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mensile Anno 1 n° 3 marzo 2012 € 0,00

Alessandro Tombesi

Roberto Tombesi - Italia Soïg Siberil - Francia Fairport Convention - Inghilterra Strawbs - Inghilterra

Liuteria Origini della Nyckelharpa Il canto delle mondine Recensioni


EVENTI

n. 3 - Marzo 2012

Sommario

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

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MOSAICO un’intervista a Roberto Tombesi

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“Way to blue” a Roma

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Nyckelharpa, questa sconosciuta…

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Dalle parti di Soïg Siberil ...in Bretagna

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Acoustic Strawbs

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Una giornata in risaia

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Claudio Colombo, la terracotta si fa suono

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I “primi” 45 anni dei Fairport Convention

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Le recensioni del mese

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Eventi

Cronaca

Interviste

Recensioni

di Loris Böhm

A

bbiamo mantenuto la promessa: puntualità e serietà; una prerogativa essenziale se si vuole raccogliere consensi. C’è troppo di cui parlare per pensare alle autocommemorazioni! Lineatrad sta assumendo una fisionomia “giusta”: siamo una vetrina dove il mondo della musica tradizionale si specchia, si confronta, si propone. Vogliamo spingere i giovani talenti ad uscire allo scoperto per proporsi alle grandi platee, vogliamo far capire che tante persone lavorano in ambito “musicale” per passione ma anche per garantirsi il futuro, in un periodo storico che richiede tanti sacrifici e tanta dedizione ma dove non c’è spazio per l’autocommiserazione, la polemica, la commemorazione di quello che è stato “in tempi migliori”... non dobbiamo dimenticare che il futuro è sempre davanti a noi: esisterà sempre! Saremo noi a renderlo migliore o peggiore del passato. Ecco perchè su Lineatrad il sommario è così concepito: l’attenzione a tutto quello che ci circonda. La novità di marzo è che Lineatrad presenterà ogni numero in uscita sull’e-

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mittente Radio Emme, mercoledì sera dopo le ore 22 durante il programma “Radici”. Le frequenze in Provincia di Firenze sono 100.4-100.05-96.8 mentre per il resto del mondo basta collegarsi su http://www.radioemme.it su pc o tablet. In collaborazione con il conduttore Aldo Coppola Neri daremo un’anticipazione di quello che potrete leggere su queste pagine, accompagnati da buona musica folk selezionata fino alle ore 23 da Aldo per questa radio “rampante”. La copertina, dopo due celebrità, la dedichiamo ad un giovane talento diciasettenne italiano: Alessandro Tombesi, figlio d’arte del fondatore di Calicanto, storica formazione veneta. Un mago della terracotta, Claudio Colombo, che produce ocarine di qualsiasi fattezza e dimensione, tanto per ricordare che la liuteria è una forma d’arte. Un grande evento a Roma per i 45 anni dei Fairport Convention, in una rassegna che non aveva eguali dai tempi del Folkstudio del compianto Cesaroni. Anche il ritorno degli Strawbs in Italia non è da sottovalutare.

Argomenti

Editoriale Una ricerca approfondita di Silver Plachesi ci fa capire l’origine tuttaltro che nordica della nickelharpa. Per concludere uno scoop vero e proprio il racconto in esclusiva fornito da due membri del gruppo Fiamma Fumana su un canto che ha ancora molto da dire: quello delle mondine. In chiusura una carrellata un po’ eterogenea di recensioni, in cui fanno spicco le ultime pregiate produzioni della Radici Music. L’iscrizione al Virtual Womex è stato solo il primo passo per la propaganda della rivista Lineatrad nell’ambiente della musica tradizionale; seguiranno altre iniziative di cui vi parleremo nei prossimi numeri. Gli abbonati “virtuali”, in quanto a titolo gratuito, si stanno sommando giornalmente, e vorremmo sollecitare ognuno di loro a far proselitismo, se la rivista è stata di loro gradimento, a tutti i conoscenti appassionati di musica. Ci rivedremo il 25 aprile, daremo spazi per le rassegne musicali primaverili e tante idee nuove, dopotutto ci chiamiamo Lineatrad e la linea non si ferma mai. ❖


EVENTI

in sintonia con

Editoriale

in sintonia con

www.lineatrad.com www.womex.com/virtual/lineatrad N. 3 - MARZO 2012 via Marco Sala 3/6 - 16167 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm Tel. 348 2682550 direttore@lineatrad.com Vice Direttore: Agostino Roncallo agoronca@tin.it Hanno collaborato in questo numero: Massimo Losito, Marcello De Dominicis, Jessica Lombardi, Medhin Paolos, Silver Plachesi, Antonio Rocchi, Silvio Orlandi Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

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Interviste MOSAICO

Un’intervista con Roberto Tombesi sull’esperienza Calicanto di Agostino Roncallo

Dire

Calicanto significa dire di una storia lunga trent’anni. Significa parlare di un suono certamente, che rende riconoscibile la musica del gruppo, ma anche di un’esperienza artistica a più ampio raggio. Un mosaico per l’appunto, proprio come il titolo dell’ultimo album. Riassumere le tappe e le diramazioni di questo mosaico è impresa ardua, servirebbe un vero e proprio lavoro biografico cui qualcuno, prima o poi, dovrà accingersi. Ne parlai tempo fa con Roberto Tombesi, uno dei fondatori del gruppo, incoraggiandolo a intraprendere l’arduo compito. Ma si fa presto a dire. Le idee e gli impegni incalzano, il 2011 è stato ricco di progetti per Calicanto e il 2012 non sarà da meno. Il fatto è che la loro musica è traccia tangibile di un’esperienza giovanile, quella degli anni settanta, da cui è difficile distogliere lo sguardo. Non tanto, beninteso, per una nostalgia tout court, quanto per l’attaccamento a radici senza le quali non potremmo neppure guardare avanti. Ricordo ad esempio il giorno in cui da Genova andai a Padova per un seminario universitario e, in un ritaglio di tempo, entrai in un negozio di dischi. Vidi “De là de l’acqua” a firma Calicanto. Chi erano costoro? Quel nome era per me nulla più che quello di un fiore. Quel disco lo comprai al buio perché, all’epoca, i dischi era

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sufficiente annusarli e di ritorno a Genova entrò nelle case degli amici appassionati di folk. Piacque a tutti e l’estate successiva, Roberto, Corrado, Giancarlo e Massimo erano con noi su assolate strade dell’appennino ligure per suonare in feste di piccoli paesi dell’entroterra, nei cui locali sopravvivevano juke-box rudimentali. Oggi la formazione si è un po’ modificata, alcuni musicisti sono più giovani e una nuova generazione si presenta timida sul palcoscenico. E’ quella di Alessandro, figlio di Roberto, autore di “Barene”, un lavoro che stupisce per qualità. Di tutto questo ho riparlato con Roberto nell’intervista che segue. Cominciamo parlando del 2011, anno in cui i Calicanto hanno festeggiato il trentennale della loro carriera. L’anno è stato ricco di riconoscimenti, come il premio alla carriera “Città di Loano” o il premio Roberto Gritti. Che tipo di valutazione ti senti di fare sull’appena trascorso 2011 e che importanza hanno avuto per voi questi riconoscimenti?

R.T. L’anno appena trascorso era quello del nostro trentennale, ci pareva bello festeggiarlo in un modo particolare e quindi abbiamo predisposto l’uscita di ben 2 cd: Mosaico di Calicanto e Barene di mio figlio Alessandro, arpista. Abbiamo inoltre allestito una


Interviste

sorta di concerto aperto che abbiamo chiamato “Carta Bianca a Calicanto” promettendoci per il trentennale di non fare un solo concerto uguale ad un altro. E così è stato. Gli oltre cinquanta concerti effettuali nel 2011 sono stati tutti diversi sia per scaletta (nel repertorio abbiamo potuto attingere ai ben 14 cd prodotti) sia per i numerosissimi artisti che abbiamo ospitato. Senz’altro un bella soddisfazione così come per i premi ricevuti che ci hanno fatto ovviamente molto piacere anche se devo dire nulla è arrivato dalla nostra regione e questo, pensando a quanto lavoro abbiamo dedicato ai nostri territori (amministrati da chi a parole dice di voler tutelare le tradizione e bla,bla,bla...), ci lascia un po’ di amaro in bocca. Ma nessun problema, avanti sempre.

purtroppo deceduto durante la lavorazione e sostituito da Gian Luca Baldi), ha avuto una lunga gestazione a causa dei finanziamenti che si sono ridotti in corso d’opera e da linguaggi musicali che all’inizio erano su due sponde quasi opposte. Con molta pazienza e dedizione nel corso delle prove si sono sviluppate condivisioni e un buon feeling che alla fine ha prodotto un concerto credo molto interessante che ancora portiamo in giro. Da uno di questi concerti abbiamo tratto alcuni brani che poi sono finiti nel cd Mosaico. Siamo soddisfatti di quello che è uscito con l’Orchestra anche se , avendo seguito la cosa personalmente nei minimi dettagli, confesso che questa avventura mi è costata una fatica immane della quale ancora adesso, in termini di stanchezza, avverto le conseguenze.

Inoltre avete partecipato a trasmissioni radiofoniche come quella su Radio 2 in “Tutti i colori del giallo” o o su Radio 3 in “Piazza verdi”, per non parlare di quella più recente sulla BBC. Trattandosi, immagino, di situazioni per voi nuove, come le avete affrontate e che sensazioni ne avete tratto?

Oltre ai concerti, il gruppo Calicanto ha portato avanti in questi anni diversi progetti in parallelo. Mi riferisco al Trio Adriatica, alla “magnifica intrapresa” per ciò che riguarda il teatro o alla stessa collaborazione con la Filarmonica Veneta. Sono tutti progetti che porterete avanti nel prossimo futuro o ritieni che qualcuno debba ritenersi concluso? A tali progetti se ne aggiungeranno di nuovi? Che cosa puoi dirci di “Filigran”?

R.T. Non era la prima volta che effettuavamo passaggi in radio e televisioni importanti. Purtroppo in Italia questa attenzione per le musiche “altre” avviene raramente ed è un vero peccato perché poi questi passaggi mi pare suscitino un certo interesse da parte degli ascoltatori. Abbiamo avuto diverse telefonate in diretta, domande, curiosità. E’ sconcertante che da noi queste cose siano una anomalia, una casualità, quando in paesi come l’Irlanda, per dirne uno, trasmissioni sulla musica e la cultura di tradizione sono all’ordine del giorno nei canali nazionali.Ma al di là di queste considerazioni mi pare abbiamo fatto sempre delle buone figure anche perché da tempo cerco di coinvolgere in queste cose tutto il gruppo quindi c’è modo di sentire un racconto da uno storico come mio fratello Giancarlo, un punto di vista di Claudia e le impressioni di un giovane come Alessandro Arcolin, da tre anni nostro percussionista poco più che ventenne.

R.T. Fin dai primissimi tempi della collaborazione con Massimo Fumagalli e Corrado Corradi, si era sviluppata in Calicanto una certa curiosità a tutto campo per quello che ruotava attorno al concetto di tradizione e quindi anche per il mondo teatrale, per lo stare in scena in maniera diversa cercando di dialogare il più possibile attraverso le nostre musiche. Forse fu anche

Mosaico è la vostra ultima produzione nella quale, per la prima volta, incontrate la musica classica attraverso la collaborazione con la Filarmonica Veneta. Guardando al risultato, ritenete soddisfacente tale collaborazione? Avete incontrato difficoltà? Ma soprattutto: quale valore aggiunto essa ha rappresentato per la vostra musica la presenza di un’orchestra?

R.T. Il lavoro con L’ORCHESTRA FILARMONIA VENETA è stata un’avventura complessa. Nata come concerto da un’idea mia e di Carlo De Pirro (compositore

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Interviste

un cercare una nostra dimensione che ci permettesse, attraverso un ”riuso creativo” della tradizione popolare più ampio, di sottrarci ad alcuni stereotipi dei gruppi folk anni ‘70. Negli anni più dinamici ci interessammo di animazione, commedia dell’arte, teatro di strada, musicoterapia, disabilità e malattia mentale. Credo alla base ci fosse una sorta di “sacro fuoco”, in parte anche a noi stessi ignoto, una sorta di intuito e di curiosità che ci guidava in questa direzione piuttosto che passare magari giornate intere su e giù per le tastiere dei nostri strumenti (a cui ci dedicammo tuttavia con convinzione in una fase successiva). Insomma l’istinto ci portava a mettere il naso in un sacco di situazioni. Non nascondo che a volte qualcuno di noi avrebbe preferito riallinearsi su partiture e contrappunti e concentrarsi maggiormente sulla cosiddetta pratica musicale, tuttavia col tempo questa duttilità e’ diventata una delle nostre caratteristiche e ci ha consentito di partecipare a spettacoli teatrali importanti come ultimamente quelli con La Compagnia Pantakin da Venezia, Titino Carrara e Laura Curino. Questo lavorare in modo organico con la tradizione è sempre stata un cosa che ci è piaciuto fare e che continua ad essere per noi vitale. Attualmente si sta delineando un altro bel progetto. Stiamo infatti dando alle stampe (ed. Nota) un libro con cd allegato di manoscritti di danze inedite molto belle trovate recentemente nelle valli dolomitiche. Attorno a queste musiche stiamo dando vita ad un meraviglioso progetto che dovrebbe debuttare già la prossima estate e che probabilmente si chiamerà ORCHESTRA POPOLARE DELLE DOLOMITI con amici e musicisti provenienti dai più noti gruppi veneti, trentini e sudtirolesi. Un progetto di condivisione a cui tengo in modo particolare e che penso ci darà delle belle soddisfazioni. Riguardo Filigran si tratta di un brano dell’amico bulgaro di Varna Nicolay Jordanvov (al quale ho contribuito anch’io nella prima parte) che conoscemmo ai tempi di Labirintomare (itinerario d’acqua tra Venezia Istria e Dalmazia), è un pezzo che amiamo molto che ci è sempre parso un bel ponte musicale tra Venezia e Bisanzio. E’ caratterizzato da un continuo cambio di tempo (7/8 e 9/8) e ricordo che abbiamo sudato non poco per impararlo per bene. Piuttosto impegnativo: specie per i fiati e le percussioni.  Parlando dell’evoluzione della vostra musica, quali margini di miglioramento e quali idee innovative vedi davanti a te? Quante sono attualmente le energie e il livello di sintonia all’interno dei Calicanto per proseguire sia nel lavoro di ricerca che nella composizione?

R.T. In questo momento faccio fatica a parlare di evoluzione e innovazione. Paradossalmente il progetto dei manoscritti è quasi un tornare indietro ai nostri primi anni, alla ricerca etnomusicologica, che rimane comunque alla base del nostro operare.

