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mensile Anno 3 n°26-27 febbraio-marzo 2014 € 0,00

ets e m na nd a u r i o r T g fara l Under n a F loba ex 13 nis Psathas g s n n Tra Wom ©Ya Loreena McKennitt Ballkan Management That’s All Folk Festival Sierra Leone Refugee All Stars Festival Deizioù in Bretagna

Shyam Nepali Pete Seeger Alistair Hulett Simone Avincola Anne-Mari Kivimäki


Sommario

n. 26-27 - Febbraio-Marzo 2014

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

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Ballkan Management

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Il lato B della musica folk

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Parte Folkest 2014 con suonare@folkest

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That’s all folk festival

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Loreena McKennitt 30 anni di carriera

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Incontro con Shyam Nepali a Katmandu

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Sierra Leone Refugee All Stars

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In ricordo di Alistair Hulett

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Deizioù 2014 Festival bretone invernale

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Eventi

Cronaca

Interviste

Recensioni

Argomenti

di Loris Böhm

Q

uesto pazzo inizio anno, vissuto di estremi, ci ha portato notizie catastrofiche (tante) abbinate a lieti eventi e progetti ambiziosi (rari), soprattutto da parte della nostra rivista. Dopo un mese di pausa (o sciopero) per la grande rabbia del sottoscritto, impotente di fronte allo sfascio del “sistema Italia” che coinvolge soprattutto la cultura musicale, mi accingo, spinto da nuove energie, a continuare il viaggio avventuroso di Lineatrad. Su internet dilagano i blog musicali, all’insegna del “poca spesa, tanta resa” ma privi di strategia e idee a lungo termine. Su tablet e iPad esistono solo tre riviste di musica folk-world al mondo: FRoots, Songlines e la nostra: le prime due sono in inglese e a pagamento, la nostra è in italiano e gratuita... qualcosa vorrà significare a nostro merito!! In più: le prime due dimostrano di avere poche idee e ben confuse, e spesso per far cassetta esaltano musicisti super affermati che non hanno certo bisogno di “una cordata di solidarietà” per sopravvivere.

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In Italia esiste anche “Il giornale della musica” ma concede al folk-world solo una pagina, a fronte del prezzo di acquisto... costringendo a “sopportare” musica classica e tanta roba all’insegna di “un po’ di tutto, un po’ di niente”. Meglio dimostrare agli altri, a questo punto, che noi sappiamo fare di più e di meglio che “sopravvivere”... ecco perchè ci stiamo attivando per rifondare a Genova un Folk Club come c’era quindici anni fa, dove io stesso mi occupavo di organizzare e pianificare. In sostanza credo che, almeno per quanto riguarda il musicista, sia meglio suonare che chiacchierare di musica! Il folkfestival che dovrebbe scaturire servirà a sondare il terreno sulle potenzialità del Folk Club. Siamo consapevoli del dramma che stanno vivendo Pergolani e Marengo, con il programma letteralmente dismesso dalla Rai, ma ci sembra inopportuno riportare su Lineatrad le lamentele e invettive che abbondano su internet. Ormai i lettori sono catechizzati sulla notizia: se i due presentatori

Buskers

Editoriale riterranno opportuno si ricicleranno in un nuovo programma radiofonico; devono solo scegliere dove continuare il loro lavoro e sotto quale forma. A gennaio, mese dedicato alle notizie catastrofiche per il folk, abbiamo ottenuto un record in negativo di lettori, segno evidente che ormai siamo tutti stufi di leggere di cose tristi e di fallimenti: una lezione che abbiamo imparato questo mese! In questo numero inizio (a malincuore) la inedita rubrica dedicata ai buskers, una rubrica che non appartiene a nessun periodico di musica folk, ne in Italia ne all’estero, forse perchè parlare di miserie è poco gratificante per una rivista... ma vi assicuriamo che tutti gli artisti da strada che incontriamo non reputano affatto poco dignitoso esibirsi in quella modalità! Il pubblico occasionale poi dimostra di apprezzare la capacità e la volontà di questi artisti. Contrariamente ai nostri “colleghi” di altre riviste, non ci esaltiamo più di tanto, per esempio, nel commemorare i trent’anni di carriera nel 2014 di una


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Rozenn Talec & Yannig Noguet

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Signor governo, esistiamo anche noi

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Pete Seeger

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Dentro a un vicolo cieco per guardare oltre

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Anne-Mari Kivimäki

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Simone Avincola

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ASCOLTATE SU RADIO CITTA’ BOLLATE www.radiocittabollate.it la trasmissione An Triskell ogni GIOVEDÌ alle ore 21:30

LINEATRAD

è la tua “nota” positiva artista top come Loreena McKennitt... lo facciamo solo per dovere di cronaca. Viceversa esultiamo se un musicista sconosciuto raggiunge il successo, anche per merito di Lineatrad, perchè questo è lo scopo della nostra rivista. Questo mese parliamo di quello che resta in Italia sul management riguardante la world music attraverso una intervista che è stata di realizzazione assai lunga e complessa con la “Ballkan management”. In cantiere ci sono altre interviste ma tutte di lunga gestazione. Una nuova collaborazione ci apre le porte alla musica celtica proveniente dalla Bretagna, e ringraziamo Radio Città Bollate con il programma An Triskell, per l’intermediazione. Ormai ogni mese aggiorno il colofon: la redazione necessita di continue revisioni per garantire continuità, e ciò impegna gran parte di energie. Ahinoi, non siamo i soli a chiedere sottoscrizioni per continuare l’attività... il crowdfunding imperversa tra i musicisti e gli organizzatori di festival... al punto da richiedere una rubrica appo-

sita, ma non abbiamo i mezzi e la struttura per questo servizio; illuderemmo gli inserzionisti e appesantiremmo le pagine della rivista... in questo caso ognuno è libero di muoversi come meglio crede. Non mancano locandine di eventi e concerti anche se la stagione fredda e piovosa non favorisce le esibizioni pubbliche. Non mancano schede di artisti, cronache avvincenti e comunicati di rilievo, in definitiva spero che la linea sia di gradimento. Per finire, vorrei sottolineare un fatto di cui non posso fare a meno di parlare: se tutti i complimenti che abbiamo ricevuto in questi due anni di pubblicazioni si fossero miracolosamente trasformati in euro sonanti, da parte di coloro che ce li hanno somministrati, probabilmente avremmo lo stesso bilancio del periodico “Folk Roots” i quali viceversa dichiarano ogni mese di essere l’unica rivista di musica veramente indispensabile... beati i modesti come “Folk Roots”, perchè è loro proprietà anche il regno dei cieli! ❖

www.lineatrad.com

www.womex.com/virtual/lineatrad ANNO 3 - N. 26-27 - Febbraio-Marzo 2014 via dei Giustiniani 6/1 - 16123 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm - direttore@lineatrad.com Consulente alla Direzione: Giovanni Floreani - info@musicistieattori.com Responsabile Immagine e Marketing: Pietro Mendolia - e-mailanova@tiscali.it Responsabile Ufficio Stampa: Silvio Teot - silvioteot@alice.it Hanno collaborato in questo numero: Pietro Mendolia, Giustino Soldano, Muriel Le Ny, Gloria Berloso, Marcello De Dominicis, Giordano Dall’Armellina Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

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Interviste BALLKAN MANAGEMENT: UNA AGENZIA DI SUCCESSO

Lo blocchiamo in Scandinavia, Olsi Sulejmani, titolare della Ballkan, al seguito di una delle interminabili tournée di un gruppo che promuove: Fanfara Tirana di Loris Böhm

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avvero impresa ardua riuscire a “divagare sul tema” e discutere con un professionista della world music che dedica la totalità del suo tempo al lavoro. Lo fa, Olsi Sulejmani, con estrema convinzione e con preciso rigore, qualità che gli hanno consentito di vivere di musica folk... missione ritenuta quasi impossibile se non hai davvero prerogative e argomenti convincenti a disposizione. Questa conversazione ci serve a far capire al lettore che nel nostro ambiente, anche nei periodi più oscuri e difficili, si può creare profitto e mercato... si può insomma superare indenni avversità e continuare il proprio lavoro in attesa di tempi migliori. Olsi, sui media si parla tanto di musicisti, festival, novità discografiche, ma assai poco di agenzie, promoters, managements, insomma coloro che di fatto fanno funzionare la “carovana della musica”. Come ti senti? Si tratta di un fatto inevitabile o reclami maggiore interesse verso la tua attività?

È giusto che sia così e guai fosse il contrario! Il lavoro nostro è la valorizzazione massima dell’artista e del prodotto artistico che curiamo. Chi lavora nel settore sa bene quanto sia importante il lavoro del management e quel riconoscimento ci deve bastare. Questa intervista lo conferma. Mi è venuta in mente la tua agenzia Ballkan world music management, per l’intervista, e non altre che versano in condizioni disperate per la

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Olsi accovacciato cerca un momento di relax mentre Fanfara Tirana esulta alle sue spalle. Non dubitiamo che ne hanno tutti i motivi!

crisi che ha coinvolto soprattutto il settore concertistico. In effetti tu non te la passi male con i tuoi artisti, o sbaglio? Hai un portafoglio clienti acquisiti che ti permette di vivere serenamente oppure non riesci ad avere un numero adeguato di conoscenze?

Ti ringrazio! Effettivamente non mi lamento. Sono lontani gli anni quando si facevano 200/300 concerti all’anno ma il lavoro c’è. Non mi riferisco mai a coloro ai quali offro servizi come clienti. Per quanto mi riguarda, il nostro lavoro va oltre al rapporto strettamente commerciale. Io non ho un solo artista nella mia agenzia del quale non sia, musicalmente parlando, innamorato follemente.

Non mi riuscirebbe parlare con il promoter con passione riguardo all’artista che propongo se così non fosse. Ho un profondo rispetto dei miei artisti. Io scelgo sempre con cura e non mi faccio mai prendere la mano dal nome. Non credo si tratti di presunzione quando sostengo che noi siamo molto di più operatori culturali di quanto siamo agenti o manager. Almeno per me è così. Inoltre io non svendo mai i miei artisti. E’ l’inizio della fine della carriera di quel artista. L’errore più grande che si fa nel nostro settore è quello di svalorizzare l’artista per colpa della crisi. Ho visto artisti decimarsi il cachet per colpa della cattiva gestione. Delle grandi agenzie che si occupavano esclusivamente di world music mi sembra di essere rimasto solo io. Ci sono alcune piccole realtà e che spesso sono persino interessanti nelle loro proposte o nella grinta ma ai quali purtroppo manca una strategia a lungo termine. Spesso, questo è deleterio per l’artista. Si condiziona il suo futuro già nelle prime date.  Tante formazioni, tanti musicisti di valore, in Italia e all’estero, e così poche occasioni per concerti in pubblico nei teatri con un biglietto d’ingresso: si tratta di un inevitabile ritorno all’esibizione “a cappello” da buskers puro, per l’artista, oppure il mondo delle agenzie di spettacolo potranno ancora veicolare i talenti per far crescere professionalmente un musicista?


Interviste

La situazione è drammatica in paesi come l’Italia, Spagna e Grecia che guarda caso sono anche quelli dove la crisi si è sentita di più. Ma il problema vero sta altrove. La world music come genere musicale, il pubblico italiano è abituato a consumarla in piazza e gratis. Questa era la regola fino a quando c’erano fondi pubblici. Adesso che non ce ne sono più, o sono stati tagliati in maniera cospicua, molti promoter e direttori artistici vorrebbero mettere un biglietto d’ingresso per poter far fronte alle spese e far sopravvivere i festival. Ancora non funziona! E poi diciamolo, salvo rarissime eccezioni, in Italia abbiamo rassegne e non festival. All’estero la stragrande maggioranza dei festival sono a sbigliettamento da sempre e la gente si è abituata. In Italia si è sbagliato molti anni fa. Quello che molti non capiscono è che la world music sopravviverà a tutte le mode per due fattori importanti. La creatività e l’originalità. Generalmente le agenzie oggi tendono ad avere pochi artisti da gestire a contratto perchè ci sono poche possibilità di tournee... tu sei in controtendenza (ne gestisci un bel numero): riesci a piazzare bene tutti i tuoi artisti oppure alcuni sono poco richiesti?

In un parco artisti è impossibile farli girare tutti lo stesso anno! Ci vuole la rotazione. Le tournée una volta erano serie. Anche 30 date di fila. Adesso è impossibile. Io faccio del mio meglio. I tuoi interlocutori ideali per concludere affari in che nazione si trovano? In Italia o in qualche altro Paese europeo? E gli artisti più richiesti da che nazione provengono?

Gli interlocutori ideali sono coloro che sono consapevoli del prodotto artistico che acquistano. Non vi è una nazione preferita ad altre. Nel mese di giugno avremo una tournée in Cina di 6 date. Chi l’avrebbe detto fino a pochi anni fa. Il lavoro va cercato dove si trova. 

Olsi Sulejmani presenta Fanfara Tirana al Premio Tenco 2013

Secondo te i tuoi colleghi cosa invidiano della tua capacità manageriale di stipulare contratti per i tuoi musicisti? Tu invece quale “segreto del mestiere” vorresti carpire ai tuoi colleghi, che ancora non conosci? Insomma che rapporto avete tra di voi?

Questa credo sia una domanda da fare a loro. Non vi sono segreti nel nostro lavoro. Quello che ripaga è la serietà. Userò un termine gergale per rendere chiara l’idea. Io posso sostenere, di non aver mai e poi mai dato una “sola” dal punto di vista artistico a nessun promoter. Qui ritorniamo al fato che non promuovo artisti nei quali non credo. Questa alla lunga ripaga. Inoltre mi sono sempre rifiutato di far esibire l’artista giusto nell’ambiente sbagliato, a volte anche a discapito della parte commerciale. I rapporti con i colleghi sono quasi inesistenti perché hanno abbandonato quasi tutti. Intendo i professionisti. Fin quando c’erano sulla piazza vi era rispetto reciproco e perfino collaborazione. La nuova generazione che sta cercando di farsi strada la vedo figlia della cultura degli ultimi 25 anni. Arrivismo a discapito dei rapporti umani. A tutti i costi a volte. Questo fa male ed è una constatazione che mi viene riferita anche da molti promoter.   Il tuo Paese di origine, l’Albania, oltre a procurarti musicisti di talento, è in grado di fornirti anche occasioni per gli spettacoli?

L’Albania non è ancora pronta per fornire opportunità. Credo sia più importante in questo momento che sia io a dare al mio paese d’origine quell’esperienza internazionale acquisita negli anni, sia come organizzatore di decine di festival pubblici sia come gestione dell’arte dal punto di vista manageriale. Sono lieto per esempio di portare nel mio paese nel 2015 il Maestro Riccardo Muti e la sua orchestra Cherubini. E un bellissimo regalo che faccio al mio paese e ne vado fiero. Infine, dopo tanti anni di lavoro sul campo, quale credi possa essere il futuro per la tua professione? Ci saranno mutamenti nei rapporti di intermediazione con i vostri clienti oppure il cliché resterà immutato?

