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Capitolo 8

Platone Come possiamo conoscere? Qual è lo Stato ideale?

«Note a piè di pagina di Platone» di Armando Massarenti

A

dar retta ai sostenitori delle cosiddette «dottrine non scritte», i Dialoghi di Platone, quei capolavori della scrittura e del pensiero che abbiamo la fortuna, rara per un filosofo antico, di avere tutti a disposizione (oltre all’Apologia di Socrate, che è l’unica opera non dialogica, e alle Lettere) altro non sono che mera divulgazione. Di alto livello, certo. Infatti, ciò che davvero Platone credeva, e insegnava ai suoi allievi, secondo questa ipotesi, non lo metteva certo per iscritto. La tesi è sorprendente. Ha avuto notevole eco sui media, ma è contestata dalla maggior parte degli studiosi. Però ha almeno il pregio paradossale di farci vedere Platone nella giusta luce: quella del grande divulgatore, appunto. Anzi, grandissimo. E, diciamolo subito con chiarezza, comunque stiano le cose, questo a noi basta e avanza, perché non sentiamo proprio il bisogno di inventarci, al di là del suo splendido modo di argomentare, dialogico e costitutivamente aperto, dottrine e verità definitive, nonché destinate a pochi adepti. Lasciamolo fare a quei dogmatici che, in quanto tali, non possono certo appagarsi del susseguirsi di tesi su diversi temi, esposte sempre in maniera magistrale, ugualmente plausibili e forti ma contrapposte, delle quali in fondo non è mai chiaro quale sia quella giusta. Noi sapremo goderci invece questi testi cosí come sono perché, sul piano morale e conoscitivo, offrono moltissimo lasciando felicemente insoddisfatti. Cosí ne vorremmo di piú, e ancora di piú, e poi ancora e ancora di piú: di pensiero, di argomenti, di dialoghi, di possibilità di continuare il gioco per conto nostro.

E capiremo il detto secondo cui «tutta la filosofia occidentale non è che una nota a piè di pagina di Platone». Da pronunciarsi, però, in maniera piú ironica di quanto fece Alfred North Whitehead, perché ovviamente si tratta di una esagerazione. «Io posso dire» scriveva Platone della VII lettera «di tutti quelli che hanno scritto o scriveranno dicendo di conoscere ciò di cui mi occupo per averlo sentito esporre o da me o da altri […], che, a mio giudizio, non capiscono nulla di questi argomenti». Questo potrebbe sembrare un esplicito insulto rivolto agli infiniti chiosatori della posterità. E invece sta qui il vero nocciolo della questione platonica. Il senso della filosofia, piú che nella risposta alle domande, sta nelle domande stesse e nel percorso di ricerca che ne deriva. Se avesse voluto scrivere dei «trattati», Platone non avrebbe avuto difficoltà: e invece egli ha preferito, con i dialoghi, rendere viva la filosofia, rappresentando il confronto dialettico tra le varie posizioni su uno stesso argomento. Le teorie di Platone non sono, come spesso si crede, sempre quelle che egli mette in bocca a Socrate, benché si possa dire che il suo insegnamento e la sua condanna siano l’evento centrale della vita di Platone. La sua voce è quella dei tanti personaggi messi in scena nei dialoghi, tra cui allievi e familiari, come il fratello Glaucone. Le questioni che essi affrontano vanno prese con serietà, ma anche con un po’ di leggerezza. A partire da quelle, serissime, che riguardano la santità, gli dèi, la morale dell’Eutifrone, e l’anima e la sua immortalità discusse nel Fedone da Socrate, Simmia e Cebete.


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In greco la parola che sta per anima, psiché, vuol dire «vento»: un vento che «raffredda» l’accavallarsi delle passioni, in un’armonia che, senza reprimerle, le restituisce in giusta misura. Assomiglia al ventilatore dell’automobile – la metafora è di Francesco Adorno, un grande studioso di Platone – che raffredda il motore e ripropone l’equilibrio tra i diversi elementi. Insomma, per dirla in breve, al carattere statico, gerarchico, fisso, definitivo, con cui è stata decritta da una lunga tradizione di pensiero, sfugge per Platone persino l’anima! E lo stesso vale anche per le teorie della conoscenza e della giustizia, pur cosí fondamentali per la storia della filosofia. Anche delle sue famose teorie delle idee e della reminiscenza, Platone fornisce critiche penetranti e interessanti proposte alternative. Non di rado capita che le tesi che Platone non condivide appieno appaiano di grandissimo interesse. Cosí ad esempio Glaucone, nella Repubblica, confuta il perfido Trasimaco, per il quale la giustizia è sempre un mascheramento della legge del piú forte, ma anche le idee care a Platone. Platone afferma che se l’anello di Gige che rende invisibili venisse dato a due uomini, uno giusto e l’altro ingiusto, essi si comporterebbero alla stessa, ignobile, maniera. Gige, racconta il mito, aveva sedotto la moglie del re e con la sua complicità preso il suo posto. Non è dunque il senso di giustizia, dice Glaucone, a far prosperare la legge e la virtú, ma il timore di essere visti. Agli uomini infatti piace apparire come giusti assai piú che esserlo. La mora-

lità e il rispetto delle leggi sono costruzioni sociali e la loro efficacia deriva dal timore del biasimo e delle punizioni. La visione di Glaucone è assai saggia e realistica, ed è a ben vedere quella su cui si fonda la nostra civiltà giuridica, oltre a una immensa letteratura che interpreta la giustizia come equilibrio tra le parti in gioco, piú che come fondata sull’imparzialità. Ma al di là del desiderio di stabilire quale sia la teoria migliore, per il filosofo è importante soprattutto avere tempo per discutere. Lo ha ben rimarcato l’epistemologo Paul K. Feyerabend, riadattando nel modo seguente un passo del Teeteto: «L’uomo libero ha sempre tempo a sua disposizione per conversare in pace a suo agio. Egli passerà, come faremo noi nel nostro dialogo, da un argomento all’altro; come noi egli lascerà quello vecchio per uno nuovo che lo attiri di piú; e non si preoccuperà affatto se la discussione andrà per le lunghe, pur di conseguire la verità. Il professionista o l’esperto, al contrario, parlano sempre in lotta con il tempo, incalzati dall’orologio; non c’è spazio per dilungarsi sull’argomento prescelto, perché l’avversario, o il curatore, gli sta addosso, pronto a recitare la scaletta dei punti cui bisogna attenersi. Egli è uno schiavo che discute di un compagno di schiavitú davanti a un padrone seduto in giudizio, nelle cui mani è riposta la causa; e l’esito non è mai indifferente, bensí sono in gioco i suoi interessi personali, qualche volta persino il suo stipendio. Di conseguenza, egli acquisisce una sagacia amara e carica di tensione…».

1 Perché Platone è importante? La figura di Platone riveste un ruolo unico nel panorama della filosofia occidentale: sono pochi coloro i quali dubitano del fatto che egli sia stato il piú influente filosofo di tutti i tempi. Questa convinzione può essere, come abbiamo visto nell’Introduzione del capitolo, ottimamente sintetizzata dalla celebre frase del logico e filosofo contemporaneo Alfred N. Whitehead, secondo il quale l’intera storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a piè di pagina dell’opera di Platone. Colui che ha impostato i problemi filosofici

Questa affermazione è volutamente paradossale, ma può essere utile per mettere in chiaro un aspetto essenziale del pensiero platonico. Platone, piú che per le risposte che ha trovato, è stato fondamentale per delimitare gli ambiti della filosofia e soprattutto per impostare un gran numero di problemi che ancora oggi sono discussi in termini molto vicini a quelli in cui furono espressi dal filosofo greco. Di conseguenza, chiunque si sia occupato o si occupi di filosofia deve in qualche maniera fare i conti con l’eredità di Platone e, in molti casi, prendere una posizione pro o contro il suo pensiero: e si consideri che ciò è

capitolo 8 • Platone

Identikit del filosofo

Platone

Luogo e data di nascita e morte • Nato nel 428 o nel 427 a.C. ad Atene da una famiglia dell’alta aristocrazia (discendeva dal leggendario re Codro e da Solone; suo zio era il sofista Crizia), morí all’età di ottant’anni nel 348 o nel 347 a.C. Formazione • In gioventú si dedicò alla poesia e tra il 409 e il 407 a.C. fu impegnato nella guerra del Peloponneso. Secondo la tradizione Platone seguí le lezioni prima di Cratilo, seguace di Eraclito, e poi di Ermogene, che invece si rifaceva agli eleati; alcuni storici mettono in dubbio queste affermazioni, in cui vedono il tentativo dei successori di presentare il filosofo come l’ideale punto d’incontro e il compimento del pensiero di Eraclito e Parmenide. Attorno al 408 a.C. Platone iniziò a frequentare le lezioni di Socrate, compiendo quello che si sarebbe rivelato l’incontro piú importante della sua vita, in seguito al quale decise di bruciare tutti i suoi versi per dedicarsi interamente alla filosofia. Dopo la morte del maestro, nel 399 a.C. si trasferí prima a Megara, quindi intraprese una serie di viaggi che lo portarono – pare – in Egitto e nel sud dell’Italia, dove ebbe modo di approfondire il pitagorismo. I fatti salienti • Attorno al 388 a.C. si trasferí a Siracusa, dove divenne amico di Dione, cognato dell’allora tiranno della città Dionigi I. I due tentarono senza successo di convincere il tiranno a intraprendere una riforma dello Stato: stando a quello che ci racconta Diogene Laerzio, Dionigi I consegnò addirittura Platone all’ambasciatore spartano, che lo vendette come schiavo. Egli comunque riuscí a tornare ad Atene, dove fondò l’Accademia, cosí chiamata perché la sua sede era in un edificio dedicato all’eroe Accademo. Qui insegnò fino al 367 a.C., quando Dione lo richiamò a Siracusa per tentare nuovamente di mettere in pratica i suoi princípi filosofici: Dionigi I era morto e al suo posto era salito il figlio Dionigi II, di cui Dione era zio e tutore. Anche questo tentativo fu fallimentare: Dione fu mandato in esilio e Platone finí in prigione, riuscendo a fare ritorno ad Atene solo nel 365 a.C. Egli volle comunque ritentare e fu cosí che, nel 361 a.C., tornò a Siracusa per convincere il tiranno a far rientrare Dione, il quale nel frattempo si era trasferito ad Atene. Anche questo terzo tentativo fu un disastro: non solo Dionigi II confermò l’esilio, ma confiscò anche tutti i beni dello zio. Vicino all’essere ucciso, Platone riuscí a salvarsi solo grazie all’intervento di un vecchio amico, il pitagorico Archita di Taranto, divenuto tiranno della città pugliese. Fece ritorno ad Atene nel 360 a.C, dove rimase fino alla morte, dedicandosi alla filosofia.

Dicono di lui • Il vero nome era Aristocle, ma fu soprannominato «Platone» (da plàtis, «ampio»), per via delle sue spalle larghe, dal maestro di ginnastica, un lottatore di nome Aristone; secondo alcune versioni, tuttavia, questo soprannome deriverebbe dalla fronte ampia, segno di intelligenza. Opere • Platone è l’unico autore dell’antichità classica di cui ci sia giunta interamente l’opera, composta di 36 dialoghi e 13 lettere, anche se i filologi ancora discutono sull’autenticità di alcuni di essi. La prima sistemazione dei testi fu eseguita nel I secolo d.C. dal grammatico Trasillo di Alessandria, cui dobbiamo la divisione in 9 tetralogie (9 gruppi di 4 scritti ciascuno raggruppati per argomento) e l’eliminazione dal corpus platonico di 9 dialoghi ritenuti spuri. A partire dall’Ottocento, numerosi sono stati i tentativi di ordinare cronologicamente i dialoghi platonici. Il criterio piú usato è stato quello stilometrico: poiché le Leggi sono l’ultimo dialogo composto da Platone, rimasto incompiuto a causa della morte, si procede a datare le varie opere in base alla vicinanza o distanza stilistica con le Leggi. La cronologia ritenuta attualmente piú probabile raggruppa le opere in tre periodi: 1. dialoghi giovanili o socratici (composti tra il 395 e il 388 a.C.): Apologia di Socrate, Critone, Ione, Eutifrone, Carmide, Lachete, Liside, Alcibiade primo, Alcibiade secondo, Ippia maggiore, Ippia minore, Repubblica (libro I), Protagora, Gorgia, Menesseno, Cratilo, Eutidemo. In queste opere Platone espone il pensiero del maestro Socrate, lo elabora e inizia a sviluppare la propria teoria. 2.  dialoghi della maturità (composti tra il 387 e il 367 a.C.): Menone, Fedone, Simposio, Repubblica (libri II-X), Fedro. Qui Platone espone la propria filosofia. 3.  dialoghi della vecchiaia o dialettici: Parmenide, Teeteto, Sofista, Politico, Filebo, Timeo, Crizia, Leggi. In queste opere, e in special modo nel Parmenide, Platone mette in discussione alcune delle conclusioni cui era giunto nei dialoghi precedenti.

  Erma di Platone, II secolo d.C. Parigi, Museo del Louvre.

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Oltre che filosofo, grande scrittore

valido tanto per i suoi immediati successori (su tutti il suo piú celebre allievo, Aristotele, ▶ cap. 9) quanto per la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei.

Prima di procedere ulteriormente, riteniamo necessario sottolineare che la riflessione sulla conoscenza rappresenta una vera e propria branca della filosofia: la gnoseologia.

