Page 1

Distribuzione gratuita esclusivamente in formato digitale senza pubblicità www.lineatrad.com - news italiane: www.lineatrad.it - news internazionali: www.lineatrad.eu

mensile Anno 1 n° 4 aprile 2012 € 0,00

Beppe Gambetta

Ian Green - Scozia Anxo Lorenzo - Spagna Acoustic Night a Genova La liuteria Marconi

Sulla tarantella siciliana Speciale: scena genovese La ballata popolare europea Gruppi folk italiani


EVENTI

n. 4 - Aprile 2012

Sommario

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

—04

04

Alla scoperta di Ian Green e della Greentrax, la più importante label celtica

—10

10

La liuteria Marconi: 10 anni di eccellenza

—16

16

Due mondi: alla scoperta del chitarrista Giangi Sainato

—07

07

Anxo Lorenzo: essenza di gaita Galiziana

—13

13

Edmondo Romano: etnojazz made in Genova

—19

19

Rura: Break it up

08

I Khaossia volano in tournee negli USA

—15

15

Acoustic Night 12 a Genova

—20

20

Intervista a Paolo Sobrero della squadra trallalero Canterini della Valbisagno

—08

Eventi

Cronaca

Interviste

Recensioni

di Loris Böhm

Q

uesto numero di aprile ci vede confermare quaranta pagine, anche se abbiamo dovuto rimandare a maggio l’interessante relazione della nostra poliedrica giornalista Gloria Berloso “Sognando la California”... potrete leggerla comunque tra meno di un mese. Ancor più mi dispiace di aver tralasciato il lavoro eccellente di Davide Emmolo, sugli strumenti del folk... davvero una relazione completa ed accuratissima: ho previsto diciassette pagine per la completa pubblicazione, e devo ovviamente pubblicarlo in diverse puntate. Questo fatidico quarto numero rappresenta un “ponte” tra la vecchia piattaforma basata sulla società Calaméo e la nuova società che abbiamo individuato per la continuazione mensile. È noto che la prima settimana di pubblicazione del numero precedente ci sono stati problemi di visualizzazione delle pagine da parte di numerosi abbonati Lineatrad, causa una maschera di login “ingestibile”, per usare un eufemismo. Abbiamo deciso di correre subito ai ripari per evitare che anche questo mese

22

4/2012

si ripetesse lo stesso problema, con grave perdita di tempo nostro e dei lettori, per ripristinare la situazione. Vogliamo fare un vanto della nostra puntualità, allora ci siamo affidati ad una società svizzera, in provincia di Chiasso, altamente professionale: la DOS Group, la quale ci svilupperà da maggio i programmi ad hoc per la pubblicazione sull’Apple Store e in seguito su sistemi android. La scelta, visto la moltitudine di offerte sul mercato, era tuttaltro che semplice: doveva essere definitiva. E qui chiudo. Tornando a questo numero di “transizione”, abbiamo comunque argomenti estremamente interessanti e inediti come la storia del fondatore della celebre etichetta Greentrax, Ian Green. Finalmente un’attenzione dovuta (sono pur sempre genovese...) a quello che succede nella mia città, ed ecco le iniziative di Beppe Gambetta, Giangi Sainato, Edmondo Romano, il trallalero... tanto per far capire che Genova è una città tutt’altro che morta dal punto di vista culturale, l’importante è valorizzarlo e promuoverlo!

Argomenti

Editoriale Assolutamente da leggere la relazione di Dall’Armellina sulla ballata popolare, così come formidabile è lo studio di Pietro Mendolia sugli “scacciùni” ritmati dalla tarantella siciliana. Anche stavolta abbiamo preparato qualcosa di particolare ed insolito, anche stavolta non ci siamo ripetuti. A maggio inizieremo a parlare dei festival estivi, italiani e stranieri, e delle opportunità di soggiornare ed assistere a quegli eventi... stiamo diventando tour operator? Forse, ma sicuramente vogliamo valorizzare gli organizzatori di eventi che in questo periodo di crisi e sacrifici hanno ben poco denaro da investire... In questi ultimi anni diversi importanti festival italiani e stranieri hanno dovuto abbandonare la programmazione per crisi finanziaria; dobbiamo raccogliere i festival restanti e far capire che solo tramite gli eventi dal vivo la musica può sopravvivere. Il 25 maggio esordiremo sui dispositivi Apple, stiamo già lavorando per festeggiare l’evento con una edizione particolare di Lineatrad ... una linea che promuove le tradizioni. ❖


EVENTI —21

21

Nel cerchio del gruppo Canterini Valbisagno: 25 anni di storia

—34

34

Kaiorda, le vibrazioni del profondo sud

—23

23

Ipotesi sull’origine della ballata popolare europea e suo significato ultima parte

—36

36

Lou Tapage... l’occitania a ritmo travolgente

28

“A maschira” la danza frenetica degli “scacciùni” al ritmo ossessivo della tarantella siciliana

—28

Noi sosteniamo il

Editoriale Don Gallo e Fabrizio De Andrè Don Gallo: «I vangeli? Sono cinque: Marco, Luca, Matteo, Giovanni. Snonecondo E il vangelo secondo De André. In fondo, “In direzione ostinata e contraria” è la sintesi del vangelo di Gesù? La poesia musicale diventa coscienza civile, comprensione umana, preghiera smisurata, guerra alle ipocrisie, amore per i perdenti e i derelitti, quelli che la gente per bene lascia a terra nella sia inarrestabile corsa verso il trionfo materiale». È così che don Andrea Gallo introduce la figura di Fabrizio De André in “Così in terra, come in cielo”, perché “in un mare in tempesta”, come quello dei tempi in cui stiamo vivendo, non perdano la “bussola”. Per il don, infatti, le bussole sono due: la Costituzione e il Vangelo. Ma i Vangeli non sono solo quelli canonici, c’è anche un quinto vangelo, quello secondo De André, che il Don cita a più riprese, perché Faber, genovese proprio come il Don, ha saputo cantare gli ultimi e dar loro voce e dignità. Don Gallo si riferisce anche alla Buona Novella di Faber, “La Buona Novella” di Fabrizio De Andrè, dove si mescola il sacro e profano, dove si ritrova la cantata degli umili e si trovano forti parole per il definire gli abusi del potere e qui Faber si riscrive i Comandamenti a modo di sua visione e ritroviamo odio e amore. La figura di Gesù viene mandato da Uomo a morire dalla massa idiota e ricca... Maria ormai vista come donna e non come la Madonna e privata del suo normale essere. Musica stupenda quasi direi da Opera, parole che portano a un viaggio infinito dove alla fine Faber riesce persino a far bestemmiare la Madre con la frase: Non fossi stato figlio di Dio ti avrei ancora per Figlio mio... Un’opera musicale di poesia pura. Penso che Faber sia stato un genio unico nell’arte del poeta e musicante perfetto anche solo con voce e corde di chitarra. Antonio Rocchi

www.lineatrad.com www.womex.com/virtual/lineatrad N. 4 - APRILE 2012 via Marco Sala 3/6 - 16167 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm Tel. 348 2682550 direttore@lineatrad.com Vice Direttore: Agostino Roncallo agoronca@tin.it Hanno collaborato in questo numero: Massimo Losito, Marcello De Dominicis, Gloria Berloso, Davide Emmolo, Pietro Mendolia, Antonio Rocchi, Giordano Dall’Armellina Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

4/2012

3

3


Cronaca ALLA SCOPERTA DI IAN GREEN E DELLA GREENTRAX, LA PIÙ IMPORTANTE LABEL DI MUSICA SCOZZESE E CELTICA DEL MONDO di Marcello De Dominicis

Greentrax 25th Anniversary Concert - 15 ottobre 2011 - The Queen’s Hall, Edinburgh Mr Ian Green. © Callum Ollason (The Queens Hall)

I

niziamo, da questo mese, una rubrica alla scoperta dei personaggi che si sono distinti nel campo della divulgazione della musica etnica italiana ed internazionale. Il primo nome che mi è venuto in mente è Ian Green un vero e proprio mito vivente in Scozia per le sue molteplici attività per la salvaguardia della musica popolare caledone, inventore e “boss” della casa discografica Greentrax, che

44

4/2012

ha appena compiuto 26 anni. La sua storia è davvero curiosa! Ian Green nasce a Forres (Morayshire) in Scozia, nel 1934. La sua famiglia lo introdusse, sin dall’infanzia, allo studio della musica tradizionale caledone. Lui si appassionò immediatamente al folclore, anche perché suo padre suonava egregiamente la cornamusa, in particolare la Highland bagpipe. Dopo aver seguito la sua famiglia

ad Edimburgo e aver preso le armi in Corea, Ian entrò in polizia nel 1955. Fece rapidamente carriera divenendo, ben presto, ispettore. Oltre a fare il tutore della legge, cosa assai lontana, dal mondo delle sette note, Green, coltivava sempre la passione verso la musica folk, avendo una sorta di attività parallela. La sua “ossessione” ed il suo amore per lo scottish folk lo portarono a diventare un cultore


Cronaca

ed un esperto talmente famoso che fondò l’Edimburgo Folk Club e divenne editore del “Sandybells Broadsheet magazine” Greentrax 25th Anniversary Concert - 15 ottobre 2011 - The Queen’s Hall, Edinburgh - Dick Gaughan. (che prese il nome dal © Callum Ollason (The Queens Hall) più celebre pub di EdimIn poco tempo mise sotto con- persona, nelle fiere discografiche burgo, un vero e proprio tempio per quanto riguarda la musica folk, che tratto alcuni tra i migliori solisti e e nei festival più importanti come vi invito caldamente a visitare se gruppi, del nuovo e del vecchio ad esempio la “Celtic Connection” siete di passaggio ad Edimburgo), folk revival scozzese, come Ian di Glasgow o il “Tønder Festival” in una delle prime riviste dedicate al Hardie, Dick Gaughan, Ali Bain, Danimarca. Mac Calmans, Brian Mc Neill, Jean Frequentando festivals e fiere, folclore scozzese. Oltre a questo, divenne anche or- Redpath, etc. Ma la sua vera pas- Green ha lanciato e prodotto anche ganizzatore di concerti, portando in sione era, ed è tuttora, quella del artisti provenienti da altre nazioni, Scozia bands storiche provenienti talent scout, che lo portò ad inve- come i canadesi “Cottard”, Buddy anche da altri paesi come i Clan- stire molte sterline su giovani arti- Mac Master, Natalie Mac Master, o nad e la Bothy Band. La sua fama e sti, mai apparsi sulla scena disco- gli irlandesi, North Cregg e Niamh Parsons. Oltre a questo, la Greil suo amore verso la musica popo- grafica. Tra le migliori “scoperte” di Ian entrax è stata coinvolta anche in lare lo portarono, negli anni 70/80 a diventare, assieme a sua moglie Green, posso citare: Catherine Ann progetti di altra natura e spessore June (suo braccio destro, in tutte MacPhee, Deaf Shepherd, Marga- quali, la serie televisiva: “Aly Bain le sue attività) una sorta di amba- ret Stewart, Burach, Robin Laing, & Friends”, “L’Edimburgh Internasciatore della musica scozzese nel Shooglenifty, Paul McKenna band, tional Festival, “Folk songs of North mondo, invitato a presenziare in etc. Per fare in modo che un al- East Scotland”, “Scottish Harps”, festival locali ed internazionali. De- bum o un artista diventi non solo “The songs of the Gaels” e tanti alcise quindi, nel 1985, di andare in patrimonio della nazione di prove- tri ancora. pensione, prima del previsto, per nienza, ma si imponga con sucAgli inizi del 2001, la Greentrax dedicarsi esclusivamente alla mu- cesso anche in altri paesi, è neces- festeggia il suo quindicesimo comsica. Nel 1986, quindi, decise di sario che una label sia attiva anche pleanno, assumendo la distribuinvestire tutti i suoi risparmi per la nell’organizzazione di concerti, nei zione di un’altra famosa label, “La creazione di una nuova casa disco- tours promozionali, nella distribu- Culburnie” di Alisdair Fraser, leggrafica di cui fu fondatore ed unico zione dei dischi e negli scambi di gendario violinista, autore della coproprietario, che volle chiamare, da tournèe tra nazioni diverse. Anche lonna sonora de “L’ultimo dei Mohiuna parte del suo cognome, “Gre- in queste fasi Green ha fatto scuola, cani”, che diventa personaggio di entrax Recordings”, realizzando un non delegando mai questi compiti spicco della label in America. sogno che, si portava dietro, sin da ad altri collaboratori ed agenti, ma Nel 2006, la casa discografica ragazzo. essendo sempre presente, in prima festeggia i suoi primi 20 anni, pub-

4/2012

5

5


Cronaca

Greentrax 25th Anniversary Concert - 15 ottobre 2011 - The Queen’s Hall, Edinburgh - La sessione finale con tutti i musicisti. © Callum Ollason (The Queens Hall)

blicando 3 cd retrospettivi, che presentano il meglio della musica Greentrax. Il 4 luglio del 2006, viene tributato a Ian Green un grandissimo onore, il conferimento della Laurea Honoris Causa in musica da parte della Royal Scottish Accademy of Music e Drama. Green da piccolo artigiano della musica, nel corso del tempo e con la sua grande passione è diventato un colosso della musica tradizionale, pubblicando fino ad oggi oltre 360 albums, continuando ad entusiasmarsi e a sviluppare il suo fiuto per i nuovi talenti. In questi ultimi anni ha messo sotto contratto artisti e bands come: Malinky, Bodega, Giveaway, Chris Stout & Katriona Mc Kay, Poozies, Paul Anderson, Rura (di cui parliamo in sede di recensioni). Lo scorso anno, in occasione dei festeggiamenti per il venticinque-

66

4/2012

simo anniversario di Greentrax, Ian Green ha fatto uscire la sua autobiografia “Fuzz to Folk-Trax of my life”, per la casa editrice “Luath” che è diventata subito un best seller. Di lui il grande cantautore Eric Bogle ha scritto: “E’ un uomo la cui integrità personale e la passione per la musica sono solo due dei motivi per cui lo ammiro!”. Lo scorso 15 ottobre, al Padiglione della Regina ad Edimburgo, Dick Gaughan, Barbara Dickson, Patsy Seddon, Brian Mc Neill, The Cast, Mairi Mc Inness, gli hanno tributato gli onori, con uno straordinario concerto. I venticinque anni di Greentrax hanno visto l’uscita di un doppio c.d. retrospettivo e di due tracce inedite composte, per l’occasione, dal grande fisarmonicista (dei disciolti Silly Wizard) Phil Cunningham e dal grande violinista scozzese Aly Bain.

