro, pensiero. Questi spende se stesso, la propria capacità di fare, il proprio tempo, quel donarsi senza riserve, per l’altro, perché questo ne abbia un vantaggio, anche questa è una una forma di generosità. L’opposto dell’avarizia in senso negativo è la prodigalità, il comportamento di chi spende senza raziocinio, comprando ciò che non gli serve, donando con leggerezza, fino a privare se stesso o i suoi familiari del benessere, quando addirittura non del necessario. Anche la prodigalità è un vizio, un vizio per eccesso opposto, similmente all’anoressia che per eccesso opposto si può far rientrare nel vizio della gola. [26]


Alla dicotomia avarizia/prodigalità poi si possono ricondurre altri due comportamenti viziosi e, per eccesso comportamentale, rovinosi che sono il drogarsi ( compreso l’alcool ) e il gioco. Chi spende in droga e in gioco spende in modo insensato, nel primo caso comprando qualcosa che induce uno stato alterato della percezione, della coscienza, della volontà, nel secondo un divertimento vacuo che tenta la fortuna, spera in un arricchimento, giunge a sperperare somme considerevoli per il brivido del gioco. Il gioco diventa perciò una droga anch’esso, quando quello che è un modo occasionale o moderato di divertirsi diventa un’ossessione, un oggetto a cui il pensiero è costantemente rivolto, il dispendio concentrato in quello fino all’indigenza. Tuttavia la droga, l’ alcool o accanirsi senza misura nel gioco sono tutte forme di fuga dalla realtà, per le quali le ragioni individuali più intime si riconducono all’incapacità di affrontare la vita per quel che è, nelle sue difficoltà, nei continui ostacoli ai propri progetti, nella lotta quotidiana, nel piacere delle piccole cose e nella gioia degli affetti e in qualche successo che talvolta arride. Per queste intime motivazioni gli eccessi di spesa possono apparire secondari e impropria anche la collocazione nella tipologia delle condotte riconducibili all’avarizia e al suo eccesso opposto, perché più appropriatamente questi abusi andrebbero ricondotti all’accidia, come tentativi di reagire a una resa, o tentazioni maturate nell’ozio, o si potrebbero ricondurre alla gola, trattandosi di una fame insaziabile per l’alcool, per la droga, per il gioco, che a sua volta divora.