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Per noi è sempre stato così, alle volte si osa verso nuovi orizzonti e suggestioni, altre volte è necessario tornare nell’alveo per non smarrire la bussola. Ripeto, il lavorare in questo modo organico ci permette di operare con una prospettiva piuttosto aperta che ci consente di partecipare senza particolari schizofrenie allo Smithsonian Folk festival di Washington e poi suonare col nostro vecchietto suonatore di foglia d’edera Bruno Donà in un agriturismo sui Colli Euganei. Riguardo la sintonia, il gruppo è da tempo molto coeso. Ormai con questa formazione (giovani compresi) ci si trova a occhi chiusi. E’ come ad una partita di calcio (e io in questa metafora mi sento un onesto mediano di spinta); sono certo che qualsiasi passaggio, cross o appoggio nelle retrovie trova qualcuno pronto a raccogliere, sviluppare e concretizzare il suggerimento. Col tempo ho imparato a non accentrare troppe cose su di me, condividendo e responsabilizzando anche gli altri musicisti nelle scelte e nelle composizioni in modo che anche in loro si sviluppi una maggiore motivazione. Alla volte questo modo di operare può sembrare dispersivo e più faticoso ma è una scelta necessaria per chi ancora crede al lavoro di gruppo, al collettivo. Per questo mi va benissimo, all’alba dei 56 anni, in alcune circostanze fare un passo indietro e dare spazio e responsabilità anche ai più giovani. Il 2011 è stato anche l’anno che ha visto la pubblicazione di “Barene” di tuo figlio Alessandro. Il disco ha ottenuto riconoscimenti e lusinghieri apprezzamenti da parte della stampa. Come vivi oggi il rapporto con tuo figlio sul piano personale e artistico?

R.T. Direi piuttosto bene. Alessandro ha 17 anni e frequenta il liceo classico e la classe di composizione al conservatorio di Padova. Da quando era bambino ha sempre seguito con una certa attenzione le vicende di Calicanto. Quando facevamo lunghi viaggi in auto i nostri cd erano una delle sue compagnie preferite. Col tempo ci siamo accorti che aveva metabolizzato gran parte del repertorio del gruppo del quale aveva imparato testi, passaggi, sequenze, interventi strumentali. A 8 anni scelse di cominciare a dedicarsi al clarinetto frequentando la banda del nostro paese, Teolo. Successivamente alle scuole medie, grazie ad un amico valido insegnante, si appassionò alla musica d’insieme finché un giorno, complice un concerto di Vincenzo Zitello, fu catturato dall’arpa e da quel momento la sua e la nostra vita familiare cambiò decisamente. In questi anni in punta di piedi ha fatto spesso delle apparizioni all’interno dei concerti di Calicanto. Nell’ultimo cd è un ospite importante che ci regala anche una bella composizione dal titolo “Barene” che poi è anche il titolo del suo primo cd. Mi pare sia molto determinato e abbia qualche talento ma per scaramanzia e per pudore paterno preferisco fermarmi qui. ❖


Interviste Dalle parti di Soïg Siberil, uno dei più eclettici chitarristi del folk bretone

DU CÔTÉ DE CHEZ SOÏG di Claude Jannic, Yves Kieffer, Agostino Roncallo

Nel

mese di Febbraio 2012 Soig Siberil arriva in Italia per un concerto a Firenze organizzato dalla Six Bars Jail. Il concerto di questo polivalente chitarrista è bellissimo e suscita molti consensi. Lineatrad ha deciso così di proporre un’intervista al fine di far meglio conoscere la storia e i progetti di questo artista la cui carriera è ormai vicina al traguardo dei quarant’anni. Soig registra infatti il suo primo disco con il gruppo bretone Sked nel 1975 e negli anni successivi fonda il gruppo Kornog con il quale registrerà cinque album e terrà molti concerti sia in Europa che negli Stati Uniti. Un momento fondamentale della carriera è quello con i Gwerz, da sempre considerato uno dei gruppi più interessanti del panorama bretone, di cui hanno fatto parte i fratelli Jacky e Patrick Molard. All’esperienza Gwerz seguiranno quelle con i gruppi Den, Kemia, Pennou Skoulm. Ma la svolta artistica è rappresentata dal suo primo album “solo”, Digor, pubblicato nel 1993. Da questo momento inizia la sua carriera di originalissimo compositore, difficilmente classificabile in un genere preciso (folk, jazz, contemporanea?). Tra le principali tappe di questo percorso ci piace ricordare in particolare “Gwenojenn” (1999), “Gitar” (2001), “Lammat” (2006) e il recente “Botcanou” (2009). In parallelo a questo percorso di compositore Soig non abbandonerà tuttavia mai la musica tradizionale: Ne sono un esempio le esperienze con Kevin

Burke nei “Celtic fiddle festival” e la recente collaborazione con il cornamusista Cédric Le Bozec. Proprio da tale collaborazione, che ha portato nel 2011 all’uscita dell’album “Duo libre”, inizia la nostra intervista. Per cominciare, cosa ci puoi dire a proposito della tua collaborazione con Cédric Le Bozec? L’ascolto di «Duo libre» dimostra che esistono un’intesa e un’affinità musicale molto forte tra voi due. E’ esatto? Questa collaborazione proseguirà nei prossimi anni? Che cosa puoi dirci della partecipazione al progetto «Breiz Ha Rock» di Cédric?

Soig: Era un po’ di tempo che non suonavo più nei fest noz perché mi piace sia suonare in concerto, che nei fest noz per l’energia, per il ballo, ma anche per la mano destra con cui mi piace anche suonare in flat picking, col plettro. Ho conosciuto Cédric quattro anni orsono in un bar che si chiama L’Atelier (L’Officina; ndt) e si trova a Tréffrin dove abita Cédric. Dista quattro chilometri da casa mia. Una volta Cédric mi ha chiesto: “Senti, mi piacerebbe suonare con te. Ti andrebbe di fare questo famoso duo per musica da ballo?” Gli ho risposto subito di sì, sapevo che suonava benissimo, che andavamo molto d’accordo e a me piacciono proprio questi abbinamenti originali. E proprio con strumenti che normalmente non vanno tanto bene insieme, come la chitarra acustica e la cor-

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Interviste

namusa. Abbiamo cominciato a suonare nei fest noz e alla gente piaceva, sia per il ballo che per la musica. Così, a forza di incontrarci - perché non è che passiamo tutto il nostro tempo a fare musica – abbiamo cenato insieme qualche volta, poi abbiamo fatto qualche serata nei bar. Questo ha creato un legame piuttosto forte tra noi due, che va oltre la musica, un’amicizia molto profonda. Ecco, è così che mi piace lavorare con la gente, non c’è solo l’aspetto “lavoro”, ma anche qualcosa di forte a livello della relazione e della collaborazione. Infatti, siamo sempre più richiesti nei fest noz e pure nei festival. Il prossimo sarà il Printemps de Chateauneuf (du Faou) (Primavera di Chateauneuf du Faou, una località bretone; ndt). E’ un festival molto importante in Bretagna e così, Cédric era stato incaricato del progetto “Breiz Ha Rock”, una combinazione tra une formazione Bagad e altri strumentisti, ovvero: : Pat O’May alla chitarra elettrica, Xavier Soulabail al basso, io alla chitarra acustica, Jean-Marc Illien alle tastiere e Fred Moreau alla batteria. L’idea era di fare una formula di concerto piuttosto rock’n’roll, ma anche imponente per il numero di musicisti. Infatti siamo in tanti! Questo mi dà molta energia, è un bel cambiamento rispetto ai concerti più intimisti che faccio in assolo. Mi ricordo anche del periodo del gruppo DEN, già un po’ di anni fa. Anche lì, avevamo fatto una serie di concerti con una formazione Bagad. Mi ricordo dell’energia che c’era, ci si ente trasportati da questo insieme di cornamuse, bombarde e rullanti. E’ un’esperienza veramente unica.

Come è nato il progetto «Autour de la guitare celtique» (Intorno alla chitarra celtica) e come avete lavorato per preparare il repertorio e registrarlo? Inoltre, potresti raccontarci un aneddotto su Johnny Cunningham a proposito del brano «Skusimoisy»?

Soig: Il progetto nasce dall’iniziativa di Jean-Félix Lalanne, il quale propone ogni anno un concerto intitolato “Autour de La Guitare” (Intorno alla chitarra) che può avere temi vari: il blues, il rock, il jazz, la musica classica. Bisogna anche dire che questo spettacolo aveva sempre luogo a Trégunc in Bretagna. Io ho avuto la possibilità di partecipare spesso, quattro o cinque volte. Non sapendo fare altro, suonavo nell’ambito della chitarra celtica. Ad un certo punto egli aveva avuto l’occasione di invitare Dan Ar Braz. Anch’io mi ero ritrovato spesso con Dan Ar Braz, con Gilles Le Bigot e in seguito all’entusiasmo che aveva questo tipo di musica, Jean-Félix ci ha chiesto se eravamo interessati ad un progetto che si sarebbe chiamato “Autour de La Guitare” ma “Celtica” questa volta. Ci siamo riuniti, con in più Gildas Arzel. Ognuno ha portato il proprio repertorio, abbiamo fatto un mix, scelto i brani comuni e il disco è stato registrato dal vivo durante concerti svolti in Bretagna. In questo repertorio io suono in duo una suite da me battezzata Skusimoisy; in realtà sono

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due reel tradizionali. E’ un ricordo del defunto Johnny Cunningham, col quale avevo suonato in una formazione che si chiamava Celtic Fiddle Festival, con Kevin Burke, Christian Lemaître, Johnny Cunningham ed io. Abbiamo girato molto all’estero, negli Stati Uniti. E’ stato registrato un disco. Mi ricordo che mentre eravamo in macchina per andare ai concerti o altrove Johnny cercava di parlare francese con me e con Christian. Non parlava neanche una parola di francese e inventava delle parole. C’era in particolare questa parola Skusimoisy che voleva dire «Mi scusi Signorina». Era una frase che tornava spesso e che ripetevamo tutti insieme durante la tournée. Ecco perché ho voluto chiamare questo brano Skusimoisy. E’ una strizzatina d’occhio e anche un omaggio a Johnny Cunningham. Parlando della tua carriera solista, il tuo ultimo CD «Botcanou” ha avuto un’ottima critica della stampa, e anche a noi piace molto. Hai nuove idee per un altro disco? Puoi descriverci come costruisci i tuoi album?

Soig: Per quanto riguarda la mia carriera solista, Botcanou ha avuto un’ottima critica e ne sono felice. Per quello che concerne un mio prossimo disco, proprio in questo momento sto compilando un elenco perché la Coop Breizh mi ha chiesto una compilation dei miei vari dischi per giugno di quest’anno. Tra questi ci


Interviste

sono sia i miei album solisti che quelli con Nolwenn Korbell, il PSG con Patrice Marzin e Jean-Charles Guichen. Dicevo che sto preparando questa compilation, ma ho anche chiesto a Coop Breizh di registrare un brano inedito chiamato “Tamm Ha Tamm”, ovvero “Poco a poco” in bretone. Sarebbe una strizzatina d’occhio alla mia “carriera”. L’abbiamo appena registrato, in trio con Jamie McMenemy al bouzouki e Karl Gouriou al sassofono. Fra poco devo andare per terminare il mixaggio e poi lo porto a Coop Breizh. Sono molto contento: è un brano che unisce il suono delle corde che io e Jamie sappiamo fare e un lato più tendente al jazz con Karl Gouriou. Si tratta del prossimo album che uscirà, un doppio. In parallelo, stiamo preparando e perfezionando uno spettacolo intitolato “Du coté de Chez Soïg” (ndt: una strizzatina d’occhio al classico romanzo “Dalla parte di Swann” di Marcel Proust). Abbiamo già fatto una prima serie all’Espace Glenmor (ndt: una sala di spettacolo) di Carhaix e ne faremo una seconda a Morlaix in aprile. Dopodiché saremo pronti per i festival. Al momento, quest’estate suoneremo al Festival des Vieilles Charrues (letteralmente: Festival dei Vecchi Carri), al Théâtre de Cornouaille (Teatro della Cornovaglia) durante il festival della Cornovaglia e al Grand Théâtre de Lorient a Lorient durante il Festival Interceltique. Abbiamo anche altri contatti per Landerneau e altri posti, ma vedremo… In ogni caso, sembra che la maionese monta bene - come si dice – e. a livello della collaborazione, ho chiesto a vari duo coi quali suono o con i quali ho suonato di riunirsi per formare un gruppo che si chiamerà anch’esso Du coté de Chez Soïg, dove ci sarà spazio per pezzi solisti, in duo o in trio. Ci saranno Karl Gouriou al sassofono, Nolwenn Korbell al canto e alla chitarra, Jamie McMenemy al bouzouki e il mio amico di sempre Laurent Jouin. Sono molto contento. Ci saranno molte canzoni, brani inediti e pure la ripresa di brani già suonati in duo, ma riarrangiati per il gruppo.

Soig: Da una parte ho voglia di continuare a suonare da solo, perché è proprio difficile e poi è veramente la mia musica. Ma mi piacciono anche i duo, sia con Jamie, che con Karl o Nolwenn o Laurent Jouin. Per l’anno prossimo ho veramente voglia di dedicarmi a questo nuovo spettacolo (Du Coté De Chez Soig) dove saremo tutti riuniti.

E’ importante per te trasmettere le tue conoscenze musicali attraverso un DVD come “La Guitare Celtique” (La Chitarra celtica) o i Master Class?

Pensi che un giorno sarà possibile rivedere Gwerz sul palco?

photo Herve Moreau

Soig: Certo! Tra l’altro, continuo coi Master Class. Penso che qualcuno mi ha anche passato il testimone, è un’espressione di rispetto verso altri chitarristi, di cui alcuni non ci sono più. Mi vengono in mente persone come Michael O’Domhnaill che mi ha dato molto e anche altre persone come Patrick Molard che mi ha spiegato molte cose della musica bretone. Trovo normale che chi ha delle conoscenze, anche poche, le trasmetta ad altri, attraverso stages e Master Class. Infine, ho voluto fare anche un DVD perché spesso la gente mi chiedeva i piccoli segreti della chitarra.

Soig: Non lo so. Non ora, ma magari un domani. E’ passato tanto tempo. Due o tre anni fa, Jacky e Patrick mi avevano chiesto, ma all’epoca non ero né pronto, né disponibile. Ma non si sa mai. Siamo sempre in contatto. Io e Patrick abitiamo vicino l’uno all’altro, per cui ci vediamo. Ci vediamo più raramente con Jacky, Eric Marchand e Youenn Le Bihan poiché ognuno ha intrapreso traiettorie e progetti differenti. Ma chi lo sa?

Hai collaborato a numerosi progetti durante la tua carriera. Tra questi, quali vorresti portare avanti nel futuro prossimo?

Come già ti dicevo, si tratta veramente di mettere l’accento su questo concerto “Du coté de chez Soig” con tutti gli amici musici e cantanti. ❖

Qual è il tuo programma per il 2012? Puoi dirci qualcosa in più per quanto riguarda l’iniziativa “Du coté de chez Soig” che avrà luogo a Morlaix ad Aprile?

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Argomenti CLAUDIO COLOMBO: LA TERRACOTTA SI FA SUONO

L’ocarina è uno strumento popolare estremamente semplice ma in grado di dare grandi emozioni all’ascoltatore di Massimo Losito

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laudio Colombo nasce come ceramista, con la moglie crea e conduce un laboratorio sulla sponda varesotta del lago maggiore finchè, una ventina di anni fa, decide di “cambiare sponda” emigrando verso la parte opposta del lago, nella bellissima Cavandone, caratteristica frazione del comune di Verbania arroccata sulla montagna sovrastante il lago, definito “paese di pietra” perché quasi tutte le abitazioni del paese sono fatte di legno e di pietra, che da queste parti abbonda.

