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mensile Anno 1 n° 2 febbraio 2012 € 0,00

Värttinä Värttinä - Finlandia Celtic Connections - Scozia Syd Barrett - Inghilterra Strepitz e Paolo Tofani - Italia

Danze Liuteria La ballata e Bob Dylan Country-rock italiano


n. 2 - Febbraio 2012

EVENTI

Sommario

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

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Värttinä: nuovo CD “Utu” la leggenda continua

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Io, Syd

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La XIX Celtic Connections a Glasgow

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Värttinä: biografia

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Sergio Verna: la ghironda senza segreti

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Il country-rock: le origini in USA, le ramificazioni in Italia

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di Loris Böhm

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uando abbiamo deciso di pubblicare questa rivista di musica folk ci siamo posti degli obiettivi, dei tempi, una pianificazione che doveva tenere presente un progressivo incremento di lettori... non potevamo certamente prevedere che il primo numero pubblicato su Calaméo risultasse la rivista in assoluto più letta in Italia in questo mese sul servizio di Calaméo: attualmente risultiamo al quinto posto nel mondo tra tutte le riviste di musica più lette su Calaméo! In cifre abbiamo superato largamente 15.000 lettori, nonostante la concorrenza internazionale, e nonostante che noi ci occupiamo di musica poco commerciale come il folk. I 15.000 sono segno che la proposta piace, anche se per il momento i lettori non sono abbonati... Abbiamo capito una cosa: su internet gli eccessi sono all’ordine del giorno, gli exploit esistono anche in negativo, per questo notiamo che tante riviste molto curate e professionali su Calaméo ottengono solo poche manciate di lettori per il semplice fatto che trattano di argomenti molto sfruttati e persino banali.

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Tornando a noi, la dimostrazione che abbiamo dato è che la crisi che investe l’economia nazionale non riguarda minimamente il mondo della musica tradizionale e folk. Gli appassionati in Italia sono tanti, i musicisti che interpretano e rinnovano le tradizioni ci sono e sono ispirati, allora cos’è che non funziona? Non funziona il fatto che nessuno ne parla tra i media, non funziona il fatto che molti discografici prima pubblicavano tanti titoli folk e adesso sono rivolti ad altri generi musicali relativamente più seguiti, non funziona il fatto che gli spettacoli dal vivo sono sempre più rari e solo gli artisti più noti hanno qualche possibilità di esibirsi in locali decenti... tutti gli altri meno conosciuti sono costretti a fare i girovaghi per pochi euro. Non funziona che le agenzie sono sempre meno coraggiose e sempre più attaccate a pochi nomi redditizi. Il risultato di questo stato di cose è un immobilismo inaccettabile; noi faremo tutto il possibile per sensibilizzare gli operatori del settore a riprendere ad investire su questo settore, come stiamo facendo noi di Lineatrad.

Editoriale Una musica di qualità merita una promozione di qualità, e noi speriamo di avere la “qualità” che la circostanza ci chiede. I prossimi mesi effettueremo la registrazione in Tribunale, al ROC, alla Camera di Commercio, per poter realizzare un’impresa editoriale in grado di avere una sua contabilità e una sua fatturazione. Naturalmente il tutto sarà gestito da un Editore di provata capacità. Gestire una rivista professionale dall’uscita regolare, comporta comunque spese e investimenti che richiedono una copertura economica derivante da entrate pubblicitarie e abbonamenti, pur mantenute a tariffe estremamente popolari, e tra qualche mese la gratuità dovrà finire, per far sì che la rivista sopravviva. Siamo certi che il piccolo contributo economico che dovrete sopportare sarà ampiamente ricompensato dalla tempestività e quantità di informazioni che troverete su queste pagine. Veniamo al numero di febbraio. Anche questo mese abbiamo un servizio sulla liuteria, la ghironda, lo strumento tradizionale più popolare ed affascinante,


EVENTI —25

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La parola “ballata” fra Boccaccio e Bob Dylan

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Radio Faber su Facebook

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Le recensioni del mese

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La danza “Chapelloise”

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Le quattro chitarre per ricordare Faber

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Sounds of... Strepitz & Paolo Tofani

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Eventi

Cronaca

Interviste

Recensioni

Argomenti

Editoriale uno dei più utilizzati dai nuovi gruppi folk per l’adattabilità alle sonorità moderne, visto in tutti i suoi aspetti. Abbiamo uno stupefacente racconto di uno dei musicisti folk psichedelici più straordinari e famosi della storia, Syd Barrett, cofondatore dei mitici Pink Floyd, dai quali però presto si è staccato a causa della sua vita sregolata. Questo gruppo ha segnato le passioni musicali della gioventù degli anni Settanta, e molto ancora ha da insegnare alle future generazioni (anche in tema di vita vissuta!!). Abbiamo una ricerca in cui si scopre un intrigante confronto tra l’arte di Boccaccio e di Bob Dylan per spiegare l’origine della “ballata popolare”, davvero inusuale. Poi giusto il tempo di scoprire i valori del country-rock italiano che ci tuffiamo su un’altra puntata sul file sharing, argomento sempre più scottante e di attualità. Non ultimo d’importanza l’intervento di Radio Faber sulla storia di Fabrizio De André, il mai troppo rimpianto cantautore genovese, e una divagazione sulla scena di Facebook. Iniziano le schede sulla danza di Alberto Stoppa con una interessante precisa-

zione sulla Chapelloise, e il reportage di Marcello De Dominicis a Glasgow per commentare l’edizione di Celtic Connection appena conclusa: un festival che conferma la sua importanza assoluta nel continente europeo per la promozione di nuovi talenti artistici e affermati musicisti della scena folk mondiale. Chiude la rivista come al solito la carrellata di concerti e le recensioni di produzioni e novità discografiche. Soltanto una mia riflessione sull’argomento del primo numero riguardante il File sharing: l’effetto domino della chiusura di Megaupload non si è fatto attendere; stanno chiudendo molti blog a carattere musicale dove si effettuava lo scaricamento di mp3. Per la legalità è un fatto positivo e un successo, ma lo sarà anche per la diffusione della cultura? I prezzi dei compact sono calati ma quanto durerà? Il governo attiverà altre tasse sulla cultura musicale? Diamo appuntamento ai lettori al 25 marzo, con altre novità e la continuazione di una linea, quella della tradizione, che ha un nome ben preciso... Lineatrad! ❖

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N. 2 - FEBBRAIO 2012 via Marco Sala 3/6 - 16167 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm Tel. 348 2682550 direttore@lineatrad.com Vice Direttore: Agostino Roncallo agoronca@tin.it Hanno collaborato in questo numero: Massimo Losito, Marcello De Dominicis, Gloria Berloso, Giordano Dall’Armellina, Antonio Rocchi, Alberto Stoppa, Giovanni Floreani Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

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Cronaca VÄRTTINÄ, NUOVO CD “UTU”: LA LEGGENDA CONTINUA di Loris Böhm

