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mensile Anno 3 n°32 agosto 2014 € 0,00

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Yo

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Yo Yo Mundi Sconfinandinporto a La Spezia Soundreef vs SIAE, guerra di royalties Il Ministero della “cultura schiavista” Veja e Šćike - Istria in musica Loened Fall TaranProject La musica non nasce per caso...

Zampognorchestra Marcabru Puhti, dalla Finlandia Festival canto spontaneo Attraversando le valli occitane Disco Club Genova Adriano Sangineto Antonio Marotta


Sommario

n. 32 - Agosto 2014

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

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Yo Yo Mundi

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Il Ministero dei Beni Culturali...

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Attraversando le valli occitane

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La solitudine dell’ape

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Magie e colori d’oriente con Hosoo Transmongolia

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Memorie di un dischivendolo

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Soundreef vs SIAE

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Festival del Canto Spontaneo

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Sconfinando... nella bellezza del suono

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La musica non nasce per caso...

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Loened Fall

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Adriano Sangineto

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Eventi

Cronaca

Interviste

ASCOLTATE SU RADIO CITTA’ BOLLATE www.radiocittabollate.it la trasmissione An Triskell

Recensioni

Argomenti

di Loris Böhm

ogni GIOVEDÌ alle ore 21:30 (chiusura estiva)

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on si sta ancora spegnendo l’eco festivaliero estivo, che siamo ancora presi a selezionare e presentare nuove produzioni discografiche nazionali di indubbio valore. Di solito il mese di agosto è un periodo in cui uno dovrebbe riposarsi, andare in vacanza insomma, ma non è il caso mio e dei collaboratori della nostra rivista Lineatrad, sparsi a rapportare su eventi da tutti i punti cardinali. Vanto di Lineatrad è essere unico media-partner dei più prestigiosi folkfestival italiani, forse sarò noioso nel ricordarlo in continuazione, ma questa faticosa e impegnativa scelta è essenziale per creare una sinergia comune per far crescere la musica folk. A volte si incrociano casualmente su facebook “esternazioni” di musicisti che si dichiarano insoddisfatti della situazione, che criticano i giornalisti italiani che si occupano di musica folk... allora io dico che bisogna specificare bene, in caso di accuse, a chi sono rivolte, perchè potrebbero offendere quelli che come me non ricevono nes-

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sun tipo di compenso per il loro lavoro, svolto completamente a vantaggio della musica e dei musicisti folk. Esistono giornalisti di professione che “casualmente” si occupano di musica folk, che hanno infiniti mezzi a disposizione, sconti, benefit offerti dall’Ordine dei Giornalisti, per cui risparmiano su trasporti e soggiorni, ma noi che lavoriamo gratis non abbiamo diritto a questi vantaggi... comico no? Da parecchio tempo noi poveri scribacchini “dilettanti” siamo costretti a forti spese per seguire eventi (praticamente è tutto a nostro carico, escluso il biglietto d’ingresso, ma a volte si paga pure quello!!!) mentre i musicisti si lamentano per essere sottopagati (ma non mi risulta che qualcuno suoni gratis!!). Qualcuno, a questo punto, mi deve spiegare come facciamo a tirare avanti se nessuno ci rimborsa le spese e nessuno paga la rivista. Al diavolo! Su queste pagine, anche in agosto, tantissime recensioni, tanti testi e tante notizie importanti per chi ascolta e chi suona.

FIM Fiera di Genova

Editoriale Noi non andiamo mai in ferie e se lo facciamo è per seguire la musica che amiamo, con l’unica soddisfazione di dare un servizio a tutta la comunità e di essere l’unica “fonte inesauribile” di dati sulla musica folk in Italia. Accontentatevi: possiamo anche fare a meno di ricevere complimenti, ma se qualcuno osa avanzare accuse d’ora in avanti citerò nome e cognome del responsabile e saranno i lettori a giudicare chi ha ragione, una volta tanto. Se tutto sommato in questi ultimi anni si è avuto un risveglio della musica folk in Italia, una parte di merito indiscutibilmente ce l’abbiamo noi di Lineatrad che abbiamo polarizzato l’attenzione con un volontariato e un entusiasmo che sicuramente non merita di essere umiliato da dichiarazioni scellerate. Credo che ognuno di noi dovrebbe fare un po’ di esame di coscienza e chiedersi: “cosa ho fatto per collaborare, per creare proselitismo, per far crescere Lineatrad e il valore della comunità che rappresenta?”. Solo allora sarà autorizzato a sputare


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Puhti

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Antonio Marotta

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Nando Citarella e Tamburi del Vesuvio

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Zampognorchestra

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Katia Pesti

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Taranproject

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Veja

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“Beyond the colour”

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Pasticcio Meticcio

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Šćike

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Matilde Politi e Compagnia Bella

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Trinacria

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Marcabru

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sentenze oppure proclamare vincitori, come fanno i tanti “contest” a carattere locale e nazionale di cui abbiamo parlato sul numero scorso. Esiste un solo obiettivo, un solo riconoscimento, un solo scopo finale a tutto il lavoro che stiamo facendo: ottenere che la tradizione musicale possa vivere procurando reddito a chi ci lavora. Il trofeo non ci interessa, non serve a nulla e a nessuno. Esiste il rischio concreto che questa esplosione di vitalità nella musica folk e nella aumentata programmazione di eventi che riguardano questa musica, ad un certo punto si esaurisca a causa del parassitismo di certi operatori che mirano esclusivamente a sfruttare a loro favore questa situazione. Concludo: se la musica tradizionale riscuote successo tra il pubblico, tutti ne devono trarre beneficio, non solo certi organizzatori, nemmeno se hanno come scopo di commemorare persone o cose; l’attenzione deve essere rivolta alle nuove generazioni di musicisti e a coloro che cercano di emergere in-

vestendo denaro sul proprio lavoro, senza fare eccezioni su stili, simpatie, tornaconti, scambi di favore e via dicendo. Ho riportato un paio di flash riguardo notizie riprese dalla rete con mie considerazioni, che meritano di essere sviluppate sui prossimi numeri, anche relativamente a probabili sentenze che si avranno in merito. Il mercato discografico è in continuo fermento e le leggi, le modifiche su IVA e su tecnologie di distribuzione dell’audio, sono perennemente in evoluzione, per cui bisogna stare sempre “in campana” per potersi adeguare tempestivamente, omologare a nuove direttive, assecondare tendenze di pubblico e via dicendo. A settembre sul prossimo numero prepariamoci pure a una infornata di resoconti festivalieri e di interviste... sarà una edizione intensa, forse con meno recensioni (ma non si può viaggiare sempre ai ritmi di agosto). Terremo inoltre monitorato il mondo della televisione per quanto riguarda i programmi di musica folk. Bye bye! ❖

www.lineatrad.com

www.womex.com/virtual/lineatrad ANNO 3 - N. 32 - Agosto 2014 via dei Giustiniani 6/1 - 16123 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm - direttore@lineatrad.com Consulente alla Direzione: Giovanni Floreani - info@musicistieattori.com Responsabile Immagine e Marketing: Pietro Mendolia - e-mailanova@tiscali.it Responsabile Ufficio Stampa: Fulvio Porro - fulvioporro@yahoo.it Hanno collaborato in questo numero: Gloria Berloso, Giustino Soldano, Muriel Le Ny, Agostino Roncallo, Aldo Coppola Neri, Annamaria Parodi Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

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Interviste YO YO MUNDI “A RUOTA LIBERA”

Nell’ambito del 12° Festival delle Periferie 2014, svoltosi dal 17 al 20 luglio a Villa Bombrini, Genova un incontro che sa di folk senza tempo di Loris Böhm

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on potevamo evitare di fare due parole con una band storica che non finisce di stupire gli appassionati, sfornando lavori di qualità senza tregua. Eugenio Merico e Paolo Enrico Archetti Maestri. Ciao Paolo e Eugenio, parlare di Yo Yo Mundi è come parlare delle origini del combat folk italiano. Sono passati tanti anni dal vostro esordio... ogni disco una denuncia precisa da parte vostra. Rappresentano vostre scelte artistiche o situazioni “spinte” da media o comunque ispirate dall’esterno?

Quando abbiamo iniziato non si parlava ancora di combat folk e sinceramente noi non ci siamo mai definiti in questo modo, un po’ perché non ci piacciono le etichette – grosso limite tutto italico - e un po’ perché sia l’aspetto combat e sia l’aspetto folk sono solo alcuni degli ingredienti della nostre scelte artistiche che, come ben sai, sono assai mutevoli e spesso sperimen-

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tali (ad esempio gli Yo Yo sono stati tra i primi a sonorizzare film muti in Italia – Sciopero, La caduta di Troia, Chang e la giungla misteriosa, e, in qualche modo, hanno reiventato il reading trasformando le presentazioni di libri o\e racconti in veri e propri spettacoli articolati – 54 con i Wu Ming, Cesare Pavese and America), detto questo molte delle nostre scelte artistiche prendono spunto dal desiderio di raccontare ciò che accade intorno a noi, quel che ci colpisce, quel che ci allarma e per questo proponiamo sovente tematiche che affondano le radici sia nella memoria e sia nella voglia di futuro. Nel panorama della musica folk, sia revival che contaminato, i gruppi nascono e muoiono, e nella migliore delle ipotesi i componenti sono rimpiazzati periodicamente. I gruppi che si definiscono “combat folk” generalmente sono storici e spesso i musici-

sti che ne fanno parte rimangono affezionati al progetto per tanti anni... da cosa dipende?

Noi – probabilmente - siamo un caso unico nel panorama musicale italico, poiché suoniamo insieme da 25 anni sempre nella stessa formazione (cioè i quattro fondatori – Paolo E. Archetti Maestri – chitarra, voce, Eugenio Merico - batteria, Fabio Martino - fisarmonica e Andrea Cavalieri – basso sono ancora tutti negli Yoyo, a loro nel ’96 si è unito il chitarrista Fabrizio Barale, ma altri artisti come Chiara Giacobbe – violino, Simone Lombardo – cornamuse, ghironda flauti – Luca Olivieri – tastiere, pianoforte, Andrea Pierdicca – voce recitante , sono ben più che semplici collaboratori, ma veri e propri elementi di un collettivo artistico e creativo sempre in costante evoluzione). Chissà forse la longevità dei gruppi combat potrebbe essere dovuta al fatto che chi mescola la propria musica


Interviste

Yo Yo Mundi a Villa Bombrini

a delle idee in modo spontaneo e non artefatto o opportunistico abbia voglia di realizzare progetti in gruppo, più uniti, meno slegati, più determinati, meno superficiali. Mentre siamo fermamente convinti che la nostra longevità sia data dal fatto che viviamo in una zona – il Monferrato – dove si può gioire ancora del “tempo largo”, la fretta e l’ansia sono nemiche di chi vive di creatività! E poi, come ben sai, non abbiamo mai avuto smanie di successo – in una nostra canzone, Il Palombaro – cantiamo: di stare a galla a tutti i costi proprio non ci va -, siamo amici e ci stimiamo, abbiamo sempre affrontato il nostro lavoro con passione senza mai smettere di sognare. Con gli altri gruppi storici di combat folk che rapporto avete? Vi incrociate soltanto oppure a volte vi scambiate qualche idea o partecipate a progetti comuni? (I Mau Mau suoneranno dopo di voi a Genova, per esempio).

Abbiamo rapporti belli con gruppi e artisti di ogni genere. Del mondo combat mi vengono in mente i grandi fratelli Severini – The Gang con noi nello spettacolo “Resistenza” che, tra l’altro, hanno inserito la loro bellissima versione della nostra canzone Tredici nel loro album “Rossa Primavera”.

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Interviste

Yo Yo Mundi a Villa Bombrini

Ma negli anni, tanto per rendere l’idea della varietà di cui sopra, abbiamo collaborato con artisti come Lella Costa, Ivano Fossati, Steve Wickham (violinista dei The Waterboys), Teresa De Sio, Brian Ritchie e Gordon Gano dei Violent Femmes, Giuseppe Cederna, Petra Magoni, Franco Branciaroli, Michael Brook, Wu Ming, Trey Gunn, Massimo Carlotto, Guy Kyser, Paolo Bonfanti, Giorgio Gaber, Beppe Quirici, Hevia, Eugenio Finardi, Maurizio Camardi, Mario Arcari, Sergio Berardo (leader dei Lou Dalfin), Banda Osiris, Radiodervish. Il fatto di essere una band storica rappresenta una sicurezza sia per voi che per gli organizzatori di eventi che per il pubblico. La svolta con la colonna sonora del film “Sciopero” ha aperto nuovi orizzonti. Condividi?

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Sì, la nostra vita artistica è cambiata in meglio grazie a Sciopero, con quel lavoro si sono aperte le nostre teste prima di tutto, poi – dopo la fine dei rapporti con Columbia Sony – uscire con un album così fu una sfida rivelatasi vincente e, infine, grazie a Sciopero – nel 2006 - abbiamo fatto il nostro primo tour in UK e Irlanda. I circoli ARCI e quelli politicamente impegnati sono i vostri “datori di lavoro” più interessati oppure siete richiesti anche da altro genere di organizzazioni, visto il carattere sociale dei vostri testi?

Ma veramente non è proprio così, suoniamo da sempre ovunque e per tutti senza rinchiuderci in nessun recinto - per quanto possa essere ospitale o piacevole -, e poi se ci permetti la battuta, noi siamo i nostri datori di lavoro!

Negli anni abbiamo imparato che le cose semplici non ci piacciono, inventare nuovi spazi dove portare la nostra musica e le nostre tematiche è diventata una nostra peculiarità. Cosa ne pensi della struttura e della funzione di ARCI?

Pensiamo che oggi in Italia, per invertire la tendenza maligna, dovremmo tutti avere più coraggio, investire di più, osare di più, nessuno escluso. Ho notato che, nonostante la vostra fama e solidità di progetto, i media non si soffermano molto sulle vostre vicissitudini preferendo parlare di altri gruppi world music di recente costituzione. Dipende dal fatto che ormai siete stati “assimilati” e null’altro c’è da aggiungere a quello che avete realizzato, oppure dipende da una


Interviste

sorta di ricerca di esasperata novità da parte delle testate specializzate?

Dipende dal fatto che – causa crollo di curiosità, passione e professionalità – spesso si pensa di sapere già tutto senza informarsi. C’è molta stanchezza, nessuna voglia di superare gli schemi preordinati, i rapporti feudali, i potentati di turno. In Italia ci sono troppe chiese… anche nel nostro mondo. Poi ci si domanda perché chiudono i giornali o non si vendono più dischi! Forse è solo colpa di un sistema che ha fatto il suo tempo, noi non abbiamo soluzioni, ma di certo non saremo la colonna sonora di questa stagione al tramonto, abbiamo troppa voglia di futuro per venderci un tocco d’anima in cambio di qualche spazio in più. Dopo l’acclamato album Munfrâ, che secondo me doveva essere premiato per l’originalità della musica proposta, abbiamo questo mini cd “La Solitudine dell’Ape”, in chiave ecologica, una colonna sonora per uno spettacolo teatrale... ultimamente abbiamo evidenziato su Lineatrad come il teatro si stia avvicinando alla musica folk per creare spettacoli di successo. Si tratta di una sinergia di artisti. La potenzialità di una canzone viene sublimata con l’espressività teatrale, giusto?

Sì, hai ragione, la musica che si specchia in se stessa è tutto quello che non ci piace e non ci appartiene, l’incontro col “diverso” con “l’altro” è ciò che più ci stimola, ci fa sentire vivi, al centro del mondo e del suo respiro.

Le riviste specializzate stanno attraversando un momento di transizione causa l’avvento dei social network concomitante alla crisi della carta stampata dovuta agli aumenti esponenziali dei costi da sostenere... un cambio di rotta dell’informazione che ha fatto chiudere una quantità di riviste musicali anche celebri come Rolling Stone: che futuro potranno avere le classiche riviste nel caotico mondo di internet? I vinili sono ristampati, la carta ritornerà di moda?

Yo Yo Mundi a Villa Bombrini

Di questi aspetti abbiamo già detto prima, le cause e le colpe si devono ricercare dentro il sistema tra le persone che lo hanno ferito e, spesso, villipeso, ma come sarà il futuro non lo possiamo sapere, sappiamo che i grandi problemi di quest’epoca sono sia la mancanza di curiosità - in generale e in particolare quella artistica -, sia l’individualismo esasperato che ci fa credere che essere migliori di altri sia davvero utile a qualcosa, ma in realtà ci nasconde le ragioni profonde dell’esistere. E poi la pigrizia mentale, un vero cancro. Quante persone bruciano ore e ore della propria vita davanti a un computer, tablet o una tv – non per fruire di qualcosa di interessante -, ma con la scusa di sconfiggere la noia o di svagarsi? Noi preferiamo andare a guardare gli aironi sul fiume Bormida, qui vicino a casa.