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Lucietta

Ogni mattina di buon ora si recava in chiesa. Alle sei c’era la funzione e Lucietta erano anni che non mancava, sempre lì al primo banco a pregare prima di cominciare la giornata. Tornava a casa alle sette, giusto in tempo per la colazione. Una piccola tazza di latte e caffè e tre fette biscottate, niente zucchero. Una colazione sobria che Lucietta consumava in fretta, seduta al tavolo della cucina, guardando la televisione e pensando a ciò che doveva fare quel giorno. Raramente prestava attenzione a quanto trasmettevano in televisione, l’accendeva più che altro per avere una compagnia. Talvolta pensava che per compagnia sarebbe stato preferibile un animale domestico, un cane ad esempio, oppure un gatto, un uccellino che con i suoi occhietti vispi e i gorgheggi mattutini le avrebbe dato il buon giorno, ma alla fine Lucietta accantonava l’idea. Si diceva che era meglio di no, che ogni scelta comportava il suo disagio: un uccellino in gabbia le faceva pena, il gatto avrebbe graffiato i mobili e le tappezzerie di casa, si sarebbe appropriato del suo divano oppure della poltrona preferita, il cane avrebbe rovinato il giardino, occorreva farlo uscire per i bisogni più volte al giorno, curarlo se ammalato, educarlo come un bambino, e lei bambini non ne aveva avuti, figuriamoci se poteva imbarcarsi a crescere un cane, anzi per la verità figli lei non ne aveva voluti, come non s’era nemmeno voluta sposare. Sì, certo qualche amore l’aveva pure avuto, ad uno era rimasta legata fino ad ora, uscivano ogni mercoledì sera: una pizza, una passeggiata, qualche effusione sempre più diradata, ma Lucietta non aveva mai pensato al matrimonio, anche un uomo avrebbe avuto le sue pretese: biancheria da lavare, camicie da stirare, il pranzo pronto, la cena altrettanto, un giorno dopo l’altro, in una teoria infinita. Sì, il matrimonio non era una stata la sua vocazione, di non averlo scelto non si era mai pentita. Ormai prossima ai sessanta, Lucietta era una signora di piacevole aspetto, rispettata, ben educata, con una bella casa sempre perfettamente in ordine. Del resto a lei non mancava niente, un buon lavoro di bibliotecaria le permetteva di vivere dignitosamente. Ogni giovedì c’era il pomeriggio di bridge con le amiche. Si andava a turno a casa dell’una o dell’altra. Il sabato era destinato alla spesa alimentare. Il martedì agli acquisti per la casa o di vestiario. Gli altri giorni della settimana erano impiegati secondo necessità: una volta c’era da far riparare un elettrodomestico, un altro da pagare l’assicurazione, un altro ancora la visita dal medico oppure pratiche fiscali da sbrigare. I genitori di Lucietta erano morti uno dopo l’altro, qualche anno prima. Se n’erano andati in punta di piedi, il primo nel sonno per un ictus, l’altra l’anno dopo a causa una brutta polmonite che non aveva voluto sentire ragione di desistere. Anche la madre di Lucietta nel giro di pochi giorni, nonostante le cure antibiotiche e il ricovero ospedaliero, era morta. Sembrava che anche i genitori, conoscendo la figlia, non volessero darle il disturbo di morire dopo una lunga malattia o una lenta agonia per le quali avrebbero avuto bisogno di assistenza. Lucietta così era rimasta sola, ma non soffriva granché la solitudine, la sua vita ordinata e tranquilla, era esattamente ciò che aveva scelto, la soppesava nei rari giorni in cui si fermava a pensare e ne dava un giudizio positivo: scorreva serena e organizzata, quasi perfetta. Talvolta le capitava di sentire la vicina disperarsi e rimproverare i suoi figli di tre e cinque anni o i bimbi che a turno erano ammalati piangere e lamentarsi la notte. I bimbi a volte giocavano tranquilli, ma capitava che uno cadesse in giardino scoppiando in un pianto dirotto o che all’improvviso interrompendo i giochi si [28]


azzuffassero tra loro, la loro mamma interveniva a consolare, a mettere pace, li sorvegliava , si occupava di loro, senza un attimo di riposto. Lucietta si chiedeva come potesse fare quella donna a star dietro a tutto: un lavoro che l’impegnava dalle otto del mattino alle diciotto della sera, due figli piccoli, un marito e pure un cane. Un grosso cane peloso e nero, con le orecchie ricadenti sugli occhi buoni, un ciuffo buffo di peli ritto in cima alla testa, un cagnolone che amava l’acqua, zampettare nel fango e sporcare dappertutto. Lucietta amava il silenzio della sua casa, amava i suoi libri, gli arredi senza un filo di polvere, i vasi di fiori che d’estate innaffiava regolarmente un giorno sì e uno no, d’inverno non più di una volta alla settimana e amava il suo giardino al quale si dedicava ogni domenica. Qualche volta, durante i lavori di giardinaggio, mentre innaffiava la sua siepe ben potata, si fermava a guardare le piante sofferenti nei vasi della vicina allineati in prossimità del muretto di confine, non sarebbe stata una gran fatica sollevare il tubo dell’acqua e raggiungerle col getto, eppure non aveva mai pensato di farlo, le sarebbe sembrata ancor più che un’invasione nella sfera privata dell’altra, uno spreco d’acqua, solo si chiedeva come non facessero pena alla sua vicina, come non trovasse un po’ di tempo per curare quelle povere piantine.

