Issuu on Google+

Visita il nostro sito e consulta contenuti extra www.zetezine.it

psicologia e psicopedagogia

i nu per ovi co zetesisrsi

"il meglio di loro" reg. n. 760/2010 del 07/05/2010

€ 3,00

ANNO I - NUMERO 4  •  OTTOBRE 2011

Il Cinema Spazio dell’immaginario

Il tempo della storia aiutiamo i nostri figli a ritrovare un retaggio

La generazione NEET Fannulloni o sfiduciati?


E


Editoriale F di Gino Aldi

inite le vacanze si torna al duro lavoro. Con qualche preoccupazione in più perché la situazione economica sembra gravare sulle famiglie come una nube densa e per nulla rassicurante. Chiunque abbia a cuore il futuro delle nuove generazioni ha poco da stare allegro di questi tempi. Ai giovani viene prospettato un orizzonte sempre meno ricco di spiragli. E’ molto probabile che i bambini ed i giovani del presente godranno di meno benessere di quello cha hanno avuto garantito nella propria infanzia e di quello goduto dai propri genitori. Questa situazione smentisce l’idea di progresso che in maniera onnipotente ha alimentato i sogni e le speranze di intere generazioni. La ragione che doveva illuminare le coscienze, affrancare dal dolore e dalla sofferenza, rimuovere ogni fonte di disagio grazie al progresso scientifico e tecnologico, getta la maschera e mostra il suo volto impotente. Nella ricca e opulenta società del benessere si fa strada sempre più un malessere diffuso ma nascosto. Scorre silenzioso nascondendosi dietro i riti di consumo, di divertimenti effimeri, della conquista di spazi di potere e visibilità, ma non manca di fare capolino nelle mura domestiche, nell’animo dei singoli individui e, non ultimo, nella vita dei nostri bambini, sempre più precocemente colpiti da qualche forma di disagio. Si manifesta sotto forma di inquietudine di vivere, difficoltà a convivere e stare insieme, a sopportare le avversità. La crisi economica attuale potrebbe essere una delle tante che ciclicamente interessano il capitalismo globalizzato oppure potrebbe essere l’inizio di una più profonda e radicale metamorfosi che mette a rischio il possibile sviluppo della civiltà per come l’abbiamo percepita fino ad ora. Non sto pensando alla fine del mondo, sebbene il calendario Maya la collochi effettivamente nel 2012. Sto semplicemente riflettendo sul fatto che tutte le grandi civiltà, nonostante lo splendore raggiunto o forse proprio in virtù di esso, hanno attraversato crisi profonde e radicali. E’ capitato alla civiltà greca e a quella romana, può capitare anche alla nostra. Cosa vuol dire crisi di una civiltà? Vuol dire che non sono più in discussione alcune caratteristiche del suo modo di funzionare o di essere ma che le stesse fondamenta sulle quali essa si erge si rivelano deboli ed inadatte ad affrontare il presente ed il futuro. La civiltà della ragion pura che ha costruito i suoi valori sul desiderio di governare il mondo attraverso la scienza

e la tecnica sta mostrando le sue crepe. Il progresso scientifico ha avuto un impatto benefico sulla salute e sul benessere fisico; il progresso tecnologico ci ha donato ogni sorta di bene rendendo la vita comoda e piegando la natura ai nostri voleri. Non è aumentata però la felicità della persona umana. Non sono in grado di fare un raffronto tra la felicità percepita nei secoli scorsi e quella odierna; ma questo raffronto è possibile se scorriamo il trentennio che ci ha visto crescere ed invecchiare. Non so quanti di noi, che questo periodo lo hanno vissuto, sarebbero disposti a pensare che si vive meglio oggi che ieri. Perché il presente è gravoso rispetto al passato, nonostante l’incremento di ricchezza e di beni che ha interessato tutto il mondo occidentale? Probabilmente perché la rincorsa ai beni produce un certo tipo di ricchezza ma anche un certo tipo di povertà. Dona da un lato e toglie dall’altro. Così come ci si abitua a ritenere assolutamente necessario un telefonino, si dà per scontato che non è importante giocare per strada intrattenersi con il vicino o costruire riti sociali. Si conquistano spazi e ricchezze a scapito di altri spazi ed altre ricchezze. Una passeggiata nella natura, con i suoi odori, i suoi colori, la possibilità di muoversi, correre, rotolarsi, saltellare, sono spazi tolti ai bambini di città. Una navigazione su un social network è uno spazio che manco si poteva immaginare fino a venti anni fa. Allora la gente era ‘costretta’ a conoscersi di persona, guardarsi, scrutarsi, confrontarsi. Uno spazio virtuale soppianta uno spazio di incontro reale. Questi mutamenti sono profondi. Modificano il nostro modo di essere anche se non ce ne accorgiamo. Lo modificano in meglio ma anche in peggio. Non penso sia utile rispolverare la mentalità che dice “ai tempi miei!!”. Ogni epoca ha la sua storia e noi dobbiamo cavalcare il presente cercando di prendere in mano le redini del nostro tempo ma pensando al futuro. Parleremo di spazi reali e virtuali per costruire un presente possibile ed un futuro ottimale per i nostri ragazzi, cercando di diventare consapevoli che ciascun dono può essere fonte di benessere quanto di malessere e che ciò che già possediamo non è da meno di ciò che desideriamo possedere.


Sommario IL MEGLIO DI LORO - ANNO I - NUMERO 4

3

Editoriale

SPECIALE La generazione NEET

6

Elogio della strada

8

L’Influenza di Internet

10 FAMIGLIA

Usi e abusi della tecnologia informatica

14

Il gioco di strada

15 ESPERIENZE

17

Il villaggio della gioia

SCUOLA Spazi perduti: il tempo della storia

20

Spazi dell’immaginario: il cinema

22 PERCORSI

Les Choristes, un film di formazione

24

IL MEGLIO DI LORO Aiutare ad apprendere

26

Educare alla verità

28

Giochi per rilassare/Giochi dimenticati

30

RUBRICHE Libri/Poesie/Creatività/Posta

32

6 17 20 Magazine del Gruppo ‘Zetesis Psiche’ Direttore Responsabile Gino Aldi

Grafica gianlucariccio.it

Comitato di Redazione: dott.Maria Russiello dott.Valentina di Nuzzo dott. Pasquale Borriello Iolanda Falanga

“il meglio di loro” reg. n.760/2010

del

07/05/2010

REFERENTE EDITORIALE E PUBBLICITA’: Zetesis Cooperativa sociale a.r.l. Via Piave, 7 81100 Caserta Telefono : 0823452842 Fax : 0823452049 Email : info@zetesispsiche.it


o

5


SPECIALE

La generazione

NEET

di Guglielmo D’Allocco

Psicologo dei processi cognitivi e del recupero funzionale.

Da più parti gli esperti lanciano l’allarme: anche in Italia è nata la generazione NEET (Not in Education, Employed and Training), un modo inglese per dire “nullafacenti”. Il termine venne coniato appunto dagli inglesi per identificare una generazione di ragazzi, compresa tra i 16 ed i 24 anni, che non lavorava, non studiava e non manifestava nessuna intenzione di entrare nei circuiti produttivi. Fenomeno di portata europea, la generazione NEET fa capolino anche in Italia, più per il fatto che si inizi a parlare di essa che per il fatto che essa non fosse già in crescita. I dati ci dicono che nel 2010 abbiamo avuto un’impennata del 6,8 per cento arrivando ad interessare una percentuale del 22,1 per cento degli italiani: 2 milioni di ragazzi. Colpa della disoccupazione potreste dire a voi stessi! Nulla di più sbagliato! La generazione NEET è diversa dalla generazione dei disoccupati sebbene ne faccia parte. Tanto è vero che se si somma il tasso di disoccupazio-

Ce ne è abbastanza da rabbrividire e da considerare questo fenomeno una vera emergenza sociale.