Il nostro lavoro è cambiato nel giro di dieci anni in maniera radicale. Una volta si spedivano i fax per far sapere il roster di artisti a disposizione. Oggi tutto avviene via e-mail. Gli artisti li trovi nei loro siti, su facebook, youtube etc. L’intermediazione di fatto è cambiata moltissimo. A volte è l’artista che ti gira l’offerta fatta direttamente dal promoter. Il futuro sarà difficile ma credo che la scelta dei musicisti e la serietà saranno sempre quei capisaldi che faranno la differenza. Torno a ripetere che non lavoriamo con la musica pop e/o commerciale e quindi non siamo solo manager o agenti. Siamo molto di più operatori culturali. ❖

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Cronaca THAT’S ALL FOLK FESTIVAL A LA CLAQUE

A Genova il 6 e 7 febbraio si è svolto, dopo tanti anni di assenza, un folkfestival, incentrato sulla qualità delle proposte dell’associazione Lilith. Sarà un punto fermo per i prossimi anni di Loris Böhm

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nche per invertire una tendenza allo sfascio, voglio parlarvi di un folkfestival che è nato quasi dal nulla, in un momento in cui tutti i promoters di folkfestival si fanno i conti in tasca per valutare se è il caso di continuare a organizzare, in un mese oltretutto, febbraio, in cui davvero eventi di questo tipo in Italia non ce ne sono. Artefici di questo, tanto tipico quanto inatteso, miracolo italiano, sono le ragazze dell’associazione

Lilith, estremamente dinamiche, ricche di iniziative e instancabili, Sabrina Napoleone, Cristina Nicoletta e Valentina Amandolese, tra l’altro ottime cantautrici, si sono rimboccate le maniche e hanno parafrasato un “next”, un seguito alla loro attività di organizzatrici di eventi, in un “nest”, una sede in cui organizzarli... ed ecco che il loro nido lo collocano in un bistrot genovese estremamente vivace, dove convivono teatro, concerti, conferenze, danze, tutto in un’atmosfera

conviviale dettata da una attenta e ricca programmazione annuale. Nel pieno centro della città, La Claque in Agorà con il suo accogliente atrio, la sala ristorazione e la sala dei concerti, è luogo ideale per proporre spettacoli di qualità; l’acustica è eccellente e la cordialità una legge imprescindibile... un nido perfetto per Lilith. Noi di Lineatrad siamo fieri di essere loro media-partner: insieme lavoreremo per proporre a Genova il meglio della scena musicale folk.

LILITH NEST @ LA CLAQUE Le novità della stagione teatrale 2013/2014 per Lilith sono molte ed hanno il sapore di un ritorno a casa. Lilith farà il suo nido alla Claque, luogo dove tutto è cominciato. Il titolo Lilith Nest riassume una serie di appuntamenti musicali che ospiteranno sull’accogliente palco de La Claque il meglio delle proposte attuali nell’ambito della musica d’autrice e d’autore senza limiti di genere (musicale, maschile, femminile). La stagione Lilith Nest, organizzata a braccetto con il partner storico Douce, sarà sicuramente un ponte verso la prossima edizione del Lilith Festival della Musica d’autrice che si terrà, come di consueto, nel mese di giugno 2014, in Piazza De Ferrari con ancora grandi nomi e grandi talenti.

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Cronaca

progetto accompagnato dalla Steamfolk Band con cui è impegnato nella produzione di un nuovo album. Una voce calda e baritonale accompagnata da un irrefrenabile bouzuki, basso e percussioni fino all’anima del folk d’autore.

LITTLE BOXES

Folk americano in grande stile. La bella interpretazione di Simona Scarano voce chitarra e autoharp, accompagnata dal violino di Antonio Capelli e dal basso di Francesco Bellia. VENERDI’ 7 FEBBRAIO ORE 21,30 Little Boxes iniziano il festival... Antonio Capelli (sulla destra) alla fine prende il microfono e presenta... il sottoscritto al pubblico, illustrando i miei impegni per la diffusione della musica folk negli anni, quasi dimenticando il suo gruppo: sono lusingato. La foto sotto, è quella di Andrea Facco

THAT’S ALL FOLK FESTIVAL – Tendenze del Folk Contemporaneo Indipendente Una due giorni alla scoperta delle nuove tendenze del folk contemporaneo internazionale, è il terzo appuntamento con Il Nido di Lilith alla “La Claque” in Agorà, giovedì 6 e venerdì 7 febbraio 2014 alle ore 21.30. Tre ospiti per serata tra l’Italia e l’Inghilterra hanno condotto dal vivo in questo viaggio fino al cuore della musica.

Un’ottima tecnica chitarristica con uso di effetti e loop per una cantautrice energicamente impegnata.

ANDREA FACCO & The Steamfolk Band

Uno dei giovani cantautori genovesi più dotati presenta il suo nuovo

DAISY CHAPMAN

Cantautrice inglese in tour europeo, per la prima volta in Italia, vanta collaborazioni eccellenti con P.J Harvey e John Parish. Voce, piano e violoncello…un’incontro imperdibile.

JESS

Cantautrice e batterista genovese. Il suo è un pop acustico scarno ed intenso, cantato in lingua inglese. Nella voce e nell’interpretazione di

GIOVEDI’ 6 FEBBRAIO ORE 21.30

SARA VELARDO

Sara Velardo, chitarrista, cantante, bassista, cantautrice rivelazione del Lilith Festival 2013. Nel 2013 vince il premio di Musica Contro Le Mafie con il brano ‘Ndrangheta, primo singolo (il videoclip del brano ha subito forti pressioni e contestazioni) tratto dal suo ultimo album appena uscito Polvere e Gas. Sara conferma la sua vocazione per le tematiche sociali con il suo secondo singolo e videoclip contro l’omofobia intitolato Il Mio Amore Immenso.

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Cronaca

Jess si sentono i colori del soul e del rhythm’n’blues, della tanta musica “black” ascoltata e amata fin da piccola.

EQU

Andrea Facco riflette l’eco della sua tonalità “Deandreana”

Sara Velardo al top dello spettacolo

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Premio Bindi 2013. Ospiti al Premio Tenco 2013. In gara a Musicultura 2014. Gli Equ hanno alle spalle altri due album (“Equ” 2006, Warner e “Liquido” 2009, Egea), di genere pop/indie. Con questo nuovo lavoro abbandonano, in una sorta di “rinascita”, il linguaggio tipicamente rock/pop, focalizzando l’attenzione ad una strada più “teatrale” e performativa, che utilizza nuovi strumenti, come l’immagine e altri linguaggi sonori.


comunicato stampa

Cronaca

EQU

(Premio Bindi 2013) VENERDI’ 7 FEBBRAIO ore 21.30 presentano “UN ALTRO ME” ospiti di LILITH NEST@LA CLAQUE –GENOVA THAT’S ALL FOLK FESTIVAL Vicolo San Donato 9, angolo Vico dei Biscotti. Genova (Centro Storico)

Nel loro oscillare tra istinto rock, sonorità jazz e canzone d’autore, i quattro musicisti romagnoli - Gabriele Graziani, Vanni Crociani, Michele Barbagli e Alessandro Fabbri - propongono un cantautorato colto con suoni sofisticati, atmosfere classiche e insieme una grande apertura alle nuove tecnologie, una miscela che li rende una delle

La Claque, Lilith nest, Lineatrad...

Una jam session con artisti e organizzatrici Lilith che il pubblico ha gradito

band più eclettiche del panorama musicale indipendente. Vincitori del Premio Bindi 2013 per la canzone d’autore e della Targa AFI (Associazione fonografici italiani) gli EQU fanno tappa a La Claque di Genova, dove presentano venerdì 7 febbraio il loro concept album Un altro me. L’album “Un altro me” ha ricevuto importanti consensi e premi da parte della critica e del pubblico e la band dopo avere conquistato il primo premio al contest “Romagna Creative District” con il video “Goccia”, viene chiamata come unica band in cartellone alla XXIV edizione del prestigioso Ravenna Festival. Come graditissimo riconoscimento al progetto giunge anche l’invito di Enrico De Angelis direttore artistico del Club Tenco, a esibirsi come ospiti della seconda serata del Premio Tenco. Un altro me” racconta una storia di un barista, spaesato, fuori posto, che si rivede nel suo passato di pittore ritrattista. L’immagine, il suono, il racconto sono componenti essenziali di “Un altro me”, la cui forza risiede nel valore evo-

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cativo dei testi, sostenuti da una colonna sonora che ne amplifica il senso dell’azione, lo stato d’animo, la descrizione di un luogo. Hanno collaborato all’album Alessandro Bergonzoni, Federico Bellini, Francesco Gazzè, e il produttore artistico Marco Canepa che

Cronaca

dal 2004 appoggia con energia e passione il progetto EQU. Di recente gli Equ hanno anche ricevuto il Premio Confesercenti - M.E.I. 2013 al Teatro Alighieri di Ravenna, un riconoscimento per la loro professionalità e il loro impegno nella musica.

Info e contatti: https://www.facebook.com/equ.band Management: Metro Music Network Max Monti +39 393 8876205 max.monti@quintorigo.com Edizioni: Materiali Musicali segreteria@materialimusicali.it   0546.24647  3494461825 Ufficio stampa Guestar Arianna Conforto +320 3535126 www.guestar.it, – arianna@guestar.it

Una cronaca particolare

Il saluto finale della prima serata. Commovente il lungo ringraziamento degli organizzatori a Lineatrad

Jess esegue il suo repertorio... con il suo particolare accento inglese

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Possiamo definirla davvero particolare questa cronaca. Non mi sarei mai più aspettato che al termine della prima serata il discorso di commiato dei musicisti prima e degli organizzatori dopo, riservasse tante belle parole per Lineatrad e il lavoro svolto. Le due serate hanno visto passare in rassegna sei formazioni di musica cantautorale di matrice folk, con la giusta intensità e varietà: si potrebbe eccepire sul fatto che gli Equ, che hanno chiuso il festival, ben poco hanno a che fare con il mondo folk, ma non si può negare la loro bravura e gli attestati che hanno ricevuto durante la loro carriera lo stanno a dimostrare. Sono stati un interessante diversivo, uno spettacolo globale di musica abbinata a mimica teatrale che ha provocato applausi scroscianti. Da menzionare comunque la prestazione superlativa di Daisy Chapman, una talentuosa cantautrice inglese che durante il concerto ha dato sfoggio di classe al pianoforte. Il suo ultimo lavoro discografico del 2012: “Shameless winter”, è davvero una gemma e sono mortificato di non averla recensita in anteprima... segno della difficoltà a comunicare con tutte le etichette e le agenzie europee. Comunque Daisy è una artista davvero sorprendente e meriterebbe ancor più attenzione sulla scena internazionale. Per gli altri artisti sul palco ci sono solo complimenti, per la prima edizione di un festival che promette di diventare nel corso degli anni un appuntamento imperdibile. ❖


Cronaca Daisy Chapman, e la magia entra in scena. Il pubblico resta incantato

Sotto con gli Equ! Adesso la musica si fa spettacolo, e il finale del folkfestival non potrebbe essere pi첫 pirotecnico

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Recensioni SIERRA LEONE’S REFUGEE ALL STARS IN ANTEPRIMA IL NUOVO ALBUM

Date di uscita previste per USA e Canada: 18 marzo 2014 per Europa e resto del mondo: 21 aprile 2014 Comunicato stampa Agenzia Cumbancha

L’

etichetta Cumbancha pubblicherà il 18 marzo in Nord America e il 21 aprile in Europa e nel resto del mondo il nuovo album dell’ensemble Sierra Leone Refugee All Stars. Il gruppo si prepara per quello che si preannuncia essere un lungo tour mondiale dal 3 aprile, incluso spettacolo al Teatro Apollo, alle Nazioni Unite e la Conferenza sui diritti umani di Amnesty International (date del tour confermate). Il nuovo album, registrato proprio nello studio Cumbancha in Vermont, è la migliore registrazione che hanno fatto finora. Il comunicato stampa completo è disponibile qui sotto.

Chi volesse ascoltarlo in anteprima stream può accedere da: https://soundcloud.com/cumbancha/sierra-leones-refugee-all-1 Chi vuole scaricare una canzone demo: http://store.cumbancha.com/track/gbaenyama-free-download Chi vuole prenotare su iTunes il disco: https://itunes.apple.com/us/album/libation/id806001673?ls=1 La prenotazione su Cumbancha: http://shop.cumbancha.com/libation.html Online Press Kit : http://www.cumbancha.com/slras/press

  COMUNICATO STAMPA   Cumbancha PRESENTA :

Sierra Leone Refugee All Stars - LIBATION

“Un favoloso ensemble di talento: restando con i piedi per terra, sono pieni di vita e vanno assolutamente nella giusta direzione.” - Songlines (UK)

Nell’estate del 2013, i Sierra Leone Refugee All Stars hanno cominciato a preparare il loro quarto album in studio. La produzione è iniziata con un mese di lunga residenza al Goddard College nel Vermont, Plainfield. La band si è riunita con il produttore Chris Velan e le sessioni quotidiane di prova hanno prodotto raffinate composizioni ed

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arrangiamenti. I membri della Comunità spesso hanno aiutato i membri della band ad arrivare in città a comprare una scheda telefonica per chiamare casa o per cucinare il loro amato pollo e riso. Dopo le prove, cominciarono a registrare a Lane Gibson Recording and Mastering, studio di registrazione situato presso la sede di Cumbancha in una casa colonica del XIX secolo. In questa cornice rilassante e pittoresca, Velan e l’All Stars, lavorando al fianco dell’ingegnere Gibson Lane, hanno trascorso quattro settimane completando le canzoni che finiscono l’album. La notizia che nelle vicinanze stava registrando una band di fama mondiale dell’Africa si diffuse rapidamente nella comunità, e molti volontari si proposero per aiutare con trasporto, alloggio, pasti e strumenti musicali. L’ambiente confortevole era una situazione lontana dalle condizioni del loro primo album, che letteralmente è stato registrato intorno a un falò in un campo profughi in Guinea e in uno studio caldo, sgangherato, a Freetown, dove le scosse elettriche e le interruzioni dell’alimentazione erano comuni. L’album è stato mixato dal rinomato produttore britannico Iestyn Polson, noto per il suo lavoro con David Gray, Patti Smith, David Bowie e altri.


Recensioni

In Libation, la band ha preso un approccio più acustico rispetto ai loro ultimi due album, sperimentando con una varietà di chitarre vintage e percussioni a mano per creare inaspettate qualità sonore. Lo stile unplugged è un ritorno ai giorni passati nei campi profughi, quando la band ha dovuto utilizzare qualunque strumento reperito o fatto a mano e registrare senza amplificazione ed elettronica. La band ha fatto anche uno sforzo concertato per la ricchezza del folklore della Sierra Leone, basando le proprie canzoni sugli stili highlife, maringa e palm wine che i membri della band ascoltarono nella loro gioventù, mentre non sono sentiti spesso oggi, così come gli stili baskeda e gumbe, i discendenti del reggae e soukous della Sierra Leone. L’uscita di Libation sarà seguito da un tour in tutto il mondo, tra cui una performance presso la conferenza sui diritti umani di Amnesty International di Chicago, un concerto all’iconico Apollo Theater ad Harlem, New York e una speciale apparizione privata presso le Nazioni Unite. L’album prende il titolo, “libagione”, dal rituale versamento di un liquido che è comune nelle culture africane. Una “libagione” viene versata come offerta a un dio o uno spirito, per onorare gli antenati, e in ricordo dei propri cari che sono morti. Spesso, quando una libagione è versata si tratta di una invocazione a spiriti sacri di essere presenti a un evento speciale come l’accoglienza delle persone nella comunità, per un matrimonio, una nascita o funerale o l’incoronazione di un re o di un altro sovrano. Quando il disco è stato completato, per esempio, i membri della band celebrano l’evento versando una libagione, sia come una celebrazione sia per ricordare i numerosi membri della

band che si sono succeduti negli ultimi dieci anni e potrebbero non prendere parte alla sessione. Come spesso accade, lo Stato del Vermont è diventato una sorta di seconda casa per i Sierra Leone Refugee All Stars. Niles, nativo di Woodstock, Vermont, è stato direttore del gruppo per molti anni e continua ad essere una parte essenziale del team di gestione. L’etichetta discografica del gruppo, Cumbancha, ha sede nella piccola città di Charlotte, Vermont. Nel corso degli anni, Vermont è spesso servita come base di partenza per le date dei tour e la band si è esibita nello Stato a volte più di una dozzina di volte nel corso di un’estate. Quindi era giusto registrare il loro ultimo album tra le dolci montagne verdi, il cui paesaggio estivo ricorda la fascia delle colline lussureggianti della loro patria. La produzione dell’album è iniziata con un lungo mese di residenza al Goddard College di Plainfield, Vermont. Per tre settimane, la band e il produttore Chris Velan hanno vissuto in un dormitorio del campus. La sessione di prove giornaliere ha fatto in modo che le composizioni e gli arrangiamenti si siano raffinati. Dopo le prove, la registrazione è iniziata alla Gibson Recording e Mastering, lo studio di registrazione che si trova presso la sede di Cumbancha in un casale del 1800. In questo ambiente suggestivo e rilassante, Velan e l’All Stars, hanno lavorato fianco a fianco all’ingegnere del suono Gibson, che ha impiegato quattro settimane per il monitoraggio delle canzoni che avrebbero completato l’album. Le canzoni affrontano temi che sono stati a lungo al centro della visione della band come “Rich Ma Poor”, un inno di reggae accattivante con riff di banjo, affronta la contraddizione di un paese pieno di risorse naturali e gli imprenditori ancora bloccati con la povertà e il debito. Cantante e leader, Reuben Koroma chiede unità, cantando “Allora mettiamoci insieme, a lavorare insieme / Non fatevi ingannare con la loro politica sporca / Dite no al tribalismo, e il regionalismo che ci farà a pezzi”. In “Manjalagi” un brano caloroso sostenuta dal - hip groove afro-latino e una invadente chitarra elettrica solista, Ashade Pearce chiede al governo e al popolo del suo paese di mostrare solidarietà e sostegno per i membri più poveri della società. “Dicono che chi ama il suo prossimo ama se stesso / l’Amore per uno, che sia amore per tutti”. L’All Stars amano anche divertirsi un po’ con qualche canzone accattivante circa il comportamento anomalo negli affari amorosi. Su “Impossibile Make Me...”, Karoma lamenta la mancanza di interesse di intimità della sua donna: “Molte volte, cara / mi hai tenuto in attesa / Molte volte, donna / Tu mi hai deluso / Un’altra volta affamato / Un’altra volta portato a una riunione / Un’altra volta eri occupata / Un’altra volta scontrosa”.

