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Numero 00 Inverno 2011 4,00 â‚Ź

#00 magazine


Copertina: ElBluo Grafica e Impaginazione: Lucia Manfredi/Fatomale Finito di stampare nel mese di Marzo 2011 presso Asterisco S.n.c. di Nucci Luciano & C.

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INDICE 2 3 4 7 8 10 14 18 22 28 31 34 36 40 42 44 46 56 59 64 66 68 72 74 78 82 87

chiara faggiano valeria cavallini federica montanino Loisa Isabi Susanna Fioravanti Valeria Cavallini Fatomale/Federica Montanino Martina Poli Carlotta Costanzi LUCIA CALFAPIETRA Federica Montanino/Ilaria Boscia Jupien Martinez Gaiani ElBuo Lucia Manfredi Enrico Martinelli/Fatomale Francesca Zoni Federica Montanino/Fatomale Lorenza De Luca Federica De Ruvo Yuria Broccoli Federica Montanino/Loisa Loisa MarĂŹka Bigoni Beatrice Bertaccini/Federica Montanino Flavia Biondi MarĂŹka Bigoni/Simone Danieli


EDITORIALE Lök è... Chiara Faggiano

limiteperfezione@hotmail.it

Parliamo di arte; di arte e di cipolle. Parliamo di arte in quanto arte. Parliamo, se volete, di stratificazione dell’arte e di contaminazione. Parliamo di filtri e di sguardi. L’arte è arte. Non è cinema, illustrazione, fumetto, musica, letteratura o scultura. È arte. Per questo il nome di questa rivista è così breve, netto e, allo stesso tempo, così pieno. Lök in svedese significa cipolla. A nostro avviso, la cipolla è come l’arte: commuove, riempie le nostre vite di sapore, condisce anche quando non si sente, permea l’aria con il suo odore dolce e pungente, pizzica la lingua e la gola, il suo odore resta sulle nostre mani (e sì, anche nei nostri aliti) per ore. Ci accompagna sempre e neanche ce ne rendiamo conto. La cipolla è

come il sale, fondamento della nostra cucina. La cipolla è come l’arte in questo senso, ma non solo. Tagliate a metà una cipolla. Osservate la sua sezione: strati. Strati concentrici e di diverso spessore, di diversa forma, colore e dimensione, strati che si confondono tra loro dove uno si assottiglia così tanto da sembrare un tutt’uno con quello accanto. Strati così diversi eppur così compatti. E tutti questi strati formano una sola cipolla. Per noi l’arte è anche questo. Strati che si fondono, si uniscono, si incontrano e si allontanano. L’arte dei segni. L’arte delle linee che formano la cornice di un quadro; le stesse linee che costruiscono le parole, che creano la musica scritta e si trasformano in suono. Abbiamo 4

deciso di sperimentare, di studiare a modo nostro la sezione di questa grande cipolla che è l’arte. Vogliamo mettere insieme tutti questi strati unendo quello che sappiamo fare, mettendoci alla prova. E per questo partiamo dall’idea della molteplicità nell’unità. Vogliamo che Lök non sia una semplice rivista di arte; vogliamo che racchiuda tutto e tutti quelli che siamo, con i nostri interessi, le nostre personalità e i nostri gusti. Vogliamo fare questo tentativo e diventare noi stessi, uniti, una piccola cipolla nella grande cipolla dell’arte. Vogliamo, per una volta, provare a mettere i puntini sulle o. Tre lettere per un grande universo con un unico centro. Lök è questo e molto altro ancora.


Valeria Cavallini valicav@tin.it

Zuppa solida dei contrari Ingredienti: - 30 g di zucchero salato; - 120 g di burro di latte di toro; - 3 carote blu; Occorrente: - 150 g di melanzane liquide; - La casseruola più grande che - 1 dado da brodo a tre facce; avete (ma che stia nel palmo di una mano); - 500 g di alette di tartaruga; - Un lungo cucchiaio di legno (max 2 cm) a denti larghi; - 1 kg di cosce di pesce terrestre; - Un tagliere di carta velina; - Un coltello da caffè; - Due pentole; - Frullatore (senza lame); Preparazione: Con il coltello da caffè tagliate finemente le carote blu a pezzettoni grossi e le melanzane liquide a cubetti. Spelate le cosce di pesce badando di non togliere la pelle e asportate accuratamente tutte le lische dalle alette di tartaruga. Intanto fate sciogliere a bagno Mario il burro di latte di toro, aggiungendo parte dello zucchero salato e le spezie che non sono tra gli ingredienti. Mescolate il composto così ottenuto alle verdure. Frullate le cosce di pesce e le alette di tartaruga, in modo che rimangano tutte d’un pezzo. Riempite d’acqua la casseruola, portatela ad ebollizione su fiamma vivace, a circa -40°, e aggiungete il dado da brodo a tre facce e lo zucchero salato rimanente. Unite al brodo tutti gli altri ingredienti, facendo attenzione a tenerli ben separati. Alzate la fiamma e proseguite la cottura nel frigorifero, mescolando a lungo col cucchiaio a denti larghi per non più di due secondi. Questa gustosa zuppa immangiabile va servita in ciotole convesse (se non ne avete, basta ribaltare quelle normali), avendo cura, prima di portarla in tavola, di buttarla via. 5


B/N Poli opposti... Federica Montanino mon.fede@l ibero.it

Il bianco e nero del ricordo, l’album di famiglia, sbiadito ma carico di significato, la suggestione del contrasto tra i due colori assoluti, un caffè nerissimo affogato nella panna...

