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tentacoli di giudizio Direttore Bruno Carvelli | Codirettori Virgilio Ferroni, Davide Settoni | Progetto grafico Marco Saporiti, Matteo Pozzi | Redattori Pietro Giacchetti, Andrea Montanaro, Marco Pecoraro, Giovanni Paterlini, Irene Carvelli, Stefano Riva, Saul Bosatelli, Michele Reggiori, Luca Lupi, Francesco Turati, Emanuele Candiani, Maria Chiara Padovani, Sofia Cevoli, Luigi Laera | Ringraziamenti Claudio Signorelli, Marco Lezzi, Simone Ripanti, Carlo Citterio, Stefano Sala.

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ale ancora la pena impegnarsi nella politica universitaria? In effetti sarebbe molto più facile indossare un casco e scendere in piazza a protestare. Per protestare contro chi? Contro tutto e contro tutti? Eppure qualcosa non torna. I nostri “padri” cercano di convincerci che non c’è più speranza per noi, che non abbiamo nulla per cui valga ancora la pena sperare. Dobbiamo renderci conto che non ci sarà un futuro per noi giovani: non c’è più possibilità di costruire, non si uscirà mai dalla crisi e, perché no, siamo tutti inutili servi di questo stato padrone. Tuttavia guardandosi intorno si vede una posizione

NUMERO Anno VI Dicembre 2012

diversa. La nostra realtà è ricca di persone appassionate alla loro vita, persone che studiano con entusiasmo, come testimoniano il ciclo di incontri dei civili a pag. 8, e che si impegnano anche in politica universitaria, pronti a cambiare qualcosa, pronti a ricostruire. E, paradossalmente, ci riescono. Certo si parte dal piccolo, magari si cambia “solamente” l’entità delle tasse per i terremotati, o si riesce “solo” ad assicurare a tutti gli assegnatari una borsa di studio (articolo a pag. 2-3), però è un inizio, un inizio che dice che qualcosa possiamo fare anche noi, che un cambiamento può avvenire, una speranza c’è. In questi fatti si intravede una

risposta alla domanda iniziale: si vale la pena! Perchè in quanto persone vive (la prima politica è vivere), la nostra natura desidera vivere e costruire un futuro che sia veramente per noi, insomma, desidera la felicità. In fondo, l’estrema negazione di ogni prospettiva futura è il suicidio. C’è sicuramente chi, con vuoto cinismo e sguardo distruttivo, potrebbe dire che cambiando poco non si cambia nulla, cambiando il Poli non si cambia il sistema università, costruendo la nostra vita non cambiamo il mondo. E invece è proprio qui l’errore. Perché cambiare quel piccolo che c’è intorno a noi, impegnarci in università, è un primo passo.

Ci risulta impossibile gettare già la spugna, soprattutto quando vediamo davanti ai nostri occhi la possibilità di essere felici. Ed è proprio questa felicità che iniziamo a sperimentare oggi che fa consistere il desiderio di cambiamento. La prova che il mondo in cui viviamo è positivo, anche per noi giovani senza speranze né futuro, sta nell’incontro con le persone che testimoniano una possibilità di cambiamento, andando contro una cultura che ci vorrebbe in piazza a piangere e protestare contro chissà chi e chissà cosa. Buona lettura.

Lista Aperta

Yes (but) we can?

Grattacieli

WORK IN PROGRESS Pag. 2-3

PRIME IMPRESSIONI Pag. 4-7

UNA SFIDA “VERTICALE” Pag. 8


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POLIPO tentacoli di giudizio

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le aziende (Autostrade per l’Italia ha messo a disposizione 220.000 €) ecco la beffa da parte dello Stato: una tassa sulle borse di studio. Non è finita qui! Dato che le borse di studio vengono considerate come reddito da lavoro dipendente, se superano i 2.840 euro le famiglie non possono più considerare il figlio persona a carico. In questo modo lo studente viene alzato di fascia di contribuzione del Politecnico e si ritrova a pagare più tasse all’università. Inoltre con le attuali leggi fiscali le imprese e i privati cittadini che vogliono donare borse di studio sarebbero anch’essi penalizzati! Non potevamo rimanere indifferenti di fronte a questo fatto e il nostro rappresentante al CNSU, Marco Lezzi, ha fatto subito presente il problema al consiglio dove è stato approvato all’unanimità una proposta per detassare le borse di studio. In questi giorni infatti è stato uscito un volantino dal titolo “Giù le mani dalle borse di studio” per rendere più consapevoli tutti gli studenti del Politecnico di quanto sta accadendo. Di seguito riportiamo stralci della lettera scritta a Febbraio dell’anno scorso al presidente del consiglio Mario Monti da parte di Francesco Magni, ex presidente del CLDS (Coordinamento Liste per il Diritto allo Studio), riguardo questi fatti sconcertanti sulle tasse alle borse di studio:

L’anno che sta per concludersi è trascorso con un susseguirsi di fatti e circostanze dalle quali sono sorte sfide e provocazioni importanti. Di fronte a questo si possono assumere due posizioni: o ci si lascia coinvolgere da quello che succede, o si resta inerti senza provare a incidere su ciò che ci accade intorno. Per noi è così che vanno le cose, ovunque siamo si può scegliere di entrare nel merito o di lasciare che qualcun altro se ne preoccupi al posto tuo. Di sicuro scommettere significa metterci faccia e tempo; altrettanto chiaro è che mollare subito equivale a non ottenere niente di buono innanzitutto per sé, sprecando un’occasione enorme di crescita personale. Dagli studenti terremotati dell’Emilia, alla tassazione delle borse di studio, ai corsi in inglese, sono state molte le questioni sollevate. Bisogni concreti di studenti come noi, amici, compagni di corso cui siamo stati di fronte. Per questo desideriamo sapere cosa ne pensi dei tuoi corsi, dei servizi, e se hai voglia anche di un tuo aiuto! Abbiamo iniziato per questo tanti lavori che ci hanno impegnato costantemente. Di seguito riportiamo le questioni principali che stiamo portando avanti sia a livello di Senato accademico sia a livello nazionale del CNSU (Consiglio Nazionale Studenti Universitari). Nelle pagine successive trova spazio un lavoro critico di riflessione sull’adozione dell’inglese alle Lauree Magistrali.

a cura di Andrea Montanaro, Francesco Turati e Marco Pecoraro

1) Commissione didattica

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ttraverso un dialogo avvenuto tra noi studenti e professori, è venuta fuori l’esigenza di migliorare concretamente la didattica di ogni singolo corso. È stato subito evidente che il primo passo che si poteva fare era quello di rendere accessibili i

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dati della valutazione della didattica alle Commissioni Paritetiche (Organi presenti in ogni Scuola dell’Ateneo e composti da 5 studenti e 5 docenti) e i Consigli di Corso di Studi. Quindi abbiamo richiesto che questi dati fossero disponibili in modo tale che si potesse iniziare un lavoro sul tema definendo il set di informazioni che questi Organi riceveranno dal prossimo Gennaio. Grazie a questa nuova base di dati che prima non esisteva ed alla valutazione della didattica

compilata da tutti noi al termine di ogni insegnamento, i nostri rappresentanti potranno finalmente valutare, oltre all’andamento generale del corso di studio (immatricolazioni, carriera, sbocchi lavorativi), anche ogni singolo docente. Sarà possibile valutare tutti i parametri significativi di ogni insegnamento per capire ad esempio quali corsi blocchino inutilmente gli studenti, alcune volte per anni (come alcuni di voi hanno segnalato in questi mesi).