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L’IRA

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Senza freni

L’ira è un vizio esplosivo. Il più appariscente e fulmineo. Come una ciclone sorge, sconvolge e si quieta. Fino alla successiva comparsa. Ora c’è da dire che l’ira che compare dopo un lungo periodo di cova, di contenimento della rabbia, può anche essere più comprensibile, alla fine è quasi necessario stappare il vaso in fermento per lasciare defluire il gas a rischio altrimenti di vederlo scoppiare. Quindi una santa sfuriata può anche essere giustificata. Quando si può parlare d’ira? Quando si trascende per forza o frequenza, quando cioè tale è la forza, la veemenza dell’accesso furioso che l’attore perde il lume della ragione, la sua collera è fuori controllo e in tali condizioni diventa pericoloso per sé e per gli altri, avendo scatenato gli istinti peggiori, anche quello del laedere, del necare. L’uomo che facilmente si lascia andare a tali accessi furiosi è detto iroso. Un peccatore dunque che non sa dominare la propria collera, ma ancor prima non sa operare perché le sue ragioni vengano a galla nel suo animo dapprima, nella sua mente, nella sua parola in modo da esprimerle, convincere gli altri della giustezza della sua pretesa. L’uomo iroso non sa dialogare, commette un atto di sfiducia verso se stesso come se fosse incapace di esprimersi, farsi ascoltare e sfiducia verso gli altri che ritiene o incapaci o contrari ad ascoltarlo e comprenderlo. L’uomo iroso inoltre non ha maturato il convincimento che occorre rispettare l’altro, la sua capacità di autodeterminarsi anche in difformità dalla giustizia, dall’evidenza, dalla verità, dalle sante ragioni degli altri, perché l’uomo che si lascia andare all’ira ha anche la pretesa di conoscere quale sia la giustizia, la verità, non sa immedesimarsi, non sa condurre gli altri al suo pensiero, è sostanzialmente un uomo immaturo, superficiale o peggio ignorante. Riguardo alla relazionalità l’ira facilmente si scatena per l’intervento di qualcuno diverso dall’iroso, pertanto richiede la partecipazione di un interlocutore, di un antagonista, ma è possibile che l’ira nasca per l’introflettersi del soggetto, per un episodio, una causa scatenante che prescinde dalla partecipazione di altri soggetti. C’è un’ira che si scatena addirittura contro l’iroso stesso, un’ira autolesionista, come quella dei masochisti che si provocano ferite per manifestare un disagio, ma per questa strada facilmente sconfiniamo nella patologia mentale, ciò che importa è anche qui sottolineare come il parossismo del vizio abbia conseguenze devastanti. C’è l’iroso che trascende anche per semplici banalità, senza che vi sia una reale problematica, un uomo perciò che si abbandona all’eccesso di collera anche per fatti di poco conto: il posto nel parcheggio, una discussione col condomino, il salumiere che non rispetta il turno dei clienti. L’iroso per simili banalità è spesso anche poco socievole e molto insicuro di sé, ritiene che l’altro gli voglia fare torto in ogni occasione, e afferma la propria individualità ricorrendo a scenate senza ritegno. C’è chi riserva i suoi eccessi d’ira all’ambito familiare e ne sono vittime il coniuge, i figli, i familiari. Questi esseri violenti, pur che la violenza sia solo verbale, sono una disgrazia per coloro che con essi convivono. Hanno una concezione stravolta di famiglia, non comprendono il valore dell’amabilità nei rapporti di convivenza, frustrati o insicuri fuori, diventano despoti pretenziosi in casa, riversano sui familiari frustrazioni e fallimenti, facendone esseri infelici.

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L’ira può anche essere la collerica perdita di controllo determinata da un eccesso di tensioni negative che l’individuo non riesce a gestire rivolgendo la sua furia verso chi o ciò che ritiene causa del suo fallimento o all’inverso in direzione del tutto diversa dalle origini della tensione. In ogni caso gli atteggiamenti collerici sono un segno di frustrazione e insieme di debolezza. L’ira è sintomo della prima, perché manifesta la delusione, sebbene non in modo introflesso, come avviene per molti che rispondono con la depressione al fallimento, ma segno è anche di immaturità e di debolezza, perché reagire con l’ira è proprio di una persona che non ha la forza interiore di governare la propria vita nel senso voluto, ma nemmeno quella necessaria (della quale si ha, se possibile bisogno di gran lunga maggiore) per accettare che le proprie cose prendano una piega del tutto difforme da quella attesa, desiderata. Questa analisi riporta alle considerazioni iniziali relative all’ira, ma spiega anche perché molti uomini respinti o abbandonati dalle mogli, fidanzate, compagne le aggrediscano fisicamente fino all’omicidio. Fenomeno che ultimamente si manifesta con preoccupante frequenza e che dimostra non solo la scarsa forza morale di certi individui, ma anche quanto la donna sia ancora considerata da molti uomini cosa propria, più oggetto che persona, e comunque da sopprimere piuttosto che da rispettare in quanto essa rifiuti l’altro. L’uomo si erge così nei confronti della (propria) donna a signore e padrone della vita e della morte. Vero è che con ogni probabilità ciò che li spinge a comportamenti del genere non è tanto la considerazione della donna, quanto l’eccessiva considerazione di sé, l’offesa che è l’autodeterminazione dell’altra per la loro fragile personalità. Un caso diverso è, come dicevo al principio, l’esplosione di rabbia di un uomo che ha tollerato tanto, nel tempo e/o per intensità, al punto che ha raggiunto il culmine dell’umana sopportabilità. A quest’uomo, che pur sbaglia, se sbaglia, d’altra parte, come dare torto? Diventa l’ira del giusto e non di chi vuol farsi sempre ragione con la violenza della reazione. Senza comunque che con ciò si possa mai giungere a giustificare il danneggiamento delle cose, l’offesa all’integrità e alla vita delle persone.

