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LOOPANARE 2.0 POSTRIBOLO DI IDEE #1

SOMMARIO 3 4 6 7 8 12 13 14 15 17 18 19 20 22

Francesca Andriani Senza fine Marco Simonelli Corazon Espinado Sabrina Campolongo Fondo nero Roberto Batisti Al tempo dell’imperatore Eraclio Andrea Malabaila Nuvole Matteo Poletti Paolo Zardi Crash test dummy Andrea De Alberti Marco Candida Mio Dio, mio marito è Babbo Natale Fabiano Alborghetti Asti venticinquegiugno Sergio Paoli Yesterday Pierluigi Lanfranchi Elegia per una donna che ha cambiato nome Emanuela Corvatta Trenta Minuti Matteo Fantuzzi


francesca andriani

senza fine N

on c’è molto altro. E se mi chiedeste di che umore sono vi indicherei con lo sguardo quello scatolone ancora da richiudere e di cui disfarmi prima di mettere in vendita la casa. In mezzo all’aria piena di polvere impazzita, sul tavolo della cucina, c’è appoggiato ancora mio padre ed io, senza accorgermene, sto stringendo ancora la sua mano, ci sto giocando sfiorandole le dita, su e giù.

Io ancora adesso lo vedo come un incarico di responsabilità, che veniva affidato sempre a me e non a mia sorella e che, al pari di tutte le incombenze di questa specie, comportava degli aspetti sgradevoli, come vedersi affidare anche l’umido di quella specie di calzino che ricopriva il moncherino del suo braccio, sorbirsi una sgridata che in realtà era destinata ad una giornata ben più pestifera di una figlia, essere beccata ogni qualvolta non mi ero lavata i denti, star lì per le scale mentre la tele e tutti gli altri erano di là in soggiorno.

Giù.

Su.

Nata a Monopoli nel ‘76, vivo a Milano. Tra una laurea in lingue, un laboratorio teatrale, un master e ora un lavoro in un’agenzia pubblicitaria, spesa e bollette, continuo a scrivere. Mi leggete anche in Giovani Cosmetici di Sartorio e, a breve, anche in un’antologia di Neo Edizioni.

Ogni sera, quando ancora abitavamo qui insieme, scendevo i gradini che percepivo quasi più alti delle mie gambe tenendo quella mano un po’ come adesso, quasi inavvertitamente, come si mantiene un’abitudine. Certo, all’inizio, quando papà mi aveva mostrato che la sua destra poteva staccarsi e volare via dove voleva, per me le parole protesi e abracadabra per un attimo si erano un po’ tutte confuse. Poi, quando volle affidarmi il compito di riporla ogni sera giù di sotto nel cassetto della credenza, tra me e quella mano si instaurò subito un’intimità giocosa. Lungo la discesa ne perlustravo la superficie, ne saggiavo la resistenza provando se fosse più dura della balaustra, se le riuscisse di scalfire il muro o se magari le sue dita come le mie riuscissero agilmente ad entrare nel naso. A volte la trasformavo in una nave avventurosa che solcava l’aria mentre io ero la balena che la inseguiva, altre in un ragno schifoso e affamato insieme al quale era il buio finalmente ad avere paura di me. Poi d’un tratto, come ogni gioco, divenne vecchio, un qualcosa che faceva parte di casa, che sfioravo come una bambola, un peluche, un papà, distratta già da novità più adulte, qualcosa che alla fine del mio percorso serale, arrivata davanti al cassetto della credenza, bisognava riporre in fretta avendo solo cura di non fare rumore. Non so perché papà avesse dato a me quel compito, agli occhi di chiunque avrebbe dovuto impressionare una ragazzina sui dieci anni.

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La mattina dopo, fatta la colazione e con gli occhi ancora assonnati c’era però sempre in me qualcosa di già sveglio. Non so se fossero i miei piedi a drizzarsi per primi su per le scale o la mia voce ad anticiparmi - Arrivoarriiivoooooo!

Ero io, era la mia ebbrezza di risalire ogni scalino per riportargli la nostra mano, essere così la prima a dargli qualcosa di semplice ma utile, come le nostre rare future conversazioni, e continuare a scolpire tra noi quel legame legnoso come una protesi ma almeno privo della mollezza di un bacio del buongiorno, concesso a tutti senza distinzioni. In cambio ricevevo da lui il solo abbraccio della giornata, breve, senza fine, senza la mano che, forse perché in quelle mattine non è mai stata lì sulla mia schiena, ancora oggi è qui, tra le mie dita.


marco simonelli

corazon espinado La casa è arredata con mobili d’Ikea, mettesti sul divano un telo con un quadro di Renoir. C’è musica barocca nello stereo. Indossi una tuta rossa della Fila, il bianco della lampo s’intona ai tuoi calzini. Ti piace stare in casa senza scarpe, mi dici di sentirmi autorizzato a toglierle, se voglio. Profuma d’aria buona il tuo salotto, spruzzasti certamente un deodorante che rendesse piacevole l’ambiente. Un certo nervosismo entrambi l’avvertiamo: non credo che si tratti solamente del tono muscolare della pancia, dei chili che -mi dici- hai messo su da quando non t’alleni tutti i giorni. Il tuo è un lavoro sedentario, principalmente usi l’intelletto. Io, invece, non ho mai fatto sport.

Assomigli veramente a un impiegato che, passata la trentina non s’accorge d’aver dimenticato sulla faccia l’espressione soddisfatta del bambino che ha finito un castello con il Lego. Ma prima che mi tolga la maglietta mi devi confessare il gran segreto, che nemmeno tu sai come potrei prendere la cosa e che comunque è giusto dirlo prima non si può mai sapere cosa passa nella mente della gente. Avevo percepito molto bene che eri già impegnato in qualche modo: un compagno, una moglie, una compagna non saresti il primo, e nemmeno io. Un’entità divina però non l’aspettavo. Temevo si trattasse di qualche malattia.

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La Curia lo sa già – mi fai capire – e dove sta il peccato sta la carne e poi l’assoluzione può lavare peccati come fossero mutande. Ma noi sappiamo già di candido bucato, d’altronde m’indottrini sul senso del mangiare pane e vino mi parli dell’addio e del saluto estremo alla comune del condannato guru capellone: ricorda Che Guevara quegli occhi di bandiera sterminati fissati nello sguardo d’un futuro tutt’ora da scoprire, mi dici di una stirpe di uomini virili che dovunque lo seguiva durante baci carichi di folla. Osanna per le membra, mi ricordo quei concerti con l’accendino in mano ed uno strano senso d’unione collettiva: è come appartenere entrambi ad una star immolata per colpa del successo in tragedia di sangue e sacrificio la testa di Cobain falciata dal fucile, il corpo di Jim Morrison galleggia pulito in una vasca d’acqua sporca e io mi stendo accanto cercando di scaldarlo rianimando bocca a bocca una cieca devozione al bianco della carne ancora viva al rosso di quel sangue che nelle nostre vene ancora scorre.

Marco Simonelli è nato nel 1979 a Firenze. Lavora come traduttore. Ha pubblicato il racconto in versi Memorie di un casamento ferroviere del ‘66 (1998), Notturno per grondaia e fili della luce (1999), il poemetto drammatico Sesto Sebastian – Trittico per scampata peste (2004) e il canzoniere catodico Palinsesti (2007).

