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Verificare Leggere e comprendere il testo ∞ Gary Paulsen, Brian e l’orso Ampliare un racconto

Migliorare Prenditi la rivincita LEGGERE E COMPRENDERE IL TESTO ∞ José del Cañizo, Sotto le stelle Accetta la sfida LAVORARE CON LE SEQUENZE

Laboratorio Lettura 4. Leggere in modo attivo Scrittura 15. Descrivere oggetti, animali, ambienti 16. Narrare esperienze personali 18. Imparare a riassumere 20. Progettare e scrivere un testo


Unità 5 Dentro l’avventura

Le parti del testo: le sequenze LEGGI IL TESTO

Una situazione difficile Sequenza 1 (descrizione)

Sequenza 2 (narrazione) Sequenza 3 (dialogo) Sequenza 4 (descrizione) Sequenza 5 (narrazione) Sequenza 6 (riflessione)

Sequenza 7 (narrazione) Sequenza 8 (dialogo)

A

l primo chiarore del giorno il freddo era insopportabile. I bambini erano scossi dai brividi, tutti rannicchiati su loro stessi con le gambe piegate e le mani tra le cosce. Io, che per tutta la notte m’ero appena mosso, avevo le braccia rigide e doloranti. Toto e Carlotta aprirono gli occhi quasi all’unisono. E con quella rapidità tipica dei bambini nell’affrontare subito la giornata, così, senza troppi preamboli, in pochi secondi erano già in piedi. «Mi fa male lo stomaco», disse Toto. Aveva le labbra violacee, che quasi facevano il paio con le occhiaie profonde che gli avevano scavato la notte, il freddo, la fame e le troppe calamità. D’un tratto si alzarono e come automi si diressero verso la riva del lago. Mi sorprese che avessero deciso di lavarsi in un momento simile, mentre di solito, in giornate normali, erano capaci di uccidere qualcuno piuttosto che infilarsi sotto la doccia. Si lavarono perfino i denti servendosi delle dita. In quell’istante mi sembrò di amarli più di quanto non mi riuscisse di ricordare. Quando tornarono indietro, la decisione era bell’e presa. Lavarsi aveva infuso in loro nuova determinazione. «Andiamocene via di qui, papi», disse Toto. (Alejandro Gándara, La fine del cielo, Firenze, Salani, 1997)

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Incontro ai testi

RIFLETTIAMO INSIEME Come vedi, il testo è stato suddiviso in parti (in questo caso brevi): sono le sequenze. Le sequenze sono le parti (o unità narrative) in cui può essere suddiviso un racconto. Ciascuna di esse espone un episodio compiuto, un fatto, una descizione o una riflessione, che possono essere isolati nel testo. Il passaggio da una sequenza all’altra avviene quando: ∞ cambia il narratore o la voce narrante; ∞ accade un fatto nuovo; ∞ cambia il punto di vista della narrazione; ∞ cambia il luogo in cui si svolgono i fatti; ∞ entra (o esce) in scena un personaggio; ∞ viene introdotto il discorso diretto; ∞ cambia il tempo verbale della narrazione (presente, passato, futuro). Talvolta la sequenza coincide con il capoverso, ma non bisogna confondere queste parti del testo. Il riconoscimento di una sequenza avviene infatti in base a cambiamenti interni al racconto (narratore, luogo, tempo ecc.); il capoverso è invece semplicemente una ripartizione grafica del testo. Infatti il capoverso è un blocco di testo compreso graficamente fra due “a capo”. Così, mentre la sequenza 1 del brano a pagina precedente è composta da un unico capoverso, la sequenza 6 è composta da due capoversi. Inoltre, secondo il contenuto e lo stile, i principali tipi di sequenze sono: ∞ narrative: narrano le azioni dei personaggi o gli avvenimenti in cui essi cono coinvolti; formano lo sviluppo dell’intreccio; ∞ descrittive: contengono descrizioni di persone (sia l’aspetto fisico sia il carattere), luoghi, situazioni, animali; ∞ riflessive: vi sono espressi i pensieri, le considerazioni, le riflessioni, i giudizi dei singoli personaggi o dell’autore; ∞ dialogate: espresse in forma di discorso diretto, riportano le esatte parole pronunciate dai personaggi e il dialogo fra loro.

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UNITÀ 5

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Dentro l’avventura

Con ciascuna delle seguenti espressioni scrivi una frase che si riferisca alla tua vita quotidiana. Coniuga i verbi nel tempo e nel modo che ritieni più adatti. Esempio: Avere paura: Ho avuto paura di perdere un amico per un capriccio. a. Accogliere con un saluto:

..........................................................................................................................................................

b. Giocare con:

.......................................................................................................................................................................................

c. Avvicinarsi a:

.....................................................................................................................................................................................

d. Insegnare a:

.......................................................................................................................................................................................

PRODUZIONE SCRITTA 20

Racconta per iscritto nel quaderno la storia raffigurata nel fumetto, descrivendo anche l’ambiente rappresentato. Che cosa vedi? Quali elementi presenta l’ambiente? Quale espressione noti sui volti delle bambine? Nello scritto devono essere comprese alcune parole o espressioni fra quelle che hai incontrato nella lettura del testo.

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Testo gulp!

Testo gulp!

Theodore Taylor

traccia 12

Nell’occhio del ciclone Leggi il testo e rispondi alle domande. Se hai difficoltà nella comprensione di parole o espressioni, consulta il dizionario o chiedi spiegazioni all’insegnante.

n’afosa1 mattina di luglio, eravamo sulla spiaggia a nord dell’isola. Era il giorno più caldo mai avuto, così caldo che sembrava di respirare fuoco; e, per la prima volta, non soffiava un alito di vento. Timothy2 aveva appena portato alcune conchiglie sulla spiaggia, quando udimmo la fucilata. «C’è un problema», mi disse, venendomi vicino. «Chi sta sparando?» gli chiesi. «Il mare», fu la risposta. Scoppiai a ridere. «Il mare mica spara fucilate». «Non è una fucilata», mi spiegò. «Può sembrare un colpo, sì, ma significa che si avvicina una brutta tempesta, Phillip». Non riuscivo a crederci. Eppure avevamo sentito un rumore secco, identico a un colpo d’arma da fuoco. «Sono le onde», mi disse. «Da qualche parte al largo è scoppiato un uragano. Ne sono sicuro». Lo sentii annusare l’aria come per fiutare l’arrivo dell’uragano. Senza il vento, il silenzio intorno era incredibile. Il mare era piatto e verde come gelatina, ma l’acqua si stava già increspando3; gli uccelli erano scomparsi e il cielo era giallastro.

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1. afosa: molto calda. 2. Timothy: è l’uomo che insieme a Phillip, il ragazzo protagonista, ha fatto naufragio su un’isola deserta. 273

3. increspando: il mare si increspa quando la superficie dell’acqua comincia ad agitarsi formando piccole onde.


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Dentro l’avventura

«Vieni», mi esortò4, «abbiamo molto da fare». Tornammo indietro in fretta: adesso capivo perché aveva scelto il posto più alto dell’isola per costruire la capanna, ma anche così temevo che le onde l’avrebbero raggiunta ugualmente. Per prima cosa, con una corda robusta legò il barile dell’acqua al tronco di una palma, il più in alto possibile. Poi legò il resto della corda allo stesso tronco. «Se la tempesta arriva fin qui, Phillip», mi raccomandò, «attaccati alla corda». A pomeriggio inoltrato mangiammo a più non posso perché, mi spiegò Timothy, probabilmente saremmo rimasti a digiuno per molti giorni. Così mangiammo i pesci e la polpa e il latte delle noci di cocco. Dopo aver mangiato, Timothy pulì con cura il coltello e lo mise nella cassetta, che legò con una fune alla stessa palma dove aveva assicurato il barile d’acqua. «Siamo pronti, Phillip», disse. Molto dopo che era venuto buio, il vento si raffreddò e la pioggia cominciò a martellare la capanna. Il vento soffiava sempre più forte e Timothy uscì per controllare il cielo. «Ribolle sopra di noi, Phillip», urlò. «È un uragano, sicuro». Tornò dentro e, fermo sull’ingresso, si aggrappò con tutto il suo peso alla struttura del tetto per tenere la capanna in piedi il più a lungo possibile. Il rumore delle onde sembrava più vicino e mi chiesi se il mare stava già risalendo la collina. La pioggia fredda mi aveva inzuppato da capo a piedi, ma a farmi tremare era soprattutto il pensiero del mare pronto ad avvolgerci. Poco dopo, udii il rumore di qualcosa che andava in pezzi e Timothy mi si avvicinò riparandomi col suo corpo. La nostra capanna era stata distrutta. «Phillip», urlò, «abbassa la testa». Mi piegai fino a toccare col viso la sabbia bagnata. L’unico suono udibile era il rombo della tempesta. Restammo schiacciati a terra per quasi due ore, esposti alla furia dell’uragano, capaci appena di respirare nella pioggia battente. Poi Timothy urlò rauco: «Alla palma!» Furioso e schiumeggiante, il mare stava risalendo la collina. Timothy mi trascinò alla palma. Dando la schiena alla tempesta, Timothy mi fece aggrappare alla corda e si legò anche lui alla palma, proteggendomi col suo corpo e subendo così la parte peggiore della tempesta. Ben presto sentii l’acqua alle caviglie e poi alle ginocchia. Un’onda s’infranse5 contro di noi e l’acqua mi ricoprì, facendomi boccheggiare6. Poi arrivò un’altra onda gigantesca. Fu allora che persi i sensi. E anche Timothy, credo. Quando rinvenni, il vento era calato e l’acqua ci arrivava alle caviglie, ma stava ritornando verso il mare. Timothy era afflosciato7 contro di me, con la testa appoggiata alle mie spalle. 4. mi esortò: mi disse con decisione, mi incitò. 5. s’infranse: si spezzò, si abbatté (passato remoto del verbo infrangersi). 274

6. boccheggiare: rimanere senz’aria, respirare con difficoltà aprendo e chiudendo la bocca. 7. afflosciato: abbandonato, svenuto.