Non ci possiamo lamentare siamo amati e poi, grazie a lavori “altri” come Sciopero, 54, Resistenza o, appunto, La “fortunata” solitudine dell’ape, tante nuove belle persone si avvicinano alla nostra musica. Futuro? Stiamo registrando il nuovo album – uscirà entro il 2014, al massimo nei primi mesi del 2015 - e in contemporanea stiamo lavorando a uno spettacolo con Carlin Petrini e gli amici di Slow Food - in scena a ottobre 2014 -. Per l’anno prossimo vorremmo tanto riuscire a realizzare uno spettacolo nuovo per il 70° della Liberazione e una nuova sonorizzazione di un film con gli amici del Festival del Cinema di Hergla in Tunisia, in attesa – te lo confidiamo tra il serio e il faceto - che qualche regista italiano ci affidi la colonna sonora del suo prossimo film! ❖

Dopo la storia dell’ape, quali progetti sonori vi attendono? La tournée

P.S. Per sapere degli Yoyo, dei concerti e delle altre soprese future collegatevi al sito: www.yoyomundi.com

di quest’anno è soddisfacente per date e presenze di pubblico?

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Recensioni LA SOLITUDINE DELL’APE

Nuovo progetto Yo Yo Mundi su una base musicale dedicata ad una rappresentazione teatrale Comunicato Stampa

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Scheda EP: “La Solitudine dell’Ape” - Yo Yo Mundi e Andrea Pierdicca Titolo album: “La Solitudine dell’Ape” Interpreti: Yo Yo Mundi e Andrea Pierdicca (featuring Alessio Lega, Banda Osiris, Elisabetta Gagliardi) Data uscita: 8 marzo, 2014 Etichetta: Sciopero Records (distribuzione Felmay) Track list con tempi e autori: 1 La Solitudine dell’Ape   2:53   (Archetti Maestri, Lega)   2  Una pillola qui, una pillola là   2:22   (Archetti Maestri, Hellmann) 3  Léngua ed ssu   3:12   (Archetti Maestri, Martino) 4  Miele una volta   3:39   (Archetti Maestri) 5  Meno Api negli alveari   1:41   (Archetti Maestri, Hellmann) 6  Fiorillastrocca   3:03   (Archetti Maestri) 7  Festa del miele e delle Api   0:46   (Martino, Hellmann) 8  La Solitudine dell’Ape - Coda d’Ape 4:30   (Archetti Maestri, Lega, Martino) Totale: 22:11. Edizioni musicali: La Contorsionista

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ell’album “La Solitudine dell’Ape” sono raccolti alcuni brani estratti dallo spettacolo teatrale omonimo interpretato dagli Yo Yo Mundi e dall’attore Andrea Pierdicca per la regia di Antonio Tancredi. Tre brani sono stati realizzati in studio mentre gli altri cinque sono registrazioni live della replica portata in scena al Teatro degli Industri di Grosseto il 7 dicembre del 2013. La Solitudine dell’Ape è uno spettacolo di narrazione e canzone scritto da Alessandro Hellmann, Andrea Pierdicca, Antonio Tancredi, Paolo Enrico Archetti Maestri e prodotto da Unaapi. Breve descrizione del tema trattato: Le api esistono da milioni di anni, prima ancora dell’arrivo dell’uomo. Ma oggi, in diversi paesi del mondo, sono in crisi. Che cosa sta succedendo? Cosa è cambiato? E cosa c’entrano la vita del chimico Justus Von Liebig, il modo di coltivare la terra e di alimentarsi con l’attuale diminuzione delle api negli alveari? La Solitudine dell’Ape è un racconto-canzone che mette insieme i tasselli di questa storia, proponendosi di dare delle risposte, di superare luoghi comuni, di informare, di stimolare una ribellione al sistema della monocultura e del profitto a tutti i costi. Ulteriori specifiche tecniche: Grafica, illustrazioni, fotografie: Ivano A. Antonazzo Registrazioni live: Fabrizio Barale Missaggi e mastering: Fabio Martino Produzione: La Contorsionista s.n.c.

Recensione CD Davvero molto incisivo, tagliente, epico, questo EP che racchiude la colonna sonora di uno spettacolo teatrale coinvolgente come pochi. In questo caso i brani sono tutti estremamente orecchiabili, a partire dalla title track, una marcia che quando l’ascolti non te la dimentichi più, fino alla straordinaria “Léngua ed ssu”, una melodia in puro stile tradizionale che non finirei mai di ascoltare, in assoluto tra le migliori composizioni di sempre non solo del gruppo ma della storia italiana del folk revival. Questo disco è un acquisto che definirei obbligatorio per chiunque, come il recente CD “Munfrâ” uscito nel 2013. ❖


Argomenti SOUNDREEF VS SIAE CHI TUTELA I DIRITTI D’AUTORE? di Loris Böhm

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a un po’ di tempo diverse testate giornalistiche contribuiscono attivamente a creare confusione sulla vicenda Soundreef-SIAE. Chi è autorizzato a tutelare i diritti d’autore e conseguentemente a incassare i proventi di questa operazione? Non lo scoprirete certamente da quelle pagine... loro si limitano ad intervistare i contendenti con l’unico risultato di creare un muro contro muro. Da una parte la SIAE che dichiara guerra proclamando l’illegalità della nuova società concorrente e minacciando tutti coloro che usufruiranno dei suoi servizi, basandosi sul fatto che hanno egemonia di mercato da tanti anni e avanzando critiche di approssimazione e scarsa credibilità dei rivali, dall’altra la Soundreef che dichiara la sua totale legalità secondo le normative europee di libera concorrenza, basandosi sulla sua efficienza organizzativa, sulla snellezza delle procedure, sulla soddisfazione dei suoi clienti e sulle tariffe molto vantaggiose del loro servizio. Nessuno confesserà di non essere all’altezza dell’incarico che assume. Chi ha ragione? Secondo le reciproche osservazioni, diametralmente opposte, impossibile stabilire chi dice la verità. Da buon opinionista io vorrei bypassare questo braccio di ferro, che non fa altro che creare ulteriore caos in un ambiente già abbastanza deprimente quale la tutela dei diritti d’autore. Vorrei solo sottolineare il fatto di come in Italia i monopoli, contrariamente a tutte le leggi europee in

merito che incentiva la libera concorrenza, continuino ad imperare. Chiunque abbia cercato di opporsi a questi monopoli (come fossero lobby, ministeri, logge massoniche) ha fatto una brutta fine (vedi come per la concorrenza delle ferrovie private con Trenitalia o per le concorrenti delle emittenti televisive con la RAI) nella migliore delle ipotesi chi prova a contrastare questi domini viene boicottato, stritolato, dalle stesse leggi italiane, confuse e spesso anacronistiche. Quasi sempre l’impresa che cerca di mettersi in concorrenza offrendo servizi e tecnologie all’avanguardia, con personale altamente specializzato, rischia di fallire miseramente, lasciando campo aperto al potere. Per chi non lo sapesse ancora, la Soundreef è una società che (guarda caso) è stata registrata nel Regno Unito e (guarda caso) da due brillanti imprenditori italiani: Davide D’Atri e Francesco Danieli, con una organizzazione internazionale al seguito, e sta sbarcando anche in Italia con le sue offerte riservate a musicisti, produttori di spettacolo, emittenti e discografici. Ora alzi la mano chi non ha mai avuto qualche diatriba con la SIAE, chi è rimasto sempre soddisfatto pienamente del servizio proposto e dalle tariffe che ha applicato... credo ben pochi. Ma tutti ci si iscrivono perchè non esistono alternative. Posso immaginare che un agguerrito concorrente con idee rivoluzionarie e per giunta legalmente riconosciuto dalla Comunità Europea, possa far tremare le gambe a un ente che da una vita ha vissuto

di rendita, ma non capisco perchè da noi in Italia ci deve essere sempre un rifiuto a mettersi in gioco, magari migliorando le proprie offerte o diminuendo le tariffe. Gli egemoni preferiscono restare ben saldi sui privilegi acquisiti per mancanza di un “mercato”, imponendo le condizioni, anche rivolgendosi ad avvocati e istituzioni compiacenti per “vincere” la causa. Il risultato di questo andazzo è davanti agli occhi di tutti: i servizi che abbiamo in Italia sono da terzo mondo e non c’è legge antitrust che tenga: i monopoli di Stato da noi paralizzeranno sempre il progresso nell’offerta dei servizi. Allo stato attuale delle cose c’è da indignarsi per la mancanza di dialogo e di collaborazione tra società che lavorano nello stesso campo, ma non mi permetto di indirizzare un lettore da una parte o dall’altra anche perchè il rischio di essere dichiarato “fuorilegge” e passibile di multe, è concreto, anche se iniquo. Quello che invece consiglio è di andare a visionare il sito internet della SIAE e quello della Soundreef (che è perfettamente tradotto anche in italiano) per rendervi conto di chi “fa le cose per bene e con ordine” e chi invece “butta anatemi al vento”. La legge italiana, ammesso che esista, prima o poi dovrà farci chiarezza su come dobbiamo comportarci, perchè è facile fare pubblicità a tappeto sull’importanza di essere in Europa (vero mamma RAI?) ma è meno facile seguire e rispettare le regole che la stessa Europa ci impone, come la privatizzazione dei servizi. ❖

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Argomenti LA MUSICA NON NASCE PER CASO E NON È FINE A SE STESSA. LE SUE RADICI SONO NELLA VITA DELL’UOMO E NELLA SOCIETÀ IN CUI QUESTI VIVE di Gloria Berloso

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e la parola “storia” indica una successione irripetibile nel tempo esiste così una storia della musica. E poiché sappiamo con certezza che è esistito un periodo anteriore alla comparsa del Rock, l’esistenza di questo periodo, e la sua comparsa in una determinata fase storica, costituiscono una parte perfettamente legittima della storia del Rock. Questi periodi di tempo nella storia hanno non solo nomi, ma anche una biblioteca immensa, ed esigono un particolare senso nel tempo. Questo vale anche per il periodo più recente, relativamente breve, che io chiamo periodo di transizione. Le difficoltà che inevitabilmente si trova davanti chi è sprovvisto di cultura in questo campo non così familiare a tutti, frenano generalmente il naturale desiderio di conoscere e di capire, benché le prospettive che così si aprono meritino la più intensa partecipazione dell’intelletto, e l’esperienza piuttosto insolita di scoprire che una storia anche in settori della vita apparentemente statici e, in confronto al nostro divenire umano, del tutto esenti da ogni forma di mutamento, ingenera e giustifica una certa perplessità. Ma le possibilità che si offrono sono considerevoli. Le successive trasformazioni della musica, che tutti noi oggi conosciamo con una certa precisione, costituiscono un discorso storico che può essere ricollegato con l’epoca storica, nel significato comune del termine. In questo campo le grandezze assolute restano sempre le

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costanti fondamentali. Oggi le nostre conoscenze sono molto più estese di quelle delle passate generazioni, anche nel campo della musica, ma queste conoscenze si imperniano sulle nostre capacità di riflessione e di associazione, senza le quali non sarebbero comunicabili né d’altra parte accessibili al nostro intelletto in modo diverso da prima. Parlando del presente in rapporto alla musica, l’insolito vantaggio di poter cogliere i diversi elementi dell’esistenza umana in armonico rapporto l’uno con l’altro, e di trovare risolto in questo, il presente

stesso con il suo contenuto di esperienza già raggiunta ed il suo appello al futuro, è sempre stato illusorio. È logico pensare che per uscire da questo circolo vizioso bisogna cogliere la vita come puro fenomeno indeterminato. Che cosa significa e a quale fine si studia la storia della musica? Gli uomini si trasformano e scompaiono dalla scena, anche i loro pensieri scompaiono; solo la storia rimane sul teatro degli eventi. Quando ci si trova di fronte all’uscita di un disco di una personalità, i problemi ci sono. Un complesso


Argomenti

Elvis Presley

ha infatti in sé stesso, per le molteplicità delle tendenze dei suoi componenti, degli elementi equilibratori, che fanno si che il prodotto finale si mantenga sempre più o meno sulla linea di un certo filone, mentre un singolo musicista non ha imitazioni di sorta alle proprie idee, ai propri amori, alle proprie follie, ed è veramente difficile riuscire a capire che cosa possa passare nella sua testa al momento di una incisione. Moltissimi musicisti famosi potrebbero fare praticamente di tutto, anche divertirsi alle spalle del pubblico, senza per questo minimamente scalfire la propria notorietà e cantando anche su un certo margine di notorietà. Per spiegare la maniera in cui artisti di fama siano riusciti in breve tempo a diventare degli idoli per il pubblico, ed a mantenere per lungo tempo tale fama, è utile considerare alcune componenti che non riguardano strettamente la loro musica, ma che sono derivanti da essa, se analizziamo il momento storico della loro ascesa alla ribalta come personaggio, distaccata dalle altre, sarebbe divisa in numerose correnti ideologiche, come quella tanto decentrata generazione marcata con il nome di gioventù bruciata, che viveva il suo periodo di rivoluzione allo stato embrionale

contro l’implacabile robot della società dei consumi. Essa si appoggiava a corpo morto ai protagonisti dell’epoca che nelle più disparate maniere proclamavano guerra al sistema. Molti artisti si sono serviti del mezzo più comunicativo: la musica. Altri rappresentano comunque il culmine di una parabola percorsa dai folk-singers che dopo la guerra avevano preso in mano la chitarra per protestare violentemente contro i problemi che dilaniavano la vita. Spesso la produzione discografica è sempre legata al momento storico della vita del musicista, al suo modo di vedere, facilmente soggetto a cambiamenti improvvisi ma destinati anche ad esaurirsi. È triste pensare come molti grandi musicisti abbiano avuto il pieno riconoscimento ai loro meriti soltanto dopo la morte ma è sempre pur lunga e senza confine la dura legge della sconfinata giungla musicale dove non sempre si trova la luce per particolari meriti ed i migliori vengono notati solo dopo che la loro mancanza viene a scuotere l’equilibrio amorfo. Così si piange su ciò che non si è fatto, ci si rende conto di quanto si faccia per gente che non merita nulla e si cerca, in extremis, di rendere gloria a chi, purtroppo, non tornerà più. È un requiem triste, molte volte ipocrita, che il mostro commerciale fagocita in breve tempo, traendone proficuo usufrutto per i suoi viscidi sudditi. Ed ecco così le raccolte postume, arrabbattate in poche ore per sete di denaro, ecco il vero e proprio sfruttamento dell’artista scomparso che viene spremuto fino all’ultima goccia. Opere che, spesso, non risultano proficue

nemmeno alla memoria, rivelandosi, anzi, dannose per la cecità con cui vengono condotte. Per fortuna esistono persone sensibili, amici e ex collaboratori degli scomparsi che si sforzano di evitare che il manto dell’oblio o, peggio, quello dello sfruttamento vengano stesi su chi non può far valere più le proprie ragioni; ma quanti riescono ad evitare il pauroso blocco produttivo che non guarda in faccia nessuno per i suoi loschi fini monetari? Pensiamo al vecchio Elvis, un mito duro a morire anzi Presley è qualcosa di più di un mito, rappresenta un punto di partenza, una svolta decisiva nel campo della musica. Da solo, lui potrebbe essere elevato a simbolo di un’epoca intera e di quello strano e ambiguo rapporto che, ieri come oggi, intercorreva e intercorre tra il sistema e la musica popolare. Gli album storici e i dischi più sofisticati in vinile di oggi con registrazioni di epoche diverse sono interessantissimi per osservare i metodi con cui venivano realizzati. Considerando i mezzi tecnici di cui disponevano gli ingegneri di sala venti, trenta e quaranta anni fa bisogna ammettere che facevano quasi dei miracoli. Il cammino percorso dalle tecniche di incisione negli ultimi anni fa paura ed è meraviglioso pensare come si potesse registrare un disco su due piste, una per la voce e l’altra per gli strumenti. Se non addirittura, su una soltanto. Se a questo si aggiunge che, il novanta per cento delle volte, l’artista cantava in diretta, senza alcun successivo lavoro di mixage, si comprende come fosse semplice, e nello stesso tempo difficile, l’opera di realizzazione delle case discografiche. Oggi, per esempio, finalmente dopo quaranta anni, il concerto live (con Sandy Denny) di Essen (1970) è possibile ascoltarlo con grande emozione con l’uscita di FOTHERINGAY (2011 Thors Hammer-Made in

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Argomenti

Sandy Denny nelle due foto

Germany). Questo concerto segna la grandezza di Sandy Denny e la sua evoluzione, dopo essere uscita dai Fairport Convention alla fine del 1969. Le sue composizioni The Sea e Nothing more, e la sua voce in ogni brano ti trasmettano emozioni e t’incantano. Non esiste alcun dubbio per i miei orecchi, Sandy è la più bella voce che io abbia mai sentito. Tutta la musica, curata ed arrangiata dalla chitarra elettrica di Jerry Donahue, arricchita da sonorità classiche con Gerry Conwaye e la voce di Trevor Lucas, in qualche tratto forse un po’ esasperata, regalano a questo disco un’importanza sublime nella storia della musica. Un espressionismo, quello dei FOTHERINGAY, colmo di esperienze musicali diverse e piene di vitalità raggiunti con pochi strumenti ma con una cantante che ogni band avrebbe voluto avere. Sandy era piccola e fragile, si faceva amare

