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Numero 1 Anno II - Marzo 2011

Ma quale Erasmus? Critiche e perplessità a pag. 3

Il riassetto dell’Università

Tra statuti e fondazioni, l’Università dopo la Riforma a pag. 4

Navi della speranza. Supereroi dell’incoscienza

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L’Ora di Giurisprudenza L’editoriale famare la popolazione sia di diritti che

Coraggio.

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e ci stai leggendo è perchè ti abbiamo appena fermato in corridoio e abbiamo parlato con te per 10 minuti, abbiamo riempito i banchi della tua aula,tappezzato i muri. Tutto questo nella nostra fantasia, nella realtà ci hai mandato a quel paese cinque volte, probabilmete hai il giornale perchè ti è stato tirato in uno scatto d’ira e sicuramente le copie non saranno bastate nemmeno per mezza facoltà,figurarsi per tappezzare i muri. Non importa come, adesso hai in mano il nostro giornale, scritto impaginato e stampato con la passione di chi fa politica a vent’anni. La stessa che ci ha spinto lo scorso maggio ad intraprendere questo progetto, con la voglia di informare e rendere più vivibile la facoltà. Il tema di questo numero è il coraggio, quello dei giapponesi che resistono dopo un terremoto che ha devastato il paese e che assistono, sconvolti, ai tentativi di quegli eroi che cercano di salvare la vita a milioni di persone. Il coraggio di ribellarsi ad un dittatore e il prezzo che la Libia,in cui ora tutti i giorni la democrazia cade dal cielo come le bombe, sta pagando. Coraggi diversi in diverse parti del mondo che si trovano a sfidare, in giappone i disastri provocati dal mare e dalla terra, in Libia un potere che ha portato ad af-

di pane. La forza della lotta alla mafia, piaga del nostro paese; Roberto Saviano che non si ferma, continua a scrivere e a parlare con noi e per noi, rischiando la vita ogni giorno pur di urlare che “la mafia è una montagna di merda”(dal film: “I cento passi”). Il coraggio di don Ciotti, presidente di Libera, di mettersi in gioco e di coinvolgere i giovani nella lotta alla mafia, convinto che “ se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo”, come diceva Paolo Borsellino. Sono la parte bella dell’Italia, quella per cui abbiamo festeggiato i 150 anni dell’Unità, quella parte che rende fiero di essere italiano chi il 17 marzo ha pensato solo al coraggio che ci vuole per amare questo paese alla deriva e a quanto è difficile superare la tentazione di prendere un aereo e scappare via. C’è poi un coraggio più piccolo, il mettersi in gioco con la continua voglia di migliorare qualcosa nel luogo in cui si passa gran parte della propria giornata. Il coraggio di portare avanti delle battaglie per tutti gli studenti, la forza di scriverle su questo giornale che speriamo offra informazioni importanti e spunti di riflessione, che in fondo è il motivo per cui è nato. Alessia Ragusa


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Ma quale Erasmus? Critiche e perplessità

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’Erasmus è certamente uno dei temi più inflazionati nella vita e carriera universitaria di ogni studente. Raccogliendo le testimonianze di chi l’ha provato in prima persona, si evidenzia un forte entusiasmo relativo all’esperienza vissuta e una gran nostalgia dei luoghi dello scambio. È difficile incontrare studenti che, dopo mesi passati a studiare all’estero, non incoraggino a partire. Il fascino di un’esperienza di vita, oltre che di studio,non basta a surclassare le difficoltà di natura amministrativa e burocratica che dobbiamo analizzare attentamente. Tutto appare positivo limitandoci ad accogliere la fresca notizia che la nostra Università ha aumentato il contributo per le partenze da 140 a 200 euro (contributo che arriva fino a 500 euro nel caso del conseguimento di un altro numero di CFU), un incremento voluto fortemente da tutte le rappresentanze in Consiglio d’Amministrazione e Senato Accademico. Volgendo lo sguardo altrove, e analizzando con scrupolo l’intera situazione del Programma Erasmus nel nostro Ateneo, notiamo che nel passato Anno

Accademico si è registrato un brusco calo delle domande di ammissione al Bando e poi di assegnazioni reali delle Borse di studio. Gli uffici, non riuscendosi a spiegare cosa abbia provocato una tale diminuzione delle domande, chiedono a noi rappresentanti degli studenti una plausibile motivazione del forte calo di interesse nei confronti di questa importante opportunità di crescita. Noi l’abbiamo trovata e vogliamo risulti comprensibile a tutti, agli studenti, agli uffici ma soprattutto alla classe docente della nostra Università. L’aumento del contributo per gli studenti in partenza e le migliorie apportate alla qualità delle sedi del Bando a poco servono se non saranno individuati criteri certi e trasparenti per la convalida degli esami e dei crediti conseguiti all’estero, e se non sarà avviata una concreta sensibilizzazione dei Consigli di Facoltà sulla promozione del Programma Erasmus. Ricomincio dagli Studenti, per questo, ha dato inizio ad una campagna di comunicazione che possa smuovere le coscienze di tutti per arrivare ad una piena valorizzazione di questa esperienza unica. Pierdanilo Melandro