Testo gulp!

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«Svegliati, Timothy», gli dissi. Non rispose. Cercai di scrollarlo scuotendo le spalle, ma non si mosse. Rimasi immobile, cercando di capire se respirava ancora: sentivo il suo stomaco muoversi e quando alzai una mano e gliela misi davanti alla bocca, sentii uscirne l’aria. Non era morto. Ci misi mezz’ora prima di riuscire a liberarlo dal tronco. Cadde all’indietro sulla sabbia bagnata e rimase lì, gemendo8. Sapevo di poter fare poco per lui, tranne stargli seduto accanto e tenergli la mano. Dopo un po’, sembrò riprendersi e subito disse affannosamente: «Phillip... tu... stai bene... vero?» «Sto bene, Timothy», lo rassicurai. «Un uragano terribile», mormorò. Probabilmente si girò su un fianco, perché la sua mano lasciò la mia; dopodiché si riaddormentò, suppongo. Gli toccai la schiena: era calda e appiccicaticcia. La pioggia e i granelli di sabbia trasportati dal vento avevano tagliuzzato9 Timothy da più parti, scorticandogli10 a sangue braccia e gambe. Ripresi la sua mano dura e callosa, mi sdraiai accanto a lui e mi addormentai anch’io. Mi svegliai poco dopo l’alba. Aveva smesso di piovere e il vento si era trasformato nella solita brezza. «Timothy», chiamai, ma non mi rispose. La sua mano era fredda e rigida nella mia. Il vecchio Timothy era morto. Rimasi lì accanto a lui per molto tempo, sfinito, pensando che, dovunque fosse andato, avrebbe dovuto portarmi con sé. Non piansi. A volte il dolore è più forte delle lacrime. Ero solo su un’isola dimenticata. (Theodore Taylor, L’isola di Phillip, Milano, A. Mondadori, 1995) 8. gemendo: lamentandosi. 9. avevano tagliuzzato: avevano fatto tanti e piccoli tagli sul corpo di Timothy. 275

10. scorticandogli: lacerandogli, strappandogli.


UNITÀ 5

Dentro l’avventura

COMPRENDERE IL TESTO 1

Distingui le sequenze di cui ti indichiamo i titoli, segnalandole a margine nel testo. a. Una tempesta è in arrivo. b. Timothy e Phillip si preparano per resistere all’uragano. c. L’uragano si scatena. d. L’uragano passa ma Timothy e Phillip sono in difficoltà. e. Timothy rimane solo.

2

Da che cosa è causata la «fucilata» che si sente all’inizio (riga 4)? A Da un colpo di arma da fuoco. B Dallo scoppio dell’uragano. C Dal vento impetuoso. D Dal verso degli uccelli. E Da un ramo che si spezza.

3

Perché Timothy ha scelto il posto più alto dell’isola per costruire la capanna? A Per godere di una bella vista. B Per avere più spazio. C Per essere al riparo dalle onde. D Per avere aria più fresca. E Perché lì c’è un pozzo.

4

In che modo Timothy si prepara ad affrontare la tempesta? Elenca le azioni che compie e i suggerimenti che dà a Phillip. ............................................................................................................................................................................................................................ ............................................................................................................................................................................................................................ ............................................................................................................................................................................................................................

5

In che modo Timothy protegge Phillip durante la tempesta? Spiega. ............................................................................................................................................................................................................................ ............................................................................................................................................................................................................................ ............................................................................................................................................................................................................................

6

Com’è ridotto Timothy, dopo la tempesta? ............................................................................................................................................................................................................................ ............................................................................................................................................................................................................................ ............................................................................................................................................................................................................................

7

Le ferite e le lesioni riportate sono leggere o gravi? Perché? ............................................................................................................................................................................................................................ ............................................................................................................................................................................................................................ ............................................................................................................................................................................................................................

8

Perché Phillip non riesce a piangere? A Perché non ha paura. B Per non mostrarsi debole. C Perché è passato l’uragano. D Perché è troppo addolorato e impaurito. E Perché la vicenda non l’ha impressionato. 276


Testo gulp!

MIGLIOR

9

MIGLIORARE LA LINGUA

Nel racconto l’autore descrive una terribile tempesta che si abbatte sul mare. Scrivi anche tu una descrizione simile, completando correttamente il testo con le espressioni elencate. Giallastro – calato – s’infransero – soffiò – schiumeggiante – increspando – alito – martellò – gelatina – afoso – rombo – brezza. Era un giorno molto .......................................... e non soffiava un .......................................... di vento. Il mare era piatto e verde come .........................................., ma l’acqua si stava già ........................................... Il cielo, prima ..........................................,

ora era pieno di nuvole nere.

A un tratto, la pioggia ..........................................,

..........................................

sul tetto e il vento

..........................................

il mare si riempì di onde gigantesche che

forte. Furioso e

..........................................

sulla spiaggia.

L’unico suono udibile era il .......................................... della tempesta. Solo verso mattina il mare si calmò. Smise di piovere e il vento, ormai

..........................................,

si tra-

sformò in ...........................................

10

Passato l’uragano, Phillip cerca di soccorrere Timothy. Nel passo seguente, che descrive l’episodio, Timothy non viene indicato con il nome proprio, ma solo tramite pronomi. Sottolinea tutti i pronomi che gli si riferiscono. L’esercizio è avviato. Cercai di scrollarlo scuotendo le spalle, ma non si mosse. Rimasi immobile, cercando di capire se respirava ancora: sentivo il suo stomaco muoversi e quando alzai una mano e gliela misi davanti alla bocca, sentii uscirne l’aria. Non era morto. Ci misi mezz’ora prima di riuscire a liberarlo dal tronco. Cadde all’indietro sulla sabbia bagnata e rimase lì, gemendo. Sapevo di poter fare poco per lui, tranne stargli seduto accanto e tenergli la mano.

PRODUZIONE SCRITTA 11

Nel racconto sono contenuti nomi che riguardano l’ambiente marino. Usali a coppie per comporre quattro frasi. Segui l’esempio. Esempio: spiagge + sabbia → In Sardegna ci sono belle spiagge di sabbia bianca, tanto fine che assomiglia a borotalco. a. isola + conchiglie →

.....................................................................................................................................................................

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b. onde + mare →

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c. acqua + pesci →

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d. palma + noci di cocco →

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UNITÀ 5

Michael Ende

La Valle del Crepuscolo Jim e Luca, rispettivamente un ragazzo e un macchinista di treni a vapore, sono i protagonisti del romanzo Le avventure di Jim Bottone, dello scrittore tedesco Michael Ende (autore anche del celebre La storia infinita). I due si avventurano nella “Valle del Crepuscolo”, una stretta e profonda valle in cui nessuno prima aveva osato entrare, poiché vi rintronano strane voci e suoni così spaventosi da impedire a chiunque di proseguire. Ma i due ragazzi sfidano i misteri della natura di quella valle affidandosi alle risorse della infaticabile Emma, la locomotiva capace di intuizioni ed emozioni umane, su cui percorrono il loro viaggio verso la Città del Drago, dove vogliono liberare la principessa di Dormolandia, il più piccolo Paese del mondo, che vi è tenuta prigioniera. Leggi il testo in modo attivo (왘 LABORATORIO 4, Leggere in modo attivo, p. 654).

L

a “Valle del Crepuscolo” era una gola lugubre e stretta come una strada. Il fondo consisteva in pietre rosse ed era liscio come l’asfalto. I raggi del sole non vi penetravano mai. A sinistra e a destra si ergevano in verticale torri di roccia che sfioravano il cielo. Sul fondo, proprio alla fine della gola, si vedeva l’enorme disco rosso del sole che tramontava e diffondeva sui crepacci la sua luce purpurea. All’ingresso della gola Luca fermò la locomotiva; lui e Jim si avviarono dapprima per un pezzo a piedi per verificare l’esistenza delle terribili voci. Ma non si sentiva niente. Dappertutto regnava un silenzio solenne e misterioso. A Jim batteva forte il cuore e cercò la mano di Luca. Rimasero per un attimo in silenzio. Alla fine Jim disse: «Ma tutto tace!» Luca annuì e stava per rispondere quando tutto ad un tratto la voce di Jim rimbombò chiaramente sul lato destro delle rocce: «Ma tutto tace!» E poi sul lato sinistro: «Ma tutto tace!» E per tutta la valle incominciò a rimbombare un mormorio che si alternava a destra e a sinistra. «Ma tutto tace – ma tutto tace – ma tutto tace». «Che cos’è?» chiese Jim spaventato, stringendo più forte la mano di Luca. «Che cos’è – che cos’è – che cos’è», si udì mormorare lungo le rocce. «Non aver paura», lo rassicurò Luca, «è l’eco – l’eco – è l’eco – è l’eco», rimbombò la valle. Gli amici ritornarono da Emma e stavano per salire quando Jim sussurrò: «Psss Luca! Sta’ a sentire!» Luca si concentrò. Udirono l’eco tornare dall’altra estremità della gola, all’inizio molto leggero poi sempre più forte. «Tutto tace – tutto tace – tutto tace!» 282


