Page 1

Distribuzione gratuita esclusivamente in formato digitale senza pubblicità www.lineatrad.com - italia: www.lineatrad.it - internazionale: www.lineatrad.eu

mensile Anno 2 n°21 settembre 2013 € 0,00

Intervista a Lisardo Lombardia Direttore Generale Festival Interceltique Lorient

Festival Interceltique Lorient Festival del cinema di Locarno Civitella Alfedena Folk Festival Ététrad Folkfestival Goran Bregovic & Notte della Taranta

La Metralli Kabila Silly Farm Alessandro Benvenuti Istrad Marusic


Sommario

n. 21 - Settembre 2013

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

—04

04

A colloquio con Lisardo Lombardia: Direttore di FIL

—22

22

Suonare in America

—26

26

The Freewheeling di Bob Dylan compie 50 anni

—08

08

Allons a Lorient

—24

24

Verso il silenzio MEI 2.0

—32

32

Ététrad 2013

—12

12

Goran Bregovic: peccato! sei stato solo... una comparsa

17

Civitella Alfedena Folk Festival

—17

Eventi

Cronaca

Interviste

Recensioni

di Loris Böhm

S

ono ancora un po’ rintronato per quanto riguarda i postumi del trasloco: questo numero non contiene il consueto numero di pagine appunto per il poco tempo che ho potuto dedicargli, per questo motivo mi scuso nuovamente con i lettori. Ciò non toglie che usciamo mensilmente e ogni numero contiene delle chicche da leggere con attenzione: perdonerete il ritardo nel pubblicare... In copertina, eloquente, il nostro inviato Pietro Mendolia, che indossa (come tutti i nostri inviati) la maglietta Lineatrad contrassegnata dai festival cui siamo media-partner, che intervista il Direttore Generale del Festival Interceltico di Lorient. Da notare che il suo gruppo Malanova era l’unico gruppo italiano ad esibirsi in quel prestigioso festival, il più celebre in Europa. Questo tanto per iniziare. Purtroppo ho dovuto rinunciare a presenziare ad alcuni festival per i motivi già spiegati all’inizio, per cui mancherà la cronaca personale. Manca la cronaca di “Eire” per una incredibile difficoltà del suo

22

21/2013

Direttore ad inviarmi la cartella stampa via mail... per non parlare di Ariano folkfestival che il resoconto manco lo hanno preparato... questo la dice lunga sui difficili rapporti che corrono tra media e organizzatori! Grande il Civitella Alfedena folkfestival, professionalità allo stato puro, l’anno prossimo saremo presenti al 200%. Non posso evitare di lamentarmi pubblicamente di un episodio alquanto antipatico intercorso tra me e l’Ufficio Stampa del Festival del Mediterraneo... proprio a Genova (eppure li conosco da più di venti anni!!) ebbene Lineatrad è media-partner di questo festival, lo promuove con tutti i mezzi a disposizione, persino distribuendo t-shirt Lineatrad con il loro logo impresso, ma sulle loro pubblicazioni non c’è stato nessun cenno alla rivista, e quel che è peggio, ai botteghini ho pure dovuto pagare il biglietto di ingresso perché non esistevano accrediti stampa... bella serietà!!! Per quanto riguarda i nostri partner posso anticipare che ci sarà da parte

Argomenti

Editoriale di Lineatrad un maggior controllo sulla base della verifica dei patti concordati: questo tanto per far capire al lettore quanto sia complicato, a volte un’autentica impresa, attuare delle sinergie e predisporre l’uscita stessa del mensile entro i tempi canonici! Per ottobre “dovrebbero” arrivare altre cronache estive dalla Spagna e dalla Francia dall’inviato Ilio Amisano. Stiamo lavorando per una novità importante che coinvolgerà diversi magazine di musica folk, ma è ancora troppo presto per parlarne diffusamente. Stiamo comunque preparando già da adesso la prossima stagione festivaliera, che ci vedrà media-partner dei migliori festival italiani, e il nostro sostegno insieme alla nostra presenza saranno sempre più concreti (a quei festival che dimostreranno di essere davvero nostri partner). Stiamo organizzando la nostra presenza al meeting MEI di Faenza alla fine di questo mese, per allacciare altri rapporti e consolidare quelli già in atto... nonostante che ormai la musica


—35

35

Festival del cinema di Locarno: all’insegna del blues greco

—38

38

Kabìla

—43

43

La Metralli

36

Silly Farm

—42

42

Alessandro Benvenuti Giorgia Del Mese

—45

45

Istrad Marusic

—36

LINEATRAD

è la tua “nota” positiva folk e tradizionale in quella fiera sia soltanto marginale, a vantaggio del rock e delle nuove tendenze indie-dub. Stiamo valutando la fattibilità di partecipare con un delegato a ottobre al Womex di Cardiff in Galles, per dar seguito alla nostra presenza al Womex in Grecia nel 2012, ma è complesso: l’anno scorso il nostro inviato De Dominicis ha dovuto sborsare la bellezza di 300 euro, nonostante l’accredito e la tessera di giornalista... questo la dice lunga sui costi immensi che si devono sostenere per presenziare a questi eventi dove gli organizzatori non si fanno scrupolo di “mungere” gli addetti ai lavori come mucche bavaresi. Per finire in bellezza abbiamo l’expo Medimex a Bari a dicembre: forse tra tutte sembra l’occasione più interessante, per cui è già confermata la nostra partecipazione all’evento (anche se tutto sommato è un evento creato ad arte per promuovere esclusivamente artisti pugliesi). Su questi binari noi ci muoviamo... penso che per quest’anno, considerando la forte re-

cessione in cui viviamo, abbiamo mantenuto tutte le aspettative e abbiamo posto le basi per un 2014 ancor più ricco di soddisfazioni; dipenderà soprattutto dai risultati che avremo dalla partecipazione a questi expo, con tutti i limiti (e non sono pochi) che hanno ognuno di loro. Che dire del contenuto di questo numero? Effettivamente in agosto sono saltate diverse cronache importanti... un fatto su cui dobbiamo ancora trovare una soluzione adeguata. Chi si impegna ad essere inviato ad un festival o un evento fondamentale, non deve poi rinunciare all’impegno preso. La reputazione di Lineatrad (e la sua affidabilità) non devono essere messe in discussione, per cui, in futuro, verificherò le reali disponibilità di ogni corrispondente a partecipare effettivamente e a relazionare sull’evento che si concorda. Pietro Mendolia in tal senso ha lavorato con estrema professionalità quest’estate, e vorrei che tutti gli inviati Lineatrad si comportassero come lui... chiedo troppo? ❖

www.lineatrad.com www.womex.com/virtual/lineatrad ANNO 2 - N. 21 - Settembre 2013 via dei Giustiniani 6/1 - 16123 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm - direttore@lineatrad.com Vice Direttore: Tommaso Giuntella - t.giuntella@gmail.com Responsabile Area Sud Italia: Pietro Mendolia - e-mailanova@tiscali.it Responsabile Ufficio Stampa: Fulvio Porro - fulvioporro@yahoo.it Hanno collaborato in questo numero: Macinca Bogdan Silviu, Pietro Mendolia, Giordano dall’Armellina, Massimo Losito, Agostino Roncallo, Jessica Lombardi, Marie-Helene Delalande Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

21/2013

3

3


Interviste IL 43° “FESTIVAL INTERCELTIQUE DE LORIENT”: A COLLOQUIO CON LISARDO LOMBARDIA DIRETTORE GENERALE di Pietro Mendolia*

M

i trovo in Francia, in Bretagna, nell’incantevole scenario della città di Lorient dove, dal lontano 1971, ogni anno, in agosto, si svolge uno dei più importanti festival di Francia e dell’intera Europa: il “Festival interceltique de Lorient”. Vi si esibiscono, principalmente, musicisti di musica celtica tradizionale, danzatori, pittori, scultori, scrittori. Questi artisti vengono da Bretagna, Galles, Irlanda, Scozia, Isola di Man, Galizia, Asturia, Australia, Canada e da tutti i paesi interessati dalla diaspora celtica ma vengono invitati ad esibirsi anche artisti provenienti da altre parti del mondo. Oggi è il penultimo giorno del festival che, quest’anno, ha raggiunto propor-

44

21/2013

zioni davvero gigantesche. Per le strade in festa, “colorate” di musica e allegria, gente in ogni dove, a caccia degli ultimi souvenir, da portare a casa e custodire gelosamente quali segni incontrovertibili della propria presenza a questo evento sensazionale (che ha il sapore di qualcosa di storico), come a voler significare: “c’ero anch’io!”. E, veramente, questa 43esima edizione del FIL ha tutti gli ingredienti per essere un avvenimento culturale-musicale di portata davvero mondiale: 4.500 artisti, 700.00/800.000 visitatori, 10 giorni e dieci notti di celebrazioni, 120 eventi, 6 nuove produzioni, 11 scene e circa 1.100 volontari, che vengono a condividere le proprie com-

petenze ed il proprio tempo per la promozione della convivialità e della solidarietà, impegnandosi nel servizio al pubblico (“senza i volontari - sottolineano gli organizzatori - il festival non potrebbe esistere”).

I Muvrini (foto: M. Renac)


Interviste

Il calendario degli eventi? Da capogiro! A partire dalla Grande Parata delle Nazioni celtiche con, in strada, 3500 artisti in costumi tradizionali; danzatori, musicisti, bande di cornamuse, etc, da tutti i paesi celtici a sfilare per le vie di Lorient per uno spettacolo variopinto e unico nel suo genere. E poi gli artisti: Sinead O’ Connor, Hevia Trio, I Muvrini, Imelda May, Nolwenn Leroy, Titi Robin e tanti, tantissimi altri. Tra questi anche Malanova, dall’Italia, con il loro progetto di “Nuova Musica Etnica Siciliana”.

Sinead O’ Connor (foto: M. Renac)

attendere, riesce a dedicarmi un po’ del suo tempo per la realizzazione di una piccola intervista, alla quale si accosta con disarmante disponibilità. L’intervista Come mai uno spagnolo, asturiano, è il direttore del «Festival Interceltique de Lorient», francese?

Ho assunto la direzione artistica sei anni fa, ma il mio legame con il festival di Lorient viene da lontano. Ho cominciato a lavorare per esso nel 1985: a partire da quel momento sono stato interessato alle attività del festival interceltico, dapprima come responsabile della delegazione delle Asturie e successivamente, seguendo progetti, con l’ex direttore Jean-Pierre Pichard. Quando mi hanno proposto di venire hanno detto due cose: che potevo essere la persona giusta per questo delicato incarico e che in questo modo l’idea di fare un festival interceltico sarebbe diventata realtà, perché sarebbe stato un celto non bretone a dirigere il festival bretone più importante, uno dei più importanti festival di Francia.

come elemento costituente, soprattutto come legame, quale forma di comunicazione tra i diversi Paesi; anche il mare e, per i Paesi dell’Atlantico, l’umidità elemento naturale, la pioggia, etc. Abbiamo avuto concerti incentrati su temi che ruotano intorno alla natura come I Muvrini. Il disco di Nolwen Leroy si intitola “Sul filo della corrente” e tratta della mitologia celtica, di personaggi legati al mare. “Pecheurs d’images” (pescatori di immagini): ancora il mare è il tema delle fotografie di Philip Plisson, con il “bagad Men Ha Tan”. A parte ciò, abbiamo dato spazio a numerose altre proposte che hanno messo in evidenza le diverse culture di ogni Paese.

I progetti artistici del festival di quest’anno?

Hevia Trio alla grande notte delle Asturie

Complice la fortuna sfacciata che assiste ogni “giornalista fai da te”, (e tre graziose damigelle italofrancesi: Eleonora, Marie-Helene e Muriel) riesco ad ottenere udienza presso il Direttore Generale del Festival, Lisardo Lombardia il quale, malgrado il tourbillon dei numerosi impegni cui deve quotidianamente

Dall’anno 1991 noi dedichiamo ogni edizione in onore ad un Paese diverso; l’edizione di quest’anno è dedicata alle Asturie. L’edizione dell’anno scorso è stata dedicata all’Acadia, l’anno prima all’emigrazione celtica e alla diaspora, l’anno prima ancora alla Bretagna. Con riguardo alla programmazione di quest’anno, le Asturie hanno, dunque, avuto un ruolo importante nelle manifestazioni. Abbiamo realizzato molteplici progetti, molti concerti ai quali hanno preso parte. Inoltre, in ogni edizione, realizziamo progetti artistici con artisti che rappresentano gli altri Paesi, con un filo conduttore, che quest’anno è stato l’acqua: acqua intesa come materia,

Imelda May (foto FIL: M. Renac)

Nolwenn Leroy (foto FIL: M. Renac)

21/2013

5

5


I numeri e il bilancio di questa 43esima edizione del festival?

È già un dato certo che quest’anno abbiamo avuto più gente dell’anno passato al festival, perché nella precedente edizione ha inciso molto il ribasso del turismo, avvertito in modo particolare in Bretagna. Anche se abbiamo un pubblico molto fedele, gente che torna al paese perché di origine bretone, che viene a Lorient come a un appuntamento fisso, l’incidenza dei visitatori dal Morbihan o dalla Bretagna è sempre molto importante. Abbiamo avuto più pubblico che in precedenza il giorno della grande sfilata, con l’inaugurazione del nuovo percorso: 60.000 persone di sicuro, forse anche 70.000. Il numero esatto sarà dato ufficialmente, alla fine del festival, dalla Polizia e dall’Ufficio del Turismo. L’anno passato tutti erano concordi nel dire che complessivamente

Interviste

600.000 persone erano passate da Lorient durante la kermesse; quest’anno conteremo almeno 700.000 presenze, secondo me, nell’arco dei 10 giorni del festival. Nelle “sale” c’è un tasso di riempimento abbastanza confortante perché superiamo il 60%, anche se per taluni spettacoli speravamo in risultati ancora migliori. Nel complesso, quindi, il bilancio finanziario è in pareggio, questo è sicuro, anche se speriamo che, alla fine, risulti in attivo perché, per noi, è importante assicurare il recupero del debito che abbiamo avuto l’anno passato, per progredire in futuro. Si andrà, probabilmente, verso un recupero parziale, non totale, specialmente grazie all’operazione della vendita dei badges (per l’ingresso a circa 40 spettacoli n.d.r.). Il nostro obiettivo durante i 10 giorni del festival era di raggiungere quota 40.000; ne abbiamo già venduti 35.000.

Speriamo che l’effetto «souvenir» e l’intenzione di sostenere il festival, spinga, all’ultimo momento, altre persone all’acquisto, permettendo di raggiungere la soglia delle 40.000 distribuzioni. Dunque, senza essere euforici per il risultato (domani tireremo le somme) dobbiamo essere contenti che il previsto pareggio ci sia stato, che il nostro obiettivo sia stato raggiunto, soprattutto in considerazioni di tutte le trasformazioni che abbiamo avuto: era un investimento indispensabile quello di apportare alcune trasformazioni quest’anno. Dal punto di vista artistico, credo che quella che sta per concludersi possa considerarsi una bellissima edizione. Onestamente si sono tenuti (e non è ancora finita) eccellenti concerti, molto diversi tra loro e credo che il pubblico ha, in generale, apprezzato. Ognuno ha la sua personale visione ma, globalmente,

A colloquio col Direttore Generale del FIL, Lisardo Lombardia; in primo piano una copia di Lineatrad, presentata a Lorient. (foto: Giustino Soldano)

66

21/2013


Interviste

credo che la soddisfazione generale sia tangibile.

Quali sono i rapporti tra il festival di Lorient e il Folkontest di Casale Monferrato in Italia e vi sono altri canali per gli artisti italiani per arrivare ad esibirsi qui?

I legami con Folkontest e la Folkermesse sono molto vecchi: si parla di almeno una ventina di anni da quando il Festival di Lorient e Folkontest effettuano scambi culturali. Il Direttore è Maurizio Martinotti. Noi ogni anno siamo soddisfattissimi della nostra cooperazione col festival italiano ed è per questo che l’abbiamo mantenuta nel tempo, nonostante le difficoltà riguardanti la venuta degli artisti dall’Italia, ogni anno. Al pubblico piace molto quando, l’ultimo weekend, proponiamo artisti italiani in concerto, sono particolarmente apprezzati. È una musica diversa e una tradizione diversa e questo è molto positivo. E nel futuro continueremo nello stesso modo. Questo non impedisce che a Lorient possano arrivare, attraverso altri canali, altri artisti italiani. Alcuni sono già venuti (Enzo Vacca per esempio), appositamente invitati. Potrebbe anche l’Italia, in quanto Paese, far parte del Festival Interceltico di Lorient, in futuro?

La questione è che dal punto di vista della struttura, vi sono già presenti al festival ben otto Paesi o regioni dell’arco atlantico e non possiamo allargare lo spettro ad altre culture perché ciò sarebbe difficile da gestire. Già diamo vita a circa 120 concerti e ospitiamo circa 200 gruppi, ogni anno: è già molto e non potremmo assorbire una delegazione supplementare ma, eccezionalmente, un anno si può fare. Avevamo tentato con la Valle d’Aosta, tre anni fa, ospitando una loro delegazione. Enzo Vacca è venuto, ho fatto venire altri artisti come Vincenzo Zitello, Giancarlo Parisi. Abbiamo anche ospitato esposizioni di liutai come Michele Sangineto.

Le porte sono aperte, ma è davvero difficile ampliare ogni anno la struttura del festival.

Quali sono i progetti futuri del Festival Interceltique de Lorient?

Il progetto per il futuro è di continuare a favorire la valorizzazione dei Paesi. Per il 2014 sarà l’Irlanda e lavoriamo per il 2015/2016 ad altri progetti di valorizzazione: sarà la volta dell’Australia e della Nuova Zelanda oppure il mondo della Cornouailles (Cornovaglia) per la prima volta insieme. Ma si deve lasciare maturare tutto questo e soprattutto vedere come evolve, perché è pur vero che le amministrazioni, che sono i nostri principali partners, si trovano in difficoltà sempre crescenti a causa della crisi. E la crisi, qui, ha un’incidenza maggiore ma, malgrado questo, ci sforziamo tutti di andare nella stessa direzione. L’esempio delle Asturie è un caso emblematico: un paese che ha il 26% di disoccupazione e ciò nonostante prende parte al nostro progetto. Hanno considerato Lorient come se appartenesse al territorio asturiano. I gruppi che vengono qui sono itineranti nella regione e fanno delle cose in diverse manifestazioni culturali. Ai progetti lavoriamo sempre con due anni di anticipo. Il nostro desiderio sarebbe che la nostra economia, superata la crisi, ci permettesse di poter pensare a dei progetti con un po’ più di possibilità creativa, anche se, ad oggi, ne abbiamo costruito. Quest’anno abbiamo prodotto e partecipato a sette creazioni diverse. In particolare quella di ieri sera “I cantieri navali dell’Atlantico” è una superba creazione di Lorient che andrà in tournée nel prossimo futuro. Pensate che la produzione di questo spettacolo, con l’aiuto degli sponsor, ci è costato circa 30.000 euro: è un rischio economico pagare 30.000 euro per un concerto che sarà visto da 1000 persone ma il nostro è un festival che propone nuove cose, che crea novità, che fa promozione di valori e anche di nuovi talenti. Questa è la mia vi-

Insieme al Direttore Generale del FIL, Lisardo Lombardia. (foto: Greta Bartuccio)

sione delle cose e continueremo su questa linea, almeno finché io sarò qui. Se poi un giorno dovesse cambiare la direzione del festival, allora non sarà più affar mio. Mi congedo dal Direttore lasciandogli in dono, in forma di ringraziamento, libri, cd e dvd della cultura siciliana e subito dopo corro di volata per le strade di Lorient ad acquistare la mia personale spillabadge-souvenir del FIL, per sostenere, sì, a mia volta il festival, ma anche per poter testimoniare che al 43esimo Festival Interceltique de Lorient “c’ero anch’io!”. ❖ (La trascrizione italiana dell’intervista a Lisardo Lombardia è opera di Marie-Helene Delalande, che ringrazio affettuosamente). * Pietro Mendolia è autore e compositore del gruppo di nuova musica etnica siciliana Malanova.