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“ Caro Presidente (e professor) Monti, lei sa meglio di noi, per la sua esperienza in università, che solo a partire dall’educazione e dalla valorizzazione del proprio capitale umano il nostro Paese potrà guardare al futuro con rinnovata fiducia. Come studenti, non vogliamo sottrarci in alcun modo ai sacrifici che ci attendono, ma al contempo vorremmo non veder così indiscriminatamente mortificati i tentativi positivi che nascono dall’iniziativa libera e creativa di molti di noi e dalla generosità di tanti imprenditori. (…) Se davvero si vogliono sostenere le giovani generazioni, se davvero si ha a cuore che i giovani “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi” possano crescere e quindi dare un contributo

2) Borse di studio tassate

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ra la primavera dell’anno scorso quando su nostra esplicita proposta, il Politecnico di Milano ha iniziato a chiedere alle aziende di sostenere i nostri studenti migliori. Proprio nel mezzo della crisi, abbiamo ritenuto fondamentale trovare nuove strade per il finanziamento del diritto allo studio. Quando finalmente sono arrivate le prime borse di studio finanziate dal-

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alla crescita del nostro Paese, perché non fare qualcosa per questa questione? Perché non iniziare col detassare le borse di studio per i giovani studenti? Sarebbe pur sempre un passo, un segno.”

3) Aiuto ai terremotati

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ome tutti sappiamo, la scorsa primavera un imprevedibile sisma ha colpito le zone dell’Emilia Romagna. Uno studente ci ha raccontato di come la sua casa sia rimasta inagibile per settimane e con gravi danni. Ci ha chiesto se il nostro ateneo gli desse la possibilità di un aiuto a livello economico. Da questa richiesta abbiamo mandato una lettera al Cda del Politecnico che ha deliberato gli aiuti per tutti gli studenti colpiti dal sisma. Questo lavoro è stato realmente significativo per noi per la dinamica con cui si è svolto: il bisogno e la richiesta ragionevole di un singolo studente è stata accolta e realizzata, diventando così un’occasione per tutti.

4) Commissione Erasmus

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opo anni di lamentele e su richiesta da parte degli studenti è stata finalmente istituita una commissione che lavori su una delle problematiche più complesse e che tocca maggiormente tutti noi che è l’esperienza di mobilità internazionale. Gli obiettivi sono razionalizzare e organizzare in modo più ragionevole le modalità di partecipazione ai vari progetti. Nelle prime due sessioni di lavoro sono stati affrontanti principalmente due argomenti: modalità di selezione degli studenti e conversione dei voti una volta terminata l’esperienza all’estero. Per quanto riguarda la selezione sono state prese come esempio le scuole di Architettura e Design, le quali presentano comunque alcune problematiche da affrontare, ma applicano un sistema ben più funzionale rispetto a Ingegneria. Qui infatti

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è necessario un serio lavoro nei CCS atto a conoscere e descrivere con precisione cosa offrono le università partner, attraverso accordi dettagliati sia sui corsi di studio che sul livello di selettività, in modo che lo studente possa scegliere una università idonea al suo corso di studi ed al suo livello di formazione. Invece per quanto riguarda la conversione dei voti è emersa la proposta di offrire un pacchetto di corsi predefinito, così che al momento del rientro al Politecnico la segreteria possa gestire in maniera più agevole la conversione dei dati ed il processo di convalida.

5) Aule nel Campus La Masa (Bovisa)

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seguito delle numerose segnalazioni ricevute da parte di moltissimi studenti in questi primi mesi del nuovo Anno Accademico circa l’inadeguatezza di molte aule riservate alla didattica nel Campus di Ingegneria La Masa, abbiamo convenuto che fosse necessario avviare una riflessione per risolvere una criticità che ogni anno si dimostra più grave. Desiderosi di affrontare o almeno poter discutere la tematica, abbiamo fatto un’analisi degli iscritti ai corsi di studio di Ingegneria Industriale. Sui 108 insegnamenti analizzati che vengono erogati nei corsi di laurea triennale dall’attuale Scuola di Ingegneria Industriale ben 62 presentano un numero di studenti iscritti superiore a 180 con una media per ogni insegnamento pari a 222 studenti. Nell’analisi vengono solo considerati i “nuovi studenti iscritti” e non quelli che devono rifrequentare il corso perché non sono riusciti a dare l’esame, perciò i numeri reali sono molto più alti (ad esempio è successo che in un corso di “Scambio Termico e di Massa”, che presenta 298 nuovi iscritti quest’anno, è frequentato da oltre 430 studenti!). Analizzando la capienza delle aule del campus si può facilmente constatare come la media di posti disponibi-

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li per aula sia di soli 152 posti e come esistano solamente tre aule con una capienza che superi i 222 posti. La politica con cui sono state costruite le aule del nuovo edificio BL prevede l’esistenza di scaglioni di 80 studenti per ogni insegnamento di Laurea Magistrale e 150 per quelli della Triennale. Questo purtroppo non avviene quasi mai: sono infatti in numero limitatissimo gli insegnamenti che rispondono a tali requisiti. Consci della limitatezza di un’analisi di questo tipo riteniamo però che l’ateneo debba iniziare una riflessione su quanto sta accadendo perché è evidente come il problema sia più profondo e difficilmente risolvibile semplicemente razionalizzando meglio gli orari o sdoppiando tutti i corsi. Per questo stiamo dialogando con il Senato Accademico e la Commissione Infrastrutture per una serie di soluzioni volte al miglioramento della gestione degli spazi e della suddivisione dei corsi, cercando così di rispondere alle esigenze più immediate di noi studenti.

Senato accademico Andra Montanaro Marco Pecoraro info@poli-listaperta.it Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari Marco Lezzi cnsu@poli-listaperta.it Puoi contattarci per qualsiasi cosa inviandoci una mail a: info@poli-listaperta.it polipo@poli-listaperta.it

DIDATTICA

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ERASMUS

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studenti, non lo avrei sicuramente accettato. Cioè io sono convinto che alla fine il bilancio sarà un bilancio positivo, pur con tutte le difficoltà del caso, altrimenti non l’avrei accettato, perché non ho ambizioni particolari e devo fare il triplo del lavoro che faccio normalmente. Lei traduce tutte le lezioni che tiene in aula? Per la precisione io do agli studenti, alla fine di ogni lezione, tutto il materiale in inglese e in italiano (anche perché molti studenti sono prevalentemente italiani) però il patto è che quando entriamo in aula parliamo in inglese, sia per fare le esercitazioni sia per fare le lezioni e le revisioni, quindi diciamo che c’è un sforzo reciproco. Questo credo che sia un momento importante perché gli studenti vengano incontro alla difficoltà: non tutti parlano correttamente l’inglese e quindi c’è una specie di reciproca solidarietà. Secondo me è un aspetto positivo perché avvicina molto di più studenti e professori. La cosa che ho sperimentato sin dalla prima volta è stata quella di invitare