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L’Ora di Giurisprudenza

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Il riassetto dell’Università

Tra statuti e fondazioni, l’Università dopo la Riforma

OMA-23 Dicembre 2010, il senato della Repubblica approva il ddl Gelmini sulla riforma dell’università con 161 si, 98 no e 6 astenuti: è legge. Questo accadeva circa 3 mesi fa tra scontri, manifestazioni furiose ed atenei di tutta Italia occupati. Il testo, così approvato, non è stato frutto di un serio confronto politico tra tutte le parti coinvolte, in primis gli studenti, i cui rappresentanti, neo-eletti al consiglio nazionale degli studenti, non sono stati nemmeno consultati dal ministro della pubblica istruzione. Le festività natalizie e la sessione invernale d’esame hanno spento il fuoco di una protesta, talvolta animata da soli slogan, talvolta da lavori organici e complessi come quelli svolti dalla rete della conoscenza che ha dato vita a cose come l’AltraRiforma: “…spazi aperti alla discussione di studenti, ricercatori, lavoratori, precari, in cui costruire proposte estremamente concrete, capaci di rendere reale l’alternativa.” Così scrivo-

no i promotori dell’iniziativa. Concretamente gli atenei italiani hanno un anno di tempo per adeguarsi alla riforma, e ancor meno per quanto contenuto all’interno del Decreto ministeriale 17 del 22 settembre 2010, testo quest’ultimo approvato in sordina, lontano dai riflettori e dal clamore delle proteste contro la riforma e che prevede il riassetto dei piani per l’offerta formativa e la formulazione dei corsi di studio. L’adeguamento alle nuove regole deve avvenire ex lege mediante l’istituzione di una commissione per la revisione degli statuti vigenti, in ogni ateneo. I membri di quest’ultima sono individuati in 15 componenti, tra i quali il Rettore con funzioni di presidente, due rappresentanti degli studenti, sei designati dal senato accademico e sei dal consiglio di amministrazione. Fatta eccezione per il Rettore e i rappresentanti degli studenti, i componenti di questo organo non possono essere membri del senato accademico e del consiglio di amministrazione. Per il nostro ateneo, la commissione sarà composta da otto professori, uno per ogni facoltà, due studenti, tra i quali il nostro senatore accademico Cesare Cagnetta, due membri del personale tab, due ricercatori.Le università statali devono provvedere, entro sei mesi dalla


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data di entrata in vigore della presente legge (29 Luglio 2011), a modificare i propri statuti in materia di organizzazione e di organi di governo dell’ateneo. In caso di mancato rispetto del termine, il Ministero assegna all’università un termine di tre mesi per adottare le modifiche statutarie (29 Ottobre 2011); decorso inutilmente tale termine, il Ministro costituisce una commissione composta da tre membri, compreso il presidente, con il compito di predisporre le necessarie modifiche statutarie. Il nuovo statuto, approvato con le espresse modalità, sarà inviato al M.I.U.R. per la verifica e la ratifica e pubblicato in gazzetta ufficiale; gli organi collegiali delle università decadranno al momento della costituzione di quelli previsti dal nuovo statuto. Appare evidente il fatto che il rettore Fabiani e i suoi collaboratori abbiano cercato di avere una commissione quanto mai aderente e poco in contrasto con le sue visioni. Lo testimoniano diversi interventi in numerosi consigli di facoltà, contenenti le perplessità dei nostri rappresentanti e di diversi mem-

bri della comunità accademica. Così come accaduto in precedenza per l’istituzione della fondazione e della scuola Astre, il Magnifico, non ha tenuto conto delle perplessità e delle questioni manifestate negli organi di governo d’Ateneo, talvolta apostrofando membri del senato come “…aspiranti piccoli D’Alema, Alemanno, o come quell’altro con l’orecchino…(ndr)”. La soglia di guardia per una questione così spigolosa è molto alta, poiché i membri tutti del sindacato, Ricomincio Dagli Studenti, ritengono fondamentale la cura e l’attenzione per la modifica e la revisione dello Statuto d’Ateneo e dei singoli regolamenti di facoltà, in quanto cambierà moltissimo la fisionomia del nostro ateneo. A tal proposito mediante questo e altri canali il sindacato ritiene opportuno informare e confrontarsi apertamente sulla tematica, al fine di rendere partecipe tutta la popolazione universitaria, su di una questione così delicata ed importante. Marco Salfi