Il badge-spilla di sostegno al festival.

21/2013

7

7


Cronaca ALLONS À LORIENT

Malanova al Festival Interceltique

di Pietro Mendolia*

C

i doveva necessariamente essere qualcosa che ci legava a Lorient se così forte sentivamo il richiamo di quella città e dei suoi abitanti. Così quando la deliziosa Muriel prese a canticchiare i versi di un’antica canzone celtica che raccontava di Lorient e Messina, ecco, d’emblèe, saltare fuori l’inconfutabile prova che qualcosa c’era stato, un tempo, ad incrociare i destini di questi due luoghi. Ma c’era anche qualcosa d’altro a spingerci verso la tranquilla terra di Bretagna che, a vederla sulla cartina di google, ci sembrava tal-

mente lontana… quasi impossibile da raggiungere. Da Messina a Lorient sono 2.500 km…. e altrettanti ce ne vogliono per tornare… e a percorrerli d’agosto, sotto il sole cocente, con un pullmino pieno zeppo di strumenti e valigie, beh, non è proprio uno scherzo. Ma noi sentivamo che dovevamo arrivarci a Lorient… e dovevamo suonarci anche…. e suonare bene. Sentivamo di doverlo fare per Giovanni e Pasquale che, pur desiderandolo, non erano potuti partire con noi per non perdere il lavoro, per Nunziatina, rimasta a casa per accudire il

Allons à Messine, pêcher la sardine, allons à Lorient, pêcher le hareng

88

21/2013

suo cucciolo, sentivamo di doverlo fare per la nostra terra, la Sicilia, per sfatare antichi luoghi comuni, e per la nostra gente, che sta lottando con tutte le sue forze per riprendersi ciò che gli apparteneva, e poi anche per Valerio e Maurizio che si sono spesi tantissimo perché i musicisti italiani potessero andarci a Lorient, e per il loro storico Folkontest che nessuno sta aiutando a sopravvivere …. e poi per i nostri padri… i nostri figli… i nostri amici… (Caspita, quante motivazioni può avere un manipolo di ragazzi che sale su di un palco a cantare e suo-


nare!) Sostenuti da questa speciale forza interiore, come per incanto, le distanze si accorciano, i banconi degli autogrill diventano tavole imbandite di lussuosi ristoranti e i materassini gonfiabili per il riposo si trasformano in comodi letti d’albergo a cinque stelle. Allora “Allons à Lorient”, come una volta, con i parenti che vengono a salutare, alla partenza (un classico, in Sicilia). Le mamme, commosse (un altro classico), fanno le ultime raccomandazioni ai figli, e poi padri, mogli e figli... Viaggiamo di notte, cantando e suonando per non addormentarci. Colazione squisitissima a Roma, da Salvatore e Francesca e pranzo sotto il fico, in campagna a Terranuova Bracciolini, da Aldo, che con la sua RadiciMusic ci sta sempre vicino. A sera ci fermiamo a Ciriè, dove con il nostro amico Silvio de Ij Servaj e i suoi simpatici compagni di

Cronaca

tissima Montalbano Elicona. “Oramai siamo quasi novantenni - ci confida mesto - non ce la sentiamo più di viaggiare.” Così sfoderiamo zampogna a paru, tamburelli e mandolini e suoniamo per loro la Sicilia, nel giardino di casa. Lei prende a ballare, lui a piangere, qualcuno di noi a ballare e piangere.

musica suona dappertutto, in ogni locale, piazza, vicolo, e c’è gente ad ogni angolo della città. Una festa della cultura e della musica che a Lorient dura, ininterrottamente, dieci giorni e dieci notti. …Se la cultura può risollevare l’economia di un paese in tempi di crisi? Certo! Eccome se può! Il

Bourges: serenata in casa Pantano.

Stazione di servizio nei pressi di Sant’Etienne: all’ora di pranzo.

musica, diamo vita a un improvvisato, meraviglioso concerto per ghironde e friscaletti, sorretti dalla buona tavola e dall’ottimo vino che la sua bella famiglia ha preparato apposta per noi. Il giorno dopo, valicato il Moncenisio, tappa a Bourges per salutare i nonni Pantano: lei francesina, dolcissima, da ragazza ballava in un gruppo folk, lui, siciliano, gagliardo, non tornerà mai più nella sua ama-

All’alba del terzo giorno partiamo, alla volta di Lorient. All’arrivo troviamo ad attenderci una fatina in bicicletta: Marie-Helene, fa parte dei 1.100 volontari del Festival Interceltique de Lorient e dedica le sue vacanze al servizio degli altri, durante i giorni del festival (che bella cosa!). A sera ci accompagna per le vie del centro e tra un bicchiere di birra e uno di sidro alle mele ci spiega la filosofia del FIL; intanto la

giorno dopo, alla conference de presse, conosciamo da vicino Lisardo Lombardia, il direttore generale, e poi Giustino e Muriel, storici giornalisti del festival, e anche Yann, Eleonora, Anne, Amy, che del festival sono parti del motore; ci raccontiamo a Jean-Jacques Baudet per un articolo su “Festicelte”, il quotidiano del FIL. La sera è musica, in massima parte celtica, com’è ovvio, con il popolo della notte che si scatena in festosissime danze! Ci giungono gli echi della fine del concerto di Sinead O’ Connor che nel vicino Espace Marine ha letteralmente stregato il numerosissimo pubblico in sala. E’ il momento di Malanova. Nell’apprestarci a salire i gradini che conducono al palco, ci stringiamo in un abbraccio. Sentiamo forte la responsabilità… l’impegno…tutto! Per nove interi giorni, al festival hanno risuonato violini, cornamuse celtiche, gaite, bodhràn…

21/2013

9

9


Cronaca

Lorient: la Nuova Musica Etnica Siciliana di Malanova a “Palais des Congrès”

di nuova luce e, di colpo, è Nuova Musica Etnica Siciliana au “Quai de La Bretagne”! E’ gran festa! Il foltissimo pubblico intervenuto, dopo un primo, comprensibile, attimo di stupore, inizia a ballare gioiosamente, adattando i propri passi di danza ai nuovi ritmi mediterranei che si susseguono, canzone dopo canzone, dal palco, sostenuti dal basso di un effervescente Salvo, dalle chitarre di Pietro e dalle originali percussioni del giovanissimo Domenico. L’allegria travolgente dei violini di Marcello e Gabriella, i friscaletti, i mandolini e le zampogne a paru, completano il ricco insieme di una musica che, come lava incandescente, scende tra la gente a infiammare gli animi

così quando Dado, dall’alto della sua pedana, inizia maestoso a percuotere ritmicamente il grande tamburo a cornice costruito per lui dall’immenso Alfio Antico, Gemino, coi suoi “anguilleschi” flauti a paru, accenna le prime note di “E’ tuttu veru n’è veru nenti” e la voce di Saba irrompe prepotentemente sulla scena, come fulmine a ciel sereno, la notte di Lorient si accende

Lorient: tamburelli e friscaletti alla “conference de presse”.

Lorient: Malanova au “Quai de la Bretagne”.

1010

21/2013

e a coinvolgere menti e cuori. Alla fine, torniamo sul palco almeno tre volte, richiamati dagli applausi incessanti del pubblico che, pestando i piedi sul pavimento in legno, chiede di ballare ancora la tarantella. L’undici agosto, ultima sera del festival, suoniamo all’Espace Paroles, in una atmosfera molto più intima e rilassata, ma non per questo meno intensa, impreziosita dalla presenza del grande Hevia, di sua sorella Maria Josè e del loro amico Xavièr, ai quali, dopo il concerto, regaliamo dischi con la musica del gruppo, friscaletti siciliani …e abbracci.


Cronaca

Lorient: Malanova all’ “Espace Paroles”.

A notte, ci congediamo da Lorient stringendo forte Marie-Helene e Giustino e Muriel, i quali proprio l’11 agosto di 25 anni fa si conobbero, al festival di Lorient, e da allora non si sono più lasciati. Ci rivelano che hanno festeggiato con la nostra musica l’anniversario della loro unione. Una favola nella favola! Come favoloso è il fatto che dopo tanto, tantissimo tempo, anche Messina e Lorient, Sicilia e Bretagna, siano tornati a unirsi nel segno della musica! “Allons à Messine”, dunque, attraversando di volata la Francia, il Fréjus e l’Italia, per tornare a casa, a Cattafi, sostando per una birra e un po’ di musica, dai simpatici ragazzi del Ragnatela Folk Festival, al Quarto Storto, in Matera, accompagnati per tutto il viaggio di ritorno da quel piccolo pruriginoso interrogativo: “ma che cosa avrà voluto significare mai quella antica, galeotta, canzone marinara!?” ❖

Lorient: Davide, Marcello, Domenico, Salvo, Hevia, Gemino, Pietro, Saba, Gabriella e Xavier, a fine concerto, all’“Espace Paroles”.

(Le fotografie sono opera di Greta Bartuccio, che ringrazio affettuosamente).

* Pietro Mendolia è autore e compositore del gruppo di nuova musica etnica siciliana Malanova.

21/2013

11

11


Cronaca GORAN BREGOVIC: PECCATO! SEI STATO SOLO... UNA COMPARSA STASERA ITALIA BATTE BOSNIA

Sabato 7 settembre al Porto Antico di Genova doveva essere una “festa per la musica”, non solo una “festa democratica”... di Loris Böhm - © foto di Macinca Bogdan Silviu

V

a bene, l’evento doveva servire a presentare l’ultimo suo spettacolo, in compagnia con l’orchestra della Notte della Taranta, ma sul manifesto del concerto c’era la sua foto e il suo nome in evidenza, con l’indicazione in piccolo “accompagnato dall’orchestra La Notte della Taranta”, come si può leggere anche sul biglietto di ingresso a fianco. Un tripudio di folla che aspettava solo lui: dopo mezz’ora di ritardo si vede arrivare l’orchestra la Notte della Taranta, sul palco della “Festa democratica nazionale 2013”. Dopo il primo brano di introduzione, ecco che arriva lui, passando in mezzo al pubblico dall’ingresso principale, insieme al suo gruppo “Wedding and Funeral Band” (forse anche lui doveva passare dalla biglietteria per entrare?). L’inizio promette bene: una pizzica e il celebre brano Ederlezi, ma sarà solo un lampo... l’orchestra salentina imperverserà per tutta la durata del concerto, lasciando al povero Goran e la sua famosa band quasi nulla. È impressionante vedere Bregovic alla stregua di una comparsa, abbozzare qualche nota con il suo strumento, qualche gesto di accompagnamento, il tutto in perfetto silenzio. Il pubblico genovese non capisce... incomincia a richiedere ad alta voce il suo cavallo di battaglia “Kalashnikov”. Niente da fare, si continua con tarantelle, pizziche e quant’altro del meridione.

1212

21/2013

Forse per stemperare il clima e per dare un po’ di fumo negli occhi, come purtroppo accade in molti concerti in Europa, dal palco si richiede al pubblico di alzare le braccia, cantare in coro, partecipare con più enfasi: il generoso pubblico genovese si lascia prendere da grande entusiasmo, ma la sostanza è che, secondo me, un’ovazione deve uscire spontanea, non deve essere richiesta ripetutamente dai musicisti quasi a voler sancire un successo taroccato! Molte ragazze, che all’inizio si dimenavano da tarantolate, incominciano a stancarsi e a seguire con più distacco il concerto. Tutti gli spettatori che erano venuti al concerto per lui, solo per lui, hanno incominciato ad innervosirsi e verso il finale del concerto si sono sentiti

diversi fischi in direzione degli artisti... un fatto piuttosto inconsueto. Finalmente Bregovic riacquista l’uso della parola e proclama: “dobbiamo smettere perché si è fatto tardi ed è ora di andare a dormire” (erano le ore 23,30!). Adesso il coro è unico: si richiede “Kalashnikov”, o comunque un pezzo del suo repertorio, e per tutta risposta arrivano un paio di bis dell’orchestra salentina condite con un finale “Bella Ciao”, diktat del Partito Democratico alle feste che organizza in giro. Prima ancora dell’inizio del secondo bis comunque la gente aveva smesso di fischiare e stava già sfollando mestamente... alcuni imprecando contro l’organizzazione e minacciando reclami... e questo è clamoroso!


Cronaca © Macinca Bogdan Silviu

© Macinca Bogdan Silviu

Inammissibile pagare 23 euro per ascoltare un’orchestra da ballo di pizziche, per quanto eccellente, con un fenomeno come Bregovic impassibile a tutte le richieste del pubblico, ridotto a un “direttore d’orchestra” che presenta i brani. Incredibile che l’agenzia che ha curato l’organizzazione sia la Duemilagrandieventi di Vincenzo Spera, esperta e storica agenzia che ha curato i migliori eventi genovesi del secolo. Vergognoso addirittura presentare sul palco le due voci bulgare che fungono da tappezzeria, con un microfono che pare finto, per quel poco che è stato utilizzato dalle eccellenti vocaliste. Peccato davvero, perchè sul palco erano presenti musicisti di indubbio talento, che dovevano fornire una esibizione perlomeno equilibrata delle due tradizioni e dei singoli valori in essi contenuti. Due tradizioni appunto molto forti, quella salentina e quella balcanica, che spesso si sfiorano ma mai si erano incontrate finora in un unico progetto artistico, questo presentato stasera, partito nel 2012 alla Notte della Taranta di Melpignano, dove giocoforza le pizziche dovevano prevalere su tutto, visto l’ambiente “di parte”. Due tradizioni che hanno pari dignità e pari capacità di coinvolgimento sul popolo: perchè dunque ostentare solo una delle due? Perchè presentare il concerto con un manifesto dove spicca solo la figura di Bregovic, come se lui fosse davvero il protagonista? Si voleva creare solo un’illusione ottica furbesca per “spingere” sul gruppo salentino, decisamente meno noto di Goran? Se così fosse sarebbe doppiamente un peccato, perchè la formazione salentina (compreso le danzatrici) è davvero eccellente, la musica davvero perfetta, i canti In alto: il pubblico perplesso attende una performance che non ci sarà (chi mi vede?) In basso: il protagonista Goran, in tutto il suo splendore!

21/2013

13

13


Cronaca

© Macinca Bogdan Silviu

© Macinca Bogdan Silviu

Le due talentuose voci Bulgare: Ludmila Radkova Trajkova e Daniela Radkova Aleksandrova ... visibilmente perplesse, assistono da spettatrici (non paganti) al concerto della Notte della Taranta!

© Macinca Bogdan Silviu

davvero struggenti e ben interpretati... una super formazione di professionisti che non doveva avere davvero bisogno di questi mezzucci per conquistare la critica giornalistica e i fans. Spero in definitiva, ma sono sicuro che non avverrà, che in futuro gli organizzatori politicanti prestino maggiore attenzione agli eventi live, a livello musicale, come “contorno” ad una serie infinita di dibattiti politici (che quasi sempre sfociano nel nulla assoluto...) La musica non va buttata al popolo come un osso ad un cane! Di questi tempi si dovrebbe stare attenti ad usare il denaro per concerti che costano più di quello che valgono. Tantovale andare all’imminente Oktoberfest a sbronzarsi accompagnati dalla musica di una pseudo orchestrina tirolese di fintofolk, almeno pagherai poco per ricevere poco. Basta compromessi, Goran, ti vogliamo ascoltare in versione integrale, sapremo aspettare l’occasione giusta e l’ovazione questa volta sarà genuina! ❖ Le danze della taranta comunque sono assai suggestive e conquistano il pubblico genovese... tante ragazze si improvvisano tarantolate, e tanti giovanotti le assecondano!

1414

21/2013


Cronaca

© Macinca Bogdan Silviu Le due “formazioni” a confronto: Italia a sinistra e Bosmia a destra... non è una competizione sportiva ma vincerà l’Italia con gran distacco!

© Macinca Bogdan Silviu

Ed ecco infine il pubblico festante (incitato dal palco)... ma sarà vera gloria?

21/2013

15

15


Cronaca © Macinca Bogdan Silviu

© Macinca Bogdan Silviu

Ancora le danzatrici della Notte della Taranta in azione: il momento più significativo del concerto genovese di Bregovic...

Il programma della serata: Goran Bregovic: direzione musicale, chitarra, sintetizzatore, voce Orchestra “La Notte della Taranta” Enza Pagliara: voce Alessia Tondo: voce Antonio Castrignanò: voce, tamburello Carlo De Pascali: tamburello Claudio Prima: voce, organetto Gianluca Longo: mandola Attilio Turrisi: chitarra battente Roberto Gemma: fisarmonica Wedding and Funeral Band Muharem Redžepi: goc (Grancassa tradizionale), voce Bokan Stankovic: prima tromba Dalibor Lukic: seconda tromba Stojan Dimov: sax, clarinet Aleksandar Rajkovic: primo trombone, glockenspiel Milos Mihajlovic: secondo trombone Voci Bulgare Ludmila Radkova Trajkova: voce Daniela Radkova Aleksandrova: voce Ancora lui: Goran Bregovic, il protagonista mancato, la cui espressione non sembra completamente soddisfatta. Pazienza, sarà per un’altra volta!

1616

21/2013


Cronaca CIVITELLA ALFEDENA FOLK FESTIVAL 13ª edizione, 19-24 agosto 2013 Comunicato Stampa

Elva Lutza

G

iunto alla 13 edizione il Civitella Alfedena Folk Festival, organizzato dal comune del piccolo e grazioso paese immerso nel parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise e dall’associazione culturale Mantice di Latina e sotto la direzione artistica di Marco Delfino, ha proposto nella sua serata inaugurale due concerti assai differenti tra loro. Ad aprire la serata Patrios gruppo molisano di recente formazione che ha proposto una serie di brani sia derivanti dalla tradizione popolare che di composizione. Nonostante la scelta sia caduta su un repertorio troppo “scontato”

l’abilità tecnica dei musicisti ma soprattutto la loro grinta e potenza ritmica ha prodotto versioni assai personali e per nulla “copie” degli originali. La formazione, guidata da Antonello Iannotta, percussionista di Ecletnica Pagus e Archè, comprende 6 elementi, tre derivanti dal blues, voce chitarra e percussioni e tre dal popolare, voce tamburello organetto zampogna e ciaramella. Nella seconda parte della serata il duo sardo degli Elva Lutza con Gianluca Dessì alla chitarra e Nico Casu alla tromba con grande abilità e bravura cambiano completamente registro.

Come lo stesso Nico simpaticamente gli annuncia, i brani sono “malinconici” ma catturano il pubblico in una magica atmosfera di musica e poesia. A metà della loro esibizione entra in scena Ester Formosa che con la sua stupenda voce rafforza ancora di più l’atmosfera. Martedì 20 è il gruppo di Mireille Ben ad esibirsi. Una perfezione musicale generata da Patrick Novara oboe clarinetto e cornamusa, Marc Novara fisarmonica e ghironda e Simone Mauri clarinetto basso fanno da tappeto alla splendida voce di Mireille Ben.

