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Tentacoli di Giudizio DIRETTORE Francesco Turati • CODIRETTORE Simone Castelli Dezza • PROGETTO GRAFICO Marco Saporiti • ILLUSTRATORI Leonardo Poma, Michele Friolotto, Caterina Fiordi, Davide Giuliano, Marco Pozzi, Damiano Meggiolaro • REDATTORI Simone Ripanti, Andrea Dell’Orto, Giulia Tosi, Nicolò Campiotti, Michele Sardini, Domenico Brambati,

Ilaria Speranza, Giovanni Beri, Andrea Lorenzi, Pietro Giacchetti, Simone Marusi, Davide Foletto, Carlo Colombo, Lorenzo Ferrari • RINGRAZIAMENTI Claudio Signorelli, Paolo Goldoni, Chiara Ventura, Matteo Bertini, Paolo Segarini, Chiara Fraticelli, Valentina Rao, Giuseppe Bianchi, Filippo Campiotti •

Editoriale

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ANNO VIII GIUGNO 2014

Il 19 Marzo il cardinale di Milano Angelo Scola è venuto al Politecnico per tenere un incontro dal titolo “Università paradigma di vita buona”. In tale occasione sottolineava che “l’università deve consegnare al mondo delle persone”, non solo bravi professionisti, ma uomini in grado di incidere in tutti gli aspetti della società di oggi. Vivere l’università come un luogo dove ci rechiamo per assorbire nozioni e diventare dei perfetti tecnici ci sembra riduttivo. Non sarebbe più interessante viverla come un posto in cui la formazione professionale si accompagna alla crescita umana? Il Politecnico può essere vissuto così? Può definirsi “paradigma di vita buona”? In questo numero di Polipo vogliamo raccontarvi che ciò è possibile e sta già accadendo. Abbiamo infatti raccolto diversi esempi che raccontano di persone che vivono l’università come luogo di condivisione, in cui vale la pena interessarsi di tutto ciò che si ha davanti. Ci accorgiamo che questo vivo interesse è ciò che ci fa diventare più uomini. La posizione assunta da Lista Aperta sull’Erasmus, non ideologica o populista, ma desiderosa che possa realmente contribuire alla formazione degli studenti; i Gruppi Studio di Analisi 1, esempio di gratuità in cui si è condiviso con le matricole lo studio; la posizione costruttiva assunta da alcuni studenti di fronte alle proteste sorte in seguito ai Workshop in Architettura Civile. Questi sono solo alcuni dei fatti che vogliono raccontare questo modo di vivere l’università come “paradigma di vita buona”. Con questo Polipo vogliamo lasciarci con una sfida: cos’è l’università per noi studenti? È solo studio? Buona lettura!!

ERASMUS

WORKSHOP CASERME

PREVIEW

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ERASMUS 2 • Giugno 2014 · Anno VIII

POLIPO tentacoli di giudizio

Un’occasione per non restare indifferenti

A cura di Simone Castelli Dezza 16 Dicembre 2013, il Senato Accademico approva le nuove “Linee guida per la mobilità internazionale” il documento che regola le esperienze di mobilità internazionale quali Erasmus, Doppie Lauree e Extra UE per tutti gli studenti del PoliMi. In tale documento compare la seguente formulazione: “Gli studenti che al momento della candidatura sono iscritti al terzo anno di Laurea Triennale o a corsi singoli e che si immatricolano ad un corso di Laurea Magistrale nell’Anno Accademico successivo potranno svolgere la Mobilità Internazionale solo al secondo semestre del medesimo anno. Questa norma si applica anche agli studenti che si iscrivono ad un corso di Laurea Magistrale al secondo semestre dell’anno in cui viene fatta la candidatura.” Ma come si è arrivati a formulare questa norma? La necessità di dare una forma più strutturata ai programmi di mobilità ha comportato la formazione di un gruppo di lavoro composto da alcuni referenti Erasmus e da rappresentanti degli studenti, in collaborazione con il personale tecnico. Compito principale: la stesura di un documento che fornisse le linee guida generali per i programmi di mobilità, valide per tutti i Corsi di Studio. Tale documento approda in Senato nella seduta del 18/11/2013. In esso non compare alcuna limitazione a livello temporale, quanto piuttosto un limite sul numero di crediti conseguibili all’estero. Tale limitazione è applicata solo a studenti non provenienti da una laurea di primo

livello del PoliMi per evitare di dare il certificato di Laurea Magistrale a studenti che abbiano conseguito un numero eccessivo di crediti formativi presso altre sedi. Durante la seduta vengono raccolte le osservazioni dei vari senatori, in particolare si conviene sull’impossibilità di discriminare studenti provenienti da Triennale PoliMi da quelli provenienti da diversa Triennale. Acquisiti i pareri dei vari senatori, l’approvazione del documento viene rimandata alla seduta successiva. Nel mese seguente tutta la componente studentesca si è mossa nel tentativo di eliminare la limitazione di crediti presente nel documento difendendo il valore dell’Erasmus come vero progetto formativo dell’Ateneo. Una limitazione dei crediti che, generalizzata su tutti i Corsi di Studio , non teneva conto delle peculiarità dei singoli CS. Dopo numerosi tentativi di mediazione e le difficoltà nel trovare un accordo, il Rettore è intervenuto proponendo una soluzione alternativa: impedire agli studenti di partire il primo semestre della propria Laurea Magistrale, senza inserire alcuna limitazione sul numero di crediti da conseguire all’estero. Questa soluzione, nata da un confronto con l’Area Amministrativa del PoliMi, ma non con i referenti erasmus, avrebbe risolto sia l’esigenza formativa (assicurare un minimo numero di crediti da fare al PoliMi), sia quella amministrativa-burocratica di impedire la partenza a studenti non ancora effettivamente immatricolati alla Laurea Magistrale. La proposta originaria del Rettore doveva addirittura estendersi a tutto il primo anno