Quando pensiamo al bianco e nero non possiamo far altro che lasciarci trasportare in un flusso di coscienza che inevitabilmente attraversa la sfera del ricordo, della dialettica, dell’arte in tutte le sue forme, della diversità, del contrasto primordiale del colore e della luce. Il bianco e nero non sono altro che termini contrapposti, molteplici sul piano sensibile, ed è proprio cogliendo questa differenza che si può risalire al loro fondamento, nonché comune denominatore, cioè l’idea di Colore, non si conosce bianco senza conoscere nero. Romanticamente si potrebbe riassumerli nella forma “eternamente uniti, inevitabilmente divisi”. Nello specifico qual è la storia del bianco e nero? Si potrebbe parlare di cinema, dove prima di parlare di co-

lore si deve parlare di decolorazione, l’assemblaggio dei fotogrammi in bianco e nero dei fratelli Lumiere che hanno dato vita a quello che era ed è diventata la forma d’arte più interna alla quotidianità dell’uomo oggi. I film sono anche noir, ombre e luci senza sfumature, donne fatali e gangster in gessato, dove non esistono mezze misure, solo contrasti secchi, da affogare nel gin tonic e soffocare nel fumo blu di un buon sigaro. Si potrebbe parlare di fotografia, il bianco e nero del ricordo, l’album di famiglia, sbiadito ma carico di significato, che fa piangere le nonne e sorridere i nipoti, e il bianco e nero dell’odierno, chi non ha mai tentato di convertire le proprie foto in bianco e nero con l’ausilio di photoshop o seguendo qualche tutorial pubblicato su youtube. 6

Nella storia dell’arte la già citata bicromia è sempre stata motivo di discussione, ispirazione, e talvolta superstizione. Per alcuni artisti il bianco e il nero non vengono nemmeno considerati colori, altri come gli impressionisti evitavano di usare il nero nei loro dipinti, il motivo, come spiega Renoir: “Un giorno, siccome uno di noi era senza il nero, si servì del blu: era nato l’impressionismo”. Negli anni, molti seguirono la loro scelta, più per superstizione che per condizione, il nero non era considerato di buon auspicio, per Vasilj Kandinskij il nero è “qualcosa di spento come un rogo combusto fino in fondo, qualcosa di inerte come un cadavere che è insensibile a tutto ciò che gli accade intorno e che lascia che tutto vada per il suo verso” e il bianco è “silenzio che non è morto,


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bensì ricco di possibilità, è un nulla giovane, o, più esattamente, un nulla anteriore al principio, alla nascita. Così risuonava forse la terra nei bianchi periodi dell’era glaciale”. Goya dipingerà a olio l’impressionante ciclo delle “pitture nere “ raffiguranti scene di stregoneria e di esorcismi, di folli superstizioni e di delirio, immagini d’incubo, proiezioni dirette e immediate dei più nascosti turbamenti dell’inconscio, con colori incredibili, fatti di bianchi gelidi e di neri spessi come la pece. La suggestione del contrasto tra i due colori assoluti, ispira da sempre anche il mondo della moda, che cerca il glamour e lo chic attraverso questi poli opposti. Eleganti, drastici, optical, un po’ op-art un po’ Chanel, il bianco e nero nella moda è intramontabile, a detta degli stilisti “una sicurezza che una donna non dovrebbe perdere mai”. Come non considerare la cucina: le categorie assolute trovano spazio fra i fornelli in sapori essenziali. Un caffè nerissimo affogato nella panna, come nei fumosi locali di Vienna, oppure due strati di cioccolato, burro cacao puro e dolce contro extra dark amaro, mescolati assieme per ottenere deliziosi biscotti o dolci scacchiere marmorizzate dove perdere il palato. Tartine di formaggio francese, bianco come la neve, e pepe nero. Caviale accompagnato da un sottile e candido strato di burro, per chi è più raffinato. Il design è in bianco e nero, la casa è come un fumetto dise-

gnato da Andy Wharol: divani in bianco e nero e geometrie appese ai muri. Il soggiorno, come suggeriscono le nuove tendenze, è lo spazio ideale per l’arredamento optical senza mezze misure e colori. Bianco e nero è il jazz, i duetti negli scantinati di New Orleans. La tastiera di un pianoforte: Armstrong e Fitzgerald in Summertime. O come dimenticare l’intramontabile sequenza di movimenti di un video considerato uno dei migliori di Madonna e forse uno dei più particolari della storia di MTV , parlo del bianco e nero di Vouge: “It makes no difference if you’re black or white, if you’re a boy or a girl if the music’s pumping it will give you new life”. Come non citare la psicologia della percezione, le grandi scoperte della Gestalt, le famose immagini ambigue che giocavano sulla bicromia del bianco e del nero. Lüscher, creatore dell’omonimo test diagnostico, tutt’ora molto usato in psicologia, che scrive che il grigio “si distingue per le negazioni. Non è colorato, né chiaro, né scuro. Il grigio è il nulla di tutto, la sua particolarità è la sua neutralità più completa”. Scegliere black and white è una questione di carattere, il bianco e nero non è tornato di moda, semplicemente non è mai andato via.