Saper leggere

Stranamente però non si sentiva più soltanto la voce di Jim ma era come se le voci di cento Jim risonassero disordinatamente. Naturalmente era un eco decisamente più forte. L’eco ritornò di nuovo indietro e ridiscese tutta la valle. «Che strano!» osservò Luca. «L’eco torna indietro e nel frattempo si è moltiplicato, a quanto pare!» Stava tornando anche il secondo eco, risonando in silenzio alternativamente sui due lati. «Che cos’è – che cos’è – che cos’è», si sentiva gridare dalle rocce, echeggiando come una folla. Poi tutto ad un tratto si voltò e si allontanò di nuovo. «Se va avanti così, la faccenda può diventare divertente!» bisbigliò Luca. «Credi?» chiese Jim piano tutto spaventato. Gli faceva paura sentire la sua voce che da sola vagava qua e là e si moltiplicava. «Prova ad immaginarti», rispose Luca sommessamente, «che cosa succederà quando Emma inizierà a fare baccano nella valle. Sembrerà di essere alla stazione centrale». In quel momento ritornò il terzo eco: si avvicinava a zig-zag rimbombando per tutta la valle. «È l’eco – è l’eco – è l’eco», gridavano migliaia di Luca dalle rocce. Poi le voci si girarono e si allontanarono verso l’altra estremità della valle. «Come è possibile?» sussurrò Jim. «Difficile capire», rispose Luca, «si dovrebbe indagare». «Attenzione!» mormorò Jim, «sta ritornando!» Il primo eco ritornava adesso per la seconda volta da lontano e nel frattempo si era moltiplicato spaventosamente.

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UNITÀ 5

Dentro l’avventura

«Tutto tace! – Tutto tace! – Tutto tace!» urlavano diecimila Jim. Era un fracasso tale da far male alle orecchie. Quando cessò, Jim disse a fior di labbra. «Che cosa possiamo fare? Diventa sempre più terribile!» Luca rispose: «Temo che non ci sia niente da fare. Possiamo soltanto cercare di attraversare la gola il più velocemente possibile!» L’eco stava di nuovo ritornando con la domanda di Jim «Che cos’è?» Ma questa volta erano centomila Jim che gridavano. Il terreno sotto la locomotiva tremava e Jim e Luca dovettero tapparsi le orecchie. Quando l’eco si allontanò di nuovo, Luca allungò con decisione la mano e da uno scomparto vicino alle leve tirò fuori una candela un po’ ammorbidita dal calore della caldaia. [...] Il percorso era più lungo di quello che aveva calcolato Luca. Giunti a circa metà della valle Jim si voltò per caso indietro. Ciò che vide era veramente sufficiente a spaventare terribilmente anche l’uomo più coraggioso. Se si fossero trovati ancora all’ingresso della gola, adesso sarebbero stati completamente sepolti da una frana. Le pareti di destra e di sinistra della montagna avevano ceduto e Jim vide la vetta barcollare, le pareti della gola frantumarsi, saltare in aria e crollare riempiendo di macerie la Valle del Crepuscolo. Veloce come il vento dietro la locomotiva giungeva la sciagura. Jim gridò forte ed afferrò Luca per la manica. Luca si voltò ed un’occhiata fu sufficiente per vedere l’orrenda sciagura. Senza riflettere un solo secondo; azionò una piccola leva rossa su cui c’era scritto: LEVA DI EMERGENZA! USARE SOLO IN CASO DI ESTREMO PERICOLO! Non ne aveva più fatto uso già da molti anni e non era sicuro che Emma potesse affrontare ancora uno sforzo così grande. Ma non c’era scelta. Emma sentì il segnale ed emanò un fischio acuto che voleva dire: ho capito! Ed allora sul quadro dei comandi la lancetta del contachilometri incominciò a salire, salì ancora e poi ancora, superò la lineetta rossa su cui c’era scritto VELOCITÀ MASSIMA e continuò a salire fin dove non c’era scritto più niente, finché il contachilometri andò in frantumi. Come riuscirono a farcela, Jim e Luca non riuscirono a capirlo neanche più tardi, comunque riuscirono a scampare lo sfacelo. Come una bomba di cannone precipitarono fuori dall’estremità della gola proprio nel momento in cui alta sopra di loro l’ultima cima rocciosa stava crollando. Luca risistemò la leva rossa. Emma stava proseguendo più lentamente quando all’improvviso ci fu uno scossone. La locomotiva lasciò uscire tutto il vapore e si fermò. Non sbuffava più e non mostrava più alcun segno di vita. Luca e Jim scesero, si tolsero la cera dalle orecchie ed osservarono lo spettacolo. Dietro di loro giaceva la “Corona del Mondo” ed al posto della gola attraverso cui erano arrivati si elevava a miglia di altezza una rossa nuvola di polvere. Un tempo là c’era stata la “Valle del Crepuscolo”. (Michael Ende, Le avventure di Jim Bottone, Bergamo, Juvenilia, 1985) 284


Saper leggere

ANALISI DEL TESTO La storia

1 2

Dove si svolge l’azione?

3 4

Perché nessuno aveva mai osato avventurarsi prima nella Valle del Crepuscolo?

5

Perché Jim e Luca affrontano il rischio? A Per mettere alla prova le capacità di Emma. B Per mettere alla prova se stessi. C Per liberare la principessa prigioniera.

6

Luca propone a Jim un rimedio particolare, ma efficace, per non essere storditi dal riverbero dell’eco. Esso è identico a quello escogitato da uno dei più famosi eroi dell’epica greca. Sai chi è e qual è il rimedio?

7

Riconosci nel testo e sottolinea in nero una sequenza descrittiva, in blu una narrativa e in rosso una dialogata, a tua scelta.

Quali sono, secondo te, gli elementi tipici del racconto d’avventura presenti in questo testo? Elencali nel quaderno e poi confronta le tue risposte con quelle dei compagni, discutendone insieme. Nel racconto, un fenomeno del tutto naturale viene ingigantito e reso quasi irreale. Di che cosa si tratta? Con l’aiuto dell’insegnante e dei compagni spiega a voce le caratteristiche di tale fenomeno naturale.

I personaggi

8

Indica quali, tra le seguenti, sono caratteristiche del comportamento e del carattere di Jim; se vuoi, puoi aggiungerne altre. Coraggio – allegria – riflessività – saggezza – sprezzo del pericolo – generosità – intraprendenza – moderazione – bontà – sana curiosità – obbedienza.

Conoscere e usare la lingua

9

Anche se nel brano viene posto al genere maschile, il sostantivo “eco” è di solito utilizzato al femminile, perché esso è legato alla leggenda della ninfa Eco, trasformata in pura voce dal dio Pan al quale si era sottratta. Trascrivi nel quaderno correttamente le seguenti espressioni, separando le parole che le compongono e inserendo, quando necessario, l’apostrofo. a. b. c. d. e.

Unaforteeco Unecoinsopportabile Lecoèunfenomenonaturale Lecorimbombadovunque Inquestavallec’èunecoeccezionale

PRODUZIONE SCRITTA Descrivere un’immagine

10

Descrivi nel quaderno l’immagine riportata a p. 283 usando i cinque sensi (ricorri anche alla fantasia). Cerca di usare alcune delle parole o delle espressioni che hai incontrato nella lettura del testo. Puoi utilizzare la traccia seguente: dove si trova l’ambiente? Com’è, in generale? Ci sono pre-senze significative da descrivere? (왘 LABORATORIO 15, Descrivere oggetti, animali, ambienti, p. 698). 285


UNITÀ 5

9. sintonizzate: tese ad ascoltare.

Dentro l’avventura

anche letto che rispettavano il territorio altrui esattamente come il proprio e così, appena si furono allontanati, andò a orinare nello stesso punto. Cinque giorni dopo, quando i due lupi tornarono, li vide fermarsi ad annusare il ceppo e poi spruzzare il terreno lì vicino, accettando il confine. “Bene”, pensò. “Adesso possiedo qualcosa. Il mio territorio”. Ed era andato avanti con la solita vita, pensando che la questione tra lui e i lupi fosse chiarita. Ma le regole dei lupi e le regole di Brian funzionavano soltanto con i lupi e con Brian. Non con l’orso. Ormai Brian conosceva gli orsi bene quanto i lupi o gli uccelli. Di solito erano tipi solitari, a meno che non si trattasse di una femmina con i cuccioli, e la loro principale occupazione era riempirsi la pancia. Parecchie volte, mentre raccoglieva le bacche, li aveva visti rastrellare i cespugli con i denti per strapparne i frutti, nonché un buon numero di foglie che sputavano prima d’ingoiare le bacche. E, come i lupi, anche gli orsi sembravano andare d’accordo con lui. Nel senso che, quando li vedeva, Brian li lasciava in pace e andava a ripulire qualche altro cespuglio. Fu così che, dopo un po’, finì per pensare che fra lui e gli orsi ci fosse una specie di accordo: se lui li lasciava in pace, altrettanto avrebbero fatto loro. [...] Finché, una mattina tiepida, fu risvegliato bruscamente da un tintinnio metallico. Aveva mente e orecchie sintonizzate9 su tutti i suoni del-