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Cavandone è meta di vari eventi culturali e musicali tra cui un noto festival estivo di musica popolare, è qui che Claudio per la prima volta ha un incontro ravvicinato con un’ocarina, anzi con una orchestra di ocarine, e rimane colpito prima di tutto dai pezzi delle ottave basse, ocarine dalle dimensioni più grosse e più simili ai vasi di ceramica oggetto del suo lavoro quotidiano. Claudio così si mette al tornio (novità per il settore) e inizia a produrre ocarine basse, passando gradualmente a costruire anche ocarine più piccole e acute, in varie tonalità, con utilizzo di vari stampi, come prevedono i canoni

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ordinari della fabbricazione di questo strumento. Da allora si è sempre più perfezionato nella sua opera seguendo corsi specialistici in Italia e all’estero e aumentando la gamma di strumenti proposti in dimensioni e forme, che vanno dalle ocarine più classiche ad oggetti sonori meno convenzionali che ad un primo sguardo nessuno direbbe essere strumenti musicali se non per i fori praticati sulla superficie (corni, anfore, vasi, ecc…) Quello dell’ocarina, come si può intuire, è davvero un settore di nicchia, in Italia ha il suo epicentro nella cittadina di Budrio (BO), che sta all’ocarina come Castelfidardo e Stradella stanno alla fisarmonica, qui esiste una tradizione secolare in materia e ci sono scuole e orchestre importanti, ma anche in tutta Europa esistono diversi estimatori, praticanti, appassionati.

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Parlando del resto del mondo è in Estremo Oriente però (Giappone, Cina ma in particolare in Corea) che lo strumento ha trovato grande diffusione, e dove si sono sviluppate importanti innovazioni tecniche come, ad esempio, la nascita di ocarine doppie e triple più complicate da suonare ma che permettono di aumentare l’estensione delle scale e delle note riproducibili

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arrivando a coprire più ottave, strumenti completi in pochi grammi di argilla! E’ proprio a questi nuovi prodotti e mercati che il nostro mago della terracotta si sta rivolgendo, favorito dal fatto di confezionare strumenti di altissima qualità a costi relativamente contenuti (grazie anche alla normale attività di ceramista che prosegue per la sua strada) dopo essere riuscito anche nell’impresa di far suonare un paio dei suoi strumenti “bassi” da alcuni membri di una delle più importanti orchestre di Budrio, dove, come si può immaginare, ha sede anche il più antico costruttore italiano di ocarine, per lungo tempo rimasto l’unico sul territorio. Per entrare in contatto col mondo intero dal suo rifugio sul cocuzzolo Claudio si è dotato di un notevole sito web (www.clacol.it, visitatelo!) tramite il quale cura i suoi principali contatti, oltre a partecipare di persona con le sue creazioni di argilla ai più importanti incontri internazionali con gli operatori del settore in Italia e all’estero nonché, saltuariamente, ad esposizioni di liuteria e strumenti musicali,festivals, rassegne specialistiche.


Argomenti

Concludiamo dando atto che prima ancora che Maestro Ceramista Claudio è stato un abile muratore (grazie a queste competenze si è costruito di persona l’attuale abitazione incluso laboratorio) ma non solo : la passione per il buon vino e la gastronomia di qualità lo hanno portato negli anni scorsi a collaborare attivamente con la locale condotta di Slow Food e recentemente a gestire il circolo s.o.m.s che sorge proprio nel centro di Cavandone, alternando l’attività di abile artigiano a quella di bravo ristoratore… possiamo chiedergli di più? ❖

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Eventi “WAY TO BLUE”: UN GRANDE FESTIVAL DI MUSICA ETNICA A ROMA

Dopo Andy Irvine e Jacqui Mc Shee’s Pentangle, in arrivo Strawbs e Fairport Convention! di Marcello De Dominicis

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opo più di trenta anni, torna a Roma la grande musica anglo-irlandese con un bellissimo evento: “Way to Blue” che ci riporta ai fasti del festival di Villa Pamphili del lontano 1979, in cui Giancarlo Cesaroni, il compianto “boss” del celebre Folk Studio, diede vita ad una manifestazione con un cartellone ricchissimo tra cui spiccavano gruppi come Wild Geese, Clannad, Chieftains, Roisin Dubh ed altri grandi del folk celtico. Ricominciando proprio da quella rassegna, il grande Guido Bellachioma, giornalista e promotore di eventi musicali, ne ha preso idealmente il testimone e, assieme ad altri collaboratori, tra cui voglio citare Ezio Villani e Pino Mereu dell’Hamish Henderson Folk Club di Roma e con il patrocinio dell’Assessorato alle Politiche Culturali del comune di Roma, ha organizzato questo magnifico festival che si è aperto l’8 marzo con l’indimenticabile esibizione del magnifico Andy Irvine, leader dei disciolti Planxty, preceduta dall’ottimo gruppo romano degli Shire. Irvine, oltre ai brani del suo ultimo album “Abocurragh” ci ha regalato una selezione dei più famosi traditionals eseguiti assieme ai Planxty come “The Blacksmith”, “Arthur Mc Bride” e “Baneasa green glade”. Il festival “Way to blue” è dedicato alla memoria di 2 grandi musicisti scozzesi, scomparsi recentemente, Bert Jansch (leader dei Pentangle, uno dei più importanti chitarristi, assieme a Davey Graham del folk revival europeo) ed Alistair Hulett (indimenticato leader del gruppo “celtic punk” dei “Roaring Jack”), che molto hanno fatto, con la loro arte per la divulgazione del folclore anglo-scoto-irlandese in tutto il mondo. Anche Nick Drake è nel cuore di questo festival, che prende il nome da una sua splendida ballata tratta dal suo primo album “Five Leaves Left”. Sede dei concerti è il “Jailbreack live club”, sito in Via Tiburtina 870. Dopo Andy Irvine, è stata la volta, lo scorso 17 marzo, del concerto di Jacqui Mc Shee (unica data italiana!), la leggendaria cantante dei Pentangle, il cui live act è stato preceduto dall’esibizione del trio della bravissima cantante americana Maryann Fennimore (ex leader del gruppo “Crescent and Frost). In questo live Jacqui si è presentata con una nuova formazione

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dei Pentangle, più votata, rispetto alla line up classica, ad un sound più moderno, meno acustico, ma intriso di sonorità etniche, talvolta strizzando gli occhi a influenze jazzistiche e mediorientali. Non sono mancati i brani più conosciuti del suo repertorio come “She moved through the fair”, “The Noghtingale”, “I’ve got a feeling” e “Once I had a sweethearth”. Oltre a queste “perle”, ci sono state anche molte altre sorprese sonore adeguatamente preparate dal suo magnifico gruppo tra cui cui spiccavano il batterista Gerry Conway (già nella band di Cat Stevens e dei Fairport Convention e Fotheringay etc) ed il polistrumentista Spencer Cozens (nel gruppo di John Martin). Il 29 marzo, saranno protagonisti del festival gli Strawbs Acoustic con special guest i Roisin Dubh. La formazione britannica torna a Roma, dopo il concerto del Piper nel 1972, quando era in testa classifiche inglesi con il singolo “Part of the Union” e l’album “Bursting at seems”. Guidati, da sempre, dal cantante chitarrista/banjista Dave Cousins, sono stati tra gli alfieri del folk rock progressivo degli anni sessanta e settanta ed hanno lanciato musicisti come Sandy Denny, Tony Hooper e Rick Wakeman, poi tastierista negli Yes. In questo concerto si presentano in una dimensione acustica, più intimista, con una formazione che vede accanto al leader, i chitarristi: Dave Lambert e Chas Cronk. Presenteranno in questo concerto le gemme del loro ultimo album “Acoustic gold”, accanto a brani del calibro di “Benedictus”, “Lay down”, “The hang-


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man and the papist”, “Down by the river” che hanno fatto la storia del folk rock britannico. Nonostante siano passati oltre quaranta anni dalla loro nascita, i loro impasti vocali, la purezza dei suoni e le loro cavalcate chitarristiche sono sempre spettacolari. Io penso che quelli appena elencati siano validi motivi per consigliarvi di perdere la loro esibizione se, sarete a Roma nei prossimi giorni. Ulteriore motivo per non mancare al concerto degli Strawbs è anche il ritorno live dei Roisin Dubh (rosa nera in gaelico), una delle più importanti band italiane, per quanto riguarda la diffusione della musica irlandese in Italia. Sciolti da più di 25 anni e con un celebre album d’esordio, ricercatissimo dai collezionisti, in cui esordì anche la can- Andy Irvine tante irlandese Kay Mc Carthy, si sono recentemente riformati con tre dei loro fondatori: Costantino “Cochi” Quarta al flauto, chitarra e voce; Francesco Santoro alla chitarra ed al salterio e Barbara Barbatelli al violino ed alla ghironda. Oltre a loro, fanno parte del gruppo altri importanti musicisti del giro “celtico” romano: Massimo Greco al banjo ed alla concertina, Aurora Barbatelli all’arpa ed alle tastiere e Paolo Alessandrini al bodhran e cajon. Concludono il festival il 20 aprile i leggendari Fairport Convention, guidati dal chitarrista Simon Nicol, la più importante formazione di musica etnica inglese. Fondatori del folk rock con lo splendido album “Liege & Lief” considerato tra i 10 più importanti album della musica inglese. Rielaboratori del folklore e delle ballads raccolte da James Child e Cecil Sharp, con i Pentangle loro intrecci tra violino e chitarra e la sezione ritmica incandescente hanno segnato la storia di questo genere lasciandoci nel tempo opere immortali come ad esempio “Full House” e “Unhalfabricking”. Oltre alla rivisitazione, hanno composto anche brani straordinari come “Crazy Man Michael”, “Meet on the Ledge”, “The deserter”, che hanno influenzato bands importantissime come, tanto per fare dei nomi,

i “Rem” e i “Led Zeppelin”. Nei 45 anni di attività del gruppo, si sono intervallati al servizio dei Fairport musicisti “monstre” del calibro di Richard Thompson, Sandy Denny, Dave Swarbrick, Ashley Hutchings, Dan Ar Braz, Iain Matthews, Trevor Lucas. In questo concerto presentano il loro ultimo album in studio, “Festival Bell” ed il recentissimo live “John Babbacombe Lee”. La formazione attuale dei Fairport Convention comprende oltre al fondatore, il chitarrista e vocalist Simon Nicol, Dave Pegg al basso e mandolino, Ric Sanders al violino, Chris Leslie al violino, mandolino e bouzouki, e Gerry Conway alla batteria. Farà da apertura al loro concerto la band dei “Folk Road”, nota per la sua partecipazione al film di Martin Scorsese “Gangs of New York” e alle trasmissioni Rai “La Stanza della musica” e “Dancing at Loughnasa”, una delle migliori formazioni italiane di Irish/scottish music, che ha suonato, nel corso della sua carriera, con musicisti del calibro di Finbar Furey, Christy Lehay, Margaret Bennett, Donald O’Connor, Allan Mac Donald. Anche per questo concerto vi consigliamo di prenotarvi anticipatamente telefonando a questi numeri 327-5697834 e 06-40801376... non ve ne pentirete!! Il festival Way to Blue, farà da apripista ad altre manifestazioni legate al folk anglo-scoto-irlandese che si terranno a Roma nei prossimi mesi, sempre organizzate, con passione e competenza da Guido Bellachioma. Vi anticipiamo un importante musicista atteso a Roma quest’estate… Richard Thompson …e, con questo, vi ho detto tutto! ❖

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Eventi ACOUSTIC STRAWBS

28 marzo a PESCARA Auditorium Flaiano 29 marzo a ROMA Jailbreak Live Club 30 marzo a COSENZA Teatro dell’Acquario 31 marzo a LUGAGNANO di SONA (Vr) Club “Il Giardino” courtesy: Geomusic srl - info@geomusic.it

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ra i gruppi storici del primo (e più ‘famoso’) folk-rock inglese, gli STRAWBS hanno visto passare tra le proprie fila un gran numero di ottimi musicisti tra cui Sandy Denny e Rick Wakeman, poi tastierista negli Yes. Nel corso di una carriera più che trentennale, gli Strawbs si sono di volta in volta indirizzati verso molteplici strade: dai primi suoni acustici, al rock da grandi stadi e agli affollatissimi concerti americani della metà degli anni Settanta, fino al ritorno alla dimensione acustica col trio degli ACOUSTIC STRAWBS. Tre chitarristi di prima qualità, impasti vocali che garantiscono esecuzioni ad alto di livello di cavalli di battaglia che hanno dato vita a veri e propri capolavori come “Dragonfly”, “From the Wichwood” e “Grave New World”. Negli ultimi tempi la band è ritornata alla grande sulle scene internazionali ritrovando vitalità e stimoli come ai bei tempi, rimettendo addirittura in piedi, per particolari occasioni, la formazione ‘elettrica’ classica. Per quanto riguarda il trio acustico la storia comincia quando Dave Cousins e Brian Willoughby vengono ingaggiati per un concerto a Twickenham sul finire del 2000, che sembrava dover esser cancellata in quanto Dave aveva dei problemi al polso per un incidente. Fu così che venne chiamato Dave Lambert, per salvare la serata. Ma la formazione a tre si rivelò così buona che, dopo aver lavorato sul repertorio in versione acustica, Cousins, Willoughby e Lambert decidono di continuare ri-

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battezzandosi “Acoustic Strawbs” ed entrando in studio per registrare il materiale che finirà su Baroque & Roll, il CD uscito per la Witchwood Records che verrà lanciato in uno speciale concerto il 16 agosto 2001 al White Bear di Hounslow, prima delle tre serate al Fringe Festival di Edinburgo. Il singolo Alice’s Song

- che esce nel 2002 col supporto della National Autistic Society vede Dave alle prese col banjo appena acquistato. Acoustic Strawbs si imbarcano in una serie di date (più di 50) che li vedranno suonare nel 2002 nel Regno Unito e in Italia. Il 2002 vede anche l’uscita in DVD di The Complete Strawbs, il


concerto del 1998 a Chiswick dalla videoteca privata di Dave che presenta’ quattro diverse formazioni della storica band. Brian Willoughby, nei pochi momenti in cui gli Acoustic Strawbs non sono on the road, è in tour con Cathryn Craig, un sofisticato duo che continua a ricevere eccellenti recensioni. Dave Cousins e Rick Wakeman sono in studio per registrare in duo l’album Hummingbird, che contiene anche alcune nuove canzoni ‘The Young Pretender”, “Hummingbird” e “Can You Believe” - oltre a classici degli Strawbs come “So Shall Our Love Die” “October To May” e “Forever Ocean Blue”. Verso la fine del 2002 Dave Cousins cade rovinosamente con gravi danni alle gambe e alla zona pelvica e un tour acustico in UK viene così cancellato, con le stesse date riproposte più avanti. Mentre la Witchwood Records si accorda con Morada Music per la distribuzione negli States, nel 2003 Dave e i ragazzi attraversano l’oceano (dopo 15 anni) per un tour in Canada e Stati Uniti. Mentre Brian e Lambert si comprano l’accordatore elettronico, Cousins si prende invece un bellissimo mandolino ... Giugno e settembre 2003 vedono altri tour nel Regno Unito, con un altro già in programma per gennaio/ febbraio 2004. La compagnia torna in Canada per alcuni festival a luglio 2003 e ancora negli States per un giro di sei settimane tra novembre e dicembre in 2003. Infine, il primo di luglio dello stesso anno, letteralmente tra la fine del tour inglese e l’inizio di quello in Canada, Dave Lambert suona il suo primo concerto in solo dopo 30 anni! Nel 2004 uscirà il suo secondo album solo. Il 2003 vede anche il primo disco degli Strawbs dopo dieci anni - Blue Angel, su Witchwood Ree. - che vede nuovamente insieme Lambert e Coombes in un paio di tracce. Blue Angel esce in contemporanea con la ristampa di

