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Loef Yonel

Racconti Magici del Terzo Millennio Parte Seconda

“Amore Stregato” Stregato”

Tales from the Heart N°

8 - 2-2-0-1-4

Edizioni “Associazione Culturale N d B” – Toscana (Italy)


Copertina di Jim Flora

Racconti Magici del Terzo Millennio part.II part.II “Amore Stregato” Stregato” (Tales from fhe heart N°8 - 2-0-1-4)

* Immagini delle pagine a cura di Loef Yonel Photos & Paraphilia Magazine

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/home.php#!/benvenuto.brunello

* Pagina Twitter: https://twitter.com/loefyonel

* Edizioni NettaridiBacco A.C. - Via del Calcinaio 54 – Sant’Angelo in Colle (SI)

© 2014 -Tutti i diritti riservati alla Casa Editrice

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Part. II – “Amore Stregato” In questo Numero: Plenilunio alla Settima Luna (incontri ravvicinati del proprio tipo)

* Caccia alla Scopa Volante (tremate tremate le streghe son tornate)

* “Halloweening” Halloweening” (dove le streghe cominciano a far danni)

* Doppio Esilio (quando l’equilibrio delle forze s’infranse)

*

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Plenilunio alla settima luna

Poco prima di una vaga mezzanotte estiva avevo già riportato a casa i ragazzi ma la mattina dopo appena svegli risucchiati nella sfera magica ed in viaggio, io a far da scorta a questo biondo e alto emissario delle fate e portarlo a respirare lo spirito del cerchio magico che ci ospitava, ben al di fuori della zona protetta. La corona di alberi sacri che formava la cornice della collina che abitavamo da qualche anno era talmente antica e sufficientemente larga da garantire una protezione efficace alla chiarezza delle nostre finalità vitali, in un luogo assorbito dalla vacuità come quello, molto distante dalle estese e selvagge terre protette orientali, dove si poteva ancora respirare il senso. Prima gratificati da un bel bagno purificatore nella pozzanghera gentilmente messa a nostra disposizione dalle rocce poi il viaggio, di nuovo coinvolti dall’atmosfera dei luoghi, io e l’emissario delle fate, passate le invisibili porte che si dice siano state edificate dagli Etruschi, amanti del mondo degli spiriti. Oltre le vaste e strette colline piene di bosco colorato dei verdi più cupi e delle ombre grigie d’infinite cortecce diverse, oltre i torrenti dai toni sfavillanti di blu unito al biancore del sasso fluviale e all'arancio pallido dei calanchi di sponda, oltre i villaggi di pietra e le pietre sacre erette a protezione d’illustri antenati in estesi campi d'erba medica, si giungeva finalmente al nostro dunque.

Il Party. Alfine arrivati al cospetto di chi evidentemente aspettava i nostri omaggi: grande seguito di folletti di varia bellezza e di tranquilla efficienza, grande parata di personaggi notabili che con il sapore della casualità partecipano alle riunioni informalmente, come usa da queste parti.

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Da quando è in voga questo modo informale di celebrare avvenimenti importanti, non si capisce mai quali sono i limiti del proprio ruolo e bisogna spesso affidarsi all’istinto che se non è ben pettinato qualche volta ci confonde anche…specialmente al cospetto di personaggi illustri e potenti dovrebbe scattare quella sublimazione intellettuale che impedisce l’approccio primitivo e risparmia gli inevitabili scontri che ne derivano. Come non concentrarsi al massimo per applicare saggezza e dolcezza alla propria emissione di energia in occasione di un party alla vigilia del plenilunio, riunione di maghi, fate, folletti ed altri semplici visitatori, in un luogo di non facile accesso, crocevia di stradette impossibili, ben protetto oltre che da alberi e siepi anche da mura solidissime, da sbarre metalliche sempre in procinto di chiudersi e da recinzioni dissuasive, tutto di grande effetto scenico? Una riunione di media potenza ma di serena e discreta presenza di tanti, tanti abitatori della contrada e visitatori esterni, venuti anche da molto lontano. Una partecipazione nella quale immergersi con i recettori aperti e le difese abbassate. Carezze invece di urti, preparazione alla vista della vera essenza, roba per stomaci forti, acque chete. La sera è appena scesa e ci sediamo ad una tavola dove ci accolgono i padroni di casa. Tutti gli altri si sono allontanati per non disturbare la concentrazione rituale; li ritroverò poi, impegnati in incomprese attività notturne di gruppo. Subito una frugale cena, insieme a riti di sintonizzazione, e poi una spinta delicata nel reale mondo degli spiriti.

Il viaggio. Una voce di donna, un po’ chioccia, chiama il mio nome una volta sola, al buio di un viale illuminato dalla luna. Finita la breve cena mi ero avviato verso il buio sassoso di un cammino in salita, verso sagome di cipresso e bastioni murari intorno. Fui portato a credere che la donna con la voce chioccia non esistesse, almeno nelle sue sembianze umane.

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Mi accorgo, senza portare l'informazione a livelli di coscienza sufficientemente chiari al pensiero, che è plenilunio. L'elaborazione dei fatti che accadono non è riconosciuta come propria. Non è il mio Io che sta dominando, stasera. Sto provando una specie di connessione con altro da me, o meglio altro dal mio intelletto. Queste sensazioni sotto forma di lampi di luce cerebrali par che vengano dall'esterno, dall'ambiente stesso che mi circonda, dai raggi lunari arrivati ad un quarto del loro percorso celeste, come se io dovessi limitarmi solo alla loro ricezione. Il mio sistema nervoso centrale, eliminata l'attività di elaborazione, non è che uno strumento mediatore dei sensi e come tale è utilizzato. L'esperienza mi lascia piuttosto intimorito; non ricordo di aver mai vissuto prima sensazioni simili. Ho paura, ovviamente, ma anch'essa va e viene, mi prende e mi abbandona, sostituita da richiami e messaggi, leggeri quanto assolutamente incompresi, ma subito tradotti dalle insegne lampeggianti che si susseguono nella mia testa, e quindi riemerge, denunciando la sua presenza di fondo. Sarebbe sciocco non aver nemmeno un po’ di paura nel mondo dello spirito, dove evidentemente sono precipitato tramite le frequentazioni delle ultime ore. Dove porterà questo viale montante? A volte mi sembra di non saperlo, subito dopo il muto messaggio del sogno mi proietta l'immagine futura, come se io mi trovassi contemporaneamente qui, arrancando sul sentiero, e laggiù, dove il cammino sbocca. Il paesaggio sembra congelato nella luce lunare. Il posto in cui la strada notturna mi ha condotto è un villaggio molto affollato in ore estive. Gruppi e individui che lentamente percorrono la piazza, la larga strada d'accesso, nel mezzo della quale il piccolo sentiero è sbucato discreto, invisibile al passeggiatore occasionale.

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Tutti gli occhi sono per me, da figure umane abbigliate in varie fogge, ma occhi alieni, simili a fari di essenze di percezione animale… laggiù un gruppo di tassi, due o tre volpettini isolati, ratti, topi e uccelli notturni.