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da chiunque, a Lei non importava il successo e incidere dischi di altri che soffocavano comunque la sua grandissima personalità, unica e rara. La piccola cantante britannica riuscì a farsi sentire, pur restando nell’ombra, rispetto altre sue colleghe, con i Fairport prima e da solista, dopo lo scioglimento dei Fotheringay. La sua voce, limpida, pulita, vitale ma velata da una punta di malinconia ha valorizzato motivi di Bob Dylan e ballate povere e non celebri, variando tonalità che a nessuna cantante al mondo sono mai riuscite. Sandy Denny è morta a soli 31 anni, la stampa e le case discografiche si sono comunque e sempre occupate molto poco di questa piccola ma gran-

dissima artista. A Lei però credo non importi perché la musica è vita, a me è rimasto il pensiero di un’immagine solare, un angelo beato tra gli angeli, la sua musica è dentro di me. Tutto il resto non è ancora storia. La musica non nasce per caso e non è fine a se stessa. Le sue radici sono nella vita dell’uomo e nella società in cui questi vive. Tante storie di ragazzi di provincia, nottate passate a suonare con gli amici, i soldi risparmiati o rubati per procurarsi il primo strumento decente, non sono altro che i primi passi di tanti personaggi di ieri ma anche di oggi e di domani. Solo pochi riescono a farsi un nome e restare sinceri con se stessi e la propria musica. C’è una cosa molto importante, e che guarda all’oggi, oltre alla definizione dell’ieri, come ieri: l’aggiornamento di suoni e note organizzati secondo i modi delle canzoni beat e anche secondo schemi di oggi vengono riutilizzati per un piano di comunicazione diverso ed indicativo di una delle strade, se non dell’unica possibile, per la musica di oggi. La comunicazione a onde cerebrali e vibrazioni sonore sono un veicolo di possibilità d’incontro fra chi scrive musica e chi l’ascolta. ❖


Argomenti Dopo le proteste scritte del violoncellista Michele Spellucci è stato ritirato il bando-beffa per musicisti volontari

IL MINISTERO DEI BENI CULTURALI PRESIEDUTO DA DARIO FRANCESCHINI CERCAVA SCHIAVI “VOLONTARI” di Loris Böhm

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avvero una triste storia tutta italiana, quella inscenata dal Ministero dei Beni Culturali e del Turismo per mezzo del ministro Dario Franceschini, che con il pretesto di attirare pubblico per l’apertura serale straordinaria dei musei e aree archeologiche italiane al venerdì, aveva intenzione di “arruolare” musicisti che intrattenessero i visitatori e i turisti... senza dar loro alcun compenso in denaro, anzi, mettendo come clausola contrattuale l’espletamento di tutte le formalità burocratiche e le spese attinenti la pubblica esibizione. Questo ministro del PD ha in questo modo dimostrato al cittadino italiano (bipartizan) che per incentivare un certo tipo di cultura e arte, bisogna affossare un altro settore di arte... quello musicale. Complimenti vivissimi! Dopo l’aumento dell’IVA sui prodotti discografici, ormai considerati un genere di lusso anzichè un archivio di tradizione e cultura, come se tutti i musicisti, anche quelli di musica

tradizionale, guadagnassero come Shakira, adesso si permette di chiedere prestazioni a titolo gratuito “per aiutare il ministero”. Incredibile la faccia tosta di questi personaggi. Con quello che guadagna un parlamentare e con tutti i benefit, i rimborsi e i premi potrebbe pensarci lui stesso a pagare con il suo conto in banca i poveri musicisti, che in questo modo dovrebbero sentirsi quasi onorati di suonare in un pub con la sola prospettiva di un gettone e un bicchiere di birra... Dietro a questo indecente bando di concorso, si sono sollevati immediatamente i frequentatori dei social network e dei blog su internet, e con un passaparola vibrante e senza precedenti hanno costretto lo sciagurato ministro a fare rapida retromarcia e annullare quell’infame bando. La lettera educata ma determinata del violoncellista Michele Spellucci ha fatto il giro del globo e rimarrà negli archivi a testimoniare della stupidità e della

scarsità di cultura e di tatto del ministro Franceschini, oltretutto appartenente ad uno schieramento politico che generalmente aveva sempre incentivato la musica e lo spettacolo. I tempi cambiano, i governanti rimangono sempre gli stessi, i soldi sono pochi ma anche la pazienza che ci è rimasta è poca. Sarà anche stata una caduta di stile, una buccia di banana, un incidente sul percorso, un lapsus o come diavolo volete chiamarlo, ma, per piacere, che non si ripeta mai più! C’è gente che lavora seriamente nell’ambito della musica, e per fortuna c’è anche una rivista che si chiama Lineatrad, che va avanti con le risorse di un ex-cassintegrato, precario nel lavoro, che dedica il suo tempo “libero” oltre che alla famiglia anche agli interessi del prossimo. Scusatemi lo sfogo: se scuserete il governo e continuerete a supportarlo, sicuramente non avrete difficoltà a scusare anche me! ❖

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Eventi MAGIE E COLORI D’ORIENTE CON GLI HOSOO TRANSMONGOLIA

17 Agosto 2014 – Gandino (Bg)
 0re 16 – Chiesa di Valpiana
 Ore 21 – Chiostro S.Maria ad Ruviales Ingresso libero Comunicato Stampa

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itorna in Italia una delle formazioni più prestigiose d’Oriente, gli HOSOO TRANSMONGOLIA. Direttamente dai monti Altai, in Mongolia, Geomusic ha avuto il piacere di presentarli per prima in Italia e dora di rappresentarli in esclusiva. Il quartetto media il nome da Dangaa Khosbayar, detto Hosoo, considerato il più virtuoso cantante in stile khoomi. Gli Hosoo Transmongolia saranno protagonisti tra l’altro al prestigioso Ferrara Busker’s Festival, quest’anno dedicato a quelle lontane Terre, ma anche artefici di un doppio concerto in Bergamasca, il 17 agosto, nell’ambito della 30° edizione della rassegna internazionale di folk contemporaneo ANDAR per MUSICA. 
Luogo delle loro affascinanti performance è Gandino, borgo laniero perfettamente conservato sito nell’omonima valle, a mezza strada tra Bergamo e Clusone. Nel pomeriggio, alle 16, si esibiranno alla Chiesa sita in Valpiana, amena località montana sopra Gandino, in dimensione acustica. La sera invece nell’affascinante chiostro di S.Maria ad Ruviales, nel borgo. L’affascinante incontro con le magiche atmosfere d’Oriente degli Hosoo Transmongolia è organizzato dalla locale Pro Loco in collaborazione con Geomusic. In entrambi i casi l’ingresso è libero e ciò costituisce un motivo in più per assistere ad una

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performance d’altissima qualità, tanto insolita quanto affascinante, che mette in risalto le voci di questi artisti accompagnate da strumenti tradizionali Un’occasione imperdibile per trascorrere una giornata nel borgo antico di Gandino e nei dintorni, magari gustando anche le specialità gastronomiche locali legate alle riscoperte culture del mais spinato.    Mongolia: il paese delle steppe nell’Asia Centrale simbolo di natura incontaminata, vita da nomadi, le yurta (tende di feltro), il panorama piatto e sconfinato che sembra non aver mai fine, il Deserto del Gobi, le montagne dell’Altai. 
I nomadi nel loro continuo vagare, le loro mandrie di pecore, i cavalli e i cammelli, i venti e le nubi, le montagne e l’erba sono strettamente legati alla musica e il canto di Hosoo Transmongolia lo dimostra in maniera chiara e vivida. Dopotutto, la musica è ancora parte della vita da queste parti, in grado di esprimere di una gioia di vivere lieta e piena di rispetto per tutte queste cose.
I musicisti e i cantanti dell’ensemble Transmongolia, che già si conoscono tra loro da molti anni, vengono tutti dalla Mongolia occidentale, più precisamente dai monti Altai. Ognuno di loro ha completato un corso di studi con tanto di diploma al collegio musicale di stato di Ulaanbaatar, la capitale del paese. Tutti gli artisti non solo hanno ricevuto un’eccellente educazione nel canto armonico, ma sono altrettanto ben preparati per suonare la musica che accompagna il canto con gli strumenti tradizionali: il violino con tastiera a testa di cavallo (lo strumento a corde tipico della Mongolia), il violino basso, l’oboe mongolo e altri vari strumenti a pizzico e a corde. 
Nel corso dei secoli, la forma di canto höömii si è sviluppata a partire dall’intimo amore che i nomadi della Mongolia provano per la natura. Gli animali, in particolare cammelli e cavalli, i fiumi e le montagne, i venti della steppa e del deserto vengono vocalizzati e imitati dai cantori

höömii. Il risultato è un canto sincero con e nella natura. 
Hosoo Transmongolia dona voce alla natura e porta nelle sale da concerto l’infinita grandezza della steppa. ❖ Gli HOSOO TRANSMONGOLIA sono disponibili per Concerti singoli e Festival.

Formazione: DANGA KHOSBAYAR “HOSOO “– voce khoomj, morin huur, strumenti vari NAVAANDEMBEREL KHULAN – Mongolian cittern, morin huur, voce YESUNERDENE BAT – morin huur, voce GERELT JAMBA – morin huur, overtone voce Discografia: EGSCHIGLEN – Gobi  1998 UYANGA – Uyanga 1  1998 DANGAA – Altai (Blue Flame/BMG) 2000 HOSOO – Hoomij Legende (Eigenproduktion) 2001 HOSOO – Transmongolia (Eigenproduktion) 2004 TRANSMONGOLIA – Gesang des Himmels (Eigenproduktion) 2005 EMBRYO – Istanbul Casablanca – Tour 98 (Scheeball) 1998 GIORGIO LI CALZI – Autoloop (BMG Ricordi Spa) 2000 GREGORIAN – Masters of Chant Chapter II (Edel record) TRANSMONGOLIA-Memories of My Homeland  (Starfish Music) 2007   Informazioni: 
 
 www.geomusic.it info@geomusic.it  Facebook: Geomusic-Il suono della terra 
     tel. 035 732005 – 348 4466307 Facebook: Geomusic-Il suono della terra


Eventi 7a edizione 7 settembre 2014 Viganella (Domodossola)

FESTIVAL DEL CANTO SPONTANEO Comunicato stampa

Cristian Brucale (Compagnia Daltrocanto) canto e tamorra

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a settima edizione del Festival del Canto Spontaneo, organizzato dall’associazione culturale Furclap di Udine, si avvicina alla sua prossima tappa che sarà a Viganella (Domodossola). Iniziato a Salerno lo scorso 31 maggio con una giornata ricca di interventi - l’antropologo Paolo Apolito e il filosofo Alberto Madricardo, Biagino De Prisco, autentico cantore delle Tammuriate, la Compagnia Daltrocanto guidata da Antonio Giordano, i canti liturgici sperimentali di Giovanni Floreani - approda ora in Val d’Ossola, in questo piccolo paesino in provincia di Verbania. Qui esiste ancora una piccola e antica cantoria guidata dall’inesauribile Pier Franco Midali, noto anche come il Sindaco che “portò il sole d’inverno a Viganella”. L’associazione Furclap, che già lo scorso anno, dedicò una pagina a questo piccolo gruppo di cantori, ha deciso di realizzare una giornata del Festival in trasferta e l’occasione della locale “Festa alla Madonna” ha fatto si che si concretizzasse questa opportunità. Domenica 7 settembre le zampogne di Antonio Giordano e di Giovanni Floreani suoneranno durante la porcessione che sfilerà lungo le vie dell’antico paesino; più tardi nella piazza centrale ancora i due musicisti, l’uno campano e l’altro friulano, si aggiungeranno alla fisarmonica di

Giovanni Floreani (associazione Furclap) Boassà - Ceccola Polifonica

Franco Giacomuzzi foto di gruppo nel corso dell’evento a Salerno del 31 maggio 2014 (dell’associazione Furclap) per intrattenere il pubblico con alcuni canti e musiche tradizionali da tutta Italia. In serata, nella locale chiesa, un interessante spazio condotto da Pier Franco Midali sarà dedicato alle origini liturgiche del canto Spontaneo. Sarà interessante ascoltare David Di Paoli Paulovich, compositore e ricercatore di aquileiesi, il rinascimento friulano con alTrieste, da anni appassionato studioso di cuni brani tratti dal Primo Libro De’ Balli di questo argomento; soprattutto per quel che Giorgio Mainerio, i canti carnici dal sapore riguarda le origini del canto patriarchino, celtico e l’avvincente ritmo estatico delle per certi aspetti più interessante e antico danze resiane. Si chiude con i cantori di Viganella (i podel canto gregoriano. A portare il saluto dal Friuli e soprattutto chi rimasti, purtroppo) che rappresentano dalla sua amata Carnia ci sarà Novella Del un “tesoro vivente” inestimabile. Voci maFabbro, insostituibile collaboratrice di Gio- schili possenti, magiche che portano con vanni Floreani nell’organizzazione del Fe- sè il sapore dell’Antico e del rituale, ormai dimenticato, che sapeva connettere il Sastival del Canto Spontaneo. Ancora Antonio Giordano e Giovanni Flo- cro al Profano. Una serata da non perdere reani racconteranno e canteranno le tradi- per coloro che vorranno salire in questo zioni delle loro specifiche Terre d’origine: piccolo paesino nella giornata di domenica dalle tammuriate ai canti cilentani, le pizzi- 7 settembre 2014. ❖ che, le suggestioni delle ricerche effettuate In attesa di altri prossimi eventi a Venezia e Gida Roberto De Simone (Nuova Compagnia vigliana .... info@musicistieattori.com (associadi Canto Popolare), gli antichi canti liturgici zione culturale Furclap Udine  • www.furclap.it)

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Interviste LOENED FALL

Quattro chiacchiere con Ronan Guéblez a proposito del nuovo album dei Loened Fall: ’Vel ba’r gêr di Giustino Soldano e Muriel Le Ny

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gni anno, in occasione del 21 giugno, si svolge in quasi tutta la Francia la Festa della Musica. Ci trovavamo per l’occasione a Lorient e ne abbiamo approfittato per assistere ai numerosi spettacoli, che si sono alternati sulle varie scene a partire dal pomeriggio e che si sono protratti fino alle due del mattino. Le strade del centro città, soprattutto la sera, sono state invase da un pubblico di tutte le età che passava da un palco all’altro per ascoltare i vari concerti. Ce n’era per tutti i gusti, dal folk al rock, dall’ethno al metal. Noi ci siamo soffermati in tarda serata nella piazza del Municipio per partecipare a una fest-noz e per ascoltare principalmente il gruppo dei Loened Fall (in bretone animali selvaggi o, in senso figurato, brutte bestie inteso anche per le persone), che ha presentato il loro ultimo album ’Vel ba’r gêr (come a casa vostra): musica tradizionale bretone a ballo. A fine concerto abbiamo intervistato Ronan Guéblez, voce storica del gruppo composto attualmente da lui, da Marthe Vassallo, l’altra voce dei Loened Fall, da Hervé Bertho al violino, da Thomas Lotout alla bombarda e da Marc Thouénon alla chitarra e bouzouki. Abbiamo chiesto a Ronan: da quanto esiste il gruppo e come ha avuto origine?

Il gruppo si è formato nel 1996, in seguito a un’iniziativa dei musicisti. Io cantavo già da alcuni anni in coppia con Marthe Vassallo o con Nolùen Le Buhé, che a volte sostituisce Marthe, come in occasione del concerto di stasera e i musicisti ci hanno contattato per proporci una formazione che affiancasse violino, chitarra e bombarda ad una coppia di cantanti di kan-ha-diskan (canto e controcanto). All’inizio ero riluttante perché il mio interesse principale era il kan-ha-diskan, ma già la prima volta che ho provato questa esperienza in una fest-noz, mi è piaciuta e così il gruppo ha avuto origine.

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Da quanto tempo canti?

Ho iniziato ufficialmente ventiquattro anni fa, nel 1990. Cantavo già a casa per mio piacere e poi ho provato qualche volta con Nolùen, che era interessata come me al kan-ha-diskan. In seguito ho avuto l’occasione di incontrare Denez Prigent che cercava qualcuno che cantasse con lui, sono stato scelto e così ho cantato con lui dal 1990 al 1992.


Interviste

Il canto e la musica sono stati sempre il tuo lavoro e i tuoi interessi principali?

No, per quasi nove anni ho fatto il sindaco di SaintPéran, un comune dalle parti di Rennes. Inoltre la mia formazione è di genetista e quindi per vent’anni ho lavorato nel settore suinicolo col compito di migliorare la qualità degli allevamenti. È per questo che avete dato un nome che ricordi gli animali, Loened, al gruppo?

In effetti, quando abbiamo cercato di assegnare un nome al gruppo, abbiamo pensato agli animali. Abbiamo un po’esitato sulla scelta di un aggettivo che, in bretone, significasse qualcosa di selvaggio, cattivo e alla fine abbiamo scelto Fall. C’è qualche differenza tra quest’album appena uscito e i precedenti?

