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mensile Anno 3 n°28 aprile 2014 € 0,00

do l a t s Ca o c le” i l e n r e u m Do erm Fig P “Lab

Suonare@Folkest LabPerm Figurelle Fiera Internazionale della Musica Breiz Ha Rock La Carovana Balacaval

Celtic Connections Martina Catella Voci per la libertà Lyonesse Mimmo Epifani


Sommario

n. 28 - Aprile 2014

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

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Suonare@folkest 2014

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Régis Huiban

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FIM 2014: un mondo di musica a Genova

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Figurelle

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Folhas

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La Carovana Balacaval

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Domenico Castaldo (LabPerm Figurelle)

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Voci per la libertà

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Deezer partner del Pistoia Blues

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Breiz Ha Rock

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I Lyonesse e le origini del folk in Francia

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Y’akoto e Erlend Oye per il Fuoriluogo festival

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Eventi

Cronaca

Interviste

Recensioni

Argomenti

di Loris Böhm

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e anticipazioni sulla Fiera Internazionale della Musica di Genova sono la parte principale di questo numero di aprile anche considerando l’importanza strategica che sta assumendo questa manifestazione in ambito nazionale. Noi di Lineatrad puntiamo molto su questa Fiera, dal momento che siamo media-partner ufficiali e saremo presenti con uno stand di tre metri al suo interno, in quel padiglione progettato da Jean Nouvel, appena costruito: davvero uno degli spazi più affascinanti esistenti in Italia a livello fieristico. Se tutto va bene, se l’affluenza dei visitatori sarà adeguata, sarà confermato come lo spazio per gli anni a venire, per questo ambiziosissimo FIM, creatura di Verdiano Vera. Con lui stiamo valutando di ampliare gli spazi a disposizione per la musica folk, sia a livello di operatori che di esibizioni dal vivo... praticamente dovrebbe diventare un Womex italiano (quando il vero Womex ha sempre snobbato la nostra penisola, pur così ricca di tradizioni musicali).

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Sarebbe uno schiaffo a chi non ha creduto nella nostra nazione, e forse anche al Medimex, che non sarebbe più l’unico evento fieristico italiano per quanto riguarda la musica world... almeno potremo vantare anche al nord una vetrina internazionale senza dover accettare le clausole un po’ campanilistiche della Regione di Vendola! Nell’ambito di questo evento del 1617-18 maggio promuoveremo un neo folk club genovese che manca da ormai troppi anni (1998). Creeremo un circolo cercando accuratamente di evitare gli errori madornali che sono stati fatti per il Folk Club Oltremare... naufragato dopo neanche tre anni di esistenza per conflitti di competenza. Sono al corrente che a Genova la situazione è ambigua: da un lato esistono tante associazioni che più o meno si arrangiano per organizzare concerti folk, e spesso chi è chiamato a suonare ha unico merito di essere amico di tizio o caio, spinto da “personaggi influenti” e la meritocrazia derivante da una selezione artistica non esiste.

Buskers

Editoriale Il principio di questo folk club dovrà essere quello della coerenza programmatica dove non esistono corsie preferenziali per i furbetti che si attaccano per ottenere spazio. Perdonatemi lo sfogo ma in tanti anni ho visto crollare tante possibilità di rilancio della musica folk a Genova (e nel resto d’Italia) solo perchè gli interessi personali di chi sta nella “stanza dei bottoni”, lo rendono sordo e muto nei confronti di chi offre la propria collaborazione per la crescita comune. Ne ho anche parlato durante una recente intervista su Odeon TV che andrà in onda alla fine di aprile. Ecco il motivo per cui ritengo necessario un ambiente favorevole agli scambi cultural-musicali senza secondi fini. In questo numero abbiamo tante recensioni italiane, non a caso in questo periodo ci sono le votazioni per il “Premio Nazionale Città di Loano per la musica tradizionale 2013”... e molti si svegliano in aprile dopo mesi di letargo per promuovere il loro nuovo album: per me è un improvviso superlavoro


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20 anni di Celtic Connections

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Kay McCarthy

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TaranProject

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Incontro con Martina Catella, Direttrice Glotte-trotters

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Le ninfe della tammorra

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Mimmo Epifani

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Gianni Pellegrini

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Ludmilla Tree

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Sossio Banda

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ASCOLTATE SU RADIO CITTA’ BOLLATE www.radiocittabollate.it la trasmissione An Triskell ogni GIOVEDÌ alle ore 21:30

LINEATRAD

è la tua “nota” positiva che avrei preferito affrontare gradualmente nel corso dell’anno, ma per correttezza devo dare spazio anche ai “cacciatori di trofei”. Il resto della rivista sarà occupato prevalentemente da programmazioni e cronache di eventi, tanto per far capire che nonostante la crisi la musica è viva, grazie anche a Lineatrad. Questo mese, considerando che abbiamo raggiunto la cifra record di 60 pagine, abbiamo rinunciato a pubblicare una bella ricerca di Pietro Mendolia ed è saltata la rubrica buskers; vorrà dire che a maggio ne faremo ammenda. Considerando che la Fiera Internazionale della Musica di Genova cade proprio a metà di maggio, durante quella settimana ben pochi di noi avranno il tempo di gestire Lineatrad, al di fuori della Fiera, per cui la pubblicazione slitterà dopo l’evento, la settimana dal 19 al 25, per descrivere dettagliatamente di tutto quello che sarà successo in quegli intensissimi tre giorni. Voglio infine ricordare a tutti che “Lineatrad” non è solo il nome che ab-

biamo dato a questa rivista elettronica, ma anche un progetto “in progress” per rilanciare la musica folk, e non è necessariamente vincolata da un giornale elettronico per raggiungere il suo scopo. Durante questa fiera ci saranno diversi incontri di lavoro per programmare il futuro del “progetto Lineatrad” anche “a prescindere” dal formato elettronico... ma è troppo presto per parlarne con dovizia di particolari: sicuramente qualcosa succederà ma sono tante le idee da mettere sul piatto e tante le proposte ricevute al vaglio... per cui decidere quale iniziativa portare avanti, richiede un esame approfondito di fattibilità. Per finire mi sembra evidente, per chiunque voglia partecipare attivamente, o semplicemente sia curioso di saperne di più, la necessità di non mancare all’appuntamento del 16-1718 maggio alla Fiera internazionale di Genova per il FIM, dove si scriverà il futuro della nostra rivista e anche, ne sono convinto, del futuro della musica folk in Italia. ❖

www.lineatrad.com

www.womex.com/virtual/lineatrad ANNO 3 - N. 28 - Aprile 2014 via dei Giustiniani 6/1 - 16123 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm - direttore@lineatrad.com Consulente alla Direzione: Giovanni Floreani - info@musicistieattori.com Responsabile Immagine e Marketing: Pietro Mendolia - e-mailanova@tiscali.it Responsabile Ufficio Stampa: Silvio Teot - silvioteot@alice.it Hanno collaborato in questo numero: Fulvio Porro, Giustino Soldano, Muriel Le Ny, Gloria Berloso, Massimo Losito, Marcello De Dominicis, Agostino Roncallo, Giordano Dall’Armellina Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

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Cronaca SUONARE@FOLKEST 2014 UNA SELEZIONE INFINITA

A Loano si è svolto, il 4 aprile, l’ultimo atto della selezione nazionale per suonare a Folkest

di Loris Böhm

Simona Colonna sorridente prima dell’esibizione, forse pregusta la vittoria finale... le “masche” non sono state evocate, la bravura è bastata!

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na selezione per “suonare@ folkest” non è mai da considerarsi una banalità o una routine annuale faticosa. Anche quest’anno il rito di Loano presupponeva la partecipazione di tre gruppi finalisti, scelti da una preselezione di circa una settantina di gruppi candidati... alla faccia di chi pensa che la musica folk stia morendo. Una pre-selezione così severa doveva per forza proporre in ballottaggio finale tre formazioni di tutto rispetto... come gli anni passati; e così è stato. Anche questa volta un solista virtuoso e pieno di carisma con il suo strumento (Simona Co-

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In un angolo il rollup di Lineatrad ha anche una funzione di “separé” per gli strumenti depositati dai contendenti...

lonna), un gruppo smaliziato estremamente versatile capace di suonare una quantità di strumenti con eguale bravura e capace di trascinare il pubblico in danze sfrenate (i Folkamiseria) e un gruppo emergente che faceva dell’innovazione e del singolare connubio fra teatro e canzoni dialettali la sua arma migliore (LabPerm Figurelle). In questi casi di solito vince la prudenza, la consapevolezza che bisogna accontentare il pubblico che assiste agli spettacoli di Folkest. In certi casi la scelta meno coraggiosa si rivela quella più saggia, per il semplice fatto che il pubblico è soddisfatto quando è libero

da vincoli dettati dal “capire quello che si sta ascoltando”; al pubblico piace riconoscere immediatamente quello che si sta ascoltando, eseguire con malcelata sicurezza passi di danza sul “circolo circasso” o su scontate polke o scottish. I problemi insorgono quando all’aspirante “esperto” di folk gli si propone una intelligente mistura di teatro e improvvisazione (spesso studiata a tavolino), accompagnata da improbabili strumenti suonati in maniera non sempre “etnomusicologica”. Il rigore e la pulizia di esecuzione non sempre sono indice di genialità e conseguentemente di successo


Cronaca

Fotogrammi di una esibizione vincente e convincente. A volte gli ingredienti semplici servono.

artistico, per quanto riguarda la musica folk... Questo se ne sono resi conto il gruppo LabPerm Figurelle. L’anno prima, come ben sapete, il gruppo Folhas aveva peccato di ingenuità e superficialità, pur dimostrando enormi potenziali e

tanta fantasia... per cui i difetti di impostazione in scena li hanno relegati all’ultimo posto: non ci si può permettere superficialità nel collegare l’impianto di amplificazione. Viceversa il LabPerm quest’anno è stato tremendamente meticoloso nel provare tutto il pomeriggio il

repertorio... a volte anche modificandolo in extremis per renderlo più enfatico e convincente. Simona Colonna non aveva bisogno di lunghe prove ovviamente, ma i Folkamiseria hanno invece indispettito la giuria per essersi presentati alle

Il gruppo eliminato, Folkamiseria, non ha nulla da rimproverarsi: tanti strumenti, tante tradizioni esplorate, tanta abilità, ma poca innovazione

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Cronaca

Il gruppo Folkamiseria dopo la “sentenza” si consola con un bis che ha coinvolto una quantità di danzatori. Applausi e dischi venduti per loro

prove con grave ritardo e con una sin troppo veloce regolazione dei volumi. La scusa presentata (i loro orari di lavoro del venerdì) non hanno convinto molto: anche io lavoro al

Il Direttore Responsabile di Folk Bulletin, Roberto Sacchi, mentre annuncia i vincitori

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venerdì ma mi sono preso mezza giornata di ferie per il viaggio e la possibilità di presenziare all’evento, senza pretendere rimborsi o cercare scuse. Comunque oltre alla questione prettamente “etica” ha pesato, per i Folkamiseria, una esibizione sul palco troppo “di maniera”. Un repertorio di brani tradizionali troppo conosciuti, la mancanza di novità abbinata a un esagerato sfoggio di tradizioni e stili. Personalmente posso definirli estremamente abili a maneggiare gli strumenti, ma hanno un sapore così “anni 80”, così lontani dal folk contemporaneo ricco di sperimentazioni e soprattutto così privi di una diversità rispetto a centinaia di gruppi folk revival ascoltati in passato. Questa loro caratteristica ha convinto la giuria a scartarli. In ogni caso per loro un successo l’hanno ottenuto dall’applauso del pubblico, che ha apprezzato i bis finali, e molti hanno danzato alla loro musica... infine si dice che in serata hanno venduto una quindicina di dischi che non è male per i tempi che corrono. Sono scesi dal

palco comunque soddisfatti perchè consapevoli che il pubblico era dalla loro parte (e credo che ovunque lo sarà). Ma torniamo al contest: la vittoria finale è andata a Simona Colonna, che si è aggiudicata sia la presenza a Folkest 2014 che la presenza ad una trasmissione di Radio1Rai. Abbastanza scontata la preferenza su Simona per il semplice fatto che in radio è molto più gestibile una performance solista che una di gruppo... soprattutto se il gruppo fa uso di teatro come i LabPerm. Infatti i LabPerm Figurelle, con il loro secondo posto, si aggiudicano comunque la presenza a Folkest 2014, e siamo convinti che se lo meritano, se non altro per la meticolosità e la freschezza con cui creano questi brani “narrativi”. Anche questa volta è andata: Folkest ha avuto il meglio che si poteva trovare in circolazione, e siamo certi che il suo pubblico apprezzerà la volontà degli organizzatori di cercare sempre soluzioni adatte allo scopo, meticolosamente, senza compromessi ne approssimazioni. ❖


Recensioni FIGURELLE: IL DISCO di Loris Böhm

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a che diavolo è questo “Laboratorio Permanente Figurelle”? No, nessuno è in grado di identificarlo: vive di luce propria, vive di riflesso, vive di umanità. Il LabPerm non si occupa di storia (non sono etnomusicologi), non si occupa di previsioni future (non sono profeti neofolk), non si occupa di politica (non sono kombatfolk), ben presto ci rendiamo conto che quello che vediamo (perchè loro sono attori) e quello che sentiamo (perchè loro sono cantanti) e le storie che sentiamo (perchè loro sono

cantastorie), sono il nostro riflesso: siamo noi. Le sonorità tradizionali sono solo prese in prestito, come il dialetto napoletano, ma il progetto LabPerm riguarda essenzialmente l’autoironia di un popolo su se stesso, napoletano in primis, che diventa caricatura e appunto “figurella”. Non interpretazione dunque, non creazione, ma riscrittura totale del pentagramma e delle potenzialità vocali che denotano una genialità dissacrante. Canzoni di loro composizione, immediatamente fruibili da chiun-

que: la novità risiede nella semplicità, cosa più difficile da creare. Non c’è bisogno di un traduttore, non c’è bisogno di uno psicologo o di un ricercatore scientifico: tutti possiamo capire e fruire di questa loro esibizione... abilissimi attori carichi di espressività, con movenze e scene riconducibili alla vita quotidiana, raccontano storie credibili, le mettono in musica, e il risultato finale è una performance assolutamente coinvolgente. Li ho visti in anteprima su youtube e la sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di assolutamente unico mi ha invaso; li ho ammirati dal vivo alle selezioni suonare@folkest e la sensazione è diventata certezza... ora che ascolto il loro disco, ultimo baluardo da superare per la laurea finale (un conto è vedere, un conto ascoltare e basta!) mi rendo conto che sono stati capaci di trasformare le emozioni visive in espressioni vocali, narrativa assecondata dalla strumentazione tradizionale. Le parti parlate descrittive, in definitiva, sono integrate nel disco a sostituire quello che non si può vedere, come novelli cantastorie. Attenzione! Non si può ascoltare distrattamente questo disco, mentre si è intenti a fare altre cose... si perderebbe quasi tutto il divertimento, l’essenza stessa del loro lavoro. Provate a darmi ascolto e dedicare tre quarti d’ora ai LabPerm Figurelle, ne rimarrete estasiati sicuramente. Leggete i testi delle loro canzoni, andateli infine a vedere in Friuli a Folkest quest’estate... perchè anche l’occhio vuole la sua parte!! ❖

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Interviste RICERCA SULL’ARTE DELL’ATTORE OVVERO LABPERM FIGURELLE

Teatro e musiche tradizionali si incontrano per creare uno spettacolo senza tempo, con attori-figurelle, musicisti-recitatori di Loris Böhm

I LabPerm in azione a Loano. Nessuno è marginale, tutti hanno un ruolo e un messaggio da dare

Vorrei partire da lontano con questa intervista a Domenico Castaldo, frontman del gruppo. Il Labperm come progetto “arte dell’attore” è nato già definito con tutte le caratteristiche attuali oppure col tempo si sono aggiunte idee nuove che hanno modificato in qualche modo gli esordi?

Il LabPerm ha iniziato la sua carriera di formazione, ricerca e produzione nel 1996; da allora ha attraversato molte fasi, che, per fortuna, hanno portato ad una evoluzione nelle potenzialità del gruppo e dei leaders. Quest’ultimo lavoro (Figurelle) ne è un esempio: utiliz-

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ziamo l’esperienza di ricerca sulla musicalità del e nel corpo del performer per applicarla a testi, musiche e azioni teatrali. E’ un prodotto musicale che parte dal corpo come strumento –questa peculiarità è, sin dagli esordi, lo scopo della nostra ricerca- eppure le declinazioni e gli orizzonti che ci si rivelano sembrano inesauribili. Secondo me si sta materializzando un processo di cambiamento della “prestazione artistica” per quanto riguarda il concerto in ambito acustico-tradizionale, anche folk. Prima

i ruoli erano ben definiti: il musicista utilizzava il suo estro per produrre suoni facilmente riconoscibili con canoni di stile e genere musicale. Ogni strumento musicale era un semplice mezzo per comunicare ed esistevano vincoli e regole nel loro utilizzo. La voce assecondava lo strumento e viceversa, in perfetta armonia. Da qualche tempo si incomincia a pretendere sempre più dalla propria voce, si spreme lo strumento come se finora ci fosse stato un “timore di consumarlo troppo”... ed ecco che il teatro, l’enfasi, lo stupore diventano protagonisti nell’esibizione. Il pubblico gradisce molto l’autoironia, la sorpresa


Interviste

di un brano musicale mai banale, e molti artisti si stanno “convertendo” a questo modo di far musica, teatralmente. Ci sono infinite combinazioni da sperimentare?

La sperimentazione ha sempre offerto esperienze estreme, in cui gli artisti hanno “bruciato” i limiti dei loro strumenti vocali e musicali (ne sono esempio Yma Sumac, Demetrio Stratos, Diamanda Galas e altre centinaia). Credo che ci siano combinazioni infinite da sperimentare, finché gli artisti coltiveranno la loro libertà immaginifica, unita ad una chiara osservazione della società nella quale viviamo, oltre alla tecnica individuale. Torniamo alla vostra performance di Loano, nell’ambito di suonare@ folkest. Sapete che quando si tratta di scommettere, un giudice che deve scegliere un gruppo da presentare ad una vasta platea come quella di Folkest, deve essere soprattutto concreto, deve restare su binari facilmente percorribili e deve puntare su musicisti in grado di essere apprezzati da una larga maggioranza di pubblico... in caso contrario ne risentirebbe il prestigio della manifestazione creando un danno con-

siderevole all’organizzazione dell’evento. Eravate convinti di vincere oppure pensavate che un gruppo rodato come i Folkamiseria, in grado di suonare qualsiasi cosa con qualsiasi strumento, in definitiva in grado di soddisfare tanto pubblico, vi poteva “scavalcare”? Dando quasi per scontato che la talentuosa solista Simona Colonna aveva grosse chances di vittoria?

Siamo venuti a Loano sicuri soltanto della nostra proposta e della generosità con cui siamo soliti offrirla, contenti di competere con artisti di alta qualità. Abbiamo lavorato per il meglio nella prospettiva che potesse essere riconosciuto. Siamo stati contenti che così sia avvenuto. La vittoria e la sconfitta però sono parte del gioco, aprono o chiudono porte entrambe. Siamo abituati in un caso e nell’altro a procedere: gli artisti sono il cuore della società…se si fermano… La competizione non deve sminuire la competenza. Si va dal teatro quasi puro con “Duel” (Laurent Cirade, Paul Staïcu) in cui le gags comiche hanno il sopravvento sull’indubbia abilità dei

protagonisti, ai 2Cellos (Luka Sulic, Stjepan Hauser) dove il puro virtuosismo e la perfezione hanno il sopravvento sulla comicità di certe situazioni. Si tratta di coppie provenienti dall’est europeo, mentre voi siete numerosi, vi appoggiate alla tradizione napoletana e la sua liricità sferzante. Siete più cantastorie che musicisti puri?

Il nostro mestiere è di attori ed attrici, nel senso di persone capaci di intervenire con competenza e libertà in diversi campi dell’arte dal vivo; lasciamo dunque a chi ci vede la migliore definizione. Cantastorie è un bel modo di presentarci, ed è un importante ruolo sociale, se si pensa ai Griot africani e agli aedi greci. La citazione della tradizione napoletana (che è realmente nelle mie radici n.d.a.) è stata un pretesto per la sequenza di brani selezionati per la serata di Loano, in altre scalette passa in secondo piano. I vostri testi sembrano banali ma racchiudono situazioni davvero imbarazzanti per il popolo italiano, luoghi comuni che si cerca di dimenticare ma vanno denunciati, e voi lo fate in

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maniera cruda ma allo stesso tempo non offensiva. Avete un segreto per comunicare al pubblico le vostre emozioni, i messaggi?