6

ne nella fascia di età compresa tra i 15 ed i 29 anni si arriva a punte del 65%. I NEET non sono solo disoccupati ma si caratterizzano per il fatto che non cercano occupazione. Sono un dato antropologico più che un dato economico e sociale. Sono un modo di essere e di vivere. Non studiano, non lavorano, non guardano la tv, non sanno far nulla, non amano nemmeno impegnarsi in uno sport o in una qualsiasi attività. Passano il tempo dormendo, mangiando, curando il corpo e bighellonando. Prigionieri di un eterno presente. Anche il contatto con i

social network ed internet è ridotto rispetto a quello impiegato dai loro coetanei. Per non parlare di altri consumi di carattere culturale come cinema, mostre, lettura di quotidiani che non entra per niente nei loro orizzonti. Però riescono a superare i loro coetanei nel consumo di alcool, perché il divertimento più condiviso è stare insieme al bar. Ce ne è abbastanza da rabbrividire e da considerare questo fenomeno una vera emergenza sociale. I NEET infatti non nascono dal nulla, non spuntano improvvisamente come funghi. Trovano terreno di incubazione nelle storture delle nostre famiglie, delle nostre scuole e della società. Ad essi non è stato trasmesso l’amore per la cultura ed il senso dell’impegno. Sono cresciuti nell’illusione che tutto debba essere facile, tra genitori che li hanno lasciati a sé stessi, scuole lassiste che non osano più pretendere rigore o peggio ancora scuole private in cui si compra il diploma. Hanno subito anni ed anni di pressione mediatica che li ha illusi che effettivamente il successo si raggiunge con facili-


tà, magari entrando nella compagine del “Grande fratello” o di “Amici”, oppure diventando velina, oppure in politica per trovare la giusta raccomandazione per sistemarsi in un luogo in cui non si fa nulla per il resto della vita. Questi messaggi si rivelano ben presto illusori e falsi poiché a fronte dei pochi che riescono a trovare scorciatoie per sistemarsi c’è una moltitudine chiamata a vivere il peso della propria vita. E qui casca l’asino! I NEET, ancor più dei loro coetanei, non sanno progettare il proprio futuro. Non l’hanno mai fatto! Non hanno mai considerato di doverlo fare! Quale riflessione induce questo fenomeno? Anzitutto che il NEET nasce precocemente, tra le mura domestiche e nei banchi delle scuole elementari, in contesti educativi incapaci di chiedere rigore ed impegni e che sono essi stessi modelli di disimpegno e superficialità. Dovremmo quindi interrogarci con più forza e più costanza sui modelli educativi che proponiamo ai nostri figli, dovremmo pensare per essi spazi di crescita umana e personale più adeguati. Per dare

loro futuro e speranza. Nei prossimi numeri approfondiremo le radici di questo fenomeno e le possibilità di intervento. Sperando di trovare il conforto e la solidarietà di cui questi giovani hanno bisogno.

7


SPECIALE

elogio

della

Strada di Pasquale Borriello

Psicologo, specializzato in Psicoterapia presso la SIPI (SocietĂ  Italiana di Psicoterapia Integrata)

Le profonde trasformazioni che le cittĂ  stanno vivendo hanno ridotto gli spazi vitali dei bambini. 8


C’era un tempo in cui essi potevano godere di un luogo magico e singolare: la strada. La strada era fatta di poche cose: asfalto, auto parcheggiate, un paio di pietre da cui ricavare i ‘pali’ delle porte, qualche cancello bersagliato dalle pallonate del mitico ‘Super Santos’, un pallone indimenticabile nel suo rapporto costo/beneficio. Già allora c’era il solito vicino brontolone, quello che non sopportava le grida dei ragazzi e si affacciava, chiassoso più di loro, per portare il silenzio in un regno che considerava proprio. Per i più fortunati c’era il mitico ‘campetto’, un fazzoletto di erba ricavato da un’arbitraria delimitazione geometrica che aveva la caratteristica di essere niente meno che ricco di erba, una materia che di lì a poco sarebbe diventata preziosa. Il ‘campetto’ era un luogo unico, sulla quale ogni piccola banda di quartiere imprimeva un diritto di proprietà. Questa operazione permetteva di invitare gli ‘altri’, gli stranieri, quelli della strada accanto, per disputare tornei di caratura ‘internazionale’. Tali esili spazi, oltre che resistere all’avanzare del cemento, davano luogo a contese di difficile soluzione per le quali si giungeva ben presto alle maniere forti. Altre

volte compariva all’’improvviso il più temuto degli invasori, il proprietario del terreno, e si assisteva allora ad un fuggi fuggi generale. In un modo e nell’altro la strada diventava un luogo di esperienza, densa, ricordi, passioni, azioni, delusioni. Per strada si cresceva. Accadevano tante cose rigorosamente nascoste ai genitori. Altre giungevano alle loro orecchie sotto forma di misfatti sui quali cadeva la scura della punizione. Tante cose accadevano per strada e ciascuna di esse era un mattone di esperienza prezioso per la crescita. Cresceva il corpo, sempre in movimento, sempre alla ricerca di nuove armonie, impegnato nella fuga, nella foga del gioco, nella rissa, nell’arrampicarsi alla ricerca di un oggetto perduto, nella pedalata veloce perché si tornava tardi a casa e chissà quante ne avrebbe dette la mamma. Cresceva la socialità impegnata a dirimere continui dissidi tra amicizie che si componevano ed altre che disfacevano, tra litigi e trattati di pace, tra delusioni e speranza, amori ed odi, frustrazioni e grandi gratificazioni. Cresceva la vita emotiva tra pianti e risate, paure e gesti coraggiosi, tristezze e gioie, vittorie e sconfitte, grandi e

piccoli dolori. Cresceva l’intelligenza sempre impegnata a risolvere questioni, a cavarsela in qualche modo, emergere integri dalle mille questioni che quotidianamente comparivano all’orizzonte: evitare pericoli, conquistare i propri spazi, nascondere le marachelle ai genitori, ricostruire un’amicizia perduta o chiederne una troppo invadente. La strada era uno spazio di vita. La sua progressiva scomparsa, sostituita dalla tirannia degli spazi virtuali (internet, videogiochi, tv), ha portato via occasioni di crescita e di esperienza. I nostri bambini ipernutriti (perché si muovono poco), mentalmente apatici (perché poveri di stimoli), goffi (sempre per mancato sviluppo della motricità) e chiusi nel proprio egocentrismo (perché non fanno sufficienti esperienze di socialità) non avrebbero che da guadagnare da simili spazi di esperienza.

.


SPECIALE

L’ influenza di

internet di Maria Russiello

Psicologa, Psicoterapeuta. Si occupa del coordinamento delle scuole dell’infanzia e del Centro età evolutivo di Zetesis . Ha lavorato presso comunità minorili di area penale. Si è specializzata presso la SIPI (Società Italiana Psicoterapia Integrata). Svolge attività di formazione per genitori e docenti.

Internet è l’ultimo medium comparso all’orizzonte. Il suo valore trasformativo è sotto gli occhi di tutti. Ci sono alcuni autori che hanno avverse fortune. Certi periodi diventano delle star, coccolati dai media, dai lettori, invitati a conferenze, amati, venerati. In altri momenti storici gli stessi vedono calare vertiginosamente le loro quotazioni, i loro libri iniziano a prendere polvere, le loro ricette accantonate, e nessuno sembra ricordarsi più di loro. E’ la moda! Colpisce anche la cultura, che risponde spesso alle ondate emotive del momento ed è quindi plasmata dalle inquietudini o dalle speranze di un’epoca. E’ accaduto a Marshall McLuhan, un autore che negli anni sessanta ebbe un

10

successo strepitoso con un suo interessante volume: ‘Gli strumenti del comunicare’. Cosa diceva McLuahn in questo volume? Semplicemente che i media ‘elettrici’ del XX secolo- telefono, radio, cinema, televisione-stavano ponendo fine all’influenza dei testi sul nostro pensiero e sui nostri sensi. Il nostro Sé isolato, composto attraverso la narrazione e costruito attraverso la fruizione di testi, stava lasciando terreno ad un sapere globalizzato, collettivo, tale da rendere sempre più precaria la mente lineare, quella che si confronta con la complessità dei messaggi. La frase più celebre di