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Loisa

http://tappetodipelliccia.blogspot.com/

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Isabi

http://isabellabersellini.tumblr.com/

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Susanna Fioravanti

http://www.cannedraccoon.blogspot.com/

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Valeria Cavallini valicav@tin.it

Lo smog copre tutte le stelle. Oltre i bozzoli delle luci dei lampioni, il cielo è di un nero denso, ambiguo, colpevole. La luna non sta facendo grandi sforzi per emergere da dietro le nubi. I riflessi dei fari delle auto sull’asfalto bagnato sembrano scie di bava di lumache dirette verso il centro della terra. La radio è sintonizzata sulla stazione 215.12 AM , che trasmette, amplificato, il rumore del motore. Viaggiamo su un vecchio macinino con l’impianto a gas, ma sembra di essere su una Ferrari con la tosse. Ad ogni modo, il frastuono che sgorga dagli altoparlanti è un ottimo rimedio per evitare di ascoltare i propri pensieri. Ogni tanto provo ad avviare una conversazione, ma da mio padre non ricevo in risposta che qualche grugnito. È una settimana, ormai, che rimane rintanato

nella sua roccaforte privata, fatta di dolore e ricordi. Questo viaggio dovrebbe riuscire a farlo riavvicinare alla normalità, a distrarlo, a farlo smettere di pensare ossessivamente alla mamma. Io vorrei riuscirci. Tutto quello che ho fatto e che sto facendo mi sembra così inutile, adesso. E anche io ho davvero bisogno di distrarmi, forse più di lui. Rannicchiata sul sedile, appanno il vetro del finestrino col fiato e scarabocchio qualcosa col dito. Pulisco il vetro con la manica del maglione rosso, quello che la mamma indossava tanto spesso. Appanno il finestrino col fiato. Faccio qualche ghirigoro col dito. Ripulisco il vetro. Ci alito sopra per appannarlo di nuovo. Disegno col dito. Una faccia. La fisso negli occhi che si riempiono del vago paesaggio che sfreccia fuori dall’auto. Cancello 16

la faccia con la manica del maglione. Appanno il vetro. Scarabocchio. Cancello. Per chilometri. All’infinito. “Bimba, ti va un caffè? Ci fermiamo?” Ci metto qualche lunghissima manciata di secondi a realizzare che è mio padre che ha parlato. La voce gli esce roca, goffa, intorpidita dal troppo silenzio. Fa tanta tenerezza da stringermi lo stomaco… Mi mordo forte il labbro per trattenere le lacrime. Abbiamo già pianto abbastanza negli ultimi giorni, e le lacrime non vanno sprecate per la felicità. “Certo papi. Così poi magari ti do il cambio al volante, che tu ti riposi un po’” “Mmh, dopo vediamo…” Gli autogrill mi hanno sempre messa a disagio. Non posso fare a meno di vederli come


bocche volgari e dipinte con cattivo gusto, che fagocitano le persone per trasformarle, al proprio interno, in bipedi senza identità. E davvero poche cose mi sembrano squallide come la sarabanda di copertine colorate delle compilation remixate che affogano nella polvere sugli espositori. Se questo fosse un viaggio uguale a tutti quelli che abbiamo fatto insieme, io, mamma e papà, adesso staremmo ordinando anche una focaccina

o un paio di brioches. Invece, soltanto un caffè doppio per entrambi. Mentre mio padre aspetta al bancone, io vado a fare pipì. C’è qualcosa di universale nei bagni delle stazioni di servizio: la puzza di piscio e detersivo economico, le tavolette dei water macchiate e sghembe sono le stesse, ovunque. L’umanità unita nel fetore di cesso di autogrill. Che poesia. Qui, ogni mattonella trasuda sporcizia e io sento ogni centimetro del mio 17

corpo infetto e putrescente. Vorrei farmi una doccia, strofinare a lungo tutta la mia pelle contaminata, ma devo accontentarmi del lavandino scalcinato. Almeno però c’è il sapone. In realtà, preferirei tornare in fretta da mio padre, lasciarlo solo il meno possibile, ma passo un bel po’ di minuti a sfregare le mani sotto l’acqua bollente … non c’è verso, non riesco a sentirle pulite. E sicuramente non è colpa solo del bagno lercio dell’autogrill... Dallo specchio i miei occhi fis-


sano se stessi, trovandosi molto più spenti e vacui del previsto. Pensavo sarei stata più forte, arrivata a questo punto. E invece. “Scusa papi se ci ho messo tanto” Il mio caffè è ormai quasi freddo. “Non ti preoccupare, non abbiamo fretta. Di certo le ceneri della mamma non scappano” Sono allibita. Non credevo davvero che fosse già pronto ad affrontare l’argomento. Ma in fin dei conti, questo viaggio lo stiamo facendo per lei. Non ho intenzione di lasciarmi sfuggire l’occasione di farlo uscire almeno un po’ dal suo guscio: “Senti… tu sai come mai ha scelto di farci spargere le sue ceneri proprio nel mare di Talamone?” I lineamenti del viso di mio padre, che da una settimana sono contratti dal dolore, si distendono un poco in una vaga ombra di sorriso. “Sì che lo so. Sul serio non te lo abbiamo mai raccontato? Vedi, poco dopo che ci siamo sposati, abbiamo fatto un viaggetto tra alcune delle città che si affacciano sul Tirreno … ed è stato proprio sulla spiaggia di Talamone che abbiamo deciso che avremmo avuto un figlio … tutti e due speravamo tanto in una femmina…” mi accarezza la mano e io gli restituisco la carezza. “Credo che abbia scelto quel posto per… per dirci che ci è comunque vicina... una specie di ritorno alle origini della nostra famiglia” Rispetto ai giorni scorsi, sta parlando come un fiume in piena. Bene, significa che sta comin-