Abbiamo preso visione e ascoltato con interesse l’album ’Vel ba’r gêr. Quello che colpisce a prima vista è il formato dell’astuccio del CD che è di forma allungata nel senso verticale, tipo quello dei DVD e che è la prerogativa anche degli altri album del gruppo. Al suo interno poi, un libretto con la descrizione in francese e inglese dei brani, la cui lingua originale è il bretone. L’album è composto da tredici brani, facenti parte, come abbiamo appreso nell’intervista, di danze tradizionali. Si comincia con una suite di Dañs Plin, seguono una Gavotte Pourlet, una Gavotte, una LarideGavotte e si termina con una Fisel. Tutte danze veloci, alcune con durate superiori ai sei minuti, per le quali ci vuole un fisico abituato a sostenerne i ritmi indiavolati; in pratica una vera chicca per gli amanti delle danze bretoni.

La differenza principale in quest’album, che è il quarto della serie, è che per la prima volta la composizione ufficiale del gruppo è cambiata con Thomas Lotout alla bombarda, che sostituisce Sabine Le Coadou. Da un punto di vista musicale poi, in quest’album abbiamo affiancato alle danze tradizionali del Centro Bretagna: Gavotte, Plin, Fisel, che hanno fatto parte anche degli album precedenti, alcune danze tipiche del Pays Vannetais come la Gavotte Pourlet e la Laride-Gavotte Quanto tempo avete impiegato per realizzare quest’album?

In media produciamo un nuovo album ogni cinque anni durante i quali rielaboriamo i vari brani e ne proviamo di nuovi; inoltre per la realizzazione e registrazione del CD ci vuole circa un anno. Le nostre registrazioni sono prevalentemente dal vivo, per cui dobbiamo pianificare i concerti in cui suonare i nostri brani e metterci d’accordo con gli organizzatori delle festoùnoz perché le registrazioni siano fattibili. I brani proposti sono tradizionali o composti da voi?

La quasi totalità dei brani è tradizionale e poi c’è qualche pezzo composto e arrangiato da noi ripreso da qualche aria tradizionale già esistente. In Bretagna ci sono numerosi brani musicali o cantati di cui si conosce l’autore o l’esecutore, ma, che per tradizione, non sono depositati e sui quali quindi non c’è alcun diritto d’autore. È un repertorio vastissimo; è come trovarsi in una cava senza fine di pietre già tagliate, basta chinarsi a raccoglierle. Ci sono dei gruppi che creano da zero la propria musica, ma questo non è il caso dei Loened Fall. Bene, ti ringraziamo e speriamo di rivedere te e il tuo gruppo in una prossima occasione.

A presto, allora.

Si ringraziano Ronan Guéblez per averci concesso il piacere d’intervistarlo, Henri Prigent della An Naer Produksion per averci gentilmente offerto una copia dell’album ed il gruppo dei Loened Fall per averci deliziato della loro musica coinvolgente durante la festnoz del 21 giugno 2014 Per contattare il gruppo: loened.fall@laposte.net oppure thouenon.marc@gmail.com Il loro sito: http://loenedfall.jimdo.com L’album ’Vel ba’r gêr è prodotto dalla An Naer Produksion: gwen@an-naer.com L’album è distribuito da Coop-Breizh : www.coop-breizh.fr ❖

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Cronaca ATTRAVERSANDO LE VALLI OCCITANE

Dal Preit di Canosio a Sancto Lucio di Coumboscuro un denominatore comune: la musica folk di Agostino Roncallo

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ono partito per la Val Maira con l’idea di fare qualche escursione in montagna e non, in questo caso, per partecipare a concerti o feste da ballo. Tuttavia un viaggio in questa regione è, si trasforma, sempre e comunque, in un incontro culturale. Il motivo è il seguente: in questi luoghi la tradizione, e quindi la musica, la lingua, l’arte, non sopravvivono ma vivono. E ciò che vive è nell’aria, e lo respiri, inevitabilmente. La mia prima meta è Preit, frazione di Canosio, località che si trova in una valle laterale che si sviluppa da Ponte Marmora sulla sinistra orografica. Non c’ero mai stato in verità, tante volte ero passato davanti al cartello che indicava quel bivio, ma fin laggiù, mai. Preit è l’ultimo villaggio abitato di questa valletta e la mia meta è la Locanda degli Elfi, vale a dire un “albergo diffuso”. Di cosa si trattasse esattamente, non sapevo. Preit si presenta come un villaggio tradizionale, tutte case in pietra e tetti in piode, bellissimo a vedersi. Mi accolgono Jennie e Beppe, proprietari della Locanda, che con grande gentilezza e disponibilità mi spiegano prima di tutto il senso di quell’aggettivo “diffuso”. All’insegna di un turismo sostenibile, il loro albergo non ha sede in un’unica struttura ma è dislocato nelle diverse abitazioni che sono state ristrutturate con cura e rispetto dell’ambiente. All’interno di esse ho trovato ogni genere di comodità, vasca idromassaggio compresa. Altri tempi rispetto a quelli della mia giovinezza, quando nelle

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Valla e Scurati suonano al Preit di Canosio

locande si dormiva ovunque, con sacco a pelo e pacifica convivenza con i topolini di montagna. Parlare con Jennie e Beppe significa parlare con amici conosciuti da sempre e quindi ecco che, tra un discorso e l’altro, scopriamo un interesse comune: le tradizioni musicali. Jennie è maestra di ballo, conosce in particolare le danze dell’area britannica che ha studiato all’università di St. Andrews, ma qui in valle ha potuto conoscere anche le danze occitane e periodicamente contribuisce all’organizzazione di eventi. Vengo così a sapere che l’amico fisarmonicista Silvio Peron ha suonato proprio lì, il 27 Luglio, pochi giorni prima del mio arrivo.

Peccato, l’avrei rivisto volentieri. Ma scopro che anche Stefano Valla e Daniele Scurati, per quanto provenienti dalla zona delle cosiddette quattro province (Genova, Pavia, Alessandria e Piacenza) vengono fin qui a suonare una volta all’anno. Nel bar della Locanda trovo anche l’ultimo cd di questo duo piffero e fisarmonica dal titolo “Per dove?”, edito per i francesi della Buda Musique. Mi manca, lo compro. Il primo ascolto avviene in occasione dei miei spostamenti in auto e rimango fortemente impressionato dalla loro capacità di comunicare qualcosa di interiore, la loro musica è un brivido arcano che scuote le radici della nostra esi-


Cronaca

Valla e Scurati suonano al Preit di Canosio

stenza. Al mio ritorno ne ho parlato per telefono con lo stesso Stefano che si definisce un “suonatore di tradizione”. Non ci conosciamo, o meglio ci siamo conosciuti anni fa durante un festival, ma nella sua voce riconosco subito grande affabilità: con Stefano è così, non ci sono distanze, vivere è sempre per lui essere a contatto con le persone o le cose. Anche la sua musica è tale, a cominciare dai titoli dei suoi album che segnano un percorso di ricerca umano, oltre che artistico: “Prima di partire”, “Segni”, “Per dove?”. Non credo che Stefano suoni un qualche strumento, lui la musica la vive, non la suona. E lo strumento non è uno strumento, non un oggetto separato da noi, ma è nient’altro che la sua voce. Una voce che viene dal passato e ci passa accanto, per andare avanti.

Ci sfiora, appena, ma la avvertiamo, nitida e commovente: ad ascoltarlo suonare dal vivo ci si accorge che non esiste un tempo, non un anno, non un giorno, ma il presente, vivo come il timbro del piffero, come il ghiaccio che si spacca e urla nel suo “Valzer in Gennaio”. La musica di Stefano e Daniele, non ha una fine: certo la loro versione de “Il vecchio e il bambino” di F.Guccini dura 3 minuti e 24 secondi ma è un tempo apparente. Il suo ritmo in ¾ ci investe come un’onda, è ciclico e ipnotico, e non ci lascia, neppure quando lo stereo rimane muto. Quei suoni continuano dentro di noi, sono porte che si aprono su nuovi scenari e lasciano presagire sviluppi che ogni ascoltatore vorrebbe o prova a seguire. Per dove? Ma torniamo a Jennie e Beppe con cui parlo della nostra giovi-

nezza musicale. Jennie ha vissuto vari anni in Inghilterra dove agli albori del folk revival ebbe modo di ascoltare gruppi come Fairport Convention e Steeleye Span. Quanti ricordi! Rimango contagiato dal loro entusiasmo e mi stupisco della vivacità culturale di quella piccola valle che continua a programmare iniziative, come quelle dei concerti con Valeria Tron, il 13 Agosto, e con i Lou Dalfin il 30 dello stesso mese. A proposito di questi ultimi, mi succede un fatto curioso in località Prazzo: la gomma anteriore destra della mia auto ha perso pressione e una signora alla pompa di benzina provvede a gonfiarla. Ma quella signora non vende solo benzina ma anche bibite, giornali, souvenirs, libri, generi alimentari e CD musicali. Manca solo il reparto macelleria. Quindi, contemporaneamente

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Cronaca

un vero artista, non è il numero degli spettatori a contare. Renbourn infatti è a suo agio e snocciola un emozionante repertorio che va dal blues britannico dei primi Pentagle, quello che amava suonare negli anni sessanta in compagnia del suo amico Bert Jansch, fino alle canzoni e ballate medievali e rinascimentali che hanno contraddistinto la sua carriera solista. Al termine dell’esecuzione di ogni pezzo, il pubblico si scioglieva in un applauso che, in estensione, era più lungo del normale. Al termine del concerto conosco Gian Cerato, il fotografo ufficiale, che mi promette alcune fotografie: sai, è per fare contento il direttore di Lineatrad, gli dico. All’uscita di quella chiesa la famiglia Arneodo ha organizzato un rinfresco, si beve e si canta, tutti assieme. ❖

Stefano Valla e Silvio Peron alla Locanda degli Elfi

al lavoro sulla gomma, bevo acqua minerale e acquisto un CD: si tratta di un raro singolo dei Lou Dalfin, dal titolo “Sem Encar Ici”, tre tracce in tutto destinate a confluire nell’album “L’Oste dei Diau”. Ma queste tracce non sono le stesse di quell’album, sono versioni provvisorie ancor più affascinanti in quanto poco elaborate, larvali. Poi mi sposto in Val Grana, precisamente a Sancto Lucio di Coumboscuro dove esiste un centro etnografico e dove la sera stessa si sarebbe esibito un vero e proprio mito del folk britannico: John Renbourn. Ad accogliermi è uno dei figli di Sergio Arneodo, il grande vecchio, scomparso recentemente il 30 Ottobre 2013: Sergio non era solo uno scrittore e poeta talentuoso, ma anche studioso colto, organizzatore infaticabile, militante in nome della Provenza e della sua lingua, e tessitore di rapporti umani. Sì perché quello che colpiva in lui era una straordinaria umanità che ti faceva sentire a casa, la stessa semplicità

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e disponibilità che avverto oggi, nei suoi figli. Nella mia visita al museo scopro che i Troubaires di Coumboscuro, gruppo musicale che avevo conosciuto negli anni settanta e che, a quel tempo, mi appariva un po’ troppo alle prime armi, aveva fatto molta strada e collaborato con artisti famosi, tra cui Fabrizio De André. Oggi, quel gruppo si chiama Marlevar. Trovo anche dei dischi in vinile dei Troubaires e li acquisto subito, il tempo sembra non sia davvero passato lassù. Alle 21, nella chiesetta di Sancto Lucio entra allora in scena John Renbourn. Ho trovato affascinante un contrasto: un artista che ha fatto la storia della musica europea negli ultimi trent’anni si esibisce in un piccolo ambiente di montagna. Ci si potrebbe attendere platee più ampie ma capisco che, per

John Renbourn suona nella chiesa di Coumboscuro fotografia di Gian Cerato


Cronaca

Renbourn in concerto, fotografie di Gian Cerato

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Argomenti IL DIARIO DI DISCO CLUB: MEMORIE DI UN DISCHIVENDOLO

Quando una recensione diventa un argomento di attualità

di Loris Böhm

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li appassionati di musica che capitano a Genova, magari uscendo dalla stazione di Brignole, si ritrovano di fronte un “tempio” non menzionato nelle guide turistiche, non vincolato dalle belle arti, benchè offra, a chi vi entra, la certezza di vivere una esperienza quasi mistica, un’avventura che resterà bene impressa, al di là del semplice acquisto discografico. Si tratta di “Disco Club”: esternamente appare come un banale negozio di dischi ma già la vetrina ti fa capire che in realtà non ci troverai nulla di banale... anche se nella realtà quotidiana ci sono tanti “clienti” che si sforzano in tutti i modi per far impazzire il titolare Giancarlo Balduzzi, che gestisce il negozio dall’inizio del 1984 attraverso tante vicissitudini, attraverso richieste strampalate e impossibili sia di ignoranti sprovveduti che di celebri collezionisti. Il nostro non si scoraggia e ribatte colpo su colpo al punto di diventare il faro della musica commercializzata in città. Ai suoi clienti più tenaci, più strani e stravaganti, appioppa soprannomi esilaranti, e nel suo locale da tanti anni si può assistere a scene comico-teatrali tra venditore e musicofilo (o aspirante tale) davvero da incorniciare. Alla fine, l’anno scorso, decide di affidare alle pagine su facebook la cronaca giornaliera di quello che accade in negozio... e diventa subito un cult di successo nel social network al punto che i lettori in rete diventano clienti. Da questo “rinnovato interesse”, considerando la crisi che l’ambiente discografico sta attraversando da diversi anni, nasce l’idea di pubblicare un libro che racchiuda queste cronache giornaliere, e tutti gli antefatti del protagonista Balduzzi.

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Uscito quasi timidamente nella prima edizione, riservato presumibilmente ai suoi clienti che possono ritrovarsi casualmente citati nelle pagine, il volume “Memorie di un dischivendolo” ottiene un successo che ne richiede la ristampa. Aiutato nella compilazione dal giornalista (nostro vecchio amico) Antonio Vivaldi, il libro offre cronache giornaliere per cui si può sfogliare tranquillamente senza la pretesa di leggerlo dall’inizio alla fine, ma spulciando anche singoli episodi presi a caso: ogni episodio offre momenti di divertente condivisione e svago. Tanta ironia si sprigiona nella lettura, e tutte quelle situazioni vissute fanno capire come il mestiere di venditore di dischi non sia un lavoro per tutti... bisogna saper attraversare il periodo di crisi cercando di stare a galla nel mare in tempesta, e questa situazione grottesca e allucinante, Balduzzi la racconta nei tantissimi momenti vissuti e commentati in negozio. Se è vero che tanti negozi storici genovesi di dischi hanno chiuso miseramente e lui continua nonostante tutto a tirare avanti insieme a pochi nuovi colleghi (che non si sa quanto dureranno), ci sarà un merito! In definitiva un libro la cui lettura è consigliata non solo ai frequentatori del negozio, ma anche a quelli che sono incuriositi di conoscere la vita di un dischivendolo davvero particolare, una persona che è capace di sublimare ogni situazione apparentemente banale, al punto di renderla un piccolo “serial”... apparentemente scontato, ma non troppo! P.S. per noi folkettari ci sono tutte le uscite dell’etichetta Felmay e molti dischi di folk regionale a prezzi davvero bassi. ❖


Eventi

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Cronaca SCONFINANDO... NELLA BELLEZZA DEL SUONO

La prima edizione di Sconfinandinporto a La Spezia, una memorabile esperienza di un evento da riproporre di Loris Böhm - foto © Loris Böhm e Annamaria Parodi

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iamo di fronte a qualcosa di memorabile, di fronte al mare, di fronte a una equipe di organizzatori (in testa il Presidente dell’Autorità Portuale della Spezia: Lorenzo Forcieri) che credono nella cultura musicale vera, di fronte ad un pubblico che (anche se non rispondente alle aspettative) in una città non propriamente famosa per i folkfestival, incomincia ad interessarsi a qualcosa di artisticamente valido, di fronte ad una sorta di “Woodstock della world music”, come è stata definita un po’ pom-

posamente dai media locali. Sconfinandinporto verrà ricordata a lungo per questo: il desiderio di dare uno schiaffo a coloro che tendono a far cassa proponendo “tormentoni estivi” di scarso valore artisticoculturale, a puro beneficio dello Stato dell’Arte e della soddisfazione di un pubblico che non mancherà di esaltare ciò che ha visto a coloro che si sono persi l’evento (e mi dispiace davvero per loro, perchè queste occasioni di spettacolo capitano assai raramente di questi tempi).

Siamo appena arrivati con il vaporetto a Molo Garibaldi: un servizio di trasporto allestito appositamente per gli spettatori di Sconfinandinporto

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Lineatrad, giova ricordarlo, è mediapartner dei migliori festival folk in Italia, e siamo rimasti spiazzati di fronte a questo evento nato come “costola” del rinomato e storico festival “Sconfinando” di Sarzana, arrivato quest’anno alla sua 23ª edizione. Considerando il periodo di crisi nera dei folk-etno festival italiani, che in qualche modo sopravvivono riducendo le programmazioni, limando su spese gestionali, cercando musicisti buskers di qualità mediocre che poi vengono sistematicamente esaltati sui programmi stampati come se fossero la quintessenza dell’Arte! Beh, noi di Lineatrad diffidiamo e sicuramente non caschiamo nel tranello di questi furbi organizzatori. Dopo decenni di militanza siamo in grado di distinguere le qualità di un festival, e questo SconfinandinPorto, in una sola serata, offre un progetto artistico con quattro formazioni che ben difficilmente si riescono ad ascoltare tutte insieme. Ad essere sinceri, un progetto musicale così intrigante: 25 musicisti provenienti da Turchia (Baba Zula), Egitto (Natacha Atlas), Albania (Fanfara Tirana) e Regno Unito (TransGlobal Underground) solitamente sono il fiore all’occhiello di megafestival di durata più lunga, tipo Rudolstadt, Dranouter, Lorient, Tønder, Kaustinen, ecc.. insieme a tanti concerti sparsi... In quei contesti assumono la giusta rilevanza come clou della manifestazione, ma proposti in un contesto isolato forse non vengono considerati adeguatamente dal pubblico.