Detto ciò, può venire spontaneo chiedersi come mai Platone sia tanto importante, e che cosa mai abbia detto per influenzare cosí profondamente lo sviluppo della disciplina. La risposta a questa domanda deve con ogni probabilità essere ricercata in due motivi, tra loro complementari.

Le posizioni gnoseologiche che erano state proposte prima di Platone sono sintetizzabili in tre orientamenti. ■■ Per Parmenide e la scuola di Elea l’oggetto della conoscenza è l’essere e può essere conosciuto tramite la ragione; per questo motivo «conoscere» significa «conoscere ciò che è», dal momento che del non-essere non può essere detto o pensato nulla. Se l’essere è eterno e immutabile, anche la conoscenza vera, frutto della ragione, deve essere eterna e immutabile. ■■ Per i sofisti l’oggetto della conoscenza è il mutevole, che può essere appreso tramite i sensi e rielaborato tramite la ragione. Nessuna nostra conoscenza è eterna e immutabile e, quindi, non esiste vera conoscenza, la quale, se c’è, è possibile soltanto per gli dèi: gli esseri umani devono accontentarsi di avere a che fare con opinioni piú o meno plausibili. Dunque l’individuo, misura di tutte le cose, diviene il centro della riflessione filosofica, a scapito dell’essere e della verità. ■■ Anche per Socrate, come per i sofisti, l’oggetto della conoscenza deve essere considerato l’uomo, non la natura; ma egli difende, contro i sofisti, l’idea che la conoscenza vera sia una e indipendente dalle nostre opinioni.

In primo luogo, c’è una questione di forma. Un merito che praticamente tutti gli storici della filosofia sono disposti a riconoscere a Platone è quello di essere il migliore scrittore della storia della filosofia. Da un punto di vista letterario i suoi dialoghi sono dei veri e propri capolavori, che riescono a rendere affascinanti anche i concetti piú astrusi. In molti hanno tentato di imitare il suo stile, tanto che nel corso dei secoli quello del dialogo è stato uno strumento molto utilizzato dai filosofi per esporre le proprie idee. È tuttavia opinione comune che, negli ultimi 2500 anni, nessuno sia riuscito a eguagliare il suo livello. In effetti, e veniamo cosí al secondo punto, Platone è al tempo stesso un grandissimo filosofo e un grandissimo scrittore, e questa combinazione di forma e di sostanza si è rivelata decisiva per assicurare l’ineguagliata longevità delle sue opere. Probabilmente queste due ragioni, pur essendo fondamentali, non bastano a giustificare la vastità e la portata del successo e della profonda influenza di Platone nella storia della filosofia. Per comprenderla, infatti, è senz’altro necessario addentrarsi nei meandri del suo pensiero.

1.1 Quali sono i presupposti della filosofia di Platone? Per comprendere la filosofia di Platone, la scelta migliore è quella di ricostruire lo sviluppo del suo pensiero sulla base della scansione cronologica dei dialoghi, cosí come riportato nell'identikit. Emergono, in tal modo, i presupposti del suo argomentare. Il tema etico

Il tema della conoscenza

capitolo 8 • Platone

In primo luogo troviamo il tema etico. Il filosofo, infatti, inizia il proprio percorso là dove lo aveva terminato Socrate, polemizzando con le posizioni sostenute dai sofisti. In quelli che sono ritenuti essere i primi dialoghi non si giunge mai a una definizione del termine-oggetto del contendere (il coraggio, la virtú, la pietà, l’amicizia ecc.); la questione, alla fine della discussione, resta aperta: per questo motivo, tali dialoghi sono conosciuti come «aporetici». In questa fase, Platone rielabora ed estende alcuni dei temi centrali di quello che doveva essere stato l’insegnamento di Socrate, propugnando l’oggettività dei valori morali contro il relativismo dei sofisti. Nel suo interrogarsi circa la virtú, c’è un’argomentazione particolarmente rilevante che segnerà in maniera decisiva lo sviluppo del suo pensiero: ci sono molte cose buone, ma perché esse siano considerate tali devono essere tutte simili sotto qualche aspetto. In altri termini, deve esserci «qualcosa» che le accomuni tutte, e questo qualcosa non può che essere la Bontà o Bene. Il secondo tema è la conoscenza, sul quale probabilmente inizia a riflettere in seguito ai contatti con la scuola megarica. Tra i molti paradossi sviluppati in questo ambito, uno afferma proprio che la conoscenza è impossibile. I megarici, infatti, sostenevano che se si cerca di conoscere qualcosa di sconosciuto, allora, anche se lo si trovasse, non sarebbe possibile riconoscerlo: in pratica, se volessi conoscere la Cina, ma non avessi la minima idea di che cosa sia, potrei averla visitata senza saperlo. Dunque, perché possa essere sicuro di conoscere qualcosa, devo sapere di che cosa si tratta; ma, in questo caso, conoscerei già quello che sto cercando, e la mia ricerca sarebbe totalmente inutile. Per questo motivo, Platone porrà al centro del suo pensiero quello che può essere considerato il problema per eccellenza della filosofia occidentale: che cosa significa conoscere? E che cos’è veramente la conoscenza?

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Le tre posizioni gnoseologiche prima di Platone

Come vedremo nel prossimo paragrafo, Platone percorrerà quest’ultima strada socratica per giungere a un’intuizione destinata a segnare in maniera irreversibile tutto lo sviluppo posteriore della filosofia: quella di fondare l’esistenza di verità eterne e immutabili non sull’indagine della natura, ma su come noi esseri umani possiamo conoscerla. Si apre quell’eterno e incessante scontro tra Verità e Opinione, che, fortunatamente, è ben lungi dal terminare.

2  La teoria delle Idee:

com’è possibile conoscere?

Nel cercare di rispondere a com’è possibile conoscere, la riflessione platonica prende le mosse dal notare che tutte le cose buone partecipano di un’identica proprietà, che può essere definita come «virtú» o «bontà». Egli nota come, a ben vedere, questo non è vero solo per le proprietà morali. Infatti, noi vediamo molti oggetti gialli, ma non vediamo mai quella proprietà che li accumuna tutti, il Giallo. Allo stesso modo, vediamo molte cose triangolari, ma non vediamo mai il Triangolo, ovverosia quella figura che è simile a tutti gli altri triangoli e li rende tali. Questa considerazione porta Platone a dare inizio a quello che, in epoca medievale, è divenuto noto come «problema degli universali» (▶ cap. 15, par. 5.1), i quali sono appunto quelle caratteristiche che accomunano una classe di oggetti, come l’essere buono, l’essere giallo o l’essere triangolare. Conoscere significa attribuire agli oggetti le proprietà che appartengono loro; per chiarire come possiamo conoscere, quindi, dobbiamo in prima battuta chiederci che cosa siano mai questi universali. Platone afferma che l’universale non è qualcosa che possa essere percepito con i sensi. È infatti impossibile vedere con gli occhi il Giallo: noi vediamo solo cose piú o meno gialle. Un semaforo, un limone e una mimosa sono tutti e tre gialli, ma nessuno di essi è il Giallo, la proprietà che li rende simili e che stiamo cercando. Tuttavia, in qualche maniera, noi sappiamo che tutti questi oggetti possiedono questa proprietà, qualcosa che non abbia-

L’universalità al di fuori del sensibile


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mo mai visto nel mondo, che non vedremo mai e che è il motivo per cui li riteniamo simili. Se ciò non bastasse, c’è un altro argomento altrettanto forte: vediamo due oggetti e affermiamo che sono simili («sono gialli» o «sono triangolari»). Bene, come ci siamo formati il concetto di somiglianza? Se non lo avessimo prima di vedere gli oggetti in questione, non potremmo accorgerci che sono simili. La conclusione cui giunge Platone appare, date queste premesse, ovvia e incontrovertibile. Se quanto detto è vero, affinché la conoscenza sia possibile, prima di iniziare a percepire il mondo con i sensi noi dobbiamo già conoscere quella proprietà che, ad esempio, rende gialla una cosa gialla e simili cose fra loro molto diverse come un limone, un semaforo e una mimosa. Platone chiama «èidos» tale proprietà, termine solitamente tradotto con «Idea», motivo per cui la sua teoria della conoscenza è nota come «teoria delle Idee». Il termine, però, può essere in parte fuorviante, perché nel lessico comune (in seguito a un lungo percorso, che in buona parte seguiremo in questo manuale) la parola «idea» indica il prodotto della mente: le idee coincidono con ciò che pensiamo. Le Idee platoniche non sono assolutamente niente di tutto ciò. Idee, modello immutabile della realtà

  Accademia di Platone; Platone, al centro, indica con un bastone una sfera; I secolo a.C. Napoli, Museo Archeologico Nazionale.

Un’Idea in senso platonico è qualcosa che esiste eternamente fuori dallo spazio e dal tempo. Finché esisterà l’Idea del giallo (o il Giallo, come lo abbiamo chiamato finora), potranno esistere cose gialle; infatti essa non è il prodotto della mente, ma una specie di modello immutabile che noi, pur conoscendo, non percepiremo mai con i sensi: dunque, la traduzione piú corretta del corrispondente termine greco potrebbe essere «forma», «archetipo» o «modello». Ciononostante, per rispettare una tradizione ormai bimillenaria, nei prossimi paragrafi ci riferiremo a questa entità come «Idea», utilizzando l’iniziale maiuscola per distinguerla dall’altra accezione più moderna del termine.

capitolo 8 • Platone

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2.1 Qual è il rapporto tra le Idee e il mondo sensibile? In base a quanto abbiamo appena detto, le Idee sono per Platone la realtà vera e, in questo senso, costituiscono la conditio sine qua non degli oggetti: senza le Idee le «cose» non sono niente, anzi non «ci sono», dato che in se stesse le «cose» sono soltanto «apparenza», immagine che scorre, che passa e che ora è presente, ma che, poi, non è garantita. Deve quindi esistere un rapporto tra gli oggetti del mondo sensibile e le Idee, che costituiscono la realtà eterna e immutabile, rapporto che garantisca che gli oggetti, per essendo apparenza, siano in qualche modo apparenza della realtà vera. Da un punto di vista tecnico, Platone individua tre modi in cui un oggetto può essere riferito a un’Idea, e quindi essere simile a essa. ■■ La mimesi (dal greco mímesis, che significa «riproduzione, imitazione»), ovverosia quando l’oggetto è un’imitazione o una copia dell’Idea: è il caso dei tavoli, dei triangoli e, piú in generale, di ogni oggetto sensibile. ■■ La metessi (dal greco mèthexis, «partecipazione»), ovverosia la partecipazione dei valori, come ad esempio la bontà o la giustizia: in questo caso l’azione buona o l’uomo giusto partecipano della rispettiva Idea, vale a dire sono un caso particolare del valore di cui l’Idea è la vera espressione. ■■ La parusia (dal greco parousía, «presenza»), quando l’Idea si mostra attraverso le cose come il frammento di uno specchio in frantumi: questo caso si applica a una sola Idea, quella di Bellezza. La bellezza è quindi «presente» in tutte le cose e tutte le cose sono «presenze» dell’idea di bellezza.

In che modo gli oggetti partecipano delle Idee?

Mimesi

Oggetti sensibili

Metessi

Valori

Parusia

Bellezza

Come un oggetto si riferisce all’Idea

C’è poi un secondo punto, cui abbiamo già accennato: per Platone, come per gli eleati, il termine «conoscenza» (epistème), se usato propriamente, indica una forma di sapere infallibile, che, se è giusto una volta, deve essere giusto per sempre. Ciò perché, quando è vera conoscenza, si riferisce a qualcosa che è, che quindi non può non essere. Una volta che sia stato detto qualcosa di vero su un ente del genere, quest’affermazione deve restare vera per sempre. Il filosofo tuttavia è pienamente cosciente del fatto che la maggior parte delle cose che conosciamo non è vera in questo senso assoluto: per questo genere di sapere, che può essere giusto o sbagliato, Platone utilizza il termine «opinione» (dòxa). Ma, continua Platone, non possiamo avere opinioni su ciò che è (perché in quel caso si tratterebbe di conoscenza), ma nemmeno su ciò che non è, perché del non-essere non si può dire niente. Con un colpo di genio, Platone riesce a sfruttare a proprio vantaggio questo paradosso su cui si erano incagliati i pensatori eleati e su cui i sofisti avevano letteralmente costruito le proprie fortune: l’opinione, la conoscenza imperfetta, è possibile, ma solo se si riferisce a oggetti che possono sia essere sia non essere. Riprendendo Eraclito, afferma che questi sono gli oggetti sensibili, i quali infatti possono esistere e non esistere, e che, come aveva già messo in luce il pensatore di Mileto, possono assumere, nel divenire temporale, proprietà tra loro contraddittorie.

L’opinione si riferisce a ciò che può sia essere sia non essere


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capitolo 8 • Platone

Abbiamo cosí evidenziato due importanti aspetti, in qualche maniera paralleli tra loro. Da una parte abbiamo oggetti imperfetti e conoscenza imperfetta (dòxa), dall’altra conoscenza immutabile (epistème), che si riferisce a oggetti immutabili.