Estatica, la mia resurrezione ti sorprende in un flash che ti scatta all’infinito quando scopri miracoli, contatti affinità celesti di macro e micro cosmo. Il nome di colui che qui s’immola non detiene la minima importanza. E dopo, su di noi, scende una pace che sembra un ritornello ricorda una canzone di John Lennon quasi una melodia che sfumando in dissolvenza sincronizza un battito cardiaco. Non abbiamo sporcato neanche il lenzuolo di Renoir: mentre tiri la tenda della doccia e m’insaponi scherziamo sul potere salvifico dell’acqua. Nessuna interruzione di corrente, il cielo resta chiuso nella sera, nel bagno ciò che ronza è solamente il phon: la terra non si apre per simili sciocchezze.

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sabrina campolongo

fondo nero L

Sabrina Campolongo è nata nel 1974 e vive a Monza. È sposata e madre di due bambini. Ha pubblicato nel 2007 la raccolta di racconti Balene Bianche (Michele Di Salvo editore) e nel 2008 il romanzo Il cerchio imperfetto per la collana Declinato al femminile, diretta da Francesca Mazzucato, di Edizioni Creativa. Finalista del premio Alberto Tedeschi (giallo Mondadori) nel 2000. Alcuni racconti presenti su antologie, riviste e in rete. Scrive sulla e-magazine Historica. Il suo blog: http://balenebianche.splinder.com/

a puzza di pomodoro bruciato si sente già dal ballatoio, ancora prima di aprire la porta. Gaetano stringe le dita attorno al cuoio del manico della borsa coi ferri, le stringe fino a far sbiancare le nocche. Serra le mascelle e respira più forte, allargando le narici. La porta di casa la scopre aperta (e-quante-cazzo-di-volte-leha-detto-di-chiudersi-a-chiave), le dita si fanno circospette sulla maniglia, mentre la abbassa e spinge. Il ronzio unto della cappa di aspirazione copre i tonfi delle sue scarpe pesanti. Le chiavi se le tiene premute contro il fianco, per evitare che la catena agganciata alla cintura faccia baccano. Si è morso la lingua, senza accorgersene. Succhia il proprio sangue, aspirando l’odore acre del sugo che diventa nero. Il cuore pompa più forte, più veloce. Attraversa il corridoio, respirando a bocca aperta per non fare fischiare l’aria nelle narici. Ancora silenzio, un fruscio di carta, di pagine girate. Volta l’angolo. Vede bene l’interno della cucina, la luce è accesa, vede tutto: la pentola con l’acqua che svapora furiosamente sui fornelli, il tagliere abbandonato sul lavandino, ancora mezza cipolla lasciata lì a lacrimare accanto al coltello, il pentolino piccolo che sfrigola e fuma. La puzza scura. E lei Sulla poltrona, con un cazzo di libro in mano, assorta. Scatta in piedi. Troppo tardi. Il libro cade per terra con uno schiocco di scorreggia trattenuta. Gli occhi sono grandi di paura. Ha sentito l’odore, adesso. - Oddio - mugola - mi Il manrovescio la prende in pieno. Casca a terra, gambe scomposte. Le bestemmia un calcio forte nel fianco, dove è molle, appena sopra l’anca. L’amore è cura, cazzo. Grida, la stronza, adesso, tira le gambe verso il corpo come un ragno dopo il primo colpo di ciabatta. Piange.

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Proprio come quell’altra, che lasciava ad aspettarlo la casa polverosa e buia, frigorifero vuoto e mai un cazzo di pronto da mangiare. E tornava sempre dopo di lui, con i capelli in disordine e le labbra gonfie, e gli occhi lucidi di chi ha appena finito di fottere, due pizzette prese in panetteria e finta sorpresa nel trovarlo seduto da solo in cucina, “Già tornato da scuola, oggi? Avete finito prima?” Anche lei leggeva libri. Sotto l’ombrellone, in spiaggia, ogni anno due settimane di agosto a Diano Marina, suo padre con la gazzetta e lei con la faccia sempre annoiata, sempre un po’ incazzata. Ma poi ha pianto, alla fine. Deve andarsene ora, Gaetano. Ha bisogno di aria. Gli è scesa come una tendina nera davanti agli occhi, per colpa di quella puzza di bruciato. Arrancando nel nero che diventa più scuro verso il corridoio, vede di nuovo il coltello sul tagliere, la cipolla che ha già l’aria asciugata. Gliela vuole tirare addosso, prima di andarsene, alla troia scansafatiche. Le dita si stringono da sole sul manico di legno del coltello. Un solo movimento che non si può fermare, come quando gli si svuotano le budella, come quando viene. Una pressione liquida, che non si può fermare. Poi cerca di rimettere il coltello sul tagliere, ma lama rossa gli fa uno strano effetto vicino alla cipolla. Lo butta nel lavandino, lasciando una scia di goccioline scure. Spegne il gas sotto alla pentola con l’acqua che fuma. Esce, riattraversa il corridoio. Ha la schiena bagnata di sudore. Le mani appiccicose. - Andrà a finire che un giorno di questi ti ammazzo. - le dice, senza voltarsi indietro, già alla porta.


roberto batisti

al tempo dell’impe— —ratore eraclio il tuo sangue rotolava al nuovo nido colando dal fianco orientale del Mediterraneo, stipato di luce come un fiume aurifero: strisciava tra i falò: non se ne avvidero - superò i posti di guardia

ora, una jeep a fondovalle alza polvere marina, di due miliardi d’anni, siamo sui poggi d’Appennino e vedo tutta la spiaggia brulla che abbrancavi allora oltre l’aria che si ispessisce a sud e dunque non avrò paura

Roberto Batisti (Bologna 1985 - vivente) studia filologia classica nell’ateneo della sua città natale. Dopo le vittorie in alcuni concorsi scolastici, si è classificato terzo ai premi di poesia “Elena Violani Landi 2005” e “Certamen Almapoetry 2008” organizzati dal Centro di Poesia Contemporanea di Bologna. Due suoi testi sono usciti sul #2 di Popcorner, la rivista che non si capisce. Collabora in qualità di paroliere al progetto indie rock dei Divanofobia.

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andrea malabaila

nuvole Q

ui in paese dicono che sono pazzo e questo solo perché faccio il bibliotecario per pochi soldi e mangio in biblioteca e dormo in biblioteca e, va bene, vivo in biblioteca. Ma in paese non c’è molto da fare, non succede mai niente, non arriva mai nessuna persona interessante. E anche in biblioteca è lo stesso: passano al massimo due clienti al giorno, o sarebbe meglio dire esploratori, visto come si aggirano e ti scrutano, e alla fine, tanto per togliersi dall’imbarazzo, ti chiedono dov’è il bagno. Però, non si sa perché, al lunedì arrivano intere comitive e cominciano a spararti i titoli più assurdi. Non ci crederete, ma c’è chi chiede La crescenza di Zeno o I promessi esplosi o Sequestro un uomo. E poi c’è mio nonno, sempre alla ricerca di libri harmony dove il dottore si ciula l’infermiera. Ha tredici nipoti ma gli altri dodici – beata innocenza – credono che passi le giornate a giocare a carte, o a compilare schedine del totocalcio, o a fare gli esami della prostata. Invece lui arriva all’improvviso, proprio mentre sto leggendo un passo fondamentale delle Nuvole di Aristofane – perché non ve l’ho ancora detto, ma io ho una passione per le nuvole e quando non lavoro passo le giornate a cercare quelle più strane e una volta ne ho vista una che mi assomigliava e sto pressando l’assessore alla cultura perché faccia costruire una nuova biblioteca col tetto trasparente – comunque, dicevo, mio nonno arriva lì e comincia a fissarti con quell’aria da povero vecchio che si fa venire ad arte ogni volta che ha bisogno di un favore – vuoi una gita al sexy shop, vuoi il calendario delle veline allegato a qualche rivista che arriva in biblioteca. Paolo, dovresti farmi una piccolissima cortesia, dice guardandosi attorno come se fosse inseguito da qualcuno.