Cronaca

Baba Zula ci inonda subito di sonorità etniche, una psichedelia di suoni e colori...

Prova ne sia che lo spazio sconfinato del Molo Garibaldi, è stato allestito con mille posti a sedere: più che sufficienti, considerando la media di spettatori ad un evento folk organizzato per la prima volta e in un periodo di forte crisi. Ma veniamo alla cronaca: impeccabile l’organizzazione logistica di Autorità Portuale con la collaborazione di tutte le Società titolari dello spazio concesso da ormai cinque anni, per i concerti estivi, con il coordinamento di Carmen Bertacchi, ideatore, direttore artistico e organizzativo di Sconfinando Sarzana Festival, quest’anno scelto da Autorità Portuale per curare la progettualità artistica di questo grosso evento. La Produzione è stata commissionata all’Agenzia Ballkan Management (di cui abbiamo pubblicato intervista recentemente) con la quale Carmen Bertacchi in più occasioni, a Sconfinando Sarzana Festival, ha realizzato diversi progetti speciali molto intriganti ed esclusivi.

Il programma prevedeva un trasferimento gratuito al Molo Garibaldi tramite traghetto riservato, davvero capiente, stipato di spettatori, che dalle 20 ha fatto la spola attraversando tutto il porto, per scaricare davanti al maestoso palco, gli spettatori. Un chiosco in fondo alla lunga fila di sedie serviva a rifocillare la gente con bevande (non alcoliche!) e panini assortiti prima dell’inizio dello spettacolo, previsto alle 22, e a proporre i soliti gadget attinenti al programma serale. Con tutta calma ci siamo sistemati a sedere, il pubblico in definitiva è stato numeroso (circa 1.500 paganti). Detto fra noi ci fa piacere che una volta tanto sia stata considerata la comodità dello spettatore, quasi sempre costretto a stare in piedi in spazi ridotti negli altri festival, a fronte di un prezzo di soli 10 euro tutto compreso. Sicuramente questo mega progetto musicale con ben 4 gruppi musicali di questo livello, per la prima volta insieme

su un palco, meritava un pubblico oceanico che però in Liguria non siamo abituati a vedere.... Puntuale inizia il concerto di Baba Zula, e psichedelia elettronica si fonde con ritmi e melodie tradizionali turche in un “oriental dub” sanguigno e coinvolgente. La navigata formazione, giova ricordarlo, è autrice della colonna sonora di “Crossing the Bridge”. Il loro “psico bellydance” con sapore giamaicano incanta il pubblico immediatamente. Una commistione ardita di stili che quasi stordisce l’ascoltatore, invero. I testi, pur se di difficile interpretazione, sono socialmente significativi al punto che in Turchia per cinque loro composizioni sono state vietate le pubbliche riproduzioni. La guest-star egiziana Natacha Atlas si inframmezza, in questo progetto sonoro, a tessere canti con la sua voce unica che l’ha proiettata come massimo esponente del pop egiziano nel mondo. Il pubblico è estasiato.

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Il pubblico è contagiato dai ritmi proposti e improvvisa energia nello spazio antistante il palco

Murat Ertel non resiste alla tentazione di “scaldare” ulteriormente il pubblico, e si innalza tra di loro

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Noto che i giornalisti accreditati non sono tanti. Uno di loro mi chiede se lo strumento di Murat Ertel era una kora. Gli faccio notare che quello strumento è tipico dei paesi nordafricani, non certo dell’area balcanica e neanche egiziana, e pur nella quantità di strumenti utilizzati, non è presente nel gruppo. Era un “saz”, strumento a corde molto popolare in Turchia. Insiste: “quando entra in scena la kora?”... Certo che i percussivi come la darbuka sono più versatili e non è difficile un loro utilizzo in molteplici situazioni. Allora il giornalista mi chiede quale vistoso strumento a corde usa la bravissima Sheema: un bellissimo “sitar”... e la contaminazione con sonorità dell’India si fa strada. Certamente, quello strumento dalla forma intarsiata, vistoso, dal suono così dolce e armonioso, non può passare inosservato, ma a mio avviso è l’abbinamento con gli stru-


Cronaca

menti piÚ moderni e convenzionali che crea la magia del suono proposto. Il lavoro di preparazione dello spettacolo è stato meticoloso e inappuntabile. I tecnici del suono hanno lavorato tutto il giorno in maniera spasmodica, prova ne sia che per i molteplici cambi di scena i tempi di attesa erano inesistenti e i suoni uscivano limpidi e ben amplificati, un aspetto non trascurabile, che

Momenti della serata... i riflessi del mare del porto di La Spezia creno una magia sullo sfondo

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Cronaca

Ecco Fanfara Tirana con Transglobal Underground che duettano sul palco

purtroppo viene trascurato da tanti organizzatori! Un purista può apprezzare la qualità sonora esattamente come un neofita, e una situazione “live” condita da fischi e gracchiamenti assortiti come capita spesso di ascoltare, squalifica tutto un concerto. Complimenti a tutti dunque! Adesso entra in scena Fanfara Tirana che duetterà con i Transglobal Underground per un mix di trombe balcaniche ed elettronica mistoreggae suggestivo e scoppiettante. Il pubblico non si trattiene più, si alza dalle sedie e inizia a saltare davanti al palco... qualche giovane a torso nudo, qualche ragazza rischiando di perdere il reggiseno, trascinata dalle danze... i più attempati restano seduti ad ascoltare nelle retrovie.

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Cronaca

Suoni e colori, per un pubblico coinvolto dalla potenza della fanfara

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Apoteosi di effetti... il primo imbarco riporta a casa gli spettatori meno “nottambuli”

La Fanfara è potente, il pubblico in “crisi mistica” di fronte a cotanto suono. I ritmi si incalzano per un finale di serata, a mezzanotte, che spreme le ultime energie a musicisti e pubblico. Si prepara il primo traghetto per coloro che desiderano rientrare, mentre per i più tenaci, tanti, me compreso, si prospetta quasi un’ora di dj-set che sarà proposta, per la nostra gioia, con strumenti dal vivo in una jam session tra tutti i musicisti presenti.

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Cronaca

L’orologio fa le ore 0,40 quando saliamo sull’ultimo traghetto diretto al porto. Suggestivo vedere le luci del palco che si allontanano, i riflessi delle luci sul mare: l’architettura moderna del porto di La Spezia e le imbarcazioni ancorate ci passano davanti. Siamo consapevoli di aver assistito ad un evento unico che dovrebbe essere assolutamente replicato in futuro... ❖

Olsi, della Ballkan management, presenta sul palco gli artisti nei ringraziamenti finali; a lato la jam session finale; sotto una panoramica dell’area del festival vista dal vaporetto che ci riporta alla base

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Recensioni ADRIANO SANGINETO: ARPACADABRA

Anche la giovanissima Rox Records produce album di qualità... noncurante della crisi di Loris Böhm

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uova produzione Rox Records, confesso che l’attesa per questo CD personalmente era vibrante. Vibrante è anche il suono che si sprigiona dall’arpa di Adriano, per cui l’inizio promette bene. Questa giovanissima etichetta discografica tutta incentrata sulla musica folk, cosa assai rara dalle nostre parti, era chiamata dopo tre produzioni promettenti, a confermare la sua vitalità con un’opera significativa, cosa che ha fatto con questo quarto titolo.

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Mentre ascolto il primo brano scruto il digipack di cartoncino per rilevarne le peculiarità. Niente libretto interno, solo le note essenziali dell’album con bella foto e bella grafica di qualità. Giusto così: si tratta di un’opera tutta strumentale di arpa. La particolarità che fa la differenza se mai è che tutti i brani sono di composizione di Adriano e sono estremamente godibili, riconoscibili le venature celtiche naturalmente, ma altrettanto riconoscibile la vena compositiva straordinaria dell’autore, ormai

di assoluto valore internazionale. Intrecci, ritmi e melodie superbi, devo nuovamente confessare che il suono dell’arpa mi piace anche senza ulteriori accompagnamenti strumentali o vocali appunto per le peculiarità di armonia che lo strumento possiede... potrebbe durare all’infinito ed essere egualmente accattivante, a patto che venga interpretato con abilità e sapienza, introducendo passaggi nuovi costantemente, in un alternarsi di sensazioni impalpabili e profonde al tempo stesso... cosa che accade decisamente in questo lavoro. La pace e la distensione che questo strumento sa donare all’ascoltatore, inframmezzata a momenti più vivaci, sono presenti in quantità dentro questo disco. Undici brani per mezz’ora abbondante di musica senza monotoni ridondanze; non possiamo chiedere di meglio. Unica osservazione la brusca inattesa interruzione del primo bellissimo brano, forse un errore di masterizzazione. In definitiva questo “Arpacadabra” possiede davvero i requisiti di una parola magica, e può tranquillamente soddisfare le esigenze sia di un amante della musica celtica e bretone, sia un generico appassionato di musica folk. La distensione che si ricava ascoltando il CD per intero è salutare per cui un disco essenziale anche a coloro che vogliono disintossicarsi dallo stress della vita moderna... io l’ho provato, funziona veramente!! ❖ www.adrianosangineto.com, www.roxrecords.it


Recensioni PUHTI: PAHAN LAULU di Loris Böhm

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uhti (zip), è un progetto in duo davvero stravagante, pur traendo spunto dalla tradizione kareliana. Del lavoro d’esordio di Anne-Mari Kivimäki ne abbiamo parlato sul numero 26/27, ora viene sviluppato in duo, insieme a Reetta-Kaisa Iles, che ha l’hobby della danza da 3 anni con uno studio del folklore al conservatorio di Oulu, trascorre le estati a Rovaniemi con il gruppo di danze folk Rimpparemmi. Nel 1999 forma il gruppo danze Tsuumi a Helsinki dove inizia studi di coreografia, e attualmente divide il suo tempo tra produzioni teatrali e gruppo Puhti e Tsuumi.

Questo album singolare e affascinante stravolge un po’ le sonorità finniche cui siamo abituati, e la copertina sconcertante dove le due sembrano rinchiuse nel buco di una lattrina, fanno presagire un’opera particolare: l’ascolto si rivelerà una sorpresa ancor più esaltante del precedente album da solista. Talento nell’uso dell’organetto e tanto pathos negli undici brani proposti; dove cupe, tenebrose e ipnotiche melodie sfociano in trascinanti danze. La voce di Reetta-Kaisa è assai melodiosa come consuetudine in Karelia, e asseconda in pieno lo strumento della compagna. Si avvalgono anche dell’aiuto dello strabiliante fisarmonicista Kimmo Pohjonen come tecnico del suono... (lo ricordiamo protagonista di scenari tipo Womad). Insomma tutto il CD trasuda di prezioso, come una gemma, e non fa altro che confermare l’ottima impressione che abbiamo avuto nella precedente recensione. Confessiamo che Anne-Mari ci ha contattato per la recensione in qualità di membri del Virtual Womex, e questo conferma che anche da quegli expo esce della musica di qualità, non solo commerciale. ❖

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Recensioni ZAMPOGNORCHESTRA: BAG TO THE FUTURE Comunicato Stampa

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l progetto ...BAG TO THE FUTURE nasce dalla voglia di sfruttare al massimo le potenzialità di uno strumento come la zampogna e, in dieci tracce, alterna composizioni originali e arrangiamenti di brani famosi, in un viaggio sonoro in cui i ritmi e le melodie tradizionali virano verso il rock, il jazz, la musica classica, dando vita a un incontro di generi e ispirazioni eterogenee, legate insieme da tanto groove, per un impatto travolgente. Ad accompagnare in questa impresa la Zampognorchestra, ospiti importanti come l’attore, musicista e cantante Nando Citarella, il sax debordante di Daniele Sepe, la uil-

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leann pipe di Massimo Giuntini, la chitarra battente di Francesco Loccisano e ancora Mico Corapi, Primiano di Biase, Vincenzo Gagliani e la Pink House orchestra. La Zampognorchestra suona il rock! E il jazz, la classica, il blues, i Beatles e i Rolling Stones... Scordatevi per un attimo lo stereotipo dello zampognaro e le musiche tipiche della tradizione natalizia. Provate invece ad immaginare che quattro musicisti armati di “bagpipe”, invece di intonare “Tu scendi dalle stelle”, attacchino con il riff di “Satisfaction” dei Rolling Stones o l’intro di “With a little help from my friends” dei Beatles.

È lo straordinario e originalissimo esperimento di Giuseppe “Spedino” Moffa, Aldo Iezza, Antonello di Matteo prodotto da Francesco Sardella (pink house studios http:// www.pinkhouse.it) per l’etichetta RARA records http://www.rara.it, che sono riusciti a piegare uno degli strumenti tipici della tradizione dell’Italia Centro-meridionale, trasformandolo in una vera e propria “orchestra”, tanto atipica quanto irresistibile e trascinante. Il CD “reale” Bag to the future, si puo’ acquistare per corrispondenza su www.rara.it oppure per quello virtuale ascoltabile su http://zampognorchestra.believeband.com. ❖


Recensioni Alla scoperta della musica tradizionale istriana, che ha tanti collegamenti con la nostra cultura

VEJA: DOLINA MLINOVA di Loris Böhm

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l gruppo Veja proviene da Pazin, in Croazia. Il lavoro di questo ensemble è focalizzato sulla ricerca nella musica folk tradizionale istriana e la trasposizione dei contenuti in arrangiamenti più moderni utilizzando vari strumenti tradizionali da tutto il mondo. Questo “Dolina Mlinova” rappresenta il loro primo lavoro discografico, uscito nel 2013 ma giunto solo ora fisicamente. Doveroso parlarne per l’importanza che la tradizione istriana riveste nell’ambito di quella italiana, avendo stretti legami sia geografici che storici con la nostra nazione... prova ne sia la canzone “Bela bruneta” cantata in dialetto fiumano, simile al veneziano. Fino ad ora, il gruppo Veja si è esibito in molti spettacoli in giro per l’Europa. I membri sono: Goran Farkaš (voce mih, violino, cornamusa, kaval), Saša Farkaš (chitarra, percussioni), Marko Pernić (voce, fisarmonica), Sebastijan Demark (chitarra basso), Ljuban Rajić (cajon) e Marijan Jelenic (sound designer). Certamente l’utilizzo del mih (cornamusa istriana), gajde (cornamuse di Slavonia), kaval, violino, fisarmo-

nica e chitarra insieme a basso, djembe e cajon, rispetto all’antica tradizione, è più potente, vivace. La rivisitazione moderna apre nuove opportunità per la creatività del gruppo e a conti fatti ne beneficia l’impatto con il pubblico. Aggressivi sugli strumenti, con tutta quella energia sprigionata dalla loro giovane età, contenuta da un rigore stilistico che plasma il risultato finale per la gioia dell’ascoltatore dal palato fino. Gli strumenti utilizzati nell’album sono la combinazione di strumenti tradizionali istriani (cornamuse istriana, violino), strumenti tradizionali della wordmusic (cajon, cornamuse, kaval) e strumenti ben noti (fisarmonica, basso, chitarra,). Con questa sinergia di strumenti viene creato un suono caratteristico che, in combinazione con le canzoni, trasporta chi ascolta attraverso la storia istriana, attraverso la valle dei mulini (in croato: mlinova dolina) una zona vicino a Pazin, dove la creatività dei Vejas prende forma. La registrazione è stata effettuata in parecchi luoghi. E’ iniziata nell’inverno 2012, in uno studio improvvisato nella valle dei mulini, con l’uscita del primo singolo dei Veja “Črni orko”. A Pola nello Studio Partyzan, si finisce di registrare il disco, mentre alcune parti vocali sono registrate presso lo Studio Morris a Zagabria. Il disco è stato realizzato nell’autunno 2013, con il processo di mixaggio e mastering. Il Mastering è stato effettuato nello studio Vibe (Zagabria, Croazia) da Martin Swan, un produttore musicale di livello mondiale ben riconosciuto, aiutato da Konrad Lovrenčić, che suona il basso in alcune band etno. Un grande regalo viene offerto sul sito internet del gruppo, www.vejamusic.com, in quanto è possibile scaricare in formato mp3 l’intero album in questione compreso la copertina:

il link: http://www.vejamusic.com/download/veja_dolina_mlinova.zip.