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Le canzoni “Ghana bebè” e “Maria”, orecchiabili, vi faranno ballare così tanto che potrebbero anche non farvi notare che raccontano di guai romantici. Nei testi dei brani si chiede responsabilità personale, si sottolinea che il denaro non soddisferà ogni esigenza; si incoraggia i giovani ad abbracciare una vita spirituale e si discute sulla parità e l’unità africana; in chiusura un brano dice alla gente di non lasciare che la gelosia vi faccia apprezzare le vostre fortune nella vita. Mentre ogni canzone in Libation è supportata da ritmi e melodie cantate, i testi offrono consulenza, orientamento, umorismo e parole di saggezza che danno loro la profondità e la risonanza dei classici che sicuramente diventeranno. Alla domanda su quale è il messaggio generale di libagione, il chitarrista e tastierista Jahson Gbassay Bull afferma: “Il messaggio è che la musica può guarire il trauma dell’uomo. La musica può controllare lo stress nell’uomo. Se perdi la speranza, la musica può curare”. Parole ben dette da qualcuno che dovrebbe sapere. Nelle note di copertina dell’album, i membri della All Stars fanno la seguente dichiarazione: “Questo album celebra il 10° anniversario della realizzazione del nostro primo album Living Like ai rifugiati. Da quel primo album abbiamo vissuto una vita che una volta sembrava inimmaginabile, abbiamo girato il mondo, pubblicato più album, e condiviso la nostra musica con migliaia e migliaia di amici e fan. Ma mentre continuiamo a viaggiare non dimentichiamo mai le nostre radici, quindi questa è la nostra Libation musicale un’offerta - per celebrare le benedizioni che la nostra musica ci ha portato, per rendere omaggio agli spiriti dei fratelli musicisti che abbiamo perso lungo la strada, e per rendere omaggio al paese la cui cultura, le tradizioni e i ritmi infondono nella nostra musica e riempono le nostre anime di orgoglio”. Per un elenco completo delle date confermate, visitare il sito www.cumbancha.com/slras/tour.

Biografia “Sierra Leone Refugee All Stars” Sono risorti come una fenice dalle ceneri della guerra e infiammato le passioni di fan in tutto il mondo con le loro canzoni edificanti di speranza, di fede e di gioia. La band è un potente esempio del potere salvifico della musica e della capacità dello spirito umano a perseverare attraverso stenti inimmaginabili ed emergere con intatto ottimismo. Dalle loro umili origini nei campi profughi in Africa occidentale i Sierra Leone Refugee All Stars si sono esibiti su alcuni dei più prestigiosi palchi del mondo e sono maturati nelle registrazioni riguardanti l’Africa. Durante gli anni novanta, il paese africano ad ovest della Sierra Leone è stato devastato con una guerra sanguinosa, orribile, che ha costretto milioni di residenti a fuggire dalle loro case. I musicisti che compongono il gruppo sono profu-

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ghi originari di Freetown, e furono costretti a lasciare la capitale in vari momenti dopo attacchi violenti ribelli. La maggior parte di coloro che hanno lasciato il paese si sono diretti nella vicina Guinea, fino ai campi profughi e altri hanno lottato per difendersi da soli nella città capitale di Conakry. Ruben Koroma e sua moglie Grace avevano lasciato la Sierra Leone nel 1997 e si trovarono nel campo profughi di Kalia vicino al confine con la Sierra Leone, si unirono con il chitarrista Francis John Langba (aka Franco) e il bassista Idrissa Bangura (aka Mallam), altri musicisti nell’accampamento di cui avevano conosciuto prima della guerra, per intrattenere i loro compagni rifugiati. Hanno iniziato l’attività grazie ad un’agenzia canadese che ha donato due chitarre elettriche, un unico microfono e un sistema di suono. I cineasti americani Zach Niles e Banker White hanno incontrato la band al campo di Sembakounya e sono rimasti così ispirati dalla loro storia che finirono per seguirli per tre anni: si mossero da campo a campo, portando tutto il necessario per dare la gioia ai compagni rifugiati con le loro performance tutto cuore. Alla fine, la guerra in Sierra Leone si è conclusa, e nel tempo l’All Stars tornò a Freetown, dove incontrarono altri musicisti ritornati al paese d’origine, e questo ha creato una naturale rotazione di organico tra gli appartenenti al gruppo. I Sierra Leone Refugee All Stars sono andati nelle baracche con il tetto di latta dei ghetti di Freetown e hanno registrato le tracce per finire le registrazioni effettuate nei campi profughi, essendo la base per il loro album di debutto, Vivendo come un rifugiato, uscito su etichetta Anti nel 2006. Il film risultante che ha documentato questa saga commovente, Sierra Leone Refugee All Stars, è stato un successo di critica e ha introdotto il mondo alla personalità e alle storie drammatiche che ha vissuto la band, per non parlare della loro musica immediatamente attraente. “Strazianti come questi racconti personali possono essere”, ha scritto il New York Times, “È facile innamorarsi di questi ragazzi, come è stato con il Buena Vista Social Club”. Il film, album e il tour degli Stati Uniti hanno contribuito a espandere il loro seguito, e presto la band si trovò a suonare davanti a un pubblico rapito di decine di migliaia di persone al Fuji Rock Festival Central Park SummerStage, dal Giappone a New York e nel venerato Bonnaroo Music & Arts Festival. Sono apparsi nello Show di Oprah Winfrey, hanno inciso una canzone per la colonna sonora del film Blood Diamond, hanno partecipato nell’album tributo U2 In the Name of Love: Africa celebra U2 e guadagnato le lodi e il supporto di Sir Paul McCartney, Keith Richards, Ice Cube, Angelina Jolie ispirati dalla loro musica. In uno dei momenti più surreali della loro scalata alla fama, i Sierra Leone Refugee All Stars hanno aperto il concerto per gli Aerosmith davanti a 12.000 spettatori nel Mohegan Sun Arena di Uncasville, Connecticut. I continui decessi per malattie di amici e familiari, tra cui alcuni dei membri originali della band e la speranza di un grande cambiamento nel loro paese a seguito della pace, ha solo rafforzato la risolutezza della Sierra Leone Refugee All Stars a fare quello che potevano per trasformare il loro paese. La loro arma in questa lotta è la musica, e il loro messaggio, offrendo critica e condanna per atti illeciti, rimane positivo e speranzoso. Ottimismo a fronte di ostacoli


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e l’eterna speranza per un futuro migliore motiva la loro vita e la musica. “È stata una lunga lotta fuori dalla guerra, dalle miserabili condizioni”, osserva Koroma, “cerchiamo di far emergere le questioni delicate che interessano il mondo. È tutto di nostra responsabilità se stanno soffrendo le masse. Portiamo i nostri messaggi positivi nel mondo, così possiamo aspettarci un cambiamento positivo nel mondo. E, soprattutto, portare la pace”. Per il loro secondo album, i membri del gruppo sapevano che avevano bisogno di dimostrare al mondo di possedere il talento di produrre un album che vuol emergere sopra la loro storia unica ed estendere i propri meriti musicali. Dopo aver registrato alcune canzoni e demo in Sierra Leone, il gruppo è andato a New Orleans, in Louisiana, a lavorare sull’album con il produttore veterano Steve Berlin, un membro dei Los Lobos, che ha prodotto per Angélique Kidjo, Michelle Shocked, Jackie Green, Alex Ounsworth, Ozomatli, Rickie Lee Jones e molti altri. Rise & Shine ha portato la band nuovi riconoscimenti risultando nel 2010 Album dell’anno con il prestigioso World Music Charts Europa. Il gruppo ha continuato in tour aprendo per la band di rock/reggae Dispatch davanti a un pubblico sold-out a Colorado nel leggendario Red Rocks Amphitheater a giugno 2011. L’All Stars goduto un’invidiabile residenza sulla Jam Cruise, un festival di musica galleggiante su una nave di

crociera nei Caraibi che comprendeva anche Bob Wier, Robert Randolph, Galactic e Maceo Parker. Inoltre, la band ha collaborato con numerosi artisti nel 2011, registrando la canzone “Iñez” con il cantante Chris Velan, unendo la superstar della musica bambini Dan Zanes sulla canzone “Little Nut Tree” che appare nella versione di Playing for Change di “Gimme Shelter”. Nel gennaio 2011, l’All Stars tornarono in studio, questa volta a Brooklyn, NY coperta di neve. Il loro produttore per il terzo album di studio è stato Victor Axelrod, (aka Ticklah), che ha lavorato con Amy Winehouse, Sharon Jones & the Dap Kings, Antibalas, The Easy Star All Stars e molti altri. Un maestro del dub, roots, reggae, soul classico, Afrobeat e più, Axelrod ha aggiunto una nuova dimensione al suono di tutte le stelle e li ha portati al successo. L’All Stars ha approfittato dell’ingranaggio analogico vintage all’affiliato Daptone Dunham Studios per registrare un album, ispirato dai suoni retrò che hanno ascoltato dalla radio nei loro anni più giovani. Vecchia scuola reggae, funky grooves africane e canti tribali profondi formano la base musicale di Radio Salone, album che è stato pubblicato in aprile nel 2012. L’album è stato selezionato come il World Music Album dell’anno dalla CBC Radio in Canada e ha guadagnato ottime recensioni in tutto il mondo. La sua uscita è stata seguita da lunghi tour, in cui la band ha ottenuto un seguito ancora più grande di fans. ❖

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Buskers IL LATO B DELLA MUSICA FOLK OFFRE UNO SPETTACOLO MERAVIGLIOSO

Una nuova rubrica su Lineatrad. Unica rivista al mondo che ha il coraggio di parlare di artisti meno fortunati di Loris Böhm

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otrebbe capitare a chiunque, ma molti non ci fanno più caso: passeggiare distrattamente lungo un viale pedonale di una grande città e imbattersi in un manipolo di musicisti da strada,

i cosiddetti “buskers”. In origine a questi musicisti appartenevano soprattutto categorie di immigrati, extracomunitari, nomadi, che, avendo difficoltà ad inserirsi nel tessuto sociale locale con un lavoro

appropriato, non trovavano altra soluzione che racimolare qualche monetina lungo le strade per sopravvivere. Da questo numero di Lineatrad in poi parleremo proprio di loro, perchè meritano uno spa-

Ci passi davanti e sembrano ombre, a volte non hanno un nome, a volte non hanno una patria, ma hanno sempre un bagaglio di musica da far ascoltare... cercando di farti fermare un attimo, meditare e offrire loro qualche moneta. A sinistra, folk balcanico, al centro classica, a destra indiana d’America

Una sacca per lo strumento, qualche moneta al uso interno, e gente che transita... tipica situazione da busker. Fuori quadro Silvio Orlandi. A destra lo sfoggio in costume durante le celebrazioni Colombiane genovesi del 2013. Due contrapposizioni, un denominatore comune: la musica tradizionale

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zio riservato all’interno della rivista, considerando le loro traversie, meritano tutto il nostro sostegno più di chiunque altro! I tempi passano, e le usanze si trasformano... i mestieri hanno anche loro un mutamento, persino i protagonisti non sono più appartenenti a quella categoria; capita che oggigiorno i musicisti che incrociamo a suonare in strada non sono quasi più immigrati o nomadi, ma fior di professionisti laureati al conservatorio, che si adattano a questa umile occupazione per il perdurare della crisi economica che sta attanagliando il pianeta. Vale la pena soffermarsi qualche minuto per assaporare l’esibizione di questi artisti da strada; lo spettacolo è totalmente gratuito, ma siate consapevoli che se sosterete a lungo, dimostrando di gradire particolarmente l’arte prodotta da costoro, vi verrà il desiderio di acquistare il disco che questi artisti esporranno... dentro un cappello o su di un improvvisato piedestallo, non importa: in men che non si dica finirà nelle vostre tasche e voi sarete ben contenti di portarvi a casa un pezzo pregiato di Cultura,

con la C maiuscola. Emozioni che passano, emozioni che si rinnovano ogni I Solana a Genova offrono incanto e perfezione esecutiva qualvolta improvvisamente appare al vostro cospetto lare di Silvio Orlandi, della sua stoun musicista armato di quella de- ria, delle sue frequenti apparizioni terminazione, nel tentativo di con- con la sua ghironda e le sue mavincere i passanti della sua bra- rionette. vura, tanto intrigante quanto comUn altro gruppo che merita di esmovente... e io sono ben contento sere citato è quello dei “Solana”, di essermi trasferito di residenza un gruppo spagnolo di Valencia nei pressi del miglior palcoscenico che ha ben presto raccolto ampi del mondo: no, signori, non vi parlo consensi, al punto che, esauriti i del Teatro Carlo Felice, orgoglio CD, mi hanno fatto pure uno sconto genovese sempre in crisi di ge- sull’ultimo perchè aveva il contenistione, che pure dista pochi metri tore rovinato. Poco importa, quello da casa mia, ma vi parlo di via San che conta è il contenuto. Loro sono Lorenzo, la storica via pedonale in giovani: la graziosa Tamsin, i due cui sorge la cattedrale di San Lo- compagni Rowen e Alex. Suonano renzo: un palcoscenico ideale per flauti, fisarmonica, violino, chitarra, artisti che sul palco del Carlo Felice mandolino e percussioni. La munon avranno mai occasione di esi- sica celtica di estrazione iberica ha birsi. Questi artisti non per questo largo spazio, e davvero incantano sono meno meritevoli di coloro che per la perizia e l’impegno profuso hanno avuto gli agganci giusti per nei lunghi e appassionanti otto potervi suonare; come tutti sanno, brani contenuti nel CD. In strada la concorrenza in questo ambiente il pubblico si accalca sempre più è spietata, discriminante nei con- numeroso, applaude, dimostra di fronti dei “non raccomandati”. gradire. Questa situazione si ripete Già nel numero di ottobre 2013 con frequenza lungo questa via, abbiamo avuto occasione di par- meta fissa di tutti i musicisti ambu-