ciando a elaborare il lutto. E io gli sono accanto. Ora che la mamma non c’è più, sono io l’unica persona davvero importante che gli è rimasta, e sarò ben più che felice di restargli vicina. Per sempre. Io e lui. Ormai che ha preso il via, sembra che abbia bisogno di svuotarsi di tutto quello che si è tenuto dentro. Gli occhi gli si fanno lucidi, tira su col naso, io mi avvicino e gli cingo le spalle con un braccio. Sono contenta che non ci sia nessun altro nell’autogrill. 18

“Che… che modo insensato di morire” avverto con disagio la fatica che fa a trattenere le lacrime “non lo pensi anche tu? Cazzo… com’è possibile… shock anafilattico… così…” Il suo diaframma sussulta con un ritmo sincopato, il pianto sta prendendo il sopravvento sulle parole: “Sembra… sembra quasi che qualcuno l’abbia fatto apposta…” I miei occhi si ficcano nei suoi. No, non c’è traccia di sospet-


to. Diceva così, per sfogarsi. Mi stringo a lui un po’ più forte, coccolandolo. Lui getta uno sguardo all’orologio. “Mancano ancora un paio d’ore di macchina. Dovremmo arrivare a Talamone poco prima dell’alba …” Pensare ai dettagli pratici gli fa recuperare completamente il controllo sulla sua voce. “Mi piacerebbe riuscire a spargere le ceneri quando sorge il sole… forse riuscirebbe a darmi l’idea di un nuovo inizio, invece che di un addio” Gli sorrido, conciliante: “Hai ragione, papi. Dai, avviamoci” Fuori, la notte ci accoglie nel suo livido abbraccio. Un nuovo inizio… una nuova vita in cui potremo dedicarci totalmente l’uno all’altra. “Vuoi che guidi io?” “No, tranquilla” Rimontiamo in macchina per dirigerci verso il vento che si porterà via gli ultimi resti di mia madre, offrendoli in dono alla onde del Tirreno. Lo smog copre tutte le stelle. Oltre i bozzoli delle luci dei lampioni, il cielo è di un nero denso, ambiguo, colpevole. Sembra che una mano beffarda lo abbia dipinto così apposta perché si intoni a me.

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Fatomale

http://fatomaleidea.blogspot.com/

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INKED RUSSIAN Mettere alcuni cubetti di ghiaccio nel bicchiere, aggiungere 7/10 di inchiostro e vodka e 3/10 di kahlua... Federica Montanino/ Fatomale La popolazione carceraria russa è una delle più numerose al mondo, i tatuaggi comunicano il disprezzo dei carcerati per la giustizia ufficiale...

Non sappiamo quando esattamente il tatuaggio divenne una pratica comune nelle prigioni russe e nei gulag. Le prime ricerche risalgono agli anni Venti, quando venne scoperto e studiato questo tipo di attività dai ricercatori stalinisti, e dalle fotografie di prigionieri di quel periodo si può capire che si tratta di una sottocultura già elaborata e decisamente sviluppata. Le immagini non sono di certo prive di significato, piuttosto vogliono raccontare la storia di chi le porta e ne denunciano il grado nel complesso sistema sociale dei detenuti. La popolazione carceraria russa è una delle più numerose al mondo, dalla metà degli anni Sessanta agli anni Ottanta trentacinque milioni di persone vennero in-

carcerate, e venticinque milioni di questi detenuti si fecero tatuare. I tatuaggi comunicano il disprezzo dei carcerati per la giustizia ufficiale; si tratta di frasi e immagini che si prendono direttamente gioco del sistema politico e denunciano l’impossibilità di una “riabilitazione” carceraria. Questi si ripetono tra un corpo e l’altro, e ancora non ci sono chiari tutti i significati. Tra i più diffusi ci sono le stelle, delle quali ogni punta rappresenta un anno passato in carcere, la Madonna con il Bambino sono simboli propri dei ladri sempre stati tali, il numero delle guglie di una chiesa coincide con il numero di condanne del prigioniero, la croce può indicare una predisposizione al masochismo o al bondage. Il tratto è a volte in21

certo e sbiadito per l’inesperienza e la mancanza di strumenti per lavorare, l’inchiostro veniva ricavato bruciando il tacco di una scarpa, questo veniva poi mescolato con l’ammoniaca delle urine e il tappo di una penna ne diventava il contenitore. Al posto delle moderne macchinette si usava la corda di uno strumento musicale abbinata ad un rasoio elettrico. Si potrebbe pensare che questo tipo di pratiche volessero essere una provocazione, a volte addirittura sacrilega, al sistema sociale, ma alla base di tutto potrebbe esserci semplicemente il desiderio elementare del cosiddetto “uomo naturale” di decorare il proprio corpo.