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Two Weeks Last Summer, da tanto tempo attesa. Sempre nel 2003, uscirà poi Strawbs Uve in Tokyo 1975, un DVD che comprende anche il film Grave New World e interessanti ‘bonus’. Una quantità di compilation vengono pubblicate dalla Universal tra il 2002 e il 2003: prima Collection, poi Tears and Pavan nella serie “Introduction to...” e infine, per il mercato americano, 20th Century Masters - The Millenium Collection. Per quanto riguarda il formato DVD, stanno uscendo altre live perfomance, come quella alla BBe. La Witchwood spera di acquisire i diritti per ristampare molte cose del vecchio catalogo, con tanto di previste bouns track e outtake - a questo proposito Dave sta lavorando sul suo tesoro di vecchi nastri e memorabilia messo insieme in questi lunghi anni di onorata carriera. Il primo frutto di questa ricerca sono le tre ristampe uscite nel 2003 dalla Vivid per il Giappone, Deep Cuts, Burning For You e Old School Songs, tutte con bonus track. Nel 2004 ha luogo un altro tour per gli Acoustic Strawbs, con qualche data tra maggio e giugno nei giorni liberi dalle prove con la versione ‘elettrica’ della band. In maggio Brian Willoughby annuncio la sua uscita dagli Strawbs per concentrarsi nel suo lavoro con Cathryn Craig: suonerà nel tour di luglio con la band ‘elettrica’ e il suo ultimo concerto in ‘acustico’ con la band sarà quello di Knaresborough in agosto. Una perdita sicuramente notevole, ma subito rimpiazzata dal volto familiare di Chas Cronk che porterà con se anche alcune modifiche al repertorio. Nel 2007, pur continuando coi tour, Dave

Cousins trova il tempo per registrare un nuovo album solista, The Boy In The Sailor Suit, con la Blue Angel Orchestra, che viene pubblicato il 25 giugno. Anche il duo “Lambert Cronk” pubblica un album nell’ aprile del 2007, intitolato Touch the Earth, in cui suonano anche altri membri degli Strawbs come il batterista Tony Fernandez e il tasti eri sta Andy Richards. Il gruppo continua a suonare, sia in trio acustico che col quintetto elettrico, producendo una serie di album di studio e dal vivo. Il 2008 vede la formazione originale dei tempi di Hero and Heroine rientrare in studio per la registrazione di The Broken Hearted Bride. Il 2011 li vede ancora attivi nei tour e, di ritorno dal Canada, nell’estate 2011, il vecchio leone Dave Cousins si ripresenta col trio acustico per un tour europeo che li porterà anche in Italia. Formazione: Dave Cousins: voce, chitarra, dulcimer Dave Lambert: voce, chitarre Chas Cronk: chitarra ❖

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Eventi 1967-2012 I “PRIMI” 45 ANNI DEI FAIRPORT CONVENTION

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aprile aprile aprile aprile aprile aprile aprile

SERIATE Cineteatro G. Gavazzeni TORINO Maison Musique (Rivoli) ROMA Jailbreak Live Club MORBEGNO (So) Teatro S. Antonio MAROSTICA (Vi) Panic Jazz Club PALERMO Teatro Dante CATANIA Auditorium Le Ciminiere courtesy: Geomusic srl - info@geomusic.it

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Fairport Convention suonano il loro primo concerto davanti a una chiesa nel maggio del 1967. Si stabiliscono nei sobborghi a nord di Londra attorno al bassista Ashley ‘Tyger’ Hutchings. I giovanotti si ‘riuniscono’ per le prove in una casa chiamata Fairport, residenza dela famiglia del chitarrista ritmico Simon Nicol. Dalla ‘Convention’ in questo edificio nasce il nome di un gruppo che ha attraversato più di quattro decadi. Oltre a Hutchings e Nicol, ci sono anche il chitarrista Richard Thompson e Shaun Frater alla batteria. Una formazione, questa iniziale, che suonerà solo un concerto. Un

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giovane batterista, Martin Lamble, era tra il pubblico in quella chiesa e convinse il gruppo che egli avrebbe saputo fare di meglio dietro i tamburi. Era solo il primo dell’incredibile numero di cambi di formazione che caratterizzeranno i Fairport nei loro primi quindici anni. Ben presto la line-up cresce con l’ingresso della voce femminile di Judy Dyble, che li farà distinguere rispetto alle decine di altre band che allora spuntavano come funghi nel veloce movimento della cultura giovanile di quell’estate. Per i Fairport non c’è carenza di lavoro e diventano ben presto ospiti fissi di locali underground come l’Electric Garden,

il Middle Earth e l’UFO. Suonano da solo pochi mesi quando catturano l’attenzione di Joe Boyd che li mette sotto contratto con la Island Records. Lo stesso Boyd consiglierà di accrescere il personale con un’altra voce maschile e così lain Matthews si unisce alla truppa e il primo album, Fairport Convention, esce prima della fine dell’anno 1967. In questo periodo iniziale, i Fairport guardano all’America per il materiale e l’ispirazione. “L’avere due voci ci affascinava,” - ricorda Matthews - “e per via del nostro nome e della presenza scenica, molti credevano che fossimo americani, e non eravamo certo noi a darci da fare per dissipare questa credenza”. Un atteggiamento che farà parlare di loro come dei ‘Jefferson Airplane inglesi’. All’uscita del secondo LP, What We Did On Our Holidays, il posto di Judy Dyble viene preso da Sandy Denny, una cantante folk che aveva già inciso sia come solista che con gli Strawbs. Il terzo album, Unhalfbricking, vede la presenza come ospite di Dave Swarbrick, un violinista folk di Birmingham. Il disco, come il suo predecessore, mette insieme ottimo materiale originale con canzoni contemporanee di artisti come Joni Mitchell e Bob Dylan. Il DJ radiofonico John Peel diviene un devoto campione della musica dei Fairport e mette spesso i dischi del gruppo al suo seguitissimo programma. Lo stesso Peel ha anche registrato diverse session negli studi della BBC che usciranno più tardi sull’album Heyday. Fino ad ora la band è all’apice della creatività del folk-rock, un ibrido tra un


revival immaginifico di cose tradizionali e moderni ritmi e strumenti. Richard Thompson è cresciuto fino a diventare un chitarrista di eccezionale talento e inventiva, e tutto il gruppo aumenta la scrittura di materiale proprio. Fairport Convention entrano nelle classifiche dei singoli con Si Tu Dois Partir, una versione in francese di If You Gotta Go di Bob Dylan. Resterà appena fuori dai Top 20 ma frutterà loro un passaggio televisivo a Top Of The Pops. Il futuro appare roseo quando invece arriva il disastro: il furgone dei Fairport si schianta sull’autostrada M1 al ritorno da un concerto a Birmingham. Martin Lamble - di soli 19 anni - e Jeannie Franklyn, la ragazza di Richard Thompson, muoiono. ll resto della band riporta ferite di varia gravità. I giovani musicisti quasi decidono di farla finita. Ma non sarà così e, una volta riavutisi dal grave incidente, ritornano in studio. Uscito Matthews, Dave Mattacks entra alla batteria. L’LP che ne esce, Liege And Lief, sarà un classico. Probabilmente il più bello dei Fairport Convention, quello che stabilisce definitivamente il folk­ rock inglese come genere musicale distinto che può a sua volta influenzarne altri. Liege And Lief viene lanciato con un concerto tuttoesaurito alla Royal Festival Hall di Londra sul finire del 1969. Dave Swarbrick ha dato un grosso contributo al progetto e fa ora parte della band a tempo pieno. Nonostante il trionfo di Liege And Lief, il membro fondatore Ashley Hutchings se ne va per formare gli Steeleye Span. Ad aggravare i problemi, anche Sandy Denny abbandona il gruppo. Dave Pegg prende in mano il basso e da allora è nella band per un periodo ininterrotto di 34 anni. Non è invece possibile rimpiazzare il talento di Sandy Denny e così il gruppo decide di continuare senza una voce femminile. Tutti i componenti e le loro famiglie si spostano all’ Angel, che era stato un pub, nell’ Hertfordshire. An-

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Fairport Convention 2008 (da sinistra a destra): Gerry Conway, Simon Nicol, Dave Pegg, Ric Sanders e Chris Leslie. Foto di Ben Nicholson

cora una volta la tragedia si avvicina quando un camion fuori controllo cozza contro l’edificio. Dave Swarbrick viene violentemente svegliato e l’autocarro distrugge la sua camera da letto, lasciandolo illeso e coperto di calcinacci. L’album successivo è Full House ma poco dopo la sua uscita anche Richard Thompson lascia la band. Simon Nicol rimane quindi l’unico membro originale. Dave Swarbrick sviluppa l’opera folk Babbacombe Lee e la vita nell-ex-pub ispira l’LP Angel Delight. È la prima volta che due dischi vengono registrati dalla stessa formazione visto che ognuno degli altri aveva visto la luce a opera di musicisti sempre diversi rispetto a quello precedente. Simon Nicol lascia i Fairport al principio del 1972, seguito da Dave Mattacks (ma i due rientreranno più tardi). Restano così i due Dave, Pegg e Swarbrick, a tenere le redini della band. Gli anni che seguono verranno chiamati ‘Fairport Confusion’ per via dell’incredibile sequenza di musicisti che vanno e vengono. Degli album che escono in questo periodo, Fairport Nine e Rosie

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sono probabilmente quelli con più successo. Nel 1974, Sandy Denny ritorna coi Fairport Convention per un paio di anni. Sarà sull’album Rising With The Moon ma se ne andrà nuovamente nel 1976. Scaduto il contratto con la Island Records, i Fairport firmano per la Vertigo. Finalmente il gruppo si stabilizza, col ritorno di Simon Nicol. Ma dopo due dei quattro album del contratto, la Vertigo li lascia. In pratica, l’etichetta finirà per pagarli per non produrre dischi. Nel 1979 la band è priva di contratto discografico e l’udito di Dave Swarbrick va deteriorandosi rapidamente. I Fairport decidono di porre fine al loro viaggio. Fanno un tour di addio e suonano un ultimo concerto all’aperto a Cropredy, il villaggio dell’Oxfordshire dove vivono Dave e Christine Pegg. Nessuna etichetta vuole pubblicare le registrazioni dal vivo della tournée e del concerto e così i Pegg danno il via alla Woodworm Records e li pubblicano in proprio. Dopo un anno, i Fairport Convention tornano per un concerto re-union a Cropredy ed è così che nasce il famoso festival

che, in pochi anni, crescerà rapidamente. Di lì a poco i Fairport sono sul palco per Capodanno e poi in Scandinavia. I Pegg continuano a registrare e pubblicare i concerti di Cropredy come ‘official bootlegs’, Intanto, Dave Pegg è entrato a far parte dei Jethro Tull e Simon Nicol ha costituito un duo acustico con Dave Swarbrick. Nel 1985 sia Pegg che Nicol si trovano ad avere del tempo libero dai vari impegni, lo stesso per Dave Mattacks. Decidono così di registrare un disco con cose nuove nello studio dei Pegg. Dave Swarbrick declina l’invito di unirsi alla nuova band e il suo posto viene preso da Ric Sanders, virtuoso violinista proveniente dai Soft Machine. Viene reclutato anche il polistrumentista Maartin Allcock e il quintetto registrerà l’unico disco dei Fairport solo strumentale: Expletive Delighted. Questo insieme di veterani e nuovi ingressi costituirà la più longeva formazione dei Fairport Convention, con una durata di undici anni. Agli inizi degli anni Novanta si costituisce anche un quartetto acustico, e le due versioni dei Fairport percorrono strade


parallele. La Woodworm continua a registrare e pubblicare gli album di studio della band e i ‘live bootlegs’. Maartin Allcock lascia a metà Novanta, e viene rimpiazzato da Chris Leslie al mandolino e violino. Chris dimostrerà di essere un compositore dotato, dando un sostanzioso contributo all’arricchimento del repertorio della band. Nel 1998, Dave Mattacks se ne va negli Stati Uniti e Gerry Conway, il cui viaggio musicale degli ultimi trent’anni si era svolto in parallelo ai Fairport, prende il suo posto alla batteria e percussioni. Il nuovo secolo trova i Fairport in ottima forma. Le sale sono piene e i dischi vendono bene. L’anno 2000 vede il grande successo del tour ‘Y2K’ e un nuovo album di studio, The Wood And The Wire. Nel 2002, i Fairport Convention festeggiano i 35 anni di carriera e pubblicano un nuovo disco dal titolo appropriato XXXV. Per l’occasione, commissionano alla Wadwort Brewery una birra col marchio speciale ‘Anniversary AIe’. Il gruppo si sottopone a una serie estenuante di concerti toccando Regno Unito, Europa, Australasia, USA e Canada. I Fairport Convention si aggiudicano l’ambito premio alla carriera ai BBC Radio 2 Folk Awards del 2002. Il loro album seminale Uege And Uef viene votato ‘Miglior disco folk di tutti i tempi’ dagli ascoltatori di Radio 2. Nel 2002, l’etichetta indipendente Free Reed records pubblica Fairport Unconventional, un box con 4 CD di registrazioni rare e inedite dai trentacinque anni di carriera. Nel 2004, i Fairport Convention sono ancora tra le band più richieste. La formazione vede insieme Simon Nicol (voce solista, chitarre elettriche e ritmiche), Dave Pegg (coro, basso, mandolino), Ric Sanders (violino), Chris Leslie (voce solista, violino, bouzouki, mandolino) e Gerry Conway (batteria e percussioni), ancora in grado di riempire le sale nei loro frequenti tour. L’anno comincia coi Fairport

