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Verso il 28 febbraio: rilanciamo il diritto allo studio! Negli ultimi anni, il movimento studentesco ha posto con forza i temi dell’accesso ai saperi e dell’urgenza di maggiori investimenti nell’istruzione pubblica. Le riforme che a partire dagli anni novanta hanno cambiato il volto delle nostre scuole e delle nostre università hanno portato a compimento un processo di privatizzazione e di elitarismi. Con le riforme degli ultimi anni si è palesato sempre di più un sistema della conoscenza totalmente ingabbiato. Per l’università questo processo si è concretizzato, ad esempio, con la previsione del numero chiuso per corsi che tradizionalmente non hanno mai avuto una limitazione all’accesso; questo ha avuto come conseguenza un blocco all’accesso ai saperi, legato a due aspetti cruciali quali la diminuzione dei finanziamenti pubblici alle strutture e il blocco delle assunzioni, con la conseguente mancanza di personale tecnico e di docenza. In questo percorso, che inizia con il processo di Bologna e trova la sua attuazione ancora non definitiva nella legge Gelmini, un punto di svolta è rappresentato dalla totale ridefinizione del sistema universitario a partire dall’ introduzione della 3 + 2 e da un modello di quantificazione dell’apprendimento basato sul sistema dei crediti, che riduce l’università da luogo di formazione ad esamificio. Con la proposta di Riforma Moratti e con la Legge Gelmini prevale un criterio di tipo quantitativo che, sacrificando la qualità con il solo obiettivo di rispettare un rapporto numerico studenti docenti, determina il mantenimento o la chiusura di un corso di studi. Parallelamente nella scuola, il processo di limitazione dei saperi, che comporta la scelta del liceo all’età di 14 anni, non dà la possibilità allo studente di avere una piena consapevolezza del suo percorso formativo. L’esclusione dai processi formativi si sostanzia inoltre in un sistema di diritto allo studio inadeguato alle esigenze delle studentesse e degli studenti che provengono da fasce meno abbienti e che incontrano maggiori difficoltà nel sostenere i costi legati ad un’adeguata e paritaria formazione. L’assenza di una legge quadro nazionale sul diritto allo studio per gli studenti medi, unito ad esempio al pagamento del sostanzioso contributo volontario (che tale non è) e al costo del materiale didattico, non garantisce nella sua completezza l’istruzione obbligatoria che, invece, lo Stato dovrebbe assicurare. D’altro canto l’atteggiamento dell’Istituzione nei confronti del mondo universitario è a tratti ancor più critico. Il processo di de-finanziamento degli enti preposti al diritto allo studio universitario non garantisce l’attuazione del dettato costituzionale che vorrebbe gli studenti sullo stesso piano indipendentemente dalla loro estrazione sociale. La realtà che ci troviamo di fronte è molto diversa: un sistema a macchia di leopardo con ancora troppe differenziazioni tra Nord e Sud, con regioni che non riescono a garantire la totale copertura degli idonei alla borsa di studio. Questo, concretamente, comporta che molti studenti, pur volendo proseguire il loro percorso di formazione, non vengano messi nelle condizione di farlo. Se lo Stato abbandona il meno abbiente a se stesso, questo sarà costretto a cercare altre forme di autofinanziamento andando incontro a una spirale di lavori sottopagati, molto spesso in nero o di indebitamenti. La tendenza che si vorrebbe perseguire è quella della sostituzione delle borse di studio con il prestito d’onore: somma di denaro elargita dallo Stato che, pur permettendo allo studente di sostenere i costi della vita universitaria, deve essere restituito al termine del percorso di formazione. Con la Legge Gelmini, il percorso di privatizzazione che fino a qualche anno fa veniva prospettato come una minaccia, giunge al suo culmine. Questo processo si concretizza in un sistema universitario in cui i soggetti privati entrano a pieno titolo nei luoghi decisionali degli atenei, incidendo sulle scelte che ivi vengono prese secondo i loro interessi ed un’ ulteriore precarizzazione della ricerca.


