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mensile Anno 4 n°38-39 agosto-settembre 2015 € 0,00

n n a i Y d i l r a T Festiv Festival de Martigues Rencontres de arpes a Dinan Eire! Afrika Tage Wien Pause guitare ad Albi Locarno folk&film festival

s e u g i Mart I Ricatti del mercato 40° Kultúrne Leto Bratislava Richard Thompson Talos festival in Puglia Cemil Qocgiri e Tara Jaff Anteprime Rox Records


Sommario

n. 38-39 - Agosto-Settembre 2015

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

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I Ricatti del Mercato

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Trio Keynoad, Duo Blancke Byrne, Laura Perrudin, Philippe Volant

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“Maggio” di Tesi vince il premio Città di Loano

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Festival di Martigues

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Nuovo singolo per Eugenio Ripepi

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Un premio nazionale per la musica trad concepito secondo Lineatrad

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Rencontres internationales de harpes celtique a Dinan

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Eire! La festa dei suoni d’Irlanda

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La coscienza di Zena

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Eventi

Cronaca

Interviste

Recensioni

Argomenti

di Loris Böhm

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er questo numero estivo abbiamo pensato di privilegiare la cronaca dei festival piuttosto che le novità discografiche o le interviste. Ci sono davvero tanti festival, oltretutto situati in zone turistiche pregevoli, che meritano la massima attenzione per una “vacanza alternativa”. Tra i tanti concerti sparsi in Italia e nel resto d’Europa, vorrei citare (in copertina) quello dei Tri Yann, storica formazione bretone che dimostra ogni anno che passa (e di anni ne sono passati tanti!) che non perdono lo smalto per anzianità, ma anzi migliorano come il vino; in un contesto festivaliero, quello di Martigues, esemplare sotto tutti gli aspetti, capace di lasciare allo spettatore una nostalgia che si tramuta in desiderio di ritornare. Per contro ci sono alcuni festival, tra quelli con cui eravamo in contatto da diversi anni, come abbiamo già parlato sul numero scorso, che hanno modificato la loro struttura organizzativa, hanno ritardato l’invio di comunicati stampa, ma soprattutto hanno avuto difficoltà a relazionarsi con noi (per cui

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anche con i loro potenziali spettatori) e questo fatto ci ha reso impossibile organizzare la trasferta dei reporter con la certezza di poter assistere a qualcosa, motivo per cui in questo numero si parla poco di festival italiani, viceversa trovate tante notizie di quelli stranieri, che evidentemente credono maggiormente nel nostro lavoro. Siamo consapevoli dell’importanza che ricopre la selezione degli eventi da seguire: stabiliamo con lo staff organizzativo un contatto reale, allo scopo di fornire al lettore interessato indicazioni e consigli utili ma soprattutto attendibili all’interno di Lineatrad. Altra novità rilevante di questo numero post-vacanziero è la nuova rubrica di Luca Ricatti, uno specialista nella “satira musicale”, se così vogliamo chiamarla, che finora ha sempre sviluppato il suo talento soltanto sul suo blog su internet, e si va ad aggiungere a “La coscienza di Zena”, altra rubrica che va presa come un simpatico siparietto della situazione genovese nei confronti della musica folk.

FIM Fiera di Genova

Editoriale A dirla tutta, nel mondo della nuova musica tradizionale italiana persiste una certa tendenza all’immobilismo: si va avanti per inerzia ma c’è poca voglia di produrre qualcosa di innovativo. Si cercano di consolidare certe posizioni acquisite (più per demerito degli altri che per propri meriti), ma di fatto manca una spinta, uno stimolo nuovo che induca l’appassionato a consolidare o rinnovare il suo entusiasmo, e purtroppo non sempre il motivo di questo immobilismo è la mancanza di fondi di investimento. Su fonte Anes (Associazione Nazionale Editoria Specializzata www.anes.it) si apprende che L’unica testata musicale presente è Il Giornale della Musica, gloriosamente defunto. Quindi, al momento, nessuna testata musicale è rappresentata (in Italia). Allora cercheremo noi di Lineatrad di dare uno scossone all’ambiente, prima di tutto rinnovando gli incarichi della Redazione in base alla effettiva resa operativa, pertanto Agostino Roncallo subentra a Fulvio Porro come responsabile Ufficio Stampa.


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Pause Guitare ad Albi

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Locarno folkfestival & filmfestival

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Talos festival in Puglia

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Afrika Tage a Vienna

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Anteprime Rox records

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Cemil Qocgiri e Tara Jaff

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40° Kultúrne Leto a Bratislava

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Richard Thompson in Italia

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ASCOLTATE SU RADIO CITTA’ BOLLATE www.radiocittabollate.it la trasmissione An Triskell ogni GIOVEDÌ alle ore 21:30 (chiusura estiva)

In vista di una nostra registrazione come vera testata giornalistica per uscire dalle ristrettezze di una “rivista virtuale su blog”, esiste l’idea di proporre anche una web-tv a sostegno del formato digitale che, a questo punto, si arricchirebbe di nuove funzionalità per scoprire nuovi orizzonti. Sono passi importanti, significativi, innovativi, che richiedono un importante dispendio economico ma sono in grado di offrire un servizio informativo assolutamente rivoluzionario per quanto riguarda la musica folk... e in questa appendice web-tv sarà inserito anche il notiziario “Live Underground” per quanto riguarda gli eventi dal vivo (per ora) solo genovesi. Esiste già un accordo di massima con l’emittente Teleliguria per sfruttare una decina di minuti televisivi del palinsesto in fascia oraria da stabilire, per un notiziario di musica ed eventi folk. A ottobre poi ci saranno altre cose di cui parlare: i risultati della votazione del Premio Città di Loano e le novità editoriali e discografiche. ❖

NOTIZIA DELL’ULTIMA ORA

Lineatrad sarà presente il 3-4 ottobre al MEI di Faenza con un proprio stand, insieme agli altri media-partner della manifestazione (www.meiweb.it). Ci sono diverse nuove iniziative da promuovere, non ultima la nascita di una web-tv completamente dedicata alla musica folk, e alla nascita di un notiziario televisivo di musica ed eventi, soprattutto folk, che andrà in onda su Teleliguria in una fascia oraria da concordare con il direttore di quell’emittente. Naturalmente tutti gli appassionati di musica folk, i collaboratori e operatori e i musicisti sono invitati ad un rendez-vous con noi per discutere sui progetti futuri.

www.lineatrad.com

www.womex.com/virtual/lineatrad ANNO 4 - N. 38-39 - Agosto-Settembre 2015 via dei Giustiniani 6/1 - 16123 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm - direttore@lineatrad.com Consulente alla Direzione: Giovanni Floreani - info@musicistieattori.com Responsabile Immagine e Marketing: Pietro Mendolia - e-mailanova@tiscali.it Responsabile Ufficio Stampa: Agostino Roncallo - agoronca@tin.it Hanno collaborato in questo numero: Luca Ricatti, Agostino Roncallo, Giustino Soldano, Muriel Le Ny, Lorenzo Coletta, Annamaria Parodi Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

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Argomenti I RICATTI DEL MERCATO di Luca Ricatti

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on questo articolo Lineatrad inaugura una nuova rubrica sul mercato musicale, “I Ricatti del Mercato”, i suoi trucchi e suoi imbrogli. Chi scrive è un musicista come tanti, che cerca di non farsi stritolare dai meccanismi dell’industria. Lo spunto per questo primo appuntamento ci viene da un argomento caldo dell’estate: Giovanni Allevi ha firmato l’Inno della serie A di calcio. Su blog, social network e testate nazionali è tutto un fiorire di improperi, sberleffi e perfino minacce al compositore, ma il fatto in sé è tedioso e non ce ne occuperemo, ormai è un rito stanco che si ripete. Qualsiasi cosa faccia o dica il maestro ascolano si alza il polverone, lui si dà una scrollata e continua a fare concerti, ottenere commesse, riscuotere diritti d’autore e vendere dischi... valanghe di dischi. Vero è che Allevi presta spesso il fianco con esternazioni discutibili, ma il problema, il motivo per cui tanti appassionati di musica si affannano a demonizzarlo sta nel racconto che fa di se stesso. Perché Allevi narra una storia. Nel gergo del marketing si dice storytelling, l’arte di esporre un concetto o un prodotto sotto forma di racconto, con tanto di protagonista, antagonista e personaggi comprimari. Non è un trucco scorretto, in fondo tutti noi romanziamo le nostre esperienze con gli amici al pub, in un colloquio di lavoro o davanti alla nostra coscienza... ma bisogna vedere che uso se ne fa. Secondo il racconto Allevi sarebbe un eroe che si batte per portare la musica classica a nuovi standard contemporanei, tali da far appassionare le masse alla musica classica. In realtà scrive melodie orecchiabili da musica leggera che spaccia per musica colta, ingrossando il fegato di tutti quelli che alla vera musica colta hanno dedicato intere esistenze di fatica e dolore. Tuttavia la storiella funziona e fa guadagnare soldi a tutta l’industria che ruota attorno al maestro; quella stessa industria che amplifica il racconto, facendolo risuonare in tutti i media. Insomma, Allevi è un buon esempio per mostrare come il racconto del prodotto è più importante del prodotto stesso. E se il racconto è falso? Ecco, il mercato se ne infischia che il racconto sia vero, l’importante è convincere chi deve acqui-

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starlo. Citando uno che era un esperto di marketing della peggiore specie, il Ministro della Propaganda del Governo Nazista, Joseph Goebbels: «Racconta una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità». Certo, bisogna avere i mezzi. E questa è una delle principali differenze tra noi musicisti indipendenti e squattrinati e l’industria dello spettacolo: il potere di arrivare alle masse consente di raccontare loro qualsiasi cosa. Allora potremmo estrapolare questa regola: Per vendere un prodotto scadente, devi convincere il pubblico a credere a una bugia; per ottenere questo sono necessari denaro e potere sufficienti a raccontare la bugia a tutti e all’infinito. ❖


Eventi

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Cronaca CON IL FESTIVAL DI MARTIGUES... IL PARADISO PUÒ ATTENDERE di Loris Böhm (foto © Loris Böhm)

Mare e musica folk: un binomio che risulta vincente. Le prove pomeridiane sotto un sole rovente al Canal Saint Sébastien

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uando si parla del festival di Martigues si rischia seriamente di non saper da dove cominciare e come finire, tante e tali sono le argomentazioni da elencare... per meglio descrivere l’ambiente metto a corredo una ricca documentazione fotografica: dopotutto il paradiso non può attendere! La location: dall’Italia puoi arrivare oltre che con l’auto, con i moderni pullman IDBUS da Milano e Genova e via treno, ma occhio alle

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coincidenze! Il vicino aeroporto di Marsiglia possiede pochi collegamenti giornalieri utili dall’Italia (Milano, Roma) qualche volo dalla Sicilia e da Venezia. Una volta arrivato a Martigues, la piccola Venezia della Provenza, ti rendi conto dell’amenità del villaggio. La pulizia maniacale dei siti del festival, la puntuale e rigida organizzazione, che dispone di un’intera palazzina dove lo staff lavora a tempo pieno. Mentre attraversi i

canali sui ponti che dividono la Costa Azzurra dall’Etang de Berre (un grande lago salato), sei sommerso dagli aromi dei fiori lungo il percorso pedonale, e ti imbatti facilmente in un matrimonio dove predomina il viola della lavanda sparsa ovunque. Le possibilità: la cittadina risuona di note e abbonda di locandine con indicazioni giornaliere di tutti i concerti e gli eventi in programma, la gentilezza della popolazione lascia


Cronaca

Folk Band Dreva dalla Russia l’incanto dei cori popolari

senza parole, e scopri che è un classico indugiare nei locali tipici dove mangi e bevi a volontà, al riparo dalla calura estiva. Multietnico e anticonvenzionale... Martigues è un festival sorprendente a tutti gli effetti. A seconda delle tue propensioni puoi iscriverti ad un corso di danza o imparare a usare uno strumento etnico, e infine ascoltare in pieno relax approfittando della “Siesta della fine del mondo” nel parco all’ombra degli alberi di fronte allo stagno, accomodato su una delle tantissime sedie a sdraio mentre ascolti un concerto soft e premurosi volontari ti offrono gratis bevande fresche dissetanti.

Coinvolgimento e socialità sono le caratteristiche russe...

Se ti senti più mistico puoi assistere ai concerti in chiesa, se ti senti più intellettuale puoi andare al conservatorio Pablo Picasso, alle tavole rotonde, agli ateliers, agli itinerari musicali... e nel frattempo godere delle sfilate in strada. Nei “cocktail del folclore” ti offrono aperitivi e mojitos mentre assisti ad esibizioni e infine puoi dialogare con gli artisti. Un servizio d’ordine capillare di giovani volontari ti aiuterà in qualsiasi circostanza: è impossibile non trovarsi a proprio agio. La sera l’imponente gradinata del Canal Saint Sébastien accoglie i tremila spettatori nella location più suggestiva del festival: di fronte

Folk Band Dreva dalla Russia l’incanto dei cori popolari

un palco altrettanto imponente, in grado di ospitare un centinaio di artisti, piazzato su una zattera in mezzo al canale, è quantomai indispensabile per realizzare i progetti speciali ideati dal gruppo locale “La Capouliero” che prevedeva fino a tre corpi di danza in contemporanea sul palco. I posti sono numerati perchè molto facilmente si va sul “tutto-esaurito”. Lo scopo di questo festival: pur essendo apertamente multietnico, non ha pretese politico-religioseumanitarie come purtroppo accade spesso in Italia. Pur vantando un’area vastissima e molteplici situazioni in contemporanea non produce caos e non è soggetto a epi-

Coinvolgimento e socialità sono le caratteristiche russe...

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Cronaca

Balcón de los Artistas dalla Colombia

sodi di disturbo, defezioni, ritardi o atti vandalici come purtroppo accade quasi sempre nei grossi festival. Forse è un caso, ma tutto si è svolto, anche nei momenti più vibranti del concerto finale dei Tri Yann, in assoluta sicurezza (a parte il veloce passaggio di una barca davanti al palco, durante il concerto La Capouliero... che ha fatto sorridere il pubblico e ha creato una nota di colore, senza scomporre gli artisti sul palco. Il programma 2015: come ogni anno il programma di Martigues è davvero pingue e stuzzicante. Il mondo è ben rappresentato con le varie etnie e con formazioni pro-

Balcón de los Artistas, potenza e sincronia

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Dalla Guadalupa ecco Miyo e un esercito di percussionisti

venienti da ogni dove. L’insolita sequenza settimanale prevedeva domenica 19 un assembramento in città di tutti i 400 artisti con il concerto serale in cui si sono esibiti i francesi Zebda con un melange di rap-reggae e ballate nostalgiche. Il secondo giorno abbiamo la parata e la presentazione ufficiale, e in evidenza il “ballo delle nazioni” con tutti i gruppi invitati. Il terzo giorno c’è il concerto della Gangbé Brass Band del Benin e lo spettacolo serale di apertura al festival con tutti gli ensemble a rotazione. Si va avanti giorno per giorno fino alla domenica successiva, quando tutto finisce. In questo lasso di

tempo è inusuale e intrigante la scelta dell’organizzazione di proporre ogni sorta di gemellaggio e scambio culturale tra i gruppi partecipanti, e il pubblico si ritrova non solo spettatore ma protagonista e allievo al tempo stesso, incitato a provare cori e strumenti, a imparare idiomi, a danzare e giocare con gli artisti. Non c’è da pagare biglietto per assistere agli spettacoli al Village du Festival e per quelli all’aperto, mentre per i concerti più importanti in teatro e in chiesa e gli stages di apprendimento ufficiali c’è da pagare biglietto o abbonamento, ma interessante è la possibilità di ascoltare tutti i gruppi gratuitamente

...e alla fine un’esplosione carnevalesca che fa impazzire il pubblico


Cronaca

A Place Mirabeau la Bagad Brieg dà un saggio di bravura

per poter scegliere se assistere al concerto a pagamento (a parte ovviamente i Tri Yann che sono un gruppo apprezzato da tutti). Davvero intelligente e furba questa strategia: il pubblico, dopo tutti questi “assaggi” in ogni angolo della città, è invogliato ad assistere a pagamento agli spettacoli ufficiali e magari anche agli stages di approfondimento... e la cultura trionfa. Il “Club des partenaires” è un’area esclusiva, elegante, dove gli sponsors possono intrattenersi, seguiti dagli steward del festival. Si tratta ovviamente di dirigenti di compagnie petrolifere, banche e società importanti che finanziano il

La mascotte del festival... va in giro per la città!

festival... i rappresentanti dei “media” come noi sono esclusi. L’organizzazione del festival comunque ci mette a nostro agio riservandoci per tutte le serate un posto in prima fila accanto ai colleghi di Maritima TV, per poter documentare nel migliore dei modi tutti gli spettacoli in programma. Le foto consentite sono a volontà mentre il video può essere soltanto di tre minuti per spettacolo (naturalmente solo per gli operatori, non per il pubblico, che ha il divieto di riprendere e fotografare). Mi ha sorpreso notevolmente non aver notato nessun rappresentante di TradMagazine, l’unica rivista folk francese in attività.

La location imponente e suggestiva, prima degli spettacoli

Non siamo riusciti a seguire tutti i concerti dal primo giorno, per cui ci limiteremo a pubblicare le foto da giovedì 23 a sabato 25, periodo in cui si sono svolti gli spettacoli più significativi. Appena arrivati, nel primo pomeriggio abbiamo subito le esibizioni del Folk Band Dreva dalla Russia, abile a coinvolgere il pubblico nei canti. Il Gruppo Vocale “Dreva” è specializzato nella canzone popolare russa. Il repertorio è costruito sulla base di registrazioni sul campo raccolti da folkloristi in diverse parti della Russia, Belgorod, Voronezh, Bryansk, Kursk, negli insediamenti cosacchi dei fiumi Don e Volga, e le regioni Altai, Kuban ...