Una raccomandazione, dopo l’ascolto, è quella di richiedere la copia fisiologica e fare proselitismo per aiutare il gruppo a suonare in qualche teatro, perchè se lo merita davvero. ❖

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Recensioni ŠC´IKE: ISTRIANA JONES di Loris Böhm

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he cosa dire di quest’altro gruppo istriano di derivazione etnica, chiamato “Šćike”: sanno suonare alla grande, hanno grande rispetto della musica, soprattutto l’istriana tradizionale, producono un coro di voci incisivo e coinvolgente con le caratteristiche tonalità regionali. Vantano anni di attivo lavoro di ricerca con esibizioni nel Folk Club “Ivan Fonović Zlatela”, dove è stato costituito il nucleo di questo ambizioso gruppo di Pola. Inoltre, non ci sono dubbi sul fatto che il gruppo Šćike riesce ad amalgamare bene differenti generi di musica al fine di trasformare la musica tradizionale Istriana per preservarla dall’oblio senza trascurare il fatto che lo fanno pensando anche a divertirsi. Questo approccio, più soft e disimpegnato rispetto ai Veja, rende il loro sound forse più coinvolgente e ricco di sorprese, in definitiva più fruibile per un ascoltatore impreparato. Il gruppo Folk Šćike è composto da: Zoran Karlić (voce, cornamusa mih, clarinetto, flauto), Dorijan Floričić (voce, cori, armonica, bajs, djembe e bongosi), Armin Poldrugovac (bajs, basso e cori), Masimo Fornažar (fisarmonica diatonica “triestina”, fisarmonica), Ratko Barać (cori, chitarra acustica ed elettrica), Milan Grbić (violino e voce), Moreno Marušić (batteria), e collaboratore per l’album il batterista Željko Đikić Đika. Il loro album di debutto “Istriana Jones”, dopo tre anni di sforzo creativo, non è facilmente reperibile in quanto pubblicato dalla piccola etichetta Music Star di Matulja, e in questo caso non è scaricabile gratuitamente, ma vale la pena perdere un po’ di tempo per cercarlo in rete. ❖ Per ogni info chiedere a http://www.music-star.hr

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Recensioni MARCABRU: FOTOGRAFII di Loris Böhm

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avvero difficile dare una etichetta precisa di questo gruppo, del loro orientamento stilistico. Musica randagia con riminiscenze etniche, amalgami di generi e di geografie sonore, i testi cantati a tratti prendono il sopravvento su un tappeto sonoro melange di trance music dove ritmi e bordoni si fondono con stridore di note, ossessività ipnotica sfociante in danza occulta di ispirazione vagamente trad. Un prodotto davvero per palati fini, per appassionati amanti di originalità pura. Chiunque ama le sonorità classiche, le tradizioni definite e il rigore stilistico si tenga ben distante da questa opera, che richiede concentrazione al primo ascolto, ma assai velocemente è in grado di rivoluzionare il nostro “concetto di musica”, che pazientemente e meticolosamente ci siamo formati in tanti anni di ascolto... nelle librerie di CD accumulate ci rendiamo conto infine, con stupore, di non possedere tra gli scaffali nulla che possa assomigliare a questo stile Marcabru. Per certi versi possiamo trovare affinità a storici gruppi come gli italiani “Zeit” di Andrea Tamassia o agli inglesi “Dando Shaft” ma con tanta ricerca e modernità in più. Il didjeridoo viene usato come amalgama a riverberi sonori ipnotici e allora il riferimento ai “Praying for the rain” sembra scontato, ma si tratta di accostamenti ancora limitativi, provate a incuriosirvi e acquistare il disco se le cose ovvie e banali non vi attraggono, se non vi piacciono le etichette e volete stupirvi. Questa la presentazione ufficiale del lavoro diffusa dai Marcabru: Folk progressivo in tutti i sensi, alla ricerca dell’equilibrio dei suoni, fra l’Europa e il mondo, fra l’acustico e l’elettrico. L’uso di tante lingue vive, morte o da far

rinascere. Strumenti di diverse culture e di epoche diverse, uniti in un unico suono che guarda al futuro della musica tradizionale senza perdere il contatto col passato. Divertirsi e far divertire, raccontando le proprie storie a chi ha ancora voglia di seguirle, perché “non sei finito se hai una buona storia da raccontare e qualcuno disposto ad ascoltarla”. La stampa e la distribuzione di questo album sono stati acquisiti recentemente dalla Radici Music Record di Aldo Coppola, che ha davvero pescato il jolly dal mazzo di produzioni italiane. ❖

10 Poeti . 10 Talismani . 1000 Parole 1. Hafiz - The Real Lover Il Corpo dell’Amante Reale risuona di tutte le Voci. In tutte le lingue e di tutte le epoche. Voci dimenticate, Voci non ancora nate, Voci conosciute, Voci misteriose… Ce n’è almeno una per ognuno di noi. 2. Joe R. Lansdale - In the Dark Shadows Non chiamatelo. Risponde sempre. E non sbaglia mira. Siete voi. 3. Victor Hugo - L’Ogre La purezza rimane? E se no, dove va? Ridere come preghiera minima. 4. Italo Calvino - Visitando Necropoli con Donne E’ sempre la fine del mondo. Da inneggiare dopo l’ora del tè. 5. William B. Yeats - The Wheel Voci mai contente. O Saisons, o Chateaux! Dov’è la Primavera del Pensiero? Horseman, Pass on! 6. Lewis Carroll - Alice in the Skies Alice, vecchia, sale in cielo. Madonna psichedelica, parla con i sogni dei bambini. 7. Silvano Agosti - Fiori DeFormi La poetica dei Fiori DeFormi. E’ proibito Amare. Ma crescono comunque i Fiori DeFormi dell’Amore inespresso. Quando vedi un Corpo che si muove e ti commuove, sono Loro. 8. Roberto Mercadini - Canzonaccia dell’affabulatore esausto Potrà il poeta ambire al Mutismo – Mythique? E come nuvola Mutarsi in Animali immensi e lievi? 9. Hermann Melville - Billy in the Darbies Free dalle rumorose catene, ovunque c’è il mare. Ballare con fragore in ogni direzione. 10. Fabio Molari - Fotografii Le voci rimangono. Les voix demeurent. Voices remain.

La formazione:

Fabio Briganti (Italia): bell cittern, violino, lapsteel guitar, armonica, voce Fiorino Fiorini (Italia): didjeridoo, dan moi, nefir, kalimba Fiorenzo Mengozzi (Italia): batteria, darbuka, bodhràn, rumori Marie Rascoussier (Francia): basso elettrico, mountain dulcimer, cigarbox guitar, voce

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Recensioni ANTONIO MAROTTA: CATENE di Loris Böhm

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atene è il nuovo cd di Antonio Marotta in collaborazione con Antonio Manzo e Michela Latorre. Si tratta di un progetto che mette in relazione tradizioni garganiche, campane, laziali e lucane.

- Antonio Marotta: voce chitarra classica / battente – tammorre - Michela Latorre : voce - Giada Busnengo: voce - Antonio Manzo: tamburelli/tammorre - Peter De Girolamo: batteria, tastiere, basso elettrico - Sonia Maurer: mandolino, mandoloncello - Salvatore Zambataro: clarinetto - Carmine Bruno: cajon, tamburi a cornice - Fabio Soriano: flauto traverso - Jonathan Gluck: violino - Angela Paletta: oboe Musiche e testi di Antonio Marotta

L’ensemble di solisti che Antonio Marotta propone ha visto di volta in volta la partecipazione di svariati musicisti, spesso molto diversi fra loro, “tipi musicali”, sia per cultura che per formazione ed espressione; l’idea di fondo è quella di un “musicoterapista nato”... Marotta crea uno spazio musicale, un’architettura nella quale il soggetto operante (il musicista) e il soggetto coinvolto all’ascolto comunicano; processo che può concludersi solamente con l’abbattimento, anche se a volte solo per grandi linee, delle proprie sovrastrutture. “Il marketing musicale europeo generato dalla nascita del primo teatro a pagamento (1637), sino a quello americano, in particolar modo dal dopoguerra ad oggi, ha continuamente veicolato il gusto ed a volte letteralmente plasmato il pubblico, contribuendo ad un classismo musicale che certamente serve alla vendibilità di un prodotto ma danneggia gravemente lo spunto creativo. Oggi nell’era di internet sembra tutto così saturo che un discorso del genere potrebbe apparire forse obsoleto; il caos dilaga? Ma la vita non è forse caos? Del resto non è dal caos che l’artista crea? “Bisogna approfittare di questo disordine momentaneo che la rete ha in parte alimentato. Credo che sia di estrema importanza per i comunicatori di emozioni… per cercare di scardinare un sistema di canali che ha contribuito all’appiattimento del gusto artistico generale…!” Antonio Marotta

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Fin qui le note di presentazione dell’autore, la quale è avvenuta nell’ambito del Folkfestival di Carpino, appena concluso (di cui, giova ricordarlo, Lineatrad è unico media-partner). Una autentica marea di gente, stimata intorno a 20.000 spettatori, ha assistito alla serata clou del più famoso festival pugliese, che non ha nulla da invidiare alla celeberrima “Notte della Taranta” riguardo organizzazione e frequentazione, e Antonio Marotta ne è stato protagonista. Un festival comunque di cui ne parleremo il mese prossimo con una cronaca dettagliata. Ma veniamo al lavoro “Catene”, un nome sibillino che in realtà dimostra come il musicista Marotta le abbia proprio spezzate, queste catene... Spezzate inquanto le sonorità del sud sono state sapientemente “impastate” da lui stesso con sonorità e soluzioni moderne; le ritmiche sono state quasi amplificate e sublimate per creare qualcosa di inaspettato, spiazzante, rigenerante. Stupore si manifesta all’ignavo ascoltatore: assistiamo in chiave meridionale ad un lavoro di trasposizione simile a quello che ha effettuato Alfredo Lacosegliaz riguardo la musica klezmer e settentrionale. Tredici brani di lungo respiro per un album di durata assai generosa, di quasi un’ora di ascolto, dove non esistono riempitivi o brani di minor impatto. Tutto da assaporare con l’ascolto e da ballare fino allo sfinimento. Trenta con lode il voto per questa nuova produzione Radici Music, una etichetta che non finisce di sorprendere con il rinnovato entusiasmo che ha generato il titolare Aldo Coppola, completamente assorto nello sfornare musica di qualità a getto continuo! ❖


Recensioni Una pianista alla conquista della critica discografica

KATIA PESTI: FUGA DI PIANO di Loris Böhm

creano un risultato originale e avvincente. Una tecnica sviluppata personalmente permette a Katia di suonare pianoforte e percussioni, allo stesso tempo. Accattivante ed elegante come performer, crea un suggestivo paesaggio “sonovisivo”, mappando i suoi punteggi per incontrare e connettersi con la letteratura, la danza e le arti visive. Fuga di Piano (Piano Escape) è la prima raccolta di composizioni di Katia Pesti ad essere pubblicata fuori dall’Italia.

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atia Pesti ha studiato il pianoforte dal di dentro e dal di fuori, letteralmente, fin dall’infanzia. Dall’età di cinque anni, era già curiosa e senza paura: spesso l’hanno trovata rannicchiata dentro il pianoforte nella sua casa di famiglia, come se ci volesse giocare. Laureatasi al Conservatorio Cilea di Reggio Calabria nel 1985, Katia ha studiato sotto Roberto Bianco, Guido Agosti e la danzatrice - coreografa Maria Fux. Il suo interesse per le diverse forme di linguaggio espressivo la condussero allo studio delle percussioni e della musica al di fuori dell’Europa, con Christian Hamouy, percussionista di Strasbourg. Poi, iniziando la sua esplorazione della musica elettroacustica, Katia ha lavorato sotto la guida di Alessandro Cipriani, mentre allo stesso tempo iniziò a studiare il Balinese Gamelan. L’originale sistema di composizione di Katia fonde elementi del linguaggio classico con sonorità etniche: minimalista, pianoforte predominante - suonato con squisita destrezza e arricchito da percussioni, dal rejong balinese allo xilofono. L’armonia dei battiti prodotti dalle corde del pianoforte con il suono del rejong,

Bene, altra nuova produzione per Radici Music, che si differenzia dalle altre per molteplici aspetti. In primis è un disco registrato nel 2010 a Norfolk, in Inghilterra, dove è registrato il copyright ma mai pubblicato ufficialmente per problemi con l’etichetta inglese. L’etichetta toscana intravvede talento e meriti nell’autrice e decide di produrlo. In seconda analisi si tratta di un disco dedicato a composizioni per pianoforte con sporadico accompagnamento di percussioni e strumenti a corda. Devo confessare che non amo particolarmente il pianoforte e per me dover ascoltare ben 17 brani per una durata superiore all’ora, esclusivamente con questo strumento, sinceramente era una prospettiva che non mi entusiasmava... Ma mi sono fatto coraggio, essendo consapevole che potevo avere una “crisi di rigetto” a metà album. I brani si susseguono sul lettore, sprazzi di genialità e di ricami a profusione... alla fine una pausa e mi accorgo che il disco è finito! Quasi non ci credo: l’ho ascoltato tutto d’un fiato e per me è un record perchè se un disco dedicato ad un solo strumento lo ascolto per intero significa che è intrigante e suggestivo. Sono pochi gli strumenti che digerisco sempre e comunque in dosi così massicce... vagamente venato di folk, soave e passionale, intenso e melodico, ti strapazza i sentimenti e alla fine ti lascia stordito. Adesso dovrò rivedere i miei giudizi; perchè per apprezzare e capire quest’opera così monotematica non si deve ascoltare solo una parte di pezzi come generalmente succede in queste situazioni, ma tutto il disco senza perdere un solo accordo. Adatto a tutti i gusti, sembra incredibile, e pur sforzandomi non riesco a trovare un dato negativo (e meno male che il pianoforte non lo amo granchè!). ❖

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Recensioni Michele Giuliani - Fasika Hailu - Rossella Giovannelli BEYOND THE COLOUR

(progetto patrocinato dall’Istituto Italiano di Cultura di Addis Abeba - Etiopia) di Loris Böhm

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eyond the colour, “oltre il colore” , nasce dalla necessità di far parlare l’anima. Il progetto nasce nella culla dell’umanità, in Etiopia, nella terra dove si raccontano storie attraverso il vento e il cielo. Tre sono gli artisti che l’Etiopia sembra aver scelto per parlare di Lei. Un trio che dà vita ad un viaggio creativo attraverso i colori della musica, delle parole e della danza. A cavallo di due mondi, Michele Giuliani, pianista e compositore italiano incontra Fasika Hailu, musicista etiope suonatore di Krar, lo strumento tradizionale a corde dai suoni evocativi di un arpa, e Rossella Giovannelli interprete vocale e gestuale che con la danza dà corpo ai suoni donando all’inusuale metissage il colore di un’intima teatralità. I tre artisti si incontrano ad Addis Abeba tra le strade polverose piene di aromi di spezie. Pur con linguaggi musicali dall’estetica profondamente diversa, i tre si riuniscono nel messaggio attraverso

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tradizione e modernità mescolata a improvvisazione e composizione estemporanea. Beyond the colour dà vita ad un dipinto immaginario dove l’immagine è tratta dalle corde, dai martelletti, dalle mani e dai corpi degli artisti che disegnano scenari onirici dal Mediterraneo all’Africa in un viaggio alla scoperta del ritmo nascosto della spiritualità, seguendo quella voce potentemente sussurrata dalla terra verso il cielo, oltre l’orizzonte, oltre i confini geografici, oltre le differenze e oltre il colore. Michele Giuliani, piano Fasika Hailu, krar Rossella Giovannelli, vocals and dance

Un trio per un progetto interculturale. La presentazione descrive sostanzialmente il contenuto dell’album e la molla che spinge gli autori a intraprendere questa avventura discografica a coronare un progetto teatrale indubbiamente memorabile. Come tutti gli album relativi a “colonne sonore”, anche questo “Beyond the colour” per essere ap-

prezzato deve essere acquistato a ricordo di uno spettacolo, non “a scatola chiusa”: la scenografia live ha una sua importanza per assecondare armonizzazioni e improvvisazioni dal sapore jazzato così rilevante. Otto tracce per una durata classica di 42 minuti circa. Sicuramente un’opera non per tutti: l’estro e la voglia di sperimentazione del trio non permette una facile assimilazione del prodotto musicale proposto, è richiesta attenzione e una certa preparazione perchè la banalità non esiste proprio da queste parti. ❖


Recensioni MATILDE POLITI E COMPAGNIA BELLA: VACANTI SUGNU CHINA di Loris Böhm

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lbum ruspante datato 2013 ma sicuramente poco reclamizzato dalla stampa specializzata, questo “Vacanti sugnu china” della cantante siciliana Matilde Politi e orchestra Compagnia Bella. Ti strapazza, ti sollazza, ti schiaffeggia, ti sghignazza, ti spupazza, alla fine sei bello che andato, travolto da tutto questo ritmo incalzante, questo canto sferzante, questa onda sonora travolgente. Certo è che l’anno scorso in Sicilia si è avuta una autentica esplosione di nuove produzioni discografiche, prevalentemente di alta qualità, per cui può succedere che questo lavoro debba “fare a gomitate” per emergere un po’. Può succedere che per questo motivo anche noi, sommersi da nuove incalzanti produzioni di qualità, non riusciamo a dare risalto a tutto o addirittura ce ne dimentichiamo come in questo caso. Facciamo ammenda... se i musicisti hanno voglia di produrre tanta musica noi dobbiamo avere ugual voglia di ascoltare tanta musica, con riconoscenza. Matilde Politi è davvero singolare nel panorama siciliano: ruspante, ingegnosa, teatrale, tutt’altro che ripetitiva o scontata, ci fa capire una volta di più quanto sfaccettato è il mondo della musica folk in quell’isola, in grado di proporre una quantità quasi industriale di artisti della tradizione, tutti ugualmente meritevoli di considerazione visto la preparazione e la maestria profusa. Effettivamente in ben poche regioni italiane si può riscontrare tanta vitalità e perseveranza nel produrre

musica folk. Voglio ingolosire i lettori trascrivendo tutti i testi del libretto del CD, convinto che basterà a invogliarli all’acquisto di questo piccolo capolavoro della ben nota etichetta Felmay, forse l’unica italiana i cui dischi si trovano distribuiti capillarmente nei negozi. 1. Festa della Borgata 4:29 tradizionale

Dietro a questo carro vanno tutti quanti pure le ragazze con la faccia tosta davanti ai genitori si fingono innocenti ma son tutte contente che il cardellino è qua Senti mammina mia mi sento sulle spine tu sai che in mezzo alla folla non è posto per le signorine alcuni ragazzi sfacciati con la scusa della canzone tra gli spintoni mi hanno strappato via il corsetto O Santa Rosalia palermitana candido giglio, rosa senza spina verginella purissima e sovrana eremita nella grotta di Quisquina tu ti mostri invincibile o Santa Rosalia dalla gran virtù e dalle tue preghiere tante volte siamo stati difesi e aiutati da guerra peste fame e terremoto tu proteggi la Sicilia e tu la aiuti gridiamo dunque figlioli devoti evviva Rosalia nostra salute!