Il solo segreto è una grande dedizione al lavoro. Si studia per ore e si cerca la maniera più semplice e diretta per comunicare con chi ci ascolterà. Solo così un messaggio articolato viene veicolato attraverso parole semplici, come frecce, lanciate con un’intenzione chiara e un bersaglio preciso. Non era per niente scontato il vostro successo a Loano, ma voi avete sovvertito i pronostici con la freschezza, la tenacia, la precisione di interpretazione. Ricordo che solo voi avete provato il repertorio tutto il pomeriggio senza pausa, anzi addirittura, se ho capito bene, modificando parte dell’esibizione. In quale misura durante lo spettacolo improvvisate, e in quale invece recitate una parte già scritta?

Nessuna parte è improvvisata, i nostri brani vengono costantemente provati perché gli artisti in

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Interviste

essi si muovano con la libertà e la freschezza che avete notato (e ne siamo contenti). Sì, provare per noi è il modo migliore per attendere una performance: accorda le varie anime del gruppo. Le aggiunte di quel pomeriggio erano dettagli, frutto della incessante messa a punto…si dice che ogni ripetizione deve portare ad almeno 5 secondi di novità all’opera, altrimenti questa rischia di morire. Vi attende una calda estate concertistica, e credo che sia in preparazione un nuovo lavoro discografico... mi sbaglio?

Non sbagli, ci stiamo lavorando con pertinacia! I festival italiani sono quasi tutti in crisi economica e devono stare attenti a chi invitare tra le molteplici proposte artistiche che arrivano da tutto il mondo. Ormai le agenzie non esistono quasi più e le lunghe tournee che ammortizzavano le spese sono quasi un ricordo. Un gruppo come il vostro come

può affrontare questa situazione in attesa di tempi migliori?

Credo che sia fondamentale guardare oltre i limiti le possibilità di questo momento, i tempi migliori non vengono da soli, occorre prepararli e scongiurare il peggio. E’ molto importante proporre al pubblico un prodotto che lo sappia stupire, che sappia offrire una opportunità di pensiero, di realizzazione, oltre l’individualismo e l’esibizione d’abilità. Credo che artisti, organizzatori, critici debbano unirsi per ricostruire le vie dell’arte italiana, con coraggio e lungimiranza. Se non ci fosse stata la crisi del teatro probabilmente non ci saremmo mai iscritti al Folkest, e non avremmo inventato il linguaggio che a Loano avete premiato per l’originalità. A volte più della crisi limita la paura. Vi ringrazio per il tempo che avete dedicato a Lineatrad. Credo che seguiremo gli sviluppi della vostra carriera, che immagino ancora ricca di novità per gli appassionati. ❖


Eventi

Giovedì 8 maggio, ore 20:30 - Venerdì 9 maggio, ore 20:30 Sabato 10 maggio, ore 20:30 GENOVA - TEATRO DELLA CORTE Piazza Borgo Pila 42, tel. +39 010 5342300

ACOUSTIC NIGHT 14

Le Nuove Generazioni

BEPPE GAMBETTA - AOIFE O’DONOVAN RUSHAD EGGLESTON - MIKE WITCHER Prevendite a partire dall’8 aprile presso i botteghini del Teatro della Corte e del Teatro Duse di Genova e su www.happyticket.it e www.vivaticket.it

Il sottotitolo della quattordicesima edizione di Acoustic Night  chiama direttamente in causa Le nuove generazioni. E giovani musicisti che si stanno affermando nel mondo saranno gli ospiti  di Beppe Gambetta all’ormai tradizionale appuntamento di maggio con l’universo artistico della musica acustica. Il tema nasce dalla voglia d’indagare le nuove vibrazioni che provengono da una generazione cresciuta nell’ambito di un mondo globale, caratterizzato dalla facilità di mescolare le esperienze e d’incontrare (anche solo virtualmente) artisti di altre culture. “La storia ci insegna - sottolinea Beppe che ogni nuova generazione ha prodotto talenti e generi musicali che hanno segnato il suo divenire: l’energia creativa è venuta da diverse componenti culturali e sociali, ma si è sempre espressa al massimo nel talento e nella passione dei musicisti più giovani”. In un’epoca caratterizzata da un grande dinamismo tecnico e comunicativo è importante anche solo porsi questa domanda: la musica delle nuove generazioni ha in sè la forza di produrre cambiamenti positivi come è accaduto nel passato? Acoustic Night 14 si alimenta di questo interrogativo e va alla ricerca della possibilità di andare oltre il vuoto culturale dei “talent shows”, in cui l’apparire conta più della passione e della poesia, e dove troppo sovente domina il modello della sottocultura televisiva per cui l’arte si vive per diventare una “star”. Sul palcoscenico del Teatro della Corte, nella sua consueta veste di artista, conduttore e produttore, Beppe Gambetta aprirà una finestra su un gruppo internazionale di giovani artisti indipendenti che si sono affermati in un mondo lontano da quello del puro show- business. Sarà la proposta di un itinerario inteso a mettere in luce i nuovi talenti e le nuove tendenze, attraverso un dialogo che si preannuncia emozionante e coinvolgente: il californiano Rushad Eggleston è un grande virtuoso del violoncello, ha esplorato l’espressività dello strumento portandola fino a limiti estremi nella tecnica e nel repertorio. Artista eclettico e stravagante, ha un’ energia trascinante e una straordinaria capacità di connettere con il pubblico. La cantautrice Aoife O’Donovan proviene da una famiglia di artisti della scena di Boston. Artista affascinante dalla voce raffinata, ha un forte carisma sul palco e ha già al suo attivo collaborazioni stellari e riconoscimenti internazionali. Mike Witcher da San Francisco è l’astro nascente della chitarra Dobro (chitarra a risonatore), costantemente on the road con diverse formazioni, sta portando il suo strumento a nuovi livelli di eccellenza. ❖

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Interviste CONCERTO BREIZH HA ROCK “ESKEMM”

Dalla Bretagna Lorient: Salle Cosmao Dumanoir 15 marzo 2014 di Giustino Soldano e Muriel Le Ny

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uando si dice che il mondo è piccolo! Sfogliando alcuni numeri di Lineatrad scopriamo con piacere che Agostino Roncallo, uno dei collaboratori della rivista, non solo è appassionato come noi di musiche dell’area celtica, ma condivide anche le stesse amicizie con alcuni artisti della scena bretone. Tra questi, Cedric Le Bozec e Soïg Siberil, che abbiamo rincontrato a Lorient, lo scorso 15 marzo in occasione del concerto “Eskemm”. Avevamo già letto sul numero 24 di Lineatrad la recensione di Agostino Roncallo sull’omonimo CD ed eravamo curiosi d’assistere a questo concerto invernale per vari motivi. Volevamo innanzitutto cogliere le differenze rispetto al precedente CD: BREIZH HA ROCK “IN LIVE” e al corrispondente concerto cui avevamo assistito nell’estate del 2012, sempre a Lorient, in occasione della regata velica Volvo Ocean Race. Ci interessava poi conoscere la nuova formazione in cui Pat O’ May, impegnato in altre tournée, è stato sostituito da un altro chitarrista. Il concerto si è tenuto alla Salle Cosmao Dumanoir, una sala capace di contenere settecento posti, che si trova a qualche centinaio di metri dallo stadio ed è stato organizzato dall’associazione Emglev Bro An Oriant, nell’ambito sia del Festival invernale Deizioù, del quale abbiamo già parlato in un precedente numero di Lineatrad, sia in occasione dei festeggiamenti per il Saint-Patrick che prevedevano numerose animazioni dal 15 al 17 marzo che hanno avuto il sostegno del Comune di Lorient, gemellato con la città irlandese di Galway.

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Interviste Cedric Le Bozec

un folletto sul palcoscenico al ritmo delle musiche; un miglioramento, a nostro avviso, rispetto al precedente concerto che avevamo visto, nel quale Cedric ci era parso molto statico nella classica figura del direttore d’orchestra. Abbiamo ascoltato e osservato con attenzione il nuovo elemento dell’orchestra: Xavier Géronimi alla chitarra elettrica. Uno stile il suo, ben differente da quello del predecessore Pat O’ May con minor utilizzo delle distorsioni e dei virtuosismi, con un impatto meno accentratore e un migliore accordo con gli altri strumenti, senza nulla togliere ovviamente alla bravura di Pat. Gli altri solisti sono rimasti gli stessi della precedente formazione: Soïg Siberil alla chitarra elettroacustica, Xavier Soulabail al basso, Fred Moreau alla batteria e Jean Marc Illien alle tastiere e al campionatore. Nell’insieme il concerto ci ha soddisfatto e abbiamo notato un migliore dialogo tra i differenti strumentisti rispetto al passato a tutto beneficio di una maggiore armonia nelle esecuzioni. A fine concerto abbiamo intervistato Cedric e Xavier Géronimi per confortare o meno le nostre impressioni. Vi riportiamo qui alcuni passi principali dei loro interventi. Cedric, abbiamo notato un bel po’ di cambiamenti rispetto al precedente CD, puoi dirci qualcosa a proposito?

La prima impressione che abbiamo ricevuto nell’ascoltare il concerto è stata quella di aver apportato una serie d’innovazioni rispetto alle precedenti esibizioni. Innanzitutto un utilizzo diverso delle cornamuse, delle bombarde e delle percussioni, sia nel numero degli elementi sia come tipo d’interventi differenti dalla classica “bagad” dando maggior rilevanza a singoli musicisti o a piccoli gruppi o a tutto l’insieme dell’orchestra, acquistando maggior equilibrio nelle sonorità.

Ci è sembrato inoltre di ascoltare uno stile rock più pronunciato ma meno hard, ben conciliante con le melodie tradizionali e capace comunque di trascinare il pubblico che, oltre ad aver danzato, ha premiato con numerose ovazioni le varie esecuzioni. Ci è particolarmente piaciuta la performance di Cedric Le Bozec che oltre a dirigere l’orchestra, ha suonato meravigliosamente la cornamusa scozzese. Abbiamo apprezzato poi il suo muoversi come

È vero, c’è stata un’evoluzione nel concepire la seconda composizione. Nella prima abbiamo utilizzato le bombarde e le cornamuse che rispondevano tra loro nel sistema tradizionale tipico di una bagad; questa volta abbiamo cercato di farle suonare come in un gruppo unico, un ensemble; non è semplice anche perché non possiamo riunire frequentemente tutti i musicisti, che tra l’altro suonano anche in altre formazioni e in alcune bagadoù a Locoal-Mendon, Quimper, Saint-Brieuc, per fare

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Interviste SoĂŻg Siberil

Xavier GĂŠronimi

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Interviste Jean Marc Illien

nostri concerti. Probabilmente in futuro avremo uno scenografo che perfezionerà la messa in scena. Hai già in previsione altri concerti?

Dovremmo fare qualcosa entro maggio, inoltre Breiz Ha Rock è partner di un’associazione contro la mucoviscidosi di Callac nelle Côtes-d’Armor; il 28 giugno ci sarà una corsa ciclistica con settemila partecipanti e un concerto il pomeriggio e sono previsti diecimila spettatori. Ci sarà la possibilità di scaricare la musica del Breiz Ha Rock e i fondi raccolti andranno a beneficio dell’associazione per la mucoviscidosi. Ci accennavi prima ad un prossimo progetto. Hai in mente un terzo CD?

Sì, dovrebbe essere per il 2015 ed ho già qualcosa in mente; fortunatamente le idee non mi mancano. Ringraziamo e salutiamo Cedric e passiamo ad intervistare Xavier Géronimi, bretone e con qualche discendenza corsa. Xavier, potresti parlarci della tua esperienza musicale?

delle prove in continuazione e ci avvaliamo quindi delle registrazioni di Jean Marc Illien, che è anche l’arrangiatore principale di Breiz Ha Rock. Non siamo ancora alla perfezione ma stiamo facendo del nostro meglio per riuscirci e speriamo di avere ottimi risultati in un prossimo progetto. L’altra difficoltà si presenta prima delle registrazioni, fase in cui si devono conciliare le diverse frequenze e i volumi degli strumenti che non si possono cambiare durante le registrazioni.

Abbiamo notato che sei più dinamico sul palcoscenico e che guardi più spesso il pubblico; è un modo di fare studiato?

In parte sì, ma è anche molto spontaneo perché mi sento trascinato dal gruppo e inoltre sento di condividere le mie emozioni con il pubblico e gli altri musicisti con i quali a mia volta cerco di scambiare le mie sensazioni. Cerco anche di perfezionare i movimenti di tutto il gruppo guardando e riguardando le foto e i video dei

È un po’ difficile da riassumere poiché ho collaborato con moltissimi artisti; ho suonato per molto tempo con Étienne Daho, poi con Alain Bashung, col gruppo Indochine, con Alan Stivell. Ho inciso diversi album anche con altri artisti bretoni come Denez Prigent. Ho anche in progetto un album con uno dei Frères Guichen, JeanCharles. Quindi non suoni solo rock?

Certamente no, suono con diversi stili, dal rock alla musica bretone, al varietà; fortunatamente nella musica tutto è permesso. Da quanto tempo suoni con Breiz Ha Rock e come li hai conosciuti?

Sono con loro solo da qualche giorno ed ho diversi amici tra i vari membri. Sono amico anche con

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Interviste Xavier Soulabail

Pat O’ May. È stato Jean Marc Illien, il tastierista, a contattarmi ed eccomi qua. Immaginiamo quindi che sei contento di esibirti in questo gruppo. Abbiamo notato che hai uno stile diverso rispetto a Pat sia nel suonare la chitarra sia nel muoversi sulla scena; Pat, mentre suona, salta da un lato all’altro come un grillo mentre tu rimani più sul posto.

Certamente, anche se devo ancora adattare meglio la mia presenza sulla scena; d’altronde è il mio primo concerto con loro. Abbiamo però notato che te la cavi benissimo e abbiamo apprezzato che il suono della tua chitarra non prevale su quello degli altri strumenti ma è in equilibrio con loro. Spesso in altri concerti abbiamo la sensazione poco gradevole di sentire alcuni strumenti con un volume troppo alto coprire quello degli altri. Qui ci è sembrato tutto in armonia.

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In effetti, il suono era abbastanza equilibrato nonostante che l’acustica della sala non sia eccezionale. Ho cercato, da parte mia, di fare il meglio. Senz’altro le pros-

sime volte andrà in modo più soddisfacente. Ringraziamo anche Xavier ed abbandoniamo la sala visto che è molto tardi e stanno chiudendo le porte. ❖

Suonatrice di Cornamusa


Recensioni RÉGIS HUIBAN: LE TRAIN BIRINIK di Giustino Soldano e Muriel Le Ny

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égis Huiban è un talentuoso fisarmonicista trentanovenne che suona “l’accordéon chromatique” dall’età di nove anni. Negli anni ottanta, ancora studente, si esibisce spesso in feste danzanti, in cui suona valzer e tanghi. Nel 1990 una prima svolta importante lo avvicina alla musica bretone grazie all’incontro con Julien Le Mentec ai tempi suonatore di bombarda, percussionista e ballerino nel Cercle di Croisty nel Morbihan. Decide quindi di abbandonare gli studi e dedicarsi completamente alla musica. Dopo aver seguito dei corsi di bombarda e di musica tradizionale alla E.N.M. : Scuola Nazionale di Musica di Lorient, continua a suonare la fisarmonica in diversi gruppi. Nel 1997 una seconda svolta nel suo percorso artistico: fa la conoscenza di Roland Becker e apprende nuovi modi di suonare come quelli del music-hall e l’improvvisazione musicale, stile che perfeziona successivamente in due corsi specifici a Rennes e a Parigi. In seguito si dedica anche alla musica jazz che suona insieme a Becker e al chitarrista Philippe Gloaguen. Oggi fa parte di diverse formazioni con le quali si esibisce in occasione delle festoù-noz o in altri spettacoli, utilizzando diversi generi musicali, senza dimenticare comunque quelli tradizionali. Noi l’abbiamo conosciuto qualche anno fa, durante alcune serate nelle quali suonava con i gruppi dei Wipidoup e degli Skolvan. Recentemente siamo tornati in contatto con lui e abbiamo appreso dell’uscita di questo nuovo album dal titolo “Le Train Birinik” nel quale si esibisce con il gruppo jazz denominato “Régis Huiban Quartet” fondato alla fine del 2002 insieme agli amici di lunga data: Julien Le Mentec al contrabbasso, Philippe Gloaguen (chitarrista dei Wipidoup) e Loïc Larnicol alla batteria.

Le Train Birinik, uscito nel 2013, è il terzo di una trilogia di album dedicati ad artisti e temi popolari del passato, verso i quali Régis dedica le sue ricerche. Il primo“Sans sommeil” è del 2005 ed il secondo “1732” è stato prodotto nel 2009. Questo CD ripercorre musicalmente il tragitto di un treno che, ai primi del novecento, collegava Pont-l’Abbé a St-Guénolé, nel sud del Pays Bigouden, lungo la costa dove la gente pescava i “birinik” cioè le “patelle”. Tale treno trasportava merci e viaggiatori all’incredibile media di 20 Km/ora ed era frequentato spesso dai turisti che andavano a visitare il faro di Eckmühl.. La prima impressione che si prova nel prendere in mano questo CD, ancora prima di ascoltarlo, è quella di ammirazione per la sua impaginazione. Sul retro della copertina, dalla grafica essenziale e minimale, si trova un libretto con le copie di cartoline, fotografie e immagini d’epoca. Ci sono anche le riproduzioni degli orari e del percorso del treno e le spiegazioni sulle varie fermate nonché alcuni aneddoti. Sfogliando le varie pagine si viene proiettati indietro nel tempo e, per quelli della nostra generazione, si ha la sensazione di rivivere i momenti in cui si viaggiava col treno a vapore

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Recensioni

e ci sembra di risentire nelle narici l’acre odore del fumo della locomotiva. L’album è composto da sette brani composti da Régis Huiban e Philippe Gloaguen, ognuno dedicato alle relative stazioni del percorso: Pont-l’Abbé-Ville - Plobannalec - Treffiagat - Guilvinec - Penmarc’h - Kériti - Saint-Gué-Terminus Oltre al quartetto citato in precedenza, sono presenti nell’esecuzione di alcuni brani gli altri musicisti: Julie Bonnafont al violino, Cécile Grenier alla viola, Mathilde Chevrel al violoncello e André Losquin al bugle. I brani tutti strumentali, salvo qualche commento sottofondo, alternano melodie a valzer, gavotte e altre danze tradizionali con uno stile prevalentemente jazz , ma anche con timbriche che rammentano le musi-

che da film o brani tipici del bandoneón argentino o ancora musica da camera soprattutto nell’utilizzo degli strumenti a corde oppure con una ritmica che ricorda la cadenza del treno sulle rotaie, sottolineata dal suono del bugle, come nel terzo brano Treffiagat. Si ascolta e riascolta quest’album molto volentieri senza stancarsi mai, a occhi chiusi immaginandosi a bordo del treno o guardando le immagini del libretto o danzando in compagnia lasciandosi trascinare dalla musica. ❖ Si ringrazia Régis Huiban per il CD e le informazioni forniteci e per averci concesso la riproduzione delle immagini Questo CD è distribuito da Bemolproductions; contatti: contact@bemolproductions.com. Per maggiori informazioni su Régis Huiban e sul suo gruppo, visitare il sito: www.regishuiban.com