Il ministro Profumo si pone in una posizione di sostanziale continuità rispetto alla linea seguita dalla Gelmini, la quale aveva precedentemente approvato provvedimenti fortemente penalizzanti quali la l.133 che prevedeva un taglio di 8 miliardi di euro all’università pubblica e alla ricerca, portando a compimento il processo di riforma universitaria con gli ex-decreti attuativi 436 e 437. Anche la proposta presentata sul merito è la palese dimostrazione di un governo che non si è posto l’obiettivo di migliorare lo stato dell’istruzione pubblica in Italia e le condizioni dei soggetti informazione. Si trattava infatti di un testo profondamente ideologico e privo di reali contenuti, con misure quali lo “studente dell’anno”, l’introduzione di prove di ammissione obbligatorie all’università ed un sistema di finanziamento per le scuole in base ad una serie di criteri di merito che rischiano di creare scuole di serie A e altre di serie B, sotto-finanziate e senza possibilità di svolgere adeguatamente il loro ruolo formativo. Riteniamo sia necessario ribadire come il governo uscente in continuità con quello che lo ha preceduto, ad oggi ha adottato misure totalmente politiche, introducendo ad esempio il pareggio di bilancio in costituzione, decisione destinata a determinare un progressivo e costante logoramento dello Stato Sociale, tra cui ovviamente l’istruzione pubblica. Questo tipo di politica porta poi all’emanazione di provvedimenti quali la spending review, che contrariamente a quanto vorrebbe intendere la sua denominazione, non taglia spese eccedenti, ma costi legati alla fruizione dei diritti dei cittadini. Ne è un palese esempio il programma previsto per il 2013 nella legge di stabilità approvata il 24 dicembre 2012, che comporta un taglio di 300 milioni di euro all’Università pubblica e alla Ricerca investendo, di contro, 223 milioni di euro nelle scuole private; ne è una dimostrazione ciò che si evince dal documento sullo “Stato di previsione del MIUR” per il prossimo triennio: un taglio del 92% ai fondi destinati per le borse di studio che nel 2013 ammonteranno a 103 milioni di euro ma che nel biennio 2014-15 verranno tagliati drasticamente a 12 milioni. Inoltre, la decisione di liberalizzare le tasse universitarie deriva proprio dall’attuazione della spending review, un provvedimento tutt’altro che tecnico, bensì strettamente politico. Inoltre, la scelta di penalizzare i fuori corso è strettamente legata a quell’ideologia del merito che è il filo conduttore della politica di Profumo. Il provvedimento, così, promuove solo un’ “élite” dei così detti “meritevoli “ e va a inficiare sulle condizioni già precarie di moltissimi studenti, e non si occupa dello stato reale del diritto allo studio. A dimostrazione di ciò vi è il dato sul calo delle iscrizioni agli atenei italiani del 17% rispetto all’A.A. 2003/2004 che si traduce in 58mila studenti in meno, come se scomparisse un intero ateneo pari a quello della Statale di Milano. Le politiche che si sono succedute in questi anni riguardo il sistema di istruzione pubblica, l’assenza di un welfare adeguato, le controriforme del lavoro, hanno nettamente precarizzato le condizioni dei soggetti in formazione e più in generale delle giovani generazioni. La difficoltà di sostenere i costi dell’istruzione, l’imposta flessibilità lavorativa, la sempre minore possibilità di assicurarsi l’autonomia dal nucleo familiare, la limitazione nei canali di accesso alla cultura, sono il tratto distintivo di una generazione a cui viene negata la possibilità di determinare il proprio futuro. I dati ci mostrano un quadro allarmante: la disoccupazione giovanile al 35 %, 8 persone su 10 hanno un contratto a tempo determinato, il divario tra i salari di coloro che occupano un posto fisso e di quelli che hanno un lavoro precario è pari al 28%. Nelle ultime settimane il diritto allo studio è stato minacciato con un ulteriore tentativo di forte depotenziamento del sistema. Il ministro Prorfumo, in attuazione della