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mensile Anno 3 n°33 settembre 2014 € 0,00

Distribuzione gratuita esclusivamente in formato digitale senza pubblicità www.lineatrad.com - italia: www.lineatrad.it - internazionale: www.lineatrad.eu

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Sommario

n. 33 - Settembre 2014

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

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19° Carpino Folkfestival

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14° Civitella Alfedena Folkfestival

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Beppe Gambetta

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Cantarviaggiando a Carpino Folkfestival

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Locarno 2014

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Festival Cornouaille Quimper

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Eventi

Cronaca

Interviste

ASCOLTATE SU RADIO CITTA’ BOLLATE www.radiocittabollate.it la trasmissione An Triskell

Recensioni

Argomenti

di Loris Böhm

ogni GIOVEDÌ alle ore 21:30 (chiusura estiva)

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opo l’abbuffata estiva del mese scorso, ricca di notizie, siamo in grave ritardo sull’uscita di settembre per cui in questo mese non parleremo di novità discografiche, anche perchè il ritardo nell’elaborazione degli eventi festivalieri estivi da parte dei nostri inviati (alcuni festival sono molto articolati e non è semplice descriverli efficacemente), ha comportato un taglio sulle altre rubriche che affronteremo sul numero di ottobre che uscirà a breve. Sinceramente da alcuni festival italiani, nostri partner, non abbiamo ricevuto nessun comunicato stampa da pubblicare, per cui nessuna programmazione ufficiale da esporre sulla rivista... non significa che questi festival non hanno avuto luogo o sono stati annullati repentinamente, ma piuttosto che il loro ufficio stampa non funziona a dovere. Tengo a sottolineare che già in primavera avevo ricevuto la conferma scritta del rinnovo della partnership di tutti i festival 2013, escluso Indieisponente che quest’anno non si

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è effettuato per problemi organizzativi. Pazienza, tiriamo avanti lo stesso. Per fortuna (o disgraziatamente) ci sono sempre nuovi argomenti scottanti di cui parlare, e anche a settembre abbiamo una “novità” sicuramente meritevole di essere discussa approfonditamente: mi riferisco al servizio Spotify e similari come alternativa al mercato discografico. Il mondo della musica, sia a livello di appassionati fruitori che a quello di operatori e musicisti, è in rapida evoluzione... così rapida che facciamo fatica a starci dietro: non dobbiamo perdere di vista le nostre finalità, nonostante le tecnologie di trasmissione dei dati, di fruizione e di attività giornalistica subiscano quasi giornalmente sollecitazioni e “scossoni” dal progresso sfrenato di questi ultimi tempi. In tempi brevi sarà necessario un confronto tra i membri della Redazione di Lineatrad per concordare nuove strategie di comunicazione e sviluppo del progetto Lineatrad, appunto per venire incontro ai lettori e agli addetti ai

FIM Fiera di Genova

Editoriale lavori nella musica folk riguardo al mercato discografico, e a tutto il sistema, la filiera, che vive intorno alla musica che amiamo: stanno davvero cambiando troppe cose e troppo velocemente; bisogna fare il punto della situazione e cercare di non rimanere spiazzati da tecnologie e leggi incalzanti. Per quanto ci riguarda strettamente, noi di Lineatrad abbiamo bisogno di aumentare il numero di collaboratori per decentrare maggiormente il lavoro, che attualmente ricade prevalentemente sulle mie (ahimè non troppo solide) spalle! Pertanto chi potesse presentare un aspirante reporter che ha a disposizione un po’ di tempo libero da dedicare a Lineatrad, sarà considerato davvero un benefattore dal sottoscritto. Insomma: già lavoro solo per dare un servizio gratuito, investendo soldi e tempo personali... almeno se potessi rifiatare ogni tanto per dedicarmi alla famiglia, per me non sarebbe male! Facendo una proiezione sulle previsioni per i mesi di ottobre-novembre, mesi dedicati solitamente alle fiere tipo


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Interviste a Quimper

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20° Festival di Fes in Marocco

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7° Festival del canto spontaneo

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44° Festival Interceltique Lorient

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Pedalando lungo la via della Taranta

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Note di fine estate

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Womex, Medimex, MEI e via discorrendo, attualmente non ritengo produttivo e utile partecipare “fisicamente” a questi eventi: a conti fatti le spese da sostenere per trasferte, stand e tasse varie derivanti da pubblicazione di loghi, sono insostenibili e con un rientro economico praticamente nullo, se non derivante da un discorso di “immagine”... ma la promozione non ha senso se il mercato editoriale è stagnante, quasi paralizzato dalla scarsità di denaro circolante. Se non interviene a sostegno della rivista Lineatrad un promoter o un finanziatore, dobbiamo mantenere un basso profilo e azzerare le spese di gestione per quanto possibile, se vogliamo continuare a produrre mensilmente informazione. Purtroppo i proclami e i conseguenti investimenti di denaro hanno senso se finalizzati con un rientro effettivo di utile, ma se nessuno ti sostiene, allora accontentiamoci di sopravvivere: anche questo obiettivo, di questi tempi, è eccezionale!

Non voglio avvilire il lettore con queste dichiarazioni, anzi vorrei spronarlo a impegnarsi per quanto gli è possibile a sostenere questo progetto, e a capire che nonostante le difficoltà crescenti io sono sempre convinto a continuare a pubblicare e a cercare soluzioni alternative tendenti a garantire la regolarità del servizio offerto da Lineatrad. Il prossimo mese vorrei, me lo auguro, essere più ottimista e concreto... vorrei che diverse situazioni di stallo si sbloccassero e che subentrassero delle novità positive per Lineatrad, perchè, non dimenticatelo, siamo l’unica rivista mensile rimasta in Italia che parla esclusivamente di musica world e folk, e nella malaugurata ipotesi che smettesse di pubblicare (e qui mi tocco davvero forte!!) sarebbe un dramma per tutti coloro che lavorano (soprattutto a fini di lucro!) nella musica in Italia. Ma lasciate da parte le preghiere, gli amuleti e i talismani, per una volta tanto, e cercate di rimboccarvi le maniche come faccio io, e magari ce la faremo! ❖

www.lineatrad.com

www.womex.com/virtual/lineatrad ANNO 3 - N. 33 - Settembre 2014 via dei Giustiniani 6/1 - 16123 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm - direttore@lineatrad.com Consulente alla Direzione: Giovanni Floreani - info@musicistieattori.com Responsabile Immagine e Marketing: Pietro Mendolia - e-mailanova@tiscali.it Responsabile Ufficio Stampa: Fulvio Porro - fulvioporro@yahoo.it Hanno collaborato in questo numero: Margherita Sabia, Giustino Soldano, Muriel Le Ny, Agostino Roncallo, Aldo Coppola Neri, Annamaria Parodi, Vittorio Grisolia Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

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Cronaca DUE GIORNI AL CARPINO FOLKFESTIVAL

Siamo alla 19ª edizione del festival “nella piccola penisola protrusa nell’Adriatico, frastagliata da una scogliera di fascino, ricoperta di boschi e zone umide e punteggiata da borghi antichissimi di civiltà contadina che plasma l’elaborata conchiglia del mollusco e insegna agli uccelli a fare il nido, canta con i suoi cantori ciò che è passato, o che è, o che sarà” di Aldo Coppola Neri (tutte le foto © Domenico Sergio Antonacci)

A

i primi di luglio mi chiama Antonio Marotta (cantante, compositore e costruttore di tamburelli napoletano) e mi dice che vuol fare la presentazione del CD “Catene” che sta uscendo per la RadiciMusic Records, proprio

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a Carpino, nella serata del suo concerto. L’idea mi piace molto anche perché manco da Carpino dal 2003 e incontrare di nuovo Luciano Castelluccia, storico direttore artistico del Festival, mi avrebbe fatto molto piacere.

Sabato 9 agosto

Arrivo a Carpino soltanto il sabato 9 agosto alle nove di sera, appena in tempo per lasciare i bagagli in albergo e andare in piazza, molto dispiaciuto di aver perso la serata del venerdì con l’Orchestra Popolare


Cronaca

Orchestra Popolare Italiana diretta da Ambrogio Sparagna

Italiana diretta da Ambrogio Sparagna che prevedeva l’intervento di vari ospiti. C’è gran fermento, è la festa del paese e tutti sono fuori. Tanta gente seduta ai tavolini dei bar, comprese famiglie intere, tante bancarelle, il palco già pronto, i suoni fatti. Man mano che si avvicina l’ora di inizio dei concerti il flusso di persone aumenta fino a riempire la piazza. Alle 22,00 inizia Hevia con la Zampognorchestra ed è una partenza esplosiva. La gente inizia subito a ballare trascinata dal ritmo della gaita e delle zampogne. Hevia ripropone una parte dei suoi successi, poi parte la Zampognorchestra e per chiudere alcuni brani suonati insieme. Un bellissimo concerto, ottimi i suoni. L’artista asturiano Hevia, cui va riconosciuto il merito di aver rinnovato l’interesse per la cornamusa, ha presentato in concerto il repertorio del suo ultimo lavoro in studio, Obsession.

Oltre a pezzi inediti, Hevia ha proposto reinterpretazioni di brani tratti dal repertorio di tango argentino dei gaiteros (suonatori di cornamusa) asturiani emigrati in Sudamerica. Il musicista, accompagnato dalla ZampognOrchestra,

ha portato in scena la tradizione musicale del proprio paese e rivisitato in acustico quei brani originali, come “Busindre Reel”, che lo hanno reso famoso nel mondo. Hevia è l’inventore della gaita MIDI, una cornamusa elettronica Matilde Politi

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con la quale si esibisce regolarmente. Cambio palco velocissimo, non abbiamo il tempo di rilassarci che parte il secondo concerto con Matilde Politi e il suo ensemble ….. Conoscevo Matilde Politi dal suo repertorio di canzoni siciliane proposte in versione acustica, invece stasera la grinta e il piglio che arrivano dal palco da tutto l’ensemble mi sorprende, affascianano il pubblico e lo trascinano. Matilde Politi è una cantautrice italiana, interprete di musica tradizionale siciliana. Oltre a cantare, suona diversi strumenti: chitarra, fisarmonica, tamburello, percussioni, marranzano. La sua è una formazione teatrale maturata presso la Fondazione Pontedera Teatro (1995-96), nell’ambito dunque del teatro di ricerca; lavora negli anni in numerose produzioni teatrali, come attrice, cantante e musicista, nonchè come creatrice delle parti musicali degli spettacoli e come trainer vocale degli attori. Gli studi musicali cominciano nel 1985 con lo studio del pianoforte e solfeggio, per passare poi da autodidatta allo studio della chitarra, della fisarmonica e del canto dal 1990. Durante gli anni porta avanti un percorso di autoformazione, attraverso seminari e workshop di varia natura sul canto (Giovanna Marini, La Reverdie, Workcenter of Jerzy Grotowski and Thomas Richards, etc), affiancati da un costante lavoro di ricerca e sperimentazione, e da una intensa attività di concerti da strada, con repertorio folk americano, spagnolo e siciliano. Dal 2000 sceglie di dedicarsi esclusivamente al lavoro di ricerca sul repertorio di tradizione orale siciliano, ricerca che si allarga costantemente al riferimento alle musiche tradizionali di area mediterranea; da allora, come cantante, accompagnandosi con chitarra, fisarmonica e tamburello,

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Cronaca

Hevia

ha suonato in tante piazze grandi e piccole della Sicilia e d’Italia, partecipato a numerosi festival di musica popolare, anche all’estero (Spagna, Svizzera, Tunisia, Mali, Francia, Grecia, Paesi Bassi, Belgio, Germania), come interprete del canto monodico di tradizione orale siciliano, con la missione di riportare alla “popolarità” brani scomparsi dal paesaggio sonoro contemporaneo.

Ha dato vita, contribuito o partecipato a diversi gruppi, sia nel teatro che nella musica, realizzando collaborazioni artistiche con artisti locali e stranieri di area non solo etnicopopolare, ma anche jazz e contemporanea, cantautorale, e classica. Dal dicembre 2003 porta avanti a Palermo e in Sicilia una attività di ricerca e monitoraggio delle tradizioni locali siciliane e palermitane in particolare,


Cronaca Enzo Avitabile

affiancata da una serie di progetti finalizzati alla valorizzazione, alla condivisione e diffusione della musica popolare. Ha presentato in concerto il repertorio del suo ultimo lavoro: ACANTI SUGNU CHINA. E’ già passata da tempo la mezzanotte e l’impressione è che il pubblico aumenti invece di diminuire. Per uno come me abituato a Firenze e ai suoi coprifuochi acustici che interrompono i concerti alle 23,30, con un quarto d’ora al massimo di scarto, è eccitante e il calore delle persone è quello che si trova solo al sud. Arriva così il terzo e ultimo concerto (per questa sera …) con la spagnola Mercedes Peón e il suo gruppo. La vidi a Folkest e mi colpì la sua musica: tradizione e innovazione. Stasera ci lascia a bocca aperta con l’impatto sonoro che genera il gruppo, un misto tra dub, rock, elettronica e chissà altro. Un DJ crea basi su cui gli altri si appoggiano. La situazione ci af-

fascina, lei travolgente, i musicisti tutti bravi. La grande Artista Mercedes Peón (Cantautrice, compositrice, Produttrice ed Etnografa) è considerata attualmente come l´Artista della Galizia con maggiore proiezione internazionale una tra le donne più carismatiche del circuito della “World Music” (“Musiche del Mondo”). Mercedes Peón ha una traiettoria consolidata nella “Musica Tradizionale” e nella “Musica Folk” sia in Galizia, che fuori dalla sua regione. La sua musica si nutre di ritmi ancestrali e della musica più innovatrice (da lei stessa creata), e ciò le ha permesso portare la “Musica Tradizionale” nel XXI Secolo. Mercedes Peón è la più grande investigatrice e raccoglitrice di materiali della “Musica Tradizionale Galiziana”. Difficile da comparare con altri Artisti, lei stessa definisce la sua musica come sincera e molto libera. Lontana

de pregiudizi, non esita a combinare il “Folk” con l’elettronica, testi di canzoni tradizionali con moderni, ed utilizzare strumenti musicali “alternativi”. Mercedes Peón è un Artista originale, brillante, indipendente, e avanguardista, però senza perdere il senso originario del Folk. Nelle sue composizioni musicali è presente la “Poliritmia”, coesistendo i ritmi più tradizionali con quelli più contemporanei, gli strumenti acustici con quelli elettrici ed elettronici, le melodie e la timbrica della sua bella Voce con i suoni e voci delle città (questa è la fusione che lei ama definire elettroacustica); in definitiva, la sua caratteristica è l’innovazione permanente. Attraverso l’esperienza della sua vita, nei suoi dischi sono sempre presenti temi con compromesso sociale come: il femminismo, le minorie, la scomparsa di lingue minoritarie, la diseguaglianza sociale, etc.