FOLHAS: IL DISCO UFFICIALE di Loris Böhm

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na doverosa segnalazione per un disco uscito un po’ in sordina di un gruppo, i giovani biellesi Folhas, non propriamente toccati dalla buona sorte! Già l’anno scorso, in occasione della finale per le selezioni suonare@folkest, vittime di incredibili disavventure nel collegare i propri strumenti all’impianto di amplificazione del teatro, hanno vanificato la loro esibizione e il trampolino per Folkest... poi abbiamo avuto un naturale disinteresse dei direttori artistici di festival e rassegne, che hanno smorzato il loro entusiasmo iniziale, per finire con la recente fuoriuscita dal gruppo di tutta la componente “maschile”... pertanto attualmente in cerca di sostituti per portare avanti il loro progetto concertistico. In questa sequenza di eventi “disastrosi” è venuta alla luce l’opera d’esordio del gruppo: “Papri qua”. Si tratta di un lavoro scanzonato, dove trovano spazio oltre alla ormai celebre “Il pirata delle Cliffs” che è stata lanciata da RaiDemo nel 2013, vero inno dei Folhas, anche altre sette composizioni per un totale di otto brani tutti firmati da loro. Tra i giovani gruppi folk emersi in questi ultimi tempi, loro si possono considerare (vicissitudini a parte) tra i più promettenti: noi di Lineatrad scommettiamo ancora sul loro futuro per il semplice fatto che hanno voglia di continuare e meritano maggiore attenzione da parte della critica specializzata. Andatevi ad ascoltare “Foglia rossa”, “Folhas 35-36”, “J’écoute” “Monoci-

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cli a due ruote”, “Noapte buna”, “Paprika” e il loro già citato pezzo forte, scoprirete che sono depositari di uno stile personale e di una inventiva inusuale visto la loro giovane età. Le melodie ti entrano in testa e non escono più, chiaro sintomo di capacità compositiva non comune Lo dico chiaramente: se il disco fosse opera di un ensemble affermato, scalerebbe le classifiche di ascolto e vendita, ma i Folhas non hanno santi in paradiso e la notorietà se la devono conquistare attraverso il buon senso dei lettori di riviste come Lineatrad. Per questo noi ci considereremo sempre una spanna superiori ad altre riviste come FolkRoots... non tanto per il numero dei nostri lettori, non tanto per il credito che vantiamo, ma perchè diamo spazio ad artisti che FolkRoots non degnerebbe neanche di uno sguardo. https://www.facebook.com/folhas.folk ❖


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Argomenti VOCI PER LA LIBERTÀ UNA CANZONE PER AMNESTY di Fulvio Porro

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una manifestazione promossa dalla Sezione Italiana di Amnesty International e dall’Associazione Culturale Voci per la Libertà. Nasce nel 1998, in occasione del 50° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani, con l’intento di diffonderne i principi attraverso la musica. L’Associazione Voci per la Libertà viene costituita nel 2003 - anno in cui il Meeting delle Etichette Indipendenti di Faenza premia la manifestazione come “Festival dell’anno” - e da allora impegna le proprie energie nella promozione dei diritti umani attraverso la cultura musicale e l’aggregazione giovanile, mantenendo uno spirito che le ha permesso di riunire attorno a sé, nel corso degli anni, un gruppo di volontari in continua crescita. L’Associazione, oltre al concorso, ha dato vita a eventi culturali e musicali in tutta Italia, favorendo l’espandersi di una cultura che, partendo dal cuore, vuole essere un megafono per tutte le voci che hanno davvero qualcosa da dire. Raggiunta una notevole rilevanza a livello nazionale grazie anche ad una crescente copertura mediatica, nel 2010 il festival è stato insignito della Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano,

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ricevendo inoltre un messaggio di stima e incoraggiamento da parte del Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa, Thomas Hammarberg. Le dieci nomination per il Premio Amnesty International Italia 2014 Violazioni dei diritti legati all’emigrazione/immigrazione e violenza contro le donne sono i principali temi delle dieci liriche scelte da Amnesty International Italia e dall’Associazione Voci per la Libertà tra tutte quelle da voi segnalate nell’ambito del Premio Amnesty International Italia 2014. Non mancano le parole di omosessuali, ancora oggi vittime di discriminazione sociale e legislativa, di ebrei, perseguitati atrocemente in un passato troppo recente, e di cittadini semplici che non tollerano più i soprusi. Queste, dunque, le urgenze nei testi delle canzoni che abbiamo cantato lo scorso anno e che fanno parte della discoteca cara ad Amnesty, quella che arriva direttamente al cuore delle persone e le aiuta a capire le ragioni profonde dell’altro, trasformando la diversità una ricchezza e non in una fonte di paura. Ringraziamo Baglioni, Bubola, Cinti, Cristicchi, Gazzè, Ligabue, Radiodervish, Gualazzi, Zero, Stormy Six e Moni Ovadia per le note significative; tra loro una giuria specializzata sceglierà il Premio Amnesty International Italia 2014 che avrà l’onore di chiudere l’edizione che si terrà a Rosolina Mare (Rovigo) dal 17 al 20 luglio.

La giuria specializzata: Giò Alajmo (Il Gazzettino), Luca Barbieri (Corriere del Veneto), Alessandro Besselva Averame (Rumore), Francesca Cheyenne (RTL 102.5), Paolo De Stefani (Centro diritti umani dell’Università degli Studi di Padova), Enrico Deregibus (giornalista freelance), Gianmaurizio Foderaro (Radio 1), Fabrizio Galassi (Istituto Europeo di Design, Premio Italiano Videoclip Indipendente), Giorgio Galleano (Rai 3), Federico Guglielmi (AudioReview, Blow Up, fanpage.it), Michele Lionello (Voci per la Libertà), Enrico Maria Magli (Radio 1, Deejay TV), Carlo Mandelli (Ansa, Il Giorno, Leggo), Antonio Marchesi (Amnesty International), Riccardo Noury (Amnesty International), Valeria Rusconi (Repubblica, Espresso), Alessandra Sacchetta (RaiNews), Giordano Sangiorgi (Meeting degli Indipendenti), Renzo Stefanel (Rockit) e Savino Zaba (Rai 1, Radio 2).

Ecco le nomination: Claudio Baglioni - Isole Del Sud Massimo Bubola - Senza Catene Fabio Cinti – Dicono di noi Simone Cristicchi - Magazzino 18 Max Gazzè – Atto di forza Ligabue - Il muro del suono Radiodervish - Velo di sposa Raphael Gualazzi – Senza ritegno Renato Zero – Nessuno tocchi l’amore Stormy Six e Moni Ovadia – Umschlagplatz

Musicisti e videomaker, ricordiamo che il termine ultimo per iscriversi al Premio Amnesty International Italia Emergenti e 3 minuti x 30 articoli è il 19 aprile! Sul sito di Voci per la libertà www.vociperlaliberta.it trovate i bandi con tutte le info. Affrettatevi! Seguite gli aggiornamenti su: Twitter: twitter.com/vocixlaliberta Facebook: www.facebook.com/vocixlaliberta


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Argomenti DALL’AMERICAN CENTER AL PARCO LAMBRO: I LYONESSE E LE ORIGINI DEL FOLK IN FRANCIA di Agostino Roncallo

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arigi all’inizio degli anni sessanta era lo sfondo di un romanzo che nessuno scriverà mai, era l’espressione di un volto umano che nessun pittore dipingerà. Troppo mutevole era il carattere della città per poterlo fissare su una pagina o una tela: ci sono momenti di allegria, nell’alba del mese di Giugno ma anche attimi di tristezza in certe sere di Dicembre. Per sfuggirli, ci si poteva recare in Boulevard Raspail. Là, era incoraggiante vedere le luci dell’American Center. Entrando, i visitatori avevano, ogni martedì sera, un’immagine ben precisa: quella di un uomo, sorridente e indaffarato, con dei fogli in mano. Quell’uomo era Lionel Rocheman e quei fogli contenevano la lista degli artisti che si erano iscritti al suo “hootenany”, uno spettacolo aperto cui chiunque poteva partecipare semplicemente presentandosi ad inizio di serata per inserirsi così nel programma. Ogni musicista avrebbe potuto eseguire al massimo due pezzi e Lionel agitava nervosamente in mano quei fogli per decidere quale sarebbe stato l’ordine migliore per lo spettacolo serale. Erano anni in cui la musica americana, sulla scia di Bob Dylan, Joan Baez et Hugues Aufray, andava per la maggiore. Va detto però che Lionel, un ebreo parigino, era un personaggio che non difettava di eclettismo: grazie alla sua iniziativa, sulla scena di questo American Center fecero il loro debutto artistico personaggi come il percussionista Guem, il vietnamita Tran Quan Hai o il bretone Alan Cochevelou Stivell. Si potrebbe dire che il ruolo di Rocheman non fosse molto dissimile

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da quello di Cesaroni al Folkstudio di Roma. Sempre a Parigi, nacque nel 1967 un primo folk club che si chiamava Traditional Mountain Sound. Si suonava essenzialmente musica americana, quella africana era praticamente sconosciuta; sempre più frequenti si facevano però le apparizioni di artisti francesi, come Marc Perrone. Uno dei frequentatori di questo ambiente era John Wright che, insieme a Catherine Perrier, diverrà il fondatore nel 1969 del “Le

Bourdon”, il primo folk-club orientato decisamente alla riscoperta della musica e degli strumenti regionali francesi, a partire dal canto e dalla ghironda. E’ in questa cornice che iniziò la carriera artistica di Mireille Ben. La musica era entrata nel suo cuore quando, verso la metà degli anni sessanta, a soli 14 anni, andò ad assistere agli spettacoli dell’American Center insieme al fratello, anch’esso musicista. La sua non era una famiglia di musicisti per quanto, da giovane, sua mamma


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facesse parte di un coro classico. Il primo contatto con la musica popolare era avvenuto con la nonna poi, a scuola, la scuola francese, che ha sempre dato molta importanza a questa forma d’arte: basti pensare che a ogni alunno delle scuole elementari o medie veniva ad inizio anno consegnato un fascicolo, contenente dieci canzoni, che ognuno doveva imparare. In pratica si terminava il ciclo dell’obbligo, lungo nove anni, con almeno novanta canzoni nella mente. Canzoni che non mancavano di destare la curiosità di una giovane ragazza: queste musiche che evocavano un lontano passato, la stranezza di testi che raccontavano storie drammatiche con un posticcio lieto fine (frutto evidente di interventi censorei operati dalla chiesa nel corso dei secoli), tutto invitava alla riscoperta, alla conoscenza delle tradizioni. Tracce delle sue prime apparizioni artistiche le troviamo al Le Bourdon nel 1970. Il folk-club era nato il 15 Dicembre 1969 in una piccola via del quartiere di Montparnasse, chiamata “Impasse Odessa”. Là c’era un locale che era stato concepito da Romain Bouteille, il proprietario, come un caffè e un teatro nello stesso tempo (da qui il nome CaféThéâtre). Tra i suoi commedianti c’erano personaggi del calibro di MiouMiou e Coluche: Romain era molto orgoglioso della sua “creatura”. Ma i Lunedì i teatri erano chiusi ed ecco che, con grande disponibilità, Romain mise il suo locale a disposizione degli appassionati del folk. La sera fatidica dell’inaugurazione Jean-Pierre Morieux e il fratello di Mireille, Jacques Ben-Haïm (più noto come Ben), prepararono dei manifesti che vennero affissi all’ingresso dell’Impasse Odessa e alla vetrina del Café. Non rimaneva che attendere nella speranza di una, almeno minima, partecipazione di pubblico. Con grande sorpresa il locale si riempì e un centinaio di persone assistettero a quella prima, indimenticabile, serata che venne

conclusa da un Alan Stivell in forma smagliante. Le serate si susseguirono con la formula della “scena aperta”, per dar modo a tutti gli artisti di esibirsi: in breve il folk-club, che aveva la ghironda come simbolo, superò il numero ragguardevole di mille abbonati. Ma i rapporti con questo locale divennero a un certo punto tesi: gli attori volevano recuperare l’agibilità del locale il lunedì per potere provare gli spettacoli. Fu così che Catherine Perrier e il suo compagno John Wright trovarono una “cave” nel quartiere dell’Opéra, in rue de la Sourdière: quella fu la prima vera sede del Bourdon. L’inaugurazione avvenne il 17 Febbraio 1970: non c’erano ancora sedie e si decise di stendere una moquette sul freddo pavimento in pietra in modo da rendere un po’ più caldo l’ambiente. Era una cantina questo locale, col soffitto a volta e un centinaio di posti a sedere: un luogo unicamente pensato per la musica dal vivo. La sera della settimana dedicata alle esibizioni c’era il pienone, bisognava arrivare per tempo per trovare un posto e chi voleva cantare o esibirsi, poteva eseguire un paio di pezzi, esattamente sul modello del centro americano di Lionel Rocheman. Nelle altre sere si tenevano poi degli stage per imparare gli strumenti. E’ in questo ambiente che Mireille si presentava al folk-club come cantante solista ma poco tempo dopo venne chiamata a far parte di un gruppo (Glazard Skeduz) che, all’inizio, era composto da tre musicisti di cui due bretoni: oltre a Mireille al canto, c’erano Job Philippe alla bombarda e l’arpa, André (Dédé) Thomas al biniou-coz e oboe, e Gérard Lavigne alla chitarra e basso elettrico. Spesso il gruppo viaggiava in Inghilterra dove il folk era all’avanguardia. Il repertorio iniziale comprendeva molti brani bretoni. Stivell era un punto di riferimento, non solo per la novità della sua proposta ma anche perché, proprio grazie a lui, il gruppo entrò a far parte dei “cer-

cle” bretoni di Parigi per partecipare alla magia del ballo. Non era facile entrare a far parte di queste comunità ma Mireille vi entrava anche sulla scia del fratello Ben, un personaggio cui il folk francese deve molto: Ben, era un personaggio di grande carisma e talento, pareva un “bohémien” uscito dai libri di Jack Kerouac, un saltimbanco circondato da un alone di fascino e mistero. Il gruppo di Mireille continuò a esibirsi per tre anni con il nome Glazard Skeduz. Non esiste nessuna registrazione di questi anni così intensi, all’epoca non si sentiva l’esigenza di registrare, tutta l’attenzione si concentrava sulla musica dal vivo. Per le prove un punto di riferimento era la casa di un amico musicista, Gérard Lhomme, detto Gégé, poco fuori Parigi, dove c’era una grande sala da biliardo: un luogo adatto per le feste, numerosissime, e per la musica. Alcuni giorni Glazard Skeduz erano in questa casa, altri giorni al Bourdon. E’ durata vent’anni la storia di questo folk-club e il giorno della chiusura, nel 1989, tutti i musicisti di un tempo si sono dati appuntamento, vi fu  grande rendezvous. Le Bourdon era stato pensato per il recupero della musica popolare francese e dopo vent’anni aveva esaurito la sua funzione: ormai il folk revival era nato. I Lyonesse nascevano dunque nel 1973 a casa di Gégé, quando al gruppo si aggiunsero un inglese, Trevor Crozier (amico di Ben), che conosceva il repertorio britannico con cui il gruppo amava confrontarsi, e Pietro Bianchi. Lo stesso nome del gruppo derivava da una leggenda inglese: secondo la mitologia, tra le coste della Cornovaglia e le isole Scilly sarebbe esistita una terra emersa su cui si trovava il regno di Lyonesse, civilissimo e splendido. Nel V secolo dopo Cristo l’oceano avrebbe all’improvviso inghiottito Lyonesse e soltanto un uomo dl nome Trevilian sarebbe riuscito ad evitare la morte e a narrarne i fatti. Il nome Lyonesse fu scelto una sera,

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nella casa di Gégé a Chennevièressur-Marne, attorno a una bella tavola imbandita: il battesimo venne innaffiato con del buon Bordeaux. Il primo concerto pubblico fu del Novembre del 1973: su quel palco salirono anche il fratello Ben e Gabriel Yacoub con i Malicorne, anche questi ultimi alla loro prima uscita. Erano presenti circa mille persone. Le difficoltà erano notevoli perché sia Lyonesse che Malicorne suonavano con strumenti elettrici e in quel periodo, un periodo di recupero della musica tradizionale, il fatto non era sempre ben visto. Ma Gérard Lavigne era al di sopra di ogni contestazione, suonava con identica maestria basso e chitarra elettrica. Capitava anche che il pubblico disapprovasse e, quando ciò accadeva, Mireille era solita dire: “Sentite, noi facciamo la musica di Lyonesse che è la terra di Tristano, questa terra non esiste più, voi cosa ne sapete della musica che c’era a quel tempo? Non ne sapete niente? Neanche noi, quindi facciamo quello che vogliamo.” Il ragionamento non faceva una piega. In questo primo periodo il gruppo viaggiava anche in Inghilterra suonando in alcuni festival, Oxford e Cambridge per esempio, e stringendo amicizia con molti artisti britannici. Tutto ciò grazie a Trevor Crozier, un musicista che ha avuto un ruolo molto importante per il successo del gruppo. Trevor era un vecchio “lupo” del folk, aveva suonato con Terry Woods e Barry Dransfield, e il suo nome compare perfino sul mitico album “No Roses” con il quale Shirley Collins iniziava l’avventura della Albion Band. Ma Trevor col passare del tempo divenne sempre meno affidabile e, un giorno, i Lyonesse vennero a sapere dalla cantante degli Steeleye Span, Maddy Prior, che Trevor era morto in una casa alle isole Maldive. Il repertorio inizialmente era misto: c’era chi faceva ricerche in Bretagna, come Job, e chi nel Berry, come Mireille. Insieme a Trevor Crozier, Pietro Bianchi era dunque nuovo arrivato

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a Parigi e nei Lyonesse. Egli è svizzero, aveva imparato a suonare sul pianoforte di casa, un pianoforte ignorato da sua sorella e sul quale lui da piccolo si ”arrampicava” volentieri, battendo qualche nota sui tasti. Nell’adolescenza aveva però avuto un “maestro” nel senso classico della parola: un uomo che gli aveva aperto la casa nella quale Pietro, quasi come fosse un membro della famiglia, si recava volentieri per imparare sia il pianoforte che il violino. Poi ci furono i tempi del liceo, le prime esperienze in una jazz band con uno strumento un po’ atipico come il basso tuba, che ricorda il jazz dei primi del secolo. L’idea di acquistare un simile strumento era stata concepita insieme al pianista del gruppo, un musicista fantasioso: “se andassimo a Basilea a comprare un basso tuba di quelli militari, costano poco…”. Tornarono così, in autostop, con la “tuba”, immaginiamo, sporgente dal finestrino dell’auto. L’avvicinamento alla musica popolare avvenne grazie a due concerti che avevano colpito in particolare la sua sensibilità: un concerto di musica tzigana e uno di musica andina che all’inizio degli anni settanta, sulla scia degli IntiIllimani, andava di gran moda. Si trattava di un gruppo boliviano che si esibì al teatro di Locarno. Nell’estate del 1972, finiti gli esami di maturità, Pietro decise di partire per Parigi in bicicletta. La prima tappa fu a Les-Saintes-Maries-de-la-Mer e poi, da Marsiglia, verso nord in direzione Parigi: la meta era la casa di Gégé. Pietro aveva infatti conosciuto in Svizzera un professore di latino, amico di Gégé Lhomme, e la sua abitazione era ora un punto di riferimento anche per lui. Gégé era un personaggio singolare: grazie a un’eredità aveva acquistato uno studio e un potente impianto di registrazione, avveniristico rispetto a quanto in quell’epoca si poteva disporre. Gégé, che era tecnico del suono di Alan Stivell, offrì a Pietro Bianchi l’occasione di partecipare

a una tournée di una settimana in Bretagna come suo assistente. Nelle serate in cui si provava, a casa di Gégé (che suonava con il gruppo) si riunivano dunque Mireille, Job Philippe, André Thomas, Gérard Lavigne, Trevor Crozier : Pietro suonava inizialmente il pianoforte e in seguito anche il violino. L’incontro tra questi musicisti si deve dunque alle affinità musicali e alle circostanze che hanno dato loro la possibilità di suonare assieme: a quell’epoca ci si faceva pochi problemi: chi aveva orecchio e suonava, suonava anche nei concerti. Mireille e Pietro si fidanzarono un anno dopo: era l’anno della registrazione a Milano del primo disco del gruppo. Di quel disco, è curioso ascoltare la conclusione del primo brano del lato 2, che termina stranamente con una nota di bombarda prolungata: era la sirena della polizia milanese che, a causa di un non perfetto isolamento della sala di registrazione, si era sovrapposta all’incisione e, quel che è più incredibile, la sirena era proprio intonata! Il disco era molto innovativo e ancora oggi si può ascoltare la sua freschezza, quasi che il tempo non sia passato. Questa carica innovativa portava anche dei problemi: è capitato che durante un concerto il pubblico si lamentasse perché voleva ascoltare musica tradizionale acustica. Ma questa è la bellezza del folk revival, una musica sempre in apparente contraddizione, in quanto legata tanto al presente quanto al passato. Contraddizioni solo apparenti però: il folk è riuscito e riesce a realizzare una mirabile sintesi tra le due dimensioni. Una sintesi che i fanatici delle tradizioni non hanno mai del tutto digerito e dispiace ancor oggi leggere l’acrimonia con la quale Roberto Leydi attacca questo genere e lo fa, forse provocatoriamente, proprio nella presentazione dell’ultimo lavoro di Pietro Bianchi “Canta pai sass”. Credo che Pietro non meritasse questo considerato che, proprio lui, del nuovo folk è stato uno dei promotori.