21/2013

17

17


Cronaca

Margherita Badalà

Mercoledì dopo l’ufficializzazione del gemellaggio con il festival “Suoni della Murgia” alla presenza del sindaco di Civitella Alfedena Flora Viola e i direttori artistici dei due festival, sono gli Uaragniaun a regalarci emozioni con la presentazione del loro ultimo lavoro “Malacarn”. In formazione quasi orchestrale, ben 8 elementi, Maria Moramarco con la sua inconfondibile voce e grinta ha presentato al pubblico microstorie inedite dell’alta Murgia, racconti di malavitosi, briganti, antieroi. Oltre agli storici componenti, Luigi Bolognese, Silvio Teot, Nico Berardi, e Filippo Giordano erano presenti Alessandro Pipino alla lama sonora, fisarmonica organetto e toy piano Nanni Teot alla tromba e Michele Bolognese al mandolino.

1818

21/2013

Mireille Ben


Cronaca

La Notte dei tamburi

Patrios

21/2013

19

19


Cronaca

Raffaello Simeoni quintet Te l’ho portata la serenata

A chiudere le serate a teatro Raffaello Simeoni in quintetto in un progetto che mette insieme la musica rinascimentale con quella popolare laziale e d’autore. Gabriele Russo, vielle e nickel arpa e

2020

21/2013

Goffredo Degli Esposti, fiati zampogne e cornamuse dei Micrologus con Arnaldo Vacca poliedrico percussionista di indiscussa abilità tecnica e Attilio Costa alla chitarra insieme a Raffaello Simeoni hanno

dato vita ad uno spettacolo molto divertente e coinvolgente. I brani di “Mater Sabina” rivisitati in chiave rinascimentale, popolare e rock. Il festival prosegue con le due situazioni esterne che più lo caratte-


Cronaca

Uaragniaun

rizzano. Il venerdì con “La notte dei tamburi” un corteo sonoro guidato da trampoliere e artisti di strada con a seguito musicisti ballerini e pubblico attraversa il paese e sosta in alcune piazze caratteristiche per assistere a piccoli spettacoli. Oltre alla storica partecipazione di Raffaele Inserra e Catello Gargiulo quest’anno è stata la volta di Nora Tigges e Felice Zaccheo nella piazzetta di S. Nicola, degli Alberi Sonori a piazza del mercato per concludere in piazza con lo spettacolo Zeza e pulcinella del Teatro Bertold Brecht di Formia. Ma la notte e lunga e si prosegue con jam session dei musicisti presenti che propongono tarantelle, saltarelli, tammurrate, quadriglie e canti vari. Ultima serata il sabato dedicata alle serenate e canti d’amore. Una prima parte condotta da Sara Mo-

digliani e Felice Zaccheo, poi la ormai tradizionale pausa culinaria con pasta e fagioli, scurpelle, frittelle dolci e vino il tutto preparato amorevolmente dagli anziani del paese e offerto al pubblico presente. La parte musicale prosegue con altre serenate eseguite dal coro degli allievi del corso di canto di Sara Modigliani, da Hiram Salsano Catello Gargiulo e Raffaele Inserra per terminare intorno a mezzanotte con le tre tradizionali che chiudono la serata cantate dai civitellesi e da tutto il pubblico. Durante tutta la settimana sia la mattina che il pomeriggio si sono svolti i laboratori didattici. Alessandro Parente ha curato quello di organetto, Arnaldo Vacca quello di tamburello, Margherita Badalà quello sul ballettu siciliano, Felice Zaccheo quello di chitarra

battente e mandolino, Sara Modigliani quello di canto e Antonio Franciosa quello sulla ritmica per bambini. Altra caratteristica del festival l’ormai a tutti noto “dopo festival”. Un libero appuntamento presso qualche bar o locale dove davanti ad una ratafia o genzianella si suona liberamente fino a tarda notte. Anche quest’anno un festival “famigliare” dove accoglienza e ospitalità sono le parole d’ordine. Chi ha partecipato spesso ritorna perché l’atmosfera che si respira è genuina e pura come l’aria che la sera attraversa il piccolo borgo. Occorre sottolineare il grande sforzo che l’amministrazione sostiene per tenerlo ancora in vita, senza alcun finanziamento pubblico ma con tanta passione e volontà di resistere in un momento così difficile per la cultura. ❖

21/2013

21

21


Interviste SUONARE IN AMERICA

Dialogo con Steve Heath, direttore dell’agenzia Alma

di Jessica Lombardi

P

er noi italiani l’America è ancora un continente affascinante. Gli Stati Uniti poi, sono per un musicista una meta ambita, qualsiasi sia il genere di musica egli suona. Anche il musicista più snob tra i radical chic, farebbe volentieri le valige per un tour che parte con il fastidio del fuso orario e l’eccitazione da american cafè, passa per i sound-check più veloci del mondo, un pubblico più generoso di mia mamma ai miei concerti e si conclude con qualche kilo in più, l’orgoglio gonfio e gli occhi ancora più gonfi per la fatica dei lunghi viaggi. A parte le banalità, suonare in nord America è entusiasmante e, anche se molte band italiane hanno varcato quei confini, non è facile sapere come muoversi per entrare nei circuiti della world music americana. A differenza del panorama italiano, in nord America esiste un vero mercato musicale specializzato in world music; questo significa che esistono prodotti, compratori, venditori e luoghi adibiti alla compravendita. Accanto ad una fitta rete di agenzie e teatri esistono le conference, che sono delle fiere per gli addetti ai lavori, esattamente come esistono nel mercato dell’oro o del vino. In Europa conosciamo il Womex, che ospita anche molti soggetti americani in cerca di nuove band europee, ma in Italia non possiamo dire di avere un corrispettivo della conference americana. Oltre che nei teatri e nei festival specializzati in world music, è fa-

2222

21/2013

cile suonare in locali che programmano buona musica; generalmente hanno brutti impianti e spesso pagano a biglietto. I concerti nei club sono molto utili per riempire le date off di un gruppo che i fine settimana partecipa ai grandi eventi e che può così rimediare un po’ di cash, una cena e, a volte, il pernottamento. Una realtà interessante che ospita gruppi un po’ più noti nel circuito folk, e che mette a disposizione luoghi prestigiosi in cui suonare (per location, impianto, personale e pubblicità dell’evento), è costituita dal circuito degli Art Cultural Center che, sparsi un po’ ovunque, raccolgono finanziamenti privati e pubblici. Per i musicisti folk italiani vi sono almeno due modi di suonare in nord America: entrare nei circuiti sopraelencati che raccolgono un vasto pubblico, sia per provenienza che per età anagrafica, oppure suonare per gli immigrati italiani. La comunità italiana, come noto, è molto numerosa e ben organizzata, sia in USA che in Canada, e spesso promuove eventi in cui la musica folk italiana è molto richiesta. Quando mi è capitato di vedere una festa italiana, mi sono stupita dell’Italia che ho trovato, sicuramente diversa da quella che io stessa rappresentavo. Le cose più diffuse erano i gelati ( e fin qui!), il cibo in generale (sempre fantastico!) e la musica melodica da karaoke che nei migliori casi cantava Modugno, nei peggiori vi lascio immaginare! L’età del pubblico era piuttosto alta e i giovani immigrati

italiani interessati al folk erano ai festival di cui sopra e non alla festa italiana Questo comunque non significa che non sia interessante, per una giovane band italiana, fare anche l’esperienza di inserirsi in questi circuiti e incontrare le vecchie generazioni di immigrati. Per portare un piccolo contributo, ho posto qualche domanda a un vecchio amico: Steve Heath, adesso direttore dell’agenzia Alma con sede a Royal Oak nel Michigan e prima, per anni, agente di SRO Artists di Madison nel Wisconsin, una delle più importanti agenzie di world music. Con lui, noi Fiamma Fumana, siamo entrati in SRO, e abbiamo suonato nei migliori festival di Usa e Canada. Dopo qualche anno di attività siamo riusciti ad entrare nel circuito più grande degli


Interviste

guardia di festival e organizzatori innovativi che sanno ancora innovare e portare nuovi progetti in Nord America, ma il numero di cose che riescono a piazzare rispetto all’offerta è abbastanza scoraggiante. (Ci sono molti più spettacoli disponibili che spazi per presentarli).

Con quanti gruppi italiani hai avuto occasione di lavorare?

Art Cultural Center quando ormai però il mercato, purtroppo, cominciava a sentire le conseguenze della crisi e il dollaro era sceso un bel po’ (per noi che avevamo i costi in euro e cachet in dollari questo è stato un problema). Steve ha avuto un ruolo importante nella nostra esperienza americana insieme all’etichetta di Minneapolis, la Omnium, che ha pubblicato i nostri album. Steve, da quanto tempo ti occupi di World Music?

Lavoro con la World Music e spettacoli provenienti da tutto il mondo dal 1984, quasi 30 anni! Come è cambiato il world-music business dal tuo inizio?

Quando ho cominciato lavoravo principalmente con gruppi provenienti dal Messico e c’era una grande richiesta per questo tipo di spettacoli negli anni ’80, anni in cui il concetto di “multiculturalismo” stava diventando un importante elemento delle programmazioni musicali. Molti soggetti mettevano a disposizione fondi speciali per potare gli artisti a riflettere sulle commistioni etniche che stavano crescendo negli USA. Questo tipo di finanziamento in realtà non è così facilmente disponibile adesso come lo era in passato , e molti promoter sono tenuti ad effettuare le loro spese unicamente sulle vendite di biglietti, il che rende molto difficile portare artisti nuovi, o non troppo conosciuti. C’è un’avan-

Formalmente ho lavorato soltanto con Fiamma Fumana dall’Italia e per il progetto “Di madre in figlia” con loro e il coro delle Mondine di Novi di Modena. Ho aiutato anche la cantante Roberta Carrieri, in maniera informale, per programmare dei concerti solistici, ma solo come aiuto in via amichevole.

Due immagini di archivio di Fiamma Fumana in concerto alla Fnac di Genova.

Vedi qualche futuro per i gruppi di folk italiano in USA?

Credo ci sia sempre un potenziale in USA per spettacoli che siano interessanti e unici. Abbiamo visto alcune nuove realtà che stanno iniziando a girare qua, come il Canzoniere Grecanico Salentino e vedo che i Goblin stanno girando molto (non li conosco ma vedo che stanno facendo molti concerti). Hai qualche suggerimento per le giovani band di musica italiana che vogliono suonare in USA?

Penso che abbiate bisogno di trovare un modo per rendere la vostra musica e il vostro show unico e riconoscibile da altre perfomance, non solo diverso dalle altre band italiane, ma riconoscibile in tutta la musica del mondo. Come si può distinguere la vostra musica e il vostro spettacolo da tutti gli altri show che sono là fuori? Che cosa ricorderà il pubblico quando andrà a casa dal vostro concerto? Io dico sempre agli artisti che come agente

io posso vendere un concetto interessante molto più facilmente di una band che potrebbe essere molto buona, ma sta facendo qualcosa che molte altre band hanno già fatto. Innovazione e unicità dunque, ma anche una buona dose di lavoro di management, visto che la produzione dei tour è quasi sempre in mano all’artista e, a meno che non si tratti di una delle rare band con manager, questo significa un grande lavoro di ufficio (visti, voli, hotel, e tanti conti!!) che con la musica apparentemente c’entra poco! Ad occuparsi di questo, per ogni tour dei Fiamma Fumana, era la sottoscritta. Devo dire che il pubblico entusiasta, la buona organizzazione dei concerti e la possibilità, bellissima, di incontrare musicisti provenienti da tutte le parti del mondo, hanno fatto sì che ne valesse sempre la pena. Quindi datevi da fare! ❖

21/2013

23

23


Eventi “VERSO IL SILENZIO” ... dal 4 ottobre

Festival del Canto Spontaneo sesta edizione 2013 A cura dell’associazione culturale Fûrclap Direzione artistica: Giovanni Floreani Comunicato Stampa

I

l primo appuntamento sarà a Mestre, Venezia nel teatro Kolbe: una proficua collaborazione con l’associazione Nemus ha permesso di mettere in rete il Festival del Canto Spontaneo con il Festival Venezia città viva. Venerdi 4 ottobre, quindi, sarà presentata la performance “I Suoni di Venezia”. L’incipit dell’autore, Alberto Madricardo, apre la performance commentando una Venezia affogata dal turismo ed estranea ai propri abitanti. Accanto a lui, per la realiz-

2424

21/2013

zazione e l’organizzazione delle musiche, Giovanni Floreani, suo amico e collaboratore di lunga data. Floreani, nato a Venezia ma residente in Friuli dal 1970, si è sempre interessato di musica tradizionale e, contestualmente, di avanguardie sonore. Con lui in scena l’amico Predrag Mariç, interessante chitarrista croato che vive a Berlino e Tony Pagliuca, tastierista della storica formazione de Le Orme. Le letture sono affidate a due bravi attori, Stefano Imperi e

Rudy Zucco e, infine, ma non meno importante, Marian Mentrup per la realizzazione del video che percorrerà l’intera performance. Mentrup, berlinese (vive tra Berlino, Venezia e Londra) è un giovane videomaker e musicista che nel giro di pochi anni ha saputo affermarsi negli ambiti d’avanguardia in particolare per video, clip e advertising. Una compagine di artisti e intellettuali forse disomogenea ma proprio per questo interessante ed innovativa. Uno spettacolo che vale la pena di essere visto se non altro perche’ mostra (o tenta di farlo) una Venezia diversa dai soliti clichè nel tentativo di darle, per quanto possibile, una definizione. Il giorno seguente, sabato 5 ottobre, a Udine nel Museo Etnografico, Magda Minotti, giornalista, operatrice culturale ed esperta di tradizioni popolari, fondatrice e attuale referente dell’associazione Comitato Parenti Ospiti I.G.A. Onlus, e Stefania Colafranceschi, docente di Storia e Letteratura a Roma oltre che appassionata ricercatrice soprattutto per quel che riguarda gli aspetti popolari e religiosi della Natività, interverranno con l’abituale dovizia di approfondimenti e citazioni allo scopo di introdurre il complesso e affascinate tema che quest’anno caratterizza la manifestazione: il Silenzio. A Farra d’Isonzo, nel Museo di Civiltà Contadina Pier Franco Midali, attivo ed entusiasta ricercatore oltre che referente di  una delle Cantorie più antiche  nell’Italia del Nord, quella di  Viganella,  racconterà la storia dei cantori e illustrerà il repertorio liturgico che propongono. Proseguirà David Di Paoli Paulovich,


compositore e ricercatore, da anni impegnato nella ricerca sul canto patriarchino di tradizione orale delle diocesi del Friuli, Veneto, Istria, Quarnero e Dalmazia. Ne ha registrato le ultime testimonianze e provvedendo alla loro conservazione, ha realizzando il più grande archivio di canti liturgici di tradizione orale esistente relativamente alle testimonianze patriarchine di quei territori. Questo ricco patrimonio traccerà una sintesi e, soprattutto, proporrà l’ascolto di prezioze melodie, utilizzando parte del prezioso materiale raccolto. A conclusione del piacevole percorso, l’associazione Furclap offrirà un momento conviviale al pubblico presente, nell’adiacente Locanda Colmello. Domenica 6 ottobre la giornata di chiusura a Givigliana (stupendo paesino a 1200 metri l.m. sopra Rigolato) inizierà con la rivisitazione, seppur simbolica, di un rituale smesso negli anni ’60. Si tratta della processione delle croci; simbolo per eccellenza del cristianesimo, la croce ha un ruolo importante nella liturgia e nelle usanze; innumerevoli sono infatti le croci erette tanto nelle chiese quanto all’aperto. In Carnia la croce usuale è quella latina a due bracci disuguali, più diffusa della croce greca a due aste

Eventi

della stessa lunghezza. Forma particolare ha la croce di Lorena con due o tre bracci trasversali, che veniva realizzata a Givigliana con piccole verghe di nocciolo in occasione delle processioni rogazionali. La giornata del Festival proseguirà con un pranzo conviviale organizzato dall’associazione socioculturale Chei di Gjviano e con l’esibizione dell’Onoranda Compagnia dei Cantori di Cercivento e di uno storico gruppo di canterine: Las Puemas di une Voote. Nel 1986, grazie a Valter Colle, un gruppo di canterine di Casaso, una frazione del comune di Paularo nella val d’Incarojo in Carnia, diventa ufficialmente “las Feminas di Cjasâs” che in seguito acquisiranno il nome di “Las Puemas di une Voote”. Ines Di Gleria, una delle anime del piccolo gruppo racconta, a distanza di tanti anni, le avventure, i viaggi, gli aneddoti che hanno ravvivato un lungo e importante percorso. Assieme alle sue compagnie di allora, Liliana Craighero e Silvia Pellizzotti, intonerà antiche melodie aiutate anche da Solidea Del Negro ed Elia Ferigo, appassionate ed amanti del canto spontaneo che, di fatto, contribuiscono a mantenere in vita un prezioso gioiello della tradizione orale carnica. Il concerto di chiusura è affidato, quest’anno, a Barbara Zanoni e Pre-

drag Mariç. Barbara Zanoni è danzatrice contemporanea, performer, coreografa e, dal 2006, cantante. Alla prima formazione è classico-moderna, seguono l’approfondimento in ambito contemporaneo nazionale ed internazionale ed il percorso personale di ricerca sul corpo, sul movimento e sulla dimensione rituale della danza e del canto. Attualmente crea spettacoli e performances originali in cui la relazione tra danza e musica fonda la propria cifra stilistica e la sua identità di artista, spesso in collaborazione con artisti, danzatori  e musicisti sia in ambito teatrale che in spazi scenici non convenzionali. Predrag Maric è nato a Buje (Croazia) nella regione istriana, dopo aver partecipato ai più qualificati Master Class per chitarra classica, Predrag Maric ha subito sviluppato uno stile del tutto personale che lo ha portato a misurarsi in ambito internazionale: ha girato molte capitali europee sperimentando differenti stili come solista ed in collaborazione con altri artisti. Si è impegnato principalmente nella cura delle sue composizioni raccolte in Guitar Stories, registrato nel 1994 a Berlino. ❖ Per informazioni contattare l’associazione culturale Fûrclap 348 8225958 oppure inviare una mail a info@musicistieattori.com

Mei 2.0: celebriamo i 20 anni di Neo Folk Indipendente con Peppe Voltarelli, Bandabardò e Almamegretta; premio alla carriera a Enzo Avitabile e Danilo Sacco, Premio Indie Music Like a Nesli e tanto altro. Ecco gli artisti e le band premiati per la carriera e non solo

Q

uest’anno il Mei 2.0 festeggia i 20 anni di musica neo folk indipendente made in Italy, e lo fa con alcuni degli artisti che già nelle scorse edizioni hanno calcato il palco di Faenza portando in alto la bandiera del folk italiano: in apertura,

venerdì 27 settembre, sarà premiato Peppe Voltarelli, mentre sabato 28 toccherà a Erriquez, Finaz e Ramon della Bandabardò e domenica 29 agli Almamegretta. Durante la manifestazione inoltre Enzo Avitabile, premio Amnesty Italia con Voci per la Libertà

per “Gerardo Nuvola e’Povere” insieme a Francesco Guccini, riceverà dal Mei un riconoscimento alla carriera; non solo, ma si celebrerà anche il ventennale di carriera musicale di Danilo Sacco, che parteciperà per presentare il nuovo libro “Come Polvere nel Vento”.