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Cronaca Mercedes Peón

Il concerto finisce, guardo l’orologio e sono già le due e trenta del mattino. Mi fermo ancora un po’ a parlare con alcuni musicisti che conosco e son già le quattro …

Domenica 10 agosto

Alzarsi stamani è dura. Ho appuntamento a pranzo con Antonio Marotta dove dovrei incontrare Luciano Castelluccia, che rivedo con piacere dopo tanto tempo. Il tempo

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vola tra chiacchiere e buon vino. Nel pomeriggio assisto alle prove del gruppo di Marotta in preparazione del concerto serale, che si svolgono in una vecchia casa colonica nei pressi di Carpino, ambiente molto affascinante. Alle 20,00 andiamo al Centro Culturale Andrea Sacco per la conferenza stampa sulla presentazione del nuovo CD “Catene” di Marotta. Alla presenza di giornalisti e pub-

blico spieghiamo il progetto e presentiamo l’edizione speciale fatta per l’occasione. E’ già ora di concerti. Serata finale. L’aria è elettrica e c’è voglia di divertirsi. La piazza centrale e tutte le strade laterali che vi accedono sono ormai strapiene di gente, tanto che è difficile passare. Io sono sul palco rialzato dove si trova il mixer con i fonici, con la mia telecamera. Da quassù posso vedere la marea di teste che ondeggia e se mi giro vedo le scalinate della chiesa e le altre che portano alla parte alta del paese stracolme di persone. Siamo tutti pronti. Alle 22,00 inizia Antonio Marotta col suo ensemble che vede anche la presenza di Michela Latorre e Antonio Manzo, co-produttori del progetto. Il concerto parte con un’atmosfera tradizionale per poi esplodere in arrangiamenti quasi rock. Il gruppo riesce a coinvolgere tutti che subito rimangono colpiti dalla raffinatezza e dalla forza comunicativa. Non solo tradizione, ma anche brani originali. Ottimi gli arrangiamenti. Il concerto è un successo. La voce lirica di Michela Latorre ben si amalgama a quella più tradizionale di Marotta. Tradizioni garganiche, campane, laziali e lucane in un unico progetto che ha come idea di fondo quella di far finta, almeno per una sera, che non esistano “generi musicali”, ma solo suoni! Sonorità attribuite! “Il marketing musicale europeo generato dalla nascita del primo teatro a pagamento (1637), sino a quello americano, in particolar modo dal dopoguerra ad oggi, ha continuamente veicolato il gusto ed a volte letteralmente plasmato il pubblico, dividendolo in classi”. Certo questo è un fatto…! Oggi nell’ era di internet sembra tutto così saturo che un discorso del genere potrebbe apparire forse obsoleto; il caos dilaga? Ma la vita non è forse caos ?... Del resto non è dal caos che l’artista crea? “bi-


Cronaca

sogna approfittare di questo disordine momentaneo che la rete ha in parte alimentato… per scardinare un sistema di canali che ha contribuito all’appiattimento del gusto artistico generale…! A seguire, sul palco si presenta Enzo Avitabile con il suo gruppo e i Bottari, ospite Daby Tourè. Il suono dei Bottari è trascinante, vederli poi è uno spettacolo. Enzo Avitabile è un ammaliatore, riesce a interagire col pubblico da grande artista, facendolo partecipare. Due ore di spettacolo non fiaccano il pubblico che è scatenato. E siamo già alle due del mattino. Enzo Avitabile, un partenopeo doc ma influenzato dai suoni del mondo. Virtuoso sassofonista e polistrumentista, musicista del mondo in viaggio perenne tra l’America nera, i villaggi della sofferenza africani e i sentieri più veri del nostro mediterraneo, propone musiche che, come l’albero della

vita, sembrano nascere dalla terra stessa, svelandocene la meravigliosa utilità. Suoni dal Sud, dunque, ma anche suoni dal mondo quelli che da anni caratterizzano la bravura di questo grande interprete che per mezzo di importanti lavori discografici riesce a far parlare e suonare, con la sua musica e il suo cuore napoletano. L’amore per la musica è un sentimento che vuole condividere e lo fa in ogni occasione possibile. Daby Touré, musicista eclettico che è stato capace di portare la musica tradizionale al di là dei confini della sua terra, la Mauritania; dal piccolo villaggio Djeole, dove Daby impara a suonare colpendo delle scatole di latta o dei bidoni di metallo, all’Inghilterra dove l’Etichetta Real Word Records (Peter Gabriel) lo appoggia e crede nel suo progetto, tanto da pubblicargli il suo ultimo album “Stereo Spirit”. La sua musica

ha raccolto lungo questo viaggio i suoni e lo spirito di terre lontane, mutandone le forme e facendole rivivere in una continua trasformazione che è il divenire della musica stessa. Il grande valore artistico di queste due personalità, virtuosi musicisti che amalgamano e uniscono con tecnica, carisma e incredibile facilità due culture, daranno vita ad un mix di sonorità culturali “Afro - Partenopee”. Per ultimi, ma non ultimi, a chiudere questo ciclo di concerti 2014 i nuovi Cantori di Carpino che proseguono la strada del gruppo originale. Ascoltare la Tarantella del Gargano vale la pena di avere fatto tanta strada. Semplicemente straordinari, gli unici grandi maestri della tarantella. Grazie alla loro memoria non si sono perse nel tempo quelle tradizioni che hanno reso Carpino il punto di riferimento della musica

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Cronaca

Antonio Marotta

Folk italiana. Le fortunate collaborazioni con Eugenio Bennato, Teresa de Sio, Giovanni Lindo Ferretti e altri hanno portato loro, e soprattutto la loro musica, alla ribalta, riscoprendone e valorizzandone le portentose caratteristiche. Sicuramente i decani della musica italiana: i “Buena vista social club” Garganici, capaci, ultraottantenni, di portare le loro note, la loro arte, la loro inventiva, fatta di ritmi trascinanti e melodie struggenti, in giro per la nostra penisola, di concerto in concerto. Mille anni di musica che risuonano sulle corde della chitarra battente. Scomparsi Andrea Sacco e Antonio Maccarone, all’eta di 99 anni è ancora Antonio Piccininno il riconosciuto guardiano della tradizione. Non solo perché l’ha custodita e trasmessa cantando, ma anche perché si è accollato un compito difficile e di straordinario valore: mettere per iscritto questa sapienza orale. Prima che fosse

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troppo tardi. Antonio Piccininno indubbiamente incarna la figura tipica del cantore tradizionale. Nato nel 1916, dopo appena un anno rimane orfano di entrambi i genitori. Inizia a lavorare come pastore e in seguito come contadino bracciante, per poi spostarsi in paese per prendere moglie.

Attualmente è bisnonno. Antonio Piccininno come i “mistici pastori” descritti dal Tancredi in “Folklore Garganico”, ispira un innato senso di rispetto verso la saggezza antica del tuo popolo, come gli antichi aedi dell’Iliade e dell’Odissea.” Allo spettacolo collaborano i giovani musicisti carpinesi, che tutt’ora accompagnano il loro “nonno” in giro per il mondo. E sono le tre e mezza del mattino. Troppo presto per lasciare questa piazza ancora piena. Ancora chiacchiere, ancora vino, ancora musica per la strada. Un pensiero va alla perfetta organizzazione del Festival che ha fatto sì che tutto scorresse fluido, non semplice vista la tanta gente che affluiva e i numerosi cambi palco. Complimenti anche per la scelta degli artisti. Alle cinque insieme a Matteo della Shunu Records (etichetta basata in Svezia, sublabel rock della RadiciMusic Records) che mi ha accompagnato in questa avventura, parto per rientrare in albergo a San Giovanni Rotondo e la strada che percorro attraversa il Gargano. Una luna piena luminosissima rischiara boschi e campagne, creando un’atmosfera fantastica, giusta chiusura di questi due giorni fuori dal mondo. ❖ Antonio Marotta


Argomenti Station To Station. Gli storytellers sul treno di Cantar Viaggiando

“CANTAR VIAGGIANDO” UNA PREROGATIVA DI CARPINO FOLKFESTIVAL Comunicato Stampa (tutte le foto © Domenico Sergio Antonacci)

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ull’esempio dei pioneristici happening nomadici che negli anni 70 si svolgevano negli USA, ogni tappa di Cantar Viaggiando è una festa di performance, visual, concerti e prodotti tipici che da 4 anni viene organizzata dal Carpino Folk Festival sui treni delle ferrovie del Gargano. E, questa volta sì, uno di quei treni per cui non ti arrabbieresti mai in caso di ritardo. CARPINO. Torna, con la 19ª edizione, il Carpino Folk Festival, un evento che attraversando il Food Festival, il Cantar Viaggiando, la Notte di Chi Ruba Donne e il Festival della musica popolare e delle sue contaminazioni unisce l’agroalimentare con la mobilità lenta e i concerti della tradizione con i concerti della riproposta, quindi anche la cultura della Puglia garganica. Con CANTAR VIAGGIANDO, il Carpino Folk Festival e il Gal Gar-

gano con le sue iniziative di informazione sul territorio, con il sostegno logistico delle Ferrovie del Gargano, innestano all’interno dei vagoni del trenino del Gargano ele-

menti di creatività e sostenibilità, prodotti tipici, musica tradizionale, storytelling per promuovere un turismo attento alla lentezza, ai valori del territorio, alle tipicità facendo,

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quindi al fine di promuovere una mobilità sostenibile. Lo scopo godere con pienezza della bellezza straordinaria di cui è pieno il tragitto del Gargano. “Cantar Viaggiando” è un viaggio slow a bordo dei vagoni delle Ferrovie del Gargano. Partire da San Severo, toccare San Nicandro e Cagnano Varano e poi dritti su fino ad arrivare agli spettacoli del Carpino Folk Festival dove lo sguardo spazia sul Lago di Varano e sulla lingua di terra che spacca l’azzurro in due, dividendo lo specchio lacustre da quello marino. Stesso obiettivo, da Calenella lungo il blu della costa per tuffarsi a San Menaio e a Rodi garganico, toccare da lontano Ischitella e quindi immergersi nei ritmi delle tarantelle garganiche accompagnati dai suoni del tamburello, delle castagnole e delle chitarre battenti. L’idea è quella di stimolare l’utilizzo del servizio treno delle Ferrovie del Gargano per permettere al pubblico di spostarsi comodamente e in sicurezza all’interno del nostro territorio evitando l’uso della propria autovettura per raggiungere il festival della musica popolare e delle sue contaminazioni. Il viaggio, la cui idea è partita 4 anni fa, viene impreziosito dalla presenza a bordo di microeventi tematici organizzati dall’Associazione Culturale Carpino Folk Festival che renderanno piacevole e originale il tragitto, cantando e raccontando e godendo appieno i paesaggi che si attraversano nel tramonto di un estate garganica. Il treno si può prendere a San Severo e in tutte le stazioni in cui si ferma (capienza permettendo). La partecipazione è gratuita (non il biglietto sul treno). ❖ Ufficio Stampa Associazione Culturale Carpino Folk Festival Via Mazzini, 201 71010 Carpino (FG) Domenico Sergio Antonacci tel. 393.1753151 info@carpinofolkfestival.com

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Argomenti


Cronaca Rassegna di musica etnica internazionale 24 – 30 Agosto 2014 Organizzazione: Comune di Civitella Alfedena Associazione Mantice di Latina Direzione Artistica: Marco Delfino

CIVITELLA ALFEDENA FOLK FESTIVAL Comunicato Stampa

Considerazioni sulla 14° edizione del Civitella Alfedena Folk Festival

Partecipazione agli spettacoli

La partecipazione del pubblico agli spettacoli non ha subito flessioni nonostante quest’anno la programmazione sia stata spostata dalla 3 alla 4 settimana. Prevedevamo una diminuzione fisiologica in quanto nella 4 settimana viene a mancare quella parte di pubblico “occasionale” di turisti che alloggiano in zona ma che non sono venuti specificatamente per il festival. Questo non è avvenuto quindi vuol dire che il pubblico del festival è stato più alto che lo scorso anno.

Partecipazione ai laboratori

La partecipazione ai laboratori è stata nella media degli anni scorsi. Come sempre il laboratorio più gettonato sono stati quello di danza tenuto quest’anno da Francesca

Terre del Sud - © Foto Renato Achille

Trenta e quello di tamburi a cornice di Antonio Franciosa. Buona partecipazione anche a quello di canto con Sara Modigliani e quello sulla tammurriata stile monti Lattari tenuto da Hiram Salsano, Catello Gargiulo e Raffaele Inserra. Oltre le

aspettative anche “nonsolopizzica” il laboratorio sulle danze pugliesi minori tenuto da Mario Gennari. Un po’ meno partecipazione al laboratorio di organetto tenuto da Filippo Gambetta ma perché rivolto ai non principianti.

Verdinote

Patrios - © Foto Renato Achille

Quest’anno il festival apre con una novità, il concorso Verdinote che ha visto il gruppo vincitore Abacà esibirsi nello splendido scenario di Rocca Intramonti, in Camosciara all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise. Il quartetto lombardo riesce in pieno nell’intento di coinvolgere il pubblico sia emotivamente, con la delicatezza del loro repertorio eseguito con strumenti insoliti (fagotto, banjo, fisarmonica, clarinetto e chitarra), sia nel ballo con un repertorio di bal folk pressoché sconosciuto alla maggioranza del pubblico presente.

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Concerti serali

Primo concerto a teatro è quello del gruppo abruzzese Terre del sud con lo spettacolo “E’ festa” . E festa è stata, un repertorio principalmente concentrato sulle danze del sud Italia al punto di concludere la parte finale del concerto all’esterno proprio per permettere al pubblico di scatenarsi nelle danze collettive. Seconda serata dedicata a due strumenti importanti nella musica popolare quali organetto e zampogna. Considerati spesso limitati a repertori folkloristici Filippo Gambetta e Piero Ricci invece, grazie al grande lavoro svolto sugli strumenti e alle loro moderne composizioni, sono riusciti a dare una maggiore dignità a due strumenti spesso poco considerati. L’organettista ligure dimostra capacità tecniche esecutive strabilianti ed esegue sia brani di sua composizione che tradizionali rivisitati con gusto e tecnica personale. Lo zampognista Piero Ricci con la nuova formazione Molifonia stupisce ancora per la sua grande capacità di arrangiare gran parte delle sue storiche composizioni (Mainarde, Natale internazionale, Matese, Ballo di Mastro Gerardo ecc) in modo sempre nuovo e con strumenti sempre più rivolti al repertorio classico. Luigi Vitullo al pianoforte a mezza coda , Tiziano Palladino al mandolino con le percussioni del giovane Antonello Iannotta e il grande Piero Ricci alla zampogna hanno emozionato ed incantato il pubblico in sala. Ma prima dei due concerti una gradita sorpresa. Casualmente di passaggio a Civitella Alfedena un altro grande giovane interprete, Luca Turchet, di un altro particolare strumento, la ghironda. Luca ha gentilmente accettato l’invito di aprire la serata presentandoci alcuni brani e la sua ghironda modificata. La terza serata è tutta per i Patrios, gruppo giovane sia per età dei com-

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Cronaca

Laboratori di organetto con Filippo Gambetta

Luca Turchet © Foto Renato Achille

ponenti e sia per costituzione. A un anno dal loro esordio, proprio sul palco del festival che li ha tenuti “a battesimo” nell’agosto 2013 come gruppo spalla degli Elva Lutza, tornano per una serata tutta per loro e per presentare il loro primo disco. Tre musicisti popolari si incontrano

con un trio blues e decidono di formare i Patrios. Esuberanti, coinvolgenti, giovani, modesti, con grandi capacità tecniche e con tanta voglia di suonare propongono innovazione nella tradizione. Giovani talenti come Christian Di Fiore alla zampogna e organetto, Alessandro


Cronaca

Laboratorio tamburelli a cornice di Antonio Franciosa - © Foto Renato Achille

Molifonia - © Foto Renato Achille

Compagnia di canto trallalero - © Foto Renato Achille

Coletta alla chitarra, Fabrizio Musto batteria e basso, Antonello Iannotta alle percussioni e flauto e la splendida voce di Rachele Forese uniti all’unico “anziano” della formazione Livio Di Fiore alla ciaramella, hanno conquistano il pubblico con un repertorio misto di brani di loro composizione e cover di brani famosi ma reinterpretati sempre in chiave molto personale. Ultima serata a teatro per l’orchestra Bailam e la compagnia di canto Trallallero. “Galata” vede l’Orchestra Bailam, formata da 6 elementi, Franco Minelli (chitarre, bouzouky, baglamas, oud, voce), Edmondo Romano (sax soprano, clarinetto), Luciano Ventriglia (derbouka, percussioni, voce), Matteo Burrone, (fisarmonica), Roberto Piga, (violino), Tommaso Rolando (contrabbasso), unita al trio della Compagnia di Canto Trallalero, Matteo Merli (o primmo e a chitara) Paolo Sobrero (o contræto) Gael Princivalle (o controbasso, basso) in un progetto musicale che abbraccia il Medioriente e la tradizione genovese del Trallallero. La polivocalità genovese del trio ben si fonde con le sonorità turche, greche, persiane, armene, arabe, balcaniche e rom dell’orchestra inventando un repertorio musicale nuovo accattivante trascinante nel ritmo ma con grandi momenti melodici e di poesia. A chiudere la rassegna le ultime due “tradizionali” serate all’aperto che nonostante le minacce di pioggia si sono svolte regolarmente. La prima “La notte dei tamburi” ha visto il corteo sonoro attraversare il paese ed assistere a brevi esibizioni acustiche nelle piazze del centro storico. Nella prima piazzetta Leonardo Casale (musicista del gruppo Mantice) alla zampogna ha eseguito un repertorio di danza del Lazio nella seconda piazza è stata la volta di Alessandro D’Alessandro (organetto solista e direttore artistico dell’OrchestraBottoni). Il corteo prosegue e nella terza piazza

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Cronaca

qualche parte per bere qualcosa e scambiare quattro chiacchiere. Si fanno quasi sempre le ore piccole sorseggiando genzianella o ratafia (liquori tipici abruzzesi), i musicisti hanno portano i loro strumenti e nascono session improvvisate strabilianti. Momenti veramente belli e soprattutto unici.