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L’Ora di Giurisprudenza

Roma Tre in terra di luce

RDS a Potenza per la XVI Giornata in memoria delle vittime di mafia

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ttantamila persone da tutta Italia si sono radunate il 19 marzo per le strade di Potenza in occasione della XVI Giornata della Memoria e dell’Impegno, in ricordo delle vittime delle mafie, indetta da Libera – Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie. Ricomincio dagli Studenti era presente con una propria delegazione nel capoluogo lucano in rappresentanza del nostro ateneo, riconoscendo e difendendo l’impegno di chi lotta per sradicare il fenomeno mafioso che degrada e svilisce il nostro Paese. Quest’anno la sede prescelta è stata la Basilicata, eccezione “virtuosa” in un Mezzogiorno ad alta infiltrazione mafiosa, ma non esente da episodi di violenza e tentativi di radicamento delle organizzazioni criminali. La Lucania (la cui etimologia,come dichiarato dal Presidente di Libera don Luigi Ciotti, è: “terra di luce, per alcuni anche terra ‘di lupi’, una terra che conosce la ferocia di lupi umani”) rappresenta dunque una realtà anomala, un ulteriore punto di vista da cui esaminare il fenomeno delle mafie, per meglio contrastarlo. Gli episodi oscuri di questo territorio non si limitano alla sola attività mafiosa, investendo i silenzi intorno a numerose morti irrisolte. A tal proposito, la data della Giornata incrocia l’anniversario del ritrovamento del corpo di Elisa Claps, studentessa potentina scom-

parsa il 12 settembre 1993, rinvenuto il 17 marzo 2010 nel sottotetto di una chiesa. Proprio Filomena Iemma e Gildo Claps, madre e fratello di Elisa, hanno aperto il corteo di Libera partito da Piazza Bologna, al fianco di don Ciotti, di don Marcello Cozzi, leader lucano di Libera, e dei parenti delle vittime delle mafie. Al termine del corteo si è tenuta la lettura consueta dell’elenco delle 900 vittime delle mafie, iniziato quest’anno dal fondatore di Emergency Gino Strada e a cui hanno partecipato, tra gli altri, i magistrati antimafia Antonino Ingroia e Gian Carlo Caselli; riguardo al lavoro di questi ultimi è intervenuto don Ciotti, attaccando le scelte del Governo in merito alla giustizia: “senza le intercettazioni, magistrati come Caselli e Ingroia non sarebbero qui”. Dagli interventi dal palco, aperti da quello di Don Ciotti, è emerso il profilo che Libera ha voluto dare a questa XVI Giornata. Ne è risultata non una mera e sterile commemorazione, ma un forte segnale programmatico che entra nel merito delle scelte politiche di questi ultimi anni, cosciente che il complesso lavoro di lotta alle mafie passa


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Marzo 2011 inevitabilmente per altre esigenze cruciali dell’Italia. Il leader di Libera ha parlato del bisogno di valorizzare maggiormente il nostro sistema di istruzione pubblica e di scommettere sul ruolo dei giovani nella società. Nel 150esimo dell’Unità d’Italia non poteva mancare un riferimento all’identità nazionale, ribadendo il ruolo della Costituzione come punto di riferimento per i valori che essa contiene e per gli strumenti che vi sono racchiusi ai fini della stessa lotta alla criminalità organizzata: una “Costituzione antimafia”, come ha detto don Ciotti. La difesa della Carta costituzionale è avvenuta anche in relazione all’attuale progetto di riforma della giustizia: “non si può parlare di riforma ma bisogna parlare di sequestro della giustizia. Questo progetto indebolisce l’autonomia della magistratura. Non e’ possibile sottomettere l’indipendenza dei pubblici ministeri al potere politico. Dobbiamo dire ‘no’ alla cancellazione dell’articolo 101 della Costituzione che deve rimanere uno dei capisaldi del nostro ordinamento. Dobbiamo difendere l’indipendenza della magistratura e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge”. Al centro dell’attenzione anche il lavoro che Libera ha svolto in questi mesi, a partire dalla campagna di raccolta firme per una lotta efficace alla corruzione, in recepimento della linea dettata dall’UE. “E’ una vergogna - ha dichiara-