Conoscenza certa

Opinioni

Oggetti che sono e che non possono non essere

Oggetti che possono essere o non essere

Mondo delle Idee

Mondo sensibile

3 I quattro gradi della conoscenza I primi due livelli di conoscenza: l’ambito della dòxa

Siamo giunti cosí a un punto centrale del pensiero di Platone: i «quattro gradi della conoscenza». Per Platone il modo in cui noi possiamo conoscere non è univoco, ma si suddivide in quattro livelli disposti gerarchicamente. 1. Al livello piú basso troviamo l’immaginazione (eikasía), ovverosia la capacità di percepire le qualità o immagini degli oggetti sensibili (ad esempio: «vedo qualcosa di giallo»). 2. Al livello subito superiore, si trova la credenza (pístis), tramite la quale noi passiamo dalla percezione all’oggetto («quella cosa gialla è un limone»). Questa convinzione per Platone è sbagliata o, nella migliore delle ipotesi, grossolanamente approssimativa, perché tutti gli oggetti sensibili sono contraddittori e non esistono realmente. Per essere precisi, esistono solo come ombra o riflesso delle Idee, una sorta di realtà virtuale. Questi primi due livelli, che corrispondono alla conoscenza ottenuta tramite i sensi, rappresentano il piano della dòxa, e, riferendosi a entità contingenti, non possono che produrre una conoscenza che può essere contraddittoria. Ciò significa che, finché ci limitiamo a usare esclusivamente i nostri sensi come strumenti gnoseologici (credo vero ciò che vedo e basta), possiamo avere solo una conoscenza imperfetta, poiché questa si basa su oggetti imperfetti. Si scorge, in tal modo, la profonda influenza che il pensiero di Parmenide ha esercitato sulla filosofia di Platone, ma con un’essenziale differenza: per Platone il movimento, il tempo e tutto quello che era stato negato dagli eleati, in un certo senso, esiste, anche se solo come ombra o riflesso di ciò che esiste eternamente.

I secondi due livelli di conoscenza: l’ambito dell’epistème

Una volta compresa la natura contraddittoria degli oggetti che si presentano ai sensi, si può ascendere alla vera conoscenza, quella che Platone definisce «epistème» e che viene a volte tradotta «scienza». Ancora una volta, questo termine può essere fuorviante, visto che ha poco o nulla a che vedere con la sua accezione odierna. Come abbiamo visto, l’epistème è la conoscenza delle Idee, cioè degli oggetti eterni e immutabili che costituiscono la vera realtà oltre le apparenze dei sensi. L’epistème è un tipo di conoscenza eterna e immutabile e, se ottenuta, deve essere sempre corretta. Anche questa si divide in due gradi disposti gerarchicamente rispetto a se stessi e rispetto ai due precedenti.

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3. Al livello piú basso si trova la diànoia («ragione discorsiva»), ovverosia la capacità di comprendere gli enti della matematica e di ragionare intorno a essi. Torna un elemento che avevamo messo in luce parlando dei pitagorici, quello della conoscenza matematica come strumento privilegiato per la comprensione delle verità eterne e immutabili. Contrariamente ai pitagorici, tuttavia, per Platone questo non è il livello piú alto della conoscenza. L’aritmetica e la geometria sono scienze ipotetiche: le loro affermazioni possono, infatti, essere formulate cosí: «se esiste un x, allora...» e cosí via. Ma la conoscenza cui aspira Platone non ammette condizionali né condizioni di validità: deve semplicemente essere vera, sempre e comunque. Le discipline matematiche sono comunque essenziali, perché permettono all’uomo di avvicinarsi a un mondo di verità eterne e immutabili, superiori alle mere opinioni che, invece, vengono presentate dai sensi: non a caso, si dice che all’ingresso dell’Accademia vi fosse incisa la frase «Non mi attraversi chi è digiuno di geometria». Grazie alla matematica l’uomo apprende il processo di astrazione. 4. Dopo essersi formata con lo studio della matematica e aver appreso a rifiutare la conoscenza sensibile, la mente umana è finalmente pronta a conoscere il mondo delle Idee tramite quello che Platone definisce «noús», l’Intelletto. Solo quest’ultima è la vera conoscenza e il termine del percorso cui deve giungere chi vuole comprendere la realtà. Immaginazione Dòxa Credenza I quattro gradi della conoscenza Ragione discorsiva Epistème Intelletto

Uno sguardo al futuro Una delle teorie attribuibili a Platone ancora attuali è quella che viene definita «realismo matematico», secondo la quale gli enti matematici esistono indipendentemente dalla mente umana, ovvero esistono in modo atemporale, assoluto e astratto. Il compito degli individui, in tal senso, sarebbe soltanto quello di «scoprire» la matematica e non di inventarla. Tuttavia, la storia della matematica ci ha insegnato che anche questa disciplina si evolve, è soggetta al cambiamento, procede per scoperte, errori e riformulazioni. Ad esempio, i numeri primi non sono noti da sempre, ma di sicuro, dopo essere stati definiti tali, non possono essere che loro. Ancora non si conoscono tutti e forse non si potrà mai conoscerli tutti, ma ogni volta che se ne in-

contra uno si sa che è un numero primo. La questione, pertanto, è: prima della loro definizione, però, i numeri primi esistevano? Per l’individuo comune senz’altro no. Per Platone e i platonici la risposta è affermativa. Ma che importanza può avere? Eppure la definizione è stata data in un contesto particolare, contingente e ciò potrebbe essere testimonianza del fatto che anche le definizioni matematiche siano funzionali al sistema in cui sono inserite. Se i numeri primi esistono, l’uomo può scoprirli o no… la loro realtà non cambia. Se i numeri primi sono definiti dall’uomo… la loro verità cambia al cambiare della definizione.


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Filosofia minima Numeri Platone ha un’altissima considerazione della matematica, e i matematici hanno in qualche maniera restituito il favore. La teoria per cui gli enti matematici esistono realmente e indipendentemente dalla mente umana, nota come «realismo matematico», è l’unica parte del pensiero di Platone che resiste tutt’oggi e che trova molti sostenitori, specie fra gli studiosi di logica. In onore al filosofo greco, questa posizione viene spesso anche chiamata «platonismo», anche se, nel corso dei secoli, questo termine ha finito per assumere una valenza ironica e spesso polemica per via dell’aspetto mistico e quasi religioso che comporta; un lato che a volte viene sintetizzato scherzosamente invocando il «pi greco nell’alto dei cieli». Ti proponiamo una breve pillola di filosofia minima, che ti aiuterà a riflettere sulla questione.

sistono i numeri? Di sicuro non esistono quelli piú familiari agli italiani: i cosiddetti «numeri ritardatari». Quelli del Lotto, che fanno penare milioni di persone con inutili calcoli e penose aspettative di vincita. Ma questa è solo una battuta. I numeri ritardatari, in quanto numeri, «esistono» eccome. Non esistono semmai in quanto «ritardatari», cioè come numeri che – nell’infantile mente statistica dei giocatori – hanno piú probabilità di uscire di altri perché non sono stati estratti da molto tempo. Ma c’è un modo molto piú profondo di porre la domanda «esistono i numeri?» e di addentrarsi quindi nel campo della filosofia della matematica. Una disciplina che esemplifica assai bene il modo in cui opera la filosofia in generale: produce teorie, modelli, ipotesi, ragionamenti che dovrebbero spiegare in maniera profonda un certo ambito della vita e della conoscenza, per rivelare che poi nessuno di essi funziona veramente. Eppure, dopo averli discussi e attraversati, davvero ne sappiamo di piú. Della vita. O dei numeri. È stato il filosofo contemporaneo Hilary Putnam, in un suo saggio sulla logica, a mostrarci quanto ciò sia vero proprio per la matematica. Un paragrafo si intitola appunto «Filosofia della matematica: perché niente funziona». E lo stesso vale, aggiungo io, anche per le teorie etiche. In entrambi i casi ha ragione Putnam: spiegare «perché niente funziona» ci rende piú ricchi, e ci fa capire (paradossalmente) che la filosofia serve a qualcosa, e che può persino «fare progressi». Ad esempio,

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3.1 Il mito della caverna: qual è la funzione dell’analogia?

di Armando Massarenti

E

capitolo 8 • Platone

Gödel, uno dei piú grandi logici mai esistiti, è un platonico. I numeri per lui esistono, e i teoremi in qualche modo vengono «scoperti». La mente umana possiede una facoltà particolare, capace di acquisire una capacità sempre migliore di afferrare gli oggetti matematici. Questa facoltà però sembra essere completamente disincarnata, osserva Putnam, e non può stare nei nostri cervelli. Dunque il platonismo non sembra essere la soluzione decisiva. D’altro canto però Gödel è colui che ha inferto il colpo decisivo a un’altra spiegazione potente della natura della matematica: quella «logicista», secondo la quale «la matematica è logica travestita», e che da ciò deriva la sua infallibilità. Il fatto è che si può dimostrare, proprio con la logica, grazie a Gödel, che esistono verità matematiche che non sono dimostrabili. Dunque, come la mettiamo? Ci sono altre alternative: il formalismo, il convenzionalismo, l’olismo, il realismo quasi empirico, il modalismo, l’intuizionismo. Ma nessuna funziona. Qualcosa di importante resta sempre fuori. Eppure ognuna delle ipotesi sottese a queste idee filosofiche ha prodotto risultati importanti in campo matematico. I matematici del gruppo Bourbaki1 amavano ripetere che «i matematici sono platonici nei giorni feriali e formalisti la domenica». Platonici quando lavorano, formalisti quando mettono in ordine. Ma anche questa è solo una battuta. E che cosa siano davvero i matematici, vista la varietà delle loro personalità e delle loro «filosofie», resta un bel mistero.

1. Nikolas Bourbaki è lo pseudonimo con cui un gruppo di matematici prevalentemente francesi, a partire dal 1935 fino al 1983, ha pubblicato una serie di libri impostati sulla teoria degli insiemi. Traendo ispirazione da questo articolo, elabora un testo che miri a decontestualizzare la questione dell’esistenza o no dei numeri dalla filosofia di Platone, mostrando le conseguenze del condividere o non condividere il realismo matematico all’interno di una comunità scientifica. Scegli una tesi e sostienila con una difesa ragionata, ricordando di: a. esprimerla chiaramente; b. delineare in modo esplicito gli argomenti che a tuo parere servono a sostenerla; c. prendere in considerazione possibili obiezioni.

Siamo cosí giunti al mondo delle Idee, passando per lo studio delle verità eterne della matematica. Ammettere che si conosce il reale solo alla fine del processo di astrazione dal sensibile può senz’altro apparire sconcertante. Non è facile, infatti, credere che tutto ciò che vediamo altro non sia che un’illusione, e per di piú che rappresenti il pallido riflesso di un mondo di entità superiori. Un grande scrittore contemporaneo, l’argentino Jorge Luis Borges, nel dare una sommaria descrizione del mondo delle Idee, lo paragona a un enorme museo immobile, dove sono esposti i modelli che danno la forma al nostro mondo. Una domanda che può sorgere a questo punto è: ma Platone crede veramente che le sedie e i tavoli non esistano realmente? E crede sul serio che esista un’Idea della Mamma piú reale di sua madre? In questo caso, è il filosofo stesso a venirci incontro chiarendo le sue Idee in maniera magistrale.

Che cosa significa che le Idee sono piú reali del mondo sensibile?

Platone è cosciente del fatto che questa teoria, almeno di primo acchito, può sembrare assurda, specie per chi non ha percorso tutti e quattro i gradini della scala della conoscenza. Formula, quindi, nel libro VII della Repubblica, un esperimento mentale divenuto celeberrimo: il mito della caverna. Supponiamo, dice il filosofo, di avere un gruppo di esseri umani incatenati in una caverna, sotto un grande muro, in modo che non si possano muovere o voltare. Oltre il muro, da cui filtra la luce, altri esseri umani trasportano delle statue che proiettano le loro ombre sulla parete della caverna che viene fissata dai prigionieri. Platone spiega che costoro sono convinti che le ombre siano reali, e che la realtà sia quella che vedono, non avendo modo di liberarsi delle proprie catene e di scoprire la verità. Supponiamo adesso che uno dei prigionieri riesca a liberarsi e a scavalcare il muro, uscendo dalla caverna e riuscendo finalmente a vedere il Sole. Dopo aver scoperto come stanno veramente le cose, se tornasse indietro i suoi occhi non sarebbero piú abituati alle tenebre, e quindi apparirebbe come goffo. Se e quando tentasse di raccontare la verità, i suoi compagni di prigionia non gli crederebbero e, ascoltando i suoi racconti, lo prenderebbero per pazzo.

„T1,T2

Ogni elemento di questa storia corrisponde a un lato importante della teoria della conoscenza di Platone. In altri termini, il filosofo ci dice che noi siamo imprigionati nelle tenebre e ingannati dai sensi. Ciò che vediamo non è che l’ombra della realtà, costituita dal mondo delle Idee. Chi, grazie alla filosofia, è capace di liberarsi dalle proprie catene, e quindi dall’illusione dei sensi, è destinato purtroppo a non essere compreso dai propri simili e, come Socrate, rischia per questo di essere mandato a morte. In altri termini, uno dei messaggi del mito è che la teoria di Platone risulta strana ai non filosofi, all’individuo comune che non ha visto il mondo delle Idee, la Verità. Se, come Platone, avessimo contemplato il mondo delle Idee, sapremmo senza ombra di dubbio che la sua teoria è vera.