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Martina Poli

http://martinapoli.blogspot.com/


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Carlotta Costanzi

carlotta.costanzi@ymail.com

Inanzitutto comincio con la premessa che per me il fumetto altro non é che uno strumento per esprimere un concetto. Pari a una telecamera, a una macchina fotografica ecc. se prendiamo il fumetto per ciò che é: una narrazione per immagini... troviamo nel mio lavoro tutto quello che serve. Un inizio, uno svolgimento con tanto di trascorrere del tempo e una fine. Cosa voglio raccontare? ME. E’ un gioco che faccio dal 10 ottobre... una sorta di rito che mi serve e non mi serve. Ogni mattina appena sveglia disegno riportando la data, un paio

di baffi se mi sento un ragazzo e un paio di ciglia se mi sento una ragazza... EH si capita così dentro di me... Vi chiederete dove sta il bianco e il nero??? Questa psicopatica é fuori tema e le baguette e la Tour Eiffell le stan dando alla testa... ebbene... sì, ma no. Considerando il bianco e il nero non come “colori” ma come due elementi opposti di cui l’uno implica l’esistenza dell’altro io ci sono! Se non ci fosse il bianco attorno... esisterbbe il nero? E se non ci fosse il nero potremmo chiamare bianco il bianco? Potrei dire ragazza se non esi30

stesse ragazzo? E viceversa... ma il bianco e nero per quanto opposti sono un po’ la stessa cosa perchè hanno qualcosa a che vedere con l’insieme di tutti i colori... E poi ogni giorno di nuovo foglio bianco... e posso essere ciò che voglio. Resta di fatto che mi scuso per il delirio... ma qui in Francia ci iniettano arte concettuale in grandi dosi e io ne sono sempre piu infetta.


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Lucia Calfapietra

http://luciacalfapietra.blogspot.com/

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“IL PITTORE CHE NON VEDEVA I COLORI” Oliver Sacks... Federica Montanino/Ilaria Boscia http://scarabocchia.blogspot.com

Ciò che viene proposto in questo articolo è un racconto di Oliver Sacks, neurologo inglese, e attualmente professore di neurologia clinica presso l'Albert Einstein College of Medicine di New York. Il racconto, intitolato “Il pittore che non vedeva i colori”, tratta di un caso di un paziente, un pittore, che aveva perso totalmente la percezione del colore in seguito a un trauma cerebrale. Egli riusciva a distinguere le diverse lunghezze d'onda della luce, ma non riusciva a metterle in relazione per produrre la percezione di un colore. Non riusciva, in altre parole, a costruire i colori. I primi studi sulla percezione ritenevano che i colori venissero visti direttamente dal cervello, all'interno del quale si ipotizzava un centro per la percezione; si credeva che i colori fossero

"trascritti" dal mondo esterno in questo centro, per poi essere, in un certo senso, guardati da un minuscolo osservatore situato dentro la testa. Ora sappiamo che il colore non è altro che un'invenzione del cervello, ma anche se è solo invenzione è ciò che condiziona la nostra percezione del mondo. I colori influenzano l'umore, sono capaci di predominare sul nostro stato d'animo e in alcune tecniche sperimentali hanno anche potere curativo. Ma ci siamo mai chiesti come sarebbe il mondo in bianco e nero? Il paziente di Sacks può darcene una dimostrazione. “Ad esempio il pittore che aveva perduto completamente la percezione dei colori, ebbe in un primo momento la sensazione di trovarsi in un mondo indicibilmente orribile, anorma36

le, immiserito. I colori, questo grande mezzo di trasmissione di piacere, di significato e di drammaticità, erano spariti, e ciò pregiudicava seriamente la sua rappresentazione del mondo. Non sapeva come andare avanti, si sentiva finito, come artista e come persona. Ci fu un periodo intermedio durante il quale continuò a sostenere di riconoscere i colori e dipinse alcuni quadri che i suoi amici non riuscivano a decifrare. Alla fine


uno di questi amici fece un'istantanea in bianco e nero di un quadro, e si rese conto che la forma si era conservata perfettamente, ma era stata in un certo senso camuffata da un'applicazione casuale di colori. Gli amici allora gli dissero: "Tu devi dipingere in bianco e nero". Prese queste parole come una condanna a morte finché, circa sei settimane dopo, una mattina, mentre si recava a lavoro in macchina, vide sorgere il sole: non vide i colori, non percepì il rosso e ai suoi occhi l'alba ap-

parve come un'immensa esplosione nucleare. Fu una visione piena di forza drammatica. Mi disse di essersi domandato se mai prima di lui, nella storia dell'umanità, qualcuno avesse visto un'alba come quella. La dipinse: fu uno dei suoi primi quadri in bianco e nero: un'alba apocalittica. Così il difetto organico si trasformò in una sensibilità particolare. Tutto il suo mondo fu riorganizzato e non sembrava più difettoso, bensì completo in un altro modo: il pittore divenne molto famoso per questi quadri 37

in bianco e nero. La gente diceva che si trattava di una sorta di nuovo periodo creativo in bianco e nero, e aveva ragione; non sapeva, come invece sapevo io, che il cambiamento era stato in un certo senso dettato da una necessità fisiologica e da una menomazione. Ma l'importante era che la menomazione fosse stata orientata verso un uso creativo e potesse essere trasformata in una nuova sensibilità.” Oliver Sacks, “L’isola dei senza colore”, Adelphi 1997, pp.30-33