Obiettivi futuri

Orchestra Bailam - © Foto Renato Achille

tocca al duo Lella e Marino (Massimo Lella alla chitarra e Antonella Marino alla voce), Nella quarta il duo Mauro Delle Donne (chitarra e voce) e Antonello Iannotta (flauto e tamburello) per terminare nella piazza principale del paese con il gruppo di Raffaele Inserra, Catello Gargiulo, Hiram Salsano, Gianfranco Ricco, e Agostino Spina, che proponendo un repertorio di canti e balli del sud Italia coinvolgono il pubblico in un gran ballo collettivo fino a tarda notte. Come tradizione vuole a chiudere il festival “Te l’ho portata la serenata” una serata dedicata ai canti d’amore e alle serenate. Causa tempo minaccioso la prima parte, che ha visto l’esibizione di Francesca Trenta alla voce e Doriano Prati

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alla fisarmonica, si è svolta a teatro ma la seconda nella storica Piazza del mercato dove si sono esibiti Sara Modigliani con i partecipanti al laboratorio di canto, Mauro Delle Donne, Gualtiero Gori e il gruppo Mantice. Anche quest’anno le consuete tre serenate cantate in un gran coro generale chiudono il festival e per tutto il pubblico, oltre alla pasta e fagioli, vino e dolcetti abilmente preparati dalle anziane del paese, un arrivederci al prossimo anno.

Dopo festival

E’ uno dei momenti più belli, il dopo festival, che in realtà sarebbe il dopo concerto. Tutte le sere dopo gli spettacoli, in modo ovviamente non programmato, ci si incontra da

Da molti anni il festival ha raggiunto ciò che da anni si era prefisso. Una giusta dimensione direi quasi “famigliare” non a caso qualcuno lo ha definito “Il festival degli affetti”. Non si cercano necessariamente i grandi nomi, i personaggi “famosi” non abbiamo manie di grandezza e non ci adoperiamo per far si che cresca in maniera esponenziale il numero di partecipanti. Vogliamo mantenere un giusto equilibrio tra la tranquillità di un paesino di montagna immerso nella natura e un festival che crei si una piccola economia locale, ma non stravolga quelle che sono le sue caratteristiche naturali. Puntiamo sempre sulla qualità delle proposte e sull’aspetto culturale, non prediligiamo le mode ma anzi spesso siamo controcorrente. Siamo altresì convinti che nel nostro paese, ma non solo nel nostro, esistano realtà musicali di altissima qualità, spesso sconosciute, o conosciute solo da pochi addetti ai lavori, ed è stato e sarà nostro obiettivo proporle e favorirne la diffusione. Artisti qualificati, umili che amano quello che fanno non (o non solo) per “mestiere” ma soprattutto per passione. Il pubblico queste cose le percepisce e le apprezza e questo per noi organizzatori è la soddisfazione maggiore e il grande stimolo che ci fa superare la grande fatica organizzativa e a proseguire su questa strada. ❖


Cronaca Dal festival del cinema al festival folk la città svizzera ha offerto un ricco panorama sulla musica e le culture del mondo

LOCARNO 2014 SUONI ED ETNIE di Agostino Roncallo

I

l festival del film di L ocar no si è aperto quest’anno con un’orchestra che, dal vivo, ha celebrato il centesimo anniversario della nascita di Charlie Chaplin. Per  l’occasione è stato proiettato “Tempi moderni”, uno dei capolavori di questo straordinario artista. L’accompagnamento musicale è stato realizzato dall’Orchestra della Svizzera Italiana diretta da Philippe Béran che si è costituita nel 1935 a Lugano. Béran è stato direttore associato all’Opera di Bordeaux dal 1997 al 2000 e lavora regolarmente Didier Malherbe con alcune istituzioni prestigiose, come il Ballet National de zionale, una musica che ha unito, e Paris, il New York City Ballet, il Bal- unisce, le culture. Ma il vero e proprio esordio del feletto reale di Svezia e l’Opera naziostival è avvenuto con la proiezione nale di Finlandia. “Tempi moderni” era sostanzial- di “Lucy” del regista Luc Besson. mente un film muto, pur conte- Per l’occasione il compositore Eric nendo alcune scene sonore. Que- Serra ha composto una colonna ste erano filtrate da apparecchi vari, sonora postmoderna e un po’ inradio, riproduttori, ma un dialogo quietante, adatta a un personagvero e proprio non c’era. Con una gio (Lucy, interpretata da Scarlett eccezione: Chaplin nella colonna Johansson) che scopre sensazioni sonora originale si produsse nella celebre interpretazione di “Je cherche après Titine”, conosciuta anche come “Nonsense Song”. Il testo di quella canzone venne improvvisato in una lingua inventata, un gramelot fatto di parole in francese, spagnolo e italiano, spesso storpiate e messe assieme senza un vero costrutto. Un vero e proprio linguaggio transna- Scena del musical “Geronimo”

nuove a causa di una droga liberata nel suo organismo. Serra è oggi uno dei più famosi e conosciuti compositori sulla scena mondiale; il suo sound macchiato dall’uso del sintetizzatore è ormai inconfondibile, e a lui si devono alcune delle colonne sonore più belle per il mondo del cinema. Ma il fatto che ci ha colpito, è stato quello di trovare nell’orchestra di Serra il flautista, ma anche sassofonista, Didier Malherbe. Per gli appassionati del folk è una vecchia conoscenza avendo egli collaborato con il chitarrista Pierre Bensusan. Malherbe è stato anche uno dei fondatori dei Gong, uno dei gruppi di spicco tra quelli collegati alla scena di Canterbury, per i quali suona tuttora il sassofono ed il flauto. Nel 1996 poi, il sodalizio tra Ehrlich e Malherbe prende il nome Hadouk, nome derivante dai principali strumenti suonati dal duo, come l’hajouj, una sorta di basso acustico della tradizione marocchina, e il doudouk, un flauto armeno che diventa uno dei suoi strumenti preferiti. Nel 1999, gli Hadouk diventano “Hadouk Trio” con l’inserimento del percussionista statunitense Steve Shehan. Con questo gruppo Malherbe ha continuato a realizzare album come Utopies del 2006, il live Baldamore del 2007 e Air

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Cronaca Tracy Chapman

Hadouk del 2010, tutti pubblicati dalla Naïve. I dieci giorni del festival di Locarno si snodano tra film provenienti da ogni regione del mondo, tra essi abbiamo visionato il brasiliano “Ventos de Agosto”. La storia è ambientata in un villaggio remoto, su spiagge esotiche, tra bagnanti che usano la coca-cola come abbronzante e raccoglitori di noci di cocco. Di per sé, il film non ha colpito per i contenuti quanto per la colonna sonora che ci ha permesso di riscoprire un’artista che avevamo perso di vista da qualche tempo: Tracy Chapman.

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Questa musicista ha cominciato come artista di strada e cantando nei bar. Ha imparato a suonare la chitarra sin da piccola. Da ragazza è stata subito notata da Brian Koppelman, figlio del produttore Charles Koppelman, che le ha permesso di pubblicare il suo primo disco nel 1988, intitolato semplicemente “Tracy Chapman”. L’album ebbe subito un notevole successo di critica e di vendite perché fondeva ritmi afro, folk e rock. Nel film di Gabriel Mascaro, Shirley, la protagonista, vive la realtà di provincia con la speranza di diventare tatuatrice. Al regista serviva una musica che

miscelasse testi molto toccanti a storie di povertà e marginalità delle periferie: chi meglio della Chapman che per tematiche e sonorità è stata spesso paragonata a Joni Mitchell? In tutti i lavori di queste artiste scaturisce un vivace quadro di povertà economica e morale della società americana nelle sue fasce più emarginate, proprio gli aspetti che questo film intende sottolineare. In Piazza Grande il pubblico ha poi potuto apprezzare “A’ la vie”, un film di Jean-Jacques Zilbermann che racconta la storia intensissima di tre donne reduci da Auschwitz: tra esse Julie Depardieu, figlia di Gérard. Queste donne si ritrovano quindici anni dopo e decidono di passare assieme una settimana di vacanza sulle spiagge del nord della Francia. Da quel giorno, ogni anno, si ritroveranno. La colonna sonora del film non poteva che riflettere tale intensità sul piano umano. Così, è entrata nelle nostre orecchie la splendida voce di Chava Alberstein, una cantante yiddish recentemente scomparsa (2010) che nella sua carriera ha prodotto oltre sessanta album e che si è distinta nell’impegno e nella loto per i diritti civili, criticando talvolta aspramente il governo israeliano. La voce di Chava trasmette un’emozione difficile da descrivere, in particolare ci piace ricordare la collaborazione con i Klezmatics, un gruppo newyorkese di musica klezmer. La conclusione del festival è affidata a “Geronimo” di Tony Gatlif, un musical che si snoda tra hip-hop e flamenco. Energia pura. Tony che già a Locarno avevamo avuto modo di apprezzare con “Latcho Drom” e Gadjo Dilo”, risale alle origini della musica gitana. Nonostante i suoi 66 anni accompagna i suoi attori con la camera in spalla e trasforma le scene di violenza in bellissime coreografie. La musica è ovunque, è musica turca, gitana, world, e a suonarla c’è un suo amico, collaboratore di sempre, Valentin Dhamani, rom come lui. ❖


Interviste BEPPE GAMBETTA AL FESTIVAL DI LOCARNO di Agostino Roncallo

S

ono passati solo cinque giorni dalla chiusura del festival del cinema che inizia Locarnofolk, una manifestazione specificamente dedicata alla musica dei popoli. La tre giorni del festival folk locarnese si apre con un concertoomaggio del chitarrista Beppe Gambetta a Pete Seeger, da lui personalmente conosciuto. Pete, il grande vecchio della musica statunitense, sicuramente il più noto folk singer insieme a insieme a Woody Guthrie, è scomparso novantenne nel Gennaio di quest’anno. Ricordare quanto ha fatto penso sia un’impresa difficile, basti qui ricordare il lavoro svolto con Alan Lomax per documentare le tradizioni musicali americane, le marce per i diritti civili insieme a Martin Luther King, l’opposizione alla guerra in Vietnam, l’arresto per motivi politici e poi il grande impegno ecologista, molte, molte cose. Per Beppe ricordare Seeger è stato come aprire un porta e domandarsi: cosa possiamo fare per non dimenticarlo? Di Beppe Gambetta, cosa dire, che ha collaborato con i più grandi artisti della scena folk internazionale: per esempio, tra questi Doc Watson, Tony Trischka, Gene Parsons, Norman Blake, David Grisman e, naturalmente, Dan Crary, Tony McManus e Don Ross, membri con Beppe dei Men of Steel, il fantastico quartetto chitarristico cosmopolita che ha suscitato unanimi consensi di pubblico e critica in tutto il mondo. Quello di Gambetta non è un concerto “su” ma “dedicato a” Pete Seeger, un concerto in altre parole

Beppe Gambetta

che interpreta la sensibilità di questo artista. Nel repertorio presentato da Beppe non ci sono infatti solo canzoni di Seeger ma anche pezzi che hanno un’affinità anche solo tematica con ciò che il folk singer americano ha prodotto. Ne abbiamo parlato con lo stesso Beppe Gambetta in una intervista, fatta nei giorni successi vi al concerto. Quali principali sensazioni ha suscitato in te l’incontro con Pete Seeger?

Non si è trattato solo di belle sensazioni, ma di sentimenti ed emozioni profonde all’ascolto di frasi che non avevo mai sentito pronunciare, parole intense, profonde, inarrestabili come una cascata e piene di luce, con l’idea della

pace sempre in primo piano. C’è stato spazio anche per ispirazioni musicali pizzicate su una vecchia chitarra classica con un “timing” impeccabile e mani rugose provate dall’età e dal quotidiano spaccare la legna per la stufa. Insegnamenti di ogni tipo e in campi diversi e viaggi vertiginosi nella storia che lasciavano il posto a progetti positivi per il futuro. Una sua risposta che più di altre mi ha colpito è venuta quando gli ho chiesto cosa avesse provato a cantare “This Land Is Your Land” con Bruce Spreengsten all’inaugurazione della presidenza di Barak Obama. “Alla mia età e con quello che ho passato nella mia vita” ha detto Pete, “provo le stesse emozioni quando canto davanti a un milione di persone come

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Interviste

Alphorn Group

quando guardo gli occhi dei bambini della scuola elementare di Beacon, NY, dove insegno tutte le settimane”. Sicuramente, insieme a Fabrizio De Andre’, Pete Seeger è stata la figura più significativa del mondo artistico che abbia mai incontrato. Il sentimento con cui mi sono accomiatato da quell’uomo è stato che la figura del “vecchio saggio” può veramente esistere e che la speranza di poter influenzare il mondo intorno a noi a migliorare tramite l’arte è concreta. Quali problemi ti sei posto al momento dell’ideazione di uno spettacolo dedicato a una personalità così vasta e complessa come quella di Pete?

Lavorare e Ideare una celebrazione di Pete Seeger è stato musicalmente solo puro piacere. L’unico ovvio ostacolo è stato quello di riuscire a raccontare e condensare in un paio d’ore gli aspetti

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più importanti su cui Pete si è impegnato nella vita. Dopo molto pensare ho deciso di ridurre i temi dello spettacolo ai sette temi forti che mi sembravano più rappresentativi: diritti umani, pacifismo, amore, ecologia, equità sociale, insegnamento ai bambini, i compagni di viaggio e apostoli delle sue idee. Abbiamo discusso con il direttore artistico Pietro Bianchi e con lui abbiamo convenuto che sarebbe stato artisticamente tutto più vero se, oltre alla musica di Pete Seeger, avessi interpretato anche brani del mio repertorio vicini ai suoi temi o di artisti come Woody Guthrie che con Pete hanno condiviso arte ed impegno sociale.

Fabio Rinaudo “I Liguriani”


Interviste

tercole “Questo Vecchio Pazzo Mondo”, fino a “Jesus Christ S u p e r s t a r ” c h e i n u n a v e rsione italiana cantata da Flora Fauna e Cemento divenne “Vieni al bar, vieni al bar…” (e non sto citando i parolieri…). Per quanto riguarda la mia citazione di Rita Pavone, quando faccio un racconto dal palco sto sempre attento al ritmo e alla concisione per non perdere l’attenzione del pubblico. In questo caso tra i vari “colpevoli” quello di Rita Pavone era il nome più riconoscibile e diretto.

Kolektif Istanbul

A proposito di “If I had a hammer” tu ironizzi nei concerti sull’interpretazione che ne diede Rita Pavone in Italia. Non ritieni che la responsabilità fosse piuttosto di Sergio Bardotti autore del testo?

E’ stato Pete ad ironizzare sulla versione italiana di “If I Had A Hammer” in suoi diversi libri. Lui credeva nell’internazionalizzazione e traduzione dei suoi testi in tante lingue del mondo e aveva scoperto con gran piacere che alcune traduzioni in spagnolo e tedesco avevano a volte raggiunto un livello poetico superiore a ciò che lui aveva scritto in inglese. Anche per questo motivo, la canzone “Datemi un martello” è stata ancora più difficile da digerire. Personalmente penso che la responsabilità degli scempi artistici italiani di quel tempo fu di molti e non solo dei parolieri e dei cantanti, ma anche dei produttori e dell’ignoranza del pubblico. C’è chi sostiene che a quell’epoca molte canzoni impegnate venissero riscritte con un testo leggero non solo per questioni di metrica e di vendite, ma per non alimentare le proteste delle nostre nuove generazioni. Ci sarebbe da scrivere un libro solo su questo, a partire da “Eve of Destruction” di Barry McGuire diventata nell’interpretazione di Gino San-

Lariba Press

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Interviste

I Liguriani

Come giudichi la tua prima presentazione di questo programma in occasione del festival di Locarno?