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Ma è interessante raccontare come è nato quel primo disco dei Lyonesse, uscito per la casa discografica PDU. Durante le festività natalizie, Mireille e Pietro ricevettero una telefonata del produttore Roy Tarrant che chiese loro di fare da spalla a Claudio Rocchi in occasione di un concerto a Lugano. Tarrant era un personaggio alquanto singolare: aveva il compito di rappresentare all’estero la PDU, la casa discografica della famiglia Mazzini e quindi della cantante Mina. Il fatto curioso era che Mina non amava esibirsi in pubblico, inoltre non aveva necessità di avere successo all’estero tanto era grande quello ottenuto in Italia. Roy Tarrant era quindi destinato a girarsi i pollici in ufficio per l’intera giornata. Tuttavia, animato da spirito vivace, decise di cercare nuovi talenti da far conoscere sul mercato italiano. Fu lui a portare in Italia la musica elettronica (Klaus Schulze,

Popol Vuh) e a togliere dall’anonimato jazzisti nostrani come Andrea Centazzo. A Lugano dunque, Mireille, Pietro e Trevor aprirono il concerto che avrebbe dovuto avere in Claudio Rocchi il protagonista. Ma dopo i Lyonesse, Rocchi e il suo gruppo salirono sul palco intontiti da stupefacenti e suonarono malissimo, senza neppure accordare gli strumenti. Nel frattempo i Lyonesse erano andati a riposare in un bar nei dintorni e, mentre bevevano una bottiglia di vino, vennero richiamati sul palcoscenico per acclamazione popolare. Il successo fu notevole e Tarrant ne era felicissimo al punto che, avendo percepito in quell’occasione l’interesse che la musica popolare poteva suscitare, propose al gruppo di firmare subito un contratto con la PDU. Si può immaginare l’entusiasmo dei musicisti a quella proposta. E’ difficile tuttavia dire se l’interesse della PDU nascesse da

un vero apprezzamento artistico o piuttosto dal desiderio della casa editrice di riempire un “buco” nel catalogo della musica popolare. Tarrant  comunque ci credeva e appoggiò molto il gruppo invitandolo, nel 1976, a suonare al Parco Lambro. In quei giorni il gruppo era a Milano per registrare il terzo album “Tristan de Lyonesse”. Al Lambro l’atmosfera era da tregenda, il caldo era micidiale, l’acqua poca. Tutti i musicisti che salivano sul palco venivano fischiati al punto che, dopo pochi minuti, scendevano: forse la gente era stufa. Il gruppo avrebbe dovuto suonare verso le 16 ma ebbe inizio una lunga attesa, tutto era molto triste, si respirava un clima pesante e nulla faceva presagire qualche sviluppo positivo. Verso mezzanotte salì sul palco Véronique Chalot che in Italia era assai conosciuta grazie a un disco pubblicato dal folkstudio di Roma. Dédé (André Thomas) era arrabbiatissimo, “ora gli faccio vedere io!!!” diceva tra sé riferendosi a un musicista di quel gruppo che suonava malissimo la bombarda: del resto Véronique era all’epoca circondata da musicisti italiani davvero alle prime armi. Era ormai notte avanzata quando, finalmente, i Lyonesse salirono sul palcoscenico; un amico di Mireille, proveniente dall’ambiente del cinema, si offrì per gestire le luci sulla scena. Il gruppo salì sul palco preparando tutto con calma, senza fretta, mentre una pioggerellina sottile iniziava a cadere… Non è facile comprendere quali alchimie agissero in quella circostanza, forse la determinazione di Mireille e Pietro, il desiderio di comunicare, di fatto il pubblico si sedette e il concerto volò via benissimo, tra gli applausi. Fu certamente un concerto che rimase impresso nella memoria di molti e che ha permesso al gruppo di acquisire la notorietà necessaria per poter lavorare in Italia negli anni a venire. Insieme al contratto con la PDU, questo concerto ha in qualche modo trascinato il gruppo verso la nostra penisola. ❖

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FIM 2014, UN MONDO DI MUSICA A GENOVA Artisti affermati, nuovi talenti, seminari, tributi, una grande mostra mercato e strumenti musicali di tutti i tipi: questi e molti altri gli ingredienti della prossima edizione del FIM – Fiera Internazionale della Musica, dal 16 al 18 maggio alla Fiera del Mare di Genova. La serata di inaugurazione di venerdì 16 sarà dedicata al chitarrista più amato di sempre, Jimi Hendrix: Marco Zoccheddu, Mauro Culotta, Andrea Cervetto e altri riproporranno alcuni brani del talento di Seattle

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mentre il maestro Franco Ori, ritrattista e disegnatore di celebri artisti, realizzerà sul palco del FIM una “live picture”, un quadro su tela raffigurante il volto di Hendrix. La fiera si fa sempre più internazionale a partire proprio dai primi nomi dei Fim Awards 2014, i premi assegnati durante la manifestazione; Bobby Kimball, frontman dello storico gruppo dei Toto, ritirerà il premio “Legend of Rock – best voice” e canterà i suoi più celebri successi sul palco principale del FIM domenica 18 maggio. Grande risalto verrà dato ai tecnici della musica, con due ingegneri del suono di primissimo ordine: Eddie

Kramer, l’uomo che ha registrato gli album di Beatles, David Bowie, Eric Clapton, Jimi Hendrix, Led Zeppelin e Rolling Stones, verrà insignito del premio “Best Studio Sound Engineer” e sabato 17 condurrà un imperdibile spettacolo sulla storia del rock arricchito da foto, video e aneddoti sugli anni di Woodstock ’69. Colin Norfield, l’uomo chiave dei concerti dei Pink Floyd e dell’ultimo tour di Zucchero, ritirerà invece il premio “Best Live Sound Engineer”. Il batterista e produttore di voci come Whitney Houston e Giorgia, l’americano Michael Baker, è invece il “Best Drummer” 2014. Tra gli artisti italiani presenti i Gem Boy, i chitarristi Andrea Braido e Luca Colombo, l’orchestra di cajon di Marco Fadda, Don Backy, i Camaleonti e i Delirium. Non mancheranno i premi assegnati all’eccellenza ligure: in una grande serata dedicata a Genova, saliranno sul palco i Buio Pesto, Fabrizio Casalino, i Tuamadre, l’Orchestra Bailam, Roberto Tiranti e Claudia Pastorino. In tema di prestigio locale, non poteva mancare la presenza del Con-


servatorio Niccolò Paganini, che preparerà un’esibizione di quasi 80 elementi d’orchestra. Una delle novità di questa edizione sarà MTM - Meet The Music, un’area con accesso riservato esclusivamente a discografici, produttori, editori e distributori di musica, uffici stampa e agenzie di booking. Gli addetti ai lavori potranno scambiarsi idee, opinioni e conoscenze sul mercato musicale, e riceveranno su appuntamento cantanti o gruppi esordienti in cerca di qualcuno che scommetta su di

Eventi

loro. Massimo Gasperini, titolare dell’etichetta discografica Black Widow Records, organizzerà per il secondo anno il Riviera Prog Festival, il palco dedicato alla musica progressive: sul palco saliranno Osanna, Il tempio delle clessidre, La locanda delle fate, Alphataurus, Aldo Tagliapietra (ex Le Orme), La maschera di cera, Prophexy con Richard Sinclair. Anche quest’anno torna Fim On Air, lo spazio in cui le radio e i media partners potranno trasmettere le interviste realizzate agli

ospiti della Fiera. E poi ancora l’Area Expo’, un’area espositiva con tutto l’indispensabile per il musicista, l’area Dj Mania per gli amanti della consolle con Lo Zoo di 105 al sabato sera, spazio al ballo e ai performer nell’area Mondo Danza, senza dimenticare l’importanza dell’aspetto formativo con l’Area Seminari che ospiterà eventi e presentazioni: già confermato l’intervento dell’AES – Audio Engineering Society, i massimi esperti nel mondo nel campo dell’ingegneria audio. Per info: press@fimfiera.it www.fimfiera.it

GENOVA, UNA CITTA’ PROTAGONISTA: Al FIM il meglio della musica ligure Genova la Superba, la città dei cantautori per eccellenza, è la magica cornice che farà da sfondo al FIM – Fiera Internazionale della Musica, dal 16 al 18 Maggio alla Fiera del mare; la kermesse, quindi, non poteva non rendere omaggio al suo luogo d’origine con una serata di note e premi. Sabato 17 si esibiranno sul palco blu i migliori artisti liguri, cantanti e gruppi che si sono distinti nell’ultimo anno per i loro numerosi meriti artistici e che hanno dato lustro a Genova e alla regione. Claudia Pastorino, artista pegliese dalla carriera pluriventennale, fondatrice nel 2005 a Genova della Scuola di Cantoterapia, ritirerà il premio “Cantautrice Ligure”; l’ultimo dei suoi 7 album, Ligyes, è un viaggio musicale tra inediti e cover nelle radici alla riscoperta – appunto – dei Ligyes, i popoli abitanti l’attuale terra di Liguria, già conosciuti nell’antichità per le loro doti canore. L’Orchestra Bailam e la Compagnia di canto Trallallero, invece, saliranno sul palco portando a casa il premio “Tradizione Ligure”: fondata nel 1989, l’orchestra nasce con forti influenze di musica araba e balcanica, ma esplora anche la musicalità e le suggestioni della musica genovese portando quest’ultima all’attenzione dei maggiori festival canori internazionali. Le loro numerose collabora-

zioni (da Luca e Paolo a Carla Peirolero ed Enrico Campanati, da Roberta Alloisio a Marco Fadda) sottolineano la voglia di percorrere nuove strade, come la recente unione con la compagnia di canto Trallallero che ha portato al successo dell’ultimo album “Galata”. I giovani Tuamadre, invece, sono la migliore “Band Emergente Ligure”: Naim Abid (voce), Eugenio Ruocco (batteria), Alfredo Sarpero (piano e tastiere), Gigi Magnozzi (chitarra), Pietro Martinelli (basso), Francesco Mascardi (sax), Stefano Bergamaschi (tromba) e Tony Carvelli (trombone), otto talentuosi musicisti che hanno fatto dell’ironia la loro arma vincente e che alternano brani famosi del passato e del presente arrangiati secondo il loro stile, un po’ jazz e un po’ rock steady, passando per il reggae, la musica classica e yiddish. I Buio Pesto, capitanati da Massimo Morini, ritireranno il premio “Musica Ligure nel mondo”: dal 1995 ad oggi hanno venduto 83.000 dischi (ottenendo un Disco d’Oro alla carriera), si sono esibiti in più di 600 concerti di fronte a un pubblico di oltre 1.200.000 di persone, e hanno raccolto fondi destinati alla beneficienza per una cifra di 190.000 euro. I loro nove album si sono piazzati nei primi nove posti della classifica di vendita in Liguria degli ultimi

15 anni, e quarti assoluti nella storia della musica genovese. Al cantautore Fabrizio Casalino, sulla scena da oltre vent’anni, verrà assegnato il premio “Comicità in musica”. Artista poliedrico, Casalino alterna le esibizioni comiche a carattere musicale e le imitazioni (da Mario Biondi a Gianluca Grignani, passando per gli sketch con personaggi inediti come Giginho e Mirko) alla scrittura di brani e canzoni. Due album suoi, un libro, nel 2012 vince il prestigioso premio Bindi. Domenica 18, dopo il live di Bobby Kimball dei Toto, sarà la volta di Roberto Tiranti, premiato come miglior “Voce Ligure”: lo studio del canto lirico gli ha conferito un timbro unico e potente, perfetto per il musical (a cui spesso prende parte). Dal 1997 è il cantante dei Labyrinth, gruppo power/prog metal col quale ha registrato sei album e aperto i concerti italiani di Megadeth, Ozzy Osbourne e Iron Maiden, ma collabora con altri gruppi ed artisti internazionali. L’11 gennaio 2014 è salito sul palco del Politeama Genovese per presentare lo show “40-25”, una festa – concerto con amici e colleghi illustri come Stef Burns, Vittorio De Scalzi, Rocco Tanica, Irene Fornaciari e tanti altri. Sul palco del FIM si prepara una festa lunga tre giorni: la festeggiata? Genova! ❖

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Comunicato stampa Il Comune di Civitella Alfedena e l’Associazione Mantice, nell’ambito della 14a edizione del Civitella Alfedena Folk Festival, che si terrà dal 24 al 30 Agosto 2014, intendono promuovere nel giorno inaugurale il concorso “VerdiNote” riservato a gruppi italiani e stranieri nel campo della musica popolare. Il gruppo che risulterà vincitore del concorso si esibirà il giorno Domenica 24 Agosto 2014 nello scenario della Camosciara, nel cuore del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise. Il concerto sarà in acustico o semiacustico. L’iscrizione al concorso è completamente gratuita e riservata. Il bando del concorso si può scaricare dal sito: www.mantice.net

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Argomenti 5 mesi di lento viaggio per assaporare il paesaggio, “costruire” e trasportare cultura da condividere

LA CAROVANA BALACAVAL di Fulvio Porro

Tutto “quasi” pronto per la serata di bal-folk con i musicisti (da sinistra a destra: Peyre Anghilante, Marco Ghezzo, Claire Vincent, Manuela Almonte, Stefano Protto) che “scalpitano” sul carro/palco e, in primo piano gli attori (Andrea Fazzari e Eva Maria Ciscino) che intrattengono il pubblico in attesa delle prime note!

L’

idea di “trasportare” cultura a tutto tondo (musica, teatro, prosa, cinema, giocoleria) con incedere lento e misurato, ma parimenti con passo fermo e sicuro, potremmo ben dire “a passo d’uomo”, ma nel caso non è certo fuori luogo dire “a passo di cavallo”, per meglio assaporare e far assaporare il proprio spirito, la propria identità, gli usi, i costumi, le tradizioni, insomma la propria cultura, è probabilmente nulla di par-

ticolarmente originale, un “deja vu” verosimilmente però maggiormente avvezzo a culture non indigene. Ma, stante il fatto che nulla o quasi si inventa ma tutto o quasi si può adattare e personalizzare, e che le buone idee possono ragionevolmente essere “copiate”, il seme dal quale prenderà vita iniziale la futura “Carovana Balacaval”, nome assai evocativo, e da leggersi proprio come carovana nel senso più stretto del termine, germoglia sul fi-

nire dell’anno 2009 in capo ai suoi due fondamentali artefici, Manuela Almonte e Stefano Protto. Manuela è fisarmonicista, cantante ed elemento di spicco dell’Associazione Bruskoi Prala, un’equilibrata mistura di variegate culture a “cavallo” tra la “Granda” (la provincia di Cuneo) e la Moldova rumena, può far valere importanti competenze nel campo della progettazione di eventi, dell’organizzazione culturale e, come poco

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La serata cineconcerto con il “grande vagabondo” Chaplin musicato in diretta

oltre diremo, risulta anche provetta camminatrice sui sentieri montani come su quelli della storia. Stefano, artigiano e noto contrabbassista cuneese, ha già abitudine nel girovagare il mondo al traino equino avendo maturato un’importante esperienza insieme alla compagnia francese dei Croque Mule, che tra il 1997 e il 2004 compì un lungo, articolato e avventuroso viaggio, proprio su una carrozza

trainata da muli, partendo dalla natia Carcassonne per giungere sino alla Romania, entrando quindi in contatto con realtà storico-culturali assai dissimili dalle proprie, ma parimenti assai simili nei loro tratti “somatici”. A questo percorso si sono collegate altre più contenute esperienze di viaggio: la Compagnia a Bassa Velocità che nell’estate

2005 si mosse dal Piemonte verso la Toscana, e la tournèe piemontese del 2007 dei Bruskoi Prala, il gruppo musicale di cui fanno parte Manuela e Stefano, che li portò a raggiungere piazze musicali importanti come il Nuvolari di Cuneo, Dançar Occitan a Saluzzo e l’ormai tramontato braidese “Pollenzo mon Amour” a bordo di una carrozza. Proviamo, anche solo per un

I violini di Stefano Protto (a sinistra) e Marco Ghezzo che si rincorrono sull’aia e i ballerini che volteggiano

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Laboratorio per i bambini Suggestiva immagine momento, ad immaginare del gruppo musicale quale potrebbe essere con Peyre Anghilante stata, o ancora potrebbe e Manuela Almonte in essere la nostra reazione primo piano e, alle loro spalle da sinistra, Claire all’arrivo della band in cartellone a bordo di un carro Vincent, Stefano Protto e Marco Ghezzo (il “mitico” Bruskoi Prala Gipsy Wagon) trainato da una cavalla, ovviamente unghe- di personaggi, a cominciare da Claire Vincent, moglie di Stefano rese! Stupore sicuramente, ma verosi- ma soprattutto scrittrice di testi, milmente anche una buona dose di blogger del progetto, suonatrice di simpatia, affetto, curiosità e atten- clarinetto e flauto traverso, Marco zione per quel “carrozzone” di luci, Ghezzo, apprezzato violinista cunecolori e suoni, per quell’insieme ese e Peyre Anghilante, di storica multiculturale di personaggi, storie famiglia occitana, cultore di fisared esperienze che ha scelto uno monica e sax, nonché apprezzato stile di vita quantomeno singolare. cuciniere per l’occasione! Negli anni gli impegni extracaSin dalla prima embrionale ipotesi di allestimento della carovana, rovanieri dei singoli artisti hanno Manuela e Stefano hanno saputo portato ad una naturale evoluzione raccogliere intorno a sé e al pro- dell’organico, sia sotto il profilo artiprio progetto un congruo numero stico come quello più strettamente

Il gruppo musicale in piena attività per il bal-folk, con Manuela (fisarmonica) a dettare i tempi a Peyre Anghilante (sax), Claire Vincent (clarinetto), Stefano Protto (contrabbasso) e Marco Carollo (violino)

tecnico. Si sono così susseguiti e avvicendati i vari Andrea Fantino (foto e video), Diego Mearini (costruzione carri e parquet), Eva Maria Cischino (attrice e barista), Andrea Fazzari (attore), Alberto Comino (luci e percussioni), Francois Gozlan (audio e chitarra), Virginia Cerqua (attrice), Davide Vergnano (violino). Tra gli ultimi e qualificati acquisti della Carovana è da annoverarsi la Compagnie de la Luna, un duo francese con Iro de la Luna, musicista, attore, conducente e costruttore di carrozze, e Anouk Sébert animatrice di laboratori per bambini, trampolista e appassionata di cavalli. Accanto allo staff che viaggia e vive sui carri per tutto il periodo del tour, la Carovana ospita di volta

... dovremmo stare nei limiti di velocità …

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In viaggio lungo il Tanaro: acqua che scorre lenta ad accompagnare l’incedere parimenti lento della carovana

in volta anche giovani artisti locali e parimenti riesce ad aggregare a sé anche nomi di maggior peso, da Lollo Meyer (chitarrista manouche) a Pino Petruzzelli (autore e attore teatrale), senza disdegnare pillole d’oltreoceano come l’esplosiva formazione californiana dei Fishtank

Ensemble o ancora Sol Ruiz, interessante cantautrice di Miami. Così si esprime Manuela Almonte, cuore pulsante dell’organizzazione, alle soglie dell’avvio della quarta esperienza: “La Carovana Balacaval è nata perché vogliamo lavorare per qualcosa che abbia

In viaggio in mezzo ai campi di grano, prossimo alla maturazione

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un senso, ovvero che produca benessere per esseri viventi e che rispetti la salute della terra. Lavoriamo in campo culturale: la cultura è tante cose, arte, cibo, musica, lingua, modalità di relazionarsi, racconto, trasmissione di saperi, la cultura nasce dalla terra, cresce attraverso le comunità e si muove sulle gambe dei viaggiatori, dei nomadi, dei migranti. Sulla sua strada la Carovana incontra altra cultura, si confronta, si arricchisce e si trasforma. In ogni luogo si succedono epoche di fioritura culturale, in cui i popoli esprimono curiosità, maestria, creatività, apertura, ed epoche in cui prevalgono la paura, la sfiducia, la chiusura. In questo mondo che si è fatto piccolo, noi conosciamo entrambi i sentimenti”. La Carovana Balacaval non è un “amarcord” o una rievocazione sto-