c.d. Riforma Gelmini e delle indicazioni del decreto legislativo 68/2012, a Camere ormai sciolte ha provato ad accelerare sull’approvazione del decreto di definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (LEP) delle borse di studio. Come al tempo dell’ex ministro Gelmini, la proposta non è stata minimamente oggetto di un dibattito e di un confronto con le componenti che vivono l’università, in particolare con gli studenti la cui tutela costituisce l’obiettivo delle politiche del diritto allo studio. La volontà di mettere mano a una materia tanto importante per il presente e il futuro della nostra società a pochi giorni dalle elezioni, con i principali riflettori puntati altrove, non soltanto con-


ferma una continuità di metodo con il precedente governo, ma rappresenta un maldestro tentativo di ristrutturare il diritto allo studio verso un modello che non possiamo accettare. Sono stati, infatti, i contenuti della bozza di decreto proposta dal ministero che ci hanno fatto reagire con fermezza, informando gli studenti e mobilitandoci per impedirne l’approvazione. Abbiamo sin da subito denunciato la nuova politica di “leghismo universitario” nascosta nella definizione della soglia massima ISEE per beneficiare di borse di studio. Non è accettabile che uno studente venga discriminato nell’accesso a un diritto in base all’ateneo nel quale è iscritto; in particolare, la proposta di Profumo di fissare 3 soglie massime diverse al nord (21.000€), al centro (17.100€), al sud (14.300€), oltre a comportare un abbassamento della soglia in Toscana di quasi 1.000€, avrebbe penalizzato drasticamente gli studenti del sud. Il decreto presentava anche altre criticità serie, che abbiamo aspramente criticato in queste settimane. In primo luogo, il decreto propone un inasprimento dei criteri di merito, in particolare l’aumento dei crediti richiesti (fra i 10 e i 15 crediti per anno) per confermare la borsa e la scomparsa dei punti bonus, che si tradurrebbe in una espulsione dal diritto allo studio di centinaia e centinaia di studenti nella sola Toscana. Inoltre, vengono aumentate le detrazioni sull’importo della borsa di studio in presenza di adeguati servizi di ristorazioni e di posti alloggio. Siamo convinti che il sistema toscano di diritto allo studio, basato soprattutto sull’erogazione di servizi essenziali per la qualità della vita di uno studente borsista e non su erogazioni monetarie, sia un modello vincente e da esportare, ma abbiamo calcolato che con le nuove detrazioni uno studente fuori sede vedrebbe ridursi l’importo della quota monetaria della borsa di studio del 45-50%. Si tratterebbe di una drastica diminuzione che apre problemi concreti, a partire dalla capacità di effettuare le spese principali della carriera universitaria, soprattutto i libri di testo. Di fronte a tutto questo, abbiamo organizzato in Toscana come in tutta Italia azioni di contestazione e di protesta, denunciando lo spirito complessivo del decreto. In Europa siamo l’unico Paese che conosce la scandalosa figura dallo studente idoneo ma non vincitore di borsa di studio per mancanza di risorse investite. E’ una figura che abbiamo difficoltà a spiegare all’estero, perché è inconcepibile che un soggetto al quale si riconosce un diritto quale il sostegno agli studi per mancanza di sufficienti mezzi economici propri non possa effettivamente beneficiarne. Le percentuali di copertura delle borse di studio raggiungono ormai il 100% soltanto nella nostra regione, mentre altrove scendono sensibilmente. La risposta di Profumo è la peggiore: anziché finanziare adeguatamente il diritto allo studio per assegnare la borsa di studio a chiunque ne ha diritto, si preferisce ridefinire i LEP per ridurre la platea degli aventi diritto e diminuire di conseguenza il numero di borse di studio erogate. Ci opponiamo fermamente a questo progetto, in quanto rappresenta per la Toscana e il resto del Paese un peggioramento dei livelli qualitativi e quantitativi dei servizi destinati agli studenti. Nel