to don Ciotti - che l’Italia non abbia inserito nel codice penale i contenuti del Trattato di Strasburgo del 1999 contro la corruzione. In Italia si perdono 60 miliardi di euro per la corruzione, i soldi ci sono ma bisogna prenderli ai corrotti”. Non è mancato infine un riferimento critico agli altri temi caldi dell’attualità politica, in stretta correlazione con la lotta alle mafie, come una netta posizione sui quesiti referendari del 12 giugno, per l’acqua pubblica, definito bene non negoziabile in quanto necessario alla vita, e contro il nucleare in Italia. L’adesione di Ricomincio dagli Studenti alla Giornata è stata una tappa di un percorso di valorizzazione della legalità che il sindacato sta sviluppando in più occasioni: da ultimo la partecipazione alla commemorazione delle vittime delle mafie svoltasi lo scorso 21 marzo a Roma, organizzata dal Coordinamento capitolino di Libera. In questa occasione RDS, in rappresentanza di Roma Tre, ha contribuito in veste simbolica alla lettura dei nomi delle vittime delle mafie.” David De Concilio


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L’Ora di Giurisprudenza

Riforma della Giustizia: è vera innovazione?

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vero. “I principi contenuti nella presente legge costituzionale non si applicano ai procedimenti penali in corso alla data della sua entrata in vigore”. Quindi i principi contenuti in questo disegno di legge, anche se esso supererà tutti i passaggi del complesso “iter” previsto per le modifiche della Costituzione, non incideranno sui processi nei quali è già coinvolto il Presidente del Consiglio. Questo ci permette di analizzare la riforma della giustizia indipendentemente dalla persona di Silvio Berlusconi. Ci permette di decidere se noi, come cittadini italiani, la approviamo o la disapproviamo, ma soprattutto ci permette di deciderlo prescindendo dal nostro giudizio nei confronti del Premier. Questa volta, infatti, il problema non è capire se il ddl approvato dal Consiglio dei ministri il 10 marzo 2011 sia l’ennesima legge “ad personam”(sembra infatti che non sia così). Piuttosto si tratta di stabilire se le modifiche che questa legge apporterebbe alla Carta Costituzionale vadano o meno a intaccare quelli che sono i principi fondamentali del nostro sistema costituzionale e se servano o meno a perfezionare e rendere più efficiente il nostro sistema giuridico. Uno degli articoli di questa riforma che più fanno discutere è l’articolo 14, che a molti è sembrato voler introdurre in Costituzione il contenuto della cosiddetta “legge Pecorella”, già dichiarata parzialmente incostituzionale nel 2007. Verrebbe, infatti, sancita l’i-

nappellabilità delle sentenze di primo grado in caso di assoluzione salvo nei casi previsti dalla legge ordinaria; in tal modo verrebbe introdotta disparità di trattamento tra l’innocente condannato ingiustamente e il colpevole ingiustamente prosciolto. Ugualmente discussi sono i primi articoli del disegno di legge, i quali prevedono la separazione delle carriere di giudice (magistratura giudicante) e pubblico ministero (magistratura requirente) con un conseguente sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura. Il problema che si pone non è tanto la separazione delle carriere, principio che potrebbe essere adottato al fine di garantire ai cittadini maggiore imparzialità e tutela, quanto piuttosto l’attuazione di questo principio così come prevista da questo ddl.


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Marzo 2011 Infatti, mentre l’autonomia e l’indipendenza della magistratura giudicante verrebbero ancora assicurate dalla Costituzione, l’autonomia e l’indipendenza dei pm sarebbero garantite dalle norme dell’ordinamento giudiziario, ossia da norme di livello primario affidate alla discrezione della maggioranza parlamentare del momento. Per quanto riguarda i due Consigli Superiori della Magistratura (uno per i giudici e uno per i pm) essi saranno composti solo per metà (e non più per i due terzi) da membri togati. I CSM, inoltre, non avranno più il compito di adottare provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati; avrà, infatti, questa funzione una Corte di disciplina composta per metà da membri togati e per metà da membri laici (eletti dal Parlamento) e la cui autonomia e indipendenza sono garantite dalla legge ordinaria. A ciò si aggiungono la funzione ispettiva attribuita al Ministro della giustizia e la sostituzione dell’articolo 112 della Costituzione, il quale disporrà per il pm l’obbligo di esercitare l’azione penale “secondo i criteri stabiliti dalla legge” e, quindi, (ancora una volta) secondo le decisioni della maggioranza parlamentare. Ed è questo, è l’ambiguità causata dagli eccessivi rimandi alla legge ordinaria, che fa sorgere dubbi e critiche nei confronti di questa riforma. Si lascia, infatti, alla legge il compito di regolamentare aspetti fondamentali del nostro sistema giudiziario che dovrebbero essere disciplinati a priori

e in modo vincolante dalla Carta Costituzionale e non affidati alla discrezione delle maggioranze parlamentari che continuamente si avvicendano. Se consideriamo, inoltre, che questo governo sta proponendo la riforma della giustizia in un momento in cui non ha numeri certi in Parlamento, siamo naturalmente portati a pensare che forse questo ddl non sia realmente destinato a riformare il sistema giudiziario, ma piuttosto a dimostrare la scarsa disposizione al dialogo da parte dell’opposizione e della magistratura e a ‘far parlare d’altro’. Benedetta Scuderi Valeria Pescini