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tutti alla cattedra e di chiedere di fare loro una presentazione rispetto alle loro aspettative sul corso, ma anche sulle loro esperienze in inglese. Sin dal primo momento s’è trovato questo modo che consente più o meno bene di poter misurarci, dissacrando la questione della lingua ed esorcizzandola sin dall’inizio per non trascinarsi dietro questo come un problema da risolvere. Però ci sono delle difficoltà: intanto trovo che dovrebbe essere affrontata un’altra questione che riguarda l’insieme degli investimenti che il Politecnico dovrebbe fare, oltre a istruire diversi docenti sulla lingua, che è quella di dare alle diverse scuole la possibilità di misure specifiche sulle esigenze di ogni scuola. Faccio un esempio: lavorare ad architettura civile sulla “composizione”, tanto per dirne una, significa adottare un glossario che non è analogo a quello di architettura e società per la stessa materia. È diverso perché parliamo di cose un po’ diverse. Per tradurre questa specificità dentro la lingua inglese occorrerebbe tentare di costruire un glossario che sia adatto a poter autenticamente trasferire alcune questioni che

«Lavorare ad architettura civile sulla “composizione”, tanto per dirne una, significa adottare un glossario che non è analogo a quello di architettura e società per la stessa materia. Per tradurre questa specificità dentro la lingua inglese occorrerebbe tentare di costruire un glossario [...] »

Con questo numero di Polipo abbiamo deciso di portare avanti un lavoro critico e di riflessione sulla scelta di internazionalizzazione del Politecnico che, a partire dall’anno accademico 2014/2015, porterà ad avere i corsi di Laurea Magistrale interamente in lingua inglese. Data la portata del cambiamento, a cui in parte stiamo assistendo ora, ci sembrava importante non tralasciare questo tema, spinti dall’interesse di rimanere vivi in università. Nell’ultimo Polipo avevamo intervistato il nostro rettore Prof. Giovanni Azzone, coinvolto in un sondaggio oltre 8.000 studenti del Politecnico e, infine, fatto una raccolta di testimonianze di professori e studenti riguardo l’esperienza di insegnare e apprendere in inglese. Quello che vi proponiamo in questo numero sono le prime impressioni circa il cambiamento in atto. Di seguito riportiamo l’intervista al Prof. Domenico Chizzoniti, docente del corso di Progettazione di Architectural Sciences, dove la laurea triennale apertasi quest’anno prevede l’erogazione dei laboratori in inglese. Nelle pagine successive trovano spazio le prime sensazioni di due studenti di Ingegneria Civile in merito al corso di Strutture in inglese; per concludere abbiamo deciso di raccontarvi l’esperienza di una studentessa di Design a proposito dei corsi di lingua offerti dal Politecnico in preparazione per la specialistica.

intervista a cura di Giovanni Paterlini e Irene Carvelli

Visto il peso che sta acquistando la questione dell’inglese e il suo impegno in merito alla sua promozione: come mai aveva scelto di insegnare in lingua inglese? Secondo me è un’opportunità. Non è una questione di secondo ordine rispetto alle prospettive future dell’u-

niversità: sicuramente presenta tutta una serie di difficoltà, ma penso che se il Politecnico dovesse aprirsi fuori dai confini dell’utenza lombarda o italiana dovrebbe tentare di sperimentare l’insegnamento in lingua inglese per poter drenare degli studenti anche da diversi paesi europei e da frontiere un po’ più lontane che riguardano l’Asia e l’Africa. Ci sono state molte critiche rispetto alla qualità: molti dicono che questo passaggio all’inglese avverrà a suo discapito perché sostengono che gli insegnanti fanno fatica a comunicare, perchè i concetti espressi in italiano, risultano diversi se espressi in inglese. Lei in questi mesi di esperienza ha visto problematiche in

merito e alcuni spunti interessanti? Quali prospettive vede? Prima di tutto sulle prospettive: io le vedo molto positive riguardo ai paesi del Mediterraneo. Il Politecnico dovrebbe aprirsi molto di più riguardo a questa utenza. Per esempio, oltre ai tradizionali riferimenti che il Politecnico ha e su cui investe come la Cina o i paesi di area anglosassone per catturare studenti in lingua inglese, una prospettiva molto importante secondo me è l’area sahariana e sub sahariana. Potrebbero diventare una risorsa futura importante. Sulle difficoltà riesco a fare un bilancio oggettivo alla fine dell’anno. Intanto per la particolarità della disciplina è difficile generalizzare, la prospettiva

che io ho è quella di un progetto di architettura dove il lavoro riguarda il disegno e l’elaborazione tridimensionale dello spazio architettonico. Ovviamente c’è un processo di trasmissione delle informazioni, della conoscenza, che avviene attraverso un altro canale che non è un canale tradizionale. Questo implica delle difficoltà oggettive, sia nei ricettori, cioè negli studenti, sia in chi li trasmette. Io non avrei accettato l’incarico se avessi avuto qualche dubbio riguardo al bilancio generale, ai vantaggi e agli svantaggi dell’erogazione in lingua inglese del mio corso e riguardo ai benefici che gli studenti potrebbero avere. Qualora questo bilancio all’inizio, quando ho accettato, avesse instillato in me dei dubbi circa il fatto che fosse sfavorevole rispetto agli

sono fondanti sia per architettura e società sia per architettura civile. A lei è mai capitato di tradurre concetti o parole come tipologia o modello insediativo, parole che portano con sé un retroterra culturale? Mi sono imbattuto proprio in queste parole e typology è l’ultimo dei problemi. Tradurre comportamenti d’uso dello spazio architettonico, che è un argomento centrale nel mio laboratorio, non è semplice in inglese e quindi occorrerebbe trovare perlomeno dei modi che possano consentire di trasferire la nozione di comportamento d’uso dello spazio anche in inglese o a dei referenti inglesi che capiscono che la progettazione non riguarda solo gli spazi, ma riguarda come tu entri dentro gli spazi e l’uso che ne fai e l’interazione che hai.

lativamente importanti, molte buone traduzioni si trovano! Una cosa che ho scoperto è leggere, per esempio, “Form and design” di L. Kahn direttamente in inglese. Volevo aggiungere una riflessione: la cosa strana è che l’unica difficoltà che trovo è quella di avere una classe di 50 studenti di cui 40 sono italiani che all’inizio preferirebbero tranquillamente la lezione in italiano, perché sarebbe più naturale per loro, nonostante abbiano accettato o scelto di fare il corso in inglese. Ma se c’è una piena collaborazione, un bel clima, c’è anche una maggiore disponibilità da parte dello studente e del docente di venirsi incontro e se questo si instaura subito, aiuta a superare tantissime difficoltà. L’altra cosa che ho fatto è il confronto rispetto alla scaletta dello scorso anno. Poiché non ho spostato né i temi né gli obiettivi, sto controllando se si riesce a tenere il passo. Viste anche le discipline di cui tratto, però, resta il fatto che dobbiamo prevalentemente disegnare e progettare, cioè usare molto la testa, la mano e la matita e quindi ridurre all’essenziale la comunicazione. Un aspetto della lingua inglese è quello di essere sempre estremamente sintetica e precisa e puntare sempre al concetto centrale, il che è molto positivo.