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lanti che hanno qualcosa da elargire, qualcosa da chiedere. Un esempio lampante di un artista che non dovrebbe essere nel posto giusto è rappresentato dall’americano Vince Conaway: vincitore di premi artistici tra cui il “Renaissance festival award” del 2010, te lo ritrovi all’angolo di San Lorenzo con il suo hammered dulcimer, di cui lui è abilissimo suonatore. Se visitate il suo sito internet (www.vinceconaway.com) vi troverete tutte le date delle sue tournèe da buskers. Ha in esposizione due dischi, noi vi parleremo di “Mosaic”, davvero singolare con i suoi 19 brani in cui presenta sue composizioni che non sfigurano di fronte a qualche classico interpretato, tipo “Scarborough fair” o “The Foggy Dew”. Musica celtica, medievale, barocca, con una passione per la musica arcaica irlandese... c’è davvero da fare una scorpacciata di buona musica, e il pubVince Conaway, un maestro dell’hammered dulcimer nel suo angolo di strada

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blico questa volta non si sofferma solo ad ascoltare, ma è curioso di conoscere anche le origini di quello strano strumento a percussione che per i non addetti ai lavori rappresenta pur sempre una novità. Nemmeno il maltempo spaventa più di tanto questi musicisti, e spesso li vediamo insistere fino a superare i limiti di resistenza, e i passanti capiscono e si fermano lo stesso dinnanzi a loro. Fanno tenerezza e nello stesso tempo rabbia: sono il simbolo di una carriera artistica stroncata dalla recessione. Una tappa fondamentale per ogni buskers, il centro storico di Genova, e il suo Porto Antico; qui il pubblico ama passeggiare, e si aspetta di trovare sempre qualche suono strano, esotico, ritmato, ipnotico... non sempre

chi suona ha qualcosa da vendere, spesso hanno esaurito le scorte e lo affermano con un sorriso che fa intendere la loro soddisfazione, ma non per questo smettono di suonare appagati, anzi quasi sembra vogliano concedere dei bis a quel pubblico che ha apprezzato la loro esibizione. Per questo mese ci fermiamo qui, abbiamo dato uno stralcio che riprenderemo i prossimi mesi, perchè di questi tempi, in cui regna sovrana la crisi, sempre meno sono i concerti a teatro e sempre più in mezzo alle strade e nelle piazze. ❖


Eventi LOREENA MCKENNITT AUTENTICA PIONIERA DELLA MUSICA, HA CELEBRATO 30 ANNI DI CARRIERA CON UNA BRILLANTE RETROSPETTIVA SU UNIVERSAL MUSIC IL 4 MARZO 2014 Comunicato stampa

The Journey So Far The Best of Loreena McKennitt Questo il titolo della raccolta ad opera della vincitrice di Juno Award e plurinominata ai Grammy che racchiude tre decadi di folgorante carriera come artista indipendente. Con i suoi 14 milioni di album venduti, un paio di Juno award e due nominations ai Grammy, Loreena McKennitt si appresta a celebrare il trentennale di una carriera a dir poco singolare come artista nota al mondo per aver rivoluzionato i suoni e la miscela della musica Celtica. Questo percorso è ora documentato in  The Journey So Far—The Best of Loreena McKennitt., dispo-

nibile dal 4 Marzo in CD, digitale e in vinile oltre ad una edizione deluxe comprendente un secondo disco, A Midsummer Night’s Tour, comprendente il meglio della live performance registrata allo Zitadelle di Mainz, in Germania nel luglio 2012, un ritorno nella città in cui fu registrato Troubadours on the Rhine, nominato ai Grammy 2013. “Guardando a ritroso il mio percorso attraverso le persone che ho incontrato, i posti visitati e le formative esperienze musicali in cui ho creato, e registrato, mi rendo conto di quanto ricco sia stato il mio viaggio” Afferma Loreena McKennitt. “Riconosco che molta gente si aspetta nuove registrazioni e sono felice di poter dire che il processo

è già in atto. Allo stesso tempo abbiamo appreso che per un motivo o l’altro alcune parti del mondo hanno solo un limitato accesso al mio catalogo, quindi questo trentesimo anniversario è l’opportunità per conoscere alcune delle mie migliori espressioni musicali”. Un successo fuori dalle regole quello costruito da Loreena McKennitt sin dalle sue prime esibizioni nelle strade di Toronto, ha fondato la sua label Quinlan Road e la sua compagnia di edizioni, producendo i suoi album in varie località è prima in un fienile nel sud dell’Ontario, poi un monastero benedettino in Irlanda fino agli studi REAL WORLD di Peter Gabriel in UK, dove ha inciso ben quattro dei suoi album.

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La sua produzione comprende sette album, tre “seasonal” e un live in DVD registrato ad Alhambra, in Spagna. Nella sua luminosa carriera ha inoltre conseguito il doppio platino per “The Book Of Secrets” del 1997 e ha raggiunto i top 20 delle radio con “The Mummers’ Dance.” Le sue estese esperienze di viaggio alla ricerca delle radici celtiche dalla Mongolia alla Cina, attraverso Turchia e Siberia hanno dato forma al suo distinto ed eclettico sound il cui incontro si è reso perfetto con le sonorità orientali e medio-orientali anche sulla base dei suoi testi e di quelli di grandi poeti come Shakespeare, W.B. Yeats e Alfred Lord Tennyson. The Journey So Far - The Best of Loreena McKennitt, contiene una selezione di 12 tra i brani preferiti dai fan, curata dalla stessa Loreena, comprendente:  “The Mummers’ Dance” e “Bonny Portmore”, una

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canzone folk tradizionale Irlandese inclusa nella colonna sonora di Highlander III—The Sorcerer, così come “Dante’s Prayer,” che ci conduce nella sua citazione del best seller di Dan Brown, “Inferno”. Inoltre comprende “The Mystic’s Dream” usata nella mini-serie TV di successo “The Mists of Avalon”, (Angelica Houston nel cast). Numerose le apparizioni che hanno condotto Loreena in giro per il mondo attraverso sale da concerti prestigiosi e siti storici, oltre a performance nientemeno che per la Regina Elisabetta d’Inghilterra e per il sontuoso matrimonio di Sean Parker e Alexandra Lenas a Big Sur, California. Oltre alla carriera musicale, Loreena è protagonista di una vivace attività legata alla filantropia. Nel 1998 ha fondato la  CookRees Memorial Fund per la ricerca e la salvaguardia dell’acqua, capace di raccogliere più di 4 milioni

di dollari da destinare alla ricerca e alle operazioni di recupero. Nel 2000, la Signora McKennitt ha acquistato un scuola pubblica precedentemente chiusa, per trasformarla nel Falstaff Family Centre. Il centro si fa carico di rispondere ai bisogni della comunità locale, bambini e famiglie in particolare residenti nella contea di Perth, nell’Ontario, ove lei risiede. La passione per il business della signora McKennitt incontra anche la sua passione per i diritti umani. Nel 2006 e nel 2007 è stata coinvolta in un caso storico privato di diritti umani nel Regno Unito ove la corte si è poi espressa in suo favore. La sentenza, sostenuta anche dalla camera dei Lords, ha permesso uno sviluppo della legge anche nel resto del mondo. La Signora McKennitt è membro dell’ordine del Canada (massima onorificenza nazionale) e di Manitoba. Nel 2002 e nel 2012 per il Giubileo della regina Elisabetta ha ricevuto rispettivamente la medaglia d’oro e diamante e nel 2013 è stata insignita del rango di  Cavaliere dell’ordine delle Arti e delle Lettere della repubblica di Francia. Dal 2006 al 2013 la Signora McKennitt ha mantenuto la posizione di Colonnello Onorario dello Squadrone 435 di Trasporto e Salvataggio della reale aviazione Canadese (Royal Canadian Air Force) conseguendo inoltre attestato di grande professionalità e profonda dedizione alla causa da parte del comando generale. Le sono state conferite  lauree onorarie da: University of Manitoba (Winnipeg), Sir Wilfrid Laurier University (Waterloo), Queen’s University (Kingston) e dal George Brown College (Toronto). ❖ I vari formati del disco in uscita: - STANDARD CD - DELUXE: Doppio cd - VINILE: Edizione Limitata di 10.000 copie su 180 grammi. DIGITAL STANDARD - DIGITAL DELUXE: Best Of di 12 tracce e Midsummer Night’s Tour (highlights) di 9 tracce registrato nell’estate del 2012.


Argomenti IN RICORDO DI ALISTAIR HULETT di Marcello De Dominicis

Il 28 gennaio di quattro anni fa veniva, prematuramente, a mancare il grande folk singer scozzese, Alistair Hulett. Per me, che ho avuto il privilegio di conoscerlo, ed organizzargli un concerto, a Latina, nel 2006, grazie all’interessamento ed all’aiuto di Pino Mereu, suo caro amico, (Presidente e fondatore dell’Hamish Henderson Folk Club di Roma), è stato un grande dolore. Da quattro anni il festival Celtic Connection di Glasgow gli tributa un “Memorial Trust”, ricco di ospiti prestigiosi (cito tra gli altri, Roy Bailey, Karine Polwart, Alasdair Roberts), che ricordano la sua grande figura di cantautore, musista, rivoluzionario ed ecologista. La missione dell’Alistair Hulett Memorial Trust e l’Hulett Memorial Fund Alistair, australiano, è quella di contribuire a promuovere la giustizia sociale e l’uguaglianza attraverso la musica e la lotta. Penso che a quattro anni dalla morte sia giusto ricordare la sua figura e la sua attività. Nato a Glasgow, nel 1951, ha rappresentato, assieme a Roy Bailey, Leon Rosselson, Dick Gaughan e Billy Bragg, la punta di diamante della nuova “canzone del dissenso” britannica, quella che non si è mai cibata di slogan, e luoghi comuni, ma che ha sempre posto, come imperativo categorico e missione, di mettere in versi e note, temi sociali, scomodi e poco battuti dai media e dalla musica pop. Dalla natia Glasgow, alla Nuova Zelanda, fino all’Australia, Hulett per oltre 30 anni si è costruito una carriera solidissima nel campo

della canzone d’autore e della folk music, passando dal gaelic punk dei suoi “Roaring Jack” (attivi dal 1987/al 1990), fino ad approdare ad una brillante carriera solista che l’ha portato, in seguito, anche, ad abbracciare, una felice partnership con il celebre violinista Dave Swarbrick. Oltre alla musica civile, ha aderito all’Internazionale Socialista, cercando di fare in modo che la sua musica fosse messa a servizio delle cause a favore dei più deboli, e divenisse, cassa di risonanza per battaglie politiche importanti, socialmente utili. A tal proposito vi invito a visitare il suo sito, tenuto in vita, dalla sua compagna, Fatima, ricco di informazioni e incentrato anche sulle tematiche di cui era paladino ed alfiere. Dopo gli anni dei Roaring Jack, che diventano popolarissimi con

la sonng, ”the ballad of 75”, Ally, pubblica, nel 1991, il suo primo album “Dance of underclass”. Completamente acustico, realizzato con l’aiuto di alcuni membri dei Roaring Jack, l’album segna il ritorno di Hulett all’ovile della folk music. Pubblicato in Australia dove il musicista, viveva, diventa, immediatamente, un “cult album”, anche nel mondo anglosassone. Molti dei brani di quell’album, tra cui la bellissima canzone “He fades away”, scritta per la morte di un minatore, vengono ripresi da artisti del calibro di Roy Bail, Andy Irvine, Niamh Parsons e June Tabor, diventando dei piccoli “standards” nel campo della nuova folk music internazionale e facendo crescere la sua influenza e popolarità come musicista di razza e artista di grande caratura sociale. Oltre a questo, Ally, aveva un grande ta-

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lento come chitarrista, una cultura enciclopedica ed un grande senso dell’umorismo con cui affrontava, anche ricordi generazionali, scherzando anche sui suoi disagi nel vivere sempre controcorrente. Era un gentiluomo, impegnato nella lotta per un mondo migliore, un mondo basato sui principi di giustizia, uguaglianza, amore e rispetto per tutta l’umanità. Era un grande conoscitore del folclore britannico e scoto-irlandese e riusciva, con la sua grande cultura ed una voce profonda, e ricca di sfumature, a farti entrare in un mondo antico, ma nello stesso tempo ancora attuale. Dopo un secondo album, ”In the back street of paradise” (1994) in cui torna a sonorità moderne e folkrock, con una band elettrica ed una una collezione di brani forti e potenti come “New age of the first” e “John McLean’s march dedicata al martire del socialismo scozzese, ritorna al folk con l’album “Saturday Johnny & Jimmy the rat”, il primo CD dei tre incisi assieme a Dave Swarbrick, in cui oltre a brani suoi troviamo anche traditionals come “The earl of errol” e “The fanfare sodger”. L’album fu, originariamente, inteso come un “affare solista” in omaggio a musicisti che lo avevano ispirato negli anni sessanta come Ewan MacCall, Jeannie Robertson e Davie Stewart. Voleva essere un riconoscimento al folk revival vibrante di allora, quando questi musicisti ed i loro movimenti, avevano una forza politica e musicale vitale e capace di incidere nella società. Sapendo che in quel periodo, Dave Swarbrick, viveva in Australia, Hulett rinunciò al progetto solista e chiese al leggendario violinista di unirsi a lui in studio… e Swarb che aveva molto apprezzato il suo brano “The swaggies have all waltzed Mathilda away” accettò, dando vita ad un duo che riscosse consensi di pubblico e critica in tutto il mondo.