della Magistrale ma, consapevole che sarebbe stato un vincolo eccessivo, ci ha subito proposto di impedire la partenza al solo primo semestre. Nel tentativo di indagare a fondo tale proposta, ci siamo mossi in un confronto con alcuni professori referenti erasmus, per comprendere fino in fondo le implicazioni e le conseguenze di tale decisione. Ne sono emerse numerose perplessità e criticità, che ci hanno successivamente portato a votare contro la proposta formulata dal Rettore. Eccone alcuni esempi: • il 30% degli studenti erasmus parte nel primo semestre del quart’anno; • molti esami che al PoliMi sono concentrati in un semestre, nelle sedi estere sono esami annuali o dilazionati su più semestri: questo rende molto difficile un’esperienza semestrale; • alcune università estere non permettono accordi semestrali; • in molte sedi partner il secondo semestre inizia tra Gennaio e Febbraio, ovvero quando a Milano comincia la sessione di esami. Questo rende alquanto difficoltosa la partenza al secondo semestre; • la realtà dei Corsi di Studio è varia e fortemente diversificata: determinare a priori criteri rigidi validi per tutti risulta controproducente.

Nonostante queste obiezioni (espresse pubblicamente nel discorso che trovate sul nostro sito) , nella seduta di Senato del 16 Dicembre, il documento è stato approvato. Ben consapevole delle criticità sopraelencate, sono stato il solo in tutto il consesso ad oppormi alla delibera. Da questa presa di posizione così chiara e osteggiata è nato il volantino che come Lista Aperta abbiamo distribuito a Gennaio e che trovate nel nostro sito. In tale volantino viene ribadita l’impor-


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POLIPO tentacoli di giudizio tanza dell’Erasmus e proposto un serio lavoro di confronto con i referenti per individuare le criticità e valorizzare il ruolo dei programmi di mobilità all’interno dell’Offerta Formativa nel processo di internazionalizzazione dei vari Corsi di Studio. Abbiamo infatti sentito spesso parlare di internazionalizzazione, ma sembra che l’unico passo fatto su tale fronte sia stato il passaggio in lingua inglese di tutti i corsi, senza favorire in alcun modo la mobilità in uscita degli studenti. Molti referenti non erano neanche a conoscenza della delibera del Senato, indice del mancato confronto e del metodo sbagliato con cui si è giunti alla delibera. Ci hanno segnalato ulteriori problematiche e, in collaborazione con loro, proveremo a trovare proposte per riformulare il documento per il bando del prossimo anno. Come esempio possiamo portare ciò che è successo ad Architettura Civile dove abbiamo redatto un documento, condiviso con il referente, che segnalava tutti i problemi, le criticità e gli impedimenti creati dalla delibera. Tale documento è stato presentato alla Giunta della Scuola di

Architettura Civile e, assieme al Vicepreside che se ne occupa, stiamo discutendo per capire quali modifiche apportare alle linee guida in vista del prossimo Anno Accademico. Nei vari Corsi di Studio, inoltre, ci stiamo invece muovendo per capire come valorizzare, laddove abbia senso, il ruolo dei programmi di mobilità all’interno dell’Offerta Formativa del Corso stesso. Qualora infatti il Corso di Studio decidesse che un progetto di mobilità abbia valore, deve essere chiaro il suo ruolo e bisogna creare le condizioni migliori affinché gli studenti possano favorirne.

Ma qual è il motivo che ci ha spinto a prendere una posizione così impopolare e a continuare un lavoro a favore dei Programmi di Mobilità? Oltre alle questioni critiche che vi abbiamo segnalato e al mancato confronto, fondamentale per decisioni di questo genere, la motivazione principale risiede nel fatto che crediamo che questi programmi di mobilità siano concrete occasioni di una più completa formazione per gli studenti del PoliMi. Nello scorso numero di Polipo abbiamo pubblicato vari esempi di studenti che, grazie alla loro esperienza all’estero, descrivevano la portata non solo umana ma anche formativa che il progetto Erasmus comporta. I loro racconti ci hanno convinto a muoverci affinché i programmi di mobilità possano diventare occasione di crescita per un nume-

ro sempre maggiore di studenti. Queste sono le ragioni che ci hanno spinto a prendere una posizione così impopolare ma per nulla ideologica! Di fronte a quello che stava e che sta succedendo non abbiamo potuto non reagire forti di un giudizio chiaro nato da un lavoro di confronto. Questo è la declinazione di ciò che vuol dire per noi “Università paradigma di vita buona”; non un luogo dove tutto deve andare come vogliamo che vada, ma un luogo dove di fronte a tutto ciò che succede non rimaniamo indifferenti. E ci accorgiamo che questo vivo interesse è ciò che ci fa diventare più uomini.


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Da dove ripartire? A cura di Davide Foletto, Simone Marusi e Giovanni Paterlini Durante il mese di Aprile è stato organizzato dalla Scuola di Architettura Civile del Politecnico di Milano presso il Campus Bovisa, il workshop “Progetti per Milano. Idee per la città dalla ridestinazione delle caserme e delle aree militari”. Il workshop, della durata di due settimane, è stato sviluppato da diversi team di studenti e professori, che hanno realizzato un progetto sul riutilizzo degli ex edifici militari milanesi: le tavole e i modelli realizzati durante questo lavoro sono stati esposti al pubblico negli spazi della facoltà di Architettura.

Tuttavia l’esposizione ha dato adito a forti giudizi negativi rivolti ad alcuni fra i progetti presentati: sono stati molto criticati i lavori in cui è stato imposto dal professore un approccio fortemente accademico, dove la volontà dello studente sembrava venir meno. Alcuni studenti in particolare si sono dunque mossi in maniera polemica identificandosi nel collettivo “Architettura Incivile”. Costoro si sono mossi lanciando per prima cosa la proposta di appendere dei post-it con commenti anonimi, poi af-

figgendo dei comunicati in cui è emerso il malcontento generale volto a discutere in facoltà di altri modi di fare architettura, già presenti in università, ma che non trovano spazio nelle mostre che si susseguono nei corridoi della Bovisa.