nostro percorso di mobilitazione non ci siamo limitati a creare partecipazione fra gli studenti – dalle aule studio alle residenze universitarie – ma ci siamo posti il problema di interloquire con il mondo della politica e con le istituzioni, pretendendo una presa di posizione netta contro il decreto Profumo. In particolare, abbiamo rivolto un appello al presidente della regione Enrico Rossi e alla vice-presidente e assessore competente in materia di diritto allo studio Stella Targetti affinché riportassero le istanze degli studenti nella discussione della Conferenza Stato-Regioni. Abbiamo apprezzato la risposta pubblica dell’assessore Targetti che ha condiviso le preoccupazioni degli studenti, ma non possiamo dichiararci completamente soddisfatti finché questo decreto non sarà ritirato. Le proteste degli studenti e la pressione sulle Regioni hanno sortito importanti effetti. La Conferenza StatoRegioni, inizialmente prevista il giorno 7 febbraio, è stata in prima battuta rimandata al 21 febbraio e successivamente al 28 febbraio, oltre le elezioni politiche. Per quanto a livello giuridico ci sia ancora una remo-


ta possibilità di approvare il decreto in Conferenza Stato-Regioni è evidente che Profumo sia ormai fuori tempo massimo: dal punto di vista politico, è inaccettabile che un Ministro che dovrebbe limitarsi all’ordinaria amministrazione forzi la mano su un decreto di vitale importanza come questo, oltretutto dopo la formazione di un nuovo Parlamento e di nuovi Consigli regionali. Questo slittamento costituisce per noi un’importante passo in avanti che ci sentiamo di rivendicare, perché sappiamo che senza l’intervento e le proteste degli studenti il decreto rischiava di essere approvato nel silenzio. La partita non è però ancora chiusa: chiediamo alla Regione Toscana e, in particolar all’assessore Targetti, di non transigere sull’impossibilità di approvare in questa fase il decreto sui Livelli essenziali delle prestazioni. Riteniamo che il diritto allo studio sia una materia fondamentale per dare alle nuove generazioni la possibilità di autodeterminarsi indipendentemente dalle proprie condizioni economiche: è pertanto una materia troppo importante per essere frettolosamente approvata mentre si abbandona il Ministero. Soprattutto deve essere per lo Stato un capitolo centrale anche in termini di investimenti pubblici: il decreto legislativo 68/2012 ha aumentato la tassa regionale per il diritto allo studio pagata dagli studenti, mentre la bozza di decreto sui LEP afferma che il fabbisogno finanziario per erogare le borse di studio è coperto con le risorse della tassa regionale, mentre le risorse statali e regionali intervengono solo se quelle risultano insufficienti. Rigettiamo un modello di diritto allo studio che vede negli studenti stessi i primi finanziatori del sistema: già adesso, più del 50% delle risorse a disposizione per le borse di studio è ricavato dalla tassa pagata dagli studenti, mentre lo Stato si è progressivamente disimpegnando riducendo le risorse del Fondo integrativo per le borse di studio. Negli ultimi giorni, è arrivata un’ulteriore notizia da sommare ai tagli degli scorsi anni: nel documento “Stato di previsione del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca” è indicata una riduzione del 92% del fondo statale per le borse di studio. Gli insufficienti 103 milioni del 2013 scenderanno a 12,5 milioni di euro annui per il biennio 2014-2015. Questo ulteriore colpo al diritto allo studio che rischia di risultare mortale fornisce un ulteriore elemento per respingere al mittente con fermezza e senza alcuna mediazione il decreto Profumo: è inaccettabile discutere di Livelli essenziali delle prestazioni senza alcuna garanzia sulle risorse che saranno investite sul diritto allo studio. I problemi da affrontare sono ben altri. Innanzitutto, ribadiamo che è prioritario abolire la figura dell’idoneo non vincitore, vera e propria misura di civiltà prima ancora che rivendicazione politica. Stante l’attuale