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In lento e rilassato movimento tra le dolci colline delle Langhe

rica, semmai vuol’essere l’affermazione che anche e ancora nel terzo millennio si può viaggiare lentamente senza per questo rinunciare a ciò che è frutto dell’innovazione e della tecnologia, sempre più votata alla leggerezza e al risparmio energetico. D’altra parte le carrozze sono i mezzi più adatti al perseguimento degli obiettivi di una compagnia che vuole viaggiare portando con sé tutto il materiale necessario per creare un contesto di festa e di incontro, abitare ogni luogo di sosta creando una sorta di aia nomade aperta al pubblico, ma soprattutto entrare in contatto il più possibile con i luoghi attraversati compiendo appunto un viaggio a

bassa velocità e ad alta vivibilità. La carovana 2014 è composta da cinque carrozze, ognuna destinata a specifiche attività (palcoscenico, punto informativo, ufficio, bar, cucina, dormitorio …) e si porta appresso tutto o quasi il necessario per l’allestimento degli spettacoli, dal parquet per il ballo folk all’illuminazione di scena, all’amplificazione (pur ovviamente contenuta) per finire con filo elettrico, batteria e paleria per recintare l’area di ricovero dei cavalli. La Carovana, in massima sintesi, vuole quindi rappresentare un laboratorio artistico a mobilità dolce (la velocità di trasferimento non supera i 7 km orari) che offre spettacoli, laboratori, attività culturali ad

ampio raggio, incarnando una filosofia di vita basata sul contatto con le comunità, la riscoperta e valorizzazione delle loro storie, usi, costumi e tradizioni, il territorio, con le sue peculiarità, e sulla fruizione attiva, partecipata e partecipante del pubblico. Nei luoghi di sosta i carri rappresentano la prima e più naturale scenografia degli spettacoli; riuniti a semicerchio “ricostruiscono” la vecchia piazza del paese, punto di tradizionale raccolta e abituale incontro delle genti, dove le persone si ritrovano, siedono, chiacchierano (il tempo, il raccolto, un po’ di sano “gossip” campagnolo), mangiano e bevono in salutare compagnia. Ricordo del tutto personale della mia infanzia in Langa (le colline cuneesi che da Alba salgono verso il mare), a margine della storia della Carovana, è il banchetto domenicale in occasione della “Messa granda”, quella delle ore 11.00, allestito dal postino per la distribuzione della corrispondenza “non urgente” alle popolazioni delle frazioni, spesso anche molto distanti dal paese. In questo scenario evocativo artisti, tecnici, paesani si ritrovano accomunati da storie condivise: chi porta un formaggio, chi porta un salume, il “pintone” di vino certo non manca, e si mangia e si conversa amabilmente in attesa dello spettacolo vero e proprio, il tutto come simbolo vivente dello storico spirito di “convivencia ousitana”. Un bello spaccato di vita vissuta e di storia contadina, dove l’incedere del tempo è ancora oggi scandito dal sorgere e dal tramontare del sole e dal passare, lento ma inesorabile, come l’incedere dei cavalli, delle stagioni. Carovana Balacaval, partita in sordina, ma nemmeno poi troppo grazie al lavoro, all’impegno e all’entusiasmo dei suoi promotori, l’Associazione culturale Bruskoi Prala, e per essa Manuela Almonte,

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Non è propriamente il parigino Arc de Triomphe ad accoglierli ma (da sinistra a destra) Peyre Anghilante, Iro Just, Stefano Protto, Francois Gozlan, Claire Vincent e Manuela Almonte il loro trionfo se lo sanno guadagnare sul campo

cui poco tempo dopo ha dato adesione e sostegno anche la Chambra d’Òc con la sua figura apicale, Ines Cavalcanti, nelle prime tre edizioni ha annoverato oltre 170 eventi, coinvolgendo un buon centinaio di partner, collaborando con un nutrito manipolo di artisti di varia provenienza ed estrazione, e “macinando” oltre 3.000 km. Nato come gruppo di artisti che si autoproduce e presenta i propri spettacoli, il progetto, come era naturale che fosse, sta ora evolvendo in un luogo di co-produzione e distribuzione di cultura, di incontro e scambio per una pluralità di artisti, molti dei quali, in alternativa, probabilmente poche chanches avrebbero avuto in proprio di farsi conoscere e apprezzare da un pubblico così ampio e variegato. Ma la Carovana non è solo “al passato”, è anche al presente, coniugando al meglio tradizione e tecnologia: il viaggio della Carovana viene infatti raccontato dagli stessi artisti, dalle realtà ospitanti, da media locali e non solo, con immagini, testi e video sul blog della Carovana (www.balacaval.it), sulla web tv “A temp de Lengas” sul portale della

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Chambra d’Oc (www.chambradoc. it.), e sui social Facebook (carovana balacaval) e Twitter (CarovanaBalacaval). Ci dice Ines Cavalcanti: “Manuela collabora con la Chambra d’Oc sin dal 2008 quando ha condiviso con noi il viaggio-progetto “Occitània a Pè”, 1300 chilometri a piedi partendo dalle valli occitane del Piemonte per giungere sino all’enclave catalana della Val d’Aran. Quando ci ha proposto il progetto della Carovana abbiamo aderito con entusiasmo ritenendolo in perfetta sintonia con gli scopi statutari della Chambra d’Oc, volti ad un meticoloso lavoro di sviluppo delle valli occitane e della loro cultura, e più in generale al sostegno delle lingue e delle culture minoritarie.” La Carovana collabora con Comuni, Fondazioni, Enti di territorio, Parchi Naturali, Pro Loco, Associazioni di vario genere, ATL, e più complessivamente con tutti quegli organismi interessati a recuperare, valorizzare e diffondere la tradizione, la cultura di un popolo e il suo territorio, cercando (con buon

successo) di coniugare al meglio arte, tutela ambientale e coesione di comunità. Manuela: “Se da un lato cala la partecipazione e il sostegno economico dei Comuni e degli enti pubblici al progetto, e tra elezioni amministrative e giganteschi tagli alle spese non ci saremmo aspettati altro, sempre più forte è invece l’interesse che stanno dimostrando tante associazioni, fondazioni, circoli culturali, ma anche agriturismi e locali”. Una delle produzioni più caratterizzanti l’intera proposta è sicuramente rappresentata dal cineconcerto Balacaval, la proiezione di due film comici muti di inizio secolo, non scelti a caso, (The Vagabond di Charlie Chaplin e Il Maniscalco di Buster Keaton) musicati in diretta dagli artisti carovanieri, spesso integrati con artisti locali. Vuoi per la storia e la tradizione di buona parte dei territori attraversati, vuoi per la collaborazione con Chambra d’Oc, l’offerta carovaniera non può certo esimersi dal presentare il classico “Bal folk occitano”, suonato da cinque musicisti che per formazione ed esperienza risultano assai diversi tra loro, ma che da lungo tempo prendono parte a feste popolari in Italia e Francia. Una particolare attenzione è posta nel conservare l’autenticità di radici della musica proposta così come lo spirito di festa popolare, con ciò utilizzando soltanto strumentazione tradizionale. Parimenti interessante risulta “Dançar Òc in 3D”, una produzione a metà strada tra la musica, il ballo, il racconto e il video, nella quale gli artisti (musicisti, attori e tecnici), ripercorrendo le storie dei territori occitani attraverso nenie, balli, canti e documenti storici, offrono appunto una miscela tridimensionale: ascolto, vista e movimento. Dançar Òc si presenta quindi come un’armonica alternanza di momenti musicali, immagini fotografiche storiche come video più


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Ogni occasione è buona per condividere cibo, musica e fare quattro chiacchiere in amicizia

recenti prodotti dalla stessa Carovana, registrazioni di anziani musicisti come Jusep Da Rous e Juan Bernardi. Sempre per coniugare al meglio musica trad (di ogni tempo e di ogni luogo) e ballo non obbligatoriamente codificato, la proposta “Disco_acustica Balacaval” permette a sax, fisarmonica, flauto, contrabbasso, chitarra e voce di rincorrersi gradevolmente e macinare e rimacinanare reggae, cumbie, twist, balcan beat, proprio come fossimo in una moderna discoteca… ma tutto rigorosamente in acustico! Ma la Carovana pensa anche ai bambini con una doppia proposta, quella di Claudio e Consuelo con il nuovo spettacolo “Dal paese dei balocchi” e, impegni permettendo, ancora con la Compagnie de la Lune, (Iro e Anouk) e la “Meccanica in-cantata”, che dall’alto delle loro multiformi capacità artistiche, peraltro supportate da studi circensi e “brevetti di animatori”, coinvolgono nel divertimento anche gli adulti. Ancora ai bimbi, ma ampiamente aperto anche alla curiosità dei genitori, è dedicato il laboratorio su

come si allestisce una carovana e come funziona il quotidiano dei carovanieri, curiosità, aneddoti di vita, i cavalli, le carrozze … e tutte le domande, tutte, sono ben accette! Per sommi capi, una giornata tipo dei carovanieri si avvia di prima mattina per raggiungere il luogo dell’evento serale (una cascina, un’aia, una piazza, …); qui giunti il primo pensiero è per i cavalli, insostituibili collaboratori “naturali”, che devono essere sbardati, abbeverati, nutriti e accompagnati all’area loro riservata (una recinzione ad hoc in alternativa ad una ospitale stalla). Poi segue tutto il resto, la sistemazione dei carri, l’approntamento del campo (per gli artisti come per gli spettatori “ignari protagonisti”), l’attrezzaggio dell’area spettacolo come quella ristorativa: che poi sia cena a tutti gli effetti, anche a menù vegetariano, o più semplicemente una “merenda sinoira”, tutto va bene. Una volta sistemato l’habitat, per gli artisti iniziano le prove di musica, teatro e giocoleria, si verificano le luci (e l’amplificazione quando prevista), tutto deve funzionare al me-

glio; e nel frattempo ci sta anche di mangiare, dopo che qualcuno avrà preparato qualcosa …. E ancora la Carovana è anche stata, ed è tutt’ora veicolo di diffusione e sostegno delle lingue minoritarie. Ci racconta ancora Ines: ”Nel 2013, avendo la Chambra d’Oc ricevuto mandato per la realizzazione, per conto della Provincia di Torino, del progetto “Le Lingue Madri” dedicato alle lingue minoritarie occitana e francoprovenzale, si è progettato un viaggio circolare della Valle di Susa che è durato due mesi e ha sviluppato varie azioni, in particolare lo Sportello Linguistico itinerante di animazione territoriale. Sicuramente molte persone non sarebbero spontaneamente andate a cercare lo Sportello linguistico ma in questo modo i Balacaval lo hanno portato direttamente alle persone. Per tale occasione è stata realizzata una nuova creazione musicale denominata “La Carovana vai amont” che è stata ampiamente diffusa sul territorio, e che ha potuto fruire anche della partecipazione straordinaria di Flavio Giacchero; di questo viaggio ed evento musicale Alberto Milesi ha realizzato il film dal titolo omonimo, pellicola che ora è in concorso in vari festival”. Praticamente tutta l’area occitana d’Italia (con la sola esclusione del Comune di Guardia Piemontese, in provincia di Cosenza …) è stata tappa della Carovana: dalla Festa della Transumanza che da Saluzzo sale a Paesana portando oltre 600 capi di bestiame e alcune famiglie di margari, organizzata dalla Fondazione Amleto Bertoni, all’evento “Crear al Pais” al Forte di Vinadio, sul tema del rapporto fra tradizione e nuova creazione, nell’ambito del progetto transfrontaliero “Itinerari culturali” elaborato dall’associazione Marcovaldo. L’affluenza di pubblico agli appuntamenti Ba-

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lacaval lo dimostra pienamente, il progetto funziona e comincia ad evidenziare i suoi primi positivi e attesi risultati, il gruppo di lavoro è ormai affiatato, motivato, formato per insegnare e trasmettere la lingua, preparato per archiviare e non perdere la memoria orale. Ancora qualche ultima considerazione di Manuela, pur nel concitato e frenetico marasma organizzativo dell’ormai prossima partenza: “Il nostro viaggio lento, in contatto continuo con i luoghi e i loro abitanti, è il tempo per costruire insieme, organizzatori, comunità e artisti, spazi di incontro e di scambio, attraverso la musica e l’arte, dove germinino fiducia, coraggio, curiosità, voglia di condivisione. Perché questo sta alla base delle comunità fiorenti. Riappropriarsi del tempo è il primo passo. Per fare questo, che poi è una cosa semplice, e rendere la Carovana Balacaval un progetto sostenibile, in questo mondo complesso e troppo strutturato, il tempo è sempre poco e si lavora tanto. Ma anche nei ritmi più frenetici vogliamo rimanere padroni del nostro tempo. E fare che ogni giorno sia differente. Le relazioni sono la nostra ricchezza, la voglia di condividere è alla base della comunità che stiamo creando, il nostro villaggio

Scene di quotidiana vita carovaniera

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sparso. La tavola apparecchiata nelle piazze, le pareti fragili delle nostre stanze viaggianti, l’acqua che necessitiamo per i cavalli, il loro piacere di mangiare erba fresca che incontra la felicità del vicino che non dovrà tagliare il prato, le suonate improvvisate nelle case di riposo, scrivere una nuova pagina di uno spettacolo dopo aver visto il disegno che ci ha regalato un bambino della scuola del quartiere, camminare con le carrozze dietro alla banda del paese, essere musicisti, attori, ma anche spettatori …essere i nuovi vicini di casa per tre giorni…”. La proposta 2014 prevede, a fianco della formula ormai collaudata dei tre giorni di sosta, un approdo stabile decisamente più articolato il “10 x 10 - La Carovana entra in Circolo” ovvero 10 giorni di sosta con l’allestimento di laboratori, passeggiate a cavallo e aperitivi in musica nell’arco della giornata, mentre la sera la proposta di spettacoli, racconti, video e immagini di viaggio verrà maggiormente diffusa sul territorio circostante grazie alle innumerevoli collaborazioni con locali e circoli culturali, sempre più interessati ad ospitare eventi. Il nuovo viaggio inizierà intorno alla metà di maggio dalla Cascina Bric di Bene Vagienna (CN) per allargarsi quindi all’area cuneese, dalla metà di giugno la Carovana

sosterà prima nell’area del pinerolese e quindi Torino sul finire del mese; biellese, canavese e Val d’Aosta sono gli attracchi previsti per luglio e agosto, cui seguiranno varie tappe in direzione est (zona laghi e varesotto) per poi scendere lungo il Ticino in settembre, senza escludere una possibile divagazione in terra emiliana. In chiusura ci fa infine piacere ricordare come la Carovana abbia anche partecipato al premio nazionale “Che Fare per la Cultura”, e se i voti acquisiti non sono stati sufficienti per far approdare il progetto al successo finale, rimane pur sempre la soddisfazione di rientrare tra i “magnifici 40”, come ha scritto Bertram Niessen su “La Domenica” del Sole24Ore, ovvero tra le iniziative culturali che probabilmente, in Italia, meglio rispondono alle sfide del contemporaneo in termini di innovazione sociale, nuove forme di fruizione, rifunzionalizzazione degli spazi, rapporto con i pubblici e con le istituzioni. Per ulteriori informazioni, per aggiornamenti sull’incedere carovaniero, l’articolazione delle varie tappe, per organizzare un “traguardo intermedio” del tour 2014 (sono ancora molte le opportunità in merito) è possibile visitare il sito ufficiale www.balacaval.it, contattare l’organizzazione all’indirizzo info@ balacaval.it oppure telefonando al numero 389.9748042 (Manuela Almonte) o ancora alla Chambra d’Oc al numero 328.3129801. ❖


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Eventi DEEZER PARTNER DEL PISTOIA BLUES

Dal 10 al 17 luglio 2014

di Gloria Berloso

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istoia Blues Festival annuncia la partnership con Deezer (www.deezer.com), il rivoluzionario servizio mondiale per la musica in streaming, che accompagnerà l’evento toscano in tutte le tappe di avvicinamento alla 35esima edizione, che quest’anno si terrà dal 10 al 17 luglio 2014. Attingendo al catalogo musicale di oltre 30 milioni di canzoni, Deezer offre a tutti gli utenti la possibilità di ascoltare la musica del festival, a partire dai brani significativi di questa edizione, fino ai successi delle passate edizioni del festival grazie ad una serie di playlist create ad hoc, ognuna dedicata ad un decennio. Grazie a questa iniziativa, sarà possibile ripercorrere virtualmente tutta la storia del Festival: dalla celebre prima edizione che vide protagonista Muddy Waters (1980) fino all’edizione dello scorso anno, passando per una lunghissima serie di grandi protagonisti tra

cui: Bob Dylan, Santana, Buddy Guy, B.B. King, Jimmy Page, The Doors, Lou Reed, Ben Harper e molti altri. La playlist ufficiale dell’evento è disponibile sulla pagina del Pistoia Blues a questo link: http:// bit.ly/1scXbtD, mentre è possibile ascoltare tutte le playlist su Deezer

nel profilo del festival. Il player sarà disponibile anche sulla home page di Pistoia Blues, dove sarà anche possibile ascoltare i successi degli artisti che partecipano a questa edizione nelle pagine a loro dedicate. Ecco il cast completo degli headliner della 35esima edizione: il festival aprirà con un’anteprima speciale dedicata ai Negramaro il 10 luglio in Piazza Duomo mentre in contemporanea al Teatro Manzoni si terrà il concerto di Mark Lanegan, l’11 luglio è atteso Robert Plant, il 12 la Bandabardò, il 13 i Morcheeba, il 14 Jack Johnson, il 15 i Lumineers, il 16 Suzanne Vega mentre il 17 luglio si chiude con gli Arctic Monkeys. Ma non è finita qui: oltre ad essere media partner per tutta l’attività social, Deezer sarà anche presente al Festival con una conferenza specifica sul tema della legalità nel mondo della musica digitale. ❖ Ufficio stampa Deezer:  Weber Shandwick

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Eventi Y’AKOTO E ERLEND OYE (KINGS OF CONVENIENCE) PER IL FUORILUOGO FESTIVAL di Gloria Berloso

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opo il grande successo dello scorso anno torna anche quest’anno, organizzato dall’Associazione Culturale Officine Carabà, il FuoriLuogo Festival, un evento unico in Italia all’insegna della multiculturalità e con un programma di respiro internazionale che attinge dai “salotti buoni” della migliore letteratura, arte e musica europea. Le date saranno quelle del 13-14-15 giugno 2014, per una tre giorni a ingresso gratuito nella splendida cornice del borgo medioevale di San Damiano d’Asti, che come di consueto sarà trasformato per l’occasione in una vera e propria cittadella della cultura, per un’esperienza a 360 gradi con incontri, concerti e mostre che si snoderanno per tutte le vie e le piazze del centro storico. I primi due ospiti musicali confermati sono anche quest’anno di altissimo livello. Il primo nome è infatti quello di Y’akoto, giovane cantante tedesca di origini ghanesi, già un caso in Germania e Francia. L’artista sta esplodendo come fenomeno globale con il singolo (in heavy rotation su tutte le radio italiane) “Without you”, tratto dal debutto “Babyblues”, in attesa del nuovo album in uscita nell’estate. Sul palco del FuoriLuogo Festival 2014 ci sarà anche il norvegese Erlend Oye, co-fondatore e membro del duo acustico di fama mondiale Kings of Convenience e che ha recentemente dato il via al suo nuovo progetto solista The Whitest Boy Alive. E proprio la Norvegia sarà il Paese ospite dell’edizione 2014 del FuoriLuogo Festival, raccogliendo il testimone che fu di Olanda e Irlanda lo scorso anno, con la presenza di scrittori, illustratori e altre personalità legate al Paese scandinavo. Il programma completo della manifestazione verrà annunciato a fine aprile, nel frattempo il 4 aprile si terrà ad Asti l’anteprima ufficiale del festival con l’incontro “Hall of Fame”, dedicato alla storia del basket NBA, in cui interverranno i celebri giornalisti sportivi Nicola Roggero e Federico Buffa e che ha già registrato il sold out in prevendita. ❖ SUL WEB:  www.fuoriluogofestival. com UFFICIO STAMPA: Libellula - press@libellulamusic.it

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Cronaca 20 ANNI DI CELTIC CONNECTIONS A GLASGOW: DAL 28 AL 30 GENNAIO

Recensione dei concerti di Fraser & Haas, Sharon Shannon, A Woman’s Heart, Lau, Lorne Mc Dougall & Ross Kennedy di Marcello De Dominicis

Sadie and the Hotheads

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er festeggiare degnamente i 20 anni di Celtic Connections è stato allestito un cartellone di concerti straordinario. Donald Shaw, leader dei Capercaillie, nonché direttore artistico della manifestazione, non ha badato a spese, costringendomi a fare ogni giorno scelte dolorose, dato che, purtroppo nei giorni del mio soggiorno a Glasgow, molti concerti si svolgevano nel medesimo orario.