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Argomenti

Oltre ai brani scritti da lui, Hulett era davvero straordinario nell’interpretare le antiche ballads del patrimonio anglo-scoto-irlandese. Vi invito ad ascoltare le sue bellissime cover di brani folk, molto noti, come “Geordie “ e “Tam Lin” dall’album “In sleepy Scotaland” e “Dark eyed sailor” dal suo ultimo e bellissimo album “Riches and Rags”, che presentò nel suo ultimo tour italiano nel 2006. Non posso non citare, tra i suoi album più significativi, “Red Clyside” inciso ancora, nel 2003, assieme al violinista, Dave Swarbrick. Red Clydeside è l’era di radicalismo politico che ha caratterizzato la città di Glasgow, in Scozia, e le aree urbane intorno alla città sulle rive del fiume Clyde, quali Clydebank, Greenock e Paisley. La storia di Red Clydeside è una parte significativa della storia del movimento operaio in Gran Bretagna nel suo complesso, e in particolare in Scozia. Questo periodo della storia di Clydeside durò dal 1910 fino a circa il 1930, anche se la sua eredità è ancora visibile oggi. Giornali popolari del tempo hanno usato il termine “Red Clydeside” per riferirsi alla militanza politica di allora. Un amalgama di individui carismatici, movimenti or-

ganizzati e le forze socio-politiche hanno portato alla nozione odierna di Red Clydeside. Questo periodo ha le sue radici direttamente nella classe operaia e nelle sue lotte nella città di Glasgow con i suoi grandi protagonisti come, appunto il succitato John Mac Lean, insegnante scozzese e socialista rivoluzionario, fiero oppositore della Prima Guerra Mondiale, martire, in prigione per uno sciopero della fame, ispiratore del moderno “Scottish Socialist Party”, cantato da Hulett in molte delle canzoni del disco. Termino l’articolo, ricordando che “Ally”, prima di morire nel 2010, per un brutto cancro ci ha lasciato, circa, 10 albums in trenta anni di attività, tutti molto belli e significativi, per svariate ragioni, come la bellezza dei testi, l’incredibile varietà degli stili affrontati, la pulizia dei suoni della sua chitarra e l’espressività della sua voce. Il suo ultimo album, “Suited and booted”, l’ha inciso nel 2009 con il gruppo “The Malkies. Questo lavoro riprendeva la tradizione del folk di frontiera di Woody Guthrie, Pete Seeger, caratterizzata dai suoni tradizionali americani mescolati con il pop-rock. L’album è stato l’ultimo acuto di un musicista che aveva, ancora molto da dire e suonare. Termino con un racconto personale!…. Ho il rammarico di non avergli chiesto, per timidezza, quando si esibì a Latina di suonare “The granite cage”, una delle sue composizioni più belle, densa di struggente malinconia e tristezza. Raccontai questa storia a Pino Mereu, mio grande amico, a cui dovevo la presenza di Hulett a Latina. Lui mi disse di…. non avere rimpianti, perché Alistair, non la eseguiva mai nei concerti, perché, anche lui, si emozionava nel suonarla. Vi invito, quindi per finire ad ascoltare questa canzone e scoprire, se non lo conoscete, questo artista… non ve ne pentirete! ❖


Eventi PARTE FOLKEST 2014 A SPILIMBERGO AL VIA LE SELEZIONI DI SUONARE@FOLKEST – PREMIO ALBERTO CESA Comunicato Stampa

venerdì 14 marzo – sabato 15 marzo 2014 SPILIMBERGO (Teatro Miotto), ore 21,15 Venerdì 14 marzo Giulia Daici, Alberto Sergi & Arakne Group, Giovanni Giusto Sabato 15 marzo Emanuele Graffiti, Diluzio Sergi Duo, Celtic Pixie INGRESSO LIBERO Sta arrivando la primavera e, come ogni anno da oltre un decennio, a Folkest è tempo di selezioni. Il concorso Suonare@Folkest – Premio Alberto Cesa quest’anno cresce ancora, modificando un po’ la propria formula, grazie anche alla disponibilità di importanti radio nazionali, che appoggeranno le votazioni nella seconda fase. Dopo la prima selezione, curata da folkbulletin.com, tre gruppi per ogni serata saranno chiamati a esibirsi dal vivo davanti a una giuria di musicisti, tecnici e giornalisti. Al termine della votazione sarà attribuito un primo e un secondo posto in classifica tra i vincitori di ciascuna serata. Entrambi acquisiranno il diritto a esibirsi nel corso del festival Folkest 2014, in una collocazione che sarà insindacabilmente decisa dalla direzione artistica del festival stesso. Il primo classificato di ciascuna serata parteciperà a una votazione che avrà luogo nel mese di aprile attraverso canali radiofonici, i siti folkbulletin.com e folkest.com e una pagina Facebook dedicata. I primi tra classificati di questa votazione acquisiranno il diritto a partecipare a una serata finale (che si terrà entro il mese di maggio al teatro Miotto di Spilimbergo) per decretare il vincitore assoluto del concorso Suonare@Folkest 2014. La serata sarà condotta da Gianmaurizio Foderaro, storica voce di Radio Rai e da tempo amico di Folkest.

Le giurie delle varie serate (che, ricordiamo, si terranno ad Arezzo, Coreno Ausonio, Loano, Verona e Spilimbergo) segnaleranno inoltre gli artisti che che, a loro insindacabile giudizio, saranno in lizza per l’assegnazione del Premio Cesa 2014, per una nuova composizione in stile tradizionale. I primi tra classificati di questa votzione acquisiranno il diritto a partecipare a una serata finale (che si terrà entro il mese di maggio al teatro Miotto di Spilimbergo) per decretare il vincitore assoluto del Premio Cesa 2014, che acquisirà a sua volta il diritto a esibirsi nel corso del festival Folkest 2014. Ben due le serate di selezione per l’area nord-est, che si terranno a Spilimbergo il 14 e 15 marzo al teatro Miotto. Una giuria di alto profilo, formata da Claudia Brugnetta (regista Rai FVG), Nicola Cossar (giornalista del Messaggero Veneto), Marco Miconi (presidente del Folk Club Buttrio), Rudi Bremer (musicista), Gianni Martin (direttore organizzativo di Folkest) sarà chiamata giudicare chi saranno i vincitori tra un’agguarrita pattuglia di artisti di ottimo livello come l’ormai affermata cantautrice friulana Giulia Daici, l’ottimo gruppo di pizzica Alberto Sergi & Arakne Group e il funambolico cantautore di San Donà di Piave, Giovanni Giusto, il giovanissimo talento chitarristico di Emanuele Grafitti da Trieste, l’immaginazione del Di Luzio Sergi Duo e la frizzante musica irlandese dei Celtic Pixie.

Celtic Pixie

Dall’alto: Giulia Daici, Emanuele Graffiti, Diluzio Sergi Duo, Alberto Sergi & Arakne Group, Giovanni Giusto

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Cronaca INCONTRO CON SHYAM NEPALI A KATMANDU

Inaugurazione di un suo sogno nella sua Kirtipur: la scuola per musicisti per ragazzi di strada di Giordano Dall’Armellina

Concerto a Katmandu

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o avuto la fortuna di essere presente all’inaugurazione della scuola per musicisti di Shyam Nepali, probabilmente il più grande suonatore di sarangi vivente (una specie di violino nepalese). Abbiamo fraternizzato immediatamente anche perché avevo già avuto modo di incontrarlo qualche giorno prima ad un suo concerto a Katmandu grazie alle informazioni datemi da Carlo Bava, notevole suonatore di ciaramella, col quale aveva fatto concerti in Canton Ticino. Ma procediamo con ordine attraverso l’intervista che mi ha concesso in diversi momenti e che ho riorganizzato per renderla più razionale. Con sorpresa la conversazione si è svolta parte in italiano e parte in inglese. Quindi la prima domanda è stata. “Come mai

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parli italiano?” “Sono stato in Italia tre mesi nel 2011 prevalentemente in Val di Susa, in Piemonte, ospite di amici e ho avuto modo di suonare con musicisti italiani e quindi di imparare la vostra lingua”. “In soli tre mesi? Sei un fenomeno!” “Senti Shyam, questa inaugurazione è un punto di arrivo di un progetto che è partito tanti anni fa e quindi anche un punto di partenza perché la musica tradizionale nepalese possa avere un futuro. Mi dici quale è stato il percorso?” “Se vogliamo partire proprio dall’inizio è un progetto che già mio padre aveva in mente. Tieni presente che vengo da una famiglia che da quattro generazioni suona il sarangi e io ho cominciato a suonarlo che avevo otto anni e sto trasmettendo l’insegnamento a


Cronaca

mio figlio. La differenza con mio nonno e mio padre è che ho avuto la fortuna di conoscere anche la musica occidentale e questo mi ha permesso di costruire ponti culturali e di fondere le varie tradizioni in un sound “universale”. Tuttavia già mio padre si rendeva conto che man mano la musica tradizionale nepalese stava sparendo e che era necessario agire per salvare le nostre radici. Da qui l’idea di una scuola. Sono quarant’anni che ne parliamo e oggi, finalmente, eccola qua. L’attività in realtà era cominciata già nel 2005 ma non avevamo uno spazio fisico nostro.” “In quegli anni (2005) c’erano i maoisti al potere e turbolenze politiche continue. So che nel vostro progetto c’era quello di coinvolgere i bambini di strada. Come avete fatto a organizzarvi?” “Non è stato facile ma in sostanza i maoisti non hanno opposto resistenze. Il progetto culturale ha avuto come sponsor Paul Christ, uno svizzero che lavora per Rainbow Project e iniziò molti anni prima grazie a Thomas Bertschi e Teshi Dawa. Grazie al progetto abbiamo anche fatto un documentario che abbiamo chiamato I.R.I.K. ovvero Imagine rainbow in Katmandu nel quale si racconta come abbiamo trovato bambini di strada, bambini che vivevano in baracche, orfani ma anche bambini con basi economiche più solide e li abbiamo messi tutti insieme

Shyam Nepali nella sua scuola della musica

Inaugurazione della casa

per formare un’orchestra. Abbiamo insegnato loro a suonare vari strumenti: ovviamente non poteva mancare il sarangi e le percussioni che abbiamo ottenuto anche cercando bidoni fra la spazzatura. C’era anche anche il didgeridoo, lo strumento a fiato degli aborigeni australiani. Alla fine abbiamo fatto un concerto a Patan nel quale tutti hanno mostrato quello che avevano imparato e c’era anche la nostra Rock Band. La scuola che apriamo ora è il proseguimento di quella esperienza”. “Parlami del sarangi. Da quello che ho visto e sentito, anche se non sono un intenditore, mi sembra che almeno una delle accordature usate sia simile al nostro violino ossia sol-la-re-mi.” “E’ esatto e l’altra accordatura che di solito si usa è con due la e due

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Cronaca

Sala della musica nella scuola di Kirtipur

re. Di solito il sarangi è fatto con il legno di mango e in parte è coperto da pelle di cervo. Si suona con un archetto di bamboo e di crine di agave. Io però preferisco l’archetto del violino. Una volta erano molti i suonatori di saShyam Nepali con il sarangi rangi ma come in tutto il mondo gli strumenti tradizionali e di conseguenza la musica tradizionale ha subito anche qui l’influenza della globalizzazione musicale”. “Nelle tue esecuzioni si sentono le influenze della musica occidentale. Non è anche questo l’effetto della globalizzazione? Inoltre la musica tradizionale nepalese è pentatonica, come la maggior parte della musica asiatica, tu invece superi questi limiti e non di rado si percepiscono influenze legate al blues, jazz, pop.” “Vero, ma da sempre una cultura musicale ha influenzato un’altra. Pensa alla musica flamenca che trova le

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sue radici in India. La musica è libera e anche se nelle mie composizioni si percepiscono influssi occidentali, la base è pur sempre la musica nepalese. In Italia ho ascoltato diversi autori. Da Branduardi ho preso spunto per scrivere “Cultural bridge”(Io sono la morte e porto corona) che è nel mio cd Himalayan Breeze. E’ suonato tutto con strumenti tradizionali nepalesi.” Shyam Nepali è un personaggio straordinario pieno di gioia ed entusiasmo per ciò che sta facendo. Chi vuole avere contatto con la musica tradizionale nepalese non può che andarlo a trovare nella sua scuola di Kirtipur. E’ un po’ fuori mano ma basta chiedere nella piazza principale e incontrate sempre qualcuno che ve la indica. Io ho incontrato suo fratello. Nel suo gruppo di ragazzi ho trovato anche chi mi ha cantato Bella Ciao in nepalese. Inoltre si percepisce l’amore che ha per i ragazzi e ragazze che sta aiutando con la musica a intraprendere un percorso che non sia solo una strada dove sopravvivere di espedienti. Nel web la possibilità di ascoltare alcuni suoi brani digitando il suo nome. ❖


Cronaca DEIZIOU’ 2014 FESTIVAL BRETONE INVERNALE LORIENT E DINTORNI di Giustino Soldano e Muriel Le Ny

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n Italia Lorient è conosciuta dagli amanti delle musiche dell’area celtica soprattutto per il Festival Interceltique: dieci giorni e dieci notti di spettacoli e concerti a partire dal primo venerdì di agosto. Fortunatamente a Lorient e in Bretagna ci sono altre numerose attività durante tutto l’anno. È il caso di questo Festival Deizioù (in italiano: giornate) giunto alla ventinovesima edizione e che si svolge quest’anno dal 17 gennaio al 29 marzo. Il Festival è organizzato da Emglev Bro an Oriant, una confederazione di numerose associazioni culturali del “Pays de Lorient” (un territorio che comprende trenta comuni attorno a Lorient). Emglev Bro an Oriant, creata nel 1985, sostiene la promozione e la diffusione della cultura e della tradizione bretone attraverso numerose attività, incoraggia l’insegnamento della lingua e della musica bretone, partecipa a diverse manifestazioni tra cui anche il Festival Interceltique. Emglev è presieduta da Yvonig Le Merdy che è una delle fondatrici ed è inoltre responsabile del negozio della Coop Breizh di Lorient. Il programma del Deizioù è pubblicato su un libretto con una grafica ben fatta e composto di una quarantina di pagine in francese con testo in bretone a lato. Questo festival invernale offre la possibilità di partecipare a più di cento manifestazioni che comprendono: spettacoli musicali, teatrali, cinematografici e inoltre conferenze, concorsi e stage di danze, di gastronomia e di attività manuali, come il ricamo o il pizzo che sono utilizzati per confezionare i tipici costumi e cuffie bretoni. Gli spettacoli musicali, a prezzi modici o a volte gratuiti, si svolgono sia in teatri o sale da concerto, che in locali caratteristici, dove è possibile cenare mentre si assiste all’esibizione dei musicisti.

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Dan Ar Braz - Lavanant

Tra i numerosissimi spettacoli segnaliamo: Venerdì 7 febbraio alle 20:30 alla biblioteca di Caudan concerto dei “Mat’lots du Vent” gruppo di coristi e musicisti che interpretano tradizionali canti di marinai, provenienti da diverse parti del mondo. Musica piacevole da ascoltare e danzare. Ingresso libero. Sabato 8 febbraio dalle 16:30 da “Mamm Kounifl” un bar-ristorante a Locmiquélic, spettacolo con cena che vede la partecipazione di Dan ar Braz e Clarisse Lavanant. Dan ar Braz, chitarrista e musicista famosissimo che in passato ha fatto parte del gruppo di Alan Stivel e si è esibito al fianco di artisti celebri, autore dell’album “L’Héritage des Celtes” venduto in tutto il mondo, affianca in quest’occasione Clarisse Lavanant. Cantante dalla voce brillante, vincitrice di numerosi premi, ha all’attivo diversi spettacoli e album in francese, inglese e bretone, tra cui due CD con le canzoni di Glenmor. Ha già cantato con Dan ar Braz in diverse occasioni e negli album “Celebration” e “Comptines celtiques et d’ailleurs” presentati nelle passate edizioni del Festival Interceltique. Prezzo del concerto 20 Euro; concerto più cena 40 Euro.