21/2013

25

25


Argomenti The Freewheeling Bob Dylan (Bob Dylan a ruota libera) compie 50 anni. Sono ancora attuali i testi? Un’analisi approfondita di una delle canzoni di quel disco: A Hard Rain’s A-Gonna Fall di Giordano Dall’Armellina

I

n quel ormai mitico 33 giri erano presenti (le canzoni sottolineate sono quelle che ebbero più presa):

Blowin' in the Wind Girl from the North Country Masters of War Down the Highway Bob Dylan’s Blues A Hard Rain’s A-Gonna Fall Don’t Think Twice, It’s All Right Bob Dylan’s Dream Oxford Town Talkin’ World War III Blues Corrina, Corrina Honey, Just Allow Me One More Chance I Shall Be Free

Girl from the North Country (Ragazza del Nord) e Bob Dylan's Dream (Il sogno di Bob Dylan) sono rielaborazioni di antiche ballate scozzesi. La prima deriva da Elfin Knight (nota anche come Scarborough Fair) della quale, come spesso faceva Dylan, ha rielaborato a suo modo il testo e il refrain dell'antica ballata alla sua composizione. La seconda deriva da Lord Franklin's Lament della quale copia anche la melodia. Ciò a conferma di come le ballate popolari abbiano giocato un ruolo fondamentale per la carriera di Bob Dylan. Ricordo che nel suo primo spettacolo nel 1961 scelse, come prima canzone nella scaletta, la ballata The House of the Rising Sun (La casa del sole nascente). Ma sono Blowin' in the Wind e, a mio parere, il suo più grande capolavoro A Hard Rain's A-Gonna Fall a renderlo famoso. Non mi soffermerò su Blowin' in the Wind in quanto credo che tutti prima o poi l'abbiano cantata e conosciuto il te-

2626

21/2013

sto anche se alcuni si chiedono ancora quale sia la risposta che soffia nel vento. Una possibile spiegazione ci viene dal fatto che Bob Dylan amava molto la poesia romantica inglese e il poeta P.B. Shelley, con il suo poema rivoluzionario Ode to the West Wind (Ode al vento dell’ovest), deve aver influenzato la sua canzone che porta infatti lo stesso significato voluto dal poeta inglese. Dylan, come Shelley, ci dice che la risposta ai problemi del mondo sta già soffiando nel vento. Con una metafora compara le nuove generazioni che verranno ai semi portati dal vento. Questi germoglieranno e cambieranno in meglio il mondo. Mi soffermerò invece su A Hard Rain's A-Gonna Fall, anch'essa in parte derivata da un'antica ballata scozzese, Lord Randal (a sua volta derivante dalla ballata italiana Il Testamento dell'Avvelenato). E' probabile che abbia appreso la ballata incontrando il folk-singer inglese Martin Carthy in Inghilterra nel 1962 . E' indubbio che senza l’influenza che esercitarono in lui le antiche ballate britanniche, sia popolari che letterarie, e quelle più recenti di Woody Guthrie, forse non sarebbe diventato il grande poeta che tutti oggi riconoscono. Ma in Hard Rain Dylan non si accontenta di “copiare” dalla tradizione popolare, va oltre. Il risultato della sua rielaborazione è una sintesi che include la vecchia ballata europea, con il suo significato più profondo, la poesia visionaria dei poeti romantici inglesi, in particolare quella di William Blake e S.T. Coleridge e i simbolisti francesi,

con una preferenza per Rimbaud. Ma Dylan è anche figlio della Beat Generation. I suoi incontri con Allen Ginsberg e la lettura delle sue poesie, hanno lasciato tracce evidenti in questa composizione. Con A Hard Rain’s A-Gonna Fall, Dylan compone un capolavoro assoluto. Nella canzone i richiami biblici, letterari e popolari sono in ogni immagine e il figlio, che nella canzone risponde ad una madre ansiosa, è Bob Dylan stesso in veste di profeta. Bob Dylan, di fatto, si sentiva un profeta. Riccardo Bertoncelli nella sua introduzione alla biografia sul cantante americano di Anthony Scaduto scrive che Bob Dylan è “uomo, predicatore, musicista. Tremendamente profondo. Quello che tutti sognavano e che nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di immaginare: il profeta vestito di sacco venuto ad indicare la retta via, a scomunicare, a umiliare, con il piglio del Giusto, di chi non ammette repliche ed esitazioni.” 1

A Hard Rain’s A-Gonna Fall

Oh, where have you been, my blue eyed son? And where have you been, my darling young one? I’ve stumbled on the side of twelve misty mountains, I’ve walked and I’ve crawled on six crooked highways, I’ve stepped in the middle of seven sad forests, I’ve been out in front of a dozen dead oceans,

1 Anthony Scaduto: Bob Dylan, la biografia, pag.6. Arcana editore 1972.


Argomenti

I’ve been ten thousand miles in the mouth of a graveyard. And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard rain’s gonna fall. Oh, what did you see, my blue eyed son? Oh, what did you see, my darling young one? I saw a new born baby with wild wolves all around it, I saw a highway of diamonds with nobody on it, I saw a black branch with blood that kept dripping, I saw a room full of men with their hammers a-bleeding, I saw a white ladder all covered with water, I saw ten thousand talkers whose tongues were all broken, I saw guns and sharp swords in the hands of young children. And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard rain’s gonna fall. And what did you hear , my blue eyed son? And what did you hear, my darling young one? I heard the sound of a thunder, it roared out a warning, Heard the roar of a wave that could drown the whole world, Heard one hundred drummers whose hands were a-blazing, Heard ten thousand whispering and nobody listening, Heard one person starve, I heard many people laughing, Heard the song of a poet who died in the gutter, Heard the sound of a clown who cried in the alley, And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard rain’s gonna fall. And who did you meet, my blue eyed son? And who did you meet, my darling young one? I met a young child beside a dead pony, I met a white man who walked a black dog, I met a woman whose body was burning, I met a young girl, she gave me a rainbow, I met one man who was wounded in love,

I met another man who was wounded with hatred. And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard rain’s gonna fall. Oh, what’ll you do now, my blue eyed son? Oh, what’ll you do now, my darling young one? I’m going back out ‘fore the rain starts a-falling, I’ll walk to the depth of the deepest black forest, Where the people are many and their hands are all empty, Where the pellets of poison are flooding their waters, Where the home in the valley meets the damp dirty prison, Where the executioner’s face is always well hidden, Where hunger is ugly, where souls are forgotten, Where black is the color, where none is the number, And I’ll tell it and think it and speak it and breath it, And reflect it from the mountains so all souls can see it, Then I’ll stand on the ocean until I start sinking, But I’ll know my song well before I start singing, And it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard, it’s a hard rain’s gonna fall.

Una dura pioggia cadrà

Oh, dove sei stato figlio mio dagli occhi azzurri, dove sei stato mio caro figlio? Ho inciampato nel fianco di dodici montagne nebbiose, ho camminato e strisciato su sei strade contorte, ho camminato nel mezzo di sette tristi foreste, sono stato davanti a dodici oceani morti, sono stato diecimila miglia nella bocca di un cimitero. E una dura, dura, dura pioggia cadrà. E cosa hai visto figlio mio dagli occhi azzurri, cosa hai visto mio caro figlio? Ho visto un neonato e lupi selvatici lo circondavano; ho visto una strada di diamanti e nessuno la percorreva;

ho visto un ramo nero che gocciolava sangue; ho visto una stanza piena di uomini e i loro martelli sanguinavano; ho visto una scala bianca tutta coperta d’acqua; ho visto diecimila che parlavano e le loro parole erano un balbettio; ho visto fucili e spade affilate nelle mani di bambini. E una dura, dura, dura pioggia cadrà. E cosa hai sentito figlio mio dagli occhi azzurri, cosa hai sentito mio caro figlio? Ho sentito il fragore di un tuono e il suo rombo era un avvertimento; ho sentito il fragore di un’onda che potrebbe affogare il mondo intero; ho sentito cento tamburini e le loro mani erano in fiamme; ho sentito diecimila bisbigliare e nessuno ascoltare; ho sentito un uomo morire di fame ho sentito molti altri che ridevano; ho sentito la canzone di un poeta che è morto nel fango; ho sentito un pagliaccio che piangeva in un vicolo. E una dura, dura, dura, pioggia cadrà. E chi hai incontrato figlio mio dagli occhi azzurri, chi hai incontrato mio caro figlio? Ho incontrato un bambino vicino a un pony morto; ho incontrato un uomo bianco che portava a spasso un cane nero; ho incontrato una giovane donna, il suo corpo era in fiamme; ho incontrato una ragazzina, mi ha dato un arcobaleno; ho incontrato un uomo che era ferito in amore; ho incontrato un altro uomo che era ferito dall’odio. E una dura, dura, dura, pioggia cadrà. E cosa farai adesso figlio mio dagli occhi azzurri, cosa farai adesso mio caro figlio? Tornerò là fuori prima che la pioggia cominci a cadere; mi inoltrerò nel profondo della più profonda foresta nera; dove molti sono gli uomini e vuote sono le loro mani; dove pallottole di veleno contaminano le loro acque; dove la casa nella valle è una sporca e fredda prigione e la faccia del boia è sempre ben nascosta;

21/2013

27

27


dove la fame è brutta, dove le anime sono dimenticate; dove nero è il colore, dove zero è il numero; e lo dirò e lo ripeterò e lo penserò e lo respirerò e rifletterò dalle montagne così che tutte le anime lo vedano; poi starò in piedi sull’oceano fino a quando comincerò ad affondare; ma saprò bene la mia canzone prima di cominciare a cantare. E una dura, dura, dura pioggia cadrà.

In A Hard Rain è facile constatare che la conversazione fra la madre e il figlio è ispirata dalla ballata popolare di origine scozzese Lord Randal (Oh where have you been Lord Randal my son, Oh where have you been my handsome young man? – Oh dove sei stato Lord Randal figlio mio, oh dove sei stato mio bel giovanotto?). Viste le centinaia di versioni di questa ballata in tutte le lingue europee, di probabilissima origine italiana, non si può dire che A Hard Rain non abbia solide basi europee. Alcune domande poste dalla madre al figlio sono linguisticamente molto simili a quelle che troviamo nelle versioni britanniche della ballata. Robert Zimmermann, alias Bob Dylan, scrive la canzone in un periodo in cui si pensava di essere sull’orlo di una guerra nucleare. Cuba aveva infatti da poco installato dei missili sovietici sull’isola in funzione anti-americana e ci si aspettava una risposta “forte” dagli Stati Uniti. Alcuni critici dell’epoca lessero la canzone con questa ottica sostenendo che la dura pioggia altro non era se non la pioggia radioattiva che avrebbe distrutto il mondo. Dylan in un’intervista negò questa interpretazione anche se era vero che era preoccupato per il pericolo di una guerra nucleare. Il messaggio in realtà è molto più complesso e profondo e parte dalle radici ebraiche di Bob Dylan, che affiorano in diversi riferimenti biblici, insieme a tutto quello che aveva appreso dal mondo folclo-

2828

21/2013

Argomenti

rico legato alla ballata, dalla poesia britannica2 e francese e dalla recente poesia legata alla Beat Generation. La canzone vuole essere profetica e i quadri che ci dipinge con le sue parole richiamano le visioni altrettanto profetiche del poeta romantico e pittore inglese William Blake. Il testo non è di facile lettura a causa delle tante allegorie e rimandi biblici. Iniziamo allora dal titolo che è un ovvio riferimento al diluvio universale, una catastrofe naturale causata dai mutamenti climatici che portarono allo scioglimento dei ghiacci, all’innalzamento dei mari e alla conseguente distruzione dei villaggi che sorgevano sulle sponde dall’allora lago che divenne poi il Mar Nero, ma interpretato dagli ebrei come una punizione inflitta dal loro Dio. Secondo uno degli estensori della Bibbia, la colpa degli uomini era stata quella di averLo dimenticato. Dio era morto tranne che per Noè e la sua famiglia. Allora Bob Dylan si chiede se anche oggi Dio non sia morto nei cuori degli uomini come al tempo di Noè e se ci si debba aspettare un altro diluvio universale. Le allegorie usate dal poeta sono portentose e pur ripetendo sempre lo stesso concetto, le immagini che ci regala, oltre ad essere quadri surrealisti, sono pugni nello stomaco per risvegliare le nostre coscienze assopite. Secondo uno schema tipico delle ballate popolari europee, Bob Dylan nella prima strofa introduce due codici rivelatori per anticiparci il tema della canzone il cui 2 Il folk-singer adottò il cognome Dylan quando gli fu chiesto il nome prima di un suo concerto all’inizio della carriera. Dichiarò più tardi che la risposta gli venne spontaneamente dall’inconscio quando sentì l’obbligo di dire un nome che non fosse il suo. Conosceva il poeta gallese Dylan Thomas e, come successe in molte delle sue composizioni, il suo inconscio potrebbe aver scavato nelle sue conoscenze nascoste per trovare quella risposta. Dylan Thomas era morto nel 1953 a New York a soli 39 anni dopo un’ubriacatura. Una vita sregolata che dovette colpire molto Bob il quale, in seguito, lesse le sue poesie.

titolo potrebbe anche essere Dio è morto. In sostanza ci fa capire subito che l’uomo odierno ha dimenticato il significato e il senso del divino e dell’armonia. I codici stanno nell’aggettivo misty (nebbioso) e nel numero twelve (dodici). Il primo ci avverte che qualcosa di negativo sta per accadere. Il secondo codice che ci viene dal numero dodici, numero magico per i Babilonesi, sta ad indicare la comunicazione col divino. Dodici erano le offerte di animali che i sacerdoti Babilonesi sacrificavano in onore del dio Marduk dopo aver fatto dodici giri intorno al suo tempio: un modo per entrare in contatto con lui. Gli Ebrei, schiavi presso i Babilonesi sotto il regno di Nabucodonosor (605-562 A.C.), fecero propria l’idea che il dodici potesse essere il numero per avvicinarsi al loro Dio. Così cominciarono a considerarlo come simbolo di pienezza e armonia, l’ultima meta da raggiungere per la salvezza e l’accettazione nel regno dei cieli. Dodici erano anche le tribù disperse di Israele: una volta riunite sarebbe arrivato il messia. Una setta ebraica, quella degli Esseni, proprio per l’alta simbologia di questo numero, impose ad ogni maestro la presenza di dodici discepoli. Gesù, che era esseno, fece lo stesso scegliendosi dodici apostoli. Con lo stesso significato va letta la presenza di dodici cavalieri alla tavola rotonda di Re Artù o dei dodici paladini di Carlo Magno. Anche nel romanzo cavalleresco King Horn l’eroe ha dodici amici. Ma il dodici è anche il numero dell’armonia e la divinità non può fare a meno di essa per rivelarsi. Alla luce di ciò tentiamo di capire il significato della prima strofa. La prima risposta del figlio sembra senza senso: come si può inciampare su dodici montagne piene di nebbia? La risposta sta nel vedere il “viaggio”, che Bob Dylan ha compiuto, in senso dantesco. Siamo nel bel mezzo di una crisi di valori e, come Dante, Dylan è a


Argomenti

un bivio: è nel mezzo del cammino e dovrà trovare la sua strada. All’inizio la strada non è percorribile: c’è nebbia – codice negativo – non si può vedere e si inciampa, quindi non si può proseguire fino alla vetta, sede degli dei e dell’armonia. Ciò che non si riesce a vedere è il divino (dodici) con il quale non c’è più comunicazione. Le montagne, sede degli dei in tutte le religioni, dall’Olimpo al Sinai, dall’Ayers Rock degli aborigeni australiani al Fujihama dei giapponesi, sono avvolte dalla nebbia. Gli dei sono percepiti come morti o invisibili e con la morte degli dei si provoca disarmonia nell’uomo, nel mondo e nel cosmo. Per comprendere appieno la canzone, tuttavia, non possiamo separare la prima dalla seconda strofa. Si deve perciò procedere in questo modo: Dove sei stato figlio mio dagli occhi azzurri, dove sei stato caro mio figlio? Ho inciampato nel fianco di dodici montagne nebbiose. E cosa hai visto (sul fianco di quelle dodici montagne)? Ho visto un neonato e lupi selvatici lo circondavano.

Sul fianco di ognuna delle dodici montagne nebbiose c’era un neonato circondato da lupi, allegoria dell’egoismo, della cupidigia e della violenza che ne deriva. I nuovi nati crescono in un mondo di lupi dove l’amore, e quindi il divino, non possono che essere assenti. Dunque i lupi impediscono l’ascesa alla montagna come la lupa nel primo canto della Commedia impedisce a Dante di arrivare in cima al colle dove c’è la luce del Paradiso:

Ed una lupa, che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza, e molte genti fé già viver grame, questa mi porse tanto di gravezza con la paura ch’uscia di sua vista, ch’io perdei la speranza de l’altezza.

Sappiamo che Dante non può ascendere al Paradiso prima di aver visto l’Inferno e Dylan dovrà percorrere lo stesso cammino. Solo nell’Inferno vi è la possibilità di

trovare un’oasi di positività “contrastiva” che si dovrà espandere come esempio per l’umanità. Dunque sia Dante che Dylan dovranno “vedere”. Vedere è il verbo più usato da Dante nella Commedia e la seconda domanda della madre al figlio nella canzone di Dylan riguarda proprio ciò che egli ha visto.

Dove sei stato figlio mio dagli occhi azzurri? Ho camminato e strisciato su sei strade contorte. E cosa hai visto (su sei strade contorte)? Ho visto una strada di diamanti e nessuno la percorreva.

Con la seconda risposta Dylan ci parla di strade contorte dove si può solo camminare e strisciare e l’unica strada di luce, la più preziosa, quella con i diamanti, quella che porta a Dio, è deserta perché nessuno la vuole vedere, nessuno vuole percorrere la strada di luce e bellezza che conduce alla salvezza. Si preferiscono strade tortuose e conflittuali piuttosto che vedere la luce divina che porta all’illuminazione. Sei sono le strade contorte, la settima, quella della trasformazione e della rinascita, è tragicamente deserta. Ho camminato nel mezzo di sette tristi foreste, ho visto un ramo nero che gocciolava sangue; ho visto una stanza piena di uomini e i loro martelli sanguinavano;

Poi si inoltra nel mezzo di sette foreste tristi. E’ la parte più fitta della foresta che Dante chiama oscura e che nella tradizione celtica è identificata con il greenwood (il bosco verde). Dante si sente smarrito nella selva oscura e anche Dylan è come smarrito e atterrito difronte alla distruzione in atto. Nell’uccidere la Natura gli uomini si suicidano e, come nel canto XIII dell’Inferno, i suicidi sono trasformati in piante che gocciolano sangue. In Dylan anche le allitterazioni lanciano messaggi. Le sette foreste tristi (seven sad forests) sottolineano come il “sette” sia di fatto triste, cioè impos-

sibilitato a portarci alla rinascita. Anche Lord Randal, nella ballata scozzese, era entrato nel bosco sacro (greenwood), non lo aveva rispettato (era andato a caccia in un luogo tabù dove si credeva vi fosse l’ingresso dell’altro mondo) e per questo era stato punito da una fata che gli aveva fatto mangiare un’anguilla avvelenata. Era comunque un bosco pieno di vitalità, abitato da fate ed elfi che lo proteggevano insieme agli spiriti dei morti, garanti anche loro della sopravvivenza della Dea Natura. Ora vi sono rami neri (come la morte), tutto è distrutto: fate, elfi e spiriti dei morti sono stati sconfitti, annientati, rimossi dal cuore che più non ricorda le sagge tradizioni popolari che avevano la funzione di preservare la sacralità della Natura. Ben conosciamo i responsabili del delitto. Sono gli uomini che detengono il potere (simboleggiato dal martello) chiusi nelle loro stanze, lontani dalla Natura, a decidere il destino di tutti. Sono uomini nati con i lupi intorno a loro, incapaci di vedere la bellezza e intendere la sacralità, che distruggono le foreste per mero profitto. Ma chi distrugge la Natura non ama il divino, non sa neppure che cosa sia perché Dio dentro di lui non solo è morto, ma non è neppure mai esistito. Dylan sembra chiederci se vogliamo fare qualcosa per cambiare questa situazione o se preferiamo renderci complici per indifferenza.