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girare in lungo e in largo la Gran Bretagna con un lungo tour invernale. Segue un concerto per raccogliere fondi a favore di Dave Swarbrick alla Symphony Hall di Birmingham, e altre date estive sia in patria che all’estero. In agosto si tiene l’annuale festival a Cropredy. La nuova casa discografica, Matty Grooves Records, pubblica l’album Over The Next Hill e la Free Reed Records stampa un altro box di 4 CD, Cropredy Capers. In Ottobre, i Fairport sono in tour negli Stati Uniti e in Canada e l’anno termina con la tournée della versione acustica a quattro e del Dylan Project (Steve Gibbons interpret le canzoni di Bob Dylan accompagnato da PJ Wright alla chitarra slide e pedal steel, Simon Nicol alla chitarra e Dave Pegg al basso). Nel 2005 esce il doppio album di registrazioni live Off The Desk, con molti brani precedentemente inediti in versione live. Nel 2007 viene pubblicato, in occasione del loro quarantesimo anniversario, il nuovo album di studio Sense of Occasion che, ancora una volta, vede in gran forma il quintetto ormai rodato da anni passati insieme a suonare in tutto il mondo. Il DVD Fairport @ Forty, del 2008, celebra il quarantesimo anniversario del gruppo con la regia di Mike Rowbottom. Oltre a varie interviste, contiene diciassette tracce riprese dal vivo al festival di Cropredy del 2007 che vedono esibirsi, oltre agli attuali Fairport, gli ospiti Richard Thompson, Ashley Hutchings, Judy Dyble, Dave Mattacks, Maart Allcock, lain Matthews, Steve Ashley, Beth Gibbins, Edmund Whitcombe, Va Fletcher e i Tommy Connolly Dancers. Agli inizi del 2009 esce FC Live @ Cropredy ‘08, CD contenente le registrazioni del concerto tenuto all’annuale reunion nella campagna dell’Oxfordshire davanti a migliaia di fans entusiasti, con un’ampia sezione dedicata al contributo di Sandy Denny al repertorio della

Band. Tra gli ospiti Chris e Kellie While, Kristina Donohue e Robert Plant con Vikki Clayton. Poro prima viene pure pubblicato Fame & Glory, raccolta di brani strumentali e canzoni con cui i Fairport hanno contribuito, sin dal 1998, ai lavori del genio e sognatore bretone Alan Simon imperniati sulle leggende arturiane. Il 14 aprile 2011, i FAIRPORT CONVENTION pubblicano per l’etichetta di casa Matty Grooves Festival Bell, nuovo album di studio dopo Sense of Occasion del 2007. Il disco contiene tredici brani più la rivisitazione di Rising far the Moon di Sandy Denny. Ce lo presentano così gli stessi musicisti che abbiamo avuto modo di apprezzare nei tanti concerti italiani: “Con canzoni scritte da Ralph McTell, Richard Shindell, Chris While, Sandy Denny, Red Shoes e dai nostri Chris Leslie, Dave Pegg e Ric Sanders, crediamo di aver prodotto un disco in cui ci sia davvero qualcosa per tutti”. Sia in copertina che nel booklet campeggia la fotografia della Festival Bell, la campana che risuona nella chiesa di St Mary’s Church di Cropredy col nome della band, in parte finanziata dai contributi dei partecipanti alla convention dei Fairport che si tiene annualmente ad agosto nella stessa cittadina inglese. Col 2012 i FAIRPORT CONVENTION festeggiano i 45 anni di attività e, come ci dicono loro stessi dopo un sonoro e festoso Happy New Year, Fairporters! “Questo è un anno davvero speciale per noi. È il nostro quarantacinquesimo anniversario e il tempo vola quando ce la si passa bene, non è vero? Lo festeggeremo nel 2012 e speriamo di avervi con noi. Dopo un lungo tour britannico (40 date da gennaio ai primi di marzo!) la band sarà in Italia ad aprile, con ben due nuovi album, di cui sono ancora loro a parlarci: “Due dischi nuovi! Giusto per iniziare al meglio il 2012 e come regalo di compleanno. By

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Popular Request è un album di studio che contiene nuove versioni delle più popolari canzoni dei Fairport degli ultimi 45 anni. Ma non è solo la solita compilation di vecchi ‘greatest hits’ - la selezione dei pezzi è stata effettuata da voi stessi Fairporters, molti dei quali ci hanno inviato la propria personale classifica dei venti migliori pezzi e noi abbiamo scelto i dodici più gettonati per metterli su disco nella nuova veste. Anche se non dovremmo essere noi a dirlo, siamo felicissimi del risultato, per cui dobbiamo ringraziare il nostro recording engineer John Gale (giù il cappello!). Il secondo CD dell’anniversario ci fa rivivere uno dei più apprezzati tra ui nostri progetti musicali. L’anno scorso, se ricordate, era il quarantesimo dell’uscita di Babbacombe Lee, la nostra opera folk del 1971. Per non perdere l’occasione, abbiamo eseguito l’intero lavoro in ogni concerto del nostro tour invernale dell’anno passato. Li abbiamo registrati tutti e abbiamo scelto le migliori per questo Babbacombe Lee Live Again, una nuova versione tutta-dal-vivo dell’album originale.” Formazione: SIMON NICOL voce principale, chitarra ritmica Simon Nicol nasce il 13 ottobre 1950 e cresce nell’area a Nord di Londra. Membro fondatore dei Fairport Convention, è nella band sin dal 1967. Da teenager ha modo di incontrare il musicista locale Ashley Hutchings. Insieme - con altri - daranno vita ai Fairport Convention, il cui nome viene proprio dalla casa di Simon - ‘Fairport’ - dove vengono effettuate le prove. La band avrà un grandissimo successo con l’ingresso della cantante Sandy Denny. Dopo l’uscita dal gruppo della stessa Sandy, Simon si trova a rivestire un ruolo più importante sul palco, così come nel lavoro di studio e di produzione. Nei Settanta si allontana dai Fairport per un periodo di quattro anni, lavorando

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a vari progetti sia come produttore che come musicista, collaborando, tra gli altri, con Dave Swarbrick e la Albion Country Band. Rientra nei Fairport nel 1975 ricoprendo la figura di principale cantante e chitarrista. Continua comunque a lavorare con altri musicisti, tra cui Dave Swarbrick e Ashley Hutchings, e va in tour, tra gli altri, con Beverley Craven e Art Garfunkel. Simon ha anche registrato due album solisti (per anni introvabili e ora nuovamente disponibili per download digitale). Vive a Chipping Norton, nell’Oxfordshire. DAVE PEGG basso, cori e mandolino Dave Pegg nasce il 2 novembre 1947 e cresce ad Acocks Green, Birmingham. Entra nei Fairport Convention nel 1969. Da giovanissimo è coinvolto nella vibrante scena rock dei Sixties di Birmingham, trovandosi ben presto a suonare la chitarra quasi tutte le sere con una o l’altra delle giovani band cittadine. Più avanti, Dave viene ‘provato’ come prima chitarra con gli Uglys ma viene persuaso a passare al basso, che da allora non abbandonerà più. Finita l’esperienza Uglys, Dave si unisce allo lan Campbell Folk Group al contrabbasso e incontra il maestro del violino Dave Swarbrick da cui viene introdotto nei Fairport Convention, che da allora non abbandonerà. Nel 1980 si unisce ai Jethro Tull come bassista e starà nel gruppo per quindici anni. Come se non bastasse suonare in due gruppi così importanti, mette in piedi l’etichetta Woodworm Records per produrre e commercializzare i dischi dei Fairport. Registra anche un album solista. Dave segue anche l’organizzazione di Cropredy sin dai primi anni Ottanta. Un festival che, dai timidi inizi, si sviluppa costantemente sino a diventare un grande evento che attira ormai ogni anno più di ventimila appassionati nel mese di agosto. Oltre che suonare

con Fairport e Jethro Tull, Dave è molto richiesto come musicista di studio e ha contribuito a innumerevoli registrazioni. È anche un valido suonatore di mandolino. Vive a Banbury, nell’ Oxfordshire. RIC SANDERS violino Ric Sanders nasce 1’8 dicembre del 1952 e cresce a Birmingham. Entra nei Fairport Convention nel 1985. Il violino è il primo amore di Ric, che si avvicina allo strumento da giovanissimo. Il suo primo impegno professionale è del 1972, quando è in tour in Europa col Red Buddah Theatre di Stomu Yamashta. Verso la metà degli anni Settanta, Ric è molto richiesto come solista jazz e lavora, tra gli altri, con Michael Garrick, Johnny Patrick e il leggendario pianista jazz Jaques Dieval. Sul finire degli anni Settanta segue i propri interessi folk e jazz come membro, rispettivamente, della Albion Band e dei Soft Machine. È in tour e registra con entrambe le band. Con la Albion Band, si esibisce al National Theatre. Nel 1980, Ric e il chitarrista dei Soft Machine John Etheridge danno vita ai Second Vision. Registreranno un album e faranno diversi tour. Ric si unisce poi al chitarrista Va Fletcher in progetti didattici musicali: il duo supporta l’iniziativa dell’Unione dei Musicisti nelle scuole e registra per la TV della BBC. Dal 1985, Ric suona a tempo pieno coi Fairport Convention, pur continuando a coltivare un interesse attivo verso il jazz e altre forme musicali. Ha collaborato con June Tabor, Andrew Cronshaw e Martin Simpson e ha inciso due album solisti e uno di didattica violinista a cura di Jools Holland. È presente nei dischi di Roy Harper, Jethro Tull, Strawbs, Pentangle, Gerry Rafferty, Louden Wainwright III, Robert Plant, The Fureys e di Ashley Hutchings, solo per fare qualche nome. Oltre ai Fairport Convention, ha un proprio trio, il


Ric Sanders Group, di cui fanno parte Va Fletcher e Mike Gregory, un gruppo che presenta un ampio repertorio di jazz e swing che di recente ha collaborato con la Anjali Dance Company di Banbury. Ric vive in un paese vicino a Banbury, nell’ Oxfordshire. CHRIS LESLlE voce solista, violino, mandolino, bouzouki Chris nasce il 15 dicembre del 1956 e cresce nel nord dell’Oxfordshire. Entra nei Fairport Convention nel 1996. Ispirato dai musicisti della sua zona, Chris comincia a suonare il violino all’età di tredici anni. Tra le sue principali influenze quello che, più tardi, diventerà il suo mentore Dave Swarbrick. Nel 1976, Chris e suo fratello John Leslie cominciano a esibirsi in duo e registrano un album nello stesso anno. Chris suona anche col cantautore Steve Ashley, con cui è spesso in tournée nel Regno Unito e nell’Europa continentale. Ha studiato liuteria nel Nottinghamshire e ha completato il suo corso triennale nel 1983. Tornato nell’Oxfordshire, viene invitato in tour da Dave Pegg, per promuovere il suo album solista. Dave Swarbrick inviterà Chris a fondare il pionieristico gruppo acustico dei Whippersnapper, una band che ha prodotto molti dischi e girato Regno Unito, Europa e Stati Uniti. Chris è stato anche in tour col gruppo rock All About Eve. Negli anni Novanta, lavora in duo col chitarrista dei Whippersnapper Kevin Dempsey, collabora col pianista folk Beryl Marriott e fa parte del Mandolin Quartet di Simon Mayor. Suona anche il violino nei tour dei Jethro Tull di lan Anderson. Nel 1995 Chris entra nella Albion Band, con cui è in tour e in studio prima di congiungersi, l’anno seguente, ai Fairport Convention. Oltre che da musicista, Chris ha contribuito alla scrittura di molti brani del repertorio dei Fairport. Ogni anno, nel periodo natalizio,

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Chris è in tournée col gruppo ‘stagionale’ St Agnes Fountain. Ha lavorato in studio con Ralph McTell, Steve Ashley, Alan Stivell, Chris While e Julie Mathews, Jez Lowe, Christine Collister, Maartin Allcock, la Melstock Band, Kieran Halpin, John Wright, All About Eve e Mostly Autumn. Ha anche registrato tre dischi a suo nome. Vive in una cittadina nel nord dell’Oxfordshire. GERRY CONWAY batteria e percussioni Gerry nasce 1’11 settembre del 1947 e cresce a Londra. Si unisce ai Fairport Convention nel 1998. Sin da bambino, Gerry sognava di diventare un batterista, ottenendo la sua prima vera batteria all’età di undici anni. Da quando ha lasciato la scuola, la sua vocazione si definisce chiaramente coll’andare a lavorare alla EMI nella speranza di un provino. L’occasione arriva, e Gerry si trova a suonare la batteria coi Jet Set, che fanno ska e soul. Il passo successivo è con la band della leggenda del blues Alexis Korner. Dopo un anno con Korner, Gerry si unisce a Trevòr Lucas negli Eclection, che chiudono i battenti nei primi Settanta. Gerry entra nei Fotheringay ma, nonostante il buon successo a livello di critica e la presenza di sandy Denny e Trevor Lucas, la band avrà vita breve. Dopo una seduta di studio con Cat Stevens, Gerry viene invitato a unirsi alla band e passa sei anni in giro per il mondo con lo stesso Stevens. Nel 1979 si sposta negli Stati Uniti, dove vivrà per qualche anno, lavorando principalmente con Jerry Donahue. Negli ani Ottanta è per un anno in tour coi Jethro Tull e poi con la band di Richard Thompson. Nel 1985, si unisce ai Pentangle e da allora è nell’organico del gruppo di Jacqui McShee. Ha lavorato in studio con Pau l McCartney, Steeleye Span, Ralph McTell, Roger Hodgson, Dan Ar Braz, Jerry Donahue e molti altri. Vive a Redhill, nel Surrey. ❖

... succede al Fairport Cropredy Music Convention

Discografia essenziale: Fairport Convention .................................. 1968 What We Did On Our Holydays ................... 1969 Unhalfbricking .......................................... 1969 Liege & Lief .............................................. 1969 Full House ................................................ 1970 Angel Delight ............................................ 1971 Babbacombe Lee ...................................... 1971 Rosie ....................................................... 1973 Nine ......................................................... 1973 Live Convention ........................................ 1974 Rising For The Moon ................................. 1975 Gottle O Gear ............................................ 1976 Live At The L.A. Troubadour ....................... 1977 The Bonny Bunch Of Roses ........................ 1977 Tipplers Tale ............................................. 1978 Farewell, Farewell .................................... 1979 Moat On The Ledge ................................... 1982 Glady’s Leap - ........................................... 1985 House Full ................................................ 1986 Expletive Dellghted! .................................. 1986 Heyday - Bbc Radio Sessions 1968/69 ....... 1987 I Real Time ............................................... 1987 Red & Gold ............................................... 1988 The Five Seasons ...................................... 1990 Who Knows Where The Time Goes? ............ 1998 XXXV: 1967-2002 The 35 Anniversary Album ... 2001 Over The Next Hill ..................................... 2004 Off The Desk ............................................. 2005 Sense Of Occasion .................................... 2007 FC Live @ Cropredy ‘08 ............................. 2009 Festival Bell ............................................. 2011 By Popular Request ................................... 2012 Babbacombe Lee Live Again ...................... 2012

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Cronaca NYCKELHARPA, QUESTA SCONOSCIUTA… di Silver Plachesi