Le dolci danzatrici del Borneo del gruppo Mekar Pribadi

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Cronaca

Dal Borneo il gruppo Mekar Pribadi

e completamente basato sull’improvvisazione, come è usuale nella tradizione popolare. Il gruppo non utilizza orchestrazione e non rielabora la materia prima utilizzata al fine di preservare il valore intrinseco delle canzoni e l’individualità della voce di tutti. I brani sono eseguiti a cappella o accompagnati da strumenti come Garmon, balalaika, kalyuki e kugikli, treshchotka, ocarina, tamburello, tamburo, gusli, strumenti a fiato tradizionali, lira kolyosnaya. Il repertorio comprende canti rituali, canzoni di stagione, balli, canzoni da osteria e marce. A seguire un concerto del gruppo Ak Maral del Kirghizistan.

Ak Maral, nelle variopinte danze

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Il gruppo del Kirghizistan “Ak Maral”: armonia pura

Persone di origine nomade, nel Kirghizistan hanno ancora mantenuto un forte attaccamento per il loro modo di vita ancestrale scandito dalle stagioni, considerando la centralità del cavallo e della yurta. La yurta, tenda circolare utilizzata fin dal VI secolo, è il rifugio delle famiglie che salgono negli alpeggi in estate. Il cavallo è importante nella vita dei nomadi. Tra i tanti giochi equestri comuni ai popoli nomadi dell’Asia centrale, il kyzkuu (“prendere la ragazza”) è una gara che vede il gentil sesso e il maschio: il ragazzo deve arrivare prima, evitando la frusta della ragazza. Se vince, ottiene un bacio dalla bella.

Il Folklore è molto ricco, i costumi sono di rara bellezza in seta e pelliccia di colori contrastanti. Gli strumenti dell’orchestra sono balalaika sagomate, percussioni, flauti, le cui forme sono quasi sconosciute altrove. Le danze sono piene di grande poesia e di tenerezza come si addice ad un paese di antica civiltà. Si alternano con cori, assoli di musica popolare in una varietà determinata in accordo con un paese in cui la cultura popolare viene raccolta e conservata gelosamente. Infine il gruppo Serbo Simyonov con un bellissimo repertorio di danze eseguite da giovani danzatori in sgargianti costumi, nel parco del Villaggio del Festival.

Sotto il costume con due bambole danzanti, un ballerino del Kirghizistan


Cronaca

Il pubblico del giovedì, stipato nei posti numerati

Il Balletto “Simyonov” è tra i migliori ensemble della Serbia. Speciale per molti aspetti, presenta la ricchezza del folklore serbo in un modo nuovo e accattivante. Con un balletto classico come base, una formazione rigorosa, piena di vigore e la giovinezza dei ballerini hanno permesso di sviluppare uno stile potente e atletico. I costumi e la musica sono genuini, selezionati per la loro bellezza e varietà, che rappresenta l’unicità del folklore serbo. La più rappresentativa è la danza serba “kolo”. I ballerini si tengono per mano e formano un cerchio o una spirale. Le combinazioni sono numerose, a seconda delle sen-

I [ZØGMA] si presentano, in maniera singolare

I pigmei del Congo “Ndima”, quasi spariscono sull’immenso palco!

sazioni da esprimere. Durante le invasioni, il ballo era calmo, tranquillo, ma con l’acquisita libertà, è diventato più allegro e vivace. Molto popolare, il Kolo si balla anche in jeans durante ogni occasione. Gli strumenti sono in genere piffero, fisarmonica, violino, clarinetto e tromba. A volte è possibile ballare senza musica, battendo il ritmo solo con i piedi e le collane. Notiamo subito che i presentatori hanno lo scopo fondamentale di “istruire” il pubblico spiegando dettagliatamente da dove proviene il gruppo e in cosa consiste la tradizione che interpreta... e il pubblico ascolta con interesse. Non propriamente quello che accade da noi in

Italia dove spesso il presentatore si erge a protagonista con improvvisate battute, limitandosi ad incitare il pubblico ad un caloroso applauso. Va sottolineato che quasi ogni gruppo di musicisti ha al seguito un corpo di danzatori con costumi tradizionali che indiscutibilmente catturano l’attenzione e danno un “biglietto da visita” completo del popolo cui appartengono. Nell’area del parco sono presenti stand etno-gastronomici, stand di gadget vari e chioschi di bevande. Fate attenzione al resto di quello che pagate: a volte gli inservienti nella confusione si sbagliano a contare i soldi!

La bellezza dei costumi contadini dei provenzali “La Capouliero”

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Cronaca

La Capouliero, tra canti e simbologia contadina

Eseguite le normali procedure precauzionali comunque restiamo soddisfatti della qualità del cibo, e soprattutto della quantità notevole di tavolini con posti a sedere, davvero in grado di soddisfare le esigenze di tutto il pubblico senza lasciare nessuno in difficoltà (cosa che in passato per esempio non avevamo gradito al festival di Saint Chartier (ormai defunto), dove si rischiava seriamente di mangiare in piedi per la pochezza di panche a disposizione). Anche qui abbiamo modo di indugiare negli stand dove si fabbricano gli strumenti musicali, oppure passeggiare accompagnati da un organo di barberia, e alla sera si

Siamo nel Quebec con i Bon Débarras

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Nel mezzo dello spettacolo... sfreccia una barca davanti al palco!

può scegliere tra i concerti gratuiti del Villaggio e il meraviglioso Théatre du Canal Saint Sébastien, realizzato in un’isoletta tra due canali che attraversano la cittadina. Noi optiamo ovviamente per il teatro. Giovedì abbiamo il Balcón de los Artistas dalla Colombia, un corpo di ballo numerosissimo e molto affiatato (il mega-palco può contenere tranquillamente un centinaio di ballerini, oltre al gruppo di musicisti). I ritmi trascinanti della salsa colombiana, che sfocia nella cumbia e nella pachanga e nelle tante altre proposte che hanno ammaliato il pubblico. A seguire un set della Guadalupa con Miyo e il percus-

sionista Laurent Succab, con sette ritmi della tradizione orale esternati dagli schiavi africani che esprimevano tutti i loro stati d’animo. Il finale è della Harmonik steel band & Calypsociation steel band, gruppi con una ottantina di percussionisti con ritmi calypso, soca e biguine sconfinanti in jazz e salsa. Veramente pirotecnico è il finale, con fuochi artificiali abbinati a effetti laser e nebbia... un apoteosi di spettacolo che il pubblico dimostra di gradire con autentiche ovazioni. La tarda serata propone al Villaggio del festival esibizioni provenzali e serbe fino a notte. Venerdì si apre con spazio dedicato ai bambini, un cocktails di

[ZØGMA] nel repertorio tip-tap del Quebec


Cronaca

Il saluto finale dei gruppi serali... ma quanti sono?

folklore bretone e quebecoise e diversi stages aperti al pubblico. Nel pomeriggio il concerto del gruppo corso Xinarca alla cappella di Notre Dame des Marins, e lo spettacolo della Bagad Brieg bretone al conservatorio, poi il concerto alla chiesa de la Madeleine di un gruppo del Borneo per la prima volta al festival, i Mekar Pribadi. Le loro danze, spesso rituali, della religione politeista animista, simboleggiano l’armonia all’interno delle loro comunità. La tribù Dayak, un popolo che vive all’interno di Kalimantan (Borneo indonesiano) celebra soprattutto gli uccelli. I costumi sono sontuosi, la danza è ricca di grazia e maestosità, a

L’ora della siesta per i spettatori più pigri, scandita dai canti colombiani

volte virile, a volte ritmica, dove i bracciali delle donne risuonano con le percussioni... Lo strumento musicale più emblematico è quello chiamato “Sape”, una sorta di barca a forma di liuto, che può avere da 2 a 7 corde, e tradizionalmente viene dipinta dallo stesso musicista. Per noi spettatori è davvero una esperienza quasi mistica. Si prosegue nel pomeriggio con ateliers, itinerari cittadini, e una esibizione in edizione speciale del gruppo del Kirghizistan Ak Maral di cui vi abbiamo già parlato. La serata propone come al solito uno spettacolo gratuito e uno a pagamento: quello gratuito è al Villaggio, del gruppo russo Dreva

Siamo nel gotha degli sponsors. A destra l’ingresso della Sala Stampa

con gli stagisti dell’atelier canto, mentre quello più prestigioso, a pagamento, al Teatro del Canal Saint Sébastien, dove noi andiamo. Iniziano i pigmei del Congo Ndima, già conosciuti al Festival del Mediterraneo a Genova, con la consueta ancestrale maestria nel gestire i ritmi e i cori femminili, poi si passa al Quebec con i Bon Débarras, un gruppo specializzato nella musica cajun ispirato dal ricordo dell’America francofona, si distingue per i climi musicali combinando chitarre, banjo e basso per fisarmonica, washboard e armonica accompagnate dal classico tapping dei piedi e percussioni corporali.

Qui abbiamo l’ingresso degli uffici del festival

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Cronaca

L’ingresso all’area del teatro del Canal St. Sébastien

Questo trio (Dominic Desrochers, Jean-François Dumas e Cedric Dind-Lavoie) apre le porte dei suoi ricordi, per navigare in un’America dove le radici di diverse tradizioni si incontrano attraverso l’energia sprigionata dal battito del ritmo. La loro città di origine, Montreal, è una delle città più cosmopolite del Nord America. Pur avendo il desiderio di essere ben ancorati nelle loro radici, i musicisti hanno progetti per scoprire nuovi percorsi ispirati alla tradizione vivente. Si alternano con loro il gruppo del Quebec [ZØGMA], un collettivo di folklore urbano, è una compagnia professionale di danza di percussione, con sede a Montreal

Un bateau-mouche porta gratuitamente gli spettatori nei siti del festival

dal 2001 e attivo sui palcoscenici nazionali e internazionali. Il gruppo sostiene il processo creativo di coreografi che, attingendo a elementi della diversità culturale del Quebec e il folklore dei centri urbani, offrono una lettura aggiornata e una nuova estetica del folklore, in particolare attraverso la sua fusione con altre discipline artistiche. [ZØGMA] presenta in particolare la sua creazione: “Rapaille” Liberamente ispirati al testo ritmico Quebec poeta Gaston Miron (1928-1996), Métis Rapaille propone gesti percussivi di danza più contemporanea, creando un linguaggio del corpo multidimensionale e unico, per un lavoro di

Lo spazio off-limit riservato agli sponsors del festival

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ritmica potente. Nei ritmi trascendenti della danza percussiva, punteggiato con estratti di Man Rapaille letti dall’attore Pierre Lebeau, lo spettatore si cala nel mondo dell’autore e della sua opera monumentale. Musiche originali di Julien Roy Freeworm, interpretate da [ZØGMA] offrono una quantità di emozione, mentre ridefinirscono i limiti della danza percussiva come noi la conoscevamo. Non facciamo in tempo a riprenderci dall’emozione che subentrano i colombiani di Estesis Danzas. Orgogliosi del loro triplo patrimonio (indigeno, ispanico e afro), questi giovani ballerini esibiscono

Al concerto Tri Yann insieme ai colleghi francesi di Maritima TV


Cronaca

Infine eccoli: nei variopinti costumi, gli immortali Tri Yann

una notevole coreografia. I loro costumi colorati, disegnati con gusto, uniti agli ottimi arrangiamenti musicali, creano uno stile unico che distingue questo gruppo da altri gruppi colombiani: non a caso “Estesis Danzas” è stato votato miglior corpo di ballo folk in Colombia nel 2014. Non manca nulla nel programma: il ritmo del Mapalé invade il corpo, mentre il Bambuco stordisce le anime. L’energia prodotta da queste dodici coppie di ballerini unita agli otto musicisti è davvero contagiosa! Ma, come sempre accade qui a Martigues, il meglio deve ancora venire! Ce lo offre il gruppo locale de La Capouliero, con danze pro-

Tri Yann sono uno spettacolo a tutto tondo

La teiera è sempre al suo posto!

venzali e un simpatico gemellaggio con gli artisti colombiani. In teatro cala il sipario, tra fuochi ed effetti speciali, ma la giornata non finisce mai: per chi non è ancora stanco di folk, al Villaggio ci pensa il concerto da ballo dei bretoni Bagad Brieg a darvi il colpo di grazia... a colpi di cornamusa... e a questo punto tutti sognano un soffice letto! Anche perchè domani, sabato, sarà la giornata che culminerà con il concerto dei mitici Tri Yann, e dovremo essere pimpanti. L’organizzazione ha pensato anche a questo: “prima ti distruggo, poi ti rigenero per darti la possibilità di affrontare altri eventi”, allora in mattinata spazio ai bambini e

agli stages, il pomeriggio un concerto al conservatorio dei pigmei, e soprattutto la “siestes du bout du monde”, il sonnellino da fine del mondo dove il pubblico è seduto su una sdraio, coccolato da inservienti che offrono gratis the caldo speziato e il gruppo colombiano Estesis Danzas canta dolci ballate. Poi ateliers, salsa colombiana, itinerari musicali, ecc. a preludio del concertone di fine festival con i semprevivi Tri Yann: un evento speciale con la partecipazione della Bagad Brieg e i provenzali La Capouliero per una teatralità scenografica unica. Che dire che già non si sappia di questi mostri sacri, probabilmente

Tutto il gruppo all’opera

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Cronaca

La Capouliero: scenografia di onde, marinai e vascello

il gruppo folk francese più celebre nel mondo? I rari concerti dove possiamo ammirarli oggi, sono un happening imperdibile, spesso suggellato da album-ricordo. Jean Chocun, Jean-Louis Jossic e Jean Paul Corbineau, i tre Giovanni di Nantes Difficile esternare le emozioni del pubblico presente (ennesimo tutto esaurito) quando il trio appare nei consueti abbigliamenti stravaganti su cui spicca il copricapo (vassoio con teiera fumante e tazzine) di Jean-Louis Jossic. Tutti i successi della loro carriera sono snocciolati dal gruppo bretone che ha già festeggiato da tempo i quarant’anni

Più luci che ombre

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Tri Yann

di attività! Allora partendo dalla solita apertura “Na I Ri O” a percorrere tutti i pezzi forti del loro repertorio, tra cui “Dans les prisons de Nantes”, “Si mort a mors” e via discorrendo per arrivare a “Le loup, le renard, la jument de Michao” e la finale “Je m’en vas”, con il pubblico che rischia di far crollare il palco, pestando i piedi... un tripudio di festa scandito dalle ance bretoni del gruppo spalla e dalle improvvisazioni scenografiche “marinaresche” del gruppo in costume de La Capouliero per una serata indimenticabile. Chi ha ancora un briciolo di energie da spendere può partecipare, al Villaggio, alla notturna quebecoise

scandita a tutto cajun dai Bon Debarras e dei [ZØGMA] con i stagisti delle danze percussive. Siamo in partenza: non possiamo assistere la domenica pomeriggio alle edizioni speciali di organo di barberia e la parata di chiusura del festival culminante nel concerto serale al teatro del canale con tutti i gruppi partecipanti del festival e il ballo di arrivederci... peccato davvero, sarà stato sicuramente grandioso come tutto quello che abbiamo visto, ma ci proponiamo, per il 2016, di fare una vacanza a Martigues per assistere a tutto quello che offre il programma... e credo proprio che ci seguiranno in tanti dall’Italia! ❖

La Bagad Brieg, degno sottofondo di cornamuse a Tri Yann


Cronaca

Infine tutti a salutare il pubblico... anche stasera, insieme ai tre Giovanni, una moltitudine di artisti

...e il pubblico, oltre 3.000 persone per il solito tutto esaurito, ricambia con un applauso che pare infinito: anche loro protagonisti a Martigues!

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Cronaca 32es RENCONTRES INTERNATIONALES DE HARPES CELTIQUES 8-12 LUGLIO 2015 DINAN – BRETAGNA

Un Festival, unico nel suo genere, dove ascoltare, vedere e incontrare i migliori interpreti internazionali di arpe celtiche di Giustino Soldano e Muriel Le Ny

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inan è una città bretone del dipartimento “Côtes-d’Armor” di circa 11000 abitanti, molto frequentata dai turisti, anche da quelli italiani, per la bellezza del centro storico di epoca medievale, nel quale sorge un castello dedicato alla duchessa Anne de Bretagne e sono presenti alcune torri, chiese, palazzi e case. In una di queste, nella “rue de l’Horloge”, di fronte al Théâtre des Jacobins, ha sede la “Maison de la harpe” riconoscibile da un’insegna che raffigura un’arpa celtica e riportante la dicitura in bretone: “Ti an delenn” (la casa dell’arpa). È merito di Rémi Myrdhin, celebre arpista bretone di cui avevamo già parlato recentemente (Lineatrad n. 36 – giugno 2015), se tutti gli anni, nel mese di luglio, a Dinan, si svolge un Festival dedicato alle arpe. Ci vorrebbe un articolo a parte per descrivere le innumerevoli esperienze e l’ampia biografia di Myrdhin. Basti sapere in queste righe che: ha vinto numerosi concorsi; ha registrato quarantacinque album; ha vinto due dischi d’oro ed è stato inserito in una nomination al Grammy Awards: è conosciuto in varie parti di Europa, in Canada e Giappone. Myrdhin è, inoltre, il creatore del CRIHC (Comité de Rencontres Internationales de Harpe Celtique) e il fondatore e direttore artistico di questo Festival, al quale partecipano artisti provenienti da tutto il mondo, animati dalla passione comune dell’arpa, che suonano come solisti o accompagnati da altri strumentisti.

