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Silloge minima di

Loredana Semantica

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Prima

Raccolta visual-poetica

Testi e immagini di Loredana Semantica Editing Loredana Semantica

Ai pochi amici degli attimi teneri ai neri nemici degli angoli uccisi alle cento spade che infilzandomi sull’orlo della poesia me ne hanno regalato le ali.

L’immagine della copertina è “Capo dell’anno”, 1.1. 2009

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Le fleur, 5.1.2009

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Rosa d’antan Vorrei dire una rosa a volte le foglie dai margini smerlati che si arrampicano su in cima disposte a coppie e a gruppi girando da ogni lato tutt’intorno al gambo ardito e rivolto verso l’alto quelle che approssimandosi man mano al mistero dei petali in corolla (i primi aperti e gli altri stretti a formare semichiusi il boccio) si fanno più piccole e discrete più tenere di lucido e di verde. Vorrei dire la bellezza ch’è regale nel pieno del vigore cosparsa di rugiada a bollicine che rifrangono in migliaia per tensione in superficie la luce e il suo colore carnoso di velluto da baciare ed insieme il cielo che si specchia nel tremore del cosmo infinitesimo.

Un incanto più che un fiore. Questo testo è stato pubblicato sul n° 1 della rivista Pigreco a cura di Federico Federici

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Muro, 30.6.2009

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In presa diretta A prendere la carta davanti per scrivere senza fermarsi, punteggiando le virgole come battute d’arresto del pensiero. Scavarle nel foglio, scaraventarle nel bianco di questo punto ubriaco. La deriva del verme malato riposizionato al centro del rosso cervello che ossesso ritorna alla correzione matematica del testo per solo predominanza gretta di una lettera. Ti odierò per questo bambola di carta. Tenace femmina antiquata che nei capelli rigidi di stoppa ben piantata vomiti la promessa del semaforo. La rivolta a catasta delle mandorle. Innesti urlanti di parole. Insopportabile oppressione del travaglio. Ti trafiggo nel verbo di un cimiero, devastando la corona, il manto, le ferite innumerevoli di spade. Il tuo inutile triangolo. Ruminare pezzi colando asfalto e scarti di scrittura. Briciole. Atri automatismi. Domandarti l’esito irrisolto del tuo male. L’incompetenza esibita a vasto raggio. La fuga interna a perdersi nei rami. I toni oscuri dell’abisso. L’arrendersi di un albero deserto nel vuoto assoluto del suo cielo. Un raduno di pressioni fiondate per enfasi nel sole. Fili d’erba, stelle immemorabili e notti incastonate. Milioni di farfalle a lame doppie in stato orizzontale. Il fascino di un rapido scostarsi. L’ultima presenza è il mare tra le scapole. Giocherei volentieri il passo delle nuvole. Le attese indefinibili di pieghe. La pelle del domani sempre livido. Ancora un giro di fango e minuetto, i pesi da portare: conti, liste appese, pedaggi, occasioni a perdere. Rigurgitare manovrando un tempo immobile. Un bacio ancora l’ultimo al crollo di tavole.

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Luci d’inverno, 30.11.2009

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Sul margine smerlato L'ispirazione esala dalle crepe. Linee azzurre come vene cave in superficie. Scorre sangue dentro i palpiti del fiotto. Rotti alla deriva navigano i mostri. Nei cunicoli dei muscoli, anse, roghi fossili, cerchi di betulle. Streghe che si affollano curiose, volgendo scherni al vivere malato. Scriveremo d’alghe accantonando il passo, scriveremo il fiume denso, il senso che si avvale, l’alba bianca all’orizzonte. Scriveremo lettere di fonte a risalire depurando la corrente. L’immondo sfonderà le occhiaie, il guscio, i granchi abbarbicati fracassandoli col rostro. Muoveranno tentacoli a ventosa e sarà melma gorgogliante risalente su dal fondo. Echi, anelli, cerchi da sventrare. Catene rigogliose nei capelli e l’erba avrà il profumo dei rintocchi. I martelli che battono le ore, lampi di veleno a spremere di nero, a sbattere persiane, lastre, buche enormi, fondi da svuotare. Succhiano promesse quelle uguali bocche immense alimentate e sporche. Vuoto dove il cibo manca neanche offerte. Gambe secche, costole nei graffi, voli caldi e mosche dentro gli occhi. Labbra asciutte che si spaccano nel sole. Masse in forni e rovi gialli. Chili di risposte dirottate. Un corpo secco supino sulla curva. Soffia un vento strano, molle. Immobile la sabbia al limite impazzisce sul margine smerlato della pelle.