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Verificare

10. scrutare: osservare con attenzione. 11. refolo: soffio d’aria. 12. sciaguattando: muovendosi. 13. interiora: intestini e budella. 14. caracollò: andò via trotterellando. 15. escoriazione: graffio. 16. scosso e frastornato: impressionato e incredulo.

la natura, e in natura quel suono non esisteva. Così si svegliò di soprassalto. Dormiva con il viso rivolto verso l’apertura del rifugio e, quando aprì gli occhi, vide davanti a sé quella che gli sembrò una muraglia di pelo marrone. Scosse la testa, per un momento convinto di sognare, ma la muraglia non sparì e nello stesso istante si rese conto che quello era il posteriore di un orso. “No”, pensò con una capacità di analisi che lo stupì, “è il grosso posteriore di un grosso orso”. L’orso era arrivato al campo seguendo l’odore del coniglio e della pentola dov’era stato cucinato. Per lui quello non era affatto il territorio di Brian. C’era odore di cibo, aveva fame e lì c’era da mangiare. Aveva individuato accanto al fuoco la pentola e il coltello che Brian, dopo aver mangiato, aveva sciacquato nel lago, non riuscendo evidentemente a togliere del tutto l’odore di cibo, se n’era impossessato e, rovistando vicino all’apertura, aveva sbattuto la pentola su una pietra. D’impulso Brian reagì. «Ehi... va’ via!» gridò, e sferrò una pedata contro il peloso didietro dell’orso. Non sapeva bene che cosa aspettarsi. Forse che il bestione si voltasse e, resosi conto dell’errore commesso, trottasse via imbarazzato. O magari che se la desse a gambe, spaventato. Invece l’orso si voltò e, senza un istante di esitazione, con una sola zampata scardinò l’intera parete di tronchi che faceva da chiusura al rifugio di Brian. A quel punto abbassò lo sguardo sul ragazzo e con un’altra zampata lo colpì e lo scaraventò a sei metri di distanza. Dopodiché, muovendosi con rapidità inaspettata, lo raggiunse e lo fece rotolare fin sulla riva, dove il ragazzo restò immobile e stordito, senza quasi rendersi conto di cos’era successo. Per un lungo minuto l’orso restò fermo a scrutare10 Brian e poi tornò a dedicarsi al saccheggio del campo, cercando di capire da dove veniva quell’odore squisito. Ricadde a sedere sul posteriore e diede una buona annusata tutt’intorno finché, individuato un altro refolo11 appetitoso, lo seguì fino alla buca dei pesci. Sciaguattando12 nell’acqua a neanche tre metri da Brian, impegnato a controllare se aveva ancora gambe e braccia al posto giusto, recuperò il teschio del coniglio, con ancora attaccati alcuni filamenti di carne, e ne fece un solo boccone. Ripescò le interiora13 e mangiò anche quelle, poi tornò a rovistare nella pozza e, quando non riuscì a trovare altro, lanciò un’ultima occhiata a Brian e al campo e caracollò14 via senza guardarsi indietro. A parte qualche leggera escoriazione15, Brian era ancora tutto intero e, per quanto scosso e frastornato16, la sensazione dominante era di sollievo. Sapeva che l’orso avrebbe potuto fare ben peggio a lui e al campo. Aveva visto uno di quei bestioni sradicare un ceppo dal terreno per cercare formiche e lombrichi. L’orso avrebbe potuto ucciderlo facilmente, e non l’aveva fatto. (Gary Paulsen, L’inverno di Brian, Milano, A. Mondadori, 1999) 317


UNITÀ 5

Dentro l’avventura

LAVORA SUL TESTO 1

Chi è il protagonista del racconto? ...............................................................................................................................................................................................

2

......

/2

......

/2

......

/2

......

/3

......

/2

Che cosa impara ad apprezzare del differente cinguettio delle diverse specie di uccelli? ...............................................................................................................................................................................................

6

/2

In quali attività è impegnato? ...............................................................................................................................................................................................

5

......

Il ragazzo è felice della propria condizione di vita? ...............................................................................................................................................................................................

4

/2

In quali luoghi è ambientata la vicenda? ...............................................................................................................................................................................................

3

......

Spiega l’espressione «era tutto legato a una questione di territorio». ............................................................................................................................................................................................... ...............................................................................................................................................................................................

7

Perché i due lupi non gli fanno del male e l’orso invece lo attacca? ............................................................................................................................................................................................... ...............................................................................................................................................................................................

Indica quali, tra le seguenti sequenze, NON sono presenti nel racconto. A Descrittiva. B Narrativa. C Riflessiva. D Dialogata.

......

Il testo è già stato suddiviso in sequenze. A margine, scrivi un titolo riassuntivo per ciascuna di esse.

(1 x 9) ...... /9

(1 x 3)

/3

(1 x 3)

/3

N R IP A SS A A

318

AB

> 24 =

E!

18-24 = BAS AN ZA T

EN

< 18 =

NE

totale BE

10

......

RA

9

Quali elementi, tipici del racconto d’avventura, sono presenti in questo testo, tra quelli proposti? A Un protagonista dotato di coraggio, di intelligenza e di sensibilità. B Situazione iniziale tranquilla e comune. C Avvenimenti imprevisti e incentrati sull’azione. D Capacità del protagonista di fare fronte alle situazioni in cui si trova coinvolto. E Finale inatteso.

CO

8

M O LT O

B

....

/30


Verifica

Ampliare un racconto Nel testo seguente, il protagonista e voce narrante è Teo, un piccolo lupo che fa le sue prime esperienze nel branco. In questa circostanza accompagna il padre e i vecchi lupi in una battuta di caccia. Leggi il testo e individua i punti in cui è possibile inserire almeno tre diverse sequenze tra le quattro elencate: narrativa, riflessiva, descrittiva, dialogata (nell’ordine che ritieni più opportuno). Segnala sul testo il punto in cui intendi inserire la sequenza (ad esempio, indicandolo così: N = narrativa; De = descrittiva; R = riflessiva; Di = dialogata) e poi scrivila sul tuo quaderno. Non è necessario scrivere tanto, ma solo alcune righe ben composte e adatte al testo. Ricordati di proseguire il racconto in prima persona, come se tu fossi Teo.

A caccia di cibo Ieri sera, calata la notte, abbiamo intrapreso un lungo cammino. Papà stava mettendo in pratica il suo piano. Io ero un po’ inquieto, certo, ma, in fondo in fondo, anche fiero. Dopo un bel po’, infine, abbiamo scorto la luce di una finestra. Un paese... Il grosso del branco ha aspettato al limitare del bosco. Soltanto alcuni sono andati avanti fino alle prime case e hanno tenuto d’occhio a lungo le luci che, una ad una, si sono spente. Sentivo che mi brontolava lo stomaco, e questo faceva ridere mio fratello Max. Lui ha tali e tante riserve che è capace di stare per parecchi giorni senza mangiare. Beato lui! All’improvviso, al chiarore della luna piena, ho visto papà che attraversava la strada: sui suoi passi seguivano cinque figure nere. Direzione: le pattumiere, ossia il posto in cui gli uomini buttano via ciò che non mangiano. Le cose stavano per mettersi al peggio: nel bel mezzo della spedizione, un cane si è messo ad abbaiare, una luce si è riaccesa, un’imposta ha sbattuto. Cominciavamo a preoccuparci, quando li abbiamo visti tornare con il bottino in bocca: ossa di braciole, budella, teste di pesci, cotenna. È incredibile la quantità di cibo che riescono a sprecare gli uomini! Sarà bene che ne parli con lo zio Lamberto. (Stephan Levy-Kuentz, Frédéric Bosc, Teo il lupo, Milano, A. Mondadori, 1991)

319


Unità 5 Dentro l’avventura

Prenditi Leggere e comprendere il testo la rivincita José del Cañizo

Sotto le stelle a notte del fatidico1 incontro sotto le stelle, mi addormentai profondamente, sdraiato di schiena sul suolo compatto del cortile. Improvvisamente, mi svegliai pervaso2 dall’inquietante sensazione di non essere solo. Il primo moto3 di sorpresa mi colse quando aprii gli occhi e scoprii sopra di me il cielo stellato della notte e non il solito soffitto della camera da letto. Contemplai quello spiegamento4 di bellezza per alcuni istanti e capii di avere dormito abbastanza a lungo, dal momento che le stelle non si trovavano più nella stessa posizione. Si erano spostate sopra di me come un’aquila che descrive una serie di giri lenti e maestosi puntando la preda. Subito dopo, ebbi una seconda sorpresa, decisamente più grande della prima, quando percepii con la massima chiarezza, nel silenzio della notte, il sottile fruscio prodotto da un paio di pantaloni di velluto a coste che strisciavano contro la parte superiore di una recinzione di mattoni. A un suono tanto lieve fece seguito il rumore sordo del tonfo5 di un corpo contro il duro terreno, poi un grido soffocato e una tremenda imprecazione pronunciata tra i denti, e infine un’esclamazione con la quale mi trovai assolutamente d’accordo: «Maledetto cardo6!» Grazie alla luna quasi piena potei scorgere vicino al muro di cinta7 un uomo che si alzava brontolando a bassa voce. Una volta in piedi si spazzolò i calzoni e si chinò per raccogliere qualcosa che mi parve un palo o un bastone, ma dal quale provenne l’inconfondibile scintillio che emettono solitamente nelle notti di luna piena le doppiette8 pronte a sparare. Fui percorso da un brivido. Grazie all’argentea luminosità mi fu possibile vederlo abbastanza bene. Era ridotto davvero male. Indossava abiti consunti9 e rappezzati, come se fosse da lungo tempo isolato in montagna. Aveva le orecchie a sventola, un paio di baffi piuttosto flosci10 e si guardava intorno pieno di diffidenza. Mi ricordò immediatamente una donnola11. Si diresse verso le vecchie stalle. Entrò. Si udirono le irate e giustificate proteste di una famiglia di conigli bruscamente svegliati in piena notte e, pochi secondi dopo, l’uomo riapparve con due di loro in ciascuna mano, tenendo la doppietta sotto il braccio. Tornando verso il muro di cinta mi vide. Era perfettamente evidente che io stavo pensando: “Quanta fame arretrata deve avere per uscire a procurarsi cibo in una notte così chiara!” Mi guardò incuriosito. Siccome i conigli si muovevano affannosamente e sgambettavano e protestavano, li prese con una sola mano, poi camminò verso di me. Mi puntò il fucile contro. Si guardò intorno per controllare che non ci fosse nessun altro e per assicurarsi di non essere caduto in un’imboscata12. In quel momento potei vedere nei suoi occhi una paura tanto consolidata13 che doveva trovarsi lì da anni.