Il giudizio sulla propria prestazione artistica è sempre meglio se viene da altri. Conoscendo lo spirito e gli scopi alti di Pete penso che lui sarebbe certo stato felice di sentire la grande partecipazione corale del pubblico (gli stessi ticinesi si autodefiniscono “difficili da muovere”) ed a vedere una jam session finale che coinvolgeva artisti provenienti da terre lontane. Da questo punto di vista l’esperienza è stata senz’altro positiva, molte persone alla fine dello spettacolo mi hanno confessato di conoscere la figura di Pete solo superficialmente e di avere arricchito le proprie conoscenze. Se aggiungi il fatto che buona parte del pubblico arrivava da Italia, Svizzera tedesca, francese e Germania, penso che gli organizzatori possano essere

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senz’altro soddisfatti (era anche la prima volta che il Festival si apriva il giovedì sera!). Ci sono cose che hanno ben funzionato e altre che modificheresti in occasione dei prossimi concerti su Seeger?

Non ho purtroppo in programma altri concerti per celebrare Pete Seeger, mi stupisce che in Italia non ci sia la voglia di organizzare celebrazioni a lui dedicate. Forse farò una trasmissione dedicata a lui su Radio Rai 3 a dicembre ed ho comunque deciso quest’anno di inserire nella scaletta di tutti i miei concerti un brano di Pete per continuare personalmente una celebrazione “non-stop” alla sua figura. Penso che se dovessi organizzare in futuro un tributo a Seeger mi preoccuperei di avere tanti ospiti e di dare spazio a chi in qualche modo sta continuando la sua opera

e porta avanti il suo disegno umano ed artistico. Non potrebbe apparire un po’ forzato inserire in un omaggio a Pete Seeger canzoni che, come “Margaritin”, hanno sì una qualche affinità tematica (già il tema dell’amore è di per sé non poco vasto) ma nessuna dal punto di vista musicale?

Gran parte della meravigliosa energia che la musica degli anni Sessanta ci ha regalato è derivata da una straordinaria sinergia tra folk revival e canzone di protesta e d’autore. Woody Guthrie, Pete Seeger e poi Bob Dylan e gli altri hanno riscoperto e studiato a fondo la musica folk degli stati del sud e ne hanno sfruttato la grande energia comunicativa, l’immediatezza e il potere di aggregazione usando poi questo linguaggio così diretto e semplice per scrivere poi le proprie canzoni e sviluppare il proprio discorso.


Interviste

Canzoni e danze tradizionali sono state il punto d’inizio e il fuoco del lavoro di Pete che spesso iniziava i concerti con la tradizionale “Old Joe Clarke” e la sua ricerca è andata spesso al di là dei confini americani che gli stavano abbastanza stretti. Da questo punto di vista “Margaritin” è il perfetto esempio di queste caratteristiche nella musica italiana: una poesia tradizionale piemontese, originariamente musicata da un gruppo di folk revival, da me arrangiata e alla quale ho aggiunto in Medley una suite di danze tradizionali italiane e che eseguo dal vivo con l’aiuto del cosiddetto “sing-along” del pubblico (altro richiamo a Seeger).

Quali sono i tuoi progetti per il 2015?

I progetti sono tantissimi e legati spesso al viaggio. Purtroppo (non per colpa mia) riguardano più l’estero che l’Italia, dove comunque continua a riproporsi la magia delle Acoustic Nights genovesi da me prodotte insieme a mia moglie Federica al Teatro della Corte. Per l’edizione numero 15 abbiamo deciso di fare ulteriormente crescere questo progetto proprio a

Tango Tinto

Genova. Faremo venire il pubblico anche da fuori perché, tra l’altro, Genova si rivela bellissima anche durante una visita lampo a scopo musicale. Abbiamo aggiunto così la quarta replica (6-7-8-9 maggio 2015, dal mercoledì al sabato) con la presentazione del cast degli artisti al pubblico e alla stampa durante un mio concerto solo al Count Basie il 19 novembre 2014. Con Federica produciamo anche

eventi diversi vicini alla nostra nuova casa nel New Jersey. Sto anche registrando un nuovo CD con il chitarrista celtico Tony McManus che uscirà a Giugno 2015 per l’etichetta canadese Borealis. Nei prossimi mesi verrà pubblicata la traduzione inglese del mio “Trattato di Chitarra Flatpicking” (Carisch), un’opera complessa che spero verrà apprezzata anche all’estero. I tour più importanti saranno negli Stati Uniti e in Germania e, come ogni anno, ci rincontreremo sulle alpi slovene per il mio 23esimo workshop residenziale di una settimana con insegnanti e studenti internazionali. Prima della fine di quest’anno però terrò una serie di concerti in Italia a cui tengo molto e di cui ti scrivo i dettagli: - 19 Novembre, Genova, Count Basie Jazz Club, “Aspettando l’Acoustic Night 15”, concerto solo e presentazione degli artisti ospiti dell’Acoustic Night 15 - 5 Dicembre, Torino, Folk Club - 6 Dicembre, Castelceriolo (AL), Cinema & Teatro Macallè - 7 Dicembre, Villa Bartol o m e a ( V R ) , Te a t r o S o c i a l e - 13 Dicembre, Roma, Auditorium Policlinico Gemelli. ❖

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Cronaca FESTIVAL CORNOUAILLE 22-27 LUGLIO 2014 QUIMPER

Storia, programma e cronache di uno dei più prestigiosi Festival di Bretagna che quest’anno compie 91 anni di Giustino Soldano e Muriel Le Ny

Q

uimper, in bretone Kemper, è una città di circa 63.000 abitanti, capoluogo di provincia del Finistère (significato che in lingua bretone è orgogliosamente capovolto da Fine delle terre in Penn-ar-Bed: l’inizio, il capo, del mondo). È capitale della Cornouaille, la Cornovaglia francese. Molto frequentata dai turisti, merita senz’altro una visita soprattutto per la meravigliosa cattedrale di stile gotico del XIII secolo, per il suo centro storico ricco di case antiche con le particolari strutture in tralicci di legno, dette a “colombage”e per i negozi che mettono in mostra le famose ceramiche dipinte a mano e fabbricate in zona. La città è percorsa dai fiumi Steir e Odet. Le sponde di quest’ultimo sono collegate tra loro da numerosi ponti molto caratteristici. Una curiosità: la città è gemellata con Foggia. Verso la fine di luglio, in occasione del Festival Cornouaille, Quimper è ancora più frequentata; si contano mediamente più di 150.000 visitatori durante tutta la manifestazione. Avevamo sentito parlare favorevolmente e diverse volte di questo particolare Festival e quest’anno ci siamo organizzati per riuscire a seguirlo, anche per la presenza di alcuni artisti di nostro interesse. La storia del Festival Cornouaille Non conoscevamo perfettamente la storia del Festival, per cui quando siamo arrivati nella sala stampa abbiamo chiesto informazioni al nuovo Direttore del Festival,

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Cronaca

Jean-Michel Le Viol

Igor Gardes, che si è attivato per fissarci un appuntamento con il Presidente, Jean -Michel Le Viol e così, già qualche ora dopo eravamo seduti a un tavolino in amabile compagnia di quest’ultimo. Abbiamo chiesto a Jean-Michel (nella foto a fianco) di parlarci un po’ del Festival e della sua storia e abbiamo appreso quanto segue. Il Festival nacque nel 1923 come “Fête des Reines” per volontà di Louis Le Bourhis, proprietario a Quimper di un ristorante e del cinema “L’Odet Palace”, unico luogo in cui si svolgevano delle feste danzanti. All’inizio Le Bourhis ebbe l’idea di portare il sabato sera la sua orchestra nelle varie città della Cornouaille per organizzare delle serate danzanti durante le quali veniva eletta la Regina della serata. In seguito programmò una serata a Quimper in cui invitò le varie Regine provenienti da altre città, durante la quale fu eletta la Regina delle Regine e così ebbe inizio la Fête des Reines . La manifestazione, appoggiata dai commercianti di Quimper, ebbe subito successo e fu ripetuta tutti gli anni fino all’avvento della seconda guerra mondiale. La Fête des Reines riprese a svolgersi dopo la guerra, nel 1948. Louis Le Bourhis cambiò progressivamente la formula della Festa,

ampliandone il programma. Importante in quegli anni fu la collaborazione con PierreJakez Hélias, figura storica della cultura e della tradizione bretone. Grazie ai suoi suggerimenti una volta furono invitati dei danzatori e dei balletti folkloristici dell’Europa dell’Est con lo scopo di dimostrare come le danze bretoni potessero svilupparsi. Successivamente continuarono a partecipare alla Festa suonatori e danzatori sia locali sia stranieri e negli anni successivi aumentarono i giorni di manifestazione, arrivando ad una settimana di spettacoli. All’inizio degli anni “50 François Bégot, detto Fañch, divenne il nuovo Presidente e restò in carica per ventisette anni. La Festa cambiò nome diventando “Fêtes de Cornouaille”attirando sempre più spettatori e proponendo anche artisti provenienti d’Oltreoceano e diverse manifestazioni culturali. Nuovo cambiamento di nome sotto la presidenza di Jean Coroller, che restò in carica fino al 1993. Le Fêtes presero il nome di “Festival de Cornouaille”. Il cambiamento non piacque a tutti, soprattutto agli anziani organizzatori che temevano una diminuzione di consensi, da parte di un pubblico fedele che sarebbe potuto essere disorientato dal nuovo nome. Invece, grazie alla denominazione Festival, questo ebbe nuove sovvenzioni e maggiori visibilità e pubblicità, inserendosi di diritto nell’agenda dei Festival francesi ed europei, cominciando ad essere conosciuto in tutto il mondo. Negli anni successivi il Festival aumentò ancora di dimensioni, introducendo nuove manifestazioni musicali e culturali, arrivando sino a nove giorni di spettacoli e diven-

tando la Festa più importante della cultura bretone. Dal 1993 Jean-Michel Le Viol è il quarto in ordine cronologico e attuale Presidente del Festival. Ex commerciante in pensione, JeanMichel è impegnato anche in altre associazioni. Ci ha raccontato che al suo primo anno di presidenza, si è reso conto che la sfilata dei gruppi di danze e suonatori che si svolge durante l’ultimo giorno del Festival gli è sembrata una cosa triste e anonima e che quindi si è battuto, con qualche difficoltà, per far comprendere che dovesse essere più dinamica e moderna. Ha cercato in ogni modo di far capire che il Festival è un crocevia d’incontri di ogni genere, sia umano, sia di culture diverse ma complementari tra loro. Lo spirito del Festival è quello di favorire la convivialità. Il Presidente ci ha inoltre spiegato che il Festival è organizzato in un’associazione che prevede cinque stipendiati a tempo indeterminato cui si aggiungono cinque stagisti e ottocentocinquanta volontari nel periodo del Festival. Da circa sei mesi il Festival ha un nuovo Direttore, Igor Gardes, che prima dirigeva il Théâtre de Cornouaille. I siti degli spettacoli del Festival Gli spettacoli si svolgono di solito nel centro città o in prossimità. (vedi piantina più sotto) I principali siti di quest’anno erano i seguenti. Espace Gradlon: un tendone situato sulla riva del fiume Odet opposta al centro storico; capace di quasi duemila posti, alle 21:30 erano programmati i concerti di alcuni artisti di fama internazionale. Costo dei biglietti tra 26 e 31 Euro. Espace Pierre Jakez Hélias: un giardino accanto alla cattedrale in cui erano annunciate serate a tema con artisti bretoni e stranieri. Le serate prevedevano tre concerti a partire dalle ore 19:00 ad un prezzo forfettario di 12 Euro a serata.

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Cronaca

Espace Saint Corentin: una tensostruttura nella piazza omonima a fianco della cattedrale. Durante il giorno numerose animazioni, tra le quali i corsi di iniziazione di danze tradizionali, concorsi di musica e concerti. Tutte le sere fest-noz. Accesso gratuito. Théâtre de Cornouaille: il Teatro di Quimper, circa quattrocento posti, sulle cui scene alle 21:00 si sono esibite quest’anno interpreti femminili di un panorama musicale vario, molto note anche al di fuori della Francia, salvo sabato, in cui si è svolto il Campionato di danze tradizionali. Prezzo medio degli spettacoli 20 Euro. Quai de l’Odet. Lungo la riva del fiume vicina al centro “Quai en Fête”: esposizioni di artigianato vario e numerose animazioni ambulanti con Bagad e Cercles di danzatori. Altri numerosi luoghi sparsi per la città accoglievano parecchie ma-

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nifestazioni per tutti i gusti: spettacoli di strada, dimostrazioni e degustazioni culinarie, esposizioni di strumenti musicali e inoltre diversi spazi di ristoro. Il programma del Festival Impossibile citare in questa sede tutti gli spettacoli e le manifestazioni che hanno animato Quimper per sei giorni e sei notti, con la presenza di circa tremila tra artisti, musicisti e danzatori. Quello che possiamo evidenziare è che si è trattato di un programma molto interessante con la partecipazione di artisti di fama mondiale. Importante inoltre il numero di rappresentazioni dedicate ai più piccoli e alle famiglie. Cercando di riassumere, il programma previsto è stato il seguente. Martedì 22 luglio All’Espace Pierre Jakez Hélias, serata TRAD con i gruppi Joa, di

cui è apparsa una recensione sul n. 23 del novembre 2013 di Lineatrad; Roland Conq Quartet, condotto da Roland Conq (chitarrista anche degli Alambig Electrik) e Oktopus Kafè, mix di tanghi argentini e sonorità bretoni. Al Théâtre de Cornouaille, spettacolo con Annie Ebrel, nota cantante bretone. All’Espace Gradlon, concerto con Susheela Raman, cantante londinese di origini indiane. Mercoledì 23 luglio All’Espace Pierre Jakez Hélias, serata ROCK con i gruppi Brieg Guerveno; Merzhin, rock melodico e rock’n’roll e Maracu’jah, reggae e rock. All’Espace Gradlon, Olli & The Bollywood Orchestra. All’Espace Saint Corentin, festnoz con i gruppi Deus’ta, Klaxax, Duo Lagadic-Rivier e Duo Léon, padre e figlia, lui Alain, chitarrista anche degli Oktopus Kafè, lei Yuna,


Cronaca Duo Léon

Alan Letanneur durante lo spettacolo La Chaudière à Musique

violinista del gruppo Zonk di cui avevamo parlato nel n. 30 del giugno 2014 di Lineatrad e del gruppo femminile Tan’dei. Giovedì 24 luglio All’Espace Saint Corentin, il pomeriggio alle 18:00 concerto con i Poppy Seeds, musica irlandese e a seguire, dalle 19:30 fino alle 2:00, fest-noz con i gruppi Arvest, che conosciamo da diversi anni, vedi recensione sul n. 30 del giugno 2014 di Lineatrad; Digresk; Duo Lothode-Raud, laureatisi campioni di Bretagna di suonatori a coppia di bombarda e cornamusa, l’anno scorso a Gourin e il Duo Guillou-Belliard. All’Espace Pierre Jakez Hélias, serata KLEZ BREIZH con i gruppi Bagad Istanbul, collettivo artistico composto da una bagad di Quimper e un gruppo di musicisti turcobalcanici; David Krakauer, clarinettista americano tra

i più apprezzati interpreti della musica klezmer e i Pavan Takin, musicisti che propongono un repertorio tzigano e balcanico. Al Théâtre de Cornouaille, spettacolo con Clarisse Lavanant. All’Espace Gradlon, serata con Denez Prigent, uno dei più grandi interpreti della musica bretone. Venerdì 25 luglio All’Espace Pierre Jakez Hélias, serata HIP HOP ELECTRO con i gruppi Krismenn, cantante rap, musicista e incredibile rumorista di beat - box; H[E]J! mix di hip hop e musica bretone e Arneo, trio di arpa elettrica, tastiere e canto, che accompagna musica electro-world ad audiovisivi basati sui medesimi ritmi musicali. Al Théâtre de Cornouaille, concerto con Gwennyn, cantante e compositrice bretone (suo un brano cantato da Nolwenn Leroy), con un repertorio di canzoni contemporanee in lingua bretone, francese e inglese. All’Espace Gradlon, concerto con Didier Squiban, noto pianista bretone con influenze jazz, accompagnato dall’Orchestra Sinfonica di Bretagna. All’Espace Saint Corentin, festnoz con i Carré Manchot, gruppo notissimo agli appassionati di danze bretoni; le Tan’dei gruppo tutto al femminile di cui fa parte anche Yuna Léon, come visto più sopra e il Duo Talec-Noguet, canto e organetto, del quale abbiamo parlato in una precedente recensione. Sabato 26 luglio All’Espace Pierre Jakez Hélias, serata CELTIQUE con i gruppi Vishtèn, trio polistrumentista proveniente dall’Acadie; Jamie Smith’s Mabon, originari del Galles, presenti più volte al Festival Interceltique e Blackwater, gruppo di musica irlandese. Al Théâtre de Cornouaille, campionato di danze a cura dell’organizzazione War’l Leur. All’Espace Gradlon, concerto con Sinéad O’Connor, notissima can-

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Cronaca Brieg Guerveno

tante irlandese. All’Espace Saint Corentin, fest-noz con numerosi artisti tra i quali ci piace citare gli inossidabili e arzilli ultraottantenni Frères Morvan. Inoltre durante la giornata numerosi concorsi tra i quali spicca il Campionato Nazionale di Bagadoù di terza categoria, una competizione nata nel 1949. Domenica 27 luglio Grande giornata conclusiva denominata “Kemper en Fête”. L’ingresso all’area dove si svolgono le varie manifestazioni è regolato da un biglietto giornaliero di 8 Euro.