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Per la prima volta abbiamo avuto l’occasione di seguire, seppure solo per due giorni, questo “Rencontres” e renderci conto di come, in effetti, sia un’opportunità d’incontri non solo tra artisti e appassionati, ma anche con persone che si avvicinano per la prima volta a questo strumento e di come si respiri un po’ dappertutto un’atmosfera di gioia e amicizia. Programma intenso quello annunciato per questo Festival, con spettacoli pomeridiani e serali, previsti in due strutture differenti nel centro di Dinan: “Les Cordeliers” (sede storica di un antico convento, oggi utilizzata da un collegio privato) e il “Théâtre des Jacobins”, distanti poche centinaia di metri tra loro. Numerosi gli artisti stranieri in cartellone, provenienti da Svezia, Austria, Irlanda, Italia, Mali, Turchia, Galles e Paraguay. Oltre agli spettacoli ci sono state anche animazioni per grandi e bambini per conoscere le arpe, corsi di danze, master class di arpa celtica, conferenze, esposizioni di liutai, esibizioni di musicisti nelle vie del centro e performance improvvisate, dopo i concerti serali, di fronte al Teatro.

Chiunque ha potuto ammirare arpe di diverso genere: bardiche, elettriche, armoniche, mediorientali, e scoprire le mille sfaccettature di questi strumenti con i quali è possibile suonare musiche molto differenti, dalla celtica al jazz, al folk, all’electro, alla musica orientale. Alcuni concerti hanno segnato il tutto esaurito, per cui non ci è stato possibile seguirli. Con nostro


Cronaca

rammarico non abbiamo potuto assistere a quello di Myrdhin, cui ci tenevamo in particolar modo, ma siamo ben contenti per l’organizzazione per la riuscita della manifestazione.

Un plauso va a Nicolas Radin che, entrato a far parte per la prima volta dell’organizzazione, forte di un’esperienza acquisita in altri Festival, ha saputo apportare varie innovazioni, tra le quali un nuovo

punto di vendita di materiale discografico, letterario e divulgativo, nel quale era situata anche la biglietteria e un chiosco per la distribuzione di bevande in prossimità del Théâtre des Jacobins. Qualche impressione sui concerti che abbiamo visto, con alcune note sugli artisti Venerdì 10 luglio Les Cordeliers – ore 15:00 Ensemble Sangineto, composta da Adriano all’arpa e voce e Caterina al salterio, flauto, percussioni e voce. Il duo ha proposto un repertorio vario con alcuni brani della tradizione popolare italiana, arie irlandesi e brani di loro composizione. Grande successo di pubblico per i Sangineto, cosa che non dubitavamo, poiché li conosciamo molto bene e abbiamo avuto modo di sentirli e apprezzarli in altre occasioni. Dobbiamo ringraziare loro se abbiamo conosciuto Myrdhin e, quando ab-

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biamo saputo che avrebbero suonato a Dinan, siamo stati stimolati a scoprire i Rencontres. Théâtre des Jacobins – ore 20:30 Maz Plant Out (Ile de France). Gruppo pop folk formato da: Marion Bouyssonnade, voce e arpa; Georges Borel, basso e contrabbasso; Widad Abdessemed, violino e voce e Laurent Bouyssonnade, batteria. Per i nostri gusti abbiamo trovato le interpretazioni, annunciate come originali, fin troppo originali, anche se abbiamo notato un buon consenso di pubblico. A nostro avviso, anche se è stato apprezzabile il virtuosismo dell’arpista, le percussioni sono state un tantino forti, sovrastanti gli altri strumenti; le musiche ripetitive come cantilene, con toni new-age, ci hanno ricordato un po’ lo stile dell’arpista Gwenael Kerleo nell’album degli Arneo, ma con un livello inferiore di bravura. Comunque non vogliamo fermarci alla prima impressione e forse dovremmo riascoltare questo gruppo per capire meglio la loro musica. Oak Ink (Anjou). Trio composto da François Pernel, arpa; Gurvan L’helgoualc’h, basso e Franck Durand, batteria. Abbiamo notato una buona unione tra questi tre artisti provenienti, rispettivamente, dalla musica classica, celtica e jazz. I brani sono stati suonati con maestria, con qualche pregevole influenza jazz e rock; abbiamo apprezzato anche i livelli sonori degli strumenti, ben equilibrati, anche per quanto riguardava la batteria che non s’imponeva sugli altri strumenti. Avevamo già visto suonare François Pernel al Festival Interceltique di Lorient del 2012 quando aveva vinto il Trofeo Camac per arpe e in questo concerto, ha sicuramente confermato la sua bravura. Trio Keynoad (Provenza). Gruppo composto da Ameylia Saad Wu, canto e arpa celtica; Christian Fromentin, violino e gheytchak (strumento ad archetto indo-persiano) e Nicola Marinoni, percussioni e

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flauto. È stata per noi forse la più grande sorpresa di questo Festival. Tre artisti bravissimi, che nonostante le personali e multiformi esperienze artistiche, sono apparsi ben amalgamati tra loro, in perfetta sintonia. Ameylia, originaria della Réunion, con padre libanese e madre cinese, residente a Marsiglia, ha frequentato diversi Conservatori, in Francia e in Italia, soprattutto a Milano. È diplomata in arpa clas-

sica e in canto come soprano. Christian ha iniziato prestissimo ad apprendere il violino, strumento suonato nella sua famiglia da generazioni; è inoltre ricercatore in musicologia e questo l’ha portato a interessarsi di musica sia occidentale come quella celtica, sia orientale, come quella turca e indiana e ad imparare a suonare altri strumenti ad archetto, tipo quello persiano.

Nicola ha una storia ancora più articolata. Nato a Genova, è stato in seguito in Svizzera, in Portogallo e ora risiede a Marsiglia. Ha studiato liuteria, flauto traverso, canto, batteria e percussioni varie; ha collaborato con diversi artisti di fama internazionale come Giorgio Conte, si è esibito in diverse formazioni e vari spettacoli oltre che in Europa anche in Canada, Stati Uniti, America latina, Corea del Sud ed è reduce da una tournée in tutto il mondo di circa 450 repliche di uno spettacolo dal titolo “Nebbia”. Il nome del trio è un acronimo che viene da “K” di Kiane che è il nome iraniano di Christian, “ey” da Ameylia, “no” da Marinoni e “ad” da Saad. Per quanto riguarda il concerto, che abbiamo molto apprezzato, Ameylia ha suonato e cantato in modo professionale dimostrando le sue capacità come soprano e come arpista, segno evidente delle sue esperienze nella musica classica. Christian ha suonato i suoi strumenti con passione, delicatezza e con trasporto, come in una specie di estasi che traspariva sul suo volto

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del gruppo degli Altan, è uno dei maggiori interpreti della musica irlandese, abile nel suonare anche brani di musica francese e latino-americana. Durante il loro concerto, suonato in una sala con i posti esauriti, hanno proposto un repertorio vario, molto apprezzato da tutti i presenti, passando dai classici reel, jig, a brani tradizionali, a valzer francesi e canzoni d’amore. Personalmente abbiamo trovato questo concerto molto armonioso e piacevole all’ascolto.

e che ci ha fatto pensare agli angioletti sulle nuvole ritratti in alcuni dipinti barocchi. Nicola ha utilizzato magistralmente le sue innumerevoli percussioni adattandole come tempi e toni agli altri strumenti come un sarto che sa tessere un vestito su misura. Un bravo a tutti. Sabato 11 luglio Les Cordeliers – ore 15:00 Floriane Blancke e Dermot Byrne (Irlanda). Duo ben equilibrato composto da due artisti con percorsi diversi che poi li hanno fatti incrociare. Floriane all’arpa, nata a Parigi e trasferitasi in seguito in Irlanda, è una musicista eclettica capace di suonare anche piano e violino e Dermot all’accordeon, originario del Donegal, ex membro

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Théâtre des Jacobins – ore 20:30 Laura Perrudin (Francia). Giovanissima arpista originaria di Rennes ha ereditato l’interesse per il jazz dai genitori già dall’infanzia. Ha iniziato i suoi studi prima con l’arpa classica a pedali e poi con l’arpa celtica. In seguito ha coltivato la sua passione

per il jazz, orientandosi comunque verso altri stili musicali come l’hiphop, il soul, la musica elettronica ed esercitandosi anche nel canto. Per interpretare i suoi brani si è alla fine orientata sull’arpa cromatica facendosene costruire una elettrificata, con quattro ottave complete per una sola fila di ben 49 corde, dal liutaio Philippe Volant ed è con questo strumento che si è esibita nel concerto di sabato sera. Ci è piaciuta la sua interpretazione vocale di alcuni sue composizioni, che ci ha rimandato col pensiero ad alcuni spettacoli di jazz americano visti al cinema o alla televisione. Non ci ha convinto invece, anche da un punto di vista scenico, il ricorso quasi frenetico a campionatori e ad altri strumenti elettronici vari, per riprodurre effetti sonori complessi, a scapito di un utilizzo ridotto dell’arpa. A un certo punto si sono prodotte addirittura delle sgradevoli distorsioni che hanno indotto l’artista, dopo alcuni tentativi falliti, a rinunciare all’elettronica. L’arpista ha provato quindi a cambiare repertorio e a suonare un brano di Kristen Noguez ma, nonostante l’incoraggiamento del pubblico, probabilmente contrariata e stressata da quanto successo, ha interrotto il suo concerto.


Cronaca

S˛iryn Pancarog˘lu e Bora Uymaz (Turchia). S˛iryn è un’arpista turca che ha cominciato la sua formazione con l’arpa classica. Ha calcato le scene di mezzo mondo, dall’Europa agli Stati Uniti, al Giappone, interpretando stili musicali differenti. Nel concerto ha utilizzato il “çeng”, una speciale arpa originaria del Medio Oriente utilizzata in passato dagli Ottomani, che si suona stando accovacciati e dalla curiosa forma angolare (arpa aperta) che ci ha fatto pensare alla bocca di un coccodrillo, accompagnando il compatriota Bora, cantante e compositore. Musica molto particolare, quella proposta dal duo, con evidenti sfumature mediorientali. Ci ha impressionato la capacità di Bora nel prolungare il canto di alcuni brani per un tempo indefinito, apparentemente senza prendere fiato.

Elisa Vellia (Grecia). Nata a Corfù e trasferitasi in seguito ad Atene, Elisa, dopo aver visitato diversi Paesi, si è stabilita da vari anni in Bretagna, divenuta sua terra d’adozione. Suonatrice e insegnante di arpa celtica, ha saputo adattare a questo strumento le melodie della sua terra d’origine. Nel concerto ha utilizzato un’arpa speciale in legno e fibra di carbonio denominata “Ulysse”, fabbricata dalla Camac, nota casa costruttrice di arpe. Melodie molto piacevoli quelle proposte, con sfumature mediterranee, che accompagnate dalle canzoni nella lingua d’origine di Elisa, ci hanno trasportato lontano nello spazio e nel tempo, facendoci rivivere le vacanze trascorse in Grecia parecchi anni fa. Dei tre concerti presentati nella serata, questo è stato quello

più apprezzato e applaudito, tant’è vero che è stato seguito da un bis. In conclusione, abbiamo trascorso due giornate intense e eccezionali che ci hanno permesso di conoscere, in tutta convivialità, nuovi artisti e ritrovare quelli già conosciuti e speriamo di ripetere questa esperienza anche l’anno prossimo. I nostri ringraziamenti vanno al direttore Rémi Myrdhin che ci ha invitato ai “Rencontres”; a Nicolas Radin, facente parte dell’organizzazione, per la sua disponibilità; ad Alain e Annick per la loro ospitalità. Per maggiori informazioni su questa manifestazione consigliamo di visitare il sito internet www.harpeceltique.fr. Numerosi arpisti hanno suonato su arpe Camac. Il sito dell’azienda è: www.camac-harps.com. ❖

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Interviste LE INTERVISTE CON IL TRIO KEYNOAD, IL DUO BLANCKE BYRNE, LAURA PERRUDIN, PHILIPPE VOLANT

Nell’ambito del 32es Rencontres Internationales de harpes celtiques 8-12 luglio 2015 Dinan – Bretagna di Giustino Soldano e Muriel Le Ny

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urante il Festival non erano previste conferenze stampa, per cui abbiamo intervistato alcuni artisti, in modo conviviale, seduti su una panchina nei giardini dei Cordeliers, nel backstage del Teatro, nei locali dell’esposizione dei liutai o attorno a un tavolino in un bar. Proponiamo qui una sintesi delle varie interviste. Trio Keynoad (Ameylia Saad Wu - Christian Fromentin - Nicola Marinoni) Abbiamo incontrato il Trio il pomeriggio di venerdì 10 luglio, prima del loro concerto e abbiamo chiesto ad Ameylia Saad Wu da quanto tempo esiste il gruppo e come si sono incontrati. Il gruppo esiste da tre anni. Tutto è cominciato tramite internet, cercavo qualche musicista con cui scambiare le mie esperienze musicali e su Myspace ho visto il profilo di Christian Fromentin; l’ho contattato e abbiamo provato a suonare un brano insieme con un risultato soddisfacente; poi lui ha suggerito di introdurre delle percussioni e tramite Facebook ho trovato Nicola Marinoni. Abbiamo iniziato a suonare qualche pezzo come trio, ci siamo trovati bene e poi abbiamo continuato. Qual è il repertorio musicale che proponete? Sono mie composizioni basate su alcune poesie scritte da mio padre Michel, che metto in musica. Mio padre oltre ad essere professore di fisica e matematica e costruttore di arpe (è stato l’unico costruttore di arpe nell’isola Réunion; ne ha fatte alcune anche per me e le mie sorelle), è anche uno scrittore affermato; i suoi poemi hanno ricevuto diversi premi.

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Qual è il vostro percorso musicale? Ameylia Saad Wu. Ho sempre voluto suonare l’arpa. Ho iniziato alla Réunion e poi ho frequentato i Conservatori di Aix-en-Provence, Marsiglia e Milano per l’arpa classica, quella celtica e per il canto lirico; ho inoltre vinto alcuni concorsi in queste discipline. Suono l’arpa classica da circa ventiquattro anni e quella celtica da dodici. Sono passata a quella celtica perché corrispondeva meglio alle mie esigenze. Mi sarebbe sempre piaciuto fare la sirenetta e una sirenetta non può usare l’arpa a pedali! Ho iniziato suonando alcuni pezzi di Myrdhin e Dominig Bouchaud; poi ho studiato improvvisazione e fatto stage con altri famosi arpisti e infine mi sono messa a comporre. Christian Fromentin. Provengo da una famiglia di violinisti e anch’io volevo suonare questo strumento fin da bambino, ma i miei pensavano fosse troppo presto per me e ho cominciato a sei anni con l’organo elettronico; in seguito sono passato alla chitarra elettrica, suonando rock con amici e a tredici anni sono passato finalmente al violino, suonando prima musica classica, poi quella popolare e tradizionale francese. Non ho seguito scuole particolari, ma ho preferito suonare con gruppi diversi la musica tipica di altri Paesi, come quella irlandese e greca. In seguito mi sono appassionato alla musica iraniana. M’interesso anche di lingue tradizionali, di musica modale e di strumenti orientali come il “geitchak”. Quello che mi piace nel violino, contrariamente alla chitarra o al piano, è che si possono ricercare molti più suoni e melodie quasi senza limiti, senza avere delle note fisse. Nicola Marinoni. Ho avuto la predilezione per le percussioni fin da bambino; i miei cantavano e suonavano per passione canzoni popolari ed io li accompagnavo ritmando con le dita sui tavoli. Ho viaggiato parecchio e, verso

i diciannove anni, quando mi trovavo in Portogallo, m’iscrissi al Conservatorio di Lisbona e frequentai dei corsi, prima di corno e poi di flauto traverso. Tornato in Italia, un amico mi convinse a iscrivermi al Conservatorio di Parma per il corso di liuteria, durante il quale ho costruito qualche violino e in seguito ho riparato qualche chitarra. Dopo qualche anno mi trasferii in Svizzera, suonai all’inizio con un gruppo rock e fui inoltre preso per cantare in un coro di madrigali diretto da Luigi Quadranti, il quale mi aiutò per sostenere un esame di teoria e solfeggio. In seguito m’iscrissi a un corso di percussioni al Conservatorio di Lugano. Fui però espulso per alcune divergenze col direttore, ma fortunatamente ebbi l’occasione di partecipare ad alcuni spettacoli al Teatro Sunil di Lugano e di incontrare lo scenografo Daniele Finzi Pasca, famoso per aver realizzato le scene dei Giochi di Sotchi in Russia, delle Olimpiadi invernali di Torino e di alcuni spettacoli col Cirque du Soleil. Ho partecipato anche alla rappresentazione “Nebbia” realizzata in coproduzione tra il teatro Sunil e il Cirque Eloize di Montreal, messo in scena da Daniele. Questo spettacolo ha avuto un grande successo: abbiamo fatto una tournée di circa 450 spettacoli in quindici Paesi dalla Russia agli Stati Uniti. Girando per il mondo ho avuto l’occasione di conoscere parecchie musiche e musicisti differenti, tra cui Curdi, Cinesi, Amazzoni, Bulgari, Greci e questo mi ha permesso di mettermi alla prova con una miriade di strumenti diversi; ho suonato anche con Giorgio Conte e con alcuni gruppi di musica classica; mi considero quindi un “percussionista senza frontiere”. Duo Floriane Blancke, Dermot Byrne. Abbiamo avvicinato il Duo dopo il loro spettacolo pomeridiano di sabato 11 luglio, tenutosi nella sala dei “Cordeliers” e abbiamo posto loro alcune


Interviste

domande, con Floriane che ha fatto da interprete anglo-francese tra noi e Dermot.