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ra una calda estate del 1989, in Italia nessuno degli appassionati di folk ne sapeva niente di folk della Karelia... in Svezia imperversavano i Filarfolket che avevano appena vinto un Grammy award come miglior gruppo folk ed erano ambasciatori di folk scandinavo nel continente e quindi in Italia. La curiosità di conoscere la tradizione musicale di quelle lande confinanti con la terra dei Filarfolket, abbinata dal fatto che il nostro Sergio Berardo insieme al suo nuovo supergruppo della Ciapa Rusa si esibivano nel folkfestival di Kaustinen, mi hanno spinto lassù. Disastro! Ho calcolato male i tempi per raggiungere quello sperduto paesino in mezzo ai laghi finlandesi... e come è successo nel film “Basilicata coast to coast” eccomi sotto il palco con un giorno di ritardo. Non faccio nemmeno in tempo di demoralizzarmi per aver perso l’esibizione della Ciapa Rusa che vengo investito dalle voci di un manipolo di ragazzini abbigliati in costumi tradizionali... le ragazze con una tenera fascia sulla fronte, che intonavano canti a squarciagola con una grinta giovanile abbinata a una freschezza e gioia di vivere straordinaria. Mi sentivo vibrare, mi sentivo esaltare, forse avevo gli occhi sbarrati da quel coro sublime: non riuscivo a distogliere la mente da quelle melodie ripetitive, languide eppur ossessive. Ho letto il programma: erano i Värttinä. Una corsa nel negozio del festival a comprare il loro vinile, era il primo e portava il loro nome. Lo rimiravo come fosse un reperto archeologico, e adesso che ascolto il loro tredicesimo album posso ben affermare che lo è veramente. Che sensazione vederle adesso, star dello show business in chiave folk, artiste veterane e provocanti nel loro look selvaggio, sublimi interpreti dell’ennesimo capolavoro della loro stupefacente carriera. Ancora le vedo ragazzine “toste” in abitini etnici ricamati davanti ad un festante pubblico nordico, e sono passati tanti anni, tanti musicisti si sono avvicendati nella formazione ma loro, Susan Aho, Johanna Virtanen, Hannu Rantanen, Matti Kallio, si fanno guidare ancora dalla fondatrice Mari Kaasinen; neanche la separazione con sua sorella Sari ha attenuato la sua leadership. Davvero un grande disco questo “Utu”, dopo quasi cinque anni di silenzio discografico, le ritroviamo più

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fresche e conturbanti che mai. La verve non si è esaurita, riescono ancora a stupire per l’originalità dei brani proposti... frenetici, ipnotici, un piacevole tsunami vocale ti travolgerà e non riuscirai a staccarti da quelle maledette cuffie. Diaboliche Värttinä, non ci pensate nemmeno a togliere l’incantesimo che mi lega al lettore CD. Forse un giorno mi spiegherete come fate ad essere così dolci e imperturbabili, così innovative eppur così attaccate alle tradizioni della Karelia. In definitiva è il loro miglior disco prodotto, un’opera destinata a entrare nella leggenda. Ma tu lettore cosa fai? Stai ancora leggendo questi miei discorsi? Devi andare a comprare un disco, sai bene di quale sto parlando! ❖

Värttinä nel 1990: solo Mari Kaasinen è rimasta nel gruppo, che ha rinnovato il line-up nel corso degli anni... Da sinistra: Kirsi Kähkönen, Mari Kaasinen, Sirpa Reiman, Minna Haikola e Sari Kaasinen


Cronaca BIOGRAFIA VÄRTTINÄ courtesy: www.international-music.it

L

a formazione finlandese Värttinä si è distinta per aver inventato uno stile vocale/strumentale unico, basato sulle antiche radici musicali, che combina elementi vocali della tradizione ugrofinnica con composizioni originali ed un’esibizione dinamica. Grazie alla fusione di antica poesia runicofinnica, particolari armonie vocali, una strumentazione acustica tradizionale e moderna, ritmi complessi e arrangiamenti fantasiosi, le tre vocalist, supportate dai sei musicisti acustici alle loro spalle, si stanno facendo strada nella musica contemporanea. (www.varttina.com) Nelle incisioni e nei concerti, il punto di forza è rappresentato dalle voci delle cantanti e dalle armonie inconfondibili. Il loro stile è assolutamente personale, nato dall’energia creativa collettiva dei Värttinä, ma con profonde radici nelle tradizioni canore femminili delle tribù ugro-finniche dell’Est, tra cui Karelia, Setu, Mari Republic, Ingria,

Mordva e altre ancora. Una peculiarità di questi stili sono le armonie estremamente vicine le une alle altre, tali da apparire bizzarre ad un orecchio occidentale. Il primo album prodotto, intitolato Värttinä, registrato a Rääkkylä, Karelia, nell’aprile 1987 e pubblicato dall’etichetta indipendente della formazione, presentava canzoni tradizionali kareliane. Grazie agli arrangiamenti e alle performance, esuberanti e provocanti, nonché alle loro esibizioni di grande successo presso il Kaustinen Folk Music Festival lo stesso anno dove furono nominati “gruppo dell’anno” - l’album è divenuto una pietra miliare nella scena musicale del folk nazionale, mentre la fama della band si faceva largo presso il grande pubblico. Il secondo album, Musta Lindu (“Uccello nero”) inciso a Nurmijärvi all’inizio del 1989, proponeva ancora una volta canzoni tradizionali della Karelia. Questi brani, ancora

più audaci di quelli del primo album, si mostravano leggermente più enigmatici e con arrangiamenti ancor meno ortodossi. Non godendo probabilmente dell’ottima accoglienza riservata al primo album, “Musta Lindu” ha rivelato il lato più intransigente del gruppo, come artisti in evoluzione che non intendevano replicare il passato, ma al contrario, rielaborare la musica folk. Alla fine del 1989, molti dei componenti più giovani del gruppo, ormai maturi adolescenti, abbandonano la formazione. La nuova band trascorre il 1990 a ricercare un nuovo suono e stile. La preferenza si dirige verso un approccio più diretto al pop/rock, pur mantenendo l’impostazione acustica, alla ricerca di un più compatto suono vocale, arrangiamenti più sofisticati, unitamente all’introduzione di composizioni originali dei componenti della band. Il sound vocale del gruppo si diversifica ulteriormente sul territorio ugro-finnico, recuperando motivi, poemi, canzoni e idee dalle tradizioni canore delle donne di Setuland, Mariland, Ingria e altre aree. Per approfondire le proprie conoscenze ed esperienze, la band s’impegna in una serie di concerti nella Repubblica di Mari, in Russia, dove viene a contatto con le cantanti tradizionali, apprendendo ancor di più sulla storia del loro canto e sulla sua sonorità, armonie e storie uniche. Importando queste informazioni nel loro repertorio in espansione, gli artisti hanno segnato una svolta nell’ambito vocale, scrivendo e arrangiando testi eversivi, che affrontano in modo

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diretto e crudo i temi dell’amore, del corteggiamento amoroso e del matrimonio dal punto di vista di una giovane donna. Questo stile canoro femminile, polemico eppure spiritoso, e il contenuto “impertinente” dei testi è stato forse il fattore decisivo per l’immediato successo presso il grande pubblico della band, che, a loro insaputa, era proprio dietro l’angolo. ll risultato è un album di straordinario impatto, Oi Dai del 1991, divenuto immediatamente disco d’oro (ad oggi di platino), nonché fenomeno più significativo della folk music finlandese degli ultimi vent’anni, che procura ai Värttinä il riconoscimento dell’intero paese. La fama si diffonde poi ad Ovest, verso l’Irlanda, dove gruppo tiene i suoi primo concerti, per un totale di sei esibizioni. L’album successivo è Seleniko (1992), prodotto da Hijaz Mustapha della band 3 Mustaphas 3, che subito si impone nelle classifiche della radio European World Music al N°1 per tre mesi consecutivi. Il successo di Seleniko, contenente un maggior numero di composizioni originali del gruppo, catalizza l’attenzione globale, raggiungendo il Nord America e i paesi del Benelux. Il gruppo si esibisce in diverse occasioni in Europa, con spettacoli in Inghilterra presso il Barbican Center e al WOMAD Festival. Momento saliente è stata l’acclamata esibizione presso il Dranouter Festival in Belgio, seguita da immediate ondate di successo in tutta Europa. Alla fine del 1993, I Värttinä affrontano il primo tour negli Stati Uniti per la promozione dell’album Seleniko pubblicato per l’etichetta Green Linnet, registrando il tutto esaurito a ben otto date e collezionando critiche entusiastiche. Se-

