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Q U E S T I O N I

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C O N T A N O

Filosofie terapeutiche Che il dialogo possa essere una cura dell’anima già lo avevano capito gli antichi greci. Un appproccio che oggi ritorna nel counseling filosofico.

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K Silvia Carusi Classe III, Liceo Scientifico Rambaldi Valeriani, Imola.

DIOGENE N. 28 Settembre 2012

a parola è da sempre uno degli strumenti più potenti che abbiamo. Possiamo dire bugie, criticare, esprimere pensieri e sentimenti, interrogare, convincere, giudicare. Questo lo sapeva già Socrate, nel V secolo a.C., che riteneva che gli uomini fossero tali solo in mezzo ad altri uomini, e perciò il rapporto interpersonale non si poteva basare che su un dialogo, attraverso il quale erano affrontate le questioni riguardo al proprio modo di essere. Negli ultimi anni si è affermata la tendenza del counseling filosofico, che segue il modello di Socrate. Si basa su un dialogo tra un filosofo che deve far riflettere un’altra persona sugli ideali e valori che reggono la sua vita e analizzare se questi sono in linea o in contraddizione con il modo in cui vive le proprie vicende. Lo scopo di questa pratica non sta nel giungere a risposte, scoprire le cause di un dolore o trovare delle soluzioni, ma nella comprensione del proprio modo di essere. Quindi non sono rilevanti le risposte che si danno, ma le domande che si pongono. Si tratta di un esame incessante di se stessi e degli altri: per Socrate infatti la ricerca continua sta alla base dell’esistenza, ed è convinto che “una vita che non metta sé stessa alla prova non è degna di essere vissuta”. Socrate svuotava ogni certezza dell’interlocutore tramite una serie di brevi domande, e poi lo stimolava, attraverso la pratica maieutica, a giungere a una definizione, senza mai imporre il proprio pensiero.

In questo modo egli legava il procedimento logico dell’induzione alla sua dottrina morale, che tende alla definizione della virtù, cioè del modo migliore di essere. Ma qual è questa virtù? Socrate non la definisce. Dice solo che è unica, che tende alla felicità e che è insegnabile. Ciò significa che la virtù, in primo luogo, implica un percorso conoscitivo relativo alla propria persona, tant’è che Socrate fa suo il motto dell’oracolo di Delfi: “Conosci te stesso”. Quindi la virtù non la possediamo per nascita e non si può apprendere sui libri, non esiste un modo migliore che possa essere codificato ma varia a seconda della persona, delle sue qualità, difetti ed esperienze. I demoni di Socrate Il filosofo deve lasciare che sia la persona a interrogarsi e ad approfondire il proprio modo d’essere: in questo consiste il counseling, che utilizza il linguaggio come pharmakon, come una specie di medicina che faccia star meglio l’interlocutore. È ancora evidente l’eco di Socrate che sostiene che la virtù tende alla felicità, in greco eudaimonia che letteralmente significa “avere un buon demone”. In una lettura moderna il daimon può essere visto come la buona conoscenza di sé. Socrate durante il processo si difende proprio sostenendo di aver seguito il suo daimon, di aver quindi sempre agito in coerenza con se stesso, di aver imparato a conoscersi tramite il 87


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confronto con gli altri. La conoscenza dei propri limiti, pregi, percorsi serve ad affrontare al meglio le situazioni più difficili. Infatti Pierre Hadot afferma “non esiste dunque sapere se non nella scoperta personale che viene da dentro”. Maieutica e “counseling” Che possa esserci un tale disordine dentro a noi deriva dal fatto che siamo fatti di istinti e sentimenti. Della parte pulsionale Socrate non tiene conto, ma è molto importante. Spesso capita di agire senza pensare o di lasciarsi trasportare dalle emozioni, per questo diventa così facile deviare dal giusto modo di comportarsi. Ragionandone e parlandone si diventa consapevoli dei fatti accaduti. È un modo per fare ordine e per poter giudicare razionalmente le proprie azioni: sottoponiamo la parte istintiva, capace di errare, a quella razionale. Tutto ciò è testimoniato dal fatto che spesso confidandoci con le persone che ci circondano, con i migliori amici o con i diari personali stiamo meglio, perché riusciamo a capire a posteriori il motivo di una parola o di un’azione, quindi ritroviamo la consapevolezza di noi stessi, cioè il nostro daimon. Il fatto di raccontare o raccontarsi aiuta a mettere ordine nella propria vita. In fondo nessuno riesce mai a giungere a una soluzione dei propri problemi, perché sono infinite le variabili che influenzano la nostra storia, ma ognuno vuole affrontarli nel modo migliore, così da trarre il meglio anche dalle situazioni peggiori. Come afferma Pierre Hadot: “Il vero problema non è dunque sapere questa o quella cosa, ma l’essere in questo o quel modo”. Per far ciò bisogna riflettere, cercare e giudicare: tre azioni che costituiscono la base della filosofia. Nel counseling, così come nel dialogo con Socrate, bisogna “mettere in discussione se stessi perché si prova la sensazione di non essere ciò che si dovrebbe essere”. Il filosofo deve aiutare il paziente a ritrovare se stesso, e quindi a ritrovare il giusto modo di comportarsi. Secondo Socrate, infatti, la virtù si può insegnare, cioè può essere appreso il mestiere del vivere, ossia la scienza del 88