Il post-it come strumento è interessante ma sterile; non garantisce la possibilità di poter esprimere un giudizio approfondito, dando come risultato una superficialità, palese nella maggior parte dei commenti. Ma a parte questo, la spontanea iniziativa degli studenti ha acceso un coinvolgente dibattito che, anche se è andato lentamente spegnendosi, non ci ha lasciato indifferenti. Come studenti di Architettura, ma prima di tutto come uomini, siamo stati provocati da questo venire a galla di un disagio rispetto a quello che si studia in università. Una domanda che parte da un’esigenza comune: quella di andare a fondo rispetto a quello che si vive in università, arrivando ad un giudizio anche rispetto ad un fatto del genere. Cos’è per noi l’Architettura? Cos’è un Workshop? Cos’è per noi il lavoro che facciamo? Cos’è per noi il rapporto con i profes-

sori? Cosa vuol dire diventare uomini attraverso quello che si fa in università? Come studenti ci urgeva esprimere la nostra posizione sia all’interno dei Consigli di Corso di Studio che davanti ai nostri compagni di corso, stampando a nostra volta un volantino di cui ne riportiamo alcuni stralci: “Questo gesto è un punto di partenza che però non può limitarsi ad una critica fine a se stessa. Un atteggiamento che si pone in maniera contraria e autonoma, e che può portare a risultati controproducenti e nocivi. [...] Il rischio è quello di chiudersi come in una “casa di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli” (Benedetto XVI, Discorso al Bundestag, settembre 2011), senza alcun rapporto con l’esterno. Allo stesso modo noi ci possiamo arroccare nelle nostre posizioni, rinchiuderci nelle nostre idee, senza invece provare a paragonarci, confrontarci con l’esterno.” Tutti questi fatti rappresentano un’occasione più unica che rara per un reale confronto fra professori e studenti. “Una persona ritrova sé stessa in un incontro vivo” sta scritto nel volantino. Condividiamo il desiderio di cambiamento che è insito nel gruppo di Architettura Incivile, ma crediamo fermamente che non ci possa essere una vera rivoluzione se questa non nasce da una reale collaborazione tra studenti e professori. Non buttiamo via questa opportunità chiudendoci nelle nostre

fortezze ma aiutiamoci insieme a costruire e generare occasioni di confronto e crescita personale. Ne esistono già: ne sono un esempio le lezioni seminariali fra laboratori di anni diversi e le presentazioni dei corsi di Laurea Magistrale. È a partire da fenomeni del genere che si possono generare delle persone. Di fronte ai grandi sconvolgimenti che avverranno e stanno avvenendo all’interno delle facoltà di Architettura del Politecnico serve il contributo di tutte le componenti dell’università, per farne veramente un luogo di bellezza e di crescita.


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POLIPO tentacoli di giudizio

PROVENZA 2014 Cosa ci portiamo a casa

A cura di Michele Sardini Non è scontato avere tempo e mezzi per conoscere qualcosa che ti affascina; un professore che ti parla appassionato cercando di farti capire come si gode quello che hai davanti: sia che ti parli di un tempio o di un nodo strutturale. Poi è arrivata la proposta di organizzare un viaggio-studio in Francia con gli amici di Lista Aperta, sponsorizzato dal Politecnico di Milano. Come potevo non starci? Mare cristallino della Costa azzurra, Forte medievale a picco sulle onde, musei futuristici con strutture in vetro e acciaio, genialità tecnica e gusto raffinato, sole caldo, pesce cucinato in mille modi e una sessantina di ragazzi che per la maggior parte non si conoscevano fino a ieri. Davanti a ogni cattedrale, ogni edificio costruito da un architetto famoso, ogni scorcio di città interessante c’è qualcuno di noi che si stacca dal gruppo, in silenzio: sa che è il suo turno.

“Bè, questo cos’è? No aspetta, c’èuno che parla, forse sa qualcosa …” Si mette al centro e comincia a spiegare la storia, la struttura o qualche chicca di quello che abbiamo davanti. Avevamo stampato per ogni ragazzo un libretto che aiutasse alla comprensione di quello che visitavamo. L’ hostess della Ville Mediterranée di Boeri ci squadra, cerca tra le teste: “Ma dove sono i professori?”, “Non ci sono, siamo tutti studenti! ” Colline basse e ondulate, vigneti a perdita d’occhio, interrotti qua e là da boschetti o filari di cipressi. Nel piccolo edificio rurale di fianco all’hangar di Jean Nouvel degustiamo un rosato del posto, fresco. Il top dopo una scarpinata tra le colline che coronano Château La Coste, costellate di piccole opere d’arte: una chiesa di Tadao Ando, un Padiglione di Gehry e sculture moderne di ogni tipo.

Avignone è costruita su un altopiano, cinta da mura; sulla cima la fortezza dei Papi, come un gigante nella notte, incombe sulla cittadella medievale. Si sente della musica … ma non sono canti da ubriaconi. Sembrano italiani. Alcuni, al sentirli, si fermano lungo la strada, altri si affacciano alle finestre. Siamo noi. Chitarra, grappa, sambuca, e canti:una familiarità e un gusto nello stare insieme mai visti. Nel viaggio di ritorno finisco in fondo al pullman a parlare con degli amici di Mantova conosciuti in quei giorni: “Spiegaci una cosa che non abbiamo capito molto: ma questa cosa di organizzare viaggi, di spiegare, come funziona? Lo fate di lavoro oltre a studiare?” “No” “Allora perché?” “Quanto è stato bello tutto quello che abbiamo visto? E che ci fosse qualcuno a fartelo capire e apprezzare, e tutti i posti dove siamo stati!Vale la pena sbattersi per quattro giorni vissuti così, no?”

Mi guarda e dice: “Non solo: c’è una compagnia che, fosse stata diversa, non sarebbe stata la stessa cosa”. Tornando pensavo: c’è una bellezza anche nel vivere in un certo modo tutto quello che ho davanti, anche domani, tornati in università. Guardavo la gente in pullman, non il gruppo di studenti come “gruppo” da accompagnare, ma come volti, che, uno per uno, hanno contribuito alla realizzazione del viaggio. Chi impegnandosi già da giorni prima, chi giocandosi durante il viaggio spiegando architetture agli altri, e chi con coraggio ha accettato di partire per un viaggio con persone sconosciute seguendo quello che lo appassiona. La bellezza non si insegna, bisogna scoprirla, guardarla, conoscerla e poterla toccare: questo è il desiderio che ci ha mosso a preparare il viaggio e che vogliamo seguire ogni giorno in università.