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Cronaca

gue poi il primo video dei Värttinä, del brano “Pihi Neito” all’interno di Seleniko, nonché il singolo finlandese “Kylä Vuotti Uutta Kuuta”, (“Il villaggio attende la luna”), vera e propria “hit” per i fan e tuttora considerato il brano dal maggior impatto live. Nel 1995, esce il quinto album, Aitara viene distribuito in Giappone, Benelux e Nord America, dove occupa la posizione N°1 per cinque settimane nelle classifiche internazionali della radio CMJ College. Aitara è inoltre nominato “Migliore album di World Music contemporanea” alla riunione dei NAIRD (National Association of Independent Record Distributors) tenutasi negli USA. I Värttinä fanno poi ritorno negli Stati Uniti con il nuovo batterista Marko Timonen, al posto di Anssi Nykänan, per il loro secondo tour, sbancando ancora una volta i botteghini. Da non dimenticare le altre ricorrenze europee parallele, tra cui il Festival viennese “Out of the Cool”, evento dedicato alla musica nordica, e l’esibizione presso il WOMAD di Helsinki. Nel frattempo, i Värttinä realizzano il loro secondo video “Yötulet” (Fuochi della notte).

Alla fine del 1996, il sesto album della formazione, Kokko, prodotto da Janne Haavisto, appare per l’etichetta Nonesuch Records. Tra le testimonianze dell’accoglienza della critica si ricordano: il secondo posto nelle classifiche della European World Music Radio, i titoli di “CD del mese”, assegnato dalla rivista Lift Music (Germania), e di “Album del mese” da Stereo Review (USA), nonché seconde posizioni nelle classifiche radiofoniche della statunitense CMJ World Music. Durante tutto il 1997 i Värttinä s’impegnano in innumerevoli esibizioni: tour americani, europei ed in Australia, presso Club Quattro a Tokyo, Water Festival di Stoccolma, WOMAD Canarias Festival e Barbican Center di Londra. Il settimo album, Vihma, esce nel 1998 per Wicklow Records, la nuova etichetta di comproprietà di Paddy Moloney dei Chieftains e BMG. Vihma raggiunge la posizione N°1 nelle classifiche della European World Music Radio in novembre, nonché presso la CMJ New World statunitense. Vihma è inoltre nominato “Migliore album del 1998” per


la categoria Rock/Pop dalla rivista Adlib (Giappone) e “Migliore album World Music del 1998” dal giapponese Music Magazine. I concerti promozionali per Vihma tenuti nel 1998 hanno visto, tra le altre, esibizioni presso il Celtic Connections festival Glasgow, l’Europa Sziget festival di Budapest e il concerto in occasione del 15° anniversario della band presso il Kihaus Festival in Rääkkylä (Finlandia). Ulteriori date si sono avute in Spagna, poi ancora in Giappone per un tour di una settimana. I Värttinä sono poi apparsi a Sanremo (Italia) per il festival Tenco, trasmesso dalla televisione in tutto il paese, concludendo l’anno con altri concerti europei. All’inizio del 2000, la Wicklow Records pubblica l’edizione europea e giapponese dell’ottavo album dei Värttinä, Ilmatar (“Dea dell’aria”), che esplora ancor più a fondo la tradizione runica della Karelia. “Ilmatar” è stato finora il più estremo e ardito album della formazione: un violento balzo in avanti, che ha dà luogo a vocalismi più complessi e dinamici, composizioni più azzardate, uso estensivo ed efficace delle percussioni e ad un’ampia produzione che ha che conferito un nuovo respiro alla musica, ancora mai raggiunto con gli album precedenti. Punto saliente è la presenza del celebre cantante finlandese Ismo Alanko nel brano ”Äijö”. Nel 2001 la Wicklow Records si estingue e i Värttinä ne trasferiscono i diritti a “Ilmatar”, per il quale saranno concesse licenze ad altri partner internazionali sotto la supervisione degli stessi membri della band. L’edizione americana di Ilmatar raggiunge la prima posizione in vetta alle classifiche CMJ World Music. Nel frattempo, i Värttinä pubblicano il loro primo album dal vivo, 6.12, registrato il 6 dicembre del 2000 presso il Savoy Theatre di Helsinki. L’album, contenente il video clip di “Äijö” come bonus track

Cronaca

e prodotto dal bassista della band Pekka Lehti, è distribuito da BMG Finland e concesso in licenza ad altri partner. Värttinä riprendono le tournée nel 2002 con date europee e le loro prime apparizioni in Lettonia e Slovenia. Trees Music and Arts (Taiwan) pubblica inoltre la doppia raccolta, Double Life, contenente l’intero album 6.12 unitamente a brani scelti dai precedenti Seleniko, Aitara e Ilmatar. La dimostrazione tangibile di questa energia è costituita dall’album- iki – apparso nel 2003, in occasione del 20° anniversario della formazione. Prodotto da Janne Haavisto, iki segna un nuovo apice della band in termini di forza di composizione, versatilità e livelli dinamici. Le doti compositive di tutti i membri del complesso emergono prepotentemente, con una nuova e più solida chimica di gruppo, producendo un’ampia varietà, mai ottenuta prima, di canzoni e arrangiamenti. Molti fan e critici hanno intravisto in iki l’album attualmente più valido dei Värttinä. iki è stato distribuito in Europa, Nord America e Giappone. L’album ha occupato la posizione N°9 della classifica “Top of the World” e N°1 della “Top 50 World Music Albums You Should Own” della rivista Songlines Magazine (Regno Unito). I Värttinä hanno ottenuto il titolo di uno dei ”The 40 Most Exciting, Soulful Artists of 2003, 40 Artists Who Will Shake the World” (Uno dei 40 artisti più elettrizzanti e intensi del 2003 - artisti che cambieranno il mondo) dalla rivista Utne Magazine (USA), con giudizio unanime del cantante Tom Waits e del regista Julie Taymor. Nel 2003 i Värttinä sono di nuovo presenti negli USA e in Europa, con date in Sardegna e in Turchia, oltre ad un trionfante ritorno a Budapest per la loro terza apparizione (la seconda come headliner), presso il Sziget Festival, di fronte ad un pubblico di 12.000 persone.