Jupien Martinez Gaiani http://jupien.blogspot.com/


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El bluo

http://www.flickr.com/photos/elbluo/

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Lucia Manfredi

http://enoisullillusione.blogspot.com/

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Tom’s Smile

Enrico Martinelli/ Fatomale

http://www.fuckinartist.splinder.com/

Sentenza Ai sensi degli articoli della Costituzione del nostro paese, gli imputati hanno violato la legge su più fronti. Hanno invogliato i bambini a colorare gli album da disegno; hanno introdotto ciambelle ricche di glucosio dai paesi nemici; hanno istigato la popolazione ad abusare di alcool nelle giornate sacre; hanno ascoltato musica pop su supporti illegali; hanno deflorato illibate fanciulle sposate; hanno modificato le ricette della nostra tradizione; hanno massacrato l’arte con l’avanguardia; hanno riposto fiducia nelle istituzioni per poi accusarle di non aver fiducia nel popolo; hanno giocato impropriamente con un pallone; hanno, infine, violentato la nostra carta costituzionale indossando mocassini. Per i crimini sopracitati, questa Corte altamente politicizzata,

sottile falce di luna. “Tieni la bocca chiusa”. Una tromba da stadio suona e sentiamo tendersi gli archi. Chi urla, chi scappa... io cammino. “Tieni la bocca chiusa”. Un urlo alla mia destra: il primo ferito, non morto. C’è la sua differenza. Credo sia stato colpito al braccio. Io cammino. “Tieni la cazzo di bocca chiusa”. Altra scarica di frecce: due urli, diversi. Feriti, non morti. Si rialzano. Io, ancora, cammino e loro mi chiamano. Sigla. Pubblicità. “Se rispondi sei un fottuto stronzo. Tieni la bocca chiusa”. “Tieni la bocca chiusa”. Era quello che mi ripetevo in te- Le frecce vanno in tutte le diresta da qualche giorno. zioni, ma nessuno mira al mio “Se tieni la bocca chiusa, vedrai corpo. che ti salvi”. “Il piano funzionerà, se tieni la Ore 0.00 del 15 Dicembre. Le bocca chiusa”. porte del cellulare si aprono e Passo vicino a un mio compagno noi scendiamo calpestando l’er- ferito e una freccia fora il mio ba umida e fredda. Soltanto una polpaccio. condanna gli imputati a morte. L’esecuzione avverrà alle ore 0.00 di Martedì 15 Dicembre (anno corrente) nel campo da calcio. La modalità sarà la seguente: gli imputati, totalmente vestiti di nero, saranno lasciati liberi di correre all’interno del campo da gioco senza alcuna illuminazione, mentre gli esecutori scoccheranno frecce dagli spalti. Così è deciso, l’udienza è tolta.

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“Se urli sei fottuto. Tieni la bocca CHIUSA!”. Zoppico, in silenzio. Non urlo, non parlo, non digrigno i denti. “Sei quasi arrivato. TIENI LA BOCCA CHIUSA!” Le frecce scoccano in direzione dei miei compagni terroristi mentre io procedo, ignorato da tutti, con una freccia nel polpaccio, stringendo i pugni dal dolore. “Ce l’hai fatta... non fare errori... continua a tenere questi denti dentro la tua schifosissima bocca”. Esco. Libero. Ignorato. Sorrido. “LA BOCCA CHIUSA!” Mi aspettavano. Sapevano avrei usato questo trucchetto. Eccoli, tre arcieri con l’arco teso. Scoccano. “Dovevi tenere ancora la bocca chiusa...”.

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Francesca Zoni

http://www.desirdesin.blogspot.com/

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AI WEIWEI I semi di girasole, la natura a contrasto... Federica Montanino/ Fatomale Collisione tra la memoria, culture tradizionali e societĂ contemporanea...

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“Io non guardo verso il futuro. Voglio dire quello che ho da dire e voglio dirlo ora” è questo l’imperativo che muove il lavoro di Ai Weiwei, artista concettuale cinese. “Sunflower Seeds” è il titolo dell’opera che Ai Weiwei ha ideato per la Turbine Hall, un’area della Tate Modern di Londra: un’infinità di semi di girasole riversati sul pavimento del gigantesco ambiente, come sabbia su cui camminare, il suono degli infiniti grani crepitanti sotto i piedi, e da far scorrere tra le

dita. Più di cento milioni di semi, bianchi e neri, tolgono il fiato, ogni persona che li osserva viene inevitabilmente spinta ai concetti di illimitato e immutabile, ma senza dimenticare la semplicità di quella bicromia che invade la stanza e riporta alla realtà. Si tratta, in verità, di milioni di piccole sculture in porcellana dipinta, perfettamente realistiche, create una ad una da artigiani della città di Jingdezhen, tradizionale centro di lavorazione di questo materiale. “Sunflower 59