gettito nazionale della tassa regionale per il diritto allo studio sarebbero sufficienti 356 milioni di euro sul fondo integrativo statale per raggiungere la copertura totale degli aventi diritto. Stiamo parlando di una percentuale del PIL molto bassa e nettamente inferiore a quanto viene investito negli altri Paesi europei. Pretendiamo che prima di discutere di criteri di merito, requisiti economici ed importo delle borse di studio siano garantite dallo Stato le risorse necessarie per assegnare la borsa di studio a tutti gli studenti che ne hanno diritto. Solo successivamente siamo disposti a ridiscutere della definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni attraverso tavoli tecnici e di confronto in grado di coinvolgere anche gli studenti. A una condizione: che la discussione dei LEP sia l’occasione per perseguire l’obiettivo di un miglioramento dei livelli qualitativi e quantitativi dei servizi erogati dal diritto allo studio e non pretesto per effettuare ulteriori tagli sulle borse. Chiediamo alla Regione Toscana di farsi carico di queste esigenze per difendere il diritto allo studio non soltanto nella nostra regione, ma in tutto il Paese in quanto diritto universale in presenza di ostacoli agli studi di natura economica. In particolare, in vista delle prossime discussioni sul punto che la Conferenza Stato-Regioni tornerà ad affrontare in futuro avanziamo delle proposte che vanno nella direzione di un’estensione del diritto allo studio. Crediamo che la Toscana debba provare ad estendere nelle altre regioni il proprio modello


di diritto allo studio, che conferisce centralità all’erogazione di servizi essenziali come il posto alloggio e il comparto ristorazione, invece di erogare la borsa soltanto sotto forma di contributo economico. Inoltre, chiediamo di confermare ed estendere altrove sia l’attuale numero di crediti annui per confermare la borsa di studio in Toscana e sia la possibilità di usufruire dei punti bonus per superare difficoltà che possono verificarsi nel corso dell’anno accademico e che rendono più difficile il conseguimento di crediti. Infine, non è assolutamente accettabile che due studenti nelle stesse condizioni economiche ma che studiano in due diverse parti d’Italia siano trattati in maniera diversa. Non stiamo parlando dell’accesso a beni secondari, ma dell’accesso a un diritto fondamentale come quello agli studi universitari. Chiediamo all’assessore Targetti di battersi nella discussione sui livelli ISEE per la fissazione di una soglia al di sotto della quale lo Stato garantisce la borsa di studio indipendentemente dalla regione nel quale studia lo studente. Essendo il nostro obiettivo quello di potenziare il diritto allo studio nel Paese, ci immaginiamo di fissare questa soglia ad almeno 20.000€ di ISEE, dato che già oggi alcune regioni raggiungono questo livello. Al tempo stesso, bisogna dare la possibilità alle regioni di investire in diritto allo studio laddove abbiano risorse disponibili, ma per alzare ulteriormente la soglia massima ISEE per ottenere la borsa di studio fissata a livello nazionale e coperta dallo Stato. La Regione Toscana rappresenta in Italia la punta più avanzata in materia di diritto allo studio e chiediamo ai suoi rappresentanti istituzionali di difendere i diritti dei propri studenti, ma soprattutto di puntare al potenziamento del diritto allo studio in tutto il Paese. I dati recentemente pubblicati dal CUN sul numero di iscritti negli atenei italiani sono drammatici e tradiscono l’insufficienza dei servizi volti a permettere a tutti il proseguimento degli studi. Sentiamo il bisogno di una radicale inversione di tendenza e chiediamo che anche la Regione Toscana dia il proprio contributo affinché le politiche in materia di diritto allo studio cambino di segno e come studentesse e studenti non abbandoneremo le piazze e i luoghi della nostra formazione, cercando di creare partecipazione attiva e con coscienza critica.


Verso il 28 febbraio: rilanciamo il diritto allo studio!