L’uomoL’uomo-istrice. E' il momento di muoversi. Raggiungo il mio mezzo. Affronto la strada. Una serie di curve di un cammino che discende e risale su collinette fitte e fittamente boscate, a destra la costa, a sinistra un baratro oscuro dove le sagome contorte degli alberi affondano lentamente al bagliore riflesso dei fari e della luna. Difficilissimo inizio: lo stato angoscioso in cui verso mi impone una velocità ridotta al minimo. Nessuna spiegazione proviene dalla sfera razionale. Avverto solo onde di greve portata che mi afferrano il corpo rendendomi ardua la guida. Saprò che cosa mi terrorizza quasi subito. E' un istrice che mi si para davanti sulla deserta carreggiata in mezzo ai fari, e fugge a sinistra, buttandosi a capofitto nella macchia bassa e rendendosi di nuovo invisibile. Va bene… gli istrici si muovono in maniera goffa, ma questo qui (considerando che sarà stato un esemplare di una ventina di chili), oltre ad avere degli aculei parecchio ordinati, cosa rara, sembrava muoversi come un automa, un giocattolo a carica, di quelli con la chiave a farfalla con la molla a spirale dentro. La mia incredulità dura poco: immediatamente il piccolo tecnico delle insegne che si è installato nel mio pensiero accende la seconda serie di messaggi: "Il simulacro dell'istrice che ti ha appena incrociato comunica che incontrerai lo spirito di questa dinastia animale con sembianze umane, per un breve confronto di opinioni sulla congruità". Evidentemente i folletti hanno massaggiato bene il mio istinto perché, con la scusa di riposarmi e rilassarmi, mi fermo automaticamente nell’ignoto posto dove incontrerò l'uomo istrice e mi concedo qualche ammirata visione della luna e della valle illuminata, nella cornice di una lunga fila di cipressi gentili e assai giovani. Edizioni “Associazione Culturale N d B” – Toscana (Italy)

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Molti infatti erano gli adolescenti della specie che si ergevano snelli e leggeri sui viali sterrati delle colline di metallo della zona. Questi miei alberetti si orientavano perpendicolarmente al punto da dove la luna nasceva e per lunghe ore ricevevano, ognuno senza subire alcuna ombra dagli altri, dosi spropositate di raggi brillanti. Un bel sentire per il mio caro istinto. Nessuna abitazione umana nel raggio di qualche chilometro. La casa del party sovrannaturale della sera precedente era il luogo più vicino, oltre le colline e le foreste e le gole e gli scrosci d'acqua cristallina. L'uomo-istrice tarda, ma io lo sento che decide, poco lontano, e poi si ferma, e poi si riavvicina, deve avere anche lui una certa paura, come me. Mi vede correre al riparo di una siepe. Arriva, caricando a tutta birra nella sua Fiat 128 bianca, con i fari spianati. Dopo un vano tentativo di sfuggire alla sua vista, mi vedo bloccato contro un filo spinato, tra due dei più slanciati alberi gentili. Il mio istinto,

sempre

lui,

mi

consente

mantenere

un

contegno

assolutamente dignitoso quando l'uomo istrice entra nel campo dell'interferenza spaziale ravvicinata. Per la precisione sono due: uno anziano ma robustissimo con i capelli a forma di grigi cortissimi aculei ed uno giovane che sembra sicuro di se e dall'aria ironica e tranquilla, forse un testimone di altra specie interessata o simbionte. Ricordo solo che rivolgendomi all'anziano, indiscutibilmente istrice, gli faccio le mie sentite scuse per l'intrusione e chiedo il suo consenso, anche se retroattivo, a calpestare il suo territorio. Andandosene senza alcun apparente commento vocale, riconcede il privilegio. Subito dopo il mio cervello rifiuta ancora di riconoscerlo come uomo istrice, quelli erano bracconieri notturni e basta, altro che! Però sono talmente sereno che nessuna reminiscenza di superstizioni popolari terrorizzanti è venuta a disturbare la mia esperienza…

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Mentre i miei sensi già si lasciano alle spalle il surreale contatto, provo a ragionarci sopra con maggiore lucidità: non sarà che, al pari dello spirito di quella dinastia animale, la mia forma umana non nasconda altro che lo spirito di chissà quale altra dinastia (tartarughe? Coccodrilli?) e dunque si sovrapponga all’intelletto durante le interazioni magiche? O meglio, si sovrapponga alla mia “umanità”, sostituendola durante gli incontri interspecifici e immediatamente dopo eclissandosi dal mio agire?

L’uomo--volpe. L’uomo Tutto mi comincia ad essere chiaro dopo aver superato qualche altro chilometro; le curve della strada sembrano non finire mai, e dietro ognuna di esse cosa mi posso aspettare? Durante il percorso le sensazioni provate sembrano essere la copia di quelle stesse che mi raggelavano prima dell'incontro con l'istrice messaggero, ma le controllo assai meglio e nel frattempo il mio cervello lavora per riportare alla luce le informazioni fino a lì ricevute, supponendo che anche l'uomo istrice sia anch’egli impegnato, al pari di me, nelle interpretazioni da fare. Devo interrompere le demenziali circonlocuzioni del mio pensare perché la volpe salta in strada da dietro un cespuglio al lato e si butta giù di nuovo nella macchia, attraversando da destra a sinistra. Va bene, le volpi a volte sembrano un po’ arruffate, con il pelo arancione ispido e macchiato e sbiadito, con code di fogge anche spelacchiate e strisciate di pelo nero casuale, ma questa era davvero buffa. Sembrava una peluche fatta molto bene, imbalsamata da un bravissimo impagliatore, sembrava viva ma si muoveva a scatti, come faceva l'amica istrice precedentemente. Subito intuisco che dovrò incontrare anche l'uomo-volpe e la scritta luminosa mi segnala anche dove.

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Tra le vie del prossimo villaggio, e intanto sono le undici e mezzo passate. E se non mi fermassi al prossimo villaggio? E se decidessi ora di smettere di frequentare questo mondo di magia? Potrei lasciar libero sfogo al mio malessere e sentirmi male: è un ottimo modo per sfuggire alla realtà. …Devo esser pazzo a non voler incontrare l'uomo volpe e tutto per la paura che ho. Poi chissà cosa mi succederebbe se non lo incontrassi, allora sì che ci sarebbe d'aver paura e pensa a cosa ti perderesti, l'occasione é veramente unica e tra miliardi di umani è capitata proprio a te. Poi mi fermo, ovviamente, nel borgo indicato, che in ore diurne si poteva vedere inserito su diversi piani in una valletta orientata a ovest, molto antico, molto piccolo, piazza di pietra, case di pietra tetti d'argilla scurita dal tempo, proprio sulla lunga strada verso casa. Lui mi aspetta sopra un balcone pubblico, una via sopraelevata che traversa la via a mo’ di ponte. Lo scorgo subito, dalla portiera della macchina che apro per scendere. La mia strategia di avvicinamento è molto più consapevole che quella adottata con l'uomo istrice, e trattandosi di una volpe mi presto ad operare un piccolo agguato. Dal basso, indirizzandomi verso la figura china sul balcone direttamente sopra di me, domando se in paese c'è una fontanella pubblica per ristorarmi un poco. Te la do io l'acqua - mi risponde Lei - vieni pure su. Nel frattempo noto che un'altra figura dalle sembianze umane s'interpone e cerca di attirare l’attenzione su di sé, distogliendomi dal contatto in essere. Una guardia del corpo? Certo, non dev'essere facile avere accesso al cospetto dell'uomo volpe. Lo raggiungo. Ce l'ho vicinissimo, é lui. E' fantasticamente rosso, è sospettoso, è assolutamente a suo agio anche se fa finta di non esserlo.