Sono stato davanti a dodici oceani morti, ho visto una scala bianca tutta coperta d’acqua;

I dodici oceani morti sono un’altra immagine puramente allegorica e surreale. Grazie all’allitterazione fra dozen (dozzina) e dead (morto) Dylan ci indica che il dodici, ovvero la comunicazione con Dio, è morta. Negli oceani giace una scala bianca, chiaro riferimento biblico al sogno di Giacobbe che vede se stesso salire verso il cielo su una scala bianca sorretta dagli angeli per comunicare con Dio. Ma è anche la scala che

21/2013

29

29


Maometto immagina e descrive nel suo Libro della Scala: “Gabriele prendendomi per mano mi condusse fuori dal tempio e mi mostrò una scala che scendeva dal primo cielo fino alla terra su cui mi trovavo. Era quella scala la cosa più bella che si fosse mai vista, e i suoi piedi poggiavano su quella pietra sulla quale in precedenza ero disceso. I suoi gradini erano fatti in questa maniera: il primo era di rubino, il secondo di smeraldo, il terzo di perla bianchissima e tutti gli altri di pietre preziose, ognuna secondo la sua natura, lavorati con perle e oro purissimo, tanto riccamente che nessuna mente umana potrebbe concepire. Ed era tutta ricoperta di sciamito verde più splendente di uno smeraldo, e tutta circondata da angeli che la custodivano. E tale era la sua luminosità che appena si poteva darle un’occhiata.” L’idea della scala che porta al Paradiso è poi copiata da Dante per la Commedia. I gradini della scala conducono all’illuminazione, alla spiritualità, alla salvezza. E’ un cammino di luce che l’uomo non può più percorrere perché ha gettato la scala negli abissi degli oceani morti rompendo così il legame con Dio e la Natura. La scala è ora invisibile. Nessuno la vede più perché Dio è morto. La strada di diamanti, che compare nei versi precedenti, può essere vista anche come un succedersi di gradini di una scala che porta a Dio. sono stato diecimila miglia nella bocca di un cimitero; ho visto diecimila che parlavano e le loro parole erano un balbettio; ho visto fucili e spade affilate nelle mani di bambini.

Infine si inoltra nella bocca di un cimitero, ovvero l’ingresso dell’altro mondo che anticamente era nel bosco sacro. Là incontra le anime dei morti (uno ogni miglio) che dovrebbero essere gli intermediari fra noi e Dio. Sia Dante che Dylan si inoltrano in una selva oscura e poi incontrano i morti. Ma mentre nella Comme-

3030

21/2013

Argomenti

dia la presenza di Dio è percepibile ovunque e i morti parlano a Dante, nella canzone di Dylan Dio si avverte nella sua terribile assenza. Le anime dei morti, dimenticate e non più rispettate, si rifiutano di parlarci. Il loro esprimersi è un incomprensibile balbettio perché sia loro che Dio non hanno più nulla da dirci. La strofa si conclude con l’immagine di bambini che hanno spade affilate e armi nelle loro mani. Sono pronti per la guerra, non per l’amore, e quindi sono già in viaggio verso la bocca del cimitero; entreranno anche loro nel mondo dei morti unendosi al balbettio, risultato del nulla che hanno appreso nella breve permanenza sulla terra. Il loro sarà un limbo vuoto, senza Dio. E dunque una dura pioggia cadrà e distruggerà questa umanità che non merita di vivere perché non sa vivere con amore. La terza strofa è il preludio al diluvio che sta per abbattersi. Siamo stati avvertiti da tuoni, onde, tamburi, dalla gente che sussurra per farcelo capire, ma nessuno ascolta. L’egoismo ha portato all’indifferenza e allo scherno: qualcuno muore di fame e altri ridono, si resta insensibili davanti alla bellezza della poesia recitata da poeti la cui voce si perde nel deserto rinsecchito dall’indifferenza e nel fango. I poeti, come nei Fleurs du mal di Baudelaire, hanno perso l’aureola e con essa il riconoscimento da parte della gente. I clown non hanno più la forza di far ridere e possono solo gridare la loro disperazione. Nella quarta strofa (simile a Lord Randal nella domanda della madre) Bob Dylan risponde con diverse allegorie. Il bambino ha al suo fianco un pony che dovrebbe essere suo compagno di giochi; ma il cavallino è morto e con lui è stata uccisa la capacità di giocare che dovrebbe avere ogni bambino. I lupi hanno azzannato il pony, distrutto la gioia lasciando solo disperazione e frustrazione. E i bambini crescono con i lupi attorno… L’uomo bianco, che porta a

spasso un cane nero, è l’uomo che porta con sé e dentro di sé la morte. E’ La Morte-in-Vita. La giovane donna col corpo in fiamme è disillusa: che amore può dare ai nuovi nati? Brucia il suo corpo per rabbia e per protesta in modo da non mettere al mondo futuri mostri. Poi finalmente un’immagine positiva. Una ragazza gli dà un arcobaleno, simbolo della pace. E’ un altro chiaro riferimento biblico. Alla fine del diluvio universale una colomba bianca porta nel becco un rametto di ulivo mentre sullo sfondo c’è un grande arcobaleno, allegoria della ritrovata alleanza fra Dio e gli uomini. Questa allegoria nella Bibbia va tuttavia interpretata. La pace, ancora oggi simboleggiata dalla colomba bianca, dall’ulivo e dai colori dell’arcobaleno che ne compongono la bandiera, è possibile solo se si incontra il divino che è già dentro di noi. Incontrandolo si trova l’amore e con esso la possibilità di superare l’egoismo e la guerra. Con l’arcobaleno il figlio può dare speranza anche all’uomo ferito dall’amore e a quello ferito dall’odio. L’alleanza col divino parte quindi da dentro di noi. Nell’ultima stanza Bob Dylan diventa un predicatore, come l’Antico Marinaio del poema del poeta romantico inglese S.T. Coleridge The Rime of the Ancient Mariner, mentre la sua visione del mondo, apocalittica e profetica, si avvicina sempre più a William Blake. Con il suo arcobaleno si inoltrerà nei luoghi più terribili dove vi è fame e dolore (come nella Londra di Blake), dove le menzogne dei media (le pallottole di veleno), architettate da menti paranoiche, contaminano e mistificano la verità, dove le libertà vengono negate (le case diventano prigioni che noi stessi abbiamo costruito e i mandanti, i boia, se ne stanno nascosti lasciando il lavoro sporco ai servi. Andrà dove apparentemente non c’è più speranza (nero è il colore, zero il numero), ma non smetterà di cercare di risvegliare la coscienza collettiva fino all’ultimo fermando


Argomenti

la gente e guardandola negli occhi. Avrà gli occhi scintillanti di chi ha una verità profonda e universale da rivelare. Diventa così il profeta detentore del verbo con contenuti apparentemente neo-cristiani ma in realtà universali come il diluvio che si abbatterà sul mondo. Il suo messaggio va aldilà delle religioni “rivelate” e ci dice che la madre terra, l’unica madre di tutti noi, sta per essere distrutta dalla cecità degli uomini. Solo con un risveglio, una presa di coscienza collettiva, possiamo salvare lei e tutti noi prima che sia troppo tardi. Ma per fare questo dobbiamo trovare la pace dentro di noi e vedere l’arcobaleno. Vedere l’arcobaleno è come riscoprire la divinità che è panteisticamente in tutte le cose. E’ la sola via di salvezza. Nell’ultima parte della canzone il figlio sogna di arrivare sulla montagna che all’inizio non poteva scalare e che ora è raggiungibile grazie al suo arcobaleno, l’alleanza ritrovata col divino e l’armonia ritrovata. Da là, sostenuto da tutti i buoni dei che gli umani portano nel cuore, ben diversi dagli dei paranoici del passato, potrà mostrarlo a tutte le anime per aiutarli a vedere la pace dentro di loro. Affida al canto la sua ultima speranza perché il canto è come una preghiera che ci permette di entrare nel nostro tempio personale. Che cosa c’è nella canzone (e qui subentra l’influenza della Beat Generation) che lui conoscerà prima di affondare? C’è il vuoto e il silenzio rigeneratori, c’è la pace che ha spazio solo se si svuota la mente e la si lascia vibrare intimamente con la Natura, dove l’intimità si incontra con l’immensità. E’ il canto dell’anima che non ha bisogno di parole. E’ il rendersi conto, come Dante quando vede Beatrice soffusa di una bellezza mai vista prima, che le parole sarebbero insufficienti a rappresentare tale emozione. Dietro quelle parole c’è l’abbraccio di un silenzio avvolgente e prorompente che riempie l’anima di una gioia e amore che nessuna parola potrebbe spiegare. E qui si torna alla musica come

curatrice dell’anima e del corpo che Dante già aveva messo in luce nel Convivio e nel Purgatorio, solo che per Dylan tutta l’umanità è malata e la cura sarebbe la sua canzone, se gli uomini vorranno ascoltarla. Solo con questa “rinascita collettiva” la settima strada si riempirà di gente amorevole dove la religiosità vincerà sulle religioni e sulle pericolose idee preconcette assertrici di presunte verità assolute che portano al fanatismo. Dylan sembra suggerirci che non c’è bisogno di credere in un dio particolare per arrivarci, basta cercare e coltivare la religiosità che è insita in ogni essere umano. L’amore e il rispetto per la Natura è il primo passo verso la conoscenza più intima di noi stessi che ci porta alla settima strada. Percorrendola vedremo man mano aumentare la luce divina e la consapevolezza che siamo parte, non padroni, della Natura. Una luce divina che Dylan, come Dante, vorrebbe che tutti vedessero: O somma luce che tanto ti levi da’ concetti mortali, a la mia mente ripresta un poco di quel che parevi, e fa la lingua mia tanto possente, ch’una favilla sol de la tua gloria possa lasciare a la futura gente; (Canto XXXIII Paradiso)

L'idea di luce di Dante è ribadita da Dylan adattando il messaggio alla nostra epoca. Ma il messaggio era già presente nelle antiche ballate intrise di saggezza popolare. Il compito finale di Dylan è esattamente come quello di Dante quando giunge al Paradiso: indicare all’intera umanità la via per giungere alla salvezza. Dylan, come Dante, grazie all’arcobaleno, può arrivare al Paradiso. La sua Beatrice, la ragazza che gli dà l’arcobaleno, gli indica la strada di diamanti da percorrere per arrivarci. Ma il Paradiso può già essere qui sulla terra e il mito del Paradiso Terrestre, che altro non è se non vivere in armonia con la Natura, ci appartiene come archetipo ed è

quindi vivo dentro di noi, ma solo se vogliamo vederlo. Dylan, con la sua straordinaria canzone, ci fa anche vedere il lato oscuro, l’ombra o, se vogliamo il Mr. Hyde che c’è in tutti noi. Non a caso il colore dominante della canzone è il nero che Dylan utilizza ben quattro volte. E’ proprio il contrario della luce, è la cecità, l’inconsapevolezza che ostacola il raggiungimento di un'ideale cultura di pace. Se questa ombra prevale saremo portati inevitabilmente ad autodistruggerci. La canzone è quanto mai attuale e, se non cambiamo rotta, le profezie di Dylan diverranno realtà. Cinquant’anni dopo questa canzone epica esce, nel settembre 2012, Tempest che, anche senza l’articolo davanti, ci ricorda l’ultima commedia di Shakespeare. La canzone, in forma di ballata e che porta lo stesso titolo del disco, è la storia dell’affondamento del Titanic. Il titolo ci suggerisce l’allegoria già presente in A Hard Rain’s gonna Fall: il mondo sta affondando, la tempesta si avvicina e l’orchestra sta ancora suonando per non far sentire e non far vedere la catastrofe che si sta per abbattere: (The chandeliers were swaying, from the balustrades above. The orchestra was playing songs of faded love). E anche questi versi, insieme al titolo Tempest, ci ricordano quelli di A Hard Rain: Alarm-bells were ringing To hold back the swelling tide. I heard the sound of a thunder, It roared out a warning. Heard the roar of a wave That could drown the whole world. Le campane suonavano l’allarme per fermare l’onda che si gonfiava. Ho sentito il fragore di un tuono e il suo rombo era un’avvertimento. Ho sentito il fragore di un’onda che potrebbe affogare il mondo intero. (Tratto in parte da Ballate Europe da Boccaccio a Bob Dylan Book-Time con cd mp3 contente 81 brani di ballate e musiche popolari europee, EU 22) ❖

21/2013

31

31


Cronaca ÉTÉTRAD 2013

Musiche tradizionali del Mondo in Valle d’Aosta

di Agostino Roncallo

A

nche quest’anno i Trouveur Valdoten ce l’hanno fatta e, nonostante il periodo di austerità, sono riusciti a organizzare dal 22 al 25 Agosto la manifestazione di Etetrad: quattro giorni dedicati alla musica folk tra concerti, balli, visite, camminati musicali, degustazioni e stage. Il tutto non più nel tradizionale spazio ai piedi del castello di Fénis, ma nel comune di Avise, presso un centro estivo complessivamente bene organizzato con due palchi al coperto e un grosso tendone-cucina. Certamente avremmo voluto sapere e raccontare qualcosa di più sulle difficoltà comportate dai tagli e dalla nuova location, nonché sugli sforzi

3232

21/2013

organizzativi che si sono resi necessari ma Vincent Boniface, che è un po’ l’anima di questo festival, per due volte non si è presentato all’appuntamento che lui stesso ci aveva dato. Si sarà dimenticato. Poco male perché, su quello che abbiamo visto e sui gruppi che hanno partecipato, tante sono le cose da dire. A cominciare da un duo moldavo che non era in programma. Proprio così. Il pubblico dei concerti serali, che quest’anno è necessariamente pagante (13 euro, un prezzo più che sopportabile), ha visto iniziare il programma con mezz’ora di ritardo per la comparsa sul palcoscenico di un anonimo e scolastico duo di mu-

sicisti, raccattato letteralmente per strada. Nella presentazione infatti, Alberto Visconti (amico e collaboratore di Boniface) riferisce di avere conosciuto il duo in questione su una piazza di Trieste il giorno prima dell’inizio del festival, e di averlo conseguentemente invitato a partecipare. A consolare il pubblico, si fa per dire, sta il fatto che le ore di ritardo con cui negli anni passati i musicisti salivano sul palco, si sono quest’anno ridotte a una sola. I musicisti e i gruppi che in questi giorni si sono esibiti sono davvero molti e vorremmo parlare di coloro che, ci scuseranno gli altri, ci hanno maggiormente colpito. In ordine di


apparizione troviamo Silvio Peron che molti ricorderanno membro di Lou Dalfin, Compagnon roulants, Senhal. Silvio presenta il suo ultimo lavoro “Eschandihà de vita: storie di personaggi delle valli occitane in Piemonte”. “Eschandihà – spiega l’autore – significa raggio di sole, istante in cui esso appare attraverso le nuvole e si manifesta con più ardore del solito”. Va detto che questo CD è bellissimo e si avvale della collaborazione di tanti amici musicisti, tra i quali vanno segnalati Jean Marie Carlotti, Gabriele Ferrero, Gigi Biolcati, Manu Théron, Patrick Vaillant, Stefano Valla e Daniele Scurati. Per la prima volta Silvio Peron compone integralmente testi e musiche (ad eccezione del testo di “Nou’ m’ fai chantar”) e dedica particolare cura agli arrangiamenti e al lavoro in sala di registrazione. Il risultato è

Cronaca

un lavoro gradevolissimo all’ascolto, anche per coloro che non conoscessero le atmosfere della musica occitana. Una menzione speciale va ai Tre Martelli che salgono sul palcoscenico la sera di Sabato 24 (naturalmente dopo gli inevitabili moldavi). Il gruppo, che dal 1977 è impegnato nella documentazione e divulgazione della musica popolare piemontese, si presenta con una formazione che comprende Chacho Marchelli e Betty Zambruno (voce), Andrea Sibilio (violino), Enzo Conti (fisarmonica), Matteo Dorigo (ghironda), Renzo Ceroni (contrabbasso) e l’ottimo Paolo Dall’Ara (cornamuse e flauti). Ma soprattutto: Gianni Coscia. La presenza di questo jazzista di fama internazionale era già preannunciata dal programma dei concerti in cui era

stato definito “ospite”. Ora, come si sa, un ospite potrebbe fare una saltuaria apparizione, magari salire sul palco per eseguire un pezzo insieme alla band, e la cosa finisce lì. Non è questo il caso. Gianni Coscia col suo accordeon suona col gruppo dall’inizio alla fine del concerto rivelando, tramite tutta una serie di studiati arrangiamenti, di essere molto integrato nel gruppo e molto vicino alla musica folk dalla quale, lo spiegherà lui stesso, ha preso le mosse la sua carriera. L’incontro tra il jazz e il folk si rivela in questo caso memorabile perché la musica tradizionale, proprio perché segue schemi fissi, è un terreno particolarmente adatto sia alla creatività che ai ritmi spezzati e irregolari del jazz. Senza il vincolo, non esisterebbe la fantasia. La speranza è che questo connubio abbia lunga vita e porti a una nuova inci-

21/2013

33

33


sione: alla vasta discografia del folk si aggiungerebbe un pezzo di valore. Verso le ore 23 arriva il momento dei BIGLIETTO PER L’INFERNO. Un concerto molto atteso anche perché questa storica formazione degli anni settanta si è ricomposta pochi anni fa, nel 2005 per l’esattezza. Ero curioso di conoscere le ragioni che hanno spinto il gruppo a rinascere e di capire così la loro storia: ne ho parlato con Renata Tomasella, Mauro Gnecchi e Giuseppe “Pilly” Cossa che si sono dimostrati gentilissimi e disponibili. Mauro e Pilly in particolare sono i due componenti storici della formazione. Mi spiegano come il gruppo abbia avuto vita breve e si sia sciolto quasi subito, nel 1976, dopo aver pubblicato un solo disco. Poi molti di loro hanno avuto una esperienza con il gruppo folk di Bandalpina, fondato da Mireille Ben, e poi con Destabanda. All’interno di questa formazione avviene l’idea di recuperare alcune composizioni del “Biglietto per l’inferno” al punto che l’idea di una ricomposizione prenderà sempre più forza. “Ma non si tratta – mi spiega Mauro – di una semplice reunion, bensì di un progetto che intende proseguire un’esperienza nuova e creativa”. A suggello di questa rinascita viene anche pubblicato un cofanetto che raccoglie i due album ufficiali più un DVD live e un libro di oltre 100 pagine. Il gruppo sale sul palcoscenico con una line-up che comprende Ranieri Fumagalli (cornamuse e flauti), Enrico Fagnoni (contrabbasso), Mauro Gnecchi (batteria), Renata Tomasella (flauti, voce), Giuseppe “Pilly” Cossa (tastiere), Carlo Redi (mandolino), Franco Giaffreda (chitarra elettrica) e Mariolina Sala (voce) che è la nuova cantante della band. Mauro e Pilly mi spiegano che Mariolina proviene da esperienze teatrali e che, superate le difficoltà iniziali, ha trovato una sua collocazione nel progetto. Chi ha ascoltato il concerto avrà apprezzato una certa teatralità dell’impianto e dei movimenti di scena, supportati da una voce