2. O vui chi un cori avistivu 3:53 tradizionale

O voi che avete avuto un cuore, nato per sempre amare o voi che già avete provato cosa vuol dire sospirare se avete amato uno perfido, volubile incostante pietà vi muova un misero abbandonato amante…

3. Donna 6:20 testo tradizionale - musica Matilde Politi Tu credevi che ti amavo veramente non vedevi la falsità dei miei modi non credevi che ti prendevo in giro e che ti amavo senza aver stima di te Donna che ami tanti padroni e non puoi mai farli contenti tutti amane uno con cuore costante e gli altri levateli dalla mente

4. Raggia du mari 4:00 Matilde Politi

E come viene se ne va la rabbia del mare, se me ne vado io, qua non torno più no no Sono venuta da lontano per prendere te, nel mio cuore prendi dimora come il pesce dentro il mare svegliati!

5. Nici 4:50

Annunziata D’Onofrio O Nici come faccio ora che non ti vedo più dopo tante lacrime ho perso la Nici O cielo benigno mi rivolgo a te in preghiera fammi di nuovo unire con il mio amore e lacrimando sangue, cosa devo dirti figlia tieni il coltello e ammazzami con te voglio morire

6. Matri i l’emigranti 5:17

Matilde Politi

Sono passati tanti anni da quando gli emigranti erano siciliani ora qui in Sicilia siamo porto dove si sbarca pieni di speranza speranza di conquistare un posto dignitoso in questo mondo Diuffo della discendenza di Niokhobay e della discendenza di Niokhor, come và Sembrerebbero figli di quelle madri che se li videro partire allora sangue del loro sangue partì per mare e spesso non se li videro più ritornare Il paradiso che avevano sognato è davvero un orto di ricchezza pieno di soldi e di cibo ma del tutto privo di amore e di allegria Madri che avete pianto i vostri figli persi per sempre in terra straniera accogliete ora questi altri in cambio, stringeteveli al petto

7. Blatte 6:35 Matilde Politi

Quando la sera fa scuro te ne vai per la tua strada senza ripensamento, io resto qua ad aspettare che faccia giorno per vedere le orme dei tuoi passi Canta mentre te ne vai che la vita è solamente la tiranna e noi siamo schiavi non pensare a niente solo segui il tuo cammino come hai sempre fatto Non c’è parola che io non ti abbia detto per riempirti il cuore di coraggio Pensavo che avremmo potuto parlarci sinceramnete, guardarci negli occhi, ma gli occhi sono ciechi, la bocca è muta, gli uccelli cantano troppo forte, e non si

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sente niente, ora che hanno finito di cantare che è notte, sono rimaste le cicale, tu te ne sei andato Che la tua forza deve rimanere intatta Sei troppo lunatico, troppo antipatico, non voglio più vedere la tua faccia che si trasforma ogni volta che non faccio quello che vuoi tu, quello che dici tu Figlio mio, non ti seccare, ma sono grande, e ho esperienza, e lo so come vanno a finire queste cose: male Che la mia forza deve rimanere intatta Come blatte che non muoiono mai, restiamo in piedi Se ci ammazzano, se ci schiacciano restiamo in piedi Se ci inseguono, se ci avvelenano restiamo in piedi Se muoriamo noi significa che l’intera terra è caduta Resistiamo, restiamo in piedi Special guest: Charles Ferris alla tromba e trombone Grazie a Sergio Bonanzinga per il cannistru ri paroli ca m’ha ‘ntrizzatu

8. Vinnigna 7:24

tradizionale

Il vignaio comincia la vendemmia, ha dentro il cuore grande allegria Allegramente si fa la vendemmia, l’uomo lavora allegro e non si lamenta, forza e salute ha dentro la vigna, più lavora e più guadagna Assaggia l’uva insolia quanto è buona, il catarratto è dolce da far paura, bella se non fosse per la vigna avremmo il cuore imbronciato Grappolino mio di insolia, dolce dolce, o bella ora ti prendo e come chiocciola ti succhio succhio succhio

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9. Vacanti sugnu china 2:11

testo Matilde Politi - musica Enrico Tinelli Sono un suono, sospiro, acceso nell’aria, se ti squagli, io ti bevo, come un fiume mi rinfreschi, perchè ondeggio, come il mare che sale, e le tue vene, sono aria che canta, domando un poco di pace, vuota sono piena, canto per non morire, se io muoio, chi ti canta? Home made recording 2009 - Guitar: Enrico Tinelli

10. Ainavò 5:39

tradizionale - elaborazione Matilde Politi Canti della mattanza, pesca tradizionale del tonno in Sicilia

11. Femmeni americane 3:15 Paolo Citarrella

Fronde di limone, vedi che guai sono venuto a passare in terra americana l’America è stata la mia sfortuna, se non era per l’America io non sarei qua Le femmine americane sono come carta velina, viene il vento e volano, per l’aria se ne vanno, si mettono il rossetto, si truccano il viso, si tagliano i capelli e poi si vogliono sposare Da una registrazione di Paolo Citarella (New York 10 ottobre 1928). Pubblicato nel CD L’avventura discografica dei siciliani in America negli anni dell’emigrazione a cura di M. Sarica e G. Fugazzotto. Nella registrazione originale il testo non è interamente comprensibile, alcune frasi sono un’ipotesi di decifrazione del testo di

Citarella o la riproduzione del suono, in cerca del senso...

12. Mari mari 3:22

Matilde Politi

Se sono persa in mezzo al mare vado in cerca del mio faro Se il mio faro non si vede vado avanti ad occhi chiusi Se vado avanti ad occhi chiusi non mi fido di me stessa Se non mi fido di me stessa non posso darti il mio amore Se non ti do il mio amore sono persa in mezzo al mare Se sono persa in mezzo al mare vado in cerca del mio amore Recorded by Sergio Mustile and Enzo Rizzo, lungomare di Scoglitti (RG) 1/4/2013 Thanks to David White for all translations

Matilde Politi

voice, guitar, accordeon, concertina, balafon, jew’s harp, tamburello, percussions

Simona Di Gregorio

voice, accordeon diatonique, jew’s harp, tamburello, percussions

Gabriele Politi

violin, viola, mandolino, oud, chorus

Doudou Diouf

flute tokhoro, voice, banjo, acoustic guitar, electric bass, djembe, percussions

Lelio Giannetto double bass, chorus

www.matildepoliti.com info@matildepoliti.com - mat.politi@gmail.com

FOLKAMISERIA - MUSICI MOSAICI di Loris Böhm

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i ho conosciuti durante una selezione per suonare@folkest piuttosto recentemente, e di loro mi ricordo una esibizione non priva di difetti: forse non erano al top della forma, forse il tempo a loro dedicato era poco e dovevano dimostrare inequivocabilmente il loro valore, fatto sta che non hanno convinto la giuria di cui facevo parte e sono stati eliminati. Roberto Sacchi mi aveva giurato che sapevano fare molto di più, e in effetti la grinta che hanno messo sul palco comunque era notevole... quello che mi lasciava perplesso era il fatto che andavano troppo a pizzi-

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care su brani tradizionali piuttosto conosciuti, facendo intuire poco della loro capacità compositiva... ma qui bisogna valutare la loro capacità interpretativa che è davvero notevole. Sono a proprio agio davanti a qualsiasi tradizione, sia italica che straniera, e sono una band “lussuosa” per feste danzanti. Detto questo nel disco si rivelano ottimi esecutori; una carica esplosiva nel loro interno (che si nota soprattutto dal vivo), una varietà di brani e tipi di ballo che spazia in ogni direzione, insomma un disco godibile pur se molte melodie sono note a tutti. La neonata eti-

chetta Rox Records ha fatto bingo anche questa volta, dando una veste grafica sobria e un libretto interno esaustivo. Sono compiaciuto di presentare due dischi nuovi in un unico mese, da parte di questa label, segno che la loro vitalità e voglia di fare aumenta col tempo! ❖


Recensioni Nando Citarella & Tamburi del Vesuvio: CAROSONANDO Comunicato Stampa - di Giandomenico Curi

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Nando Citarella Voce naturale (tenore), tammorre, tamburelli, marranzano, putipu’ e cusarelle Pietro Cernuto Zampogna, friscaletto, tamburello, marranzano, voce. Gabriella Aiello Voce naturale (mezzo soprano) castagnette. Alessandro Patti Basso elettrico Marco Pistone Basso elettrico nei brani museca, pasqualino maraja’, piccolissima serenata) Gianni Di Carlo Batteria Fabrizio Mannino Fisarmonica, clarinetto, pianoforte Davide Eusebi Percussioni, effetti Skato’ Saxophone Quartet: Pierluigi Pensabene Sax soprano, Francesco Dimotta Sax contralto, Renato Trombì Sax tenore, Antonio Di Padova Sax baritono CON LA PARTECIPAZIONE STRAORDINARIA DI: Riccardo Tesi: Organetto nel brano “museca”, Paola Crisigiovanni Al pianoforte nel brano “palazziello”, Alberto D’alfonso Sax contralto nel brano “piccolino” ALFAMUSIC Studio S.a.s. Via G. Turner, 27 - 00169 Roma Tel. (+39) 06 263067 Fax. (+39) 06 23269109 www.alfamusic.com info@alfamusic.com Ufficio Stampa: Anita Pusceddu anita@alfamusic.com Cell. 3402669416

ll’inizio di tutto c’è Carosone, la sua musica, le sue canzoni, la versione unica, l’archetipo, l’Urtext irriproducibile, che condiziona e illumina tutte le versioni successive. E poi ci sono le cover, che è un modo di “far propria” una canzone di successo, proponendone una diversa lettura, una nuova messa in musica spesso sorprendente. E’ un’operazione che prevede tutto un altro investimento creativo, ma che non può prescindere dalla matrice d’origine, e soprattutto dal mix micidiale che ha determinato la nascita del suono-Carosone: ritmo, swing, africa, ballo, strada, rock’n’roll, jazz, blues, oriente, avanspettacolo, ironia, tradizione popolare. E allora una rilettura del suo repertorio dal punto di vista della musica popolare (che è quello che vogliono fare in questo disco Nando Citarella e i suoi musicisti) deve fare i conti con tutti questi livelli. In modo da arrivare direttamente al cuore, all’anima della tradizione, o delle tradizioni. Prima di tutto quelle napoletane e campane. Nei musicisti di questa terra c’è una sorta di grande rispetto verso la sacralità della musica tradizionale, come fosse un’energia che sta alla base di Napoli stessa, e dalla quale è difficile staccarsi. Napoli si nutre di musica, è un’energia che assorbe e ridistribuisce. Così è la stessa Napoli a parlare di Carosone. Nel senso che non c’è casa o vicolo della città che non risuoni ancora oggi delle sue canzoni. E poi c’è l’Africa, dove Carosone ha vissuto e suonato per quasi dieci anni. E dall’Africa si è portato a Napoli quel senso dell’esotico e del tribale che poi ha usato in senso parodistico e ritmico (grazie alle vocine e alle percussioni di Gegé Di Giacomo), anticipando le mode, spesso fasulle, della musica etnica degli anni ’90. Dell’Africa c’è anche la componente tribale e sciamanica, ipnotica, primitiva. Perché Carosone, sul palco, è un grande stregone, irresistibile, trascinante. E le sue canzoni diventano il suo tappeto volante, che lo portano ovunque. Ecco allora ‘O SARRACINO, che viaggia sicuro tra i luoghi comuni (e le melodie) dell’esotismo orientale ma senza dimenticare il sarracino tipico locale, abbronzato, guappo, smargiasso e sciupafemmine. Un Oriente mediato dalla tradizione (il lamento arabo tutto nasale e allungato alla Sergio Bruni), ricca di sapori, citazioni, sorprese sonore, cromatismi, alluccate alla muezzin e finale col botto. Stessa cosa con PASQUALINO MARAJÀ, di Modugno ma “carosonata” a dovere con il recupero del caffè-chantant, della canzone umoristica napoletana (da Maldacea a Taranto) e aperture alla parodia potente del belcantismo. Ritmo micidiale da caterpilar e voce di Nando che macina tutto, recuperando differenti frammenti di senso musicale attraverso invenzioni linguistiche e ritmiche (ma senza mai uscire dalle strutture melodiche e strofiche del modello primordiale). MARUZZELLA è tutta dentro la tradizione della canzone napoletana: struttura armonica perfetta, elegante, ariosa, ma anche qui con un lontano e misterioso richiamo sciamanico. Sparisce l’incipit a fronna, ma resta il

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refrain/ballabile, quasi una moderna tarantella con cadenze orientaleggianti. La voce di Gabriella Aiello sa trovare un equilibrio armonico palpitante tra ritmo ed espressione, in un percorso che sa di sguardi, di mare, di accensioni luminose, di una tristezza leggera, malinconica. Stesso miracolo di leggerezza “a fil di voce” lo troviamo in PICCOLISSIMA SERENATA (pure cantata da Gabriella), un calipso delizioso che solo nella parte orchestrale trova un tempo accelerato tra swing e dixie. GIUVANNE CU’ ‘A CHITARRA è un altro brano a macchietta. La storia di un pazzariello-jukebox che vende canzoni per la strada, una canzone che parla di canzoni (una metacanzone). Armonici e ritmo sono rubati dal ragtime e dal blues, ma qui c’è soprattutto la voglia e il piacere di cantare a tutta voce, di raccontare e di interagire con il pubblico (dall’anticipo del refrain alla citazione di Caravan). Una canzone da strada, strampalata e coinvolgente, allegra, a parte il risvolto amaro in chiusura, alla Jannacci, raddoppiato dal grido alluccato di Citarella. CARAVAN PETROL ci riporta invece a un Oriente tutto napoletano. C’è il petrolio, il cammello, il turbante di Gegè, i melismi arabi, ma anche il fiasco e il tammuriello, due oggetti-feticcio che fanno parte da sempre della tradizione e della festa campane. Lezione di canto popolare, tutto nasale, tirato sugli acuti, attraversato da megafoni, fischi, stop e ripartenze, invocazioni e affondi dialettali, fino alla filastrocca-rap finale. Sotto, uno swing tirato che viaggia su un fraseggio fitto, continuo, esplosivo. Dopo altre disavventure sonore e canzoni tra il ballabile e il popolare (obbligatoria la sosta davanti al PALAZZIELLO), si arriva alla chiusura con TU VUÒ FA’ L’AMERICANO, pezzo mitico e sintesi mirabile della musica e della filosofia di Carosone, anche se il testo è il primo frutto prodigioso della collaborazione con il grande Nisa.