«Un aspetto della lingua inglese è quello di essere sempre estremamente sintetica e precisa e puntare sempre al concetto centrale, il che è molto positivo.»

Che cosa dice rispetto alla bibliografia? Ecco, sulla bibliografia, prima di accettare il corso, ho verificato i testi che prevalentemente usavo. Intanto i miei, ma poi anche quelli di riferimento hanno tutti una traduzione in lingua inglese: ho verificato caso per caso. Ci sono dei buchi ma questi buchi li cerchiamo di compensare. Lavorando anche al primo anno con autori re-

Le prime impressioni degli studenti Corso di Strutture in Ingegneria Civile erogato in lingua inglese di Maria Chiara Padovani

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n previsione del progetto di internazionalizzazione del Politecnico, è stata presa la decisione da parte del dipartimento di Strutture di rifarsi alla disposizione dei corsi in inglese già da settembre di quest’anno. Di conseguenza una delle specialistiche con più iscritti e forse meno studenti stranieri è attualmente tenuta in inglese ad eccezione di un paio di corsi. Solo per quest’anno, inoltre, sono state fatte alcune eccezioni a tutela degli studenti quali la possibilità di scegliere se sostenere l’esame in inglese o in italiano e la disposizione del materiale didattico in entrambe le lingue. Insomma, gli studenti di strutture sono stati investiti

dell’onorevole compito di cavie per questo esperimento di internazionalizzazione di tutto l’ateneo, una sorta di palestra per docenti non usi a trasmettere la loro conoscenza e la loro esperienza in una lingua non propria. Sono una studentessa del secondo anno della specialistica che si è laureata alla triennale al Politecnico di Milano a marzo del suo quarto anno e nello stesso mese si è iscritta alla specialistica di strutture, lasciando indietro un paio di esami del primo semestre della specialistica. Uno di questi lo avevo già seguito in italiano un anno fa e ora, non avendolo sostenuto lo sto riseguendo in inglese. Registro in questa sede le principali difficoltà che sto affrontando come studente. É più complesso intendere quanto si sente, per lacune linguistiche sia da parte degli studenti che da parte di chi siede dietro alla cattedra. Le domande poste dagli studenti richiedono il più delle volte solo di ripetere più che di approfondire e in talune circostanze il professore si ripete senza che nessuno glielo do-

mandi: le tempistiche in questo modo sono rallentate e questo, ahimè, va spesso a discapito delle esercitazioni. Durante le lezioni si perdono la maggior parte dei commenti magari non strettamente necessari ai fini dell’esame, ma che rendono più ricca e più interessante la lezione dando utili spunti per la comprensione. Percepire il filo conduttore della spiegazione è comunque possibile grazie al fatto che i docenti si servano di strumenti di scrittura come lavagna o slide. In tutto questo lo studente rimane per forza di cose lasciato un po’ a sé con tutto il materiale fornito (in lingua inglese e italiana) e si deve “smazzare” da solo il grosso del lavoro. Libri di testo e dispense non sono più un supporto agli appunti presi in classe bensì lo strumento principale di lavoro senza il quale ci si ritrova spaesati; se gli appunti sono diventati solo un indice per capire quali argomenti del libro saltare e quali no, cosa ci vado a fare a lezione? Il rischio che intravedo è che in sede d’esame le alternative siano due: o che l’ alunno si trovi meno preparato o che il docente, consape-

vole delle difficoltà nelle quali i suoi studenti si trovano immersi, abbassi il livello di preparazione necessaria; in entrambi i casi la didattica perde di qualità, a meno di un impegno notevolmente maggiore da parte dello studente. Ora, non è l’impegno che mi spaventa tuttavia sono convinta che esistano dei tempi nei quali è possibile prendere provvedimenti per limitare i danni. Ad esempio un anno di lavoro in cui sia studenti che docenti possano prepararsi seguendo dei corsi di inglese o ristrutturando il corso per via di standard di apprendimento necessariamente differenti. In tal modo si darebbe l’opportunità agli studenti di valutare il trasferimento ad un altro ateneo, possibilità che non è stata concessa a chi si è iscritto quest’anno o a chi, come me, si trova a dover seguire solo un semestre e ormai non può più scegliere! Posto che la possibilità in gioco sia quella di un guadagno sia per l’ateneo sia per gli studenti, la decisione di anticipare da noi le disposizioni non solo rende più complessa la vita a studenti e docenti, ma oltretutto


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non ci lascia nemmeno fruire di tutti i vantaggi promessi a seguito dell’internazionalizzazione, per via del troppo poco tempo a disposizione. Ci viene detto che la prospettiva sia anche quella che si possa essere più eclettici un domani in cui, per scelta o per condizione, ci si trovi a lavorare all’estero, tuttavia col fatto che da quest’anno c’è la possibilità di scelta dell’esame in inglese o in italiano il beneficio che resta è solo quello di saper tradurre certe specifiche terminologie, a sfavore della capacità di comunicare in una lingua diversa. A questo fine sarebbe dunque più utile per mia esperienza personale anche solo un semestre trascorso in un paese anglofono, soluzione non molto incentivata nel nostro Ateneo. A mio parere occorre un lavoro accurato da parte dei docenti oltre ad una collaborazione affinché ci sia una preparazione tempestiva sia dello studente che del professore, attraverso soluzioni come corsi di lingua (che in parte sono già in atto) o creazione di possibilità di scambi internazionali non solo per studenti ma anche per docenti.

Una fatica forse conveniente di Emanuele Candiani

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ono uno studente del quart’anno di ingegneria civile e seguo i corsi della specialistica di strutture che da quest’anno sono erogati interamente in inglese e ammetto che se dovessi fare una prima mia valutazione su come stanno andando i corsi in

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inglese non sarebbe positiva. In primo luogo perché capisco che oltre alla difficoltà dei concetti da capire si aggiunge la difficoltà a comprendere la spiegazione: questa cosa è quella che mi scoraggia maggiormente perché pur mettendocela tutta per stare attento alcune volte non riesco a comprendere il significato delle frasi. Questo sicuramente è più dovuto al fatto che la mia preparazione in inglese non è ottima però riscontro anche una certa difficoltà dei docenti ad esprimersi chiaramente. In secondo luogo, e come conseguenza di quanto detto, dopo quasi tre mesi di corsi, i miei appunti si sono ridotti a una mera trascrizione di quello che viene scritto alla lavagna con poche note di fianco e quindi c’è bisogno più che mai di avere un testo di riferimento in italiano per capire. Valgono in questo caso delle attenuanti generali: per esempio il fatto che i professori tengono lezione in inglese per la prima volta e anche loro trovano una certa difficoltà ad esprimersi chiaramente in inglese - difficoltà che si dice svanirà col tempo -, oppure che gli studenti non accolgono volentieri uno sforzo ulteriore da fare a lezione e quindi giudicano la cosa in maniera negativa. Però sinceramente non mi aspettavo di fare così fatica e l’impressione dominante è che ne vada di mezzo la didattica. In fin dei conti la mia preoccupazione più grossa è che la mia formazione non sia compromessa. Perché quando uno capisce le cose, le approfondisce e magari coglie i nessi con altri argomenti studiare è molto più bello, interessante e produttivo. Come affrontare dunque una tale situazione? Sicuramente è per me l’occasione di riprendere con più continuità gli appunti confrontandoli con il libro di testo, imparare di più a ragionare sui problemi e non ad applicare formule casuali. Ora, non che in italiano non facessi già queste cose, però alcune volte capita di dare per scontato alcuni concetti perché