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L’Ora di Giurisprudenza

Navi della speranza. Supereroi dell’incoscienza

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u un’ ipotesi di miglioramento, su qualche affermazione fuori dal coro, sull’inseguimento delle luci della ribalta, sul diverso, sul male e sul bene, l’Occidente si è sempre schierato. Da Bush padre a Bush figlio poche sono le cose mutate. Il delirio di chi decide quale sia il male minore per popoli diversi, per culture diverse dalla nostra ha rappresentato una valida forma di politica estera che l’Occidente attuava con una superficialità avvilente. All’oblò di questa nave fatta di inganni e bugie rimanevano gli afghani, gli iracheni, i libanesi, i somali, che aspettavano e chiudevano gli occhi ogni volta che un bomba radeva al suolo due, tre isolati delle loro città. L’Occidente si mostrava come il salvatore, come l’angelo sterminatore dei malvagi e degli ingiusti, personificando e rappresentando la propria cultura millenaria, fatta di super-eroi che alla velocità della luce compongono e proteggono una

società sempre sull’orlo del baratro. Ma la storia ci insegna che dal baratro i popoli si tirano via da soli. Tanto che le campagne in Iraq e in Afghanistan ancora oggi si protraggono senza lasciare alcuna sicurezza sul risultato ottenuto, mostrando il gigante occidentale, armato di missili cruise precisi e aerei stealth invisibili ai radar e dalle forme avveniristiche, stanco e affaticato. Poi, l’Occidente apre gli occhi una mattina di fine Febbraio e si accorge, accendendo la televisione, che il mondo


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Marzo 2011 “arretrato” o “terzo” sta urlando nelle piazze. Sta urlando che non vuole più essere merce di scambio, che non vuole più i supereroi con i superpoteri che vengano a liberarlo. Vuole auto-determinarsi, vuole valere per ciò che è, con la sua cultura, con la sua religione, con i suoi semplici sogni. E allora invade le piazze rischiando la vita, perchè la dittatutara in quei paesi non è mediatica, non è una dittatura delle caste e degli affaristi come le nostre, nel Medio-oriente la dittatura si può vedere, si può odorare. Il popolo imbraccia le armi perchè attaccato, in Egitto e Tunisia vince, in Siria, in Barhein rischia di soccombere ma continua a lottare, in Libia viene massacrata. E questa volta, all’oblò della grande nave si affaccia timoroso il grande Occidente, si chiede perchè non hanno richiesto il suo intervento, viene colpito da tremori isterici vedendo che quella “gente” gioca a fare la rivoluzione troppo vicino al “suo” petrolio. Cerca di gridare,

CONTATTI Direttore: Alessia Ragusa Impaginazione e grafica: David De Concilio, Marco Salfi Contatti: ora.giornale@gmail.com

cerca di bussare, ma il vetro dell’oblò è troppo spesso e dentro la nave il caos è troppo forte.Sembra che il gigante occidentale non sia più ascoltato da nessuno,è il “Colonnello”, appellativo con cui da questa parte del mondo chiamiamo amichevolmente e conosciamo Gheddafi,a dargli lo spunto per entrare in scena. I Libici per evitare un genocidio, massacrati dal loro stesso governo, sono costretti a chiamare il super-eroe che ,come in ogni buon film americano, decide di entrare in scena quando tutto sembra perduto, con la sua musica di esplosioni e urla di dolore. Ora a Bengasi non sventola più la bandiera della Libia libera, ma sventola il tricolore francese. Ora nel mondo, i popoli oppressi che avevano deciso di rischiare, lottare per la libertà, sono stati salvati da chi per secoli li ha sfruttati e nel mondo di oggi, lo sappiamo, nessuno regala niente a nessuno e il lavoro si paga. Riccardo Bucci


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Viva le camicie rosse, viva il tricolore, viva l’Italia!