Un ulteriore tributo a Green verrà fatto quest’estate, il 16 agosto, ad Edimburgo alla “Queens hall”, con il concerto: “Far, far from y press: songs, poems and music of world war” con il “gotha della musica scozzese”. A 78 anni Ian Green sembra ancora un giovane con tanta voglia di realizzare altri capolavori, pieno di vitalità e sempre cortese con chiunque voglia rivolgergli qualche domanda. Posso confermarvelo, avendolo conosciuto di persona. Noi di Lineatrad gli inviamo i nostri complimenti e l’augurio personalissimo di pubblicare altri… mille dischi. Per il momento è appena uscito, per la prima volta in c.d., il primo album pubblicato da Greentrax nel 1986: “A breath of fresh airs” del violinista Ian Hardie… leader dei Jock Tamson’ Bairns, di cui vi consiglio vivamente l’acquisto. ❖


Recensioni ANXO LORENZO: ESSENZA DI GAITA GALIZIANA appunti raccolti da Loris Böhm

S

i tratta di un compito difficile definire un musicista semplicemente attraverso l’uso di parole e soprattutto quando il musicista è Anxo Lorenzo. Un artista che ha tutte le qualità che gli consentono di toccare l’essenza della musica stessa, che lascia un’impronta con la sua personalità e plasmandola a suo piacimento con il conseguimento di risultati spettacolari in mostra nei suoi album. L’ensemble di Anxo ha suonato nel Regno Unito al WOMAD e Trowbridge nel 2010, nel Celtic Connections, Cambridge, Sidmouth e a Nottingham nel 2011. Nella sua esperienza universale come suonatore di Galician Gaita (cornamusa), ha collaborato in molti progetti di fusione musicale, il suono tradizionale delle gaite con una grande schiera di stili e generi dal jazz all’elettronica, pop, rock e flamenco. Nelle sue mani, le gaite sono libere e dotate di infinite possibilità, grazie al suo talento geniale. Una lunga lista di gruppi e artisti solisti dichiara che le sue abilità lo collocano come maestro dello strumento. Fondatore di Spiritu 986,

le sue collaborazioni includono Celtas Cortos, Lúnasa, Kathryn Tickell, Michael McGoldrick, The Chieftains, Daimh, l’Orchestra Nazionale di Jazz, Luigi Lai, Diarmaid Moynihan, Brian Finnegan, Xarabal, Om / Off, Jaula de Grillos, Tejedor, Angus Mackenzie, Iain MacDonald, Germán Díaz, Mónica Molina, Skape, Amistades Peligrosas, Ponchok ... Anxo presenta il suo primo album da solista: «Tiran». Ispirato da un lungo viaggio musicale per conoscere mille luoghi e melodie condivise con musicisti di ogni nazionalità. Un viaggio che inizia e si conclude sempre in Galizia. In «Tiran», Anxo Lorenzo porta la gaita e le proprie capacità al limite, a dimostrazione che tutto è possibile nella musica. Prodotto da Pedro González e accompagnato dalla sua band paneuropea con galiziani, portoghesi e irlandesi, formata da Xosé Liz (bouzouki), Milla (percussioni), Begoña Riobó (violino), Álvaro Iglesias (contrabbasso), e il recente arrivo del violinista irlandese, Eoghan Neff, l’album ha 11 tracce che sono un mix tra

composizione e la tradizione della Galizia Rías nei mari d’Irlanda. Una dimostrazione di virtuosismo e sensibilità in egual misura e arricchito dalla partecipazione della famosa suonatrice di cornamusa Kathryn Tickell, le corde di Pancho Alvarez e Luis Peixoto, percussioni di Roi Adrio, ghironda di Anxo Pintos, fisarmonica di Jorge Arribas e lo stile Hindi del gruppo Om / Off. C’è ancora molto da dire e discutere della musica folk galiziana e di Anxo Lorenzo: prossimamente su queste pagine. ❖

4/2012

7

7


Cronaca I KHAOSSIA VOLANO IN TOURNEE NEGLI USA

I

musicisti salentini tornano per la seconda volta in due anni negli States, invitati dal Consolato Generale d’Italia di Filadelfia, con il sostegno dell’Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia e il patrocinio della Provincia di Cremona, con un cd fatto di storia e di musica. L’ambientazione delle Grechesche è l’Adriatico del XVI secolo, dominato dalla Repubblica di Venezia, nel quale i Khaossia interpretano dei galeotti a bordo della galea del Console veneziano a Otranto, Annibale Basalù. Toccando con i loro brani i diversi porti veneziani, soffermandosi in Terra d’Otranto, ne rappresentano le atmosfere attraverso musiche oniriche ispirate al folk mediterraneo e alle Greghesche del compositore veneziano Andrea Gabrieli, rivisitate dai Khaossia.

88

4/2012

I Khaossia, Ethno Ensemble Salentina, in tournée dal 19 al 26 aprile per presentare agli studenti della Saint Joseph’s University di Filadelfia il nuovo cd “Le Grechesche”

“E’ molto emozionante – riferisce Luca Congedo, flautista e leader dei Khaossia – poter raccontare la storia della mia terra, il Salento, attraverso la musica. E’ un privilegio, poi, poterla presentare e condividere con gli studenti delle scuole e delle Università che rimangono letteralmente estasiati”. La tournée dei Khaossia prevede lezioni-concerti oltre che nella Saint Joseph’s University di Filadelfia anche nelle high schools di New York e del New Jersey. I Khaossia sono: Luca Congedo, flauti etnici e antichi Giorgio Galanti, voce narrante Stefano Torre, voce, chitarra, laouto cretese Fabio Turchetti, organetti


Cronaca

I KHAOSSIA L’ensemble nasce nel 2005 a Cremona, dal salentino Luca Congedo. E’ costituita da musicisti specializzati nell’ambito di molteplici generi, tra cui quello etnico e, nello specifico, della musica popolare del Salento. La curiosità nei confronti dello spazio è rafforzata poi dall’attenzione e dal rispetto per il tempo, attraverso la riproposizione rispettosa di suoni antichi e, a volte, dimenticati. Alla base dell’approccio alla musica tradizionale salentina vi è innanzitutto il rispetto nei confronti di quella terra. I Khaossia hanno avuto positivo riscontro di critica (Froots, Folkbulletin, Songlines, Radio Popolare, Radio Onda d’Urto) e pubblico, esibendosi in Italia e all’estero (USA, Francia, Svizzera, Croazia) Nel 2007 pubblicano il loro primo cd “De Migratione” su etichetta CPC e nel 2009 compongono e registrano la musica per l’opera buffa settecentesca in lingua leccese “La Rassa a bute” della quale si conserva solo il testo. Nel 2010 i Khaossia, durante la tournèe organizzata dal Consolato Generale d’Italia di Philadelphia, si sono esibiti nell’Auditorium della High School Fiorello La Guardia, a New York. A Filadelfia sono stati ospiti del Philadelphia Museum of Art, presentati dal Console Generale d’Italia, hanno tenuto concerti a Norristown nel New Jersey e ad Horsham. I Khaossia hanno inoltre tenuto un concerto per gli studenti al Wynn Common della University of Pennsylvania e hanno presentato all’America Italy Society di Filadelfia il loro nuovo lavoro, La Rassa a Bute. LE GRECHESCHE I Khaossia si vestono da galeotti a bordo della nave di Annibale Basalù, console per la Repubblica di Venezia a Otranto nel XVI secolo. In sua compagnia intraprendono un ipotetico viaggio con destinazione le coste assolate di Terra d’Otranto, partendo dai salotti della ricca e opulenta Serenissima e toccando i porti dello Stato da Màr, le terre su cui imperava il leone di San Marco. Per centinaia d’anni il predominio veneziano nel Mediterraneo non è stato solo politico ed economico. La sapiente e interessata mano tentacolare della Serenissima, infatti, ha permesso che terre, anche lontane, entrassero in contatto tra loro contaminandosi culturalmente. Si trattava prevalentemente di popoli accomunati da un altro elemento, il mare, visto come fonte di ricchezza, di vita, di ispirazione artistica. I brani sono stati composti ispirandosi alle immaginarie atmosfere dei porti toccati dalla galea, cercando di far emergere nei luoghi, metaforicamente rappresentati dalle tracce, un denominatore comune, ovvero il DNA marino e mediterraneo. Anche questa volta i Khaossia hanno attinto dal repertorio antico, ripescando e stravolgendo in chiave folk, quattro Grechesche (una sorta di villanella dal carattere burlesco, pittoresco ed eterogeneo) pubblicate nel 1571 dal compositore veneziano Andrea Gabrieli. I testi, rispettati nell’esecuzione dai Khaossia, furono composti dall’eclettico Antonio Molino detto Burchiella, rappresentante della letteratura stradiostesca, e utilizzano una sorta di

fusione linguistica tra veneziano, istriano, dalmata e greco. Molino fu un attore comico, un poeta, un compositore e un mercante di professione. Il perfetto compagno di viaggio dei Khaossia. La destinazione del viaggio è la Terra d’Otranto dove la comunità veneziana era presente già nell’836 quando aiutavano, con le loro navi da guerra, Longobardi e Bizantini a tenere lontani i pirati saraceni dalle coste adriatiche. I Veneziani si stanziarono nel Salento, tra il XV e il XVIII secolo, assumendo da subito incarichi pubblici, al fine di tutelare i propri interessi commerciali e garantirsi i preziosi porti. Le testimonianze di questa “fratellanza” forzata tra Venezia e la Terra d’Otranto sono evidenti ancora oggi nel palazzo del governo cittadino di Lecce e nella cappella di San Marco con il suo immancabile leone. Tra le tante famiglie veneziane che si stanziarono nel Salento, i Khaossia hanno scelto di viaggiare con i Basalù, famiglia inquieta e con una storia intrigante, che per anni furono alla guida della città di Otranto. Il gruppo salentino ha riunito per questo cd, oltre al nucleo centrale composto da Luca Congedo, Fabio Turchetti, che ha curato come sempre la composizione e l’arrangiamento dei brani, e Stefano Torre, altri amici di diversa formazione e provenienza. L’obiettivo è stato quello di ricreare, anche all’atto della registrazione, l’atmosfera degli incontri casuali che avvenivano nei porti del Mediterraneo, tra musicisti diversi, per lo più dilettanti e mercanti. Atmosfere surreali ricreate dall’affiancamento di strumenti musicali lontani per genere (colto e popolare) e collocazione spazio-temporale. Traversa rinascimentale, laouto cretese, violino, tamburo a cornice salentino, organetti, chitarra si fondono insieme in questo cd con naturalezza. Per maggiori approfondimenti: www.khaossia.it - info@khaossia.it

4/2012

9

9


Argomenti LA LIUTERIA MARCONI: 10 ANNI DI ECCELLENZA

Dalla periferia al servizio dell’innovazione e dell’evoluzione degli strumenti ad arco

di Massimo Losito

Su www.liuteriamarconi.com abbiamo una vasta scelta di servizi e sul sito www.marconilab.com c’è addirittura la possibilità di costruire uno strumento online!

L

a Liuteria Marconi nasce a fine millennio tra i banchi della Civica Scuola di Liuteria di Milano, dove Davide e Guido, una volta presi i rispettivi diplomi e relative specializzazioni, decidono di mettersi in società e dedicarsi alla loro grande passione aprendo nella piccola cittadina di Cureggio, in provincia di Novara, un laboratorio artigianale di costruzione-riparazione-restauro di strumenti ad arco, chitarre e bassi che quest’anno festeggia i 10 anni di attività. Fin dall’inizio i nostri giovani ed entusiasti soci puntano su prodotti di alta qualità, ottenuta selezionando i materiali più pregiati ed eseguendo lavorazioni e finiture di alto livello, ed i risultati non tardano ad arrivare,

tanto che anche la Regione Piemonte offre un riconoscimento ufficiale alla neonata ditta inserendola nel proprio Albo di Eccellenza Artigiana. L’impostazione altamente classica e rigorosa della scuola milanese fornisce a Guido e Davide una solida base di conoscenze utilizzata come punto di partenza per una continua evoluzione ed innovazione sia dei materiali utilizzati che del design degli strumenti, anche l’aspetto tecnologico viene fortemente sviluppato grazie alla

1010

4/2012


Argomenti

passione e alla preparazione di Guido in materia di elettronica, tecnologia che non riguarda solo l’amplificazione e l’effettistica applicata agli strumenti ma altresì le fasi di lavorazione e produzione degli stessi, tanto da aver addirittura portato al brevetto di geniali soluzioni produttive sperimentate con successo e poi adottate. Il settore della liuteria di qualità sembra non essere toccato da crisi economiche e sconvolgimenti sociali e

4/2012

11

11


Argomenti

va dritto per la sua strada in controtendenza con tutto il resto, il lavoro in laboratorio assorbe la quasi totalità del tempo lavorativo di Davide e Guido, c’è da far fronte agli ordini tanto del più costoso violino quanto della piccola riparazione del pick-up di un basso, il tempo a disposizione per andare in giro a farsi pubblicità è scarso, l’attività da musicisti-live viene momentaneamente accantonata, le esposizioni-fiere-mostre a cui partecipare diventano poche e particolarmente mirate, anche perché la produzione è quasi totalmente su commissione e gli strumenti una volta ultimati vengono subito consegnati agli acquirenti. La Liuteria Marconi in definitiva si fa conoscere al mondo grazie al passaparola dei clienti nonchè tramite un sito web bello, funzionale e costantemente aggiornato, che invitiamo a visitare, ma il vero biglietto da visita sono gli strumenti stessi nelle mani dei felicissimi proprietari. L’effetto-esperienza indotto dalla particolare eterogeneità umana geografica e tipologica del target

1212

4/2012

commerciale di riferimento è un altro fattore critico di successo della Liuteria Marconi, il confrontarsi continuamente con una variegata clientela che va dal neofita al professionista, dal concertista classico al rocker incallito, dalla confezione dello stumento rigorosamente acustico a quello amplificato nel modo più sofisticato, fornisce un grande flusso bidirezionale di idee e proposte da realizzare, esigenze da soddisfare, problemi da risolvere, esperimenti da realizzare, una grande quantità di input e spunti da applicare all’attività quotidiana, in un’ottica di personalizzazione dello strumento, ognuno dei quali rappresenta realmente un pezzo unico, tipica dell’artigiano e contrapposta alla standardizzazione imposta dall’industria e dal commercio. Concludendo ricordiamo che la Liuteria Marconi in occasione del decennale sta per presentare una nuova modernissima linea di chitarre e bassi elettrici all’insegna dell’innovazione e dell’evoluzione, che altro dire se non… Buon Anniversario! ❖