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Venerdì 21 febbraio dalle 20:00 spettacolo con cena del cantante Thierry Robin alla “Tavarn ar Roue Morvan” a Lorient. Ingresso libero, ma su prenotazione si può anche cenare. Qualche nota sulla “Tavarn ar Roue Morvan”, pub bretone, che raccomandiamo, molto famoso

anche a livello internazionale. È un ambiente non molto grande, ma assai conviviale, nel quale si fa facilmente amicizia, frequentato spesso da musicisti e nel quale si svolgono periodicamente cene spettacolo con artisti bretoni o stranieri. Si possono degustare delle ottime birre o deliziosi piatti della cucina tradizionale bretone. Durante il Festival Interceltique offre degli spazi supplementari all’esterno ed è letteralmente preso d’assalto da centinaia di avventori. Sabato 22 e domenica 23 febbraio alle 21:30 da “Mamm Kounifl”. Ingresso 10 Euro, duplice concerto con Gilles Servat. Cantante, compositore, scrittore, scultore e pittore, sulla scena da più di trentacinque anni, dotato di notevole carisma, spirito rivoluzionario e indipendente, è conosciuto anche in Italia, dove si è esibito in più occasioni. Domenica 23 febbraio alle 17:00 nella chiesa di Guidel, ingresso 12 Euro, eccezionale trio femminile composto dalle cantanti Annie


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Ebrel , Nolùen Le Buhé, Marthe Vassallo. Proporranno il concerto “Teir” nel quale si esibiscono soprattutto “a cappella” in bretone, interpretando alcune canzoni tradizionali del Trégor, del Centro Bretagna e del Pays Vannetais. Annie Ebrel si è spesso esibita col jazzista Riccardo Del Fra. Nolùen Le Buhé, vincitrice di numerosi concorsi canori, ha cantato in passato con Alan Stivel, Roland Becker, Erik Marchand, solo per citarne alcuni. Marthe Vassallo, cantante poliedrica, si esibisce in diversi gruppi e con diversi stili musicali, passando dal genere fest-noz al pop o al barocco; ha avuto esperienza come cantante lirica ed animatrice televisiva. Con lo stesso titolo “Teir”nell’ottobre 2012 è uscito un CD prodotto dalle edizioni L’OZ. Mercoledì 26 febbraio alle 20:30 a Les Arcs di Quéven, centro culturale e teatrale, concerto del gruppo Mugar composto di una decina di musicisti bretoni e berberi. Partecipanti a diversi concerti e festival

in Francia, Belgio, Olanda e Tunisia hanno all’attivo due album “KabilyTouseg” uscito nel 1998 e “Penn ar Bled” del 2005. Saranno preceduti dal gruppo dei Liù che proporranno una miscela di gwerz, musiche a ballo e i “maloya”, le tipiche melodie della Réunion. Biglietti a 20 e 18 Euro Sabato 1 marzo alle 20:30 al teatro Océanis di Ploemeur, ingresso 12 Euro, di nuovo Gilles Servat, questa volta in compagnia di Lucien Gourong. Quest’ultimo è un narratore e scrittore originario dell’isola di Groix, che si trova di fronte a Lorient. Proprietario in passato di un albergo cabaret, da più di trentacinque anni percorre la Francia e il mondo francofono: Belgio, Svizzera, Québec, Mali, Seychelles col suo notevole bagaglio di storie, leggende, aneddoti. Con la sua voce calda e con il suo sguardo penetrante riesce a incantare il pubblico con i suoi straordinari racconti di personaggi veri o inventati, in modo tale che non si riesce a distinguere tra realtà e fantasia. Ha calcato il

palcoscenico con personaggi come Glenmor, Paco Ibanez, Manu Lann Huel e Gilles Servat col quale è legato d’amicizia da ben 45 anni. Lo ritroveremo domenica 2 marzo sempre all’Océanis di Ploemeur, dove si svolgerà il “Secondo concorso mondiale del gâteau breton” categoria amatori. Si tratta di un dolce tradizionale originario di PortLouis, la zona antica di Lorient da cui partivano le navi per l’oriente (An Oriant) alla ricerca di spezie e merci preziose. Questo gustoso e ipercalorico dolce è composto di zucchero, uova, farina e soprattutto del classico burro salato immancabile nella cucina bretone. Per il discorso calorie non ci sono problemi, si smaltiscono rapidamente in una fest-deiz o in una fest-noz. Una curiosità, i giudici del concorso, cuochi o esperti gastronomi, esprimeranno la propria valutazione come si faceva nel Medioevo, inserendo alcuni grani di sale in un sacchetto, che verrà in seguito pesato. Vincerà il concorso il sacchetto più pesante. Il concorso sarà allietato da spettacoli di danze tradizionali eseguite dai danzatori del Cercle Celtique di Larmor-Plage e dal concerto dei Djiboudjep, inossidabile gruppo sulla scena da quaranta anni e conosciuti soprattutto come il gruppo che chiude ufficialmente il Festival Interceltique. Prezzi: concerto più degustazioni di dolci e altre leccornie 10 Euro. Dalle 17:00 entrata libera. Sabato 8 marzo a Les Arcs di Quéven alle 19:00, ingresso 8 Euro, Nolwenn Monjarret e Yann-Fañch Kemener, voci e Philippe Le Gallou, chitarra, presenteranno il concerto “Ar roue pri” (Il re d’argilla), una serie di canzoni tradizionali tratte dall’omonimo album distribuito da Coop Breizh. La cantante Nolwenn, nota anche in Canada e negli Stati Uniti, dotata di una voce potente e dolce allo stesso tempo, è figlia di Polig Monjarret, creatore della “Bo-

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Lucien Gourong

dadeg ar Sonerion” la principale associazione di musica tradizionale bretone. È famoso per essere stato uno dei fondatori del Festival Interceltique. A lui sono state dedicate una piazza a Lorient, nella quale è presente una statua di bronzo che lo riproduce, e numerose altre vie, piazze e sale concerto in Bretagna. Yann-Fañch Kemener, noto in Bretagna e altrove, è un cantante e compositore, conosciuto per il timbro particolare e unico della sua voce con cui interpreta sia ballate, i “gwerzioù” che brani in duo, i “kan-ha-diskan” caratteristici delle festoù-noz. Da parecchi anni è inoltre alla continua ricerca di vecchi testi e canzoni proprie della tradizione orale, che trascrive e ripropone nei suoi album. Sabato 15 marzo alla Salle Cosmao di Lorient alle 20:30, biglietti a 8 e 10 Euro, concerto “Eskemm” interpretato da Breizh ha Rock sotto la direzione di Cedric Le Bozec, con Soig Siberil e Pat O’ May,

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tratto dall’omonimo CD di cui è apparsa la recensione a cura di Agostino Roncallo sul numero 24 del dicembre 2013 di Lineatrad cui vi rimandiamo. Venerdì 21 marzo spettacolo con cena alla “Tavarn ar Roue Morvan” dove si esibirà Jean-Paul Runigo, cantante bretone conosciuto nell’ambiente delle festoù-noz, durante le quali è accompagnato da Bernard Loffet all’organetto diatonico. Sabato 22 marzo alle 20:30 nella sala La P’tite chimère presso la Maison des associations di Lorient, concerto con Manu Lann Huel, cantante, poeta e scrittore bretone, autore di proprie composizioni e interprete di quelle di altri artisti come Léo Ferré o Pierre-Jakez Hélias. Dotato di una voce calda e profonda, canta sia in francese sia in bretone. Si è esibito a fianco di numerosi artisti come Denez Prigent, Dan ar Braz, Tri Yann. Collabora da diversi anni col pianista Didier Squiban, col quale ha prodotto numerosi album.

Anche per gli amanti delle danze bretoni sono numerose le occasioni. Sabato 25 gennaio Fest-noz dalle 19:00 alla Salle Jo Huitel di Languidic Sabato 1° febbraio Fest-noz dalle 19:30 nella sala del conservatorio di musica Amzer Nevez di Ploemeur. Sempre nella stessa serata, alle 21:00, altra Fest-noz nel Centro Sociale di Hennebont con la partecipazione della bagad locale. Sabato 15 febbraio dalle 19:00 Fest-noz e cena a base di “andouille” (una specie di salume affumicato a base di budella di maiale) alla Salle Pierre François di Lanester. Cena più festa a 15 Euro. Sabato 22 febbraio dalle 21:00 Fest-noz alla Salle Cosmao di Lorient, organizzata dal Cercle Armor Argoat, con gruppi molto conosciuti come i Deus’ta, il duo Blain/Lezour (violino e chitarra), la coppia Le Bot/ Chevrollier (bombarda e biniou), che hanno recentemente prodotto il CD “An div stêr” e la coppia Lors Landat, voce e Thomas Moisson all’accordéon, che abbiamo avuto modo d’incontrare l’anno scorso a Lorient in occasione dell’uscita del loro album “An tan skornet”. Sabato 1° marzo Fest-noz dalle 21:00 alla Salle des Fêtes di Plouay Sabato 22 marzo Fest-noz dalle 21:00 alla Salle de l’Artimon di Locmiquélic in occasione dell’uscita del nuovo disco degli Alambig Elektrik, gruppo di cui fa parte Lors Landat. Prezzo medio delle festoù-noz, 6 Euro Inoltre sono previsti due stage di danze. Domenica 23 febbraio dalle 9:30 alle 12:00 danze del Pays de Retz (Loire-Atlantique) Domenica 2 marzo dalle 9:30 alle 12:00 danze del Pays de Mené (Centro Bretagna) Entrambi gli stage si svolgono presso Les Arcs di Quéven al costo di 5 Euro a persona e a stage.


Cronaca

Si ringraziano Emglev Bro an Oriant e Coop Breizh di Lorient per averci concesso la diffusione delle immagini.

Monjarret Kemener

Sono dei corsi molto interessanti che sono proposti periodicamente durante l’anno e che offrono l’occasione di apprendere le varie danze della Bretagna o delle regioni limitrofe, che poi ritroviamo nelle varie festoù-noz. Normalmente durano mezza giornata, con una pausa per bere un caffè in compagnia e scambiare qualche opinione con gli altri partecipanti. Gli insegnanti sono di solito musicisti o ballerini diplomati, appartenenti ai vari Cercle. Come si diceva all’inizio, il Festival Deizioù oltre agli eventi musicali propone altre attività legate alla tradizione, tra cui stage di canto e lingua bretone e, dulcis in fundo, atelier per imparare a cucinare le famose crêpes o il “Kig-ha-farz” tipico piatto ereditato dalla cucina popolare contadina. A base di carne (Kig in bretone) di manzo, di stinco e pancetta fresca di maiale, salsicce affumicate, cavolo verde, porri, rape, carote e altre verdure, bollite per lungo tempo insieme ad un sacchetto contenente una miscela di farina di grano saraceno, latte e uova, che assorbe gli aromi e forma una farcia (farz) che è servita di contorno al brodo. Vi assicuriamo, una vera delizia.

In conclusione, noi consigliamo vivamente agli amanti della musica celtica di partecipare, almeno una volta, a questo tipo di manifestazioni in cui si ha la possibilità di conoscere da vicino i vari artisti e di apprezzare le molteplici sfaccettature della cultura e della tradizione di questi luoghi o di fare nuove amicizie. Inoltre l’inverno è meno rigido rispetto alle regioni dell’Italia settentrionale e i costi degli alberghi o di altre forme di alloggio sono più bassi che in estate e i ristoranti sono meno affollati. ❖

Gilles Servat

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Recensioni ROZENN TALEC & YANNIG NOGUET MOUEZH AN DIAOUL di Giustino Soldano e Muriel Le Ny

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ell’ambito della musica bretone troviamo ancora, fortunatamente, dei giovani talenti che, nonostante la crisi economica che colpisce anche il settore discografico, si impegnano con grande motivazione nella diffusione e nell’innovazione della musica tradizionale apportando un proprio stile. È il caso di questa coppia formata da Rozenn Talec, voce, e Yannig Noguet, organetto diatonico. Rozenn, nata in Centro Bretagna, figlia d’arte, ha imparato a cantare fin da bambina dal padre Jean Claude, col quale si esibisce ancora in occasione di qualche fest-noz nella formazione del kan-hadiskan (canto e controcanto). Dotata di un talento naturale, nel corso degli anni ha raffinato il proprio stile sotto la direzione di cantanti come Marthe Vassallo e frequentando la terza Kreiz Breizh Akademi di Erik Marchand: una serie di corsi in cui alcuni giovani artisti vengono selezionati ed affiancati a musicisti affermati, nell’intento di perfezionare il modo di cantare o di suonare, utilizzando anche la musica modale, tecnica utilizzata soprattutto in Oriente. Rozenn oltre ad esibirsi nelle festoù-noz, interpreta anche alcuni “gwerzioù”: le tipiche ballate bretoni, accompagnata dall’arpista Lina Bellard. Yannig Noguet, abile musicista, arrangiatore e compositore, nonostante la giovane età ha una lunga esperienza; insegnante di organetto diatonico, ha suonato a fianco di artisti noti, come Gilles Servat, Elisa Vellia, Gérard Delahaye, Denez Prigent, Sylvain Barou. Fa inoltre parte di alcuni gruppi di musica bretone come i Kéjaj e dei Lyannaj, in cui la musica bretone e quella della Guadalupa vengono sapientemente miscelate. In questo album dal titolo attraente: Mouezh an Diaoul (la voce del diavolo) uscito nel 2013 e distribuito da Coop Breizh, l’armonia di questi due artisti è palpabile fin dal primo ascolto. La voce di Rozenn si integra benissimo con l’accordeon di Yannig Noguet (per la cronaca un Castagnari) senza mai prevalere una sull’altro ed a volte

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in una sorta di kan-ha-diskan. Quando poi si aggiunge alla coppia il suono del flauto di Sylvain Barou (tracce 4, 6, 8, 9 e 11), la magia è compiuta. L’album è composto da tredici titoli: melodie e canzoni a ballo, tipiche dei festoù-noz. I primi quattro brani fanno parte di una gavotte. Si inizia con un appello alla danza: il momento in cui si invitano i presenti a riunirsi al centro della sala, cavalieri e dame in alternanza, braccio destro serrato su quello sinistro di chi sta a fianco, che cominciano a proseguire lentamente in senso orario. Il secondo brano, dal ritmo più veloce, è la prima parte della danza, detta ton simple o gavotte simple. Il terzo brano è una fase di “riposo” detta “tamm kreiz”(pezzo centrale). Infine il quarto brano, di nuovo veloce, è la fase finale della danza detta ton double. Il secondo ed il quarto brano sono canzoni estratte dal “Carnet de route” di Yann-Fañch Kemener, una raccolta di brani tradizionali. Si passa ad una mazurka col quinto brano: Nozvezh digousk (notte insonne) il cui testo è tratto da una canzone tradizionale e arrangiato da Rozenn. Il sesto brano, quello che dà il titolo all’album, è invece una melodia composta dal duo Talec Noguet. Il settimo brano, un valzer, è tratto da una canzone composta da Denez Abernot e dal gruppo Storlok nel 1980, in segno di protesta contro la centrale nucleare che la Francia voleva installare sulla Pointe du Raz nel Finistère, il cui testo è stato rivisto e riadattato sulla protesta ancora attuale contro la costruzione di un aeroporto Notre Dames des Landes, vicino a Nantes. Ancora una melodia per l’ottavo brano, testo tradizionale arrangiato da Rozenn. Si ritorna ad una suite di gavotte nei tre brani successivi, che riprendono vecchi testi tradizionali che descrivono fatti di cronaca come un viaggio a Spézet nel nono brano o, come nell’undicesimo brano, storie di fidanzati che sono partiti in guerra per servire il re e che non sono più tornati.