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Da segnalare: Alle 10:30, “Défilé en Fête”, in cui più di 2000 tra musicisti e danzatori sfilano per le vie della città, suddivisi in quarantasette gruppi. Alle 17:45, elezione della Reine de Cornouaille. Alle 18:30, “Triomphe des Sonneurs”. 860 danzatori e 590 musicisti sfilano per le rive dell’Odet per poi raggiungere il centro. Dalle 13:30 alle 20:30, “Musique et danses”. Vari gruppi animano le varie vie di Quimper. Dalle 14:00 alle 2:00 Fest-deiz fest-noz all’ Espace Saint Corentin.

Nota: lo spettacolo con Les Tambours du Bronx previsto nella serata, è stato poi annullato per motivi di salute. Qualche nota sugli spettacoli Il primo concerto al quale abbiamo assistito è stato quello di Susheela Raman martedì sera all’Espace Gradlon. La cantante londinese, di origini indiane si è esibita in una sequenza di canzoni e musiche indiane interpretate in chiave moderna, accompagnata da musicisti del Rajasthan e del Pakistan. Pur ammirando la voce molto potente e la forte personalità con cui la cantante si è imposta sulla scena, non siamo riusciti ad apprezzare totalmente il concerto, forse perché il tipo di musica proposto non rientrava tra quelli che siamo abituati ad ascoltare. Abbiamo notato anche qualche perplessità tra il pubblico intervenuto, non certamente numeroso. Altro contesto ed altro tipo di concerto quello del trio Brieg Guerveno, che ha suonato mercoledì verso le 19:30 nell’area all’aperto dell’Espace Pierre Jakez Hélias. Il trio composto da Brieg, chitarrista e voce del gruppo; Xavier Soulabail, bassista anche nel gruppo Breizha-Rock e Joachim Blanchet alla batteria, ha proposto un repertorio rock nelle sue varie forme. Dotati di un’energia impressionante, i tre musicisti sono riusciti ad infiammare i presenti. Degno di nota, i brani presentati sono stati cantati in lingua bretone e sono quelli dell’album “Ar bed kloz” di cui parleremo in una prossima occasione. Nella stessa serata, all’Espace Gradlon, interessante esibizione quella della Olli & The Bollywood Orchestra. Condotto dal cantante Ollivier Leroy lo spettacolo, basato su una serie di musiche e danze dai ritmi indiani, è stato sottolineato da audiovisivi proiettati sullo schermo retrostante la scena. Molto vivace, autoironica e con una certa dose “kitsch e in stile film Bollywoo-


Cronaca Clarisse Lavanant

diano”, come definito dal depliant del programma, la rappresentazione è piaciuta sia al pubblico sia a noi. Giornata intensa quella di giovedì. A cominciare dal primo pomeriggio, sullo spazio antistante il Théâtre de Cornouaille, emblematico spettacolo di strada La Chaudière à Musique, ideato e condotto da Roland Becker alla bombarda,

in compagnia di Alan Letanneur al biniou. Roland Becker è un noto musicista, compositore, arrangiatore, ricercatore etno-musicale e vincitore di numerosi concorsi. Centro d’attrazione dello spettacolo La Chaudière à Musique: una macchina infernale, emanante strani suoni e rumori inventata, secondo quanto spiegava Becker da James Watt. Parte del pubblico “costretta”

a indossare delle maschere bianche, è stata poi coinvolta dai due musicisti in una danza circolare e sempre più frenetica profusa di fumogeni bluastri. Una coreografia molto diabolica degna di quel genio che è Roland Becker. Alle 18:00 all’Espace Saint Corentin, seguitissimo concerto dei Poppy Seeds, gruppo di giovani musicisti appassionati di musica irlandese, composto da Pierre Cadoret ai flauti; Benoît Volant al violino; Tom Lemonnier alla chitarra e Camille Philippe al mandolino e chitarra. Vestiti in modo elegante con gilet scuri e cravatte rosse, i quattro musicisti hanno suonato con vero talento trascinando i presenti nelle varie jigs e reels, alcune tratte dal loro ultimo album Close Shaved. La serata prevedeva due concerti in contemporanea ai quali non volevamo assolutamente mancare; fortunatamente essendo in due ci siamo potuti suddividere i compiti e in seguito scambiare le impressioni. All’Espace Gradlon, pressoché completo, Muriel ha potuto assiIl gruppo dei Vishtèn

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Un momento del concerto Olli & the Bolliwood Orchestra

stere all’attesissimo concerto con Denez Prigent, grande ed emblematico interprete della musica bretone, cantautore talentuoso dotato di un’energia incredibile e capace di sostenere da solo il ritmo di un kan-ha-diskan, cantato normalmente da una coppia. Denez, oltre ad aver riproposto brani del suo repertorio, tra cui il famoso “Gortoz a ran” che fa parte della colonna sonora di un film di Ridley Scott e che ha cantato accompagnato dall’arcinoto suonatore bretone di organetto diatonico Alain Pennec, ha interpretato quattro nuovi brani che faranno parte di un suo prossimo album. Brani con ritmi inusuali, tra cui un valzer e altri dalle sonorità spagnole e irlandesi. Il cantante mancava dalle scene da qualche anno e ancora una volta, già con la sua presenza carismatica, oltre che alla voce dalla timbrica inconfondibile, ha saputo incantare il pubblico. Grande e meritato successo anche per il concerto (al quale ha assistito Giustino) di Clarisse Lavanant, che ha riempito la sala del Théâtre de Cornouaille. Clarisse è un’artista che conosciamo da qual-

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che tempo, che ha cantato spesso in compagnia di Dan Ar Braz al Festival Interceltique di Lorient ma che si è anche esibita in solo a cappella in alcune chiesette bretoni. Durante lo spettacolo ha cantato, accompagnata da una formazione inedita di musicisti, alcuni brani dei precedenti album, tra cui alcuni in memoria di Glennmor ed ha presentato i brani del suo nuovo album “L’encre à rêver”. La cantante

Pierre Cadoret dei Poppy Seeds

Ollivier Leroy detto Olli

ha conquistato la platea interpretando canzoni di sua composizione in lingua francese, oltre ad una rivisitazione in lingua bretone del famoso brano “Le Métèque” di Georges Moustaki. Durante il concerto ha anche proposto “Les Étrangers” di Leo Ferré e “Senza fine” di Gino Paoli. Momento magico quando a sorpresa è apparso sulla scena Dan Ar Braz per accompagnare Clarisse in


Cronaca

un brano. Applausi senza sosta a Considerazioni finali fine concerto e parecchi commenti Abbiamo molto gradito questo positivi che siamo riusciti a cogliere Festival Cornouaille per diversi da parte degli spettatori. motivi. Entusiasmante concerto dal titolo Confermiamo di averlo trovato “Symphonie N°3 Le Ponant” quello molto conviviale, come ci aveva di venerdì sera all’Espace Gradlon fatto notare il suo Presidente ducon Didier Squiban e l’Orchestre rante la chiacchierata con lui e Synfonique de Bretagne. abbiamo percepito un’atmosfera Accordo perfetto tra il pianista e avvincente, che purtroppo si è afl’orchestra, magistralmente diretta fievolita ultimamente in altri Festida Ariane Matiack, giusto spazio val di maggiori dimensioni. alle esecuzioni di alcuni solisti e saIl Festival è anche un’occasione piente equilibrio tra jazz e tradizione per fare incontri e nuove conohanno galvanizzato il pubblico che scenze con cui condividere sensaha chiesto numerosi bis e alla fine si è alzato in piedi per rendere onore a Squiban e agli altri musicisti. Terminiamo le nostre recensioni con il concerto del gruppo acadiano dei Vishtèn, trio polistrumentista formato da Pascal Miousse, Pastelle ed Emmanuelle Le Blanc, che si è esibito sabato 26 luglio all’Espace Pierre Jakez Hélias verso le 19:30. Abbiamo apprezzato la passione e la loro maniera briosa che hanno utilizzato per suonare strumenti differenti senza alcuna difficoltà, la loro simpatia, i loro visi sempre sorridenti e il modo naturale con cui hanno comunicato con il pubblico, tutte caratteristiche che avevamo già riscontrato in altri gruppi musicali provenienti dall’Acadie. Roland Becker e La Chaudière à Musique

zioni ed emozioni. Notevole la partecipazione del pubblico nelle varie manifestazioni. Abbiamo poi saputo, nei giorni successivi, che domenica 27 luglio c’è stato un incremento del 5% di visitatori: 19.000 rispetto ai 18.000 dell’anno precedente. Ci è piaciuta inoltre l’idea di costituire uno spazio prevenzione sui rischi acustici e sul consumo di alcool, con un banchetto nella piazza Saint Corentin dove distribuivano gratuitamente tappi per le orecchie da utilizzare durante i concerti e degli alcool- test per controllare il proprio tasso alcolico. Le uniche critiche che possiamo rimarcare e che abbiamo riscontrato anche ascoltando alcune persone, riguardano la sonorizzazione di scarso livello di un concerto svoltosi all’Espace Saint Corentin, ma d’altronde nessuno è perfetto e si è trattato comunque di un caso isolato. Concludendo, raccomandiamo assolutamente questo Festival, anche perché potrebbe essere l’occasione di visitare i luoghi incantevoli di Quimper e dintorni. ❖ Si ringraziano Jean -Michel Le Viol e Igor Gardes, rispettivamente Presidente e Direttore del Festival per la loro disponibilità e inoltre, Bénédicte Viseux, Claude Pengam ed Hervé Hugo dell’équipe Relations presse du Festival Cornouaille, per tutto il materiale e le informazioni forniteci, necessarie per il nostro lavoro.

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Interviste LE INTERVISTE CON GLI ARTISTI: BRIEG GUERVENO CLARISSE LAVANANT - BENOÎT VOLANT - ARIANE MATIACK LE CONFERENZE DI: GRUPPO ARNEO - DENEZ PRIGENT di Giustino Soldano e Muriel Le Ny

22-27 LUGLIO 2014 QUIMPER

Durante il Festival Cornouaille, oltre ad assistere ai vari spettacoli, abbiamo anche avuto occasione di partecipare alle conferenze stampa di alcuni artisti e di intervistarne altri in prima persona. Ne riportiamo qui un resoconto. L’intervista con Brieg Guerveno Abbiamo incontrato Brieg, chitarrista dell’omonimo gruppo, alla fine del concerto di mercoledì 23 luglio e gli abbiamo chiesto: Come definiresti il vostro genere musicale?

È un incrocio tra metal, rock progressivo e rock anni “70, sullo stile un po’ dei Black Sabbat, dei Pink Floid o dei King Crimson, per citarne alcuni. I brani musicali suonati dal nostro trio sono quindi una condensazione di questi stili e di questi artisti cui ci siamo ispirati. Ci è sembrato di sentire anche un brano con uno stile alla Frank Zappa.

In effetti la nostra musica è influenzata anche dal rock psichedelico che fa sempre parte del rock progressivo. C’è qualche motivo particolare che ti ha spinto a cantare dei brani rock in lingua bretone?

Innanzitutto io parlo la lingua bretone e quella francese e se dovessi scegliere, preferirei senz’altro la prima, perché è una lingua che io amo; l’ho studiata a scuola ed è anche la lingua dei miei genitori. Inoltre mi sono posto la domanda: in questa epoca di globalizzazione

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Brieg Guerveno intervistato da Giustino

perché dobbiamo tutti cantare in inglese, anche se non siamo inglesi? Per di più con questa mondializzazione cercano di metterci tutti in un calderone per renderci tutti uguali; la Bretagna ha una propria lingua e se i giovani come noi non prendono l’iniziativa di cantare in bretone chi lo farà? Allora ho scelto di cantare in bretone. Qualcuno ha mosso qualche critica dicendo che non si capiscono i testi in bretone ma per noi non è un problema. Forse tutti capiscono l’inglese? E poi la lingua bretone si adatta molto ai ritmi rock ed è comunque un mezzo per salvare sia la lingua che la musica.

in una Bagad e poi sono passato alla chitarra.

Qual è la tua formazione musicale, hai suonato sempre il rock?

Di cosa trattano le canzoni del vostro album?

No, ho iniziato a suonare a nove anni, ho cominciato con la batteria

Da quanto tempo esiste il vostro gruppo?

Siamo amici da quindici anni, dieci anni fa abbiamo formato un gruppo con Xavier Soulabail al basso e Joachim Blanchet alla batteria, ma poi le nostre strade si sono divise ed ognuno ha fatto le proprie esperienze musicali fino a quando, due anni, fa abbiamo ricostituito il trio. La maggior parte dei testi e delle musiche è di mia creazione, ma c’è anche qualche brano composto dal trio.

In quest’album “Ar bed kloz”, (Il mondo chiuso) che è il secondo


Interviste

Clarisse Lavanant durante il concerto del 24 luglio

della serie, ci sono testi romantici e un po’ melanconici, sul genere degli scritti di Baudelaire. Sono dei brani che si possono paragonare ai Gwerz, le tipiche ballate bretoni a volte anche abbastanza cupe, però con le musicalità rock. L’intervista con Clarisse Lavanant Clarisse Lavanant è una giovane cantautrice bretone, originaria di Morlaix, che ha compiuto i suoi studi musicali a Parigi. Noi l’abbiamo incontrata per la prima volta al Festival Interceltique di Lorient del 2010 nel concerto con Dan Ar Braz intitolato “Comptines celtiques et d’ailleurs” tratto dall’omonimo album e dedicato ai bambini. Eravamo rimasti subito entusiasti dalla sua splendida voce e dal suo modo spontaneo di stare sulla scena. Negli anni successivi abbiamo poi assistito a suoi numerosi concerti come quello di “Celebration” diretto da Dan Ar Braz e ad altri in cui cantava da sola e “a cappella” interpretando le varie canzoni come in una sorta di recitazione teatrale molto apprezzata dal pubblico. Clarisse Lavanant ha all’attivo numerosi album di cui due dedicati al poeta e scrittore bretone Glenmor.Siamo riusciti ad ottenere

un appuntamento con Clarisse nei locali del Théâtre de Cornouaille, il pomeriggio precedente il concerto in cui avrebbe cantato dei brani del suo ultimo e recentissimo album “L’encre à rêver”e sul quale le abbiamo chiesto informazioni.

nitori non si parlava il bretone, ma lo parlavano senz’altro i miei avi. A settembre quindi seguirò un corso intensivo di lingua bretone di sei mesi, perché vorrei riuscire a scrivere anche dei testi in questa lingua.