L

1. fatidico: importante, decisivo. 2. pervaso: preso. 3. Il primo moto: la prima sensazione. 4. spiegamento: grande quantità. 5. tonfo: caduta. 6. cardo: ortaggio con foglie spinose. 7. muro di cinta: muro di recinzione, che segna i confini di una proprietà. 8. doppiette: fucili a canna doppia. 9. consunti: consumati. 10. flosci: morbidi, cadenti. 11. donnola: animale di corporatura simile a una piccola volpe. 12. imboscata: tranello, trappola. 13. consolidata: forte, resistente, duratura.

320


Migliorare

14. squadrandomi... fondo: guardandomi con grande attenzione. 15. un avvertimento... deduttivo: un avvertimento molto chiaro per chi fosse in grado di ragionare, collegando i fatti tra loro. 16. spauriti: con l’espressione della paura.

Ci guardammo in silenzio. Io mi misi seduto e stavo per alzarmi, ma lui mosse minacciosamente la doppietta e disse fra i denti: «Fermo immobile, giovane». Rimasi seduto, più fermo di una statua. Vedendo che aveva a che fare con un ragazzo, con un giovane, come diceva lui, e dopo aver verificato che non c’era in vista nessun altro e che la casa era immersa nel sonno, cominciò a tranquillizzarsi. Si appese la doppietta alla spalla e, squadrandomi da cima a fondo14, sollevò i rumorosi conigli. E li uccise uno dopo l’altro con due colpi secchi dati con il taglio della mano. Colpi che costituivano un avvertimento assai eloquente per qualsiasi interlocutore che fosse anche solo minimamente dotato di pensiero deduttivo15. Continuammo a guardarci per un bel pezzo. Così da vicino, potevo vedere il suo volto indurito e mal rasato, le sue sopracciglia cespugliose e i suoi occhi spauriti16. “Ha più paura di me”, pensai. Allungai la mano destra e lui, più veloce della luce, fece il gesto di afferrare nuovamente la doppietta. Indicai il cartoccetto che avevo a fianco, appoggiato sul sasso, ed egli lo fissò, allarmato. Finii di avvicinare la mano al pacchetto e lo scartai lentamente, attento a non fare nessun movimento brusco. Poi lo alzai a mani giunte, perché vedesse bene le frittelle, che formavano un appetitoso mucchietto nel cartoccio aperto. Si avvicinò fino ad arrivare a un passo da me. Le sue narici fremevano e gli brillavano gli occhi. Lasciò cadere a terra i conigli e allungò una mano scheletrita. Sembrava proprio la zampa di una donnola, pensai, comunque fossero le zampe delle donnole. Prese la frittella che stava in cima al mucchio e se la mise intera in bocca. Masticò prima affannosamente, con ansia, e poi in modo più lento e goloso. Mantenni la mia offerta sollevata per aria, tenendola a mani giunte. Seduto per terra com’ero, vedevo il suo volto proprio al di sopra delle frittelle.

321


Unità 5 Dentro l’avventura

17. titubante: indeciso, incerto sul da farsi.

Finì di masticare, tirò un profondo respiro, che sembrava trattenuto da lungo tempo, afferrò rapidamente altre due frittelle con una zampata e se le cacciò in bocca a fatica, intere. Si leccò le labbra e, già più tranquillo, ne mangiò un’altra, più lentamente e senza mai smettere di guardarmi. Doveva vivere così isolato dal mondo che probabilmente erano anni che non vedeva un ragazzino, soprattutto seduto sotto lo splendore delle stelle e fornito di tali preziosi tesori avvolti in un pezzo di carta. In lontananza un cane cominciò a latrare e lui sussultò. Allungò la mano verso le ultime due frittelle, con gli occhi che brillavano di desiderio. Interruppe il gesto. Esitò. Si grattò il mento ruvido. Raccolse alcune briciole che si erano fermate agli angoli delle labbra e se le mise in bocca. Poi allungò di nuovo la mano, prese un solo dolce e spinse verso di me quello rimasto. Mangiammo insieme. Masticammo lentamente, sempre in silenzio e senza smettere di guardarci negli occhi. Terminò di inghiottire l’ultimo boccone, si schiarì la voce, fece un vago gesto di saluto con la mano e si allontanò a grandi passi in direzione del muro di cinta. A un tratto si fermò. Si girò verso di me, un po’ titubante17. Ancora una volta mi si avvicinò, cercando qualcosa in tasca. Estrasse una pistola e la tese verso di me. Balzai in piedi, spaventato, ed ero già in attesa del colpo, pensando fugacemente all’ingratitudine della vita, quando vidi salirgli alle labbra un sorriso, che potei appena intravedere su quel volto mal rasato. Lui prese la pistola per la canna e me la tese. Era una rozza pistola di legno fatta con un ramo biforcuto, sul quale un’abile lama aveva intagliato il calcio, la canna e il grilletto. Stavo ancora ammirandola quando alzai lo sguardo e lo vidi saltare la recinzione. Scomparve. Corsi, mi arrampicai sul muro, riuscii a sporgere la testa e lo scorsi correre in direzione delle montagne, sotto la luna, accompagnato dal furioso abbaiare dei cani che si erano svegliati. (José del Cañizo, Muori canaglia!, Casale Monferrato, Piemme, 1995)

Le caratteristiche del racconto d’avventura

1

Quali elementi, caratteristici del racconto d’avventura, sono presenti anche in questo testo? A Un “personaggio speciale” come protagonista. B Situazione iniziale tranquilla e comune. C Avvenimenti imprevisti e incentrati sull’azione. D Capacità del protagonista di fare fronte alle situazioni in cui si trova coinvolto. E Finale inatteso. F Intreccio ricco di azione. G Luoghi affascinanti.

I personaggi

2 3

Chi è il protagonista? Anche il secondo personaggio, in un certo modo, può essere definito protagonista dei fatti. Per quale motivo? 322


Migliorare

4

L’uomo è presentato come un individuo diffidente, sulla difensiva, quasi selvaggio. Ricerca e sottolinea nel testo le parti che lo confermano.

5 6

Chi, fra i due personaggi, dimostra di avere maggiore spirito di iniziativa? Come? Rileggi le parti in cui è descritto fisicamente l’uomo e completa lo schema seguente descrivendo i vari elementi. a. Abiti:

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b. Volto:

.......................................................................................................................................................................................................

c. Mani:

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Il momento di suspense

7

Qual è il momento di maggiore tensione narrativa del racconto, di suspense? Ricercalo e sottolinealo nel testo.

Lo stile

8

Nel testo prevale la narrazione, la descrizione o il dialogo?

Le sequenze

9

Di seguito sono elencate nell’ordine di successione le sequenze del brano. Individuale nel testo e segna a margine un tratto ben visibile di separazione fra l’una e l’altra. a. Prima sequenza: Il protagonista si accorge che nel cortile c’è qualcuno. b. Seconda sequenza: L’uomo ruba i conigli. c. Terza sequenza: L’uomo scorge il ragazzo. d. Quarta sequenza: Il ragazzo offre del cibo all’uomo. e. Quinta sequenza: L’uomo fa un dono al ragazzo e poi fugge.

Il riassunto

10

Scrivi nel quaderno il riassunto del racconto, tralasciando le parti meno significative e inserendo opportunamente le informazioni importanti che rispondono alle seguenti domande. a. Chi è il protagonista e dove si trova? b. Che cosa osserva in cielo?

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c. Che cosa sente all’improvviso? d. Chi c’è nel cortile? e. Che aspetto ha? f. Che cosa fa?

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g. Come reagisce l’uomo quando vede il ragazzo? h. Che cosa fanno i due?

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................................................................................................................................................................

i. Che cosa pensa il ragazzo?

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l. Che cosa fa il ragazzo?

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m. Come reagisce l’uomo?

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n. Che cosa fa l’uomo quando ha finito di mangiare? o. Che cosa dona l’uomo al ragazzo? p. Che cosa prova il ragazzo? q. Dove va l’uomo?

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323


Unità 5 Dentro l’avventura

Accetta la sfida

Lavorare con le sequenze Il testo seguente narra una vicenda avventurosa: in Africa, un mamba, serpente velenoso, si è introdotto in casa Fuller; “l’uomo dei serpenti” ha il compito di scovare e catturare l’animale. Nel testo, sono state eliminate tre sequenze descrittive e tre narrative che tu dovrai trascrivere al posto dei puntini, scegliendole opportunamente tra quelle elencate in fondo.