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POLIPO tentacoli di giudizio

ATMOSPHERES 1000 Human environments

A cura di Nicolò Campiotti, Chiara Fraticelli, Valentina Rao, Paolo Segarini e Giulia Tosi Atmospheres è un evento che ha visto protagonisti oltre mille studenti provenienti dalle Scuole di Architettura nato dal rapporto di alcuni studenti con un professore della Laurea Magistrale. Il 4 Marzo si è tenuto il Consiglio del Corso di Studi di Architettura (LM) dove un professore dell’Organo, docente di Progettazione, ha proposto alle tre liste di rappresentanza studentesca (Lista Aperta, La Terna Sinistrorsa e SvoltaStudenti) di contribuire alla realizzazione di un evento; si trattava di portare per la prima volta la nostra creatività nel contesto del Fuorisalone Milanese, molto famoso anche all’estero per le esposizioni di Architettura e Design. Nel fare la proposta, il professore aveva particolarmente a cuore che essa fosse promossa unitamente da tutta la rappresentanza studentesca, chiedendo una collaborazione tra le liste in carica. Incuriositi dalla potenzialità di questo lavoro, noi rappresentanti ci siamo trovati insieme per interrogarci sulla questione e capire se valesse la pena impegnarsi in “ATMOSPHERES”. Due cose ci hanno colpito particolarmente e ci hanno spronato in questo lavoro. La prima è stata per la novità di una proposta di questo genere da parte di un professore. Il secondo aspetto ad interessarci è stato lo spessore che questa occasione poteva avere per noi e per tutti gli studenti; non capita infatti tutti i giorni di poter partecipare attivamente al Fuorisalone! Forti di queste ragioni abbiamo deciso di proporre Atmospheres agli studenti di Architettura, creando per la prima volta una collaborazione tra i rappresentanti di tutte le liste. Abbiamo dunque lavorato insieme per un mese intero, organizzando questo grande evento in un confronto periodico con il professore. L’installazione rea-

lizzata era composta da oltre 500 cubi in plexiglass di lato 25 cm, ognuno riempito con un modello capace di interpretare il tema “Atmosfera”: un’ambientazione reale, ideale o immaginaria con all’interno una riproduzione di una figura umana che ne fosse protagonista. Di particolare rilievo è stata la sera prima dell’evento in cui ci siamo trovati insieme per finire i preparativi. Nel costante brusio di sottofondo sembrava tuttavia prevalere la tensione: ognuno infatti era intento a proporre le proprie idee al fine di migliorare l’evento, era però del tutto assente l’atteggiamento di condivisione con cui si era partiti. La tendenza comune era quella di vedere l’evento come proprietà del singolo, fino al momento in cui l’arrivo del professore ha prepotentemente riportato alla mente la bellezza del lavoro che stavamo facendo, costringendoci a mettere le proprie idee al servizio di tutti. L’iniziativa ha avuto l’appoggio della Scuola di Architettura e del Dipartimento DAStU, che hanno fornito un notevole sostegno economico. Nonostante questo, ogni studente ha dovuto pagare il materiale necessario per realizzare la propria opera. Ancor di più ci siamo stupiti quindi nel constatare una partecipazione così sentita. Hanno preso parte infatti più di mille aspiranti architetti, per un totale di oltre 500 elaborati allestiti nel Patio, cuore della Scuola di Architettura e Società. Nei quattro giorni d’esposizione non solo gli studenti, ma ogni persona mossa da curiosità è entrata a far parte di quella magica atmosfera di idee e creatività. Il tutto era accompagnato da incontri e “lectures” con docenti e ospiti esterni, intervallati da apertivi con birra artigianale. L’evento si è chiuso con la festa finale, che ha visto oltre 300 persone visitare le nostre

opere e festeggiare insieme fino a mezzanotte. L’avventura di quest’anno, per quanto frettolosa (Il tutto è stato realizzato in meno di un mese) ci è sembrata molto interessante; siamo pronti a metterci in gioco nel tentativo di ottenere un maggior riconoscimento dalla Scuola e di poter fare una proposta più concreta agli studenti in vista del prossimo anno. Ci piacerebbe inoltre che la creazione dell’elaborato divenisse occasione di un percorso sostenuto da incontri e workshop, che andrebbero ad arricchire il bagaglio culturale e progettuale di ogni studente.

Giulia Tosi e Nicolò Campiotti, Lista Aperta Il progetto è iniziato per noi da un fascino: la dedizione del professore per il proprio mestiere. Che sorpresa tutte le volte ritrovarsi con lui a un tavolo d’aperitivo e ascoltare i consigli che ci dava su come realizzare la mostra! Ogni volta scoprivamo dei dettagli a cui guardare e così non ci accontentavamo mai delle prime proposte che venivano in mente, ma ricercavamo sempre soluzioni avvincenti anche meno semplici da realizzare. Il lavoro fatto in quel mese è stato occasione di legame con gli altri rappresentanti e con tutti gli studenti: ci siamo stupiti nel vedere come tutti erano portati a dare il meglio di sé nell’organizzazione, indipendentemente dalla lista di appartenenza, superando pregiudizi e schemi. Attraverso le nostre discussioni è emerso come fosse la passione, e non la grandezza personale, il filo conduttore del nostro impegno. E come gesto finale, la festa: tutti lì in Università il Venerdì sera alle 23 con birra in mano e mu-

sica per festeggiare il momento conclusivo. Incredibile come, per una volta, nonostante l’ora tarda la gente fosse felice di passare una serata al Politecnico.