Eventi EDMONDO ROMANO ETNOJAZZ MADE IN GENOVA appunti raccolti da Loris Böhm

elemento. Il CD nasce, infatti, come prima parte di una trilogia dedicata alla comunicazione tra diverse realtà: in questo lavoro il tema centrale è il contatto tra maschile e femminile, una dualità che attraversa tutti gli aspetti della vita umana e non solo il rapporto uomo-donna. L’album presenta così due parti speculari: la prima dedicata al Femminile, la seconda al Maschile. Le due sezioni sono caratterizzate da atmosfere diverse, dalla differenza tra i ritmi dispari (il femminile) e pari (il maschile), ma colSabato 21 aprile ore 22.30 si è tenuto un concerto legate da una continua tensione fertile e creativa. Nel brano di presentazione a ‘La Claque’ finale le due realtà coesistono, come due cellule melodiche Teatro della Tosse, Vico di San Donato 9, Genova e ritmiche mai uguali, il tempo dispari ed il tempo pari, che si trasformano sino al breve equilibrio creato dall’incontro Concerto spettacolo armonico finale. Edmondo Romano sax soprano, clarinetto, chalumeau; Il fulcro tematico di tutto il lavoro è l’incontro-scontro tra Elena Carrara pianoforte; Roberto Piga violino; Jee Suk Kim l’Uomo e la Donna, da sempre alla ricerca di un equilibrio Shiffo violoncello; Amir Redouane fagotto tra l’essere insieme e l’essere separati, combattuti tra la realizzazione di un’armonia interiore e la conciliazione di una Ospiti stabilità. Marco Fadda percussioni; Elias Nardi oud; Riccardo BarIl titolo racchiude i due concetti: il Sonno, visto come abbera contrabbasso; Fabio Vernizzi pianoforte; Luca Mon- bandono, affievolimento della vita, ed Eliso, il luogo mitico di tagliani fisarmonica; Voce recitante Simona Fasano; Video  eterna primavera dove Giove trasferiva i suoi cari senza farli Compagnia Teatro Nudo morire, come rimozione o paradiso. Questa tematica, così Primo lavoro di composizione di Edmondo Romano: poli- vasta e eterogenea, si concretizza in un lavoro musicale arstrumentista a fiato, scrive da circa vent’anni per numerose ticolato e di ampio respiro, condotto su diversi registri origiformazioni (Avarta, Orchestra Bailam, Eris Pluvia) e colla- nali e coinvolgenti. Le composizioni strumentali uniscono il bora con artisti italiani di diversi ambiti (cinema, teatro e musica). Sonno Eliso è il primo della Trilogia dedicata alla Comunicazione tra diverse realtà: in questo caso la dualità maschile - femminile. Il lavoro presenta così due parti speculari: Il fulcro tematico è l’incontro - scontro tra l’Uomo e la Donna da sempre alla ricerca di un equilibrio tra l’essere insieme e l’essere separati alla ricerca di un equilibrio interiore… Sonno come affievolimento della vita, Eliso come rimozione o paradiso… Edmondo Romano, polistrumentista a fiato, scrive musica da circa vent’anni per numerose formazioni (Avarta, Orchestra Bailam, Eris Pluvia) e collabora con artisti italiani di diversi ambiti (Vittorio De Scalzi, Max Manfredi, Armando Corsi, Tony Esposito…) musicali, teatrali e cinematografici. Molta musica e tante esperienze confluiscono in un progetto di ampio respiro, di cui Sonno Eliso è solo il primo

4/2012

13

13


Eventi

mondo musicale contemporaneo alla musica etnica, la musica di ricerca e sperimentazione al minimalismo, creando una fusione fortemente emotiva. Romano si avvale di diversi strumenti, affiancando ai fiati classici anche strumenti inconsueti, impastando assieme il sax, lo zarb iraniano, il fagotto classico e il liuto arabo. Sonno Eliso è un album ambizioso, che vanta la presenza prestigiosa di importanti musicisti, gli stessi con cui Edmondo Romano (al sax soprano, clarinetto, duduk, low whistle, santur) collabora da anni e che lo accompagnano nel suo percorso espressivo: Mario Arcari all’oboe, Ares Tavolazzi al contrabbasso insieme a Riccardo Barbera, Alessio Pisani al fagotto, Marco Fadda alle percussioni, Elias Nardi all’oud, Fabio Vernizzi al pianoforte, Kim Schiffo al Violoncello, Roberto Piga al violino. Il CD è prodotto da Eden Production e in collaborazione con Creuza s.r.l. di Pivio ed Aldo De Scalzi, distribuito in Italia da Egea e nel mondo da Felmay Music, presenta al suo interno anche una traccia video, realizzata e diretta da Edmondo Romano con la Compagnia Teatro Nudo, un’intensa trasposizione in immagini delle sensazioni suscitate dai suoni del brano “Corpo”, le note di copertina sono scritte da Paolo Fresu. I concerti di ‘Sonno Eliso’ che sono in via di definizione proporranno l’album riscritto per piccola formazione da camera con i musicisti: Edmondo Romano sax soprano, clarinetto, chalumeau; Elena Carrara pianoforte; Roberto Piga violino; Jee Suk Kim Shiffo violoncello; Amir Redouane fagotto. La formazione di ‘Sonno Eliso’ in concerto viene pro-

1414

4/2012

mossa in Italia e all’estero da GEO MUSIC Booking & Production. www.geomusic.it

Tracklist

Sonno Eliso - Canto di lei - Preghiera - Corpo - Fiato - Intercessione - Rilucente - Canto di lui - Nadi - Trasfigurazione - Risucchio - Intelletto - Risonanza. * All’interno è presente la traccia video del brano ‘Corpo’. ❖


Eventi ACOUSTIC NIGHT 12 L’edizione dei due mondi: il Canada

Anche quest’anno le scelte artistiche di Beppe Gambetta e di Federica Calvino Prina sono andate in questa direzione: il tema sarà infatti “Canada, una tradizione musicale di multiculturalità”, con James Keelaghan (chitarra, voce), André Brunet (violino, percussioni tradizionali con i piedi, voce), Eric Beaudry (chitarra, bouzouki, voce) e Beppe Gambetta (chitarra, voce).

L

a dodicesima edizione dell’Acoustic Night di Beppe Gambetta rende esplicito già nel sottotitolo quel movimento di andata e ritorno tra le due sponde dell’ Oceano Atlantico che ha sempre contraddistinto le sue “kermesse” artistiche e culturali. Sin dalla sua nascita, nella primavera del 2001, Acoustic Night ha avuto come finalità l’incontro tra artisti capaci di riconoscere l’altro da sé sul terreno comune della musica, e in particolare di quella che nasce dalla chitarra acustica. Un dialogo tra culture diverse che, nel corso di undici edizioni, si è andato sempre più definendo, portando, tra l’altro, il prestigio di una produzione italiana nel mondo come ben testimonia il CD Beppe Gambetta Live at Teatro della Corte - The first 10 years uscito recentemente anche in Italia.

James Keelaghan è uno dei principali cantautori indipendanti canadesi, noto per la bellissima voce e la vena compositiva, ma anche per i progetti e le collaborazioni multiculturali, specchio della scena in cui la sua arte si sviluppa. E’ un artista il cui messaggio profondo scaturisce dalla sua vastissima cultura e dalla conoscenza del mondo. Ha condiviso con Beppe Gambetta diversi palchi internazionali tra cui il National Festival nella lontana Australia. André Brunet e Eric Beaudry sono invece portatori della ricchissima tradizione francofona del Québec e nascono in famiglie di musicisti tradizionali. André ha concentrato i suoi studi sul violino tradizionale mentre Eric è polistrumentista e cantante. Vantano entrambi un curriculum strabiliante denso di progetti ed esperienze internazionali ed appartengono a una generazione giovane che vive la musica tradizionale nella sua evoluzione, dalla ricerca sul campo e negli archivi fino all’apertura verso nuove sperimentazioni. Entrambi sono da anni colonne portanti del suono dei famosi gruppi “La Bottine Souriante” e “De Temps Antan”, i più importanti gruppi tradizionali del Québec. Direzione artistica e regia: Beppe Gambetta e Federica Calvino Prina Quadro di scena: Sergio Bianco www.sergiobianco.it

GENOVA - TEATRO DELLA CORTE Piazza Borgo Pila 42, tel. +39 010 5342300 www.teatrostabilegenova.it biglietteria@teatrostabilegenova.it Prevendite a partire dal 3 aprile 2012 www.vivaticket.it www.happyticket.it

4/2012

15

15


Argomenti DUE MONDI

Alla scoperta del chitarrista Giangi Sainato e di un mondo musicale fatto di identità in dialogo, di dualità lontane dal dualismo di Agostino Roncallo

O

gni storia ha tanti, possibili, punti di partenza. Quella del chitarrista Giangi Sainato la potremmo far iniziare nel 1994 al Mascherona Club. Il Mascherona è un locale che si trova nel cuore del centro storico di Genova, un dedalo di viuzze non percorribile da chi non è esperto del luogo. Una sera Giangi fece ascoltare a Settimo Benedetto Sardo, all’epoca responsabile del club, una cassetta con dei brani registrati a casa su di un antiquato Fostex, un registratore a quattro piste. A entrambi sembrò che la musica proposta in quel

1616

4/2012

demo facesse già parte, almeno in forma embrionale, di un possibile percorso originale. Le sonorità infatti erano estranee sia agli stereotipi della musica classica che alle strutture armoniche del Jazz. Da quel giorno Giangi avrebbe filtrato una moltitudine di stili che, insieme alla musica sudamericana, al flamenco e al rock progressive, finiranno per contraddistinguere la sua musica negli anni a venire, insieme all’istinto per il blues e a una certa attitudine a frequentare gli spazi sonori dell’area mediterranea e medio orientale.

Così, spronato anche dall’amico Settimo con il quale avrebbe collaborato da lì a breve come chitarrista-arrangiatore, iniziò a presentare qualche pezzo di sua composizione in alcuni contesti live fino a incontrare, nel 1996, il funambolico chitarrista Paolo Giordano, con cui nacque una collaborazione orientata a presentare nuovi stili per chitarra acustica. Fino a quel tempo, pur amando da sempre la chitarra acustica e classica, egli si sentiva meglio rappresentato  da una Fender Stratocaster collegata a un amplificatore valvolare. Era


Argomenti

un fatto curioso: dai primi anni ‘90 partecipava attivamente alla realizzazione di diversi progetti musicali musicali prettamente acustici eppure l’amore giovanile per quella Fender non lo abbandonava, segno tangibile del legame affettivo per il proprio percorso artistico. Ogni grande musicista deve saper guardare al passato con un’intensità non inferiore al futuro che gli sta di fronte. L’incontro con Giordano  portò Giangi a conoscere la  “Step Musique” di Pescara, un’etichetta indipendente  per la quale Paolo aveva già registrato il suo primo album e che si mostrò interessata al suo percorso artistico.  Su richiesta di questo editore preparò un  demo suonando in “trio” insieme a Bob Callero, icona vivente del basso elettrico, e al percussionista Dado Sezzi. Questo lo porterà nel 1997 alla realizzazione del primo album “Waves Journey”. Dopo l’uscita di questo disco vi furono vari  concerti sia in “trio” che per chitarra “sola” fino alla partecipazione, nel Maggio del 1998, alla prima edizione dell’Acoustic Guitar International Meeting  di Sarzana. Qui dividerà il palco con  Paolo Giordano e con lo storico chitarrista milanese Riccardo Zappa. Con quest’ultimo continuerà a collaborare per una serie di concerti in Liguria. L’inizio del nuovo secolo vede Giangi impegnato in diversi progetti. Nel 2000 viene contattato dal regista Marco Sciaccaluga per la scrittura della musiche della  pièce teatrale  “The Blue Room”, con Nancy Brilli nel ruolo di attrice protagonista. La musica di Blue Room, scritta a quattro mani con l’attore e compositore Andrea Nicolini, gli impone un temporaneo ritorno alle  sonorità rock-blues, con qualche accenno “fusion”.  Il  lavoro viene realizzato in studio con la  collaborazione di Corrado Canepa al coordinamento tecnicoartistico: qui Giangi suona chitarre

elettriche e acustiche, Dado Sezzi la batteria e Bob Callero il basso elettrico.  Dopo questa piacevole parentesi “elettrica”, inizia a lavorare con impegno sul materiale che  farà parte, successivamente , dell’album “Giallo Esperanto”, che uscirà per l’etichetta genovese “Maccaja” nel 2007. In realtà il “master” era già pronto da qualche anno ma la possibilità di farlo uscire in Inghilterra per un’etichetta di Cambridge (la Zenithcafè) ha finito per rallentarne la pubblicazione, permettendogli però di suonare al celebre “The Cobden Club” di Londra. Era il novembre del 2005. “Giallo Esperanto”, prodotto da Marco Canepa, non ha il suono compatto del trio di “Waves Journey” ma sonorità più eterogenee e uno spettro sonoro più vasto e di ampio respiro. Il merito va anche alla presenza di importanti ospiti, tra i quali  lo stesso Marco Canepa alle tastiere e il jazzista Giampaolo Casati al flicorno. Da “Giallo Esperanto” in poi inizia a consolidarsi sempre di più un percorso personale mirato al riconoscimento degli aspetti tecnicocompositivi da sviluppare e da migliorare. Il cammino di chi fa musica è fin dall’inizio  un percorso a tappe, con ostacoli da superare ogni volta,  giorno dopo giorno, anno dopo anno, senza arrivare a una meta finale ma trovando nel  progressivo miglioramento  il significato  stesso della strada percorsa. Per Giangi questa evoluzione non significava e non significa, come facilmente si potrebbe pensare, riuscire a suonare scale e arpeggi a velocità supersonica. Il problema è piuttosto quello di lavorare in autonomia sulle sonorità, sul linguaggio personale, sulla possibilità di comunicare sentimenti ed emozionare l’ascoltatore. Un affinamento di sensibilità insomma, che si può cogliere ascoltando con attenzione la musica di questo compositore. Negli ultimi anni l’attenzione si è poi spostata sul lavoro di “improv-

visazione” per chitarra solista o comunque non supportata da un altro strumento armonico o da una bass-line, cercando di sfruttare al massimo le infinite possibilità armoniche e polifoniche dello strumento. La tentazione è quella di fare un paragone, con le dovute cautele, con il chitarrista e compositore americano  Ralph Towner, fondatore degli Oregon, che utilizza  magistralmente le corde “a vuoto”, ottenendo nelle sue improvvisazioni un fraseggio fluido e personale, nel contempo complesso e melodico,  lontano dai cliché dell’improvvisazione jazzistica.  Per ciò che riguarda la composizione, Giangi sembra puntare a una costruzione dei brani più diretta e spontanea, cercando di non scivolare comunque in soluzioni semplicistiche e di restare il più possibile coerente a una “forma” personale di scrittura. Nel 2009 inizia a consolidarsi il sodalizio con il percussionista Dado Sezzi, con il quale già in passato aveva una vera affinità elettiva, non solo per la musica in generale ma in particolar modo rispetto all’originalità del suo pensiero compositivo. L’ interplay con Dado ha trovato una forma concertistica più concreta con l’ ideazione del  Sainato-Sezzi duo, a tutt’oggi una realtà su cui entrambi i musicisti lavorano con entusiasmo e voglia di migliorare. Il duo prevede l’utilizzo di almeno tre set percussivi differenti, uno