Da quanto tempo esiste il duo? Circa cinque anni. Dermot ed io ci siamo incontrati a Galway, in Irlanda; abbiamo provato a suonare insieme e ci siamo trovati bene e così abbiamo deciso di formare il duo. Floriane, avevamo notato sul programma che suoni altri strumenti oltre l’arpa. Parlaci un po’ di te. Qual è stato il tuo primo strumento? Provengo da una famiglia di artisti: mia nonna paterna era violinista di musica classica e suo marito suonava il piano e il corno; il nonno materno suonava jazz con la fisarmonica e tutti quanti mi hanno aiutato a studiare e praticare la musica. Ho cominciato col piano all’età di sei anni, ho frequentato il Conservatorio di Bordeaux. Dopo qualche tempo, verso gli undici anni, poiché era obbligatorio praticare un secondo strumento, scelsi l’arpa, prima quella a pedali e poi quella celtica; verso i diciannove anni imparai anche il violino e il canto. Qualche anno fa mi trasferii in Irlanda, dove vivo attualmente. Hai delle arpe sulle quali preferisci suonare? Suono prevalentemente su un’arpa scozzese Starfish, molto leggera da trasportare. Dermot, qual è il tuo percorso musicale? Sono un po’ figlio d’arte. Mio padre suonava l’accordeon, ma io ho iniziato a suonare il violino e la chitarra verso i cinque anni. In seguito ho accresciuto la mia esperienza con diversi violinisti del Donegal. Poi, durante i miei studi d’ingegneria, ho frequentato altri gruppi vari, tra cui quello del violinista Frankie Gavin dei De Dannan; dal 1994 ho suonato con gli Altan per circa vent’anni. Ho suonato anche col chitarrista Steve Cooney, con la violinista Brid Harper e con il famoso violinista Stéphane Grappelli. Ho arricchito il mio bagaglio professionale affiancandomi anche ad artisti che fanno musica blues e country, come Brendan Quinn, che ha fatto parte del gruppo di Van Morrison e con il

gruppo dei Salsa Celtica. In questo periodo suono soprattutto con Floriane; con lei siamo stati in tournée in Germania, Canada e U.S.A. Faccio inoltre parte di alcuni gruppi che suonano musica irlandese. Che tipo di accordeon usi? Suono sia con un accordeon di Pietro Mario, un costruttore italiano che vende molto i suoi strumenti in Irlanda, sia con un accordeon Doggie Briggs, famoso fabbricante di Manchester. I brani che avete suonato nel concerto di oggi, sono tradizionali o di vostra composizione? Floriane: Abbiamo suonato brani della tradizione irlandese, un valzer tradizionale del Quebec, alcuni brani inglesi, uno francese come “Vas-y Mimile”, uno bretone intitolato “Kishor’s tune” composto dal chitarrista Soig Siberil e inoltre il brano Farewell di mia composizione. Questi brani si trovano anche sul nostro album. Quali sono i vostri progetti? Floriane: Stiamo lavorando su un secondo album che dovrebbe uscire l’anno prossimo. Sono inoltre previste altre tournée in Canada e U.S.A., ma abbiamo anche progetti separati oltre il Duo, poiché ognuno di noi suona anche con altri gruppi. Nel prossimo album vorremmo introdurre, oltre le musiche francesi e irlandesi, anche melodie dei Paesi nei quali viaggeremo e suonare con più musicisti tra cui un percussionista.

Nello stesso pomeriggio siamo riusciti a stabilire un incontro con Laura Perrudin, qualche ora prima del suo concerto e anche a lei abbiamo chiesto informazioni sulla sua storia professionale. Ho iniziato col jazz, che era già una passione di famiglia e ho proseguito con altri generi di musica come quell’elettronica e l’hip hop. In seguito mi sono iscritta al Conservatorio di Rennes al corso di musica classica con l’arpa a pedali e poi a quello di arpa celtica; inoltre ho studiato canto come autodidatta ascoltando dischi jazz e soul. Ho suonato in diverse formazioni sia in Francia sia a New York, passando dalla musica tradizionale a quella pop, jazz e

ad altri stili. Durante le mie esperienze mi sono resa conto che non ero completamente soddisfatta di come potevo interpretare alcuni brani con l’arpa diatonica o quella a pedali, per cui ho cercato un liutaio che potesse costruire un’arpa cromatica che avesse tutti i toni e i semitoni su una sola fila di corde. Un giorno ho incontrato Philippe Volant, che aveva già costruito un’arpa cromatica per François Pernel e me ne sono fatta costruire una con la quale sono finalmente riuscita a suonare, sia come solista sia in gruppo, musica jazz, improvvisata ed elettronica anche mescolate tra loro. A marzo poi è uscito il mio primo album che è un po’ la sintesi dei miei lavori. Recentemente mi sono fatta costruire da Philippe anche un’arpa elettrica con la quale suonerò stasera, utilizzandola con alcune apparecchiature elettroniche. I brani che suonerai, fanno parte di un repertorio tradizionale o sono di tua composizione? Sono soprattutto brani di mia composizione, creati attorno a poemi di alcuni autori della letteratura classica inglese, irlandese e americana, come Joyce, Shakespeare, Yeats. Ci sono inoltre un brano interamente composto da me e qualche estratto di musica pop e tradizionale. Sono brani che normalmente suono in acustico, ma come dicevo prima, stasera utilizzerò l’arpa cromatica elettrica e anche se non è la prima volta che la suono, lo spettacolo sarà un po’ una novità per il pubblico. Quali sono i tuoi programmi per il futuro? Ho intenzione di fare un altro album, accompagnata da altri musicisti. Inoltre sono previste alcune tournée; sono già stata in Cina e negli Stati Uniti e vorrei recarmi in altri Paesi. Incuriositi da quest’arpa cromatica, siamo quindi andati a trovare il suo costruttore, Philippe Volant, al “Salon des Luthiers” e gli abbiamo chiesto informazioni su questo strumento. Prevalentemente fabbrico arpe celtiche. Le arpe cromatiche non sono molto diffuse. Io le costruisco su ordinazione. Purtroppo al momento non ho alcun esemplare in esposizione.

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Da quanto tempo fabbrichi arpe? Ho iniziato come ebanista per mobili e oggetti di decorazione. Poi tredici anni fa ho iniziato la mia formazione come liutaio. Ho inoltre esperienza nel campo della meccanica e, per quanto riguarda la musica, sono fisarmonicista e flautista. Fabbrico arpe di varie dimensioni, su richiesta dei musicisti. Un giorno François Pernel mi ha chiesto se fosse possibile avere un’arpa cromatica e così gliene ho costruita una a 61 corde, corrispondente a cinque ottave. L’arpa cromatica ha il pregio

Ameylia Saad Wu

Nicola Marinoni

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Floriane Blancke

Interviste

di poter essere utilizzata per eseguire tanti stili musicali diversi, in pratica senza limiti, ma è un po’ più difficile da suonare oltre che per il numero delle corde (61 contro le 35 dell’arpa diatonica per avere lo stesso numero di ottave) anche per la distanza tra loro. Quando poi ho costruito l’arpa per Laura Perrudin, sono riuscito ad avvicinare le corde tra loro per facilitarne l’utilizzo anche per chi non ha delle mani molto grandi e ho collegato ogni singola corda a un sensore che trasmette il suono a un sistema di amplificazione ed elaborazione,

Dermot Byrne

Laura Perrudin

che può essere regolato a piacere; non si hanno quindi interferenze prodotte dalla cassa di risonanza. Quanto tempo impieghi per costruire un’arpa e che materiali usi? Per costruire un’arpa celtica mi serve grossomodo un mese, mentre per quella cromatica ci vuole circa il doppio. Utilizzo legni di abete per la cassa armonica e ciliegio e acero per le altre parti. Mi procuro i vari legni in una segheria, ne controllo poi l’umidità e se è il caso, la correggo. ❖

Christian Fromentin


Argomenti COME L’ACQUA AD UN’AIUOLA È IL NUOVO SINGOLO DI EUGENIO RIPEPI Comunicato stampa

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isponibile da oggi su YouTube la nuova canzone del cantautore Ripepi, il cui video è stato realizzato insieme ai suoi allievi del Teatro del Banchèro di Taggia. Come l’acqua ad un’aiuola è il nuovo singolo di Eugenio Ripepi, autore dei testi e delle musiche, con l’apporto di Emanuele “Emax” Natta alla chitarra e basso, Vincenzo Pisano alla fisarmonica e Roberto Saltelli alle batterie.  Come ormai d’abitudine, data la direzione professionale intrapresa come Dottore di Ricerca in Arti, Spettacolo e Nuove Tecnologie, Eugenio accompagna la canzone a delle immagini filmate. Ma l’autore dei testi e delle musiche non compare nel suo nuovo videoclip: Eugenio ha scritto la canzone e si è nascosto dietro la storia che ha inventato per le riprese, da

lui dirette. E con la camera in mano è andato a filmare una docu-fiction ambientata in un laboratorio di recitazione, dove la storia d’amore tra Simone Caridi e Nicoletta Cino si

incrocia con la realtà del quotidiano. Simone Caridi è doppiamente protagonista del videoclip: oltre a esserne interprete, ha curato la direzione della fotografia e il montaggio. Il video è prodotto dal Teatro del Banchèro di Taggia, dove realmente si è svolto il laboratorio di recitazione diretto da Ripepi, e vede, accanto a Simone Caridi e Nicoletta Cino, la partecipazione degli allievi Remo Ansaloni, Elena Ballerini, Consuelo Benedetti, Elena Dolcino, Chiara Dominici, Marco Donnini, Lorenzo Marino, Elisa Parrella, Giulia Peano, Enrica Rebaudo, Matilde Siri, Gioele Tolone, Angelica Zappìa. ❖ Il videoclip è disponibile su YouTube al seguente indirizzo:  https://www.youtube.com/watch?v=8kNBdobeclQ

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Cronaca CONCLUSA CON ENORME SUCCESSO LA SESTA EDIZIONE DI EIRE! LA FESTA DEI SUONI D’IRLANDA, MA ADESSO LA RASSEGNA RISCHIA DI CAMBIARE SEDE Comunicato Stampa di Lorenzo Coletta

Il Festival di Musica irlandese di Bondeno (FE) manda in archivio una delle migliori edizioni di sempre, nonostante gli incalzanti problemi strutturali e finanziari. Gli organizzatori richiedono però maggiore sostegno al comune e alla cittadinanza Roma, 25 agosto 2015 – Un’edizione che passerà alla storia quella del Festival di musica irlandese Eire! La Festa dei Suoni d’Irlanda che si è appena conclusa ieri a Bondeno (Fe) dopo tre giorni di musica, danze e grandi concerti. La partecipazione è stata, infatti, oltre ogni attesa con centinaia di appassionati italiani e stranieri che hanno invaso pacificamente le strade e le piazze della cittadina del ferrarese. Un’edizione, quella del 2015, che ha avvicinato il record di presenze del 2013, quando all’epoca il festival ospitò i mitici Dubliners. Stavolta sono stati i Dervish i protagonisti con un concerto che ha lasciato a dir poco stupefatti le centinaia di spettatori presenti per la bellezza dei suoni e degli arrangiamenti della band di Sligo e per la genuinità ed eleganza della voce della brava Cathy Jordan. Ma il vero cuore pulsante di Eire! 2015 sono state ancora una volta le decine e decine di musicisti di tutta Europa che hanno invaso i locali del paese con session e danze ad ogni ora del giorno e della notte, rendendo il festival di Bondeno sempre di più uno degli appuntamenti più attesi in tutto il mondo per quanto riguarda la musica irlandese tradizionale. Un’edizione, quella del 2015, portata a termine con successo,

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ma che ha visto non pochi ostacoli per la sua strada, soprattutto per quel che riguarda il finanziamento. Ostacoli che, ad oggi, mettono a serio rischio l’edizione del 2016. Per questo motivo gli organizzatori chiedono non solo al grande pubblico del festival di dare una mano per la sopravvivenza di Eire!, ma soprattutto alla grande comunità bondenese. “C’è bisogno dell’aiuto di tutti – afferma Umberto Bisi, coordinatore del festival – Ed è per questo che a breve lanceremo una campagna di autofinanziamento per far sì che Eire! non solo rimanga un appuntamento fisso, ma anche uno dei più importanti al mondo, com’è oggi e com’è sempre stato”. “Abbiamo dimostrato quello che siamo capaci di fare – aggiunge il coordinatore di Eire! – ovvero di mobilitare l’intero mondo degli appassionati di

musica irlandese non solo d’Italia, ma di tutta Europa verso Bondeno creando un indotto per le attività di ospitalità e ristorazione stimabile attorno ai 200.000 euro. Adesso abbiamo avuto offerte molto interessanti da realtà limitrofe per organizzare le prossime edizioni. L’amministrazione di Bondeno ha sempre tenuto a questa manifestazione, ci piacerebbe però venire accolti con meno ironia e più serietà e rispetto, visti i fatturati che muoviamo.” “Se non si capisce in fretta che Eire! è una realtà quasi vitale per il paese, contribuendo materialmente fin da subito a coprire i costi dell’edizione 2016 e con il contributo di tutte quelle realtà che su Eire! guadagnano soldi a palate – conclude Bisi – o il festival chiude, oppure più realisticamente troverà senza dubbio sbocchi altrove”. ❖


Cronaca “MAGGIO” DI RICCARDO TESI & BANDITALIANA VINCE IL PREMIO NAZIONALE CITTÀ DI LOANO Comunicato stampa

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a giuria del Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale italiana ha assegnato il Premio Miglior Album 2014 al disco “Maggio” (Visage Music/Materiali Sonori) di Riccardo Tesi & Banditaliana. Il riconoscimento alla migliore produzione musicale del 2014 è stato decretato da una prestigiosa giuria composta da oltre sessanta giornalisti musicali. “MAGGIO” aggiunge una nuova tappa al lungo viaggio di Banditaliana in quel Mediterraneo immaginario che da sempre ispira la sua musica, fresca e solare, senza frontiere, dove si fondono tradizione e innovazione. Composizioni originali, virtuosismi strumentali, preziosi incastri ritmici e arrangiamenti raffinati costituiscono la cifra stilistica del gruppo fondato da Riccardo Tesi nel 1992. Canzoni che raccontano di mari, di viaggi, di ricordi e di speranza. In “Maggio” immancabili sono le composizioni strumentali in cui i ritmi della tradizione meridionale si fondono con improvvisazioni e sonorità contemporanee, con elementi che tradiscono un amore mai sopito per il “progressive”. Il tutto ben accompagnato da canti rituali della montagna toscana, echi di liscio traslato in chiave “balkan”. Riccardo Tesi, compositore e organettista di fama internazionale, considerato uno dei musicisti più audaci e autorevoli della nuova scena world europea, è il fondatore del progetto Banditaliana. Fin dal suo esordio sono elementi portanti della band Maurizio

Geri, voce solista e chitarrista funambolico il cui stile fonde le tematiche legate alla musica mediterranea con l’improvvisazione swing-manouche, Claudio Carboni sassofonista dotato di un fraseggio secco e preciso, e il percussionista Gigi Biolcati, a suo agio nella musica etnica e nel jazz. Assegnati dalla direzione e dall’organizzazione del Premio Città di Loano anche il Premio alla Carriera e il Premio alla Realtà Culturale 2015. Il Premio alla Carriera 2015 sarà consegnato a Luigi Lai con la seguente motivazione: “A Luigi Lai per la sua insostituibile testimonianza, artistica e umana, che unisce tradizione e divulgazione culturale. Discendente diretto della scuola dei suonatori di launeddas e del patrimonio musicale e culturale che arriva da Villaputzu, in Sardegna, ha saputo mantenere vivo l’interesse per uno strumento che ha ripreso il suo tragitto nella contemporaneità, in buona parte grazie alla sua tenace opera di insegnante e divulgatore”. Il Premio Realtà Culturale 2015 è stato assegnato a Lou Dalfin con la seguente motivazione: “A Lou Dalfin per un percorso, più che trentennale, in cui la musica occitana è diventata territorio comune e conosciuto in tutta Italia e non solo. Senza perdere l’identità né il legame con le radici, i Lou Dalfin di Sergio Berardo sono riusciti a rinverdire repertori storici, a innescare collaborazioni contemporanee e avventurose, anche al di fuori della musica strettamente tradizionale, e a dimostrare quanto linguaggi come il loro possano essere contemporanei e vivi”. Il Premio Città di Loano, nato undici anni fa con la direzione artistica del giornalista John Vignola, promuove e valorizza la produzione contemporanea di musica tradizionale di radice italiana attraverso il coinvolgimento di artisti,

etichette discografiche, giornalisti e operatori culturali. Il Premio Città di Loano è organizzato dall’Associazione Compagnia dei Curiosi in collaborazione con l’Assessorato al Turismo e alla Cultura del Comune di Loano e con il contributo della Fondazione A. De Mari. I premi saranno consegnati in occasione del festival che si svolgerà nella località ligure dal 25 al 27 settembre 2015.