Paolo Segarini e Chiara Fraticelli, La terna Sinistrorsa Siamo stati felici fin da subito di poter prendere parte ad una manifestazione di questo tipo; le cose da organizzare sono state parecchie, ma siamo rimasti piacevolmente sorpresi sia dall’entusiasmo con cui quest’iniziativa è stata raccolta dagli studenti, sia dalla sinergia creata tra gli organizzatori. Il momento che ci ha colpiti maggiormente è stato durante la fase di allestimento. Dovevamo raggiungere Valentina per le 10 in patio mentre raccoglieva i modelli completi in attesa di essere esposti e, percorrendo la scala a chiocciola, ci siamo accorti di quanto fosse lunga la fila per la consegna. Nonostante le lunghe attese sopportate, gli studenti erano felici di poter partecipare ad un’iniziativa così condivisa e autogestita. Molti sono stati quelli che si sono offerti di darci una mano: quando si è trattato di trasportare i cubi vuoti, di aiutarci durante le giornate di workshop, di liberare il patio da tutti i tavoli ed infine di gestire l’allestimento e la festa finale. Molte forze sono state attivate, ed è bastato chiedere! Si è lavorato all’unisono per creare un evento comune, non solo tra gli studenti, ma anche tra le Scuole di Architettura ed i Poli territoriali.


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Valentina Rao, SvoltaStudenti Nel momento stesso in cui ci è stato accennato di realizzare qualcosa durante il Fuorisalone ho pensato “Era ora!”. Mi stavo, infatti, giusto “lamentando” del fatto che in Statale, Università nota in tutta Italia per i corsi di Design, ci fossero esposizioni ed

eventi di grido, mentre nella nostra Facoltà di Architettura quasi nulla. E non avremmo dovuto ingaggiare qualcuno che ci portasse qualcosa da esporre, avendo a disposizione il talento di un migliaio di studenti di Architettura. Ho voluto partecipare senza esitazioni, motivata dal desiderio di realizzare in prima persona qualcosa di sensazionale proprio dentro la mia università. Noi studenti dobbiamo vivere appieno la nostra esperienza universitaria arricchendo il nostro tempo speso in Ateneo con esperienze extradidattiche

di cui siamo gli autori. Abbiamo davvero l’occasione di fare ciò che amiamo e che ci gratifica. La soddisfazione personale di aver organizzato tutto questo è tanta. Così è iniziato per me il progetto Atmospheres. Confesso che esserne tra i promotori richiede qualche energia in più, ma i risultati ottenuti sono davvero grandiosi! L’impegno e il senso di responsabilità è stato tanto, perché avremmo dovuto ottenere un risultato che potesse soddisfare gli altri studenti coinvolti, nel rispetto delle

bellissime piccole opere da loro realizzate. Ma non dimentico neanche il tanto divertimento: abbiamo spillato birre e ospitato un dj set nello stesso patio che quotidianamente ospita i nostri scleri su AutoCad & Co!


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GRUPPI STUDIO Cosa sono?

A cura di Domenico Brambati, Ilaria Speranza e Giovanni Beri È un’iniziativa di Lista Aperta nata tre anni fa da una semplice idea: affrontare insieme alle matricole il primo grande scoglio di ingegneria, Analisi I. Un aiuto concreto che viene offerto attraverso incontri settimanali, dove piccoli gruppi di neostudenti, divisi per facoltà, vengono guidati nello studio da due o tre ragazzi degli anni successivi Per comprendere cos’è questo lavoro riportiamo le opinioni di chi vi ha partecipato, perché riteniamo che i frutti concreti di questa esperienza siano più importanti di ogni nostra previsione a priori. Abbiamo incontrato alcune delle matricole che quest’anno hanno partecipato all’iniziativa e siamo rimasti piacevolmente colpiti. I

∫8xy+2x

ragazzi infatti sono venuti volentieri a raccontarci come i Gruppi Studio sono stati e sono tuttora d’aiuto. Innanzitutto rispetto al metodo di studio. Si arriva al Poli dalle Superiori, inutile raccontare a tutti voi che ci siete passati la differenza di lavoro richiesto. “Da sola non mi sarei messa a studiare Analisi finita lezione dalle sei alle sette di sera”, “Non ero abituata a studiare coi miei compagni”, “È interessante vedere come vi approcciate agli esercizi”: sono solo alcuni dei commenti dei ragazzi. Emerge chiaramente che la novità, la bellezza di questo gesto è in una differenza nel modo di studiare: i Gruppi Studio non sono un’esercitazione o un tutorato extra,

noi esercitatori non siamo sicuramente preparati come i professori. Tuttavia i ragazzi sono stati contenti, contenti di non essere soli nello studio, contenti di essere accompagnati da qualcuno che già aveva vissuto questa loro stessa esperienza. E questo metodo di studio resta. Ci hanno infatti raccontato come tuttora si trovino insieme per studiare materie del secondo semestre. Tutto questo è stato vero anche per noi che scriviamo, noi che quando eravamo matricole abbiamo a nostra volta partecipato ai Gruppi Studio, e che ora li teniamo per i nuovi studenti. Lo facciamo perché quando si vive un’esperienza bella sorge spontaneo comunicarla agli altri e riproporla, anche se può costare

tempo e fatica. Un’esperienza in cui ci aveva colpito la passione per lo studio di chi ci aveva aiutato, e soprattutto la gratuità con cui stava con noi. Desideriamo certamente diventare ingegneri tecnicamente competenti, ma vogliamo anche crescere come uomini: l’università è il luogo in cui viviamo oggi e ci prepara per la vita di un domani. Desideriamo per la vita la stessa bellezza vista nei Gruppi Studio, una bellezza per cui vale la pena faticare.