Clarisse, ci potresti parlare del tuo album e dire quali sono le differenze rispetto agli album precedenti?

Quindi la traduzione in bretone di Le Métèque non è tua.

Questo è il mio settimo album ed erano sei anni che non ne registravo uno con delle mie canzoni personali, poiché nei due precedenti del 2009 e 2011 riprendevo delle canzoni di Glenmor e in un altro del 2010, cantavo delle canzoni per i bambini. In quest’album i testi sono più intimisti e personali; per quanto riguarda la musica ho cercato di variarne un po’ i colori ed ho chiesto aiuto a Jean Félix Lalanne, chitarrista molto virtuoso ed eclettico che varia i suoi repertori dalla musica classica a quella rock o alle musiche da film e col quale avevo già collaborato in passato. Ho voluto quindi realizzare un album molto vario nei generi musicali, inserendo delle melodie un po’ orientali, una canzone in italiano in omaggio a mia nonna materna che era di Mirandola, la canzone “Le Métèque” (Lo Straniero) del greco Georges Moustaki cantata in bretone. Cosa ti ha spinto a cantare in bretone?

Già negli album dedicati a Glenmor, oltre ai brani in francese ne ho ripresi alcuni in bretone che mi erano molto piaciuti, anche se all’epoca non parlavo assolutamente il bretone. All’inizio ho appreso a cantare in questa lingua attraverso la fonetica e in seguito ho voluto imparare il bretone per comprenderne lo spirito, di là dei testi tradotti. Cantare in bretone è qualcosa di veramente gradevole e speciale e quando ho cominciato a farlo ho avuto l’impressione che prima mi mancasse qualcosa anche perché a casa dei miei ge-

No, ho chiesto aiuto a Loeiz Guillamot, un amico scrittore e poeta bretone. Come mai hai inserito Moustaki nel tuo repertorio?

Avevo cantato nella prima parte di un suo spettacolo alcuni anni fa in Auvergne; ho un bellissimo ricordo di lui che mi accompagnò sulla scena, m’incoraggiò, mi ascoltò con attenzione per tutta la mezzora della mia esibizione e dopo parlammo insieme della Bretagna, della lingua bretone e delle varie lingue visto che lui era poliglotta. Un giorno mi ritornarono in mente lui e la sua canzone Le Métèque che era stata cantata nel mondo in tante lingue, salvo il bretone è così ho avuto l’idea di farlo io. Di cosa parlano le altre canzoni dell’album?

È un ritorno alla scrittura, anche se, in effetti, non ho mai smesso di scrivere. Si parla del tempo, della solitudine, degli incontri che a volte sono decisivi, dei rapporti umani che a volte sono complicati; inoltre riprendo una canzone di Leo Ferré che avevo ascoltato quand’ero adolescente. Quanto tempo hai impiegato per realizzare l’album?

Ho cominciato a scrivere alcune canzoni già cinque anni fa, altre erano “in fase di maturazione”, altre sono più recenti. Le registrazioni in studio delle parti strumentali hanno avuto inizio nell’agosto 2013 e sono terminate a ottobre; in marzo e aprile di quest’anno sono state rifatte le registrazioni della mia parte vocale, in un altro studio

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Interviste

Noi abbiamo Camille che suona il mandolino, che è uno strumento non molto comune nelle altre formazioni, anche se è abbastanza suonato in Irlanda. Inoltre noi presentiamo dei duetti mandolinochitarra e flauto-violino che sono personali e caratteristici del nostro gruppo. Nel nostro repertorio poi, ci sono delle canzoni americane, suonate da Camille in uno stile vicino al Bluegrass. Avete studiato musica o siete degli autodidatti?

Personalmente, ho studiato musica classica e poi ho scoperto la musica irlandese, che ho imparato dal padre di Camille, che è anche lui violinista.

Benoît Volant dei Poppy Seeds

con una consolle di mixage di vecchio tipo, perché preferivo avere dei suoni più caldi e naturali. Il disco è quindi uscito a fine giugno. Bene, a questo punto non ci resta altro che seguire il tuo spettacolo stasera e ascoltare il tuo album prossimamente.

Siete bretoni tutti e quattro?

Io e Camille Philippe siamo della Normandia e siamo amici da quindici anni; quando siamo venuti ad abitare in Bretagna abbiamo conosciuto i due bretoni Tom Lemonnier e Pierre Cadoret. Abbiamo notato che nella vostra formazione non ci sono percussioni varie né tantomeno il bodhrán, tipico dei gruppi che suonano musica irlandese.

L’intervista con Benoît Volant Terminata l’intervista con Clarisse Lavanant, ci siamo recati all’Espace Saint Corentin, dove si teneva il concerto dei Poppy Seeds e alla fine del quale ci siamo intrattenuti con il loro violinista Benoît Volant.

Per il momento ci va bene così; anche quando abbiamo deciso di registrare i nostri due album, abbiamo preferito suonare da soli, senza invitare altri musicisti. Prossimamente si vedrà.

Da quanto tempo esiste il vostro gruppo?

Quando è uscito il vostro ultimo album?

In pratica da quattro anni, anche se ci conoscevamo già prima e suonavamo insieme musica irlandese in qualche pub. Nel 2010 abbiamo così deciso di costituire un gruppo per fare dei concerti. Com’è stato scelto il nome del gruppo?

È Pierre Cadoret, il flautista, che ha proposto il nome dopo aver visto in Irlanda tante forme di pane con i semi di papavero: i Poppy Seeds, appunto.

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Il secondo e, per il momento, ultimo disco è uscito in febbraio e abbiamo impiegato circa un anno per produrlo.

I brani sono di vostra composizione?

La maggior parte dei brani è tradizionale, ma ce ne son alcuni di nostra composizione, come descritto nel libretto del CD.

Proponete qualcosa di diverso rispetto ad altri gruppi che suonano musica irlandese?

Avete già in programma dei prossimi concerti?

Ad agosto saremo a Lorient al Festival Off durante l’Interceltique, dove suoneremo diversi concerti in diversi bar.

Benissimo, anche noi saremo a Lorient e verremo senz’altro a riascoltarvi. L’intervista con Ariane Matiack A margine di una conferenza stampa, venerdì 25 luglio, con Marc Feldman, direttore dell’Orchestre Synfonique de Bretagne e Ariane Matiack che in serata avrebbe diretto tale orchestra durante il concerto “Symphonie N°3 Le Ponant” con Didier Squiban, abbiamo intervistato Ariane. Abbiamo chiesto ad Ariane di riassumerci il suo percorso musicale.

Volevo fare il capo orchestra fin da giovane e così, senza alcuna esitazione, ho deciso di frequentare diverse scuole di musica tra cui quella prestigiosa di Vienna. Successivamente ho vinto un concorso, che mi ha permesso di fare le mie prime esperienze, in qualità di assistente capo, in seno all’Orchestra Nazionale di


Interviste

e questo mi permette di entrare mentalmente nel repertorio di questa sera. Diceva durante la conferenza che ha incontrato Didier solo ieri; com’è possibile riuscire a organizzarsi in così poco tempo per dirigere un’orchestra e un concerto?

Confermo, ma sappiate che nel campo della musica sinfonica abbiamo l’abitudine di preparare un concerto nel giro di tre, quattro giorni. Questo è un caso speciale ma Didier aveva già suonato diverse volte con l’orchestra, io conoscevo già qualche loro musicista e comunque sono arrivata super preparata. Straordinario!

Ariane Matiack a sinistra e Marc Feldman a destra durante la conferenza stampa

Montpellier. Attualmente lavoro come capo orchestra freelance in Francia, Germania, Scandinavia e altri Paesi. Ho iniziato come pianista con la musica classica, poi sono passata a quella operistica, poiché i miei genitori sono cantanti lirici, ma sono sempre stata attirata dalle orchestre sinfoniche, anche se non è usuale in questo campo vedere una donna dirigere un’orchestra.

Tra le sue esperienze c’è anche la musica jazz?

No, come dicevo, ho una formazione classica e nel concerto di stasera con Didier Squiban, mi cimento per la prima volta in un repertorio straordinario che mescola musiche di vario genere passando da quella classica al jazz e a quella tradizionale bretone. Tra l’altro, conosco bene quest’ultimo tipo di musica, essendo di origini bretoni e la danzo anche

Il gruppo Arneo durante la conferenza stampa. Da sx a dx Yann Cortella, Gwenael Kerleo, Marielle Hervé e Tekyes

Questo fa parte del nostro mestiere. Un direttore d’orchestra deve essere capace di farsi capire con pochi gesti; la sua abilità è la comunicazione. Come fa ad imporsi ad un’orchestra; è dotata di una forte personalità o cerca di entrare in empatia con i musicisti?

Io penso esclusivamente alla musica e a nient’altro e tutto fila liscio. Ho avuto la fortuna di lavorare con diverse orchestre e mi hanno sempre giudicato positivamente per la mia serietà. Tratto indifferentemente uomini e donne; quello che conta è la passione comune per la musica. Anche quando capita di trovare qualcuno che faccia un po’ fatica a seguirmi, bisogna trovare la soluzione. Un esempio concreto: due anni fa mi sono trovata a dirigere l’Orchestra da Camera di Israele e c’era un violinista al fondo, col quale all’inizio non riuscivo a stabilire alcun contatto; mi accorsi che portava la kippa e pensai che dovesse essere uno molto credente. Un giorno dovevamo eseguire una sinfonia di Haydn che parla della confidenza in Dio e mi misi a parlare di tonalità musicali che fos-

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sero in linea con i temi religiosi e a quel punto compresi di aver destato la curiosità e l’attenzione del violinista che finalmente entrò in sintonia e da quel momento tutto proseguì perfettamente. Nella serata poi, seguendo il concerto, abbiamo avuto conferma della maestria e della professionalità di Ariane Matiack. La conferenza con il gruppo Arneo, formato da Gwenael Kerleo, Marielle Hervé e Yann Cortella. Quest’ultimo (che in passato ha collaborato con Higelin e Johnny Hallyday) ha spiegato com’è nato il loro progetto. Cercavo da alcuni mesi l’idea per un nuovo progetto musicale che non fosse il solito pop o le canzoni che avevo già prodotto in passato. Un giorno correndo a piedi intorno ad un lago nei Monts d’Arrée mi sono reso conto che l’acqua poteva essere una fonte sonora molto ampia, così quando tornai a casa, registrai alcuni rumori come quello dell’acqua del rubinetto, della vasca da bagno e altri ancora. La cosa mi entusiasmò, ma l’idea rimase accantonata per circa un anno e mezzo. Poi incontrai Gwenael e Marielle per un progetto comune e ritirai fuori la mia idea. Ripresi a registrare in modo empirico i molteplici suoni prodotti dall’acqua come quello del mare, dei fiumi, dei tuffi in piscina e tanti altri e li elaborai al computer pulendo i suoni o tagliando le frequenze, ma senza denaturarne la base e li adattai a ritmi musicali differenti. In seguito con Gwenael all’arpa elettrica, Marielle alle tastiere ed io alle tastiere e al sampler abbiamo lavorato insieme per comporre le musiche, le melodie e i testi anche questi sul tema dell’acqua. Marielle ha scritto i testi in inglese e ci siamo avvalsi della collaborazione di Yann Hergoualch per quelli in bretone. Non ci sono altri strumenti ad accompagnare il gruppo

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e i suoni che riproducono le percussioni, sono sempre derivati dall’acqua: dai suoni delle onde scaturiscono i cimbali, dai sassi nell’acqua, i tamburi. Sono circa due anni che lavoriamo attorno a questo progetto. L’anno scorso abbiamo presentato un primo c o n c e r t o a l Denez Prigent durante la conferenza stampa Festival InterNel concerto di ieri ho presentato celtique di Lorient e il prossimo 6 una formula differente dal passato, ottobre uscirà il nostro album. con quattro nuovi titoli, tra cui un Oltre alle sonorità particolari gli valzer e alcuni brani, completaspettacoli sono accompagnati da audiovisivi progettati da Tekyes, vi- mente rivisitati da un percussionisual designer e performer, il quale sta che fa parte del mio gruppo da ha spiegato che ha creato le imma- appena un anno e che ha apportato gini ispirandosi sempre all’acqua, una nuova dinamica e dei nuovi riferendosi per esempio a fenomeni colori sia nelle canzoni a danza che atmosferici come i temporali, i tor- nei gwerz. Ho scelto inoltre dei musicisti che nado, eccetera. Elabora poi elettrosapessero interpretare ed entrare in nicamente tali immagini di volta in sintonia sia con la musica bretone e volta, nel senso che non sono preceltica, sia con musiche provenienti registrate, ma sono live e adattate da altre zone, come quella mediteralla scena del momento. ranea, quella greca o quella orienPer quanto riguarda i progetti tale. Ho voluto, infatti, proporre una futuri, Marielle e Gwenael hanno spiegato che programmeranno un musica certamente con delle radici concerto per l’uscita dell’album in bretoni ma che spaziasse anche alottobre e degli interventi live nelle trove. Ho preferito poi abbandonare, radio. A tal proposito il gruppo è per il momento, la forma elettronica in partenariato con radio RFI (Ra- che avevo utilizzato in precedenti dio France Internationale ) che è concerti e ritornare a quella acustica, diffusa in tutto il mondo e che ha che mi sembra più consona alla mia scelto un brano in bretone “Takenn voce. Ho scelto inoltre di conservare Dour” per trasmetterlo nelle loro una forma orchestrale con sette muemissioni e questo è importante sicisti sulla scena, contrariamente ad anche per far conoscere la lingua altri gruppi che, per ragioni economiche, propongono trio o quartetti. bretone a livello internazionale. È vero che gruppi meno numerosi Riportiamo infine alcuni passaggi hanno maggiori possibilità di esedella conferenza di Denez Prigent guire molti più concerti; è una queche si è tenuta il giorno dopo il suo stione di scelta: io preferisco mantenere la mia formazione. ❖ concerto.


Cronaca Un appuntamento immancabile che anche quest’anno ha segnato un enorme successo

44° FESTIVAL INTERCELTIQUE DI LORIENT 1-10 AGOSTO 2014 ANNO DELL’IRLANDA di Giustino Soldano e Muriel Le Ny

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vevamo già accennato al Festival e al suo programma nella rivista di maggio. Programma molto fitto, come dicevamo, con artisti famosi di altissimo livello e tantissimi altri meno conosciuti, ma non per questo meno interessanti. Grande consenso e folta partecipazione di pubblico hanno confermato l’ampio successo di questa manifestazione giunta alla 44esima edizione: in totale sono stati stimati 750.000 spettatori e ben sette concerti hanno realizzato il tutto esaurito. Questo Festival è stato onorato dalla visita ufficiale del Presidente dell’Irlanda, Michael D. Higgins, che è intervenuto anche al con-

Il Presidente dell’Irlanda, Michael D. Higgins, durante il concerto d’apertura del 2 agosto

certo d’apertura del 2 agosto “The Glenmore Concert” dedicato al premio Nobel per la letteratura Seamus Heaney, che si è tenuto al Grand Théâtre, al completo. Passiamo ora in rassegna alcuni spettacoli ai quali abbiamo assistito. Sabato 2 agosto Bernard Lavilliers, cantautore molto seguito in Francia, si è esibito all’Espace Marine in un concerto affollato; d’altronde le premesse non lasciavano dubbi: i posti a sedere erano già esauriti da alcuni mesi. Il cantautore ha presentato, tra gli altri, anche alcuni pezzi del suo ultimo album “Baron samedi”. Musica a volte con ritmi caraibici e quindi non proprio celtici, ma la voce calda e suadente del cantante, i brani molto orecchiabili e il suo stile sono stati molto apprezzati.

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Cronaca Liam O'Flynn

Quando poi il cantante ha intonato “Vivre encore” e “Scorpion” tratti dal suo ultimo album e quando è intervenuto Iwan Camus alla uillean pipe, il pubblico è andato letteralmente in visibilio.