Alla fine del 2003, i Värttinä iniziano la propria collaborazione con il compositore indiano A.R. Rahman per la colonna sonora dell’adattamento teatrale de Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. Il progetto vede la direzione di Matthew Warchus e la produzione di Kevin Wallace e Saul Zaentz, con Rob Howell come costumista e Chris Nightingale nel ruolo di supervisore musicale. Il progetto, iniziato ad Helsinki e a Londra in ottobre, occupa i Värttinä fino alla fine dell’anno, unitamente alle numerose esibizioni dal vivo. Il Signore degli Anelli si estende poi a tutto il 2004 fino al 2005, con l’anteprima mondiale confermata a Toronto per l’inizio del 2006 ed una première prevista al London West End nella primavera 2007. Il 2005 ha visto i Värttinä nuovamente impegnati in tour in occasione della prima edizione annuale del Wychwood Festival di Cheltenham (Inghilterra) per il quale la band aveva collaborato con la cantante/violinista britannica Eliza Carthy. Si ricordano inoltre un “tutto esaurito” per il Salisbury Festival ed un’apparizione al Sage Gateshead. Tra le date in primavera/estate: S. Pietroburgo, Praga, Brno, Bratislava, Linz, Lörrach, Utrecht, Den Bosch, Tenerife, Finlandia, Budapest Palace of Arts, St Olav Festival in Norvegia e, infine, il Tatihou Festival in Francia. La formazione si è inoltre esibita insieme a Leningrad Cowboys, Nightwish, Apocalyptica e Vicente Amigo in occasione dell’evento sportivo IAAF tenutosi allo stadio olimpico di Helsinki. Il decimo album inciso in studio dei Värttinä, Miero, è stato distribuito in tutto il mondo dall’etichetta Real World di Peter Gabriel il 30 gennaio 2006, in corrispondenza della loro esibizione presso la manifestazione musicale MIDEM di Cannes, prevista sul palco principale per la “Finnish Opening Night”. ❖

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Argomenti IO, SYD

I Pink Floyd sono nati dalle visioni del genio Syd Barrett. Il suo folk psichedelico influenzò una generazione di artisti ma dopo pochi anni sparì dalle scene, rovinato dalla droga, e di lui si persero le tracce fino alla sua morte nel 2006. Dai suoi racconti emergono quelle inquietudini allucinate dovute all’uso di stupefacenti che hanno creato il mito e distrutto l’uomo di Agostino Roncallo

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uel giorno, lo ricordo bene, era il 5 Giugno 1975. Decisi di tornare negli studi di Abbey Road per ritrovare gli amici di un tempo. Non sapevo in verità se li avrei davvero trovati, pensavo che avrebbero potuto essere in giro per il mondo, per qualche nuovo tour. Dopo il nostro distacco erano diventati famosi e i giornali parlavano di loro pressoché quotidianamente. Ma appena oltrepassai l’ingresso mi accorsi che, sì, i Pink Floyd erano lì, nello studio, intenti alla registrazione di un nuovo disco. Nessuno mi riconobbe. Lo so, ero molto diverso da colui che avevano conosciuto anni prima, adesso ero grasso, e calvo. Il primo a riconoscermi e venirmi incontro fu Andrew, il nostro manager. Come hai fatto a metter su tanti chili?, mi disse. Risposi che in cucina avevo un frigo molto grosso e che avevo mangiato molto maiale. Volevo provocarlo, naturalmente. Poi mi dissero di ascoltare un pezzo che avevano appena registrato, si intitolava “Shine On You Crazy Diamond” e parlava di un uomo minacciato dalle ombre della notte, soffiato via da una brezza d’acciaio. Prima brillava come il sole, era un giovane e gaudente visionario, poi fu annientato dalla notorietà, i suoi occhi divennero buchi neri nel cielo e la sua persona fu oggetto di risate lontane. Capii subito che parlavano di me. Non dissi nulla però e rimasi ad ascoltare, in silenzio. Poi chiesero di poter riascoltare il brano, si aspettavano che io dicessi qualcosa. Ma io, io non lo volevo rivivere quel passato. Né, lo voglio ora. A quel mondo preferisco quest’ombra, questa nebbia in cui adoro confondermi e adagiarmi, all’infinito. Uno strato di foglie gelide si è depositato sulla mia anima e la ricopre. Fu così che li interruppi e dissi: ma cosa ve ne importa? Non lo avete ascoltato già una volta?

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Dopo la seduta in sala di registrazione venni invitato al bar della EMI, si trattava di festeggiare con un brindisi il recente matrimonio di Dave. C’erano ospiti eleganti, personaggi importanti che mai avremmo frequentato al tempo dei nostri esordi. Parlavano di affari, di una prossima tournée del gruppo, di contratti pubblicitari: qualcuno si avvicinò, aveva giacca, cravatta e lineamenti che risvegliarono in me l’immagine del conduttore televisivo di “Top of the pops”, una trasmissione cui molti anni prima avevo dovuto partecipare. Ma fui costretto, quello era il tempo della mia prigionia. Ricordo che mi presentai per tre volte di seguito con lo stesso vestito, ogni volta più consumato e maleodorante. Il volto di quel conduttore, nella sua volgarità, mi aveva disgustato e mi disgustava ora allo stesso modo. Era davvero lui? Ebbi la sensazione che quella festa fosse popolata da fantasmi, da macabre maschere di un grandguignolesco spettacolo. Volevo fuggire. Un dirigente della casa discografica si avvicinò, io mi ritrassi, mi porse un bicchiere di spumante, ignoro cosa mi stesse dicendo, so che a un certo punto mi misi a


Argomenti

ridere sguaiatamente e a fissarlo negli occhi. Iniziai a fissare negli occhi tutta quella gente. Volevo leggere nelle loro pupille, scoprire il loro segreto. E ridevo, ridevo. Svanii nella notte, senza salutare né gli amici, né i fantasmi di cui ormai erano circondati. Non avrei mai più rivisto i Pink Floyd, ne ero certo. E del resto, nulla avrei potuto fare per salvarli. Un tempo erano forse loro a poter salvare me: ricordo come Rick mi tenesse una mano sulla spalla in occasione di una delle prime sessioni fotografiche. Io non ne volevo sapere, detestavo certe formalità ma quel gesto mi fu di sostegno e incoraggiamento. I primi ricordi che ho di Dave e Roger risalgono al 1962, avevo a quel tempo sedici anni e la domenica molti amici venivano a trovarmi nella mia casa di Hill Road. Roger lo sentivamo arrivare accompagnato dal rombo della sua motocicletta Ajs: era come se, già a quel tempo, volesse sovrapporre il suo rumore alle nostre voci. Ma non c’erano fantasmi in circolazione e la vita, la vita ci attirava a sé con irresistibili promesse. Passavamo il tempo a suonare e ascoltare dischi. C’era Clive che aveva un gran senso del ritmo e riusciva a utilizzare come percussioni gli oggetti più svariati, ricordo ad esempio il modo in cui percuoteva una scatola di biscotti con coltello e forchetta. C’era poi un cantante, Geoff Mott, che ci propose di costituire un gruppo: data la sua stazza imponente e il suo carisma, l’improvvisata band si chiamò Geoff and the Mottoes. Non suonammo mai in pubblico. Però, ora che ci

