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mensile Anno 1 n° 9 settembre 2012 € 0,00

Gai Saber

La cultura non è spazzatura Fortunato Sindoni Davide Baro Doc Watson

Busto Folk Marina Pittau La canzone femminista MEI Supersound


Sommario

n. 9 - Settembre 2012

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

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La cultura non è spazzatura

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Davide Baro, in arte “Deiv”

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Busto Folk

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Gai Saber: una musica al congiuntivo

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In memoria di Doc Watson

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Incontro con Marina Pittau

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Fortunato Sindoni un cantastorie custode della legalità

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Riflessioni su Alberto Cesa un esploratore senza confine

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TradAlp entra nel MiTo!

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Eventi

Cronaca

Interviste

Recensioni

di Loris Böhm

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tiamo vivendo un periodo storico di grandi trasformazioni, nonostante ciò cerchiamo di mantenere una coerenza che purtroppo spesso non trova corrispondenza nelle realtà che ci circondano. A questo punto non resta che unire le forze di coloro che la pensano come noi di Lineatrad e formare una schiera di “dissidenti” verso chi considera la cultura musicale una spazzatura, boicottandola se non addirittura osteggiandola apertamente. In questo “habitat innaturale” noi cerchiamo imperterriti di proporre musica folk, tradizioni culturali proiettate verso l’avanguardia, tutto questo senza batter ciglia e senza lucro (speriamo ancora per poco!). Se poi ti ritrovi protagonista di un episodio che definire “barbaro” è dire un eufemismo, ovvero quello descritto nell’articolo “La cultura non è spazzatura”, allora nella mente si accavallano decine di pensieri negativi, primo su tutti “ma chi me l’ha fatto fare di spendere soldi per proporre cultura

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ad un popolo che spesso si riveste di sapienza per nascondere la propria intimità di qualunquista?”. Esiste un opposto altrettanto emblematico: la moltitudine di premiazioni, di targhe, trofei, coccarde, diplomi e quant’altro che fioriscono in Italia in questi ultimi tempi nell’ambito della musica folk: sono davvero indispensabili o servono piuttosto a nascondere una piattezza di idee, di innovazione, di voglia di creare qualcosa di diverso? Chi crede nella musica folk persegue un suo obiettivo, una sua missione tendente a proporre cultura musicale, e secondo me è già appagato dal risultato di ciò che fa e la convinzione con la quale porta avanti il suo progetto dovrebbe bastare; non dovrebbe aver bisogno di targhe o riconoscimenti virtuali per proseguire nel suo cammino (se è davvero convinto in quello che fa). Purtroppo il mondo del lavoro, non escluso quello di chi propone musica, è una continua lotta per emergere, per distinguersi dagli altri, per produrre maggior profitto...

Argomenti

Editoriale La stragrande maggioranza di artisti che hanno dedicato la propria vita all’arte della musica, non hanno ricevuto nessun “trofeo” per il loro lavoro... tutto questo perché il loro lavoro non è stato giudicato “elitario” da un gruppo di “giudici compiacenti”. Ecco, noi di Lineatrad ci rivolgiamo, sosteniamo, incoraggiamo tutti quegli artisti del “circo folk” che non ambiscono a premi e riconoscimenti, e non hanno le raccomandazioni giuste per ottenerli. Il vero premio alla carriera dovrebbe consistere nel perseguire fino in fondo lo scopo di promuovere la musica folk, senza sedersi sugli allori, senza demoralizzarsi dello scarso interesse che il pubblico, distratto dagli “effetti speciali” dello show business, rivolge verso la loro produzione artistica. Purtroppo negli ultimi anni molti musicisti folk hanno smesso di suonare per mancanza di stimoli derivanti dalla frustrazione dei scarsi risultati ottenuti. Ne parleremo i prossimi mesi. Già negli anni ‘90 ebbi modo di contestare apertamente un festival perché


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Il disco dell’estate: Traveler di Jerry Douglas

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“Il personale è politico” Canzone femminista e Canzone di donne

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MEI Supersound

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Lineatrad Media Partner Mei Supersound gestito in modo approssimativo, frequentato da gruppi di ubriaconi dopo una cert’ora: si chiama Isolafolk, e già negli anni ‘90 ne parlai in termini negativi sulla rivista FolkBulletin. Puntualmente il festival Isolafolk di Suisio ci ricasca, e quest’anno è stato annullato per “maltempo” senza preavviso, il concerto dei Gai Saber, senza aver ipotizzato locali coperti per ogni evenienza, con tanti saluti a coloro che hanno speso denaro per arrivare in loco. Signori, questa non è professionalità, e non ho timore, per dovere di cronaca, di denunciarlo nuovamente su queste pagine. La località di Suisio oltretutto non offre molte comodità per cui con questi disservizi il quadro è fatto e (personalmente) non mi invoglia a tornarci... Il fatto di non ipotizzare teatri coperti in caso di pioggia è successo addirittura a Genova in occasione delle “ricche” Colombiane del ‘92, questo vi fa capire quanto sia difficile per una rivista il dover filtrare tutte le notizie che ci arrivano, per evitare di dare cattiva informazione... dobbiamo

avere un senso critico ed evitare di fare copia-incolla di comunicati stampa trionfalistici tendenti solo a confondere le idee. La superficialità non deve essere un marchio di fabbrica del mondo folk, se non vogliamo essere sistematicamente boicottati dal “sistema”... C’è ancora chi in Italia confonde la tradizione folk con “schiamazzi da cortile”; ecco, cerchiamo di non avvalorare questa credenza per ritrovare quella dignità che avevano i nostri avi. In questo numero abbiamo dedicato poco spazio alle cronache inquanto penalizzati da alcune organizzazioni che ci hanno inviato accrediti il giorno prima dell’evento... tanto per non far polemiche! Tiriamo avanti, annunciando che siamo anche noi mediapartner del Mei Supersound di Faenza; sperando di poter collaborare a tutte quelle istituzioni che seguono la nostra musica per creare un reciproco sostegno. Alcune interviste difficili da realizzare verranno pubblicate i prossimi mesi, che vedranno Lineatrad sempre alla ribalta... ❖

www.lineatrad.com www.womex.com/virtual/lineatrad N. 9 - SETTEMBRE 2012 via Marco Sala 3/6 - 16167 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm - direttore@lineatrad.com Vice Direttore: Agostino Roncallo - agoronca@tin.it Responsabile Area Sud Italia: Pietro Mendolia - e-mailanova@tiscali.it Responsabile Ufficio Stampa: Fulvio Porro - fulvioporro@yahoo.it Hanno collaborato in questo numero: Giordano Dall’Armellina, Davide Emmolo, Jean Guichard, Gloria Berloso, Massimo Losito, Tommaso Giuntella Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

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Argomenti LA CULTURA NON È SPAZZATURA

Una raccolta di musica folk non può essere inserita in una raccolta differenziata: un fanta-romanzo basato sull’evento reale di un ritrovamento di Loris Böhm

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uccede anche questo quando hai a che fare con un becero popolo che ha perso (oltre al benessere economico) anche la dignità... ecco quindi che la conservazione della cultura musicale in formato compact disc diventa inutile, e si può assistere a una scena come quella illustrata nel fotomontaggio soprastante, in cui l’unico ritocco è costituito dalla scritta “musica folk” sul contenuto del cassonetto arancione della raccolta differenziata (ma non preoccupatevi, tra non molto potrebbe essere reale!!!); tutto il resto è vero. Sono veri i CD (ben 79) che potete vedere, ritrovati in un contenitore dell’AMIU per la raccolta differenziata, in condizione perfetta, praticamente nuovi, appartenenti alla collezione

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etnica “World music library Seven Seas” della etichetta giapponese “King record”. Così si sono svolti i fatti: un giorno un mio cugino che lavora allo smaltimento della raccolta differenziata mi telefona dicendomi che aveva trovato qualcosa che poteva interessarmi... dei compact di musica folk... così mi recai a casa sua e con estrema meraviglia notai che si trattava di una raccolta piuttosto preziosa: ben 79 dischi con tematica etnica riguardante le tradizioni musicali di tutti i popoli dell’oriente e anche qualcuno dell’occidente.

Ispezionata e constatata la perfetta conservazione del materiale, incominciai a chiedermi a chi fossero appartenuti e per quale motivo se ne fosse sbarazzato in quel modo, senza provare a venderli sui tanti canali internet preposti. Una raccolta che doveva valere diverse centinaia di euro poteva facilmente essere venduta in qualsiasi mercatino dell’usato, allora perché buttarla via così, in un epoca di crisi nella quale la gente non si vergogna nemmeno di vendersi i propri vestiti!? Il ritrovamento, è bene preci-


Argomenti

sare, è avvenuto a Rapallo, amena cittadina della Riviera di Levante, abitata da gente che non versa in disagi economici... quartieri benestanti e professionisti facoltosi sono l’humus di questo territorio. Il mio spirito giornalistico e investigativo prendeva il sopravvento e le ipotesi si intrecciavano nella mia mente per trovare una soluzione a questo enigma. Un ladro che avesse voluto disfarsi della refurtiva non si sarebbe preso la briga di caricarsi sulle spalle quel voluminoso peso per poi abbandonarlo davanti ad un cassonetto. Poteva essere qualcuno molto distratto che ha semplicemente dimenticato la sua preziosa collezione ritrovata dal mio parente? Ma allora perché proprio davanti ai cassonetti, e perché trasportati in una misera borsa di plastica da supermercato? È facilmente immaginabile che la persona che ha collezionato tutti questi CD, usciti tra gli anni ‘80 e ‘90, ormai fuori commercio e comunque reperibili solo in Giappone, sia un grande appassionato di culture musicali etniche, se non addirittura un ricercatore etnomusicologo. I libretti scritti in giapponese con traduzione in inglese fanno pensare comunque ad una persona che conosce le lingue, di cultura elevata, di posizione sociale di prestigio... sicuramente non si tratta di uno sprovveduto che non conosceva il valore dei suoi CD. Difficile ipotizzare un repentino ripensamento e “tradimento” verso una passione che lo ha coinvolto in tanti anni di collezionismo. Cosa ne pensate? Un negoziante di dischi stufo di tenere in vetrina un prodotto poco richiesto? Se davvero fosse così sarebbe un cattivo commerciante... poteva inserire quella raccolta in una sorta di lotteria da abbinare alla vendita dei nuovi CD, con il risultato di smaltire il surplus incrementando le vendite dei dischi.

Incomincio ad innervosirmi... allora chi poteva essere quel pazzo che ha compiuto un gesto simile? Un gesto compiuto contro ogni logica e soprattutto va a scontrarsi con la filosofia della nostra rivista Lineatrad, che ha come scopo il valorizzare e salvaguardare la musica tradizionale? A questo punto, un bravo investigatore raccoglie tutti gli indizi che ha a disposizione e li confronta per trovare un senso logico alla vicenda... per elaborare un identikit della persona che ha compiuto l’atto, ed è quello che farò io. Con ogni probabilità, considerando il fatto che i dischi sono stati recuperati dentro un sacchetto in perfette condizioni, si deduce che la persona “indagata” aveva comunque consapevolezza degli oggetti che abbandonava, e che non li riteneva di valore, per cui non è sicuramente un ladro o colui che li ha comprati uno ad uno, e qui il mistero sembra ancora più fitto. Sicuramente voleva disfarsene in fretta per cui li ha lasciati davanti al cassonetto della raccolta differenziata senza pensare ad altre soluzioni... il mistero sembra assoluto ma forse sono al capolinea. Elementare, Watson!! E finalmente posso tracciare la descrizione di come si sono svolti i fatti con una spiegazione tanto romanzesca quanto verosimile. Ditemi se vi sembra verosimile... Il proprietario della collezione di dischi era un vecchio di origine asiatica appassionato di musica etnica (i CD sono stati acquistati in un periodo in cui non esisteva internet ed erano quasi introvabili in Italia, per cui acquistati direttamente in Giappone, poi trasportati a Rapallo verso la metà degli anni ‘90, data di pubblicazione dell’ultimo CD), era un professionista colto, che si è trasferito per motivi di lavoro in Italia, ma con una grande nostalgia del suo Paese e delle tradizioni culturali e musicali del suo continente. Quest’anno il nostro personaggio

è deceduto, lasciando tutti i suoi averi (dischi compresi) ad un figlio di origini italiane che non comprendeva granché della musica orientale e non aveva nessun interesse a conservare quella raccolta. Un figlio così ben trapiantato in Italia, con lavoro, interessi, usanze e abitudini completamente diverse da suo padre, che si ritrova improvvisamente a dover fronteggiare la burocrazia della successione, tralasciando il lavoro e tutti gli affari cui era uso dedicarsi, me lo immagino dentro la casa del parente defunto, a fare la cernita di tutti gli oggetti (e saranno stati tanti...) in essa contenuti. Probabilmente si sarà preso alcune cose personali, avrà forse cercato di piazzare qualche mobile di pregio in un’asta di antiquariato, infine si sarà trovato al cospetto di quella “strana” fila di compact disc con scritte indecifrabili, di cui non conosceva il valore e tantomeno aveva tempo per far valutare da un esperto... ormai era tardi, aveva già perso troppo tempo dietro a quella casa in eredità; il suo pensiero a questo punto era quello di vendere la casa e monetizzare per incrementare il suo patrimonio. C’erano tante cose in quella casa, considerate inutili, tra le quali la nostra collezione di CD: la mette in un sacchetto e la getta nella spazzatura. La cosa strana è che lo fa lui in persona, perché se l’avesse fatto un incaricato allo sgombero della casa, avrebbe fatto come mio cugino: avrebbe intuito il valore del prodotto e l’avrebbe portato a casa sua senza indugio. In questo fanta-romanzo rimane ancora un’incognita: per quale motivo una persona presumibilmente colta, ha compiuto un gesto così insensato? Sicuramente il totale disprezzo per la passione del povero estinto. Se questo gesto diventasse un’abitudine mi chiedo quale scopo abbiamo noi di Lineatrad a voler sostenere che la tradizione musicale di un popolo è sacra e va rispettata. ❖

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Interviste GAI SABER: UNA MUSICA AL CONGIUNTIVO

Il noto gruppo occitano senza veli racconta a Lineatrad tutto il percorso artistico di Agostino Roncallo

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esperienza dei Gai Saber nasce in un momento particolarmente felice per il folk revival, siamo agli inizi degli anni ottanta e ovunque, in Italia e in Europa, si riscoprono le tradizioni musicali. Ma i componenti del gruppo sono di Peveragno, in provincia di Cuneo, una cittadina di provincia che non ha quella circolazione della cultura che contraddistingue le grandi città. Tuttavia ci sono le radio, i festival estivi e qualche negozio che commercializza quantomeno i cd musicali di maggior successo. A Cuneo poi, nel capoluogo di provincia, c’è Muzak, un negozio storico e assai fornito che merita una visita, ogni tanto. È così che vengono ascoltati “Creuza de mä”

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di Fabrizio De Andre’ e “Passion” di Peter Gabriel, due album importanti per la formazione musicale del gruppo. Sulla scorta di una ricerca musicale che andava scoprendo i legami che uniscono tradizione e modernità, i Gai Saber iniziano così a ricercare le affinità tra la lingua del loro paese d’origine e l’occitano, in un momento storico in cui ancora se ne sapeva ben poco. Si intervistano i più anziani, si partecipa a convegni con gli esperti di lingua, si fanno ricerche nell’ambito familiare, tutto questo per riscoprire la musica tradizionale. Parallelamente questi musicisti cominciano il loro apprendistato partecipando a corsi di ghironda, organetto, ga-

loubet, che iniziavano proprio in quegli anni. Da qui a iniziare a scrivere canzoni originali nella propria lingua, il passo è stato breve. Fin dall’inizio il legame con i valori dei trovatori, e la conseguente riproposta della musica occitana, è stato un momento significativo e di forte identificazione. Scoprire in quella cultura parole come “convivencia” e “tolerancia”, due concetti caratteristici della lirica trobadorica che sono anche valori fondamentali dell’uomo moderno, fu una sorpresa. È proprio in base a questi due valori che i Gai Saber stringono un forte legame tra le loro radici musicali e la creatività del presente. Un legame indissolubile, cui rimarranno sempre legati.


Interviste

Arriva così il 1992, l’anno del primo concerto del gruppo, a Caraglio, in occasione del quale viene eseguita “A l’entrada del tempsclar”, un brano trobadorico occitano del XII secolo, in cui la filosofia della modernità degli antichi valori era non solo un concetto astratto, ma un elemento concreto che si rispecchiava nell’arrangiamento elettronico e vagamente reggae. Ai puristi questo concerto sarà apparso come una provocazione gratuita ma, così, non è. Rinnovare una tradizione non significa affatto superarla ma, al contrario, fornire gli strumenti per rileggerla. Non un allontanamento dunque, ma un avvicinamento. Per chi non conosce la cultura occitana i Gai Saber rappresentano una lente d’ingrandimento per osservare da vicino la tradizione occitana. La storia della band ha sempre poggiato su questa base: mantenimento della lingua e della melodia del brano (se tradizionale), attenzione massima alla correttezza lessicale dei testi di nuova composizione e alla grafia, ma massima

libertà nell’accostamento dei timbri antichi e moderni e nella mescolanza dei ritmi. Un altro caposaldo e sempre stato il rispetto della cadenza del ballo, nonché la composizione di nuovi brani che, nel rispetto della tradizione, ricercassero  le affinità con i ritmi di oggi: accostare la “corenta” allo “ska”, la “scottish” al “reggae”, la “bourrée” a due tempi con il “jungle”, non è una profanazione ma la scoperta di un qualcosa che tendiamo a dimenticare: che l’essenza stessa di una società si ripete nel tempo, che i nostri avi hanno lottato per il diritto al lavoro e hanno sognato una società più giusta, anche quando essa non era realizzabile. Solo chi non dimentica può attingere a un’eredità che permette di creare nuove forme d’arte. Senza memoria non esisterebbe futuro, senza la “corenta” non esisterebbe lo “ska”. Sì perché nella cultura jamaicana degli anni cinquanta, “ska” è solo un nomignolo che significa “bello”, “figo”, che è stato associato alla musica solo perché

durante una prova il chitarrista Ernest Ranglin dei Blues Busters aveva detto: provate a suonare con questo riff “ska… ska… ska..”. E quel nomignolo è rimasto. Ma, prima di rimanere tale, “ska” era la musica “Mento” che univa tradizioni africane ed europee, e prima ancora era la “corenta” così come altre danze tradizionali, e così via. Un’altra regola fondamentale per i Gai saber è stata quella di dare a ogni disco una filosofia ben precisa, che corrisponde a una “mescla” specifica: rock e musica antica in Troubarr’oc (1997), ritmi del ballo occitano e testi dei poeti occitani moderni in Esprit de frontiera (1999), elettronica e tradizione in Electroch’òc (2002), ritmi latini e danza occitana ne La fabrica occitana (2006), musica tradizionale occitana   natalizia e  patchanka elettronica in AngelsPastres Miracles (2010). In questo percorso i musicisti sono stati gli stessi fino al 2007, poi i più giovani hanno fatto altre scelte, in particolare quando è stata intrapresa la strada della multimedialità, che ha portato il gruppo

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a creare spettacoli unendo suoni e immagini. Comprensibilmente, i musicisti che hanno bisogno della febbre del palco e del live, non si sono ritrovati in questo nuovo approccio, più studiato, riflessivo e intimista, dove la musica è solo una parte del tutto e dove il tutto non è la somma delle parti. Intendiamo dire che chi ha la fortuna di assistere oggi a uno spettacolo dei Gai Saber, avrà la netta sensazione che l’immagine non accompagna la musica, non si aggiunge ad essa per semplice addizione, ma che dal quel connubio nasce qualcosa di nuovo, un’arte di terzo livello potremmo dire. Tuttavia, con i compagni di viaggio di un tempo il rapporto rimarrà buono, perché il gruppo ha costruito insieme un percorso che permetterà sempre di ritrovare punti in comune e nuove intese. Le collaborazioni di Esprit de Frontiera, con Ares Tavolazzi in particolare, sono il frutto dell’immaginario giovanile di Alessandro Rapa e dei vecchi musicisti del gruppo: quando capirono che la collaborazione era possibile grazie alla mediazione di Marti Jane Robertson, che mixò all’epoca  il disco, fecero di tutto per convincerlo. Si creano a volte, tra le persone, forti sintonie e, a ben vedere, la personalità di Ares ha diversi punti in comune con la sperimentazione