La cattura del mamba

L’uomo dei serpenti era fermo dietro la porta d’ingresso, non muoveva un muscolo. Si era gettato il sacco sulla spalla sinistra, e teneva stretta la lunga asta con entrambe le mani, dritta davanti a sé e parallela al suolo. Il serpente non si vedeva. Pareva che nemmeno l’uomo l’avesse ancora visto. Passò un minuto... passarono due minuti... tre... quattro... cinque. Nessuno si muoveva.

Sequenza descrittiva

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E aspettò ancora. Un altro minuto... e un altro... e un altro. E poi vidi l’uomo dei serpenti che cominciava a piegare le ginocchia. Piegò le ginocchia molto lentamente finché fu quasi accucciato a terra, e da quella posizione tentò di sbirciare sotto il divano e sotto le poltrone. Però aveva l’aria di non aver ancora scorto il serpente. Sequenza narrativa

........................................................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................................................

Non accadde nulla. Un istante dopo scorsi il serpente. Era steso in tutta la sua lunghezza sotto lo zoccolo della parete di destra, ma era nascosto agli occhi dell’uomo dallo schienale del divano. Sequenza descrittiva

........................................................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................................................

Diedi una gomitata a Fuller e bisbigliai: «È laggiù contro il muro». Gli additai il serpente e Fuller lo vide. Si mise subito ad agitare le mani, a palme aperte davanti alla finestra, sperando di attirare l’attenzione dell’uomo dei serpenti. Ma questi non lo vide. A voce molto bassa, Fuller fece: «Pssst!» e l’uomo alzò gli occhi di scatto. Fuller gli fece segno con la mano. L’uomo dei serpenti capì e annuì. Poi cominciò ad avvicinarsi con estrema cautela alla parete di fondo in modo da vedere il serpente dietro al divano. Non camminò mai sulle punte come io o voi avremmo fatto. Tenne sempre i piedi piatti a terra. Gli stivali di cuoio erano una specie di mocassini, senza suola né tacco. Gradualmente arrivò alla parete posteriore, e da lì riuscì a vedere la testa e un pezzo del corpo del serpente. Sequenza narrativa

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Quasi simultaneamente, raccolse il resto del corpo in una serie di anse, preparandosi a scattare. 324


MIGLIORARE Migliorare

L’uomo dei serpenti era leggermente troppo lontano dal mamba per raggiungerlo con la cima del palo. Attese, fissandolo, e il serpente fissava lui con due neri occhietti malevoli. Poi l’uomo dei serpenti cominciò a parlargli. «Su andiamo, caro», mormorò con voce carezzevole. «Buono... buono... Nessuno ti farà del male, tesoro bello. Stai tranquillo e rilassati...» Fece un passo verso il serpente, con l’asta lunga davanti a sé. Sequenza narrativa

........................................................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................................................

Nessuno sarebbe riuscito a schivarlo. Sentii il rumore secco della testa del mamba che urtava contro lo spesso stivale di cuoio, e poi la testa fu istantaneamente nella stessa mortale posizione di prima, pronta a colpire ancora. «Da bravo il mio bambino», disse dolcemente l’uomo dei serpenti. «Un bambino intelligente. Un bambino carino. Non ti devi eccitare. Stai calmo e tutto andrà bene». Mentre parlava, abbassava lentamente l’estremità del palo finché i denti di gomma furono a una trentina di centimetri dalla parte centrale del corpo del serpente. «Angioletto», sussurrò. «Bravo bambino, stai fermino, adesso, bellezza mia. Stai fermo, tesoro. Fermo, fermo, fermo. Papà non ti farà nessun male». Vidi una sottile traccia scura di veleno scorrere lungo lo stivale destro dell’uomo, dove il mamba aveva morso. Sequenza descrittiva

........................................................................................................................................................................... ...........................................................................................................................................................................

«Stai fermo, tesoro», sussurrava l’uomo. «Non muoverti. Stai fermo. Nessuno ti farà del male». Poi, vam!, il forcone si abbatté di traverso sul corpo del mamba, circa a metà della sua lunghezza, e lo inchiodò al suolo. Non vidi altro che una macchia verde sfocata mentre il serpente si dibatteva furiosamente nel tentativo di liberarsi. Ma l’uomo dei serpenti continuò a premere sul forcone e immobilizzò la bestia. (Roald Dahl, In solitario. Diario di volo, Milano, Tea, 2000)

Sequenze descrittive a. Il serpente, con la testa eretta e il corpo arcuato, era teso come una molla carica e pronto ad avventarsi di nuovo. b. Era come una lunga, mortale, splendida stele di vetro verde, immobile, forse addormentato. La sua piccola testa triangolare era rivolta verso la parete opposta alla finestra, appoggiata sul tappeto ai piedi della scala. c. C’era la morte in quella stanza. L’aria era greve di morte e l’uomo dei serpenti rimaneva immobile come un pilastro di pietra, col lungo bastone proteso davanti a sé. Sequenze narrative a. Lentamente raddrizzò le ginocchia, e poi cominciò a far girare la testa da tutte le parti. L’uomo dei serpenti guardò la scala, e capivo benissimo cosa stesse pensando. Repentinamente, fece un passo avanti e si fermò. b. La successiva mossa del serpente fu così rapida che non deve aver preso più di un centesimo di secondo, come lo scatto dell’otturatore di una macchina fotografica. Ci fu un lampo verde quando il serpente sfrecciò in avanti e colpì la gamba dell’uomo. c. Ma anche il serpente vide lui. Con una mossa così rapida da essere invisibile, la testa del mamba si drizzò a mezzo metro dal pavimento, e la parte anteriore del corpo si inarcò indietro, pronta all’attacco. 325


La mia biblioteca Storie di avventura Robert Louis Stevenson, L’isola del tesoro, Casale Monferrato, Piemme, 2001 Mai il giovane Jim Hawkins avrebbe immaginato che un vecchio pirata con una gamba di legno l’avrebbe condotto in una indimenticabile avventura. Invece il ragazzo raggiunge una remota isola del Mar dei Caraibi alla ricerca di un leggendario tesoro a seguito di un equipaggio di avventurieri che ben presto fa ammutinamento. Così il ragazzo conosce la prigionia, lo scontro fra opposte fazioni, strani personaggi rimasti sull’isola a tutela del tesoro, in una serie continua di peripezie. Infine il tesoro viene effettivamente ritrovato e... Bianca Pitzorno, Extraterrestre alla pari, Torino, Einaudi Ragazzi, 2003 Car Tar, non devi essere triste perché sono partit. Cosa dovrei fare io, che sono qui sol fra tutti questi terrestri così strani e diversi da noi? Devo riconoscere che fanno di tutto per farmi stare a mio agio. Purtroppo qualche volta non è possibile, ma non dipende da loro. Qui è tutto così strano: le abitudini, i materiali, la gente, l’aria stessa che si respira, la gravità, il sapore dei cibi... Certe volte mi sento frastornat e avrei voglia di tornare a casa su Deneb. Ma tutto sommato è un’esperienza interessante e credo che, quando mi sarò abituat, mi divertirò un mondo. Un abbraccio affettuoso, Mo Nota. La lettera è stata tradotta dal denebiano, lingua che prevede, per i ragazzi al di sotto dei 50 anni, pronomi e aggettivi di genere neutro. Kate Thompson, La danza del tempo, Milano, A. Mondadori, 2006 I Liddy sono musicisti da generazioni, e JJ non è da meno. Ma un giorno, a scuola, scopre che la musica non è l’unica cosa che scorre nelle sue vene: si dice che il suo bisnonno sia stato un assassino, ma le testimonianze sono contrastanti, e da allora è passato molto tempo. D’altra parte, chi lo sa dove va il tempo... Lì a Kinvara non ce n’è mai abbastanza, e quando JJ chiede a sua madre cosa desidera per il suo compleanno, lei risponde: «Tempo. Ecco cosa voglio. Un po’ di tempo». In cerca del prezioso regalo, JJ si immerge nel cuore di un’Irlanda magica e capisce che i giorni e i minuti degli abitanti di Kinvara “sgocciolano” in una dimensione parallela e fatata, creando non pochi problemi. E se ci fosse un legame tra questa alterazione e i misteri della sua famiglia? 326


Storie di avventura

O

IN SI E M

E

L EG I A M G

Silvana Gandolfi, L’isola del tempo perso, Milano, Salani, 2005 Un’isola che raccoglie tutto ciò che si perde sulla Terra: non solo gli oggetti e le persone ma anche la memoria, la speranza, la pazienza, l’ispirazione, il coraggio e il filo del discorso... Qui l’illusione è perfetta, tanto che non capirai più con nitidezza cosa è realtà e cosa fantasia (o non vorrai capirlo). Ci sono Daniele, Giulia, Arianna, Mosca, Paola, Walter, Bruno, il professore, il marinaio solitario e tutti gli altri. E poi c’è la luna capovolta che illumina le notti sull’isola. Perché non andare a dare un’occhiata più da vicino?

Silvana Gandolfi

L’isola del tempo perso

Paura! traccia 14

(dal capitolo II) Giulia e Arianna, insieme agli altri compagni di classe, stanno partecipando a una attività didattica che prevede la visita di una miniera. Nonostante il preciso ordine di procedere sempre in gruppo, le due ragazzine si distraggono alla vista di un piccolo pipistrello e rimangono indietro. Così, perso ogni riferimento, avanzano alla cieca, finché decidono di separarsi.