Su Internet?, mi sconvolgo.

E lui si sconvolge il triplo e mi dice che sono troppo vecchio, per lui. Puoi ritirarlo tu?, aggiunge. E portarmelo subito? Vorrei chiedergli perché ha dato l’indirizzo della biblioteca e non di casa sua – temo già la risposta – ma non ne ho il tempo perché lui scappa via. Ho un appuntamento in chat, urla con un piede già fuori dalla porta.

Qualche ora dopo, proprio mentre ho appena avvistato una nuvola a forma di brontosauro a due teste, arriva un furgoncino a coprirmi completamente la visuale. Scende un ragazzo che mi pare di aver già visto in qualche fumetto e viene verso di me. Mi chiede qualcosa, ma mi sfugge il 99% delle sue parole: si direbbe che sia uscito da un fumetto scritto in cirillico. Per fortuna l’1% lo capisco e gli dico che no, Giovanni Paolo I è mio nonno, mentre io sono Giovanni Paolo II. Mi porge un foglio e una biro, e per un attimo temo che mi abbia scambiato per il mio omonimo e voglia un autografo. Poi però capisco che è per il pacco di mio nonno, che infatti scarica davanti all’entrata della biblioteca, continuando nel frattempo a snocciolare – almeno così mi sembra – la formazione della Polonia ai Mondiali dell’82. Prima di congedarsi dice ancora una quindicina di frasi, presumibilmente sulla gloriosa carriera di Zibì Boniek. Sante parole, concludo io. Trasporto il pacco dentro la biblioteca, imprecando a più non posso: il nonno deve aver ordinato un carico di mattoni per farmi provare cosa significhi faticare – ha sempre da dire che ai suoi tempi erano tutti temprati dalla guerra e dalla fame e dal lavoro e adesso invece i giovani sono molli e io sono il più molle che abbia mai cono-

E io gli dico, non ho tempo, sto lavorando. E lui mi fa, aspetta, non ti ho detto cosa. Che cortesia, gli domando.

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Dovrebbe arrivare un pacco, mi spiega. L’ho ordinato su Internet.

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sciuto e per questo non ho una ragazza e l’unica che ho avuto mi ha lasciato e sono diventato un bibliotecario di clausura. Ma io li lascio lì, i suoi mattoni, altro che portarglieli a casa, venga a prenderseli lui, e mentre penso queste e altre cose, il pacco si apre di colpo e a momenti muoio d’infarto – nella mia famiglia siamo geneticamente predisposti all’infarto e moriamo tutti così – ma poi mi riprendo subito perché dentro il pacco c’è una ragazza dai capelli rossi tipo, credo, quella di Charlie Brown.

nedì e arriveranno tutti quanti. Per fortuna il cielo è pieno di nuvole e ne vedo una a forma di cocorita senza becco e un’altra a forma di samurai cieco.

Complimenti per la trasmissione, sono Valentina!, mi urla ed è tutta un sorriso.

Cosa fai, mi chiede. Fa un sacco di domande, deve averlo imparato da qualche quiz e non mi stupirei se di punto in bianco volesse comprare una vocale.

Non ho il tempo di dire nulla che lei riattacca, sei tu il fortunato concorrente, Giovanni Paolo I, mio marito?

Guardo le nuvole, dico. Le nuvole sono libere di viaggiare e di cambiare. Un giorno possono essere a New York con l’aspetto di un facocero, un altro giorno a Parigi uguali uguali ad una sirena.

No, dico, sono il nipote, Giovanni Paolo II, comunque puoi chiamarmi Paolo. E intanto maledico la nostra televisione che esporta mostruosità nel mondo. E mio nonno che partecipa a tutte le aste on-line.

Mi sto chiedendo perché mio nonno non possa prendersi una badante come tutti. Cosa pensi, mi domanda lei. E io dico, non capisco perché vuoi sposarti mio nonno. E lei attacca, i nonni italiani li ho visti in tivù e ballano, cantano, sono ottimisti, e mangiano le mele senza perdere i denti. Meglio guardare le nuvole, penso. Ce n’è una bellissima a forma di mucca mascherata.

E tu?, mi chiede. Non sono nato nuvola, rispondo. Non posso cambiare, devo essere sempre me stesso, lavorare, stare in biblioteca.

E lei, portami da lui, vincerai ricchi premi in gettoni d’oro! Io invece volevo viaggiare, mi fa lei. Mio ragazzo era bravo col pallone, dovevamo venire in Italia, lo voleva la Juventus, il signor Moggi lo chiamava tre volte al giorno.

E io, non posso, starei lavorando. La vita è fatta di priorità, mi dice seria.

E poi?, dico. Kant?, chiedo. Magnum Algida, risponde candida. Così sono costretto a lasciare la biblioteca incustodita per accompagnare Valentina dal suo futuro sposo. Proprio oggi che è lu-

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Forse il signor Moggi ha perso il suo numero, sospira, mio ragazzo però si era già comprato la macchina e non sapeva come pagarla. Io gli ho detto che se potevo lo aiutavo. Così mi ha venduta all’organizzazione. E adesso sono qua. Una storia quasi più triste della mia. Non per altro, ma non ho


ancora elaborato il lutto della Juve in B. E ancora più triste è sentire Valentina che canta a squarciagola “Igiene sì, fatica no!” quando ormai siamo quasi sotto la casa di mia nonno. Nonno!, nonno!, urlo. Ma lui, niente. Da quando s’è comprato il lettore mp3 è sempre in giro a correre – dice che in calzamaglia e Adidas si fanno degli ottimi incontri.

Mi risponde, dammi qualche euro e poi vedi, provare per credere. Prende i soldi e se ne va, e dopo un quarto d’ora ritorna con due pizze fumanti e un paio di candele – a quanto pare la mania delle candele e degli incensi ha colpito le ragazze di tutte le latitudini. Mi dice, ti prego dammi un aiutino. Allora prendo un cd della biblioteca – ne abbiamo più di seicento, oltre ad una sala video e ad una nuova emeroteca – e do quel tocco finale che anche lei sembra apprezzare.

Non c’è?, si preoccupa Valentina. Sarà a giocare a carte, le dico per non spaventarla.

Il gusto pieno della vita, esclama.

E allora?, continua a preoccuparsi.

Poi, quando è ora di andare a dormire, le lascio il mio sacco a pelo e mi sdraio sul pavimento e non so se sogno ma vedo cieli azzurri e uomini leggeri che volano tre le nuvole, tipo un quadro di Magritte.