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del gruppo: non tanto per i generi musicali, quanto per lo spirito con cui si suona. Faccio un esempio: Tavolazzi negli anni sessanta suonava il basso negli Avengers, il gruppo della cantante Carmen Villani, un volto noto nella musica commerciale; a un certo punto dice basta, ha bisogno di qualcosa di diverso e con il batterista Ellade Bandini (e il tastierista Vince Tempera) arrangia i primi, sobri, essenziali, dischi di Francesco Guccini; infine gli Area, l’innovazione artisticamente più intensa che la musica italiana “progressive” ha conosciuto negli anni settanta. Mai come allora si cercò di rescindere i lacci dell’usuale per l’inusuale, del comune per il differente, del solito per l’insolito. Il “progressive” è un modo

di porsi verso la musica e di avvertire come, nello stesso momento in cui si ascolta, un prodotto possa diventare qualcosa d’altro. Stiamo parlando di una sensibilità comune dove il “ciò che è” diventa “ciò che può diventare”. Ecco, questo permette di comprendere perché, dopo aver ascoltato le prime elaborazioni dei Gai Saber, Tavolazzi abbia accettato di collaborare. Quello spirito, in fondo, era lo stesso: Tavolazzi e Gai Saber hanno fatto dell’indicativo un congiuntivo, della realtà una possibilità. Quando Alessandro Rapa mi ha comunicato che il concerto di Isolafolk, previsto per l’1 Settembre 2012, è stato annullato per il maltempo, un po’ mi sono dispiaciuto. Avrei voluto riviverlo quel congiuntivo, quel possibile. Un’altra tappa importante del percorso dei Gai Saber è rappresentata da Electroch’òc. Questo album è stato recensito ottimamente dalla stampa specializzata in tutta Europa, all’epoca fu davvero uno choc sentire una fusione così profonda tra ritmi tradizionali, loop elettronici, dancefloor e jungle drumm’n bass. Anche in questo caso tuttavia, l’esperimento fu interpretato come un’originale miscela che aveva nella tradizione un semplice punto di partenza: del resto anche la critica musicale, così come la nostra cul-


Interviste

tura, non ama i cordoni ombelicali, li recide, preferisce che il passato passi, è incapace di uno sguardo biunivoco. Eppure Electroch’òc era proprio questo: un prospettiva a due direzioni, in avanti e indietro nel tempo. Certo, il titolo è intenzionalmente ingannevole: a parte il gioco di parole tra lo choc elettronico e la cultura d’òc, chi legge potrebbe pensare a una rottura decisa con un certo modo di suonare composizioni tradizionali. Ebbene, questo album è l’esatto contrario, è un approccio alla tradizione, un approccio nuovo senza contaminazioni superficiali, che punta a una fusione profonda con quanto c’era di più moderno e lontano dalla tradizione, in un ottica di sperimentazione. Mondi lontani, infinitamente presenti, questi sono i Gai Saber. L’atmosfera di novità che in quegli anni era palpabile ha fatto sì che nel 2003 il gruppo fosse invitato allo Strictly Mundial di Marsiglia, forse la più importante manifestazione europea dedicata alla musica di ambito folk, word ed ethno. A convincere gli organizzatori dell’opportunità di invitare Gai Saber è stato l’ascolto di un brano estremamente sperimentale (la mazurka elettronica Sentiment Embrolhat, su di un testo del poeta occitano Franc Bronzat), comparso nella compilation della rivista World

Music Magazine. Dello Strictly ai musicisti del gruppo è rimasta impressa la professionalità estrema dell’organizzazione, durante il sound check un tecnico faceva addirittura il conto alla rovescia prima dell’inizio dello show: meno 50, meno 30, meno 10 minuti…   Ci fu esattamente un’ora di tempo per preparare il tutto e, a 5 minuti dall’inizio, il gruppo era pronto a salire sul palco. Lo show fu travolgente. Un fatto curioso si è verificato quando Daniele Sepe, uno dei più noti sassofonisti e compositori italiani, si avvicina al gruppo poco prima del concerto dicendo “e voi chi cavolo siete, da dove venite fuori?”. Alessandro, per tutta risposta, dice “ma tu non sei Daniele Sepe che ha composto Anima Mundi?”. La risposta è risultata

quantomeno improvvida se consideriamo che il disco cui intendeva riferirsi era Spiritus Mundi, e si sa quanto i musicisti siano gelosi e orgogliosi delle proprie produzioni! Maurizio Giraudo, che nel gruppo suona cornamusa, ghironda e flauti, quando ricorda l’episodio dice che con quella gaffe era tragicamente tramontata ogni possibilità di future collaborazioni con Sepe! E ogni volta che si ricorda l’episodio ci si ride su. Certo è che noi di Lineatrad avremmo voluto vedere la faccia di Daniele Sepe in quell’occasione. Tornando a parlare dello spirito sperimentale del gruppo si possono dire molte cose. In primis che c’è probabilmente un’alchimia in base alla quale ogni musicista ha una funzione importante nelle dinamiche. Alessandro Rapa è per esempio sempre interessato all’idea, al progetto e alla sua caratteristica innovativa. In questo, Maurizio Giraudo, Elena Giordanengo e Chiara Bosonetto hanno lo stesso approccio seppur con differenti aspetti, fra di loro complementari: per Maurizio il palco è fondamentale, per Elena e Chiara alla base deve esserci il contenuto culturale. Il passaggio dalla musica all’interazione con l’immagine, con la recitazione e la danza, è stato quindi un aspetto della volontà di innovare oltre la musica. Certo, l’humus su

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cui lavorare rimane la cultura di appartenenza e in questo il lavoro di Chiara Bosonetto ed Elena Giordanengo è insostituibile, soprattutto per il lavoro sui testi. La passione del video invece appartiene soprattutto ad Alessandro ed Elena. A tutto questo occorre aggiungere l’anima, l’entusiasmo, il protagonismo, lo spettacolo. In questo, soprattutto Maurizio Giraudo e Simone Lombardo sono elementi basilari. Infine c’è Corrado Ribero, anche lui di Peveragno, che è il fonico audio e il tecnico delle luci, anche lui animato da grande entusiasmo. Per sintetizzare, ci sentiamo di dire che l’arte dei Gai Saber realizza, da un punto di vista epistemologico, la complessità. Quante volte è capitato di vedere una formazione composta da eccellenti musicisti, tecnicamente preparatissimi, che non riuscivano a dare vita a un “insieme”, quasi come se ognuno suonasse per se stesso, da solo. Ecco, all’opposto i Gai Saber riescono a essere un “ensemble”, nel vero senso della parola. Rischiando una gaffe in puro “stile Alessandro” verrebbe da dire che a un concerto nessuno tra il pubblico dei Gai Saber dirà mai “guarda che bravo quel musicista”. E se non lo dirà non è ovviamente perché non siano bravi musicisti (e qui si rischia la gaffe) ma solo perché ad imporsi è l’immagine del gruppo nella complessità delle sue dinamiche sperimentali e della varietà di approcci. La competenze spesso non bastano. In questo quadro, l’ultima fatica del gruppo, Angels, Pastres, Miracles, rappresenta un punto di passaggio. Abbiamo chiesto ad Alessandro come sarà o, come vorrebbe che fosse, un futuro spettacolo. La sua risposta riflette il suo modo di essere, la sua creatività: “Mi piacerebbe, nel prossimo spettacolo, coinvolgere qualche giovane del paese, e mettere insieme visione e suoni, ma anche profumi. Inizierà così: un giovane canta A l’entrada

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del tempsclar, canzone sulla primavera, e la sua ombra si proietta sul video di un prato fiorito. Dalla balaustra del teatro, essenze e profumi vengono soffiati con un ventilatore sul pubblico. Sembra una stupidaggine, ma anche quando abbiamo progettato Angels, Pastres, Miracles abbiamo proiettato l’immagine di una giovane che butta dei biglietti da una balaustra, mentre dal fondo della chiesa i Gai Saber buttavano biglietti sul pubblico. Scritta sui biglietti c’era la poesia che l’attore stava recitando…”. L’orientamento verso una musica complessa risulta, in questa visione, accentuato dall’implementazione dei sensi coinvolti, in una prospettiva multisensoriale che potrebbe quindi coinvolgere anche l’olfatto. I Gai Saber vanno verso una forma di spettacolo che offra al pubblico la possibilità di entrare dentro la musica, di sentirla e viverne l’esperienza diretta. Viene da pensare all’esperienza di Sonia Cillari le cui opere sono molto richieste nei centri di new media art di tutto il mondo. L’abbiamo vista all’Ars Electronica di Linz dell’anno scorso, dove la sua performance As an artist, I need to rest (www. soniacillari.net/As_an_artist_I_ need_to_rest.htm) è stata considerata praticamente all’unanimità una delle proposte più interessanti del variegato e prestigioso festival.

In questa direzione i Gai Saber tendono a interagire con diverse forme d’arte, tra le quali non può mancare il teatro: dopo Luca Occelli è venuto l’attore Pietro Viggiano e poi Cece de Maria, con cui la band ancora attualmente collabora. Dopo il concerto in Germania dell’estate 2012, nell’ambiente un po’ naif della cultura “verde” ambientalista, e la partecipazione all’Umbria Folk Festival, il gruppo guarda al prossimo 2013 con molti propositi. Uno di questi è il coinvolgimento giovanile: ci sono due nuovi voci e un giovane batterista ma altre collaborazioni possono nascere con i giovani di Peveragno. L’idea è che una cultura radicata nel territorio è più forte di qualsiasi tecnicismo e, da questo punto di vista, tradizione e innovazione non sono concetti antitetici e, anzi, uno è dentro l’altro. Senza tradizioni non ci può essere rinnovamento e senza innovazioni la tradizione rimane un oggetto freddo, inerte. Ci piace pensare a due vasi comunicanti, che si alimentano vicendevolmente e a una musica che non si suona o ascolta, ma che si vive. Si dirà che uno strumento musicale è fatto per essere utilizzato al fine di produrre musica. Sarà, ma la sensazione è che i Gai Saber non usino la ghironda, la chitarra o il violino, ma che vivano al loro interno. ❖


Cronaca FORTUNATO SINDONI UN CANTASTORIE CUSTODE DELLA LEGALITÀ di Pietro Mendolia *

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bbene Si! Può accadere anche a un cantastorie di vedersi assegnato un premio quale “Custode della legalità”. Uno, cioè, che scrive e canta canzoni. E’ accaduto a Fortunato Sindoni, cantastorie, di ritrovarsi in mezzo a giudici e carabinieri, poliziotti e magistrati, a ricevere il prestigioso riconoscimento, nell’ambito della “Giornata della legalità”, organizzata annualmente dalla Ugl Abruzzo, che si è tenuta il primo settembre a Prata Principato Ultra, in provincia di Avellino, in occasione della commemorazione del Gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa, assassinato a Palermo nel 1982 insieme alla moglie Emanuela Setti Carraro e all’agente di scorta Domenico Russo. La motivazione: “Per l’enorme e coraggioso lavoro indirizzato sempre in favore della legalità e contro il fenomeno mafioso. Peraltro, la ballata “Ginirali” rappresenta, ricostruisce ed esalta la figura del Generale Dalla Chiesa a cui è indispensabile riferirsi se si vuole sconfiggere la criminalità organizzata”. Il giusto premio per l’impegno, più che trentennale, del cantastorie barcellonese contro la mafia, che ha trovato una delle sue più alte espressioni nella recente realizzazione discografica dal titolo “Ballate contro la mafia”, cd autoprodotto (interamente scaricabile dal suo sito www.cantastoriesindoni.it) che accoglie la preziosa nota introduttiva dello scrittore Vincenzo Consolo, che dedica a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino e a tutti gli “Altri Martiri”, alcuni versi. Sindoni iniziò a “cantare storie” quando, negli anni ’70, emigrante

in Germania, scoprì i testi e le musiche di Woody Guthrie, il folk singer americano, e le sue ballate dal forte impatto politico e sociale. Ben presto si rese conto che anche nella sua Sicilia esisteva una scuola, quella dei cantastorie, che raccontava del popolo e delle sue vicende. Per cui cominciò a studiare e analizzare le opere e l’arte di Vito Santangelo, Paolo Garofano, Ciccio Busacca, Ciccio Rinzino, Franco Trincale, Orazio Strano e, naturalmente, dei poeti dialettali siciliani, che abitualmente scrivevano “storie” per cantastorie Turiddu Bella e Ignazio Buttitta; studiò il movimento antimafia e le lotte contadine, divorò le opere di Sciascia, Consolo, Pirandello, Verga, ma anche Brecht senza tralasciare la letteratura francese e latino-americana, leggendo spesso le opere in

lingua originale, forte della sua laurea in “Lingue straniere”. Laurea che gli permise di esercitare l’insegnamento che, però, abbandonò in seguito per dedicarsi esclusivamente al “mestiere” di Cantastorie. In Sindoni maturò l’idea che il cantastorie dovesse essere, innanzitutto, uno al servizio di chi non disponeva di un “microfono”, per poter gridare la rabbia, la disperazione, il dolore, la propria voce. Così si avvicinò ai movimenti libertari, pacifisti, non-violenti, cominciando a scrivere testi nei quali si raccontava di emarginati, pace, non violenza, di “eroi” morti per aver sentito forte il dovere di combattere fino in fondo la mafia, di violenza sulle donne, di disagio sociale (operò per vari anni, in qualità di insegnante, nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona

Fortunato Sindoni e Rosa Balistreri

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Cronaca

Fortunato Sindoni e Rosa Balistreri

P.G.). Quindi prese parte(come anche tuttora) a molte manifestazioni contro la mafia, a momenti di lotta per la pace, a manifestazioni di protesta sindacale e sociale. Storica l’amicizia con Ignazio Buttitta, col quale percorse l’Italia, la Svizzera e l’Austria musicando e

“Ballate contro la mafia”: Testi, musiche e arrangiamenti di Fortunato Sindoni, fisarmonica e tastiere Antonio Vasta, percussioni Pasqualino Conti, flauti Luca Genovese e Guido Siracusa. Produzione Artistica Natale Mirabile.

cantando le poesie del grande poeta siciliano, fondamentali le collaborazioni con Rosa Balistreri, Turiddu Bella, Franco Trincale. Adesso “viaggia”, di solito, accompagnandosi all’amico Mauro Geraci, antropologo dell’Università degli studi di Messina e cantastorie. E proprio Mauro Geraci, nel libretto del cd “Ballate contro la mafia”, introduce all’ascolto dei brani, dedicati interamente alle vittime della mafia di ieri e di oggi, (Falcone, Borsellino, Dalla Chiesa, Pio La Torre, Rosario Salvo, Giuseppe Fava, Antonio Musolino), con queste parole: “ascoltare un cantastorie cantare contro la mafia significa, almeno per qualche minuto, uccidere la mafia in piazza, davanti a tutti, in una piazza musicale dove di nuovo trionfano le voci degli uomini liberi e onesti.” ❖ Fortunato Sindoni

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* Pietro Mendolia è autore e compositore del gruppo di nuova musica etnica siciliana Malanova.


Argomenti Un zampognaro che abbina l’arte della liuteria all’innovazione tecnologica

DAVIDE BARO, IN ARTE “DEIV” di Massimo Losito

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opo aver fatto parte della meravigliosa schiera degli artisti del Ricetto di Candelo (BI), Davide Baro in arte Deiv è migrato nella più decentrata Camandona, sempre nel biellese, dove ha ampliato la sua officina artigianale prendendosi più spazio fisico e temporale per lavorare alle sue creazioni Deiv nasce come suonatore di cornamusa scozzese, da qui passa alla piva piemontese, e alla passione per il suono dello strumento si unisce ben presto quella per il suo uso e manutenzione, tanto che una decina di anni fa arriva a costruirsene una e da qui matura l’idea di costruirne qualcuna in più, fino a farne nel tempo la sua attività principale unitamente a quella di musicista, che conduce da anni con la Barbarian Pipe Band, potente formazione che con cornamuse e tamburi anima festival celtici e feste medievali e non di mezza Europa da diversi anni con ottimo riscontro di pubblico e 5 CD autoprodotti e distribuiti. La produzione musicale di Deiv è molto specifica, partito dalla piva piemontese è passato a costruire anche la piva medievale e la hummelchen, strumento tradizionale rinascimentale tedesco, nonché una bombarda ad ancia incapsulata di sua invenzione, e di tutti questi strumenti produce sia le versioni da concerto che quelle più economiche da studio, ma soprattutto ne costruisce le ance, anima sonora e vera dannazione per chiun-

que suoni strumenti di questo tipo, dalle musettes del centrofrancia al piffero delle 4 province. A livello di materiali Deiv per i chanter ed i bordoni degli strumenti da concerto utilizza legno di sorbo delle foreste alsaziane, la sacche di pelle standard arrivano dalla Germania, altre sacche sono invece rivestite internamente in goretex ed arrivano, come tutte quelle utilizzate dalle bagpipe, ovviamente dalla Scozia.

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Come per tutti i tipi di cornamusa Deiv fa notare che non si possono costruire strumenti come i suoi se non li si sa suonare, e non si conoscono concretamente tutti i problemi derivanti dalla manutenzione di oggetti sonori tanto affascinanti quanto difficili da intonare e conservare, e il fatto di suonarli in giro davanti a un pubblico eterogeneo italiano e straniero (la metà dei suoi strumenti finisce all’estero, soptrattutto Germania ed Inghilterra) è la migliore pubblicità possibile, unitamente a quella indispensabile sul web che cura direttamente sul sito www. deivliutaio.com Dal punto di vista dell’innovazione Deiv compie continui esperimenti sia sui materiali utilizzati per le sacche ed i “tubi” che sulle misure e dimensioni di questi, come per altri strumenti tradizionali, come ad esempio le ghironde, i problemi pratici da affrontare a livello di intonazione sono tantissimi, derivanti soprattutto dalle condizioni ambientali dentro e fuori dalla sacca (umidità , temperatura, sbalzi termici, ecc…), consideriamo anche che questi per la maggior parte sono strumenti che si suonano “outdoor” e quasi mai da soli (pensiamo alle bagade bretoni o alla pipebands), per cui i problemi di un singolo strumento aumentano esponenzialmente al numero di strumenti che suonano contemporaneamente.

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Anche le esigenze dei musicisti sono cambiate, in quanto tali strumenti, nati per musica tradizionale suonata per strada, sono sempre più utilizzati in contaminazione di generi musicali alternativi, suonati insieme a chitarre elettriche, bassi, batterie e quant’altro, strumenti dalle dinamiche e dall’accordatura definita ai quali lo strumento tradizionale deve adeguarsi, o comunque trovare un compomesso accettabile per essere inserito in organici rock o di altro tipo. Per il futuro Deiv sta pensando di affiancare alla sua linea di strumenti la zampogna, strumento ancora oggi prodotto prevalentemente nel Sud Italia da artigiani irreperibili ed inaccessibili, che può avere un riscontro importante non solo in Italia ma aprire interessanti prospettive su mercati esteri come ad esempio quello russo e quello tedesco, tanto più se unitamente allo strumento si costruiranno le indispensabili ance. ❖

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Cronaca IN MEMORIA DI DOC WATSON (1923 - 2012)

Prima parte

di Davide Emmolo

musica e la sua tecnica, in 60 anni di carriera, hanno influenzato una miriade di mostri sacri della musica americana. La lista di questi ultimi è veramente sconfinata: Ricky Skaggs, l’indimenticato Jerry Garcia dei Grateful Dead, Clarence White dei Byrds, Tony Rice, Jorma Kaukonen, John Fogerty, Arlo Guthrie e Bruce Springsteen solo per citarne alcuni. In questo articolo e nelle prossime uscite di LineaTrad abbiamo deciso di onorare la memoria e la musica di questo geniale musicista attraverso un articolo foto-biografico pubblicato per parti.

La nascita e l’infanzia

I

l 29 maggio scorso, in un ospedale del North Carolina, all’età di 89 anni si è spento Arthel “Doc” Watson, una leggenda della musica folk/old time country/bluegrass americana e, indiscutibilmente, uno dei migliori chitarristi acustici di sempre. Nella stessa giornata Bob Dylan riceveva dal Presidente Barack Obama la Medaglia della

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Libertà, una onorificenza molto prestigiosa negli States. Un passaggio simbolico di testimone tra due artisti che hanno rappresentato due diversi aspetti del folk americano nel mondo. Doc è stato uno dei più influenti musicisti acustici americani. Vincitore di sette Grammy Awards e fondatore del Merle Fest, la sua

Arthel Lane “Doc” Watson nasce a Stoney Fork Township (vicino Deep Gap), North Carolina, nel cuore dei monti Appalachi, il 23 marzo 1923. È figlio di General Dixon Watson (General era il nome del padre!) e di Annie Greer. Ecco che con la nascita si realizza nella vita di Arthel Watson la prima condizione necessaria allo sviluppo di eccezionali doti musicali: nasce in una famiglia in cui la musica è di casa. Il padre era a capo del coro della locale chiesa battista e suonava il banjo, la madre cantava un vastissimo repertorio di canzoni e ballate tradizionali e due dei suoi otto (!) fratelli suonavano il banjo e il violino (fiddle). Parimenti importante fu l’influenza che il giovane ricevette dal luogo di nascita. Nella zona cominciavano ad emergere dei veri e pro-


Cronaca

Il North Carolina, stato natale di Doc

pri talenti che, proprio negli anni della giovinezza di Doc, cominciavano a incidere e pubblicare dischi a diffusione nazionale. Citiamo, a titolo di esempio, il banjoista “Tom” Clarence Ashley che ritroveremo più avanti nella storia. Il piccolo Arthel, da neonato, a causa di una infezione agli occhi mal curata da una erborista, perde completamente l’uso della vista. Come spesso accade,  nella condizione di bambino completamente cieco Arthel amplifica gli altri sensi, primi tra tutti il tatto e l’udito. Il padre lo educa al superamento del suo handicap attraverso la forza della volontà. Doc darà prova di ciò svolgendo con perizia tutti i lavori dei campi e dei boschi come un qualsiasi vedente. Come se non bastasse, da neosposo, realizzerà da solo l’impianto elettrico della sua nuova casa riuscendo a superare l’ispezione della commissione elettrica americana e ricevendo un attestato di merito sul bollettino periodico della stessa. Fino ai sei anni il piccolo Arthel si limiterà a cantare in famiglia gli inni religiosi non entrando ancora in contatto con la musica strumentale. I primi veri strumenti musicali a cui si affezionerà il piccolo Arthel saranno le armoniche a bocca appese ogni anno all’albero di natale di casa Watson. La chitarra è ancora lontana.