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Incrocio

Al semaforo di via Ugodieci era un pomeriggio come tanti di scorrevole traffico cittadino. Il rosso, il giallo, il verde si alternavano stancamente già dalle sei del mattino. Le robinie che orlavano a destra e sinistra i lati del viale XX settembre fremevano al vento leggero che scompigliava appena i ciuffi verde tenero delle fronde più giovani, qualche eroico uccellino, incurante dei problemi ecologici, amoreggiava tra i rami complice il sole al tramonto. Marta lavorava al primo piano dell’edificio posto ad angolo all’incrocio. Gestiva un’agenzia di elaborazioni statistiche e marketing. Era già l’ora di andare via, ma si attardava a perfezionare un diagramma di vendite, lavorava meglio quando gli altri erano già via, nel silenzio che aumentava la sua concentrazione, questo era il momento che portava a termine progetti , risolvendo problemi complessi che altrimenti non trovavano soluzione. Alle 18,38 aveva raggiunto un grado soddisfacente di definizione del lavoro. Mise punto, salva con nome, “analisi vendite”, spegni computer. Spinse indietro la sedia e si alzò. Scese a piedi le scale di marmo rosso, e uscì nell’aria fresca della sera ormai vicina. Aveva posteggiato proprio sotto il portone, in pochi secondi entrò nell’auto rossa fiammante, mise in moto, ingranò la marcia, sfrenò e impegnò la corsia del viale. Non vedeva l’ora di arrivare a casa, cenare e rilassarsi davanti al computer, non più per lavorare, ma per chattare con qualche amico in facebook. Percorse appena una ventina di metri e svoltò per via XX settembre, accostando verso lo spartitraffico al centro della strada, non si rese conto della macchina bianca che s’ incuneava tra lo spartitraffico e la sua autovettura, finché con la coda dell’occhio non la vide arrivare alla sua sinistra, ebbe appena il tempo di voltarsi, di pensare che non aveva modo di fuggire, che quel mostro meccanico l’avrebbe investita, avanzando ancora l’avrebbe forse schiacciata, che sentì lo schianto dell’impatto e un clang slang di lamiera contorta. In molti dai balconi degli edifici intorno, si affacciarono a dare un’occhiata. Non era una cosa rara qualche incidente in quel crocevia, ma forse stavolta la scena presentava qualche elemento di novità, e poi era l tardo pomeriggio, quasi sera, il momento in cui per un poco si ha l’illusione di non dover correre, di poter perdere qualche minuto, oziare, curiosare. Illudersi d’essere senza far niente. Marta, le mani alla testa, esclamò qualcosa come “Oddio!”, poi si guardò il fianco, l’addome, le gambe meravigliata che tutto fosse intatto e funzionante, niente di rotto, niente sangue. Anche lo sportello dal lato interno era intatto. Ebbe qualche secondo per chiedersi “Forse ho dolore?” rispondersi “Niente da segnalare”, pensare “m’è andata bene”, che si aprì la portiera dell’automobile bianca ne uscì un ometto basso e tarchiato che schiumava rabbia “Cazzo, cazzo, cazzo!” esclamò vedendo il danno e poi, rivolto ad Marta, “Guarda che hai combinato!” la voce fuoriusciva dalla gola, strozzata, acuta, innaturale, sarebbe sembrata persino ridicola, se non fosse stata emessa da un corpo fremente e furioso. Marta si chiese perché le desse del tu, non ricordava di aver mai visto quel tipo, in verità non ricordava nemmeno nessuno così animato, tranne forse quella volta suo padre, quando lei adolescente era tornata da una festa due ore dopo l’orario concesso di rientro. Con lo spigolo anteriore destro dell’autovettura piantato nella sua portiera sinistra Marta non poteva nemmeno uscire dall’auto. Decise di scendere dall’altra portiera per vedere cos’era successo. Quello, [33]