E allora torniamo domani, tento di rassicurarla. Sì ma io dove dormo?, è sempre più preoccupata. Le consiglio una pensioncina economica lì vicina, ma lei non sembra molto convinta e così alla fine devo desistere e le dico che in biblioteca c’è posto anche per lei. Dove c’è Paolo c’è casa!, esclama. E subito dopo mi fa notare una nuvola a forma di maccherone al sugo e io le voglio improvvisamente bene. La serata passa meglio del previsto, e lei fa di tutto per renderla una festa. Di fronte al mio solito, triste, panino, e la mia solita, triste, mezza minerale, scuote la testa.

Ma il mattino dopo è già tempo di riatterrare: mi sveglia una telefonata di mio nonno, preoccupato per il ritardo del suo pacco. Gli dico di non agitarsi, che il pacco è arrivato e glielo porto subito. Guardo Valentina e mi chiedo se riuscirò mai a chiamarla nonna. Le dico, dobbiamo andare da mio nonno, però prima facciamo colazione, okay? Coi cinque cereali?, mi fa lei tutta contenta. Sto cominciando a capire perché il comunismo non ha funzionato.

Tu sbagli candeggio, mi dice. Il nostro secondo viaggio verso la casa di mio nonno è molto più triste del primo. Non so come, ma si è creata una certa intesa tra me e Valentina e, insomma, mio nonno ha pur sempre la dentiera.

E io di rimando, come scusa? No Martini no party, sospira.

Se ne accorge anche lei, non appena lui scende e ci viene incontro quasi saltellando.

Ma io di solito ceno così, le spiego.

Ma non è come in foto, esclama Valentina. E io tipo, posso vedere la foto? E lei, ce l’ho in tasca, eccola qua.

E poi i sottosviluppati siamo noi, ribatte. Le chiedo, hai qualche idea?

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E io, ma questo è Sean Connery! Valentinaaa!, urla mio nonno quando è ormai ad un passo da noi, ma sulla aaa finale s’inceppa e crolla a terra e rimane lì con una smorfia inguardabile. Che è successo?, si preoccupa Valentina. Infarto, rispondo. (Ve l’avevo detto: siamo geneticamente predisposti all’infarto.) Sono vedova?, mi chiede. Beh, la rassicuro, non eravate ancora sposati. Ah, allora io vado, dice. Dove?, le domando. E lei, torno a casa, aspetterò che mi compri qualcun altro. Perché io valgo. Ma posso ereditarti io, le dico. Andrea Malabaila è nato a Torino nel 1977. Ha pubblicato numerosi racconti e due romanzi: Quelli di Goldrake (Di Salvo, 2000) e Bambole cattive a Green Park (Marsilio, 2003), con cui ha vinto il premio Desenzano Libro Giovani. Il terzo uscirà nel 2009. Ha curato l’antologia Viva Las Vegas (Las Vegas, 2008). Il suo sito: www.andreamalabaila.it

Sei sicuro?, mi fa lei. E io, certo che sì. E lei, allora sono tua e non mi rivendi ad un altro? Mia per sempre, le dico. Come un diamante?, mi chiede. Annuisco.

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Un bacio è qualcosa di più, mi sussurra. E così, dopo aver chiuso gli occhi del nonno, ci baciamo e sopra di noi volteggia un’enorme nuvola a forma di camper di Stranamore. E mentre sono abbracciato a Valentina, mi accorgo che c’è qualcosa di strano sulla sua schiena, tipo un post-it. Sbircio senza staccarmi da lei e leggo PER PAOLO CON TANTI AUGURI DI FELICITà TUO NONNO.


matteo poletti Abbiamo atteso che fosse gennaio a tracciare l’ultima linea, non sapevamo dove guardare e quale fosse il rimedio la dose indicata, i danni collaterali. Addio parole stampate negli occhi: non c’è più terra da modellare in questa notte che sente d’inverno, i lampioni, le case e dietro di noi la finzione del ricordo, le sillabe hanno perso i loro accenti. Non c’è tempo per i segni e le invenzioni, le voci in lontananza scandiscono parole che ho scordato e richiamano alla mente pomeriggi vecchi di vent’anni, le partite alla radio, la voce di Ameri, mio padre che legge il giornale e tranquillo mi dice: “tutto finisce in novanta minuti, non preoccuparti che poi ricomincia”.

Matteo Poletti è nato a Clusone (Bg) nel 1979. Laureato in Lettere Moderne all’Università di Pavia con una tesi in Storia della Lingua Italiana, attualmente frequenta presso la stessa università il terzo anno del dottorato di ricerca in Filologia Moderna. Nel 2007 ha partecipato, ottenendo il primo premio, alla IV edizione del premio nazionale di poesia “Il Lago Verde”. Suoi testi sono apparsi sulle riviste Poeti e Poesia e Specchio e sull’antologia Oltepoesia (Pavia, Monboso, 2007) curata da Gianfranca Lavezzi.

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paolo zardi

crash test dummy P

roprio mentre il cofano della BMW si infila sotto il retrotreno di un TIR (che ha fatto milleseicentotrentanove chilometri e qualche centinaio di metri, e una sola sosta, per arrivare all’appuntamento in perfetto orario), e la lamiera si piega con un silenzioso accartocciamento alla Domopak, cedendo con una facilità che nessuno spot aveva mai fatto vedere (e nemmeno presagire), nello stesso preciso istante una coscienza fuori dal controllo del guidatore inizia le manovre di accesso alle aree dell’Ippocampo, al sistema Limbico e ai Gangli Basali del cervello per ricostruire, come si usa in questi casi, tutta la vita del suo proprietario (un inconsapevole crash test mdummy in carne ed ossa), e proiettarla nel Grande Lobo Frontale, nel brevissimo tempo che manca all’impatto del cranio sul volante. L’area dello scontro, vista dalle mappe di Google, presenta distese di campi coltivati a qualcosa di giallo che si alternano a distese di campi coltivati a qualcosa di marrone; due case quadrate, disposte sui bordi opposti dell’autostrada (probabili figlie dello stesso architetto: hanno, entrambe, un piccolo rettangolo grigio sul davanti e un grande rettangolo grigio sul didietro, ma non c’è una risoluzione sufficiente per capire se la macchiolina scura nel centro della prima è un triciclo o un nano da giardino); alcuni alberi, infine, nell’atto di proiettare ombre lunghe da tramonto (ombre che nell’area dello scontro, invece, nel momento dell’impatto, non ci sono: cielo bianco, sole chissà dove).

Nato a Padova, ingegnere suo malgrado, ha pubblicato un racconto nell’antologia Giovani cosmetici a cura di Giulia Belloni, Sartorio. Altri suoi racconti sono stati pubblicati in riviste o pubblicazioni.