3434

21/2013

Cronaca

chiara ed energica. Più in generale occorre dire che “Biglietto per l’inferno” hanno destato un’ottima impressione: come in filigrana è sembrato di rivedere un percorso che ha portato il gruppo, inizialmente rock-prog, ad avvicinarsi al folk; un percorso assai singolare se si considera che normalmente avviene il contrario, sono cioè i gruppi folk ad avvicinarsi al rock. Colpiscono in particolare le sonorità degli anni settanta integrate da innovative idee provenienti da un folk-revival molto originale nell’impasto, compreso un raffinato uso della chitarra elettrica. Avremo modo, nella nostra rivista, di riparlare di loro. Arriviamo così all’ultimo giorno. Alle ore 18 suonano i Baraban, altra formazione cha ha fatto la storia del folk. Il concerto è stato sicuramente apprezzato, pare che nonostante il passare del tempo l’energia di questo gruppo non venga mai meno e che il repertorio, per quanto non sia mutato, venga ogni volta rivitalizzato. Di questo discorriamo con Aurelio Citelli, uno dei fondatori della band insieme all’organettista Vincenzo Caglioti. Volevamo anche sapere se in vista vi fossero nuovi progetti discografici considerando che l’ultimo album “Terre di passo” risale ormai a oltre dieci anni. Aurelio ci spiega che quello dei Baraban è un progetto che continua sulla base di temi che diventano di volta in volta spettacoli: ci ricorda lo spettacolo sulle alpi (Alpmusic), quello sulla donna nella tradizione popolare (L’anello forte), quello sulla memoria (Il violino di Auschwitz) e infine il recente “Le dodici notti”, uno spettacolo sul tempo che intercorre tra Natale ed Epifania. Ci dice anche che il tempo per entrare in sala di registrazione non c’è perché i componenti del gruppi hanno svariati impegni professionali ma che in futuro, si vedrà. Ci accontentiamo di questa, per quanto generica, possibilità. L’ultima serata vede sul palcoscenico il Triotonico. Dopo l’esperienza del Trans Europe Diatonique

con l’inglese John Kirkpatrick e il basco Kepa Junkera a metà degli anni novanta, Riccardo Tesi torna sulle scene con un trio di organetti in compagnia di Filippo Gambetta e Simone Bottasso, che nel passato sono stati suoi allievi e che rappresentano il meglio del panorama italiano in tema di organetto. Non esitiamo a dire che si tratta di uno dei migliori concerti visti negli ultimi anni. Sulla bravura e le particolari sonorità e timbri di Riccardo tesi non c’è nulla da aggiungere, proprio sul numero di Luglio/Agosto la nostra rivista ha dedicato a Riccardo un excursus che riassume le tappe della sua carriera. Molto da dire c’è invece su questo trio che non solo risulta affiatatissimo ma che è anche latore di una proposta originale. Le variazioni, i contrappunti, i dialoghi, le improvvisazioni, che Simone e Filippo sanno dare alla musica di Riccardo sono qualcosa di straordinario: Filippo è fantasioso e raffinato, Simone più corporeo al punto da respirare insieme al suo organetto e seguirne plasticamente i movimenti. Tra gli ultimi gruppi a esibirsi ci sono infine gli Abnoba dello stesso Simone Bottasso, di Vincent Boniface, di Paolo Dall’ara, che da molti sono considerati il “nuovo che avanza”. In verità il gruppo ha ormai raggiunto un maturità e ha pubblicato due album (“Vai Facile” e “Abnormal”) suscitando reazioni contrastanti. In positivo colpisce l’impatto che il gruppo ha negli spettacoli dal vivo anche se in più di un’occasione si sono evidenziate difficoltà nella messa a punto dei suoni. Il sax di Vincent Boniface è troppo in evidenza rispetto a organetto e cornamuse che vorremmo sentire di più e che invece tendono a scomparire. Eccessivamente esuberante ci sembra la presenza scenica dello stesso Boniface per non parlare della cantante Sabrina Pallini che per voce, postura e modo di vestire, vedremmo bene in un indemoniato spettacolo di musica spiritual. Non nel folk. ❖


Cronaca Il festival del cinema di Locarno si apre con un sorprendente film di Andrea Segre

ALL’INSEGNA DEL BLUES GRECO di Agostino Roncallo

I

l festival del cinema di Locarno si apre all’insegna del “rebetiko”, musica popolare dalle incerte origini diffusasi in Grecia all’inizio del ventesimo secolo. Molti la definiscono il “blues greco”. Andrea Segre, regista padovano, ne parla in “Indebito”, un film fuori concorso scritto insieme al cantautore Vinicio Capossela e, per l’appunto, girato in Grecia: il film parla della crisi di uno stato che, in senso lato, riflette la crisi di tutta l’Europa. Segre e Capossela indagano la culla della civiltà occidentale nel momento della sua massima oscurità, almeno economica, e lo fanno partendo alla volta di Atene, immensa e decadente, di una bellezza brutale, dal passato di una grandezza opprimente per scoprire cosa resta della cultura greca oggi. L’obiettivo in realtà è troppo ambizioso e il film finisce per diventare un viaggio nelle osterie in cui si suona questa musica dal suono ipnotico e dal canto struggente, che racconta le passioni, le miserie, le ribellioni di un popolo. Ci troviamo a metà fra il dolore del blues e la dolcezza delle melodie orientali. Come dice una delle sue interpreti più affascinanti, Theodora Athanasiou, il rebetiko tira fuori la doppia anima del popolo greco, l’essere a metà tra Occidente e Oriente,

fusione inscindibile di cultura e istintività irrazionale. Protagonista della storia è lo stesso Vinicio Capossela, un cantautore polistrumentista nato in Germania da genitori di origine irpina, chiamato Vinicio in omaggio all’omonimo fisarmonicista, autore di molti dischi per la Durium negli anni sessanta. Dei tanghi di questo Vinicio suo padre era evidentemente fanatico. “Indebito” si muove tra i versi “rebetes” e le confidenze dei musicisti, dividendosi tra immagine, suono e parola. La camera di Andrea Segre si addentra con ammirevole pudore nell’anima di questa città ferita ma ancora vibrante, illuminata magicamente da Luca Bigazzi, capace di restituirne luoghi

e atmosfere. Capossela attraversa i luoghi del rebetiko totalmente affascinato dal suo universo, come tanti personaggi-spettatori, o testimoni, egli entra in ogni osteria e taverna desideroso di conoscere e carpire i segreti di questa musica, incontra i musicisti, parla e suona con loro. E l’amicizia è tale che alla fine del film, con sorpresa dei presenti, Vinicio Capossela sale sul palcoscenico insieme a quattro musicisti greci per un intensissimo mini-concerto durato oltre mezz’ora. Per l’occasione del festival Capossela ha prodotto un cd in versione “demo” tratto proprio dall’album “Rebetiko Gymnastas”, un album che rappresenta un gesto d’amore nei confronti di una musica e una cultura. ❖

21/2013

35

35


Interviste SILLY FARM, L’INTERVISTA di Massimo Losito

S

illy Farm (l’origine del nome è mantenuto nel più stretto riserbo) nasce a Novara da una storia d’amore dentro e fuori dal palco tra due musicisti provenienti da mondi diversi, da una parte la violinista Sarah Leo, che suona musica irlandese da parecchi anni con Cantlos, storico gruppo novarese di irish music, dall’altra l’esperto chitarrista Alex Barè, attivo da diverso tempo in ambito folkrock con le formazioni Clan Mamacè ed Officina Finistère.

Abbiamo chiesto a Sarah qualche notizia su questo recente, originale e ed interessante progetto, queste sono state le sue risposte: Come nascono i Silly Farm?

Il duo si è formato per caso due anni fa, abbiamo iniziato a suonare insieme per puro diletto, per la curiosità di Alex di confrontarsi con un genere a lui pressochè sconosciuto e il mio desiderio di esprimermi e sperimentare diverse soluzioni da solista, la Di sopra Alex, e di sotto Sarah

3636

21/2013


Interviste

una grossa tendenza allo sfuttamento commerciale di questo genere con l’uso di basi elettroniche e suoni da rave party, con risultati spesso discutibili, noi abbiamo deciso di puntare su musica di qualità, lavorando sui suoni e sugli arrangiamenti acustici, per essere seguiti da un segmento di pubblico magari non particolarmente vasto a livello numerico ma di sicuro più attento e competente. Progetti per il futuro?

combinazione tra i virtuosismi del violino e la ritmica energica e fantasiosa della chitarra ha funzionato all’istante tanto che in breve tempo, con nostra grande sorpresa, siamo passati dalle estemporanee esibizioni “domestiche” di fronte agli amici a concerti veri e propri anche sui palchi di alcuni importanti festivals italiani (NovAria, Bustofolk), con un ottimo riscontro sia da parte sia del pubblico che degli operatori del settore.

se godersi la nostra musica ballando o semplicemente ascoltandola. Come vi inquadrate e vi vedete nel panorama dei musicisti italiani che suonano il vostro stesso genere musicale?

In Italia i gruppi di musica celtica ormai si sprecano, ultimamente c’è

Abbiamo in programma di arricchire il nostro repertorio con alcuni brani tradizionali cantati per dare più varietà e più qualità al nostro spettacolo dal vivo, inoltre stiamo lavorando al nostro primo CD, richiesto a gran voce dai fans, che speriamo di far uscire già nella primavera del 2014. ❖ Per saperne di più: www.sillyfarm.it

Cosa proponete a livello di repertorio?

Abbiamo un ricco repertorio di musica tradizionale irlandese, scozzese e dell’isola di Cape Breton (Canada), per la maggior parte brani da ballo, ma arrangiati con la stessa attenzione e cura per i dettagli di brani suonati per il semplice ascolto, anche perché durante i nostri concerti credo sia difficile scegliere

21/2013

37

37


Recensioni KABÌLA “YALLAH!”

(Audioglobe/Soffici dischi 2013)

Comunicato Stampa

“Quando il tempo avrà una strada che muore, un secondo sarà sospeso tra i battiti di un cuore.” (Confini -Kabila)

T

erzo album per i Kabìla, formazione multietnica con base ad Arezzo in costante movimento. ”Yallah!” è la conferma di un percorso musicale intrapreso tre anni fa con il disco precedente, “Oltre noi” (Ai-music/Egea 2010), verso nuove sonorità, che, pur rimanendo nell’ambito della worldmusic, danno spazio a inedite alchimie ritmiche e ad una cura più definita delle voci, grazie anche alla presenza di un grande musicista come Raffaello Simeoni (Novalia, Orchestra Popolare Italiana) che ha curato e supervisionato le tracce vocali. Il nuovo disco si caratterizza per una grande ricchezza di suoni e il desiderio di esplorare nuove culture musicali e nuove contaminazioni sonore, facendo uso, per la prima volta, di sintetizzatori e chitarre elettriche in tutte le tracce. Tra le novità presenti nell’album c’è anche la scelta di includere strutture melodiche in cui l’italiano e l’arabo continuano ad alternarsi, ma senza ricorrere all’utilizzo schematico delle due voci che ha da sempre caratterizzato lo stile della band. I Kabìla sono Emad Shuman (voce solista, cori), Mirko P. Esse (voce solista, cori, piano, tastiere,

3838

21/2013

sintetizzatori), Cristiano Rossi (oud, saz, chitarra acustica), Adriano “Nano” Checcacci (batteria, percussioni, loop programmino, sound manupulation), Marco “Kyano” Chianucci (basso elettrico, contrabbasso), Gabriele “Cato” Polverini (chitarre elettriche, voce e cori). Molti gli ospiti presenti: oltre a Massimo Giuntini (ex Modena City Ramblers, Whiskey Trail), che ha suonato numerosi strumenti (bouzouki, programmazione loops,

uilleann pipes, chitarre acustiche, tastiere, percussioni), hanno partecipato Raffaello Simeoni (voce, armonie vocali, cori e flauto), Andrea Chimenti (voce recitante), Gabin Dabirè (voce e cori), Chady DalatyYaSeeDee (voce), Shady Hasbun, percussionista palestinese del gruppo “Maram” (darbouka, riq, mazhar, daff). “Yallah!” è stato prodotto interamente dai Kabìla, con il contributo popolare di quasi 100 sostenitori


Recensioni

che hanno sostenuto l’uscita del disco tramite Musicraiser (www. musicraiser.com). Il nuovo lavoro, ancora una volta arrangiato, registrato e mixato da Massimo Giuntini è distribuito dall’etichetta Audioglobe/Sofficidischi. “Con la nostra musica invitiamo le persone a uscire dai loro mondi e ad entrare in mondi nuovi che conoscono solo per sentito dire ... ecco noi crediamo che questo debba essere il messaggio di Yallah! ... entrate nel nostro mondo: una realtà possibile, un esperanto di culture. E un invito a tutti noi: di lasciare sempre la porta aperta al nuovo.“ (Kabìla) “Yallah!” è un’espressione araba che significa “vieni”, “vai avanti”. Ha parallelismi in tutto il Mediterraneo per esempio con il greco Ela o il francese Allons. È il risultato di un lavoro intenso, che ha richiesto, tra scrittura e pre-produzione, quasi due anni di lavorazione. Le dieci tracce che compongono l’album rappresentano un ulteriore evoluzione della band, sia nella composizione e nei testi, sia nella cura delle voci, degli arrangiamenti, del sound e degli strumenti. Apre il disco “Dabkeh”, brano che descrive al meglio lo spirito di crescita e sperimentazione dei Kabìla. La Dabkeh è una danza folkloristica popolare mediorientale che rappresenta l’amore per la terra e il proprio paese e, soprattutto, l’unione tra le persone. Il brano si caratterizza per una melodia dal forte sapore arabo, con un impianto ritmico elettronico e un ritornello rock. Segue il brano che dà il titolo al cd “Yallah (la lunga corsa)” invito ad andare sempre avanti. Il brano vede la presenza del primo di una lunga serie di ospiti, l’artista elettro-rock libanese Chadi Dalaty- YaSeeDee. Il terzo brano, “Due stelle”, è una ballata intimista, un inno alla figura

dei genitori, che vede l’intervento del grande musicista burkinabé Gabin Dabirè che, nel brano, canta in lingua dagarì. La quarta traccia, “Confini”, brano dalle sonorità più robuste, in cui spiccano le chitarre di Gabriele “Cato” Polverini, affronta il tema delle divisioni del mondo e dei muri che sono innalzati non soltanto davanti agli uomini, ma anche dentro le persone stesse. Il quinto brano, “L’ultimo grido”, mette a confronto le due voci, italiano e arabo, in maniera molto definita, dando quel senso di incontro e contaminazione di due stili musicali distinti, evidenziati dalla strofa e dal ritornello. In questa canzone, dai tratti poetici, la Terra letteralmente grida contro l’Umanità che la consuma e la distrugge. Segue (“Ummi” che in arabo significa “mia mamma”, omaggio alla figura materna vista attraverso gli occhi di un figlio. Il brano è tratto da una poesia del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish. La settima canzone, “Al di là del ponte”, vuole essere una sorta di inno alla speranza, affinché i ponti possano sempre più unire le sponde del mondo, invece di allontanarle. Segue la canzone “Strade di Beirut”, introdotta da un omaggio alla cantante libanese Fairuz, che racconta della città che ha ospitato i Kabìla durante il tour libanese nel maggio del 2012; Beirut, un’araba fenice che sa risorgere dalle sue ceneri, più splendida che mai. Il penultimo brano è “Volo di rondine”, più intimista, dove la voce è accompagnata solo da pianoforte, tastiere e contrabbasso. Nella coda finale è presente un volo verso la libertà che si chiude con una citazione di “Asfur”, una tradizionale ninna nanna palestinese. La decima e ultima canzone, “Sidun”, è l’omaggio a due grandissimi artisti italiani, Fabrizio De Andrè e Mauro Pagani.

Il brano è stato completamente riarrangiato e suonato dai Kabìla e da Massimo Giuntini e vede la presenza di numerosi ospiti: Andrea Chimenti come voce recitante, Raffaello Simeoni e Gabin Dabirè nei cori finali. Anch’essa, per il forte significato che porta, rappresenta l’omaggio dei Kabìla al Paese dei cedri. “Sidùn” è la città di Sidone (Saida in arabo), teatro di ripetuti massacri durante la guerra che sconvolse il Libano dal 1975 fino al 1991. Su iTunes i Kabìla hanno inoltre inserito, come special track, il brano “Khayen”, (traditore) arrangiato, mixato e prodotto dai Kabìla, che racconta la lotta per la libertà dei popoli arabi del Mediterraneo. ❖ I Kabìla: Emad Shuman: voce solista, cori. Mirko P. Esse: voce solista, cori, piano, tastiere, sintetizzatori. Cristiano Rossi: oud, saz. Adriano “Nano” Checcacci: batteria, percussioni, loop programmino, sound manupulation. Marco “Kyano” Chianucci: basso elettrico, contrabbasso. Gabriele “Cato” Polverini: chitarre elettriche, voce e cori. Tracklist 1-Dabkeh 2-Yallah (la lunga corsa) 3-Due stelle 4-Confini 5-L’ultimo grido 6-Ummi 7-Al di là del ponte 8-Strade di Beirut 9-Volo di rondine 10- Sidun Special track su iTunes – Khayen Per info: www.kabìla.com yallahkabila@gmail.com cristianorossi@libero.it Cell. +39.347.5955638

21/2013

39

39


Recensioni KABÌLA: biografia

K

abìla in arabo significa tribù. Una tribù che rappresenta l’intera umanità nei suoi mille colori, lingue e culture. I Kabìla hanno all’attivo tre cd: “Yallah!” (Soffici Dischi-Audioglobe 2013), “Oltre noi” (Ai-music-Egea 2010) e il concept-album “La città degli alberi” (Ai-music 2008). Il nuovo album è stato ancora una volta arrangiato, registrato e mixato insieme a Massimo Giuntini (ex Modena City Ramblers). Reduci da un fortunato tour in Libano nel maggio 2012, paese di origine del cantante Emad Shuman (hanno suonato a Beirut, Byblos e Tripoli), i Kabìla hanno iniziato a lavorare al terzo album. Raggiunta una nuova maturità in fase di scrittura e di preproduzione, hanno affrontato l’arrangiamento e la registrazione dei nuovi brani. Insieme a loro, in questa avventura, oltre a Massimo Giuntini, musicisti del calibro di Raffaello Simeoni, Andrea Chimenti e Gabin Dabirè. I Kabìla nascono nel 2007 con il brano “Concerto d’Africa”. Incoraggiati dall’ottima risposta di Radio Popolare, Radio 1 Rai Demo e Radio Wave i Kabìla si lanciano in un’avventura musicale che ha per filo conduttore

4040

21/2013

l’Africa: nasce “La città degli alberi” (Ai-music 2008), un concept album dedicato all’Africa, terra nativa del cantante Emad e continente ricco di suggestioni, dove bellezza e povertà si scontrano continuamente. Sonorità africane ed europee si fondono, mentre varie lingue si mescolano dando vita ad un sound etnopop. L’arrivo nel gruppo del batterista Adriano “Nano” Checcacci (che ha collaborato, tra gli altri, con Andrea Chimenti, Paolo Benvegnù, Banda Improvvisa, Alessandro Benvenuti) coincide con la volontà dei Kabìla di ripartire e di continuare a suonare, dopo la prematura scomparsa, a gennaio 2009, dell’amico batterista e percussionista Marco Patrussi che aveva seguito gli esordi della band. Si apre una collaborazione con i Modena City Ramblers: i Kabila aprono i concerti dell’“Onda Libera Tour”, Emad Shuman, voce della band, canta in arabo il brano dedicato al popolo palestinese “Di corsa” nel disco “Onda Libera” dei Modena City Ramblers, Francesco Moneti (MCR) è presente nei primi due album dei Kabìla, oltre ad essere special guest in numerosi live. Nel 2010 esce il secondo album “Oltre noi” (Aimusic/Egea 2010), che si è ispirato ad esperienze, emozioni e momenti molto difficili, tra cui la scomparsa di Marco Patrussi. Con questa nuova produzione i Kabìla si spostano verso nuove sonorità e verso un approccio musicale, anche nella composizione, più vicino alla world-music. La formazione dei Kabìla si evolve ulteriormente, con l’introduzione nella band di Gabriele Polverini (già pre-


Recensioni

sente in “Oltre noi”) alle chitarre elettriche, musicista virtuoso di lap steel e particolarmente attento alla cura dei suoni (chitarrista dei Noinatimale vanta collaborazioni, tra gli altri, con Paolo Benvegnù, Andrea Chimenti, John Sinclair, Marcello Baraghini, Alessandro Fiori, Mariposa, Enrico Gabrielli), che sposta i Kabìla verso sonorità più elettriche. Infine, Marco Chianucci, talentuoso bassista e contrabbassista, sostituisce Giacomo Chiarini nel dicembre 2011. La Kabìla hanno suonato in alcuni dei più importanti festival italiani, dal Ferrara Buskers Festival al Festival Mediterraneo di Conversano, dal Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza a Vinilmania di Milano, oltre ad essere presenti nei principali club di musica emergente. Hanno al loro attivo interviste e passaggi musicali su Radio Kiss kiss, Radio Popolare, Radio Wave di Arezzo, Radio Città Futura di Roma, Radio Diva di Rovigo, Radio Lifegate di Milano, Radio Vaticana, Radio Incontri, Radio Onda Blu, Radio Fujiko di Bologna e numerose altre emittenti radiofoniche. Collaborano attivamente con il gruppo italo-greco XDarawish (ex Al Darawish) con cui condividono una medesima visione della musica rock mediterranea.