La prigionia dei sensi e la liberazione tramite la filosofia

Il mito della caverna rappresenta l’esempio piú celebre di una modalità espositiva in cui Platone è un maestro: quella dell’analogia. Da un punto di vista tecnico, questa funziona come una proporzione matematica: A sta a B come C sta a D. Prendiamo, ad esempio, il mito della caverna: Platone afferma che il rapporto che c’è fra le Idee e gli oggetti sensibili è quello che c’è fra un oggetto e la sua ombra. Usando come termine di paragone un rapporto che ci è noto, quello tra l’oggetto e la sua ombra, riesce a spiegare una relazione che per noi sarebbe altrimenti incomprensibile o, nella migliore delle ipotesi, alquanto dubbia, quella tra Idee e oggetti sensibili. Senza dubbio, l’analogia è uno degli strumenti essenziali della mente umana, e in molti casi una buona analogia si rivela un

Comprendere mediante l’analogia


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sezione 2 • Nascita e morte della pòlis

metodo diretto e convincente per difendere la bontà di una teoria. La potenza di questa tecnica sta nel fatto che, oltre a quello che afferma esplicitamente, può contare su ciò che in un certo senso suggerisce a chi la ascolta. Platone paragona i sensi a delle catene, e le nostre vite a quella di prigionieri: non solo sta spiegando la nostra condizione, ma sta anche suggerendo che questa nostra situazione non è affatto piacevole. Una buona argomentazione si rivolge al nostro intelletto: un’analogia, quando è riuscita, fa perno anche sulla nostra parte emotiva. Per dare un’idea di quanto possano essere lunghe le gambe di un’analogia e di quanta strada possano percorrere, si consideri che il mito della caverna ha avuto, e ha tutt’ora, un ruolo essenziale nel convincere ge  Scuola fiamminga, La caverna di Platone, XVI secolo. nerazioni e generazioni di uomini che la realtà di tutDouai, Musée de la Chartreuse. ti i giorni sia un’illusione, e che i numeri siano piú veri delle sedie, dei tavoli e delle vicende della nostra vita quotidiana. Resta irrisolta in Platone, e non soltanto in lui, la questione di che cosa succeda quando una bella analogia si riveli un’analogia sbagliata, ma questo sarà un tema che, purtroppo, dovremo affrontare spesso nell’esporre il pensiero dei filosofi, a partire dallo stesso Platone.

4 L’Idea di Bene: qual è il suo compito? Dopo aver chiarito ulteriormente la posizione di Platone e aver avuto modo di porre l’attenzione su un lato importante della sua tecnica argomentativa, possiamo tornare a concentrarci sulla sua dottrina. L’Idea di Bene «illumina» come il Sole

La coincidenza tra il Bene e la Verità

Nel mito della caverna, il mondo delle Idee viene identificato con l’esterno della grotta. Continuando su questa linea, il filosofo afferma che fra tutte le cose che vediamo all’esterno della caverna ce n’è una, il Sole, che permette di vedere tutte le altre. Platone ritiene che anche la conoscenza, pur non avvenendo attraverso i sensi, abbia bisogno di un contesto simile. Quindi deve esserci: ■■ un soggetto conoscente; ■■ degli oggetti che vengono conosciuti; ■■ una terza entità che permette la conoscenza «illuminando» quello che viene conosciuto.

capitolo 8 • Platone

Questo pensiero contiene in sé elementi religiosi, che potrebbero far parlare di un culto della Bellezza e della Verità, illuminate dalla luce eterna e imperitura del Bene. Tale elemento costituisce un ulteriore punto di forza della teoria platonica. Se c’è un pensiero che possa fare concorrenza alle religioni, promettendo la conoscenza di un mondo ultraterreno migliore di quello in cui viviamo, senza ombra di dubbio è quello di Platone. Non è quindi un caso che la sua filosofia, tramite l’influsso della cultura alessandrina, sia entrata a far parte in maniera profonda della dottrina cristiana.

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▶Esperimento mentale

5  La reminiscenza: come conoscere ciò che non conosciamo?

Adesso che abbiamo delineato alcuni punti cardinali del pensiero di Platone, resta da rispondere al paradosso della scuola megarica prima ricordato secondo cui è impossibile conoscere qualcosa di sconosciuto (perché non lo riconosceremmo come l’oggetto della nostra ricerca) come anche qualcosa di conosciuto (perché già lo conosciamo). Benché la questione possa sembrare un gioco di parole, Platone la prende molto sul serio, e, dando un’ulteriore prova di abilità, riesce a trasformarla in un elemento a favore della propria teoria. Egli infatti è pienamente convinto che non possiamo conoscere qualcosa che ci sia totalmente ignoto, ma dobbiamo averne una qualche conoscenza «preventiva», per quanto imperfetta e parziale. La soluzione che propone è quella di considerare la conoscenza come una forma di ricordo, e questo ambito della sua riflessione è noto come «reminescenza» o «anamnesi». La sua dimostrazione è formulata in un celebre passo del Menone, nel quale Platone ritrae Socrate che, ponendo delle domande allo schiavo di Menone, totalmente digiuno di matematica, riesce a fargli dimostrare, passo dopo passo, il teorema di Pitagora. Se una cosa del genere è possibile, è perché in qualche maniera lo schiavo già conosceva il teorema in questione e, grazie all’aiuto di Socrate, lo ha richiamato alla memoria. Ma dove lo aveva imparato?

Ricordare per conoscere

La risposta che Platone dà a questa domanda è perfettamente in linea con quanto detto finora: evidentemente, lo schiavo aveva in qualche maniera visto il mondo delle Idee, da cui aveva ricavato i concetti di Triangolo, Linea, Punto e cosí via. Dal momento che ciò non può essere avvenuto durante l’esistenza concreta dell’individuo, Platone conclude che sia stata l’anima dello schiavo ad accedere al mondo delle Idee prima che questi nascesse.

L’anima sopravvive al disfacimento del corpo

Questo terzo ente, che svolge la funzione del Sole nel mondo fisico, è rappresentato dalla piú importante di tutte le Idee: l’Idea di Bene.

Questo passaggio permette di esporre un altro elemento importante del pensiero platonico, l’immortalità dell’anima. Ora, non è che Platone abbia inventato il concetto di anima immortale, che aveva invece in buona parte ripreso dall’orfismo e dai pitagorici. Bisogna però dargli atto di averlo inserito in maniera totalmente organica all’interno della sua filosofia, e di essere stato il primo a proporre degli argomenti per dimostrare l’esistenza dell’anima e la sua sopravvivenza alla dissoluzione del corpo.

Quest’affermazione è ricca di conseguenze: per Platone, infatti, senza il Bene non potrebbe esistere alcuna conoscenza. In questo modo salda in maniera indissolubile il piano morale della sua riflessione con la teoria della conoscenza: al pari del suo maestro Socrate, Platone è infatti convinto che nessuno faccia il male volontariamente, ma solo perché non conosce la bontà. Non solo: quanto piú si avrà presente l’Idea di Bene, tanto piú saremo «illuminati» e potremo cosí conoscere. Conoscere, per il filosofo, significa anche vivere correttamente, apprezzare la Bellezza, la Verità e il Bene e, comprendendone il profondo valore, amarli.

Prima di addentrarci nel dettaglio di questa dimostrazione, è utile concentrare ancora l’attenzione sulla dottrina della conoscenza come ricordo. Secondo Platone è infatti possibile che uno schiavo, debitamente condotto dal Socrate di turno (il «Sole» che illumina il cammino verso la conoscenza), possa giungere a dimostrare il teorema di Pitagora. Viceversa, è impossibile che, con questo sistema, riesca a «ricordare», ad esempio, la data della battaglia di Maratona o la legge di gravitazione universale. Infatti, per Platone, questo genere di conoscenze rientrano nel campo delle opinioni, in quanto si riferiscono al mondo sensibile.

„T3, T4

La superiorità delle verità eterne rispetto a quelle contingenti


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sezione 2 • Nascita e morte della pòlis

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Filosofia minima Innatismo

6  La dottrina dell’anima:

di Armando Massarenti

Gli argomenti a favore dell’immortalità dell’anima, presentati nel Fedone, sono essenzialmente tre: 1. il primo è quello della reminiscenza o anamnesi, che abbiamo esposto poco sopra; 2. il secondo è quello per cui l’anima è vita e, in quanto tale, non può morire (e questo è un retaggio della dottrina parmenidea secondo cui ciò che è qualcosa non può essere qualcos’altro e soprattutto non può essere il suo contrario); 3. il terzo argomento è che l’anima, essendo invisibile ai sensi, deve essere simile alle Idee. In quanto tale è semplice, cioè non è composta da parti, e quindi non può disgregarsi e morire come invece succede al corpo e, piú in generale, a tutte le cose sensibili.

Le argomentazioni in difesa dell’immortalità dell’anima

Quest’ultimo argomento sembra però applicarsi solo a una parte dell’anima, come parrebbe considerando un altro celeberrimo mito platonico, presentato nel Fedro. Si tratta del mito dell’auriga, in cui Platone paragona l’anima a un cocchio trainato da due cavalli alati. Il primo, nero, rappresenta la cosiddetta «anima concupiscibile», ovverosia le passioni fisiche che ci tengono legati al corpo. Questo cavallo spinge verso il basso, e alla morte del corpo ci dirige verso la terra per reincarnarsi e imprigionarci di nuovo nel mondo della materia. Il secondo cavallo, bianco, rappresenta l’«anima irascibile», cioè le passioni disinteressate come l’amore per il sapere, la quale invece tende verso il mondo delle Idee, che si trova al di là dei cieli, nell’Iperuranio.

Il mito dell’auriga

come si unisce al corpo?

Se non conosco una cosa, come posso rendermi conto di non conoscerla e come posso accorgermi di conoscerla? Se mi accorgo di aver conosciuto una cosa che prima non conoscevo vuol dire che, anche precedentemente, in qualche modo la conoscevo, altrimenti non me ne sarei accorto. Quindi, o non posso conoscere nulla di nuovo o so già tutto dall’inizio, in una maniera, diremmo oggi, non cosciente. In entrambi i casi, sembra possibile sospettare che o si sa già tutto o non si conosce nulla. La teoria della reminescenza platonica risponde proprio a questo dilemma e, nonostante nessun filosofo o scienziato vi faccia riferimento, il sospetto che il conoscere non sia che una sorta di «riportare alla mente» non è ancora scomparso dalle teorie gnoseologiche contemporanee. Ecco una breve pillola di filosofia minima, che ti aiuterà a riflettere sulla questione.

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capitolo 8 • Platone

uanta filosofia potete trovare nella medicina? Moltissima naturalmente, ma non sempre allo stato puro come nel campo dell’immunologia. Un solo piccolo esempio. Niels K. Jerne1, nel 1984, intitolò la sua lezione magistrale per il conferimento del premio Nobel La grammatica generativa del sistema immunitario. L’eco alle teorie linguistiche di Noam Chomsky era del tutto evidente, soprattutto per un aspetto fondamentale: l’innatismo. Proprio come la competenza linguistica per Chomsky è una capacità innata che preesiste al concreto apprendimento di una singola lingua, cosí gli anticorpi in qualche modo sono già lí, prima ancora del loro incontro con l’antigene. Sia Chomsky che Jerne ci rimandano nientemeno che alla teoria platonica della reminiscenza. Anche se a Jerne l’idea, come egli stesso ricorda, venne in realtà leggendo le Briciole di filosofia di Kierkegaard2: «Può la verità venire appresa?» si chiedeva il filosofo danese. «Se è cosí,

si deve desumere che essa non preesista: per essere appresa deve essere acquisita. Siamo cosí di fronte alla difficoltà su cui richiama l’attenzione Socrate nel Menone, cioè che ha cosí poco senso cercare ciò che non si conosce, quanto cercare ciò che si conosce; non si può cercare ciò che si conosce, perché lo si conosce già, e ciò che non si conosce non lo si può cercare, poiché non si sa neppure cosa cercare. Socrate risolve questa difficoltà postulando che l’apprendimento non è altro che rievocazione. La verità non può essere portata dentro, ma deve esserci già.» Leggendo questo passo, Jerne, immerso com’era nelle sue ricerche sull’immunologia, capí che se avesse sostituito la parola «verità» con l’espressione «la capacità di sintetizzare anticorpi» il brano avrebbe mantenuto tutto il suo senso. E da lí derivarono le sue scoperte. E dire che c’è chi ancora sostiene che leggere i libri di filosofia sia solo una perdita di tempo.

1. Niels K. Jerne (1911-1994) è stato docente all’Istituto Pasteur di Parigi e diresse il Paul Ehlrich Institut e l’Istituto di immunologia di Basilea. Ricevette il premio Nobel per la medicina per le sue ricerche sul sistema immunitario. 2. Søren Kierkegaard (1813-1855), la cui trattazione aprirà il vol. III, diede vita a una filosofia anti-hegeliana incentrata sul tema dell’angoscia e sulla constatazione della natura paradossale della fede religiosa.

Traendo ispirazione da questo articolo, elabora un testo che miri a decontestualizzare dalla filosofia di Platone l’ipotesi secondo cui conoscere vuol dire «ricordare» e prova a comprendere e spiegare tutte le conseguenze che possono derivare da una simile concezione gnoseologica o, se preferisci, fai lo stesso assumendo l’ipotesi che ogni cosa che apprendiamo è «nuova» alla nostra mente. Svolgi una difesa ragionata della tua tesi e ricorda di: a. esprimerla chiaramente; b. delineare in modo esplicito gli argomenti che a tuo parere servono a sostenerla; c. prendere in considerazione possibili obiezioni.