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28 Gennaio The Mitchel Library, ore 19, 30: Sharon Shannon &Alan O’ Connor e Alasdair Fraser&Natalie Haas Mi reco con largo anticipo all’Auditorium della Mitchel Library. E’ un giorno di pioggia, ma attraverso la lunga Granville Street, rapidamente, per arrivare puntuale in questa nuova location di Celtic Connections, che si rivela come sempre assai “azzeccata”, sia per

la caratura architettonica, sia per l’acustica, come sempre all’altezza della manifestazione. Ad aprire il concerto di Sharon Shannon, è il duo scoto-canadese, Fraser-Haas che presenta il nuovo album, “Abundance”, appena uscito per l’etichetta discografica più celebre della Scozia, la Greentrax. ”Abundance”, che è il quarto lavoro di questa straordinaria coppia di musicisti, contiene 16 brani,


quasi tutti scritti da Fraser, ormai, considerato uno dei più importanti violinisti scozzesi, conosciuto in tutto il mondo per le colonne sonore de “L’ultimo dei Mohicani” e del “Titanic” e per il grande apporto dato alla rinascita della musica scozzese. Le sue esibizioni dal vivo sono memorabili, per la grande vivacità delle sue performance, per il suo fiddling dinamico, per la presenza scenica, e per i continui cambiamenti di ritmo che strappano applausi e standing ovations. Sia in coppia con il pianista Paul Machlis, sia con il supergruppo Skyedance, sia con il chitarrista Tony Mc Manus, lo stile di Fraser è riconoscibile per lo swing e per la capacità di trascinare il pubblico in una sarabanda musicale che si vorrebbe che non finisse mai. Attivo dal 1982, sembra avere sempre una nuova giovinezza artistica ed un’infinita gamma espressiva di suoni, per la capacità di passare dalla profonda malinconia delle slow air, alla gioia delle gighe, dalla cadenza sostenuta delle stratspey al virtuosismo dei reel. Il suo è un suono impeccabile, incredibile ed anche divertente, quando spesso fa l’istrione sulla scena, imitando con il violino, il suono della bag pipe. La sua partner artistica, Natalie Haas non gli è da meno, per la continua capacità di imporre i suoi fraseggi con il violoncello, modernizzando, ritmicamente, i forti incedere violinistici. Dal 2002 il duo si esibisce nei palcoscenici di tutti i continenti riscuotendo un successo straordinario. Credo di averli visti live, almeno quattro volte, ma le loro performance ogni volta mi stupiscono, per la caratura dei suoni e delle esecuzioni. Ogni volta si superano perché l’interazione tra violino e violoncello va ben oltre un semplice

Cronaca

accordo di melodia e accompagnamento. I due artisti si alternano nei ruoli e l’insieme cresce in ritmo e complessità portando ogni brano ad una conclusione di fuoco. Il loro repertorio è in continua evoluzione, ed anche in questo concerto, alternano, brani importanti della loro storia, come, “Calliope meets Frank” (tratto dal loro primo splendido album, “Fire and Grace”) a set nuovi come “Connie suite” tratta da “Abundance” e commissionata a Fraser dal suo amico Howie Muir, per il compleanno della moglie Connie. Il brano, diviso in quattro danze, si apre con la vivace giga, “Les Jumeaux jig” e termina con la strathspey/ reel “Hot club d’Ecossè”, ispirata allo stile di Djiango Reinhardt. E’ lo swing, che caratterizza molte delle danze eseguite dal duo che, anche negli omaggi ad altri grandi compositori, come Neil Gow o Duncan Chisolm (ascoltare per credere “Farley Bridge”, sempre dall’album “Abundance”), dimostra la grande passione di suonare dal vivo e di divertirsi sul palco, e di emozionare il pubblico, con un entusiasmo contagioso. Fraser è un gigante sul palco e Natalie, ne è la degna partner, facendo interagire il suo cello, con il violino, in tutte le possibili gamme sonore, sia ritmiche che armoniche, in tutti i generi della musica strumentale

scozzese ed anche nelle escursioni in altri mondi come il bluegrass e la musica africana, il jazz ed il funky. Nei loro concerti, trecento anni di musica vengono ripercorsi con fuoco e grazia, esattamente, come il titolo del loro primo album. Inutile dire che consiglio vivamente a tutti di acquistare il loro ultimo album in cui, tra l’altro, oltre i due protagonisti, suonavano anche musicisti del calibro di Donald Shaw, James Mackintosh, Dominick Leslie, Hannake Cassell. Dopo questo caleidoscopio di colori e di piacere regalatomi dai due “mostri sacri”, mi reco, durante l’intervallo a sorseggiare una birra in attesa dell’esibizione dell’altra “star” del folk irlandese, Sharon Shannon. Nonostante sia un profondo conoscitore della sua musica e della sua discografia, è la prima volta che ascolto dal vivo la grande accordeonist irlandese…. . L’attesa non si rivelerà vana! Una carriera lunghissima quella di Sharon Shannon, nata nel villaggio di Corrofin, nel 1968, iniziata con la band della contea di Clare, ”Disirt Tola”, culminata a 14 anni con il suo primo tour in America. Sharon si mette in luce come brillante fisarmonicista, ma è anche abile polistrumentista, perché suona benissimo anche, violino, whistle, e melodeon. A metà degli anni ottanta dopo aver studiato fisarmonica e violino con Karen Tweed e Frank Custy, che dirà subito di lei: “Fin dal primo momento che l’ho ascoltata ho capito subito che Sharon aveva il “golden touch”. Nel 1989, ha subito la grande occasione di entrare nel grande giro della musica irlandese, perché Ringo Mc Donagh, appena lasciati i De Danann, la vuole con sé nel supergruppo degli “Arcady”,

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Cronaca Tim O'Brien and Darrell Scott

con cui purtroppo non inciderà alcun disco. Subito dopo, entra nei Waterboys, con cui inciderà nel 1990, l’album, “Roam to Roam”. Stanca di accontentarsi di suonare con questo o quel gruppo, Sharon, incide nel 1991, il suo primo album solo, che ebbe un grande successo, per le numerose incursioni in più generi musicali, come, cajun, reggae, musica francese e portoghese. L’anno successivo, partecipa al progetto “A woman’s hearth”, con grandi cantanti come Eleanor Mc Evoy, Mary e Frances Black, Dolores Keane etc, che passerà alla storia come il disco, in assoluto, più venduto in Irlanda. Con i successivi album, “Out of the gap”, “Each little thing”, “Spellbound”, “Live in Galway” e “The diamond mountain session”, si sposta verso il folk rock, aprendosi a collaborazioni con musicisti prestigiosi come Bono, Donal Lunny, Steve Earle, Jackson Browne, Carlos Nunez, etc, ricevendo anche un disco di platino ed il premio come “best female traditional artist” per l’anno 2001 dall’Irish Music Magazine. Il resto è storia recente con l’album “Flying circus” del 2012 con la RTE’ Concert Orchestra. Eccola…. che entra nel palco seguita dal pianista, chitarrista e cantante, Alan

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O’ Connor, suo ultimo pard musicale da oltre un anno. E’ minuta, sembra molto più giovane dei suoi 46 anni. Inizia il concerto in maniera viva, gioiosa, cominciando con uno dei suoi brani più antichi, “The Coridinio” dall’album omonimo del 1991. Da grande strumentista qual è, ci fa subito capire di che pasta è fatta una sua esibizione: ritmi, accelerazioni, cambi di tempo improvvisi, rivisitando la sua intera carriera e cambiando spesso strumento. Altre perle scorrono nella sua set list, tra cui il celebre brano, “Cavan Pothlose”, conosciuta anche da noi, per essere la sigla finale della trasmissione, “Geo&Geo”, in onda da molti anni su Rai 3. Seguono altri set, molto ruffiani, con la gente che scandisce il tempo con il battito delle mani, mentre lei ed Alan eseguono “Rathlin Island” e “Duo in G”. La musicista, poi, lascia un po’ di spazio al talento di Alan O’Connor che esegue il classico di Leadbelly, “The Midnight Special”, mettendosi in evidenza per l’abilità con cui riesce a suonare quasi contemporaneamente chitarra e pianoforte e per l’uso abilissimo di loop e bassi. Arrangiamenti, freschi, presenza scenica straordinaria, a volte, anche esagerata, ma

la musica che propone ti fa saltare dalla poltrona come dinamite, la Shannon sciorina il meglio di sé, con la rilettura del “classicone” “Music for a found harmonium” della Penguin Cafè Orchestra e con la travolgente cover di “Galway girl” di Steve Earle, con cui fa cantare tutto il pubblico, me compreso, e con cui finisce il concerto, in un tripudio di applausi, chiamando in scena anche Alasdair Fraser e Natalie Haas. Per essere il primo concerto, di folk music che vedo a Glasgow quest’anno, non potevo cominciare meglio! 29 Gennaio, Glasgow Royal Concert Hall, ore 19, 30: “A Woman’s Hearth” featruring: Eleanor Mc Evoy, Mary Couglan, Sharon Shannon, Hermione Hennessy, Emily Smith Un grande concerto mi aspetta nel tempio della musica scozzese a Glasgow, la Royal Concert Hall, sold out, per la rievocazione di uno spettacolo ed un disco, di cui ho scritto, proprio sopra, per rievocare uno dei punti più alti della carriera di Sharon Shannon. Sapientemente orchestrato dalle mani e dall’ugola della celebre cantante pop irlandese, Eleanor Mc Evoy, ecco il concerto “A woman’s hearth”, che ci riporta ai fasti dell’omonimo disco del 1992, che fu numero uno nelle chart irlandesi per oltre quattro mesi. Lo spettacolo, oltre alle due protagoniste originali, presenta altre prestigiose voci della musica irlandese, come, l’irresistibile cantante, Mary Coughlan ed la rappresentante della nuova generazione di singers, Hermione Hennessy. A fare da contraltare, per la Scozia, a queste grandi artiste, Emily Smith che presenta il suo ultimo album, appena uscito, ”Echoes”. Proprio la Smith apre il concerto, con molti brani tratti dalla sua nuova, quinta, fatica. Festeggia, in questo palcoscenico, dieci anni di carriera con un album che evidenzia le sue grandi doti vocali, che l’hanno portata assieme a,


Cronaca Anthony D’Amato

Karine Polwart e Julie Fowlis, a diventare, la principale esponente del nuovo Scottish Sound. L’interesse per la canzone tradizionale, viene sviluppato da Emily in modo personale e moderno. Accompagnata dalla chitarra e dal violino di suo marito Jamie McClennan, Emily dà un tocco personale ad ogni ballads, con voce espressiva e profonda che lascia gli ascoltatori attenti ed incantati su ogni singola nota emessa. Coinvolgente, tesse delicate melodie ed armonie diverse su ogni canto, marcandoli con un “twang americano”, dovuto sia alla scelta di brani appartenenti alle due diverse etnie (Scozia ed America), sia al tentativo di imprimere una nuova pista al suo modo di far musica. Proprio per perfezionare questa strada, Emily ha voluto che grandi musicisti americani come, Jerry Douglas, Tim O’ Brian, Natalie Haas, Darrell Scott, presenti sul palco della Royal Concert Hall, fossero protagonisti dell’album, assieme ai consueti musicisti scozzesi ed irlandesi della sua band. Brani come “Twa Sister” e la splendida “The final Trawl” in cui è supportata dagli splendidi controcanti di Aoife O’ Donovan, rimarranno, per

me, ricordi indelebili di questa sua bella performance. Nulla invece voglio dire della cantante successiva, Hermione Hennessy, figlia del defunto e compianto cantastorie, Christie Hennessy, perché pur dotata di una bella ugola, forse, difetta nel repertorio, proponendo dei brani che sembrano appartenere ad un filone “glam” del folk e del pop, molto più vicini al commercialissimo “Nashville sound”, che alla canzone d’autore. Di tutt’altra caratura, invece, il set di Mary Coughlan…., una voce senza tempo, a volte roca, speziata, strascicata, ma dal grande impatto seduttivo. Universalmente amata in Irlanda per il suo blues fumoso, pieno di whiskey, per il suo grande talento nell’interpretare in modo molto free, ballads e brani jazzati. Con la sua innata simpatia, i modi bruschi e sinceri, incanta il pubblico con una versione mozzafiato di “Let it be me”. Oltre 25 anni di carriera discografica, con 15 album solisti, una popolarità straordinaria, ma spesso, anche contestata per la sua onestà brutale, soprattutto, per quanto riguarda i temi dell’aborto ed il ruolo delle donne nella società irlandese, Mary ha avuto alti e bassi con vendite fenomenali, ma anche

cadute a picco, dovute ad una cattiva gestione del suo successo. Tutto questo suo vissuto si percepisce nelle sue esibizioni che lasciano un segno profondo in chi ascolta, fino ad avvolgere e scarnificare l’anima. Si pensi alle sue cover di “Ice Cream Man” di Tom Waits, oppure di canzoni come “Ancient Rain” o “Invisibile to you”… che ti scaldano cuore ed anima. In questo concerto sono in compagnia del grande musicista svizzero Pietro Bianchi (ex leader dei Lyonesse) che come me, rimane estasiato dalla personalità e dai magnifici timbri di questa sfortunata cantante. Alla fine una selva di applausi accompagna la sua uscita di scena. Di Sharon Shannon, e, del suo show, abbiamo già parlato abbondantemente, non resta che parlare dell’esibizione finale di Eleanor McEvoy, titolare di questo bel progetto da oltre 20 anni. Si presenta “armata” di chitarra e ci dimostra subito che non è l’artista di un solo hit, “Only a woman’s heart”, vecchio, ormai, di oltre vent’annni, ma una songwriter di razza, dotata di una gran voce. Snocciola canzoni, nuove, mai ascoltate, ma anche brani di grande impatto, come “You’ll hear better song than this”, perla dall’album del 2011, “Alone” che commuove per il bel testo e per un’interpretazione davvero emozionante… E’ la seconda volta che l’ascolto live, e la sua performance mi convince molto di più, rispetto a due anni fa. La scelta di uscire da una major, dopo aver venduto più di un milione di dischi, le ha restituito la libertà di poter ricominciare a scrivere brani molto interessanti e di ritrovare una vena creativa, che sembrava aver perso. Il concerto però incalza e ci porta al gran finale che tutti aspettano: “Only a woman’s hearth” che Eleanor intona, con una voce di velluto, seguita da tutte le voci che si sono avvicendate nella serata, con il prezioso accompagnamento dell’organetto della

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Cronaca Capercaillie

Shannon. Il pubblico canta insieme a loro…. un vero trionfo finale che lascia tutti soddisfatti. 30 gennaio, National Piping Center, ore 20,00, Lorne McDougall & Ross Kennedy L’ultimo giorno a Glasgow, cerco di avere il dono dell’ubiquità, perché voglio tentare di vedere due concerti diversi, nello stesso tempo. Comincio con i Lau, recandomi alla City Hall, alle 19,30…. ma, stranamente, il supergruppo scozzese, capitanato da Kris Driver e Martin Green, almeno in questa occasione, non mi sembrano all’altezza dei loro precedenti concerti, che ho gustato in tutti questi anni di Celtic Connections. Troppi effetti, loop, lunghe introduzioni, guastano la loro performance o, forse, sono io che non riesco ad accettare la loro nuova svolta. Resisto fino al terzo brano e poi scappo in direzione del “Pipino Center”, dove il gruppo dell’ex Capercaille, Marc Duff, ha appena finito di esibirsi. Mi trovo quindi al posto giusto al momento giusto! Volevo ascoltare l’ex voce e chitarra dei Tannahill Weavers, degli Iron Horse e dei Canterach, Ross Kennedy ed il nuovo “enfant prodige” della small pipe, Lorne Mc Dougall, degno erede dei

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grandi piper scozzesi, Martyn Bennett, Fred Morrison, Gordon Duncan, Allan Mc Leod. Il concerto è davvero coinvolgente, i due si completano a vicenda e divertono il pubblico con i loro racconti e la loro bravura. Due diverse generazioni di musicisti che, però, trovano una loro unitarietà nel fare musica insieme. Sognavo da molto tempo di poter ascoltare la voce e la chitarra di Ross Kennedy, e ora, finalmente, mi abbandono al suo timbro forte e personale. Il suo canto melodico colpisce nel segno, mentre canta “Terror time”, celebre brano, scritto da Ewan Mac Call, dove anche, la sua chitarra è efficace quanto il canto, ma lui è ma-

estro nel flatpicking ed ha prodotto e suonato in oltre 40 album, al servizio di musicisti di fama mondiale. A volte è lui che funge da ritmica per il giovane piper di Carradale nel Kintyre, quando Lorne attacca a suonare reels o strathspeys, a volte è Mc Dougall che gli fa da spalla anche in divertenti siparietti, come nel caso della bella canzone in lode delle isole Arran. Parlando con lui, dopo il concerto, ho capito che la carriera di Ross Kennedy lo ha portato in diversi paesi in tutto il mondo e lui mi ha detto che non ha mai deluso i suoi ascoltatori anche quando era privo di band, sapeva come strappare applausi, magari cantando un brano di Burns. Ha ragione il suo grande “mestiere” e la sua presenza scenica sono fantastici. Il duo con Mc Dougall funziona benissimo, i due sono affiatati, si divertono a cambiare strumenti, a far impazzire il pubblico, nei set veloci che ci regalano. Entrambi hanno militato nei Canterach, per cui spesso riprendono brani tratti dal repertorio del loro ex gruppo. Il tempo purtroppo trascorre velocemente ed una meravigliosa slow air di Lorne con il whistle ed un set di reels, chiudono un concerto tra i più belli e partecipati che ho visto… Ho ancora nella testa la voce di Ross Kennedy… peccato non abbia cantato “Farewell to Fuinary”, sarebbe stata la classica ciliegina sulla torta. ❖ Sharon Shannon


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Interviste INCONTRO CON MARTINA CATELLA

Direttrice del centro parigino Glotte-Trotters che dal 2009 si chiama più precisamente «Centre de recherche et de formation vocale Martina A. Catella» di Giordano Dall’Armellina

M. Catella in piedi a destra nel suo laboratorio

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no dei luoghi dove con più entusiasmo si cantano i nostri canti popolari di tutte le regioni italiane è a Parigi presso un centro chiamato Les Glotte–Trotters, gioco di parole derivato da Globetrotters, nome di una famosa squadra di basket, con la differenza che Glotte fa riferimento alla glottide cioè alla gola e al fatto che si canta in decine di lingue diverse facendo così il giro del mondo in...