I Kabìla sono: Emad Shuman: voce solista, cori. Mirko P. Esse: voce solista, cori, piano, tastiere, sintetizzatori. Cristiano Rossi: oud, saz, chitarra acustica. Adriano “Nano” Checcacci: batteria, percussioni, loop programming, sound manipulation. Marco “Kyano” Chianucci: basso elettrico, contrabbasso. Gabriele “Cato” Polverini: chitarre elettriche, cori. ❖ Per info: www.kabìla.com - yallahkabila@gmail.com - cristianorossi@libero.it Cell. +39.347.5955638

21/2013

41

41


Recensioni ALESSANDRO BENVENUTI R-Irrequieto.02

Cd. Materiali sonori

R-Irrequieto.O2 è il secondo episodio del progetto Capodiavolo iniziato nel 2007 con Materiali Sonori e che, verosimilmente si concluderà chissà quando con il terzo e conclusivo cd (io adoro le trilogie, retaggio forse di antiche e mai dimenticate Trinità che tanta parte hanno avuto nella mia infanzia a livello di influenze emotive e di ribellioni nel dopo): ma è altresì la descrizione in musica della parte più dolce del mio carattere artistico. In questo lavoro infatti, a differenza delle mie ultime due fatiche musicali, Capodiavolo.01 e Zio B., si ascoltano brani, ballad, che parlano di amore verso una moglie, le proprie figlie, i propri amici, i propri genitori, la propria terra. Ma il cd è nato principalmente dal desiderio di mettere in pratica il rapporto di amicizia e collaborazione che mi lega ormai da anni ad Antonio Gabellini, Vittorio Catalano e Azzurra Fragale. Tre amici musicisti con i quali suonare va oltre il suonare stesso. C’era il pericolo, data la scarsità di lavoro che ha reso il nostro settore, come molti altri, un piccolo inferno popolato da fantasmi in lacrime, che la nostra piccola band scomparisse per lunghi periodi; e così, come è giusto fare nei momenti di crisi per non morire anzitempo, ci siamo inventati un progetto auto prodotto - il cd, appunto - che ci obbligasse a continuare a creare, a immaginare, a confrontarci, a difendere il patrimonio della nostra conoscenza, a produrre vita in dispregio

GIORGIA DEL MESE Di cosa parliamo

di Loris Böhm

U

na nuova produzione Radici Music per Egea, management A buzz Supreme, piuttosto distanti dagli stilemi folk dell’etichetta, venato di poprock con la singolare voce “inquietante” della cantante, davvero molto particolare. Merita una citazione anche nella nostra rivista appunto per la qualità complessiva espressa dall’opera... non dimentichiamo che Giorgia Del Mese ha avuto riconoscimenti e premi di un certo prestigio per l’impegno profuso come cantautrice. Non dimentichiamo neanche il fatto che i suoi dischi (siamo al secondo) sono tutti autofinanziati. Si-

4242

21/2013

e risposta al senso di morte che la nostra infelice e infelicitante società propone a tutti noi. Quello che è uscito è, a mio parere, un inno alla vita, un desiderio enorme di resistere al senso di vuoto. Abbiamo creato un ripieno, insomma, destinato a insaporire iI cervello di chi ascolterà, si spera, la nostra amorevole fatica. La visione rock del mondo che le pennate di Pippo Gabellini restituiscono all’orecchio di chi ode, la sapienza etnica antica e dolcemente elegante dei fiati di Vittorio e le atmosfere musical-philosophiche piene di echi dell’oggi di Azzurra, hanno dato alle mie canzoni una completezza e una veste di semplice, essenziale, eleganza. Ascoltare per credere. In fede ❖

A.B. - www.materialisonori.it

curamente la coerenza con cui porta avanti il suo progetto artistico, uniti alla tenacia e perseveranza, meritano considerazione anche presso il pubblico di Lineatrad, più avvezzo ad ascoltare musica folk e tradizionale. Dieci i brani proposti, tutti coinvolgenti, uniti alla preziosa grafica, come sempre estremamente curata, del cofanetto, dove trova spazio il libretto in cui si possono leggere tutti i testi delle canzoni incluse nel CD... da ascoltare decisamente. ❖


Recensioni LA METRALLI

Qualche grammo di gravità Comunicato Stampa

E così è stato interpretato da Sara Garagnani, che ha disegnato l’album che contiene un libretto, embrione di un libro illustrato di prossima uscita, che nasce per dare una possibile rappresentazione visiva alle mareggiate musicali de La Metralli. Il segno grafico è essenziale, piccole cose cadono come dettagli, come schegge di scene che prendono vita dalle parole e dalla musica della Metralli, per poi scivolare, cadere, gravitare in uno spazio spesso vuoto di senso logico e pieno di colore. Data di uscita: Ottobre 2013 Qualche grammo di gravità è il secondo album de La Metralli che esce a due anni dal primo Del mondo che vi lascio. Conta 15 tracce, tre delle quali erano presenti in una loro prima versione nell’Ep uscito lo scorso Novembre 2012, in concomitanza con la vittoria del Premio Ciampi 2012 (con Piovevo e La sciancata). CONCEPT Questo disco viene dedicato dal gruppo a tutti coloro che hanno cercato e che stanno cercando qualche grammo della loro gravità, senza preoccuparsi del vento e di quanto a volte possa fare male trovare il proprio peso. La forza di gravità di cui si parla riguarda la capacità di cadere nelle cose con il proprio peso specifico, singolare, soggettivo, mentre intorno tutto si fa leggero, troppo leggero, inconsistente. I grammi allora sono anche le tracce del disco, un misura infinitesimale di musica e di peso. Gli elementi che percorrono questo album sono il vento e le coordinate del tempo, un tempo non logico e consequenziale, ma circolare. Inizia con Levante (brevissima intro di solo voce e testo), ha un culmine in Merìdies (brano rock-psichedelico cantato senza testo in un tubo di 25 metri) e si conclude con Ponente che rilancia e si congiunge al suo inizio (chiusura che proietta il disco in un altrove di generi e atmosfere inconcepibile). Come se fosse trascorso un giorno, dall’alba al tramonto, passando per il mezzogiorno; come se fosse un cammino su una terra che gira intorno senza fare rumore e che ci tiene svegli col suo trattenerci a sé; come se fosse un libro che scorre dall’inizio alla fine, come se fosse una vita.

COMPOSIZIONE E SUONO L’orizzonte musicale di questo ultimo lavoro si apre maggiormente rispetto al precedente, diventa più sofisticato a partire dagli arrangiamenti (che hanno raccolto il contributo di Davide Fasulo, curatore anche della produzione artistica), dalla ricerca dei suoni, dalle modalità di registrazione, fino ai testi. La scrittura si protende nella ricerca di immagini al limite del loro senso logico, per aprirsi a fronti più analogici ed irrazionali. L’uso delle parole è a volte volutamente forzato nel contesto della frase, al limite, affinché ricostruiscano un senso che appartiene più ad una visione o ad uno stato d’animo che ad un concetto. Quindi dai testi emergono a risuonare non solo le metafore, ma le parti che le compongono: le parole. Il disco è stato interamente registrato a 432Hz, la frequenza dell’accordatura naturale, scegliendo di non utilizzare la frequenza di riferimento imposta per convenzione il secolo scorso e generalmente utilizzata a 440Hz (frequenza del La del diapason a 440Hz) che è quindi più accelerata rispetto alla naturale predisposizione dell’essere umano. Secondo molti amanti della musica, l’accordo e il brano a 432 Hz risulta più bello per l’udito, è più morbido, più luminoso: più naturale per l’il corpo dell’uomo. La ricerca specifica dei suoni per ognuno dei brani segnala una visione complessiva: ogni traccia del disco è un passo che ha cercato le proprie radici divenendo un preciso spazio soggettivo, disinibito ed emotivo. Una stanza assolata, uno scorcio o un angolo di corpo. Sono state usate 15 diverse modalità di presa della voce e delle chitarre, grazie anche alla straordinaria collaborazione e cura di Davide Cristiani, ingegnere del suono dell’album. “Abbiamo lasciato in evidenza lo sporco, la crudezza, la fragilità, i fruscii, non volevamo pulire o

21/2013

43

43


Recensioni

nascondere nulla, come se i suoni dovessero attraversare una consistenza solida ruvida, in maniera autentica però, senza artifici, come accade quindi di cantare e suonare nelle cose e sulle cose. Come accade di cadere dentro le cose. Abbiamo manipolato tutto ciò che potevamo fisicamente, con le mani in maniera analogica. Abbiamo deciso di non fare un vero e proprio mastering ma un “antimastering”, usando quasi nessun tipo di compressione e pochissimi effetti. Il risultato è che tutto è più vicino, umano, presente, aperto. Come se lo si potesse toccare e guardare oltre che ascoltare.” (M.Clarelli) Anche con questo secondo disco è difficile collocare la musica de La Metralli in un genere preciso e definitivo, rimandando ancora alla definizione che il gruppo ha dato della sua musica: Avantique. Antico e contemporaneo insieme. Il filo conduttore di questo progetto è il desiderio di saper desiderare, il rischio di saper desiderare realmente e autenticamente la vita, la verità, la libertà, la giustizia, la morte, un bacio, uno scorcio di cielo. “avremo solo il peso, di essere senza padri e soli e vivi...” Cantico dei viaggiatori “Non potevi sapere che per qualcuno le cose quì.. non cambiano mai” La quinta stagione “la vita è di chi la ama per la vita” “oggi vorrei svegliarmi dal sonno del senso” Ruggine e carie “ho cercato con la mia stanchezza i miei grammi di gravità” Senza formula “ti coltivano per i capelli, poi ti appoggiano su una domanda.....e tu cresci bene...” Levante “...e come spegne gli occhi chi muore senza avere osato almeno una volta” Cesarina l’incendiaria. BIO La Metralli vanta una partecipazione con un brano alla serie televisiva americana “Missing”, trasmessa in USA sulla ABC e in Italia su Sky, alla realizzazione della colonna sonora per “Play Art”, l’app per Ipad vincitrice del premio The Lovie Awards decretato dall’Accademia Internazionale delle Arti Digitali e delle Scienze a Londra. Nell’Agosto 2012 poi è stata la volta della finale

4444

21/2013

dell’Umbria Folk Festival e subito dopo della proposta di una collaborazione con l’artista americana Ryat, su etichetta Ninja Tune. La vittoria del concorso nazionale del Premio Ciampi, e dei relativi riconoscimenti della SIAE e della FIMI riguardanti due dei brani contenuti in nell’EP, sono un grandissimo riconoscimento per la musica di questa formazione che con semplicità e grande convinzione sta compiendo un percorso molto personale nella scena musicale italiana. Firmano nel 2013 la colonna sonora del docu-film “Il tesoro sotto i piedi” assieme al coro di donne migranti “Le Chemin des Femmes”.

La Metralli La Metralli nasce a Modena dall’incontro di Meike Clarelli – cantante, autrice e direttrice musicale del coro di donne migranti Le chemin des femmes –e Matteo Colombini, compositore e chitarrista di formazione classica e jazz. Si aggiungono successivamente la contrabbassista Serena Fasulo e la chitarrista Marcella Menozzi, il pluristrumentista Davide Fasulo e Cesare Martinelli, e diventano così La Metralli. Insieme danno vita ad un progetto musicale d’autore che fonde le sonorità della musica popolare con influenze folk, elettriche, a tratti rock e poi per intervalla insaniae jazz e sperimentali. Ne scaturisce una musicalità dalla grande forza evocativa -a volte nostalgica, a volte ironica -che miscela gusti e stili differenti, invitando l’ascoltatore ad intraprendere un viaggio nell’alterità. Discografia Del mondo che vi lascio, è il loro album di debutto, uscito nel 2011. Ep – La Metralli, 2012 Qualche grammo di gravità, uscita prevista Ottobre 2013 Meike Clarelli: voce e tubo corrugato di 25 metri Marcella Menozzi: chitarra Matteo Colombini: chitarra Davide Fasulo: piano, programming, basso Serena Fasulo: contrabbasso Cesare Martinelli: batteria ❖ sul web: lametralli.com Promozione: A BUZZ SUPREME s.r.l. – tel: 055 5276620– mob: 340/2852812 - email: leonardo@abuzzsupreme.it


Recensioni ISTRAD MARUSIC

3=1=n (Music for Minorities and Losers) di Loris Böhm

è proiettato verso il futuro; possiede ritmiche ed energia in grandi quantità ed è in grado di soddisfare qualunque ascoltatore, sia esso anziano etnomusicologo o giovane etno-tekno. Buon ascolto a tutti!

[3 = 1 = n (Musica per le minoranze e Vinti)]

I

l disco in questione, appena stampato e arrivato in sede poco prima della pubblicazione della rivista di settembre, ci costringe a velocizzare i tempi per non ritardare troppo l’uscita di Lineatrad... Ci scuseranno Dario e i lettori se, per rispettare i tempi ed essere coerenti, riporteremo la scheda e la biografia pubblicata sul sito internet dell’autore, tradotta in italiano (comunque non esistono stampati o comunicati stampa relativi a questo album e poco si trova sulla biografia di Dario, per cui questa pagina sarà comunque di grande utilità per i lettori). Siamo consapevoli che sarebbe un grave torto ritardare di un mese la pubblicazione di questo importantissimo annuncio: si tratta di un lavoro eccellente sotto tutti i punti di vista... un evento epocale una nuova pubblicazione del gruppo di Dario Marusic nel suo gruppo più rappresentativo (IstradMarusic)... non fraintendetemi: Dario nella sua ultradecennale attività ha pubblicato una infinità di dischi, sia come collaboratore ad altri progetti artistici sia come compilation, ma di un album tutto suo con una formazione che prosegue il progetto iniziale di Istranova, storica formazione istriana delle sue origini (e parliamo di album usciti nel 1982 e 1984!), non ne avevamo più traccia. Semplicemente superlativa la scaletta musicale che ci presenta la bellezza di quindici brani di ampio respiro, alternativamente in dialetto veneto, sloveno, e istriano. Un impasto vocale che rispetta pienamente le tradizioni venete, e quelle istriane che sono piuttosto diverse anche se di paese confinante, accompagnate da una ricca strumentazione che contempla la totalità delle risorse tradizionali istriane e limitrofe. In definitiva il disco dovrebbe appartenere alla collezione di chiunque si reputi appassionato di musica folk, di chiunque abbia piacere di ascoltare un disco che offre sensazioni meravigliose anche al di fuori della musica folk... perchè questo disco

È Partendo dai suoni primordiali che stiamo cercando di mettere in luce la costante necessità di rivedere le nostre tradizioni con un senso del dovere verso i loro cambiamenti per mantenerli in vita in ogni presente. Confini fisici e mentali in Istria si stanno costantemente adattando alle attuali esigenze politiche, per cui rimangono ancora il principale nemico. Attraverso di loro, contrabbandando cultura e sogni, stando sempre dalla parte dei perdenti. Ecco perché il titolo dell’album è [3 = 1 = n (Musica per le minoranze e Vinti)]. Rappresenta tre Istrie spezzate, non come una sola, ma con n micro realtà culturali. 
 La lista dei brani presentati sul CD: 1. Barba Zvanic´ 0.09 2. a. A la longa b.Futurclaire 5.23 3. Gospodari grejo spat 4.18 4. Voio cantar e star alegramente 3.57 5. Oj, solata, grandicˇel 3.58 6. Dove xe ‘l moro 3.06 7. Dojde vrah 5.08 8. Bila zvizda 4.19 9. Mama, Piero me toca 3.50 10. O, jini fanti 2.15 11. a. Zis-am b. Columbaro 4.06 12. Oh, quanti sfortunai 5.10 13. Vara che desso ‘l ven 3.32 14. Sto maledegno 1.08 15. Yorasik park 3.46

Dario Marusic: violino, violino baritono, istriana cennamella, cornamusa, vocal Goran Farkas: whistle, ciaramella, vocal Saša Farkas: chitarra, tamboura Gorast Radojevic: chitarra basso Ljuban Rajic: percussioni Rachele Colombo: percussioni, vocal Boris Bako: discorso Ragazze del laboratorio: voce supplementare Musica: Tradizionale / Dario Marušic´ tranne 2b, 3, 5, 8, 11 ter, 13, 14, 15 Dario Marušic´ Lyrics: Tradizionale tranne 7, 8, 13, 14, 15 Dario Marušic´ Tutte le registrazioni sono marchiati Made in Istria. Mixato e masterizzato presso Parametrik studio a Prešnica, Slovenia. Mixato da Gorast Radojevic. Masterizzato da Gaber Radojevic Prodotto da Dario Marušic´ e Gorast Radojevic