Il guidatore, prima di passare alla visione del riassunto della sua vita, riflette, in meno di un centesimo di secondo, sui motivi per i quali era uscito di casa, quel giorno: gli odiatissimi clienti con le loro stupidissime richieste, gli pare di ricordare. Avrebbe potuto non considerarle; sarebbe potuto rimanere in ufficio, come i suoi colleghi e ora, non sentirebbe l’energia cinetica che lo spinge verso il logo della BMW, al centro del volante. Soprattutto, non sarebbe così preoccupato per la deformazione che il proprio viso dovrà

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inevitabilmente subire per ottemperare ad una delle più dure leggi di Newton. Silenzio, si spengono le luci, ecco la vita. Il sapore di un Mc Chicken mangiato a Lisbona negli anni novanta, un bambino di sei mesi che gli sorride senza denti, Maurizio Seymandi mentre intervista Amedeo Minghi, un tramonto iridescente (dove? quando? con chi?), un’unghia incarnita dell’alluce che un compagno di classe delle medie gli mostra, compiaciuto, in camera sua. E poi una mano simile a quella di suo padre mentre fa ciao ciao, e un bambino che esamina un bruco spappolato ai bordi di un sentiero sopra Auronzo mentre l’aria odora di pioggia. L’immagine sfocata di un nano che scappa inseguito da un cane perfettamente a fuoco. Stop, tutto qui. Gli rimane anche un po’ di tempo per constatare che l’air bag non ha funzionato. Poi, sfondamento calotta cranica, perforazione polmone destro, lesioni gravissime organi interni, macchina da buttare, collasso cardiocircolatorio sopraggiunto dopo pochi minuti, risolto il contratto di leasing, funerali a rate, eccetera, eccetera, eccetera.


andrea de alberti Non ho amato le persone vicine che si sono fatte lontane, che ci hanno voluto bene quando non c’era proprio bisogno di alcun bene.

E noi ci siamo alleggeriti di ogni carcassa, ce la siamo cavata scegliendo la strada, abbiamo inatteso ogni aspettativa, ci siamo sposati prima di avere una casa, abbiamo arredato prima l’anima che per quanto se ne dica continua a correre più veloce del corpo.

è nato a Pavia nel 1974. Ha pubblicato la sua prima raccolta nell’Ottavo quaderno italiano di poesia contemporanea a cura di Franco Buffoni. Nel 2007 per i tipi di Interlinea è uscita la silloge Solo buone notizie. è presente in diverse riviste e antologie tra cui Nuovi poeti italiani a cura di Paolo Zublena.

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marco candida

mio dio, mio marito è babbo natale A

nche se gli avevo detto di non farlo, quando la pendola del salotto ha suonato la mezzanotte mio marito lo ha fatto lo stesso: si è mangiato un Uovo di Pasqua la Notte di Natale. Mio marito, è un tale bontempone! Gli va sempre di scherzare, e di inventarsi qualche trovata stravagante... Così, due giorni prima della Notte di Natale è sceso alla pasticceria qui sotto all’angolo della strada e si è fatto preparare un gigantesco uovo di cioccolato fondente. Quando dico gigantesco voglio dire che l’Uovo di Pasqua era alto e largo quasi quanto il nostro Albero di Natale. Quando la pendola ha suonato mio marito ha cominciato a mangiarsi l’uovo davanti all’albero con sotto il presepe. Io ho assistito alla scena. In una decina di minuti si è spazzolato l’uovo mentre mi chiedeva se volevo assaggiare, e io a dirgli no, tu guarda, questo sessantenne di un marito che mi ritrovo, e quando ha finito, gli ho detto che era il solito cretino, e siamo andati a letto. Non fosse che mio marito è il titolare di quattro industrie, cinque case di proprietà, tre automobili, e più o meno dal primo giorno di matrimonio mi stacca assegni per la borsetta da urlo che ho visto in quella vetrina, per la cintura da febbre che ho notato in quel negozio, e per ogni cosa che vedo e che desidero, e va bene, non è che mi stacca assegni, ho la carta di credito, ma è sua, ed è rifornita da lui, da mio marito, bene, se non fosse per questo, magari sarei più fredda riguardo certe sue stranezze. Invece, gli ho detto cretino, e a letto. Comunque, è stato così che mio marito è diventato Babbo Natale. Adesso, col senno del poi, mi dico, magari è stato meglio così. Voglio dire, e se mio marito fosse diventato Gesù Bambino? Quando il giorno seguente si è svegliato aveva la pancia che era il doppio della sera precedente. Mio marito, non è stato mai un figurino – è troppo goloso per esserlo. Però adesso era proprio un trippone. Sembrava una mongolfiera – sembrava che la sera prima avesse inghiottito l’uovo gigantesco in un boccone senza masticarlo. Siamo subito usciti a far due passi, anche se erano soltanto le nove del mattino, faceva un freddo becco, e mio marito quasi non entrava

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più nel cappotto. Mentre passeggiamo per smaltire, e io gli davo del cretino, ho notato che sulla faccia gli era spuntata una barbaccia grigio-bianca. Il giorno prima mio marito aveva le guance lisce come un neonato. E adesso… Da dove gli veniva quella barbaccia nodosa, cespugliosa? Cosa stava capitando a mio marito?! Allora siamo subito rientrati in casa, ho preso un forbicione, e ho cominciato a tagliare. Dovevo usare tutte e due le mani: i peli sembravano fili metallici. Mio marito, colla sua barbona, se la rideva. Mi diceva di stare calma, che era solo qualche pelo. Che non stava succedendo niente di male. Che anzi lui si sentiva meglio. Il giorno successivo, però, mi sono resa conto che mio marito si era trasformato sul serio in Babbo Natale.

Non solo la barba, che gli arrivava fino al petto, e la trippona, che gli arrivava fino alle ginocchia, ma il giorno successivo anche i capelli erano diventati bianchissimi e arricciati: dopo trent’anni di matrimonio per la prima volta mi sembrava di aver sposato Tolstoj o magari… Dio. Ma non è la trasformazione fisica. Non sono le braccione che adesso mio marito si ritrovava. O le cosce monumentali. Non è quello. Mi ha spaventato, invece, quando siamo usciti di casa. È lì che ho capito di avere avuto al fianco Babbo Natale. Mio marito e io siamo entrati in un negozio di giocattoli e qui lui ha comprato praticamente tutto. Ha messo i giocattoli in un saccone che l’esterrefatto e contentissimo negoziante gli ha procurato, e , ci siamo arrovesciati per la strada, con mio marito a regalare doni a tutti – anche agl’altri Babbi Natale (erano cinque o sei) sparpagliati agl’angoli delle vie. Nei giorni successivi mio marito è peggiorato – se così si può dire. La sua generosità è arrivata a livelli vertiginosi. Così ha regalato le tre automobili, le cinque case di proprietà (anzi, per fortuna, solo quattro) e le quattro industrie, e la borsetta da urlo, e la cintura da febbre, capperi e scovolino, quello andava regalando proprio tutto a tutti, e io gli dicevo cretino, cretino, cretino! Ma lui, mica si preoccupava di quel che dicevo! No, macchè! Lui era Babbo Natale, e Babbo Natale regala, Babbo Natale dona, Babbo


Natale è generoso, Babbo Natale… manda sul lastrico i suoi famigliari e quelli che vivono con lui! Non sapete la fatica che ho fatto a non fargli regalare la sola casa che ci era rimasta, in gran parte svuotata dei mobili, che mio marito babbone aveva sregalato di qua e di là.

Ha pubblicato i romanzi La mania per l’alfabeto, Sironi Editore nel 2007 e dopo pochi mesi Il diario dei sogni, Edizioni Las Vegas e nel 2008 Domani avrò trent’anni, Eumeswil Edizioni. Attualmente si trova negli Stati Uniti dove collabora con un’università, traduce, viaggia. Il suo blog: http://lamaniaperlalfabeto.splinder.com.