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osì come la ghironda, la nyckelharpa appartiene alla famiglia dei “cordofoni” con l’aggiunta di una tastiera. Prima di affrontare la questione della Nyckelharpa è doveroso soffermarci, se pur marginalmente, sulle caratteristiche fisiche della ghironda, per meglio cogliere le strette analogie costruttive fra i due strumenti e cercare di capire se la loro comparsa è stata contemporanea (come è molto probabile), oppure si sono sviluppati in epoche diverse, come invece si deduce dall’esame delle fonti documentali rinvenute. In entrambi gli strumenti, le note sono prodotte dallo sfregamento delle corde: la ghironda, da una ruota di legno, azionata con una manovella, la nyckelharpa da un’archetto simile come funzione a quello di un violino, ma molto più corto. L‘archetto nella Nyckelharpa svolge quindi la stessa funzione della ruota nella ghironda, lo sfregamento delle corde genera vibrazioni, le note vengono prodotte dai tasti che, con l’ausilio di “tangenti” in legno tenero, stoppano le varie corde in posizioni ben determinate. La prima presenza certa e documentata dell’antenato della ghironda risale al 1100 circa, mentre quella della Nyckelharpa, al 1350. Sembra abbastanza improbabile che ben 250 anni dividano questi due strumenti, così concettualmente simili e chiaramente derivanti l’uno dall’altro. La prima traccia storica che documenta la presenza della nyckelharpa la troviamo in Svezia, nella Chiesa di Kallunge, cittadina della provincia del Gotland, quella di

Kallunge è una delle poche chiese (fra tutte quelle costruite in quel periodo) tutt’oggi esistente, nella quale esiste la prima testimonianza di uno strumento che, per le sue caratteristiche fisiche facilmente riconoscibili, ci riconduce inequivocabilmente all’attuale NYCKELHARPA. In questa chiesa, numerosi bassorilievi in pietra, sono posti a decorazione dei capitelli sovrastanti le varie colonne e raffigurano scene dedicate alle arti e ai mestieri. Alcuni putti raffigurati e scolpiti in una di queste scene, imbracciano strumenti che ci riconducono all’attuale Nyckelharpa. L’immagine mostra alcuni musicisti che “imbracciano” uno strumento suonato con un piccolo archetto e dotato di tasti. Altri ritrovamenti, sono avvenuti prevalentemente nella penisola scandinava e in forma ridotta, in altre parti d’Europa, uno in particolare ci interessa molto da vicino, in Italia, a Siena. Tale ritrovamento facilmente databile (1408), ci da alcune importantissime indicazioni sul fatto che lo stesso strumento, nello stesso periodo del ritrovamento di Kallunge, era conosciuto anche in Italia. L’affresco arrivato ai giorni nostri in ottime condizioni di conservazione, lo possiamo ammirare in tutto il suo

Chiesa di Kallunge, 1350

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splendore nella cappella del Palazzo Comunale di Siena. Nell’opera pittorica, un angelo “musicista” suona uno strumento molto simile a quello dei musicisti di Kallunge, stessa forma, stessa modalità per suonarlo, presenza di tasti. L’immagine di straordinaria bellezza mostra in maniera chiarissima le caratteristiche fisico-costruttive dello strumento e del modo di suonarlo. Si leggono molto bene i tasti, e le 4 corde, non c’erano sicuramente corde di risonanza. Da quanto sopra esaminato, in sintesi, possiamo affermare quanto segue: Tutti i ritrovamenti di fonti che documentano la presenza certa della Nyckelharpa, sono circoscritti in tre zone ben precise: 1 - La penisola scandinava 2 - La Germania 3 - L’Italia Stabilire con precisione il luogo dove questo strumento è nato, non ci è dato di sapere, e forse ha poca importanza, quasi certamente non nella penisola scandinava perché da quelle parti dovrebbe essere arrivato dal continente grazie ai traffici mercantili, tuttavia va riconosciuto che la Svezia, e Uppland in particolare, resta il vero fulcro della conservazione, dello sviluppo e del modo di suonare la Nyckelharpa. In tempi molto recenti, attorno agli anni 60, lo strumento, anche da quelle parti ha rischiato di sparire un’altra volta, erano rimasti infatti in tutta la Svezia una ventina di strumenti, e quasi tutti nella regione di Uppland. Tale regione ha saputo valorizzare sviluppare e promuovere l’uso e lo sviluppo dello strumento fino ai giorni nostri.

Cappellina di Palazzo Pubblico, Siena, affresco di Taddeo di Bartolo, 1408

Attualmente in Svezia si stimano circa 20.000 strumenti, in Europa circa 200 ed in Italia appena una trentina. E’ quantomeno curioso che la Nyckelharpa, forse nata in Gemania, sia in tempi recenti ritornata per puro caso proprio in Germania, grazie al maestro Marco Ambrosini e che sempre grazie a lui sia tornata di nuovo in Europa ed in particolare in Italia, a Forlimpopoli. Curiosa è la coincidenza di sole tre scuole in tutta Europa che ospitano da qualche anno un corso di Nyckelharpa e che le sedi delle tre scuole, fra loro collegate, siano localizzate rispettivamente in Germania (Accademia Burg Fürsteneck di Eiterfeld), in Italia (Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli), e in Svezia (Eric Sahlström Institutet, Tobo), proprio nelle tre nazioni dove sono presenti tracce concrete dello strumento. Ed è proprio dall’affresco Senese che mi è venuta l’idea di intraprendere la difficile opere di progettazione e la successiva realizzazione del primo esemplare della “NONNA ITALIANA” dell’attuale Nyckelharpa. Non avendo nemmeno un nome l’abbiamo battezzata Viella a tasti, in omaggio alla già conosciuta Viella. L’idea, e quindi il progetto della sua ricostruzione, nasce nell’ambito del corso Italiano di Nyckelharpa presso la Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli che sto frequentando da diversi anni. Il mio nome è Silver Plachesi, Architetto per mestiere, musicista per passione, ho passato la mia infanzia in Romagna, nella polverosa bottega da falegname di mio nonno Romeo, a contatto con materiali e attrezzi (che ora sono autentici pezzi di antiquariato), coi quali negli anni ho acquisito dimestichezza e sviluppato buone capacità manuali di lavorazione e grande conoscenza delle caratteristiche del legno. Il mio mestiere di architetto mi ha portato nel tempo a mettere a punto metodologie progettuali in svariati

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Silver Plachesi al festival Musica nelle aie 2011

settori, oserei dire “dal cucchiaio …al grattacielo”. E proprio lì in mezzo ci sta pure la difficile sfida della progettazione di questo meraviglioso strumento. Dovendo partire esclusivamente dall’immagine raffigurata in un affresco, Il metodo utilizzato è inevitabilmente quello deduttivo. Innanzitutto l’esame visivo dell’immagine e di altre dello stesso periodo, suggerisce una verosimile parentela e quindi una credibile derivazione di questo strano strumento “tastato”, con la viella. La viella fu usata correntemente fino al XV secolo (epoca in sui è raffigurata in grande dettaglio, fra l’altro, in numerose tavole di Hans Memling e in un celebre polittico di Jan van Eyck). Nel XVI secolo fu soppiantata da altri strumenti ad arco, particolarmente dalla famiglia delle viole da gamba, ma lo schema di uno strumento accordato per quinte e senza tasti fu ripreso nelle viole da braccio (violino, viola e violoncello). Nell’iconografia appare impiegata sia da strumentisti di corte (menestrelli) sia da gruppi di angeli che suonano e cantano: è quindi verosimile che fosse impiegata sia nella musica profana che in quella sacra.

Strumento grezzo

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La forma della cassa e le proporzioni sono analoghe, fatte eccezione per il manico, che nella viella tastata è inevitabilmente più grosso, atto a contenere la meccanica e quindi le tangenti mosse dai tasti che sono ben visibili nella nostra immagine. A questo punto, dando per buono, quanto raffigurato dall’affresco, fatte salve le aberrazioni visive derivanti dalla scarsa conoscenza in quel periodo, delle regole della prospettiva, occorreva prendere una decisione sulle reali dimensioni dello strumento. E il punto di partenza doveva inevitabilmente essere quello di fissare il Diapason, vale a dire la distanza CAPOTASTO-PONTICELLO. Una ricerca sulle misure del diapason utilizzate nelle vielle di quel periodo, non sono state molto di aiuto, lo stesso variava infatti da un minimo di cm 33,5 ad un massimo di cm 58. E’ stata presa la decisione di fissare a 39,5 cm la misura del diapason, misura adottata in quasi tutte le nyckelharpe contemporanee. Non certo che la scelta fatta fosse la migliore possibile, ho effettuato sull’immagine una serie incredibile di misurazioni di tutte le sue parti, compresa la figura dell’angelo per cercare conferme sulle proporzioni, se riferite a questo numerino che mi ero prefissato di usare… Mi sono ricordato di un testo dal titolo “Human dimension” di Julius Panero e Martin Zelnik, uno straordinario manuale delle misure utili alla progettazione, nell’introduzione si legge: “L’interesse rivolto dai filosofi, artisti, letterati ed architetti alle misure del corpo umano è molto antico. Nell’unico trattato completo di architettuta dell’antichità a noi pervenuto, Vitruvio, vissuto nel primo secolo avanti cristo a Roma, scrisse: “il corpo dell’uomo infatti così la natura compose, che il viso dal mento alla sommità della fronte e alla radice dei capelli presentasse la proporzione della decima parte del corpo, egual proporzione ha la mano aperta dall’articolazione alla punta del dito medio; il capo dal mento al sommo del cranio è l’ottava parte,…” Facendo quindi tutte le proporzioni possibili con la misura 39.5 fissata, l’angelo doveva avere l’altezza verosimile di m 1.65/1,70. Da lì si è partiti con la progettazione vera e propria, sono stati calcolati e stabiliti l’esatta forma e tutti i rapporti dimensionali, le misure del corpo e del manico dello strumento. Il passo successivo è stato quello di decidere quante e quali corde montare e il tipo di tastatura delle stesse. Innanzitutto l’esiguo numero di tasti indicati nell’affresco, 5 per l’esattezza, fa presupporre che allo stesso tasto potessero far capo due tangenti, quindi due corde tastate. Doveva inoltre per forza essere diatonico.


Cronaca

La soluzione definitiva adottata, concordata con Marco Ambrosini è quindi la seguente: 4 corde con la seguente accordatura: LA per la prima corda tastata in basso (riferita allo strumento), RE e SOL per la seconda e la terza, due bordoni, la quarta in alto (riferita allo strumento), ancora in RE e tastata. Si è inoltre presa la decisione di inserire un sesto tasto in variante all’immagine raffigurata. La progettazione di massima, quindi il dimensionamento, la forma, la decisione sui materiali da utilizzare, è iniziata a giugno 2009. Da Novembre è iniziata la vera e propria fase realizzativa. Questo passaggio dalla fase puramente teorica della progettazione, a quella realizzativa è stata possibile grazie alla mia frequentazione di un corso presso la Scuola di Liuteria di Colorno tenuto da anni da Lino Mognaschi, liutaio e costruttore della mia attuale Nyckelharpa e dell’80% di tutte quelle presenti attualmente in Italia, persona altamente qualificata in materia. Questa frequentazione mi ha consentito di trasformare la mia idea che probabilmente sarebbe scaturita nella realizzazione di un modello dello strumento, dalle buone caratteristiche estetiche, quindi un buon prodotto di falegnameria, in uno di liuteria vero e proprio, costruito secondo i canoni, le metodologie, l’uso dei materiali di uno strumento di liuteria tradizionale. Ho approfondito quindi le ricerche sulla scelta dei legnami e dei tagli più idonei, sulle loro caratteristiche sonore, sulle tecniche di piegatura delle fasce, e sullo studio analitico di tutte le fasi costruttive. Ho approfondito inoltre, per mia curiosità personale e anche per le mie conoscenze in campo scientifico, gli aspetti fisici del suono collegati alla realizzazione di strumenti di questo tipo. Particolare attenzione è stata dedicata a ridurre il più possibile il peso complessivo dello strumento pur garantendo il rispetto delle caratteristiche della tenuta fisica in relazione alle sollecitazioni a cui deve essere sottoposta. La tastiera, realizzata in acero, è stata concepita come un elemento autonomo, al fine di consentire agevolmente la verniciatura di tutte le parti: è stata verniciata separatamente e assemblata al resto dello strumento a verniciatura completata. Concludo dichiarando pubblicamente che non sono un liutaio e non ho velleità in proposito, sono solo un appassionato della ricerca e della musica, in particolare della musica popolare per il ballo. Ho da qualche anno un gruppo, i TRAS AN BALL nel quale suono regolarmente la “Nyckelharpa popolare”, abbiamo partecipato ad importanti festival e numerose serate di BalFolk. Sto cercando di promuovere con fatica l’uso e l’inserimento di uno strumento così particolare e molto versatile, nell’ambito della musica popolare per la

danza, ambito per il quale questo strumento (assieme alla ghironda), sicuramente è nato e che vale la pena recuperare. In Italia è possibile studiare la Nyckelharpa e conseguire il relativo diploma riconosciuto a livello Europeo, presso La Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli (FC). Il corso pluriennale è stato fondato ed è diretto dal grande maestro Marco Ambrosini che si avvale di insegnanti provenienti da varie parti d’Europa. Per chi volesse approfondire l’argometo è possibile inoltre consultare su internet tutto il materiale relativo al progetto “CADENCE”, progetto finanziato dalla Comunità Europea e realizzato dalle tre scuole Europee promotrici dell’iniziativa. ❖ Links utili: www.cadence.nyckelharpa.eu/ www.burg-fuersteneck.de www.musicapopolare.net www.esitobo.org http://www.cadence.articles.nyckelharpa.eu/keyed-vielle_silver-plachesi.pdf http://www.tras-an-ball.com/

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Argomenti UNA GIORNATA IN RISAIA

Un racconto, frutto delle ricerche di due membri del gruppo Fiamma Fumana, un documento inedito sulla vita delle mondariso, che ha ispirato la musica del disciolto gruppo

© Articolo di Jessica Lombardi e foto di Medhin Paolos (riproduzione vietata di testo e immagini) www.jessicalombardi.it - www.medhinpaolos.com

I

l padrone grida allora che non vuole, che gli importa il lavoro ben fatto. E quella, ebbra del suo canto, non sente. Il canto, un po’ nasale, va e viene, come a folate, sul rettangolo immenso della risaia. Il canto disvaria, ma pane il pane, vino il vino. Talvolta, però, rivive una vecchia nenia del tempo, come un ricordo, come nel cavo il filo che sta per morire si intrèfola a quello che sta per nascere. Rivive nel canto il loro paese, la mamma, poi l’espressione di una fierezza vitale, discesa da duri anni e giorni: a superare il destino. Le parole del loro canto sono povere e incerte: così verranno, radunata la povera dote, l’amore ed i figli. 1 Con queste parole Carlo Emilio Gadda tratteggia l’immagine e il suono della risaia; i rapporti, la nostalgia e la speranza sono descritte come io stessa le ho sempre immaginate pensando alle mondine. Leggendo queste righe vedo i volti di quelle donne che mi piace chiamare “le mie mondine”: la Diva, la Silva la Laura, e tutte coloro che hanno fatto in gioventù almeno una stagione di monda e che poi me l’hanno raccontata, più volte, con pazienza. La prima volta che sentì parlare di mondine fu in occasione di un concerto del Coro delle Mondine di Novi di Modena, il nome mi sembrò lunghissimo e l’abbigliamento delle signore sul palco, non tutte giovanissime, anzi alcune decisamente anziane, mi parve quasi scandaloso. Cominciai a fare domande e da allora, era il 1998, non ho più smesso di chiedere, a quel coro meraviglioso con cui ho fatto concerti, dischi e film nel ruolo di una musicista appassionata del loro repertorio e, a molte altre testimoni che ho incontrato (stavolta non più per caso) come dottoranda in storia contemporanea. Tutte mi hanno raccontato i ricordi legati al lavoro e tutte mi hanno parlato di quel canto che tanti musicisti hanno amato prima di me, e ancora

1 C.E.Gadda, Dalle mondine, in risaia, in La Marchesa Colombi, In risaia, Trevse, Milano 1878, cfr. S. Benatti, R. Cicala a cura di, La Marchesa Colombi: una scrittrice e il suo tempo, Interlinea, Novara 2001, p.12.