Nuovamente una melodia per il dodicesimo brano che riprende una poesia su una rosa (Rozenn) di Alice Lavanant poetessa del Trégor. L’album termina con una mazurka che porta lo stesso titolo del quinto brano. Nonostante che i testi delle canzoni siano tutti rigorosamente in bretone, lingua per la maggior parte di noi incomprensibile, la voce di Rozenn Talec li rende, a nostro avviso, molto orecchiabili con una ritmica seducente che invita a ballare e dalla quale traspare quella radiosità che si scorge sul viso della cantante sulla copertina del disco e che noi abbiamo potuto osservare anche dal vivo in più occasioni, durante una festnoz od un concerto al Festival Interceltique di Lorient. Abbiamo apprezzato in particolare nel suo stile di canto una timbrica molto personale e quel suo modo, tra il sospirato ed il sincopato, per terminare alcune frasi musicali, che ritroviamo in cantanti ben noti come Louise Ebrel o i fratelli Morvan. Riteniamo inoltre che nel corso degli anni questa cantante emergente potrà ulteriormente perfezionarsi ed entrare di diritto nella rosa degli artisti più conosciuti. Invitiamo i lettori a procurarsi questo CD che si ascolta e si riascolta volentieri come abbiamo fatto noi. Sarebbe molto interessante, e lo speriamo, che questa coppia possa essere invitata in Italia per esibirsi in qualche Festival nostrano. ❖ Per comunicare con la cantante: rozenntalec@orange.fr Questo CD è stato selezionato ed entrato fra i tre finalisti del premio per la musica bretone nel Prizioù 2014, concorso tenutosi il 24 gennaio a Pont-l’Abbé e che ogni anno seleziona i migliori artisti in campo musicale, letterario, audiovisivo e culturale, che si distinguono per il loro impegno per preservare e diffondere la lingua bretone. Il primo premio per la musica è stato assegnato a Dom Duff per il suo CD “Babel pow wow”


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Argomenti DENTRO A UN VICOLO CIECO PER GUARDARE OLTRE di Pietro Mendolia*

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uardare avanti, sempre avanti! E’ una delle regole fondamentali del quotidiano vivere, oggi. Tra moderni elettrodomestici dall’obsolescenza programmata e cibi che hanno completamente perso la loro naturale armonia (colore, sapore, forma) andiamo scarrozzando le nostre esistenze attraverso un’epoca alla quale sentiamo di appartenere sempre meno, che ci impone di essere felici perché, in fondo… cosa ci manca per non esserlo!? E allora, avanti! Avanti con l’illusione! Facciamo scorrere la pellicola dei giorni senza mai provare a fermarla o a riavvolgere il nastro. Perché il passato è passato e voltarsi, guardarsi indietro, potrebbe costituire pericoloso atto di ribellione, ai limiti del sovversivo. Ma - mi dico - di cosa abbiamo, poi, così mortalmente paura? Provo a indovinare: abbiamo paura di aver perso qualcosa, tanto, troppo.. e temiamo, compiendo questo insano gesto, di scoprirci più poveri e infelici. A San Filippo del Mela, comune tirrenico del messinese, qualcuno ha voluto correrlo questo rischio; così, un giorno è andato a recuperare vecchie foto, memorie, antichi scritti e si è messo a ricostruire la storia d’U Zù Micu Salvia. U Zù Micu Salvia era un suonatore di flauti nato a Cattafi, frazione di San Filippo del Mela, nel 1865. Era un anticonformista per l’epoca in cui visse: un omone di bell’aspetto, di quasi un metro e novanta, che aveva scelto di ergersi a difensore dei più deboli, in un periodo in

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cui non era particolarmente facile sovvertire le regole, dimostrando grande audacia ed innato altruismo. Era solito portare un lungo e largo giaccone con grandi tasche sul davanti, cappello a falda larga, gilet ornato delle catene pendenti dall’orologio da taschino, lunghi baffi attorcigliati all’insù, barba ben curata e un elegantissimo bastone (segretamente animato da una lama di 60 centimetri). All’interno del suo immenso giaccone custodiva i suoi quattro inseparabili compagni di viaggio, i quattro flauti di canna da lui stesso costruiti: il “balilla” che emetteva un singolare suono strillante, il “tenore”, il “corista” e il “pastorale” dalla melodia armonica e coinvolgente. La gente anziana del paese ricorda ancora oggi le esibizioni musicali animate dalla sua innata passione. In America incise 10 dischi a 78 giri, ma colto dalla nostalgia della sua terra,

fece ritorno in Sicilia, rinunciando al successo. Morì nel 1954, nella sua amata Cattafi, in una abitazione di un vicolo cieco. Per sua espressa volontà, quale corredo funebre, le sue quattro “creature” gli vennero deposte accanto, perché egli soleva dire che avrebbe continuato a suonare anche per angeli del paradiso. La corposa documentazione raccolta a proposito di questo musicante d’altri tempi, ha consentito alla locale Amministrazione Comunale di potere avviare le procedure per dedicare il vicolo a “Domenico Salvia - detto U Zù Micu Salvia – suonatore di zufolo” così, il 30 dicembre 2013, si è tenuta la

cerimonia di intitolazione e i suoni di una orchestrina popolare hanno animato la festa. Un riconoscimento così importante alla memoria di un suonatore di friscalèttu, a oltre cinquant’anni dalla sua scomparsa, rappresenta il segno inequivocabile che una comunità vuole ritrovarsi e ritrovare la propria memoria collettiva. In questo tempo.. che non concede tempo.. non è cosa da poco. ❖ (Le fotografie sono opera di Salvatore Cambria dell’Archivio Fotografico Filippese, che ringrazio affettuosamente).

* Pietro Mendolia è autore e compositore del gruppo di nuova musica etnica siciliana Malanova.

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Argomenti SIGNOR GOVERNO, ESISTIAMO ANCHE NOI NON SOLO IL MELODRAMMA

“La musica è l’esempio unico di ciò che si sarebbe potuto dire se non ci fosse stata l’invenzione del linguaggio, la formazione delle parole, l’analisi delle idee, la comunicazione delle anime” (Marcel Proust) di Gloria Berloso

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a crisi economica ha colpito molti paesi dell’Europa ma in questi giorni ho letto dei comunicati ed articoli interessanti sulle misure messe in atto dai governi d’oltre confine per aiutare la Musica e la Danza. Questi governi hanno istituito un fondo nazionale per incoraggiare le attività regionali di carattere folkloristico e per dare impulso ed un valido aiuto alle opere moderne ed agli artisti di musica d’avanguardia e di nuova tendenza. Da più di venti anni, la sottoscritta ha sostenuto le esperienze musicali soprattutto di giovani artisti, tendendo una mano a tutti questi giovani in mezzo a mille difficoltà. I comuni, le province, le regioni sembrano non esistere quando proponi un progetto culturalmente valido ed importante. In questi anni sono arrivate numerose crisi, negli anni settanta c’era quella energetica, poi è arrivata quella ambientale, poi quella economica! Oggi siamo ridotti al numero minimo di serate con cui poter guadagnare qualche soldo per pagare strumenti e amplificatori. I teatri sono chiusi ma il loro mantenimento è comunque addebitato ai cittadini. I locali privati, i circoli con spazi sufficienti, rinunciano a offrire spettacolo ed intrattenimento oppure i gestori pretendono che gli artisti si esibiscano gratuitamente. Le case discografiche tendono ad annullare e ridurre al minimo la produzione discografica e giovani talenti non riescono ad avere l’incentivo a salire i gradini della scala che porta al successo; a causa delle spese troppo pesanti da sostenere e dei

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ricavi minimi e non sufficienti a coprirle. I cantautori di grosso spessore artistico si sentono spesso rispondere dai discografici: “Siamo spiacenti ma non siete commerciali o conosciuti, non possiamo produrvi”!!! Qualche anno fa per lanciare gli artisti italiani, venivano fatti esibire ai concerti dei Mostri Sacri americani, inglesi o comunque stranieri che chiedevano dei cachet da capogiro. I nostri cantautori erano soffocati anche se presentavano uno spettacolo valido ed avevano una spiccata personalità. La Storia ci insegna che anche nella musica e nella danza, arti sublimi, l’Italia ha dato. Dobbiamo fermarci a riflettere e chiederci se vogliamo seppellire definitivamente le nostre tradizioni culturali che ci hanno fatto conoscere in tutto il pianeta. Signor Governo di oggi, signora televisione e signora radio perché non volete fare nulla per incoraggiare le nuove esperienze artistiche? Eppure stimati e grandi artisti (musicisti, attori e ballerini) stranieri ritengono che in Italia siamo i migliori al mondo! “Questi artisti italiani devono andare in altri paesi per lavorare perché in Italia nemmeno il lavoro è più considerato”. Noi siamo il paese di Verdi, Rossini, Vivaldi, Del Monaco, Pava-

rotti, Fracci e non solo! Ma dov’è il ministro della cultura? Come si muove, chi ascolta? Quali dischi compra? Ma lo sa il Ministro che l’espressione culturale attraverso la musica e la danza è importante soprattutto dove si fa educazione? Continuiamo a ripeterci orgogliosi che siamo il settimo paese al mondo più importante ma stiamo diventando il più povero in fatto di cultura. Dobbiamo ripercorrere la storia degli uomini con l’efficacia delle parole e delle immagini con la capacità di sintesi per essere sintesi di idee e strumento di informazione. Questa è una situazione che accusa l’industria dello spettacolo di non consentire ai giovani che vanno formando la libertà di espressione necessaria ad un tipo di operazione culturale, che intende raggiungere la massa popolare che fino ad oggi ha dimostrato di essere emarginata e sottomessa ad una effettiva condizione sociale. ❖


Recensioni ANNE-MARI KIVIMÄKI AIKAPYÖRÄ di Loris Böhm

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noi, gente avvezza a identificare la sconfinata tradizione musicale della regione Karelia, landa finlandese ai confini con la Russia, con autori del calibro di Värttinä o Myllärit, tanto per prendere due nomi dal mazzo, può anche sfuggire un’artista come AnneMari Kivimäki. Si tratta di una dimenticanza clamorosa e ne facciamo ammenda. Chi è Anne-Mari? Una compositrice proveniente da Tampere, formatasi all’Accademia Sibelius di Helsinki e ispirata dalla musica arcaica della Karelia intende filtrarla con l’elettronica techno moderna e avvia il progetto “Suistamo” cioè un laboratorio di tradizioni sperimentate dal vivo. Esordisce nel 2013 con questo album chiamato non a caso “Aikapyörä” che significa “La ruota del tempo”, e fa intendere subito che le sue sensazioni ed emozioni avranno una parte predominante nelle composizioni. Non vi spaventi la definizione “techno” con cui lei forse un po’ ingenuamente applica alla sua musica: il supporto dell’elettronica in questo lavoro è invero piuttosto soft, oculato, ben lontano dalle massicce contaminazioni che certi gruppi scandinavi ci hanno proposto in passato. Qui tutto è velato da un alone di mistica malinconia, di semplicità espressiva che a mio giudizio trascende dalla classica definizione che si usa dare alle opere d’esordio: l’immaturità non esiste in Anne-Mari, e i frequenti loop che ripetendosi in quasi ogni brano

diventano ipnotici, ossessivi, riescono a non stancare l’ascoltatore... al punto che finito il disco ti sorprendi a sentirne ancora l’eco dentro la tua testa. La nostra fisarmonicista ha vinto il prestigioso premio Konsta Iylhae Competition e ha suonato in Europa centrale, Africa e Cina. Ha lavorato in Ostrobotnia nel “Kylaepelimannit”, un progetto di musica folk che si è diffuso in Finlandia tra il 2002 e il 2005. Si fa aiutare dal musicista folk elettronico Eero Grundström e si è ispirata dalle storie raccontate dal cantastorie e fisarmonicista Ilja Ko-

tikallio, nato appunto a Suistamo nel 1894 e morto nel Ruhankylä nel 1961. Kotikallio è stato testimone dei grandi cambiamenti del mondo di allora, che hanno influenzato notevolmente la sua vita... e la sua voce (purtroppo difficilmente traducibile) la si può ascoltare in alcuni brani. In definitiva troviamo una attenta celebrazione della tradizione unita ad un sapiente e misurato uso di tecnologia moderna che non stravolge le melodie ma le impreziosisce, le rende epiche... in definitiva un disco da ascoltare assolutamente. ❖

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Argomenti PETE SEEGER

“La penna è più potente della spada. Beh, la mia unica speranza è che la chitarra diventi più potente della bomba” di Gloria Berloso

Pete Seeger in Italia

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isalgo con il ricordo ad anni che oramai mi appaiono proiettati in lontananza, immersi in una luce quasi crepuscolare: il tempo macina in fretta. La vita percorsa è tanto lunga che quando mi riporta oggi col pensiero alla situazione di allora ho quasi l’impressione di tornare indietro; anche la fantasia stenta a concepire la possibilità di una scelta, di un’alternativa che allora sembrò offrirsi. Gli Americani cercarono di attuare, con alcune restrizioni, l’incerto concetto di democrazia, soggetto sempre al pericolo di scadere in vuota formalità, introducendo determinati divieti e determinate disposizioni, ma concedendo per il resto ampio margine di manovra, che, invece, fu ben presto negato dai Russi... Per quanto profonda fosse la preoccupazione di chi avvertiva la necessità di chiarire il proprio destino e quello degli altri uomini, prevalse generalmente il desiderio insopprimibile di tornare a costruire e a godere, a trascor-

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Pete Seeger con Bruce Springsteen

rere in serenità l’incipiente periodo di pace, lungo o breve che fosse. E questo desiderio ebbe libero corso. Pete Seeger, l’avvocato della pace, il cantautore con il banjo ha cantato la sua ultima strofa terrena su un letto d’ospedale a New York. Tutti i suoi novantaquattro anni li ho percepiti e accolti con “Turn, Turn, Turn”: Per ogni cosa c’è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo. C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante. Un tempo per uccidere e un tempo per guarire, un tempo per demolire e un tempo per costruire. Un tempo per piangere e un tempo per ridere, un tempo per gemere e un tempo per ballare. Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli, un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci. Un tempo per cercare e un tempo per perdere, un tempo per serbare e un tempo per buttar via. Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,

un tempo per tacere e un tempo per parlare. Un tempo per amare e un tempo per odiare, un tempo per la guerra e un tempo per la pace. La profondità dei versi si presta a una miriade di interpretazioni, ma l’accezione principale che viene attribuita a questa canzone è quella del messaggio pacifista, sottolineato in particolare dal verso finale l’unico attribuibile al compositore Seeger - che recita: a time for peace, I swear it’s not too late (un tempo per la pace, io giuro che non è troppo tardi). Pete Seeger lo considero uno dei principali ispiratori e devo a lui il mio avvicinamento alla musica folk e di protesta. La sua figura emblematica nella musica popolare ha fatto conoscere e rivisitare molte canzoni del passato, senza di lui e del grande e compianto Woody Guthrie, probabilmente non le avremo mai ascoltate. Con Woody si è esibito negli anni giovanili ed ha continuato per tutta la sua esistenza a cantare ma anche a sfilare


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Pete Seeger con Woody Guthrie

con i manifestanti di Occupy Wall Sreet solo quattro anni fa, appoggiato a due bastoni e gridando alla Associated Press: “Diffidate dei grandi leader”, “Spero che ci siano molti, molti piccoli leader”. Seeger ha prestato la sua voce contro Hitler, contro l’energia nucleare, lo ha fatto sempre con aria affabile e con il suo banjo legato alla spalla. Con la canzone rivisitata e musicata da Seeger,”If I Had a Hammer”, su testo di Lee Hays , scritta nel 1949 ma depositata con copyrigth solo nel 1958 e il gruppo The

Weavers, un quartetto organizzato nel 1948, Seeger ha contribuito a preparare il terreno per un folk revival nazionale. La canzone che può essere suonata a ritmo di surf rock oppure country rock ha una valenza prettamente politica essendo stata composta a sostegno del movimento progressista d’America. Si tratta di una delle prime canzoni di protesta della stagione del pacifismo e della contestazione contro la discriminazione razziale. Venne infatti eseguita collettivamente nel 1963 durante la marcia

per il lavoro e la libertà che si tenne a Washington D.C., la stessa in cui il reverendo Martin Luther King pronunciò la storica allocuzione: I Have a Dream. Il gruppo - Seeger, Lee Hays, Ronnie Gilbert e Fred Hellerman – ha sfornato inoltre registrazioni di “Good Nigth Irene”, “Tzena, Tzena” e “On Top of Old Smokey”. A Seeger va il merito anche di aver reso popolare “We Shall Overcome”, inserita nella sua pubblicazione Canto popolare, nel 1948. Ha sempre detto che il suo unico contributo a questo meraviglioso inno del movimento per i diritti civili è stato quello di aver cambiato la seconda parola da “volontà” a “deve” perché si pronunciava meglio. We shall overcome diventa l’inno del movimento guidato da Martin Luther King, ma ben presto diventa l’inno di ogni protesta. Dovunque ci sono persone che lottano per i propri diritti, si canta We Shall Overcome. È stato l’inno della rivoluzione di velluto a Praga, l’inno degli studenti spagnoli contro la dittatura franchista. In ogni marcia, in ogni manifestazione si canta We Shall Overcome, alle manifestazioni contro la guerra in Vietnam, al concerto di Woodstck nel ’69, per i dissidenti iraniani contro il regime di Ahmadinejad. Fino alla Casa Bianca, nel 2009, con la Baez che canta We Shall Overcome davanti al Presidente Barack Obama e al vicepresidente Joe Biden. Bruce Springsteen ha inciso questa canzone in un album dedicato a Pete Seeger e l’ha cantata a Oslo, per ricordare la strage di Utoya. Roger Waters, ex Pink Floyd, ha inciso due mesi fa una versione dedicata al sogno dei palestinesi. Una canzone immortale che ha rivoluzionato il mondo. Un filo rosso lega questa canzone e tutte le proteste del mondo, tutti i sogni di cambiamento, da quella marcia su Washington in poi, dal sogno di Martin Luther King fino ad oggi. Una canzone sacra, di