penso, una volta ci esibimmo, era una festa da ballo mi pare e Roger, che ancora non si sentiva musicista, dipinse un manifesto per pubblicizzare l’evento. Dave neppure suonava con noi, frequentava altre compagnie: io e lui eravamo amici ma ci vedevamo per lo più all’istituto d’arte che entrambi frequentavamo a Cambridge. Una volta decidemmo di fare un viaggio insieme nel sud della Francia, volevamo conoscere Brigitte Bardot ed eravamo convinti di riuscirci. Finimmo invece in carcere perché sorpresi a fare i musicisti di strada in luoghi in cui esibirsi non era consentito. Passò qualche anno prima che nascessero i Floyd. Molti si interrogarono sull’origine del nome, alcuni dissero trattarsi di una mia allucinazione. Niente di tutto questo. La spiegazione era più prosaica Avevo in casa i dischi di due bluesman a me particolarmente cari, Pink Anderson e Floyd Council. Se avessimo scelto Anderson Council il pubblico avrebbe pensato di trovarsi in presenza di esponenti della camera consigliare di un qualche comune britannico. Dunque, non avevamo scelta, meglio: Pink Floyd. Non c’erano allucinazioni sul mio cammino, non c’era nulla di tutto questo. La mia vita cambiò quando andai ad abitare con Peter e Susie all’ultimo piano della loro casa di Earlham Street. Con me c’era Lindsay, la mia ragazza di allora. I giorni erano specchi di luce. Si dormiva la mattina, poi si andava al Pollo Bar e si giocava a Go. Avevo lasciato la pittura per scrivere canzoni, la mia mente oscillava tra la fantascienza, i racconti di Tolkien, le ballate folk inglesi, il blues di Chicago e poi Donovan, i Beatles e i Rolling Stones. La musica mi piaceva scriverla e suonarla, non pensavo a incidere dischi . Tutto mi riusciva con disinvoltura, senza grande sforzo, le mie canzoni per i Pink Floyd sono nate proprio in quel periodo. Ma non bastava, non bastava. Me lo dicevano creature vestite di bianco che entravano nei miei pensieri attraverso il sottile spiraglio del dormiveglia. Sei un grande ma non abbastanza, dicevano. Era per cercare una soluzione ai problemi della mia esistenza che andai nel centro di Londra insieme all’amico Storm per incontrare il “maestro”, guru di una filosofia orientale di cui non ricordo il nome. Ma la mia iniziazione venne rifiutata, ero uno studente, mi disse, dovevo prima finire gli studi. Ero deciso a perseguire l’illuminazione con altri mezzi. Il giorno in cui firmammo

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il primo contratto alla Emi, ebbi la sensazione di vedere nei dirigenti le stesse creature vestite di bianco dei miei sogni. Sei un grande ma non abbastanza, ripetevano. Finii per aderire a quello che chiamavano “movimento sperimentale per l’espansione della coscienza” che in realtà altro non era che un modo di essere: non dico che non prendessimo l’LSD per piacere personale, ma comunque immaginavamo di farlo per un progresso, per aprire la nostra mente e superare quel limite della conoscenza che soffocava la nostra esistenza. Il giorno in cui passai dall’hascisc all’acido sentii cambiar qualcosa dentro di me. Ero in cima a una montagna e i rami dell’unico albero a pochi metri da me erano fili che fluttuavano nell’aria come tentacoli colorati. Guardai allora in cielo e vidi un giardino di stelle, il prato aveva un blu intenso e i fiori: erano fiori di luna. Volevo distendermi perché quell’erba, quell’erba blu mi attraeva, e disteso vidi una nuvola, aveva il profilo di della mia ragazza, e io la chiamavo, la chiamavo. Perché non mi rispondi Lindsay? Perché questo silenzio assordante? Poi improvvisamente i pensieri si trasformarono in suoni e in versi sempre più distinti. Tornai a guardare quel profilo ma la nuvola di colpo si voltò, e quel volto aveva una bocca gigantesca, e voleva divorarmi. Allora chiusi gli occhi. Quando li riaprii, scrissi i versi della canzone “Lets’split”: Everything is down And hound, hound, hound Tutto sta andando giù E mi insegue, mi insegue, mi insegue.

Il giorno in cui andai ad abitare al 101 di Cromwell Road fu importante. Era un edificio pieno di gente straordinaria, c’erano pittori, musicisti, e c’era “il ragno” John Esam. Era un hippy così soprannominato perché viveva in una specie di labirinto, una galleria senza finestre ricavata nell’edificio non so come. Aveva su di me un potere ipnotico, è difficile spiegarlo. E poi c’era Scotty, un freak che l’acido lo teneva nel comodino. Avevo notato che tutti gli ospiti della casa rifiutavano qualsiasi bevanda e, se proprio volevano un bicchiere d’acqua, andavano soli e titubanti a prenderla al rubinetto. Scotty infatti l’acido lo metteva dappertutto, credo che anche il mio gatto abbia ricevuto la sua dose. Da parte mia, sapevo la quantità di pastiglie che prendevo ma succedeva che, all’ora del the, gli amici ne facessero scivolare qualcuna nella tazza. Così, senza dirmi niente. Poteva accadere questo anche più volte al giorno e io, io che stavo facendo un viaggio, mi sentivo perduto. Sì perché una meta la vedevo, o almeno immaginavo di vederla ma, non potevo

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raggiungerla perché la nuova dose mi faceva partire per un nuovo viaggio, diverso dal primo. Il mio pensiero subiva un azzeramento, era una slot machine cui qualcuno aveva violentemente abbassato la leva fino a far comparire simboli nuovi. Ma non si vinceva niente, niente, e io gridavo aiuto ma era un grido che nessuno poteva ascoltare. Forse, assumendo l’acido, chi non possedeva immaginazione poteva aprirsi a nuovi orizzonti, ma la mia mente, che a ciò era già predisposta, andava lontano, lontano, troppo lontano. Iniziai ad avere fissazioni maniacali. Una mattina volli accompagnare Susie a trovare Peter che era stato ricoverato in un ospedale psichiatrico. Mi feci prestare una macchina antiquata e guidai alla ricerca di questo ospedale che non riuscivo a trovare, mi persi in un dedalo di strade e stradine. Quando finalmente lo raggiungemmo, io mi rifiutai di entrare. Avevo la sensazione che qualcuno mi stesse aspettando e che da quel luogo non sarei più uscito. Cercarono di tranquillizzarmi ma non volevo che qualcuna di quelle ombre si avvicinasse. Andate via, andate via, ripetevo. Era un periodo in cui ci esibivamo spesso dal vivo, qualche volta suonavamo nella stessa serata in due luoghi diversi. A un concerto ne seguiva un altro. Ma le cose non andavano bene, il pubblico voleva ascoltare le canzoni di maggior successo che dal vivo non eseguivamo mai. Infatti sul palcoscenico io avevo bisogno di sviluppare musica, di esserne avvolto. Si partiva da una melodia essenziale e ciclicamente, a ogni giro di accordi, io inserivo alcune novità fino


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a quando il pezzo prendeva forma. Alcune esecuzioni potevano durare fino a trenta minuti. Stavo bene sul palcoscenico ma, al di fuori, tutto girava davanti ai miei occhi e i ricordi si fanno sfuocati. Ricordo, la sera di un concerto importante, qualcuno che urlava “In scena! In scena!”. Ma io ero lontano da me stesso, non riuscivo a parlare, fino a che qualcuno mi spinse sul palco dopo avermi messo la chitarra al collo. Stetti così, per un po’, poi mi misi a suonare ma le mie note erano dissonanti, gridate, credo assolutamente lontane da quanto stavano eseguendo i miei compagni. Di loro avevo bisogno ma non ebbi alcun aiuto. Un giorno che avevo fame comprai d’istinto dodici panini e li misi in bocca uno dopo l’altro, interi, le mani erano sporche, la faccia era sporca, e loro gridavano, mi incitavano a continuare. Le loro risa erano di scherno. In un’altra occasione, prima di un concerto, mi fecero entrare in una macchina dove eravamo in tanti, tutti schiacciati, e mi fecero fare un inutile giro della città. Mi sentivo aggredito, circondato, e l’unico modo di essere che mi facesse sentire vivo era quello trasgressivo: forse delle regole avevo bisogno perché, vivendo nella libertà, non avrei avuto vincoli da spezzare, quindi non avrei avuto modo di costruire la mia identità e ottenere l’attenzione degli altri. Ricordo quando andammo nella villa dei genitori della ragazza di Storm, Libby, per la sua festa di compleanno. Gli austeri genitori avevano organizzato una festa tipica per chi, a Cambridge, fa il suo ingresso nell’alta società. La famiglia e gli ospiti di riguardo erano seduti al banchetto del ricevimento ma fu sul palchetto che accaddero le cose più incredibili. Dave doveva esibirsi col suo gruppo, i Jokers Wild, e dopo di lui sarebbe stato il turno di un certo Paul Simon. Iniziammo a bere alcolici senza un limite e quando fummo sufficientemente sbronzi iniziammo a salire sul palco per suonare. Tutti suonavano con tutti, senza un ordine preciso. A un certo punto ebbi la netta sensazione che a quella festa si fosse creata una divisione tra gente seria e casinisti: noi eravamo i casinisti e facevamo un baccano d’inferno mentre altri si aggiravano impettiti nei loro abiti eleganti. Tutto questo sotto gli occhi del padre di Libby che era un tipo all’antica, uno di quelli che a un discorso della regina in televisione avrebbe costretto con ogni probabilità tutti ad alzarsi in piedi. Decisi allora di entrare in scena con un colpo ad effetto, presi una tovaglia e chiamai tutti a vedere