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Caspita che forza: è davvero un’esperienza favolosa. Riempio la fiasca per metà nella fonte che lui mi indica. Lo stuzzico, facendogli capire che so benissimo cosa si nasconde dietro le sue sembianze umane ma sembra che l'innocente provocazione lo infastidisca. Non volendo che la cosa travalichi completamente i confini tenuissimi della normalità mi defilo ed entro nella locanda all'angolo con una banale scusa, interagisco con i simpatici avventori e riprendo la strada. Il saluto che ci scambiamo, io e l'uomo volpe, è raschiante. Silenziosamente lo ringrazio, chissà mai perché.

L’uomoL’uomo-topo. Rieccomi in macchina, lucido e soddisfatto, e subito dopo ancora confuso ed incerto. La mezzanotte era stata appena annunciata dalle campane della piccola chiesa romanica del villaggio. Sarà finita la serie d'incontri magici? Abbiamo superato la china? Altra insegna luminosa che mi dice "per saperlo, mio caro, non ti resta che aprire il finestrino alla prossima discesa, quella che percorre i campi d'erba, attutire il rumore del motore ed ascoltare cosa ne pensano i grilli". All'omino delle scritte mentali non si può dire di No. Accetto il consiglio e socchiudo il finestrino, e nella macchina al silenzio ronzante del motore si sostituisce piano piano il canto di migliaia di grilli. E' come una catena: ogni volta che il campo sonoro di una famiglia di grilli si esaurisce, tu entri subito in un altro che parte piano, arriva gradatamente al massimo livello d'intensità sonora e si smorza a sua volta, così via fino a che la sequenza di canti s'interrompe improvvisamente, forse perché ancora una volta hai avuto un pensiero di timore, o forse solamente perché altri rumori hanno prevalso. Oppure

perché

il

messaggio

che

mi

avevano

annunciato

è

semplicemente finito. La notte si é fatta piú serena che mai.

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Abbandonando le colline boschive piene di vita e vuote di umanità, annebbiate dagli sbuffi di vapore che escono dalle profondità di quella terra, rientro nel mondo che credevo consueto esteso e immutabile della valle, con le sue strade trafficate e la sua sequenza di bar e agriturismi ben affollati i primi e ben desolati i secondi, e soprattutto con l'ampiezza del panorama, non più serrato da pareti vegetali e minerali a picco. Sono già da tempo nella zona aperta, vicino a casa. I campi coltivi si susseguono in ogni direzione, inframmezzati da alberate di varia natura e luci tremolanti di poderi isolati. Puntuale, un topo si infila tra il buio e la strada illuminata dai miei fari, rischiando di essere investito. Direzione, andamento, postura del piccolo animale sono gli stessi che ho già visto due volte, poco prima adottate dagli altri messaggeri animali.

Orca miseria, mi vien subito da esclamare, proprio l'uomo-topo. Tra gli incontri a cui sono stato destinato in questa straordinaria notte di plenilunio, questo mi appare il più impegnativo. Non vado d'accordo con i topi, al contrario di quel che succede tra me e gli istrici e le volpi. Li uccido anche, specialmente nella loro forma di ratto, con le trappole e a volte anche a ramazzate, ovviamente solo quando superano soglie di danno domestico grave. Ed il sangue non facilita certo le pubbliche relazioni. L'ultima guerra con i topi non era poi finita da molto tempo. Mi bruciava ancora il ricordo dei 50 litri di buon olio extravergine d'oliva, frutto di settimane di brucatura sugli alberi della zona, contaminati dal cadavere di un ratto che, dopo aver rosicchiato il tappo di plastica della damigiana, ci si era affogato dentro per ritorsione alle ultime uccisioni dei suoi simili da parte mia. No, non ci vado, e questo ritrito pensiero confermava che la mia prima reazione ai messaggi di quella notte è stata sempre di paura.

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Ad accettare anche questo terzo incontro mi convince l'esperienza diretta; questi animali hanno un carattere furtivo, sfuggente e a volte vendicativo, ma sostanzialmente sono dei bonaccioni, accettano le regole (anche se solo dopo cruenti scontri) e sono ammirabili per le loro grandi doti di sopravvivenza… Il parcheggio del "Big Roof" è pieno di vetture conosciute. Sembra che tutti gli abitanti della mia valle si siano dati appuntamento nelle sale di questo enorme autogrill campagnolo dall'improbabile nome western, allo stesso tempo locanda, ristorante, spaccio di alimentari ed ufficio postale. Tutti loro non hanno voluto o forse potuto mancare all'incontro clou della speciale nottata. Arrestatomi con la vettura nell'abituale parcheggio, mi avvio all'entrata dalle enormi vetrate che non lasciano niente di nascosto all'interno della grande sala. Non sono particolarmente sorpreso di trovarmi di fronte una persona che già conosco, seppur avendoci scambiato si e no poche battute nelle quasi quotidiane volte che l'ho incontrato. E' il gestore del bar in persona, a mia memoria sempre defilato, sempre mescolato alla maggioranza presente al bancone, anche se non condivide nel suo intimo le sue tensioni. Cacciatore (lui che invece è preda) tra i cacciatori; agnello, tra agnelli. Al servizio di tutti, anche dei suoi peggiori nemici, schernito dagli uomini-gatto, ignorato dagli uomini-lupo, bramato dagli uomini-falco. Ma é suo dovere intrattenersi con tutti, al riparo della sua azione e della sua corporalità che lo fanno apparire

simile

agli

altri.

Non

riesce

però

a

mimetizzarsi

completamente, la sua voglia di rintanarsi nel primo buchetto disponibile è sempre ben evidente nel suo sguardo e nella direzione del suo corpo, contraria a quella che è costretto ad assumere per accontentare i clienti. Scintillante il nostro contatto.

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La luna piena di questa notte rende impotente l'artificio conosciuto sotto il nome di normalità. Ci si guarda e ci si vede, così come in sostanza siamo: spiriti complessi e integrati con la manifestazione vitale del pianeta, con tutte le cose che ci sono, ognuna in un granello di noi, ognuna in grado di risvegliare la sua individualità e imporla alla forma codificata… Una qualsiasi interazione per rendere valido il riconoscimento si basta da sola alla fretta di entrambi; la voglia di separarsi, ora che tutto è chiaro, prende il sopravvento ed è la reciproca fuga. Qualche chilometro dopo, eccomi a casa, dopo aver avuto il mio difficile incontro anche con l'uomo-topo, dimostratosi sfuggente e un po’ curioso, oltre che, io credo, molto impaurito. Tra le comode feste dei miei cani ho tempo di pensare: ma che animale o cosa sarò stato io questa notte di plenilunio? Chissà se un giorno lo scoprirò.