si sono “logicamente capiti” ma non “profondamente compresi”. Non metto in dubbio che sia più faticoso e qualche volta un po’ demoralizzante però in fin dei conti è giusto fidarsi di chi ha deciso questa cosa per noi, fidarsi di professori che forse sanno più di noi qual è il valore dell’inglese nel mondo professionale. Da ultimo va detto che noi studenti siamo stati rassicurati dai docenti che l’approccio, il metodo e la didattica fino ad ora proposti dal Politecnico non verranno modificati in nome della tanto conclamata “fama internazionale” e per cui non dobbiamo temere della qualità della didattica. Anche se questa promessa in questi mesi sembra esser stata disillusa, l’unica posizione conveniente è fidarsi di gente più adulta di noi, impegnandosi a contribuire in modo utile e costruttivo a migliorare l’ “inglese al poli” e accettando di buona lena questo sforzo, anche se non ne vediamo già i frutti. Forse, ma mi riesce difficile convincermene, è una fortuna che siamo i primi a poter sperimentare le lezioni in inglese. Fidiamoci.

Corso di lingua inglese di Sofia Cevoli

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ono una studentessa del terzo anno di Design della Moda e attualmente sto frequentando i corsi di inglese dello Shenker offerti ad un prezzo molto scontato dal Politecnico. I motivi che mi hanno spinto a frequentare questi corsi sono da un lato superare le certificazioni necessarie per accedere alla magistrale e saperla poi affrontare

(dato che farò l’ultimo anno in inglese), dall’altro approfondire l’inglese dato che mi rendo conto che ormai nel campo della moda sia fondamentale possederne un alto livello. Inoltre ho deciso di aderire a questa iniziativa visto il basso costo e l’ottimizzazione del tempo: le lezioni infatti si svolgono nelle strutture del proprio campus e questo permette una comodità anche rispetto agli orari di lezione curricolare (e per me è stato veramente importante vista la mole di lavoro richiesta al terzo anno nei corsi di moda). Faccio qualche accenno sull’organizzazione dei corsi: viene fatto inizialmente un test che serve per dividere in diverse “fasce” gli studenti in base al loro livello attuale di inglese (io ad esempio sono nell’Intermediate 2). Le lezioni vengono svolte due volte alla settimana a orari serali e sono tenute da professori qualificati (alcuni madrelingua) che parlano unicamente in inglese: questo è stimolante in quanto fin da subito abbiamo notato come questo approccio aiuti gli studenti a sforzarsi sempre di più e di conseguenza a migliorarsi. Inoltre la modalità di insegnamento si basa su dialoghi orali durante i quali ogni studente è chiamato ad intervenire. Tuttavia nel mio corso specifico di Intermediate 2 non viene approfondita la parte relativa allo scritto e alla grammatica che è da studiare per lo più individualmente. Fin d’ora questi corsi sono stati utili per rafforzare il mio livello di conoscenza della lingua parlata: i continui dialoghi permettono di chiarire l’esposizione e la presentazione delle mie idee. D’altra parte però mi piacerebbe che nei corsi fosse insegnato anche un modulo di grammatica… Inoltre penso anche che i corsi potrebbero essere maggiormente focalizzati sulla preparazione dei certificati richiesti dal Poli per accedere alla specialistica.

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i sembrava molto interessante riportare questo grafico che analizza il livello medio dell’inglese suddiviso per fasce d’età. Infatti si possono fare le seguenti riflessioni: gli studenti al termine della scuola superiore parlano mediamente un buon inglese probabilmente perché hanno appena completato i diversi anni di formazione linguistica superiore. Tuttavia nel periodo “universitario” (dai 20 ai 25 anni) c’è un forte calo di performance (soprattutto nel contesto italiano).

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Solo quando ipoteticamente si finisce l’università e si entra nel mondo lavorativo (tra i 25 e i 29 anni), c’è un netto miglioramento. Forse questo è indice del fatto che le imprese richiedono all’inizio un certo livello di competenza dell’inglese a cui i giovani lavoratori devono in qualche modo adattarsi. Inoltre potrebbe essere possibile che l’utilizzo dell’inglese al lavoro rinforza le competenze linguistiche acquisite e nel tempo migliora le capacità di espressione. I dati peggiori registrati tra gli adulti di mezza

età invece riflettono probabilmente un divario generazionale piuttosto che la negligenza verso l’inglese: queste persone sono cresciute in un periodo in cui l’inglese era meno importante, sia a scuola che nel lavoro. Quest’ultimo grafico mostra il livello di competenza nei diversi settori economici (è stato fatto però su base internazionale). Da notare come telecomunicazioni, edilizia, ingegneria, aviazione e tecnologia sono ad un livello medio, mentre il settore dell’energia è tra le ultime fasce

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d oggi qual è il livello di conoscenza della lingua inglese in Italia? In che modo si sta evolvendo? Interrogati da queste domande e curiosi di capire quale sia il contesto attuale in cui il Politecnico si appresta a internazionalizzarsi, riportiamo di seguito alcune nostre elaborazioni derivanti dalle recenti indagini eseguite da EF (Education First, organizzazione internazionale specializzata nella formazione linguistica) in merito alla conoscenza della lingua inglese nei diversi paesi. Lo studio ha utilizzato numerosi dati raccolti in un periodo di tre anni

(2009-2011) attraverso dei test gratuiti (grammatica, lessico, lettura e ascolto) sostenuti da più di un milione di persone in tutto il mondo. Da questi dati ha ricavato poi un indice di performance dell’inglese, noto come EPI (English Proficiency Index), con il quale viene periodicamente stilata una classifica a livello mondiale ed europeo. In queste classifiche le prime posizioni sono occupate da stati europei del nord mentre l’Italia è solo 24esima, in calo di una posizione rispetto agli anni precedenti, dietro ai principali paesi industrializzati europei quali Germania (9), Spagna (18) e Francia (23).

di un basso livello di competenza. Si può dedurre che da un’università come il Politecnico devono uscire studenti che non possono non avere un adeguato livello di conoscenza dell’inglese. Ormai questo costituisce un requisito essenziale (salvo eccezioni) per la propria professione. I motivi sono molteplici e concatenati fra loro: dal lavoro in gruppo alla comunicazione con partner esteri, per arrivare alla condivisione di informazioni e conoscenze.