Marshall McLuhan è ‘il medium è il messaggio’, una frase che pone l’accento sul fatto che il vero valore trasformativo di un mezzo di comunicazione non consiste in ciò che esso veicola quanto a contenuti quanto il fatto che esso induce trasformazioni significative dal punto di vista dei costumi sociali e dei modi di essere. Il mezzo (medium) si impadronisce delle nostre coscienze e induce comportamenti nuovi, alcuni costruttivi altri deleteri per il nostro benessere. Internet è l’ultimo medium comparso all’orizzonte. Il suo valore trasformativo è sotto gli occhi di tutti. Esso è penetrato


in tutti i rivoli del vivere sociale tanto da rendere impensabile un mondo senza questo potente strumento. Grazie ad esso si accede ad ogni tipo di informazione in tempi rapidi ed immediati. Grazie ad esso è possibile comunicare in ogni parte del mondo in meno di un secondo. Sempre grazie ad Internet è possibile mantenere un rapporto costante con fonti di notizie ed informazioni, come dimostra la generazione ‘sempre connessa’ grazie a strumenti come gli smartphone costantemente collegati alla mail, ai social network, al mondo. Tutti medium suscitano ampio dibattito circa il loro effetto benefico o malefico in termini di benessere. In linea con il pensiero di McLuhan ci inscriviamo al gruppo dei perplessi, di quelli che pur riconoscendo l’utilità del mezzo non disdegnano di intravederne i pericoli, specie per i più giovani. Un rischio

costante di questi mezzi è per esempio il fatto che essi alterano le reazioni sensoriali, i modi di percezione ed il modo stesso con cui elaboriamo gli stimoli. Ci illudiamo di poter controllare il mezzo attraverso la nostra buona volontà ma non ci accorgiamo che progressivamente è il mezzo a dettare il passo e a controllare il nostro modo di vivere. Il medium ci cambia. Ad esempio Internet rende il pensiero frammentato. Attraverso esso ci illudiamo di costruire conoscenze ma in realtà stiamo assorbendo frammenti di sapere. Però quei frammenti vengono fruiti come pillole di certezza. In questo modo le persone, ed accade sempre più spesso, invece di andare dal medico vanno a cercare risposte sulle loro malattie nella rete. Il problema è che nella rete non vi è la complessità ed il rigore con cui il medico coscienzioso fornisce informazioni ma solo un elenco di dati alla rinfusa. Cosa

ben diversa dalla profondità di pensiero con cui una malattia deve essere approcciata. Questo approccio in superficie è il luogo virtuale dei nostri tempi. In essi si consuma con rapidità informazione, notizie, desideri, speranze, sogni. Un luogo in cui tutto è veloce e che spinge ad una modalità di pensiero sempre più contratta. Quanto spazio rimane per la costruzione di un ragionamento o di un pensiero complesso, quale dovrebbe essere quello di una mente adulta e matura? Forse molto poco!

11


Millestorie vuole favorire

relazioni umane sane attraverso l’uso dei linguaggi espressivi. La pittura, il teatro, la manipolazione dei materiali, la musica, sono utilizzate da personale esperto (psicologi, educatori, psicoterapeuti) come strumenti per valorizzare l’individuo e le sue potenzialità.

Le Attività CREATIVITA’ Le nostre attività ricreative divertono e stimolano la crescita. Gli iscritti potranno ricevere in prestito LIBRI per bambini ed adulti,e partecipare alle CONFERENZE CON L’ESPERTO che affrontano temi culturali , l’educazione, la crescita umana, lo stare insieme sano.

Seguendo metodologie specialistiche vogliamo offrire alla città la possibilità di apprendere competenze , stare insieme , ed esprimersi in un modo sano e divertente centrato sul valore della crescita interiore e dell’intelligenza.

EDUCAZIONE Sono previsti percorsi specialistici nel corso dei quali esperti di settore utilizzano le tecniche di arte terapia per promuovere la creatività delle persone. Le tecniche usate saranno le seguenti: laboratori di materiali, narrazione di sé , musicoterapia, teatro, pittura, gioco relazionale.

CULTURA “Millestorie” per crescere si propone come luogo di aggregazione per il territorio offrendo spazio a chiunque voglia far crescere la comunità mediante Mostre, workshop, laboratori itineranti, presentazioni di libri, eventi folkloristici


i Destinatari

I costi dei percorsi si differenziano a seconda della tipologia, dei destinatari e delle professionalità impiegate. I percorsi inizieranno con un numero di almeno sei partecipanti

Prossimi Appuntamenti

A partire dal mese di OTTOBRE 2011 sono in calendario: Favole da toccare

Il teatro delle emozioni

Attività per bambini dai 3 ai 5 anni. I bambini saranno educati all’ascolto attivo delle favole, alla loro comprensione, impareranno a raccontare e a raccontarsi ed esprimeranno il loro mondo fantastico anche attraverso l’uso di materiali semplici quali (legumi, carta, farina). Conduttori: Angela Sarnataro, Counsellor socioeducativo; Valentina Velleca, attrice.

Attività finalizzate a stimolare la consapevolezza del proprio e dell’altrui mondo emotivo, favorire la crescita personale, promuovere e diffondere la cultura del teatro sul territorio: • Gruppo di teatro educativo per bambini dai 6 ai 10 anni, Conduttori: Valentina Velleca, attrice, Angela Sarnataro, Counsellor socio-educativo. • Consapevolezza corporea e crescita personale, Conduttore: Dott. Gino Aldi, Psicoterapeuta. • Gruppo di teatro per adulti “il Grillo Parlante” conduttore: Valentina Velleca, attrice.

Emozionarte Il Percorso, rivolto ad adulti, propone esercizi pittorici per conoscere meglio se stessi, riflettendo insieme ad un esperto sui colori utilizzati, le linee dipinte, sensazioni ed emozioni provate. Conduttore Dott. Pasquale Borriello, psicologo esperto in linguaggi espressivi.

Formazione Crescere con le favole - Corso di formazione Rivolto a: educatori, psicologi, operatori del settore socio educativo. Argomento: l’utilizzo delle favole nell’educazione e per la crescita sana del bambino. • Conduttore: Dott. Gino Aldi, Psicoterapeuta.

Millestorie OFFICINA DELLE EMOZIONI

Sede : via Marchesiello 125, parco Urbano , Caserta Per informazioni : tel 333 6664686 Mail : info@zetesispsiche.it www.zetesispsiche.it siamo su facebook:

Millestorie Officinadelleemozioni


FAMIGLIA

Usi e abusi della

tecnologia informatica di Valentina Di Nuzzo

Psicologa, specializzanda in psicoterapia. Si occupa di disturbi dell’apprendimento e di genitorialità.

Che poi la soluzione di un problema finisca per creare nuovi disagi è una circostanza con cui dobbiamo imparare a convivere. Ad esempio la tranquilla conquista delle distanze, grazie all’uso ed abuso dei mezzi di locomozione, ha gravi conseguenze sulla vivibilità delle città, sulla salubrità degli ambienti (a causa dell’inquinamento) e sulla stessa ragione per cui tali mezzi furono inventati; è noto infatti che nelle nostre città il tempo per raggiungere una meta si è talmente dilatato da vanificare il principale vantaggio per cui ci si rivolgeva a tali strumenti: la velocità. Non sono questi i soli svantaggi. La perdita di motricità dell’uomo civilizzato è tra le principali cause dell’obesità e del correlato di malattie ad essa associate. Mangiamo il doppio e ci muoviamo un terzo di quanto facevano i nostri nonni.

14

La tecnica è per definizione strumentale, serve cioè a risolvere problemi.