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suscita le stesse simpatiche polemiche, sull’originalità e sulla strumentalizzazione. Abbiamo parlato della loro esperienza in risaia, un ambiente più complesso di come avrei creduto, fatto di equilibri delicati e interessi concreti, in un misto di nostalgia e avventura, che intere generazioni di donne (decine di migliaia) hanno vissuto per quaranta giorni all’anno, lontano da casa (loro erano migranti) nelle cascine piemontesi. Di loro, di quelle donne e delle loro storie, ho suonato, studiato e scritto, ma molte cose non le ho ancora comprese perché non c’ero quando erano chine sui campi a mondare le erbacce o a trapiantare i mazzetti di riso; come fosse in realtà la loro quotidianità, anche dopo tanti racconti, io posso solo immaginarlo. Allora immagino di partire con loro dalla mia casa paterna e di stistemare la valigia… come le altre… preparo quella valigia che mi terrà compagnia per quaranta giorni, una cassetta di legno, pesante e robusta. Si tratta di un bagaglio essenziale, limitato, ma che porta in risaia un pezzo della mia esistenza, ed è insieme utile e consolatorio. All’interno metto pochi vestiti, quelli da indossare in risaia durante il lavoro: come i pantaloni corti, le calze tagliate per proteggermi dagli insetti, qualche cambio di biancheria, il fazzoletto e il cappello. Insieme ai vestiti confeziono un sac-


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chetto colorato da attaccare alla vita che possa contenere qualcosa da mangiare da portare nei campi. Siamo pronte, io, le amiche, le cugine e le zie partiamo dal paese cantando, sempre cantando: Lasciamo i genitori e il nostro casolar/ andiamo alla risaia lavoro stagional , qualcuno ci fa eco dal pulman già pronto per portarci in stazione: Fratelli genitori/ Abbiam dovuto abbandonar/ Andar così/ Lontano/Per guadagnarci il pan/ Io son partita una sera al chiaro di luna/ Partii sperando di trovar la mia fortuna/ E nel dolor tutto dover lasciare/ Questo è il destin per chi deve emigrare. Anche alla stazione di partenza siamo subito riconoscibili, ci somigliamo tutte nello stile, colorato e povero, e negli accessori, cappelli e cassette. Nella piccola valigia abbiamo tutte alcuni viveri, a seconda delle possibilità, che verranno centellinati durante la permanenza in cascina. Parte di questi si portano nei campi altri li mangeremo la sera per consolarci un po’. Qualcuno ha preparato quel particolare cibo per me ed è così anche per le altre donne: il padre ha pensato al salame e la madre ha fatto un dolce o ha messo da parte le uova. In quel cibo è contenuto l’accudimento a distanza, è il braccio lungo della madre che nutre. E’ la prima volta che salgo su un treno, dal finestrino vedo i gendarmi che ci controllano, mi spaventano un po’. Il mio non è l’unico treno che parte per la risaia e come gli altri è un carro bestiame; ho un nodo alla gola ma canto insieme alle altre, poi passerà. Viaggiamo a lungo e non conosco i paesi che attraversiamo, giunti finalmente in stazione, scendiamo e qualcuno ci divide: io vado con quelle del mio paese dietro alla Tina, che sarà la nostra Capa per tutti i quaranta giorni. Ci incamminiamo verso un carro mandato a prenderci dal padrone della cascina, è un baròc che balzellando ci porta lentamente a destinazione.

All’arrivo in risaia, dobbiamo preparare il letto: raccogliamo la paglia asciutta e riempiamo un lenzuolo doppio, una grande fodera per preparare il materasso, così confezioniamo il pagliericcio, che sarà il nostro giaciglio per la stagione di monda. Nella cassetta, tra gli oggetti personali, ho incartato con cura anche un pezzo di sapone per lavare la biancheria. I momenti dedicati alla toeletta, personale o degli indumenti, sono due: quello del mattino subito dopo la sveglia, che però è veloce, giusto il tempo di sciacquarsi prima della colazione; e l’altro al ritorno dai campi dopo qualche minuto di riposo in camerata. Generalmente se non sono troppo stanca, prima di cena faccio il bucato e vado a lavarmi nei fossi vicini alla cascina, che raggiungo in gruppo con le amiche per evitare brutti incontri (gli uomini del posto conoscono le abitudini delle mondine e non di rado si trovano nei paraggi per curiosare!). Una lava le mutande, poco più in là l’altra lava la scodella e a volte ci facciamo degli scherzi! La vita in cascina mi rende improvvisamente libera dal controllo di mio padre ma questa libertà ha varie sfumature, alcune dai toni allegri altre più pericolose, e mi trovo improvvisamente in bilico tra minacce nuove e sconosciute e inaspettate opportunità. In alcuni momenti soffro di nostalgia, in altri mi diverto e conosco cose nuove: mi dicono che siamo un gruppo e che abbiamo dei diritti da rivendicare, io son giovane e non ne capisco, ma mia zia fin da piccola parlava di politica e adesso ci spiega quello che hanno detto di fare i sindacati con i loro volantini. La giornata lavorativa inizia con la sveglia del mattino, fissata generalmente alle 5.00; è la capo-mondina o il caporale a svegliarci. La cola-

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zione è composta da una tazza di latte accompagnato, a volte, da un po’ di pane. Pronte a recarsi al lavoro, ci incamminiamo verso i campi da mondare, a volte anche molto distanti dalla cascina, generalmente a piedi scalzi; nel frattempo le mondine locali raggiungono i campi a piedi o in bicicletta, dalle loro case. La mattina è freddo, la nebbia è spesso fitta e l’acqua delle risaie alle 5.30 è “fredda gelata” e diventa già prima di mezzogiorno, una “brodaglia calda”. Durante la colazione in cascina consegnano ad ognuna di noi una pagnotta di pane da mangiare in risaia a metà mattinata, in genere intorno alle 8 (a volte le 9), durante la prima pausa. Sono preoccupata quando mangio la mia pagnotta sull’argine perché capita a volte che il pane caschi nell’acqua e addio colazione! La più piccola di noi ha il compito di portarci da bere e la invidio quando può muoversi mentre noi siamo piegate sull’acqua da ore. A mezzogiorno arriva il momento del pranzo e quando siamo nei campi vicini riusciamo a tornare in cascina dove la cuciniera ha preparato riso e fagioli, altrimenti mangiamo sull’argine e ci portano qualcosa, quasi sempre riso e fagioli, a volte un po’ di pasta e spesso non è né buono né tanto, ma in fin dei conti a casa non mangiamo mai tanto, perché non ce n’è, però quello che prepara mia madre è buono. Le anziane mi insegnano a lavorare, il gesto è ripetuto, preciso, un movimento della mano per tirare

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via le erbacce: la mondatura. Mi piego in avanti con il busto il più possibile vicino a terra, tengo appoggiato il gomito sinistro sul ginocchio sinistro per sorreggere parte del peso. I primi giorni mi sono tagliata tutta la mano, perché non mi avevano detto il trucco! Devo tirare con la mano diritta per non farmi male e devo fare attenzione a prendere solo il magione (la pianta infestante) altrimenti se tolgo il riso il padrone mi grida. Lavoriamo l’una di fianco all’altra, in fila, e ci muoviamo seguendo un unico ritmo affinché la fila prosegua diritta. Cantiamo per darci il tempo, per non pensare, per lavorare più velocemente e a volte anche per prenderci in giro. Insieme alla tecnica mi hanno insegnato anche “il senso della squadra” è bello far


Argomenti

parte di una “buona squadra”, capace ed efficiente. A volte ci sfidiamo con altre squadre e se qualcuna di noi viene separata dal suo gruppo e inserita in un’altra rischia di essere sfidata o criticata e di passare così una bruttissima giornata. Capita che ci incontriamo con un’altra squadra in mezzo al campo che abbiamo iniziato dai due lati opposti e allora sono grida di spavento per le bisce che ci scivolano tra le mani e tra le gambe, mentre si trovano intrappolate tra le nostre due file. La giornata è finita e lentamente, a piedi nudi, torniamo alla cascina. Tra la cena e il sonno chiedo ad una amica che sa scrivere bene di preparare una lettera per la mia mamma, per dirle che sto bene ma che il prossimo anno non partirò, e nemmeno la Tina, abbiamo saputo che apriranno una fabbrica vicino al paese e vogliamo lavorare là. Oggi è venuto un signore a registrarci mentre cantavamo durante il lavoro e ci siamo divertite a inventare canti nuovi, a parlare delle zanzare e dei fidanzati, ci sembrava di essere la Mangano! Finalmente sono passati i quaranta giorni e la monda è finita, prendiamo i soldi dal padrone. Tutte le donne della mia squadra prendono la stessa cifra, nonostante una di noi abbia perso due giornate per la febbre; ognuna di noi ha aggiunto dieci minuti alla sera per qualche giorno e l’abbiamo ripagata. E’ così

che si lavora in risaia, ci si aiuta come si può, a volte qualcuna discute per una sciocchezza, siamo donne, può capitare. Il carro ci riporta in stazione con i soldi nel reggiseno, il tipo del sindacato dice che ci hanno dato poco ma io sono contenta di portare a casa quelli che ho e li tengo stretti sul seno perché li ho proprio sudati! In treno ricomincia il canto e stavolta il nodo alla gola non c’è, ci sono le mondine che tornano ad essere solo ragazze e donne, in viaggio verso le proprie case, felici di tornare. Senti el rane che cantano che gusto che piacere lasciare la risaia tornare al mio paese/ Non sarà più la capa che mi sveglia lla mattina/ ma là nella casetta mi sveglia la mammina… ❖

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Recensioni InChanto, “Le stanze di Ambra” RMR-136/2011

La presentazione su Radicimusic recita così, la trascriviamo integralmente: InChanto: una musica d’autore che affonda le sue radici sia nella musica folk europea che nella musica del Rinascimento italiano: un’alchimia sonora in costante equilibrio tra antico e moderno, colto e popolare. “Le stanze di Ambra” è un progetto musicale dedicato

alla leggenda popolare toscana della ninfa Ambra e del fiume Ombrone, di cui Lorenzo il Magnifico narra nell’omonimo poemetto. Una metamorfosi musicale che s’incentra sull’uomo, la natura, la morte, il mito. InChanto reinterpreta la storia di Ambra avvicinandola ad altre testimonianze letterarie, dando vita a un’originale sintesi di linguaggi. Per quanto ci riguarda il gruppo fa un ulteriore passo in avanti per quanto riguarda la pienezza del sound. La voce potente di Michela Scarpini si integra alla perfezione con i fiati di Giampiero Allegro, il violino di Franco Barbucci, la chitarra e bodhran di Marco Del Bigo, e la ghironda di Cesare Guasconi, e questo quarto disco può rappresentare la definitiva consacrazione del gruppo InChanto tra i migliori gruppi folk italiani. Sicuramente una grande presenza scenica, originali e innovativi quanto basta a rendere “evento” ogni loro produzione discografica.

fisarmonica e lo stesso Silvio Trotta con chitarre, bouzouki e plettri. Protagonisti i bambini della scuola dell’infanzia Arca di Noè di Petroio-Trequanda per i disegni dell’opuscolo interno, e la Radici Music che ha valorizzato il tutto con la consueta

Malanova, “A testa o giocu” RMR-135/2011

Lo stato dell’arte raggiunto per questa produzione. Tutto concorre per l’obiettivo di “opera di gran pregio”. Non saprei da dove iniziare. La prima cosa che balza agli occhi la grafica stellare della copertina e del libretto interno (32 pagine) abbinato al consueto materiale cartaceo di estrema stampa extralusso. Non dobbiamo essere tratti in inganno dall’apparenza: il disco, pur contenendo materiale tradizionale, è assai godibile, dolce, rilassante. Bellissime voci fanno da contraltare a strumenti musicali che danno il meglio di sè “accarezzati” dalle mani degli artisti, non “picchiati”, come la moda a volte impone. Tutto questo per un lavoro altamente raccomandato agli appassionati di tradizione pura.

Pivenelsacco, “Cento rami” RMR-134/2011

Pivenelsacco... cos’altro aspettarsi che otto pive emiliane perfettamente “affiatate” da sette anni di concerti? Sonorità del passato: giga, bergamasco, spagnoletto, piva e furlana, per un piatto molto speziato per essere fulcro di balli rinascimentali. Estro a profusione, purezza del suono (dovuta anche alla registrazione in studio altamente professionale aggiungerei!). Fabio Bonvicini, Fabrizio Ferri, Ferdinando

Setamoneta, “La luna” RMR-133/2011

Silvio Trotta ci presenta una pregevole raccolta volta a tramandare antiche filastrocche tradizionali toscane alle future generazioni. Gli esecutori sono i Setamoneta, che arrangiano con melodie più contemporanee pur mantenendo un rigore e una limpidezza sonora di altri tempi. Un gruppo formato per realizzare questo progetto, comprendente Cosetta Batignani e Claudio Bigliazzi alla voce, Michela Fracassi violino e viola, Stefano Tartaglia al flauto dritto, Massimiliano Fabianelli alla

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dei brani proposti. Un album consigliato a tutti, considerando la veste grafica e le abbondanti note interne, caratteristica peculiare di Radici Music, che non lesina mai in qualità.

Gatti, Marco Mainini, Gino Pennica, Alessandro Serafini, Marcello Tioli, Fabio Vetro sono abili performer di piva, e Giovanni Tufano con chitarra e percussioni a dare quel pizzico di ritmo. Un disco gradevole anche per chi non è propriamente seguace della piva, appunto per la varietà

qualità. Il disco ha una qualità sonora che i moderni file mp3 ne vengono ridicolizzati... chi ha detto che un’opera di musica folk dev’essere per forza artigianale e approssimativa?? Ma ora viene il bello: le canzoni. Si parte con un racconto da cantastorie, comprensibile a tutti pur se il gruppo siciliano è propenso a salvaguardare le tradizioni dialettiche del messinese... Le melodie invece sono tutte di loro composizione, e tutte inedite. Sono tutte ritmate, vivaci, allegre, imperniate dalla verve esplosiva del gruppo. Tantissimi gli strumenti tradizionali usati dai musicisti Stefano Bonanno, Giovanni Ragno, Peppe Burrascano, Saba, Pasquale Manna, Nunziatina Mannino, Davide Campagna, Gabriella Fugazzotto, Pietro Mendolia: flauti etnici, ciaramella, clarinetto, tamburelli, darbuka, djembè, saz, friscaletti... a voi scoprirli tutti.Quando il ritmo intrigante dei Malanova vi avrà conquistato, scoprirete di non poter fare a meno di riascoltare il disco tralasciando altre occupazioni, e saranno fatti vostri!