C O N T A N O bene e del male. Infatti chi sapendo cosa è il bene fa il male? Una volta capito quale potrebbe essere il giusto modo di essere, che è bene, nessuno agirebbe malevolmente, poiché recherebbe solo danno alla propria persona e agli altri. Il problema rimane scoprire cosa è bene. La perfezione è sempre sola Socrate ci dice che la virtù è unica, perché unica è la nostra possibilità di essere migliori. Ad esempio tutte quelle qualità che gli uomini identificano come virtù (il coraggio, la lealtà, la giustizia, la prudenza, la fortezza e la temperanza...) sono solo le varie sfaccettature di quell’unica virtù che è la scienza del bene, ritenuta la scienza suprema, perché senza di essa le altre non esisterebbero. Scrive Hadot: “Non esiste che un bene, un solo valore: la volontà di fare il bene, e questo esige che non ci si sottragga a esaminare senza tregua, in modo rigoroso, il proprio modo di vivere per verificare se sia sempre diretto e ispirato dalla volontà di fare il bene”. Durante una seduta di counseling si cerca di capire se quello che si ha intenzione di realizzare sia giusto e buono, coerente con il nostro modo di essere e con la realtà in cui viviamo. Infatti se questa virtù non ha una definizione, e il modo migliore non è codificato, si potrebbe agire in modo egoista: l’importante è il mio benessere, non importa se reca danno ad altri. Ma per Socrate si è uomini solo in mezzo agli uomini, per questo motivo bisogna stabilire un equilibrio con coloro che ci circondano, bisogna imparare a conoscere gli altri, così da giungere alla conoscenza di se stessi, anche perché il rapporto con gli altri può essere il più grande maestro di virtù. In una relazione lo scambio avviene sempre in due direzioni: quello che noi possiamo dare agli altri, e quello che costoro possono insegnare a noi. Se non ci fosse un confronto, non si distinguerebbe ciò che è bene da ciò che è male. Per questo la conoscenza è anche superamento dell’individuazione e l’apertura agli altri. Tutto questo trova riscontro nel pensiero di Merleau-Ponty quando afferma

“pensavo che non si può essere giusti da soli, che se si è giusti da soli si cessa di essere giusti”. L’individuazione infatti è sempre stata considerata un limite, poiché è simbolo di chiusura, dell’incapacità o della paura di sostenere un confronto. In realtà non si deve temere un paragone perché rende consapevoli delle proprie debolezze, e non si tratta di scoprire chi è superiore o chi è più sapiente perché già Socrate ci insegna che “sapiente è colui che sa di non sapere”. Il dialogo socratico come cura Nel counseling non si deve temere alcun giudizio da parte del consulente o sentirsi inferiori a lui a livello intellettuale e di conoscenze: è lo stesso Socrate che durante i suoi dialoghi rifiuta l’interlocutore passivo. Lo scopo del counsuler non è certo quello dell’insegnamento nozionistico ma deve aiutare e guidare il paziente in una scelta, nella comprensione di ciò che lo circonda e sostenerlo. Basta esprimere se stessi in modo tale da poter capire, e far capire, quello di cui si ha bisogno e quello che si sta cercando. Il consulente tuttavia non può portare a delle risposte definitive perché quelle devono venire da dentro il paziente, così come la definizione doveva nascere nell’interlocutore attraverso il dialogo socratico. Il counsuler potrà però stimolare attraverso la pratica maieutica il paziente in certi ragionamenti e far sì che utilizzi tutte le sue risorse per poter giungere a un chiarimento dei propri dubbi e a un modo migliore in cui si può affrontare una certa situazione. Tutto ciò dimostra che i parallelismi fra Socrate e il counseling sono molteplici. Quello che si può dire per riassumere i vari aspetti è che se si fa bene una cosa, quella possibilità di fare discende dalla possibilità di essere, cioè di vivere in modo consapevole. Questo significa che il dialogo conduce a una trasformazione morale ed esistenziale, e conseguentemente dimostra che la filosofia comporta un miglioramento di se stessi. K

DIOGENE N. 28 Settembre 2012


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