La tecnica, insomma, fa bene ma fa anche male perché trasforma il nostro modo di essere, portando benefici ma anche malefici e disgrazie. Gli spazi di vita hanno subito un radicale cambiamento con l’introduzione delle reti informatiche. Internet è una realtà con la quale ogni famiglia deve fare i conti. La portata trasformativa di questo strumento è ancora tutta da studiare: di sicuro stanno cambiando costumi, abitudini, modi di essere e di vivere. Non sempre in meglio! Come devono regolarsi le famiglie per consentire un buon approccio a tale mezzo della modernità? Immaginate Internet come una grande città. In una città ci sono tante cose da vedere ma anche tanti luoghi bui e pericolosi. Ci sono centri di cultura e quartieri malfamati. Ci sono poi modalità consentite per visitare la città e modalità non opportune o francamente negative. Infine vi sono orari in cui si può scorrazzare ed orari che vanno dedicati allo studio e al sonno. Con questa chiarezza iniziamo a tracciare dei principi utili per educare i nostri figli, un buon approccio alla rete. Anzitutto il genitore deve farsi un’idea della città in modo da capire dove occorre vigilare e dove si può lasciar andare liberamente i ragazzi. Non occorre essere esperti di computer, lo sono già i ragazzi. Basta mettersi al loro fianco e passeggiare insieme. I brutti incontri su Internet sono di vario tipo: pedofili, siti che incitano all’odio e alla violenza, siti pornografici. Esistono programmi che possono vigilare al vostro posto. Si chiamano parental

control e creano delle liste di programmi ‘a rischio’ che provvedono a bloccare automaticamente. Vanno assolutamente installati. Un altro rischio è il peer to peer, espressione con cui si indica lo scambio di file alla pari. Programmi come ‘Emule’ o ‘B-torrent’ permettono di accedere gratuitamente a programmi, canzoni, film. Il tutto finisce per violare le regole del copyright e può esporre a problemi di natura penale. Inoltre dietro il titolo di programmi e canzoni si celano spesso materiale pornografico o di dubbio gusto. Bisogna allora consentire l’uso del mezzo a patto che il genitore possa vigilare. Il controllo deve essere contrattato con chiarezza, senza ridursi a ‘spiare’ il proprio figlio di nascosto. Si deve spiegare che, come non lo mandate da solo per strada perché è ancora piccolo, così non potete lasciarlo solo in una giungla così grande qual è Internet. Vanno poi contrattati i tempi di navigazione. Un uso quotidiano che supera un’ora può dar luogo a fenomeni di dipendenza oltre che incidere sulla concentrazione allo studio. Il principale rischio di Internet è che sostituisca spazi di esperienza reali, come lo scambio tra amici, il gioco di strada, lo sport, il movimento. Se osservate un graduale ritiro da queste attività ponete rimedio. Meglio un figlio arrabbiato oggi che un ragazzo incapace di vivere la propria vita domani.


il giocodi Strada di Maria Gatto Educatrice de “La Ghianda”. Si occupa di bambini e di didattica della primissima infanzia.

Uno spazio senza la presenza ingombrante degli adulti: questo è la strada.

I genitori attuali hanno vissuto in un’epoca in cui andare in bicicletta era una conquista che compariva tra i cinque ed i sette anni, uscire da soli, magari per svolgere qualche piccolo servizio accadeva più o meno nello stesso periodo e molto tempo di vita veniva svolto senza la presenza di adulti. Le trasformazioni dell’ultimo trentennio hanno radicalmente cambiato il modo di trascorrere il tempo dell’infanzia. I nostri ragazzi passano molto più tempo nelle mura di casa e iniziano a fare qualche esperienza di vita senza i genitori quasi sempre alle soglie della prima media, quando i genitori iniziano lentamente e con fatica a lasciare la presa. Le ragioni sono le più disparate ma la principale di essa è la convinzione radicata in molti adulti che la strada sia un luogo pericoloso. In realtà nella strada il bambino incontra gli stessi pericoli di trenta anni fa. Non è vero che vi siano più pedofili di allora: l’ottanta per cento dei casi di pedofilia avviene in casa, nel vicinato o in luoghi in cui si dovrebbe essere assolutamente sicuri. Non è vero che ci sono più rischi per via del traffico: più automobili significa anche uno scorrimento più lento delle medesime, che sicuramente possono far male ma allo stesso modo che in passato. Non è vero c’è più violenza per strada: c’è più violenza in televisione ma proprio per questo c’è un livello di vigilanza che protegge l’infanzia da fenomeni di bullismo, prepotenza, sopraffazione, che in passato non esisteva. Quanti di noi hanno assistito, subito o agito azioni di prepotenza senza che i genitori ne abbiano mai saputo nulla. Quel che è veramente cambiato in questo trentennio è la predisposi-

zione dei genitori a tenere dentro di sé l’ansia di far fare esperienze ai figli. Una frenesia di controllo si è impadronita degli adulti rendendoli poco disponibili a lasciare che i ragazzi abbiano i loro spazi di esperienza. E’ per questo che li si preferisce a casa, sotto l’occhio vigile di qualcuno di noi, pronti ad intervenire, risolvere, curare. Un’ansia comprensibile ma che finisce di privare i ragazzi della possibilità di fare esperienze proprie, di cavarsela da soli. La cosa ha notevoli conseguenze sulla maturazione globale del bambino. Non è raro trovare “bamboccioni” di scuola media che ancora non si legano le scarpe da soli, che non sono in grado di svolgere una minima mansione, che si paralizzano alla prima difficoltà che devono affrontare da soli. Ci si affanna a pensare su come far maturare i giovani dimenticando che una palestra fondamentale della intelligenza e del carattere è sempre strada, un luogo di esperienze positive e negative ma capaci di incidere sulla crescita. Certo si potrebbe pensare alla strada preservando anche le legittime aspirazioni dei genitori, che vogliono sentirsi sicuri del luogo in cui si recano i figli. Si potrebbe pensare a spazi curati e custoditi, con l’occhio discreto di qualche adulto che da lontano controlla e tranquillizza. Si possono considerare tante cose ma bisogna evitare che la strada, come di fatto sta avvenendo, scompaia dall’orizzonte dei ragazzi. Perché è un luogo di crescita, di esperienza, e fonte di ricordi che un domani saranno indimenticabili.

15


16


ESPERIENZE

Il villaggio

della gioia di Manuela De Angelis Nata il 25/03/1992 a Caserta, vive a Capua ma studia a Roma alla facoltà “Ludovico Quaroni” della Sapienza, frequentando il secondo anno del corso di Disegno Industriale (Design).Disegnatrice, grafica e fumettista, ha partecipato a concorsi di fumettistica, graphic design e storyboard pubblicitari. Oggi fa parte della redazione del giornale “L’Universale” curando la grafica del blog, del sito internet, e avendo uno spazio per i suoi disegni su ogni numero. Si interessa di blog, forum, internet, murales, writing e street art con il suo stile da caricatura, ma anche di paesaggi natura e animali. Potete trovare ogni suo disegno e attività sul blog: www.myspace.com/manueladeangelis.

Sono andata in Tanzania, una delle terre più povere, rimasta da sempre abbandonata e non considerata, poiché non possiede alcune ricchezze minerarie. Se vi dicessi che esiste un luogo, dove i rapporti sono puri, dove non c’è corruzione e ipocrisia perché non c’è potere; e non c’è potere perché non c’è nulla da possedere e da avere. Uno spazio in cui la gente che ci vive è sincera, semplice,

fanciullesca, perché pura, limpida e pulita nell’animo. Un posto che ha valori diversi dai soliti: non è legata al materialismo, al consumismo, all’individualismo; non è egoista; in cui vi è condivisione, dove nulla appartiene realmente a nessuno e quel poco che c’è è a disposizione di tutti coloro che ne vogliono godere. Pensereste un posto del genere reale? Sì, lo è, esiste veramente. Allora cos’è? Forse

mi avete già capito; sì, è proprio lei: l’AFRICA. Un continente storicamente dilaniato da sfruttamento, colonizzazione, schiavismo, guerre, carestie e malattie, che conserva lì la ricchezza più grande, forse l’unica cosa che invece avremmo dovuto apprendere: il loro SORRISO. Sono andata in Tanzania, una delle terre più povere, rimasta da sempre abbandonata e non considerata, poiché non possiede alcune ricchezze minerarie. In questo paese c’è un villaggio Mbweni, sulla costa dell’Oceano Indiano, poco più a nord di Dar es Salaam, nel quale il padre passionista Fulgenzio Cortesi di Bergamo ha fondato nel 2002 uno spazio per <la tutela, la cura e l’aiuto allo sviluppo sociale, fisico e culturale dei bambini orfani e di strada> chiamato “Villaggio della gioia” (www.ilvillaggiodellagioia.it). E’ formato da 7 case-famiglia per i

bambini del villaggio, che in tutto sono ben 104, ma è aperta anche a quelli dei villaggi vicini. Vi è poi un convento per le suore; l’orto; il forno; il pollaio e altri animali per il sostentamento; una chiesa e infine, l’ostello dove si alternano, per tutto l’anno, volontari che, come me, danno una mano alla gestione del villaggio e si occupano di lavori. Il villaggio mi ha mostrato un altro mondo, che non credevo potesse realmente esistere. E’ uno spazio reale, dove i bimbi si divertono, giocano insieme a te e sono ingenuamente puri; la gente non ti giudica, anzi, incontrandoti per strada ti saluta:”Jambo!”, e ti offre quel piccolo Mandasi (dolce del posto) che ha tra le mani. Persone che non hanno nulla e né chiedono nulla se non che tu risponda al loro sguardo sincero, con un sorriso e un saluto altrettanto limpido, come il loro cielo e il loro mare incontaminato.