Doc, giovanissimo, imbraccia una delle sue prime chitarre

L’incontro con la chitarra

Compiuti 11 anni il padre costruisce al ragazzo un banjo con il manico in acero, la cassa armonica in noce bollito e la pelle di un malcapitato gatto che aveva esaurito l’ultima delle sue 7 vite. Il padre insegna al giovane i primi rudimenti dello strumento e dopo pochissimo tempo ravvisa il talento naturale del figlio. Sarà il suo primo strumento “con manico”. In quel periodo la famiglia aveva acquistato un vecchio fonografo e una collezione di 78 giri di musica hillbilly. Il termine hillbilly (lett. hill - collina e billy - capra) era usato in senso dispregiativo per indicare le popolazioni rurali che vivevano nell’area dei Monti Appalachi meridionali. Dalle nostre parti il termine suonerebbe più o meno come “campagnolo ignorante” ma fu poi usato massivamente dall’industria

discografica americana per identificare la country music grezza, divertente e festaiola che sempre più attirava i gusti degli ascoltatori bianchi. Dalla musica hillbilly, aggiungendo qualche ingrediente del neonato rock, sarebbe nato un altro genere molto in voga tra i giovani bianchi americani, il rockabilly. Ma torniamo al nostro protagonista. Dal banjo alla chitarra il passo è breve. A 13 anni dopo un breve passaggio sul mandolino, a seguito di una scommessa vinta con il padre, Arthel riceve in regalo la sua prima chitarra acustica: è una chitarra marca Stella da 12 $ con un manico durissimo da maneggiare. Il primo brano che impara sulla chitarra è When The Roses Bloom In Dixieland eseguito da Maybelle Carter nella incisione originale Victor della Carter Family. A 16 anni,

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con i soldi guadagnati con il taglio di alcuni castagni, acquisterà la prima chitarra di qualità. E’ una Silvertone. Insieme alla chitarra Doc acquista un volumetto di spartiti da suonare con il plettro. Presto il giovane Arthel si impadronisce di tutte le tecniche più evolute sullo strumento, sia con le dita nude che con il plettro. La strabiliante tecnica a plettro, quello che sarà chiamato flatpicking in contrapposizione al fingerpicking, gli deriva dalla ferrea volontà di trasporre ed eseguire tutte le fiddle tunes, ascoltate sul fonografo di casa, dal violino alla chitarra. Allo stesso modo comincia a trascrivere, nota per nota, il famoso stile noto come dancing on the bass strings, una particolare tecnica di accompagnamento che attribuisce particolare risalto alle melodie eseguite sui bassi in modo da imitare le corde pizzicate su un contrabbasso, tecnica massivamente usata dal chitarrista cieco georgiano Riley George Puckett. Nel 1940 Doc acquista la prima chitarra Martin D28 in un negozio di strumenti musicali di Bone, NC. Il proprietario acconsente ad un pagamento in 12 rate. In quel pe-

Una rara immagine in cui Doc è alle prese con un mandolino A style

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Cronaca

riodo Doc si esibisce per le strade di Lenoir (NC) e, quando il tempo lo permette, riesce ad incassare anche 50 $ al giorno. Il debito per la Martin verrà estinto in 4 o 5 mesi.

Il nomignolo “Doc”

A 18 anni Arthel diventa Doc. Si trovava a suonare presso una radio locale del North Carolina in un programma radiofonico sponsorizzato da una fabbrica di mobili. Il conduttore del programma lo esortò a cambiare nome in quanto Arthel Lane Watson era, radiofonicamente parlando, decisamente troppo lungo. Una giovane ragazza del pubblico in sala suggerì il nomignolo “Doc” evidentemente associandolo a quello del noto assistente di Sherlock Holmes. Da allora tutti lo chiameranno “Doc” evocando, con il termine ereditato “Doctor”, la maestria con cui il nostro maneggiava la chitarra.

La famiglia Watson

“Doc” prende moglie

Per un personaggio così intriso di musica, in ogni componente della sua vita, anche il matrimonio è una delle tante strade musicali intraprese. A ventitré anni, nel 1946, sposa Rosa Lee Carlton, figlia di una leggenda della musica locale, il fiddler e banjoista Gaither Willey Carlton. Il suocero lo accompagnerà spesso nelle prime esibizioni nei Folk Festival e avrà una parte decisiva nel primo album. I due daranno alla luce due figli: Eddy Merle nel 1949 e Nancy Ellen nel 1951. Il primogenito por-

Il giovane Doc ai tempi della chitarra elettrica


Cronaca

Doc alla chitarra, la moglie Rosa Lee, il suocero Gaither Carlton al fiddle e Tom al banjo

di Merle Travis e Chet Atkins che partiti dalla chitarra acustica approdarono all’elettrica. Gli otto anni passati al seguito di Jack Williams suonando quasi esclusivamente musica da ballo non gli avevano fatto dimenticare la musica tradizionale. Doc continuava a suonarla a casa, spesso accompagnato dal banjoista “Tom” Clarence Ashley e dal suocero.

Il salto di carriera e il ritorno alla chitarra acustica

Il giovane Doc ai tempi della chitarra elettrica

terà i nomi di due pilastri della country music, Eddy Arnold e Merle Travis.

L’inizio della carriera

Fino al ’54 Doc si esibirà nel circuito dei locali vicino casa; proprio nel ’54 la sua carriera come musicista imbocca definitivamente una svolta. Sono sicuro che molti lettori si stupiranno di quello che sto per scrivere ma la carriera del trentenne Doc Watson prende il volo nel momento in cui imbraccerà una chitarra elettrica. Doc forma

una honky tonk dance band (una band da ballo) col pianista Jack Williams, chiamata ‘Jack Williams And His Country Gentlemen’. Il pianista ascoltò casualmente Doc a casa sua e gli propose di entrare nella sua band per esibizioni nell’est del Tennessee e nell’ovest del North Carolina. Era un ingaggio retribuito ma il prezzo da pagare per averlo era alto: avrebbe dovuto suonare una Gibson Les Paul Gold Top. Sarà una collaborazione musicale felice: i due suoneranno insieme per otto anni. Il percorso stilistico di Doc sarà opposto a quello

Nel 1960 accade un evento inaspettato che trasformerà Doc da artista locale ad artista internazionale. Il musicologo e produttore musicale Ralph Rinzler e il collega Eugene Earle si trovavano nel North Carolina con lo scopo di registrare artisti locali o di individuarne di nuovi. L’amico Tom presenta Doc ai due ricercatori. La tecnica di Doc al banjo e alla chitarra impressiona enormemente Rinzler che è anche un buon musicista. Il musicologo navigato non si fa scappare l’occasione e registra in casa Watson, tra il ’60 e il ‘63,

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Doc e il suocero Gaither, durante una delle registrazioni di Rinzler (1961)

Fig. 7 – la prima incisione discografica di Doc, tutta in famiglia

una serie di brani tradizionali di old time music. Nel ’63 uscirà il primo disco della Watson Family per l’etichetta Folkways della fondazione Smithsonian.

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Nel marzo del ’61 Doc viene invitato da Rinzler a New York per esibirsi al Gerde’s Folk City con una esibizione interamente dedicata alla old time music. Per l’oc-

Doc al Gerde’s Folk City

casione Doc prende in prestito da un amico, Joe Cox, una splendida Martin D18 del 1942-43. Lo accompagnano il fido Tom, il suocero Gaither e due vicini di casa, Clint Howard e Fred Price. La tecnica chitarristica di Doc suscita da subito entusiastici apprezzamenti. Nel ’63 e nel ’64 Doc e soci vengono invitati ad esibirsi in occasione del prestigioso Newport Folk Festival, dove Doc, negli anni successivi sarà ospite fisso. Tra un festival e l’altro la band è impegnata in esibizioni live in vari club, college e sale da concerto. La fama di Doc va crescendo. Restituita la Martin D18 del ‘42 al fidato amico che rifiutò di vendergliela, Doc acquista da un negoziante di New York, Mark Silber, una Martin D18 del ’45 con cui registrerà buona parte delle sue indimenticabili incisioni. Nel ’68 passerà definitivamente alle chitarre del liutaio J. W. Gallagher che dal ’74 rende omaggio al suo endorser di punta realizzando la prima Gallaher Doc Watson Model. La Martin D18 del ’45 è oggi custodita da Jack Lawrence che ha diviso il palco con Doc per tanti anni dopo la scomparsa di Merle.


Cronaca

Doc, Tom e Gaither al Newport Folk Festival del 1963

Gli anni alla Vanguard

Nel ’64 Doc sigla un contratto discografico con l’etichetta Vanguard di New York. Ci resterà per 7 anni, felicissimi, in cui potrà godere della più totale autonomia artistica. All’arrivo di Doc la Vanguard aveva già scritturato artisti di fama come Joan Baez, Odetta e i Weavers. Il primo album per la Vanguard, omonimo, esce nel ’64 e contiene alcune delle classiche perle di Doc (e del bluegrass) come Tom Dooley, Deep River Blues e Black Mountain Rag. Il flatpicking di Doc lascia tutti a bocca aperta ma anche a dita nude sa il fatto suo. Doc è un musicista amato e conosciuto. Al primo disco del ’64 faranno seguito, sempre con la Vanguard, altre sette produzioni: L Doc Watson & Son (1965) L Southbound (1966) L Home Again (1967) L Good Deal (1968) L Doc Watson On Stage (1970) L Ballads From Deep Gap (1971) L Old Timey Concert (1977)

Doc insieme a Ralph Rinzler al Club 47, Cambridge, Massachusetts, 1964 (Photo by John Byrne Cooke)

Doc alla Cornell University di Ithaca, N.Y., 22 ottobre 1962

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Doc & Merle

Dal ’64 il primogenito di Doc, Merle, si unisce a tutte le incisioni ed esibizioni del padre. Merle, a causa di una brutta poliomielite infantile, cammina con difficoltà; ciononostante accompagnerà sempre il padre fino alla prematura scomparsa a causa di un incidente sul lavoro. Merle è un ottimo polistrumentista, suona un po’ di tutto ed è capace di un personalissimo stile slide sulla chitarra e sul dobro. La folgorazione musicale coglie Merle al Newport Folk Festival del ’65 quando, sedicenne, incontra Mississippi John Hurt.

Doc e il giovane Merle, insieme, al Newport Folk Festival

Da sinistra, la folksinger Almeda Riddle, la madre di Doc Annie, Doc e Mississipi John Hurt al Newport Folk Festival del ‘64

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1972, Will The Circle Be Unbroken

Merle sarà un fedele accompagnatore, produttore e assistente del padre. Purtroppo non verrà invitato insieme al padre alla incisione del disco della Nitty Gritty Dirt Band “Will The Circle Be Unbroken”, vero e proprio tributo giocoso alla country music a cui parteciparono una miriade di “stelle” della musica folk americana: il violinista virtuoso Vassar Clements, Maybelle Carter, A. P. Carter, Earl Scruggs e il figlio Randy, Roy Acuff, Merle Travis, Hank Williams, Jimmy Martin e tanti altri. Doc, che inizialmente non voleva accettare l’invito, su esortazione del figlio partecipa alle registrazioni del disco, duetta con Jimmie Driftwood in Tennessee Stud, registra una chiacchierata susseguente al primo incontro con il suo idolo Merle Travis e registra, accompagnato dalla NGDB, altri due brani: Way Downtown e Down Yonder. Il disco avrà un enorme successo e la partecipazione di Doc alla convention incrementerà ulteriormente la sua fama e di riflesso, quella del figlio. Proprio come Merle stesso aveva vaticinato.


Cronaca

Doc suona con Patrick Sky e Mississipi John Hurt al New York Folk Festival (Carnegie Hall, Luglio 1965)

Grammy Awards

A seguito del successo ottenuto dall’album Will The Circle Be Unbroken la carriera di Doc e Merle riceve una ulteriore spinta. Dal ’74 in poi Doc e Merle girano il mondo in trio accompagnati dal bassista T. Michael Coleman. In trio Doc, Merle e Michael, tra la fine degli anni ’70 e e i primi anni ’80, girano il mondo registrando una quindicina di album. I generi si differenziano: i tre suonano una miscela di old time music, folk, swing, bluegrass, tradizionali, brani gospel e blues. Cinque di questi LP, incisi tra il ’73 e l’85, vincono un Grammy Award nella categoria “Best Traditional Folk Recording”. L’etichetta discografica è cambiata: Doc farà parte della scuderia Poppy (1973 – 1974), della United Artist (1979) per approdare, infine, alla Sugar Hill (1987 – 1996).

La morte del figlio Merle

Doc al Philadelphia Folk Festival (1968)

Nella lunga vita di Doc si annoverano due fasi profondamente distinte: prima e dopo la perdita del figlio Merle. Nell’ottobre del 1985 Merle perde la vita in un tragico incidente alla guida di un trattore che precipita da un declivio fangoso. Doc cade in una prostrazione irrecuperabile; sarà una spina di dolore da cui non si riprenderà mai. Da circa 200 concerti all’anno Doc non ne eseguirà nemmeno una decina. Le occasioni in cui è possibile ascoltarlo dal vivo diventano rarissime; in quelle poche occasioni in cui si esibisce si fa accompagnare, cosa non casuale, dal nipote Richard, figlio di Merle. Doc vive sempre in North Carolina, a Deep Gap, a pochi km da dove è nato e abbandona completamente le registrazioni.

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Cronaca

La cover del disco evento “Will The Circle Be Unbroken” della Nitty Gritty Dirt Band

Doc e un giovane Merle (1971)

Doc a destra, Merle a sinistra e il bassista T. Michael Coleman al centro (1980)

Quando le trasferte sono distanti lo accompagna il fido Jack Lawrence. Per onorare la perdita del figlio organizza il Merle Watson Memorial Festival che si tiene ogni anno ad

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Aprile a Wilkesboro in North Carolina ed al quale partecipano i nomi più importanti della scena folk/ country/bluegrass internazionale. L’articolo prosegue sul prossimo numero di LineaTrad in cui raccon-

Doc e Merle

teremo la vita e la musica di Doc Watson dal 1985, anno della perdita del figlio Merle, alla recentissima morte. Stay Tuned ! ❖


Cronaca

Doc (seduto a destra) si esibisce al festival in memoria del figlio

Doc e Merle (1984)

Session di registrazione del disco Will The Circle Be Unbroken, a destra un giovanissimo Vassar Clements

Fig. 18 – Doc e il nipote, Richard

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Argomenti RIFLESSIONI SU ALBERTO CESA, UN ESPLORATORE SENZA CONFINE di Gloria Berloso 5 settembre 2012

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o imparato, scrivendo canzoni, poesie ma anche recensioni, che più si è intimisti, più si parla di temi personali e più si diventa universali. E i sentimenti di una persona diventano quelli di tutti. Dopo la scomparsa prematura di Alberto Cesa (6 gennaio 2010), ho scritto una dedica ad Alberto, solo dopo un mese perché non avevo ancora elaborato nella mia mente la tragica notizia della sua morte, pur essendone venuta a conoscenza attraverso la radio.

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Avevo anch’io il bisogno di raccontare il mio dolore come in un giornale cantato. Alberto ha stampato le sue canzoni su dei fogli volanti, ha annotato e raccontato la sua lunga avventura musicale, politica ed umana; si è fatto conoscere per la sua umiltà, la sua generosità ed il suo impegno nel sociale. Dopo ogni concerto, Alberto lasciava un pezzettino di storia vissuta perché chi lo incontrava, capiva la sua dimensione umana e artistica. Le sue canzoni folk rispecchiano le ballate piemontesi ma anche provenzali, i racconti dei cantastorie, le filastrocche, le musiche di balli popolari, le monferrine, le gighe e le ninne nanne; per gli arrangiamenti usava strumenti acustici e sempre quelli d’origine medievali come la ghironda, l’organetto, i flauti, il violino, la chitarra, la mandola, la fisarmonica, il dulcimer, il basso e le percussioni). La voce di Alberto é straordinaria ed il canto diventa impor-

tante sia quando canta da solista sia quando lo fa in coro. La sua straordinaria esperienza trentennale e la continua ricerca di tradizioni popolari ha fatto nascere delle canzoni di grande rilevanza artistica. Alberto ha instaurato amicizie profonde con molti artisti importanti, studiosi, uomini politici, giornalisti ma anche con persone comuni, studenti, operai, gente di strada; adorava insegnare ai ragazzi la musica, a far percepire la sensibilità verso un violino, una ghironda, una chitarra, un organetto e tutti gli strumenti che lui ricercava e conosceva. Renato Scagliola, grande amico di Alberto e giornalista della Stampa, hanno anche diviso emozioni suonando insieme, ha dichiarato che la testimonianza di Cesa, con i libri e i cd, pubblicati dopo la sua scomparsa, è importante per il suo lavoro appassionato e costante di ricercatore e musicista e perché è un documento sociologico di anni lontani, in cui si è sviluppato e cresciuto l’interesse per la musica popolare e politica, un piccolo mondo se vogliamo, dal quale sono germogliati filoni musicali diversi che oggi hanno tanti nomi esotici. Di Alberto Cesa ho ascoltato tutto, ho letto i suoi fogli volanti, ho seguito il suo pensiero politico ma non ho fatto in tempo conoscere in profondità chi era l’uomo nel rapporto con le persone a lui più care. Spesso ci sono storie, anche banali ma semplici che spiegano meglio i pregi o i difetti, raccontate dopo mesi o anni e che ci aiutano a comprendere meglio l’autentica perso-


Argomenti

nalità e addirittura talvolta a stravolgere una presunta conoscenza conclamata della persona. E così che, dopo aver pubblicato la mia dedica ad Alberto, sono entrata in contatto con una persona speciale, sua sorella Ita. Con lei ho diviso emozioni vere da subito ed insieme siamo riuscite a trovare un punto in comune. Realizzare la pubblicazione di tutta la sua opera in musica, spartiti, documenti e pensieri e continuare a ricordarlo nel tempo, sempre. La risposta è arrivata quasi subito, Alberto aveva amici ovunque ed in Friuli, in particolare aveva lasciato un ricordo indelebile. Tra le tante e-mail che ho scambiato ricordo una di Roberto Sacchi, parlando del Premio alla memoria di Alberto Cesa: Il Premio che ho in mente dovrebbe avere lo scopo di far conoscere al pubblico una sua dote rara: la capacità di scrivere canzoni nuove nel rispetto della tradizione. Tutto nacque per gioco, trent’anni fa, quando Alberto volle prendere in giro tutti gli etnomusicologi componendo “La bela Mariansun” e spacciandola per una canzone popolare da lui trovata in Canavese o in altra parte del Piemonte. Naturalmente ci cascarono tutti e lui per festeg-

giare organizzò una improvvisata sbronza collettiva in osteria, alla quale partecipai in veste di amico sostenitore. Il premio è stato realizzato, la prima edizione di presentazione nel 2011 con Gualtiero Bertelli che ha ricevuto la targa prestigiosa proprio da Ita Cesa, al Festival Folkest di Spilimbergo, promosso e organizzato dallo stesso Sacchi e Andrea Del Favero; la seconda edizione il 26 luglio 2012 sempre a Spilimbergo con la presenza dello studioso e musicista Dall’Armellina, Sacchi e i vincitori del concorso Suonare@Folkest, i Decalamus per la canzone Glie Bregante Ita ha sempre seguito ed ha presenziato queste gioie, sapendo in cuor suo che Alberto avrebbe approvato. In questo viaggio in mezzo alla cultura ed alle emozioni Ita mi ha voluto vicino e questo è uno dei doni più preziosi che il grande Alberto abbia lasciato in eredità. Grazie Maestro! L’aspetto comunicativo e umano è stato basilare per Alberto Cesa. La sua vita è la musica, anche se ha dovuto fare un altro lavoro per mantenersi, ha dedicato quasi tutto il suo tempo a scrivere canzoni, a ricercare nuovi elementi strumentali per creare continuamente. Da studioso e ricercatore, ha creato il suo studio e in questa stanza, sulla scrivania, Ita ha trovato una poesia scritta a mano da Alberto: Fermate gli orologi, tagliate il fili del telefono e date un osso al cane affinchè non abbai... Faccia silenzio il pianoforte, tacciano i risuonanti tamburi... che avanzi la bara... Che vengano gli amici dolenti, lasciate che gli aerei volteggino nel cielo e che scrivano l’odioso messaggio... lui è morto...Guarnite di crespo il collo dei piccioni e fate che il vigile urbano indossi lunghi guanti neri... Lui era il mio nord era il mio sud, era l’oriente e l’occidente, i miei giorni di lavoro, i miei giorni di festa, era il mezzo dì la mezzanotte, la mia musica le mie parole... Credevo che l’amore potesse essere eterno

ma era un illusione... Offuscate tutte le stelle perché non le vuole più nessuno, buttate via la luna, tirate giù il sole, svuotate gli oceani e abbattete gli alberi, perché da questo momento... niente servirà più a niente... (Wystan Hugh Auden) L’anno prima della sua scomparsa, Alberto aveva dato tanti dei suoi cd a Daou, l’amico artista senegalese di Ita (che era venuto a Torino per una mostra e in quella occasione aveva incontrato Alberto). Gli aveva detto “voglio regalare la mia musica all’Africa”. Ita mi ha scritto: “quando sono là, ogni giorno metto le sue canzoni a tutto volume... e anche se piango tutte le mie lacrime... so che Alberto ne sarebbe felice... la voce di Alberto direttamente al cuore di Mamma Africa”. “Alberto non sopportava il caldo ed era un fifone su insetti o altro, non sarebbe, credo, mai venuto in Africa (anche se una volta aveva quasi deciso di venirci a capodanno...); però era molto felice per me quando mi sentiva contenta di essere là, insisteva sempre perché ci restassi più a lungo”. Da una strofa di una poesia della vita quotidiana di Gabriel Celaya, rielaborata da Alberto: “Voglio dare una vita al mio pensare, / al mio pensare disperato, alla mia anima incazzata / voglio scolpire ogni parola la più sperduta la più segreta / come il martello nella pietra - come il martello nella pietra”. Il vento ha deciso di portarti ovunque. Ciao Alberto!