La classifica del Premio al miglior Album 2014 1° posto Maggio (Visage Music/Materiali Sonori), Riccardo Tesi & Banditaliana 2° posto Live (Autoproduzione), Orchestra Bottoni 3° posto Crescendo (Visage Music/Materiali Sonori), Duo Bottasso 4° posto Ansema (Felmay), Tre Martelli & Gianni Coscia 5° posto Festa italiana (Helikonia/ Egea), Lucilla Galeazzi Isula ranni (Finisterre), Unavantaluna 7° posto Amada (Autoproduzione), Renat Sette/Elva Lutza 8° posto Mozart a sud di Napoli (Radici Music/Egea), Nando Citarella 9° posto Stundai (Felmay), Liguriani 10° posto Canciari patruni ‘un è l’bittà (Contro Records) Salvo Ruolo Xena Tango (CNI), Roberta Alloisio

La Giuria del Premio

Maurizio Agamennone, Giovanni Alcaini, Ricky Barone, Daniele Bergesio, Marco Boccitto, Loris Bohm, Raffaello Carabini, Pietro Carfì, Giordano Casiraghi, Pietro Cheli, Gianni Ciaccio, Aldo Coppola Neri, Valerio Corzani, Giandomenico Curi, Enrico De Angelis, Paolo De Bernardin, Flaviano De Luca, Ciro De Rosa, Paola De Simone, Paolo Del Ry, Enrico Deregi-

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Cronaca

Sulla sinistra l’album vincitore del premio, e sulla destra il gruppo di Riccardo Tesi, autore del disco.

bus, Salvatore Esposito, Gerardo Ferrara, Massimo Ferro, Guido Festinese, Simona Frasca, Guido Giazzi, Mario Giovannini, Jonathan Giustini, Ezio Guaitamacchi, Federico Guglielmi, Marco La Viola, Marco Lutzu, Ignazio Macchiarella, Giorgio Maimone, Maurizio Marino, Tiziano Menduto, Giorgio Meneghetti, Gaetano Menna, Marco Miconi, Beppe Montresor, Alessandro Nobis, Giancarlo Nostrini, Rosario Pantaleo, Massimo Pirotta, Massimo Poggini, Ezio Riberi, Alessandro Rosa, Roberto G. Sacchi, Vincenzo Santoro, Annalisa Scarsellini, Federico Scoppio, Stefano Starace, Salvatore Titolo, Jacopo Tomatis, Federico Vacalebre, Gianluca Veltri, John Vignola, Antonio Vivaldi, Enrico Zagnagnoli, Paolo Zara, Giorgio Zito.

RICCARDO TESI E BANDITALIANA

Compositore, strumentista, ricercatore: queste le anime della complessa e poliedrica personalità artistica di Riccardo Tesi, autentico pioniere dell’etnica in Italia. Dagli esordi decisamente folk nel 1978 al fianco di Caterina Bueno, alle odierne collaborazioni, la storia musicale del pistoiese Tesi vive di una preziosa continuità fatta di passione e di curiosità onnivore, che dalla tradizione toscana lo ha accompagnato al confronto con quelle italiane, basche, inglesi, francesi e malgasce, con il jazz, il liscio e la canzone d’autore. Dal 1992 è il leader fondatore di Banditaliana, formazione che fonde in composizioni originali ed eleganti arrangiamenti di tradizione toscana, profumi mediterranei, improvvisazioni jazz e canzone d’autore. La forma-

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zione si è imposta in tutta Europa e oltreoceano (Canada, Australia, Giappone) come una delle più interessanti nel panorama internazionale della world music. Fin dal suo esordio nel 1992, sono elementi portanti della band Maurizio Geri, voce solista e chitarrista funambolico il cui stile fonde le tematiche legate alla musica mediterranea con l’improvvisazione swing-manouche, e Claudio Carboni, sassofonista dotato di un fraseggio secco e preciso, cresciuto nella migliore tradizione del liscio. Banditaliana ha al suo attivo tre album. Il primo, “Banditaliana” (Il Manifesto, 1998), prodotto da Stefano Melone (collaboratore di Ivano Fossati), ha ottenuto ampi consensi dalla stampa specializzata di tutto il mondo ed è stato eletto album dell’anno dal referendum di Folk Bullettin. Il secondo, “Thapsos” (Il Manifesto, 2000), è stato eletto disco del mese da Jam e Rockstar, in Francia ha ricevuto il “Bravo” di Trad Magazine, “Choc de la Musique” e la segnalazione di Repertoire. Il terzo, “Lune” (Il Manifesto, 2004) con la partecipazione di Marco Fadda alle percussioni, Daniele Mencarelli al contrabbasso, Mirko Guerrini alle tastiere, Patrick Vaillant al mandolino, il quartetto d’archi Archea e gli ospiti speciali Ginevra di Marco e Francesco Magnelli (ex CSI e PGR), ha ottenuto nel 2005 il Premio Città di Loano per la musica tradizionale italiana come miglior album. In formazioni allargate, Banditaliana ha messo in scena numerosi progetti originali come “Acqua foco e vento” di R. Tesi e M. Geri (Il manifesto, 2005), “Crinali” di R. Tesi e C. Carboni (Felmay, 2006), Presente Remoto, di R. Tesi (Il

manifesto, 2007), “Sopra i tetti di Firenze”, di R. Tesi e M. Geri (Materiali Sonori, 2010) dedicato alla musica di Caterina Bueno (Miglior Album 2010 del Premio Città di Loano) “Madreperla” (Materiali Sonori, 2011), Maggio (2014, Visage Music/Materiali Sonori).

LUIGI LAI

Classe 1932, è nato a San Vito, nel Sàrrabus (Sardegna sud-orientale), zona ritenuta da molti la patria naturale delle launeddas, lo strumento più caratteristico della musica popolare sarda ed uno dei più antichi strumenti polifonici del bacino del Mediterraneo. Ha intrapreso lo studio di questo strumento dall’età di 7 anni, dimostrando un grande talento artistico, e acquisendo la tecnica esecutiva sotto la guida dei grandi maestri, ora scomparsi, Efisio Melis e Antonio Lara, entrambi originari di Villaputzu. Alle launeddas ha sempre dedicato una cura costante attraverso un profondo impegno quotidiano che non ha mai interrotto nemmeno quando ha dovuto trasferirsi per diversi anni in Svizzera, dove peraltro ha avuto l’opportunità di maturare la propria cultura musicale studiando anche altri strumenti come le tastiere e il sassofono all’Accademia Musicale di Zurigo. Con grande passione e costante impegno ha acquisito quella sicura tecnica di esecuzione che unitamente alla sua personale sensibilità artistica fanno oggi di lui il più famoso ed apprezzato musicista delle launeddas. A lui va riconosciuto il merito di aver elevato a massima espressione artistica


Cronaca

Sulla sinistra Dino Tron e Sergio Berardo dei Lou Dalfin, e sulla destra Luigi Lai. (Foto C. De Rosa)

la musica popolare sarda, e di aver contribuito a farla apprezzare non solo in Sardegna ma in tutto il mondo. Ha partecipato a numerosissime manifestazioni musicali internazionali in Europa, in America, in Medio Oriente, fino al Giappone. Ha collaborato con numerosi interpreti della musica popolare sarda come Maria Carta, i Tenores “Remunnu e Locu” di Bitti e i Tenores di Neoneli ed ha proposto interessanti confronti tra la musica delle launeddas e diverse espressioni musicali, dalla musica leggera al jazz, collaborando con artisti di fama nazionale e internazionale come Angelo Branduardi, Paolo Fresu, Enrico Rava, Tullio De Piscopo, Enzo Avitabile, e tanti altri. Di recente ha anche esplorato le sonorità create con l’elaborazione elettronica della musica delle launeddas, ed è arrivato a proporre un ruolo fondamentale delle launeddas nella musica da camera in chiave contemporanea, anche riscoprendo brani di estrazione classica adattabili alle launeddas. Nel corso della sua lunga attività, ha prodotto diverse incisioni discografiche, sia in collaborazione con altri artisti, che come solista, fra cui di notevole qualità artistica si ricordano “Is Launeddas” (Vol. 1° e Vol. 2°) del 1985, “Canne in Armonia” del 1997 e “S’arreppiccu” del 2003. Da sempre ha dedicato il suo impegno a trasmettere l’arte delle launeddas a tantissimi appassionati, per lo più giovanissimi, attraverso la realizzazione di varie Scuole di Launeddas in diverse parti dell’Isola, offrendo l’opportunità a tantissimi allievi di apprendere le tecniche esecutive basilari, seguendo

direttamente la preparazione di alcuni allievi dotati di particolare talento. In questo spirito di diffusione dell’arte musicale delle launeddas, ha recentemente pubblicato il manuale “Metodo per le launeddas” in due lingue (italiano e inglese), opera didattica unica nel suo genere.

LOU DALFIN

Cantano nella tradizionale lingua “d’Oc” e portano la cultura occitana in giro per il mondo, come gli antichi trovatori erano soliti esibirsi facendo da ambasciatori delle prime culture Europee. La band di Sergio Berardo ha reso la musica occitana contemporanea, facendola uscire dai ristretti circoli di appassionati perché divenisse fenomeno di massa. All’esterno dell’area occitana Lou Dalfin è stato un anello di congiunzione tra realtà diverse: la pianura piemontese e l’Italia da una parte, le vallate e l’area transalpina dall’altra. Con Lou Dalfin le valli d’Oc non sono più l’estremo lembo di una cultura asettica ma hanno riacquistato la loro funzione storica tradizionale: l’essere ponte. Fondato da Sergio Berardo, il gruppo nasce nel 1982 con l’obiettivo di rivisitare la musica tradizionale occitana. Una “line-up” acustica (ghironda, fisarmoniche, violino, plettri, clarinetto, flauti) e un repertorio di brani storici e popolari – sia strumentali che vocali - caratterizzano il percorso artistico della formazione originaria. Con quest’approccio vengono registrati due LP: En franso i ero de grando guero nel 1982 e L’aze d’alegre nel 1984. Dopo uno stop di 5 anni, Lou Dalfin “resuscita” nell’autunno

del 1990: Berardo riunisce attorno a sé vari musicisti delle più diverse estrazioni musicali e l’inizio di questa seconda esperienza ha rappresentato il naturale momento di transizione del gruppo dalla formula acustica a quella attuale. Accanto agli strumenti più tipici della tradizione - vioulo, pivo, armoni a semitoun, pinfre, arebebo, viouloun, etc. – vengono introdotti basso, batteria, chitarra e tastiere. E’ il nuovo suono dei Lou Dalfin che cela un ideale e un fine esplicito: rendere la tradizione occitana fruibile dal maggior numero di persone, perché le radici culturali di pochi divengano patrimonio di tutti. Nel 1991 esce W Jan d’l’Eiretto, il disco testimone del nuovo corso. Dopo 30 anni di carriera, 11 album realizzati, un impressionante numero di collaborazioni e concerti, il gruppo è adesso nella fase di maturità artistica: l’alchimia raggiunta tra gli strumenti tradizionali e moderni si esprime con uno straordinario linguaggio musicale, personale e rispettoso del proprio nobile passato, in cui convivono melodie millenarie, riff di chitarre, echi di canzone d’autore. Nel 2000 Sergio Berardo fonda l’Associazione Culturale Lou Dalfin con l’intendo di promuovere la cultura occitana anche al di fuori dell’attività del gruppo. Ed ecco così nascere il progetto della Rete della musica occitana che propone corsi di strumenti tradizionali nelle valli di lingua d’òc, la Festa de Lou Dalfin che attira ogni anno migliaia di persone da tutta Italia, dalla Francia e dalla Spagna, la collana musicale Viva Qui Sona dedicata alla riscoperta di alcune tra le più belle musiche tradizionali. ❖

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Argomenti UN PREMIO NAZIONALE PER LA MUSICA TRADIZIONALE CONCEPITO SECONDO LINEATRAD di Loris Böhm

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iamo d’accordo, ogni testa è un tribunale, così si usa dire quando su un centinaio di persone interpellate, non ne trovi due che la pensano allo stesso modo... figuriamoci quando si tratta di decidere per un premio che dovrebbe essere di livello nazionale! Personalmente dico: quando si tratta di votare dovendo selezionare una cinquantina di produzioni discografiche... allora sfido chiunque, tra i giornalisti, ad affermare che hanno ascoltato attentamente almeno la metà di quelle produzioni. Se la matematica non è un’opinione, la durata di 25 album sono circa un migliaio di minuti, cioè 16 ore almeno di ascolto. Mi viene da ridere, nel pensare che uno solo dei giurati (a titolo gratuito) abbia davvero passato 16 ore di ascolto prima di decretare il suo voto! Per quanto mi riguarda, come membro della giuria, posso affermare che io ho passato anche più di 16 ore ad ascoltare la metà degli album (l’altra metà non mi è mai pervenuta in sede, nemmeno via web in formato mp3), segno che la metà delle etichette discografiche se ne frega altamente di questo “premio”; mi è dispiaciuto di non essere riuscito ad ascoltare l’altra metà, per poter dare un giudizio realistico, tenendo presente che come giurato non percepisco neanche un centesimo di euro per il mio lavoro! Se si deve attribuire un premio, bisogna fare in modo che il giurato ascolti tutte le tracce di tutti gli album in concorso, a costo di fare una selezione anche tra i giurati, escludendo quelli che non offrono garanzie. Stesso discorso vale per tutte quelle etichette discografiche (e mi astengo da fare i nomi per pura pietà) che ti sottopongono l’ascolto

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di una sola traccia mp3, pretendendo che con essa tu sia in grado di giudicare il valore di un intero album: ma dove siamo? Al Rischiatutto? Va bene se un’etichetta di disgraziati, per risparmiare sul valore di un CD e sulle spese postali di spedizione, usi la posta elettronica per inviarti le tracce mp3... ma che poi addirittura debbano “risparmiare” anche sul numero di tracce, o peggio sull’invio del libretto in formato pdf, e questo mi sembra davvero assurdo. In diversi casi ho ricevuto solo una serie di link per accedere a youtube per vedere qualche video dal vivo... ma siamo pazzi? Con questi presupposti, l’unica cosa che si può premiare, è il singolo brano, su una lista ben definita di brani, come avviene all’Eurovision Song Contest, altrimenti ci sarebbero, per motivi di serietà appunto, da ristrutturare tutte le regole della manifestazione e fare in modo che sia musicisti, che etichette, che giurati, rispettino queste regole, stipulando un contratto di fornitura di servizio a titolo gratuito, come si fa tra persone civili. Mi premeva fare questa pagina di puntualizzazione, appunto per una questione di correttezza, per far capire al lettore che Lineatrad non è abituato a fare copia-incolla dei comunicati stampa, senza rendersi conto di quello che pubblica, e lo stesso anche quando si valuta un disco; questo per rispetto dei lettori, che poi sono consumatori, che poi seguono le tendenze, che poi infine si chiedono: “ma quel disco che mi hanno consigliato di comprare, non è poi questa gran cosa (detto in modo eufemistico!!). Allora, io per dovere di cronaca, i comunicati stampa li devo pubblicare, non è cor-

retto cestinare quelli che non si condividono, ma in qualità di opinionista ho il dovere di fare commenti del tipo “ricordate che se le cose non sono fatte con un certo criterio, i risultati non sono attendibili”; in questo caso, posticipando in pieno periodo vacanziero, credo proprio che i giurati avessero altro cui pensare. Ripeto per la terza volta che ogni testa è un tribunale, e per questo motivo, anche se il voto dovrebbe (quasi sempre) essere segreto, pubblico la mia votazione esattamente come l’ho inviata alla direzione di Loano, tanto per farvi capire come il metro di giudizio possa essere diametralmente opposto a quello degli altri giurati... compreso le valide motivazioni del voto. Ecco qui di seguito quelle che sono state le mie votazioni, per quello che possono valere, e confrontatele con gli esiti ufficiali... a questo punto a che fonte dobbiamo ispirarci? Non mi permetto di dare una risposta. Ogni lettore è libero di valutare tutte le fonti e trarre un giudizio ascoltando i CD, perchè, signori, neanche sotto tortura io scriverò la presuntuosa idiozia che la rivista Folk Roots ha avuto il coraggio di usare come slogan, ovvero, testualmente: “only indispensable folk, roots and world music magazine”... io credo follemente che nessuno è unico e nessuno tantomeno è indispensabile. Ci sono attualmente tante riviste di musica valide, e tante ce ne saranno quando Lineatrad non ci sarà più.

Le cinque preferenze per i titoli 2014 sono nel seguente ordine:

1) A3 Apulia Project - Murex - un progetto sorprendentemente fresco e pieno di idee con chiare derivazioni tradizionali, anche non italiane.


Argomenti

2) Vanni Masala e Andrea Pisu - Fantafolk - una opera folk maestosa ove ognuno dei brani sono tasselli dove tradizione ed estro si fondono per un risultato di gran classe, un incedere continuo di improvvisazioni mai fine a se stesse. 3) Pupi di Surfaro - Suttaterra - L’ho scritto diverse volte: il teatro si sposa magnificamente con la musica tradizionale e questo gruppo siciliano ne conferma in pieno il matrimonio con impressionante maestria 4) Blu L’azard - Enfestar - un progetto musicale occitano molto ben articolato di cui sentiremo parlare in futuro 5) La Mesquia - Podre - anche in questo caso un progetto di tradizioni occitano-piemontesi con una grande propensione alla personalità e alla novità.

Per il premio alla carriera vorrei citare un nome che ha influenzato con grande qualità il mondo della tradizione italiano: Alberto Cottica, per i suoi trascorsi con MCR prima e aver fondato uno dei gruppi più significativi della storia del folk italiano: i Fiamma Fumana. Il premio alla realtà culturale ad una etichetta che ha da sempre viaggiato controcorrente per valorizzare con gran sacrificio la qualità sia sonora che materiale della musica tradizionale italiana: Radici Music di Aldo Coppola Neri. Questa è la lista, se sono costretto a fare una classifica, ma ci sono tante altre produzioni che pur essendo molto belle ho dovuto escludere: i Musicalia con “Fragile fragments” per esempio: i brani sono molto belli ma la loro scelta di non aggregare musicisti “più sca-

fati” al di fuori della famiglia, lo rende un’opera grezza nelle strumentazioni. Oppure i Newpoli, emigrati in America ma assai valido “Nun te vutà”, gli Elva Lutza, lo stesso Riccardo Tesi, si elevano per la qualità del lavoro prodotto, ma essendo a volte impercettibile il merito di un artista rispetto ad un altro, a maggior ragione bisognerebbe che il giurato, per una questione di etica professionale, abbia lo spirito di sacrificio di ascoltare interamente un album in concorso, anche se l’artista che l’ha prodotto è sconosciuto, anche se il genere proposto non è quello più amato, anche se la copertina ha una grafica che non ispira, anche se è una misera autoproduzione piuttosto che una etichetta conosciuta, anche se... ... ci risentiamo alla prossima! ❖

Gli album della classifica Lineatrad, cercate di ascoltarli e giudicate!