SCUOLA

spazi perduti:

il tempo della storia di Gino Aldi Svolgo da più di 20 anni l’attività di psicoterapeuta. Dopo la laurea in medicina ho scelto questo percorso perchè ero affascinato dalla possibilità di comprendere le persone, specie le persone in grande difficoltà psicologica. Ho poi capito che in realtà, attraverso la psicoterapia, cercavo risposte a tante domande che permettessero di dare senso alla mia vita personale. La psicoterapia mi ha fatto conoscere la dimensione della sofferenza umana, quella più nascosta e segreta, che spesso non trova nemmeno le parole per essere raccontata.

20

Vi sono ritualità cariche di significato emotivo che oggi hanno perso la verve culturale che le animavano: ad esempio la festa dei defunti, una tradizione culturale inestimabile, che trova uno spazio sempre meno ampio per essere spiegata e compresa dai bambini. Potremmo dire lo stesso della tradizionale festa del patrono della città: intere generazioni di adulti erano disposte a spostarsi dai luoghi ove erano emigrati per tornare, proprio quel giorno, a presenziare alla festa di paese. Lo spazio mitico è importante perché su di esso si fonda il senso di appartenenza e l’identità. Una società senza miti e senza storia rende molto più

difficile il processo di costruzione dell’identità perché non offre punti di riferimento normativi e valoriali. Gli insegnanti devono prendere atto che tra i banchi di scuola troviamo una generazione di ragazzi sempre più sradicata dalla propria storia umana e culturale. Giovani cresciuti nella ritualità dei consumi e nei ritmi di un eterno presente che li forgia come individui cresciuti nel nulla. Il valore della storia e lo spazio culturale che merita non può essere costruito solo attraverso una ricostruzione cronologica degli eventi. La storia di cui hanno bisogno questi giovani è una storia vissuta, vissuta da loro stessi nella propria personale biografia ma anche dai loro genitori e dai

loro nonni, le cui azioni hanno contribuito a creare nel bene e nel male il presente. Creare un senso narrativo della storia ha valore non solo per l’aspetto squisitamente esistenziale che permette di riconoscersi nella cultura di un gruppo sociale ma anche e soprattutto per il fatto che si insegna ai ragazzi ad essere protagonisti del proprio destino, a comprendere che il presente nasce sempre dalla direzione che a suo tempo fu impressa agli eventi. La narrazione dei territori è un’attività che può essere svolta in ambito scolastico con lo scopo di educare i giovani alla scoperta delle proprie origini culturali e sociali. Essa permette di creare legami tra


Lo spazio storico è quello che si costruisce attraverso una cultura condivisa.

gli individui ed i luoghi fisici di appartenenza, di respirare la storia di tali luoghi, di riconoscere il valore simbolico di alcuni elementi che possono apparire insignificanti se estrapolati da quello specifico contesto. Le tecniche narrative possono essere le più disparate: l’intervista semistrutturata ai genitori e ai nonni o a persone significative del quartiere, la costruzione di una mappa del territorio, la ricostruzione documentale, attraverso fonti fotografiche, video, cartacee, del territorio, l’analisi di materiale storico. Lo scopo del

progetto, qualunque dimensione esso assuma, è di inserire i ragazzi con consapevolezza nel proprio contesto di vita, ricostruirne gli elementi storico-biografici, identificarne costumi, ritualità, mitologie, culture. In questo modo consentiamo loro di recuperare il senso di appartenenza alla comunità locale, di valorizzare il presente in cui vive riconoscendo lo sforzo, la fatica, la speranza progettuale dei loro avi nonché di comprendere anche gli errori da non ripetere. In questo modo si consegna ai giovani un mondo da costruire, si passa un testimone, si

affida un bene collettivo nelle loro mani, sperando che sappiano far meglio di quanto è stato fatto. Lo spazio storico ha grande valenza nell’educazione ed andrebbe valorizzato attraverso attività di animazione sociale che possono avere grande incidenza nella formazione umana dei ragazzi. Idee progettuali e consulenze per sviluppare progetti di questo genere possono essere richieste al sito www.zetesispsiche.it. Gli insegnanti troveranno materiale che potranno scaricare gratuitamente. Buon lavoro.

21


SCUOLA

spazi dell’immaginario:

il Cinema

di Maria Russiello

Psicologa, Psicoterapeuta. Si occupa del coordinamento delle scuole dell’infanzia e del Centro età evolutivo di Zetesis . Ha lavorato presso comunità minorili di area penale. Si è specializzata presso la SIPI (Società Italiana Psicoterapia Integrata). Svolge attività di formazione per genitori e docenti.

Le possibilità narrative del cinema sono innumerevoli. Al pari della letteratura esso genera vissuti significativi e fornisce numerosi stimoli di riflessione e di maturazione. Il cinema induce in qualche misura il senso del partecipare. Quando guardiamo un film siamo costretti a partecipare. Le immagini che scorrono suscitano emozioni, spingono a parteggiare per l’uno o l’altro dei contendenti, ci identifichiamo o proiettiamo sullo schermo aspetti del nostro vissuto. Questi aspetti hanno destato l’attenzione degli psicoanalisti che fin dagli anni trenta si sono interessati al valore psicologico di questo potente mezzo di comunicazione. Il cinema ha anche una grande valenza pedagogica perché le sue immagini sono rivelatrici, portatrici di verità, di sapere, di messaggi valoriali. Attraverso la partecipazione soggettiva al flusso delle immagini, in ragione dei pensieri e delle emozioni che esse producono ci ritroviamo a partecipare ad una dimensione intersoggettiva, pubblica, condivisa, che porta a commentare interiormente il racconto o a dibatterne con gli amici o con gli insegnanti. In questo

modo il cinema spinge all’interrogarsi, a coltivare la dimensione dell’interiorità, a focalizzare temi sensibili che riguardano aspetti della vita. In questo senso il cinema educa. Propone la vita nei suoi aspetti più alti e nei suoi momenti più problematici o deteriori. La propone attraverso quella finezza che l’artista, regista o sceneggiatore che sia, è capace di sviluppare attraverso la sua narrazione. E’ educazione nel momento in cui induce a pensare, a coltivare quella capacità autentica di riflettere sulla realtà e farne apprensione, ponendosi in relazione con essa in maniera critica, riflessiva appunto. Con queste premesse possiamo comprendere il valore formativo di questo strumento che sarebbe notevolmente arricchito e potenziato se potesse trovare il giusto spazio in ambito scolastico. Il tempo dedicato alla visione di un buon film non è un tempo sprecato o di intrattenimento se a esso segue una adeguata tecnica di elaborazione dei contenuti. La preoccupazione che il tutto si riduca a ‘perdere tempo’ o ‘non far

nulla’ viene meno dalla capacità di catturare la maggior parte dei partecipanti attraverso la scelta di film ad alto contenuto emotivo, nei quali bambini, preadolescenti ed adolescenti, possano identificarsi. Osserveremo con sorpresa un livello elevato di interesse ed il desiderio di dibattere ed approfondire le tematiche emerse. Questa è per lo meno la nostra personale esperienza. Non va trascurato infine la possibilità di interagire con altre materie, quali la storia, la letteratura, le scienze, la geografia, che diventano più vive ed interessanti se approfondiscono una qualche curiosità suscitata da un buon film che merita una attenta decodifica. Come si lavora con il cinema? Noi utilizziamo delle griglie di decodifica. Ciascun film viene sezionato nelle dinamiche narrative che possono assumere valenza per l’educazione dei giovani. Avremo dinamiche che focalizzano aspetti della crescita razionale, della capacità logico-deduttiva e cognitiva, avremo altresì focalizzazioni che vanno ad indagare gli aspetti emozionali e sociali del messaggio filmico. Lo strumento che più si


addice all’elaborazione di un film è la discussione di gruppo, magari preceduta da un momento di elaborazione individuale che consenta a ciascuno di raccogliere le idee ed eviti di accodarsi alle affermazioni dei ragazzi più veloci ad elaborare. Decodificare un film è un’operazione che può essere svolta a più livelli. Il più semplice è rappresentato dallo specifico interesse dell’insegnante, che lo spinge a scegliere quel film e non un altro. Il più complesso richiede un minimo di formazione che permetta di comprendere la natura evocativa ed emozionale dell’immagine. Nulla di eccessivamente complesso. In cambio però avremo alunni più interessati e partecipi.