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80 lingue come sottolinea la stessa Martina. Il luogo di incontro, corrispondente anche alla sua abitazione, è vicino alla fermata del metro di Ecole militaire, a due passi dalla Tour Eiffel (nel sito Glotte-Trotters l’indirizzo e il numero telefonico). Per gli stage canori ha ristrutturato uno scantinato con diverse salette ed è lì che ho incontrato cantori entusiasti, ansiosi di imparare qua-

lunque cosa Martina proponesse. Appena entrato mi sono sentito subito accolto con un calore che mi ha stupito e che solo dopo ho compreso appieno. Cantori di origine italiana? Qualcuno, ma la maggior parte sono proprio francesi, appassionati della nostra produzione musicale e che sono venuti anche in Italia per imparare da vicino le nostre tradizioni popolari (l’ultima volta è stato nel


Interviste

2012 in Sardegna a Bosa, dove ero presente anch’io. In quella occasione facemmo anche la conoscenza del canto a tenores e seguimmo un corso di canto tenuto da Lucilla Galeazzi, grande interprete di musica tradizionale italiana in particolare del centro Italia essendo lei ternana di nascita. Ci occuperemo di lei prossimamente. Alcuni di loro hanno partecipato anni fa alla ricerca di Giovanna Marini nel Sud Italia, esperienza che si è tradotta nello splendido libro Una mattina mi son svegliata (Rizzoli editore) con sottotitolo: La musica e le storie di un’Italia perduta. Ma chi è Martina Catella? Dal nome e cognome si può dedurre l’origine italiana del padre che tuttavia viveva a Chamonix. La madre, pur essendo di nazionalità francese, è di fatto cinese di origine. Fin da bambina ha coltivato una passione assoluta per la musica che l’ha accompagnata per tutta la vita con risultati straordinari. Pianista diplomata presso il Conservatorio Nazionale Superiore di Musica di Parigi, è soprattutto cantante, etnomusicologa, specialista di musica sufi. “Martina, qual’è lo scopo di questo centro e che significa formazione vocale che sta nel nome di questo luogo di incontro?” “Lo scopo principale è la diffusione di un approccio olistico della voce. Mi spiego meglio. Tutte le voci e le personalità, in particolare quelle giovanili, sono in divenire e dunque lo spirito d’avventura è aperto alla conoscenza. Per questo li ho chiamati Glotte-Trotters ovvero portatori di una nuova tecnica per poter cantare il mondo, una tecnica vocale universale. Perché universale? Perché parte dagli “universi” dei corpi. Tutti noi possediamo “arnesi” che sono comuni a tutti gli esseri umani che permettono la fonazione (insieme dei fenomeni fisiologici che si verificano nella laringe e rendono possibili l’emissione di suoni). Quindi prima di

Martina Catella canta con due suoi allievi ad un concerto a Parigi

arrivare e canalizzarci in uno stile è necessario lavorare sul corpo e in particolare sul cervello che permette il miracolo di trasformare il soffio in vibrazione, in parole, in canto. Con questo approccio olistico si arriva alla riscoperta del nostro corpo dall’interno col quale è possibile giocare1 e suonare come se fosse uno strumento musicale ad entrate multiple. Ogni spazio è costruito intorno ad una regione del corpo che viene sviluppata grazie a degli esercizi che derivano dalla sintesi di tutte le tecniche che in questo modo si intrecciano fra loro. Ciò permette di aprirsi a repertori appartenenti a mondi culturali che più utilizzano quelle regioni corporali.” “Se ho ben capito ogni espressione canora deriva da un retroterra culturale che ha anche formato le lingue e il modo di parlare. Per esempio il canto a tenores che abbiamo studiato in Sardegna utilizza una regione corporale totalmente 1 In quasi tutte le lingue europee non vi è distinzione fra suonare e giocare come c’è invece in italiano. Suonare è dunque un gioco che come tale appassiona e diverte.

diversa da quella usata nel canto dei monaci tibetani o dei cantori di flamenco.” “Certo ma per tentare di arrivare a quelle regioni corporali è necessario un lavoro di respirazione “ventrale” che ha un contraccolpo sul diaframma. Per questa ragione inizio sempre i miei corsi e le mie lezioni, prima di cantare, con il lavoro sulla respirazione e l’uso corretto del diaframma. Solo dopo questo lavoro olistico su se stessi ciascuno può capire verso quale stile di canto è più portato. Ma non c’è solo questo. Da sempre il canto ha essenzialmente lo scopo di far funzionare una comunità. In queste società si considera l’essere sociale come un essere musicale e il contrario è qualcuno che non sa respirare, non ha resistenza, non sa canalizzare le sue emozioni, non ha memoria corporale, non sa trasmettere gli insegnamenti trasmessi oralmente con la recitazione. Insegnare ad essere esseri musicali è uno dei miei compiti nei corsi che tengo con i bambini. Diventando maestri del proprio respiro i bambini sviluppano la facoltà di ascoltare, di memorizzare, di comunicare sia ver-

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Interviste

il gruppo Qawwali in concerto

balmente che musicalmente. Ciò è funzionale per la vita di tutti i giorni in quanto diventeranno cittadini capaci di ascoltare e di indirizzarsi verso il mondo intero. Saranno cioè persone aperte e amorose.” “Mi sembra che questo modo di essere appartenga anche agli adulti che lavorano con te o sbaglio?” “Se ti riferisci al fatto che sono tutti aperti e amorosi è un fatto. Non si può appartenere ai GlobeTrotters ed essere chiusi su se stessi. Sarebbe un controsenso.” “Qui nel tuo centro ho potuto assistere ad un concerto eccezionale di un gruppo Qawwali pakistano per pochi eletti che in parte hai organizzato sapendo del mio arrivo. So che hai vissuto in Pakistan e questo tipo di musica ti ha particolarmente appassionata. Me ne puoi parlare?” “Ci vorrebbero ore per parlarne in maniera concreta. Comunque il

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mio primo approccio fu nel 1991 quando andai in Pakistan per girare un documentario. Là venni in contatto diretto con la musica Qawwali (da qaul che significa parola. I canti sono meramente religiosi) che col tempo è diventato anche un disco: Qawwali: expression of essencial desire.” Ho poi lavorato per creare quelli che chiamo ponti fra diverse culture. Ecco quindi la possibilità di creare un legame fra flamenco e Qawwali e fra il Gospel e Qawwali. Dopo tutto ci sono similitudini: il flamenco ha le sue radici nell’area Indo-Pakistana e con il gospel c’è in comune la fruizione estatica delle adunanze religiose. Qawwali porta un messaggio d’amore essendo la lingua musicale del sufismo sia in India che in Pakistan. Così come per il Gospel, Qawwali fa si che gli ascoltatori si pongano domande sulla condizione umana e risveglia un’emo-

zione mistica. Entrambi i canti si rivolgono alla divinità con famigliarità e chiamano lei come se fosse un’amante.” Martina ha poi portato queste sue esperienze di fusione al festival di Fes in Marocco nel 2006 dove Qawwali e flamenco hanno convissuto in sintonia. Martina è una persona straordinariamente positiva e la sua missione è qualcosa che questo mondo ha assolutamente bisogno. E’ un mondo malato che soffre delle ferite causate da pregiudizi religiosi ed etnici. La musica, come già diceva Dante nel Convivio e nel De Vulgari Eloquentia, può curare l’anima e il corpo e portarci verso un mondo di pace. Martina ha i tasselli per costruire il mosaico di quel mondo di pace avendo capito l’essenza divina della musica. ❖


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Recensioni GIANNI PELLEGRINI: “FERLÌZZE”

AlfaMusic/Egea distr. www.alfamusic.com info@alfamusic.com di Loris Böhm

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l cantautore foggiano Gianni Pellegrini, prodotto dall’etichetta Alfa Music, da sempre attenta alla qualità, si fa portavoce della storia della sua città e “Ferlìzze”, omaggio al Tavoliere, cantato in puro dialetto arcaico, rappresenta un quadro dell’etnia locale dei Terrazzani, indomita e matriarcale, attraverso le vicende storiche che la caratterizzano. Il titolo dell’album rappresenta il nome di una sedia artigianale caratteristica, costruita dai Terrazzani. Otto le canzoni presenti in questo album, di durata totale alquanto breve... meno di mezz’ora. Un disco che si ascolta tutto d’un fiato, che certamente non stanca. La voce narrativa di Gianni, supportata dai tanti strumentisti che si alternano in questo concept al-

bum, dando un contributo di dolcezza o di ferma determinazione, fanno solo rimpiangere il fatto che il disco finisce troppo presto. Davvero un concentrato di bellezza, di epicità, di brillantezza compositiva, di saggia orchestrazione di matrice tradizionale, mai pesante o predominante. Un disco davvero incantevole, che resterà caposaldo della canzone d’autore pugliese! Quando i sentimenti di chi ascolta vengono sublimati a questo punto, si può soprassedere e mettere in loop, con la certezza di rimanere ugualmente appagati.

COMUNICATO

non esiste quasi più. Personaggio anarcoide, esistito fino alla metà del Novecento circa, il terrazzano vive di raccolta e caccia, quasi mai sotto padrone, povero ma dignitoso, paziente e tenace. Questo lavoro discografico coglie e racconta in versi alcuni aspetti incredibili ed affascinanti di questa etnia, come la capacità di vivere fin quasi ai giorni nostri in maniera pressoché primitiva, sviluppando diverse tecniche di caccia, perlopiù a volatili, in particolare alle taragnole (allodole). Il terrazzano possedeva inoltre una vasta conoscenza di erbe selvatiche commestibili, un’ottima padronanza dell’equitazione e trascorreva l’intera sua esistenza a stretto contatto con la terra e la pianura del Tavoliere. Monogami, fedelissimi al coniuge, devoti alla Madonna (in particolare alla Madonna dei Sette veli di Foggia) e a Sant’Anna protettrice delle partorienti, fieri di essere senza padrone, i terrazzani hanno vissuto legati a filo doppio alla terra fin quando

Titolo: FERLIZZE Artista: Gianni Pellegrini Gianni Pellegrini, voce solista e cori; chitarra classica Marco Rovinelli, batteria Pierpaolo Ranieri, basso Alessandro Gwis, pianoforte Fabrizio Guarino, chitarra solista, ritmica, elettrica Cristina Donofrio, fisarmonica Guido Primicile, tamburi a cornice Pietro Cernuto, friscalettu e flauto dolce Marcello Sirignano, violini e viola, tastiere Giuseppe Tortora, violoncello Chiarastella Fatigato, cori e controcanti Giuseppe e Michelino Pellegrini, coro dei bambini Arrangiamenti: Marcello Sirignano Produced by: Gianni Pellegrini for AlfaMusic Label&Publishing Production supervision: Fabrizio Salvatore Recordings, Mixing & Mastering: AlfaMusic Studio (Rome) -Sound engineer: Alessandro Guardia

Il “ferlìzze”, seggiolino fatto di fusti di ferula secchi e intrecciati, è un oggetto umile che in questo album diviene simbolo di una etnia foggiana, il terrazzano, che oggi

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il Tavoliere di Puglia è stato utilizzato a pascolo, attraverso la pratica della transumanza, conservando vaste zone paludose. Ma l’utilizzo successivo delle distese sterminate a coltura di grano e le bonifiche di epoca fascista, hanno dato uno scossone a questa etnia ed ai suoi costumi, che con la Riforma agraria degli anni Cinquanta comincia il suo definitivo declino. Consumismo, globalizzazione, espansione urbana selvaggia hanno poi fatto il resto. Le storie di questo disco hanno spesso per protagonisti delle donne: la terrazzana è coraggiosa, fiera come il suo uomo, selvaggia e sensuale, madre autoritaria e maschera tragica nell’abbandono di un figlio. Sulle sue spalle regge un mondo di sapienza e di accettazione del dolore e della fatica, ma anche un senso di continuità e di futuro, nell’immutabilità di una natura ostile e di una società che tiene ai margini la sua etnia, giudicandola l’ultimo anello


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della società. Un proverbio capovolto recita a Foggia: “I ferlizze annanze, e i segge arret”, ossia “che scandalo: i (seggiolini) poveri davanti e dietro le sedie (buone)”. Ma in realtà il proverbio correttamente pronunciato è metafora del terrazzano stesso: “i segge annanze, i ferlizze arret”, ossia “le persone per bene prima; i poveri, invece all’ultimo”. Il dialetto usato, nella sua forma linguistica e riproduzione fonetica, è un dialetto foggiano senza tempo e senza luogo, non ascrivibile quindi a nessun quartiere interno alla città e a nessuna epoca storica in particolare. Tuttavia sono recuperati termini antichi, non più frequentemente in uso nel dialetto attuale. Ad esempio: sciaraballe, perazze, lampazze, bufe, schernuzze, jummenda, pellidre; rispettivamente: carro di campagna,

pero selvatico, lampazzi, rospo, lucciola, cavallo, puledro. Il linguaggio musicale è vario ed esplora una grande quantità di repertori: dalla canzone d’autore al pop, dal rock alla pizzica perché non si vuole, qui, riprodurre filologicamente la tradizione musicale locale ma piuttosto presentare in un linguaggio moderno una favola antica.

Cd Track list 1 Terra appandanate

Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini

2 Ferlìzze

Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini

Primo album in italiano: opera corale di poesia e denuncia

3 ‘A nonna nonne

Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini

4 Vogghie esse femmena

Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini

5 Stizzicheje

Adattamento di Giovanni Pellegrini di una poesia di A. Rabbaglietti, Musica di Giovanni Pellegrini

6 ‘A rote

Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini

7 Aratrecille

Testo di Giovanni Pellegrini e Raffaele de Seneen, Musica di Giovanni Pellegrini 8 Cento giornate foggiane (bonus track) Testo e musica di Giovanni Pellegrini ❖

KAY McCARTHY: “L’AMORE TACE” Comunicato stampa

È

uscito L’amore tace (Storie di Note - Helikonia), primo album italiano di Kay McCarthy. Un progetto nato da un’idea di Piero Ricciardi, compagno di note e di vita di Kay, che ha sognato e costruito attorno alla voce e alla musicalità della grande artista irlandese un progetto minimalista ed intenso che racconta i dolori del mondo, squarci di poesia e di cronaca che narrano di un mondo che perde la sua anima e in cui, appunto, l’amore tace. Al suo fianco nella scrittura di questo lavoro corale i musicisti che la suppor-

tano da sempre e i compositori con i quali ha condiviso la scrittura e l’arrangiamento di queste pagine intense e commoventi: Arturo Annecchino, Alfonso De Pietro, Fabio De Portu, Stefano Diotallevi, Ugo Dorato, Mirko Fabbreschi, Leno Landini, Mauro Orselli, Piero Ricciardi, Fabio Scanzani, Susanna Valloni. E, cosa tutt’altro che semplice, con tante differenti personalità coinvolte, un album coerente, coeso, sorprendentemente organico, per il quale è prevista anche una versione in lingua inglese nel 2014. Dopo 11 album quasi totalmente dedicati alla musica della sua terra d’origine, la celebre cantante irlandese, in Italia da oltre 30 anni, presenta un piccolo gioiello minimalista con la collaborazione e l’accompagnamento di 12 musicisti di autentico valore e di altri grandi artisti dell’immagine: Domingo Notaro per la copertina, Josepha van Gennip per le fotografie e Chiara Fenicia per la grafica. Nato, come si diceva, da un’idea di Piero Ricciardi, L’amore tace è un progetto cresciuto un po’ per volta. Dai

primi nuclei di testo di Piero, al coinvolgimento di Rambaldo degli Azzoni di Storie di Note. Alla viva richiesta di supporto di un clan variegatissimo di amici musicisti come Stefano Diotallevi, Fabio De Portu, Ugo Dorato e Susanna Valloni, da amici del vecchio Folkstudio, come Mauro Orselli e Fabio Scanzani, di Helikonia, come Mirko Fabbreschi, di Storie di note, come Arturo Annecchino, Alfonso De Pietro e Leno Landini, o conosciuti autonomamente, come il pittore Domingo Notaro, l’artista polivalente Alessandro Maresca e la fotografa Josepha van Gennip. Tutti hanno risposto, accettato e creato, per e con Kay. Salvo una breve ma intensa puntata allo studio Elettra di Calvi nell’Umbria, dove Pasquale Minieri ha curato i brani con Arturo Annecchino, il lavoro è stato integralmente registrato allo studio Helikonia di Roma con l’aiuto dei fonici e tecnici come Antoniomaria Cece e Manuel Santilli, nonché col contributo di Marco Kelly, età 8, alla consolle. Ufficio Stampa Studio alfa

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L’amore tace

1. Passi nella notte (McCarthy-Annecchino-McCarthy) 2. Ultima preghiera (McCarthy-De Pietro-McCarthy) 3. La ragazza dell’est (McCarthy-Landini-McCarthy) 4. Il corpo (McCarthy) 5. Naufragio (McCarthy) 6. ...l’amore tace... (McCarthy-Orselli-McCarthy) 7. Ricordati di me, di noi (McCarthy-Dorato-McCarthy) 8. Il treno dei pendolari (McCarthy-Landini-McCarthy) 9. Separazione (McCarthy-Annecchino-McCarthy) 10. Se i se... (McCarthy-Maresca-FabbreschiMcCarthy) 11. A-ma-mi (McCarthy-Diotallevi) 12. Coisithe (McCarthy-Annecchino- McCarthy) 13. ...l’amore tace... (McCarthy-Orselli-McCarthy)

…Il mistero dei passi nella notte si intreccia con le note del nightpiano di Arturo Annecchino e di Kay che canta sottovoce per non spaventare le anime anonime che passano davanti ad una casa rosa, al buio. Alla luce del giorno la cronaca nera trasmette L’ultima preghiera di un piccolo imprenditore spinto al suicidio da uno Stato esattore, un vero e proprio grido di dolore. Ad accom-

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pagnare Kay, qui, è Alfonso De Pietro alla chitarra. Morte ed ancora morte: giungono notizie dell’uccisione de La ragazza dell’est insieme alle note strazianti dell’armonica di Leno Landini da un mondo dove Il corpo umano viene usato ed abusato. Dal fondo melmoso del mare le ossa di trecento profughi annegati raccontano, insieme alle chitarre di Fabio De Portu e al bodhrán di Piero Ricciardi, di un viaggio di speranza terminato violentemente col Naufragio del loro sgangherato barcone. È notte di nuovo e …l’amore tace... o così sembra; forse sussurra o emette suoni primordiali mentre le percussioni di Mauro Orselli scandiscono il tempo presente… continuo… presente...ma, ciononostante, due amanti promettono di amarsi anche dopo la morte parafrasando la poetessa italo-inglese Christina Rossetti, Ricordati di me, di noi, col pianoforte essenziale di Ugo Dorato e il sassofono esistenziale di Fabio Scanzani. La mattina seguente Il treno dei pendolari porta lavoratori e studenti già stanchi, stipati in vagoni sporchi, lenti e

precari, onomatopeizzati dall’armonica di Leno Landini e dal bodhrán di Piero Ricciardi. In una grande città, due persone, una volta innamorate a dismisura, ora separate da anni-luce di odio, si lasciano. Arturo Annecchino dipinge un delicato fondale pianistico-teatrale dove, sommessamente, la voce di Kay recita il dolore della Separazione; ma i bambini sognano un mondo senza dolore dove, Se i se... fossero aquiloni, si volerebbe in alto sulle note dei “carillon” di Mirko Fabbreschi e Dario Sgrò con le parole di Kay e di Alessandro Maresca. “A-ma-mi sempre”, supplica il pianoforte di Stefano Diotallevi ispirato dai versi di Elizabeth Barrett-Browning, mentre il flauto di Susanna Valloni gli fa da eco prima di dare vita ad una tarantella insieme al bodhrán di Piero. Tornano i passi nella notte ma questa volta in gaelico: Coisithe. Il cd, avvolto in un disegno dell’artista Domingo Notaro, elaborato da Chiara Fenicia, chiude con la batteria di Mauro Orselli che insiste, “...l’amore tace...” Kay McCarthy ❖


Recensioni SERENA DELLA MONICA LE NINFE DELLA TAMMORRA: “SCARAMANTRIKA” Comunicato stampa