BUON LIVELLO DI COMPRENSIONE LIVELLO MEDIO DI COMPRENSIONE BASSO LIVELLO DI COMPRENSIONE BASSISSIMO LIVELLO DI COMPRENSIONE


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GRATTACIELI Una sfida “verticale” per l’ingegneria di Stefano Riva

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pproccio Concettuale alla progettazione di Edifici Alti: questo è stato il titolo che abbiamo dato al ciclo di incontri che abbiamo proposto nei corsi che frequentiamo di Ingegneria Civile ed Edile. Il titolo in sé può apparire molto tecnico e specialistico ma quella parola “concettuale” cela la dinamica con cui l’iniziativa è nata, che per certi versi è

sorprendente. A maggio abbiamo invitato il prof. Mola, docente di Calcestruzzo Armato e Precompresso, ad un incontro riguardante la progettazione. Di fronte alla passione che il professore mostrava nel raccontarci il lavoro che stava seguendo nel cantiere di City Life è stato immediato per noi tirar fuori le preoccupazioni che avevamo rispetto allo studio di tutti i giorni. In che modo emerge l’approccio ingegneristico alla costruzione di edifici alti? E’ semplicemente un problema di analisi di molti dettagli separati? Da qui è nato, su sollecitazione del prof. Mola stesso, questo ciclo di incontri che sono stati pensati come un vero e proprio percorso che raccontasse qual è lo sguardo con cui si approccia al suo lavoro e ai problemi che pone. L’aspetto fondamentale che è emerso riguarda la forte interconnessione che presenta la costruzione di questo genere di edifici che richiedono una visione organica della struttura unendo molti aspetti che abbiamo studiato ma che sembravano dettagli separati l’uno dall’altro. E’ solo grazie ad uno sguardo d’insieme che possono emergere le criticità di un progetto. Un esempio di questo riguarda gli impalcati di Palazzo Lombardia sui quali la società americana di architettura Pei Cobb Freed & Partners aveva posto vincoli realizzativi che comportavano entità di spostamento elevati per la struttura e quindi livelli di

comfort minori per gli occupanti. Si è così proposto di sostituire impalcati realizzati con sistemi di presollecitazione con altri con sezioni maggiori ma alleggeriti con elementi sferici vuoti. La soluzione semplificava numerosi aspetti costruttivi e questo ha permesso di vincere le remore e il pregiudizio con cui lo studio americano guardava la soluzione che era stata prospettata. La varietà di conoscenze necessarie per la costruzione porta anche ad interfacciarsi con aspetti che di per sé non sono noti: è il caso della progettazione del grattacielo della sede della Regione Piemonte. L’architetto dell’edificio è Massimiliano Fuksas ed ha previsto che l’involucro sia interamente costituito da vetrate; a differenza di quanto avviene nel

Palazzo Lombardia in cui la copertura vetrata ha ancoraggi alla struttura in CLS. In questo caso il vetro si aggancia ad un’apposita struttura metallica autoportante. Il problema che si è posto è quello delle elevate deformazioni dell’acciaio che potrebbero portare a frequenti rotture in un materiale fragile come il vetro. Facile sarebbe stato per un professore dichiarare l’infattibilità del progetto ed invece è iniziato una stretta collaborazione tra il prof. Mola ed un’azienda produttrice di facciate vetrate per la modellazione del comportamento della struttura. La mancanza di conoscenze ha implicato una nuova mossa alla ricerca di figure che possano permettere di affrontare in maniera più approfondita il problema. Da questo ciclo di incontri, quindi, non ci rimane solo la moltitudine di dati tecnici, che comunque ci ha fornito, ma lo sguardo critico con cui affrontare gli aspetti di dettaglio che tutti i giorni ci si trova ad affrontare senza soffocarvi. È significativo come molti studenti abbiano partecipato a questi incontri pur non avendone un tornaconto personale o a livello didattico: è il segno che questa stessa passione è quella che tutti i giorni desideriamo avere in università nello studio; la provocazione che lo studio genera, positiva o negativa che sia, ci spinge ad andare sempre più nel dettaglio, non accontentandoci del semplice dovere finalizzato a superare il singolo esame. È altresì evidente come questa posizione debba approfondirsi ripetutamente e per questo continueremo quindi ad invitare professionisti che grazie a questa passione costruiscono.

Dove si forgia il successo

di Saul Bosatelli

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el mese di Ottobre Lista Aperta ha organizzato, grazie al contributo messo a disposizione dal Politecnico, una visita presso Tenaris-Dalmine e Brembo. Abbiamo deciso di visitare queste due realtà industriali col desiderio di vedere applicati i concetti studiati durante questi anni tra i banchi dell’università e curiosi di avvicinarci ad ambienti lavorativi che, nei prossimi anni, ci potrebbero vedere coinvolti in prima persona. In Tenaris, che è leader mondiale della produzione di tubi senza saldatura, i responsabili di produzione ci hanno spiegato l’intero ciclo produttivo che parte dal rottame sino ad arrivare al prodotto finito. Successivamente siamo stati condotti in reparto dove è stato possibile ammirare l’imponente forno rotativo, in-

stallato da pochi anni nel sito di Dalmine, e un treno di laminazione per la produzione di tubi seamless. È stato interessante constatare come Tenaris, attraverso l’istallazione di questo nuovo forno, abbia dimostrato la volontà di rilanciare lo stabilimento nonostante il periodo di forte crisi che stiamo attraversando. Infatti l’investimento per smantellare il vecchio forno e crearne uno nuovo, con dimensioni contenute ma con una potenzialità 5 volte superiore, avrebbe permesso uno slancio futuro considerevole per l’azienda ma allo stesso tempo richiedeva un costo pari all’incirca a 30 milioni di euro. Quindi per poterlo realizzare hanno iniziato un dialogo con il loro personale che ha portato a un’inaspettata collaborazione per portare avanti il progetto che rischiava di non partire per l’elevato costo. Questo è stato un bellissimo esempio

di come, per risolvere le situazioni difficili che la crisi ci mette di fronte, bisogna ripartire innanzitutto dalle persone! Nel pomeriggio ci siamo invece diretti presso il polo scientifico “Kilometro Rosso” in Stezzano, dove abbiamo visitato il reparto Brembo che si occupa della produzione degli innovativi freni carbo-ceramici che equipaggiano auto esclusive di case leggendarie quali Ferrari, Lamborghini, Maserati, Aston Martin… In questo nuovo settore è stato interessante scoprire che due concorrenti quali Brembo e la tedesca SGL Carbon si siano uniti in una joint venture con l’obiettivo comune di sviluppare sistemi frenanti in carbonio ceramico. Anche qui ci è stata data la possibilità di visitare la produzione dei dischi freni evidenziando le soluzioni adottate per produrre un componente così complesso e all’avanguardia mantenen-

do ottimi standard qualitativi. Nell’organizzare questa esperienza è stato bello constatare l’attenzione e la disponibilità di Tenaris e Brembo nei confronti di noi studenti. Infatti permetterci di visitare i siti produttivi in condizioni di completa sicurezza ha comportato per entrambe le aziende uno sforzo notevole a cui non si sono sottratte, consentendoci di vivere una giornata molto interessante. Un altro aspetto che ci ha particolarmente colpito è la filosofia di conduzione del lavoro che prevede il pieno coinvolgimento delle maestranze che giocano un ruolo primario nello sviluppo del prodotto e del ciclo produttivo. Questo approccio risulta essere molto stimolante per tutti i dipendenti e contribuisce a far sentire ciascun soggetto parte attiva della realtà in cui lavora portando un deciso beneficio per l’azienda stessa.


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16 febbraio 2012, Parigi. Bruce Springsteen in una conferenza presenta al mondo il suo diciassettesimo album in studio: Wrecking Ball.