Morgan Freeman interpreta Nelson Mandela in ‘Invictus’, di Clint Eastwood - (courtesy of Warner Bros Pictures)


PERCORSI

Les Choristes, un film di formazione di Valentina Di Nuzzo Psicologa, specializzanda in psicoterapia. Si occupa di disturbi dell’apprendimento e di genitorialità.

Un film denso di significati profondi che può essere utilizzata in una multiforme gamma di percorsi di elaborazione. Vediamo come.

Un grande direttore di orchestra, in lutto per la perdita della madre, riceve la visita di Pepinot, suo vecchio amico di riformatorio, che gli consegna il diario del loro vecchio insegnante di musica, uno sgangherato Clement Mathieu che si ritrovò a fare il sorvegliante in quel posto per disadattati, ‘Fon d’étage’, la cui traduzione significava appunto ‘Fondo dello stagno’. Un posto in cui vige la più totale anarchia ed il disamore per la vita con un direttore convinto di aver a che fare con feccia umana e poco disposto ad ogni forma di apertura nei riguardi dell’educazione. Il maestro di musica inventa dal nulla un coro

24

come strumento per avvicinare i ragazzi alla poesia della vita e alla speranza di un futuro degno. Osteggiato dalla dirigenza, tra mille traversie e complessi intrecci si svolge una trama ricca di momenti intensi, conclusa con il licenziamento del povero Mathieu ma con la vittoria morale di consegnare al futuro quello che diventerà un grande direttore di orchestra e di vedere Pepinot seguirlo, avendo trovato in lui il padre che cercava. Un film denso di significati profondi che può essere utilizzata in una multiforme gamma di percorsi di elaborazione. Vediamo come.

Tecnica I ragazzi possono essere invitati ad una libera espressione dei propri pensieri e delle proprie emozioni. Questo passo deve precedere la somministrazione di griglie o spunti di riflessione perché indirizzando precocemente il loro pensiero si impedisce la libera elaborazione dei vissuti. Si può poi prendere spunto dal flashback, utilizzato nel film, per invogliare i ragazzi ad indagare su persone ed episodi importanti della loro vita. Come succede al direttore di orchestra, molto spesso non si è


in grado di collegare aspetti del nostro presente con esperienze significative della vita passata. Si può lavorare sul valore della musica, della poesia, del coro e soprattutto della capacità di guardare oltre la superficie che il maestro Mathieu mostra di avere. Si può ad esempio esercitare la capacità di guardare i propri compagni o sé stessi nelle qualità nascoste, spesso sopraffatte e messe in ombra dai limiti che emergono in ambito scolastico. Si può essere asini in letteratura ma ottimi organizzatori, indisciplinati e chiassosi ma altruisti e gentili ecc. E’ questa capacità che fa emergere vissuto dei ragazzi, tutti ‘meritevoli’ di essere ospitati nel ‘fondo dello stagno’ ma così diversi nelle loro storie e vicissitudini personali. Ciò può essere uno spunto per insegnare a guardare oltre il male, che pure esiste e va tenuto presente, ma che è spesso agito da una umanità complessa che mal si presta a frettolose riduzioni stereotipate. Vi poi è l’analisi degli stili relazionali. In cosa si distingue lo stile di relazione del maestro di musica da quello del dirigente, dell’altro sorvegliante, del custode? Come ognuno di questi stili incide nella possibilità di costruire o meno ponti di dialogo con ragazzi così complessi. Infine si può lavorare su regole e punizioni, identificando le ragioni per cui alcune sono funzionali ed utili mentre altre sono dannose e inadatte allo scopo. Un’ottima occasione per creare regole condivise in classe e delegare alla classe stessa la responsabilità di gestire la disciplina.


IL MEGLIO DI LORO DIDATTICA

Aiutare ad

apprendere di Maria Magliulo Pedagogista. E’ responsabile della scuola dell’infanzia “LA Ghianda”. Si occupa di difficoltà di apprendimento e di metodologie didattiche.

Non si tratta di giovani che non studiano, quelli che non studiano non soffrono più di tanto degli scarsi risultati raggiunti, quanto di giovani che non sanno studiare. Alcuni di essi affrontano lo studio con metodologie che non possono che portare al fallimento e alla rinuncia. Cito il caso del ragazzo che affrontava lo studio della storia in maniera mnemonica non riuscendo a costruire mappe e sintesi concettuali. Ciò comportava il fatto di dover ricominciare dall’inizio ad ogni possibile

interrogazione: ovvio che dopo un po’ vi fosse una marcata tendenza all’abbandono della materia. L’assenza di metodologia sta diventando un problema tanto frequente quanto misconosciuto. Molti lo risolvono cercando dei tutor privati che svolgono una sorta di funzione di assistenza e supporto. Così facendo si finisce per rimandare il problema. E’ ben vero che anche gli universitari si avvalgono di simili figure ma è altrettanto logico concludere che questo modo di affrontare lo

studio non produrrà certo persone competenti e capaci. L’incapacità di problem solving che affligge molti giovani dovrebbe essere oggetto di maggiore riflessione nei circuiti formativi. Cosa faranno questi bambinoni accompagnati per mano fino alla laurea? Che futuro saranno in grado di costruirsi? Ci sarà sempre un tutor nella loro vita? I genitori sono sordi al problema e preferiscono risolverlo mettendosi le bende sugli occhi; gli insegnanti, che spesso si accorgono che


Con sempre maggiore frequenza capita di essere consultati negli studi di psicoterapia da genitori preoccupati e ragazzi spaventati perché non riescono ad avere un rendimento di studio adeguato alle proprie attese e ai propri sforzi.

i risultati sono raggiunti al prezzo di eccessiva incertezza, si accontentano di coltivare l’orticello della propria materia lasciando il problema a sé stesso. Bisogna dire che la cultura formativa italiana ha affrontato con difficoltà i problemi della meta cognizione. L’insegnante di italiano tende a concentrarsi sul contenuto e a disinteressarsi dell’intelligenza reale del suo alunno. Il problema è che nella vita reale avviene esattamente l’opposto: la persona poco colta ma capace di risolvere problemi ha molte più possibilità di successo del suo collega imbrigliato nella rigidità dei contenuti appresi a memoria. Il problema potrebbe essere affrontato cominciando a pensare percorsi che insegnino un corretto approccio allo studio. Analizzando il proprio stile cognitivo, l’approccio personale allo studio, le proprie

difficoltà emozionali, il ragazzo può essere messo in condizione di affrontare le materie con padronanza ed efficienza. In questo modo si potrebbe raggiungere un obiettivo fondamentale della formazione umana e professionale di una persona: la conquista di un senso di autoefficacia. In questo modo giovani dal potenziale molto valido potrebbero emergere per quel che valgono e per quel che sono e non veder spegnere le loro potenzialità dalla paralisi, dalla paura e dalla caduta di autostima. Come si può costruire un percorso di sostegno all’apprendimento: utilizzando esperti esterni o ancor più addestrando i docenti a gestire percorsi di questo genere. La ricaduta scolastica sarebbe enorme sia in termini di rendimento scolastico che di autostima degli alunni. Nella nostra personale esperienza l’apprendimento di

metodi di studio e l’acquisizione di una consapevolezza del proprio stile cognitivo hanno inciso favorevolmente sul risultato scolastico ma ancor più sul livello di ansia e sulla fiducia in sé stessi. Un buon motivo per estendere l’esperimento.


IL MEGLIO DI LORO EDUCARE A..