il famoso trucco dei bicchieri. Quando con uno strattone tolsi la tovaglia i bicchieri, che avrebbero dovuto rimanere immobili sul tavolo, volarono dappertutto. Il padrone di casa impallidì mentre la moglie esclamò “Dio mio!”. Poi venni chiamato sul palco per suonare un bis insieme all’amico musicista Ian Moore: io avevo in mano una bottiglia di Gin e ricordo che dopo pochi gradini io e Ian cademmo faccia in terra sul parquet. Forse fu meglio così: non oso pensare cosa avremmo potuto dire se solo fossimo riusciti a impossessarci del microfono. Poi mi accompagnarono a casa in stato confusionale e, non so per quale miracolo, mi dissero che al termine della festa Storm ebbe il permesso di sposare Libby. Quando penso a tutto questo, quando penso a Lindsay, la mia ragazza, che un giorno chiusi a chiave in camera dopo averla picchiata, ho voglia di piangere e batto i pugni sul tavolo. Di me lei aveva sempre parlato bene. Sei la persona più dolce, più tenera, più in gamba che si possa immaginare, mi aveva detto una volta. Fu lei a pagare il prezzo delle mie condizioni di salute, l’uso dell’acido mi causava eccessi di collera e in quei casi diventavo violento. Una mattina l’amico Peter vide presentarsi a casa sua Lindsay duramente malmenata e non voleva credere che fossi stato io a ridurla in quello stato. Ancora una volta nessuno riuscì a capire le dimensioni del dramma che stavo vivendo. Solo ora provo dolore a ripensare quei giorni, al male che ho fatto. Con la fantasia a volte mi pare di recuperare quel tempo, di riviverlo, e mi vedo arrivare davanti alla casa di Peter, e bussare, e gridare: sono stato io, lo volete capire che sono stato io a picchiarla? Chissà se, dicendo così, si sarebbero preoccupati. Forse, qualcuno sarebbe venuto in mio aiuto. Poi ci fu Gayla. Ci fidanzammo che lei aveva vent’anni, lei era robusta, sapeva difendersi, anche se i miei eccessi d’ira la misero a dura prova. Un giorno, dopo che le tirai addosso una bottiglia di latte, decise di ritornare dai suoi genitori.

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Ma non riuscivo a stare senza di lei e accettai quando mi propose di lasciare la caotica vita londinese per ritornare a Cambridge e ritrovare un po’ di tranquillità. Ci trasferimmo nel seminterrato a casa di mia madre, che era rimasto tale e quale l’avevo lasciato nel 1964. Ma i fantasmi continuavano a perseguitarmi, Gayla era andata a lavorare in un negozio di mobili, lo stesso in cui lavorava il suo ex fidanzato. Fui preso da una irrefrenabile gelosia, mi convinsi che i due potessero rimettersi assieme e allora la accompagnavo al lavoro tutte le mattine e andavo ad attenderla all’uscita tutte le sere. Talvolta mi nascondevo dietro gli scaffali per spiarla, dovevo capire, osservare, una mia distrazione e poteva succedere ciò che temevo, e allora non potevo, non potevo allontanarmi da lì. A casa mi prendeva il timore, l’inquietudine, e allora dovevo tornare davanti alle vetrine di quel negozio a osservare ancora, a spiare. Quell’ossessione mi spinse ad accettare la proposta di matrimonio caldeggiata da entrambe le famiglie. Ci fu una cena di festeggiamento con i miei genitori e quelli di lei, una situazione terribilmente normale per me. Ripensai che anni prima, con la mia prima fidanzata, mi ero ritrovato in una situazione analoga e che, anche quella volta, fu un trauma per me. Era proprio quella normalità che, all’epoca, non potevo comprendere. A un certo punto mi alzai da tavola, andai in bagno e mi rasai a zero i capelli, poi tornai a tavola e continuai a mangiare come se niente fosse. Anche Gayla se ne andò e io, rimasi sempre più solo. Ho avuto tante fidanzate e ogni volta il conflitto tra amore e odio consumava le mie energie. Avevo sì bisogno di una presenza femminile al mio fianco ma mal tolleravo le intrusioni nella mia esistenza, i tentativi di prendersi cura di me. Lo scrissi in Candy and a current bun Don’t go where other you must know why / Very very very frail Non continuare a cercare di sapere perché / Sono così tanto, tanto, tanto fragile ma anche in Let’s roll another one Ooh don’t talk to me / Please just walk with me / Please, you know I’am feeling frail Oh non parlarmi / Per piacere cammina soltanto con me / Per piacere, lo sai che mi sento fragile

Ritrovai la serenità dopo aver abbandonato il mondo della musica, quel mondo che mi ha distrutto e che ancora adesso sento bruciare sulla mia pelle. Ora vivo tranquillo e le royalties dei miei dischi sono più che sufficienti per mantenermi: posso uscire di casa per fare la spesa, dipingere, dedicarmi all’orto. Talvolta vado al negozio di colori per comprare il materiale del mio prossimo dipinto.

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Certo non posso dirmi al sicuro: spesso vedo individui con aria circospetta aggirarsi davanti a casa mia. Probabilmente sono giornalisti oppure i fantasmi di un tempo, chissà. I giornali hanno fatto di me un mito, descrivendo la mia presunta agonia artistica e spirituale con toni pietistici. Ma sono io ad avere pietà di loro e qualche piccola soddisfazione me la sono presa in occasione delle ultime, inutili, interviste piene di retorica. Io sono lo “scomparso”. Cosa fai, come passi le giornate, mi ha chiesto il fotografo Mick Rock nelle vesti di intervistatore. Sai, sono pieno di polvere e chitarre. L’unica cosa che ho fatto in questi ultimi due anni è stato rilasciare interviste. Devo dire che mi riesce piuttosto bene. Mi è parso interdetto, la mia risposta andava oltre il cliché di un uomo finito. Non ha capito che lo stavo prendendo per i fondelli. Certamente avrei potuto dirgli la verità, che oggi finalmente vivo sereno, ma avrebbe sgranato gli occhi. Io sono colui che chiamano “testamatta” e guai a mettere in crisi questa idea. Potrebbero pensare che sono matto veramente. ❖


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La ghironda è indubbiamente lo strumento tradizionale che ha, più di qualunque altro, ispirato la fantasia dei liutai di Massimo Losito