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PREVIEW La vita buona si gioca fra studente e studente A cura di Lorenzo Ferrari e Carlo Colombo Il 28 Febbraio scorso, noi rappresentanti degli studenti di Design ed Architettura, abbiamo organizzato in Bovisa Durando la quinta edizione dei Preview, un pomeriggio speso ad incontrare ragazzi delle Scuole Superiori interessati ai nostri Corsi di Studio. L’iniziativa nasce per rispondere all’esigenza di questi ragazzi di capire come affrontare la scelta dell’università. Ci è venuto spontaneo riproporlo anche quest’anno per il fascino che ci aveva colpito anni fa nel vedere persone a cui eravamo sconosciuti, ma che in modo totalmente gratuito si erano interessati a questa nostra necessità. Per queste persone le giornate universitarie non erano un momento da vivere con l’orologio in mano, ma come il tempo privilegiato per diventare adulti. Abbiamo chiesto di collaborare liberamente a tutti i nostri amici e compagni di corso, che nel pomeriggio hanno presentato ed esposto alcuni lavori e progetti prodotti durante i corsi universitari. La cosa più interessante è che ognuno, oltre a presentare i propri elaborati, ha raccontato la propria esperienza in università. Nel confronto con questi ragazzi delle superiori, ci siamo accorti che non è tanto il solito elenco dei corsi con relative spiegazio-

ni che li affascina e entusiasma, quanto vedere come in università sia possibile una crescita umana. A ridosso dell’evento, l’Ufficio Orientamento ci ha fatto notare di quanto i Preview rischiassero di essere l’ennesima proposta di orientamento del Politecnico, il che avrebbe generato confusione nella comunicazione esterna presso le Scuole Superiori.

Incontrandoci con Lucia, la responsabile dell’Ufficio, abbiamo dato ragione di un simile evento, chiarendo che a noi non interessava svolgere solo un’attività di orientamento, né tantomeno ampliare l’offerta del Politecnico o sostituirci ad essa, ma condividere l’esperienza fatta e proporre la modalità di vivere l’università che ha affascinato noi per primi.

Da questo confronto, l’opinione di Lucia sull’evento è radicalmente cambiata, fino a volerci aiutare nell’organizzazione. Il rapporto nato in questa occasione, superando ogni formalità, ha fatto sì che una settimana più tardi ci chiedesse di incontrarci per avere da noi un parere sull’Open Day, svoltosi pochi giorni prima. La provocazione del cardinale Scola spiega meglio di molte parole l’intento di questa iniziativa ed il conseguente coinvolgersi di così tante persone nella sua realizzazione: “l’università è paradigma di vita buona nella misura in cui è concepita come comunità”. Una ragazza di Genova ci ha confidato il suo stupore per la bellezza vista quel pomeriggio, dicendoci che l’avrebbe raccontato ai suoi compagni di classe.

È anche grazie ad eventi come questo che facciamo esperienza di università come “paradigma di vita buona”, ovvero come luogo di occasione per la nostra crescita non solo professionale, ma anche umana.


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POLIPO tentacoli di giudizio

PASSIONE E CONDIVISIONE Quanto e come si può imparare in un rapporto

A cura di Andrea Dell’Orto Dopo aver trascorso il primo anno di specialistica in Erasmus all’Universidad Politécnica de Madrid, ho deciso di tornare in Spagna per svolgere il lavoro di tesi e l’attività di tirocinio. Tra le molteplici motivazioni che mi hanno spinto a questa scelta, la prima è stata l’esperienza formativa vissuta l’anno precedente, a livello accademico, professionale e personale. In secondo luogo, mi è stata data la possibilità di conseguire il titolo di Master in Ingegneria delle strutture, fondazioni e materiali, grazie alla convalida di molti esami sostenuti nel precedente Anno Accademico. Non da ultimo, la vittoria della borsa di studio per “Tesi all’estero”, erogata dal Politecnico di Milano, ha permesso e finanziato il mio ritorno in questa prestigiosa Università. La scoperta più inaspettata si è rivelata nel rapporto con i due professori (Javier León González e Hugo Corres Peiretti) che mi seguono come relatori nel mio studio, volto a indagare la duttilità nell’ambito del calcestruzzo armato e precompresso. Sono due personaggi carismatici, ricono-

sciuti come massimi esperti nel loro settore, tanto affascinanti e appassionanti quanto affascinati e appassionati al loro mestiere, al compito e alla missione educativa come docenti universitari e alla vita in senso lato. L’episodio più significativo che desidero raccontare è stata l’escursione di due giorni nei Paesi Baschi, a cui sono stato invitato personalmente proprio dal prof. Javier; egli stesso si era preoccupato dell’organizzazione del viaggio, proposto agli studenti iscritti al terz’anno, che seguivano il corso di Calcestruzzo e strutture metalliche. È stata un’esperienza estremamente didattica: un vero tour de force, programmato in maniera tale che il pullman si fermasse sempre e solo ovunque fosse presente qualcosa di interessante e utile per un ingegnere. I professori stessi si incaricavano di spiegare il funzionamento, le problematiche e le soluzioni adottate riguardo alle strutture che si ergevano di fronte ai nostri occhi. Gli alunni, con gli occhi sgranati e curiosi, una volta ultimata la spiegazione, tempestavano di dubbi e domande i

docenti o i dottorandi e i tesisti al seguito, tra cui il sottoscritto. Un vero spettacolo, che permetteva di gustare maggiormente dell’imponenza e della bellezza delle opere oggetto della nostra visita: ponti in tutte le salse (in pietra, in calcestruzzo armato o precompresso, metallici, misti in acciaio–calcestruzzo, ad arco superiore o inferiore, strallati o sospesi, antichi o ancora in fase di costruzione, prefabbricati o gettati in opera con casseri rampanti a sbalzo, per traffico veicolare normale o per treni ad alta velocità), passerelle pedonali, gallerie, grattacieli, cattedrali in ristrutturazione e costruzioni di ogni sorta. Ancor più pazzesco è stato che perfino durante gli “spostamenti” da un posto all’altro, vedendo un versante geologico piuttosto che un bacino idrologico il professore raccontasse in maniera acuta e specifica di cosa si trattasse. Lo faceva senza darsi arie, con boria o presunzione, ma con un sorriso e un’allegria sbocciati dal fascino che han rappresentato per lui gli anni di studi universitari e i decenni di esperienza nel campo delle costruzioni; con rico-