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Ardire, 1.5.2009

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Ora che Ora che lei ha l'ennesimo viso. L'alba è truce fantasma. Ora il profilo arancione ricama di ombre le autentiche labbra. I chiari, gli scuri, le sfumature. Volesse il cielo altri ponti e spiagge e rami pendenti. Innumerevoli foglie. Frutti vogliosi di succo. Volesse un vorticoso invito. Spietatamente ambito. Limiti ai solchi. Riparare. Ricostruire una lingua. Disturbata dai tiri. Spari sui fiori. Stilettate dirette. Morsi alle gambe. Non c'è riparo lui dice. Nè luce io penso. L'altro risponde un elenco. Non si vive di senza. Eppure insieme si muore. C'è bisogno di canto, d'incanto, di vita c'è il foro d'uscita. C'è una briciola quanto mai maledetta di angusta attenzione. E' un'offerta di doni la stoffa dipinta. Gli onori la celebrazione. Comprate promesse signori. A chili le attendo da sempre. Sull'orlo dell'uscio. Comprate i miei ori. Le scarpe bucate gli stracci per vesti. Buttate dell'acqua sui cuori, spegnete le braci, le coltri del letto, russate tra i denti i limoni. Aprite la porta. Svegliatevi è l'ora. Ho domato i furori. I demoni arditi hanno lacci sul collo. Piovono insonni manette. Stringono forte la notte. C'è un silenzio mai visto. Un bagliore inaudito. Mongolfiere rapaci. C'è un momento di morte. La paura ora giace stravolta. Adesso risorge. Di striscio sul fianco poi dentro i polmoni. C'è un rumore lontano di buio che incombe. Tra le gocce si contorce la pioggia. C'è una strada perduta, un ricordo sommerso. L'insondabile il fango.

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Il clown, 16.1.2009

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In chiodo E’ l’infante che risucchia. Bocca avvinta alle sue tette. Femmina all’incirca piena rara ricca estrema. L’assemblaggio suo di carne. Morbida di linee. Lunghe spire curve enormi. Di tentacoli o ventose. Braccia circolari. Io l’assisa tu lo schiavo. Casto sia l’abbraccio. Umido di lingua. Larga fetta intonsa franta. C’è il ricatto della scena. C’è l’incontro pronto e cotto, coi cerotti neri e rotti. Sessi proni, gambe larghe. Baci radi e deragliati. Se i contatti rastrellati sono cento, anelli, impianti. Sia bastardo il molo sazio, sia profondo il tonfo a scatto. L’amicizia sia tradita, l’avarizia della strada. Parte laida e trasferita. Stampa santa di parola che riempie, sfonda emerge. Preme pronta sorge immensa. L’acqua s mossa sia più sporca. Sia gettata tutta intera dove sboccia il parto e scocca. E’ una piccola vendetta. Insensata che ti sfugge. Rotolando tra i capelli scivolando dalle dita. Dentro il sangue che ribolle, l’arte aliena, spugna spurga. Non il sole nei travagli, non le stelle né la luna, non l’esilio né l’approdo, resta saldo il solo inchiodo.

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Vela in controluce, 9.1.2009

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Dire Non trovai nessuno che per me parlasse nessun amore o piaga nessuno a pronunciare il contorno esatto della bocca nessuno che dicesse quanto il dire nel silenzio indaga e renda il preciso nome delle cose il pianto che esso sconta nessuno trovai a difendermi dal buio gli scudi sopra i ferri e sopra ancora gli elmi levati contro il sole. Cocci di frattura lago di ferita anima dispersa nessuno a rivelare la salvezza il percorso da guadare o risalita nessuno a guardare oltre il cielo sollevato il velo le pupille la bellezza.

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silloge minima