4/2012

17

17


dei quali comprende la marimba, uno strumento musicale a percussione di tipo idiofono che ha origini africane ma è diffuso anche in paesi come Guatemala, Nicaragua, Costa Rica e negli stati a sud-est del Messico. Fin qui, abbiamo parlato di un artista, Giangi Sainato, e di un percorso musicale dalle profonde radici etniche che non è astratto dal contesto in cui si è evoluto: Genova. La scena musicale genovese è ricca di talenti, lo si sa, ma soprattutto negli ultimi anni in essa si è accentuata una certa tendenza alla contaminazione, con suoni “importati” dalla Spagna, dal Brasile, dal Medio Oriente, dall’Africa settentrionale e in generale dal bacino del mediterraneo. Il fatto trova le sue ragioni nella particolare posizione geografica della città e del suo porto, che in Italia trova analogie solo con la tradizione musicale, culturale e artistica, di Napoli. Scuola dei cantautori a parte, nell’ambito di una ricerca artistica soprattutto strumentale vanno ricordati diversi artisti liguri: le chitarre di Armando Corsi e di Beppe Gambetta, suo figlio Filippo, talento dell’organetto diatonico, Bob Callero, che oltre ad avere lasciato il segno nel bassismo italiano col suo suono personalissimo affronta oggi un proprio discorso compositivo con lo “Stick”, e infine Gianni Serino, a parer mio uno dei più grandi e virtuosi innovatori  contemporanei del basso elettrico. Ma torniamo a Giangi. Nell’ estate del 2010 iniziano i “lavori” per la realizzazione del terzo album dal titolo “Due mondi”. Si tratta di un lavoro ancora in fase di ultimazione, prodotto e registrato da

1818

4/2012

Argomenti

Alessio Siena con la collaborazione di Bruno Costa e un probabile intervento di Marco Canepa in fase di mix ed editing. Qualche anticipazione vogliamo farla, a cominciare dal titolo del disco, che nasce dall’esigenza di trovare un punto di congiunzione, una sorta di sublimazione delle tensioni opposte che da sempre ci accompagnano nella vita. Nel caleidoscopico mosaico dei brani che Giangi ha scritto per questo nuovo album ci sono le luci e le ombre, la gioia di vivere il presente e la  nostalgia di ciò che è stato, la forza e la tenerezza, la sensualità e i bisogni dell’anima. C’è, insomma, qualcosa di profondamente differente rispetto agli album precedenti, c’è una dualità che non è mai dualismo, il tentativo di comprendere la complessità del reale. L’introduzione in alcuni brani della marimba svolge un ruolo importante nell’arrangiamento e nel sound delle tracce, amalgamandosi molto bene con il timbro delle corde in nylon. Per avere all’interno del disco  anche un suono più “brillante”, Giangi ha suonato una Taylor steelstrings in un brano: un’interessante novità nell’ambito della sua produ-

zione discografica. All’interno del lavoro viene inoltre dato più spazio all’improvvisazione e all’interplay  anche se, per contrasto, sono presenti più brani per chitarra sola rispetto ai primi due cd. Importante è stata anche la possibilità di avere come ospite Mario Arcari ai fiati, che molti ricorderanno per i suoi interventi nei dischi più mediterranei di De Andrè e di Ivano Fossati. Un’altra novità rispetto al passato è la presenza di un brano “cantato” o, per meglio dire, impreziosito dai vocalizzi della cantante savonese Eliana Zunino. Il brano in questione è “Enki”, Giangi l’aveva già suonato in anteprima dal vivo con Eliana al British Museum di Londra. Era il Marzo 2010. Il contesto, quello del museo delle “arti primarie”, le arti primitive delle culture extraeuropee più distanti dalla nostra. Giangi per l’occasione aveva lavorato su scale musicali diverse da quelle abituali, recuperando una modalità tipica ad esempio delle culture mediorientali. Ed Enki, Enki era il dio della mitologia sumera, il “signore della terra”. Durante l’esecuzione, in quel piccolo auditorium, c’era tanta emozione. ❖


Recensioni

Rura: “Break it up”

(Greentrax 364) Non posso esimermi, questo mese, dal recensire il debutto discografico della band scozzese più interessante del momento: Rura, di cui è appena uscito per la Greentrax l’album “Break it Up”. Ho avuto modo, recentemente, di ascoltare dal vivo questo straordinario quintetto di giovanissimi a Glasgow entusiasmandoni per la loro grinta e la potenza sonora che trasmettono nell’esecuzioni di jigs e reels. Il pubblico di Celtic Connection gli ha tributato una standing ovation interminabile, dopo l’ultimo indiavolato set di travolgenti danze condotte dal violino di Jack Smiley e dalle pipes di Steven Blake. Le stesse emozioni vissute nel loro concerto le ho ritrovate in questo disco caratterizzato dall’alternarsi di danze e di interessantissime ballads composte dal nuovo arrivato nel gruppo, il folksinger Adam Holmes, autore dell’intense songs: “Mary” e “Break it up” che dà il titolo al loro album. Completano la formazione dei Rura il chitarrista Chris Wade e il grande suonatore di bodhran David Foley, vincitore di importanti riconoscimenti internazionali nelle competizioni più prestigiose per il suo strumento. Voglio citare tra tutte la finale della B.B.C. Radio,

in Scozia e la “All-Ireland Bodhran Champions” in Irlanda. Oltre a brani di loro composizione, non mancano le cover di importanti musicisti come la jig “Skipping Through the bogs” del grande suonatore di uillean pipes e fondatore dei Lunasa John Mc Sherry o “Viva Galicia” del gruppo American/Irish dei Solas. Ho avuto modo di scambiare due chiacchiere con i due giovanissimi leaders dei Rura, Steven e Jack (che si sta laureando in etnomusicologia) che mi hanno raccontato la perizia del gruppo nell’assemblare gli arrangiamenti musicali, caratterizzati dall’equilibrio di tutti gli strumenti nella struttura formale di ogni brano, in cui si passa con grande naturalezza da una danza scatenata ad una sofisticata canzone, in cui i vari whistle, violino e cornamusa si alternano efficacemente nei soli. Non c’è alcun momento di pausa il disco si gode appieno in tutte le dieci tracce, in cui troviamo addirittura un “pibroch”. L’album è stato registrato al GloWarm Studio a Glasgow ed è stato

prodotto dal celebre violinista e compositore Aidan O’Rourke, front-man dei Lau. Ancora una volta bisogna tributare gli onori alla label Greentrax che rimane all’avanguardia nella scoperta e valorizzazione delle migliori celtic bands della Scozia, del Canada e dell’Irlanda, che spingono la tradizione anche fuori dai confini restrittivi della musica folk ortodossa. Ian Green è pronto a scommettere che la musica dei Rura è pronta per il grande pubblico e per uno straordinario futuro. E, come al solito, il nostro migliore promoter di musica etnica, Gigi Bresciani (titolare della “Geomusic” a cui potete rivolgervi se volete organizzare un concerto dei Rura), è stato il primo a notare questa band e a farla esibire subito in Italia lo scorso anno, dimostrando un grande fiuto e meritandosi pienamente i ringraziamenti del gruppo, nelle note di copertina di quest’album, assieme a musicisti del calibro di Finlay Mac Donald, Simon Thoumire e Ali Hutton. Altamente consigliato!! ❖

4/2012

19

19


Interviste IL TRALLALERO NON È UN’ESTERNAZIONE DI BEVITORI MA UNA TRADIZIONE POPOLARE

Intervista a Paolo Sobrero, Direttore Artistico e contralto nel Gruppo Canterini Valbisagno di Loris Böhm

Iniziamo a parlare dei giovani: in questi ultimi anni quanti giovani si sono affiancati nelle squadre di canto trallalero genovese?

In generale ci sono stati pochi inserimenti. Nei Giovani canterini di Sant’Olcese si sono aggiunti alcuni ragazzi dai 17 ai 19 anni: due prime voci, due tenori e due bassi. Un paio di anni fa a Isoverde stava per nascere un nuovo gruppo di giovani ma poi si sono persi... Vi ritrovate sempre nelle solite osterie?

Sì, ogni squadra ha un suo punto di ritrovo nel quartiere di residenza, dove fa una prova settimanale sui brani di repertorio e anche per elaborare i pezzi nuovi. Si tratta di una tradizione che viene tramandata in ambito familiare?

Non proprio. Il fulcro di tutte le riunioni è sempre stato in Via Canneto il Lungo nella latteria Tugni. Preferibilmente avvenivano al sabato ma comunque dopo gli orari di lavoro. La vostra squadra si riunisce in giorni fissi?

Preferibilmente il mercoledì.

Le pubbliche amministrazioni organizzano di frequente esibizioni e concerti pubblici di squadre di trallalero?

Dipende, non tanto; è più facile che siano le associazioni storiche e pro loco a preoccuparsi con eventi a cadenza annuale e convegni, a tener vive le usanze. Esiste una squadra che si chiama appunto “La Squadra”, che sembra essere la più ricercata all’estero per portare il canto genovese... l’ho ascol-

2020

4/2012

tata addirittura in Germania al folkfestival di Rudolstadt.

Infatti La Squadra approfitta anche del fatto che all’estero il canto trallalero è molto apprezzato, e ha occasione di proporsi ogni anno in tournèe internazionali, contribuendo a far conoscere le tradizioni genovesi. Nella Squadra a volte abbiamo intercambiabilità di ruolo: capita a volte che qualche elemento sia indisponibile alle trasferte allora si trova il sostituto nelle altre squadre. Una mutua assistenza che ricorda quella della squadra chiamata “I recugeiti” (raccogliticci) composta da elementi di diverse squadre...

In quel caso si forma una squadra improvvisata che fa capire l’amicizia e l’armonia che regna tra i canterini di ogni squadra. Anche voi della Valbisagno avete fatto molti concerti all’estero?

Non tanto come “La Squadra” ma abbiamo girato parecchio in Europa. Si dice che a Genova nessuno è profeta in patria... in certe regioni come nel piemonte occitano e nelle puglie abbiamo una tradizione che rimane ancorata alla terra d’origine, perchè amata dai residenti, per cui non c’è una grande tendenza a esportare altrove per sopravvivere; qui succede il contrario, per sopravvivere all’apatia genovese ci si esibisce all’estero, con successo.

Non c’è la consapevolezza nei genovesi, soprattutto tra i giovani, che il trallalero è il canto della nostra tradizione, per cui non c’è spirito di salvaguardia. Tanti giovani ridono alle nostre esibizioni, cre-

dono che il nostro canto da osteria sia qualcosa di ridicolo, più che di anacronistico.

(ndr. Io direi che è la stessa superficialità dei giovani di oggi, che spesso rinnegano le origini del popolo a cui appartengono...)

... spesso non si rendono conto che alla base dei nostri canti “da osteria”, c’è un lungo lavoro dietro di ricerca e amalgama delle voci; non è solo un accompagnamento ad un bicchiere di vino. Una decina di anni fa Mauro Balma ha pubblicato un corposo libro sul trallalero: “Nel cerchio del canto”. Che riscontro ha avuto nell’ambiente?

In effetti già dopo poco tempo che è uscito risultava esaurito. Volevo regalare una copia e ho dovuto girare in tutte le librerie per trovarne una. In precedenza forse soltanto Edward Neill aveva pubblicato qualcosa di simile. Questo scarso interesse fa capire quanto poco sia considerata la tradizione del canto in Liguria... una situazione di autolesionismo che non ha riscontro in nessun’altra regione italiana, dove spesso la musica folk viene esibita come “fiore all’occhiello” della cultura locale. È auspicabile che gli enti pubblici genovesi, oltre agli organizzatori di eventi, si accorgano finalmente che nel canto polivocale genovese denominato trallalero non c’è nulla di cui vergognarsi ma può anzi rappresentare uno strumento potente di propaganda della cultura genovese in Italia oltre che nel mondo... sarebbe l’occasione per evitare che l’ultimo pezzo di passato si possa ammirare soltanto in un museo. ❖


Cronaca Domenica 15 aprile 2012 al Teatro Modena di Genova, c’è stata la presentazione del nuovo CD della squadra di canto, e il festeggiamento del venticinquennale

NEL CERCHIO DEL GRUPPO CANTERINI VALBISAGNO 1986/2011: 25 ANNI DI STORIA di Loris Böhm

Al Teatro Modena il 15 aprile 2012 hanno partecipato le squadre di canto popolare: La Lanterna, La Squadra, I Giovani Canterini di S. Olcese, il Gruppo Spontaneo Trallalero e i Recugeiti. Sono stati ospiti le autorità: Franco Bampi, Matteo Merli, Mauro Balma, Gianluca Polizzi “Fabbrica Musicale Records”, ospiti speciali gli amici dell’Associazione Culturale Tasis di Isili (Sardegna). Teatro esaurito con oltre 500 spettatori.

L

a nostra squadra si è formata nell’aprile del 1986 in via Canneto il Lungo, noto vicolo della Genova medievale, nella celeberrima latteria du «Tugni», che per moltissimi anni è stato il fulcro del TraIlalero. La sede del gruppo è presso i locali della Pubblica Assistenza Croce Rosa di Trensasco. Con il passare degli anni il gruppo ha subito diverse variazioni tra le persone che lo compongono, in particolare tra le prime voci, fino ad arrivare alla formazione attuale composta da 8 elementi. Presidente è il Signor Elio Pittaluga, imprenditore genovese e

grande appassionato di TraIlalero. Il tenore, “u primmo” Luciano Cosso e il baritono, “u cuntrubassu” Aldo Cosso, sono due fratelli entrambi di Pietralavezzara, paese della alta Valpolcevera, i quali alla fine degli anni ‘80 e i primi anni ‘90 hanno fatto parte della squadra di canto omonima. Il contralto Paolo Sobrero di Casanova di Sant’Olcese, è il più giovane «contreeto» delle squadre di TraIlalero e, dal 2004, è anche il direttore artistico del gruppo. È entrato a far parte del gruppo nel 1996 all’età di 18 anni, ma il suo primo approccio con il TraIlalero lo ebbe qualche anno prima.