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Il corpo di ballo dell’Accademia Danze Irlandesi Gens d’Ys, organizzatrice dell’evento; all’estrema destra Umberto Crespi, Direttore Artistico della manifestazione nonché cuore pulsante di BustoFolk

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Alcuni allievi degli innumerevoli stages musicali durante la performance collettiva sul palco principale di BustoFolk 2011.

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edizione 2012 di BustoFolk, il festival interceltico organizzato a Busto Arsizio (VA) dall’Accademia Danze Irlandesi Gens d’Ys, si svolgerà da giovedi 20 a domenica 23 settembre prossimi. L’obiettivo perseguito dagli organizzatori, sin dalla prima edizione, rimane quello di creare un evento di respiro internazionale che possa trasmettere valori positivi tramite la musica, la danza e più in generale la cultura tradizionale, coinvolgendo un pubblico assolutamente eterogeneo cui evidenziare le radici italiane di quel patrimonio di conoscenza rappresentato dalla cultura celtica europea in tutte le sue declinazioni. A dare ulteriore caratura alla manifestazione, dallo scorso anno BustoFolk rientra nel novero dei festival di cultura e musica celtica che aderiscono al consorzio ECQUE (Europen Celtic Quality Events), che associa una decina tra le più importanti manifestazioni nazionali, cui da poco si è aggiunto un festival elvetico. La manifestazione, giunta quest’anno alla sua undicesima edizione, si svilupperà ancora all’interno del Museo del Tessile (via Volta 6, Busto Arsizio), location già sperimentata con ampio successo lo scorso anno, ove troveranno spazio eventi culturali, presentazione di libri, conferenze storiche, stages di danza e di strumenti musicali, laboratori didattici, ricostruzione di campi storici e delle sue attività, dalla produzione del pane alle tecniche di tessitura,

nonché un ampio e caratteristico mercatino artigianale che presenterà gioielli, articoli vari in pelle, cuoio e lana, incensi e profumi, miele, idromele, libri, oggetti vari che evocheranno il mondo di fate e folletti. I numeri caratteristici del festival sono decisamente importanti: nel corso delle prime dieci edizioni oltre 160.000 persone hanno potuto fruire delle performances di più di 100 gruppi musicali provenienti da 11 nazioni europee, oltre che da 9 regioni italiane, per un totale di oltre 600 artisti coinvolti, molti dei quali hanno avuto l’opportunità di esibirsi in più d’una edizione. Gli stages di musica e danza hanno visto la partecipazione di quasi 2000 persone, mentre anche il coinvolgimento delle strutture scolastiche di grado superiore è andato sempre più rafforzandosi nel corso degli anni (il fondale del palco centrale è stato pensato e realizzato dagli studenti di un istituto artistico locale), e per quest’anno sono previsti specifici stages per oltre 1000 studenti, che avranno successivamente modo di esibirsi in una grande festa live nella mattinata di sabato 22 settembre. Per questo undicesimo appuntamento farà il suo esordio la Serbia con il gruppo folk-rock The Orthodox Celts, un concentrato di energia e potenza, mentre dalla Galizia ritornerà sulla scena bustocca Carlos Nunez, certo il più famoso e conosciuto interprete della gaita; dall’isola di smeraldo approderà a BustoFolk l’Irish

Quartet, quattro giovanissimi interpreti della più pura musica tradizionale, mentre gli Street Wings, con il loro folk-rock trad, miscelato alle sonorità di un violino dell’Est, saranno i rappresentanti della terra spagnola. Molte ovviamente le proposte di casa nostra, a cominciare dal maestro d’arpa Vincenzo Zitello e dai Gens d’Ys, sicuramente il più famoso gruppo di danze irlandesi, che presenterà per l’occasione nuove e spettacolari coreografie, che non mancheranno di coinvolgere il pubblico presente. Assolutamente di rilievo la presenza delle Green Clouds, un quintetto tutto al femminile che ha saputo mirabilmente coniugare l’elettronica alle sonorità irlandesi più tipiche, e dei novaresi Folkamiseria, esplosiva formazione irish, spesso supporto musicale di Gens d’Ys, che trascinerà il pubblico in appassionate danze. Altra proposta nostrana è rappresentata dai Sciah Kenn Vemm, ancora elettronica miscelata agli strumenti a fiato irish più tipici, cui si affiancheranno due storiche formazioni bergamasche, gli Orobian Pipe Band, che porteranno una ventata di Scozia attraverso le loro tipiche cornamuse, e i Berghem Baghet, ovvero ancora cornamuse ma interpretate secondo la miglior tradizione della bergamasca. Il tutto senza dimenticare l’Ensemble Sangineto (fratello e sorella profondamente legati alle suggestioni dell’arpa celtica), i Dirty Bastards

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con la loro tipica fusione di rock, heavy e folk irlandese, la Shamrock Band, interprete della più genuina atmosfera da pub, i Green Circle, mirabile connubio tra arpe celtiche e voci, che per l’occasione presenteranno il loro nuovo album. Per tutta la durata del festival un pensiero sempre vivo andrà alle popolazioni romagnole colpite dal recente evento sismico, con una raccolta fondi che, grazie anche alla fattiva collaborazione del gruppo Morrigan’s Wake, verranno successivamente destinati all’acquisto di arredi e strumentazione tecnica per una scuola. Molte delle attività in programma sono previste ad ingresso gratuito (stage di danza, conferenze, esibizioni, laboratori) mentre l’area concerti prevede un biglietto d’ingresso, a validità giornaliera, a 6 euro, e con ingresso gratuito fino ai 12 anni. L’unico evento programmato all’esterno del Museo del Tessile è relativo agli stages di strumenti musicali, con Tara Breen (violino), Dom Keogh (bodhran), Cillian King (chitarra), Ryan Murphy (flauto) e Rossana Monico (arpa); questi momenti di studio, previa iscrizione a pagamento, si terranno presso la Nuova Busto Musica (via Pozzi 5, Busto Arsizio). Anche per questa edizione BustoFolk può contare sul fattivo appoggio delle istituzioni, dalla Città di Busto Arsizio alla Provincia di Varese alla Regione Lombardia, cui si uniscono l’Ambasciata Irlandese in Italia, l’Ufficio Turistico Irlandese e la University of Limerick. Per maggiori informazioni, per l’iscrizione agli stages, per una visione completa dell’intero programma della quattro giorni bustocca, è possibile consultare il sito internet www. bustofolk.it o contattare direttamente l’organizzazione nella persona di Umberto Crespi (umberto.crespi@fastwebnet. it – [+39] 335.7155360), o ancora l’ufficio stampa Milani & Cadeo (milani.cadeo@libero.it – Patrizia Milani [+39] 339.6561812 – Caterina Cadeo [+39] 333.7005350). ❖

L’eterogeneo pubblico che non manca di affollare l’interno del cortile del Museo del Tessile, la nuova location di BustoFolk dalla scorsa edizione; sullo sfondo la cornice delle bancarelle del mercatino etnico.

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Argomenti Le sorprese della Sardegna...

INCONTRO CON MARINA PITTAU di Giordano Dall’Armellina

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olti dei nostri lettori si domanderanno chi è Marina Pittau. Dal cognome si intuisce l’origine sarda ma probabilmente ci si ferma qui. Non c’è da stupirsi! Questa straordinaria cantante e chitarrista sarda è più conosciuta all’estero (in particolare in Francia e Svizzera) che nella sua isola e in Italia. Ma iniziamo con ordine ovvero dal mio incontro con Marina a Bosa, situata sulla “West Coast” della Sardegna. L’occasione è un seminario tenuto a Bosa da un’altra straordinaria interprete del canto tradizionale italiano: Lucilla Galeazzi (sulla quale pubblicheremo un’intervista nel numero di dicembre dopo che avrà finito di incidere il suo ultimo cd).

Al seminario di Lucilla, sul canto tradizionale dedicato alla Lombardia e al Salento, partecipano 9 francesi e 7 italiani ma naturalmente vi sono continui incontri con la musica locale: i grandiosi Tenores di Bosa e per l’appunto Marina Pittau che ci intrattiene un’intera serata con i suoi canti sardi. Come c’era da aspettarsi sono i francesi i più entusiasti uditori della nostra musica tradizionale, letteralmente affascinati dalla varietà vocale e musicale che offre l’Italia. Già Giovanna Marini (con la quale Lucilla Galeazzi ha per lungo tempo collaborato) aveva condotto ricerche nel Sud Italia portando con sé un gruppo di ricercatori francesi facenti parte della scuola dove Giovanna in-

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segnava canto tradizionale italiano a Parigi. Da molto tempo l’Italia, anche in questo campo, è quasi assente nella preservazione dell’immenso patrimonio etnicomusicale che sarebbe un dovere morale salvare dall’oblio. La tradizione viene fatta vivere come qualcosa di appartenente ad un passato di povertà economica che va rimossa dall’inconscio collettivo. Strappando però le radici si perde l’identità e con essa il senso di appartenenza legato alla terra e alla cultura che ha prodotto il nostro canto tradizionale. Marina Pittau è un esempio vivente di questa situazione. Marina inizia a cantare nel 1982, imparando i canti tradizionali sardi che si eseguivano alle feste dei paesi e incominciando a elaborarli in maniera personale. L’incontro con dei ballerini parigini in Piemonte dà una svolta alla sua vita. La convincono a seguire un seminario di canto a Parigi dove invece dei tre mesi previsti rimane cinque anni. Incomincia là per gioco a suonare nel metrò. Viene notata e le vengono proposti dei concerti. Da lì comincia la sua carriera che in quel periodo culmina con la partecipazione alla trasmissione radiofonica organizzata da France Musique e France Culture che le dedicano un intero incontro che titolano “Une Sarde a Paris”. Poi incontra una cantante di Ginevra che le propone delle collaborazioni musicali. Si trasferisce allora a Ginevra, dove resta ben diciannove anni, studiando canto classico al Conservatoire Populaire de Musique. Da allora i concerti si moltiplicano e partecipa a diversi festival in Svizzera, Francia, Austria. Anche se di rado, tiene concerti in Sardegna e nel resto d’Italia. Anche quest’anno, a parte il concerto di Bosa, i suoi più importanti concerti sono stati e saranno all’estero (il prossimo al festival de Chexbres (Losanna) in novembre. E’ stato dunque un privilegio raro ascoltarla a Bosa. La sua voce intensa e la sua notevole maestria nel toccare la chitarra mi hanno trasmesso un’emozione profonda sia quando ha eseguito canti sardi e altresì quando ha cantato “La vie en rose” (per omaggiare gli ospiti transalpini presenti). Una sfida vinta considerando che era il cavallo di battaglia di Edith Piaf. Quando le ho chiesto un suo cd, la sua risposta è stata la conferma di quanto teniamo in conto il nostro patrimonio di musica tradizionale. I suoi due cd (di cui l’ultimo si intitola “Rajghinas”) si trovano solo in Francia e Svizzera e sono stati distribuiti poco in Italia. Lei stessa non ne aveva più. Qual è dunque il repertorio di Marina Pittau e quale il tema dei suoi canti? E’ lei stessa che me lo spiega evidenziando che, come sempre in tutte le tradizioni popolari, una parte è dedicata all’amore, poi ci sono i canti di lavoro, le ninne-nanne, le danze cantate, i canti religiosi. Ci si domanda allora come il canto eseguito in lingua sarda possa aver tanto affascinato un pubblico di lingua francese. La risposta va cercata nella particolarità

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della musica sarda che si avvicina a quella orientale e ai canti del deserto dove i particolari melismi fanno vibrare il pubblico trasmettendo un’emozione che lo fa entrare in una dimensione intima e introversa. Dunque non è il messaggio incomprensibile nella lingua sarda che passa ma la capacità di trasmettere un’emozione unica nelle corde archetipiche di ciascuno di noi che quel modo di cantare produce. Quando si pensa alla musica sarda al femminile l’accostamento va subito a Maria Carta ma la tecnica chitarristica molto personale e ad alto livello e il suo modo di modulare la voce la allontanano dall’icona del canto sardo anche se lei stessa ammette di esserne stata ispirata. Una particolarità che è emersa anche nel concerto di Bosa è stata quella di cantare suonando in contemporanea la trunfa, una specie di scacciapensieri (si veda un filmato in You Tube “Marina Pittau trio” nel quale esegue una sua composizione che, pur essendo “d’autore”, segue lo schema tradizionale. In You Tube anche altri canti). Ora Marina è tornata a vivere a Bosa per continuare le sue ricerche, sua fonte di ispirazione per creare le sue numerose composizioni (le ultime sono state per polifonia femminile). Ma è tornata perché tornare alla propria terra è comunque un modo di viaggiare nella conoscenza di sé stessi e rinnovare il patto con le proprie radici. ❖


Eventi 15 settembre, ore 22 - MiTo-SettembreMusica, Teatro Colosseo, Torino

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l concerto è anche un album, il primo di Tradalp, che da settembre sarà in vendita nello shop di Grand-mère. Secoli di musica, chilometri di territori, decine di strumenti e un gruppo di ventitré musicisti affiatati: questo è Tradalp. L’orchestra è diretta dal compositore e oboista Christian Thoma, e attraverso l’esperienza dei suoi componenti, che da decenni si dedicano con passione ed entusiasmo alla ricerca, Tradalp si evolve in una forma orchestrale. I musicisti provengono dalla Valle d’Aosta e dal Piemonte, valli occitane, valli francoprovenzali, valli biellesi e dal canavesano, e si esprimono con strumenti noti, come violini, clarinetti, chitarre, contrabbasso e percussioni, o più rari di estrazione popolare, come organetti diatonici, fisarmoniche, cornamuse, flauti, ocarine, pifferi e ghironde.

TRADALP ENTRA NEL MiTo!

Elettronica e tradizione nel nuovo album “Dalla parte del cervo” di Edaq «Abbiamo composto dei brani secondo il nostro gusto ed sperimentato una parte di contaminazione con l’elettronica: il nostro contrabbassista si occupa da anni di composizione elettronica». A raccontarsi è il gruppo Edaq e “Dalla parte del cervo” è il titolo del loro ultimo disco. E’ però facile trovarli nella piazze, in giro a suonare una tradizione musicale che in realtà non ha confini. Sono gli “Edaq”, vengono dalla zona tra Torino e Cuneo, sono un numero variabile da cinque a sei.

Festivals in Valle d’Aosta

Ci siamo. Nel senso che a settembre Grand-mère darà il proprio contributo ad alcune manifestazioni in Valle d’Aosta. Il Festival del Medioevo, ad esempio:

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Eventi

venerdì 22/09 saremo con Chemin de fer al Museo archeologico regionale per un pomeriggio musicale dedicato alle danze tradizionali. Prima, però, la musica tradizionale delle Alpi occidentali continua a fare scuola (e concerti). All’interno del Festival des peuples minoritaires (7-9/09) apriamo il concerto finale del sabato con docenti e allievi dell’ Ecoula de Mezeucca tradichonella, alla riscoperta delle tradizioni musicali della Valle d’Aosta e della Louisiana.

Si continua con l’ “Ecoula”:

23-25 novembre 2012 - stage di violino “Il violino nelle Alpi occidentali” - Pontboset (AO) - docenti: Rémy Boniface, Gabriele Ferrero 2-6 gennaio 2013 - stage d’improvvisazione e musica d’insieme - Saint-Nicolas (AO) - docenti: Vincent Boniface, Simone Bottasso, Christian Thoma

Prossimi appuntamenti ABNOBA

01/09 ore 21 - Valstagna (VI), Brintaal Celtic Festival, concerto

TRADALP

15/09 ore 22 - Torino, Teatro Colosseo, MiTo-SettembreMusica, concerto di presentazione del primo album.

TROUVEUR VALDOTEN 16/09 ore 21 - Chambery (Francia), concerto 29/09 giornata - Aymavilles (AO), animazione musicale 7/10 giornata - Saint-Jean de Maurienne (Francia), animazione musicale 20/10 ore 21 - Bourg-St-Maurice (Francia), concerto

ALTRI APPUNTAMENTI dal 17/10 al 21/10 Grand-mère - Thessaloniki (Grecia), Womex 12 dall’ 8/11 all’ 11/11 Grand-mère - Manresa (Spagna), Fira Mediterrània

dal 23/11 al 25/11 “Ecoula de Mezeucca Tradichonella” - stage di violino “Il violino nelle Alpi ocCHEMIN DE FER 22/09 ore 14:30 - Aosta, Museo Archeologico, stage cidentali” - Pontboset (AO) - docenti: Rémy Bonidi danze tradizionali face, Gabriele Ferrero 04/11 ore 14:30 - Milano, Folkaos, stage di danze della Val Varaita 04/11 ore 21 - Milano, Folkaos, bal folk 22/12 ore 21 - Torino, Ass. Piemonte Cultura, bal folk

dal 29/11 al 2/12 Grand-mère - Bari, Medimex

EDAQ

14/09 ore 21 - Villar San Costanzo (CN), bal folk 1/12 ore 21 - Torino, Ass. Piemonte Cultura, bal folk

L’ORAGE

29/09 ore 21 - Aosta, P.zza Severino Caveri, concerto

MAURA SUSANNA

09/09 ore 21 - Aosta, Teatro Romano, Festival des Peuples Minoritaires, concerto 15/09 - Jovençan, Maison des anciens remèdes, concerto

PITULARITA

14/09 ore 21 - Villar San Costanzo (CN), bal folk 17-18/11 - Berlino (Germania), bal folk + stage di musica d’insieme, stage di cornamusa

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GRAND-MERE Associazione Culturale Fraz. Proussaz, 24 11010 Rhêmes-Saint-Georges (AO) Valle d’Aosta - Italy info@grand-mere.it +39 340 3431828 www.grand-mere.it


Recensioni Viaggio tra i generi in ottima compagnia

IL DISCO DELL’ESTATE: TRAVELER DI JERRY DOUGLAS di Tommaso Giuntella

C

on il vento di settembre e le sue virate di temperatura e di colori la mente volge inevitabilmente il suo sguardo all’indietro. Tempo di rientro e di nuove stagioni, tempo di bilanci e di verifica del periodo fecondo che con malcelata nostalgia ci apprestiamo a salutare. L’estate dell’industria del disco si chiuderà idealmente il 24 settembre, quando i Mumphord & Sons rilasceranno Babel e ci faranno sapere se hanno conservato la loro freschezza o se la tentazione del pop li ha trascinati verso melodie commerciali, come il singolo omonimo lascia presagire. Nonostante le pesanti zavorre della crisi, l’estate del 2012 è stata costellata dall’uscita di nuovi album e di tante buone idee. Sul fronte della musica tradizionale procede l’esondazione verso il campo degli altri generi, con una schiera di artisti che vogliono rompere le strette frontiere del bluegrass e andare a conquistare nuove terre ed esportare la lingua delle quattro, cinque e sei corde. E’ il caso di quella che forse è l’uscita più interessante da giugno ad oggi: Traveler di Jerry Douglas. Vero e proprio buffet di generi musicali, Traveler offre all’ascoltatore una panoramica senza punti di riferimento – questa è forse l’unica pecca – che varia tra blues, celtica, bluegrass, folk, fino all’accensione del distortore in una sperimentazione rock che sembra esercitare sempre più fascino tra gli artisti picks & slide (si pensi all’evoluzione di Ben Harper).