vedendola fuori dall’auto, urlò ancora più fuori di sé “Maledizione! La macchina nuova. Tremila euro di danno?” E poi, visto che Marta osservava in silenzio le due autovetture, strepitò“Che ti diverti pure?!” Marta in effetti sorrideva, ma non era un sorriso di gentilezza o di divertimento, quanto ebete, per la violenza dell’approccio e per l’ imbarazzo per la situazione. Quella specie di nanerottolo scuro che la tratteneva vomitando improperi al centro dell’incrocio, quasi quello fosse un palcoscenico e loro due gli attori principali della farsa della serata, la infastidiva. “Vorrei compilare il CID” disse allora, tanto per dire qualcosa di sensato, rispetto a quella massa di cose insulse che l’altro sbraitava. “Il CID. Che cazzo è sto CID?!” E Marta di rimando “Un documento. Noi raccontiamo i fatti così come si sono svolti, e poi interverranno le nostre rispettive assicurazioni” A queste parole l’ometto si gonfiò tutto e diventò rosso come un peperone, la pelata lucida sudata, sibilò “Il CID sta minchia!” “Va bene” risposte Marta, temendo che quello facesse qualche gesto insensato, talmente era agitato e fuori controllo “mi dia allora le sue generalità”, nel frattempo annotava gli estremi della targa dell’autovettura investitrice. E l’altro con un tono di voce sempre più alterato: “ Al diavolo tu, le tue assicurazioni e questa fottutissima città!” Detto questo rimise in moto la sua autovettura, sfrenò e ripartì con uno stridio di ruote, sbandando per l’eccesso di foga verso il marciapiede. Avrebbe investito anche un giovane che passava di lì, se quello per un pelo non l’avesse scansato con un formidabile balzo all’indietro. Un pazzo, pensò Marta. Poi rientrò nella macchina aprendo con qualche difficoltà la portiera ammaccata, e sbattendola poi con violenza perché si chiudesse e andò via anche lei, ben contenta di togliersi da quella imbarazzante situazione e di allontanarsi da quell’idiota iroso, non prima però di aver mentalmente annotato chi fossero tutti i vicini che conosceva affacciati al balcone, a cui avrebbe potuto chiedere di fare da testimoni. * Luigi viaggiava già da dodici ore. Era un rappresentante di commercio, faceva il giro dei negozi e supermercati promuovendo forniture. Il lavoro andava per il verso giusto, ma non la sua vita. Proprio quella mattina sua moglie gli aveva comunicato che voleva il divorzio. E questo non era davvero il verso giusto. Anzi tutto andava a rotoli. Luigi da tempo aveva capito che era finita, nonostante questo, la richiesta di Emma l’aveva scosso. Lui l’amava ancora Emma. Gli sembrava che in due minuti, tanto lei aveva impiegato per dirglielo, dieci anni della sua vita fossero sprofondati nelle sabbie mobili, dispersi al vento, un pugno di sabbia che sfugge dalle mani. Guidava e si chiedeva quando fosse cominciato l’inizio della fine. Forse quella volta della vacanza, due anni prima, quando i silenzi non si riempivano nemmeno con le parole. Forse cinque anni fa quando s’era rifiutato di adottare un bambino. O prima ancora, quando s’erano arresi alla sua sterilità. Pochi spermatozoi avevano detto gli andrologi, difficile l’inseminazione. Sembrava parlassero di piante, di animali d’allevamento. Buoni per gli incroci. Gli sembrava che lo confrontassero con una specie diversa di uomini, quelli che inseminavano con facilità, quelli che se avessero voluto, avrebbero inseminato ogni cosa, perché crescesse un essere nuovo, un poco capra, un poco umano, un poco pianta. Li odiava questi inseminatori