Questa tendenza ad attribuire superiorità alle verità eterne, vere per sempre e in maniera assoluta, piuttosto che alle verità che descrivono situazioni particolari, le cosiddette «verità contingenti», è stata uno dei molti lasciti di Platone ai suoi successori. Dopo di lui, in pochi si sono spinti cosí oltre da affermare che la conoscenza sensibile non conti praticamente nulla. Anche in virtú del suo influsso, la filosofia è rimasta una disciplina che privilegia nettamente le verità eterne e le necessità logiche rispetto alle affermazioni la cui validità sembra essere relativa a un certo stato di cose (che quindi sono contingenti).

L’Iperuranio, il luogo sopraceleste, nessuno dei poeti di quaggiú lo cantò mai, né mai lo canterà in modo degno. La cosa sta in questo modo, perché bisogna avere veramente il coraggio di dire il vero, specialmente se si parla della verità. L’essere che realmente è, senza colore, privo di figura e non visibile, e che può essere contemplato solo dalla guida dell’anima, ossia dall’intelletto, e intorno a cui verte la conoscenza vera, occupa tale luogo. Ora, poiché la ragione di un dio è nutrita da una intelligenza e da una scienza pura, anche quella di ogni anima cui prema di conoscere ciò che le conviene, quando vede dopo un certo tempo l’essere, si allieta, e, contemplando la verità, se ne nutre e ne gode, finché la rotazione del cielo non l’abbia riportata allo stesso punto. Nel giro che essa compie vede la Giustizia stessa, vede la Temperanza, vede la Scienza, non quella connessa al divenire, né quella che è differente in quanto si fonda su quelle cose alle quali noi ora diamo il nome di esseri, ma quella che è veramente scienza in ciò che è veramente essere. […] Questa è la vita degli dèi. Quanto alle altre anime, invece, una, seguendo il dio nel modo migliore possibile e rendendosi simile a lui, solleva il capo dell’auriga verso il luogo che sta al di fuori del cielo e viene trasportata nel moto di rotazione, ma a stento contempla gli esseri, perché turbata dai cavalli. Un’altra anima, invece, ora solleva il capo, ora lo abbassa; ma poiché i cavalli le fanno violenza, vede alcuni esseri, mentre altri no. Seguono le altre anime, che aspirano tutte quante a salire in alto, ma, non essendo capaci di farlo, vengono sommerse e trascinate nel moto di rotazione […]. Platone, Fedro, 247a-c, in Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Bompiani, Milano 2000

L’intelletto, o «anima razionale», è l’auriga che regge le redini di questo cocchio, e il suo compito è quello di controllare i cavalli, e quindi le passioni, in modo da poter tornare nel mondo delle Idee. Chi, nel corso della vita, sarà riuscito in questa impresa, potrà ascendere alla contemplazione delle verità eterne: gli altri saranno costretti a reincarnarsi, come già sostenuto da orfici e pitagorici. In alcuni casi eccezionali, il filosofo potrà svincolarsi dalla materia; in altri, altrettanto rari, l’anima durante la vita si corromperà a tal punto da essere condannata a sofferenze eterne: è un destino, questo, riservato quasi esclusivamen-

Il destino dell’anima


sezione 2 • Nascita e morte della pòlis

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capitolo 8 • Platone

te ai tiranni. In generale il destino dell’anima è quello della metempsicosi o trasmigrazione: questo ciclo è presentato in forma narrativa da Platone nel mito di Er (narrato nel libro X della Repubblica), in cui un soldato creduto morto ha modo di vedere l’aldilà. Tripartizione dell’anima

T5ƒ

La netta separazione tra mondo sensibile e mondo delle Idee

Cavallo nero

Cavallo bianco

Auriga

Anima concupiscibile

Anima irascibile

Anima razionale

Passioni

Emozioni

Intelletto

Per Platone, l’anima è imprigionata nel corpo, e solo con la morte di questo il filosofo può liberarsi e tornare alla vera realtà, quella imperitura delle Idee. La filosofia quindi non è solo una disciplina, ma è anche una pratica di vita, un modo di purificarsi e di assicurare l’immortalità dell’anima, come mostra il mito dell’auriga. Soltanto se l’auriga riesce a tenere a freno il cavallo nero, e a farlo procedere nella medesima direzione del cavallo bianco, può esserci armonia, giustizia ed equilibrio. Se si dovesse scegliere l’aspetto del pensiero di Platone che ha maggiormente influito sulla posterità, ci sarebbero pochi dubbi su quale sarebbe l’ovvio candidato al titolo. La teoria platonica è infatti costituita da una serie di coppie di opposti: oggetti sensibili/Idee, sensi/Intelletto, dòxa/epistème, corpo/anima. In tutte queste coppie, il primo termine è inferiore al secondo, e se si scorre la lista si può notare che ognuno dei primi termini si riferisce al mondo materiale e il secondo al mondo delle Idee. Questo aspetto del pensiero platonico è noto come «dualismo», e consiste proprio nel segnare un netto confine tra due ambiti: in questo caso, tra la materia da una parte e le Idee dall’altra. È probabile che tale modo di vedere le cose suoni già familiare al lettore, e probabilmente quest’impressione dipende dal fatto che la netta divisione tra spirito e materia, di cui Platone è uno dei piú autorevoli sostenitori, sia diventata uno dei temi ricorrenti dell’intera riflessione filosofica occidentale, penetrando in profondità anche a livello di senso comune.

7  La teoria dell’amore e la condanna dell’arte Alla concezione dell’anima è strettamente connessa quella dell’amore, tema cui Platone ha dedicato grande attenzione. L’amore ha infatti un ruolo fondamentale nella sua teoria della conoscenza e, piú in generale, nella sua filosofia. Il Simposio

T6, T7ƒ

Platone ha dedicato a questo tema uno dei dialoghi piú celebri, il Simposio, un capolavoro anche dal punto di vista letterario. Anche in questo caso il filosofo costruisce una scala ascendente delle varie forme amorose. Al livello piú basso si trova il desiderio di soddisfare i propri sensi, e quindi la dimensione puramente sessuale dell’amore. Questo genere di passione finisce per incatenare ancora di piú l’anima al corpo, rendendola prigioniera. L’amore riesce ad andare oltre le apparenze fisiche solo se diviene amore della bellezza dell’anima; in questo modo la passione amorosa è in grado di far «spuntare le ali» all’anima, elevandola. Su questo si basa la distinzione, delineata dal personaggio di Pausania, tra le «due Veneri», l’una terrena e l’altra celeste, ed è questa dottrina a cui ci si dovrebbe rife-

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rire quando si usa l’abusata espressione «amore platonico», cioè l’amore privo di ogni connotazione fisica, che si trova al termine di quella gerarchia chiamata anche «scala erotica». Nel Simposio Platone narra altri due miti, entrambi di grande bellezza e suggestione. Il primo è quello degli «uomini palla», per cui in origine gli esseri umani avevano quattro braccia, quattro gambe e due teste. Queste creature erano talmente forti da sfidare gli dèi, i quali, per punirli, li divisero in due, legando la pelle in eccesso all’altezza dell’ombelico. Ed è questo il motivo per cui noi ci innamoriamo e cerchiamo quella che a buon diritto può essere considerata l’anima gemella: i due corpi degli amanti erano in origine uno solo, avevano un’unica anima e noi tentiamo di ripristinare l’unità originaria.

Il mito degli uomini palla

Altrettanto affascinante, e ancora piú importante da un punto di vista filosofico, è il mito relativo alla nascita di Amore. Questi sarebbe figlio del dio Pòros (l’abbondanza) e di Penía (la povertà) e non sarebbe un dio, ma qualcosa di intermedio tra gli uomini e gli dèi, come il daimònion socratico. È memorabile la descrizione che ne fa Platone: si tratta di un ragazzo scarmigliato, capace di accecare i saggi e di rendere astuti gli stolti, che riesce a sopravvivere anche alle torture e alla morte ma può essere ucciso da una parola o da uno sguardo.

Il mito di Eros

Con questo mito Platone vuole affermare che noi ci innamoriamo di ciò che ci manca. L’amore è quindi impossibile per gli dèi, cui non manca niente, e costituisce la spinta che rende possibile l’elevazione dell’anima. Noi ci innamoriamo prima di un corpo, poi di un’anima, quindi di ciò che, come l’anima e contrariamente a noi, è eterno e immortale. In questo senso, come abbiamo già detto, il filosofo per Platone è colui che è letteralmente innamorato della saggezza. Un ruolo simile a quello dell’amore è rivestito dalla Bellezza, che fra l’altro è l’unica Idea che si manifesta direttamente nel mondo sensibile tramite la parusia (▶ par. 2.1). […] prendendo le mosse dalle cose belle di quaggiú, al fine di raggiungere quel Bello, salire sempre di piú, come procedendo per gradini, da un solo corpo bello a due, e da due a tutti i corpi belli, e da tutti i corpi belli alle belle attività umane, e da queste alle belle conoscenze, e dalle conoscenze procedere fino a che non si pervenga a quella conoscenza che è conoscenza di null’altro se non del Bello stesso, e cosí, giungendo al termine, conoscere ciò che è il bello in sé. Platone, Simposio, 211b-211d, in Tutti gli scritti, a cura di G. Reale, Bompiani, Milano 2000   Anselm Feuerbach, Il simposio di Platone, 1869. Karlsruhe, Staatliche Kunsthalle.


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sezione 2 • Nascita e morte della pòlis

Non stupisce che nel corso dei secoli l’Idea di Bellezza sia divenuta fonte di ispirazione per innumerevoli artisti. In questo caso si tratta di un amore non corrisposto, visto che Platone non amava molto gli artisti, pur appartenendo a buon diritto alla categoria. La sua condanna, espressa nel libro X della Repubblica, riguarda in maniera piuttosto ovvia l’arte figurativa. Gli oggetti materiali sono per Platone già la copia di qualcosa, e per la precisione di un’Idea. Una statua, un quadro o anche una poesia sono quindi la copia di una copia, e per questo due volte inferiori all’originale. La poesia ha poi come scopo quello di suscitare le emozioni negli spettatori, mentre uno dei compiti della filosofia e del filosofo dovrebbe essere quello di dominare le emozioni, il «cavallo nero» che l’auriga deve tenere a freno.

8  La revisione della teoria delle Idee:

come riscattare il mondo sensibile?

Abbiamo finora esposto la teoria delle Idee di Platone, soffermandoci su alcune conseguenze che riguardano l’importanza del Bene e la teoria dell’anima. Può darsi che, a chi legge, alcune parti di queste teorie siano apparse poco convincenti; di sicuro questo è l’effetto che fecero al loro autore, visto che, in quelli che sono considerati i suoi ultimi dialoghi, e in particolar modo nel Sofista e nel Parmenide, egli mise in atto un’opera di autocritica piuttosto decisa, mettendo in discussione, da vecchio, anche radicalmente, alcune delle teorie che abbiamo esposto qui sopra. In particolare, Platone riconosce tre difetti della propria teoria. Quali e quante Idee esistono?

L’argomento del terzo uomo

Ma possiamo conoscere queste idee?

In primo luogo, nel Parmenide Platone prende atto, ed esprime per bocca dello stesso Parmenide, che sicuramente esistono Idee di concetti come l’Uguaglianza, la Molteplicità, la Bontà e la Giustizia. Afferma di essere in dubbio se, però, questo sia vero anche per le cose concrete, dunque se esista un’Idea di Uomo o di Fuoco. Di sicuro esclude che esista qualcosa come l’Idea di Sporcizia, di Fango o di Capelli. In questo caso, l’obiezione che Platone si pone è in parte «estetica», nel senso che diviene quasi ridicolo immaginare che nel mondo delle Idee ve ne siano di quelle cui abbiamo accennato. Ma è anche un problema di sovrabbondanza: se ci fosse un’Idea per ogni possibile caratteristica della realtà, l’Iperuranio sarebbe affollato all’inverosimile. Oltre a questa prima critica, ce n’è anche una seconda che, se possibile, è ancora piú grave. Supponiamo infatti che un uomo, ad esempio Socrate, sia tale perché è un’imitazione dell’Idea di Uomo (il processo che Platone aveva definito «mimesi»). In questo caso, Socrate sarebbe simile, ma non identico, all’idea di Uomo. Abbiamo detto che tutte le cose che sono simili tra di loro lo sono in virtú di un’Idea che le comprende tutte. Dobbiamo allora immaginare che esista una terza Idea che le comprenda entrambe, e cioè che sia simile all’Idea di Uomo e a Socrate. Questa obiezione, formulata da Platone nel Teeteto e formalizzata nella sua forma classica da Aristotele (▶ cap. 9, par. 2), è nota come «argomento del terzo uomo». I nostri tre «uomini» sarebbero però solo simili tra loro, cosicché saremmo costretti a immaginarne un quarto e cosí via all’infinito. C’è infine una terza obiezione, che Platone considera essere ancora piú fatale per la sua teoria originaria, e riguarda la nostra possibilità di conoscere le Idee. Sempre nel Parmenide, argomenta che uno schiavo è tale in relazione a un altro uomo che è il suo padrone, e non in rapporto all’Idea di Padrone. In altri termini, Platone realizza che la divisione fra oggetti sensibili e mondo delle Idee teorizzata in un primo tempo è troppo radicale, e di fatto renderebbe totalmente inconoscibili le Idee.

capitolo 8 • Platone

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8.1 La teoria dei generi Per superare le difficoltà esposte nel paragrafo precedente, nel Sofista Platone si vede costretto a una radicale revisione di alcuni aspetti della sua teoria. In primo luogo, a causa dell’argomento del terzo uomo, è costretto ad abbandonare l’idea che tra oggetti e Idee ci possa essere un rapporto di mimesi, ma sostiene che il legame che li unisce sia sempre e comunque quello di metessi, ovverosia di partecipazione. Per sfuggire alla prima delle obiezioni che abbiamo esposto, invece, sostiene che non esistano Idee per ogni possibile proprietà, ma solo per un numero ristretto di categorie generali (come ad esempio l’Uno, il Molteplice e cosí via) che vengono definite «generi». Queste Idee si combinerebbero tra di loro, come accade alle lettere dell’alfabeto, e tramite la loro permutazione darebbero origine a un numero potenzialmente infinito di combinazioni.