La Verità

di Iolanda Falanga Educatrice. Responsabile scuola dell’infanzia Mary Poppins. Svolge attività di formazione nell’ambito dello scoutismo

La verità è un valore che vive un momento di forte decadenza. La pratica del discorso umano da tempo non si centra più sul valore di verità quanto su quello di persuasione o di raggiro. Le persone ritengono di poter dire ciò che meglio credono senza dover dar conto a nessuno. Non vi è rispetto per la scienza, per la cultura, per chi studia e riflette. Ognuno la spara come meglio crede convinti di esercitare in tal modo il diritto alle proprie opinioni. Il problema è che le opinioni non sono la verità ma sono solo opinioni. In quanto tali possono essere estremamente stupide quanto scorrette e subdole con il chiaro intento di ingannare l’interlocutore. In questo senso le opinioni qualificano la fonte d cui provengono potendo contribuire a comprendere che abbiamo a che fare con un presuntuoso, uno stolto, un truffatore o un ingannatore. La verità ci risolve questi dilemmi e pone problemi di profonda eticità: con che scopo sto parlando o mi si sta parlando? Qual è il fine di questo discorso? Eppure nessuno sembra più interessarsi alla verità. Si ascoltano in TV le più indicibili fandonie tra il silenzio imbelle di tutti gli ascoltatori. Si giustificano i misfatti più ignobili senza un briciolo di vergogna. Si piega sempre ed in ogni modo la verità alla logica del gruppo, del partito politico, dell’interesse privato. La verità conserva però un suo valore. Essa consente il dialogo e rende possibile l’incontro perché senza una verità condivisa si va

28

dritti verso la torre di Babele che viviamo nei nostri giorni, in cui tutti dicono tutto senza alcuna responsabilità. Senza verità non c’è discorso possibile e non c’è nemmeno convivenza civile possibile. Educare i ragazzi alla verità significa recuperarne il valore ed immunizzarli dal bombardamento mediatico in cui spadroneggia il disvalore, l’offesa gratuita, le legge del più forte e del più arrogante. Significa far loro comprendere che la verità nasce dalla rettitudine logica e dalla corrispondenza ai fatti. Ogni altra formula è ingannatrice e menzognera. Chi non soggiace alla logica non è un interlocutore capace o onesto. Chi nega i fatti sta ingannando sé stesso o anche voi. Per vivere nella verità ci vuole coraggio perché spesso la maggioranza delle persone si piega alla menzogna. In questo senso la verità richiede anche una forte assunzione etica perché perseguirla può significare accettare la solitudine e la sofferenza di non essere compresi. La verità però ripaga in se stessa chi la persegue. Si finisce per star bene perché si è nel vero o si ritiene di aver fatto del proprio meglio per perseguire il vero. E’ questa forza morale che ha portato Gesù sulla Croce, Ghandi nelle prigioni inglesi, Madre Teresa tra i lebbrosi, il Dalai Lama in esilio, Rigoberta Manchu agli arresti domiciliari per

anni ed anni, Nelson Mandela a capo di un paese dopo circa 30 anni di prigione. Di tutte queste persone parliamo con la mestizia che si conviene ai grandi. Tutti hanno patito per la loro verità e questo può essere il segno per distinguere chi, pur nei suoi umani errori, insegue il vero e chi lo disprezza. Chi insegue il vero sarà sempre disposto a soffrire per le sue verità. Lo stolto, il truffaldino e il conformista cambieranno repentinamente verità per fuggire da ogni peso e responsabilità. C’è da augurarsi che i giovani riscoprano il valore dei primi e sappiano prendere le distanze da questi ultimi.


comunicazione aziendale | web e nuovi media mobile internet | guerrilla marketing eventi e fiere | editoria | pubblicitĂ 


IL MEGLIO DI LORO METODI

Giochi per rilassare il bambino

di Maria Gatto

Le filastrocche Le filastrocche stregano. Catturano l’attenzione e ben presto, essendo ritmiche, coinvolgono lo spettatore che inizia a seguirvi ripetendo le parole. Eccone una semplice da svolgere dopo aver dipinto i due pollici in modo che abbiano due occhi, un naso, una bocca:

Giochi di imitazione Cominciate con imitare movimenti semplici. Man mano aumentate la complessità nel corso del gioco, riducete man mano il livello di attività motoria passando a movimenti che coinvolgono solo le mani o le gambe o le dita o il viso. Alla fine stendetevi e stiracchiatevi, sbadigliate e rilassate il corpo.

30

Gigino e Gigetto (mani chiuse a pugno) Gigino e Gigetto (I pollici si alzano) Salirono sul tetto (le mani si arrampicano) Gigino era piccino (si muove un pollice) Gigetto era piccoletto (si muove l’altro pollice) Rimasero a lungo sul tetto Con in testa un cappuccetto (si muovono entrambi) Ma dopo tanto tempo sul tetto Hanno preferito il letto (i pollici spariscono nel pugno) Li dormono con diletto

Solcare il fiume Distribuite pezzi di carta di diversa grandezza sul pavimento in modo da imitare un certo numero di sassi. Il bambino deve attraversare il fiume passeggiando sui sassi, senza cadervi dentro. Sui sassi più grandi può riposare poggiando entrambi i piedi, sui piccoli ci sarà posto per un solo piede. All’inizio mettete i sassi vicini in modo da rendere agevole la traversata. Poi rendetela più complessa aumentando le distanze. Se cade in acqua si torna saltellando su un piede al punto di partenza. A traversata completata, piccolo premio e poi … basta.


Giochi dimenticati

IL MEGLIO DI LORO RITUALI IMPORTANTI

di Angela Sarnataro

Collabora con Zetesis da circa sei anni, si occupa di laboratori ludico espressivi con l’utilizzo dei materiali rivolti ad aduti e bambini.

Cicca e spanna Già gli Egizi e i Romani giocavano a biglie, che non erano di vetro ma di terracotta. Poi vennero quelle di marmo, apparse nel ’700, quindi quelle di acciaio e di vetro colorato. Quelle tuttora in voga a Siena, dette “barberi”, sono invece di legno dipinte con i colori delle contrade e chiamate coi nomi dei fantini. Se il materiale delle biglie è cambiato nel corso degli anni, le regole del gioco sono rimaste immutate. Il primo giocatore tirava (o “ciccava”) una biglia sul terreno; l’altro, per batterlo, doveva bocciare la biglia dell’avversario e far fermare la sua a una spanna da questa. Se rotolava più avanti, nessuno aveva vinto. Se la biglia si fermava entro una spanna dalla prima, senza però bocciarla, veniva persa ed entrava in possesso dell’avversario. L’obiettivo finale era conquistare tutte le biglie dell’altro.

La ruzzola Un tempo era una forma di formaggio pecorino stagionato, duro e resistente, che i pastori lanciavano per i sentieri. Poi è stata sostituita con un disco di legno, spesso 5 cm e pesante mezzo chilo, avvolto da 2 metri di spago sottile che terminava con un cappio scorsoio da infilare nel dito indice della mano di lancio. La “ruzzola” si tirava a braccio teso, imprimendole un giro in senso antiorario, senza superare una linea di partenza. Vinceva chi era riuscito a farla andare più lontano dopo un numero prefissato di lanci. Oggi per realizzarla basta fare una pila di sottobicchieri di cartone e arrotolarla con del nastro adesivo fino a ottenere un disco compatto in grado appunto di ruzzolare.

La lippa “El pendolo” a Trieste, “la rella” a Milano, “a ciremela” a Torino, “nizza” a Roma, “mazza e pivezo” a Napoli, “s-ciànco” a Verona e “a manciugghia” a Palermo: sono alcuni nomi dialettali del popolare e antico gioco della lippa, di cui il Petrie museum di Londra conserva alcuni reperti egizi risalenti a 3.700 anni fa. Per giocare si doveva sacrificare un manico di scopa o un qualsiasi bastone di legno: per costruire la lippa si tagliava un pezzo lungo 10 cm a cui si aguzzavano le estremità, mentre altri 40 cm venivano destinati alla mazza. Con quest’ultima si colpiva una delle due punte della lippa appoggiata a terra in modo da farla saltare: quando era a mezz’aria la si colpiva di nuovo. Vinceva chi la lanciava più lontano.

31


di Giovanna Tiscione

RUBRICHE LIBRI

Il giro del mondo in 101 giochi L’universalità del gioco viene esaltata in questo pregevole lavoro di Sigrid Loos che ci ricorda come ogni cultura sappia elaborare i suoi modi di intrattenere e far crescere i bambini.

Attraverso l’esperienza ludica, i bambini possono confrontarsi con culture diverse ed aprirsi ad un’interculturalità di cui molto si parla ma non sempre facile da costruire. Vale la pena quindi avvicinarsi a questo piccolo lavoro con il desiderio di scoprire come i bambini del mondo affrontano il tema del gioco e del giocare. Un modo per condividere e sentirsi parte di un universo più grande. Consigliato per bambini di ogni età, educatori, maestri ed insegnanti alla ricerca di idee per divertire e divertirsi.