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folli, la quintessenza della virilità. O forse la fine tra lui ed Emma era stata per quel suo carattere bastardo che s’infuocava per ogni contrarietà come un fiammifero sfregato sulla carta vetrata. Erano ore che rimuginava queste cose, mentre guidava, e nel suo giro della regione era arrivato nella città di Emma, quella dove lei era nata, dove si erano conosciuti e fidanzati. Forse per questi pensieri al semaforo di via XX settembre passò col rosso, ma fu per liberare la corsia, mentre le macchine da via Ugodieci rapidamente impegnavano l’incrocio, che cercò di infilarsi nel poco spazio tra lo spartitraffico e quella maledetta macchina rosso fuoco. La investì, non poté evitarlo. La macchina di Luigi era nuova, l’aveva da meno di un mese. Quell’incidente lo mandò in bestia. Gli sembrò che tutto gli fosse contro, ma la sua rabbia aumentò vertiginosamente alla vista di quella donna. L’idiota che scese dalla macchina rossa era bionda, bella, elegante. Una cosa tutta classe. Non sopportava nemmeno di guardarla. E quella, dopo aver cambiato corsia al momento meno opportuno, aveva anche il coraggio di sorridere. Di parlargli di CID. Come se non bastasse per quel giorno a Luigi, dopo dieci anni di matrimonio, il benservito della moglie, anche i danni alla macchina nuova, quasi che il destino si accanisse contro di lui. Insopportabile oltre. Odiava quella donna, i suoi capelli biondi, la sua macchina, la sua classe. Al diavolo lei, le assicurazioni sanguisughe e pure quella stramaledetta città. Glielo disse, in una vampata, e per un attimo, solo in quell’attimo, si sentì libero.

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L’ACCIDIA

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Alle radici dell’indifferenza

L’accidia è il vizio meno appariscente. Un vizio introverso. Che matura nel silenzio. Ancora adesso sfugge a una precisa definizione e rispetto agli altri è il meno chiaro, il meno usato nel linguaggio comune. E’ raro sentire dire: quello è un accidioso, più facilmente si dirà pigro o annoiato. L’accidia è il vizio più vicino alla rinuncia, alla stanchezza, alla mancanza di volontà. L’accidioso non fa piuttosto che fare, non tanto per pigrizia o forse pure, ma per mancanza di volontà. Si parla anche di noia, ma più che la noia occasionale di chi non trova interesse nell’occupazione del momento, per l’accidioso si tratta di una noia esistenziale, riferita a ogni impegno del quotidiano vivere. Beninteso anche la noia è colpevole, ma chi non ha mai sofferto di un momento di noia nella sua vita, quella inconcludenza del fare che ingenera la voglia di fare ancora meno, o meglio quel trovare tutto inutile, senza senso, privo di interesse. Una noia a volte indotta dalle circostanze del dovere fare certe azioni imposte dalle convenienze. Una noia a volte colpevole perché l’annoiato non si scuote, non trova alternative e stimoli, ma finché è cosa di un momento che passa, non si parla di vizio. L’accidia può essere molto più invasiva dello spirito. L’accidioso ha già rinunciato alla vita, alla quale ha dato una valutazione irrimediabile di inutilità. Inutile impegnarsi, inutile adoperarsi. L’accidioso facilmente è anche un depresso. Spesso stanco, spesso preso dallo scoramento di quanto sia difficile lottare contro forze che ostacolano, che sopraffanno. Quanto più facile l’abbandono di questo agire che richiede forza d’animo, spirito, energia. In ciò sta il peccato, nella rinunzia ad essere parte di questo enorme meccanismo che è il mondo che gira. Essere la rotellina aggrippata che stride perché non vuole girare. L’accidia è soprattutto una questione mentale. Una scelta di non voler di contribuire, di non voler partecipare alla società, questo isolarsi dal consesso, come sconfitti, come distanti. Talora l’accidioso viene preso per superbo, proprio per questo prendere le distanze, rifugiandosi nella vita contemplativa. L’accidia è nello stesso tempo un vizio e una pena, l’accidioso soffre di questa inerzia, ma non riesce a vincerla. Molto riecheggia nell’accidia del ben noto spleen di memoria letteraria romantica e decadente, che rimanda alla milza e alla parente cistifellea la sede del male umorale, spleen come un senso vago di inutilità dell’esistenza che porta a una mollezza incapace e stanca. Nell’accidia c’è anche molto nel tedium vitae leopardiano, porta d’ingresso all’ introflessione indagatrice. Altre volte l’accidioso viene detto pigro, ozioso. E sia la pigrizia che l’ozio si riportano all’accidia, la prima perché è l’atteggiamento di chi non ha voglia di fare e perciò non fa, l’ozio che è pur sempre un non fare, spesso definito “dolce far niente”, è anche detto il “padre di tutti i vizi”. L’accidia con il suo corredo di pigrizia e ozio è quindi l’opposto dell’operosità della quale sono modello le instancabili processioni di formiche sempre alla ricerca dell’approvvigionamenti, mentre l’altrettanto nota cicala è l’inno al non voler darsi da fare, ma godere del tempo presente, e cantare. Eppure l’accidioso, se non può identificarsi con la formica, non può, d’altro canto, identificarsi nemmeno con la cicala perché nell’accidioso alla mancanza di operosità si associa spesso una prostrazione psichica di chi non riesce a fare, perché non può, non ha le forze, non la volontà. Questo vizio ha la particolarità d’essere, come la gola, un vizio del singolo senza grandi agganci al sociale, al relazionale, perché tendenzialmente l’accidioso rifugge relazioni e vita di società, d’altra parte i rapporti