Jerry Douglas, incoronato tre volte Musician of the year dalla Country Music Association e undici volte Artist of the year dalla Academy of Country Music, non ha certo bisogno di presentazioni, ma se proprio fosse necessario prenderemmo in prestito le parole di James Taylor, più che mai esaustive: “Jerry Douglas è il Mohammed Alì del dobro”. La stima di cui gode tra colleghi e appassionati l’ha portato a girare il mondo in una carriera a suo dire

“spesa conoscendo nuovi amici e prestando il mio sound ai loro” per aggiungere poi a proposito del suo ultimo lavoro “questa volta sono i miei amici ad essere saliti a bordo per prestarmi le loro voci”. Ed effettivamente Traveler vanta collaboratori del calibro di Eric Clapton, Marc Cohn, Keb’ Mo’, Mumford & Sons, Paul Simon e – immancabili – i compagni di una vita Alison Krauss & Union Station. Per non parlare dei backup stru-

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mentali di Sam Bush, Dr. John, Béla Fleck, Omar Hakim, and Del McCoury. L’album si apre con una sorpresa: l’esordio assoluto da lead vocal dello stesso Douglas :”Non ho mai avuto tanta paura in tutta la mia vita” ha dichiarato alla rivista Billboard. Il disco si apre infatti con On a monday, una prison tune di Leadbelly (rivista anche da Johnny Cash col nome di I got stri-

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Recensioni

pes), i cui suoni e le cui metriche sembrano arrivare direttamente dal country blues del Delta. Poi si attacca la spina con Something you got, un city blues che ospita (a dire il vero l’ospite gioca in casa ben più dell’ospitante) sua maestà Eric Clapton. Sparsi per il disco quattro inediti strumentali So Here We Are composta con Viktor Krauss e Omar Hakim, Gone to Fortingall, e – per i puristi del bluegrass - Duke and

Cookie, composta e suonata con Sam Bush, King Silkie, scritta con Dan Tyminksi e suonata con Charlie Cushman al banjo. I punti più alti toccati dall’album sono sapientemente distribuiti. Alla terza traccia si trova una chicca per gli amanti del genere: l’eccezionale versione di The Boxer in collaborazione con i Mumford & Sons e con la partecipazione dello stesso Paul Simon, veramente preziosa. La sesta traccia, High blood pressure, è un tripudio di blues, celebrato dall’inconfondibile piano di Dr. John, i fiati che giocano con la voce di Keb’ Mo’ e il padrone di casa che cede il dobro per la lap steel. Giunto alla traccia numero nove Jerry Douglas si prende un ispirato momento di solitudine e propone un medley di American Tune (Simon & Garfunkel) e Spain (Chick Corea) per poi ritrovare in Frozen Fields la voce che gli è più familiare, Alison Krauss con la sua Union Station. L’album è stato registrato tra Nashville, New Orleans, New York e Banbury (UK), “volevo dare luogo a un modo di intendere il sound diverso nelle persone che contribuivano nelle diverse città” ha confermato Douglas. Una migrazione ispirazionale per provare quella sensazione di alterità, di osservazione curiosa e affamata tipica del viaggiatore. “Questa era l’idea, uscire dalla mia comfort zone. Volevo andare il più lontano possibile dal bluegrass, sono riuscito a farlo fino all’ultima canzone. Volevo fare qualcosa di diverso, ho 56 anni, ho fatto tante cose nella mia vita, ma c’era questo prurito e volevo grattarlo”. Quando un artista fa qualcosa per il piacere di togliersi uno sfizio e ne esce una perla del calibro di Traveler è quasi il caso di parlare di benedizione. ❖


Argomenti “IL PERSONALE È POLITICO”: CANZONE FEMMINISTA E CANZONE DI DONNE

Prima parte

di Jean Guichard

1(*)

La canzone politica degli anni settanta è stata una canzone di uomini; i primi “cantautori” erano uomini. La “cre-

azione” è un affare sopratutto maschile; su questo punto, la pratica non si allontana molto dalla tesi dominante, a destra e a sinistra: essendo tutta l’energia creativa della donna diretta verso la maternità, è difficile creare in altre aree,

compresa la musica. Si conoscono molte donne che sono state “grandi musicisti”? Sentiamo dire, Dio è un uomo, la

Musica è una donna e quindi è un’attività di uomini! Capita che la donna sia interprete della musica (dell’uomo), ma lei poi ha, come Eva, una fragranza di peccato:

“Non metterti nelle mani di una donna, / per timore che lei prenda l’ascendente su di te. / Non andare incontro a una prostituta: / potresti cadere nelle sue trappole. / Non frequentare una cantante: / ti faresti incantare dai suoi artifici.” consigliava già l’Ecclesiastico (9, 2-4)2(74). Secondo la formula allora comunemente utilizzata, le donne, negli anni

settanta, si “riappropriano” della musica. Questo è il tempo della canzone “femminista” e delle compositrici : si

dovrà creare la parola di “cantautrice”3(75) e si comincerà a parlare di “canzone d’autrice”. Dal 1988, il Club Tenco

organizza a Verona, durante “l’Estate teatrale veronese”, una serie di concerti intitolata “La canzone d’autrice, la voce femminile autore nella canzone”.

La “questione femminile” e i movimenti femministi dopo il 1968

La canzone femminista appare in Italia dal 1972-1973, sotto l’impulso dei movimenti femministi, come si sono svi-

luppati dal 1968. Il femminismo aveva una lunga tradizione in Italia. Non appena compiuta l’unità d’Italia, le donne

si riunirono per formulare rivendicazioni volte a cambiare il loro status nella società; si parlava allora di “emancipa-

zione” della donna, e una battaglia fu combattuta già dal 1866 per la parità di istruzione, femminile e maschile, e per una scuola comune ad entrambi i sessi : il progetto di Anna Maria Mozzoni, Un passo avanti nella cultura femminile, si oppose a quello di Francesco De Sanctis, ministro della pubblica istruzione, favorevole a scuole superiori esclusi-

vamente femminili4(76); alla fine del XIX secolo e all’inizio del XX secolo, il movimento femminista si sviluppò in simbiosi con la tradizione repubblicana (sui temi dell’emancipazione sociale e politica) e con la tradizione socialista

(*) Quest’articolo è tradotto da un capitolo del Cahier IX di Jean Guichard, pubblicato dall’Associazione INIS (Italie Nord-Isère, 1 www.italienordisere.com) Histoire de la chanson italienne, Volume I, De la musique du Purgatoire de Dante … aux années ’70, datato settembre 2012. Questo spiega che le note del testo comincino al n. 74. La traduzione italiana è di Sophie Pornet. (74) Vedi il numero di Azione Musicale, n.18/19, autunno 1983, “Donne e musica”. 2 (75) Il Dizionario delle parole nuove (1964-1984) di Manlio Cortelazzo, Loescher, 1986, non integra ancora la parola, anche 3 nell’edizione del 1989, ma è già nella prima edizione del Robert e Signorelli (1981); è possibile datare la parola della fine degli anni settanta. (76) ) Cf. il libro di Gloria Chianese, Storia sociale della donna in Italia (1800-1980), Guida Editori, Napoli, 1980, che comprende 4 anche una bibliografia essenziale.

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Argomenti

(sui temi dell’uguaglianza economica e del lavoro), e le donne manifestarono una presenza attiva nelle lotte sociali

delle mondine, come in quelle delle operaie del tessile e delle maestre della scuola; la canzone rappresentò spesso il mezzo d’espressione privilegiato di quei movimenti5(77). Sotto l’influenza di femministe russe (Alessandra Kollontai)

e tedesche (Clara Zetkin), nel breve tempo che la rivoluzione del 1917 gli ha lasciato una possibilità di espressione, le prime donne italiane comuniste, tra cui Camilla Ravera, forzarono oltremodo le loro richieste, ponendo problemi quali quello delle «casalinghe», dell’ aborto e del diritto di voto femminile; allo stesso tempo si sviluppava un

movimento delle donne cattoliche chiaramente ostile all’ “emancipazione” delle donne, centrato sulla difesa della famiglia, - contro qualsiasi forma di contraccezione, contro l’aborto visto come un “infanticidio” - e che vincolava la donna al lavoro di casa, di maternità e di educazione dei bambini. Il fascismo insistette ancora di più sui temi propri

del movimento cattolico; il concetto della donna è senza dubbio uno dei punti nel quale la convergenza è stata la più profonda tra la Chiesa cattolica e il Fascismo : difesa della famiglia, esaltazione della funzione materna, rafforzamen-

to dell’autorità maschile, repressione della sessualità femminile a favore della “potenza virile italiana”, che potrà per altro essere esercitata liberamente nei bordelli di stato (il “ casino” dei film di Fellini 6(78)). Il risultato fu una riduzione

dell’ occupazione e dello stipendio femminile, ma paradossalmente l’adozione di misure di assistenza molto avanza-

te, tutela della maternità per le donne lavoratrici e lo sviluppo di organizzazioni femminili (Piccole Italiane, Giovani Italiane, Giovani fasciste, Donne fascisti, Massaie rurali, Fasci femminili) che organizzavano attività coreografiche

per la propaganda del regime. Il codice penale Rocco del 1930 sanzionava l’inferiorità della donna : procedimenti giudiziari per le donne in caso di adulterio (l’uomo poteva essere soggetto a procedimenti simili solo per “concubi-

nato noto”), pene ridotte per il “delitto d’onore”, reclusione per qualsiasi propaganda a favore della contraccezione, ecc. ma anche la condanna degli omosessuali (vedi film di Scola, Una giornata particolare). Gli accordi del Laterano nel 1929, stabilendo tra l’altro gli effetti civili del matrimonio religioso (fino alla revisione del 1984), hanno sigillato

il “Blocco clerico-fascista”, e il matrimonio religioso è diventato la pratica del 98% degli italiani. Nel febbraio 1958, il Vescovo di Prato, Monsignor Fiordelli denunciò in cattedra come “pubblici concubini” i coniugi Bellanti che avevano osato sposarsi secondo il rito civile, il suo intervento provocò una mobilitazione veemente delle forze cattoliche integraliste e delle forze della sinistra che alla fine ottennero una condanna del vescovo in tribunale.

La seconda guerra mondiale segnò una rottura: le donne tornarono a lavorare per sostituire gli uomini andati in guerra, parteciparono attivamente alla Resistenza antifascista, a fianco di uomini e alla pari di essi. Questo ha fatto

rivivere un movimento legato alle forze di sinistra: nel 1944 si costituisce l’Unione Donne Italiane (UDI), - vicino al PCI7(79), che si pronuncia immediatamente per l’uguaglianza politica delle donne (diritto di voto)8(80) e per l’emancipazione economica, contro il carovita e la speculazione sui prodotti alimentari (che aveva costretto molte donne a

prostituirsi durante l’avanzata delle truppe statunitensi, creando il fenomeno dei bambini neri napoletani ricordati (77) Si troveranno molti testi nell’antologia di Agata Curra, Giuseppe Vettori e Rosalba Vinci, Canti della protesta femminile, Newton 5 Compton Editori, 1977; una bibliografia, una discografia e abbondanti note che accompagnano i testi, purtroppo senza musica e che mischiano senza rigore canzoni delle mondine dell’ inizio del secolo, ballate popolari che non hanno nulla di una “protesta delle donne” come Donna lombarda e canzoni femministe degli anni settanta. (78) Il lavoro di Piero Meldini, Sposa e madre esemplare, Ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo, 6 Guaraldi ed., Rimini-Firenze, 1975, presenta un’antologia dei testi fascisti più importanti e una preziosa bibliografia. Può essere completato da Mussolini contro Freud, dello stesso autore sulla psicanalisi nelle pubblicazioni fasciste, Guaraldi ed., 1976, che illumina le teorie fasciste sulla sessualità. (79) Cf. vedi di Piero Meldini, Sposa e madre esemplare, Ideologia e politica della donna e della famiglia durante il fascismo, op. cit. 7 (80) Un decreto-legge del febbraio 1945 dà alle donne il diritto di voto e la costituzione repubblicana garantisce assoluta parità tra i 8 sessi (art. 3, 29, 37, 51).

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dalla canzone di E.A. Mario, su versi di E. Nicolardi, Tammurriata nera, 1944) ma anche per la parità di stipendio e contro i licenziamenti che cominciarono a toccare la mano d’opera femminile, dal momento in cui gli uomini furono

smobilitati. In risposta all’UDI, la Democrazia Cristiana, creò nel 1945 il Centro Italiano Femminile, che sviluppa il

tema della difesa della famiglia, nonché una rete di sostegno alle famiglie che si basa sulle potenti strutture parrocchiali; un altro tema ricorrente è quello della Vergine-Madre, difesa della verginità (come negazione della sessualità

femminile) e della maternità, che implica la lotta contro il divorzio, la contraccezione e l’aborto. Quelle che è impor-

tante per il nostro tema, è che l’UDI entra anche essa in questa problematica della famiglia; Il suo slogan del 1947 è

“Per una famiglia felice, pane e lavoro”; la donna, anche lavoratrice, rimane fondamentalmente “moglie e madre”, e il movimento comunista, seguendo la sua tradizione dominante, si rifiuta di prendere in considerazione il problema

delle donne altrimenti che come una dimensione subordinata della lotta di classe; la strategia di lotta delle donne sarà

dunque determinata dalle necessità della strategia generale del partito comunista e della sinistra. Questo significa che

si rifiuta di porre qualsiasi problema che riguardi le relazioni specifiche tra uomo e donna, cioè che coinvolga un ri-

ferimento alla sessualità; e infatti l’UDI aspetta a lungo per parlare, anche del divorzio e dell’aborto; la lotta di classe

richiedeva di “non dividere” gli attivisti sollevando questioni che potrebbero provocare delle rotture nelle coppie comuniste. La sinistra comunista sostiene e firma tutti i progetti di legge che negli anni cinquanta e sessanta, cambiano lo statuto delle donne, ma non ne prende l’iniziativa, lasciandola sia alla DC (che sviluppa i diritti della madre: legge

del 1950 di congedo per le donne incinte), sia ai socialisti e ai liberali (che stanno combattendo sulla contraccezione,

la prostituzione e il divorzio). Però, i problemi sono urgenti: un’indagine del 1952 ha rivelato la cifra di 800 000

aborti (clandestini) l’anno e il 2 gennaio1975, Pino Donizetti parla su Il Giorno di 2 000 000 di aborti all’anno;

nel 1953, il Parlamento è costretto ad abolire le leggi fasciste che vietavano la contraccezione; il 4 marzo 1958, è

votata la proposta di legge presentata da Lina Merlin, senatrice socialista, “per l’abolizione della prostituzione e la

lotta contro lo sfruttamento degli altri”, provvedendo così alla chiusura dei bordelli (istituiti da Cavour nel 1860), a rovescio dei modelli e del “senso comune” degli italiani (il 32% degli uomini rispondono sì alla domanda: “Hai

avuto rapporti sessuali con una prostituta?”). La prostituzione diventa “libera”, lo sfruttamento della prostituzione, l’adescamento e atti osceni in pubblico sono puniti dalla legge; questo sarà una fonte di rivendicazioni delle prostitute

italiane. Nel 1968, il Parlamento abolisce l’articolo 559 del codice penale, che puniva l’adulterio della moglie con la pena massima di due mesi di prigione. Leggi come quelle del 1963 che consentono l’accesso delle donne a tutte le professioni non sono però che di applicazione limata (solo alcune donne magistrati o capitani di nave), il peso della

mentalità tradizionale è gravoso, perfino nella testa degli attivisti di sinistra; stessa cosa si può dire della legislazione

come quella del maggio 1956 che stabilisce l’uguaglianza degli stipendi, o quella del 1962-63 contro il licenziamento di una donna per motivi di matrimonio, che furono combattute e poco applicate dai datori di lavoro.

La vera rottura ebbe luogo intorno al 1968, con la comparsa di un movimento femminista che si definisce dalla sua

“autonomia” e dalla volontà di fare della lotta delle donne la leva di una rivoluzione profonda della società italiana. Tutto quello che l’Italia aveva ancora di mentalità patriarcale, clericale e fascista è scosso in alcuni anni da un

sorprendente ribollire di idee, discussioni, rimessa in causa di tutte le “certezze” sulla donna, dalla sua situazione

economica alla sua sessualità, dal suo statuto sociale alla sua psicologia. Gruppi nascono un po’ ovunque, in tutti gli ambienti sociali, discutono e agiscono su tutti i problemi relativi alla condizione delle donne, il gruppo Demau

(Demistificazione Autoritarismo), nato nel 1966-7, che nel 1976 diventò il Gruppo Demistificazione Autoritarismo

patriarcale, i collettivi di donne del Movimento Studentesco romano (1969-70), Rivolta Femminile (1970) che poi forma i collettivi di Lotta femminista, il Fronte Italiano di liberazione femminile (1970), che pubblica la rivista il

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Quarto mondo da marzo 1971, i Gruppi femminili di Trento (1971), il Comitato per lo stipendio al lavoro domestico di Padova (1971), il Comitato femminista di Bologna, il Movimento femminista romano (1971); ma il movimento

più importante, almeno in campo politico, fu l’ M.L.D. (Movimento di Liberazione della Donna) che nasce nel 1969 nell’ambito del Partito Radicale e delle idee del 1968, alimentate anche dalla conoscenza dei testi femministi francesi

ed americani. L’M.L.D. avrà anche un ruolo di coordinamento, che rese possibile l’organizzazione di grandi manifestazioni femministe, conosciute da pochi paesi occidentali, tra cui quella dell’8 marzo 19749(81).

L’”autonomia” del movimento ha un significato specifico : tener conto della specificità della realtà femminile, per aprire la prospettiva non di un “separatismo” delle donne, ma d’una dialettica in una sinistra vecchia e nuova e di un movimento rivoluzionario che spesso ha risposto alle pretese femministe “con l’opportunismo o con la violenza

fisica razionalmente predeterminata e politicamente”giustificata”, perché era contrassegnato da una concezione

del comunismo e dell’attivismo fatta di terrorismo e di moralismo ideologico”10(82). Non si tratta per il movimento

femminista, di “inserire” le donne nella società di oggi, vale a dire di sottometterle ad uno sfruttamento “uguale” a quello degli uomini, ma di superare questa società, di trasformarla in un mondo dove “rapporti sessuali liberi e uguali” saranno il segno di rapporti umani liberati di logiche di appropriazione e potere:

“La battaglia per la liberazione delle donne non è una semplice appendice alla lotta di classe, un argomento specifico di più, ma una vera e propria rivoluzione culturale (sottolineato nel testo) capace di

rimettere in discussione la dicotomia tra vita e politica e di mettere a nudo, - attraverso le tematiche della famiglia, delle relazioni tra i sessi, della storicità dei bisogni e della qualità della vita -, la sclerosi teorica che paralizza la maggior parte della vecchia e della nuova sinistra contrassegnata dal positivismo canonizzato dalla Seconda Internazionale”11(83).

Il movimento femminista rilancia così in Italia una forma di utopia rivoluzionaria, nella misura in cui non si propone

“di emancipare” le donne all’interno della realtà esistente, ma di creare un’altra realtà dove uomini e donne siano

“liberati”. In questo, sconvolge più certezze ben radicate dell’Italia di sinistra e dell’Italia cattolica, che non ne destabilizzerà mai il terrorismo politico. Vita e politica si intersecano, problemi dell’individuo e problemi sociali convergono, il “personale” è “politico”, secondo una formula che appare allora12(84). La società italiana non ha smesso

di vivere le conseguenze di questo vacillare del suo vecchio substrato ideologico. Nell’immediato, la classe politica deve concedere al movimento una certo numero di riforme, di cui la prima è il voto della legge che istituisce il divorzio, il 1° dicembre 1970, con 319 voti contro 286. (democristiani e neo-fascisti, che tenteranno invano di abrogare

la legge con il referendum popolare del 12 maggio 1974, nel quale il 54,26% dei voti espressi confermano, da Nord

a Sud, l’approvazione della legge da parte degli italiani13(85)); nel 1975, il Parlamento adotta il nuovo Codice della (81) Molti testi di questi movimenti sono stati raccolti nell’antologia di Rosalba Spagnoletti, I movimenti femministi in Italia, Savelli, 9 1971, 1974 (2a edizione), 1976 (3° edizione). Vedi anche: Catalogo delle monografie sulla problematica femminile, pubblicato dal Centro di Documentazione e Informazione femminile (D.I.F.) di Torino, maggio 1988. (82) R. Spagnoletti, op. cit., introduzione alla terza edizione, pp.7–29-8. 10 (83) ) Ibid. Introduzione alla 2a edizione, pp.16-17. Nel 1984, durante il VII Congresso delle donne comuniste, Enrico Berlinguer deve 11 ancora riconoscere che troppo «maschilismo» ingombra ancora la coscienza dei comunisti (Stampa sera, 5 marzo 1984). (84) ) titolo, tra gli altri del lavoro collettivo: Lotta femminista, Il personale è politico, Musolini, Torino, 1973. 12 (85) Ma molte femministe vedono allora il «piccolo divorzio» proposto dai socialisti e i liberali come un « trapianto fatto al matrimonio 13 per rafforzare l’istituzione”. Ma Pasolini pubblica il 19 gennaio 1975, un articolo nel Corriere della Sera dove respinge fondamentalmente i motivi dati in favore del’aborto dai suoi amici radicali: la loro problematica di legalizzazione dell’aborto, dice, porta ad integrare la sessualità

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Famiglia, copiato sul modello francese, che stabilisce l’uguaglianza dell’uomo e della donna nella coppia e limita

così il potere del padre (sulla proprietà della famiglia, sull’educazione dei bambini; il nome del padre cessa di essere per forza quello della moglie e dei figli, ecc.); nel giugno 1978, la legge 194 legalizza l’aborto in un testo ispirato a quello della legge francese (legge Weill del 17/01/1975)14(86); nel 1981, è abolito l’articolo 587 del Codice Penale che legalizzava il concetto giuridico di “delitto d’onore”; dal 1984 il Parlamento ha affrontato vari progetti di legislazione atti a punire tutte le forme di violenza sessuale contro le donne e contro i bambini, (raggiungendo l’approvazione de-

finitiva della legge solo nel1996). Va ricordato infatti che lo stupro era un comune modo per imporre un matrimonio con una giovane donna nel Sud Italia : rapita, “disonorata”, la ragazza doveva scegliere tra il matrimonio e l’esclusione; una ragazza siciliana, Franca Viola, fu la prima a rifiutare il “matrimonio riparatore” e ad ottenere l’arresto del

suo aggressore, giovane ricco e influente del villaggio; Di conseguenza ella fu costretta a vivere in esilio a Bologna con la sua famiglia. Era nel 1965.

Questo è il terreno su cui si sviluppa la canzone femminista.