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di Virgilio Ferroni

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PEOPLE GET READY! A

ncora una volta la sua musica presenta il conto delle situazioni più brucianti della realtà contemporanea: “il mio lavoro si è sempre occupato di giudicare la distanza tra la realtà Americana e il Sogno Americano, la crisi economica è stata un’enorme crepa che ha spezzato gravemente la società Americana e le ripercussioni si sono iniziate a sentire”. Tredici tracce dai toni quanto mai duri e drammatici, e i versi, intrisi di rabbia, con la concretezza di una fotografia di Dorothea Lange, accettano la sfida di mettere a fuoco le situazioni più gravi e faticose della società americana, messa in ginocchio dalla recessione. La gente si deve inventare qualsiasi tipo di lavoro per sopravvivere, ma “se mai avesse in mano una pistola” metterebbe al muro quelle figure che Bruce vede star dietro a questa situazione: banchieri e baroni che alla ricerca spensierata di “easy money” ingrassano tanto quanto i lavoratori dimagriscono pagando. Il brano di

apertura del disco ripete incessantemente la domanda “Where’s the promise from sea to shining sea?”. Così Springsteen oggi chiede dov’è finita quella speranza che dall’Atlantico al Pacifico aveva fatto dichiarare ufficialmente ai padri fondatori il Diritto inalienabile alla ricerca della felicità e un paio di secoli dopo faceva annunciare a lui dalle onde radio che essendo “Nati per correre (…) le strisce bianche dell’autostrada ci porteranno ovunque vogliamo. Il Paradiso ci sta aspettando sulla strada, prendimi per mano, viaggeremo per cercare la terra promessa1 ”. Questo album è aggressivo già dal titolo (Palla da Demolizione) e senza mezzi termini ci invita, «se c’abbiamo il fegato, se c’abbiam le palle», a portar qui i bulldozer, la wrecking ball, ad avere il coraggio di demolirci, rimetterci in discussione e ripartire da capo. Ma da dove ripartire? A cosa ci si può affidare per tornare a vivere in modo degno? Più si ascolta questo album più si scopre

quanto sia indescrivibile e stupefacente l’umanità di Bruce Springsteen. Quasi come un padre ci prende e afferma «Ascoltami bene my sonny-boy, sicuro come il sole che sorge i ladri ritorneranno», ma una cosa sfugge ai loro conti: nel mondo inginocchiato dalla crisi economica, quello che manca, nella depressione di questa crisi, è il tuo cuore. «This is my confession: In this depression, I need your heart.2 » Ci siamo risvegliati “incatenati e pestati”, ma la vera libertà “che tiene lontano i demoni”, piccolo sonny-boy, che ci fa vivere da uomini liberi: «è la camicia sporca e sudata, è il sole in faccia e la vanga conficcata nello sporco», il punto a cui guardare è quel fattore che «non lo puoi comprare, non lo puoi imparare, né fabbricarlo, né rubarlo né tanto meno sognarlo, ma, baby, ce l’hai, cosa aspetti a darmelo? Non ha un nome, non sai di cosa è fatto, ma ne conosci bene il sapore ed è concreto come non mai, baby tu ce l’hai, è prezioso non sprecarlo3». Il Boss si

apre ancora alla musica of our own, della gente concreta, lo fa offrendo un percorso che affonda nelle radici della musica popolare con le più tradizionali gighe di Death To My Hometown e American Land e nello spritual negro Shackled and Drawn, ma arriva al più profano (ricchissimo) contemporaneo hip-hop di Rocky Ground, passando per la schitarrata folk-rock che dà il titolo all’album e per un po’ di buon blues in You’ve got it. Ancora una volta, a 62 anni suonati, Bruce Springsteen arriva come un treno nelle nostre orecchie e ci scuote proponendo un’arte che è completamente ancorata alla vita concreta, di cui si avverte tutta la difficoltà ma ne intuisce anche la speranza inestirpabile.

Thunder Road, Born to run, 1975. This depression, Wrecking ball, 2012. 3 You’ve got It, Wrecking ball, 2012. 1

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n seguito al terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 si apre l’indagine per la ricerca di eventuali colpevoli della catastrofe. Vengono indagati i vertici della commissione grandi rischi, che è la struttura di collegamento tra il Servizio Nazionale della Protezione Civile e la comunità scientifica, composta da scienziati ed esperti del settore. Per tutti gli imputati - Franco Barberi, presidente vicario della Commissione Grandi rischi; Bernardo De Bernardinis, già vicecapo del settore tecnico del Dipartimento della protezione civile; Giulio Selvaggi, direttore del Centro nazionale terremoti; Gianmichele Calvi, direttore Eucentre; Claudio Eva, ordinario di Fisica all’Università di Genova; Mauro Dolce, direttore Ufficio rischio sismico della Protezione civile ed Enzo Boschi, all’epoca presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia - i capi d’accusa sono omicidio colposo, disastro colposo e lesioni personali colpose. Il 22/10/2012 gli scienziati sono stati dichiarati colpevoli della morte di 29 persone e del ferimento di quattro. I comportamenti delle vittime sono stati messi direttamente in relazione alla sottovalutazione del pericolo da parte della Commissione Grandi Rischi. Ciò ha scatenato questa settimana la protesta di gran parte dei

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responsabili dell’odierna commissione grandi rischi, che si sono dimessi. In una intervista sul Sussidiario. net, Enzo Boschi afferma: “… È un’accusa che mi distrugge e mi avvilisce. Non ho ancora capito bene di cosa sono stato accusato e non ho capito per quali motivi sono stato condannato. Io non ho mai rassicurato nessuno né attraverso la carta stampata né attraverso televisioni o radio, e sfido chiunque a trovare una mia dichiarazione pubblica che rassicurasse i cittadini aquilani … Non sono stato negligente, anzi, mi sono dedicato sempre con grande attenzione alla pericolosità sismica in Italia producendo, fra l’altro, numerosi risultati. Non so bene cosa dire...”. Rincara poi la dose, affermando che il terremoto non poteva essere previsto in alcun modo: “Assolutamente non c’era modo di farlo. Se poteva essere previsto, l’avrei fatto. In Italia nessuno è in grado di prevedere i terremo-

ti e ormai questo dovrebbe essere chiaro. Non sono veramente in grado di commentare oltre questa situazione”. Cercando di non eludere le responsabilità reali dei tecnici, si deve ammettere che la scienza ha dei limiti intrinseci. Con questo non vogliamo dire che il tecnico non abbia mai colpe, ma che questo vada perseguito per ciò di cui è effettivamente responsabile, come ad esempio il crollo della casa dello studente. Come riportato da fonti autorevoli quali il Prof. Stefano Gresta, Presidente Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, e Armando Zambrano, Presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegneri, in questo caso e più in generale in materia di terremoti non è effettivamente possibile stabilire quando, dove e con quale intensità se ne verificherà uno. Ai nostri occhi sembra che si sia tentato di trovare un capro espiatorio per dare le colpe a qualcuno dell’accaduto. Il tutto spinto da

Assolutamente non c’era modo di farlo. Se poteva essere previsto, l’avrei fatto. In Italia nessuno è in grado di prevedere i terremoti e ormai questo dovrebbe essere chiaro. Non sono veramente in grado di commentare oltre questa situazione”.