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determinazione e di speranza che è diventato l’inno del movimento non violento dei diritti civili negli Stati Uniti, e che è cantata da popoli oppressi di tutto il mondo. “We Shall Overcome”, che rappresenta un grido di battaglia per la libertà, la dignità e l’uguaglianza, si era perso negli adattamenti secolari. Cantanti folk bianchi negli anni sessanta hanno rimosso i riferimenti spirituali e adattati i versi come canzone laica. Le origini di questo gospel fino a quattro anni fa erano sconosciute ma oggi, dopo ricerche del produttore musicale Isaias Gamboa, il compositore originale di “We Shall Overcome’’ è stato identificato nella cantante e compositrice Louise Shropshire. La storia di Gamboa è stata raccontata nel libro recentemente pubblicato, “We Shall Overcome. Il suo libro fornisce una storia della canzone, la vita della signora Shropshire, lo sfruttamento dei neri in America, la lotta Nera per ottenere l’uguaglianza, la paternità e la proprietà del brano della signora Shropshire. La carriera musicale di Pete Seeger è sempre stata intrecciata strettamente con il suo attivismo politico, dove ha sostenuto cause che vanno dai diritti civili alla pulizia del suo amato fiume Hudson. Seeger ha sempre detto di aver lasciato il Partito Comunista intorno al 1950 ma la Huac e la FBI lo hanno per-

Pete Seeger in marcia a 93 anni

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seguitato per anni. Con sua moglie Toshi è rimasto sempre insieme, dal 20 luglio 1943 fino a luglio del 2013 nella casa di legno a Beacon (NY). Toshi se n’è andata proprio il giorno del suo novantunesimo compleanno lasciando un grande vuoto nella vita di Pete, i figli e i nipoti. Seeger è stato tenuto fuori dalla televisione commerciale per più di un decennio dopo il problema con il comitato di attività antiamericane nel 1955. Ripetutamente pressato dal comitato di rivelare se avesse cantato per i comunisti, Seeger ha risposto sempre bruscamente e con coerenza: è stato accusato di oltraggio al Congresso, ma la sentenza è stata ribaltata in appello. Seeger ha rifiutato di rispondere alle domande circa le sue convinzioni e le associazioni fino al 1940, (era stato un membro del Partito Comunista), non sulla base del quinto emendamento, che protegge gli uomini e le donne di auto-incriminazione, ma sulla base del Primo Emendamento che tutela la libertà di parola. Le sue conseguenze giuridiche, si sono estese a tutto il mondo dei musicisti, è importante ricordare che HUAC non era probabilmente la più difficile delle sue tribolazioni durante l’era McCarthy. Molto più tossica per la maggior parte della sinistra è stata la blacklist stessa. Dai primi anni 1950 alla metà del 1960, a Seeger è stato impedito di svolgere un gran numero di tappe e concerti in gran parte degli USA. Prima con The Weavers, e poi in proprio. La lista nera non funzionava indipendentemente dallo stato. Era la cinghia di trasmissione dello stato e un meccanismo di attuazione del governo. Uomini e

donne che non hanno collaborato con il governo erano soggetti alla lista nera, quindi era un mezzo utile per assicurare la cooperazione e fornire informazioni. Gli esecutori segreti della lista nera erano spesso uomini ex-FBI o di staff ex-HUAC, e l’FBI e HUAC che fornivano informazioni critiche ai dirigenti del settore e dei loro subalterni. Per la maggior parte degli uomini e delle donne durante gli anni di McCarthy, il punto di contatto immediato con la repressione politica e la coercizione era il loro datore di lavoro, il loro insegnante, il terapeuta, il loro avvocato, il loro supervisore, il loro collega. Pete Seeger nel momento più alto della sua carriera nel 1950 va nei campus universitari, nelle strade e diffonde la musica di Guthrie, Huddie “Lead Belly”, è stato per lui il lavoro più importante andare da college a collage, uno dopo l’altro e soprattutto quelli più piccoli e ha fatto ascoltare ai bambini tutte le


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canzoni che le radio non potevano trasmettere. Nel 1967 va alla CBS, nel programma Smothers Brothers spettacolo di varietà, canta la canzone di protesta contro la guerra del Vietnam “Waist Deep in the Big Muddy” ma gliela tagliano. Seeger non demorde e denuncia la rete di censura. Non era più un membro del partito, ma le sue idee sono rimaste le stesse ed a ogni concerto faceva cantare il pubblico, ormai era diventata una regola. Al Kennedy Center nel 1994 il presidente Bill Clinton lo ha salutato come “un artista scomodo che ha osato cantare cose come le vedeva”. Seeger è stato inserito nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1996. Nel 1997 ha vinto un Grammy per il miglior album folk tradizionale, “Pete”. Nove anni più tardi, Bruce Springsteen lo ha celebrato con “We Shall Overcome: The Seeger Sessions”, una reinterpretazione rollicking di canzoni cantate da Seeger. Ha partecipato al concerto nel 2009 al Madison Square Garden per celebrare il suo 90° compleanno, onorato da Springsteen, Dave Matthews, Eddie Vedder e Emmylou Harris. Pochi mesi fa, il 21 settembre 2013, Pete Seeger ha cantato sul palco durante il Farm Aid 2013, con Willie Nelson e Neil Young Seeger ha ottenuto la nomination del Grammy Awards 2014 nella categoria Best Spoken Word, ma ha vinto Stephen Colbert.

Fiori per Pete Seeger

Seeger è nato a New York il 3 maggio 1919, in una famiglia di artisti le cui radici sono fatte risalire ai dissidenti religiosi dell’America coloniale. Sua madre, Costanza, suonava e insegnava violino; suo padre, Carlo, musicologo, era consulente per l’amministrazione di reinserimento, e ha dato lavoro agli artisti durante la Depressione. Suo zio Alan Seeger, era il poeta che scrisse “Ho un appuntamento con la morte.” Pete Seeger ha sempre detto che si innamorò della musica popolare quando aveva 16 anni, a un festival di musica in North Carolina nel 1935. Il suo fratellastro, Mike Seeger, e la sorellastra, Peggy Seeger, divennero anche essi artisti noti. Ha imparato il banjo a cinque corde, strumento che lo ha salvato dall’oscurità e ha suonato il resto della sua vita a modo suo. Sulla pelle del banjo di Seeger c’era scritta la frase: “Questa macchina circonda l’odio e lo costringe ad arrendersi” - un cenno al suo vecchio amico Guthrie, che aveva scritto sulla sua chitarra: “Questa macchina uccide i fascisti”. Ci sono centinaia di eventi memorabili da ricordare della vita artistica di Seeger, in particolare il suo primo concerto elettrico al Festival Folk di Newport nel 1965. La leggenda racconta che ha cercato di tagliare il cavo audio di Bob Dylan ma Seeger ha sempre spiegato che il mix chitarra era così forte che non si potevano sentire le parole di Dylan e che la sua voce la sentiva più bassa e completamente diversa. Durante il concerto ha invocato il pubblico presente a cantare con lui per compensare la sua voce che era al minimo. “Non posso cantare molto”, ha detto. “Ho cercato di cantare alto e basso. Ora ho un ringhio da qualche parte nel mezzo”. Storica la sua frase nell’ottobre del 2011: “Non pensate che si possa cambiare

il mondo. L’unica cosa che potete fare è studiarlo”. Un attivista instancabile per la sua visione di un’utopia segnata da pace e stare insieme, gli strumenti di Pete Seeger erano le sue canzoni, la sua voce, il suo entusiasmo e i suoi strumenti musicali. Un sostenitore importante per lo stile folk con il banjo a cinque corde e una delle più importanti icone della musica popolare della sua generazione. La penna è più potente della spada !!! ❖ Where have all the flowers gone? Long time passing Where have all the flowers gone? Long time ago Where have all the flowers gone? Girls have picked them every one When will they ever learn? When will they ever learn? Where have all the young girls gone? Long time passing Where have all the young girls gone? Long time ago Where have all the young girls gone? Taken husbands every one When will they ever learn? When will they ever learn? Where have all the young men gone? Long time passing Where have all the young men gone? Long time ago Where have all the young men gone? Gone for soldiers every one When will they ever learn? When will they ever learn? Where have all the soldiers gone? Long time passing Where have all the soldiers gone? Long time ago Where have all the soldiers gone? Gone to graveyards every one When will they ever learn? When will they ever learn? Where have all the graveyards gone? Long time passing Where have all the graveyards gone? Long time ago Where have all the graveyards gone? Covered with flowers every one When will we ever learn? When will we ever learn? words and music by Pete Seeger

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Recensioni SIMONE AVINCOLA, “COSÌ CANTERÒ TRA VENT’ANNI” di Gloria Berloso

Simone e band

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hi si occupa di folk e musica d’autore,in genere si trova a parlare di personaggi e di artisti poco conosciuti dal grande pubblico. Personalmente io sto dalla parte della barricata per scoprire qualcosa di nuovo nel mondo della musica e dell’arte, per dialogare con i suoi amici, per far risorgere insieme, anche dalle ceneri della superficialità dilagante e del commerciale, la vera eterna arte, affinché si possa tornare a parlare della musica italiana come del canto più sublime dell’anima popolare. Una di queste anime è Simone Avincola, rimasto sempre molto in ombra, non certo perché le sue canzoni sono scadenti, ma almeno qui da noi , per colpe del disinteresse che hanno mostrato verso di lui quelle poche persone che fanno i destini della Italia musicale. Simone lo conosco da alcuni anni, ho seguito passo dopo passo il suo percorso. E’ uno dei tanti giovani che attraverso le canzoni lancia il suo messaggio affinché in Italia la politica divenga più pulita e trasparente e la speranza che questo so-

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gno si realizzi quanto prima. I temi delle sue canzoni ricordano molto quelle storie raccontate da Francesco Guccini, cantautore ribelle degli anni settanta, che lottava per tutti noi, ma ricordano anche gli avvenimenti e le tematiche dei nostri tempi. Ma come si è avvicinato a questa espressione di musica popolare? Simone Avincola, come tanti ragazzi della sua generazione ha avuto la fortuna di studiare chitarra alla Scuola Popolare di musica del Testaccio a Roma e di aver avuto ottimi insegnamenti dalla grande e straordinaria Giovanna Marini. Attraverso questo percorso, dopo aver ascoltato le canzoni popolari e vivendo in un periodo storico e politico molto difficile per il suo paese trova la sua strada cantando storie di vita di persone collocate in luoghi diversi che alla fine s’incontrano in una unica via. Il Giullare controcorrente canta le sue storie ma invoca la speranza che cambi la scena e che tutto ritorni a favore degli oppressi. Dopo il primo Album auto-prodotto, Il giullare e altre storie (2009) dove racconta storie nuove di conflitti tra potente ed oppresso puntando il dito al ruolo dell’informazione, della legge perché al servizio dei padroni e il film documentario “Stefano Rosso, L’ultimo romano”, dedicato al cantautore romano scomparso nel 2008 e per il quale si è aperta oggi una nuova via per la riscoperta, arriva quest’opera: Così canterò tra vent’anni.


Recensioni

I suoi protagonisti sono: Simone Avincola – voce, chitarra, banjo mandolino, armonica Edoardo Petretti – pianoforte, tastiere, fisarmonica Matteo Alparone – basso elettrico Luca D’Epiro – batteria, percussioni Collaborazioni

Paolo Giovenchi – chitarra elettrica in Abbiamo noi il potere, Invisibili Stefano Ciuffi – chitarra elettrica in Plastica, chitarra acustica in Marinaro Tiziano Matera – sax in Non ho mai visto, Lettera da Sant’Anna di Stazzema Adriano Dragotta – violino in Canzone stupida, Lettera da Sant’Anna di Stazzema Emiliano Martino – lap steel guitar in Canzone stupida Fabrizia Pandimiglio – violoncello in Marinaro Trio d’archi (Zita Mucsi – Nico Ciricugno – Giuseppe Tortora) violino, viola, violoncello in Preludio a Sant’Anna. In questo nuovo lavoro c’è molta sperimentazione musicale e racchiude ben 14 brani. All’interno c’è tutto il riassunto di quello che siamo e del mondo che vediamo, viviamo e che Simone ha voluto raccontare con un amore spropositato ma a volte anche con parole dure, impregnate di indignazione verso tutta la situazione politica italiana che ci ritroviamo a subire giorno dopo giorno. 1. Invisibili / 2. Marinaro / 3. Canzone Stupida / 4. Er Bandito / 5. Non Ho Mai Visto / 6. Plastica / 7. Preludio a Sant’Anna / 8. Lettera da Sant’Anna di Stazzema / 9. Abbiamo Noi il Potere / 10. La Voglia / 11. Anna / 12. Gira il Mondo / 13. Per le Sette Meno un Quarto (live) / 14. Così Canterò tra Vent’Anni Le canzoni del nuovo disco, sono arricchite musicalmente da molti ospiti amici. Tra gli altri, vorrei sottolineare:

- Freak Antoni (Skiantos), scomparso lo scorso febbraio e che fa la parte del figlio in “Così canterò tra vent’anni”, brano che chiude il disco e in cui racconto un ipotetico futuro che mi descrive in modo molto ironico come un cantautore che non è riuscito a diventare qualcuno e che nonostante tutto continua imperterrito a suonare nella sua camera mentre il figlio(Freak) lo elogia (mentendo spudoratamente). Occuparmi di Simone mi fa molto piacere perché è una di quelle figure del mondo della canzone popolare che mi piace, e spero che con questo articolo di spingere qualche buon appassionato di musica alla ricerca dei suoi dischi. La sua evoluzione artistica, la maturità vocale, la buona e semplice personalità di un giovane cantautore sono elementi preziosi per avvicinare chiunque alla sua musica. Il benessere ed il consumismo, creato ad hoc e per interessi di pochi, rendono sempre più difficile distinguere la vera arte dalla moda, i poeti dagli intellettuali, i musicisti dai musicanti. La politica non culturale ha provocato un bel lavaggio del cervello ma il popolo non può restare indifferente ed il sistema deve essere messo in discussione. La cultura che avanza a grandi passi verso l’evoluzione, anche se mancano i mezzi, non può trascurare la sua voce più maestosa: l’arte. Moltissimi giovani si documentano, seguono ed incominciano ad amare i movimenti musicali anche quelli geograficamente lontani, riscoprono la poetica dei cantautori degli anni sessanta e settanta, cercano di scoprire un percorso per realizzare i propri sogni. Si, perché i sogni sono ancora liberi, dove la pressione economica non può ancora arrivare per catturarli. ❖

MARINARO (Simone Avincola) …E chi lo sa se parleranno un po’ di te…sui libri o nei caffè… a scuola o sulla via…un pazzo fa allegria…nelle chiacchiere da bar…Chi lo sa... Quel che so è che ridevo pure io…se bestemmiavi Dio…al San Filippo Neri…sporcando i carabinieri…con il lancio del supplì.. questo si. Ma il tuo quartiere t’ha voluto bene…pure quando ti evitava a testa in su…pure quando t’hanno urlato: “sporcaccione!”..o su per giù... Ma guarda un po’ che fine fanno i marinai…tra i sedili di un tranvai…tra le file di stazioni…tra le righe di canzoni…per le strade o nei metrò..Ma guarda un po’... E non ci riesco a regalarti più di questo …Ora spicciati, fai presto… sulla nave c’è il tuo posto…E’ tornato il mare aperto…sono tornati il sole e il vento..sei contento? E il tuo quartiere oggi è gonfio di persone…ma io resto nel mio letto ancora un po’… e poi fa freddo, lascio chiuse le persiane…ti ricorderò... ...tra le macchine mentre chiudi gli specchietti…credo fosse per paura di vederti… Ma ieri notte nei parcheggi…mi è sembrato di sentirti dirmi: “su.. ora.. continua tu...”

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Loreena McKennitt Ballkan Management That’s All Folk Festival Sierra Leone Refugee All Stars Festival Deizioù in Bretagna Shyam Nepali Pete...

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