Qui c’è l’America e la sua negazione, i guasti del miracolo economico italiano, e un ritmo che si muove tra boogie e rock’n’roll, rallentato e sincopato nelle strofe, più veloce e swingato nel ritornello. Insomma un Carosone ripassato alla giovinezza e alla forza della tradizione e del ritmo, riportato alla dimensione di “musica da tavola” (Kant), di “musica che dà la felicità e poi se ne va in punta di piedi” (Sgalambro), di “pastiglie in musica contro la tristezza” (Manu Chao), di un classico della tradizione da riconsegnare alla gente, ai protagonisti veri delle sue canzoni. ❖

Cd Track list 1) Bellu Guaglione (P. Cernuto – D. Citarella) * 2’35 ‘O Sarracino (Nisa – R. Carosone) 3’14 2) Pasqualino Palla Palla (P. Cernuto – D. Citarella) * 1’23 Pasqualino Marajà (F. Migliacci - D. Modugno) 2’22 3) Preludio a Mare (P. Cernuto – D. Citarella) * 1’47 Maruzzella (E. Bonagura – R. Carosone) 2’22 4) Filangieri (P. Pensabene) * 5’12 5) Pe Tuledo (P. Cernuto – D. Citarella) * 2’40 Giuvanne cu a chitarra (S. Canzio - N. Oliviero) 3’40 6) Calipso a fil di voce (P. Pensabene) * 0’56 Piccolissima serenata (A. Amurri - G. Ferrio) 2’58 7) Piccolino (D. Citarella – A. D’Alfonso) * 2’55 8) A Nord del Garigliano (P. Cernuto – D. Citarella) * 5’09 9) E’ arrivat’o Pazzariello (P. Cernuto – D. Citarella) * 2’15 Caravan petrol (Nisa – R. Carosone) 3’16 10) Palazziello (F. Rendine – E. Bonagura) 5’53 11) Pizzitango (P. Cernuto) * 5’56 12 Museca (D. Citarella – C. Mezzanotte) * 4’00 13) Occhei Napulità (P. Cernuto – D. Citarella) * 2’33 Tu vuo fa l’americano (Nisa – R. Carosone) 2’52 14) Cantanapoli (D. Citarella) * 2’00 TOTAL TIME 66’46 (*) Publishing: AlfaMusic Studio (Siae)

TARANPROJECT – SONU Comunicato stampa a cura di Carta da Musica

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l rinnovamento della musica popolare calabrese è già iniziato da qualche tempo, ha preso corpo profondo con gli straordinari fatti del Kaulonia Tarantella Festival, evento nel quale la Tarantella è diventata una musica del Mondo che rimescola i codici, la tradizione e il suo stesso arcaico linguaggio. Un fenomeno che raggruppa e che sconvolge e che si rinnova nello spirito, nella forma e nei contenuti. Straordinari artisti sono apparsi e continuano ad arrivare. L’operazione chiamata CalabriaSona, che è in procinto di venire pubblicata e presentata con il suo circuito e rete di festival, lo testimonierà in maniera inequivocabile: un’opera che raccoglie il meglio della “Calabria che suona”, che canta e che balla. Ma anche l’incontro con altre realtà del mondo. E la diffusione che il fenomeno sta avendo all’estero e un po’ ovunque in Italia. I fatti di cui dunque in questo comuni-

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cato si parla, il primo di una importante serie di pubblicazioni, viaggieranno il mondo in questo inverno a venire e li ritroveremo in Svizzera, in Germania, fino in primavera a New York. E in molti altri paesi ancora. Tutto sta a capire che qui si parla di un Sonu antico e moderno insieme Niente più sarà come prima. “Sacro et Profano” mescolati insieme, dal titolo della prossima creazione di Mimmo Cavallaro, annunciata per l’inverno 2014. TARANPROJECT / Mimmo Cavallaro - Cosimo Papandrea SONU (P) & © 2013 – CNI Music/Taranproject

I TaranProject di Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea, inarrestabile fenomeno della nuova musica popolare nazionale, pubblicano il loro nuovo ed atteso album dall’emblematico titolo : “SONU”. “Sonu a ballu” (semplicemente “u sonu”) è il nome arcaico col quale veniva identificata la “tarantella calabrese”. Con un linguaggio semplice eppure raffinato, con la sfrontatezza e l’autorevolezza che solo al-

cuni artisti possono vantare, i Taranproject raccolgono e trasportano il sapore antico della tarantella calabrese per incarnarla nel presente Nel nuovo album “SONU” i Taranproject raggiungono la loro massima espressione artistica e, grazie ad una formula collaudata e credibile, ci regalano quello che può essere definito il disco della maturità per la band guidata da Mimmo Cavallaro e Cosimo Papandrea. SONU è un album nel quale suggestioni, tradizioni, orgoglio e sogni di una intera terra, si intrecciano e convivono in una visione lucidissima, emotiva, coinvolgente. La visione di una terra pronta a riscattarsi attraverso la sua musica, una musica che sa essere antica eppure moderna, che racchiude in se l’antico sentimento di un popolo e lo proietta verso il futuro attraverso un lavoro discografico che non mancherà di sorprendere tutti gli appassionati del genere. ❖ Ascolta “TARANPROJECT – SONU” su www.cnimusic.it/sonu Management | CNI Live | tel. +39 06.86212085  |  fax +39 06.64812331 | email : info@cnilive.it | www.cnilive.it Ufficio stampa | Carta da Musica | email : info@cartadamusica.it | www.cartadamusica.it

PASTICCIO METICCIO: SRÀDICATI di Loris Böhm

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i incontriamo spesso nei pub e nelle sale genovesi, ma il leader Marco Tosto viaggia spesso in paesi mediorientali e in nord Europa per raccogliere esperienze sulle tradizioni locali. Questo CD stampato artigianalmente dalla Silfreed record, è un sunto strabiliante di questi viaggi musicali. La registrazione non è eccelsa ma simboleggia il lavoro “on the road”. Tutto rivisitato dalla limpida espressività artistica del gruppo, che comprende nel disco

l’apporto di Raissa Farazì, Federico Filippi, Monika Nycz, Stefano Gualtieri, Alì Rahmanì, Valeria Turbino, Francesco Stilo Cagliostro. Il nome che si sono dati scherzosamente probabilmente dipende anche dal fatto che il gruppo è aperto alle collaborazioni con musicisti che si aggregano a seconda delle occasioni di spettacolo. Tradizioni turche, grecaniche, calabresi, ebraiche, russe, lituane e napoletane... c’è di tutto ma l’amalgama dello stile consolida il tutto e consegna un’opera dall’impronta inconfondibile. L’abilità strumentale e vocale dei protagonisti è indiscutibile. Siamo consapevoli che non sarà facile trovare il protagonista, sempre in giro per il mondo, ma la curiosità di ascoltare un lavoro genuino e prodotto con tanta passione verso le tradizioni spero abbia il sopravvento nel lettore Lineatrad, comunque vi fornisco il recapito per chi volesse contattarli personalmente e richiedere il disco: su pasticciometiccio@gmail.com ❖

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Recensioni TRINACRIA – TU COMU STAI? di Loris Böhm

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otremmo esclamare... “Come se piovesse” ma non si tratta delle condizioni climatiche attuali della nostra penisola disgraziata, bensì della pioggia derivata dalle produzioni discografiche siciliane del 2013, come avevamo accennato in precedenza. Questa volta il gruppo Trinacria, con un CD pubblicato addirittura in Francia da Buda Musique e vi fa capire come in quell’isola facciano sul serio. Tanta roba... e buona per giunta. Il titolo “Tu comu stai?” è una domanda che presuppone una risposta, sto benissimo se ascolto Trinacria! Musica solare, caldissima, bollente. Ti senti come un maccherone: i Trinacria ti cucinano, ti scottano e infine ti “servono” su un piatto bello “cotto”. Canzoni di una attualità sconcertante pur mantenendo vivo lo spirito e la strumentazione tradizionale. Questa volta vi propongo i testi dialettali tradotti in italiano. Anche in questo caso non vi resta che andare a caccia del disco su www.budamusique.com... e poi saranno tutti cavoli vostri! ❖ TESTI DELLE CANZONI DEL CD 1) Aria dilicata

Salvatore Meccio Salvatore Meccio, Vittorio Catalano, Massimo Laguardia La mia vita scorre come un fiume Inarrestabile, discende veloce tra le pietre E tu che mi accompagni, aria delicata Mi accarezzi con l’amore che sai donare E risvegli i miei sensi assopiti nel fondo del fiume Come albero la mia anima oscilla Si dirige esitante verso l’immenso cielo E voi, radici possenti che mi trattenete Saldo come un chiodo fisso al suolo Date linfa all’amore che nutro Per questo mondo martoriato E riconosco il sapore del mare salato Ammiro le luci del cielo stellato Mi piace toccare i campi di grano

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32/2014

E respirare fino in fondo Le erbe profumate che la natura ci da Come libri parlano le mie mani Guarda quante sono le cose che hanno toccato E questa mia pelle morta e rinata Mille e mille volte sempre più temprata Mi fa sentire il sole e il vento E tremare di piacere Salvatore Meccio: voce, chitarra battente, cassa e sonagli Massimo Laguardia: coro, tammorra, percussioni Vittorio Catalano: coro, ciaramella

2) Bedda mia dimmi Salvatore Meccio

Mia bella dimmi: cosa è l’amore? Dimmi che guerra non è Incantami bellezza, adesso Amore fallo con il tuo camminare, incantami donna con il tuo fascino Terra mia, forte è il tuo profumo, che odore emani Vola mia bella, vola e ridi di cuore, ridi e dimmi che cosa è Danza mia bella danza che la vita si muove, tu muovila e dimmi Mia bella dimmi: cosa è l’amore? Io so che morte non è Raccontami donna, parlami adesso Narrami la storia della tua vita, racconta con gioia che non è finita Amore mio che profumo porti con te, che odore emani Mia bella dimmi: cosa è l’amore? Dimmi che guerra non è Mia bella dimmi: cosa è l’amore? Io so che morte non è. Massimo Laguardia: voce, tamburello, percussioni Salvatore Meccio: voce, chitarra battente, cassa e sonagli Vittorio Catalano: voce, flauto traverso, ciaramella

Ci vuole una vita intera per capire che siamo niente senza respiro E chiami la vita trattenendo il respiro, con lacrime e amore Poi, a voce possente appelli la morte che non ti ascolta Adesso che è stanca la tua carne vecchia, ci lasci l’anima per compagnia Ora che metti le ali per viaggiare lascia in noi il tuo amore E chiami la vita trattenendo il respiro, con lacrime e amore Poi, a voce possente appelli la morte che non ti ascolta E chiami ‘a vita senza ciatari cu lacrimi e amuri, cu lacrimi e amuri E chiami a vuci pussenti la morti ca nun ti senti, ca nun ti senti Salvatore Meccio: voce, chitarra battente Massimo Laguardia: coro, charango, shaker Vittorio Catalano: coro, chitarra classica

4) Cori leggiu

Massimo Laguardia Strumentale A cuor leggero, una giocosa miscellanea di frasi ritmiche eseguite con il tamburello di Klaus.

3) Mumenti

Salvatore Meccio A volte parli per non dire niente oppure gridi per la rabbia che senti A volte canti tanto per cantare una canzoncina che t’allevia il cuore Tutta la vita passa in un attimo, passa correndo come il vento

Massimo Laguardia: tamburello

5) Tra battiri e livari Salvatore Meccio

Tra un battere e un levare senza tempo e né misura


Recensioni

Sono scesi i Cristi dalla croce per alleviarsi i dolori Ballando, ballando con passo leggero e senza affanno Hanno lasciato in croce i mali di questo mondo Con un pianto e un sorriso porto avanti la mia storia Cercando di cambiarne la forma e i colori Io cantando, sì cantando a cuore leggero e senza affanno Pensando con amore a questo mondo E con tutto quello che ci costa stare in piedi Non mi sembra vero quando posso essere sereno Lontano dai guai e senza fare sangue amaro coltivando i nostri sogni e porgendoci le mani E con tutto quello che ci piace e non abbiamo Resto sorpreso quando la fortuna mi sorride Accanto alla mia donna che rende il mio sangue dolce Allevando i miei figli, porgendo loro le mani Ballando, ballando con passo leggero e senza affanno Lasciando in croce i mali di questo mondo E cantando, sì cantando a cuore leggero e senza affanno Pensando con amore a questo mondo Salvatore Meccio: voce, tammorra Massimo Laguardia: voce, tamburello Vittorio Catalano: coro, flauti irlandesi, scacciapensieri

6) Cu ti lu dissi

Tradizionale rielaborazione di Salvatore Meccio Chi te lo ha detto che devo lasciarti Meglio la morte che questo dolore Ahi, muoio Fiato del mio cuore, tu sei il mio amore Chi te lo ha detto a te piccina Il cuore mio si spezza a poco a poco Ahi, muoio Fiato del mio cuore, tu sei il mio amore Il primo amore l’ho fatto con te E tu disdegnosa ti stai scordando di me Facciamo pace, piccina mia Fiato dell’anima mia, tu sei il mio amore

8) Pazzaredda

Salvatore Meccio, Vittorio Catalano, Massimo Laguardia Strumentale Delirio tematico sul ritmo veloce di tarantella in modo maggiore e minore. Salvatore Meccio: chitarra battente Massimo Laguardia: tamburello Vittorio Catalano: sax soprano

9) Luci di lampara

Salvatore Meccio Massimo Laguardia, Vittorio Catalano Questo mare buio di notte nasconde… Nasconde tutta la speranza di questa gente senza patria Che per cambiare vita sfida il destino avverso Che per lasciare il passato va incontro all’infinito Cercando luci di lampara* si affollano dentro ad un barcone Con la bocca e gli occhi serrati e un muto pianto di cuore ferito Ma come è amara questa sorte, porta lontano a migrare Ma quanto è freddo questo mare e crudele il destino Questo mare freddo di notte spaventa… Spaventa i piccoli e i grandi, disperati e senza terra Che per cambiare vita si affidano alla sorte Che andando via perdono affetto e calore Cercando luci di lampara, sbattuti dalle onde del mare Con la bocca e gli occhi serrati e un muto pianto di cuore ferito Ma com’è amara questa sorte, porta lontano a migrare Ma quanto è freddo questo mare e crudele il destino che porti con te * lampada ad acetilene utilizzata per la pescha notturna « alla lampara », basata sul phototrofismo dei pesci attirati in superficie da una sorgente di luce artificiale.

*Omaggio alla canzone tradizionale siciliana

Massimo Laguardia: voce, tammorra, percussioni Salvatore Meccio: coro, chitarra classica, chitarra acustica 12 corde Vittorio Catalano: coro, friscalettu, flauto traverso, sax soprano, scacciapensieri

Salvatore Meccio: voce, chitarra classica Massimo Laguardia: tammorra muta, tamburello Vittorio Catalano: flauto traverso

10) Frischiu

7) Scurdinu

Il fischio dell’ancia nel corpo della ciaramella diventa musica arcaica e al contempo sperimentazione sonora.

Salvatore Meccio Strumentale Improvvisazione con chitarra battente di tradizione calabrese, a cinque corde e avente il bordone fisso in D. Strumento realizzato in collaborazione con Alessandro Pietracaprina modificando una vecchia chitarra acustica. Salvatore Meccio: chitarra battente con « scurdinu »

Vittorio Catalano Strumentale

Vittorio Catalano: ciaramella in G maggiore

Vorrei dirti con tutto il bene di questo cuore quanta forza ci vuole Per parlare di terra e di mare, di sole e di stelle Di fuoco e scintille e di come dobbiamo amarci L’amore non è parlare L’amore che devi darmi È fatto di carezze e respiro di cuore È fatto di occhi che vogliono guardarsi È fatto di sguardi appassionati Tutta la notte sono rimasto in piedi per trovare queste parole: “Ma che ti pare che perdiamo la vita per sfamare quattro infami?” E ti dico con tutta la rabbia di questo cuore quanta forza ci vuole Per non tagliare, strozzare, avvelenare o ammazzare A tutti quelli che mi fanno incazzare Ma la vendetta non porta ragione La ragione fa parlare È fatta di parole e di voci incazzate È fatta di occhi trafiggenti È fatta di sguardi brucianti Tu come stai ? Io mi sento solo in mezzo a tutti i miei guai E quando mai sarà possibile avere un poco di tempo per parlare di noi due? Salvatore Meccio: voce, chitarra battente, cassa e sonagli Massimo Laguardia: voce, tamburello Vittorio Catalano: coro, ciaramella, flauto traverso

12) Cantico

Salvatore Meccio Quanto sei bella amica mia I tuoi occhi sembrano colombe I tuoi capelli gregge che scende dalle montagne Quanto sei bella amica mia Con bianchi denti come pecore tosate Bocca di grazia e labbra di nastro color porpora Piccoli seni come cerbiatti che pascolano tra i gigli Sei bella amica mia, pura e senza macchia Con uno sguardo hai rapito il mio cuore Quanto sono leggere le tue carezze, più dolci del vino delizioso I tuoi germogli sono fiori di melograno Dio, sei fonte che irrori giardini di alberi profumati Mettimi come sigillo dentro il cuore E per approvazione tienimi tra le braccia Perché forte come la morte è l’amore Poiché è tenace come gli inferi la passione Passione di vampa e di fuoco, fiamma del Signore Che le grandi acque non possono spegnere E neanche i fiumi ricoprire Quanto sono leggere le tue carezze, più dolci del vino delizioso I tuoi germogli sono fiori di melograno Dio, sei fonte che irrori giardini di alberi profumati

11) Tu comu stai ?

*Testo liberamente tratto dal poema quinto del Cantico dei Cantici (Bibbia)

Tu come stai ? Io mi sento solo in mezzo a tutti i miei guai E quando mai sarà possibile avere un poco di tempo per parlare di noi due?

Salvatore Meccio: voce, chitarra battente Massimo Laguardia: coro, udu, tammorra Vittorio Catalano: coro, flauto irlandese, zampogna Vincent Zanetti: coro

Salvatore Meccio

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Lineatrad 32-2014  

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