noscenza verso i grandi maestri da cui aveva imparato tutto ciò che sapeva; con interesse verso le guide che spiegavano dettagli nascosti e soprattutto con l’umiltà di riconoscere la propria (più o meno completa) ignoranza verso alcuni aspetti della realtà. Giovedì sera a Bilbao, ci siamo ritrovati studenti e professori attorno a un tavolo a degustare tapas (classico cibo spagnolo), in un locale dove servivano assaggi (pinchos) di diverse prelibatezze tipiche del luogo. E’ stata un’occasione preziosa di condivisione totale di ogni aspetto della vita, che non si fermava a quello meramente accademico, ma andava oltre, all’interno di un’atmosfera di amicizia che non infrangeva, anzi avvalorava, il giusto rapporto di rispetto e diversità di ruoli docente/studente. Queste sono solo alcune, ma significative, delle tante vicende che mi continuano a succedere, che raccontano di quell’università come “paradigma di vita buona”, di vita utile, interessante, accattivante, degna di essere vissuta e condivisa.


Giugno 2014 · Anno VIII • 11

POLIPO tentacoli di giudizio

CORO ALPINO Un modo nuovo di stare in trincea

A cura di Simone Ripanti Era il 10 Marzo quando con Lista Aperta abbiamo invitato a cantare al Politecnico il Coro CeT di Milano, coro che studia e ripropone il repertorio dei “canti di montagna”, prendendo come modello il coro della SAT di Trento. Ma prima di tutto, cosa sono questi canti di montagna? Con questo termine ci si riferisce a quei canti popolari che nascono o si tramandano nell’ambiente alpino, in luoghi dove la vita in comunità e l’identità salda di un popolo hanno favorito la diffusione di una particolare forma musicale: canti dalle tematiche più varie eseguiti perlopiù a cappella (privi cioè di strumenti musicali) da cori di soli uomini. Naturalmente è la guerra uno degli argomenti più raccontati: proprio le Alpi sono state terreno di scontro impervio durante la Prima Guerra Mondiale, causando dolore e sgomento in tutti gli schieramenti e marchiando a fuoco il cuore e la memoria di una generazione intera. Eppure un popolo, nella misura in cui spende la vita con passione, non può chiudersi solo sulle sciagure e sul dolore, ma si apre all’umanità nelle sue svariate espressioni. Così le tematiche che emergono nel canto sono le più diverse: dalla battaglia più cruenta alla propria donna amata, dai compagni caduti a racconti comici riguardanti fatti semplici e allegri, fino a delle vere e proprie preghiere. Ma torniamo a noi. Vi chiederete cosa c’entra un coro di canti di montagna con gli studenti del PoliMi; eppure quasi trecento studenti (l’aula De Donato era piena e c’era gente in piedi) sono rimasti a bocca aperta ad ascoltarne la bellezza. Ad introdurre il concerto c’erano i ragazzi del Coro Alpini Politecnico, un gruppo di studenti del PoliMi che si trova a cantare canti di montagna ogni settimana nelle aule del Politecnico.

Ma non è il solo coro di studenti che cantano canti di montagna al PoliMi; tra le mura della Bovisa infatti si ritrova il coro dove canto anche io, composto da una ventina di ragazzi, tutti conquistati in modi differenti da questi canti: chi invitato da amici, chi assistendo ad un concerto... Vi chiederete il perché gruppi di studenti di ingegneria, con età molto differenti, si ritrovino ogni settimana in un’aula del Politecnico a cantare. Per rispondere a questa domanda voglio raccontarvi la mia esperienza. Ormai è da parecchio che cantiamo assieme, con i dovuti cambi generazionali e ne abbiamo viste di tutti i colori. Da bidelli che si fermano interessati ad ascoltare, a studenti affascinati dalla bellezza dei canti; alcuni addirittura, pur non conoscendo inizialmente nessuno dei componenti, sono entrati a far parte del coro ed è incredibile vederli ora quanto sono nostri amici. In particolare, vi voglio raccontare un fatto: una sera, dopo una cena insieme agli amici del coro della Bovisa, prima di andare a casa abbiamo deciso di cantare “Signore delle cime” (un canto a noi caro) in mezzo alla strada; mentre cantavamo ecco che si avvicina piano piano un signore ad ascoltarci. Finito di cantare, l’uomo inizia a singhiozzare e ci dice: “Non ho mai pianto, nemmeno davanti a mia madre che piangeva per me che andavo in prigione, ma voi ragazzi mi avete preso il cuore, voi mi date un motivo per poter credere. Non ho mai avuto un dono così grande, sento che la mia anima è stata afferrata da qualcosa che non so spiegarmi”. Inutile dire il nostro stupore.; e dire che il canto non era nemmeno riuscito perfettamente! Perché vi racconto tutto questo? Per mostrarvi come questi canti non siano morti e sepolti ma possano dire qualcosa a noi ora.

Tante volte sopra i libri penso a quel desiderio di cantare che avevano anche gli alpini in guerra: ma perché? Che cosa esprimevano, in fondo, col loro canto? Una positività ultima sulla vita, una passione per la bellezza, una semplicità e coscienza di appartenenza a un popolo: tutto ciò traspare da questi canti, ed è quello che di essi mi cattura ed affascina. Penso a quando sono in università, col solo pensiero di passare più esami possibili, perdendomi la bellezza di ciò che studio e la possibilità di approfondire l’amicizia con i miei compagni, ciascuno con la sua storia. Così la vita di tutti i giorni diventa come una trincea, nella quale ognuno pensa a se stesso e a portare a casa la pelle. Ma l’università non è questo! Non può essere un passare il tempo fine a se stesso, deve diventare occasione di incontro, crescita e arricchimento. Siamo uomini -e non robot!- ed è possibile per noi fare questa esperienza di bellezza di cui parlano gli alpini. Se tale esperienza era possibile quando il quotidiano era la crudele e fredda trincea, che cosa impedisce a noi di poterla vivere in università?