La voce chitarra della squadra è Alberto Sacco della Valpolcevera; ad oggi è il più giovane dei canterini nel suo ruolo. Tra i bassi profondi troviamo Giacomo Faveto (Sandrin) fondatore del gruppo, Gualtiero Caneva (Walter) proveniente dal comune di Sant’Olcese e amichevolmente chiamato “fotocopia” per la sua grande passione e disponibilità nel cantare in vari gruppi, Massimo Muzio da Ottone, paese in provincia di Piacenza e ultimo, ma non ultimo, Giancarlo Aimo dal quartiere di Quarto. Il Gruppo Canterini Valbisagno ha un vasto repertorio tra TraIlaleri e canzoni. Dal 2004 al 2006 parallelamente alla normale attività concertistica tradizionale, il gruppo ha avviato una collaborazione con lo scrittore e artista multimediale Pierandrea Casati tesa ad esplorare nuove possibilità espressive del canto polivocale genovese. Questa sperimentazione ha avuto come risultato il progetto Jazz Meets Trallalero (il Jazz incontra il Trallalero), al quale

4/2012

21

21


Cronaca

più giovani, in modo tale che questo canto non vada scomparendo.

hanno sinora partecipato jazzisti di fama internazionale quali Andy Sheppard, Riccardo Zegna, Piero Leveratto e Jesse Davis. Per la prima volta le due forme musicali si sono confrontate creando scenari sonori inusuali, facendo ricorso a intese suggestioni visive e poetiche. Il concerto multimediale Jazz Meets Trallalero ha debuttato al Festival Internazionale “Sconfinando” di Sarzana ed è stato poi presentato con grande successo nella prestigiosa sala del Conservatorio di Musica di Lussemburgo. Nel 2001 siamo stati inseriti nel CD «Tribù Italiche Liguria World Music from Italy» e, nello stesso anno, abbiamo avuto l’onore di partecipare all’incisione del Grande cantautore Genovese Bruno Lauzi «Omagio alla città di Genova”. Da quando il gruppo è nato ha partecipato a manifestazioni benefiche per ospedali, istituti, pubbliche assistenze e società in collaborazione con cori alpini, polifonici o gruppi musicali. In 25 anni di vita il nostro gruppo ha eseguito tre incisioni: la prima agli inizi del 1990, la seconda intitolata “Il bel canto popolare” nel Giugno 2001 e la terza proprio per festeggiare i “25 ANNI DI STORIA”, nel luglio 2011.

2222

4/2012

Lo scopo della nostra squadra è quello di diffondere il Trallalero genovese esibendoci con l’impegno e la voglia di sempre, con l’intento di portarlo anche nelle fasce di età

GRUPPO CANTERINI VALBISAGNO Presidente: Elio Pittaluga Primo: Luciano Cosso Aldo Cosso Baritono: Contralto: Paolo Sobrero Voce Chitarra: Alberto Sacco Bassi Profondi: Giancarlo Aimo Gualtiero Caneva (Walter) Giacomo Faveto (Sandrin) Massimo Muzio Direttore Artistico: Paolo Sobrero ❖


Argomenti Il mondo magico ed affascinante della ballata popolare europea

seconda e ultima puntata

IPOTESI SULL’ORIGINE DELLA BALLATA POPOLARE EUROPEA E SUO SIGNIFICATO di Giordano Dall’Armellina

I

n questa seconda parte sull’argomento “ballata” (si veda Lineatrad n. 1 per la prima), si affronterà l’ipotesi sull’origine della ballata popolare europea. Ovviamente non si pretende di essere esaustivi. “Passeggiavo a caso per la città... quando scorgo su un palco in piazza un cantore che declama le gesta di Francia e le imprese militari di Carlo (Magno). Pende il popolino intorno, intente le orecchie, affascinato da quel suo Orfeo. Ascolto in silenzio. Egli con pronuncia straniera deforma qua e là la canzone composta in lingua francese, tutta stravolgendola a capriccio senza curare filo di narrazione né arte di composizione. E tuttavia piaceva al popolo.” Questi appunti sono di un letterato padovano, Lovato de’ Lovati, che all’inizio del ’300 nella piazza di Treviso ascoltò un menestrello cantare, presumibilmente, la Chanson de Roland, sicuramente la più tradotta e nota fra tutte le chansons de geste. La Chanson de Roland può essere vista sia come un punto di partenza della letteratura europea, sia come punto d’arrivo di un percorso che ebbe inizio con i cantori spagnoli, detti juglares, che per primi la cantarono proprio nel periodo in cui regnava Carlo Magno. Ciò va detto per sottolineare l’interdipendenza culturale esistente fra Spagna del Nord e Occitania (Francia del Sud) che sarà ancora più evidente nel XII e XIII secolo. Durante le loro invasioni del V secolo le tribù germaniche dei Vandali e soprattutto dei Visigoti avevano portato nella penisola iberica, ma anche nella Francia del sud, il canto epico-eroico, lanciando così il seme di quello che più tardi sarebbe diventata la chanson de geste. Allo stesso modo, dal V secolo in avanti, altre tribù germaniche e scandinave porteranno gli stessi semi nelle isole britanniche e successivamente in Normandia così da creare un humus adatto a ricevere le storie che si venivano cantando in Europa. Il poema eroico Beowulf, che si suole indicare come l’inizio della letteratura britannica, non nasce dal nulla e idealmente si congiunge, chiudendo un cerchio, alle storie e canti epici provenienti dalla penisola iberica e dai paesi scandinavi. Le chansons de geste, prodotto finale di questo processo evolutivo, avranno la loro massima fortuna, all’incirca, fra il 1140 e il 1236.

Come ci fa notare lo studioso spagnolo Ramón Menendez Pidal: “Mentre i cantori francesi pareva cantassero solo di fatti remoti, per lo più dell’epoca di Carlo Magno, i cantori spagnoli riferivano al pubblico quello che succedeva nella vita di tutti i giorni, continuando così un modo di trasmettere antico. Tutta l’epica storica, l’epica eroica, quella legata a Rolando e a El Cid hanno origine dai canti di informazione quotidiana che i cantori dell’epoca avevano propagato per informare le genti proprio come se fosse un giornale orale, in un tempo in cui la scrittura non era a portata di tutti 1”. Esemplificando le parole di Menéndez Pidal, possiamo sostenere che La Chanson de Roland, così come El Cantar del mio Cid, esisteva da numerosi anni in forma popolare in Spagna prima di arrivare in Francia e veniva cantata in diverse versioni che dipendevano dalla formazione del juglar2 e dal pubblico che questi aveva di fronte. Esistevano tantissime classi di cantori: alcuni sapevano leggere e si portavano i libri con i testi delle gesta, oltre alla ghironda, in giro per l’Europa, spesso seguendo le rotte dei pellegrini. La più grande divisione, che rimarrà pressoché immutata fino all’avvento dei tro1 Ramón Menéndez Pidal, Poesia Juglaresca y Juglares. Origenes de las literaturas románicas, pag. 329, Colleciòn Austral, Madrid: «Mientras los juglares franceses parece que cantaban sólo asuntos remotos, por lo cómun de la época de Carlomagno, los juglares españoles noticiaban al público los sucesos importantes de la actualidad, continuando en eso una práctica primitiva. Toda la épica historial, la épica heroica, la de Roland, la del Cid, tiene su origen en los cantos noticieros que los juglares coétaneos habian propagado, para informar a las gentes a modo de un diarismo oral, propio de tiempos en que la escritura no era muy corriente». 2 Ho lasciato il termine spagnolo che di solito si traduce come giullare. Il termine italiano è troppo vago e dà adito a confusione in quanto nella categoria dei giullari rientravano sia i trovatori che i saltimbanchi, oltre ad altre categorie di intrattenitori più o meno valenti. Per un approfondimento rimando a due libri di Tito Saffioti a tutt’oggi insuperati per ricchezza di testi raccolti e documenti sui giullari: I Giullari in Italia edito da Xenia nel 1990 e Gli occhi della follia edito da Book Time nel 2009 (arricchito da splendide immagini).

4/2012

23

23


Argomenti

vatori, sarà fra i cantori di corte (presso i reali, i nobili, gli ecclesiastici, i signorotti locali) e i cantori di strada (presso fiere, mercati, piazze delle città e paesi e lungo le strade dei pellegrinaggi, in particolar modo sul Cammino di Santiago e lungo la Via Francigena verso Roma). Insieme ai cantori talvolta viaggiavano, oltre a saltimbanchi e giocolieri, anche dei mimi. Questi ultimi potevano rendersi utili per far comprendere il senso della storia cantata a coloro che si incontravano lungo il cammino se non parlavano la lingua del cantore. Con il tempo si crearono forme di teatro più complesse3, composte da più persone, che rappresentavano le storie cantate nelle ballate popolari. Tali rappresentazioni sono continuate nel tempo fino agli anni ’50 del secolo scorso. Il popolo composito dei pellegrini era dunque un formidabile veicolo di trasmissione delle storie che viaggiavano con il penitente e che tornavano con lui a casa, dove trovavano gente ansiosa di ascoltare tutto ciò che veniva da lontano. Ogni pellegrino raccontava quello che aveva capito e spesso ci metteva del suo cosicché le storie e i canti, oltre a essere tradotti nelle lingue locali, venivano rielaborati autonomamente e prendevano nuova forma distanziandosi dalla storia originale, pur mantenendo inalterato il nucleo principale intorno al quale ruotano le varianti. È in questo modo che nasce una cultura popolare europea omogenea, basata cioè su storie e canti capaci di rimanere indelebili nell’immaginario collettivo poiché agganciati ad archetipi comuni riconoscibili da tutti, anche se talvolta solo a livello inconscio, e riconducibili alle radici stesse dei popoli europei. Questo perché, come vedremo, la ballata, con il suo contenuto più che con la sua musica, ha saputo penetrare in un tessuto sociale complesso che era pronto ad accoglierla come sua in quanto chi ascoltava riconosceva nella storia cantata quei fattori archetipici che toccavano la sua sensibilità. La cultura europea prenderà poi due binari distinti anche se paralleli: accanto a quella popolare che continuerà a tramandarsi per via orale e dalla quale attingeranno a piene mani scrittori e musicisti d’ogni epoca, sorge una cultura di carattere colto che, grazie alla scrittura e al suo potere fissante, darà origine alla letteratura europea ufficiale. Turoldo, al quale si fa risalire la prima stesura scritta della Chanson de Roland è, come dice Antonio Viscardi «... il primo lirico del mondo moderno; creatore di un’immagine grandissima in cui la Francia eroica del secolo XI – la Francia delle crociate – s’è immediatamente riconosciuta e ritrovata e in cui, subito, si riconosce e si ritrova tutta l’Europa romanza e germanica, dalla Sicilia alla Norvegia4». Turoldo, per quanto in maniera raffinata, non ha fatto altro che fis3 Si pensi anche all’adattamento delle chansons de geste al teatro dei pupi che ancora oggi è rappresentato in Sicilia. 4 Antonio Viscardi, Le letterature d’Oc e d’Oil, pag. 5, Edizioni Accademia, Firenze.

2424

4/2012

sare in forma scritta quello che già circolava per tutta Europa in forma orale. Ha sfondato cioè la porta già aperta dai cantori da almeno due secoli e ha incontrato l’Europa delle crociate, pronta a ricevere il suo lavoro non come qualcosa di nuovo dal punto di vista del contenuto, ma come rinforzo di un sentimento popolare già largamente diffuso. L’Europa si era già riconosciuta negli ideali eroici della Chanson de Roland prima che Turoldo infiorettasse le gesta con la sua eccezionale capacità lirica. I cantori, d’altra parte, continueranno a cantare, come ci ha fatto intendere Lovato de’ Lovati, la Chanson de Roland in versione popolare e l’avrebbero fatto anche se Turoldo non l’avesse messa per iscritto. Anche la Francia dei troubadours non nasce per caso. Guglielmo IX (?-1127) duca d’Aquitania, che viene definito come il primo trovatore conosciuto, era innanzitutto un imitatore dei giullari di corte, quindi già raffinato rispetto a quelli che si esibivano nelle piazze5. Le cronache ci riferiscono che era un gran burlone e sorprendeva gli astanti per il suo carattere aperto, così simile a quello dei giullari. I trovatori sono dunque il risultato dell’evoluzione dei cantori di corte che si fanno più raffinati e ricercati nel trovare le espressioni più appropriate creando, in tal modo, un canto poetico d’élite. Dall’incontro dei due generi, chansons de geste e poesia trobadorica, come sappiamo si svilupperà il romanzo cortese di cui il Lancillotto di Chrétien de Troyes sarà la logica sintesi fra il cavaliere valoroso e quello cortese. Mentre comincia ad affermarsi una letteratura di élite, la cultura popolare continua a produrre i suoi frutti e sono proprio questi che godono del favore della maggior parte delle genti d’Europa che non sono in grado di capire le sofisticate acrobazie linguistiche dei trovatori. Questi ultimi, con il loro mondo dorato, andranno incontro ad una fine traumatica. Le guerre di religione, che nel XIII secolo portarono all’occupazione dei potentati nel Sud della Francia da parte dei francesi del Nord, spazzarono via anche la raffinata cultura occitana che i trovatori rappresentavano. I nuovi regnanti andavano, man mano, imponendo la langue d’oil, cioè quello che diventerà poi il francese moderno, come lingua ufficiale. Nel 1539 infine, con un editto, si promulgò l’obbligo di usare solo il francese per tutti gli atti. Si arrivò persino a punire chi si esprimeva in langue d’oc. Fu un colpo mortale per l’occitano anche se i canti non furono del tutto dimenticati perché, quasi segretamente, venivano tramandati di bocca in bocca attraverso le generazioni. La prima parte del XIII secolo vide dunque la fine della cultura dei trovatori con la destituzione definitiva dei vari duchi che li proteggevano e li pagavano. Molti di loro si trovarono disoccupati e per vivere tornarono a mescolarsi con il popolo. Così facendo dovettero semplificare il loro linguaggio che si

5 Guglielmo non fu l’unico re trovatore. Un altro fu Alfonso II d’Aragona.


Argomenti

adattò di volta in volta al pubblico che ascoltava. Grazie alla loro influenza si svilupperà il filone che porterà alle ballate citate da Boccaccio e ad altre che verranno composte in epoca successiva. Si veniva affermando nel frattempo un nuovo modo di raccontare le storie cantate che si era sviluppato a poco a poco da una costola delle chansons de geste. Queste ultime erano lunghissime e la gente preferiva che il cantore si soffermasse solo sulle parti salienti poiché desiderava riascoltarle più volte (un po’ come avviene oggi quando il pubblico richiede il bis di arie note delle opere liriche). La gente alla lunga memorizzava solo alcune parti che cantava per sé e ad altri; producevano cioè diverse versioni di singole parti delle gesta che, passando di bocca in bocca, si allontanavano sempre di più dal nucleo originale. La nuova storia era poi adattata alla vita quotidiana di un paese, dal quale prendeva la lingua e spesso i nomi dei personaggi. Del vecchio racconto rimaneva cioè solo l’idea originale intorno al quale si creavano le varianti locali. Questo nuovo modo di cantare, che adotta una diversa metrica, darà origine all’altro filone del genere ballata, quello cioè che trasformerà il modo di raccontare fatti quotidiani col canto. Antiche storie e canti popolari d’attualità prendono nuova linfa entrando nello schema tipico della strofa della ballata. Per quanto riguarda episodi derivanti dalle gesta e divenute ballate, tracce di frammenti sono particolarmente evidenti in alcune ballate spagnole. Da nessun’altra parte in Europa si hanno così tante ballate evolutesi da quegli antichi canti. Mentre le chansons de geste andarono man mano scomparendo come modo di raccontare cantando, così come i canti dei trovatori presso le corti, le ballate, sintesi dei due mondi poetici, sono riuscite a sopravvivere fino ad oggi pur subendo trasformazioni strutturali e formali rilevanti. I due filoni sono tuttora riconoscibili nelle ballate che ci sono pervenute. Nel primo, nel quale rientrano le ballate del Decameron, il tema, spesso incentrato sulle pene d’amore, è cantato dall’io narrante. Nel secondo il cantore narra la storia in maniera impersonale raccontando in terza persona e facendo quasi sempre intervenire direttamente i personaggi che ci parlano come se l’azione si stesse svolgendo al momento. Insieme alle fiabe e alle favole, le ballate sono il corpus della cultura popolare e contribuiscono ancora oggi a farci capire la vera identità europea e la sua letteratura. Mac Edward Leach, un grande studioso di folclore ha scritto: «Il debito della letteratura verso la ballata è immenso, ma la misura di esso non può essere pienamente determinato poiché è da tanto tempo che la ballata è divenuta parte permanente della nostra eredità culturale generale6».