una sorta di sentimento giustizialista, dalla necessità impellente di mettere le cose a posto. È difficile ammettere che il dato della vita non è in mano nostra e si cerca di chiudere questa grandissima ferita. Umberto Veronesi mercoledì 24/10 afferma: “Si accusa la scienza di non accettare limiti, ma quando li mostra, la società la condanna…”. La scienza è quell’elemento della realtà capace di dare una risposta totalizzante? Prevedere tutto non dipende dal tempo, è impossibile. Ci sarà sempre qualcosa che ci dice che non possiamo possedere tutta la conoscenza di un oggetto. Non troveremo mai un modello così accurato che ci consenta di prevedere meccanicisticamente il comportamento di una qualsiasi cosa; si può solo assottigliare il divario fra modello e oggetto, ma il primo non sarà mai esaustivo del secondo. In un suo scritto Einstein riprende l’immagine galileiana del libro del mondo scritto in linguaggio matematico. Einstein aggiunge che il libro è di genere giallo ed ha una soluzione ultima e infine conclude: “non di rado una teoria apparentemente perfetta si rivela inadeguata alla luce di nuove letture; fatti nuovi emergono che la contraddicono o che essa non riesce a spiegare. Ma più leggiamo e più cresce la nostra ammirazione per la perfetta composizione del libro, anche se la soluzione generale sembra allontanarsi a misura che avanziamo.”


12 // Dicembre 2012 • Anno VI

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84- Pessima meta da Erasmus 85- Sta facendo un cruciverba 86- Antivirus gratis 87- Possiede un’ottima coppa 88- Le usa solo Tarzan 89- Terzino della Juve 91- Legumi per punizioni corporali 92- Gas nobile 94- La salvezza 96- Ci vanno gli ingegneri idraulici 101- Relativo ai sogni 105- Vino laureato 106- Quella del Poli è in via Golgi 107- Lago asiatico 108- Il Poli ha il “Fantoli” e il LUCE 109- Una i sulla tavola

ORIZZONTALI 1- I floppy ne hanno 1,42 3- Il pupazzo di Antonio Ricci 9- Evidentemente ne hai uno da finire 16- Il sito della scuola di ingegneria dell’informazione 21- Bruciato 22- Ritardato come un personaggio di Dostoevskij 24- Bocchino (le iniziali) 26- Insetto in politica 28- Il nome della Thurman 30- Possono essere sismiche o radio 32- Marca di sigarette 34- Come il chiodo o lo yoghurt 37- Persona di dubbia importanza 38- Il circuito resistenza-induttore 39- Porta un sacco di gente al Poli 41- Ha sostituito “regio” sul rettorato 46- La materia che studia le mappe 48- Medici in prima linea 1

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49- Saliva in proiettile 51- L’assicurazione obbligatoria 52- Si svolge a SanAndreas e Vice City 53- L’oggetto dell’omaggio 57- Indirizzo di un computer in rete 59- Il negato informatico 60- Il proprietario del Jetmarket 63- Il protagonista di Matrix 64- Il notturno che fa vedere al buio 65- Il filtro delle balene 67- Roccia metamorfica 69- e i ∏ + 1 70- Piscine e università ne sono piene 71- Il dipartimento di elettronica 72- Sta a 90° 75- Linguaggio da nerd 77- Una vecchia 500 non ci entra, una nuova si 78- L’elettrodo che ossida 81- Sta scritto sulle bottiglie 82- Ha una striscia e degli abitanti 83- Munch ne ha fatto uno 7

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VERTICALI 1- Gli Abba hanno la mia 2- Elemento liquido 3- Lo standard 2G dei cellulari 4- La targa di una regione intera 5- Un prefisso per due 6- Studia le acque sotterranee 7- Biologica senza logica 8- Ercole, professore del Politecnico che ha una targa nella stazione di Piola 9- Sugli stinchi fanno male 10- Iniziali di Golgi 11- Difficile o ispido 12- Collega piazza Leonardo con piazza Piola 13- Le aule con la 26 14- Contenitore sportivo a tracolla 15- Il luogo dei convegni in architettura 17- Un vanto del Politecnico 18- Le origini di Goku 19- Incapace 20- Le aggiunte della redazione 23- Il principio della filosofia cinese 24- Ti è venuta quando hai deciso di fare questo cruciverba 25- Sedici si sono chiamati così 27- Al Poli ce n’è una aperta 29- La via del dipartimento di chimi-

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by Caronte

Interamente finanziato dal Politecnico di Milano

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on avete idea di quello che significa un blocco dello scrittore. A parte che quando in redazione ti dicono “Scrivi un pezzo ironico sul desiderio!” è come se ti chiedessero di insegnare gli scacchi a Renzo Bossi: non è che non ce la fai, ma il risultato sarebbe sempre deludente. Comunque non riuscivo a farmi venire in mente nulla e allora una vocina da dentro mi ha detto: “Ehi, sveglia. Una tua grande passione è l’enigmistica, no? Non hai mai abusato dello spazio in fondo al Polipo sinora, potresti prenderti una libertà, no? Magari fai un favore al popolo annoiato dalle lezioni di geometria…”. Non ho mai dato grande retta alle voci interiori (avrei dovuto uccidere un sacco di gente) però l’idea non era così male e allora mi sono sfidato a celebrare i 150 della nostra università con un cruciverba a tema. Ora sfido anche voi a farlo (spero di non averlo fatto facile) e vi sfido anche a non accontentarvi mai. Perché l’unica cosa che so del desiderio è che è un motore potentissimo, che ti spinge a scrivere cruciverba astrusi e interi giornali solo per raccontarlo alla gente. Non diventate mai come il cretino in fila davanti a me dal paninaro, che vive le ore aspettando le pause, i giorni aspettando il weekend e i mesi aspettando le vacanze. È semplicemente stupido...

ca 31- L’ingegnere con la passione del silicio 33- O è internet o è archeologico 35- Possiede una penna nera 36- La materia della meccanica delle terre 40- Bello come un rettore 42- Risata da chat 43- Le iniziali di Voldemort 44- La pianta di Gio Ponti 45- L’opposto di star 47- L’ingegnere dei laser e delle nanotecnologie 50- Le pari della Cusl 53- Va spesso a braccetto con la genialità 54- Si mette alla fine della dimostrazione 55- La concorrente principale di Esselunga 56- L’unica è Magò 58- È sullo stomaco o nell’uovo 61- Gas sfuggente 62- I caratteri dell’indirizzo internet 66- Non ha il terzo piano 68- Appellativo regale 73- Il miliardesimo prefisso 74- Sta con lei 76- Frutto arancione molliccio 78- Bar per vampiri 79- Con Homme al contrario fa emmohroid 80- Disonore 86- Dopo BC 90- I suoi soci hanno l’assistenza stradale 93- Sta col cavallo e il fante 95- Tallio 96- Ordered list 98- Nello stesso posto (abbr.) 99- Il dominio dell’argentina 100- Il dio del sole 102- Si dice al colesterolo 103- Risposta 104 al rovescio 104- Inizio della definizione 103 105- Lo stilista Dolce


Polipo ANNO VI - Numero 3