La strada dei bambini Dopo aver affrontato il tema del gioco di strada non poteva mancare questo prezioso suggerimento. Chiunque si sia convinto che la strada possieda un suo intrinseco valore educativo potrà apprezzare questa piccola opera nella quale si recuperano giochi che hanno come protagonista proprio lei: la strada. La piccola opera racconta

32

come sia possibile animare l’energia dei bambini in 100 modi diversi impegnandoli in attività che coinvolgono il corpo, l’intelligenza, la motricità e che, non ultimo, divertono. Raccomandato soprattutto ai genitori che temono la strada, per poterla osservare da una angolatura più congeniale alla crescita dei loro figli. Ma anche educatori ed operatori potranno trovare in questo libro preziosi consigli.


Stimolare il tatto

CREATIVITA’ LABORATORI

di Angela Sarnataro La valenza emozionale del tatto è davvero enorme. Esso è un senso della vicinanza perché per toccare un oggetto o una persona bisogna avvicinarsi ad essa. E’ il senso attraverso il quale si possono donare carezze o riceverle. Coltivare il senso del tatto significa tenere vivo una dimensione che rischia di essere soppiantata dai più incisivi sensi della vista e dell’udito. Ecco alcune idee per lavorare sulla dimensione della tattilità.

Borsa della Spesa

Sacchetti tattili

Dopo aver tolto quanto di fragile e prezioso ci può essere nella borsa della spesa o in quella personale si può giocare con il bambino a svuotare la borsa. Egli prenderà familiarità con grandezze, forme, pesi e consistenza dei diversi oggetti. Si può svolgere lo stesso gioco ad occhi chiusi, chiedendo al bambino di individuare con il tatto uno specifico oggetto. Impronta della mano Dopo aver colorato l’intera mano con vernice lavabile si può insegnare al bambino ad imprimere la propria impronta su un foglio di cartoncino Bristoll. Egli potrà dar vita alle più diverse composizioni attraverso il semplice gesto di apporre le mani sul foglio. Un’alternativa, se il bambino è più grande, è di disegnare il contorno della mano per poi ritagliarlo.

Se avete tempo potete realizzare dei cuscinetti di circa 10x15 cm che provvederete a riempire di riso, piselli secchi, ceci, fagioli, sabbia, brecciolina ecc. Essi possono essere di trama differente: velluto, seta, iuta, ecc. In questo modo avrete costruito degli strumenti che hanno sia una diversa consistenza che una diversa trama tattile. Se poi avrete l’accortezza di usare colori vivaci avrete tutto l’occorrente per far divertire il bambino attraverso esperienza di prensione e di gioco tattile. Abbiate solo cura di sigillare bene i cuscinetti in modo che non si rompano facilmente se vengono portati alla bocca.

La Tartaruga Questa simpatica tartaruga viene costruita con un pezzo di forma ovale lungo 30 cm. Ritagliate un secondo ovale di dimensioni più grandi che opportunamente curvato sarà il dorso della tartaruga. Realizzate una decina di cuscinetti e mettetevi all’interno oggetti tattili. Disponete i cuscini sull’ovale e fissateli con una cucitura a macchina o comunque resistente (sono le scaglie della tartaruga). Realizzate altri quattro cuscini per le zampe e i piedi inserendo oggetti tattili anche in essi. Imbastite tutto ed assemblate la tartaruga. La coda può essere realizzata con un cilindro di stoffa. Oggetti tattili: pasta di varie forme, fazzoletti di carta, bottoni, feltro, riso, carta vetrata, cartoncino, lana, legumi, ecc.

33


La Posta Gentile Direttore,

Gentile Signore, La Redazione Questa pagina attende le vostre storie, le testimonianze di chi insegna, educa, si misura quotidianamente con il diffiicle lavoro di crescere bambini e confrontarsi con i giovani. e’ una pagina bianca che aspetta di essere riempita dalla vostra voglia di raccontarsi. Vi ospiteremo lettere, segnalazioni, discussioni che hanno animato il nostro Blog (www. zetesispsiche.it/blog) o che sono giunte alla nostra rivista (www. zetezine.it). Cercheremo di rispondere a quesiti o suggerire percorsi di approfondimento,. Oppure non diremo nulla, lasciando che la vostra voce tocchi i cuori di altri educatori, creando risonanze affettuose e solidali.

ho letto un’articolo su Repubblica di Marco Lodoli (Republica del 31 agosto 2011) che prendeva posizioni contro la scuola delle emozioni e si pronunciava a favore di un ritorno al rigore della matematica e del rigore della logica. Visto la grande importanza che invece date nelle vostre scuole alla crescita emotiva dei ragazzi mi interessava conoscere una vostra opinione in merito.

ho avuto modo di leggere anche io quell’articolo e sono grato per la domanda che mi rivolge perché mi permette di chiarire alcune questioni. Sento di condividere molte delle idee di Marco Lodoli: la scuola che rinuncia al rigore della logica razionale in nome di una fumosa crescita della emotività e della espressività non mi convince, anzi sono portato a diffidarne. Credo però che la confusione vigente sia legata alla fatica di concettualizzare in modo corretto i temi di cui si dibatte. L’idea che ragione ed emozioni debbano essere antitetici appartiene ad una concezione di sapore romantico. Credo che abbiamo abbastanza evidenze del fatto che l’intelligenza umana trovi la sua completezza in un sano equilibrio tra le diverse modalità con cui si approcci al reale. Voler togliere per forza alla completezza della persona umana una sua dimensione essenziale finisce per renderla monca. L’uomo ha bisogno di due gambe, due braccia, della razionalità, della emotività, del pensiero analogico e del corpo. Tutte queste componenti sono essenziali. Aver dato eccessivo peso alla componente emotiva, in reazione ad un eccesso di peso della tirannia della ragione, ha avuto il merito di riportare al centro della scena le ragioni del cuore ma anche il grande demerito di cancellare le virtù innegabili della ragione, senza la quale l’emotività diventa un fardello caotico e di difficile gestione. Ben venga la critica di Lodoli se essa non genera uno di quei perversi ricorsi storici per i quali si finisce per invocare la ragione come elemento salvifico per contrastare i mali della scuola e dell’educazione. In realtà l’educazione moderna, per quel che mi riguarda, non ha mai saputo valorizzare una vera e sana emotività ed una corretta relazione interpersonale. Essa ha usato l’emotività per abbandonare ogni forma di rigore e di disciplina abbracciando una idea falsata della vita emotiva, identificata spesso con l’emergere spontaneo degli affetti. E’ una visione fuorviante ed errata perché l’emozione trova la sua massima espressione nella capacità di buon governo operata dalla’azione consapevole del pensiero, così come l’opera d’arte trova la sua massima espressione nell’equilibrio tra indole creativa e capacità tecnica dell’artista. L’emotività cui fa riferimento Lodoli è quella della ‘spontaneità’ intesa come diritto di cittadinanza di ogni cosa che emergere dal nostro essere. Nulla di più dannoso per la formazione dell’uomo che deve invece educarsi a valorizzare il proprio mondo interiore soprattutto attraverso la disciplina ed il rigore. Ben venga quindi lo studio della matematica, della musica, la lettura di libri. Non si faccia però l’errore di imputare i mali dell’educazione ad un eccesso di valore attribuito alla emotività. I nostri ragazzi vengono su con scarsa capacità di vivere i sentimenti, coinvolgersi, amare la vita e il prossimo. Crescono nella vulgata della emotività, quella propagandata dai media e da una letteratura di basso profilo. Noi clinici osserviamo l’emergere di una patologia del vuoto sempre più imponente come denunciava proprio su Repubblica Massimo Recalcati, uno psicoanalista che di queste cose si occupa. Non quindi ragione contro emozioni ma ragione ed emozioni insieme dovrebbero essere l’obiettivo di una sana educazione. Ed i mali della scuola andrebbero cercati nel vuoto di senso che ad esso si offre: un vuoto in cui finisce per non esserci né ragione e tantomeno emozione.


per 6 numeri annui.


Psicodiagnosi - Psicoterapia Via Piave, 7


ilmeglio4