iove. Piove sull’inizio delle celebrazioni dei 150anni dell’Unità d’Italia. Piovono gli insulti di chi quest’unità non la voleva festeggiare,e ha cercato fino all’ultimo di boicottare,per fortuna inutilmente. Piovono le lacrime dei patrioti morti per conquistare Roma,gli artefici di quella gloriosa Repubblica Romana la cui costituzione viene celebrata su una splendida stele commemorativa al Parco degli Eroi al Gianicolo,insieme ai busti dei patrioti. Piove sul tricolore, la nostra bandiera, di cui molti ignorano storia e significato; chi minacciava di utilizzarlo per scopi igienici, ora fa il ministro della Repubblica. Piove sulla notte tricolore,sui festeggiamenti notturni di molte città,nelle capitali Torino,Roma e Firenze,nei piccoli borghi e nelle grandi Metropoli,piove sulla gente in strada e in fila per le mostre e per le visite ai luoghi della memoria; Piove sulle frecce ( tricolori) che sfrecciano sui cieli di Roma all’Alba dell’Italia. Piove anche su chi quest’unità non la sente, su chi non sa che farsene dell’Italia Unita se non ha un lavoro e una casa. Piove su un’ Italia divisa, lacerata dai contrasti sociali e dalle disuguaglianze, su un Governo che, quando non è impegnato dalle vicende del presidente del consiglio, è schiavo di un partito che considera negative l’unità e la so-

lidarietà nazionale. Piove su un dibattito, mai avvenuto, che aiutasse i cittadini a considerare l’Unità d’Italia non come un dogma o un “plebiscito gattopardesco”, ma come una realtà storica da comprendere criticamente,nelle sue problematiche, i suoi errori e punti forti al fine di affrontare con più consapevolezza le sfide future,in primis un federalismo volto non a dividere,come nei progetti del Governo,ma a unire tutte le regioni nelle loro diversità. Piove su chi reputa che l’ unità sia stata solo un’ annessione di territori voluta dai tiranni piemontesi, su chi attribuisce tutti i problemi dell’Italia all’unificazione tra Meridione e Settentrione. Tesi, quest’ultima, sostenuta non da un privato cittadino libero di esprimere una sua opinione, condivisibile o meno, ma da un professore universitario durante le sue lezioni; un episodio segno di cedimenti strutturali del sistema,che andrebbero arginati. Piove su Lampedusa, porta dell’Italia sul mediterraneo, invasa da onde di di-


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Marzo 2011 sperati che scappano dalla fame e dalla guerra per poi essere costretti ad accamparsi per strada,sull’erba,al freddo. Piove sul Nord che vorrebbe lasciare il problema immigrazione alle regioni del Sud, o farsene carico in cambio di aiuti e incentivi,come se i migranti fossero una merce di scambio. Se unità non significa prima di tutto solidarietà, cosa stiamo festeggiamo? Piove, o forse no, su chi non avendo nemmeno il coraggio di dire chiaramente che dell’Unità del suo paese non frega niente,troppo intenta a correre dietro al dio denaro, usa espressioni più subdole per cercare di mascherare la sua posizione:che qualcuno mi spieghi come gli italiani avrebbero potuto festeggiare l’unità nazionale lavorando,magari con un tricolore appeso all’ingresso delle fabbriche e qualche inno nazionale durante la giornata,come ad aggiungere al danno la beffa. Piove sul nostro Presidente della Repubblica, che gira in lungo e in largo la capitale per onorare, almeno lui, Si organizzano: PIADINA PARTY, FESTE DI LAUREA E DI COMPLEANNO Si accettano prenotazioni telefoniche. Orario di apertura: Dal Lunedì al Venerdì dalle ore 9.00 alle ore 16 Sabato apertura serale fino alle 2.00 Via Giulio Rocco,55 - 00154 Roma Tel.0631056572

degnamente la nostra patria, concetto quanto mai universale e non solo di una parte politica; Piove sui nostri militari,quelli schierati davanti al Parlamento in seduta comune( leghisti assenti,tranne qualche eccezione ministeriale), su quelli schierati sui campi di battaglia delle nostre missioni all’estero e su quelli caduti per la patria,a loro modo,patrioti anche loro. Piove. Ma come si dice, Patria Bagnata, Patria Fortunata. Viva la Repubblica, Viva L’Italia Unita! Sergio Merlina


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L’Ora di Giurisprudenza

Il ritardo della Chiesa nei confronti del sesso Professore di religione perde la cattedra

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enza lavoro da settembre per aver votato in consiglio d’istituto a favore di un progetto per l’educazione alla sessualità. E’ ciò che è accaduto a Genesio Petrucci, professore di religione del liceo scientifico Keplero di Roma. Nel prevedere l’installazione a scuola di distributori di preservativi, tale prospetto era “inevitabilmente” contrastante con quella che è la morale cattolica; questa è la tesi portata avanti dal vicariato di Roma (della chiesa),organo che, secondo la nostra legge, possiede un assoluto diritto di veto, con criteri davvero poco chiari, sulla nomina e la conferma dei professori di religione. Tale decisione è stata interpretata come una gravosa ingiustizia da molti studenti del liceo ma anche da altrettanti colleghi diGenesio. Nel gruppo di facebook “Tutti a sostegno di Genesio Petrucci”, creato dagli stessi studenti, sono molti i commenti che gridano alla scandalo e che lasciano intendere che il professore sia stato vittima di una terribile discriminazione vista