Che cos’è una ballata «Una ballata non è una ballata se non è cantata» (Ewan Mc Call, folksinger scozzese)   Quando intervistai nei primi anni Ottanta del secolo scorso Ewan Mc Call a Edimburgo dopo un suo concerto e gli chiesi cosa fosse per lui una ballata, la sua risposta fu lapidaria: «Una ballata non è una ballata se non è cantata». Parlava un grande folksinger che aveva ereditato sia dalla famiglia che dal contesto in cui aveva vissuto, anche se si era trasferito poi negli Stati Uniti, una quantità di ballate scozzesi sbalorditiva. Credo che con quella sua affermazione volesse dire che se una ballata è cantata ancora oggi essa è viva perché chi l’ascolta si riconosce nei contenuti che questa esprime, la vive cioè emozionalmente. Aldilà delle centinaia di definizioni che sono state date dagli studiosi e ricercatori in questo campo, la semplicità della risposta nasconde una verità che solo i cantori possono sentire intimamente: “Canto questa ballata perché la sento mia, mi riconosco nella storia e soffro e gioisco con i personaggi”. Ricordo la sua interpretazione di una ballata scozzese – Bonnie Susie Cleland (Child 65) (conosciuta anche come Lady Maisry), nella quale una ragazza scozzese – Susie Cleland – alla fine del racconto viene bruciata viva a Dundee dal padre e dal fratello per aver avuto una relazione d’amore con un inglese dal quale aspettava un figlio. Nella voce di Ewan, potente, senza accompagnamento musicale e con un’intensità straordinaria che cantava l’ultima strofa («Her faither he ca’d up the stake, her brither he the fire did make and bonnie Susie Cleland was burnt in Dundee» – “Suo padre fece la catasta di legna, suo fratello le diede fuoco e la bella Susie Cleland fu bruciata a Dundee”) c’era lo strazio per ciò che nella storia stava accadendo e noi spettatori eravamo presenti mentre bruciavano Susie, la sentivamo urlare e avremmo voluto fermare la mano che incendiava la pira. L’emozione era talmente forte, le lacrime trattenute a stento, che prima dell’applauso vi furono alcuni secondi di silenzio che parvero un’eternità.  Ecco perché definire che cos’è una ballata con termini tecnici sembra così arido. Possiamo dire che una ballata è una canzone narrativa, anonima, che si è tramandata per via orale dal tardo Medioevo nei secoli successivi attraverso il canto e che ha prodotto spesso innumerevoli varianti della stessa storia in diverse lingue. Le ballate sono diffuse in tutta Europa, in America e Australia (portate dai coloni europei). In queste composizioni popolari si rilevano soprattutto il carattere narrativo, la tematica

6 “The debt of the literature of record to the ballad is immense, but the extent of it can never be fully determined, for the ballad long ago became a permanent part of our general cultural

inheritance.” Dalla definizione di ballata in Funk & Wagnalls Standard Dictionary of Folklore, Mithology and Legend, New York 1949.

4/2012

25

25


Argomenti

romanzesca o epico-tragica. Detta così, pur nella veridicità delle affermazioni, la ballata perde l’anima e l’anima sta nel cantore che ce la propone. Origine del termine ballata e radici storiche   Gli spagnoli le chiamano romances e l’insieme dei canti Romancero; altri popoli europei, fra i quali gli italiani, varianti di balada, un termine derivato dalla langue d’oc. Danesi e svedesi le chiamano viser, gli ucraini dumi, i serbi junacka pesme e così via. La maggior parte degli studiosi concorda nel dire che le radici di questo genere di cultura popolare vanno cercate in Spagna e nel Sud della Francia, quella che comunemente era identificata come Occitania, in un’epoca compresa fra il XIII e il XIV secolo. In Spagna i primi romances erano rifacimenti di parti delle chansons de geste o d’altri poemi epici spagnoli che riguardavano le gesta di valorosi paladini votati alla difesa dei valori religiosi e sociali nei quali credevano e per i quali erano pronti a morire. Queste gesta erano cantate da menestrelli girovaghi che ricordavano solo alcuni episodi di quelle canzoni epiche. Ma, come ci insegna Ramón Menéndez Pidal, (1869-1968) il più grande ricercatore in Spagna sul tema del Romancero: «Si parte da una scena strappata (dal racconto epico) che contiene un’ampia gamma di fatti narrativi: tuttavia questi, non avendo più connessioni con il contesto epico da cui derivano, tendono a sparire o a trasformarsi. Pertanto la scena isolata si riorganizza per acquisire totalità nel suo divenire» 7. Quindi questi episodi si potevano allontanare anche molto dalla storia originale. Se poi si aggiunge la continua trasmissione orale, ecco che a lungo andare si possono incontrare anche nuove storie che hanno qualche reminiscenza dell’episodio delle canzoni di gesta da cui furono tratte. Si può anche supporre che i menestrelli raccogliessero altre storie, che nulla avevano a che fare con le chansons de geste e che componessero nuove canzoni, con la stessa metrica e lo stesso stile, che vennero poi chiamate ballate. La gente comune imparava questi nuovi canti e li insegnava poi ad altri, cambiando spesso alcune parole; inoltre le cantavano con un motivo musicale che ricordavano e che man mano si allontanava da quello originale che avevano sentito. Giullari e menestrelli portavano in giro questo repertorio e lo adattavano al pubblico che incontravano come ci ha testimoniato Lovato de’ Lovati. Il termine “ballata”, con le sue varianti in molte lingue europee, ha dato adito a molta confusione: molti chiamano ballata quello che ballata non è. Vedremo poi, con un esempio, quali sono le caratteristiche che distinguono la ballata dagli altri generi musicali. Inoltre 7 Ramón Menéndez Pidal, Flor nueva de Romances viejos, Collección Austral, Madrid 1938, pag. 10.

2626

4/2012

la parola stessa ha ingenerato in alcuni la convinzione che le ballate fossero chiamate così perché si ballavano. Se può essere in parte vero all’epoca di Dante e Boccaccio, così non si può dire per le epoche successive e in particolare per la ballate raccolte negli ultimi secoli. Etimologicamente la parola deriva dal tardo latino ballare che a sua volta trova radici nel sanscrito balayatr. Questo ci indica che l’origine del vocabolo è Indo-Europea. Tuttavia in langue d’oc il termine balada assunse col tempo un nuovo significato che era quello di storia cantata girovagando. In francese moderno faire une balade significa ancora oggi fare una breve passeggiata e quindi balader originariamente significava andare da un luogo ad un altro per cantare delle storie. La ballata è dunque precipuamente una canzone che racconta una storia che va ascoltata. Se si danza non si ascolta. Quindi definire le ballate, tout court, come “canti a ballo” è errato e fuorviante. La storia è in realtà molto più complessa. Prendendo come assodato che alcune ballate furono adattate per la danza (una minoranza), tutte le altre erano dei canti narrativi da ascoltare seduti, magari davanti ad un fuoco in una sera d’inverno. L’equivoco nasce già con Dante che indica le ballate come genere espressivo inferiore alle canzoni perché potevano coinvolgere la danza. Non sappiamo se Dante fosse infastidito dal fatto che i testi poetici potessero essere presi come base per un ballo e che quindi non fossero ascoltati con la dovuta attenzione. Tuttavia Dante, così come Boccaccio e Cavalcanti, si riferiscono alle ballate che hanno le loro radici nei canti dei trovatori e che formano anche un filone letterario aulico in Europa. Si pensi alle ballate di François Villon che lui stesso chiama con quel termine come la Ballade des dames du temps jadis. L’altro filone, quello derivato dai canti di gesta, è assai diverso e non prevede alcun tipo di danza se non in rarissimi casi. La confusione aumenta quando per estensione alla fine del ’500, inizi del ’600, quasi tutte le nuove composizioni, anche quelle da ballo, vengono chiamate ballate. Nel periodo romantico britannico e tedesco si estende ancora di più il significato del termine che viene applicato anche alla poesia senza una musica d’accompagnamento. E’ grazie a Goethe con il suo Erlkönig Tochter (La figlia del re degli elfi), la cui storia vedremo in un’altra puntata, e a Schiller che scrisse canti per pianoforte che chiamerà Balladen, che il termine ballata assume significati ancora più ampi. Dalla Germania questa moda si diffonde al resto d’Europa e toccò in primo luogo la Polonia. Sui testi di Goethe, di Burger, di Schiller composero le loro ballate Franz Schubert e Karl Loewe, ma si deve al polacco Chopin l’invenzione della ballata come pura espressione strumentale senza testo. Da una parte chiamano ballata una composizione musicale senza testo e dall’altra la ballata è una composizione poetica senza musica! Ce n’è abbastanza per ingenerare molti


Argomenti

equivoci. Sarebbe dunque più consono chiamare le vecchie ballate del secondo filone “canti narrativi” per distinguerle da tutte la altre. Qui ci occuperemo principalmente di canti narrativi. Per fugare anche il dubbio più resistente sul fatto che i canti narrativi non fossero adatti al ballo basterebbe sentire quello che i ricercatori sul campo hanno raccolto dalla viva voce dei cantori. Il risultato è che le ballate sono eseguite quasi sempre solo con la voce, quindi senza strumenti, la melodia non induce a nessun tipo di ballo e inoltre la maggior parte delle ballate finisce tragicamente. Come si può pensare di ballare, mentre il cantore cerca di commuoverti, come ha fatto Ewan Mc Call, raccontandoti la morte drammatica del personaggio principale? Questo vale per tutta Europa. Se si ha la fortuna di incontrare qualcuno in Europa che canta ancora le ballate in maniera tradizionale, come può capitare per esempio in qualche pub in Scozia o in Irlanda o presso comunità montane o di campagna in Italia, dove più forte è resistita la tradizione, si è testimoni, attraverso la sola voce del cantore, di antiche storie d’amore e di morte che creano un pathos d’altri tempi, quando le ballate aiutavano a passare le fredde serate invernali davanti a un fuoco o in una stalla. La gente che ascoltava le ballate le visualizzava con il terzo occhio della mente, si commuoveva ed era pronta ad afferrare dalla storia quello che emozionalmente apparteneva loro. Era quello che accadeva anche con le fiabe, con la differenza che queste ultime finiscono sempre bene (il povero ciabattino sposerà, dopo aver superato tre prove, la figlia del re e la povera ragazza sposerà il Principe Azzurro). Le fiabe rappresentavano i sogni e le speranze di un futuro migliore per le classi subalterne. Erano proiezioni che sublimavano un presente di stenti e di miseria. Le ballate invece rappresentavano di più la realtà che era fatta di figli e mariti che partivano per la guerra o di episodi tragici tratti dalla vita quotidiana. Si può dire che, talvolta, avessero la funzione che hanno oggi i giornali anche se sia i menestrelli che i cantori in genere non si sentivano obbligati ad attenersi ai fatti così come erano accaduti. Dal Sud della Francia e dalla Spagna, grazie ai menestrelli, ai pellegrini, ai soldati di ventura, ai mercanti, agli studenti, ai contadini e in buona sostanza a tutti gli strati della popolazione, i canti narrativi si diffusero in tutto il resto d’Europa e nel XV secolo erano praticamente dappertutto: dall’Islanda alla Russia, alla Turchia. Non dimentichiamo che l’Europa feudale era caratterizzata da una grande mobilità e ciò era dovuto al fatto che il concetto di proprietà privata era articolato diversamente rispetto ad oggi. Persino i ricchi si sentivano il fiato addosso di qualcuno più potente di loro. Ricchi e poveri d’ogni cultura e lingua s’incontravano lungo il cammino delle non numerose strade europee. Ciò voleva dire passare la notte o i giorni di particolare brutto

tempo al riparo di qualche taverna lungo le strade. Durante queste soste si ingannava il tempo raccontando fiabe e cantando le ballate del proprio paese. Qualcuno sapeva più di una lingua e le fiabe, così come la ballate, venivano tradotte e poi rispettivamente raccontate e cantate in altre lingue in altri luoghi o portate ai paesi di origine dei viandanti. Talvolta, mentre il cantore cantava la ballata, questa era recitata da mimi. Immaginiamo gente di uno stesso paese che volesse cantare una ballata ad altri viandanti che non erano in grado di capire la loro lingua; uno cantava e gli altri cercavano di far capire la storia con la recitazione. Questo schema poteva anche riprodursi in località dove tutti capivano la storia. Semplicemente vi era il gusto di partecipare alla storia trasformandola in una rappresentazione teatrale. Il confine fra teatro e ballata popolare si faceva così molto sottile e la ragione va cercata proprio nella struttura della ballata. Il narratore, che spesso introduce la storia nella prima strofa, va visto come il regista che dà indicazioni generiche sui personaggi e sul luogo dell’azione e lascia poi lo spazio ai protagonisti che intervengono e parlano in diretta proprio come se fossero gli interpreti delle parti di un copione di un’opera teatrale. In sostanza le parti da recitare erano già pronte. Si hanno testimonianze dirette di ballate recitate nei vari paesi d’Europa. Valga per tutte la ricerca condotta da Aurelio Citelli e Giuliano Grasso nel 1983 nell’Oltrepò pavese in cui si rileva che «L’eccezionale integrità testuale di alcune ballate raccolte è quasi certamente da mettere in relazione all’usanza, viva almeno fino agli anni ’50 del secolo scorso nelle zone di montagna, di drammatizzare alcune fra le più famose ballate narrative nel periodo carnevalesco... Le rappresentazioni potevano durare anche venti o trenta minuti»8. Un altro modo di partecipare, da parte degli auditori, era quello di cantare il coro, quando la ballata ne prevedeva uno. Questo era comune ai due filoni e si è mantenuto fino ad oggi. Questi cori si alternavano, una riga sì e una no, con l’incalzare della narrazione. Le parole del coro non erano generalmente attinenti alla storia, la decoravano, ma avevano talvolta la funzione di “codici rivelatori”. Se per esempio nel coro di ballate europee comparivano fiori, piante, erbe, verdure, ci si aspettava una storia d’amore possibilmente a sfondo erotico. Questi cori erano dunque usati come un campanello che risvegliava l’attenzione del pubblico che era pronto a scavare nel testo alla ricerca maliziosa del vero significato nascosto nelle allegorie allusive. Dalla prossima puntata esempi di ballate europee e ❖ link per ascoltarle. 8 Nota inclusa nel libretto del disco del gruppo musicale lombardo del Baraban intitolato Musa di pelle, pinfio di legno nero.