Risparmio altri dettagli (in pratica per sei mesi appena aveva in mano una cosa mio marito correva a regalarla a qualcuno e aveva così tanto il vizio che arrivava a rubarmi le cose per regalarle agl’altri – anche perché sosteneva che di mio non avessi niente, e che le cose mie non fossero mie ma sue, e lui non rubava niente – e lo stesso ha sostenuto con i nostri due figli e… tre cugini e due amici), fatto sta che consultandomi con diversi maghi, un’indovina, e una veggente della Val d’Aosta che a tre anni aveva visto lo spirito di San Nicola apparirgli alla barriera dell’autostrada Torino Piacenza, ho provato con una soluzione piuttosto ovvia ma che in qualche modo ha funzionato. Sì, la soluzione era: così come un Uovo di Pasqua aveva fatto diventare mio marito Babbo Natale, un Panettone di Natale avrebbe fatto tornare mio marito mio marito. La Vigilia di Pasqua ho fatto preparare dalla pasticceria all’angolo un Panettone di Natale delle stesse dimensioni dell’Uovo di Pasqua e allo scoccare della mezzanotte ho costretto mio marito a mangiarlo fino all’ultima briciola. Quando ha finito, gli ho dato del cretino, e a letto. Il giorno successivo mi sono ritrovato davanti un gigantesco uccellaccio bianco che sbatteva le ali, si spiumacciava e mi mandava benedizioni. Era mio marito: che da Babbo Natale anzichè tornare come prima si era trasformato nella Colomba Pasquale. Col senno del poi, la cosa non mi è così dispiaciuta. Perlomeno da quando è successa questa nuova trasformazione mio marito non va più in giro a regalare agl’altri i suoi averi – e quelli di sua moglie, dei suoi figli, dei suoi cugini e degli

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amici. E poi ho fatto preparare una gabbia e ce l’ho ficcato dentro, e tenermi il marito in gabbia non mi dispiace, non mi dispiace per niente, e mi sa proprio che me lo terrò così. Anche col becco chiuso, magari. Per sempre.


fabiano alborghetti

asti venticin— —quegiu— —gno Per Carlotta, Michelangelo e Vanni reduci, goliardi.

Fabiano Alborghetti nasce a Milano nel 1970, vive a Paradiso (Lugano). Ha pubblicato Verso Buda (Faloppio, LietoColle, 2004) e L’opposta riva (ibid, 2006) e le plaquette d’arte Lugano paradiso (Osnago, Pulcinoelefante, 2008) e Ruota degli esposti (Mendrisio, edizioni fuoridalcoro, 2008). Ha curato i volumi Corale (Sasso Marconi, Le Voci Della Luna editore, 2007) e con Giampiero Neri Il Segreto delle fragole 2008 (Faloppio, LietoColle, 2008) Oltre ad essere stato tradotto per rivista in spagnolo, francese, tedesco, arabo ed inglese, suoi testi sono inseriti in una moltitudine di antologie. Scrive di critica letteraria per riviste e sul Web, è drammaturgo teatrale. è consulente editoriale per diverse case editrici, nel comitato di redazione della Edizioni Kolibris e direttore della collana Free Press per Le Voci della Luna Editore. Nel 2008 ha rappresentato l’Italia all’VIII settimana della lingua italiana nel mondo su invito dell’Istituto Italiano di Cultura e la Svizzera all’Internation Poetry Festival Other Words su invito del Consolato Generale di Svizzera, a San Francisco. Nel 2009 è confermata l’uscita del nuovo libro, Registro dei fragili per Casagrande Editore (Bellinzona)

Era stato fuori Asti raccontava un po’ ridendo che la macchina s’è fusa: giusto in mezzo alla campagna in quel niente verde e vuoto dove speri in un passaggio mentre gli altri sotto il sole a girare intorno al mezzo come se a guardare bene si capisse dove il danno, la ragione di quell’olio

sparso a terra in una pozza, mentre intorno niente accade tranne il sole del sudore che rimbalza sull’asfalto sulla cute appiccicosa che reclama ombra o altro. È per questo la trovata, è per questo che l’ombrello quello vecchio nel baule: tutti sotto il cono d’ombra giusto al lato della strada tutti sotto quell’ombrello speculando sui soccorsi poi sui costi d’affrontare. Tutti in piedi coi bagagli appoggiati dentro l’erba; e chissà che gran figura a vederci da lontano

come fossimo gli inglesi nelle stampe d’ottocento…

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sergio paoli

yesterday C

Sergio Paoli, viareggino, ha 44 anni e vive nella verde Brianza. Si è laureato in economia e non ha ancora capito perchè fa un lavoro serissimo a Milano, dove si intristisce ogni giorno di più. Ha il dubbio che sia necessario per avere uno stipendio. Ha pubblicato una raccolta di racconti, Rumori di fondo, edizioni MEF, novembre 2007. La seconda, Gradi di libertà obbligatoria è prevista in uscita intorno a dicembre 2008. Poi si è messo in testa di scrivere noir, e sta tormentando tutti gli editori che incontra per farsi pubblicare i suoi romanzi. Nel frattempo intervista tutti gli scrittori che gli passano davanti e pubblica i risultati sul suo blog: http://sergiopaoli.splinder.com/ Per ora nessuno lo ha mandato a quel paese e ha incrociato: Massimo Carlotto, Sandrone Dazieri, Giancarlo De Cataldo, Wu Ming 1, Licia Troisi, Loredana Lipperini, Gianrico Carofiglio, Wu Ming 4, Massimo Rainer, Giampaolo Simi, Lisa Marini, Luca Sofri, Vanni Santoni. Sta dialogando con Loriano Macchiavelli, Marco Vichi e Guglielmo Pispisa, e tra non molto ne vedremo l’esito.

on la solita sigaretta in bocca stavo guardando l’alba fuori dalla finestra. “Sai che c’è?” disse Valeria… seduta sul bordo del letto aveva indosso solo la mia camicia azzurra e nient’altro, le gambe nude accavallate. “Sei troppo..poliziotto, metodico, grigio, abitudinario, inflessibile, silenzioso, definitivo, rancoroso, cazzo, non parli neanche quando facciamo sesso... sei sempre serio... e poi... ’sta mania delle bolle di sapone!”... nel chiarore del primo mattino gli occhi le ridevano (scherzava?). Dio, avevamo fatto l’amore da poco, io non so come si sentì adamo nel vedere la prima donna, ma io, mi sarei inginocchiato davanti a quelle gambe perfette ed avrei ricominciato da capo. “Che c’entrano le bolle, adesso?” “Prendi mai iniziative tu? No, dici che tanto finirà tutto in una bolla di sapone, tieni tutto dentro, non parli con nessuno, sembra che tu abbia paura non dico del giudizio degli altri, ma anche soltanto di quello che forse eventualmente potrebbero dire di te e di quel che fai!” Mi stava rimproverando, ma in fondo, era esattamente quello che pensavo. Non credevo in nulla, meno che mai in me stesso e nella mia capacità di far qualcosa. Facevo delle foto, e facevano schifo, scrivevo una pagina, ed era illeggibile, facevo una indagine e si concludeva per compiuta giacenza… da bambino amavo fare le bolle di sapone, perché tanto duravano poco e nessuno poteva dirmi nulla, nessun giudizio, nessun commento… fanculo!... e stavo bene così... così mi avvicinai a lei per sfiorarle la pelle liscia… Magari stava scherzando, no? “Prendi questo nostro amore, per esempio…” disse ancora lei... E che c’entrava l’amore? No, forse non scherzava, ma sentii che era meglio darsi da fare prima che anche questa bolla scoppiasse, come tutte le bolle della mia vita che si erano disfatte in un rigagnolo appiccicoso... l’amore era una cosa troppo grande per me, non volevo pensarci, tanto sarebbe finito in fretta. Quando mai era durato? “Dovresti provarci... almeno una volta..dovresti uscire da stesso e