I cinque generi sommi

Tra queste Idee, Platone ne individua cinque che necessariamente devono poter essere attribuite a qualsiasi cosa esista, e per questo meritano il titolo di «generi sommi»: l’Essere, l’Identità, la Diversità, il Moto e la Quiete. In altri termini: un oggetto può essere giallo o non giallo, triangolare o rotondo, tuttavia, tutto ciò che esiste deve essere qualcosa, ed essere qualcosa vuol dire essere identico o essere diverso dagli altri oggetti. Tutto ciò che esiste, inoltre, deve essere immobile o in movimento, e questi due ultimi generi si escludono a vicenda. Nell’affermare ciò, Platone commette quello che è stato definito come «il parricidio», ovverosia il rifiuto di parte del pensiero di Parmenide. Dire, infatti, che la Diversità è uno dei generi sommi, significa confutare la filosofia eleatica. Come si ricorderà Parmenide aveva affermato che l’essere non può non essere: dunque i singoli oggetti non esistevano perché affermare che, ad esempio, «Socrate non è Zenone», equivaleva ad affermare «Socrate non è». Platone obietta che, in realtà, questa frase vuol semplicemente dire «Socrate è diverso da Zenone», e quindi Socrate esiste (per essere diverso, deve essere qualcosa). Visto che questo era il punto di partenza per la negazione della realtà del mondo sensibile e del divenire attuata dagli eleati, si capisce che si tratta di un duro colpo sferrato alle dottrine di questa scuola.

Il «parricidio»

Sempre nel Sofista Platone, sulla base della teoria dei generi, mette a punto anche quella che definisce «dialettica», termine che, con diverse accezioni, attraversa l’intero pensiero di Platone. Nei primi dialoghi indica il metodo socratico, ovverosia il dialogare per giungere assieme alla verità. Nel Fedro, uno degli scritti della maturità, rappresenta il metodo che permette di cogliere le somiglianze fra le cose. Nel Sofista, infine, viene caratterizzata come l’arte di saper dividere le cose in base alla loro natura, ovverosia di dire a che cosa è identico e da che cosa è diverso un dato oggetto. Nel passo di seguito riportato viene dato un esempio del percorso di divisione per giungere alla definizione della pesca con la lenza.

Il metodo dialettico della divisione

Tu e io a proposito di pesca con la lenza siamo proprio d’accordo, non soltanto sul nome, ma anche sulla definizione che abbiamo dato della cosa stessa. Dell’arte intesa nella sua totalità infatti una metà era l’acquisizione; dell’acquisizione abbiamo poi preso l’arte dell’impadronirsi; di quest’ultima, la caccia; della caccia, la caccia ai viventi; della caccia ai viventi, la caccia alla selvaggina d’acqua e d’aria. Di quest’ultima, la sezione che ci interessava l’abbiamo chiamata pesca; e della pesca, la pesca mediante colpi, e piú esattamente la pesca all’amo. Di quest’ultima, la pesca che si fa dando i colpi dal basso verso l’alto mediante una lenza ha dato il nome a ciò che cercavamo: è la pesca con la lenza. Ecco quindi una dimostrazione pienamente evidente. Platone, Sofista, 221b-c

▶La struttura del ragionamento


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capitolo 8 • Platone

9 La Repubblica: qual è lo Stato ideale? Il pensiero di Platone, pur poggiando su considerazioni relative alla conoscenza e ai suoi problemi, si occupa anche di tematiche che appaiono a prima vista piuttosto lontane, come ad esempio l’immortalità dell’anima e l’amore. Non bisogna però dimenticare che la riflessione di Platone trae origine da interrogativi morali, e che il suo punto di partenza è la domanda di Socrate su che cosa sia la bontà. La questione dello Stato giusto

Detto ciò, non stupisce che quello che può essere considerato il suo testo piú importante e la summa del suo pensiero, la Repubblica, abbia come tema la giustizia, e che vi si trovino molti degli argomenti che abbiamo fin qui esposto. Nel dialogo Platone tenta di rispondere a un interrogativo che tutt’oggi è centrale tanto nel dibattito filosofico quanto nella vita di tutti i giorni: qual è lo Stato ideale? Socrate inizia il suo discorso sostenendo che sia piú facile parlare di ciò che è grande rispetto a ciò che è piccolo. Sarà dunque piú facile definire prima che cosa debba essere uno Stato giusto, e poi passare a spiegare che cosa sia la giustizia per il singolo individuo. L’argomentazione platonica si basa, ancora una volta, su un’analogia. L’anima umana, come abbiamo visto, è divisa in tre parti (anima concupiscibile, anima irascibile e intelletto, che corrispondono a passioni, emozioni e ragione), che nel mito dell’auriga erano identificate con i due cavalli e con il cocchiere.

La divisione della società in tre classi

Per Platone, la società dovrebbe essere strutturata alla stessa maniera. Al livello piú basso abbiamo i produttori, ovverosia contadini e commercianti, il cui compito è quello di soddisfare i bisogni materiali e la cui virtú deve essere la temperanza. Quindi abbiamo i guerrieri, i quali devono difendere lo Stato e che corrisponderebbero nell’analogia all’anima irascibile e la cui virtú deve essere la fortezza. Infine, al gradino piú alto, abbiamo i filosofi, i quali svolgono il compito che nell’anima è ricoperto dall’intelletto (quello di guidare e condurre gli altri) e le cui virtú sono la saggezza e la sapienza: due qualità che per Platone sono la stessa cosa, dato che per fare concretamente il Bene è necessario conoscere il Bene.

La tripartizione della società nella Repubblica

T8, T9ƒ

Produttori

Soddisfare i bisogni materiali

Temperanza

Guerrieri

Difendere lo Stato

Fortezza

Filosofi

Guidare e condurre lo Stato

Saggezza Sapienza

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ve comandare, chi è fatto di argento deve divenire guerriero e chi è fatto di ferro deve fare il contadino o il commerciante. In questo modo, argomenta Platone, i cittadini saranno convinti che la divisione delle classi sia voluta dagli dèi e non perderanno tempo a mettere in discussione l’ordine costituito. Un problema che Platone individua è che, spesso, chi ha il potere persegue interessi personali. Per evitarlo, propone una soluzione drastica: quella di abolire la proprietà privata e la famiglia. Tanto i filosofi quanto i guerrieri dovrebbero vivere in comune, e tutto ciò di cui dispongono dovrebbe appartenere allo Stato, compresi i figli. Questo avrà, tra l’altro, l’effetto di far considerare a ogni bambino come proprio padre tutti gli adulti della classe di appartenenza, e come proprio figlio o fratello chiunque sia piú giovane di lui. Da questa regola sono esentati i commercianti e i contadini, visto che non hanno potere, e quindi non corrono il rischio di abusarne per scopi privati.

Come evitare il sopravvento dell’interesse personale?

Ancora nell’ottica di migliorare la popolazione della città, Platone propone che siano i governanti-filosofi a decidere chi deve procreare e con chi, in modo che i cittadini piú belli e intelligenti abbiano piú figli. La cosa dovrebbe avvenire grazie a un sorteggio opportunamente truccato dai governanti, per evitare che qualcuno possa avere da ridire. Dovrebbe essere consentito il sesso a scopo ricreativo e potrebbe essere svolto liberamente, ma a patto che non generi prole e che gli eventuali bambini siano uccisi in fasce.

Il controllo delle nascite

Platone è inoltre il primo pensatore a teorizzare un’assoluta parità tra i sessi, sostenendo, ad esempio, che alcune donne sono decisamente bellicose e che sarebbero guerrieri migliori di molti uomini (e qui forse il pensiero del filosofo andava a Santippe, la scorbutica consorte del suo maestro Socrate!). Questa considerazione del filosofo può apparire in prima battuta sorprendente, ma lo diviene molto meno se si considera che per Platone ciò che veramente conta non è il corpo, ma l’anima. Dal suo punto di vista, l’involucro in cui essa è imprigionata è tutto sommato un dettaglio secondario e casuale.

La parità dei sessi

Il fatto che ciò sia inaccettabile per i suoi contemporanei è considerato da Platone uno degli aspetti che rendono piú difficile l’attuazione della sua teoria. Un altro serio ostacolo, a suo avviso, è la rigida regolamentazione delle nascite e la conseguente dissoluzione della famiglia da lui sostenute. Ma quello che Platone ritiene sia lo scoglio maggiore è rappresentato dalla difficoltà di convincere il popolo della necessità di essere governato dai filosofi. Non a caso, il modello di Stato proposto da Platone è stato considerato la prima forma di utopia della storia o addirittura la prima forma di distopia, cioè di previsione e descrizione negativa di un luogo che non c’è, come il filosofo della scienza Karl Raimund Popper (▶ vol. III) sostiene nell’opera La società aperta e i suoi nemici.

9.1 L’educazione: come formare i cittadini?

Uno Stato sarà giusto se ognuno svolge il compito che gli compete e Platone, per bocca di Socrate, delinea come questo sia possibile descrivendo in dettaglio l’organizzazione della società. Prima di esaminare le sue teorie, è utile specificare che, quando parla di Stato, Platone non pensa a una nazione, come è naturale per noi che lo leggiamo, ma a una città. Solo in una tale dimensione geopolitica molte delle riforme da lui proposte acquistano senso.

Una particolare attenzione è posta, nella Repubblica, al problema dell’educazione dei cittadini dello Stato ideale, e soprattutto dei filosofi che dovrebbero governarlo. In primo luogo, i bambini dovrebbero essere posti nella casta a loro piú congeniale, a seconda delle loro capacità. L’educazione di base è composta dalla ginnastica (che comprende tutte le attività atletiche, per forgiare il corpo e il carattere) e dalla musica. Con questo termine Platone indica «quello che viene dalle Muse», e comprende ciò che noi chiameremmo «arte».

In primo luogo, le classi devono essere rigidamente divise e ognuno deve stare al proprio posto. Perché ciò sia possibile, i governanti dovrebbero insegnare ai cittadini che gli uomini furono creati dagli dèi usando tre metalli: oro, argento e ferro. Chi è fatto di oro de-

Su tale punto, Platone specifica che ciò che viene sottoposto ai cittadini della città deve passare il vaglio di una rigidissima censura, per evitare che tanto i grandi quanto i piccoli abitanti dello Stato ideale possano essere traviati dall’imitazione di modelli sbagliati. Ad

L’importanza del modello da imitare


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sezione 2 • Nascita e morte della pòlis

esempio, Omero non è considerato una buona lettura, perché insegna che gli dèi rubano, mentono e sono preda delle passioni. Abbiamo già avuto modo di esporre le opinioni di Platone riguardo l’arte, e non deve stupire quindi che egli ritenga opportuno bandire i letterati e i poeti da bandire dalla città ideale. Tuttavia, egli ritiene importante lo studio della musica propriamente detta in virtú del suo legame con la matematica, e quindi come ausilio verso l’apprendimento del processo di astrazione, che avvicina al mondo delle Idee. A partire dai sette anni, infine, ai bambini è insegnata la matematica, che, come abbiamo piú volte ribadito, nel pensiero di Platone riveste un ruolo essenziale. Ognuno apparterrà alla casta che gli è piú congeniale

Durante questa prima fase, è deciso chi debba diventare guerriero o filosofo, e chi invece contadino o commerciante. I giovani che si distinguono durante questa prima fase, dall’età di diciotto fino ai vent’anni devono far parte dell’esercito, senza distinzioni di sesso. I piú dotati intellettualmente proseguiranno il loro corso di studi, approfondendo per dieci anni l’aritmetica, la geometria e l’astronomia. All’età di trent’anni i futuri filosofi saranno iniziati allo studio della dialettica per altri cinque anni, al termine dei quali inizierà un tirocinio lungo quindici anni, in cui affiancheranno i filosofi nell’amministrare il governo della città. Infine, compiuti i cinquant’anni, potranno finalmente divenire filosofi a tutti gli effetti e ricoprire una carica nel governo dello Stato.

capitolo 8 • Platone

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Ancora seguendo il principio per cui i beni immateriali sono superiori a quelli materiali, la timocrazia può degenerare in oligarchia, nella quale i pochi che riescono ad arricchirsi a spese degli altri prendono il potere. Un governo dei piú ricchi è ingiusto, ed è, per Platone, destinato a essere rovesciato. Ma se è il popolo a prendere il potere, il governo subisce un’ulteriore degenerazione. Arriviamo cosí alla democrazia, il governo di tutti, che per Platone corrisponde al totale arbitrio dei singoli. Questa situazione di caos e di disordine fa sí che il popolo accetti qualsiasi cosa pur di ottenere una parvenza di legge, anche la piú abietta di tutte le forme di governo: la tirannide, dove un unico uomo piega ai suoi voleri un’intera città. Sempre seguendo il parallelismo di Platone, di fatto la tirannide porta a compimento il percorso a causa del quale l’anima concupiscibile prende il predominio e instaura un regno privo di virtú. Si noti come, per Platone, mentre i cittadini dello Stato ideale sono virtuosi, i cittadini delle forme degenerate di governo sono invece viziosi e dissoluti. Prima l’ambizione, quindi l’avidità, poi la ricerca del piacere portano sempre piú in basso l’ordine sociale. Per Platone, dunque, a un certo tipo di Stato corrisponde un certo tipo di cittadino, e tanto peggiore è chi vive in essa, tanto peggiore sarà la forma di governo.