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Caccia alla scopa volante

“La strega, tutta nuda, si spalmava l’unguento sulle mani, le tempie, la faccia, i capezzoli, le zone genitali e la pianta dei piedi mormorando: “Io son demonio, devo essere demonio, non devo aver nulla a che fare con Dio” Non mi resta che sperare che la mia scopa sia ancora al suo posto. Lo so, non dovrei dire "mia", in quanto l'ho recuperata dal mezzo d’una strada senza domandarmi se ci fosse stato qualcuno che avrebbe potuto rivendicarla mentre la raccoglievo. Nel mezzo della strada - mi sono detto - di chi vuoi che sia? Sarà caduta da un carro, o dal cielo piuttosto, in quanto non ho mai dubitato, fin dal primo istante che l'ho vista, che trattavasi di scopa volante, di pura appartenenza stregonesca. Già mi immagino la scena che avrebbe potuto verificarsi: inchiodo la macchina davanti alla scopa stesa per lungo in mezzo alla strada di quel magico paese che ha dato i natali a Pinocchio. Scendo al volo lasciando la portiera aperta, mi chino a raccogliere l’oggetto ed una mano nodosa mi stringe una spalla mentre mi risollevo. Di fronte a me una signora di mezza età con gli occhiali a goccia e la permanente che mi dice grazie giovanotto questa scopa è mia e se ne va camminando tranquillamente verso un angolo della piazza, sparendo alla vista… Ma non è andata così. Nessuno mi ha bloccato mentre la raccoglievo. In effetti, devo ancora capire se la scopa mi è stata affidata volontariamente o se invece l'ho rubata ad un parcheggio apposito. Ci sta anche che in-mezzo-alla-strada sia in effetti lo spazio di parcheggio destinato alle scope volanti, invisibili e immateriali ai sensi dei comuni mortali, ma casualmente apparsa a me per una qualsiasi interferenza percettiva imprevista.

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Ci si può chiedere se sia giusto rubare quella scopa; sicuramente per il nostro eccellentissimo rappresentante a Roma rubare alle streghe non è reato, a patto che si consegni la refurtiva alle guardie svizzere, ma io? Io subisco l'influenza dei miei geni mercuriali. Io mela tengo, figuriamoci farla ammuffire negli archivi segreti del Vaticano! Sì, ci sono un sacco di rischi, ma ne vale la pena. Con le proprietà energetiche di quella scopa per esempio potrei muovermi per lunghe distanze spazio-temporali a velocità impressionanti. Del resto, in poco tempo da quando la rubai, mi è già servita assai. Per esempio proprio qualche settimana fa…

Quella stagione di affari era stata davvero impegnativa. Già da quel territorio lontano, intriso di sangue religioso, bisognava esercitare un controllo integrale su tutte le varie fasi della preparazione degli eventi fatali, e su tutte le persone coinvolte, alcune delle quali alle prese con crisi esistenziali o blues più o meno marcati. Senza calcolare poi l'impatto degli innamoramenti, che dominavano il futuro. Amore non va molto d'accordo con Lavoro, in quanto alle notti sconvolte dalla veglia appassionata dovevano succedere i giorni dell'impegno, dove tutte

le

percezioni

a

disposizione

sono

obbligate,

per

mera

sopravvivenza, ad esaminare e decifrare correttamente le informazioni fisiche e psichiche che emanano da quell'amalgama di personaggi eccitati partecipanti al business. Tempi duri. Molti di questi personaggi, alle prese con la spaventosa potenza delle premonizioni entropiche, erano incapaci di trattenere le loro anime, che ti vagavano addosso, se non ti scostavi in tempo, impigliandoti nei loro fumi figurati. Lo sentivo, ero braccato. Sapevo bene da chi. Questa e solo questa era la conseguenza del furto della scopa volante di qualche tempo prima. Per quell'attimo, quel non lontano giorno a Collodi, avevo incarnato il re dei ladri, Lug, Hermes, Mercurio, Dioniso, ed oggi le derubate avevano individuato la mia forma umana.

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Tutti i miei amuleti erano attivati al massimo, ogni movimento doveva essere quello giusto se no mi sarei trovato in loro balia. Da alcune informazioni congregazione

giunte

direttamente

internazionale

da

Georgetown,

fattucchiere

volanti,

sede

avevo

della potuto

ricostruire gli aspetti determinanti della strategia usata dalle streghe per individuarmi. Esse, non immaginando ancora le potenzialità di fuga offertemi dalla biosfera grazie alla metamorfosi sciamanica effetto dell’ingestione di frutti cari alle volpi, avevano incaricato della caccia alcune figure di secondo piano, i soldatini per così dire, dalla visione limitata e dall'ambizione repressa dalla brama di carriera e stupidità derivata. Facilmente eludibili dunque, con un po' di attenzione. E se proprio fossero riuscite finalmente a beccarmi, vabbè, non avrebbero potuto fare altro che levarmi un po' d’energia. La scopa volante era già infatti al sicuro di solidissime mura millenarie, all'interno di una chiesa gallo-romanica della Francia occidentale… Tutto sembrava tranquillo, il giorno dopo. Programma sostanzialmente rispettato ma subito comincia male. Il vino, assaggiato per gusto e mestiere, non esprime quelle cose che ti aspetteresti. Sei già in guerra, anche se indulgi nella finta ignoranza. Questo ti porta a fidarti troppo di te stesso, dopo che non hai voluto ammettere di aver fatto un grosso sbaglio, quello di distrarti nella scelta del posto giusto a cui sederti. Posta la borsa piena di formule utili sopra una sedia, che ti sembrava la tua, girovaghi tra i sorrisi falsi e i cerchietti pavidi di due, tre notabili virtuali. Quando ritorni al tuo tavolo ti accorgi che le persone che ti aspettavi

non

sono

arrivate.

Al

loro

posto

due

sconosciuti,

apparentemente solo maritati ma nella sostanza unificati. I tuoi amici, involontariamente, fanno da sponda alla tua imprudenza: “ma lo sapete cosa mi è successo l’altroieri a Collodi ?” esplodi col dire tra un vino e l’altro. Impercettibilmente l’atmosfera attorno al tavolo si cristallizza, ma cosi piano che non te ne accorgi subito e continui…

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“insomma, andavo con la macchina quando, nel bel mezzo della strada cosa ti vedo ... ?” Al cosa ti vedo la percezione della concentrazione di cristalli ha superato la soglia d’allarme per giungere alfine alla portata di un tintinnio acuto e persistente. Ti volti di scatto verso i due sconosciuti commensali e li scopri a fissarti a bocca aperta con interesse

quasi

ipnotico.