la sua omosessualità e il suo essere di sinistra. Il professor Petrucci, secondo sue dichiarazioni, in passato aveva infatti ricevuto dei richiami dopo aver partecipato ad uno sciopero generale della scuola e ad una manifestazione sui diritti delle coppie di fatto. “Sono cristiano, sono cattolico, e non colgo assolutamente nessuna contraddizione nell’essere un uomo di sinistra, omossessuale, ed essere nel frattempo anche un insegnante di religione”. Lo ha ribadito Genesio in una conferenza stampa tenutasi il 7 marzo al Gay Center di Testaccio, nella quale egli ha nuovamente rivendicato la necessità per i giovani di una giusta educazione alla sessualità e di fornire a quest’ultimi tutti gli strumenti per evitare ogni sorta di malattia trasmissibile. Ma la difesa più lucida ed incontrovertibile è ancora un’altra: “Ho espresso il mio parere favorevole al progetto- afferma ancora Genesio– da consigliere d’istituto e non da professore di religione”. Petrucci era infatti uno dei rappresentanti dei professori al consiglio d’istituto del Keplero (organo che delibera sulla contabilità dell’istituto, ma anche su progetti e iniziative promosse dallo stesso liceo); avrebbe dunque dovuto esprimere il proprio parere seguendo la dottrina cattolica oppure votando secondo propria coscienza in quanto rappresentante del corpo docenti? Francesco Rebuffat


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Resta qui con me.

Listino€ 13,00 Editore Feltrinelli Data uscita02/03/2011 Pagine144 EAN9788807491108

Vieni via con me”, questo il titolo dell’ultimo libro di Roberto Saviano, raccolta dei suoi monologhi tratti dall’omonimo programma scritto con Fabio Fazio andato in onda su Rai Tre. Un invito che sembra rivolgersi direttamente al singolo lettore, che sfoglia le pagine del libro; un invito alla persona, non al pubblico. Un’esortazione provocatoria alla fuga, al disimpegno, a chiudere gli occhi, al “non mi riguarda” il Qui di questo Paese, ad un Altrove utopicamente facile. Provocatoria, appunto, l’esortazione; ché il libro fa tutt’altro che liberarti.

Comunicando in un italiano semplice ed estremamente efficace non il sogno, né il romanzo, ma ciò che si vede dalla finestra, e che nonostante questo, ha bisogno di essere raccontato; questo libro ti tocca e ti stringe, ti inchioda e ti spinge sotto la pelle storie individuali che sono il volto di un’Italia di cui a malincuore o con orgoglio, siamo parte. A partire dalla storia, d’amore prima che di malattia, di Mina e Pier Giorgio Welby, che affrontano insieme e con coraggio la scelta di rendere preziosa una vita spogliata di gran parte di se stessa, ma che con forza e con grazia, mantiene saldo il suo senso e il suo nocciolo; la scelta di vivere davvero, nonostante tutto. E la scelta di morire, laddove vivere davvero, non si può più. Per arrivare, passando per la tragedia mafiosa che travolge il Sud quanto il nord, a raccontarci di quella che l’autore chiama “macchina del fango” che investe chi in qualche modo ostacola il sistema perverso del potere. Si tratta di quel crudele meccanismo di diffamazione che fa leva sulla sete di notizie fast-food da ingurgitare con foga e gusto, e che ci induce a credere che, in fondo, le mani e la coscienza sporche ce le abbiamo tutti: le mani, allora, faremmo meglio a tenerle chiuse e a nasconderle in tasca. Per la coscienza, quella, chi la vede? Non andiamo via, dunque. Continua a pag. 16


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L’Ora di Giurisprudenza

Prosegue da pag. 15 fossero vicende comuni, partendo dal dettaglio. Rimaniamo qui, a leggere l’italiano ben Lo fa in maniera così toccante e vivida speso di Saviano da molti non consideche, chiudendo il libro, ti sembra che rato nemmeno degno dell’appellativo a scorrerti nelle vene sia il sangue di di scrittore. Ecco, se essere uno scritAngela, o di Marco, sepolti dalle matore significa aggiungere orpelli alla cerie dell’Aquila; ti sembra di sentire realtà, se significa speculare su conflitti nelle narici l’odore acre e malsano dei puramente ideologici, in questo caso rifiuti di Napoli; ti sembra di avvertino, non è uno scrittore. re intorno al collo il cappio della mafia Saviano dimostra, in questo libro una che strangola la speranza e inibisce la volta di più, di essere innanzitutto un parola, sempre in modo inesorabile. testimone, che presenzia al dolore umano, e poi un narratore sobrio, ma No. Quasi sempre. non sterile; attento, ma non morboso. Roberto Saviano è quel “quasi”. In equilibrio tra la bellezza e l’inferno, Roberto Saviano parla e spera, almecome direbbe Camus, Saviano racconta no finchè scrive. Almeno finchè parli e la tragedia, con un occhio alla salvezza; speri anche tu. la corruzione con fiducia nell’onestà; Francesca Semeraro storie incredibilmente disperate come Via Giulio Rocco, 37/39 Roma Tel. 06.64420211 Orari: Lunedì - Venerdì 8.30-19.30 Sabato 10.00-19.30 Domenica chiuso P.I. 10017021006