4/2012

27

27


Argomenti “A MASCHIRA” LA DANZA FRENETICA DEGLI “SCACCIÙNI” AL RITMO OSSESSIVO DELLA TARANTELLA SICILIANA

Tradizione e musica folk a Cattafi (Sicilia) per una rievocazione storica dalle antichissime origini di Pietro Mendolia *

LA STORIA

E’ l’alba del 1544. Un’orda di Turchi, con a capo Hjerdiss Barbarossa – ammiraglio di Solimano I – sbarca nei pressi d’’a Sàja (l’odierna frazione Archi del Comune di San Filippo del Mela) e prende la strada che conduce al monte Mankarrùna, alla cui sommità sorge la fiorente città di Santa Lucia del Mela. Durante il cammino, saccheggi e devastazioni. Ma sulla via dell’antica strada “Cucugghiàta” (che ancora oggi collega Archi e Cattafi), un manipolo di contadini di Cattafi (anticamente: Ktèfiu o Catafiù) - cui viene in soccorso il barone Balsamo con alcuni soldati a cavallo - “armati” di soli attrezzi da lavoro, vanghe, tridenti, bastoni, affronta i Turchi in una cruenta battaglia. Lo scontro lascia sul campo molte vittime da entrambe le parti e si conclude con la supremazia dei coraggiosi contadini che riescono nell’impresa disperata di “scacciare” gli invasori turchi costringendoli a riprendere la via del mare. Da questo momento – si racconta – prende a usarsi il termine “Scacciùni” teso ad indicare, appunto, l’uomo coraggioso, il difensore dei più deboli. In segno scaramantico, per buona sorte forse, i vincitori indossano i costumi dei vinti. Si tratta di curiosissimi abiti variopinti costituiti da un gonnellino di stoffa pregiata indossato a ridosso di un pantalone corto, portato sopra al ginocchio, dello stesso tipo di stoffa, orlato da ricami di grande pregio; una sorta di camicia (rossa o bianca) sulla quale incrociano nastri multicolori. Lunghe calze a fasciare le caviglie e singolari calzari. Ma il particolare più interessante è costituito dal copricapo: un lunghissimo cappello a forma di cono, alto ben oltre il metro, dotato di un’anima di canna ricoperta di stoffa pregiata, ornato di pietre preziose, dalla cui sommità si dipanano una miriade di lunghi nastri colorati. LA TRADIZIONE

Si ricorda che gli “Scacciùni” fecero le loro prime apparizioni pubbliche durante le feste di paese. In tali occasioni ad indossare il caratteristico costume erano i cosiddetti “Capubastùni” una sorta di piccoli boss

2828

4/2012

Scacciùni anni ’60. Gli abiti d’ù Scacciùni vengono lasciati in eredità, da padre a figlio, in seno ad ogni famiglia di Scacciùni.

di quartiere, i quali, forse, in questo modo, usavano fare sfoggio di originilità. Fece la sua comparsa, tra le mani dello “Scacciùni”, un particolare inedito: “‘u nèrbu di vitèddu”. (il nerbo di vitello). Si trattava di una vera e propria arma di difesa-offesa costituita dal prolungamento interno del pene del vitello che essiccato, attorcigliato e “trattato a sale” diventava un micidiale frustino. “’U nèrbu” era, all’epoca, spesso usato in diverse famiglie, dai genitori, quale arnese punitivo nei confronti dei figli disubbidienti; veniva posto appeso al muro in bella vista, volto, simbolicamente, a scoraggiare sul nascere azioni poco gradite al padre.


Argomenti

“A MÀSCHIRA”: ORIGINI E SIGNIFICATO

Un tempo, nelle occasioni di festa era d’uso riunirsi a ballare nelle case, dove piccole orchestrine tradizionali, ai comandi di un màstru (maestro) di ballo rallegravano in musica le serate. Al tempo del carnevale, poi, coppie di ballerini (dame e cavalieri) travestiti, formate da soli uomini (alle donne non era infatti concesso “mischiarsi” agli uomini durante il ballo), solevano portare l’allegria nelle abitazioni laddove, in segno di ospitalità, venivano accolti alle tavole imbandite.

1964: ‘A Màschira a Pace del Mela. Capumàschira, Sacciùni e Fioràia.

La tradizione vuole che gli “Scacciùni” usassero accompagnare all’altare le giovani spose, a garanzia della loro illibatezza e, sicuramente, anche in segno di “protezione”. Si narra che, addirittura, scoraggiassero, con metodi “molto persuasivi”, i tentativi dei giovanotti provenienti dai paesi vicini, tesi a conoscere le ragazze del luogo le quali, a quei tempi, pare dovessero trovare marito solo tra i compaesani. Altra versione vuole, invece, che fossero proprio gli “Scacciùni” a fare da garanti nei confronti dei giovani forestieri che capitavano a Cattafi in cerca di ragazze da marito. Adesso ogni anno, nel giorno del “martedì grasso”, ‘U Scacciùni, figura unica nel suo genere, come per incanto fa la sua apparizione per le strade del paese, spina dorsale di una pantomima antichissima le cui origini si perdono indietro nei secoli: “’A Màschira” (trad. lett.: la Maschera).

D

ovendo raccontare “’A Màschira” a chi non ha mai avuto modo di assistere ad una sua rappresentazione verrebbe da dire: “’A Màschira” è tante persone che ballano…. che ballano un ballo antico….“’A Màschira” è “danza e contradanza” ... è il ballo frenetico degli “Scacciùni” al ritmo ossessivo del tamburello…. è cavalieri che ruotano e dame che volteggiano … è musica a profusione… eleganza e buone maniere… è un “friscalèttu i canna” che scivola tra le note di una tarantella… è la celebrazione della bellezza…. della fioràia…. “’A Màschira” è amore e fatica … passione e sudore … cuore e anima…

Scacciùni anni ‘50

4/2012

29

29


Argomenti

Questa antica usanza carnascialesca, in un dato momento storico, si fuse al desiderio, che i Cattafesi avevano, di ricordare la vittoriosa battaglia sulla via “Cucugghiàta” e la scacciata dei saraceni. Questa, quindi, potrebbe essere stata la scintilla dalla quale ha tratto origine ‘A Màschira. Ma i cattafesi danno del significato della Màschira altre interpretazioni, tutte condivisibili e tutte… straordinariamente belle. Qualcuno racconta che, poiché a quei tempi i feudatari usavano praticare lo jus primae noctis (diritto della prima notte) le ragazze che andavano in sposa – che “conoscevano” i loro mariti solo dopo il matrimonio – dovevano trascorrere la prima notte di nozze in compagnia del signorotto locale. I contadini non possedevano nulla (“….mio nonno ha lavorato un sacco di vigna ma non ha mai posseduto nessuna botte..”) ed erano sfruttati dai potenti (“… qui tutti hanno tirato il grano e lasciato l’erba…”). Ecco che, quindi, la povera gente, nel giorno di Carnevale, diceva “basta!” ai feudatari, ai padroni. In questo giorno particolare, indossati i panni dello Scacciùni, il pover’uomo scacciava ogni tirannia, vivendo l’illusione di un momento di libertà. Carnevale rappresentava quindi “il giorno della liberazione”… principi, baroni, conti, padroni… a ognuno di loro si poteva dare una nerbata in questo giorno… perché era consentito… tanto era per scherzo!!

La danza, quindi, quale rito demonizzante, ballo liberatorio dentro il quale dissolvere ansie e paure, angosce e timori, traendone in cambio, nuova forza, vigore e positiva energia. I VORTICANTI RITMI DELLA MUSICA FOLK SCATENANO LA DANZA SCARAMANTICA DEGLI SCÀCCIUNI

E così arriva il tanto atteso giorno del “martedì grasso”… “i scacciùni”, personaggi d’altri tempi, leggendari, mitici, si materializzano come d’incanto per le strade del paese, ballando la loro danza scaramantica al ritmo vertiginoso della tarantella e brandendo i loro “nèrbi” a protezione della Fioràia (che rendono inavvicinabile da chiunque) e dell’intera Màschira. Sono figure emblematiche e misteriose. Sempre in numero dispari, disegnano precise coreografie nell’ambito dello schieramento. (Potrebbe capitare di venire “pizzicàti” dal “nèrbu d’ù scacciùni”: ciò può accadere allo spettatore disattento quando “passa a Màschira” o allo sprovveduto che tentasse di attraversarne la

Capuscacciùni

Giovanni Ragno (scacciùni, classe 1950) dichiara: “Mio Padre, Domenico, mi diceva che suo nonno, Peppe Picciò, nato nel 1875, partecipava “‘a Màschira” e che quest’ultimo gli raccontava che anche suo nonno vi aveva partecipato”. Viene documentato, in questo modo, che ‘a Màschira si realizzava già nella prima metà del 1700 ma vi è ragione di credere che la pantomima abbia origini ancora più antiche.

3030

4/2012

Cattafi. I Scacciùni.


Argomenti

1964: ‘A Màschira. Particolare di dame e cavalieri.

sfilata). Ed eccola, lì, in mezzo a loro, “a fioràia”, il simbolo della gioventù, della bellezza, della femminilità. Della Màschira è il nucleo. Nella sfilata procede

sempre scortata dal “capuscacciùni” (il quale è l’unico che può “ballare a coppia” con lei) ed attorniata dagli altri Scacciùni che le ruotano attorno in segno di protezione. La si riconosce perché porta al braccio “’u cistìnu ch’ì viòli” (il cesto di viole) che, al comando verbale del capumàschira: “fioràia fa il tuo dovere!!”, usa regalare a persone del pubblico. Essere omaggiati dei fiori dalla fioràia rappresenta motivo di grande orgoglio per chiunque li riceva.

Fanno la loro apparizione ‘ì dàmi, le figure femminili d’“’a còppia”, ossia i ballerini. Tradizionalmente il ruolo è interpretato da uomini travestiti, come accade anche per la fioràia. Il motivo va ricercato nel fatto che anticamente non era consentito alle donne “mischiarsi” agli uomini, durante il ballo. Va detto, però che nella pantomima ‘a

1964: Fioràia, Capuscacciùni, Scacciùni e Ciusciacanìgghia durante una sosta d’à Màschira.

4/2012

31

31


Argomenti

‘A coppia, anni ’60

‘A prima còppia, anni ’60

dàma (altresì detta ‘a fìmmina”, la femmina) non compare mascherata ma viceversa ha il “viso pulito”. Per questo per il ruolo vengono scelti i giovani dalle caratteristiche somatiche più confacenti. Veste abiti di raso o di stoffa pregiata, indossa scialli variopinti e porta “u fazzulèttu a tèsta”. ‘I dami vengono seguite come ombre dai ‘màsculi” (maschi) ossia “’ì cavalèri” (i cavalieri), l’altra metà d’ “’a còppia”. Il ruolo viene, di norma, interpretato da persone d’esperienza, abili nel “sapìri puttàri” ossia nel “condurre” la dama, seguendo gli schemi e le coreografie del ballo comandato. Il personaggio veste un abito scuro e cappello a falda nero, camicia bianca e cravatta. Si tratta, in sintesi, del vestito che anticamente si usava nei giorni di festa, del vestito col quale ci si sposava o…. si partiva per l’emigrazione. Per questo i cavalèri non appaiono tutti vestiti alla stessa maniera: perché il loro non è un costume. Si scorge, d’un tratto, una figura carismatica e autoritaria, ‘u capumàschira. E’ l’antico “màstru ì ballu” (maestro di ballo) ossia colui il quale comanda à contradanza. Gestisce la situazione e decide le sorti del ballo. Intrattiene rapporti stretti con la “prima coppia” e col “maièstru” ossia il maestro, il capo dei mu-

sicànti. La “prima coppia” è di importanza fondamentale nell’economia del ballo poiché da essa partono le coreografie di ciascuna danza. U capumàschira è l’unico capo riconosciuto d’à Màschira, colui il quale ha potere decisionale in merito all’itinerario della sfilata ed all’esecuzione ed alla durata di ciascuna “ronda”, la caratteristica forma di ballo laddove l’insieme delle coreografie vengono eseguite “tùnnu tùnnu” cioè sottoforma di girotondo. Dopo “ì fimmàti” (le soste della sfilata, alla fine di ogni ronda, durante le quali i figuranti vengono invitati al tavolo delle libagioni dagli abitanti del quartiere) ‘u capumàschira, d’intesa col “maièstru” riprende il comando della sfilata al grido di: “dalla prima coppia… a passèggiu!” Così, d’incanto, si riaccendono i suoni, rigorosamente dal vivo, dei musicànti e come per magia la sfilata riparte. I musicànti rappresentano l’antica orchestrina delle feste da ballo, di quelle che si organizzavano in casa, “alla sonfasò” (alla buona). O anche la si poteva ascoltare nei saloni dei barbieri. Chitarre, mandolini, fisarmoniche, tamburelli, friscalètti i canna (flauti di canna siciliani) e tanta voglia di divertirsi e divertire. Nella sfilata esegue gli ordini del “maièstru” ed è responsabile del ritmo del ballo che, necessariamente, deve mantenersi altis-

3232

4/2012


Argomenti

‘A Ronda. Gli Scacciùni danzano a protezione d’à Fioràia.

simo. La musica è rigorosamente tradizionale e ripercorre i canoni di una sicilianità d’altri tempi. A sdrammatizzare la situazione, giunge provvidenzialmente in soccorso un gruppo organizzato di “macchiettisti” dai quali occorre stare in guardia: ì bbuffùna. (i buffoni). Vi avvicinano con fare innocente e vi fanno destinatari di scherzi d’ogni tipo. I bbuffùna sono parte storica della pantomima. In alcune circostanze improvvisano veri e propri scketchs che suscitano grande ilarità tra il pubblico. Unitamente ad essi viaggiano ì spazzìni (gli spazzini). La loro vista è segno che à Màschira è in arrivo. Difatti ì spazzìni la precedono ed hanno il compito di spazzare, il luogo “a unni s’àvi a ballàri” ossia dove si andranno ad eseguire le coreografie della danza, prime tra tutte “’a Ronda”. Sono protagonisti anch’essi di piccole divertenti scenette improvvisate. A completare l’insieme delle figure storiche d’à Màschira ì Cattàfi giungono ì ciusciacanìgghia, cacciatori di frodo del coriandolo… Anticamente (prima dell’invenzione dei coriandoli) col loro fucile modificato ad arte sparavano “canìg-

ghia” (mangime per animali) sul pubblico. Il malcapitato che viene preso di mira, non può sfuggire all’infallibile arma del ciusciacanìgghia il quale, pur di raggiungere l’obiettivo, non esita a compiere temerarie manovre di aggiramento.