Ti

rivolgi

d’amblè

alla

donna,

ultracinquantenne sfiorita di tipo slavo: “...Era forse sua ?” domandi in stato di trance attivo. Il suo “ni” ti stimola a fare la domanda chiave: “Ma Lei è qui in missione ?” Un “può darsi” è la risposta, un “mi sto facendo beccare” è la conseguente tua riflessione. Laurie mi tira fuori di peso da quella situazione imbarazzante inventando e suggerendo a mio beneficio

un

finale

alternativo,

essendosi

accorta

dei

miei

boccheggiamenti. Sei scivolato su un tappeto di chiocciole? Prendo al volo con gratitudine eterna quell’inaspettato soccorso e riesco a terminare il pasto in parità. Poi decido di evitare i due in tutte le maniere che ho a disposizione… Alla fine del gran pranzo il giro continua con mezze ore di pulmann e visite ad antiche cantine e manieri restaurati. Il panorama sarebbe davvero fruibile se non ci fossero quei due menagrami, ma loro, se non altro per il forte sospetto suscitato dalle mie spericolate esternazioni dell’ora di pranzo, mi stanno addosso, non osando però intervenire per quel minimo margine d’insicurezza causatogli dal provvidenziale intervento di Laurie. Nel lussuoso torpedone che ci porta a spasso, striscio a testa bassa tra i sedili e schizzo fuori al minimo accenno di apertura porte. A spasso tra le vigne mi abbasso dietro gli ultimi filari, sto malissimo, piagnucolo protezione, una vera frana psicologica. Poi, più rinfrancato dal fatto di essermeli tenuti lontani abbastanza, riprendo

un

frammento

di

dignità

concedendomi

pure

degli

accademismi formali nel gioco in atto tra me, topo, e quelle vecchie pellacce di gattacci magici che mi danno la caccia…

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Furono poi i miei amici che mi portarono fuori di lì, dall’ultimo castello, non prima però che mi fossi lasciato tentare dal profumo e dalle forme asciutte e sensuali di una streghetta poco più che ventenne che mi si offriva candidamente sbucando da un cespuglio di bosso, incarnazione affascinante del diversivo operato dal pool di stregoni incaricato del recupero della scopa volante. E la serata era appena cominciata. L’arrivo e la presenza al mio fianco di uno scudo importante come Ludwig non poteva che confermare i sospetti dei due streghi nei miei confronti. Ebbi la netta sensazione che ormai avessero acquisito la certezza del riconoscimento. Cosa avrebbero inventato d’ora in poi? Più tardi, sciacquato e condito d’adrenalina in una mezza ora di relax solitario tra le fide mura del mio hotel cinquestelle, mi aspettava la serata, ma soprattutto la cena; il momento in cui sarei stato più vulnerabile. Nei sotterranei dell’imponente fortezza, tra la gente neutrale, solo leggermente spettatrice dello scontro, ci si disponeva ai tavoli in un ordine casuale: seguivo con gli occhi i miei due aspiranti carnefici cercare di prevedere i miei movimenti per cogliere al balzo l’opportunità offerta da due posti liberi al mio stesso tavolo e squagliarmi d’ira e vendetta. Si comportavano con troppa baldanza; grave errore. Potevo leggerli come un libro aperto. Ovviamente io ero sempre l’ultimo a scegliere il posto al quale sedermi, così li fregai, lasciandoli ad una distanza di tre tavoli. Mi rilassai sulla sedia appena occupata, offrendo le spalle al nemico, ma poi, preoccupato, confidai a Karl, che aveva deciso di accompagnarmi alla cena al posto di Ludwig, i miei

timori,

e

subito

Karl

si

offerse

come

scudo,

dicendosi

perfettamente in grado di assorbire qualsiasi assalto. Sapendolo assai meno informato di Ludwig sulle cose che accadevano, lo sconsigliai vivamente, ma lui niente, e, scostandomi discretamente, prese il mio posto.

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I due aguzzini nel frattempo, approfittando di un brusco movimento di riflusso dal tavolo direttamente alle nostre spalle, vi ci s’installarono comodamente, fissando con occhi brillanti la schiena della loro preda finalmente raggiunta... scambiando Karl per me. Povero Karl ! La cena comunque andò liscia, e la tranquillità sembrava regnare. Tutti al riparo infine, tra solide mura private; per quel giorno era finita, i due sarebbero certamente spariti l’indomani nelle pieghe del loro tessuto spaziotemporale

parallelo,

certi

di

avermi

colpito

abbastanza

duramente coi loro sguardi di bitume da mettermi fuori gioco per qualche settimana. Infatti andò proprio così ; il giorno dopo, di prima mattina li incrociai sulla piazza : sorridenti, non parvero nemmeno avermi notato. Pensavano di aver concluso con pieno successo la loro missione spalmandomi di catrame magico. Ma Karl, pietrificato al mio posto, stette tra la vita e la morte per una settimana, in preda ad una dissenteria che non gli lasciava umore in corpo. Poi per fortuna è guarito ma io non ho mai avuto sensi di colpa; non avevo avuto ragione a sconsigliargli vivamente di prendere il mio posto? Magari lui si credeva di essere ad una vera festa. Comunque intendo approfittare di questa occasione per ringraziarlo ancora una volta vivamente.

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“Halloweening” Halloweening”

“Quando il sole scalda i corpi, le anime sono pudiche e si crogiolano silenziose accumulando calore, quando la notte abbassa la temperatura della gente, le anime allora, come le piante, ridiffondono il calore diurno, e le personalità infine si manifestano al meglio."

Il giorno precedente, quello delle streghe, aveva visto alcuni ospiti fabbricare un feticcio, con una lattina di cola, a mo’ di zucca vuota. Durante l'operazione essi non smisero di giocare con il fuoco che riscaldava l'ambiente. In serata, appesero il feticcio fuor di finestra, dotandolo di un cero all'interno. Quel feticcio funzionò; nessuna strega venne a creare disturbo quella notte di Halloween. Da quel che ne so, alle streghe il fuoco va lasciato dentro. In quel fuoco c'è la conoscenza. Essa deve venire svelata attraverso procedure complesse, rituali semicoscenti, interazioni precise. Per emergere essa deve avere una guida sicura. Bruciare una strega significa essere mossi dall'invidia e dalla bramosia di conoscere quanto non ci è dato in quel posto, in quella maniera, in quel tempo. Significa violentare la conoscenza, significa volerla dissipare, data l'impossibilità di condividerla con la forza. Ma si raggiunge l'effetto contrario. Si rafforza l'evidenza della separazione, si amplifica la potenza del messaggio. L'errore fu tutto mio. Distratto dalle apparenze, gettai quella lattina nel fuoco del grande camino dimenticandomi della sua funzione di feticcio, per ricordarmene con un certo terrore qualche ora dopo, quando gli eventi mi erano già sfuggiti di mano. Avevo inconsciamente riesumato un rito oscuro: avevo bruciato l'immagine di una strega! Quanti errori si compiono quando ci si distacca dalla sacralità delle azioni quotidiane, quando, presi dall'impulso di travolgere la lepre che ci corre davanti, ci lasciamo andare ad esso, senza domandarsi il perché. Sono spesso le azioni più insignificanti, quelle più pericolose.