21/2013

45

45


I testi dei brani presentati 1. Barba Zvanic´ kaj van se vidi? Ce bit dikaj is tega? Eh .... vedaremo in cavo ... Zio Zvanic´, cosa ne pensi? Riusciremo a ottenere qualcosa da questo? Beh ... vedremo alla fine ... 2. Il brano è una tipica due parti discanto canto dal paese di Gallesano / Galižana chiamato La Longa. Futurclaire è una composizione dedicata alla stella della canzone No 8. Son stado a Roma e no go visto el Papa, Go visto dele bele Romagnole. Le Romagnole porta la traversa, le Venessiane el fassoleto in testa. Ero a Roma e non ho visto il Papa, ho visto le bellissime ragazze romane. Le ragazze romane indossano il grembiule, le ragazze venete indossano la sciarpa. 3. Dai dintorni di Buje / Buie. Il brano appartiene in parte al repertorio del violinista. Gospodari grejo spat, dekle grejo parićat, makarone kuhajo, brekon juho davajo, fanton vino nosijo, s fanti vino ločejo. Gospodari grejo spat, dekle grejo parićat, fanton vino nosijo, s fanti vino ločejo, rada se nagrebjejo, fanton se kuštivajo. Gospodari grejo spat, dekle grejo parićat. Kada vuno češejo, rada na njo zaspejo, kada vuno predejo se si prste zgrebejo. I Maestri vanno a dormire, le serve si organizzano, cucinano makaroni e danno la zuppa ai cani, poi servono il vino ai ragazzi e bevono insieme. Amano l’alcol e flirtare con loro. Quando pettinano la lana di solito si addormentano, quando filano la lana si graffiano le dita. 4. Si tratta di una Vilota, tipico canto lirico degli italiani d’Istria che è stato anche utilizzato come un ballabile in passato. È quasi estinto oggi. Voiò cantàr e star alegramènte, se brùsi i pianzistèi comè sarmènte; Voiò cantàr, lassàr che duti siga, chi che ghe diol la testa, se la liga; Voiò cantàr e ridi con rispèto, chi che ghe diol la testa, vàga in leto. Voiò cantàr e star de bona voia ma per dispeto de chi mal me voia. Voiò cantar e star a casa mia chi che no vol sentir che vaghi via. Mi canto perche ‘l quor de fior me nasa e chi ghe pesa ‘l quor che ‘l vaghi a casa. In càsa no gò pan, ne sal, ne oio, malinconie gnànca no ghe vòio; In càsa no gò bèzi, ne formènto, malinconie gnànca no ghe sènto; Voglio cantare ed essere allegro, bruciare i piagnistei come la potatura, voglio cantare e lasciare che gli altri urlino, chiunque con un mal di testa può fasciare la testa, voglio cantare e ridere con rispetto, chiunque con un mal di testa può andare a dormire, voglio cantare e essere felice nonostante quelli che mi odiano, voglio cantare e stare a casa, chi non vuole sentire, può vivere, io canto perché il mio cuore puzza di fiori, chiunque con un cuore duro può tornare a casa, non ho il pane in casa, senza sale, senza olio, perciò non voglio nessun dolore, io non ho i soldi a casa, senza frumento, senza nemmeno un sentimento di tristezza. 5. Dai villaggi al confine tra la Slovenia e la Croazia. I testi sono in un discorso ibrido tipico

4646

21/2013

Recensioni

della regione. L’insalata all’inizio è lì solo per fare una rima (salata grandičel-svojo hćer) Oj, solata grandičel, dajmi majka sojo hćer. Uselen si je hvalila da t’ je brumna bivala. Zgoda zjutro ustajala, na fontanco tekala. Vodo je zajemala bele roke umivala. Vodo je zajemala, bašelak zalivala. Bašelak se zeleni, mlad junak se veseli. Veseli se junačić, za ti pisan facolić, ki ti ga je dala lepa brumna mala! Oh, insalata! Mamma, dammi tua figlia. L’hai sempre lodato, come lei era una brava ragazza. Aveva l’abitudine di alzarsi presto la mattina e correre al pozzo. Stava prendendo l’acqua e il lavaggio delle mani. Stava prendendo l’acqua e innaffiare il basilico. Il basilico è in crescita verde e il ragazzo è in festa. Lad gioisce per un fazzoletto colorato che la brava giovane ragazza ha dato a lui! 6. Una canzone umoristica con un minimo di contatto sociale. O una canzone sociale, cantata in modo umoristico. Decidete voi. Dove xe ‘l moro, che mi no lo vedo, El sarà sconto in qualche cantòn. El sarà forsi che zoga le carte. Questa xe ‘l arte che lu ga imparà. Ciapilo, ciapilo che xe imbriago, che xe imbriago de vin temperà. Metilo, metilo in t’una mastela, portilo vendi in tel mercà. Vendilo, vendilo, ancha per poco, vendilo pur per quatro fasoi. Vendilo, vendilo, ancha per gnente, qualchedun pur te lo ciolarà. Dov’è il ragazzo capelli neri, io non lo vedo, forse è nascosto in qualche angolo. Forse lui è carte da gioco, l’unica arte di cui è capace. Prenderlo, come lui è ubriaco, è ubriaco di vino annacquato. Mettetelo in un contenitore e portarlo al mercato. Vendi lui, anche per un prezzo basso, lo vendono, anche solo per quattro fagioli. Vendi lui, anche per niente, qualcuno certamente lo comprare.

7. La canzone è stata scritta nel 1991, al momento del censimento in Croazia e Slovenia. La canzone parla di i tentativi dei nazionalisti di influenzare le scelte individuali specialmente di coloro che non vogliono accettare l’opzione forzata o limitata. Gli Istriani (sia croati, sloveni, italiani o solo Istriani) preferiscono essere chiamati cugini invece dei fratelli, fatto comune tra i nazionalisti. Aj dojde vroh iz vrođje hiže in obajde use kuntrade in pred moje dvore stane. Tr on me proša kega bin jo da mi u moje dvore dojde, ku bin brata ku zermana. Ma jo bin da mi oba dojdu ku su z dobra, z dobre volje, ku su brati, ku zermani. Ne to ne more, vroh diškori ku ne jeniga zibrati, ku ne somo brata zvati. Aš brat je “matere i roda” samo njega je štimati, to je bilo i će ustati. Ben, ku pensire imaš takove moreš nozat doma pojti, ni robilo nanka dojti. Aš doprti su moji dvori za zermane in za brate, napro zaprti pak zate. Il diavolo viene dal buco di merda, ossessionante tutti i quartieri, che si ferma davanti al mio cortile. Mi chiede che io preferisco di invitare nel mio cortile: un fratello o un cugino? Beh, vorrei entrambi se vengono con una buona volontà, non importa se i fratelli o cugini. Oh no, non è possibile, il diavolo dice, è possibile scegliere

solo uno e deve essere un fratello. Perché il fratello è dalla stessa madre e si deve apprezzare solo lui, questa è l’antica regola senza tempo. Beh, se questo è il vostro punto, si può tornare a casa, non hai nemmeno bisogno di venire. Il mio cortile è aperto per i cugini e fratelli, per te è definitivamente chiuso. 8. Una canzone d’amore che canto al mio caro. Kada Zvizda zjutro pojde vaje Späti, Skoro Sako večer nazat se torna. Dojdi, dojdi, zvizdo, gori na Gorino, dojdi, dojdi, zvizdo i SE namuraj. Dojdi, dojdi, zvizdo, gori na Gorino, dojdi, dojdi, zvizdo io mi namuraj. Kada Zvizda zjutro ki ZNA Kamo pojde, ki ZNA Kamo pojde, s parenti SE kušelja. Kada zvečer nazat Jasna Zvizda dojde, znan da me se napro ona kuntenta. Quando la stella del mattino va a dormire, quasi ogni sera lei torna. Dai, dai, in cima alla collina, si accende e si innamorano. Dai, dai, in cima alla collina, vengo su e mi fanno innamorare. Quando la stella del mattino va da qualche parte, chissà con chi chiacchiera. Quando la sera la mia stella chiara torna, so che lei è felice di incontrarmi di nuovo. 9. Un’altra canzone umoristica. In Istria ci conosciamo diverse versioni di esso. La sua melodia è molto vicino a un guascone uno. Mama, mama, Piero me toca. Me ga toca la man (el brasso, la spala, el piè, la gamba, più in sù). Tochime, tochime Piero (toca che mama no vedi). Mamma, mamma, Peter mi tocca, mi tocca la mia mano (il braccio, la spalla, il piede, la gamba, più in alto). Toccami, toccami Peter (toccami, che la mamma non può vedere). 10. Una canzone di addio da Golac sulle montagne Cicaria. È parte del repertorio della famiglia Ivancˇicˇ e comunità. Sappiamo che questa bellissima canzone è nata anche grazie a Sonja Grom. O, jini fanti, homo ća, tamo doli do Trsta, naj. Dojti ćemo u Mitariju, dajti ćemo za rakiju, naj. Dojti ćemo u Kozinu, sisti ćemo na mašinu, naj. Oh, ragazzi, andiamo via, andiamo fino a Trieste. Verremo a Mitaria, noi pagheremo per il brandy. Verremo a Kozina, ci siederemo sul treno. 11. Ai piedi del monte Ucˇka (Monte Maggiore), vive una piccola comunità Istroromanian. I testi delle canzoni sono stati raccolti negli anni trenta da Petru Iroaie. Lo stile è quello tipico dell’arcaica polifonia a due parti dell’Istria centrale. La strumentale è un motivo di danza. De vavik s’n Šušnjevica k’ntat po vlaški…..ši sopit pre mih ši volarice….. Zis-am: folja de kumpir, jirima nu-m daje mir. Zis-am: folja de radić, nu kavta la aljc mladić. Zisam: folja de salate, dupa tir nu-m trebe ate. Ši pre mare, ši pre kraj k’nd smo skupa s’m ‘n raj. Da tempo immemorabile, in Susnjevica usiamo cantare in lingua valacca .... e suonare cornamusa e doppio flauto. Ho detto: foglie di patate, il mio cuore, non mi lascia in pace. Ho detto: foglia di cicoria, non


Recensioni

guardare per altri ragazzi. Ho detto: foglia di lattuga, dopo che non ho bisogno di nessuno. In mare o sulla spiaggia, quando siamo insieme, io sono in cielo.

12. Un’altra Vilota (vedi canzone n ° 4). La parte strumentale è tipica melodia da violino. Oh, quanti sfortunai che xe a sto mondo, ma più de mi no se ne pol trovare. Buto una paia in mar la me va in fondo, go visto i altri el piombo a navegare. I altri fa fugasse de senise, mi de farina no le posso fare. I altri de corgnal i struca el suco e per mi gramo me se seca el mare. I altri fa fritaia de sambugo e mi de vovi no la posso fare. Oh, quante persone sfortunate in questo mondo, ma più di me sono difficile da trovarsi. Butto una canna in mare e affonda, ho visto che agli altri il piombo galleggia. Gli altri, fanno cuocere le torte con la cenere, io non riesco a cuocere con la farina. Gli altri traggono succo dal corniolo, per me anche il mare si secca. Gli altri fanno frittata con l’anziano, io non la possono fare con le uova. 13. Ciò che è interessante in questa canzone sono i quattro colori elencati. Qualcuno vuole vedere in essa i colori delle varie bandiere nazionali in Istria (bianco e rosso con il blu per i Croati e Sloveni, mentre il bianco e il rosso con il verde può essere visto per gli italiani), ma più probabilmente è solo un caso. Vara che desso, desso ‘l ven vesti de verde, de cassador. Vara che desso desso ‘l ven Più che lo vardo, più bel ‘l me xe. Vara che desso, desso ‘l ven vesti de bianco, de muliner. Vara che desso, desso ‘l ven vesti de rosso, de cardinal. Vara che desso desso ‘l ven de blu vestido de mariner. Attento, sta arrivando ora, vestita di verde come un cacciatore. Attento, sta arrivando ora, più lo guardo e più mi piace. Attento, sta arrivando ora, vestita di bianco come un mugnaio.

Biografia

Dario Marusic è nato nel 1957. Ha trascorso la sua infanzia nella campagna nord-istriana a diretto contatto con la musica tradizionale istriana. Sotto l’influenza del “folk revival” già al liceo iniziò ad esplorare la musica istriana ha iniziato a raccogliere il materiale, poi pubblicato in numerosi articoli e tre libri: Predi, predi HCI Moja, Piskaj, Sona, Sopi e Strumenti e Tradizioni tra Friuli e Istria. Dopo le sue esperienze inglesi e francesi ha co-fondato il leggendario gruppo Istranova. 
Marusic ha partecipato a numerosi progetti di ricerca nel tempo, sul canto tradizionale e a suonare la pipe istriana e ha un ruolo importante nelle rivitalizzazioni dei gruppi tradizionali, e in genere la musica e gli strumenti musicali

Attento, sta arrivando ora, vestita di rosso come un cardinale. Attento, sta arrivando ora, vestita di blu come un marinaio.

14. Per un gran numero di Istriani, i confini rappresentano una maledizione imposta dai centri di potere, incapaci di comprendere la realtà interculturale locale. La canzone è una sorta di protesta contro i due governi di Zagabria e Lubiana. A un certo punto sono sorte delle voci che i due governi hanno deciso di provocare incidenti internazionali nel Golfo di Pirano per nascondere i problemi interni e polarizzare la popolazione dell’Istria. Abbiamo unito l’arcaico croato e lo stile istroromanian non-temperato di canto, comune sui monti Cicaria con i testi istroveneti. Sto maledegno confin per sempre che sià danà, e chi per primo in su la carta lo ga segnà. De drio la tola per dir tic-tac ne ga distrigà. Col so compare, compagno degno ga concordà che duti do ben dacordi pronti i barufarà sun do ‘l confin disgrassiado, ostiado, ne soncarà. Si sui coioni o oltra ‘l colo ne passarà, perche sta strica una piaga verta la restarà. Questo maledetto confine, per sempre dannato, così come colui che ha disegnato per la prima volta. Da dietro il tavolo, ad-hoc che ha sbarazzato di noi. Con il suo amico intimo, un degno compagno, ha fatto un accordo che essi sostengono all’unanimità su dove il confine miserabile ci sarà tagliato. In mezzo ai coglioni o sul collo passerà attraverso, quindi questa riga rimane una ferita aperta. 15. La continuazione e l’ulteriore sviluppo del brano precedente. Il Yorasik Park è un’allusione a fatti ben noti alla popolazione locale. San ča san: Jakomo Legan, baštardo Istrijan. Jakomo Legan, baštardo Istrijan, to van ja kantan: Prokleti so ti konfini, prokleti so si konfini, proklet ki hi je spensa. Maledeti sti confini, maledeti i confini, e chi che li ga inventa. Schengen, Schengen to mare putana, Zaga-

del nord e centro dell’Istria. Accanto a questo, ha collaborato a diversi progetti musicali (Angelo Branduardi (Futuro Antico II), David Shea (Poema de nuestra signora), La Sedon Salvadie (Faliscjes, Storie, Strades di cjants, Canti randagi, Omaggio a Fabrizio De André), La Chieftains e con l’Orchestra Filarmonica di Lubiana). 
Attualmente, si esibisce come solista, con i suoi due gruppi La Sedon Salvadie e IstradMarusic, e si impegna nella ricerca, composizione, insegnamento e conduzione di laboratori musicali di musica istriana. 
Per il Ministero della Cultura croato ha lavorato sulla preparazione del “Microcosmo Etnomusicale istriano”, come proposta croata per la proclamazione dell’Unesco dei Capolavori del Patrimonio Orale e Immateriale dell’Umanità.

bria, Lubiana, pedoci refai Schengen, Schengen, od zlobe nakargana Zagreb, Lubjana, na nas ne računaj. Padri Scarpaza- intrigabisi, de Capos’ciane indeso rivai. Zjajo šuperbi si hitajo ponti, so prišli se ćubrat, barufo iskat. Z njimi ni dobro ne drobet ne lomet, sak na soj malin vodo pejà I xe una dita, una dita cantante, i pianzi el morto pe ‘l vivo fregàr. Nacionalisti, paternalisti, anahronisti, hiper-egoisti, revisionisti, oportunisti, Wellcome into Yorasic Park. Prokleti so ti konfini, prokleti so si konfini, proklet ki hi je spensa. Maledeti sti confini, maledeti i confini, e chi che li ga inventa. Schengen, Schengen to mare putana, Zagabria, Lubiana, pedoci refai Schengen, Schengen od zlobe nakargana, Zagreb, Lubjana na nas ne računaj. Anca el remo de man i te tirasi, meio el cul contro ‘l muro frontàr. Da smo vsi šturlasti oni parajo, ne znaš ku jokat ku se smijat. Se delajo pjažni, krko ki ćejo, jazik in ruzon, se ni za fidat. Zero via zero no fà che zero, presto coi diavoli lori balarà. Nacionalisti, paternalisti, anahronisti, hiper-egoisti, revisionisti, oportunisti, Wellcome into Yorasic Park. Io sono quello che sono: Jakomo Legan, bastardo istriano. Jakomo Legan, bastardo istriano, questo è quello che io canto: Cursed sono questi confini, maledetti tutti i confini, maledetto chi li ha inventati. Schengen Schengen, figlio di una cagna, Zagabria, Lubiana, nuovi ricchi presuntuosi. Schengen Schengen, pieno di odio Zagabria, Lubiana, non contate su di noi. Rascals, arrivata da fogne in cerca di rissa, non è molto salutare per pasticciare con loro. Come un particolare tipo di impresa, piangono i morti, per truffare i viventi. Essi sono in grado di rubare dalla tua mano, è più sicuro mettere il culo contro il muro. Pensano che siamo tutti cretini, non si sa se ridere o piangere. Cercano di essere belli, ma le loro lingue sono arrugginite e non ci si può fidare. Zero a zero volte fa nulla, ma nulla, presto saranno a danzare con i diavoli. Nazionalisti, paternalisti, Anacronisti, iper-egoisti, revisionisti, opportunisti, benvenuti nel Yorasic Park. ❖

Discografia ufficiale ISTRANOVA Istranova - ZKP 1982 
ISTRANOVA Ca a Šuška, CA a gre - Jugoton 1984 
 PIŠĆACI starinski cipi - Area Pro 1991 
LA SEDON SALVADIE Faliscjes - Ribium 1992 
LA SEDON SALVADIE Storie - Ribium 1995 
 T OLOVAJ MATAJ Stari grehi, nova sramota Druga godba 1996 
 MARUSIC IS TRIO Istrophonia - Ribium 1996 
LIVIO MOROSIN & DARIO MARUSIC Bura Tramuntana - film di Art 1999 
 LA SEDON SALVADIE Strades di cjants - Folkest Dischi 2000 
 LA SEDON SALVADIE Villote e Canti friulani - Demetra 2001 
 CALICANTO Labirinto Mare - CNI 2001 
 LA SEDON SALVADIE Cjantade di Nadal - Folkest Dischi 2003 
 LA SEDON SALVADIE Il cil da l ‘Irlande - Eccher musica 2003 
 DARIO MARUSIC Musica Immaginaria Per Una Mostra - Libris 2008 
ISTRADMARUSIC [3 = 1 = n (musica per le minoranze e Vinti)] - Celinka 2013

21/2013

47

47


Media Partner:

Lineatrad 21-2013  

Festival Interceltique Lorient Festival del cinema di Locarno Civitella Alfedena Folk Festival Ététrad Folkfestival Goran Bregovic & Notte d...

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you