L’immagine della donna nella canzone femminista

Questa congiunzione tra “vita e politica”, questa coscienza che i problemi più intimi di una donna hanno dimensioni politiche e sociali danno alla canzone femminista degli anni 70 un’ importanza eccezionale; in fondo canta l’amore, nelle sue delusioni, le sue sofferenze, le sue difficoltà quotidiane, nel confronto con il potere sessuale dell’uomo, che

è anche potere sociale e politico; canta quello che è sempre stato il tema della canzone, ma ora è l’amore vissuto ogni giorno, detto senza alcun pregiudizio, e che parla di godimento, di clitoride, di pene e di vagina, di gravidanza, di par-

to, del trauma dell’aborto, del divorzio, della prostituzione, dell’ omosessualità e di sogno di un mondo trasformato dove sarà infine possibile amare. Siamo cosi lontano da Sanremo che dalla canzone politica; utilizzando tutti i tipi di

musica, dalla canzone popolare all’ inno socialista, dal canto religioso ad una sorta di “recitar cantando”, secondo la

natura del testo, la canzone femminista crea forme che i mezzi di comunicazione hanno ignorato, ma che hanno “li-

berato” la canzone dall’amore democristiano e dalla dittatura del proletariato; la via è aperta ad una nuova canzone di

donna e ad un’altra canzone di uomo. Si può articolare così la tematica dei cantautori femministe: situazione storica della donna, questione della coppia e del potere dell’uomo, prospettive di liberazione15(87).

nel conformismo e nella prospettiva della società “di consumo” (Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti, in: Scritti corsari, Garzanti, 1975, pp. 123-131). (86) Ma Pasolini pubblica il 19 gennaio 1975, un articolo nel Corriere della Sera dove respinge fondamentalmente i motivi dati 14 in favore del’aborto dai suoi amici radicali: la loro problematica di legalizzazione dell’aborto, dice, porta ad integrare la sessualità nel conformismo e nella prospettiva della società “di consumo” (Il coito, l’aborto, la falsa tolleranza del potere, il conformismo dei progressisti, in: Scritti corsari, Garzanti, 1975, pp. 123-131). (87) La maggior parte della produzione diretta di gruppi femministi è raccolta in 5 dischi indicati con il loro numero: 15 Disco 1: Canti di donne in lotta: voce: Rosalba Sciaulino, Laura Morato, Luisa e Lucia Basso (Il canzoniere femminista - gruppo musicale del comitato per il salario al lavoro domestico di Padova). La maggior parte dei testi sono da Maria Pia Turri e lemusiche da Laura Morato, eccetto Prologo, Noi siamo stufe (Mov. femminista romano), Canzone di strada (vecchia canzone americana), La malcontenta (ninna nanna Toscana nel XVIII secolo) e Avete mai guardato (Amalia Goffredo). (Vedette, zodiaco, VPA 8259) 1974. Prologo, Siamo stufe, E la mi’ mamma, Canzone di strada, Divento mata, Avete mai guardato, Il parto, Noi donne, Bambini pianificati, Il divorzio, La malcontenta, Aborto di stato, Stornello per i compagni, Stato padroni... Disco 2: Siamo in tante...: (a cura di Yuki Maraini) chant: Amalia Goffredo, Antonietta Laterza, Yuki Maraini, Sara Poli, Fufi Sonnino (Savelli, LP 002): La Marta, 8 marzo, Bella ciao, Dirindina la malcontenta, La monachella, Bell’uselin del bosch, Siamo in tante, La segretaria, Avete mai guardato, La leggenda di Clotiride, Se ero io, Ma verrà un giorno

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Una maledizione storica: la donna peccatrice e strega

Una canzone spesso ripresa è una ninna nanna toscana del Settecento, raccolta nella Maremma da Caterina Bueno, ed è La malcontenta, un’ immagine che confronta la vita buona vissuta dal padre (lui esce, va al bar, beve, mangia anche carne) alla dura vita della madre che non fa che lavorare giorno e notte, lavora a maglia, cura i bambini. Questo potrebbe essere il destino di una donna povera e mal sposata di una volta, ma diventa il simbolo della vita di tutte le

donne di oggi, dedicate al lavoro della casa e ai figli, vera serva dell’uomo. L’immagine era semplicistica ma efficace, dava una dimensione storica alla situazione della donna contemporanea : essere mal sposata non è un’avventura individuale, è quello che aspetta qualsiasi donna nel matrimonio: lavoro a maglia, cura dei bambini.

Dirindina la malcontenta / babbo gode mamma stenta / Babbo va all’osteria / mamma tribola tuttavia / Babbo mangia l’erbe cotte / mamma tribola giorno e notte / Babbo mangia e beve vino / mamma tribola col cittino / Babbo mangia li fagioli / mamma tribola coi figlioli / Babbo mangia il baccalà / mamma tribola a tutt’and / Babbo mangia le polpet /mamma fa delle crocette* / Dirindina la malcontenta / babbo gode mamma stenta.

Il tema è ripreso nella Storia di una cosa (disco 4), la prima canzone scritta dal collettivo del Movimento femminista

romano nel 1972; richiama una delle fonti della maledizione : una figlia non permette di trasmettere il cognome della

famiglia, e riprende il tema dell’educazione delle ragazze, che Elena Gianini Belotti aveva sintetizzato nel suo libro

Dalla parte delle bambine (Feltrinelli Milano, 22 ed., 1972): la bambola è l’arma con la quale la società determina la bambina al suo futuro ruolo di moglie, madre e serva; infine la donna è l’essere del peccato, un altro tema ricorrente:

“sin dai tempi della mela”, è sempre attraverso la donna che il peccato entrò nel mondo. Negli anni settanta, la lettura

letterale della Genesi è ancora molto dominante non solo negli ambienti cattolici ma nella mentalità degli italiani, e la

storia della “mela”, - il peccato originale inteso come peccato della “carne”, come esercizio della sessualità - circola ancora, “passa sul corpo della donna”, incontrollata come una barca “senza vela”:

E’la storia di una cosa / nata sotto un fiocco rosa / lo volevano celeste // per paura della peste / il cognome di famiglia / non continua se è una figlia / bando alla malinconia / vi terrà compagnia // Donna donna come hai potuto amare / Donna donna se questo per te fu amore / La tua bambola fu l’arma / che inventò la vocazione / d’esser sposa d’esser madre / di servire ad un padrone / il peccato ti prescelse / sin dal tempo della mela / sul tuo corpo ancora passa / questa storia senza vela // Donna donna quando potrai amare / Donna donna il mondo potrà cambiare La responsabilità di questa maledizione viene quindi rimandata ad una tradizione cristiana, volgarizzata e malcompresa, ma ancora dominante nella formazione religiosa. Il Disco 1 si apre con un Prologo costituito da testi della

Disco 3: Alle sorelle ritrovate: voce: Antonietta Laterza. Testi e musica di Antonietta Laterza tranne La malcontenta e Noi siamo stufe (femminista movimento romano) (Cramps, CRSLP 5201/1), 1975: Simona, Cara madre, Aborto sacrificio, Onirica, Mariarosa, Se ero io, La malcontenta, La montagna, Mia dolce signora, Cento migliaia di anni, Dovevo dimostrare, Il complesso, Noi siamo stufe Disco 4: Canti di donne in lotta: voce: Yuki Maraini e Fufi Sonnino, del Movimento femministe romano. Testi e musica di Fufi Sonnino, tranne 8 marzo e Ma verrà un giorno di Dacia e Yuki Maraini (dischi dello Zodiaco, VPA 8307, 1976): Felicità, Una donna nella tua vita, Il mestiere più antico, Abortire, 8 marzo, Ma verrà un giorno, Amore, Umanità, Storia di una cosa, Tango della femminista, Frigida, Mi guardo in uno specchio. Disco 5: Amore e potere: voce: Paola Bondi, Maria Teresa Furlanis, Laura Morato, Rosalba Sciaulino (Il canzoniere femminista). Testi di Maria Pia Turri, musiche di Laura Morato (Discchi dello zodiaco, VPA 8376, maggio 1977): C’era una volta, Basta sorrisi a comando, Sei nato, 1° maggio, Abbiamo lottato ogni giorno, Donne prendiamoci la gioia, Tante cose, Le madri, Io sono una donna, Prostituzione, Siamo tante siamo belle, Amore e potere.

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Genesi, e della Lettera di San Paolo agli Efesini, cantato sull’aria del Veni Creator, ma la frase “l’uomo è il capo della

moglie come Cristo è il capo della Chiesa” è anche ripresa nell’ enciclica “Arcanum divinae sapientiae” di Leone XIII

(10 febbraio 1880) e continuava a consacrare la superiorità dell’uomo, l’autorità del padre. Ma un altro riferimento storico appare spesso nelle canzoni femministe, quello delle streghe. “Le streghe sono tornate” era uno degli slogan

della protesta femminista. Joyce Lussu pubblica nel 1976 Padre, padrone, padreterno (Mazzotta Ed.) dove spiega la caccia alle streghe nel XIV secolo dalla necessità di trovare capri espiatori della crisi agraria che accompagna la cre-

scita delle città e la volontà di eliminare quelle che erano la custodia della vecchia cultura contadina, dei culti rurali

di fertilità e anche quelle che controllavano le nascite nei villaggi, esercitavano la chiaroveggenza e la cura medica e

pertanto erano un contropotere medicale, sessuale e religioso che non poteva accettare né la Chiesa né la borghesia

comunale; le “streghe” saranno dunque accusate di eresia e rapporti sessuali con il diavolo e bruciate vive in pubblica piazza. Le femministe si presentano come le nuove streghe; era un modo per denunciare il potere maschile e di dare

alla lotta un fondamento storico nella cultura popolare : già dal XIV al XVII secolo, la borghesia aveva scelto, con la

complicità della Chiesa, di massacrare decine di migliaia di donne (alcuni storici vanno a 9 milioni e mezzo16(88)) per

vietare qualsiasi controllo delle nascite e compensare la perdita di manodopera dovuta in particolare alle grandi epidemie di peste; le donne e la loro cultura erano sacrificate alle esigenze della società comunale, come lo sono oggi a

quelle della società industriale. Le streghe forniscono il tema di diverse canzoni che appaiono come storie fantastiche,

favole, dove la fantasia e la poesia sono più importanti : si tratta di liberare la “strega” che dorme in ogni donna, cioè il sogno che lei porta in sé di un mondo diverso e che le streghe realizzavano nel “volo”, che prendevano per andare nelle riunioni di donne del “Sabbath”. La leggenda di Clotiride (disco 2) è la prima di queste favole.

Racconta una leggenda di Clotiride, / Fanciulla mezzo fiore e mezza dea / c’era chi sognò che lei / sembrasse un’orchidea / e chi giurava avesse / il color dell’azalea. // Viveva in mezzo al bosco, in un cespuglio / tra morbide pareti d’erba voglio, / beveva solo l’acqua dell’amore, / beveva insieme a chi gliene sapesse offrire. // Ad ogni suo abbandono alla gioia, / ad ogni suo fremere di ciglia / spuntavano a colori / le gocci di rugiada, / antiche melodie / scendevano per strada. / Ma, come in ogni favola felice, / anche per Clotiride si dice / che ebbe un lungo sonno di dolore; / le chiusero le porte del suo amato amore. / E nacquero milioni di bambini / senza che Cloriride sapesse, / erano tutti uguali, / sciuparono il suo bosco / convinti dal furore. // Ma il bacio delle labbra di una fanciulla / mandata chiaramente dalla luna / sciolse in un lungo pianto / il suo lungo soffrire / e come rugiada al vento / di nuovo scese amore. / Quel bacio lei lo ricordò per sempre / specchiandosi nel cerchio della luna, / lo raccontò alle stelle e furono più belle, / lo raccontò alla vita che era rifiorita.

Racconta una leggenda di Clotiride...

Un’altra favola racconta una storia di «principe azzurro», che si trasforma in un orribile tiranno e sequestra la moglie per farle provare il suo amore per lui con i suoi lavori casalinghi : ordinare una montagna di segale e grano, la filatura di una montagna di lana, infilare perle di lacrime e di sangue. Quando il re torna, non la trova, ma vede volare fra le stelle migliaia di streghe (C’era una volta, disco 5).

(88) La cifra di 9,5 milioni è data nel 1843 da Soldan, sulla base delle ricerche anteriori degli storici tedeschi, ma lo giudica « un 16 po’ troppo alto » (Cf. W.G. Soldan, Geschichte der Hexenprozesse aus den Quellen dargestellt, Stuttgart, 1843; edizione rivista da H. Heppe nel 1880 e rivista da M. Bauer, Munich, 1972). Sul complesso del problema, ved.: AA. VV., La stregoneria in Europa, Il Mulino, 1975 (Bibliografia), e per l’Italia, Carlo Ginsburg, I Benandanti, stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento, G. Einaudi, Torino, 1966, e Il formaggio e i vermi, il cosmo di un mugnaio del ‘500, Einaudi, 1976; Francesco Bolzoni, Le streghe in Italia, Cappelli, 1963; Marcello Craveri, Sante e streghe. Biografie e documenti dal XIV al XVII secolo, Feltrinelli, 1980.

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C’era una volta una donna / molto era giovane e bella / il principe azzurro un bel giorno arrivò / sul suo cavallo bianco la portò. La portò via lontano / per boschi e foreste la tenne per la mano / ed al castello alla fine arrivò / era tutto di ferro e lei tremò. In una stanza segreta lui la portò / le diede una bacio e disse : « Io ti amerò / se tutto questo per me tu farai / ed il tuo amor così mi proverai ». Di segala e grano un monte alto c’era laggiù / che figli e nipoti ci potevano mangiare / che per cent’anni avrebbero campato / grano a grano lei l’avrebbe separato. Bianca come i capelli di una vecchia che per cent’anni / tra mille pene la sua vita ha consumato / di lana un monte c’era in quella stanza / lei lo guardò e perse ogni speranza. Ma di terrore fu poi invasa tutta / quando al terzo mucchio gettò un’occhiata / lacrime e sangue insieme mescolate / perle da infilare erano ammucchiate. Si voltò indietro ma la porta era chiusa / il re del castello l’aveva lasciata sola / sgomento e pianto il cuore le gonfiò / con tutta la sua anima si ribellò ! Ritornò poi il re che la notte era già scura / grande fu il suo stupore quando vide che lei non c’era / un brivido gli corse sotto la pelle / mille e mille streghe volavano tra le stelle. A volte, dal tema della strega, Antonietta Laterza passa al mito della «Grande madre» originale, in Mariarosa (disco

3); Mariarosa, “distesa sul lato / come una cellula senza origine”, è quella che “protegge i deboli / e punisce i padri che violentano le madri”.

Nei giorni di nebbia / distribuisce monetine d’oro / e quando vola in cielo / i bambini le sorridono / Mariarosa gallegia nel / primo ricordo / è la Grande Madre. Un’altra favola è quella della Montagna (disco 3): in una montagna “ai fianchi senza età”, c’era una città, fabbriche,

banche, “spazi di lavoro e di lamenti”, in città c’era una casa “dove le ore ripetevano la stessa cosa”, nella casa c’era una donna “piena di desideri e di tristezza sotto la gonna”, nella donna un sogno e nel sogno il desiderio di rovesciare la montagna, città e casa.

Dentro la donna c’era / un sogno struggente e antico / come il mondo / Dentro il sogno c’era la voglia / ancora fissa nella memoria / di far crollare la montagna / città e casa con tutto quanto / giù nella valle del passato / anche tu ci avevi pensato! Che la donna quindi gridi il suo sogno, nel vento che gioca sulla città. La canzone traccia cosi un movimento discen-

dente verso l’interiorità della donna, che è in una volta il suo sesso e il sogno che vive in lei; e di questa discesa in sé, la donna troverà la forza per avviare un movimento contrario, un rimbalzo verso l’aria aperta quando lei avrà compiuto il suo sogno di far saltare quello che la rinchiundeva, casa, città, montagna : una sorta di viaggio di iniziazione, di

discesa all’inferno, ascensione verso il paradiso, crollo della montagna (il Purgatorio?). in cui la donna sarebbe la sua propria Beatrice e il proprio Virgilio. «Corro nel paradiso della mia liberazione,” dice un’altra canzone di Antonietta Laterza (Dovevo dimostrare, disco 3).

Tale è la storia della donna raccontata dalla canzone femminista : nella sua memoria ci sono centomila anni, ma gli uomini vogliono che lei si ritenga una bambina; il suo sangue è considerato “impuro”, ma è la fonte della vita, e

“corre come un torrente che sottolinea la mia bellezza”; gli uomini hanno versato il suo sangue sulle pire funerarie, e pugnalano il suo corpo “per l’onore di possederla”, come un giocattolo nelle loro mani (vedi l’analisi di La bambola

di Patty Pravo); e oggi la donna subisce di nuovo l’agonia della ruota, quella del progresso che decide ciò che è pos-

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sibile e ciò che è impossibile: “Dopo centomila anni / ricomincia la nostra storia”, racconta Centomigliaia d’anni (disco 3) di Antonietta Laterza :

Centomigliaia di anni / sono la mia memoria / ma vogliono / che mi creda una bambina / E’ impuro questo sangue / che serve a generare la vita / scorre come un torrente / che sottolinea la mia bellezza. / Questo sangue è stato versato / troppo facilmente. / Sono sacrifici / che non hanno tempio / i nostri corpi arsi su un rogo / trafitti da un pugnale / per l’onore di possederci / sbrindellati nelle viscere / come pezzi di un giocattolo / smontato / Centomigliaia di cose / mi vengono in mente / a ferire il silenzio / di questa congiura / Da oggi con le mani / bisognerà graffiare / nel profondo dei cervelli / con i piedi occupare / l’orlo della terra / insistere con la voce / fino alla via lattea. / Con tutto ciò / non ci negheremo / la ruota dentata / del progresso né la fantasia / che ridistribuisce / il possibile dall’impossibile. / Dopo centomigliaia di anni E’ nella famiglia, nella coppia, nel rapporto sessuale tra uomo e donna che si gioca quotidianamente il dramma di questa storia..

Storie di prostituzione, di aborto, di parto e di potere

Il sogno della donna è un desiderio di amore: “Ero innamorata dell’ amore,” scrive e canta Antonietta Laterza; ma

questo “paradiso”, questo “cielo” non resistono alle costrizioni che sono quelle della sessualità maschile : “l’amore è spirituale, l’oppressione è materiale”. Perché la donna (bambina) si deve giustificare agli occhi dell’uomo, mostrare

“che conta come donna”, cioè deve fingere di regolare il suo godimento su quello dell’ uomo, per essere uguale a lui, essere uguale ai suoi occhi; ma questo rapporto sessuale non è “la realtà dell’illusione”, non realizza il sogno d’amore. La

donna deve pertanto liberarsi da questa relazione illusoria, cercare la sicurezza in sé, “liberarsi” invece di “emanciparsi”, che implica ancora il riconoscimento di un potere, di una superiorità dell’ Altro17(89): “Non voglio più mostrare che conto

come donna”, “ti giuro che sorriderò il giorno in cui ti lascerò.” Questo è il tema di Dovevo dimostrare (disco 3): Credo d’aver sognato / la prima volta che mi hai baciato / Ti ho detto ho goduto / la prima volta che ho ceduto / Rit.: Dovevo dimostrare / come donna di contare / sembrava la realtà di un’illusione / ma questo paradiso è / diventato una prigione / Più che della tua faccia o del tuo cuore / innamorata ero dell’amore / In cielo l’esistenza / sulla terra la penitenza / L’amore è spirituale / l’oppressione è materiale. / Rit.: Dovevo dimostrare... / Non voglio più mentire / quando fingo di venire / Non voglio dir va bene / ogni volta che ti conviene / Ora la sicurezza / la cerco in me stessa / Giuro sorriderò / il giorno che ti lascerò / Non voglio dimostrare / come donna di contare / Ti lascio la realtà della tua illusione / io corro nel paradiso della / mia liberazione!

La sottomissione sessuale delle donne, - il masochismo che si adatta all’oppressione sessuale dall’uomo - è uno dei

temi più forti delle canzoni femministe; è descritta in Mia dolce signora (disco 3) di Antonietta Laterza, con una cru-

(89) Vedi testo del MLD in Notizie radicali n 92-1970: “Non si tratta di un movimento di “emancipazione” della donna dall’uomo.... 17 È infatti possibile di emancipare qualcuno da qualcun altro sooe se quest’ultimo è superiore. Non si tratta nemmeno di un movimento per “l’integrazione” delle donne nel sistema di valori e di strutture di potere oggi esistenti. Il movimento si propone invece di combattere e superare l’oppressione specifica delle donne attraverso la sua liberazione “dal sistema patriarcale”, ponendosi all’interno del movimento più generale che tende alla disgregazione del potere e dei poteri per una più autentica liberazione umana” (citato in: R. Spagnoletti, op. cit., p. 78).

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dezza di linguaggio rara nella canzone, sottolineata dal contrasto con il frase/ritornello : “Mia dolce signora” (“Capezzoli da masticare”, “gambe a piegare / un po ‘ per penetrare nel pelo ricciuto”, “hai accarezzato maschi voraci

dalla lingua secca come il loro cervello”, “che i maschi vomitino il potere dell’uccello, ecc.); la donna deve subire “il ricatto alla povertà”, la passione è un “pretesto”, il sesso è la “negazione di una vita di sole”? Questa è la “notte” della donna; deve gridare che è finito :

Mia dolce signora... / Offri di sbieco la tua / immagine calda e camuffata / Merce speciale per il frustrato di turno / I capezzoli da morsicare / Le gambe da piegare / Poco per penetrare / nel pelo ricciuto / Hanno voluto il tuo corpo / carne da macello / Per salvare la famiglia / hai accarezzato / Maschi voraci dalla lingua / secca come il loro cervello In queste condizioni, il rapporto di coppia non è altro che il rovescio della prostituzione, la sua faccia privata.