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Avventure musicali postmoderne, post anni zero (Le Luci Della Centrale Elettrica, live @Circolo Degli Artisti 16 Marzo 2011)

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on vi nascondo che mi è difficile. Non c’è solo musica, non ci sono solo le parole dei testi, non c’è solo la singola esibizione live. In fondo, non c’è solo Vasco Brondi di cui parlare. Perché LeLuci Della Centrale Elettrica sono lui, nella misura in cui scrive musiche e testi. Però sono anche tutti quelli che nell’arco di pochi mesi lo hanno conosciuto, ascoltato, amato od odiato. Sono tutti coloro che il calore di quelle Luci lo hanno sentito sulla propria pelle, bruciando dentro per la geniale brutalità dei testi, per una volta non preoccupandosi della forma-canzone, delle rime o delle assonanze, della strofa e del ritornello. Perché questo nelle canzoni di Vasco Brondi non c’è. C’è la quotidianità di un’esistenza che nessuno ha chiesto, tantomeno in questo modo. C’è la sensazione di paura per un futuro negato e c’è il coraggio di provarla e di volerla comunicare, condividere, urlare. C’è tutta la geniali-

tà dell’Emilia, da Pier Vittorio Tondelli ad Andrea Pazienza, ma soprattutto ci sono le istantanee di ogni giorno, il panorama che si può ammirare dalla finestra di una casa di provincia. È quindi difficile parlarvi di un concerto (o scrivere un live-report, come si dice per far finta di essere professionali) fatto di emozioni, sensazioni, verità evidenti ma mai rivelate, prima che di musica, luci stroboscopiche, pubblico in visibilio o assoli memorabili. C’è la musica, certo, ma in fondo “questa canzone è nuova, ma è uguale a quelle vecchie”, come dice lo stesso Vasco Brondi presentando un brano del secondo album. La musica è quindi la semplice compagna con la quale (e non all’interno della quale) affrontare questo viaggio. La presenza di altri tre musicisti contribuisce sicuramente a scacciare il fantasma della noia e della monotonia che in questi casi può essere sempre in agguato (devo dire


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Marzo 2011 che il violino di Rodrigo D’Erasmo, Afterhours, ha innumerevoli meriti). Ma anche quando la musica prende il sopravvento sono sempre la rabbia e la sofferenza ad emergere. Perché le parole di Vasco Brondi non sono messe lì a caso, per fare scena, ma nascondono l’impotenza della prima generazione che starà peggio della precedente, come la vulgata comune ci ricorda spesso in maniera lapidaria quanto reale. Tra un brano e l’altro godiamo dell’ascolto della voce di Leo Ferrè, poeta e cantautore anarchico franco-italiano già citato nel titolo del secondo album “Per ora noi la chiameremo felicità”. Protagonista assoluto del palco resta lo scotch: scotch sulla cassa della chitarra acustica, comprata a rate, per poter scrivere il nome del gruppo-progetto, scotch sulla buca della cassa della stessa chitarra per evitare i feedback, scotch sui lati per fissare il jack colle-

gato a un single-coil, scotch che tiene sulla stessa asta un microfono naturale e un microfono megafonato con i quali Brondi si alterna. Tutti pezzi necessari, ma separati, che lo scotch tiene uniti come uniti artificialmente risultano i destini di quelle monadi cantate nei brani de Le Luci. Rimane il ricordo di un’ora e mezza passata intensamente, con l’amaro interrogativo che attanaglia un sempre crescente numero di persone: “Cosa racconteremo ai figli che non avremo di questi cazzo di anni zero?” Chi ha la risposta è pregato di comunicarla al più presto. Noi, intanto, continueremo a “chiamarla felicità” e, ovviamente, ad andare a “vedere le luci della centrale elettrica”. Francesco Magni

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L'Ora di Giurisprudenza numero 1 anno II  

Il giornale di facoltà di Rimconcio dagli Studenti - Giurisprudenza

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