Seeds”, i semi di quel popolo che la propaganda di regime raffigurava come un campo di girasoli rivolti verso il sole, verso Mao. Molteplici i piani di lettura di questa istallazione in bianco e nero, allegoria di un’emblematica contraddizione tra economia tradizionale e il fenomeno della produzione di massa “Made in China”, l’immagine di una popolazione ciecamente impiegata nella produzione industriale di oggetti futili o di bassa qualità per un mercato internazionale,


nella percezione della gente, lontano e astratto. Ai Weiwei ha già utilizzato in passato la porcellana cinese nelle sue performance incentrate sulla collisione tra la memoria, culture tradizionali e società contemporanea. “Sunflower Seeds” è una potente metafora per esprimere la precarietà dell’individualismo e del collettivismo: ogni seme è un oggetto unico tra i 100 milioni di semi, ma ogni seme è identico o sinonimo del tutto. Attraverso il suo lavoro, Ai spinge il suo pa-

ese e chiunque stia osservando la sua opera a porsi una serie di domande: stiamo cercando di raggiungere un modo unico collettivo di pensare? Vogliamo veramente quello stato della libertà individuale che le persone desiderano così tanto oggi? Quali sono i nostri valori condivisi? Siamo in realtà insignificanti o impotenti se non ci muoviamo insieme? Cosa si intende per condizione moderna? “Appena penso che una quinto della popolazione mondiale 60

non è ancora considerato come individuo, non riesco a dormire.” è questo ciò che l’artista afferma di fronte alla semplicità bicromatica della sua opera. Per Ai Weiwei il valore della vita risiede nell’interpretazione e nell’atto di interpretare sia la libertà sia i diritti dell’individuo.


Lorenza de Luca

http://lorenza-deluca.blogspot.com/

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Federica De Ruvo

facebook.com/federica.deruvo

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Yuria Broccoli

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CONTRASTI E INCONTRI Il bianco e nero sulla stoffa... Federica Montanino/Loisa Binomio bianco e nero: gli stilisti adoperano queste due tonalità opposte per creare uno degli abbinamenti cromatici più attraenti ed eleganti.

Oscar Wilde diceva che “la moda è ciò che uno indossa” e con provocazione continuava “ciò che è fuori moda lo indossano gli altri.” Si potrebbe aggiungere che ciò che non passa mai di moda è il binomio bianco e nero. Accostamenti che affascinano e catturano l’immaginazione da sempre, gli immutabili opposti che si attraggono. La moda si lascia ammaliare dal contrasto, così classico ed eterno. In un suggestivo gioco di ombre, gli stilisti adoperano queste due tonalità opposte per creare uno degli abbinamenti cromatici più attraenti ed eleganti. Cerchi

o sfere, triangoli o rombi, e poi onde, pois e anelli concentrici. I grafismi ottici si moltiplicano sulle stampe, in una profusione di linee e geometrie bianco/ nero. Molteplici intarsi di tratti e curve movimentano così abiti, visiere, mini-trench e giacche dal taglio essenziale, per forme lineari dai contenuti esuberanti. Bianco e nero hanno trovato spazio nell’optical art, movimento artistico degli anni ‘60 che ha avuto grande influenza sulla moda di quell’epoca. Ispirandosi soprattutto ai quadri di Victor Vasarely, sarti famosi si appropriano dei motivi decorativi ge70

ometrici, e con il contrasto del bianco e del nero creano giochi ottici di illusoria profondità e rilievo, di ambiguità tra disegni e sfondi. La moda dell’optical arriva anche nei grandi magazzini e ha una diffusione popolare. Ma la suddetta bicromia non perisce con il tempo, rimane e continua a regalare abbinamenti di grande effetto, ma non certo minimalisti, in questa semplice doppia cromia. Nell’anno 1863, in uno dei suoi saggi, Charles Baudelaire scrive della pittura nella vita moderna, intendendo per modernità l’effimero, il fuggitivo, il contigente,


quella parte dell’arte la cui altra metà è l’eterno e l’immutabile. Per noi oggi, come lo sarebbe stato allora per Baudelaire, è facile collegare, o addirittura sostituire, la parola modernità con la parola moda. Moda come l’aspetto di una modernità che è in costante conflitto con se stessa, che abbraccia la velocità e la virulenza dei suoi stessi radicali cambiamenti, i suoi andare e venire, i suoi cicli e ricicli, le sue mistificazioni e demistificazioni. La sua eterna storia d’amore con le sue stesse lucide, brillanti, attraenti e magiche superfici. Il suo desiderio di 71

trasgredire quella nozione stessa di superficie per penetrare ed andare al di sotto o al di là, ancorandosi da qualche parte sotto tale superficie: la superficie dell’ora, la superficie del nuovo. Il perverso e antitetico desiderio della moda di essere “anti” moda. La proliferazione di iconografie di morte e del morire, un pauperismo che sembra proporre stracci, e non abiti, è questo ciò che caratterizza Rei Kawakubo, stilista giapponese, che ha creato anche una collezione per la catena di abbigliamento H&M, e che, attraverso il suo modo


particolare di vivere la moda, si spinge fino ad emulare il collasso e la crescita cancerosa di organi interni, si fa riferimento alla famigerata e profondamente inquietante collezione “Lumps and Bumps” creata per la sua casa di moda Comme des Garcons. Le indossatrici sono ragazze pallide, spettinate, infagottate di strati di tessuto per un effetto sghembo, per niente donante. Oltretutto sottolineato dal nero, o da forme bianche apparentemente impossibili da realizzare, una sorta di colore-filosofia che crea inquietudine e sgomento. Le sue sfilate sembra vogliano ostentare decadenza, sciatteria: in realtà si tratta di uno stile fatto di sottili riferimenti, di vestiti che rompono le convenzioni, creano l’inatteso. Martin Margiela con la sua esposizione di fili, punti, cuciture, l’uso di materiali riciclati e riusati, laboriose tecniche di cucito, colli squadrati nero carbone, la rivisitazione del tessuto a pois, mette a nudo quella superficie della moda del nuovo e dell’ora, della modernità e della postmodernità. È il primo, negli anni ‘90, a rompere con la tradizione e a sfilare al di fuori della Cour Carrée del Louvre: da allora sceglierà sempre luoghi d’atmosfera come un tunnel delle ferrovie o un garage abbandonato. La sperimentazione resta la sua caratteristica distintiva e le sue collezioni sono una fucina di idee. Mille combinazioni diverse compongono lo scacchiere della moda di stagione. 72