Tutto questo, ed altro ancora, è à Màschira ì Cattafi (piccolissima frazione del comune di San Filippo del Mela, nel messinese), troppo bella da rivivere, ogni volta, seppure costellata dalle immancabili lotte intestine, risse verbali e “sciàrre” (litigi), tra gli strenui difensori della tradizione e gli innovatori, riguardo al modo di rappresentarla; segni inequivocabili, questi, di una tradizione viva nel tempo che lega in maniera indissolubile i cattafesi alla propria storia. ❖ * Pietro Mendolia è autore e compositore del gruppo di nuova musica etnica siciliana Malanova col quale ha raccontato, in musica, la storia degli Scacciùni di Cattafi. Malanova è il gruppo dei “Musicanti” che accompagna, oramai da molti anni, la discesa in strada d’’A Màschira.

4/2012

33

33


Cronaca KAIORDA, LE VIBRAZIONI DEL PROFONDO SUD

I

gnoto al lessico un tempo opulento e sguaiato di Palermo, la capitale, il termine Kaiorda è invece diffuso nell’entroterra, che qui incomincia appena a pochi chilometri dal mare ed è fatto di montagne pietrose e di colline verdi in inverno e riarse dal sole in estate, un entroterra sede di una civilizzazione lentissima ma ininterrotta nei millenni che ha prodotto l’avamposto greco di Jetas, le terme arabe di Cefalà, fino agli insediamenti degli albanesi di Piana e Mezzojuso, passando per piccoli paesi fondati da genovesi e pisani. Tra le ondulazioni del paesaggio naturale, di per sé solitario ed idilliaco, spunta il costruito dell’uomo: povero e duro quello più antico, a volte ingentilito dalle guglie di un campanile, dai turgori di una cupola o di un castello diroccato, spesso sciatto o perlomeno disordinato quello più recente – si sente forte qui il senso della parola “spontaneità”, nel bene e, purtroppo, anche nel male. Non è una bella parola, ‘kaiorda’, bene che vada significa ‘donna sciatta’ e nel peggiore (e più fre-

3434

4/2012

quente) dei casi significa direttamente ‘bagascia’, ‘prostituta’ – in ogni caso si tratta certamente di una donna dalla forte personalità; se è vero allora, come dicevano i latini che “nomen omen”, cioè che nel nome è già racchiuso tutto il destino di una creatura, allora nome non fu mai più adatto a descrivere l’essenza di un gruppo di otto elementi, quattro uomini e quattro donne, che hanno trovato nella musica un linguaggio comune, e lo usano per vivere un esperienza di collettiva di creatività e condivisione. La musica popolare tradizionale è stata, sin dalla fondazione del gruppo nel 2004 con una formazione in parte diversa rispetto all’attuale, il mezzo più naturale per raggiungere l’obiettivo di comunicare e condividere: semplice e flessibile, essa è il luogo per eccellenza della libera interpretazione, della trasformazione creativa, e questo, anche ora che il gruppo è cresciuto anche nel numero di componenti, è rimasto il “metodo” di lavoro: il brano, prevalentemente della tradizione dell’Italia meridionale anche

se non mancano pezzi originali di cui si dirà successivamente, dopo essere stato proposto da qualcuno del gruppo, viene lentamente gustato e assimilato dagli altri membri in una serie di incontri successivi – e la “lentezza” non è un limite, ma quasi il presupposto, come nei buoni vini o nei cibi preparati all’antica, perché l’immaginazione produca i suoi frutti, perché quella improvvisazione su un certo basso possa migliorare, perché quella combinazione di strumenti o quell’impasto sonoro possano essere resi più convincenti, perché quell’intuizione su di un ritmo alle percussioni si consolidi; indubbiamente una terra “lenta” come la Sicilia favorisce questo modo di lavorare che porta i suoi frutti


– ma il frutto più importante, oltre al risultato musicale, è sempre la condivisione umana, l’amicizia. Il sound del gruppo è decisamente “acustico”: le percussioni sono realizzate con tamburi a cornice ed altri tamburi etnici (darbouka & cajon), le corde sono la chitarra barocca e battente, oltre alla famiglia degli oud, dei mandolini e delle mandole, i fiati sono solo dei delicati flauti (diritti e traversi) e non manca l’espressività della fisarmonica, declinata nella sua accezione più tipicamente tradizionale e con una cantabilità, si direbbe, italiana; la ritmica trae ispirazione dalla tradizione delle danze del sud italia (pizzica, tarantella, tammurriata), i fiati intrecciano melodie reminescenti ora di echi barocchi, altre volte di influenze più arabeggianti con inseguimenti, controcanti o rimandi ludici. La voce femminile dal timbro caldo, sensuale e tagliente, conduce e svela col suono e con le parole, un mondo sfaccettato di forte presenza fisica, ma allo stesso tempo poetico, di forte legame con la tradizione, ma per niente rassegnato, di allegra sfrontatezza ma talvolta profondamente doloroso. A sostegno di questa voce di donna del sud giungono altre voci femminili con cori e controcanti. Non è difficile capire che questo metodo di creazione “democratica” o “ condivisa” in cui manca una vera e propria direzione artistica, ma questa è distribuita egualmente tra tutti i componenti, comporti il rischio del caos, dell’anarchia, e questo è stata una sfida sempre vinta con non pochi sforzi ma grande soddisfazione! Il loro primo lavoro discografico “Safar” è uscito nel 2010: si tratta di quattordici brani, tutti lungamente meditati, di cui dieci tradizionali e quattro originali, e tra questi c’è quello che da il titolo all’album,. In arabo “Safar” significa viaggio, nel senso del “wandern” germanico, il vagare senza meta, alla ricerca di sé stessi ed il disco

Cronaca

è di fatto un viaggio nello spazio, prevalentemente il sud italia con un occhio (ed un orecchio) alla sponda africana, islamica del mediterraneo, ma è anche un viaggio nel tempo, con una esplorazione nel repertorio popolare più antico, dalla salentina “tu bella che la teni lu pettu tunnu” alla celeberrima tarantella napoletana seicentesca passando per ninna nanne salentina e brani tradizionali calabresi e lucani. I brani originali dei Kaiorda traggono ispirazione da varie occasioni e vi si scorge sempre la traccia del ludus, del gioco, anche in un brano, sicuramente non di intrattenimento, come “Giovanni e Peppino” dedicato alla memoria di Giovanni Falcone e Peppino Impastato fotografati mentre giocano a carte in paradiso, ciascuno dei due raccontando tracce della propria testimonianza umana e civile – una combinazione tra sacro e profano che forse solo un siciliano come Davide Emmolo, il chitarrista del gruppo, attualmente in congedo, nonché autore di alcuni dei brani originali presentati nel CD, può permettersi. I brani del CD, accompagnati da brevi testi scritti ad hoc dalla poetessa palermitana Valeria Siracusa, sono diventati uno spettacolo teatrale, rappresentato con successo in alcuni teatri di Palermo. Nello spettacolo interviene pure Linda Mongelli, la ballerina del gruppo, pulsanese di nascita e palermitana di adozione, il cui talento creativo e teatrale conferisce ulteriore energia allo spettacolo. Il testo è il racconto del viaggio, a un tempo materiale e spirituale, di un’anima in fuga verso i confini di un mare interno, ma che durante il viaggio scende pure negli abissi dove giace il contraddittorio

carico di ricordi, retaggi, immagini, abitudini e tradizioni che la nascita in un’isola, verosimilmente la Sicilia, comporta. La positiva esperienza teatrale di Safar ha generato la commissione, da parte di un teatro cittadino di un nuovo spettacolo: è nato così “Fimmini”: un omaggio alla storia plurimillenaria di Palermo attraverso il punto di vista delle donne: una galleria di personaggi, storici e tradizionali, che prende vita grazie al potere evocatore della musica (anche in questo caso si tratta di brani della grande tradizione siciliana e meridionale, intervallati da brani strumentali originali,scritti per lo più per assecondare esigenze sceniche) e della danza. Nello spettacolo è forte l’intreccio tra musica, danza, e testo: quest’ultimo è stato elaborato da Elisa Taormina, che lo porta pure in scena, sulla base di testi storici e della tradizione. Lo spettacolo si avvale del prezioso contributo di un regista delle luci e di un tecnico audio. ❖ I Kaiorda in “Fimmini” sono: Emanuela Fai – voce Elisa Taormina – voce recitante in scena Linda Mongelli – danza e coreografie Virginia Maiorana – fisarmonica Bruna Perraro – flauto traverso & cori Claudio Arena – flauti diritti Massimo Provenzano – basso acustico Giovanni Costantino – tammorre, tamburelli, darbouka, cajon Paolo Carrara – chitarra barocca, bouzouki

4/2012

35

35


Cronaca LOU TAPAGE... L’OCCITANIA A RITMO TRAVOLGENTE Photos credits: ‘foto di Alberto Bianchi’

Da sinistra a destra: Sergio Pozzi (voce, chitarra acustica), Marco Barbero (flauti, cornamuse, organetto diatonico, mandolino, bouzuki), Chiara Cesano (violino, viola, organetto diatonico), Dario Littera (chitarra elettrica, percussioni), Daniele Caraglio (batteria), Nicolò Cavallo (basso).

N

ell’ultimo decennio la fertile terra occitana d’Italia ha vissuto un notevole fermento musicale che ha indirizzato decine di giovani alla riscoperta, allo studio e alla rivalorizzazione dell’immenso

3636

4/2012

patrimonio di tradizioni popolari delle alte terre che dalle province di Torino e Cuneo affacciano l’oltralpe francese. I Lou Tapage (in Langue d’Oc il frastuono) rappresentano certa-

mente una delle migliori coniugazioni tra il rigore della tradizione, l’ammodernamento ritmico e la libera, ma altrettanto fedele riproposizione di quel patrimonio culturale dai confini, fisici e temporali, assai ampi. La proposta musicale affianca ai “traditional” reinterpretati, la declinazione di un consistente repertorio di propria composizione, ispirato a sonorità provenienti dalle più diverse tradizioni (provenzale, catalana, basca, bretone, irlandese). Il primo embrione del gruppo prende forma nell’inverno del 1999, ma l’esperienza termina dopo pochi mesi; la semina però germoglia, e l’anno successivo il progetto trova quella nuova linfa che lo porterà sino ai giorni nostri. In oltre 10 anni di lavoro l’eterogenea anima musicale di Lou


Cronaca Dario Littera (chitarra), Marco Barbero (cornamusa), Daniele Caraglio (batteria, anche se nascosto dai fari ….), Chiara Cesano (violino) – L’intro al Samonios di Milano (Capodanno Celtico 2011)

Marco Barbero (flauto traverso), Dario Littera (chitarra elettrica), Sergio Pozzi (voce e chitarra acustica), “guest” Monica Rossi (organetto, ex Lou Tapage fino a dicembre 2010) – sempre il palco del Samonios

4/2012

37

37


Cronaca Daniele Caraglio (batteria, sempre nascosto dai fari …), Marco Barbero (cornamusa) e Chiara Cesano (violino) – Sempre l’intro al Samonios 2011

Tapage ha notevolmente affinato lo stile, con una forte caratterizzazione e specificità, rigoroso nella metrica compositiva ma spregiudicato nell’arrangiamento e nell’interpretazione. Ciò ha anche portato alla coniazione di una personale definizione: “Nu Folk - Rock d’Oc”, non solo rock a “denominazione d’origine” ma la costante ricerca di nuove sonorità folk sulle quali innestare estro e fantasia di arrangiamenti caldi e accattivanti. Un concerto di Lou Tapage è un costante e armonioso inseguirsi di sensazioni e di emozioni, un travolgente e coinvolgente movimento musicale che sprigiona energia pura ad ogni successiva nota. Anche l’espressione verbale di Lou Tapage non è scontata o banale, ma riunisce in un piacevole mélange il Catalano, il Provenzale e l’Occitano, talvolta contaminati,

3838

4/2012

per finalità eufoniche, con elementi francesi, italiani e castigliani, o fusi tra loro all’interno dello stesso testo. L’attuale formazione presenta una line-up acustica decisamente importante, con Chiara Cesano al violino, Marco Barbero che spazia elegantemente dai flauti alle cornamuse, dall’organetto al mandolino al bouzouki, e Sergio Pozzi alla chitarra acustica e alla voce. A sostenere e dare maggior corpo alla melodia, si affianca una sezione ritmica in grado di produrre una importante massa sonora: Dario Littera alla chitarra (e qualche fuga verso percussioni e batteria), Nicolò Cavallo alle basse frequenze, e Daniele Caraglio alla batteria. Lou Tapage è stato protagonista in molti tra i più importanti festival folk e celtici a livello nazionale, ed ha esportato il proprio sound in Francia, Svizzera e Slovenia.

La discografia annovera tre album: “Lou Tapage” (Videoradio/2005), “Rêve etèrne” (2007) e “Que vos lei far” (2009), entrambi prodotti da FolkestDischi, cui si affianca la coraggiosa reinterpretazione occitana di “Storia di un impiegato” del grande Faber. Il nuovo album, attualmente in fase di registrazione, dovrebbe vedere la luce a fine 2012, ma non è esclusa qualche appetitosa anteprima estiva. ❖

info@loutapage.com www.loutapage.com www.myspace.com/loutapage www.facebook.com/loutapage Management: Fulvio Porro fulvioporro@yahoo.it


Cronaca Dario Littera (chitarra), Daniele Caraglio (batteria, questa volta con i fari spenti ….), Marco Barbero (cornamusa), Nicolò Cavallo (basso – pressochè nascosto ….), Chiara Cesano (violino), “guest” Monica Rossi (organetto, ex Lou Tapage fino a dicembre 2010) – sempre il palco del Samonios

Marco Barbero (flauti), Dario Littera (chitarra, seminascosto da Marco), Sergio Pozzi (chitarra acustica), Chiara Cesano (violino), Daniele Caraglio (batteria – anche se continua a non vedersi ….), “guest” Monica Rossi (organetto, ex Lou Tapage fino a dicembre 2010) – sempre il palco del Samonios

4/2012

39

39


Lineatrad 4-2012  

Ian Green - Scozia Anxo Lorenzo - Spagna Acoustic Night a Genova La liuteria Marconi Sulla tarantella siciliana Speciale: scena genovese La...

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you