Nel 1973, le femministe romane dedicano uno deile prime canzoni alle “sorelle prostitute”, Il mestiere più antico (disco 4):

Per te canterò / donna che hai il mestiere / più antico del mondo / io mi sento migliore di te / perché ho solo un letto e chi / protegge il mio corpo e poi lo pretende // Tu sei la perdizione / io la virtù / tu il peccato io l’angelo / due facce della stessa sciocca medaglia / la stessa moneta che compra i nostri corpi / sul marciapiede o davanti all’altar // Ma cosa è il corpo mio il corpo tuo il corpo d’ogni donna / Ma cosa è il corpo mio il corpo tuo il corpo d’ogni donna // E’ fabbrica di figli per la fabbrica / è fabbrica di figli per la guerra / è fabbrica di un piacere che non ci guarda / donna, al mondo tu non hai vissuto mai / il mondo non ha vissuto mai. Una si prostituisce a tutti, l’altra al marito, ma, sul marciapiede o davanti all’altare, la relazione è la stessa, un rapporto di denaro e di potere (“ricatto all’ indigenza”): il corpo della donna è ancora uno strumento per produrre figli per la fabbrica e per la guerra, per fornire un piacere che è soltanto quello dell’uomo. «Il mondo non ha mai vissuto», perché la donna non aveva mai vissuto finora. L’umanità vivrà in quella preistoria fino a quando la donna avrà uno

status d’oppressione. Il tema della prostituzione torna in Prostituzione (disc 5) di Laura Morato, scritta nel 1975 durante lo sciopero e le occupazioni delle chiese di prostitute francesi; le prostitute sono definite come “le operaie del

marciapiede” che vendono a basso prezzo ‘le braccia, l’utero e il sorriso”; ma la loro condizione è in realtà quella di tutte le donne : cercavano l’amore, hanno ricevuto dallo stato soltanto schiavitù e chiusura.

Ma l’alienazione della donna non si limita al momento del rapporto sessuale, si estende al tutta la sua esistenza,

perchè essa deve sopportare da sola le conseguenze dell’amore, gravidanza, aborto o parto. La contraddizione del-

la gravidanza è la stessa di quella dell’amore : la donna desidera e ama la sua gravidanza; gli autori delle canzoni femministe non rinnegano come tale la maternità; quello da cui le donne dovrebbero essere liberate, è la maternità

come “vocazione” esclusiva, è la riduzione al ruolo di “pancia”, strumento che fabbrica la mano d’opera e i soldati o strumento di piacere che, accidentalmente, produce un bambino non voluto. I testi femministi notano spesso che

le donne italiane hanno in media due figli nella loro vita (meno nel 1991). cioè la maternità occupa solo due anni sulle settanta che possono sperare di vivere : è poco per farne LA vocazione della donna. Tanto più che la maternità è socialmente considerata in una volta come un dovere di donna e come un’ inferiorità, causa di assenza dal lavoro, di bassa produttività, ecc. È verissimo che la donna assume ben sola le conseguenze dell’amore.

E prima l’ amore ha per conseguenza l’aborto. Le femministe su questo punto sono quasi d’accordo con Pasolini : l’aborto è considerato, se non come “infanticidio”, almeno come un trauma irreparabile. Antonietta Laterza lo spie-

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ga in una delle sue canzoni, Aborto-sacrificio (disco 3), in forma di favola-ninna nanna, che narra il dramma di una donna “consegnata come un fiore senza terra al medico-padre-liberatore-oppressore”, dopo essere stata “vittima e complice di un orgasmo velato di solitudine, mentre geme la terra sotto lo spruzzo del diavolo”, in un “abbraccio as-

surdo”, dopo il quale “una vita senza occhi ne mani si è nascosta nelle mie viscere”. Nessun testo sull’aborto - tranne

quello di Guccini - ha una tale forza di evocazione e di denuncia implicita di quello che porta: “il fragile accordo di un pomeriggio” consumato senza precauzioni contraccettive.

Ninna oh ninna oh / questo bimbo a chi lo do / lo darò al lupo nero / che lo tiene un anno intero. / Ora che ho seppellito l’urlo / sotto il forcipe sghembo / e lasciato il singhiozzo / oltre il cancello posso / raccontare questa storia / senza inizio e senza fine / mai risolta eppur viva / come una patata bollente. / Un’intesa fragile / di pomeriggio incrina / la mia rabbia di donna / e mi ritrovo vittima / e complice di un orgasmo / sfocato di solitudine / mentre geme la terra / sotto lo spruzzo del diavolo. / Mi ricordo di avere vomitato / e senza un lamento una vita / senza occhi e senza mani / si è nascosta nelle mie viscere. / Rifiutata dalla coscienza / dal brivido di bambole / spente / la maternità mi ha inseguita / col suo sorriso gioviale in un / abbraccio assurdo io l’ho / rinchiusa in una pentola / di rame e il vento / ne ha disperso l’esistenza... / Ninna oh ninna oh / questo bimbo a chi lo do / lo darò al lupo nero / che lo tiene un anno intero / lo darò al lupo bianco / che lo tiene tanto tanto / lo darò alla befana / che lo tiene una settimana / lo darò alla sua mamma... / In un palmo i soldi / nell’altro l’impotenza / mi sono consegnata / come un fiore senza campo / oh! medico-padre / liberatore-oppressore come / brillava il giallo della mia / giovinezza mentre si / consumava l’aborto-sacrificio / pagato per immaginare altro / che un destino di donna dopo / troppi anni dalla voce roca / dopo tanto potere / all’ombra della mia attesa. Ma altre canzoni, più congiunturali, denunciano anche le condizioni dell’ aborto, allora clandestino e doppiamente pericoloso : pericolo di morte e pericolo della prigione. Si dava in Italia la cifra impossibile da verificare di 5000

donne morte ogni anno a causa di un aborto. L’aborto era anche un affare per i medici, che comunemente chiedevano 1 milione di lire per praticare un aborto clandestino. E anche i “compagni”, medici di sinistra, che chiedevano soltanto 100.000 lire, consideravano non di meno le loro clienti come “peccatrici” che venivano a “pagare una colpa”.

Questo è il tema di Abortire (disco 4) di Fufi Sonnino :

Si faceva chiamare dottore / perché aveva la laurea ad onore / era lui che faveva abortire / le compagne per centomila lire // Ma se negli occhi tuoi c’è paura / la sua voce si fa più dura / se la paura diventa grande / se hai bisogno di una voce umana / per abortire tu devi tacere / come una lesbica o una puttana // Lui ti sta facendo un piacere / tu stai solo scontando un errore / così per te non c’è umiliazione / tanto non hai pagato un milione // Anche se poi l’avessi pagato / neanche quel prezzo sarebbe bastato / minimamente a negare il riscatto / di chi è schiavo ed accetta il baratto / per liberare il tuo corpo in catene / devi spezzare chi te le tiene Ma altre canzoni si alzano contro il “massacro delle innocenti”, la repressione che viene esercitata contro le donne

accusate del reato di aborto (Aborto di Stato, disco 1, Maria Pia Turri e Laura Morato); Ma verrà un giorno (dischi

2 e 4), di Dacia e Yuki Maraini, è l’annuncio apocalittico di una risurrezione di quelle che sono morte “di un cuc-

chiaio, di aghi duri”, e che verranno ad unirsi a quelle vive per trovare la gioia e l’orgoglio di essere donne, in una lotta “con armi di ferro, con denti di lupo”. Il parto stesso è evocato come un trauma nelle canzoni femministe,

a causa “del sadismo e dell’indifferenza” dei medici, il rifiuto dell’anestesia, l’arcaismo dei servizi di maternità descritti come “catene di montaggio di bambini”, un inferno di “dolore, urla, gridi” in ll parto (disco 1), Maria Pia Turri e Laura Morato :

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Sono andata all’ospedale / salgo le scale in ostetricia / valigia in mano e corredino / con le pantofole nuove di zecca / Il fiocco rosa o celestino / voglio una femmina, voglio un bambino / La pancia pesa, la prima fitta / facciamo presto che sia finita / Ma già nel corridoio / dolori, urla e grida / La fantasia mi cede, rifiuto di capire / Sui letti tante donne / che aspettano soffrendo / si rompono le acque / arrivano le spinte / Il dolor è troppo grande / dolore disumano / mi mancano le forze / io non sapevo questo / Ho visto nei dottori / sadismo e indifferenza / il nazismo non è morto / è ancora per le donne! / Anch’io sono andata alla catena / di montaggio per bambini / fuori il figlio, sangue e placenta / donne CHIEDIAMO L’ANESTESIA! / La sala parto è una fucina / di dove il pezzo esce finito / ma cosa importa se sei distrutta / chi se ne frega tanto sei DONNA! Sei nato (disco 5) degli stessi autori, riprende l’accusa di “indifferenza e sadismo”, il tema dell’ “impotenza” della donna consegnata ai medici: “la mia impotenza si è trasformata / in terrore / e il mio terrore in urla / che risuonarono

nei corridoi”; ma un nuovo tema è l’intenerimento della madre (“era bello / tenerti contro il mio petto / così piccolo e così perfetto”), e la sua paura di non riuscire a fare del figlio un uomo libero : “Volevo insegnarti / ad essere un uomo

libero / volevo insegnarti / ad amare la vita. / Ma ero così poco libera / di vivere la mia vita /, raro è stato l’amore

/ che ho trovato in me”. La madre deve dunque “imparare a combattere” perché suo figlio sia libero, perchè non

dipenda più di lei, che lei non sia più incatenata a lui, che non sia più “solo una madre.” Così forse avrà imparato

“che è più facile amare / se uno non si è costretti / a farlo”.

Non essere più “solo una madre” è probabilmente la rivendicazione essenziale della donna nella canzone femminista: rifiutare questa divisione del lavoro, questa ripartizione dei “ruoli” tra uomini e donne, che rinchiude la donna in una gerarchia di valori e di persone secondo la quale il potere appartiene all’uomo. La novità di queste

canzoni è dimostrare che questo potere dell’uomo è esercitato non solo nella sfera pubblica (pratica del potere

politico, controllo del mercato del lavoro ecc), ma che si estende anche alla sfera più privata, perché è anche potere sessuale, il potere di imporre la propria sessualità in famiglia come al “casino” (bordello). Una canzone di Antonietta Laterza, Il complesso (disco 3) illustra meglio ancora questo tema perché lo tratta con ironia, in uno dei rari testi umoristici della tradizione femminista. Il “complesso” dell’ eroina è che non prova nessun piacere a fare l’amore; si sforza invano per affetto (lei si innamora: “Mi sono perso nei tuoi occhi furtivi”) e poi con la

tecnica (e descrive in modo comico e realistico le “contorsioni” de’ “l’amatore”, il tecnico dell’amore), ma quello che l’uomo considera come “naturale” (“mirava il mio epicentro : tac!”) in realtà è il desiderio di lui. Poi va da

uno psicanalista che le tiene un altro discorso tipicamente maschile (la psicoanalisi è nei testi femministi, un altro strumento di oppressione maschile): la sua frigidità viene da una “fissazione ad una fase erogena infantile”, da un “complesso di Edipo mal risolto”, da un’ “invidia del pene”... L’eroina capisce finalmente che la sua situazione non è una questione di “posizione, di nevrosi o di mancanza di amore”, ma una questione di potere: “per noi, godere significa/ avere il potere!”.

Da sempre soffro di un grave complesso di non valere come donna del mio sesso perché

da quando ho cominciato a fare l’amore - che delusione, provare tre ore e poi...- (parlato)

«e poi non serviva a niente» / Allora ho pensato che se mi innamoravo risolvere la cosa anche in parte potevo mi son perduta nei tuoi occhi furtivi...(parlato) «che si trattasse di

una questione psicologica?» - Tu andavi e venivi, ma io rimanevo lì! - Dopo sono stata con

un amatore che usava la sua tecnica con molto ardore ma nonostante le sue contorsioni...

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(parlato) «gli uomini quando vogliono sono dei leoni» - Mirava dentro il mio epicentro: zac! - (parlato) «come se fosse la cosa più naturale del mondo» / Mi son rivolta allo psicanalista che m’ha indicato una nuova pista per guarire dalla sua frigidità:‘ (parlato) «insista,

si rilassi, apra le gambe e chiuda gli occhi, ehm! Chiuda le gambe e mi guardi fisso negli occhi. Dunque, lei è affetta da una grave forma di fissazione ad una fase erogena infantile: dalla clitoride deve passare alla vagina! Evidentemente si tratta di un complesso edipico non ben superato, lei ci invidia ancora il pene eh? Le pare dignitoso alla sua età? Le pare

fine per una ragazza carina come lei?» - Si tranquillizzi, ritroverà la sua femminilità! - Ho capito dalla mia situazione che non è questione di posizione né di nevrosi o mancanza d’amore: - Per noi godere vuol dire avere potere! -

La “frigidità” femminile è uno dei temi spesso affrontati nella letteratura e nella canzone femminile; la responsabilità ne è sempre attribuita all’uomo che non fa che “utilizzare” per il suo piacere immediato anziché armonizzare il suo desiderio con quello della donna. Una deliziosa canzone lo dice in dialetto romanesco (Frigida, disco 4, di Fufi

Sonnino) e oppone al godimento “vaginale” (imposto “dall’’uomo e dalla Chiesa”) il godimento “clitoridiano” che

stanno riscoprendo le donne :

E poi come si questo nun bastasse / hanno presto diffuso fra le masse / che tutto quer ch’è sesso è ‘n gran peccato / e solo chi procrea viene graziato / co’ questo c’hanno ancora sistemato // C’hanno chiamato friggide perché nun godevamo / ma mo s’è risaputo la corpa è de ‘st’Adamo / c’ha sempre voluto usà e nun c’ha mai fatto amà / com’avrebbe voluto questa nostra sessualità // Ma adesso la clitoride va assai rivalutata / mentre la chiesa e l’ommini l’anno sempre ignorata / ma noi nun ce stamo più e no nun ce stamo più / a fasse addoprà ancora come ‘n’orologgio a cuccù Dobbiamo dunque unirci, conclude la canzone, per “rompere la barriera dei ruoli” che è la “bandiera del maschilismo”.

Divorzio, omosessualità e riconquista dell’amore

La conclusione di questo discorso è ovviamente la necessità di rompere la struttura della coppia familiare patriarcale,

dal momento che è nella famiglia che si esercita “il potere basato sull’ arbitrario maschile”. Se ero io, di Antonietta

Laterza (dischi 2 e 3), lo dice in una formula chiara : “Sono io la donna / dove tutto finisce / dove tutto ricomincia / la coppia muore / nasce la comunicazione.” La lotta delle donne apre una speranza di superamento dei rapporti di potere in un mondo che conoscerebbe solo rapporti di amore, il patriarcato e il capitale essendo stati soppressi, e dove sarebbe realizzata ciò che l’autrice chiama lei stessa “l’utopia”:

Se ero io tua madre / non avrei scordato le doglie / le ore la fatica dedicate a te / per trovarmi vicino / un essere diverso / e lontano da me / Sfruttate il mio utero / come una miniera d’oro / il mio corpo deve solo dare / morire di sentimento / Questo per voi / significa amare / Se ero io tua moglie / non ti avrei servito / ubbidiente come il cane fa / al suo padrone / per impazzire nella casa / prigione delle mie aspirazioni / Comperate con il / matrimonio / la puttana la serva / la sicurezza / Devo accettare sorridendo / e trangugiare fiele / Questo per voi / significa amare / Se ero io il mondo / non avrei inventato l’Inferno / creato il potere / sull’arbitrio / ma-

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schile / che vuol dire sfruttamento / violenza famiglia cuore / dell’oppressione / La girandola dell’orrore / gira contro l’utopia / sarà l’angoscia delle donne / ad invertirle senso / Questo per noi / significa amare / Ci sono io donna / dove tutto finisce / dove tutto ricomincia / la coppia muore / nasce la comunicazione / Pianterò sulla tomba / del patriarcato e del capitale / un tulipano rosso / che guarda il mare / Questo per noi / significa amare Il divorzio è dunque uno dei temi delle prime canzoni femministe, fino alla sua conferma col referendum del 1974; ma dal 1974, continua ad essere evocato, perché si deve ora fare entrare nei costumi, bisogna che la donna sia in grado di “utilizzarlo”, vale a dire che il divorzio non la lasci senza risorse, dopo anni consacrati al marito, ai bambini e alla casa, anni durante i quali non è stata in grado di trovarsi un mestiere. Solo allora il divorzio diventerà un atto di “civiltà”, come lo sviluppa Il divorzio (disco 1) di Maria Pia Turri e Laura Morato : Noi appena siamo nate ci troviamo già sposate la vita nostra è già decisa la carriera è questa qua

Se il marito t’abbandona due lavori dovrai fare uno gratis per lo Stato il secondo sottopagato

E se poi per mala sorte il matrimonio non funziona non abbiam nessuna scelta la famiglia è schiavitù

Il divorzio è « civiltà » ma le donne han da lottare per poterlo conquistare per potersene servire

Noi appena siamo nate ci troviamo già sposate la catena spezzeremo della nostra schiavitù

Noi appena siamo nate ci troviamo già sposate la catena spezzeremo della nostra schiavitù

Se il marito t’ha stufato tu non te ne puoi andare: soldi tuoi tu non ne hai non ti han pagato mai

Per il salario noi lottiamo per il salario al nostro lavoro per divorziare se vogliamo ogni lavoro va pagato

Per la case e per i figli tu continui a lavorare ma il tuo unico compenso è che forse puoi campare

Solo allora il divorzio civiltà sarà per due non saremo più costrette ad amare in schiavitù

Noi appena siamo nate ci troviamo già sposate la catena spezzeremo della nostra schiavitù

Solo allora il divorzio civiltà sarà per due la catena spezzeremo della nostra schiavitù

La messa in causa del potere virile ha un’altra conseguenza: la riscoperta dell’amore di altre donne e il ritorno verso la madre, in una volta come immagine di riferimento e come contro-modello della donna in lotta per la sua liberazione. Simona (disco 3) di Antonietta Laterza è un’espressione lirica di questa esitazione della donna, presa tra la memoria della dolcezza adolescenziale delle amicizie tra ragazze e il ruvido abbraccio dell’uomo che ha “fa passare un brivido lungo la schiena”, quando dopo il grande ballo di “Cenerentola” (altra allusione alla favola nella canzone femminista) ha condotto la sua partner a fare l’amore : “Sarò più donna” - “Simona, sei bella, / tu sei cara a me /

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ma lui ha abbracciato la realtà”. A volte, sembra, come qui, che l’uomo sia semplicemente “principio di realtà”, mentre la donna tenderebbe ad essere “principio di piacere”: formula strana che sembra rimandare all’utopia delle rivendicazioni femministe : Ci credi mi ha chiesto / di andare al gran ballo / come Cenerentola / forse dopo faremo / l’amore / e io sarò più donna / Simona amare / fa sentire un brivido / giù per la schiena / Simona / nei tuoi occhi di mandorla / chiara vedo un’ombra / Pensa il mio principe azzurro / m’ha fatto una promessa / e ha voluto in cambio / un giuramento / chissà che significato ha / Simona la nostra / amicizia d’infanzia / finisce qui / Simona / devo avere un marito una / casa ingrossare la pancia / Ti ricordi quante volte / ci siamo / stordite con i nostri sogni / e quando con le mani gelate / ci piaceva pettinare i capelli / Simona due donne / non possono / smarrirsi / negli occhi / Simona / un uomo col cappello c’è / sempre che ci trascina con sé / Impressioni / d’infinito abbandono / mi pesano sulla testa / vorrei che questo impossibile / mondo non ci dividesse / Simona cos’è / la forza che ci allontana / Simona tu sei bella sei cara / ma lui stringe la realtà In parecchie canzoni, l’omosessualità femminile è rivendicata positivamente. “Donne tra sè”, “Donna è bello” sono gli slogan del movimento che affiorano nella canzone. L’amore di una donna è desiderato per la sua tenerezza, la sua leggerezza; già nella Leggenda di Clotiride, è il “bacio dalle labbra di una bambina / chiaramente inviata dalla luna” che restituisce Clotiride18(90) alla vita e rende più belle anche le stelle. Una donna nella tua vita (di Fufi Sonnino, disco 4) è sottotitolata “canzone omosessuale”19(91),

Questa è la ragione di / une donna nella tua vita / ecco la ragione di / una donna nella tua vita // Il tuo profilo, dita leggere, / e le favole son vere / su di te occhi di fuoco / e il tuo corpo non è un gioco / che emozione / vivi un’altra dimensione // Questa è la ragione di / una donna nella tua vita / ecco la ragione di una donna nella tua vita // La la la ti vuol parlare / è diverso il suo amore / la la la respira piano / il suo profumo non è strano / la la la gridalo pure / se nessuno sa ascoltare // Questa è la ragione di / una donna nella tua vita / cerchi la / ragione di / una donna nella tua vita // Ma che storie erano quelle / le sue mani sono belle / vola adesso la tua mente / della strada non si pente / brucia in lei tutti i tuoi stracci / non lasciare che si schiacci // Questa è la ragione di / una donna nella tua vita. Ma più profondamente che la ricerca della donna come Altro che si sostituisce all’uomo, è l’immagine della madre che vive nell’inconscio femminile e che a volte compare nella canzone, fonte sia di rivolta che di poesia. La madre è in primo luogo un contro-modello, lei è l’immagine di tutto ciò che rifiuta la donna liberata : « Cara Madre / così grassa e sconfitta ho / rifiutato la tua immagine / mi sono emancipata, amore / libera parità 1968 / la fabbrica la manifestazione ma ho / abortito come una strega, / anche la lotta di classe / mi ha fregato”. E la presa di coscienza del fallimento provoca un ritorno al passato, all’infanzia; l’esperienza della vita, del sesso, dell’aborto è vissuta come un tradimento della madre con “un padre maniaco e ottuso”, l’uomo è assimilato alla figura del padre, del “Re, con il cazzo infuocato verso il cielo”, che già opprimeva la madre, il “lupo” della favola raccontata dalla madre (quello che mangiava Cappuccetto rosso...) questo lupo che “con i miei balocchi una mattina / un carro funebre ha trasportato/ (90) Come non vedere nello strano nome di Clotiride un anagramma di “clitoride”, come nella scelta di “Simona” il riferimento alla 18 “mona”, uno dei nomi i più popolari del sesso femminile? 19 (91) Cf. anche Mi guardo in uno specchio “ canzone omosessuale “ e Felicità de Fufi Sonnino (disco 4): “aiutami a trovare le parole di quell’antica poesia ma diversa / che inizia con una donna e non si è ancora persa”.