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Di fronte ad un atto importante, la coscienza risponde alle domande, siamo protetti, sia che essa decida poi di tradurle al pensiero, sia che essa le lasci riposare nel cuore. Ma un semplice gesto automatico motivato da ipotesi di ordine spaziale può provocare danni irreparabili. Quella notte stessa fummo svegliati da pressanti invocazioni d’aiuto. All'inizio, pensai fosse lo strascico di qualche bagarre festaiola, e mi girai dall'altra parte. Fu Mattew che riuscii a buttarmi giù dalla branda urlando che c'era qualcuno che voleva ammazzare Karl. Erano le cinque del mattino. Mi infilai precipitosamente i jeans e il maglione rosso. Scesi le scale e compresi che Stone, l'irlandese, personaggio temuto e malinteso, inseguiva il nostro amico fin nella sua casa a ragione di una donna: la solita Jolanda. Eccola che portava tra noi la sua vendetta per il mio gesto sconsiderato. La trattai male, era in uno stato d’eccitazione pericoloso. Mattew, contagiato dal panico, reagiva agli urli dei contendenti cercando di starmi il più vicino possibile. Fui costretto a spingerlo decisamente da parte, ordinandogli di non entrare nel mio raggio d'azione. La cosa funzionò, Mattew riprese un certo controllo. Poi feci il giro della casa, spalancando tutte le porte comprese le tre che si aprivano sull'esterno, dove erano impegnati i duellanti. La situazione non mi appariva etologicamente drammatica, nonostante la tensione palpabile. Non c'era violenza plateale, c'erano aggressioni verbali e gesti reciproci di minaccia. Karl era deciso a cacciare dal suo territorio l'antagonista, il quale era invece doppiamente deciso a non farsi cacciare. L'epilogo dello scontro avvenne quando il mio amico tradusse fisicamente il suo rifiuto, spostando via l'irlandese con poderose spinte accompagnate da urli esasperati. La tattica funzionò per qualche metro, ma fu vanificata dal calo improvviso della furia che Karl, impaurito forse dalle conseguenze, aveva smesso d'imprimere ai suoi spintoni. Ci fu il contrattacco, basato più sulla minaccia che sull'azione.

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L'irlandese ricacciò Karl all'interno di casa e si fissò sull’uscio, con aria omicida. Lidia, fino a quel punto quasi invisibile, si interpose tra i due. Fu allora che Karl comprese che non c'erano in lotta solo due volontà individuali, ma qualcosa di più. La sua voce era distesa quando invitò all'interno il suo antagonista, a bere un goccio. Nel frattempo, io avevo provveduto a mascherare di disgusto il vino domestico, in modo che non potesse esser bevuto, e preparare una fumante tazza di caffè, simbolo di lucidità, che schiaffai davanti al naso dell'aggressore, piazzatosi a capo tavola con aria estremamente incerta ed impaurita, anche se nascosta di baldanza guerriera. All'interno della casa che aveva conquistato, egli si vedeva circondato da forze tranquille ma decise che chiedevano silenziosamente una spiegazione a quella esplosione di furia cieca, senza che nessuno, tantomeno lui, potesse fornirla. Il "nemico" era a quel punto depotenziato. Non gli restava altro da fare che partire, e così egli fece, scaricando la sua frustrazione sulle cose: con un coltello affilato, squarciò due pneumatici della macchina di Karl, poi, richiamato il suo cane che saltellava felice per il giardino in compagnia di Argo, nostro compagno quadrupede, sparì nella bruma dell'oscura alba che si preparava. Una calma irreale era scesa sul luogo. Il timore di nuovi attacchi non riusciva a vincere una certa euforia, anche se la disapprovazione aleggiava tra coloro che così bruscamente erano stati buttati giù dal letto. Si attendevano spiegazioni. E si ebbero. Karl ci raccontò, pressato da precisissime domande, come si fossero svolti i fatti, dall'inizio alla fine. Nel suo girovagare notturno, era piombato di nuovo su Jolanda, apparentemente ansiosa di gestire al massimo la sua evidente conquista. Il piacere di trovarsi non poteva essere celato, ma invece che consumare la raggiunta intimità i due decidevano di conclamare la loro attrazione visitando i luoghi d'incontro rituali. Fu in uno di questi luoghi che si imbatterono nell'irlandese.

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Jolanda si palesò con lui, lo mise a parte dei suoi intenti eccitati, lo intrattenne fisicamente, strusciandogli contro il proprio desiderio, battendogli i pugni chiusi sul cuore, invocazione o richiamo per qualcosa che si sarebbe poi inevitabilmente verificato. La collera esplose con motivazioni razionalmente puntellate. Non potendo sfogare la

sua

collera

sulla

accompagnatore,

donna,

l'irlandese

inseguendolo,

se

la

strattonandolo,

rifece

sul

suo

umiliandolo.

La

macchina era lo strumento che consentiva ai due di involarsi? Egli strappò le chiavi dal cruscotto e le gettò nel buio. Ma c'era un duplicato e le ruote potevano ancora girare. E man mano che l'intento dei due amanti si rafforzava, cresceva la furia dell'escluso, fino al punto di suggerirgli di occupare la casa stessa ove erano diretti, per impedirne la frequentazione pacifica. Il seguito lo conoscevamo bene. "Pazzo, pazzo

furioso

e

pericoloso,

bisogna

interdirlo",

i

due

amanti

improvvisati erano d'accordo; noialtri testimoni, non del tutto. Confinare la portata degli eventi nelle mura di paglia di un colpo di follia ci era insufficiente. Nessun danno corporale era stato inflitto, se si eccettua qualche lieve escoriazione, e l'irlandese, data la sua stazza, avrebbe potuto facilmente massacrare i due. Quando 1a follia è il solo movente, di solito ci scappa il morto o quasi. No, c'era qualcos'altro, c'era una spiegazione che non si poteva limitare all'apparenza. Decisi allora di scoprire quale effettivamente fosse. Mi accorsi del feticcio che ancora si mischiava alle braci del fuoco. Esso non era mutato, se non per un deposito di fuliggine sul rosso della lattina. Mi affrettai a prelevarlo, con le pinze di ferro, e lo rimisi al suo posto originario, fuori dalle grate della finestra della sala, sperando che così quello spirito smorzasse infine la sua collera… Ritornai con la mente allo ieri. L’appuntamento era al ponte del diavolo. Lì si sarebbe svolto il sabba, ma quale? Quello di regime, con le simpatiche finte streghe vestite a festa che applaudivano il rogo della loro immagine?

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In vista, legato al tema stregonesco della serata, non sembrava esserci altro. Ma l'aria era densa di premonizioni. Continuava, malgrado tutto, il diffuso tran tran notturno, esploratori del buio pieno di vita meno metallica. Una festa, poi un appuntamento obbligato, ma non previsto, la frittata era fatta: eravamo capitati su Jolanda, prima festeggiata in persona. Vai, la volevi? Simpatica, sensuale, strusciante come una gatta, fisic du ròle. Affilata, nera, occhi da civetta, naso adunco, unghie estroflesse e dipinte a pois rosarossi. Prima tappa: un capanno, officina musicale dall'aria sfigato-malfamata. Il boss, sorta di mujaidin fiancheggiatore, per ragioni di marketing tendeva a confermare l'aura malfamata ed ammortizzare quella sfigata, ma non ci riusciva molto. Salami, simulacri di potere, nullità contingenti, musicaccia, birraccia, palle grosse come meloni. Cercavamo altre streghe del calibro della nostra accompagnatrice, ed in quel posto non le potevamo certo trovare. Ripartimmo, con gli occhi luccicanti di Jolanda, la nostra super-strega, che guizzavano felici alla proposta di arrivare in altro luogo di danze e sguardi indagatori. Trovammo l'altra iniziata, come previsto, mia incongrua preda precedente, di certo anche quella sera cacciatrice occasionale: trance evidente, percezione a centomila, breve sua sessione con la nostra regina, dialogo fitto fitto, mistero assoluto sul contenuto della comunicazione, scarpe? Poi, sfarfallando, la mia muova amica decide di vagare da sola, sparisce, la inseguo, la fermo, mi sfugge. È attesa. Che devo fare? Stanotte, io sono un semplice spettatore. Peccato! Si rientra. Ma prima devo recuperare qualcosa nell'ambiente fumoso del pub. Casco proprio su Sonia, briaca tegola, che ruota attorno a Manfred, nascosto sotto le sembianze di un vecchio orso anche lui briaco. La musica è tardoliberty; un cesso. Mi piglia il furore: acchiappo la sciarpa nera che mi sventola sul naso e gli do uno strattone deciso. Ho la faccia di Sonia a due centimetri dalla mia.