U

n progetto tutto al femminile che nasce da un’idea di Serena Della Monica con il supporto di tre importanti musicisti della scena folk: Gianmarco Volpe, Amleto Livia, Pasquale Benincasa. Ogni concerto è un’esplosione di suoni e ritmi che trascinano il pubblico in uno spettacolo più unico che raro nel suo genere. Il gruppo, fondato e diretto da Serena Della Monica, opera da oltre dieci anni sul territorio nazionale. Si compone di artisti studiosi e ricercatori che si propongono di diffondere e far conoscere le tradizioni popolari del Sud Italia con particolare riguardo alla Campania ed alla sua forma musicale predominante: la “Tammurriata” detta anche “Ballo e Canto sul Tamburo”, antica forma coreutico-musicale praticata in numerose varianti: dall’area domiziana – giuglianese, a quella vesuviana, dall’agro nocerino-sarnese alla costiera amalfitana. La tammurriata è espressione diretta della cultura orale contadina ed è quindi connessa a credenze e culti arcaici di origine precristiana. Lo spettacolo delle Ninfe della Tammorra è un viaggio tra le sponde sud del Mediterraneo, a partire dalla Campania, madre della Tammurriata. Il racconto

di una terra, di un tessuto di tradizioni religiose e pagane. Un fuoco vivo che brucia e che ti invita a danzarci intorno. Uno spettacolo che nasce dalla necessità di raccontare e rendere attuale l’antica cultura popolare Campana, attraverso un uso efficace del linguaggio musicale e del teatro-danza, evocando le sonorità mediterranee unite a ritmi urbani della musica moderna, alla ricerca di un interessante connubio di word music e word dance. L’identità resta fortemente radicata nella cultura autoctona campana, quella dei canti devozionali, delle serenate d’amore e delle danza di derivazione estatica. Uno spettacolo dall’atmosfera coinvolgente e affascinante, dove il ritmo dei tamburi, le voci ammalianti e la musica ipnotica entusiasmano sin dall’inizio lo spettatore più esigente. Il gruppo ha all’attivo numerose tournèe sia in Italia che all’estero nelle quali ha sempre riscosso notevoli successi sia dalla parte del pubblico che dalla critica. Ha partecipato a diverse trasmissioni televisive come Linea Blu su Rai Uno, Mezzogiorno in Famiglia su Rai Due, La domenica del Villaggio su Rete Quattro, Linea Verde su Rai uno, L’Host su Sky. Nel 2007 in formazione completa con la “Ballata Mediterranea” ha inciso il disco “Ile Oyo” prodotto dall’etichetta “Italiamanagement”. Nel 2008 ha vinto il festival internazionale “Disco d’Oro” di Villa d’Agri (Pz) classificandosi al primo posto nella sezione di musica popolare e vincendo anche il premio come miglior gruppo del festival in tutte le categorie. Inoltre vanta numerose collaborazioni con artisti di rilievo della scena folk nazionale ed internazionale: Eugenio Bennato, Tony Esposito, Nando Citarella, Marcello Colasurdo, Farias e tanti altri. Il nuovo tour rappresenta un viaggio tra i suoni, le danze rituali e i

canti del Sud Italia; dalla Tammurriata alla Pizzica Pizzica, tra canti d’amore, storie di briganti, stornelli e serenate utilizzando strumenti tipici della tradizione come organetti, fisarmonica, chitarra battente, tamburi a cornice e con l’aggiunta di sonorità più contaminate grazie a strumenti appartenenti a culture musicali diverse come il berimbau, la darbuka, il bouzouki, ed il cajon. La simbiosi fra tradizione e suoni contemporanei apre la musica popolare a nuove suggestioni e l’entusiasmo e la carica che trasmettono coinvolge nell’immediato gli spettatori rendendoli partecipi all’evento. Punto d’approdo di questo percorso è l’ultimo lavoro discografico “Scarmantrika”. I temi del disco sono amore e scaramanzia (che fa parte della storia religiosa del sud, momento “magico” della vita culturale meridionale) il termine “mantrika” è legato al mantra che vuol dire preghiera: una formula sacra, mistica, magica, un canto sacro, una pratica meditativa e religiosa. Il disco nasce da un’idea di Serena Della Monica in collaborazione con il chitarrista Gianmarco Volpe, molti brani sono scritti e musicati a quattro mani dai due musicisti, quindi inediti, altri sono testi presi dalla tradizione e completamente stravolti negli arrangiamenti e nella musica. Il disco vede la partecipazione di diversi ospiti tra cui diversi ospiti tra cui la cantante cilentana Paola Salurso, Pasquale Ziccardi noto autore e compositore italiano, che ha scritto anche per Mina e fa parte della NCCP, Michele Signore violinista e mandoloncellista anche lui musicista della NCCP, Edmilson Cruz Lemos in arte Carcarà Lemos percussionista brasiliano e noto maestro di capoeira. Il Disco è un viaggio musicale tra le terre del mediterraneo con contaminazioni di ritmi e suoni del sud del mondo. ❖

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Recensioni LUDMILLA TREE: “A CASA TUA” Comunicato stampa

A casa tua, due parole sull’album “A Casa Tua” è il disco d’esordio dei Ludmilla Tree, un libro sonoro con sette piccole storie, sospese tra il folk e l’acustic-pop. Storie, che tentano di arrivare, in maniera del tutto confidenziale, alle orecchie di chi solitamente ascolta un disco seduto in poltrona, anche low-cost, ma comoda, come anche in un locale, come fosse un salotto allargato, e le canzoni un digestivo bruciacalorie. La linea strumentale ha una matrice folk, ma composta da una Fisarmonica come suonata da Ray Manzarek, una Chitarra acustica, ma tanto seventy anche lei e un Cajon che suona rude, che accompagna e sostiene strumenti che sanno di legno con il legno. Tutto senza segnali elettrici, a perdersi in atmosfere rarefatte dettate da testi immaginifici; parole che raccontano di personaggi reali per poi confondersi nelle figure fantastiche evocate nelle favole grottesche di provincia. Le canzoni:

1. L’attesa: Che cosa si prova ad attendere impotenti il compiersi del proprio destino? Quali sono gli ultimi pensieri e ricordi quando l’attimo fatale sta giungendo, oppure no... 2. Mr. Capra: Un misterioso personaggio dal volto di capra si nasconde dentro ai sogni, ma i suoi travestimenti onirici hanno i secondi contati e le variazioni funamboliche della fisarmonica lo faranno ora barcollare, ora incantare, sino ad esporre il suo muso peloso agli occhi del mondo. 3. Rosso fiamma: La notte fitta e buia, con le sue emozioni e le sue paure, pervade l’animo del protagoni-

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sta della canzone, che l’attraversa di corsa e senza fiato al ritmo incalzante della musica. 4. Seta: L’immagine delle meduse e della loro sinuosa danza ispira Seta, brano in cui voce e strumenti si fondono creando un insieme delicato di immagini tenui evocate di nascosto, nitide eppur sempre sfuggenti. 5. The ghost of Mary Pipe: Un incontro inaspettato è capace in pochi istanti di far rivivere anni, luoghi e ricordi passati. Così la vecchia signora vestita di stracci, oggetto di scherno infantile, si tramuta in una visione quasi angelica che ribalta la prospettiva delle cose. Questa canzone è dedicata a lei, o al suo fantasma… 6. Luci nell’alto: Un uomo si immerge nella città e ne assapora la notte fino all’ultima goccia. La musica lo accompagna nei piani e forti delle sue avventure. 7. Universi muti: In un universo silente permeato dall’eco ormai freddo del Big Bang, la chitarra e le voci si intrecciano in visioni immaginifiche di mondi lontani, immemori dell’uomo, mentre forze immani squarciano le profondità cosmiche.

Ludmilla Tree, presentazione del gruppo “A Casa Tua” è il disco d’esordio dei Ludmilla Tree, un libro sonoro con sette piccole storie, sospese tra il folk e l’acustic-pop. Il progetto nasce nel 2009 con il nome Bi-Folk e con un repertorio misto di pezzi originali e rivisitazioni in chiave acustica dei pilastri dello swing, del rockabilly e del folk internazionale. Dopo quattro anni di attività live in tutto il Nord Ovest dell’Italia ed un’EP registrato durante i concerti del 2012, matura l’esigenza di creare musica originale. Il progetto “Bi-Folk” evolve così nel 2013 nel progetto “Ludmilla tree”. Una Cantante e tre oldboy, radici Cune-

esi, che tentano di arrivare, in maniera del tutto confidenziale, alle orecchie di chi solitamente ascolta un disco seduto in poltrona (anche low-cost, ma comoda), come anche in un locale; come fosse un salotto allargato e le canzoni un digestivo brucia-calorie.

I Ludmilla Tree sono: Cristian Botta:

Spinto dalla sua esperienza in svariati ambiti musicali e con svariati strumenti a portare la fisarmonica al di fuori dei soliti binari, alla ricerca di nuovi approcci e nuove atmosfere pur rimanendo coerente con lo strumento e le sue vere origini. Sperimentale nel comporre, ma mai dimentico della funzione principale della musica ovvero il piacere e l’emozione nell’ascolto.

Monica “Moka” Sampò:

La sua voce dolce ma presente, delicata ma d’impatto ed un ampio studio sulla gestione delle timbriche e dell’espressività le permette di costruire e gestire complesse costruzioni sonore su atmosfere a volte rarefatte a volte compresse.

Fabio Peano:

Creativo in ogni tocco ed in ogni ritmica, unisce la rude ritmicità della musica da strada alle complesse strutture sonore della musica etnica. Amante di un immaginario fluido ed evocativo in ogni ambito della sua creatività musicale.

Leonardo “L’omino con la chitarra” Rinaudo:

Appassionato delle atmosfere “seventy” ed alla continua ricerca di un’unione tra il Groove degli anni settanta ed i sottili intrecci armonici della musica popolare contemporanea, inserisce la sua vena romantica in ogni creazione. ❖


Recensioni MIMMO CAVALLARO, COSIMO PAPANDREA, (TARANPROJECT): SONU di Loris Böhm

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immo Cavallaro e Cosimo Papandrea sono i fondatori di TaranProject, nel 2009, Mimmo proveniente da Taranta Power di Eugenio Bennato, ottiene premi e riconoscimenti, Cosimo front-man della formazione Sonu Divinu, si completano a vicenda e formano un supergruppo con

la calda voce di Giovanna Scarfò. Raccolgono diverse partecipazioni in trasmissioni RAI e questo ultimo album, Sonu, (Sonu a ballo) sancisce il loro successo a livello internazionale. Proprio l’anno scorso suonano a Folkest, attualmente sono la bandiera della tradizione calabrese, per il motivo che racchiudono sonorità moderne strettamente apparentate con il progetto Taranta Power e l’eredità lasciata dalla storica formazione Re Niliu, che negli anni ‘80 riscoprì la lira calabrese, strumento a corde di cui si erano quasi perse le tracce... Cosimo Papandrea riprende a suonare quello strumento completando un organico in cui già sono presenti altri strumenti della tradizione come la chitarra battente, il marranzano, il tamburello e l’organetto. La CNI Music ci ha or-

mai abituato a produzioni di pregio aggiunge questa gemma nel suo catalogo: la Calabria è avara di produzioni discografiche, nonostante la sua tradizione sia tuttaltro che marginale nel panorama italiano, per questo motivo ogni novità è accolta con entusiasmo; e subentra euforia se, come in questo caso, si può tranquillamente considerare l’album come un manifesto che rappresenta degnamente all’estero l’intero panorama folk italiano. Superbo e maestoso incedere dei brani, non trovo un solo momento di pausa o di ripetitività. Pur essendo brani piuttosto lunghi, la loro intensità li rende interessanti fino all’ultima nota. Assistiamo al trionfo della tarantella calabrese in prospettiva futura. Semplicemente un disco imperdibile. http://www.mimmocavallaro.it ❖

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Recensioni MIMMO EPIFANI: “PE’ I NDÒ” di Loris Böhm

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oliedrico musicista Mimmo Epifani proviene da approfonditi studi e da esperienze musicali disparate... frequentando Roberto de Simone, Eugenio Bennato, Ambrogio Sparagna e Fausto Mesolella acquisisce una completezza stilistica che gli permette di creare album di world music a tutto tondo, come questo “Pe’ i ndò”, “per andare dove”: e chi lo sa? Tarantelle, pizziche, tammurriate, tutto ciò che proviene dalla tradizione campana e limitrofa, toccati e manipolati da Mimmo iniziano a vibrare, si animano, con l’aggiunta di reggae, jazz, rock e un pizzico di ska diventano irresistibili. Non è un caso se è ospite quasi fisso della Notte della Taranta, festa popolare per antonomasia del sud italico. Con lui si va sul sicuro... ogni disco è un piccolo evento, e la sua caratura a livello artistico è davvero sorprendente, in ogni brano riesce a inventarsi qualcosa di nuovo, e l’unica costante sembra essere un ritmo sincopato molto adatto per far ballare i giovani. Una piccola astuzia a scopo commerciale gliela possiamo anche perdonare, considerando che nella sostanza il disco offre tanti momenti di esaltazione, anche di lirica, e non esistono momenti di pausa in tutta l’opera. Davvero da comprare a occhi chiusi! Libidinoso! Comunicato stampa Mimmo Epifani già da giovanissimo apprende l’arte del far musica (ed in particolare la tecnica della mandola “alla barbiere”) nella barberia del Maestro Costantino Vita e del “Maestro” Peppu D’Augusta, scoprendo la passione per le tradizioni popolari e creando un sound acustico, mo-

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derno e sincopato, più vicino a certe punte della musica rock che non agli stereotipi del folk. Si diploma al Conservatorio C. Pollini di Padova e successivamente perfeziona la tecnica degli strumenti caratteristici della cultura popolare come la mandola, la chitarra battente e la tammorra, contaminandoli con le esperienze musicali più diverse: il jazz, il reggae, i ritmi ska. La sua carriera lo porta a collaborare con numerosi artisti come Roberto de Simone, Eugenio Bennato ( con il quale fonda il movimento Taranta Power), Ambrogio Sparanga e Fausto Mesolella degli Avion Travel che ha curato gli arrangiamenti del suo album Zucchini Flowers (2008). La sua musicalità istintiva e profonda lo spinge a ricercare continuamente territori nuovi e sonorità moderne che lo rendono un artista internazionale con una forte tendenza all’indipendenza e all’esplorazione di nuove culture. Negli ultimi anni è uno dei protagonisti principali della Notte della Taranta. Il suo ultimo lavoro discografico è PE’ I NDO’ (2013) è un trascinante carnevale di suoni, voci e ritmi, un incontro tra le tradizioni proprie del Sud Italia e i quelle di tanti altri Sud alla ricerca delle radici musicali e danzanti dell’anima mundi. Pe’ i ndò” è il nuovo lavoro di Mimmo Epifani, grande virtuoso del mandolino e della mandola, dotato di una voce straordinaria, già al fianco di Roberto De Simone, Eugenio Bennato e Ambrogio Sparagna. “Pe’ i ndò” è anzitutto una festa che coinvolge, trascina, commuove. Nella festa (che qualcuno definirebbe un cronotopo, una specie di isola spaziotemporale) il “normale” corso del tempo viene bloccato, sospeso, alterato e si aprono tempi e spazi nuovi, sconosciuti, sorprendenti: si evade dalla cronologia e si riesce persino a viaggiare, anche da fermi. La festa – come la musica, anzi grazie alla musica – può diventare essa stessa un viaggio, un vagabondaggio infinito fra cose, persone e sentimenti. Proprio come avviene in questo caso: e

infatti il restare e l’andare, le radici e la viandanza sono – fin dal titolo del lavoro e naturalmente nella title track, che è un vero inno programmatico, di grande forza evocativa – temi e immagini ricorrenti in questa festa (portatile) a cui Epifani ci ha invitati. Per di più, non è una festa qualsiasi: a guardar bene, si tratta di un vero e proprio carnevale di suoni, voci e ritmi, di una sfilata di allegorie musicali nelle quali l’anima della civiltà contadina e le tradizioni – popolari e colte – del Sud d’Italia vengono rilette in una chiave attuale e creativa, “piùchemediterranea” e di respiro internazionale. Nel carnevale, si sa, trionfano il travestimento, la parodia e l’ironia; bisogna saper prendere le distanze da sé e farsi altro (anche questo è un modo di viaggiare): solo così il giogo dell’identità diventa un gioco, libero, sorridente. Ecco perché Epifani effettua anzitutto un trattamento ironico, quasi parodico, dei materiali di una tradizione popolare diventata “luogo comune”, li desacralizza e, in qualche modo, li profana; così, facendosi beffe di un’autenticità pietrificata, paradossalmente la trasforma in un oggetto vivo e proprio in questo modo la realizza, cioè la rende reale, attuale, pulsante. Nel quasi-rap di “Mosse mosse mosse”, nella quasi-ortodossa “Pizzica mbriaca” e in “That’s tarantella” (tre potenziali singoli tutti da ballare) avviene tutto questo ed Epifani può definire con precisione il suo approccio: la sua è una “versione scorretta di una musica maledetta”, qui si offre un menu tanto sgangherato quanto gustoso, come si canta, anzi si dice, in mezzo ai suoni e ai ritmi dell’autoironica “That’s tarantella”. Questo stesso gioco, poi, si fa tanto più coraggioso e irriverente quanto contagioso e


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trascinante negli altri brani dell’album. E così la pizzica, la taranta, le tammurriate, la scuola napoletana del ‘700 si “mettono in maschera” e si travestono, incontrandosi, misurandosi e mescolandosi con tanti altri Sud, reali-immaginari-fantastici: il forrò, il fado e il klezmer di “Scaminante” e “A nott”, le venature balcaniche (quasi un omaggio all’etnoprog degli Area di Demetrio Stratos) e afro (addirittura pseudosoukous) della bucolica “Pasquella”, gli echi country-raga di “Imu venuti”, addirittura il bhangra di “Core core” con cui

si chiude l’album. Prima, però, ci sono ancora spazio e tempo per una ballata struggente e poetica, l’elegia di “Naufrago”, che trasforma un’assenza in presenza e riporta al centro del discorso l’andare e il tornare, la nostalgia, il viaggio incerto e l’approdo sognato. Così, alla fine, non si può non pensare alle parole con cui Gianni Celati conclude le sue Quattro novelle sulle apparenze:
“[…] per andare dove? Dove? Ma chi può dirlo dove un uomo sta andando? Spesso si crede di saperlo, ma è un errore. Tutto quello che

si sa è che bisogna continuare, continuare, continuare come pellegrini nel mondo, fino al risveglio, se il risveglio verrà”. Ecco: “Pe’ i ndò”, “per andare dove” – la festa, il viaggio, l’inno e l’elegia, le maschere, l’ironia, il tempo strano, il qui e l’altrove, le tarantelle senza tarantella – è davvero un risveglio per la musica popolare di questo paese assonnato. ❖ SITO artista http://www.mimmoepifani.it/
Sito CNI http://www.cnimusic.it/products-page/catalogo/ mimmo-epifani-pe-i-ndo/

SOSSIO BANDA: “SUGNE” di Loris Böhm

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rancesco Sossio sax, clarinetto, fiati tradizionali, voce; Loredana Savino voce; Tommaso Colafiglio chitarra; Giorgio Albanese fisarmonica; Francesco Leoce basso acustico; Michele Marrulli batteria, tamburi a cornice; Pino Basile darabouka, riq, bendir, canjira, duff, cupa cupa, strumenti effimeri.  La Sossio Banda è una formazione dell’Alta Murgia pugliese composta da musicisti provenienti da esperienze artistiche di rilievo;

in questo album “Sugne” ovviamente quello della maturità, segue l’esordio lontano (2007) di “Muretti a secco”, che faceva già intravvedere le potenzialità del gruppo. Attualmente considerati dalla critica specializzata, giustamente, tra le proposte più interessanti nel panorama della World Music italiana, ammiccano visibilmente alle fanfare balcaniche e forti della voce penetrante di Loredana Savino, con una sapiente selezione di brani di loro composizione e tradizionali pugliesi arrangiati con il loro gusto assai variegato, creano atmosfere magiche che sfociano in ricorrenti pieni orchestrali. Il disco in questione dura quasi un’ora e sinceramente mi sembra eccessivo considerando il panorama... le lunghe composizioni, tutte ben superiori ai quattro minuti di durata, a mio giudizio rischiano di distogliere l’ascoltatore dal valore compositivo e interpretativo di tutta l’opera. A volte questo indugiare su armoniz-

zazioni e pause sembra quasi un autocompiacimento, un enfatizzare il lato dark che indubbiamente appartiene loro. La finale “Murgia Murgia”, di quasi sei minuti, altro non è che un esercizio di timbriche e risonanze... francamente difficili da digerire. In definitiva ci sono tante luci ed enormi possibilità di successo per questo album numero due, ma anche alcune ombre. Siamo perfettamente consapevoli che il sound pugliese per definizione richiama ritmo e vocalità in misura superiore alla media nazionale... e forse l’ascoltatore si aspetta questa peculiarità da questo disco. La Sossio Banda vuole andare oltre questo schema ed è un percorso irto di ostacoli ma lodevolissimo nell’intento. Invitiamo pertanto l’appassionato a voler provare una sensazione diversa dal solito, a voler sperimentare qualcosa che può appagare pienamente il desiderio di buona musica d’autore non omologata, ma carica di sorprese. Benvenuti nell’olimpo della world music, Sossio Banda! ❖

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www.radicimusicrecords.it

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Suonare@Folkest LabPerm Figurelle Fiera Internazionale della Musica Breiz Ha Rock La Carovana Balacaval Celtic Connections Martina Catella...

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