Le forme di Stato rispecchiano i cittadini

9.3 Alcune conseguenze delle teorie platoniche 9.2 La degenerazione dello Stato ideale Dopo aver descritto lo Stato perfetto, Platone passa a esaminare le forme di governo esistenti, mostrando quanto siano distanti dallo Stato ideale. Dall’aristocrazia alla tirannide: una graduale degenerazione

La forma migliore di governo per Platone è ovviamente l’aristocrazia, che deve essere intesa etimologicamente come «governo dei migliori» (vale a dire, i filosofi). Questa può degenerare nella timocrazia (dal greco timé, «censo», e kratía, «governo»), che invece è il governo di chi sfrutta lo Stato per ottenere onore e gloria. Per tornare all’analogia fra Stato e individuo, in questo caso l’anima irascibile prende il sopravvento sull’intelletto.

  Veduta dell’acropoli di Atene.

L’utopia platonica può apparire come una sorta di incubo dittatoriale, una società immobile in cui i governanti hanno l’unico scopo di far sí che niente cambi nei secoli dei secoli. Sarebbe però profondamente ingiusto liquidare Platone, come in effetti è stato fatto, in particolar modo nel secolo scorso, come un teorico dello Stato totalitario. Per comprendere appieno le sue concezioni, occorre inquadrarle nel contesto storico e culturale all’interno del quale sono state formulate. La prima domanda che può sorgere, e a cui si deve rispondere, è anche la piú brutale: Platone crede veramente nelle sue teorie? Pensa realmente che uno Stato del genere possa realizzarsi? La risposta a questa domanda è un deciso sí, come dimostrano i suoi ripetuti tentativi di influenzare il governo di Siracusa. Dobbiamo però considerare che molto di quanto Platone teorizza nella Repubblica non appare, ai suoi tempi, come puramente utopico, visto che il governo dello Stato ideale platonico ha molti punti di contatto con quello spartano. Tra questi vi sono l’infanticidio, la parziale abolizione della proprietà privata, la divisione in rigide classi, il rifiuto dell’arte e il totale affidamento dell’educazione allo Stato, tutti precetti che, per la nostra sensibilità, appaiono intollerabili. E se Sparta va avanti per secoli, seguendo certi princípi, perché ciò dovrebbe essere considerato impossibile in un’ipotetica città platonica, che in fin dei conti si differenzierebbe dalla città-Stato del Peloponneso, piú che altro, per l’importanza dedicata allo studio della matematica?

Uno Stato realizzabile?

A questo punto si può formulare una seconda domanda: Platone è davvero convinto che lo Stato da lui teorizzato, ammessa la sua realizzabilità in un contesto come quello greco, sia il migliore possibile?

Il miglior Stato possibile?

Ancora una volta la risposta è sí, e per comprendere il perché bisogna tenere conto di due fattori. In primo luogo, occorre considerare che Platone è un aristocratico nato nel V secolo a.C., e che «il popolo» di cui parla è composto da contadini analfabeti. Dal suo punto di vista, dare il potere a individui del genere non è né piú né meno che un suicidio, come dare le chiavi di una macchina a un bambino di cinque anni e sperare che ci conduca a destinazione. La massa delle persone, per Platone, non è in grado di comprendere l’arte del governo, ed è necessario ingannarla per il suo stesso bene. L’estrazione socia-


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le di Platone, inoltre, può anche rendere conto del supremo disprezzo per i beni materiali, che è prerogativa esclusiva degli asceti e di chi è nato molto ricco. In secondo luogo è doveroso considerare la biografia di Platone. La sua città natale, ricca e fiorente, viene condotta alla rovina da demagoghi privi di scrupoli sotto un regime democratico; inoltre, è un’assemblea democratica a mandare a morte Socrate, che egli considera il migliore degli uomini. Per comprendere la posizione di Platone, può essere utile fare ricorso a un esempio. Immaginiamo un ospedale «democratico», dove le diagnosi siano fatte da un gruppo di cittadini sorteggiati a caso. Nessuno, probabilmente, affiderebbe la sua vita a un simile staff, e chiunque sia sano di mente si rivolgerebbe a un medico che abbia una laurea e possibilmente una lunga esperienza. Il punto di vista di Platone è molto simile: il governo della città non può basarsi sulle opinioni di una maggioranza, ma sulla sapienza di chi ha percorso un lungo tirocinio per divenire governante. Eliminare il dissenso per il bene di tutti

Esperimento◀ mentale

capitolo 8 • Platone

scopo non è solo quello di regolamentare la vita sociale, ma quello ben piú importante di educare e formare il cittadino. Il rispetto delle leggi deve, quindi, essere inculcato fin da piccoli, in modo che divenga una vera e propria attitudine naturale. Per questo motivo, Platone procede a una minuziosa descrizione della legislazione della città e del suo ordinamento. Contrariamente a quanto avveniva nella Repubblica, Platone non propone l’abolizione della famiglia né della proprietà privata, che invece diviene il fondamento della struttura sociale, tanto che reputa opportuno proibire per legge l’omosessualità. La scelta legislativa platonica è comunque curiosa, visto che il Simposio è una delle piú interessanti testimonianze della tolleranza di cui godeva l’omosessualità nella cultura greca. Una particolare attenzione è posta nell’incoraggiare il sentimento religioso e il culto degli astri, personificati e deificati. La religione ha, per Platone, un ruolo essenziale: quello di educare, attraverso il mito, gli spiriti piú semplici all’amore per la bontà.

Questa posizione si spiega perché, per Platone, la verità è una, e dunque chi la pensa diversamente non ha un’opinione diversa, ha torto, e se diamo la possibilità di mettere in pratica le proprie idee a chi è nel torto, quest’ultimo farà del male a se stesso e agli altri. Per Platone la libertà non è un valore, perché in ultima analisi è libertà di sbagliare e di danneggiarsi. Diviene quindi doveroso eliminare il dissenso, anche per il bene dei dissidenti, e ogni mezzo per raggiungere questo obiettivo diviene lecito, compresa la menzogna, se questa è in grado di assicurare pace e prosperità. Resta, a questo punto, la domanda sul perché le concezioni di Platone, che, come abbiamo visto, sono tranquillamente accettate nella pratica medica, non abbiano avuto uguale successo nel campo della politica.

Ciò che non cambia è la concezione di fondo: i filosofi, coloro che amano e conoscono la saggezza, devono prendere il controllo dello Stato; poiché sono gli unici a conoscere veramente ciò che è meglio per il popolo, hanno il dovere di imporre le loro decisioni, anche tramite la menzogna e l’inganno.

10  La revisione delle tesi della Repubblica:

Altri due dialoghi platonici della produzione matura hanno avuto, nel corso dei secoli, enorme risonanza, benché il loro influsso sia oggi praticamente nullo: il Crizia e il Timeo.

il Filebo e le Leggi

La Repubblica di Platone rappresenta il primo tentativo di delineare le caratteristiche di uno Stato ideale, argomento che avrà grande futuro nel corso dei secoli. Oltre a ciò, questo dialogo è stato, assieme al Simposio e al Timeo, probabilmente il testo del filosofo piú letto. Il già citato Karl Raimund Popper commenterà le tesi in esso contenute quasi come se fossero quelle di un avversario vivente. Il Filebo: la rivalutazione del piacere

Le sfortunatissime esperienze siracusane portano Platone, tuttavia, a una revisione delle tesi della Repubblica nelle Leggi, dialogo rimasto incompiuto. Quest’opera è preceduta dal Filebo, in cui il filosofo rivede, seppure parzialmente, la decisa condanna del piacere, che aveva contraddistinto le altre fasi del suo pensiero, affermando che esistono piaceri buoni e piaceri cattivi. Ovvio che deve essere la ragione a compiere questa distinzione. Si può dire, per amore di semplicità, che tutte le riflessioni dell’ultima parte della vita di Platone sono contraddistinte dal tentativo di attenuare la netta distinzione tra mondo reale e mondo ideale.

Le Leggi: dallo Stato perfetto a quello migliore

Alla stessa maniera, nelle Leggi molte delle posizioni espresse nella Repubblica si attenuano. In primo luogo, Platone non si prefigge l’obiettivo di delineare uno Stato perfetto, ma, per cosí dire, si «accontenta» di descrivere quello che ritiene essere lo Stato migliore fra quelli possibili. Per fare ciò concentra l’attenzione sulle leggi che dovrebbero essere adottate, come dire che, se il sistema non può essere cambiato, almeno proviamo a cambiare le regole a esso sottese. Come nella Repubblica, tuttavia, la funzione della legislazione non è puramente pratica: le leggi rappresentano, infatti, «l’anima» della città, e il loro

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11  La cosmologia platonica:

come viene formato il mondo?

Nel Crizia, Platone narra la storia di Atlantide, la città dalle indistruttibili mura di «oricalco» che gli dèi hanno fatto sprofondare nel mare. L’intento dell’autore era, probabilmente, quello di mostrare che, per una città, delle buone leggi sono piú importanti di mura indistruttibili. La sua narrazione ha, però, trovato maggiore uso tra gli appassionati di misteri, soprattutto a partire dalla fine dell’Ottocento, che vi hanno trovato la testimonianza dell’esistenza di un’antichissima civiltà, tecnologicamente piú progredita della nostra.

Il Crizia: il mito di Atlantide

Nel Timeo Platone espone la propria cosmologia. Nella traduzione latina, fu lo scritto di Platone piú letto in Europa fino al Rinascimento. Platone specifica che quest’opera, tratteggiando la struttura dell’intero universo, parla del mondo sensibile: il mondo dell’opinione, e non della vera conoscenza. Per questo motivo, le conclusioni a cui si arriva, per il suo autore, non possono essere considerate certe, ma tutt’al piú plausibili. Secondo Platone, inizialmente esisteva solo la bruta materia indifferenziata (chòra), che non aveva forma, e in grado pertanto di divenire, potenzialmente, qualsiasi cosa. Questa materia originaria è quindi plasmata da un Demiurgo (termine che, letteralmente, in greco significa «lavoratore pubblico»), ovverosia da una divinità ordinatrice, non onnipotente, e soprattutto non creatrice, la quale, ispirandosi al mondo delle Idee, dà origine al mondo sensibile.

Il Timeo: il Demiurgo plasma il mondo

Poiché è illuminato dalla visione dell’Idea di Bene, l’intenzione del Demiurgo è plasmare il miglior mondo possibile a partire da quella cosa informe e priva di qualità che è la materia; egli non è quindi il creatore dell’universo, ma il suo architetto e come tale ha dei limiti, che dipendono soprattutto dalla scarsa qualità della materia con cui deve lavorare. Il Demiurgo, quindi, costruisce i quattro elementi di cui parlava Empedocle, le cui proprietà dipendono dalla loro forma geometrica (e questa sembra una reminiscenza di Democrito). Ispi-

Un architetto che contempla il Bene


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Parole◀ che contano

sezione 2 • Nascita e morte della pòlis

randosi a un canone matematico di ordine e armonia, egli conferisce ai costituenti degli elementi le forme dei solidi regolari, quelli con tutte le facce identiche, che per questo sono anche detti «solidi platonici»: il cubo per la terra, il tetraedro, la piramide composta da quattro triangoli equilateri, per il fuoco, l’ottaedro per l’aria e l’icosaedro per l’acqua. Il Demiurgo costruisce il mondo, trasmettendogli un’anima, che rappresenta il principio intelligente che dà forma alla materia. Il pianeta ha forma sferica, cioè la piú perfetta delle figure, e compie un’orbita circolare. Per lo stesso principio anche l’universo è sferico, e i vari pianeti sono disposti in un preciso rapporto matematico gli uni con gli altri. Il Demiurgo quindi plasma gli esseri umani, seguendo un principio razionale e per questo motivo, la testa, che è sede dell’anima, occupa il posto piú alto ed è grosso modo sferica, perché ricorda la forma dell’universo.

Tra meccanicismo e teleologismo

La cosmologia e l’antropologia platonica uniscono due princípi che sono invece spesso opposti nel pensiero dei filosofi: meccanicismo e teleologismo. Infatti, da una parte la materia non ha volontà propria e l’universo funziona come un enorme meccanismo in cui niente accade per caso, ma è organizzato attraverso precise leggi matematiche, ed è quello che si chiama «meccanicismo»; dall’altra, il Demiurgo ordina il mondo con uno scopo preciso, e specularmente il cosmo riflette le sue intenzioni: questo punto di vista, per cui la realtà rispecchia l’opera di una volontà, è detto «teleologismo» (da tèlos, «scopo»). Per quanto possa sembrare incredibile, le idee esposte in questo dialogo si riveleranno decisive per la nascita della scienza moderna. Quando Galileo Galilei e Isaac Newton (▶ vol. II), nel XVII secolo, individueranno le leggi che spiegano i fenomeni naturali, definendo la fisica «classica», lo faranno perché ispirati dalla concezione platonica secondo la quale chi ha dato ordine alle cose lo ha fatto seguendo i princípi della matematica.