La coscienza di Zena... di Loris Böhm

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embra quasi una maledizione che si verifica puntualmente a Genova qualora un operatore dello spettacolo abbia intenzione di attivare una iniziativa a carattere culturale-musicale: una volta partito il progetto, incominciano a verificarsi problemi e contrattempi del tutto imprevisti che ne causano la prematura fine ingloriosa. Ormai i casi, soprattutto nell’ambito della musica, sono davvero troppi per essere casualità. Nel nostro caso iniziamo dalla fine degli anni ‘90 con il disgra-

ziato Folk Club Oltremare, nato con grandi aspettative per opera del chitarrista Beppe Gambetta: dopo un paio di anni crolla tutto per colpa delle finalità umanitarie che il neo presidente voleva appioppare al circolo... di fatto ogni introito invece di essere reinvestito in attività sociali, finiva in larga parte nelle voraci tasche di questo ente (di cui non voglio far nome) che si era infilato nell’organizzazione. L’ho sempre sostenuto: quando a Genova le onlus si mettono ad organizzare eventi musicali... lo scopo

unico è quello di “battere cassa” con buona pace della qualità proposta al pubblico e dei diritti di chi fa musica (spesso gratis, senza neanche un rimborso spese!). A questo punto i bar e i circoli privati che almeno danno un “gettone” di compenso ai musicisti, sembrano persino dei benefattori per la cultura! Ma in questi ultimi tempi persino loro fanno fatica a sopravvivere (più per motivi personali dei gestori che per quelli economici, a dire il vero). Dove finiremo? ❖

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Cronaca PAUSE GUITARE... DALLA FRANCIA CON FURORE

(Albi, 6-12 Luglio 2015)

di Agostino Roncallo

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uando il direttore di questa rivista mi ha fatto il nome di Albi, come uno dei festival che avrebbe meritato la nostra attenzione data la presenza dei Malicorne e di Dylan, ero un po’ indeciso; la distanza con quella cittadina dei Midi-Pyrenées, almeno dieci ore di viaggio in automobile, non era indifferente. Ma la tentazione di andare nella città degli albigesi e di Toulouse Lautrec alla fine ha prevalso. E posso dire di non aver certamente sprecato il mio tempo. L’impatto con questa città di cinquantamila abitanti è apparso da subito gradevole per il suo centro storico dove abitazioni antiche resistono imperterrite al passare del tempo e per la periferia, vivibile e bella a vedersi. Ero curioso di dare uno sguardo alla cattedrale di Santa Cecilia, costruita in mattoni rossi su un picco roccioso che domina il fiume Tarn. Ho compreso l’atipico uso dei mattoni, che rendeva quella basilica simile a una fortezza medievale, solo dopo aver appurato che essa venne costruita nel 1282 alla fine della lotta che i cattolici avevano intrapreso contro l’eresia rappresentata dai catari albigesi. Quella cattedrale doveva rappresentare l’idea della forza dell’ortodossia cattolica, da qui la somiglianza con una roccaforte piuttosto che con un edificio religioso. In poche parole, essa è il simbolo di una inutile strage contro chi aveva una religione che non collimava con quella ufficiale. Ero indeciso se mettere o no il piede all’interno di quella vergogna, ma

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la conoscenza è la conoscenza e quindi, sono entrato. La serata dei Malicorne era quella di Venerdì 10 Luglio al Grand Théatre, inaugurato nel 2014 dall’architetto Dominique Perrault. Mi sono presentato alla cassa con mezz’ora di anticipo per ritirare il biglietto acquistato online ma una ragazza gentile mi ha detto che non si trovava. Tuttavia, nessun problema, sono stato immediatamente dotato di un “invito gratuito”, non rischiavo di perdere il concerto. Peccato che il mio biglietto era pochi minuti dopo in vendita all’esterno della struttura nelle mani di alcuni bagarini: così vanno le cose, evidentemente, non solo in Italia. La serata prevedeva ben quattro ore di concerto con tre gruppi che nell’ordine erano i Malicorne, Zachary Richard e, infine, i Bratsch. I ricostituiti Malicorne si sono presentati con una formazione rinnovata: del gruppo originale fa-

cevano parte Gabriel Yacoub naturalmente, Marie Sauvet e Laurent Vercambre, che da pochi mesi ha deciso di rientrare nella formazione con la sua nykelharpa. Laurent ha fatto parte dal 1980 del gruppo musicale umoristico Quatuor che ha fatto il suo ultimo spettacolo a Parigi il 10 Gennaio 2015: ecco allora che, improvvisamente libero, egli ha potuto raggiungere dopo trentasei anni i suoi primi compagni d’avventura. Oltre ai tre componenti del nucleo storico, fanno oggi parte della formazione il ghirondista Gilles Chabenat, straordinario per il tono psichedelico che sa ricavare dal suo strumento, il fisarmonicista Romain Personnat, il batterista David Pouradier Duteil, bravo nel creare con le percussioni un suono epico e fortemente evocativo, il bassista Yannick Hardouin, ormai da alcuni anni fedele compagno di viaggio di Yacoub, e infine l’eclettico chitarrista elettrico


Cronaca Malicorne

Nicolas Mingot. Il concerto si è snodato intorno a composizioni che da sempre fanno parte del repertorio del gruppo ma arrangiate, per la gioia dei fans, con una incisività e una creatività apprezzabili. Dal punto di vista coreografico al centro della scena era il trio Yacoub-Sauvet-Vercambre con i muZachary Richard

sicisti più giovani a far loro da corona. La sensazione è stata molto positiva e il concerto è apparso incisivo e scorrevole. Nel frattempo, nell’atrio del teatro, erano disponibili al pubblico spille e magliette del gruppo: insomma, la ricostituzione di due anni prima a La Rochelle non è stata un fatto occasionale, i

Malicorne sono un gruppo nuovo con un futuro davanti. Il secondo grande momento della serata è stato quello dell’esibizione del cantautore fisarmonicista Zachary Richard, apparso da subito in splendida forma nonostante l’ictus che lo ha colpito alcuni anni fa. Zachary è nato nella Louisiana francese e da sempre ha coltivato l’interesse per il popolo e la musica dei cajun (popolazione francofona proveniente dal Canada occidentale e stabilitasi nel sud della Louisiana a partire dal 1700). Artisticamente parlando, non si sa se possa definirsi americano o francese, al punto che alcuni lo ritengono il più francofono tra gli artisti americani e altri il più americanofono dei francesi! Se proprio devo svelare un segreto, dirò ciò che Mireille Ben, ex cantante dei Lyonesse e oggi di un suo ensemble, mi ha riferito: Zachary avrebbe iniziato a cantare in francese dopo aver ascoltato lo storico disco dei Grand Mère Funibus Folk in cui suonava e cantava il fratello di Mireille, il cui nome d’arte era per l’appunto “Ben”. Ma arriviamo al concerto. I primi pezzi sono stati all’insegna di uno scate-

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Cronaca

Bob Dylan

nato e originale cajun-rock in cui l’artista ha rivelato grande capacità di muoversi sul palco, accompagnando la sua musica con passi di ballo e una gestualità divertente e ironica. In alternanza a queste vivaci composizioni ci sono però le composizioni più marcatamente cantautorali in cui Zachary rivela una sensibilità musicale straordinaria e un grande impegno sociale grazie ai testi: mi riferisco al brano omonimo tratto dal suo concept album dal titolo “Migration”, pubblicato nel 1978, nel quale racconta l’insediamento in Louisiana degli emigranti cajun. Alla fine, molti applausi. Andrebbe ricordato che nel 2010 questo artista ha collaborato anche col nostro Angelo Branduardi ma preferirei stendere, su tale argomento, un velo pietoso. Per concludere la serata salgono infine sul palco i Bratsch, un’altra band che ha fatto la storia del folk francese. La loro formazione risale al 1972 e nasce dall’incontro di Bruno Girard, violinista proveniente dal jazz, con il chitarrista armeno Dan Gharibian, profondo

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conoscitore dello swing di Django Rehinardt e della musica tzigana. Successivamente sarà Nano Peylet a portare venature klezmer nella musica del gruppo. Ma la curiosità di vedere all’opera i Bratsch nasce anche dall’annuncio ufficiale del loro prossimo scioglimento che avverrà, stando al messaggio affidato al loro sito internet, in occasione dei concerti che si terranno dal 26 al 30 Dicembre al mitico Théatre du Soleil di Parigi. A dire la verità, non avevo avuto in passato la possibilità di apprezzare veramente questo energetico gruppo dalla grande presenza scenica e dal forte impatto emotivo e, alla fine del concerto, sono uscito dalla sala con il desiderio di approfondire la loro conoscenza. In mio aiuto,il giorno successivo, si è presentato il caso. Entrando in una libreria ho notato vecchi cd messi in vendita a prezzi dimezzati, musica leggera per lo più; ma tra tante nefandezze ecco spuntare “Sans domicile fixe”, il quinto album del gruppo, apparso nel 1990. Costo: 6 euro. È passato un quarto di secolo da quando il cd

è stato messo in circolazione, 25 anni esatti, un bel regalo per me, chissà a chi apparteneva. Un’altra sorpresa l’ho avuta aprendo il booklet, al suo interno ho trovato infatti un biglietto d’ingresso, dal numero 351, relativo al concerto tenuto dai Bratsch ad Albi il 23 Luglio del 2000, nella corte d’onore dello storico Palais de la Berbie, che oggi ospita la bellissima mostra dei quadri di Toulouse Lautrec. Il possessore del cd, quella sera, era evidentemente là. Conclusasi questa straordinaria serata, ho rivolto il mio pensiero all’appuntamento di Domenica 12 con Bob Dylan. Di mezzo, c’era però un sabato disponibile. La consultazione della carta geografica mi ha permesso di capire che, a pochi chilometri da Albi, si trova Cordes sur Ciel, un villaggio costruito su una roccia, il Puy de Mordagne, e sede del gruppo musicale La Talvera. Quale nome suggestivo avrebbe potuto meglio adattarsi a quello di un gruppo musicale? Cordes sur Ciel, vale a dire Corde sul Cielo, che bellezza. In questo vil-


laggio storico, dall’incredibile forza suggestiva, è vivo il CORDAE, vale a dire il Centre Occitan de Recherche, de Documentation et d’Animation Ethnographiques. Questa associazione, nata nell’Ottobre del 1979, ha come fine quello di conservare e diffondere il patrimonio culturale occitano in più direzioni: ricerca, salvaguardia, documentazione, pubblicazione, formazione, creazione. E proprio per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, la creazione, esiste il gruppo musicale La Talvera. Si tratta di una formazione che, pur lavorando sulla tradizione, non esita a gettare ponti nel tempo (le radici, l’innovazione e le relative contaminazioni) e nello spazio (relazione con le culture dei diversi continenti). I musicisti sono Daniel Loddo (canto, crabaire, accordéon), Céline Ricard (canto, fifre, graile), Fabrice Rougier (clarinetto, sax), Serge Cabau (percussioni), Sergio Saraniche (chitarra e basso) e Tony canton (violino). Salendo verso la parte alta del villaggio fortificato, ho attraversato la Grand Rue de l’Horloge e ho trovato al numero 23 la bottega “Occitania qu’es aquò”. Già in vetrina ho notato molti cd e sì, anche all’interno di materiali ne ho visti molti, anzi moltissimi. Sul momento ho pensato di trovare e scoprire chissà quali gruppi sconosciuti ma invece no, quei cd in vendita erano tutti de La Talvera. Ma quanti ne hanno fatti? - mi sono chiesto. Una ragazza gentile mi ha rifornito di materiale documentario e io, dovevo pur acquistare qualcosa. Ma cosa? Ho chiesto allora quale fosse l’ultimo album prodotto e mi sono ritrovato tra le mani “Solelh Solelhaire” (2014). La traduzione del titolo non è facile: il “sole insolatore” o “soleggiatore”? Comunque sia, si tratta di un’antica formuletta per descrivere un incantamento che i pastori dicevano si verificasse quando faceva molto freddo. Insomma un cd luminoso, bellissimo, di cui consigliare l’acquisto.

Cronaca

Si arriva così a Domenica 12. Il luogo del concerto di Bob Dylan è anche lo spazio principale del festival Pause Guitare: il bacino idrico del Pratgraussal, un luogo verdissimo, ideale per passeggiate e relax, a 15 minuti a piedi dal centro cittadino. L’organizzazione è apparsa da subito perfetta: grandi prati diventavano parcheggi enormi dove un alto numero di volontari fornivano indicazioni e suggeriva dove parcheggiare. All’interno dello spazio dedicato al festival molti erano gli stand, gastronomici e no, tutti all’insegna del fattore “biologico”. Perfino le toilettes erano rinominate “ecolettes”. Già perché non solo le strutture erano interamente in legno (tazza del cesso compresa) e non in plastica o metallo, ma anche perché nessun additivo chimico poteva essere utilizzato (e al posto dello scarico dell’acqua si tratta di utilizzare semplice segatura). Anche i bicchieri da birra erano in materiale ecologico e andavano restituiti, tramite il pagamento di un euro di cauzione. Per la parte tecnica, il palco e la sonorizzazione erano in effetti di alto livello e c’era da domandarsi di quanti e quali finanziamenti godevano gli organizzatori: per certo c’era di mezzo anche una banca, visti i numerosi striscioni del Credit Mutuel che tappezzavano le strutture. L’unica cosa assente erano i materiali sonori, cd e vinili a essere precisi. Ma oggi, forse, sono altri i canali d’acquisto. Dylan è entrato in scena alle 21,30 in modo molto austero, deciso a non incontrare nessuno, neppure i componenti dell’organizzazione, nel percorso tra il suo bus e il palcoscenico. Neppure una parola scambiata con la folla, nessun fotografo ammesso al concerto. Anche sugli schermi sparsi qua e là su quel grande prato, la regia mostrava un artista lontano, mai in primo piano. Lui stesso non avanzava verso il pubblico e si teneva sempre dietro

al margine del palco di almeno tre metri. Non ho giudicato male tutto questo, ho pensato piuttosto a una forma di rispetto nei confronti di se stesso e dei tanti appassionati. Bob ha eseguito diciassette pezzi per un totale di un’ora e mezza di concerto . L’inizio con “Things have changed”, una canzone di una quindicina d’anni fa ma eseguita in modo più rapido e originale. Il concerto si è sviluppato tra canzoni vecchie e nuove come “Beyond there lies Nothin’” che è del 2009 e “She belongs to me”, scritta negli anni sessanta e inserita nell’album “Bringing it all back home”. Poi gli stili si sono altenati: si va dal tranquillo country di “I’ll be your Baby tonight” (1967) all’indiavolato rockabilly di “Duquesne Whistle”, al pop di “Pay in blood”. Poi due o tre titoli dall’album “Tempest” (2012) e “Full Moon and Empty Arms”, l’unico estratto dall’ultimo album “Shadows in the Night” (2015) che è stato dedicato a Frank Sinatra. Per quanto riguarda “Les feuilles mortes”, l’impressione è che Dylan eviti accuratamente di avventurarsi in uno dei cavalli di battaglia della musica francese. Molti applausi per “Don’t think twice, it’s all right”, estratto da “The Freewheelin Bob Dylan” (1962); anche la ripresa di “Ballad of a Thin man”, un classico dell’album “Highway 61 Revisited” ha ottenuto molti consensi, per quanto sia una canzone che l’artista esegue spessissimo dal vivo. Quando sono calate le prime ombre della notte, Dylan ha eseguito la bellissima e oscura “Vision of Johanna “ apparsa nel 1966 in “Blonde on Blonde” ed eseguita in modo semplice, privo di fronzoli. E il pubblico ha seguito con attenzione e applaudito anche quest’ultimo, piccolo, capolavoro. Poi tutti si sono diretti verso la propria automobile. Io temevo chissà quale congestione di vetture in uscita ma invece no, il traffico è risultato scorrevole, davvero un miracolo organizzativo. ❖

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Cronaca AFRIKA TAGE UN FESTIVAL “RASTA” UMANITARIO di Loris Böhm (foto © Loris Böhm)

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na tipologia di festival completamente diversa da quella cui ho assistito due settimane prima a Martigues: il viennese Afrika Tage. In questo caso si tratta di un festival giunto alla undicesima edizione la cui unica sede non è nemmeno nella nazione di svolgimento. Ebbene sì, il festival Afrika Tage di Vienna ha la sede a Monaco di Baviera (dove tra l’altro quest’anno a maggio si è svolta solo la ottava edizione), mentre nella capitale austriaca risiede solo lo staff che si fa carico di installare tutte le postazioni nell’isola del Danubio che divide in due Vienna. Non esiste nessun Ufficio stampa nella “Donau Insel” per cui noi di Lineatrad abbiamo da subito una reale difficoltà a far capire ai ragazzi dei botteghini d’ingresso che la mail ricevuta dall’Ufficio stampa di Monaco è un invito ufficiale. Ahimè sembra proprio che in questo festival nessun media abbia mai fatto richiesta di accredito... e noi siamo i primi. Nessun pass a disposizione, e ogni giorno conciliaboli e controlli per la verifica degli inviti, una cosa davvero imbarazzante! La scelta di presenziare a questo festival era dovuta al fatto che, come accade a Genova, ha una connotazione multietnica, in cui convivono stand gastronomici di varie etnie africane e stand di oggettistica varia, e naturalmente esiste un grosso palco per i concerti serali (cosa che ci interessa maggiormente). In questo caso abbiamo in media due-tre concerti al giorno, quasi prevalentemente di genere reggae, con qualche

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Tanti rari strumenti etnici in vendita nei gazebi del festival

La danza del ventre come svago per i spettatori (ma ci sono anche gli stages di apprendimento)


sconfinamento nella worldmusic, etno-jazz, arabo-orientale, per cui è necessario essere appassionati di reggae per poter apprezzare pienamente il programma. Per i concerti i prezzi variano giornalmente da 12 a 20 euro, mentre l’abbonamento alle due settimane costa 80 euro. Per un turista italiano che non sia fanatico del genere, risulta difficile ipotizzare la permanenza per più di una settimana al festival, considerando anche i prezzi di soggiorno a Vienna che sono il doppio rispetto a quelli in Italia, ma ci sono alcuni fattori di sicuro interesse da tenere in considerazione. Ci si arriva con la metro U6 alla fermata “Neue Donau”, e con un abbonamento settimanale di 16,20 euro si viaggia fino oltre mezzanotte, a cadenza 3/10 minuti nella fittissima rete cittadina. La qualità degli artisti che si sono esibiti quest’anno è stata di ottimo livello. Si va dai Dissidenten e Mohamed Mounir a Salif Keita per continuare con tanti gruppi a rappresentare il reggae provenienti da ogni angolo del globo.... quello che siamo riusciti a sentire conferma

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Abdou Day, in tre istantanee. Nel rovente pomeriggio solo gli spettatori più temerari assistono fuori dal tendone

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la qualità degli artisti: Abdou Day, Raging Fyah, Micael Sene feat. Recykle, Rootz Radicals, Sara Lugo band, sono alcuni dei gruppi che ci hanno impressionato per la carica e l’originalità della proposta filoreggae. Le condizioni atmosferiche di estremo caldo non hanno favorito particolarmente l’affluenza del pubblico pomeridiano nelle giornate a pagamento... in effetti pagare tre euro per una bibita dissetante (quando in una giornata te ne devi bere almeno tre per sopravvivere all’arsura) per noi italiani è un salasso notevole. Persino molti dei residenti locali si portano da casa bottigliette o tanichette di plastica (il vetro è proibito), e persino generi alimentari, snobbando i tanti stand gastronomici presenti. Noi

Cronaca

Raging Fyah, una delle migliori band giamaicane degli ultimi tempi, nelle due foto si immagina l’energia che scaturisce dal palco, pur usando strumenti tradizionali senza il digitale

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Cronaca

Raging Fyah, quando calano le tenebre si sveglia il pubblico del reggae

Micael Sene feat. Recykle, ottimo interprete per ottima musica

di Lineatrad cerchiamo per quanto possibile di “provare” a servirci dei prodotti in loco, ma dopo due giorni

ci rendiamo conto che la spesa è insostenibile e ci portiamo i viveri racimolati nei rari supermarket.