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provarci”... disse infine, mentre percorrevo il suo corpo con le mie mani e si abbandonava nuovamente a me... dovrei provarci si, ma non so come non so quando, maledizione! In seguito parlammo molto, quel pomeriggio…le cose alla fin fine, erano iniziate di nuovo bene e lei sorrideva spesso, e facemmo l’amore a lungo, più volte, rilassati e tranquilli. Poi il tempo, da grigio che era, diventò che si mise a piovere, e lei mi chiese: “Perché adesso non parli?” Non avevo nulla da dire, in effetti; poco prima l’avevo osservata nella penombra, quando si era brevemente assopita dopo l’amore, ed era splendida, quelle gambe infinite e quei capelli neri, lunghi… ”Perché non parli più adesso?” Ero immobile e silenzioso, vicino alla finestra, il mio posto preferito… non ho niente da dire, amica mia, fuori piove e sto pensando, ho un’immagine confusa nella mente e vorrei ricordare meglio. ”Non mi parli e non mi sorridi più come facevi ancora pochi giorni fa… non ti capisco, o forse sei tu che non capisci” Credo di non capirmi neanche io, sono qui e non capisco perché… mi sembra, all’improvviso, che tutto stia andando a puttane, in fondo, giù, in fondo a un pozzo nero, qui e nel mondo, e per il mondo non so ancora che fare, ma forse so cosa fare per me, le dissi alla fine, accendendomi una sigaretta, l’ennesima. Lei mi guardò senza capire, io proseguivo nei miei pensieri, e non ricordo se le parlavo o se era tutto dentro la mia testa. E poi voglio ricordare meglio quella vecchia immagine che ho in testa, di un lontano pomeriggio d’agosto… ero io, si ero io, e con me non c’eri tu. Lei stese una pista di coca sul tavolino di vetro e la aspirò dal naso, era lontana: “ne vuoi?” No, grazie… devo ricordarmi chi ero e chi mi vuole davvero bene, le dissi. Non disse più niente, era finita; le lasciai i soldi che le dovevo per quella ultima volta, con un piccolo extra e me ne andai, senza sbattere la porta. Lei non c’entrava e io dovevo tornare me stesso.


pierluigi lanfranchi

elegia per una donna che ha cambiato nome Niente è più quel che fu, madame Guizard, nemmeno il nome che portavi allora quando – mi pare in giugno – par hasard per primo ti rivolsi la parola. I volti sulle banconote, l’asse terrestre, il numero di casa, il clima, il presidente del Perù, le tasse: non è rimasto niente come prima.

Per non parlare – tanto non ne vale gran che la pena – del declino in atto nelle province e nella capitale del corpo: crolli, ponti e denti rotti, insurrezioni, eccetera. Per l’ultima volta ti vidi l’anno dell’eclissi totale. Il sole si dava all’occulto aspettando che il millennio finisse

e tu dicesti con l’erre uvulare Au revoir, però intendendo Addio. Mentre ti allontanavi nel brusio del traffico ebbi il tempo di guardare

nello specchietto il taglio del tuo naso, del ciglio, della fronte corrugata e scoprire all’istante come il fato di profilo somigli molto al caso.

Pierluigi Lanfranchi (Bergamo 1973) ha pubblicato la plaquette Canicula (Battello, Trieste 2007) e la raccolta Latitudini (O.M.P., Pavia 2008). Vive ad Amsterdam.

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emanuela corvatta

trenta minuti S

arà un giorno qualsiasi in una qualsiasi estate. Ho concluso la mia giornata e siedo, al fresco della sera. Che strana luce c’è, qui, al tramonto. Una di quelle che neanche vorresti vedere per quanto ti fanno male agli occhi, e nel cuore. Oramai mi capita di corre sempre più veloce, tra le giornate che nascono e quasi vanno ad uccidersi contro questo sole, maledetto. Il tramonto, così, sembra quasi un insulto per l’anima e mi viene voglia, lentamente, impercettibilmente, di fondere i respiri e levitare per restare lì, tra il cielo e la terra che, a quest’ora, nella penombra illuminata di ricordi, ha il sapore della nostalgia che lascia la pioggia. Vorrei immergere quel che resta della mia memoria data in affitto, lì, nella luce che riflette i miei anni, i silenzi, i ricordi, il tutto e, insieme, anche il niente che riusciamo ad essere, lì, fuori. La lascerei annegare, così che porti via anche me, insieme con le mie ombre. Bevo un sorso dal bicchiere che gronda di goccioline ghiacciate, e torno indietro con la mente. Ci sono notti, come questa che sta per bussare, silenziosa, in cui immagino di poter camminare in eterno. Andare, per il gusto doloroso del non ritorno, dell’abbandono. Magari solamente per capire che cosa resterà di me. O per sapere che niente forse rimarrà di me. Perché mi chiedo cosa sia rimasto di me, già adesso, che pur non cammino e niente altro faccio se non inventare un altro giorno da poter sfiancare fino alla morte, fino alla prossima notte. Mi domando cosa sarà di me, che vivo ai limiti della vita comune. Niente. Da anni, non sono io che parlo e mentre penso, è sempre qualcun altro, che grida, la voce più acuta della mia. Siamo tutti, qui, un volto e una voce non nostre. Di noi non è rimasto altro che una vita che s’atteggia, che lancia ombre su muri sconnessi, che finge sé stessa e mente ad ogni passo. E siamo tutti un pensiero, un correre della mente che sa di essere vero, reale, concreto proprio perché segreto e nascosto e slegato dal corpo come fa il fumo di una sigaretta ardente, che guadagna se stesso perdendo consistenza.