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l falegname biellese Sergio Verna, di base costruttore di arredamenti e restauratore di mobili antichi, nonché appassionato di musica tradizionale, seguendo le esibizioni dei gruppi musicali locali si imbatte nel suonatore di ghironda Frenz Vogel e rimane folgorato più che affascinato da quello strumento così particolare con quel suono unico ed evocativo, decide quindi di provare a suonarlo e di procurarsene uno nel modo più immediato ed economico possibile: fabbricandoselo! Si fa quindi prestare la ghironda di Frenz, la seziona idealmente, misura e scompone ogni suo pezzo e si mette al lavoro, riuscendo in breve tempo grazie all apropria abilità ad assemblare un validissimo (a detta anche di chi l’ha provato) prototipo. A metà degli anni ‘90 ha quindi inizio questa nuova avventura professionale, da allora Sergio si è pian piano, quasi involontariamente, costruito una solida reputazione nel mondo dei costruttori e restauratori di ghironde, tanto da essere stato tra i pochi eletti ammessi ad esporre le sue creazioni nell’ultraelitario

giro degli espositori del “Rencontres Internationales de Luthiers et Maitres Sonneurs” di Saint-Chartier, un raduno che da anni ha luogo da vari anni a metà luglio nel centro della Francia e che vede la presenza dei migliori suonatori e costruttori di strumenti tradizionali europei che hanno la possibilità così di farsi conoscere da un vastissimo pubblico.

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Pur essendo dotato dei consueti strumenti tecnologici e multimediali è soprattutto con il passaparola di chi prova e suona i suoi strumenti che Sergio entra in contatto con appassionati di tutta Europa che gli scrivono, gli telefonano ma soprattutto vanno a trovarlo nella sua bottega del Ricetto Medievale di Candelo per farsi costruire strumenti altamente personalizzati concordando con l’artigiano ogni minimo dettaglio, sia tecnico che ornamentale, dettagli che permettono ad ogni strumento che esce dal laboratorio di Candelo di essere un pezzo assolutamente unico. Ruolo fondamentale di Sergio è poi indottrinare i suoi “clienti” sull’uso, accordatura e manutenzione di uno strumento che per la difficoltà nella sua gestione quotidiana ha sfiorato l’estinzione. E’ importante in questa attività anche l’aspetto innovativo: dalla riproduzioni fedeli di modelli antichi ed usati nel periodo Medievale (Sinfònia) e ancora precedente (Organistrum) nonché di ghironde del 1700/1800, e oggetti sonori affini alla ghironda ma ancora

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meno conosciuti ed utilizzati (es. Nichelarpa, tromba marina), strumenti insomma adatti a stili musicali antichi e tradizionali, Sergio è passato alla creazione ed elaborazione di modelli originali dalle forme e concezioni più moderne, adatte a forme musicali più attuali come rock e musica contemporanea, una evoluzione che lo ha portato ad aprirsi anche alla ricerca di parternships e collaborazioni nell’ambito dell’amplificazione di strumenti acustici per realizzare a breve anche strumenti elettroacustici e di alto contenuto tecnologico. Nonsolomusica: Sergio non si limita a costruire meravigliosi strumenti ma opera anche su altri molteplici fronti…. appassionato di storia medievale, in particolare dei Longobardi, costruisce riproduzioni fedeli di armi, armature e costumi dell’epoca, aiutato dalla moglie Maria, e ancora collabora con le numerose produzioni cinematografiche nazionali ed estere che utilizzano lo straordinario set naturale del Ricetto di Candelo per film e sceneggiati (ultimo in ordine di tempo l’ultimo “Dracula” di Dario Argento, di prossima uscita) costruendo scenografie e fondali di ogni tipo e dimensione. ❖

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Eventi VISTI PER VOI: LA XIX CELTIC CONNECTIONS A GLASGOW DAL 19 GENNAIO AL 5 FEBBRAIO 2012

2.100 musicisti 300 concerti 20 teatri questo è Celtic Connections di Marcello De Dominicis

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i è appena concluso uno dei festival più importanti nell’ambito della musica etnica: “La Celtic Connections” di Glasgow, giunto quest’anno alla sua diciannovesima edizione. Prima di soffermarci su Celtic Connections non ci si può esimere dal dedicare due righe su Glasgow, perchè è davvero una splendida città in cui, in ogni periodo dell’anno, è possibile fare l’accoppiata musica e turismo, con pochi soldi e molte attrattive. Situata nel cuore dello Strathclyde, Glasgow offre molti importanti luoghi da visitare: la Cattedrale di San Mungo, la Provand’s Lordship, la Burrell Collection, Kellvingrove art and gallery, la Pollock House, immersa nel verde. Oltre alle bellezze della città, si possono visitare a pochi chilometri di distanza altri siti di straordinaria importanza come: Edimburgo, la capitale della Scozia, ricca di meravigliosi tesori da non perdere, l’antica Sterling, la città di Paysley con la famosa Abbazia medievale, il meraviglioso villaggio di New Lanark …e molto, molto altro. Nel periodo di gennaio, inoltre

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Glasgow a causa del festival, offre decine e decine di concerti in teatri, “Ballroom” e insolite locations dedicate alla musica nei più rinomati quartieri della città, con band di caratura nazionale ed internazionale. Quest’anno, Celtic Connections, nell’arco di diciotto giorni (19 gennaio/5 febbraio) ha ospitato circa millecinquecento artisti, provenienti da tutto il mondo, che hanno dato ulteriore lustro a questo meraviglioso evento. Tra i nomi più famosi che si sono esibiti nel festival voglio citare: Bela Fleck and Flecktones, Jack Bruce, Bruce Hornsby, Orchestra Baobab, i Planxty (senza C. Moore), Emir Kusturica, Dick Gaughan, Alistair Frazer, Vent du nord, Solas etc. Io sono arrivato a Glasgow il pomeriggio del 24 gennaio, in tempo per assistere al concerto serale delle “Unthanks” all’Old Fruitmarket, uno dei più antichi teatri di Glasgow. Prima della loro esibizione ho avuto il piacere di ascoltare un set live delle Bevvy Sisters, straordinarie cantanti capitanate da Heather Mcleod che, con il loro “melange” di cabaret, country,

blues e vintage jazz, ci hanno regalato momenti di grande musica con le cover di brani immortali come, “Oh Mary don’t you weep” e “Rock my soul”. Appena pochi minuti dalla fine del set dell Bevvy Sisters e sono già sul palco Le “Unthanks” ,ovvero le due sorelle inglesi, Rachel e Becky Unthank, che, in questi ultimi anni, hanno fatto incetta di riconoscimenti e premi in tutto il mondo. Dopo aver dedicato 4 album, prevalentemente, alla musica tradizionale, nel loro ultimo lavoro, registrato dal vivo, a Londra, “The Diversion vol. 1”, hanno omaggiato due grandi artisti, appartenenti a differenti generazioni e generi della musica britannica, Robert Wyatt e Antony Hegaty (quello, per intenderci di Antony & The Johnsons”). Accompagnate da un quartetto di archi e da altri quattro musicisti, ci hanno subito fatto capire il segreto del loro grande successo: atmosfere rarefatte, sospiri, voci ricche di sfumature che cercano timbri cristallini, chiaroscuri, contrappunti, che si inseguono o si intrecciano