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I suoi occhi mi fulminano roteanti mentre gli dico di smettere di ballare questa musicaccia insulsa. Mi morde il naso. Gli faccio i miei complimenti: è la prima volta che qualcuno osa mordermi il naso. Fuori, al posteggio; bacini a Jolanda ed alla sua segretaria. Ci si rivede. Quella si è innamorata del mio amico. Mah, in fondo, cazzi suoi. C'è tempo per una breve leticata, poi a letto. Sono le cinque del giorno dopo. Halloween è alle nostre spalle e già ci lascia indifferenti.

*

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Doppio Esilio

La fase buddista aveva caratterizzato tutto il quindicennio precedente grazie ad una vastissima schiera d’intellettuali apolidi, molti dotati di cospicue ricchezze familiari, che ne avevano abbracciato i principi morali dirottandoli poi in pratiche sia monastiche che magico-spirituali, per poi essere risucchiati nel mero business dell’agriturismo e frantumarsi in nuclei più o meno familiari, dopo una grande stagione di vita comunitaria in mezzo a panorami mirabolanti… Un posto strano questo paese arroccato in cima ad un alpe atipica dell’Italia centrale, al sommo di un bastione che montava a nord con una pendenza vertiginosa e degradava a sud in morbidissime discese circondate da boschi e pascoli con vista sulle valli limitrofe fino ad una stretta via di cartiere, che infine sboccava sulla pianura fluviale dell’Arno. In fondo al precipizio settentrionale si trova un centro termale di una certa importanza passata, frequentato ancora alla fine degli anni novanta da parenti di attori holliwodiani in fase post-buddista dotati di ville in loco. Non era strano, questo posto, solo per la sua collocazione geografica. Anche all’interno delle sue vie (che vie non erano se si eccettua una rampa sterrata d’accesso a una piazzetta stretta e lunga e pure bassa dalla quale si diramavano poche traverse dispari che brevemente sfociavano in campetti o dirupi), si respirava aria greve… Molte case, simili, larghe e quadrate, esponevano sulla facciata antichi contrassegni ecclesiali incisi in pietra serena o in stipiti di marmo. L’agglomerato di case, inframmezzato da pini enormi e abeti altissimi e magri che proseguivano verso l’alto della rupe, non era giunto al culmine del monte. Ancora qualche centinaio di metri di ripida salita selvatica portava in cima, dove in mezzo ad una spianata rettangolare di un centinaio di metri quadri si adagiava la pieve antica,

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un capannone lungo e stretto di pietre e lastre lavagnine per tetto, completamente spoglio, con innumerevoli targhette di via crucis cementate lungo tutto il perimetro interno. Ci misi qualche visita a capire che cosa esattamente fosse quella pieve. Mi arrampicavo lassù ogni tanto partendo dalla casa che avevo affittato in loco dopo esser sfuggito al paese delle meraviglie; una strana abitazione con innumerevoli stanze e angusti locali su due piani con le insegne di antichi arcivescovi piantate all’ingresso. Nel grande salone con camino del primo piano avevo montato lo studio dal quale seguivo le vicende mondane. Era la prima casa “mia” che avevo dopo molti anni passati in giro e l’ultimo speso in Italia in varie case di amici e amiche, sia all’interno che nei dintorni di xxxx, che considero una delle città più magiche del mondo. Gli eccessi perpetrati a livello di relazioni sociali in quella piccola metropoli mi avevano convinto a ritirarmi in un posto più tranquillo dal quale però continuare a mantenere l’attenzione su quella zona molto elettrica. Lassù, da solo, avevo un po’ di timore. Le notti invernali erano sinistre, come sinistra era la casa stessa, le amiche che invitavo con la speranza che mi tenessero compagnia notturna fuggivano terrorizzate lontano dalle

smorte

pareti

dell’abitazione e

dalle

innumerevoli

porte

scricchiolanti e mi toccavano due ore di macchina per accompagnarle a casa in città e rientrare nottetempo nella casa sulla vetta, dove controllavo allarmato gli usci oscuri. Decisi di fuggire anche da lì dopo qualche mese a causa di un episodio atmosferico che non potrò mai dimenticare: una tromba d’aria di potenza ciclonica che investì il paese con epicentro la casa dove abitavo. Di colpo mi resi conto che quel posto non era compatibile con la mia energia, anzi gli era addirittura molto antagonista e in quattro e quattr’otto mi trasferii a un paio di centinaia di chilometri a sud...

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Qualche tempo prima, durante quella che fu la mia ultima passeggiata alla pieve sulla vetta, ero venuto a conoscenza della natura di quella costruzione bizzarra: esaminando meglio le targhette a via crucis cementate nei suoi muri scoprivo nomi di famiglie, sterminate da una peste tardo medievale. Era il cimitero degli appestati della zona, che dovevano essere stati tanti; quella peste aveva condannato il paese alla desertificazione già qualche centinaio di anni addietro. Rabbrividendo scendevo da quel monte e rimuovevo le memorie del percorso per arrivare alla sua cima così piena di umori ancestrali di morte penosa. Ma che avevo fatto per essere stato confinato in un posto simile? Bisogna sempre interrogarsi sulle proprie responsabilità energetiche quando si affronta consapevolmente la sfera sociale. Le cose non accadono mai per caso. Ero capitato lì a causa di precisi accadimenti che riguardavano l’intervento diretto e volontario della mia energia per mutare complicatissime impasse spirituali altrui. A quel tempo mi sentivo guidato in percorsi fatalistici che mi facevano sentire strumento di alte trascendenti potenze alle quali non poter opporre, piuttosto non voler opporre, resistenza, e ciò mi appariva ampiamente dimostrato dalla ricezione di tutta una serie di impulsi energetici capaci di mutare con facilità la realtà di piccole e grandi cose attraverso un semplice desiderio. Una potenza che inquietava gli altri e proponeva la semina di conoscenze spirituali pericolose perché utili ad altro massacro nel nome di dio. Non è facile spiegare quel che realmente accadeva intorno a me: era come se le interazioni si svolgessero senza la mediazione dell’intelletto, basate solo su flussi e scambi di energia invisibile ma avvertibile come massa in quanto colpiva e attivava sensi biologici non consueti e dunque mutava equilibri. Un po’ come l’attrazione sessuale, sensazione estesa in questo caso a tutta una serie di altri stimoli non corporali ma piuttosto cellulari, innescanti le potenzialità reali del nostro essere e permettenti le applicazioni pratiche di queste funzionalità, desuete solo da poche centinaia di anni

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e solamente perché represse nel più torrido spargimento di sangue innocente. Del resto, quella particolare zona dell’Italia centrale è ancor oggi nota per la presenza di fenomeni paranormali fin dalla notte dei tempi. La festa di Halloween più interessante e reale del mondo si svolge tutti gli anni proprio intorno ad un ponte famoso di quei paraggi: il ponte del diavolo. Partecipandovi potrete incontrare soggetti umani di cui vi sarà davvero

difficile

individuare

la

vera

natura:

angeli?