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sociali per poter essere mantenuti e curati richiedono tempo, dedizione, energia, apertura all’altro, tutte cose che all’accidioso sembrano mancare. L’inattività fisica non è solo la porta per il vizio, ma anche del pensiero. Il non fare consente la riflessione, la meditazione. Tant’è che l’accidia talora è diventata una sorta di condanna per coloro che scelgono la strada intellettuale. L’aprirsi degli orizzonti della conoscenza, dello studio non sempre dona entusiasmo o voglia di fare, specialmente a quegli spiriti predisposti, alcuni dei quali subiscono una sorta di annichilimento che li porta all’inettitudine, all’incapacità o difficoltà di provvedere a se stessi nelle più elementari necessità della vita. Alienati e privi di spirito pratico hanno bisogno di persone vicine che risolvano le questioni e se ne facciano carico per consentire loro di restare immersi nel pensiero. Se mancano persone che se ne prendono cura vivono da disadattati, da misantropi. Anche l’accidia che è vizio tutto umano sconfina nel peccato e produce effetti distruttivi dell’individuo che se ne lascia prendere, con riverberi negativi per coloro che a lui sono legati da vincoli affettivi. Se quello sprofonda nella spirale abissale dell’inerzia diventa sempre più incapace di trovare in se stesso, unico possibile artefice della ripresa, le forze necessarie per reagire. Non di rado scegliendo di porre fine ai suoi giorni come estremo rimedio.

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L’uomo rinchiuso

Non aveva una casa grande Lorenzo, ma la percepiva come una reggia. Un luogo sicuro dove custodire libri se stesso e altri tesori. Fuori c’era il sole, la gente, la confusione. Il primo abbacinava, l’altra lo aggrediva, e tutto quel movimento, voci, stimoli non li reggeva. Quanto più preferibile il silenzio del suo rifugio. Il suo angolo di studio, di lettura, di scrittura. Una scrivania in legno scuro con le cassettiere traboccanti di appunti, libri, documenti. Libri sul piano, il suo PC, la stampante, libri nella libreria alle sue spalle Oggi Lorenzo aveva letto in rete una poesia di Montale che non conosceva. Esitammo un istante, e dopo poco riconoscemmo di avere la stessa malattia. Non vi è definizione per questa mirabile tortura, c’è chi la chiama spleen e chi malinconia. Ma se accettiamo il gioco ai margini troviamo un segno intellegibile che può dar senso al tutto.