  William Blake, Il Demiurgo, illustrazione da Jerusalem, 1804-1820. New Haven (USA), Paul Mellon Collection.

capitolo 8 • Platone

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12 Platone e il ruolo della scrittura Tra i molti elementi della filosofia platonica che non abbiamo potuto trattare, ce n’è perlomeno uno che non può passare sotto silenzio. Benché Platone appartenga alla schiera dei piú grandi scrittori occidentali, la sua condanna della scrittura è assoluta e senza appello. Nel caso dell’arte, la condanna di Platone è in parte mitigata dal fatto che per lo meno le creazioni artistiche, se riuscite, possono far penetrare nel mondo sensibile qualcosa delle Idee tramite la parusia della Bellezza. Per quanto concerne la scrittura, Platone invece non usa mezzi termini: con tono sprezzante, afferma che scrivere equivale ad affidare i propri pensieri all’acqua sporca e, ai tempi di Platone, l’inchiostro era effettivamente del colorante disciolto nell’acqua. Scrivere è per il filosofo pericoloso, perché non si ha modo di controllare nelle mani di chi finiranno gli scritti. Un libro, inoltre, non può rispondere alle domande, e in caso di fraintendimento non può offrire alcuna correzione. Ancora: un libro non può dare il buon esempio, facendo seguire alle sue parole le azioni, come aveva fatto Socrate, il quale aveva deciso volontariamente di morire per non venire meno ai propri princípi. Ma non finisce qui: i libri uccideranno la cultura, perché gli uomini smetteranno di imparare a memoria le grandi opere. Danneggiando la memoria, di fatto i libri renderanno piú stupido il genere umano. Non stupisce quindi il fatto che, nel momento in cui scrive, Platone scelga la forma piú simile all’insegnamento diretto: quella del dialogo.

La scrittura cristallizza il pensiero e indebolisce la memoria

Dobbiamo, a questo punto, fare un’importante considerazione. Platone registra un passaggio epocale, quello fra cultura orale e cultura scritta, che ha mutato in maniera decisiva il nostro mondo, e che verrà compiuto nel corso di secoli, giungendo al suo pieno compimento solo con la fine della cultura classica. Questo aspetto non deve essere sottovalutato: il modo in cui la cultura è prodotta, influisce piú di quanto si possa credere su ciò che viene prodotto.

Il testimone sconcertato di un passaggio epocale

„T10, T11

Nel mondo greco, tanto l’attività di ricerca quanto la trasmissione del sapere si basavano, in un primo tempo, sulla memoria, e non per caso ai bambini si insegnava a ripetere le opere di Omero ed Esiodo, quindi sul dialogo con il maestro. Tale metodo aveva due effetti: 1. porre l’enfasi sull’apprendimento mnemonico finiva per generare una cultura che privilegiava la conservazione delle opere del passato piuttosto che l’innovazione; 2. l’aspetto dialogico inoltre rendeva superfluo quello che per noi è divenuto il punto centrale dello studio, almeno per quanto riguarda le materie umanistiche, ovvero l’interpretazione del testo, che invece era sostituito dal dialogo chiarificatore con il maestro. Per Platone i libri alteravano in maniera decisiva questi due passaggi e per questo motivo avrebbero finito per distruggere la cultura. In un certo senso, non sbagliava: il fatto che il libro sia diventato il mezzo principale di trasmissione del sapere ha cancellato un modo di fare cultura, quello in cui il filosofo si era formato e che probabilmente riteneva l’unico concepibile. Da questo punto di vista, Platone è un filosofo straordinariamente attuale, perché noi ci troviamo in una posizione molto simile alla sua. È infatti probabile che già nel volgere di pochi decenni il libro perda la sua centralità nell’ambito della produzione culturale per essere sostituito da altri mezzi e diventare multimediale. Per chi si è formato nel vecchio modello, può sembrare che la cultura sia destinata a morire; piú probabilmente, come accadde all’epoca di Platone, essa diverrà semplicemente diversa.

„T12


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sezione 2 • Nascita e morte della pòlis

12.1 Le dottrine non scritte Platone ha modo di ribadire le sue opinioni sulla scrittura nella Lettera VII, in cui afferma, come abbiamo visto nell’Introduzione del capitolo, che la parte piú importante delle sue teorie non è stata scritta né potrà mai esserlo. Quest’affermazione mette ancora una volta in luce come per Platone le dottrine, da sole, non bastino a fare il filosofo: essere filosofo vuol dire amare il sapere con tutto se stesso, dominare le passioni e vivere in maniera onesta e retta. Ovvio che un libro può insegnare la teoria delle Idee, ma difficilmente riuscirà a cambiare radicalmente la vita di chi lo ascolta. Ciò che Platone non ha scritto

La frase della Lettera VII che abbiamo citato, tuttavia, è stata interpretata in maniera significativamente diversa, dando origine, a partire dagli anni Sessanta del Novecento, a una nuova linea interpretativa dell’intero pensiero platonico. Secondo questa visione, sviluppata inizialmente nell’ambiente dell’università di Tubinga, e di cui in Italia si è fatto alfiere Giovanni Reale, la dichiarazione di Platone va presa in senso letterale. Dunque, le opere di Platone rappresenterebbero soltanto la punta dell’iceberg perché la parte piú importante delle sue teorie Platone l’avrebbe insegnata esclusivamente agli alunni piú fidati. Per nostra fortuna, uno di questi allievi era Aristotele, che per vent’anni aveva assistito alle lezioni di Platone. Da alcuni suoi riferimenti si è quindi tentato di ricostruire le dottrine non scritte. Queste si baserebbero nel riconoscere nell’Uno, inteso non solo come il primo numero intero, ma anche e soprattutto come il principio dell’unità, ciò che non può essere diviso, il fondamento ultimo del reale. A esso si opporrebbe la Diade, che, oltre a rappresentare il numero 2, sarebbe l’origine di tutto ciò che è molteplice. Secondo questa lettura, l’Uno creerebbe il mondo delle Idee e l’Idea di Bene, le quali pertanto non sarebbero la realtà ultima. In sostanza, il mistero ultimo del platonismo sarebbe l’esistenza di un principio, antecedente al mondo delle Idee, che svolgerebbe la funzione di dio creatore. La teoria delle dottrine non scritte ha un indiscutibile fascino, e ha inoltre il merito di rendere conto, in parte, di quella che è sempre apparsa come una avversione di Platone: se, infatti, il filosofo nutre una a tal punto profonda sfiducia nella scrittura, perché scrive cosí tanto e intorno ad argomenti in questo modo importanti? Il fatto che abbia lasciato una parte della sua dottrina a esclusivo privilegio di un nucleo ristretto risponderebbe in parte alla questione.

Il vincolo delle testimonianze scritte

Resta tuttavia il problema del perché egli abbia comunque scritto, lasciando un’introduzione parziale al suo vero pensiero rivelatasi fuorviante nel corso dei secoli. Se poi la «dottrina segreta» di Platone fosse quella riguardante la natura creatrice dell’Uno, bisogna notare che questa non aggiungerebbe molto al pensiero del filosofo, anzi da questo punto di vista il suo sapere acquisirebbe tratti decisamente religiosi, e peraltro sarebbe molto simile a quella dei pitagorici, di cui in effetti era un grande estimatore. Infine, anche se diamo per appurato che Platone abbia lasciato parte del suo insegnamento riservato a una cerchia ristretta di pochi eletti, cosa che sarebbe perfettamente in linea con il suo modo aristocratico di pensare, sembra molto difficile poterlo ricostruire dopo due millenni e mezzo, basandosi in larga parte sulle critiche che ne fa Aristotele. Quanto detto ci permette di fare un’ultima considerazione relativa alla differenza tra la cultura classica e quella attuale: Platone era allievo di Socrate, che a sua volta, forse, aveva personalmente conversato con Parmenide e Zenone. Per lui, dunque, era possibile attingere a notizie di prima mano riguardo a tutti i suoi predecessori. Per noi ciò è inattuabile, visto che facciamo riferimento a 2500 anni di antenati. Ed è anche per questo motivo che noi, contrariamente a Platone, siamo necessariamente vincolati ai testi e alla loro interpretazione.

capitolo 8 • Platone

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Ricapitolando GLOSSARIO DELLE IDEE CHIAVE Amore: demone figlio di Pòros (abbondanza) e Penía (povertà). Esso ci porta a innamorarci di ciò che ci manca, spingendo l’anima a elevarsi verso il mondo delle idee, soprattutto tramite l’amore del bello. Analogia: relazione di somiglianza tra due oggetti in modo che dall'ugualglianza tra alcune parti di tali oggetti si possa ammettere anche l'uguaglianza di tutte le altre loro parti. Anima: l’anima è vita e, in quanto tale, non può morire; inoltre, essendo invisibile ai sensi essa è simile alle Idee. Ogni essere umano è costituito da un’anima concupiscente (il cavallo nero del mito dell’auriga), legata alle passioni che la legano al corpo, un’anima irascibile (il cavallo bianco del mito dell’auriga), che tende verso le passioni disinteressate, che permettono di elevarsi al mondo delle Idee, e l’intelletto (l’auriga), che rappresenta la ragione e guida le due parti dell’anima. Conoscenza (epistème): è la conoscenza del Mondo delle Idee, ovvero degli oggetti che sono e che non possono non essere. Si accede alla conoscenza vera e propria quando si sale ai secondi due gradini di conoscenza: la ragione discorsiva (la capacità di comprendere gli enti della matematica, verità eterne e immutabili, e di ragionare intorno a essi) e l’Intelletto (la capacità di conoscere le Idee, la Verità al di là del mondo sensibile). Demiurgo: artefice del mondo, divinità artigiana che plasma il mondo guardando le Idee e utilizzando la materia informe preesistente. Dialettica: nell’accezione platonica la dialettica è una tecnica di ricerca della verità basata sul dialogo, cioè sull’interazione tra due o piú persone che applicano il procedimento socratico del domandare e rispondere. Si articola in due momenti: il primo consiste nel ricondurre concetti disparati a un’unica idea, definendola; il secondo consiste nell’analisi puntuale dell’idea, mediante la divisione dicotomica in generi e specie. Gnoseologia: il termine deriva dal greco gnòsis, «conoscenza», e lògos, «studio», e indica molto genericamente qualsiasi forma di riflessione filosofica intorno alla conoscenza, nel tentativo di dare risposta ad alcune domande chiave: che cosa si conosce?, con quali strumenti si conosce?, che cosa vuol dire conoscere? Viene per questo considerata come una vera e propria branca della filosofia. Idea: nell’accezione platonica l’Idea è ciò che identifica l’unità visibile nella molteplicità ed è il modello del reale. Un’Idea non è, quindi, frutto della mente umana, ma forma e modello con una esi-

stenza propria, indipendente dall’esistenza dei singoli oggetti di cui essa è modello e dalla mente umana. Esiste eternamente e immutabile al di fuori dello spazio e del tempo. L’Idea del Bene è l’Idea piú importante di tutte, conosciuta la quale si è giunti alla conoscenza perfetta (ciò implica una perfetta corrispondenza tra piano morale e teoria della conoscenza). Metessi: dal greco mèthexis, che significa «partecipazione», indica uno dei tre modi in cui un oggetto può essere riferito a un’Idea, in particolare la partecipazione dei valori. Mimesi: dal greco mímesis, che significa «riproduzione, imitazione», indica uno dei tre modi in cui un oggetto può essere riferito a un’Idea, precisamente quando l’oggetto è un’imitazione o una copia dell’Idea. Mondo sensibile: è il mondo che appare ai nostri sensi e nel quale viviamo, costituito da oggetti che possono essere e possono non essere e che, nel loro divenire temporale, possono assumere proprietà contraddittorie. Opinione (dòxa): è la conoscenza del mondo sensibile, ovvero degli oggetti mutevoli e imperfetti e che quindi non può essere che essa stessa imperfetta. Ci si ferma al livello dell’opinione quando si è giunti ai primi due gradi della conoscenza: l’immaginazione (la capacità di percepire le qualità o immagini degli oggetti sensibili) e la credenza (tramite la quale si passa dalla percezione all’oggetto sensibile, che è sempre mutevole). Parusia: dal greco parousía, che significa «presenza», indica uno dei tre modi in cui un oggetto può essere riferito a un’Idea, ovvero quando l’Idea si mostra attraverso le cose come il frammento di uno specchio in frantumi. Reminiscenza (o anamnesi): dal momento che l’anima è immortale, essa è cosí da sempre, pur incarnandosi piú e piú volte in corpi, essa è in grado di ricordare ciò che ha contemplato prima della sua incarnazione nel corpo attuale, sia nelle altre vite sia nel mondo delle Idee. Stato ideale: lo Stato giusto è quello nel quale ogni cittadino svolge il compito che gli spetta per natura. Nella Repubblica Platone ipotizza la divisione dello stato in tre grandi classi sociali, che rispecchiano la tripartizione dell’anima: i produttori (coloro i quali soddisfano i bisogni materiali e la cui virtú è la temperanza), i guerrieri (coloro i quali difendono lo Stato e la cui virtú è la fortezza) e i filosofi (coloro i quali guidano gli altri nelle decisioni e le cui virtú sono la saggezza e la sapienza).


Penso dunque sono