Inevitabile citare la definizione che Kandinsky ha dato ad ognuno dei colori che costituiscono il nostro binomio: “Bianco: dato dalla somma di tutti i colori dell’iride, ma è un mondo in cui questi colori sono scomparsi, è un muro di silenzio assoluto. Tuttavia è un silenzio di nascita; è


la pausa tra una battuta e l’altra di un’esecuzione musicale, che prelude ad altri suoni. Nero: un non-colore, è spento come un rogo arso completamente. È un silenzio di morte; è la pausa finale di un’esecuzione musicale, tuttavia a differenza del bianco fa risaltare qualsiasi colore.” E lo stilista che ne fa uso conosce il potere di questa bicromia. Non è una coincidenza che, per Oscar Wilde, il nero fosse il colore supremo della modernità, e che il metallo ultimo della modernità è per sineddoche la moda.

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Loisa

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MarĂŹka Bigoni

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Un branco di lupini

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Quattro piccoli ricci ed una castagna

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Tre piccoli kiwi 79


Beatrice Bertaccini/Federica Montanino BeatriceBertaccini@hotmail.it

La città è un soggetto che le rappresentazioni reaha sempre affascinato e listiche ottocentesche, fino ispirato l’immaginario de- alla “città che sale” dei futuristi. gli artisti, almeno a parti- Il paesaggio urbano ha subito re dalle opere medievali, una profonda trasformazione passando per la città nelle raffigurazioni artistiche: ideale rinascimentale e le metropoli sono diventate 80

il contenitore scenico dove si rappresentano conflitti, guerre, attacchi terroristici e rivolte delle periferie; o dove prendono forma solitudini individuali, ansie collettive, ma anche energie vitali, fermenti culturali, politici e


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sociali che guardano al futuro. L’intensificarsi del rapporto tra uomo e città dà vita alla street art quella forma di arte e protesta che si manifesta in luoghi pubblici, spesso illegalmente, nelle tecniche più disparate. Con l’evoluzione “dell’arte urbana” si evolve anche il rapporto che l’uomo ha con la sua città, che diventa habitat naturale e paesaggio quotidiano, rassicurante e insidioso, desolato, ma sempre vivo, si torna al primordiale, ma rinnovato,

concetto di uomo come cittadino del mondo e della città, non inteso come fredda globalizzazione, bensì caldo “sfregamento di anime”, difesa ragionevole della propria identità storica e culturale, ma anche disponibilità ad ascoltare voci e volti diversi.

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Flavia Biondi

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Simone Danieli/MarĂŹka Bigoni hellsd@libero.it

Sotto un Cristo scolorito ricordo quando giocavo a dama con nonno e la scacchiera bianca e nera era da specchio ad un animo ancora ordinato, cui bastava una favola per prender sonno.

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CREDITS & CONTACTS

Chiara Faggiano Federica Montanino Valeria Cavallini Loisa Isabi Susanna Fioravanti Fatomale Martina Poli Carlotta costanzi Ilaria Boscia Jupien Martinez Gaiani Elbluo Lucia Manfredi Enrico Martinelli Francesca Zoni Federica de Ruvo Yuria Broccoli Marìka Bigoni Lorenza de Luca Lucia Calfapietra Simone Danieli Beatrice Bertaccini Flavia Biondi

limitee_perfezione@hotmail.it mon.fede@l ibero.it Valicav@tin.it http://tappetodipelliccia.blogspot.com/ http://isabellabersellini.tumblr.com/ http://www.cannedraccoon.blogspot.com/ http://fatomaleidea.blogspot.com/ http://martinapoli.blogspot.com/ carlotta.costanzi@ymail.com http://scarabocchia.blogspot.com http://jupien.blogspot.com/ http://www.flickr.com/photos/elbluo/ http://enoisullillusione.blogspot.com/ http://www.fuckinartist.splinder.com/ http://www.desirdesin.blogspot.com/ facebook.com/federica.deruvo http://yuriabr.blogspot.com/ http://sognifilanti.blogspot.com/ http://lorenza-deluca.blogspot.com/ http://luciacalfapietra.blogspot.com/ hellsd@libero.it BeatriceBertaccini@hotmail.it http://nathanielle.blogspot.com

Grazie a tutti quelli che hanno contribuito alla realizzazione di Lök e a voi per aver letto fin qui! Se volete dire la vostra, contattarci, porgerci cordiali saluti, riempirci di critiche costruttive ecc. scrivete a: lokmagazine@hotmail.it Oppure digitate: http://lokmagazine.blogspot.com/ per tenervi in contatto con noi attraverso il nostro blog... Se Lök vi è piaciuto al punto da volerne far parte non esitate a sottoporci la vostra idea via mail, la prenderemo in considerazione: siamo più che aperti a collaborazioni per i prossimi numeri!

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