Si chiese quale potesse essere nel testo il segno che spiegava tutto. La parola certo, che viene incontro al poeta, che lo raccoglie da luogo oscuro dell’abbandono, lo preleva dalle vette di un volo altissimo e vira in picchiata nel cielo bianco che quasi uccide. La parola ch’è segno, che aspetta solo d’essere modellata, di prendere forma nello scritto, plasmata. Veicolo di suono e senso, che dona il pensiero, l’intellegibile. Nella poesia è invece il disagio esistenziale la malattia che accomuna, chissà quanti poeti ne sono afflitti - si disse Lorenzo sorridendo - certo sono in buona compagnia. L’accidia che da un lato sfianca, dall’altro regala quella sensibilità che scava e sprofonda a trovare quel comune a tutti gli uomini a cui rimanda Caproni. E le poesie che altro sono? – immaginava Lorenzo - sono perle da condividere portate alla luce dagli abissi. E poi scrivere sì, ma solo se necessario, e sempre con senso di responsabilità e rispetto per la poesia, ch’è arte a cui applicare talento, esercizio e intelletto. Perché sia suono e senso, grazia composta e toccante, arte. Pensava queste cose Lorenzo, quando, come un flash, gli tornò in mente l’altra poesia, sempre di Montale che tanto bene descrive il mal de vivre. Spesso il male di vivere ho incontrato: era il rivo strozzato che gorgoglia, era l'incartocciarsi della foglia riarsa, era il cavallo stramazzato. Bene non seppi, fuori del prodigio

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che schiude la divina Indifferenza: era la statua nella sonnolenza del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

Come descrive bene il poeta quella malinconia che prende ed è per lui stesso maledizione e croce, indifferenza al bene al male che non assurge nemmeno alla catarsi del cinismo e resta lì, come una crocifissione, i chiodi ai polsi, l’incartocciarsi di una foglia, l’introflessione, l’effigie di marmo di un corpo che langue senza provare collera e nemmeno gioia, un pomeriggio che cerca nuvole e falchi e vola, nel grido, sempre più alto. Che indicibile consolazione rappresenta la poesia - pensò Lorenzo – che tristezza che molti non capiscano il suo valore, la preziosità di un testo meravigliosamente composto, che dia alla lettura il senso di assoluto, il balsamo di vita. Certo Montale è un maestro, ma a leggere la Romagnoli si resta come rapiti. Grazie – ma qui che aspetto? Io qui non mi trovo. Io fra voi sto come il tredicesimo invitato, per cui viene aggiunto un panchetto e mangia nel piatto scompagnato. E fra tutti che parlano – lui ascolta. Fra tante risa cerca di sorridere. Inetto, benchè arda, a sostenere quel peso di splendori, si sente grato se qualcuno casualmente lo guarda. Quando in cuore si smarrisce atterrito “sto per piangere!” E all’improvviso capisce che siede un’ombra al suo posto: che –entrando- lui è rimasto chiuso fuori.

Che peccato - rifletteva Lorenzo - che non la conoscano abbastanza, che tanti l’abbiano dimenticata e non sia più popolare, lei è poesia alta, elegante, assoluta. Una delle poche poetesse le cui poesie regalavano a Lorenzo letteralmente brividi di piacere, strappandolo per un attimo dal suo torpore. Le ombre si allungavano nella stanza, dalle tende appena accostate gli effluvi quasi estivi, il fiore di pittosporo primeggiava tra gli altri, con qualche accento di gelsomino. Era arrivata la notte, quando per Lorenzo arrivava anche la magia, quella che lo prendeva e trasfigurava. Allora si metteva furiosamente alla tastiera, e veniva trasportato fuori dal lì, come proiettato fuori dal mondo, in un altro universo. Solo quando aveva finito Lorenzo rileggeva, e si chiedeva per primo stupito lui stesso, come avesse potuto, da quali anfratti della mente, chi avesse guidato la sua mano, se quei segni non fossero altro che un parto misterioso e segreto delle stelle.

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INDICE

Dicotomie degli opposti

pag. 3

I sette vizi capitali

pag. 4

L’invidia L’invidia come l’erba

pag. 7

Livida

pag. 9

La superbia Credersi dio sceso in terra

pag.12

L’elemosina

pag. 14

La lussuria Il piacere

pag. 17

L’origine del mondo

pag. 19

La gola Sapore profondo

pag. 21

L’uomo smisurato

pag. 23

L’avarizia Dell’avidità del mondo

pag. 26

Lucietta

pag. 28

L’ira Senza freni

pag. 31

L’incrocio

pag. 33

L’accidia Alle radici dell’indifferenza

pag. 37

L’uomo rinchiuso

pag. 39

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Siracusa, 4 agosto 2012

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I sette vizi capitali  

dicotomie, riflessioni, racconti di Loredana Semantica

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