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per sempre nel mio inconscio”. Allora torna il desiderio della dolcezza materna: “ti voglio di nuovo sul mio cuscino, è bello essere donna”. Quali sono i temi della bellissima canzone di Antonietta Laterza, Cara madre (disco 3): La tua pancia / ha gridato puntuale / come una / valvola biologica / d’inverno come una cosa / scontata io sono nata / Banchi di poliomielite / hanno coperto la mia fronte / i pensieri come tre fanciulle / continuavano a danzare / I re i re i re i re con il cazzo / infuocato verso il cielo / invidiano le donne / plagiano il potere / Cara madre / ti ricordi / la mia infanzia / ruvida dove portavi / giardini di plastica e vi / chiamavi il lupo che / una mattina / insieme ai miei / balocchi un carro / funebre ha trasportato per / sempre nell’inconscio. / Cara madre / così grassa e sconfitta ho / rifiutata la tua immagine / mi sono emancipata, amore / libero parità il ‘68 la / fabbrica il corteo ma ho / abortito come una strega, / anche la lotta di classe mi / ha fregato. / Cara madre / più ti lascio a pezzi più mi / ritrovo col tuo corpo / il tuo destino non è / cambiato niente ti ho tradito / col padre maniaco e ottuso / ma ti rivoglio sul mio / cuscino essere donna è bello. / I re i re i re i re con il cazzo / infuocato verso il cielo / invidiano le donne / plagiano il potere. / Alla finestra guardi le tue / figlie amarsi e ballare / hai voglia di toglierti di dosso / le ali strappate / L’odio-amore ripetuto / nell’impotenza dei miei sogni / si copre di terra / diventa una poesia di lotta / I re i re i re l’odio amore / si copre di terra / diventa una poesia di lotta! Con questi testi, la canzone femminista cessa di enunciare parole d’ordine, non rinuncia alla lotta, ma alle certezze; senza perdere la sua forza, si apre all’ambiguità delle cose : il “cielo”, verso il quale si erge il sesso maschile non

è anche quello dove volano le streghe e dove sono le “stelle” dell’utopia? La denuncia è sostituita da un semplice scoprimento di un’altra realtà, incerta, ambigua, come un sogno mai realizzato, come appare nelle canzoni dell’amore ritrovato tra uomini e donne, ad esempio Amore, o Umanità di Fufi Sonnino (disco 4): UMANITA’

Umanità hai già buttato cinquanta secoli della tua vita / umanità in guerre sante crociate guerre al napalm / tu hai coltivato il fiore della violenza / tu hai sempre avuto un uomo come dio capo condottiero duce re / Umanità / tu hai inventato podio e alloro per il migliore umanità / hai già condannato chi sul podio mai salirà / tu hai soffocato il debole e il bambino / tu hai rinnegato anche la donna che c’è in te / Umanità / artisti eroi hanno ingrassato la tua storia / umanità è ora che dimentichi la tua memoria / svegliarci tutti un giorno sotto un sole rosa / sentirci uguali a quel bambino che ti guarda / e che non sa ancora parlare / sentirci uguali a quel cane che ti guarda / e che sa solo abbaiare / oh umanità

o più esplicitamente ancora Amore e Potere, di Maria Pia Turri et Laura Morato (disque 5): Quando avremo vinto la nostra guerra / mille fiori sbocceranno / e i bambini si baceranno / e dappertutto succederà / che gli uomini e le donne si guarderanno / come non si erano visti mai / e i vecchi sorrideranno / perchè avranno dimenticato / un mondo dove conta l’autorità / di chi più ha sfruttato il lavoro degli altri / di chi più ha reso schiava la propria donna / e la tenerezza ha disprezzato // Bruceremo le lunghe mani / dei padroni e dello Stato / che fin dentro ai nostri letti / al servaggio ci han comandato / che fin dentro ai nostri corpi / il nostro istinto han violentato / e uno squallido potere ai maschi han delegato. // Quando avremo vinto la nostra guerra / la luce delle stelle si rifletterà / limpida e saggia nello specchio / delle streghe, e nessuno più potrà / riaprire quell’abisso violento e triste / che dagli altri sfruttati adesso ci separa / e ci ha posto sotto il giogo / più atroce della storia. // La vita ch’è dentro di noi / dalla lotta sarà liberata / L’amore ch’è dentro di noi / dal nostro potere sarà liberato. ❖

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Eventi Il più grande festival della musica emergente italiana 28 - 29 - 30 settembre Faenza

I

l Mei è al lavoro per la nuova edizione di Supersound dedicato ai festival musicali per emergenti, insieme alla Rete dei Festival, che si terra` a Faenza nell`ultimo fine settimana di settembre (dal 28 al 30 settembre) con i nuovi live, il mondo del web e della formazione, i premi e riconoscimenti per i giovani talenti legati alla Rete dei Festival e all’Indie Music Like. Ricordiamo che l’anno scorso al primo Supersound ci furono oltre 200 band dal vivo, 150 festival per emergenti, 100 giornalisti accreditati, 150 stand, 100 web radio e tv, 30 incontri e convegni, Campus Mei con oltre 100 ascolti, un Laboratorio per la Formazione all’Autoproduzione e una Notte Bianca con oltre 30 eventi live in contemporanea oltre a importanti media partnership nazionali. Per info sulla manifestazione e per segnalare live e presentazioni: Tel. 0546.646012 Email:  mei@materialimusicali. it - cinzia@materialimusicali.it 

stand degli espositori che partecipano all’evento, fra i quali etichette indipendenti, festival, altre realtà musicali e non solo. MERCATO DELLA CULTURA L’ELENCO DEI PRIMI FESTIVAL ED ESPOSITORI CHE PARTECIPERANNO: UpLoad / Wanted Primo Maggio / Faenza rock / Orzo Rock / Festival della Cicala / Arci Carroponte / Rock’in Umbria / Music for Sunset / Made Em / Etruria / Voci per la Libertà / Brinca / Vrban / One Way / Solarolo Festival / Rock targato Italia / Libera La Musica / La Musica nelle Aie / Musica Controcorrente / B Live Music contest / Prove di Rock / Trumors / Umbria Folk Festival / Rock&Rolla / Cominia etnica / Pastorizia in Festival / Il Festival delle Storie / Friends of Music / Forli 1st music / Mediterranea Sound Festival / Martelive / Arci Real / L’ Altoparlante / Zimbalam / Madeinem / Io Farnetico / Val Primo Maggio / Rock’in Umbria / Rocalling / Alka record Label / Tannen records e tanti altri...

Il programma Venerdì 28 settembre

Anteprima festival presso il locale Tek di Faenza con il concerto dei Nobraino e dei vincitori di Superstage

Sabato 29 settembre

Piazza del Popolo – Faenza Nei due giorni di Sabato 29 e Domenica 30 settembre si terrà il “Mercato della cultura” con tutti gli

CAMPUS MEI L’iniziativa si terrà nelle giornate del 29 e 30 settembre presso la galleria della Molinella nel centro storico di Faenza, all’interno di Supersound, il primo grande festival di musica per gli emergenti italiani e festival dei festival musicali. Il Campus MEI nasce nel tentativo di fornire alle realtà autoprodotte una piattaforma di incontro con artisti e professionisti del settore musicale e discografico, i quali

saranno chiamati ad esprimere giudizi, opinioni e consigli su tutti i lavori presentati. Un evento gratuito che da l’opportunità a tutte le band del territorio di portare la loro demo e farla ascoltare e valutare da alcuni dei più importanti operatori della scena indipendente italiana.  MUSIC LAB Il corso nazionale di musica e internet “MusicLab” vuole creare un rapporto tra musica e web con l`approfondimento di strategie, risorse e nuovi modelli di business nella musica sui nuovi mercati digitali. L’obbiettivo è quello di fornire quegli strumenti e quelle nozioni di base che serviranno per conoscere meglio i rapporti che legano la musica e il web, e, quindi, per poter generare nuove opportunità di business.

Sabato 29 settembre ore 09:00 – 13:00

Giordano Sangiorgi sul Mercato Musicale attuale Max Monti come si produce oggi complessivamente un nuovo artista e una nuova band Come si produce un artista : Lorenzo Montanà   Visibilità sul web e sui social network comunicazione e marketing : Luca “Red” Esposito – (Inclub Italia) ore 15:00 – 19:00 Lezione sulle dinamiche dei social, media e promozione web con Luca Marini (Amo la Musica) Promoradio, come si promuove in radio e web radio: con Fabio Gallo de L’Altoparlante

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Roberto De Luca e Roberto Sburlati (Libellula Music): Booking Workshop Note Legali. “Lavorare in regola sui diritti : Siae, Scf, Nuovo Imaie e Enpals”. Relatore: Andrea Marco Ricci (Note Legali) Sera: sul palco show case de Le Maschere di Clara: come si costruisce una rock band CONVEGNI ore 14.30 Inaugurazione Ufficiale Mei Supersound e Premi ai Festival Storici del Rock e della Musica Italiana: Rock Targato Italia di Milano, Rock Contest di Firenze, Arezzo Wave, Tavagnasco Rock, Premio Tenco, Premio Musicultura e Premio Lunezia: saranno premiati quali festival storici della nuova musica italiana e sarà chiesto loro un intervento sullo stato dell’arte e sul futuro di tali festival e di tale settore, iniziativa in collaborazione con Cresco, coordinamento nazionale delle realtà culturali. Cerimonia di consegna a Vrban del certificato ufficiale come primo ente sostenibile. A seguire, interventi sul tema degli Eco-festival e interventi dei rappresentanti del Comitato Direttivo della Rete dei Festival sul futuro dei festival musicali per emergenti in Italia, coordina Giordano Sangiorgi, patron del MEI. Presentazione del FRU Contest, Festival delle Radio Universitarie, a cura RadUni e Ustation.it. Presentazione del sondaggio sul mondo dello spettacolo e sulle sue figure professionali a cura di Mauro Turrini di Ires-Cigl. ore 16.30 Forum sul tema degli spazi per i giovani emergenti sulla scena musicale italiana a cura di Mario De Luigi, direttore di Musica & Dischi.  Alla tavola rotonda interverranno operatori del settore, esponenti dell’industria musicale e artisti, nonché il pubblico presente in sala, tra gli ospiti sarà presente Daniela Bozza di Mtv New Generation.

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Eventi

ore 18.00 50 anni di musica indipendente in Italia: i risultati del referendum tra 50 operatori del settore – Incontro e focus a cura di Enrico Deregibus Sabato sera: In diretta Radio Indie Music Like a cura di Protosound con oltre 200 radio e web radio; i premi e live della Notte Bianca del Mei e in Diretta su un Circuito di Web Tv MUSICA e LETTURA Editoria e musica sono sempre più correlate nell’offerta culturale degli ultimi anni. Supersound presenta all’interno del suo ricco programma alcuni appuntamenti con esperienze, autori ed editori legati da sempre al mercato musicale. Ecco le prime presentazioni programmate Teatro Masini Sabato 29 settembre al Teatro Masini durante la Notte Bianca del Mei in occasione della nuova edizione di Mei Supersound si terranno diverse premiazioni. Ecco i premi: PREMIO SPECIALE A CHECCO ZALONE Lo scorso 28 Maggio è avvenuta una piccola rivoluzione digitale, Checco Zalone, l`uomo dei record e re del box office cinematografico, ha deciso di affidare la vendita del suo singolo, parodistico e divertente, al distributore indipendente Zimbalam, dimostrando così che esiste una seria alternativa allo status quo dell`industria discografica. PREMIO MIGLIOR CANTANTE LIVE INDIPENDENTE A CRISTINA DONA’ Cristina Donà riceverà il Premio della Rete dei Festival sabato 29 settembre al Teatro Masini di Faenza e l`artista con l`occasione terrà un breve concerto in forma acustica. PREMIO INDIE MUSIC LIKE Dente e Zibba riceveranno rispettivamente il Premio IML per l’artista n.1 in classifica fra gli artisti dell’ultima stagione 2011/12 e il Premio

IML per l’artista n.1 fra gli artisti piu’ presenti in 5 anni in classifica. PREMIO RETE DEI FESTIVAL Ogni settimana i Direttori Artistici del Circuito della Rete dei Festival e dei Circoli Arci del circuito Arci Real di musica dal vivo ci hanno segnalato i migliori artisti, band dal vivo e club italiani secondo questo ordine. Scopri chi ha vinto il premio come miglior realtà live, migliore cantante live e miglior club live. TARGA GIOVANI MEI Torna anche quest`anno la Targa Giovani MEI, che nelle scorse tre edizioni ha scovato e premiato giovani talenti della scena indipendente italiana come Colapesce, Distanti, Erica Mou, I Cani, Be Forest, Carlot-ta, Heike Has The Giggles, Simona Gretchen e l`etichetta indipendente 42 Records, tra gli altri. Scopri i vincitori di quest’anno. PREMIO SPECIALE “UNA CANZONE PER BOLOGNA” Il MEI ha deciso di aderire all’iniziativa istituendo il “Premio MEI Bologna” dedicato alle Etichette Indipendenti che parteciperanno al Concorso. All’Etichetta Indipendente vincitrice il MEI riconoscerà un rimborso spese di 300 euro e la possibilità di esibirsi all’interno del SuperSound festival di Faenza che si terrà dal 28 al 30 settembre. Notte Bianca del Mei E’ oramai una manifestazione di grande successo  la Notte Bianca del Mei che ci segue oramai dal 2008 e porta nel Centro Storico della Citta’ di Faenza oltre 20 mila presenze, grazie alla collaborazione del Mei con le Associazioni di Categoria della Cabina di Regia, il Comune di Faenza, il Credito Cooperativo Ravennate e Imolese, la Camera  di Commercio di Ravenna  e la Fondazione Banca del Monte e Cassa di Risparmio  e che si è confermata nel 2011 ancora una volta come la prima manifestazione turistica del territorio. Torna per la nuova edizione nella giornata di sabato 29 settembre e gia’ ci sono le prime adesioni e le prime


iniziative che coinvolgono tutto l’associazionismo musicale e culturale faentino. I concerti di Sabato 29 settembre: La Notte Bianca del Mei in occasione di Supersound sabato 29 settembre a Faenza sara’ dedicata alla raccolta fondi per i terremotati emiliani con il progetto musicale “Ancora in Piedi” coordinato da Piotta,per Arci e AudioCoop, sotto l’egida del Mei, con oltre trenta artisti della nuova scena indipendente italiana. Il progetto IPER, sostenuto dall’Arci e da AudioCoop, con la collaborazione di tanti musicisti, non si fermerà qui continuando a dare il suo contributo per migliorare le condizioni estremamente difficili in cui vivono le migliaia di persone colpite dal terremoto.

Domenica 30 settembre

MUSIC LAB Ore 09:00 – 13:00 Come si compone un brano: Ilenia Volpe e Simona Cazzari Come si registra in studio: Gianluca Lo Presti Come si distribuisce nei canali indipendenti editoriali: Massimo Roccaforte di Nda di Rimini Distribuzione Digitale e Self Promotion, con Fabrizio Galassi di Zimbalam Self-publishing e Self-Promotion, con Mauro Sandrini Come si realizza un ufficio stampa: Enrico Deregibus Come si realizza un videoclip, con Vincenzo D’Arpe di Freiem Film CONVEGNI ore 14.00 Presentazione del progetto “Ponti di Memoria”, associazione composta da musicisti, attori, narratori, registi, giornalisti, scrittori, associazioni, teatri, operatori, spettatori impegnati nel recupero della memoria italiana e delle pagine troppo spesso dimenticate della storia contemporanea del nostro Paese; a cura del Presidente Daniele Biacchessi.

Eventi

ore 14.30 L’onda rosa nel rock indipendente. Parteciperanno: Angelica Lubian, Carlot-ta, Carolina Da Siena, Charleston, Chiara Ragnini, Elisabetta Vendittozzi, Eva Poles, Frida Neri, Giò Gardelli, Heidi Lee, Ilenia Volpe, Iotatola, Liana Marino, Lisa Manara, Marzia Stano, Monica P, Roipnol Witch, Sara Piolanti, Silvia Parma, Valentina Amandolese e tante altre, interverrà anche l’autrice de “Le Ragazze del Rock” Jessica Dainese; l’incontro è realizzato in collaborazione con SOS Donna, conducono Maria Cristina Zoppa (giornalista musicale per Web Radio Rai) e Martina Liverani (giornalista e scrittrice). Seguirà dalle ore 16.30 l’esibizione delle artiste del rock indipendente al MIC – Museo Internazionale delle Ceramiche. ore 15.30 Convegno sui nuovi media digitali, web radio e web tv,  premio TiVoglioDigitale a cura della Femi – Federazione dei Media Digitali – e premio web radio in collaborazione con Radio RadUni; coordina Giordano Sangiorgi. Durante la premiazione si terrà la presentazione di nuovi progetti di musica on line: Amolamusica.it (Tin); Bed & Show (Tiberio Ferracane), Plindo, Zimbalan (Fabrizio Galassi), Music Releaser (Guglielmo Ubaldi), Myusic.me (Mizar Records) e altri progetti legati alla distribuzione della musica on line. ore 16.00 Convegno a cura di Nuovo Imaie e Siae ore 17.00 Incontro curato da Francesco Fiore della Med Free Orkestra sull’importanza musicale e sociale delle bande e orchestre multietniche in Italia: parteciperanno l’Orchestra di Piazza Vittorio, la Banda Adriatica, la Banda di Piazza Caricamento, la Brigata Internazionale di Daniele Sepe e tante altre. ore 18.00 Talk Show finale sul Futuro dei Giovani e della Cultura in Italia a cura di Claudio Caprara 

MONDIALI ANTIRAZZISTI Il Mei premia per il suoi 15 anni di attivita’ i Mondiali Antirazzisti. Organizzati ogni anno dalla Uisp Nazionale nel territorio della Regione Emilia-Romagna sono un territorio nel mondo del calcio, e in piu’ in generale in quello sportivo, di un importante momento di incontro tra popoli ed etnie diverse affratellati dal gioco del calcio, dagli incontri e dagli approfondimenti e dalla musica. Si terrà il Torneo di Calcetto con 16 squadre già confermate. MEI SUPERSOUND CON LE ORCHESTRE MULTIETNICHE Verranno discusse le opportunità e le problematiche di gestione di ensemble così corpose dal punto di vista numerico, si parlerà dell’integrazione e della ricchezza che deriva dalla multiculturalità nonché della diversità come segno distintivo, dell’impegno sociale e della ricchezza di suoni che deriva da tale mix musicale e culturale. A seguire il concerto delle bande e orchestre che partecipano al convegno. L’ONDA ROSA INDIPENDENTE AL MEI SUPERSOUND In collaborazione con SOS DONNA Un incontro e un approfondimento con una conclusione musicale condotti dalla giornalista Maria Cristina Zoppa e dalla scrittrice Martina Liverani. All’incontro parteciperanno: Angelica Lubian, Carlot-ta, Carolina Da Siena, Charleston, Chiara Ragnini, Eva Poles (nella foto), Frida Neri, Giulia Guendalini, Ilenia Volpe, Iotatola, Jessica Dainese, Liana Marino, Monica P, Silvia Parma, Valentina Amandolese e tante altre; conducono l’incontro Maria Cristina Zoppa (giornalista musicale per Web Radio Rai) e Martina Liverani (giornalista e scrittrice). Seguirà dalle Ore 16.30 l’esibizione delle artiste del rock indipendente al MIC – Museo Internazionale delle Ceramiche. Ricordiamo che il programma è in corso di definizione e potrà subire variazioni e/o integrazioni ❖

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Media Partner - Mei Supersound

Lineatrad 9-2012  

La cultura non è spazzatura Fortunato Sindoni Davide Baro Doc Watson Busto Folk Marina Pittau La canzone femminista MEI Supersound

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