Demoni?

Extraterrestri? Tutto è possibile al Ponte del Diavolo… Era proprio l’indeterminatezza della vera natura di tutti i soggetti umani impegnati nell’interazione che dava a quella città nei cui dintorni si collocavano i luoghi e i paesi magici di questa storia il senso di straordinario che gli attribuisco. Per tutto il periodo che ho trascorso da quelle parti mi accompagnava la sensazione di trovarmi al posto giusto nel momento giusto, abbinata alla percezione acuta di ritrovarmi soggetto importante di un conflitto sostanziale cruento quanto totalmente occulto: la lotta infinita tra Bene e Male. Ero un guerriero dello spirito dichiarato ed operante. Il mio IO non aveva più spazio di manovra. Obbedivo

alle potenze reali del mondo, che mi

indirizzavano

quotidianamente verso questo o quel comportamento, verso questa o quella

azione.

Meravigliosamente

esaltante

per

la

connessione

energetica globale che ne derivava, ma anche terrifico per chiunque lo vivesse. La mia fortuna era la serie di iniziazioni spirituali alle quali avevo partecipato

in

passato:

una

full-immersion

nell’universo

della

simbologia tibetana e una serie successiva d’incontri ravvicinati del terzo tipo, non certo interspaziali ma ben terrestri nel senso più vero del termine.

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Nella nostra sfera vivente coabitano ancora varie specie energetiche differenti, che ogni tanto si manifestano a soggetti umani specifici, promossi dopo esami accurati, facendoli comunque sempre impaurire assai. Ma io cosa ero tenuto a difendere, il Bene o il Male? Una domanda che proprio a seguito dello spaventoso tornado che si era abbattuto sulla mia casa era ritornata attuale. All’inizio stesso della perturbazione capii che non si trattava di un semplice temporale estivo. La violenza degli scrosci sui vetri e delle ventate non lo faceva passare come un evento moderato. Mi stesi sul letto nella spoglia stanza del secondo piano nella quale riposavo la notte, direttamente sotto l’alto tetto privo di solaio della casa. Alle quattro del pomeriggio la violenza del temporale era diventata parossistica: gli ululati del vento che si precipitava contro il villaggio insinuandosi nelle fessure delle case impediva l’ascolto della propria stessa

voce.

I

vetri

delle

finestre

si

tendevano

e

vibravano

pericolosamente in continuazione. Ad un certo punto le due finestre della

camera

dove

mi

trovavo

cedettero

e

si

spalancarono

violentemente, mentre un boato sordo squassava la casa, come se un pugno di immaginabile violenza si fosse abbattuto su di essa; il muro portante centrale, opposto alle finestre, si crepò all’altezza del tetto verso il basso, spostando una sezione di muro larga circa un metro di almeno 2 centimetri dalla sua posizione originaria. Restai attonito mentre il ciclone si smorzava sembrando soddisfatto di quell’ultimo colpo finale. Lasciai la casa e mi aggirai per il paese, dal quale emergevano poche persone dall’aria allibita. La mia macchina, una station wagon tedesca denominata “l’aereo” per il rumore di ferraglia che faceva, era al suo posto nel parcheggio a qualche centinaio di metri dalla casa, esattamente tra due pini enormi e centenari,

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alti almeno una ventina di metri, abbattutisi uno davanti ed uno dietro alla vettura, senza minimamente averla interessata al loro crollo. Il giornale quotidiano locale riportava il giorno dopo la notizia del tornado che aveva colpito la zona e la foto che descriveva l’evento ritraeva proprio la mia macchina in mezzo ai pini abbattuti… Tre

quindi

i

fatti

che

potevo

interpretare

mi

riguardassero

direttamente. Il pugno divino che mi aveva portato fuori assetto una parte del tetto della casa e i pini che erano crollati attorno all’”aereo”, a bloccare la sua possibilità di movimento, ma senza provocare il minimo danno, e la foto sul giornale del giorno dopo. Oltre all’ “aereo”, anch’io ero incolume perché la casa non mi era crollata addosso, come gli alberi avevano risparmiato il mezzo; un avvertimento dunque, a me e al mondo attraverso la foto sul giornale. Qualcuno certamente era stato informato della cosa a mezzo stampa, e sapeva che per qualche giorno sarei stato molto scosso e spaventato, e bloccato nei movimenti di media e lunga percorrenza. Ma chi? E perché era importante che lo si sapesse? Posso solo fare congetture su questi due ultimi punti… La Festa nella Casa del gran maestro locale si sarebbe svolta proprio la sera del tornado. Proprio della festa non aveva i connotati, piuttosto di una riunione ai massimi livelli delle energie che avevano partecipato agli ultimi avvenimenti della componente magica di quella regione sociale. Maghi, maestri spirituali, fate e streghe, angioletti e diavoletti, spiritelli e folletti, tutto confuso in un incontro-scontro tra forze diverse, benefiche e non; incerto era il ruolo di ognuno. Nessuno sapeva per che cosa combattesse e addirittura nessuno portava a coscienza quello che realmente stava facendo la sua forma energetica nascosta dalle sembianza di tutti i giorni. Mai l’inconsapevolezza è più pericolosa che non in questo tipo di riunioni. C’è da restarci secchi facilmente.

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Io comunque non ero stato invitato a causa del giudizio negativo sulle mie azioni decretato dall’ospite della serata. Probabilmente sarei andato comunque, considerandomi in toto parte in causa in tutte le ultime vicende ed in rapporto diretto o indiretto con tutti gli altri invitati, nessuno escluso. A seguito di quel che mi impedii di andare posso solo pensare che se fossi stato lì non ne sarei uscito vivo, e purtroppo seppi che qualcuno ci rimise la pelle. Il giornale dell’indomani riportò la notizia di un grave incidente stradale che coinvolse due giovani che avevano partecipato alla festa mentre a notte fonda rientravano in città: morti entrambi in un precipizio. Agghiacciante. Cosa accadde in quella festa nessuno ebbe l’opportunità di saperlo con esattezza. Cosa venne messo in atto e come per cambiare quale realtà non si potrà mai sapere con certezza. Un velo di ombra è calato su ogni cosa dopo quella giornata furiosa e quella notte esasperata. Ma con buona convinzione si può dire che l’impatto è stato travolgente per tutti i coinvolti. Forse tra qualche secolo si potrà capire ogni cosa; allo stato si poteva solo accettare il cambio di energia provocato nelle vite di ognuno, e muoversi alla svelta per seguirne il corso migliore. Cercai disperatamente un appiglio sacro e mi affidai infine ad una ninfa delle acque dall’aspetto sexi che mi traghettò nottetempo in un vecchio e abbandonato monastero fortificato della campagna fiorentina, dove restai a riflettere sulla vicenda per quattro lunghi anni.

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homage à Niky de Saint Phalle

Roberto Caradonna

L.Y. “Totem”

Kandinsky

Fine II Parte Edizioni “Associazione Culturale N d B” – Toscana (Italy)

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Racconti magici n 2