Voglio concludere con il testo di questa canzone, dove una ragazza prega chiedendo, ancor prima che la fine della guerra e il ritorno del suo amato, che sia chiaro il suo destino e la sua strada. AI PREAT (Friulano) Ai preât la biele stele, ducj i sanz dal Paradîs. Che ‘l Signôr fermi la uere e’l gnò ben torni in paîs. Ma tu stele, biele stele và palese ‘l gnò destin. Và daûr di che montagne là ch’al è il gnò curisin. Traduzione: HO PREGATO LA BELLA STELLA Ho pregato la bella stella, tutti i santi dal Paradiso che il Signor fermi la guerra, che il mio ben torni in paese. Ma tu stella, bella stella, rendi noto il mio destino. Vai oltre quelle montagne, là dove si trova il mio cuoricino. Vi auguro di vivere così l’università.

Per ulteriori info o curiosità: ripantisimone@gmail.com sanvymail@gmail.com


12 • Giugno 2014 · Anno VIII

POLIPO tentacoli di giudizio

A cura di Andrea Lorenzi e Caronte Ci siamo tutti scontrati con l’imposizione del Poli di fare un test per la sicurezza, giusto? Pur detto che credo nella sua utilità, mi resta una critica sul metodo di svolgimento del suddetto. Ovvero: per cinque anni il poli mi insegna ad analizzare casi e dedurre metodi con cui ricavare soluzioni. All’improvviso salta fuori un test modello patente in cui o sai la regola pescandola dalla memoria (o barando), oppure puoi scordarti di dedurla! Qualcosa non va… Allora, caro Poli, io ti voglio bene, ma tu ci tieni davvero alla mia salute o mi vuoi solo rendere avverso il comune buon senso? Mi sembra avvilente per l’ingegnere medio un test dove si può provare a caso finché non si riesce. Vorrei farvi vedere che non era così difficile fare un test sulla sicurezza un minimo interessante e stimolante. Dove non si fornirà nessuna spiegazione ma dovrete usare solo la ragione e il buonsenso per essere i migliori. Vediamo se con voi si sta al sicuro o se riuscite a farvi del male anche con della gommapiuma:

Non tocco niente, chiamo il tecnico esperto e la faccio venire a prendere. Controllo se è piena sollevandola e improvvisando alcuni lanci. Faccio dei palloncini colorati infiammabili. Usandola come pallone improvviso alcuni rigori usando come porta il vano ascensore.

2•Se scoppia un incendio in ufficio come mi comporto? Mi affretto verso l’uscita più vicina il più velocemente possibile. Mi metto gli occhiali e la crema da sole e sfrutto l’occasione per abbronzarmi un po’. Vado comprare della carne per grigliare. Mi avvicino per sentire se è caldo.

3•Non capisco cosa sia un liquido trasparente trovato in una beuta del laboratorio di chimica: Lo lascio stare e chiedo al tecnico del laboratorio. Lo verso sulle peonie in balcone per capire se è velenoso. Qualunque cosa sia per un gavettone va bene. Se è trasparente vuol dire che non fa male. Tiro un sorso, che ho sete!

4•Un gorilla fuggito dallo zoo irrompe in aula durante una lezione di analisi 2, cosa faccio? Mi allontano mantenendo la calma e chiamo il 115. Chiamo pausa. Scrivo uno stato di Facebook interessante una buona volta. Ne approfitto e lancio banane a chi mi è antipatico nella speranza che venga aggredito.

Maggioranza risposte

: ma che bravo! Sei un maestro della sicurezza! L’orgoglio del dipartimento! Sei la Jessica Fletcher del Poli: in mezzo alle disgrazie altrui tu vai dai poveretti che si sono fatti del male e gli dici che cosa doveva fare e che era meglio se ti davano retta! Maggioranza risposte : insomma, si potrebbe migliorare! Non sarai brillante come prudenza e sicurezza, ma almeno non fumi mentre fai benzina e non cerchi di far deragliare i tram mettendo un piede sulla rotaia. Forse alla pensione ci arrivi, ma non ti darei un lavoro come esplosivista! Maggioranza risposte : non ci siamo proprio. Questo test ha dimostrato che non sei adatto alla vita in una società civile a causa del tuo mix di stupidità e scarsa moralità, al massimo potresti fare il mercenario in qualche base isolata della Siberia dove non puoi sparare a nient’altro che alla neve. Maggioranza risposte : hai parenti che lavorano in Al Qaeda? Chi era la tua babysitter, Freddy Krueger? C’è qualcosa di profondamente marcio nel tuo modo di pensare e non esiste attività al mondo che tu non possa trasformare in una circostanza mortale. C’è un solo posto per te: la Bovisa.

5•Durante l’esame il prof si stringe il petto e si accascia al suolo privo di sensi: Gli pratico il massaggio cardiaco e chiamo i soccorsi. Segno 30L sul libretto del prof, gli pratico il massaggio cardiaco e chiamo i soccorsi. Segno 30L sul libretto del prof e chiamo i soccorsi. Segno 30L sul libretto del prof.

6•Mentre sto lavorando in laboratorio si sente un improvviso e intenso odore di gas, che faccio? Apro le finestre, chiudo le valvole chiedo aiuto. Suggerisco al mio compagno di gruppo di mangiare meno fagioli a cena. Chiudo porte e finestre per evitare che il gas vada disperso nell’atmosfera. Mi accendo una sigaretta.

7•sono in aula e sento il terremoto, cosa faccio? Mi nascondo sotto il banco o a ridosso delle pareti. Protesto col poli perché non ci si può nascondere sotto i banchi troppo piccoli. Salto in controfrequenza al terremoto per annullarne l’effetto. Tiro una tegola in testa al prof e accuso il sisma, restando impunito.

8•In cantiere bisogna portare: Il casco La crema solare La parrucca Una muta di cani

Vuoi saperne Di più? Puoi contattarci per qualsiasi cosa inviandoci una mail a: info@poli-listaperta.it polipo@poli-listaperta.it

L’iniziativa è realizzata con il contributo del Politecnico di Milano

1•Trovo una bombola di gas propano da 25 kg mentre sto spostando materiale in magazzino:


POLIPO ANNO VIII - NUMERO 1