Di sera, quando finalmente si può stare all’aperto e sotto il palco senza le sferzate del sole, il sito si

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anima di popolo rasta o filo-rasta, davvero simpatico ed educato... propenso a danzare, a far amicizia, a condividere emozioni. Nei giorni di lunedì, gratuiti ad offerta libera, la popolazione del festival triplica di presenza ma si rimane nei limiti del sopportabile: si trova sempre una panca per sedersi e mangiare, da qualche parte, e le distrazioni non mancano mai. Nella foto in basso, per esempio, un danzatore africano è mimetizzato sotto un covone di fieno, che

Cronaca

improvvisamente si alza e inizia a danzare, assecondato da percussionisti che ne scandiscono le movenze, seguito dal pubblico, incuriosito... quando improvvisamente il danzatore si accascia, e ritorna ad essere un covone di fieno. Fantasie tribali in un contesto multietnico dove ogni passo che fai può farci provare una sorpresa, un suono o un oggetto a noi sconosciuto. Nell’arco della settimana, comunque, la vastissima area della Donau Insel dedicata all’Afrika

Micael Sene feat. Recykle

Rootz Radicals

Il covone di fieno si anima e inizia a danzare tra lo stupore...

Sara Lugo

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Tage, si rivela sufficientemente ampia con sufficienti punti di ristoro. Gli stand discografici sono due o tre in cui predomina la collana della Putumayo record... oltre al tavolino sotto il palco dove trovi il disco di chi suona: tutto nella norma. Sul prossimo numero ci sarà una intervista a Medhat Abdelati, organizzatore dell’evento, che risiede a Monaco di Baviera, a cura della nostra corrispondente Jessica Lombardi, e cercheremo di scoprire i segreti del loro successo. ❖


Eventi

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Cronaca 40° KULTÚRNE LETO A HRADNÉ SLÁVNOSTI (BRATISLAVA) di Loris Böhm (foto © Loris Böhm)

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uest’anno 2015 è stato davvero eccezionale. Il Festival dell’estate culturale “Kultúrne leto” e il Festival del castello “Hradné slávnosti” hanno festeggiato il loro 40° anno a Bratislava, la più antica e allo stesso tempo la più grande città, capitale della Slovacchia. Da 12 anni a questa parte, il centro informazioni (BKIS) organizza questo festival multietnico che dura tre mesi e attraversando le strade di Bratislava, crea l’atmosfera estiva della città. “Uno degli obiettivi che avevamo 12 anni fa, quando abbiamo iniziato a curare la produzione, sia tecnicamente che logisticamente e la commercializzazione per sostenere la nascita di nuovi progetti, era creare un ambiente ideale per il festival estivo, in grado di far lavorare tanti registi indipendenti in tutta la città; e noi volevamo essere un marchio forte capace di informare su tutti i progetti realizzati da questi registi. Quest’anno il Festival sarà parte dell’estate culturale e del Festival del Castello di Bratislava con oltre 70 progetti culturali realizzati nella capitale” ha detto il direttore del Festival Vladimir Grežo. Erano attesi molti visitatori quest’anno, ad assistere ai programmi estivi per bambini, adulti e anziani. Da decine di paesi sono arrivati artisti della migliore musica, danza e teatro. Naturalmente tre mesi sono troppi da seguire, ma l’occasione era troppo invitante... un quarantennale merita la massima attenzione. In Svizzera per esempio quest’anno abbiamo avuto il qua-

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Vajnory Spievajú, con un set di canti della regione Vajnory

rantennale del PaléoFestival di Nyon in Svizzera, un evento troppo mastodontico, seppur racchiuso in una settimana di luglio, dove i biglietti di ingresso sono stati esauriti già un mese prima dell’evento. Per quanto ci riguarda una programmazione troppo eterogenea e poco rivolta al folk. Tornando a Bratislava, la sensazione è che questo quarantennale dove non si paga per assistere agli spettacoli, dove tutto si svolge in città in mezzo alla gente, dove in ogni singolo festival del programma abbiamo un pizzico di componente folk, ci sia davvero più sostanza di cui parlare. La giornata che abbiamo pescato a caso da presenziare è stata quella dell’8 agosto. Ci imbattiamo subito nella piazza dove è allestito il palco “Vajnory Day”, supportato

da mega-stand culturale. Si tratta della giornata dedicata alla regione di Vajnory... tutta la tradizione culturale viene esposta al pubblico: assaggi gastronomici, l’arte tessile e i costumi locali, i giochi per bimbi, il turismo e sul palco i canti e le musiche da danza interpretate da un ensemble che sa trasmettere le emozioni e le vibrazioni della vita rurale all’attento pubblico. Davvero un quadro completo, è quello che ci viene proposto in questo incantevole angolo di città. Tutto si svolge con naturalezza, pacatezza, nella calda giornata estiva... tutto sembra scandito da un orologio che non ama la frenesia, che sembra rallentare persino il battito del tuo cuore. Nelle ore più calde della giornata un allegro cisternone con sorridenti fanciulle annesse è adibito per of-


frire ai turisti bicchieri di acqua minerale gratuita per rinfrescare chi non si è ancora infilato nei pub, dove puoi trovare davvero ogni cosa bevibile a poco prezzo. Neanche la possibilità di assistere completamente a questo spettacolo dei “Vajnory spievajú, che ci trasferiamo nella piazza in cui si svolge il Festival Menšinové kultúrne leto con Barbora Botošová and Band, per il suo Gypsy Queen project... Una violinista davvero straordinaria Barbora, spumeggiante e veloce, discendente da generazioni di artisti, padrona assoluta di sapienti virtuosismi, non fatica minimamente a entusiasmare il pubblico della sua città natale, che ben la conosce. Per noi è comunque una bella rivelazione, soprattutto nella capacità tecnica della banda che l’accompagna. Resterà un bellissimo ricordo di questa serena giornata slovacca, soprattutto tornando ad immergerci ai frenetici ritmi viennesi! Ma veniamo a descrivere questo festival, come si evince dalla loro rassegna stampa. L’inizio del festival estivo della cultura è dedicato soprattutto ai bambini A metà giugno il festival Estate culturale e Festival del Castello di Bratislava 2015 ha già avuto un programma davvero ricco di eventi. Già nel pomeriggio del primo Venerdì abbiamo avuto una imponente sfilata in costume per bambini. Il Festival internazionale dei gruppi folcloristici dei bambini ha portato quasi 1.000 partecipanti bambini dalla Slovacchia, Bulgaria e Macedonia. Il Sabato seguente, ha iniziato la giornata di workshop diretta da Festival Interactive “C’era una volta...” dove i bambini hanno potuto provare una varietà di professioni dal mondo degli adulti. Si sono alternati folklore e laboratori per bambini integrati da una scuola workshop di balli latini, in modo che il pubblico ha avuto l’opportunità di

Cronaca

Barbora Botošová and Band

godere di un programma veramente multi-genere. BKIS in collaborazione con l’Agenzia per la promozione della Città di Bratislava, nel 2009 hanno co-fondato una tradizione che rende omaggio agli artisti slovacchi più rappresentativi nel campo cinematografico e teatrale. Il 18 giugno è iniziata la decima edizione del Festival di Musica Sacra di Bratislava, un ricco programma per quattro giorni, con formazioni competitive da Slovacchia, Croazia, Polonia e Slovenia. Venerdì 19 giugno alle ore 20 è iniziato l’evento Noc hudby. Il programma, realizzato in collaborazione con Music Centre di Bratislava, risponde alla Giornata Francese della Musica, che cade il 21 giugno.

Il Sindaco di Bratislava sabato 20 giugno alle ore 19 ha inaugurato la maratona del Tango Argentino. Con più di 150 ballerini provenienti da tutto il mondo e il quintetto argentino El Chachivache, mentre la domenica protagonista la musica classica eseguita dal County School of the Arts Symphony (USA) al concerto nel Grande Studio della Radio Slovacca con Coro della Cattedrale di S. Martina. ❖

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Cronaca A LOCARNO TRA IL FESTIVAL DEL CINEMA E LA FOLK MUSIC di Agostino Roncallo

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l festival del Cinema 2015 esordisce quest’anno il 5 Agosto con una mega produzione di Jonathan Demme (si ricorderà di lui “Il silenzio degli innocenti”) con Meryl Streep in versione rockstar. Un inizio appetitoso, insomma. La ritualità del festival è sempre la stessa: i film in concorso il pomeriggio al Palazzetto FEVI e i filmoni per un pubblico di bocca buona, la sera, in Piazza Grande. Per un cinefilo qual sono, la piazza potrebbe non rappresentare una grande attrattiva se non fosse che, anche tra i prodotti destinati al commercio, la cinematografia mondiale propone anche prodotti decorosi. E poi, in piazza, la situazione è tutto sommato alquanto rilassante: il grande schermo e l’impianto di sonorizzazione permettono una perfetta visione a ottomila persone, in pratica quante il luogo ne può contenere. Il film di Demme ha come titolo “Ricki and the Flash” e racconta la storia di Ricki Randazzo (Meryl Streep), una cantante-chitarrista che ha lasciato la famiglia per seguire i suoi sogni di celebrità ma che poi decide di ritornare a casa per recuperare il rapporto con la figlia (in questo caso Mamie Gummer che è nella realtà veramente sua figlia). Per la cronaca in Italia il film apparirà il 10 Settembre con l’osceno titolo “Dove eravamo rimasti”. Senza dubbio la principale curiosità consiste nel vedere Meryl Streep, che ha 66 anni, alle prese con il personaggio della cantante rock. Prima dell’inizio del film, il ragionamento era più o meno il seguente: ammettiamo che la no-

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Tratto dal film “Ricki and the Flash”

stra attrice riesca a identificarsi col personaggio, come farà poi con la musica? Assisteremo a smaccati quanto improbabili play back? Fin dalle prime scene, si è potuto constatare come la costruzione del personaggio sia riuscita piuttosto bene. Meryl del resto non è estranea a trasformazioni fisico-protesiche fatte di jeans e giacche di pelle nera, gli occhi fumosi di mascara, i capelli intrecciati in modo stravagante con tinture color platino, anelli e catene sparsi ovunque. A questo maquillage si aggiunge poi la ricerca di un costante dinamismo sul palcoscenico che, di per sé, già stupisce. Ma lo stupore non si ferma qui: nel film non c’è un play back che sia uno, tutte le canzoni sono eseguite dal vivo! Nel periodo di lavorazione del film, Meryl

La locandina del film


ha lavorato con un insegnante di chitarra acustica per due o tre mesi a New York. E dopo aver sviluppato una familiarità con lo strumento, ha continuato con un insegnante di chitarra elettrica e arrangiatore. Per provare inoltre, grazie a Gary Goetzman, uno dei produttori, è stato creato uno studio idoneo a Hollywood. Ma non solo, stando alle dichiarazioni del regista, l’attrice e la band si sono recati spesso in un meraviglioso bar di New York che aveva appena chiuso, il Rodeo Bar and Grill, dove avvenivano session scatenate su un repertorio che va da Bruce Springsteen a Tom Petty. Ma c’è un altro film di cui vogliamo parlare. Si tratta di “Suite Armoricaine” di Pascal Breton, un’opera profondamente intrisa di cultura bretone, musica compresa. Il film viene presentato al palazzetto FEVI alle ore 16,30 del 13 Agosto nella rassegna del concorso internazionale. L’interprete principale è Valérie Dréville, anche lei presente a Locarno insieme alla regista. La storia racconta di una donna, Françoise, che torna a Rennes per insegnare storia dell’arte all’università molto tempo dopo esserci stata da studentessa. Ma per la protagonista questo è anche un ritorno alle origini, all’infanzia, che si snoda tra psicoanalisi, magia e cultura sociale. La musica è anch’essa protagonista del film, sia che si tratti di rock che di folk. A Rennes infatti Françoise ritrova gli amici di un tempo, con i quali agli inizi degli anni ottanta frequentava i club cittadini per ascoltare Marquis de Sade oppure Daho. C’è inoltre John Le Scieller che a dispetto del tempo non ha mai rinnegato il rock’n roll e c’è soprattutto la colonna sonora. Di quest’ultima vogliamo segnalare tre artisti e le relative opere. Il primo è Robert Wyatt di cui si può ascoltare il capolavoro, Rock Bottom, disco che il batterista dei Soft Machine ha scritto dopo l’incidente che lo ha relegato su una sedia a

Cronaca

I Gai Saber a Locarno

rotelle. C’è poi Klet Beyer, musicista bretone di 31 anni che già aveva lavorato con la regista nel film “Illumination”. Klet, oltre che autore di colonne sonore è anche doppiatore cinematografico, nella sua scrittura c’è la stessa energia dei concerti sul palcoscenico. La sua creatività si esprime in lingua bretone come nel caso di “Doc Pouliquen & Injustice” composto per “Suite Armoricaine” per l’appunto. Il terzo personaggio di cui vogliamo parlare è Jean Marie Le Scraigne, scrittore e narratore orale che ha passato la vita a tagliare pietre. Oggi, superati i sessanta anni, scrive storie in bretone che poi racconta oralmente ai giovani in particolare. “Youank” (giovani) è appunto la composizione che troviamo in questo bellissimo film. Una settimana dopo la conclusione del festival del cinema ecco iniziare Locarno Folk, una rassegna di due giorni che, grazie a numerosi sponsor, pubblici e privati, ha trovato una continuità nel tempo, imponendosi come festival annuale. Ne abbiamo parlato con Barbara Kopf, etnomusicologa e organizzatrice della manifestazione. Significativa è anche l’attenzione da sempre data all’evento dalla RSI (Radio

Svizzera Italiana) che fin dall’inizio ha seguito tutti i concerti trasmettendoli in diretta. Ma l’evento di cui vogliamo parlare è quello della sera del 21 Agosto con i concerti dei Tre Martelli e dei Gai Saber. Da oltre vent’anni i Gai Saber lavorano intorno a un repertorio di danze e canti del Piemonte occitano attraverso una miscela creativa di suoni tradizionali ed elettronici, non disdegnando l’uso di basi. Negli ultimi anni il gruppo ha proposto anche spettacoli multimediali, molto elaborati, costosi e di non facile realizzazione, fondendo abilmente immagini e musica. Il prossimo lavoro in questa direzione è previsto per Settembre 2015, si intitolerà “Lo judicio della fine del mondo” e verrà presentato nell’ambito delle iniziative del “Settembre peveragnese”. Di questo spettacolo ho avuto modo di parlare con Alessandro, Maurizio ed Elena, seduti a un tavolo, poche ore prima del concerto. È sempre un piacere parlare con loro, ci siamo già conosciuti in altre occasioni e ogni volta la loro disponibilità è grande. Si è discusso di un loro prossimo cd (magari chissà nel 2020 ha spiegato Alessandro) e dei concerti degli ultimi

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Cronaca

Tre Martelli a Locarno

anni, per lo più tradizionali (come è stato questo di Locarno) e non multimediali; questi ultimi sono più sporadici proprio per le difficoltà di allestimento. Inevitabilmente il discorso si è poi spostato sui Saber Système, la giovane formazione in cui militano i figli di Alessandro e Maurizio, che di recente ha vinto con la canzone “La Libertat” una “Honorable mention” all’International Songwriting Competition. Con i suoi 18.000 concorrenti l’ISC è certamente uno dei più grandi concorsi on line per songwriters e vanta fra i giudici personaggi di grande rilievo, come Bela Fleck e Pat Metheny solo per fare alcuni nomi. “Il gruppo è del tutto autonomo - ci ha spiegato Alessandro - il mio è più che altro un contributo tecnico, utile negli arrangiamenti, nella registrazione di basi o nell’elaborazione di video promozionali”. Ma arriviamo a parlare del concerto serale. I Gai Saber salgono sul palco dopo i Tre Martelli e, nonostante un pubblico non troppo numeroso, sfoderano una prestazione convincente, straordinariamente dinamica per intensità, forse con qualche imperfezione sulla