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Poi, però mi domando: E se camminassi davvero? Se prendessi la decisione e partissi? Che sia il coraggio che mi manca, è fuor di dubbio. Sono tra le persone più vigliacche che conosca. M’arrabatto a vivere di stenti. Eppure, dentro, non mi accontento del poco che ho e soffro con accanto il duol dell’invidia, nel vedere lontano, chi vive felice come io vorrei. Felice, che parola presuntuosamente vuota, mi appare ora, detta da qui. Felice di che, per chi, con chi? E per ogni frase, una domanda che faccia diversa ognuna delle sere che dovranno passare. Perché sento che un tempo più reale passa sotto le vite rilassate, e un fiume di desideri follemente proibiti naviga mentre le ore trascorrono la routine della piattezza quotidiana, e quel moto perpetuo della mente mi affascina. Quel cercare continuo mi attira. Anche se è altro da me. Così, in questi finali di giornata, guardo il perdersi delle colline, fuori, mentre dondolo piano, e mi perdo quietamente. Da un po’, mi sono messo a contare le foglie mentre trasmettono ombra al mio muro. E le conto, le riconto e controllo, di nuovo, per essere sicuro che siano del numero giusto. Lo faccio ogni sera, giusto al tramonto. Mi siedo, come ora, in terrazza, allungo le gambe contro la ringhiera coperta di rampicanti e conto. Sono piccole follie manie, direte voi, ma bisogna stare attenti alle foglie, rispondo io. Crescono, si moltiplicano e, mentre tu non osservi, sono arrivate ad inghiottirti il muro. E cosa ti rimane da guardare, se ti nascondono il muro? Ma io le tengo d’occhio e se m’accorgo che il numero aumenta, con attenzione taglio via qualcuna delle più giovani, le più verdi, quelle che sono ancora acerbe e richiuse su sé stesse. Ne scelgo una o due, non di più, e le taglio via, perché non crescano ancora. Le vecchie, no, lascio che muoiano da sole. E mentre scorre, assonnato, il tempo anche per loro, le osservo aggrinzirsi, perdere il verde smeraldo. Passare del giallo ocra al rosso vermiglio, al marrone terra bruciata e alla fine le accompagno con lo sguardo mentre lente scivolano


Marchigiana nel sangue, vivo tra le colline e se mi allontano è solo per tornare. Per molti anni sono stata alla finestra, aspettando la giusta luce per poter scendere in strada e andare. E ora che lo sto facendo, mi sento finalmente in pace.

lungo l’aria della sera fino a terra. E, lungo il selciato battuto a cadenze regolari da passi monotoni, le spio mentre il vento se le porta. Credo che se avessi davvero coraggio, me ne andrei, farei come una delle mie foglie verdi. Mi lascerei tagliare via, senza illusioni e senza alcun rimpianto. Passeggerei fino al limitare della città, una notte, con le luci che ondeggiano di fronte a me. E le case, i tetti, le vie che nitide mi lascio alle spalle. La vita, che tanto invidio la spierei d’accanto, mentre passa e traspare al bagliore di finestre illuminate. E intanto io andrei. Così lungo le strade senza chiedere a nessuno, senza neanche sapere che direzione sia la mia. Solo per andare, per il puro semplice piacere che ha chi sa e può conquistare il proprio camminare. Dà una forza enorme sapere di poter raggiungere l’oceano, le montagne, i laghi, semplicemente mettendo della distanza tra un piede e l’altro, allungando il passo e regolando il respiro. Non si paga. Non si compra. A nessuno, credo, dovrebbe essere negato. Mi torna spesso in mente questo desiderio. E adesso che sono qui, disteso al sole che sparisce lento, avverto la notte che sale alle spalle e con lei il ricordo dei miei passi che vanno, ancora. Lo scricchiolio della suola calda e tesa contro l’asfalto consumato. Il tacco che batte senza timore. Il fruscio che fanno i jeans lungo la gamba tesa. Le braccia che tagliano in due l’aria e trascinano con loro un fresco sibilo sommesso. Le ginocchia che si piegano, ritmate, le spalle che ballano. E io che mi muovo, il mio corpo che si agita, vivo. Le foglie stasera hanno un colore quasi irreale. Sarà la luce, questa maledetta luce che filtra a malapena. Se appena apro gli occhi, il verde il rosso il giallo, ecco che nella luminosa viscosità del tramonto scompare ogni contorno e tutto si confonde. Allarmato, mi copro le palpebre con la mano, concentro lo sguardo, per rimandare indietro il buio accecante che c’è qui e mi dispero cercando di trattenere ogni cristallo di sole e di foglie e di vento e di cielo. Lo afferro, ogni millesimo frammento, fino a strapparlo via con le unghie, perché non sparisca ancora. Ma la sedia cede sotto il mio peso e rimango in bilico, pronto a precipitare. Cerco di mantenere l’equilibrio, aggrappato al filo sottile che gli occhi ancora mi rimandano, ma cedo, stanco e impotente,

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e mi spio mentre rotolo a terra. Sembra essere tornata di nuovo la fioca luce del neon, che tiene i ritmi degli orari interni e scandisce, presuntuosa, anche quelli dei nostri mondi silenti. Si rincorre il rintocco dell’ora. E allo scandire dell’ultimo battito, si aprono all’unisono e col ferroso cigolio le porte, impietose. Sono in piedi, le spalle al corridoio numero 13. Cella 302, corridoio 13, braccio 76, ala SUD. Dalle celle sono solo cento venti passi, né uno di più, né uno di meno. Ne sarebbero di meno se la falcata fosse più ampia, qualcuno in più se i miei passi si chiudessero più brevi. Ma io ho calcolato la giusta andatura, e la giusta misura: e sono 120. 120 passi che portano fino allo spazio per l’ora d’aria. La chiamano ora, ma non è così, perché ho contato anche quella. Ci muoviamo cadenzati, l’uno dietro all’altro. Invece di un’ora, saranno solo trenta i minuti, da passare al sole malato, sotto il cielo che stinge le nostre ore murate di un blu tenue, fasullo. Traballiamo al suono dei nostri stessi passi e ciascuno a misurare lo spazio di un braccio che ci separa, scendiamo lungo il muro, buio. Sono stati sempre trenta minuti, ho contato bene, io. Gli stessi minuti per ogni giorno da quasi diciotto anni. E saranno ancora trenta minuti, per altri due anni, li conterò ancora e non saranno mai un’ora. Trenta minuti e poi, di nuovo, il buio. Non un’ora, trenta, solamente, ma io finalmente cammino.


matteo fantuzzi Il sapore che ha di te la vita, che rimane tra le dita quando sono solo tra le case e fuori un freddo che non ci si crede che distrugge tutto, come ghiaccio lungo le colonne, tra le viti e infine a terra, che separa i margini e i confini.

Matteo Fantuzzi (1979) è nato e risiede a Castel San Pietro Terme in provincia di Bologna. Ha pubblicato Kobarid (Raffaelli, 20082 - Premio Camaiore Opera prima, Premio Penne Opera prima). Redattore delle riviste Atelier e ALI, collabora con la rivista Le Voci della Luna e con l’Annuario di Poesia edito da Gaffi. Suoi testi sono apparsi su molte riviste tra cui Nuovi Argomenti, Yale Italian Poetry, Specchio, Gradiva e Atelier e in una quindicina di Nazioni tra l’Europa, le Americhe e l’Asia. Ha creato il sito UniversoPoesia e curato La linea del Sillaro (Campanotto, 2006) sulla Poesia dell’Emilia-Romagna. Ogni lunedì tiene sul quotidiano La voce di Romagna una rubrica dedicata alla Poesia Italiana Contemporanea.

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Denise Abate, 21 anni frequenta l’Accademia di Brera

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LOOPANARE 2.0 POSTRIBOLO DI IDEE www.facebook.com/loopanare in redazione Simone Tempia Direttore Editoriale Eleonora Cacciola Caporedattrice - Vice Direttore Editoriale Alfonso Maria Petrosino Redazione - Responsabile Poesia Simone Marini Redazione - Responsabile Prosa Carlotta De Melas Ufficio Stampa Giovanni Pallotta Grafica ed impaginazione

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