E

ro sola. Di colpo tutto quel silenzio e quell’oscurità fredda mi terrorizzarono. Mi misi a correre, seguendo il fascio della torcia che ondeggiava davanti a me. Non vedevo l’ora di essere di nuovo con la mia classe. Eppure, man mano che mi allontanavo da Arianna, il disagio aumentava. L’avevo lasciata in un posto da brividi. E se le succedeva qualcosa? Rallentai la corsa fino a fermarmi. Tenni la torcia puntata a terra e tirai dei grossi respiri, per calmarmi. Arianna è diversa da me, riflettevo. Non è colpa sua se io ho le spalle da nuotatore e lei no. Se lei è fatta di luce e di aria e io di ciccia e di muscoli. Ha un cuoricino tenero, è nata così. Io sono cinica e non credo a nulla e a nessuno. Feci dietrofront e mi precipitai nella galleria che avevo appena percorso, in direzione dell’antro1 dei pipistrelli. Incominciai a sentire lo stridio forsennato2 ancor prima di arrivare. Corsi, corsi, chiamando Arianna a voce alta. Le pareti deformavano i suoni, dando alla mia voce un timbro metallico che la confondeva col grido dei pipistrelli. Raggiunto il magazzino dei vagoni, di nuovo l’aria smossa dalle ali sbatacchianti mi colpì il viso come gelidi schiaffi. 1. antro: grotta.

2. stridio forsennato: verso acuto e agitato. 327


La mia biblioteca

«Arianna!» gridai portandomi la mano libera alla testa e sciabolando3 con l’altra che reggeva la torcia per tener lontani gli uccellacci. Avevo paura che mi si infilassero nei capelli. «Arianna?» chiamai ancora, più debolmente, illuminando il centro del magazzino. Arianna non era più lì dove l’avevo lasciata. Spostai la torcia per perlustrare4 l’ambiente fin dove il fascio di luce me lo permetteva. «Arianna! Arianna! Smettila di scherzare!» Niente. Un piccolo rigurgito acido mi salì alla gola. Come avevo fatto a non incrociarla quando era tornata indietro? Il magazzino non aveva altre uscite. Dovevo tornare indietro anch’io. Immediatamente. Forse l’avrei incontrata. Magari si era rintanata in un angolino per farmi uno scherzo e io le ero passata davanti senza accorgermene. Ero circa a metà strada sulla via del ritorno, quando notai la galleria laterale. Come avevo fatto a non vederla prima? Arianna doveva averla presa per errore mentre tentava di raggiungere il gruppo dei bambini. Era l’unica spiegazione. Fu così che mi infilai nella nuova galleria continuando a chiamare a voce alta. Il buio era opprimente. La galleria interminabile. Camminai più in fretta, continuando a chiamarla. Al di fuori della mia voce il silenzio era assoluto; neppure lo stridio dei pipistrelli mi raggiungeva più. Sollevando per caso la torcia verso l’alto mi accorsi che i soffitti del cunicolo5 non erano puntellati con travi di legno o di ferro, come dalle altre parti. E se la volta della galleria cede all’improvviso e mi scarica addosso tonnellate di terra? Verrei sepolta viva! Brava Giulia! Evoca i disastri e vedrai come ti piombano addosso. Non aspettano altro. Anche questa è una legge di natura. Decisi di tornare indietro. Magari Arianna aveva già raggiunto gli altri mentre io continuavo a cercarla a rischio della vita. E se lei era sparita, avrei detto a Massimo di organizzare una spedizione di ricerca. Fu quando vidi il piccolo rigagnolo6 scuro scorrere a lato della galleria che mi resi conto che qualcosa non andava. Da dove sbucava quel fiumiciattolo sotterraneo? Prima non c’era. Conclusione: di lì non ero mai passata. Di nuovo mi salì quel sapore acido in bocca. Tornai indietro ma ormai non riconoscevo più niente. Mi fermai. Sentivo che mi stava per venire una crisi isterica. Hic, hic, hic. Eccoli! Singhiozzi secchi, che mi trasformavano in un pupazzo a molla. Cercai di calmarmi. Ce la misi tutta. Ragiona, Giulia!, mi esortavo. Non farti prendere dal panico. Conta fino a cento. No, a che serve contare? Quello è per dormire. Respira profondo, allora. E trattieni il fiato. Fa’ qualcosa! 3. sciabolando: muovendo il braccio come se fosse una spada. 4. perlustrare: controllare. 328

5. cunicolo: stretta galleria. 6. rigagnolo: piccolo ruscello.


Storie di avventura

Fra un singhiozzo e l’altro, guardai l’orologio. La visita era iniziata alle undici del mattino, adesso erano le undici e quaranta. Dai Giulia, fa’ lavorare il cervello. Quanto tempo è passato? Quaranta minuti. Incredibile! Per quindici minuti hai seguito Massimo, poi per cinque hai camminato con Arianna e il pipistrello. E sono venti. Altri cinque là ferme nel magazzino. Fanno venticinque. Su, su, non ti sei persa da molto. Un quarto d’ora al massimo. Cosa vuoi che sia? L’importante è non dar di matto. Proprio in quel momento la torcia mandò un guizzo, un altro e si affievolì7. L’agitai e si spense del tutto. Tentai di accenderla e spegnerla velocemente. Niente. La tenni stretta fra le mani: se mi fosse caduta l’avrei persa per sempre. Non volevo: anche con le pile scariche mi dava un senso di sicurezza. E Dio sa se avevo bisogno di sicurezza in quel momento. Adesso l’oscurità era solida: mi stringeva da tutte le parti come volesse infiltrarsi sotto la mia pelle per raggiungermi il cuore. Mi lasciai scivolare per terra e mi trovai con la schiena appoggiata alla parete di roccia, seduta nel fango. «Mi sono persa!» gracchiai rivolta al buio. L’eco del mio grido si propagò nelle gallerie, trasformato in una vocetta beffarda8. Smisi di gridare concedendomi soltanto degli hic hic piccoli piccoli. Mi girava la testa. E quel girar di testa cominciò a farmi sentire leggera, come se il corpo perdesse via via il suo peso. Smisi quasi di singhiozzare per ascoltarmi. Sto sempre molto attenta alle manifestazioni del corpo. Quando piango, mi interrogo: da dove vengono le lacrime? Come fa a formarsi nel corpo questa acqua trasparente? La pelle d’oca, lo stomaco che brontola, le unghie che crescono, il mistero di come una sbucciatura al ginocchio si trasforma in crosta mentre la pelle sotto rinasce e tu non devi far proprio un bel nulla per aiutarla a rinascere... son tutte cose che mi affascinano. Ecco che sto per svenire, pensai. Hic. Il primo svenimento della mia vita. Mitico! Mi sento così molle. Hic. È come una corrente dentro di me. Bollicine nel sangue che mi risucchiano... hic... verso l’alto. Quasi piacevole. In effetti, tutto il mio corpo aveva smesso di rabbrividire, riscaldato e rimescolato da una forza ignota e possente che sembrava volerlo staccare dal suolo. Curioso: mi sembrava una sensazione familiare, come se io nella vita non avessi fatto altro che levitare9 al modo dei santoni. Essere proiettata in alto, staccarsi dalle proprie radici per erompere verso una nuova superficie... Mentre la pressione sotto il sedere aumentava di secondo in secondo, pensai: la paura, oltre un certo limite, dà alla testa. Meno male. Chiusi gli occhi e mi lasciai andare. 7. si affievolì: si indebolì. 8. beffarda: ironica, che prende in giro. 329

9. levitare: sollevarsi in aria con la sola forza del pensiero.


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Il vulcano traccia 15

(dal capitolo III)

N

on feci in tempo a dire ‘ah’ che, dal buio fitto nel quale ero stata immersa fino a quel momento, mi ritrovai catapultata come un tappo di champagne all’aperto, in una luce calda e violenta. No, non avevo sfondato il soffitto della galleria con la testa. Almeno non mi sembrava. Eppure ero fuori dalla miniera. La misteriosa energia che proiettava il mio corpo verso l’alto si affievolì di colpo. Le bollicine nel mio sangue si spensero. Per una frazione di secondo rimasi sospesa in aria, immobile, in mezzo a tutto quello spazio luminoso. Poi cominciò la discesa, sempre più veloce. Stavo precipitando? Ma già i miei piedi urtavano qualcosa di solido. Nell’impatto piegai le ginocchia. Caddi su un fianco e presi a rotolare lungo una china soffice e friabile; nessun appiglio a cui aggrapparmi, nessun ostacolo a frenarmi. Istintivamente chiusi gli occhi e portai entrambe le braccia sopra il capo per proteggerlo, continuando a ruzzolare10 giù per quella che mi sembrava una discesa piuttosto ripida. Scendevo avvolgendomi su me stessa come non avevo più fatto da quando, verso i sette anni, mi era venuta la mania di affrontare in quel modo ogni pendio d’erba che incontravo, solo per il gusto di sentire la testa girare come una trottola. La china11 si addolcì e io mi arrestai. Eccomi arrivata, pensai conficcando le mani nel terreno sotto di me per tenerlo fermo, visto che sembrava ondeggiare come un mare in tempesta. ARRIVATA DOVE? Sentivo il naso premere contro una superficie tiepida e cedevole. Aspettai che turbinii e oscillazioni si quietassero per sollevare la testa. Aprii gli occhi e mi trovai a fissare una miriade di granellini di un nero lustro12. Sabbia. Semplice sabbia nera. Mi drizzai a sedere. Mi strofinai il viso e scrollai il capo. «Giulia!» Mi girai con un balzo. «Arianna!» «Come...» «Cosa...» Arianna era lì, seduta sulla sabbia a due metri di distanza. Sembrava stordita, almeno quanto me, e mi guardava con un sorriso incerto. «Meno male che ci sei anche tu!» Si alzò e mi raggiunse. Era ricoperta di sabbia nera dalla testa ai piedi. Rimasi seduta continuando a scrollarmi come un cane che esce dall’acqua. «Ho i capelli tutti pieni di sabbia». Mi passai le dita sulla frangia facendone cadere una pioggia di granellini. «Mi è entrata anche nel naso». «Anche a me. Mi scricchiola nei denti. Ma cosa ci è successo?» «Che ne so? Ero tornata indietro per cercarti e poi è capitato questo». 10. ruzzolare: rotolare verso il basso. 11. china: terreno in pendenza. 330

12. lustro: brillante, lucido.