Suzanne Vega

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Appuntamento irrinunciabile quello della prima domenica del Festival con la “Grande Parade des Nations Celtes”, durante la quale sfilano 3000 persone abbigliate con i costumi tradizionali dei vari

Paesi (Bretagna, Scozia, Irlanda, Galles, Isola di Man, Cornovaglia britannica, Asturie, Galizia, Australia), suddivise in 75 gruppi di musicisti e ballerini, in un tripudio di colori e suoni. La Parade ha percorso le vie di Lorient partendo dallo Stadio e raggiungendo il Port de Pêche circa tre ore dopo. È stato uno spettacolo affascinante, come tutti gli anni precedenti, che ha visto la partecipazione di almeno 60.000 spettatori distribuiti lungo tutto il percorso. Spettacolo entusiasmante e con tutti i posti occupati quello del lunedì all’Espace Marine: “Grande Nuit de l’Irlande” al quale ha partecipato nella prima parte, Liam O’Flynn, musicista irlandese suonatore di uillean pipe, conosciuto anche per essere stato uno dei fondatori del mitico gruppo dei Planxty. Accompagnato dall’Orchestra del Festival si è esibito nel concerto “The Brendan Voyage”, compo-


Cronaca Cathy Jordan dei Dervish

sto nel 1980 da Shaun Davey e già proposto in precedenti edizioni del Festival. Pur conoscendo molto bene questa composizione, per

aver ascoltato l’omonimo album numerose volte in passato, risentirla suonare dal vivo ci ha fatto nuovamente venire i brividi.

Nella seconda parte esibizione del gruppo irlandese, conosciuto a livello internazionale, dei Lúnasa. I cinque musicisti del gruppo, dotati di notevole energia, hanno mostrato la loro valenza, suonando per la prima volta con l’Orchestra del Festival davanti ad un pubblico affollato ed entusiasta che ha applaudito a lungo la loro performance. Serata intensa quella di martedì 5 agosto con tre spettacoli d’eccezione. Al Grand Théâtre alle 21:00 in cartellone c‘era il concerto, anche qui al completo, della cantautrice californiana Suzanne Vega, nota particolarmente per le sue canzoni “Luka” e “Tom’s Diner”. Da quanto appreso durante la conferenza stampa, il concerto avrebbe concluso la lunga e faticosa tour-

Catrin Finch e Seckou Keita

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Cronaca Anoushka Shankar

née della cantante in Europa (tra cui alcuni concerti anche in Italia). La cantante ha inoltre spiegato che durante il concerto avrebbe cantato sia dei brani del suo vecchio repertorio sia alcuni pezzi dell’ultimo album “Tales from the Realm of the Queen of Pentacles” la cui tematica è un incontro tra mondo spirituale e mondo reale. Nella serata Suzanne Vega si è esibita alla chitarra acustica accompagnata dall’irlandese Gerry Leonard alla

chitarra elettrica. Quest’ultimo è noto anche per essere chitarrista e direttore artistico di David Bowie. Abbiamo seguito solo una parte del concerto, peraltro molto apprezzabile, per poi recarci all’Espace Marine dove alle 22:00 era programmato, in prima serata, il concerto dei Dervish, gruppo folk irlandese formatosi venticinque anni fa. Avevamo già ascoltato un album del gruppo e non volevamo perdere quest’occasione per vederli dal vivo Ruth Keggins durante la conferenza stampa

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e, in effetti, il loro concerto, nonostante l’affluenza del pubblico un po’contenuta, è stato molto gradito sia da noi che dai presenti. Da rimarcare la voce toccante e intensa della cantante Cathy Jordan, che ha inoltre accompagnato alcuni brani col bodhrán o con i bones e l’esecuzione quasi impeccabile degli altri cinque musicisti, che hanno suonato jigs e reels in stile irish D.O.C. Stessa location ma provenienze e stili diversi quelli della serata di mercoledì 6 agosto. Raggruppati col titolo “Dans l’Univers des Bardes”, due concerti dalle musicalità totalmente differenti, ma accomunati dalle esecuzioni magistrali degli artisti, che hanno suonato strumenti a corde provenienti di Paesi diversi. In prima serata si è esibita la coppia formata dall’arpista gallese Catrin Finch e dal senegalese Seckou Keita alla Kora, strumento a corde africano con suoni simili all’arpa, a volte difficili da distinguere quando tali strumenti sono suonati insieme. Come aveva spiegato Catrin nella conferenza del pomeriggio, lei e Seckou provengono da culture e percorsi musicali completamente diversi: Catrin dalla musica classica e Seckou dalla musica tradizionale, trasmessa oralmente, del Senegal. Da due anni suonano insieme in questo periodo hanno cercato d’entrare in sintonia con i loro stili e con i loro strumenti. Si sono accorti che la musica suonata con la Kora ha delle melodie simili a quelle tradizionali gallesi e si sono impegnati per raffinare il modo di suonare insieme fino a raggiungere un livello in cui esprimere la loro creatività. Hanno impiegato diverso tempo prima di decidere di realizzare il loro primo album dal titolo “Clychau Dibon” in cui proporre una musica piacevole e rilassante. Catrin ha infine annunciato che dopo Lorient faranno un concerto in Germania e poi ognuno rientrerà a casa propria e che tra i vari progetti, ciascuno


Cronaca The Dublin Legends

Bernard Lavilliers

The Strypes

produrrà un album singolo, il suo di musica classica, ma l’incontro con Seckou le ha aperto nuovi orizzonti e forse faranno ancora un album congiuntamente. L’esibizione di Catrin e Seckou è stata molto apprezzata dal pubblico, che a fine concerto si è alzato per applaudire lungamente la coppia. Anche a noi è piuttosto piaciuta la loro musica, in effetti molto rilassante e deliziosa per l’udito e suonata con una tecnica perfetta. A nostro avviso, però, i brani ci sono parsi un tantino lunghi e ripetitivi e ci sono sembrati ispirati ad uno stile molto simile a quello new-age, già sentito in passato. In seconda serata ancora suoni dagli accenti esotici, con il concerto dell’artista d’origini indiane Anoushka Shankar al sitar. Figlia del famoso Ravi Shankar, la musicista ci ha impressionato per l’abilità e velocità con cui ha suonato il suo strumento, facendone scaturire effetti acustici straordinari. Dotata anche di una bellissima voce, la sua performance ben si è accordata con gli altri musicisti presenti sulla scena ed ha raccolto numerose ovazioni. Tutta al femminile la serata di giovedì, sempre all’Espace Marine, con lo spettacolo dal titolo “Femmes Gaéliques”. In prima serata le esibizioni della cantante scozzese Julie Fowlis e di Ruth Keggins, cantante e musicista dell’Isola di Man. In seconda serata il concerto molto atteso dell’irlandese Mary Black in compagnia di sua figlia Róisín O’Reilly, di sua sorella Frances Black e della figlia di quest’ultima: Aoife Scott’s. Concerto molto particolare il loro, in quanto Mary Black aveva annunciato in conferenza stampa il suo ritiro dalle scene dopo circa trentacinque di attività, ma anche per l’occasione eccezionale che vedeva per la prima volta a Lorient le quattro cantanti esibirsi insieme. Spettacolo molto emozionante quello della Black’s Family, ma

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Cronaca

dicevamo all’inizio che al Festival erano presenti anche molti artisti meno conosciuti e, infatti, la nostra presenza alla serata era dettata soprattutto dal nostro interesse per la cantante Ruth Keggins, che avevamo già ascoltato al Festival Interceltique del 2011 e ci era particolarmente piaciuta. In quell’anno Ruth faceva parte del gruppo Nish As Rish che vinse in quell’occasione il trofeo Loïc Raison, concorso per giovani gruppi folk. La Bagad Kemper durante la Grande Parade des Nations Celtes Durante l’esibizione della cantante dell’Isola di Man, Concerto di chiusura del Festival non solo abbiamo avuto conferma sabato 9 agosto allo Stade du Moudella sua bravura, ma abbiamo an- stoir che ha visto la partecipazione che notato una certa maturità nella in prima serata dei The Dublin Levoce e maggiore sicurezza sulla gends, formato da Seán Cannon, scena. Ruth Keggins ha inciso e Eamonn Campbell, Patsy Watchorn prodotto recentemente un album e Gerry “banjo” O’Connor. I primi di canzoni tradizionali e contem- tre sono musicisti provenienti dal poranee dell’Isola di Man, dal titolo gruppo storico dei The Dubliners, “Sheear”. scioltosi nel novembre 2012. Il

Seán Smyth e Ed Boyd dei Lúnasa

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gruppo dei The Dublin Legends ha presentato una serie di brani vari, alcuni provenienti dal precedente repertorio dei Dubliners e si è esibito, come i gruppi successivi, su un palcoscenico allestito per l’occasione allo Stadio che ha raccolto circa 8000 spettatori. La serata è continuata con il concerto del gruppo The Strypes, composto da Josh Mc Clorey, Ross Farrelly, Pete O’Halon ed Evan Walsh, quattro ragazzi d’età compresa tra i sedici e i diciotto anni. Il gruppo, formatosi nel 2012, s’ispira, a quanto da loro affermato in conferenza stampa, a bands di rhytm and blues e rock and roll come i Dr Feelgood, The Rolling Stones, Chuck Berry, Rockpile, Dave Edmunds e tanti altri. Il loro concerto durato più di un’ora è stato contrassegnato da un susseguirsi di brani senza sosta suonati con incredibile energia da questi quattro artisti imberbi e forsennati. Forse piaceranno ai giovani, ma noi abbiamo avuto l’impressione di un’esibizione più urlata che cantata e anche il loro muo-


versi sulla scena ci è sembrato un po’ forzato, quasi ad imitare a tutti i costi musicisti più attempati di loro. Forse abbiamo torto o forse no; vedremo in futuro quale sarà l’evoluzione di questo gruppo formatosi solo due anni fa, ma che ha già raggiunto le vette delle hit-parade internazionali. La serata è poi terminata con le esibizioni della cantante di origini acadiane Caroline Savoie e del gruppo Salsa Celtica. Ovviamente quella che vi abbiamo presentato non è altro che una sintesi dei numerosi spettacoli del Festival che, salvo eccezioni, sono stati di buonissimo livello e resteranno favorevolmente impressi nella memoria non solo nostra. Non ci rimane a questo punto che aspettare il 2015 per vedere cosa ci riserverà l’anno dedicato alla Cornovaglia britannica e all’Isola di Man, che parteciperanno per la prima volta al Festival Interceltique di Lorient in qualità di Paesi invitati d’onore. ❖

Cronaca

Da sinistra Mary Black, sua sorella Frances e le loro figlie

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Cronaca 20° FESTIVAL DI FES 2014

In Marocco esiste il festival di musica sacra più importante al mondo

di Margherita Sabia

Yossou N’Dour e Johnny Clegg

T

re anni fa per curiosità, l’anno scorso per il desiderio di tornarci, quest’anno a giugno avremmo voluto andare ad un altro festival internazionale, ma come resistere al richiamo della XX edizione del Festival delle Musiche Sacre dal Mondo a Fes? Dopo averlo trovato in lista tra i migliori eventi dell’anno in Europa secondo la Lonely Planet (ed è in Marocco, neppure quel giornalista ha saputo resistere all’eccezione!), e dopo aver scoperto che nel 2001 l’ONU l’ha dichiarato tra i più significativi avvenimenti che contribuiscono al dialogo tra le civiltà, il bagaglio è già pronto: ritorno a Fes irrinunciabile. E le aspettative non restano deluse. Attratti dal concerto di Yossou N’Dour e Johnny Clegg in omaggio a Nelson Mandela, così come da altri grandi musicisti quali Zakir Hus-

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Yossou N’Dour e Johnny Clegg

sein o Tomatito in ricordo di Paco De Lucia (e come dimenticare la sua straordinaria performance dell’anno passato?), partiamo certi che molte saranno le scoperte musicali, gli stupori e le emozioni intense che ci faranno viaggiare at-

traverso suoni e canti fra le culture più varie del mondo. Quest’anno il festival si è ispirato al Cantico degli Uccelli, del poeta mistico persiano del XIII secolo Farid Ud-Din Attar. La favola degli uccelli di tutta la Terra che si ritro-


Cronaca

Yossou N’Dour e Johnny Clegg

Nouhaila Al Khalai

vano per cercare lungo sette valli il loro re si fa metafora del festival che raduna e accoglie artisti di ogni canto – tanto sonoro quanto geografico, un appello a tutte i musicisti e le tradizioni che lo hanno popolato nell’arco dei suoi 20 anni. Diviene un bellissimo viaggio musicale ispirato – non ci può sfuggire - alla ricerca di Simorgh, l’uccello mitologico, il riflesso divino, che altri non è che il riflesso della nostra essenza più pura. Il festival si vive subito come un incontro tra tante culture, in seno al centro storico della città più tradizionale e spirituale del Marocco. Gli eventi abitano i luoghi più suggestivi della meravigliosa medina di Fes, pare quasi di fare un salto nel Medioevo arabo mentre si va incuriositi ad ascoltare musicisti dall’Algeria, dal Senegal, dall’Iraq, dal Kazaghisthan, dalla Bolivia, dalla Cina…Tra un concerto e l’altro si attraversano folle di gente vestita in djellaba in mercati colorati di spezie e verdure, si assaporano dolcetti melassosi con l’immancabile tè alla menta, si visitano fondaci e negozietti di artigiani che lavorano ancora tutto a mano, ci si rilassa in un giardino arabo-andaluso o si visita un’antica medersa. Un caleidoscopio di sensazioni. Ci sono concerti nelle corti di storici riad, nel giardino del museo Batha, tra i torrioni del maestoso Bab Makina, ma anche un programma off di spettacoli ed eventi gratuiti nell’immensa piazza della Porta Azzura e nel parco del palazzo imperiale, il cosiddetto festival delle città, dove si scopre il gusto popolare e l’entusiasmo della gente comune. Un programma vario dal pomeriggio assolato a notte fonda, assai godibile e non eccessivamente affastellato, tra vocazione internazionale ed espressione locale. Al mattino il forum “un’anima per la globablizzazione” coinvolge intellettuali di grande levatura, quest’anno in tavole rotonde sulla politica di Mandela, sull’evoluzione delle so-

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Cronaca

Bardic Divas

Coro Saint Ephraïm dall’Ungheria

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cietà multiculturali, sulle prospettive del Medio-Oriente. Un festival che promuove a tutto tondo la fratellanza tra i popoli e la costruzione della pace attraverso la valorizzazione delle singole identità culturali e al contempo la ricerca dei valori universali. Diventa così velleitario chiedersi quale sia il confine tra musica sacra e musica tradizionale. Come non riconoscere in certi rituali e canti sacri proprio l’anima di un popolo? Che un artista ispirato pare trasportarci in altre dimensioni? A Fes le distinzioni tra spirituale e popolare si assottigliano, i confini a tratti si mescolano ed emerge la qualità. Si ascolta musica quale viatico di ricerca interiore, di espressione profonda di sé, e quindi anche di specifiche radici culturali. E c’è spazio pure per sperimentazioni originali tra musicisti affini di origine diversa, sintonizzati in una stessa tensione creativa. Molte sono le declinazioni musicali dello spirito, gli incontri e i raffronti, ma sono le “notti sufi”, cioè della corrente mistica islamica, a concludere ogni giornata del festival a Dar Tazi (sede della fondazione organizzatrice L’Esprit de Fes), a creare un fil rouge e l’occasione più intima di ritrovo, quasi un sigillo spirituale del luogo. E’ il samaa, o canto sufi, melodia poetica che esprime un amore ardente e porta all’invocazione reiterata del nome di Dio, purificando la mente dai desideri terreni e suscitando stati di coscienza estatica. Ogni notte si esibisce una confraternita diversa, tutte marocchine ma di città varie, e lo stupore è grande. Ci aspettavamo un ambiente quieto e silenzioso secondo i nostri parametri di misticismo, e invece ci uniamo a una folla di intere famiglie che via via si infervoriscono sino a cantare, ondulare il corpo e battere le mani con grande trasporto. I giovani arrivano a saltare e cantare a gran voce, talvolta rasentano la trance. Quasi un rave islamico, di