Max Arduini, “Cauto e Acuto” RMR-401/2011

Un cantautore davvero singolare questo Max Arduini, prodotto dalla Radici Music di Aldo Coppola... vocazione intimista,


Recensioni suona il pianoforte e si fa accompagnare dal mandolino di Valdimiro Buzi e dalla chitarra di Andrea Fasola per proporre canzoni di grande impatto emozionale.

Ha tanto da dire Max, e si lascia trasportare dalla sua innata enfasi, dalla voce profonda inconfondibile, per creare un album tutt’altro che banale. Questa raccolta comprende un inedito e brani della sua produzione dal 2002 al 2010, una raccolta pregevole e fondamentale per chi segue i poeti-cantautori.

G. Scorcelletti e A. Bongi, “Coscine di pollo” RMR-132/2011

Siamo ancora di fronte, come nel caso dei Setamoneta, a ninnenanne, filastrocche di origine toscana. Qui la strumentazione si fa scarna, essendo i due protagonisti

armati di sola chitarra e voce, e abbiamo una sporadica apparizione di pianoforte e flauto. Oltre alla tradizione vi troviamo un omaggio al grande scrittore di poesia e prosa per l’infanzia Gianni Rodari, e pur essendo estremamente gradevole all’ascolto, rappresenta un lavoro in cui i dodici brani saranno apprezzati maggiormente agli appassionati collezionisti amanti di tematiche un po’ snobbate dal mercato discografico. Loris Böhm

Gabriel & Marie Yacoub, “Pierre de Grenoble”

1973 LP Barclay 920.429 Ristampa CD 2005 Le Roseau- Sony Music GRI 19185 2

“Pierre de Grenoble” è stato il lavoro discografico che ha maggiormente ispirato i gruppi Prinsi Raimund e La Lionetta, punte piemontesi di quel “Nuovo Folk Revival” di metà anni ’70 che si è caratterizzato nel recupero di strumenti tradizionali come la ghironda, l’organetto, la cornamusa oltre alla riproposta della ballata e delle danze tradizionali. Un movimento che iniziato a Torino, si è in seguito allargato nel resto del Piemonte per diffondersi poi nel resto del Nord Italia dando vita a diversi gruppi dedicatisi alla ripresa del loro patrimonio tradizionale regionale. L’idea del progetto “Pierre de Grenoble” viene a Gabriel Yacoub, grande musicista di cultura folk anglosassone, uno dei primi chitarristi francesi ad usare le accordature aperte.Si avvicina alla musica bretone collaborando negli anni 1972-1973 con Alan Stivell, partecipa a tour ed alla registrazione di due album “Live à l’Olimpià” e “Chemin de terre”.Termina la collaborazione con Stivell per intraprendere il progetto di attingere alla musica tradizionale francese per esprimere un nuovo linguaggio musicale. Operazione già effettuata proprio da Stivell ed ancora prima da gruppi inglesi. Con Yacoub c’è la moglie Marie, alla voce, chitarra acustica, dulcimer, tampura ed una serie di notevoli musicisti come il chitarrista Dan Ar Braz, già con lui nella band di Stivell e che negli anni successivi avrà uno straordinario successo, Cristian Leroi Gour’han, uno dei primi ghirondisti che oltre all’esecuzione di danze, accompagna la voce di Marie in una splendida canzone d’amore: “Je suis trop jeunette”, e sempre lui, in una bella improvvisazione nella ballata che dà il titolo al disco. La line-up comporta anche il bravo violinista Marc Rapillard, Alain Kloatr alle ance, Dominique Paris alle cornamuse, Gerard Lavigne basso e percussioni, Gerard Lhomme armonium e percussioni ed infine Hughes de Courson percussioni e produttore del progetto. La scelta e la progressione dei brani è formidabile. Il lato A inizia “aggressivamente” con la ballata “Au chant de l’alouette”, portante la chitarra acustica, mirabile violino con doppie voci e basso elettrco finale. A seguire due danze: una scottishe ed una bourrée. “Le long de la

mer” è una ballata francofona canadese che Gabriel Yacoub canta su bordoni dell’armoniun in un arrangiamento magicamente minimalista. “Quand j’etais fille à marier”, cantata da Marie ci riporta nell’atmosfera d’apertura del disco in una ronda con accompagnamento di bombarda e biniou. Segue la splendida “Je suis trop jeunette” e la prima facciata termina con la ballata “Pierre de Grenoble” con una durata di 6,44 minuti, inserimenti strumentali sul tema di “Schiarazzula marazzula” di Mainerio, tappeto di tampura per momenti di improvvisazione, atmosfere molto psichedeliche. Una apertura solo voci per il lato b nella ballata “Le Prince d’Orange” un brano che ha avuto anche successo al di fuori degli amanti del folk. Era “moda” nel periodo “occhieggiare” anche alla musica antica,e Yacoub inserisce una suite di Branles de Bourgogne. “Rossignolet du bois” è una ballata che rimarrà per anni nel repertorio di Gabriel Yacoub, grazie alla sua voce, alla chitarra acustica ed alla doppia voce di Marie rimane una “perla” del folk progressivo francese. Un richiamo alla Bretagna con una serie di Andro ed un solo del violino di Rapillard in un’aria della Savoia: “La pension”. Come è iniziato questo lato con un brano a cappella, così termina con le voci della band in “La Fleur de Lys”, una sottigliezza di Yacoub che ha arrangiato tutti i brani. Il successo inatteso, sia da un punto di vista artistico che commerciale, dell’album uscito nell’ottobre 1973 per la famosa casa discografica Barclay, che ha assicurato una ottima distribuzione, farà in modo che il progetto di Gabriel Yacoub, il gruppo “Malicorne”, già in embrione, si concretizzerà. “Pierre de Grenoble” ha sicuramente contribuito al rinnovamento della musica tradizionale ed il gruppo “Malicorne” ha continuato l’opera. Silvio Orlandi

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Recensioni LETTI PER VOI: “ALBUM BIANCO” LA STORIA DEGLI STORMY SIX ATTRAVERSO LE MEMORIE DI FRANCO FABBRI Guardavo quel libro esposto sullo scaffale di una libreria romana e sentivo che mi “chiamava”…. che mi sussurava “comprami”..., ma io resistevo stoicamente, pur sapendo che, prima o poi sarei capitolato, perché come scriveva Oscar Wilde “A tutto si può resistere, fuorché alle tentazioni”. Dopo un paio di settimane, infatti, il volume in questione: “Album bianco” di Franco Fabbri, edito dal Saggiatore, giaceva nelle mie mani. L’ho “divorato” come se fosse una fetta di dolce, in pochi giorni, e, appena letta l’ultima pagina, ho pensato subito che fosse un saggio importante. Recensirlo per voi, per invogliarvi a conoscere, sotto forma di diario, la storia della scena musicale underground italiana degli anni settanta raccontata attraverso le vicende del musicista/musicologo Franco Fabbri, chitarrista degli Stormy Six, è stata la mia successiva reazione. Vediamo, in primis, di conoscere un po’ meglio la band ed il protagonista di questo “eclettico diario”. Gli Stormy Six hanno attraversato, dal 1965 fino ad oggi, molte stagioni della musica italiana. Nati come gruppo di r&b., rock e pop nell›epoca del beat, sono stati fra gli esponenti più conosciuti del primo beat-rock italiano, facendo anche da gruppo “spalla” ai Rolling Stones nel 1967. Dopo un periodo di transizione con un cambio di rotta verso una musica con influenze psichedeliche e country, si sono poi avvicinati alla canzone politica e hanno creato, unici in Italia, (prima ancora degli Area del compianto Demetrio Stratos) una fusione tra la folk song politica ed il rock progressivo e d’avanguardia. Nelle loro fila sono “nati artisticamente” musicisti che avrebbero scritto pagine importanti del cantautorato italiano come Claudio Rocchi, Eugenio Finardi, Alberto Camerini. Nei loro tre ultimi album in studio, quando ormai la loro attività si svolgeva prevalentemente all›estero, hanno elaborato uno stile moderno e vicino anche al jazz, confrontabile con quello dell’avant rock progressivo europeo dell›epoca (Henry Cow, Art Beats Univers Zero), collaborando alla fondazione e alle attività di Rock in Opposition. Dieci album e molte tournèe all’estero con riconoscimenti importanti come il “Premio della critica discografica tedesca come miglior disco rock dell’anno 1980,

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davanti ai Police!! Tra le loro canzoni troviamo “Stalingrado”, “Dante Di Nanni”, “La fabbrica”, veri e propri inni di piazza per studenti ed operai, riprese e suonate anche, oggi, da molti altri gruppi rock italiani di altre generazioni come, la Banda Bassotti e i Gang. Franco Fabbri ne è stato, assieme ad Umberto Fiori e Tommaso Leddi, il principale compositore. Oltre a questo, è scrittore di saggi molto importanti sulla popular music (“Elettronica e musica”, “Il suono in cui viviamo”) professore universitario e divulgatore e conduttore radiofonico. Molte delle pagine di questo volume sono piene di aneddoti sugli Stormy Six e sulla sua vita di artista, ma si va oltre le sue vicende umane, perché il libro non è solo autobiografico, ma contiene molti riferimenti a 50 anni di storia italiana: dalla popular music, alla nascita ed alle lotte del movimento studentesco, dal terrorismo all’avvento del centrosinistra, dal Berlusconismo alla censura in Rai, dai festival alternativi alla recente vittoria di Pisapia a Milano. Un volume che ha ricevuto critiche lusinghiere ed è giunto, con questa sua ristampa, alla terza edizione, con “sponsor” importanti come ad esempio, Ivano Fossati che, parlando del libro, sostiene che “Raramente il vivere ed il fare musica sono state raccontate in maniera così autentica”. Ultima cosa da dire riguarda il titolo che è un omaggio ad un celebre album dei Beatles del 1968, perché le memorie raccolte da Fabbri richiamano l’estensione nel tempo e nello spazio dei brani immortali di “White album” dei Beatles, dando vita ad un diario musicale vissuto come un romanzo di formazione della generazione del sessantotto. Marcello De Dominicis


Recensioni SPAZIO GENOVA a cura di Radio Faber di Antonio Rocchi

Aldo Ascolese nasce a Genova il 17 marzo 1964 Il pubblico e gli addetti ai lavori definiscono Aldo uno tra i migliori cantautori genovesi in circolazione. Molti lo definiscono il vero erede di Fabrizio De André, non solo per la pasta vocale e la profondità timbrica, che in effetti ricorda il compianto cantautore scomparso, ma soprattutto per i suoi testi, che si sviluppano sempre su temi riguardanti il sociale, i suoi vicoli e la sua Genova. La musicalità in lui è innata, e senza aver preso lezioni ne aver studiato lo strumento, scrive i testi e compone le musiche delle sue canzoni da oltre 30 anni. Le sue canzoni le canta accompagnandosi con la chitarra, che ha imparato a suonare da autodidatta. Ha fatto da spalla per anni a illustri cantautori, tra i quali De Gregori, De André, Guccini, Bertoli e Vecchioni. Il suo genere sfiora il tango e la milonga, la sua voce è calda e profonda e l’intonazione precisa.

DOLCE AL SOFFIO DI DE ANDRÈ di Gioia Lomasti La dimensione poetica di Gioia Lomasti, pur inserita in un modulo d’espressione decisamente moderno, è senza dubbio originale in quanto presenta una sorta di classicismo originato dal tipo di metrica usata. E’ questo, infatti, uno dei motivi che attraggono il lettore verso le pulsanti sillogi cariche di vita, di energia e di luce scritte dall’attiva poetessa alla quale oserei dare l’attributo di “Femina Faber”. Questo è uno degli svariati motivi che attraggono il lettore verso le pulsanti sillogi cariche, vale la pena ripeterlo, di vita, di energia e di luce scritte dalla iperattiva poetessa. L’autrice, Infatti, proprio perché immersa nel sociale, lavora alacremente per portare alla luce il “Sapere” celato: quella conoscenza che silenziosa nascostamente risplende e “Grida sotto la cenere”. E’ un arduo compito che la giovane scrittrice ha intrapreso sin da giovanissima e che continua a portare avanti con molto coraggio, forza ed impegno socio-culturale attraverso molte opere letterarie e non. Il libro di Gioia Lomasti, scritto con sillogi, più volte in rima, racconta di un viaggio che l’autrice intraprende attraverso la vita e le opere del “Cantautorpoeta” Fabrizio De Andrè. Il testo si può definire un elaborato che sintetizza l’essenza del messaggio del cantautore stesso. La scrittrice, infatti, afferma di essersi commossa di fronte all’arte del grande artista e ci lascia capire di essere stata rapita dalla sua musica; quindi spinta a scriverne un libro. Tale testo, tende a ripercorrere le principali tournée di Fabrizio De Andrè grazie ad una raccolta di sillogi e poesie che traducono l’essenza della personalità del cantante genovese. Nell’opera, l’autrice tinteggia come piccoli quadri, i vari modi di esprimere la propria esistenza nel sociale, ripercorrendo tutte le tappe artistiche di Fabrizio De André attraverso immagini mai viste che si manifestano nelle canzoni del “ Faber”. A cura di Alessandro D’Angelo

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Recensioni

CARODEANDRE’ Nasce, per una sorta di “non abbandono autarchico”, lo spettacolo Caro De Andrè, il 13 novembre 1999, al Teatro Pagani di Monterubbiano -AP- (a proposito un Grazie Speciale a Giuseppe Verdoni, Simona Agostini e Mario Mecozzi). Si è poi evoluto, grazie soprattutto agli Artisti che di volta in volta vi hanno partecipato - musicisti, scenografi, attori, balle-

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rini, musicologi, fonici - fino ad acquisire un volto proprio, riflesso nello specchio del Mare Faber. Adesso la materia è abbastanza complessa, fra musicisti di estrazione classica, moderna, popolare, etnica e jazz. È grazie a questi Argonauti della musica che ancora riesco a tessere la testimonianza della meravigliosa memoria deandreiana. L’esistenza di Faber è un vulcano alimentato direttamente dal centro della terra e la sua materia incandescente si è estesa molto lentamente, ma è arrivata poi fino alle strade e alle case della gente ed ha toccato tutti i nodi della comunicazione e dell’emozione. Con il suo calore si è modellata sulle cose, rimanendovi poi scolpita nel tempo. Sono nati così i suoi versi: non a caso la parola poesia deriva da “poièsis” e significa costruire, modellare. La Sintesi e l’Intuizione, nel senso crociano del termine, tanto caro a De André, sono appunto le preziose forme dentro cui si muove un’immensa conoscenza letteraria e dentro cui ribolle una profonda e immortale umanità. Perchè Caro De Andrè? ”…Per consegnare alla morte una goccia di splendore, di umanità, di verità…” (De André)


Lineatrad 3-2012  

Roberto Tombesi - Italia Soïg Siberil - Francia Fairport Convention - Inghilterra Strawbs - Inghilterra Liuteria Origini della Nyckelharpa I...

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