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Di colpo ricordai. «Ehi! Dove ti eri ficcata?» chiesi puntandole un dito contro. Arianna si spazzolò con una mano il vestito. «Avevo lasciato il pipistrellino vicino a un adulto, ma non sono sicura che fosse proprio uno dei genitori». «Lascia perdere i pipistrelli. Ti ho chiesto: dov’eri?» «Perché mi guardi così? Non è colpa mia! C’erano tante di quelle gallerie che mi sono persa». Lasciai ricadere il braccio. «Arianna, come mai siamo qui?» «Non so. E tutto così buffo! Ce l’hai un pettine?» «No». Mi alzai in piedi per avere una visuale più ampia del luogo dove ci trovavamo. Alle nostre spalle, il ripido pendio di sabbia nera scintillava liscio, mostrando due solchi freschi: quelli che avevamo provocato noi due ruzzolando giù. Parecchio più in alto, si stagliava contro il cielo la vetta di una montagna brulla e scura, tagliata piatta sulla sommità, e coronata da una massa di fumo. In mezzo a quel fumo, dei sottili getti scintillanti sprizzavano verso l’alto a intermittenza. Rimasi a osservarli in silenzio per un momento. Salivano verso il cielo formando i colori dell’arcobaleno: rosa, azzurro, verde giada, rosso, giallo cromo, per poi ricadere spegnendosi come piccoli fuochi d’artificio. «Sembra un vulcano», osservai impressionata. Quei getti incandescenti che apparivano a tratti non erano fuochi d’artificio. Dovevano essere lapilli. Un curioso effetto di luci li accendeva di colori diversi. Arianna mi indicò un punto davanti a noi. «Là... fra quelle rocce rosse... Guarda!» Sul lato opposto del vulcano, fra le grandiose rocce purpuree che ostruivano l’orizzonte, si apriva un’ampia fenditura. Attraverso quel vuoto scintillava l’azzurro profondo e abbagliante che solo una grande distesa d’acqua può creare. Il mare?

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Restammo ferme a fissare a lungo quella piccola porzione di azzurro intenso, incorniciata dalle rocce. Era familiare, rassicurante. Un po’ più a nostro agio, incominciammo a guardarci intorno per osservare ciò che ci stava vicino. Soltanto allora ci accorgemmo che sul pendio di sabbia che digradava13 verso l’ampia spiaggia nera emergevano, semisepolti qua e là, degli oggetti abbandonati. Ce n’erano dappertutto, in quantità incredibile. Alcuni spuntavano appena, altri erano come adagiati per terra e se non fosse stato per il velo di sabbia che li ricopriva, sarebbero sembrati oggetti in vetrina posati su un ripiano di velluto nero. C’erano ombrelli, giornali, mazzi di chiavi, borsette. Per quel che potevo vedere, sembravano piuttosto nuovi, non roba da buttare. L’impressione era di una spiaggia dalla quale tutti se la fossero svignata in preda al panico, lasciando perdere ogni cosa per la fretta. «Se quello è un vulcano, forse è pericoloso», dissi. Mi era venuta la pelle d’oca. Per un momento mi persi a osservare il mio braccio nudo: è stupefacente come ogni peletto si erga sopra una microscopica montagnola di pelle raggrinzita. Chi gli dice di farlo? «Non sappiamo neppure come siamo finite qui», osservò Arianna. «Allontaniamoci dal vulcano!» gridai lasciando ricadere il braccio. Ci mettemmo a correre in direzione dell’apertura fra le rocce, quella dalla quale si intravedeva il luccichio dell’acqua. Arrivate là, restammo senza fiato: un mare splendente, di un turchese profondo, brillava davanti a noi, appena increspato da minuscole onde. Nessuna imbarcazione rompeva l’intatta superficie. La riva, dove la sabbia era bagnata, era di un nero scintillante. Piccoli granelli tondi, perfetti. Arianna raccolse una manciata di quella sabbia e la fece scorrere fra le dita. Sembrava caviale. Ma le sue mani, smuovendo la rena, avevano dissepolto un oggetto lungo e brillante. Lo sollevò stupita. «È una penna Parker e sembra d’oro!» Neppure io avevo perso tempo. «Guarda questo orecchino. Non è bello?» dissi rigirandomi fra le dita un pendente dalla lavorazione intricata, che terminava con una piccola perla a forma di goccia. Da quel momento non ce ne importò più niente del vulcano che poteva trasformarci in arrosto. Tutta la nostra attenzione era diretta ai meravigliosi oggetti che spuntavano come conchiglie dalla sabbia nera. Arianna era quella che cercava con più entusiasmo. Aveva trovato un pettine, un bel pettine di tartaruga, senza neanche un dente mancante e se lo passava fra i capelli per scuoterne via la sabbia. Ma poi, vedendo che io continuavo a pescare nuovi oggetti, lo gettò via per avere di nuovo le mani libere. «Giulia, guarda questi! Sono identici a quelli che avevo visto nella vetrina di fronte al giornalaio. Costano una fortuna!» Con un gran sorriso Arianna inforcò gli occhiali da sole a forma di cuore che aveva raccolto. «Come mi stanno?» «Benissimo, ma sembri un’altra». «Ho sempre desiderato un paio di occhiali così. [...]» «È pazzesco, Arianna! Te ne rendi conto? C’è di tutto! Oh, guarda questo!» strillai raccattando dalla sabbia un cappello di paglia. Era un grazio13. digradava: scendeva. 332


Storie di avventura

sissimo cappello con una piccola rosa e un nastro blu. Scossi via la sabbia nera e me lo provai. «Sono romantica?» Arianna mi fissava senza dir nulla. Me lo tolsi. «Sta meglio a te», dissi brusca, porgendoglielo. «No, ti sta bene. Davvero. La paglia fa risaltare il nero della frangetta. Sei perfetta. Rimettilo». «Dici?» Stavo per ficcarmelo di nuovo in testa quando, sulla sabbia a due metri da me, scorsi un libro semisepolto. Della copertina si intravedeva solo un pezzetto. Ma anche così lo riconobbi subito. Lasciai perdere il cappello per afferrarlo. «Il Piccolo Principe14!» sussurrai sfogliandolo febbrilmente. Quel libro, con le sue illustrazioni familiari, era il primo oggetto a darmi la sensazione che – dopotutto – non eravamo finite su un altro pianeta. Saltellammo lungo la spiaggia: a ogni istante ci chinavamo per raccattare qualcuno dei simpatici oggetti che affioravano, buttando via quelli meno interessanti. Nell’esaltazione ci eravamo completamente scordate della minaccia del vulcano o del perché eravamo finite lì. La filosofia che in quel momento ci dominava era semplicissima: finché la pacchia dura è meglio approfittarne. Arianna trovò un fermaglio con un fiore di plastica rosso e io l’aiutai a sistemarselo nei capelli. Le stava divinamente. Eravamo assorte nel confrontare fra loro due orologi swatch quando un brontolio sordo proveniente dalla montagna ci fece correre verso il mare. Prima di infilarci in acqua per salvarci dal fiume di lava, il brontolio si spense. «Che facciamo?» Tremavamo come foglie, anche se di lava non ne vedevamo da nessuna parte. 14. Il Piccolo Principe: celebre romanzo del pilota e scrittore francese Antoine de Saint-Exupéry.

A te la parola

1 2 3

Secondo te, dove e quando si svolge la storia narrata? Da che cosa lo deduci?

4

Nel secondo brano sono presenti alcune descrizioni di paesaggio. Quale ti è piaciuta di più e perché?

5

Prova a ricostruire la descrizione individuata nell’esercizio precedente in un disegno, usando la tecnica grafica che preferisci o che l’Insegnante di Arte ti consiglierà.

6

Che cosa ti piacerebbe trovare ai piedi del vulcano, se ti trovassi con Giulia e Arianna? Perché?

7

Come andrà a finire l’avventura delle due amiche, secondo te? (Pensa anche al titolo del libro da cui sono tratti i due brani proposti). Immagina e scrivilo sul quaderno, poi confronta il tuo lavoro con quello dei compagni, evidenziando così le idee che avete avuto in comune e quelle invece più originali.

Il racconto è in prima persona. Chi è il narratore? In quale momento del racconto avviene il passaggio dalla realtà alla fantasia? Riconoscilo e discutine con i compagni.

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