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Ensemble Altan

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certo un misto di spiritualità e convivialità. Noi non capiamo l’arabo, riconosciamo solo il nome di Allah, ma ci lasciamo trasportare dall’effervescenza popolare e dalla magia delle sonorità sacre. Allo stupore divertito si unisce una emozione intensa. A parte i samaa delle confraternite, lungo il festival ritroviamo l’influenza sufi nell’ispirazione di musicisti di varia provenienza, tracce che scorrono dall’Andalusia al Maghreb, attraversano il Medio Oriente e l’Asia Centrale e raggiungono l’India. Tra i concerti che ci interessano particolarmente vogliamo accennare ad alcune proposte del festival/ collaborazioni di artisti, voci minori rispetto alle grandi star di richiamo ma che si distinguono per originalità. Innanzitutto la creazione “poesie di sabbia e parole nomadi” con Mint Ely Warakane e le sue coriste dalla Mauritania e Raza Khan dall’India. Una incredibile osmosi tra i canti poetici tradizionali del deserto del Sahara mauritano, al punto di incontro tra Africa bianca islamizzata e Africa nera, cantata e a tratti cantilenata da donne griot che inneggiano all’acqua, agli alberi e alle oasi, e d’altro lato l’intenso e vistuosistico canto sacro qawwal, proprio di un ordine sufi diffuso tra India del Nord e Pakistan. A completare ed esaltare la sintonia tra le voci anche il sapiente battito delle mani di tutti gli artisti. Straordinario lo spettacolo “dive bardiche”, due cantanti e una musicista poetesse, espressione della cultura nomade delle steppe dell’Asia Centrale. In costumi, gioielli e cappelli conici di grande raffinatezza, liuti particolari, anche le loro voci sono stupefacenti. La cantante dell’Uzbkisthan ha un timbro netto, potente, di testa. Quella del Kazakhisthan ha voce più melodiosa e assai virtuosa, richiama il nostro belcanto e certi vocalizzi indiani. Si alternano e infine si uniscono, can-

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Mairéad Ní Mhaonaigh, violinista del gruppo irlandese Altan

Marifat Qawali dal Pakistan


tano le imprese eroiche dei cavalli e dei fieri cavalieri della steppa, narrano rituali e poteri sciamanici per sconfiggere la morte, snocciolano allegramente filastracche che ci trasportano a Samarcanda. Ci incuriosisce anche la sperimentazione tra un suonatore cinese di marranzano (il cosiddetto scacciapensieri) e un gruppo folclorico del Medio Atlante. L’intento del suonatore cinese è di modulare la sua ispirazione interiore, fatta di suoni sottili, sibilati, e di silenzio, con i ritmi, l’aria e il vento delle montagne marocchine, attraverso la tradizione amazigh (berbera). Un’operazione non pienamente riuscita, che forse avrebbe bisogno di maggiore elaborazione e flessibilità dei suonatori tradizionali berberi. E infine vogliamo segnalare i due concerti che ci rapiscono il cuore e fanno piangere di emozione: quelli di due donne, Luzmila Carpio dalla Bolivia e Rokia Traore dal Mali. Due donne animate da forti idealità e determinazione, pur con caratteri assai diversi, fiera espressione della loro terra e dei loro popoli per cui lottano attraverso la loro arte. Luzmila, in costume ricamato boliviano e suonando il charango sebbene donna, canta secondo la

Ouled Al Bouazzaoui (chant de l’Aïeta)

Cronaca Jordi Savall

Majlis Trio

tradizione andina quechua la bellezza e lo spirito della natura, ritenuta sacra: lo spirito degli alberi, e poi dell’aria, dell’acqua, delle montagne, della luna, delle stelle. A volte con voce altissima e in falsetto sintonizzandosi col flauto traverso e al tempo del charango, canta pure solo i versi degli uccelli. Dolce, sorridente, poetica, si esprime in nome della dignità culturale del suo popolo, di cui è ambasciatrice in Francia, e ci esorta ad essere consapevoli e coraggiosi nel proteggere la natura, la grande anima di madre pachamama. “Siamo noi

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che apparteniamo alla Terra, non la Terra che appartiene a noi”. In chiusura di concerto incarna lo spirito del condor, del suo canto e del suo volo lasciandoci ammutoliti. Rokia, figlia di dignitario bambara diplomatico in Europa, è l’espressione palpitante del patrimonio africano all’incontro con l’Occidente. Artista eclettica, tra musica, teatro e danza, ci presenta il suo ultimo progetto, Beautiful Africa, tenendo il passo degli artisti africani contemporanei che animano la scena internazionale. LA chitarra elettrica si unisce a quella tradizionale africana, insieme a basso e batteria, i suoni blues che ci ricordano Ali Farka Traore si alternano a tirati brani rock e sonorità psicadeliche. La sua voce è straordinaria, con grandi escursioni, passa dal sussurato a momenti di grande potenza. Molto raffinata e intensa al contempo, ha un ricco ventaglio espressivo, è teatrale, melodica, briosa, ironica, potente. Del suo mondo interiore canta la melanconia, “compagna fedele della mia solitudine”, e del “coraggio di non fare niente”, Africana che declina lo spirito zen. Sottile e sinuosa, testa rasata e viso scolpito che pare una maschera africana, sintesi ed equili-

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Il palco principale

Rokia Traoré

Ribab Fusion (Chant Amazigh de Souss)

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brio perfetto di maschile e femminile. Esprime appieno lo spirito africano, fiero, potente, viscerale, terreno, un po’ magico. Ci affascina, ci trascina. Canta infine alla libertà, alla fratellanza, all’uguaglianza: “Non ci sono popoli inferiori e popoli superiori”. Chiude il concerto nello stile dei griot tradizionali, con incitazioni al pubblico, ritmo, danza, in un crescendo collettivo. E una dichiarazione d’amore all’Africa “Arriveremo, poco a poco: non è una speranza, è convinzione”.


Cronaca

Wang Li Ribab Fusion (Chant Amazigh de Souss)

Scènes Ouvertes Autour du Festival Mandiang younouss Timbuktu

TomatitoSextet et Omar Bouzmazought

Lo spirito dell’Africa ci permea. Dopotutto, per quanto il Marocco sia islamizzato e questo festival incentrato sul sufismo, siamo in Africa. E ditemi se non vorrete esserci alla prossima edizione del festival di Fes, dal 22 al 30 di maggio 2015. ❖

Roberto Alagna

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Cronaca PEDALANDO LUNGO LA VIA DELLA TARANTA

FIAB Federazione Italiana Amici della Bicicletta Onlus Folkitalia-Vacanze della Taranta Salento Bici Tour Jonas Viaggi Comunicato Stampa

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o scorso 30 agosto si è concluso con successo il primo tour cicloturistico del Salento, con un focus speciale sulla musica tradizionale del luogo. Si è trattato di un viaggio alla scoperta di un territorio ricco di tradizioni e bellezze naturalistiche, al di fuori del circuito del grande turismo balneare che in questi ultimi anni ha letteralmente preso d’assalto questo lembo d’Italia. Il tour ‘Taranta Bike & Camp’ è un’iniziativa voluta e realizzata da FIAB - Federazione Italiana Amici della Bicicletta ONLUS, Salento Bici Tour, Jonas Viaggi e FolkitaliaVacanze della Taranta. Un viaggio improntato al turismo sostenibile e rispettoso dell’ambiente, che si è snodato attraverso strade secondarie, ulivi secolari, antichi frantoi e masserie dove è ancora possibile gustare antichi sapori e cibi genuini. Un percorso alla ricerca di antiche tradizioni, nella terra, nel cibo, nella danza e nella musica. Il tour, guidato da Carlo Cascione di Salento Bici Tour, è partito da Lecce lo scorso 23 agosto alla volta di Melpignano facendo tappa alla Masseria Sant’Angelo di Corigliano d’Otranto, per una breve introduzione sulla Notte della Taranta con la danzatrice e ricercatrice Franca Tarantino e con il danzatore e tamburellista Giuseppe Delle Donne, nipote del grande Uccio Aloisi. La masseria, di proprietà della famiglia Avantaggiato, è portatrice di una forte tradizione musicale, e Giovanni, ultimo degli ‘Ucci’, no-

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Cronaca

nostante la calura estiva e l’età avanzata, non si è risparmiato e ha regalato agli ospiti il piacere di una cantata. Dopo la sosta il gruppo, formato da circa 50 ciclisti provenienti da tutta Italia, è ripartito per Melpignano, dove l’Amministrazione comunale aveva messo a disposizione un apposito spazio per dare riparo sicuro ai ciclisti. Al termine del grande “concertone”, il tour è ripartito alla volta di Otranto, pedalando attraverso monumenti preistorici e antiche città pre-romane. Non è mancata la visita all’antico Forno Caroppo a Specchia Gallone, dove hanno preso il via i laboratori di danza ‘piz-

zica pizzica’ e tamburello salentino: i laboratori hanno scandito tutte le giornate del tour con un crescente entusiasmo e coinvolgimento per questa antica tradizione coreutica e musicale. Da Otranto a Leuca si è pedalato lungo la litoranea, incastrata nella falesia a picco sul mare, che è poi la Ciclovia numero 6, individuata dalla FIAB nel progetto “BICITALIA”. A Tricase (Marina Serra) si è fatto visita a “Celacanto”, un’associazione ambientalista particolarmente impegnata (Coppula Tisa) nella salvaguardia del territorio e, tra le balle di fieno, si è tenuto un concerto di musica tradizionale.

Così per gli altri 8 giorni di tour: 250 kmi km percorsi in totale, attraversando borghi, canyon, campi e macchia mediterranea, visitando antiche torri, chiese e monumenti. Il tour ha fatto tappa a Leuca, Ugento, Gallipoli e Galatina, per chiudere il cerchio e tornare alla splendida città barocca, punto di partenza. ❖ Per info: Cristina Castellari (consigliere nazionale FIAB) 347 7627107 Carlo Cascione (Salento Bici Tour) 346 086 27 17 Francesca Aragno (Folk Italia-Vacanze della Taranta) 328 7736308

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Cronaca FESTIVAL DEL CANTO SPONTANEO   7a edizione Comunicato Stampa

Giovanni Floreani e il “Trio di Gjviano” in una precedente edizione del Festival

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a settima edizione del Festival del Canto Spontaneo, organizzato dall’associazione culturale Furclap di Udine, si avvicina al suo epilogo che, come tradizione vuole, si svolgera’ a Givigliana (Rigolato UD) la prima domenica di ottobre. Iniziato a Salerno lo scorso 31 maggio con una giornata ricca di interventi - l’antropologo Paolo Apolito e il filosofo Alberto Madri-

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cardo, Biagino De Prisco, autentico cantore delle Tammuriate, la Compagnia Daltrocanto guidata da Antonio Giordano, i canti liturgici sperimentali di Giovanni Floreani - e’ approdata lo scorso 7 settembre in Val d’Ossola a Viganella (Domodossola) dopo una tappa friulana  (Colonos 30 agosto 2014, in occasione di Avostanis 2014).  Nel piccolo paesino in provincia di Verbania esiste

ancora una piccola e antica cantoria guidata dall’inesauribile Pier Franco Midali, noto anche come il Sindaco che “portò il sole d’inverno a Viganella”. L’associazione Furclap, che già lo scorso anno, dedicò una pagina a questo piccolo gruppo di cantori, ha deciso di realizzare una giornata del Festival in trasferta e l’occasione della locale “Festa alla Madonna” ha fatto si


che si concretizzasse questa opportunità. Le zampogne di Antonio Giordano (Salerno) e di Giovanni Floreani hanno suonato durante la processione  lungo le vie dell’antico paesino; melodie friulane e campane si sono mescolate destando curiosita’ ed interesse da parte del numeroso pubblico giunto anche da Milano. In serata, nella locale chiesa, un’interessante spazio condotto da Pier Franco Midali e’ stato dedicato alle origini liturgiche del canto Spontaneo.  A portare il saluto dal Friuli e soprattutto dalla sua amata Carnia c’era Novella Del Fabbro, insostituibile collaboratrice di Giovanni Floreani nell’organizzazione del Festival del Canto Spontaneo. Si giunge dunque agli ultimi appuntamenti di questa ricca settima edizione: il 4 ottobre a Venezia, a partire dalle 18,30 nel teatrino di Villa Groggia in S. Alvise Canareggio, si terra’ un convegno dal titolo embelmatico, il Destino del Canto. Oltre a Giovanni Floreani parteciperanno il filosofo Alberto Madricardo, il coro Marmolada diretto dal M° Favret e Lucilla Galeazzi, nota cantante folk italiana.

Cronaca

Il giorno dopo, 5 ottobre dalle 11 del mattino, il festival vero e proprio con il gruppo spontaneo dei cantori di Givigliana, il Trio di Gjviano, il gruppo corale dell’associazione AnFaMiv, Silvana Paletti - canterina resiana - e, a conclusione , il concerto di Lucilla Galeazzi. Il Festival Del Canto Spontaneo è un festival nel vero senso della parola: infatti Festival, che è una parola anglosassone, deriva da “Festa”; è l’esemplificazione, quindi, di una aggregazione sociale finalizzata al divertimento, allo stare assieme e condividere momenti di allegria e , appunto, di festa. Nell’antichità, probabilmente, la “festa” avveniva a chiusura di un ciclo di lavoro oppure era organizzata per celebrare un particolare momento liturgico o semplicemente per ringraziare gli dei. Come, d’altra parte accade tuttora soprattutto in certi ambiti  rurali o isolati: spesso si tratta di feste popolari strettamente collegate a rituali, processioni rogazionali, ricorrenze religiose o profane. Così Furclap ha cercato di pianificare questo evento rifuggendo volutamente dai centri metropolitani e dalla spettacolarizzazione. E’ l’insieme di varie situazioni che

L’estate è finita ma la musica continua... con i concerti autunnali, Genova per esempio...

sono organizzate in diverse zone d’Italia e talvolta anche all’estero. Piccoli eventi (concerti, convegni, approfondimenti) diluiti nel corso dell’anno per giungere all’epilogo (la prima domenica di ottobre) nel piccolo paesino di Givigliana nell’Alta Val Degano in Carnia. Nel corso delle sette edizioni, sin qui organizzate, sono stati ospitati  artisti ed intellettuali come Giovanna Marini, Claudio Rocchi, Tran Quang Hi, Pierre Marietan, Paolo Tofani, Boris Savoldelli, Le Donne di Giulianello, Riccardo Marasco, Silvio Trotta, Predrag Mariç, Barbara Zanoni, Stefania Colafranceschi, la Compagnia Daltrocanto, Michele Piccione, Valeria Cimò e molti altri. Persone che hanno avuto la possibilità di proporre le proprie produzioni ad un pubblico attento e competente o quantomeno curioso ed interessato, vivendo, dopo le esibizioni, momenti di aggregazione e amicizia impensabili in altre situazioni di spettacolo. Avendo, peraltro, la possibilita’ di conoscere un Friuli “altro” che spesso non appare nelle cronache mondane e di spettacolo. ❖ info@furclap.it (associazione culturale Furclap_ Udine  • www.furclap.it)

NOTE DI FINE ESTATE di Loris Böhm

I

grandi festival sono appena finiti, la stagione autunnale si fa strada, ma brulicano in città (stiamo parlando di Genova) concerti nei pub, nei teatri, nelle chiese e abbazie, nel Palazzo Ducale, e capita di sentire il presentatore esclamare “Il pubblico è pregato di spegnere i telefonini”, insistendo perentoriamente “durante il concerto il pubblico è tenuto a restare in silenzio

per assaporare serenamente l’esibizione dei musicisti” per finire quasi minaccioso “dovete restare seduti e non abbandonare il concerto prima che sia finito... chi non se la sente può andarsene da subito!”... al termine, uscendo, il parroco stringe la mano a tutti gli spettatori, che nel frattempo hanno lasciato un’offerta nell’apposita vaschetta... siamo ai “Concerti di San Torpete: itinerari

musicali alla scoperta di suoni antichi, IX edizione”, naturalmente a Genova. Un simpatico esempio, una location, ma ogni locale che presenta una programmazione musicale ha la sua peculiarità: una caratteristica che lo rende unico, e l’appassionato di musica lo sa... consulta freneticamente il programma di ogni singolo locale per trovare quello che fa al caso suo. ❖

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Media Partner:

RadiciMusic

www.radicimusicrecords.it

Lineatrad 33-2014  

Speciale folkfestival estivi

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