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voce. Ascoltandoli, viene spontanea una riflessione: per le band dal repertorio variegato, non è infrequente notare l’alternanza di composizioni ritmicamente intense e di altre più lente e meditative. Questo consente al gruppo di rifiatare. Ma non è il caso dei Gai Saber, la cui fisicità è spinta al limite per tutta la durata del concerto, una profusione di energie che fa pensare a quanta strada ancora questa formazione possa fare nel panorama della folk music, a dispetto dei tanti anni passati sulla scena. I Tre Martelli si presentano in scena insieme a Gianni Coscia, celebre fisarmonicista jazz con cui collaborano ormai da qualche anno, e a Betty Zambruno. Stupisce sempre vedere come due linguaggi musicali diversi, come sono quelli della musica popolare e del jazz, riescano a dialogare per dare vita in scena a qualcosa di assai

creativo: “Sembra una contraddizione – afferma Gianni Coscia – ma sono riuscito a fare la mia musica su una musica che non era mia”. E per concludere occorre parlare della voce, davvero intensissima, di Betty Zambruno, che da tempo svolge ricerche nel campo della musica popolare e ha collaborato con numerosi artisti, tra i quali ci piace citare Maurizio Martinotti e i Tendachènt. L’ultima produzione discografica che la vede come solista è il cd “Sguardi”, realizzato in trio con i musicisti Gianpiero Malfatto (trombone) e Piercarlo Cardinali (chitarra e cornamusa). Sono rimasto molto impressionato da questo lavoro che Betty ha avuto la cortesia di inviarmi alcuni giorni fa e che contiene 15 brani che vanno dalle antiche ballate popolari alle canzoni d’autore, dal folk al jazz. Sono tanti e diversi “sguardi” musicali che toccano tematiche quali la società contadina, le donne, il lavoro e l’amore: tra tutti, ci ha colpito la nuova versione di “Madre crudele”, un traditional che in passato Betty aveva già eseguito proprio con Martinotti. Ma i progetti di questa artista non si fermano qui e oggi gli “sguardi” si sono estesi al tema della Resistenza: “Sguardi resistenti” è infatti una raccolta di canti che ci ricordano quanto sia importante difendere libertà e democrazia. È sul passato che sempre, si costruisce il futuro. ❖

Betty Zambruno


Recensioni

Andrea Capezzuoli e Compagnia - Vivo!

Questa Compagnia nacque otto anni fa quasi per gioco. All’inizio fu la grande passione per una musica che arrivava d’oltre oceano e che qui da noi era totalmente sconosciuta, ma col passare del tempo sia le esigenze del pubblico che quelle dei musicisti spinsero il gruppo a creare un repertorio che prendeva spunto dal mondo québécois e che, pur essendo concepito come ascoltabile, si adattava ad essere ballato. Questa strana alchimia tra canzone folk, danza francese e musica québécoise è piaciuta e ci ha portato a suonare in tutta Italia, in mezza Europa e in Sud America. Come spesso succede, in otto anni, molti musicisti si sono avvicendati, a volte prendendo, ma molto più spesso dando tanto e lasciando un segno tangibile nella nostra musicalità. “Vivo!” è la somma di tutte queste esperienze. La registrazione è stata effettuata a Milano presso La Scighera che ci ha permesso di dare vita a questa grande festa nella quale duecento persone hanno ballato, cantato, battuto le mani, i piedi ed esultato insieme a noi. Uno di quei bei ricordi, indelebili, che ci porteremo d’ora in poi ad ogni nostro concerto. Disponibile come CD fisico o in formato MP3.

ANTEPRIMA RECENSIONI OTTOBRE tratto dal sito web Rox Records (www.roxrecords.it)

in caso di emergenza, è il nome del duo formato da Vincent Boniface (Organetto) e Marta Caldara (Pianoforte) con l’incursione di Bramo (Beatbox). Gli Estrémia ci richiamano all’emergenza di attenzione nei confronti della cultura musicale, mostrandoci l’emergere di questo nuovo stile di Folk, un Folk certamente ballabile ma anche di ricerca di nuove combinazioni di suoni: il pianoforte che si affianca al “buon vecchio” organetto, e la contemporaneità del Beatboxer Bramo. Disponibile come CD fisico o in formato MP3.

Là Nua - Just for taste

“Just for taste”: Il titolo e la copertina di questo nuovo lavoro dei Là Nua danno subito l’idea dell’atmosfera che l’ascolto del disco intende ricreare, e dei vari ingredienti che compongono questo particolare blend musicale. “Just for taste” è l’idea di partenza di un disco che intende essere un assaggio delle musiche che il trio campano ha proposto negli ultimi due anni di spettacoli dal vivo, dopo l’uscita dell’album d’esordio (intitolato semplicemente Là Nua, “un giorno nuovo” in gaelico). Disponibile come CD fisico o in formato MP3.

Estremìa - That’s folk, baby!

Estremìa, termine che in patois indica la campana che dà l’allarme

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Eventi RICHARD THOMPSON

2-3 ottobre in Italia

Comunicato Stampa

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ichard Thompson nasce nella primavera del 1949 nella casa dei suoi situata nella parte ovest di Londra, e passa i primi anni nell’Inghilterra del dopoguerra, circondato da una famiglia dagli ampi gusti musicali. Tra le sue prime influenze Django Reinhardt, Fats Waller, Les Paul, Duke Ellington e Louis Armstrong. Passa dalla collezione di dischi jazz del padre al primo rock’n’roll, cui accede tramite la sorella maggiore, con Buddy Holly e Great Balls of Fire di Jerry Lee Lewis l’eclettica varietà della sua carriera multigenerazionale comincia a farsi strada. Nominato dalla rivista Rolling Stone come uno dei migliori venti chitarristi di tutti i tempi, si aggiudica il premio Ivor Novello per la scrittura di canzoni e nel 2006 gli viene assegnato dalla BBC il premio alla carriera, a testimonianza di essere ormai un’icona leggendaria del folk-rock britannico e uno dei più prolifici e acclamati cantautori del mondo, sia a giudizio della critica che del pubblico. Il suo lavoro

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è ammirato – e registrato – da artisti del calibro di Bonnie Raitt, David Byrne ed Elvis Costello. Giovanissimo membro fondatore dei Fairport Convention, sarà poi in duo con la moglie Linda Thompson, per poi affrontare una carriera solista che dura da più di trent’anni. Il suo impressionante carnet di lavoro conta infatti più di quaranta album cui non viene mai a mancare la tensione lirica, supportata da una singolare mistura di chitarra acustica ed elettrica che Newsweek ha definito “Arte sincera, che sa dare soddisfazione sotto ogni punto di vista”. Nel 2005 firma la colonna sonora del documentario di Werner Herzog Grizzly Man. Sul finire del 2006, Richard è tornato in studio per il nuovo album elettrico, Sweet Warrior, dopo l’acustico Front Parlour Ballads del 2005 e The Old Kit Bag del 2003. La prima parte del 2007 lo vede impegnato in un tour solista, che gli lascia comunque il tempo di assistere famiglia e amici nel lavoro di studio, cui si è dedicato egli

stesso con Rufus Wainwright, Judith Owen, Richard Shindell, Loudon Wainwright III e la figlia Kamila Thompson. Suo il soundtrack del documentario di Harlan Ellison Dreams with Sharp Teeth, prodotto e diretto da Erik Nelson. Da giugno dello stesso anno torna a esibirsi con la Richard Thompson Band per promuovere Sweet Warrior. Agli inizi del 2010, Thompson mette insieme il gruppo con cui presentare il nuovo materiale eseguendolo dal vivo. Vi fanno parte, sia in sala di registrazione che sul palco, oltre a Thompson, Pete Zorn, (chitarra acustica, flauto, sassofono, mandolino, voce); Michael Jerome (batteria, voce), Taras Prodaniuk, (basso, voce) e Joel Zifkin (violino elettrico, mandolino, voce). L’album che ne esce è Dream Attic che, pubblicato nell’agosto dcello stesso anno, riceve la nomination ai Grammy Award nella categoria Miglior Album Folk Contemporaneo. Il 10 giugno del 2010 Thompson riceve il Les Paul Award dalla rivista Mojo quale “Leggenda della Chitarra”. Thompson cura, ancora nel 2010, il Meltdown Festival, nel cui cartellone appare il tributo a Kate McGarrigle (da poco scomparsa), rara occasione di rivedere on stage Richard e Linda Thompson insieme. Nel 2011 viene insignito del titolo di Officer of the Order of the British Empire (OBE), per la sua benemerita attività musicale e, nel luglio dello stesso anno, riceve la laurea ad honorem all’università di Aberdeen.


Agli inizi del 2013 pubblica Electric, registrato a Nashville con la produzione di Buddy Miller. Il disco ottiene recensioni lusinghiere e debutta nei top 20 delle classifiche del Regno Unito. Richard prende la strada con un “power trio” per un tour che durerà parecchi mesi toccando entrambe le sponde dell’Atlantico, per promuovere il nuovo album. Sempre nel 2013, Thompson appare nel quarto album di studio della ex-moglie Linda Won’t Be Long Now, nel brano Love’s for Babies and Fools. È la seconda volta che i due registrano insieme dai tempi di Shoot Out the Lights, la prima nella canzone Dear Mary nell’album di Linda Fashionably Late del 2002. Nel 2014 esce Acoustic Classics, con versioni acustiche di quattordici canzoni del suo catalogo personale, per la sua stessa etichetta Beeswing, che raggiungerà la sedicesima posizione nelle classifiche

Eventi

inglesi degli album più venduti. Thompson appare poi assieme a vari familiari acquisiti in successivi matrimoni, nell’album Family (2014) intestato a Thompson (band così nominata per via di tutti quelli con lo stesso cognome che vi partecipano). Richard appare in due canzoni soliste, oltre a contribuire alle altre. L’album è prodotto dal figlio Teddy Thompson e vi appaiono la ex-moglie Linda Thompson, i Rails (ovvero la figlia Kami Thompson e suo marito James Walbourne), oltre ad altri musicisti “imparentati”, tra cui il fratello di Walbourne e il figlio di Richard Thompson del secondo matrimonio. ❖ Discografia solista selezionata: Henry the human flight, 1972 I want to see the bright lights tonight, 1974 Hokey pokey, 1975 Pour down like silver, 1975 Live! (More or less), 1976 First light, 1978 Sunnyvista, 1979 Strict tempo!, 1981

Shoot out the lights, 1982 Hand of kindness, 1983 Small town romance, 1984 Across a crowded room, 1985 Daring adventures, 1986 Live, love, larf & loaf, 1987 Amnesia, 1988 Invisible means, 1990 Sweet talker, 1991 Rumor and sigh, 1991 Watching the dark, 1993 Mirror blue, 1994 Live at Crawley 1993, 1995 You? Me? Us?, 1996 Two letter words: live 1994, 1996 Industry, 1997 Celtschmerz: Live UK 1998, 1998 Mock Tudor, 1999 Action packed, 2001 The old kit bag, 2003 More guitar, 2003 1000 years of popular music, 2003 Ducknapped!, 2003 Faithless, 2004 The Chrono show, 2004 Front parlour ballads, 2005 Grizzly man soundtrack, 2005 Sweet warrior, 2007 Dream Attic, 2010 Cabaret of Souls, 2012 Electric, 2013 Acoustic Classics, 2014 Still, 2015

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Eventi TALOS FESTIVAL LA MELODIA, LA RICERCA, LA FOLLIA

1/11 ottobre Ruvo di Puglia (Ba)

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anfara di Tirana, Transglobal Underground, Funkoff, Burry Guy, John Surman, Hosni Niko Zela e Albanian Iso Polyphonic Choir, Minafrìc Orchestra, Michel Portal, Bojan Z, Nicola Pisani, Michele Jamil Marzella, Conturband, Francesco Sossio Banda, Pasquale Innarella Quartet sono alcuni degli oltre 400 musicisti ospiti del Talos Festival. La melodia, la ricerca, la follia, ideato e diretto dal trombettista e compositore Pino Minafra, che torna a Ruvo di Puglia, in provincia di Bari, da giovedì 1 a domenica 11 ottobre. Dopo le oltre 60.000 presenze registrate nelle ultime tre edizioni che hanno segnato il ritorno del festival alla sua dimensione progettuale dopo anni di assenza, il Talos propone anche quest’anno un articolato programma dedicato al fenomeno della banda con quasi trenta concerti, produzioni originali, proiezioni, mostre,

Sopra: Faraualla, sotto: Albanian Iso Polyphonic Choir

Minafric Orchestra (foto Raffaele Puce)

Michele Jamil Marzella

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masterclass, affermandosi ancora una volta come una delle manifestazioni pugliesi più apprezzate e conosciute a livello nazionale ed europeo. Il festival - come ogni anno - è diviso in due sezioni. Da giovedì 1 a mercoledì 7 ottobre Largo Cattedrale ospiterà l’anteprima dedicata alle bande che si sono formate all’interno di istituzioni culturali, conservatori, scuole e non solo. Nel corso della settimana di eventi si alterneranno, infatti, l’Associazione Corale Polifonica Rubis Canto, Bembè Percussion Ensemble, Small Stretch band, l’orchestra multietnica Ritmo Live del Conservatorio Corelli di Messina, Il Cenacolo Brass Ensemble, il trombonista Michele Jamil Marzella con i brani del suo lavoro discografico d’esordio “La via del possibile” (Dodicilune), la Serd Band, Apulia’s “Città di Ruvo di


Eventi Gianluigi Trovesi

Puglia”, Francesco Sossio Banda, Banda Brigata Meccanizzata di Pinerolo, Grande Orchestra di Fiati G. Ligonzo di Conversano e Conturband. Da giovedì 8 a domenica 11 ottobre appuntamento, invece, con il festival internazionale con grandi ospiti pugliesi, italiani e provenienti da tutto il mondo e alcune produzioni originali realizzate espressamente per il Talos che dimostrano il ruolo di ecletticità, poliedricità e innovazione che la banda può svolgere nel panorama internazionale. Il programma - in vari appuntamenti pomeridiani e serali ancora in via di definizione - ospiterà, tra gli altri, il duo franco/serbo composto da Michel Portal e Bojan Z, la presentazione di Cypriana, nuovo progetto discografico di Nicola Pisani, l’incontro tra Russia e Ucraina con Arkady Shilkloper (corno e flicorno) e Vadim Neselovsky (piano e armonica a bocca), l’esprienza dei Funkoff di Dario Cecchini (che terrà anche una masterclass), il contrabbassista Burry Guy, il sassofonista John Surman, il concerto della Minafrìc Orchestra con la partecipazione di Faraualla, Gianluigi Trovesi e altri ospiti, Pasquale Innarella Quartet con “Uomini Di Terra “ dedicato a Giuseppe Di Vittorio, Hosni Niko Zela e Albanian Iso Polyphonic Choir con la presenza sul palco del pianista Robert Bisha e con il violoncellista Redi Hasa e il gran finale con la Fanfara di Tirana e Transglobal underground. ❖ Talos Festival è realizzato dal Comune di Ruvo di Puglia con il fondamentale sostegno di Puglia Sounds e il supporto di Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Puglia, Pro Loco Ruvo di Puglia, Associazione Terra Gialla e di numerosi e preziosi sponsor privati.

Una passata edizione

Funkoff

Transglobal Underground

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Recensioni ‘TEMBUR AND HARP’, UN VIAGGIO MISTICO E MEDITATIVO DI CEMIL QOÇGIRI E TARA JAFF Comunicato Stampa

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embur & Harp, è il 4° album del musicista curdo Cemil Qoçgiri, che conquista il riconoscimento dai suoi colleghi musicisti e ascoltatori in tutto il mondo per il suo virtuosismo sulla tembur e il suo approccio creativo a nuove sperimentazioni musicali, colpisce i produttori dell’etichetta Sony Music Classical. L’album è stato registrato insieme con l’arpista Tara Jaff che suona musica mesopotamica del nostro tempo nel suo stile unico. Combinando i più antichi strumenti a corda quali tembur e arpa, porta una moderna interpretazione delle melodie mistiche e antiche della Mesopotamia, che stanno affondando nell’oblio dei nostri tempi moderni, portando gli ascoltatori in un viaggio meditativo. Cemil Qoçgiri cura tutti gli arrangiamenti di questo album di 11 tracce, mentre gli accordi dell’arpa appartengono a Tara Jaff. L’album è composto principalmente da brani strumentali a parte un paio di canzoni tradizionali e composte. Alcuni nomi a sorpresa hanno preso la loro parte in questo album che è stato registrato a Magonza, in Germania. Aynur arricchisce l’album cantando la canzone curda “Bari Bari” con la sua potente voce. Il suo ultimo

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album “Rewend”, arrangiato da Cemil Qocgiri, aveva guadagnato grandi consensi dalle autorità musicali. Allo stesso modo Kinan Azmeh, uno dei nuovi nomi del jazz e della musica sperimentale che avevano lavorato con la Morgenland All Star Band anima l’album con il suo clarinetto. Inoltre, musicisti importanti come Yılmaz Yes˛ilyurt, Manuel Lohnes, Susanne Hirsch, Babak Massali e Fardin Lahourpour prendono parte a questo album. Le registrazioni generali dell’album di Cemil Qoçgiri & Tara Jaff - “Tembur & Harp” sono state condotte in uno dei migliori studi in Germania, lo Studio Tonmeister di Magonza ed è disponibile presso le piattaforme digitali e negozi di musica sotto l’etichetta Sony Music Classical.


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