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perfettamente, lasciando a chi ascolta brividi e grandi emozioni. Quando Becky intona “You are my sister”, dal repertorio di Hegarty, ci lascia esterrefatti per la pulizia della voce e per la caratura stilistica, che tocca il cuore di tutti, per intensità e pathos. Il gusto “classico-cameristico” minimalista delle esecuzioni del gruppo riesce ad accompagnare egregiamente le due splendide voci, senza mai essere barocco, lezioso o stucchevole. La tormentata forza umana, politica e sociale dei brani ripresi dalla ricca discografia di Robert Wyatt offrono alle voci delle Unthanks uno spessore diverso. Emozionante è la cover di “Sea Song” riprescata dall’album “Rock Bottom”, ricca di poesia e tensione. Superba anche la versione di “Forest”. Al contrario il festoso momento corale di “Dondestan” sprizza gioia e abilità nel giocare con le sonorità dei diversi timbri vocali. Tradizione e innovazione, in genere, sono due termini oppo-

sti, ma nelle mani delle Unthanks, i due concetti si affiancano, s’intrecciano, dando vita ad un suono ricco di spunti originali e suadenti. Si capisce ascoltandole perché sono considerate la migliore risposta inglese ad artisti d’Oltreoceano come Sufjan Stevens, Bonnie Prince Billy e Fleet Foxes. Grande concerto. Spero di avervi messo un po’ di curiosità nel ricercare la loro discografia compresi i primi due albums “Cruel sister” e “The Bairns”. Il giorno dopo ho dovuto fare una dura scelta tra i diversi appuntamenti sonori del festival, ma alla fine ho deciso di optare per un interessantissimo progetto musicale il “Cecil Sharp Project 2011”, forte dell’omonimo disco che avevo ascoltato proprio un mese fa. C.S.P. è una band estemporanea di otto famosi musicisti folk inglesi, scozzesi, americani e canadesi. L’incontro tra loro nasce dal voler mettere in piedi una sorta di opera folk dedicata alla vita grande

musicologo inglese Cecil Sharp: L’intrigante progetto dopo qualche tempo diviene realtà e finalmente Steve Knightley, folksinger inglese leader degli “Shows of the hands”, Jackie Oates e Jim Moray, astri nascenti del nuovo Revival britannico, Caroline Herring chitarrista e cantante del Mississippi, Patsy Reid, valente violinista scozzese, Andy Cutting, indimenticato protagonista, con il suo organetto con i Blowzabella, Leonard Podolark, banjoista e poluistrumentista americano, e la straordinaria cantante inglese Kathryn Roberts, scrivono, per portarle in concerto, alcune canzoni prendendo spunto dai diari appalacchiani del 1915/1918 di Cecil Sharp. L’album, che ne segue, viene premiato come miglior cd folk per il 2011 dall’autorevole rivista di world music; ”Songlines”. Il concerto è di quelli indimenticabili, perché il supergruppo riesce a presentarci canzoni e danze di altissimo livello con alcuni momenti di

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spettacolo puro come ad esempio quando Leonard Pedolark riesce a creare un momento ritmico utilizzando molte parti del corpo, coinvolgendo nell’esibizione il pubblico e strappando applausi a scena aperta! La qualità degli artisti, delle canzoni, delle loro interpretazioni e delle danze ed arie scritte è altissima. Non saprei scegliere chi mi ha colpito di più. Jackie Oates, ad esempio, per me non è una scoperta, il suo ultimo album “Saturnine” e i precedenti sono tutti degni di attenzione, ma non avendola mai sentita live, prima di questo concerto..., oggi, ho la netta percezione che, assieme a Fay Hilde, si possa sicuramente candidare al ruolo di erede di Sandy Denny in Inghilterra. Ma questo concerto corale presenta anche altri artisti e canzoni di rara bellezza.Voglio citarne alcune: “Maud &Cecil”, “Meadows of Dan”, ”Dear Kimber”, che lasciano un ricordo indelebile per chi, quella sera, è stato nella Strathclide Suite. Il 26 gennaio, nella bella cornice del “City Hall”, mi sono recato a vedere un autentico quartetto di poker d’assi della musica folk: Finbar Furey, Martin Simpson, Dick Gaughan e June Tabor. Furey è una leggenda per la musica folk irlandese al pari di mostri sacri come Dubliners, Christy Moore e Clancy Brothers. Figlio del famosissimo violinista tinkers Ted Furey, con i suoi quattro fratelli, si è imposto con albums e brani di grandissimo successo come “Green fields of France”, ”Lonesome boatmen” e “When you were sixteen”. Polistrumentista e virtuoso della uillean pipe ci ha regalato un set perfetto, ricco di gags e virtuosismi. Per me, è stato un appuntamento particolarmente emozionante, perché ho lavorato con lui dodici anni fa sul set di “Gangs of New York” e risentire la canzone “New York girls”, (in cui Finbar veniva accompagnato dai miei Folk Road ed altri amici)

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mi ha fatto ricordare quei bellissimi giorni. Difatti alla fine del concerto ci siamo fatti una bella chiacchierata in cui mi ha parlato del suo ultimo album “Colours” che è stato abbondantemente “saccheggiato” nel corso della sua esibizione live. Dopo il suo set è stato il turno di Martin Simpson. Musicista di primo piano della scena chitarristica inglese da oltre 35 anni, Simpson ha padronanza assoluta del suo strumento e lo dimostra sin dalle prime battute del concerto in cui presenta brani del suo ultimo lavoro “Porpose & grace”. Si susseguono grandi canzoni tradizionali reinterpretate in modo convincente, senza mai cadere nella trappola del virtuosismo chitarristico fine a se stesso. Il fingerpicking style viene invece usato per accompagnare la voce, in modo impercettibile e discreto con deliziosi abbellimenti e qualche piccola pausa dovuta al fatto che Martin adotta spesso accordature diverse per ogni canzone. Non posso non citare brani come “The Sheffield apprentice” o “Bold general Wolfe” che chiudono degnamente questo bellissimo set. Dopo pochi minuti dalla fine del suo concerto, è Simpson stesso, che introduce, Dick Gaughan, il più importante folk singer di Scozia, in grandissimo spolvero sia nel cercare il miglior suono per la chitarra sia nell’uso della sua inconfondibile voce. Un brivido mi percorre quando Dick propone, dopo, oltre 35 anni, una bellissima versione di “The green linnet” con i suoi timbri caldissimi e i continui cambi di accento. Ma le sorprese continuano ancora quando suona, assieme a Martin, una particolarissima cover di un brano “cult” della “Band”, “The night they drove old

dixie down”, scritta da Robbie Robertson. La canzone racconta la caduta del sud nella guerra civile americana, vista dalla parte dei sudisti. Vista inizialmente come una song reazionaria, in realtà fu scritta nel periodo della guerra del Vietnam, per ribadire che nei conflitti non c’è mai una parte giusta, anche quando i vincitori descrivono i crimini degli sconfitti sorvolando sui propri, la guerra, porta sempre morte, fame e distruzione. Avrò la fortuna di riascoltare Dick anche il giorno dopo e non dimenticherò più la sua voce così espressiva mentre canta “Erin go Bragh”. Terminato il set di Gaughan, Martin Simpson, continua il suo lavoro di maestro cerimoniere della serata introducendo, June Tabor, in assoluto una delle più belle voci di tutti i tempi della musica folk inglese. Molto concentrata sul suo canto June, ci ha proposto, accompagnata, come ai tempi di “The cut above”, dalla chitarra di Simpson, alcuni brani di assoluta bellezza come “Strange affair” di Richard Thompson e “Brothers under the bridge”. Una voce calda dal registro grave perfetta, in ogni sua piccola sfumatura. Il suo canto riesce ad ammutolire la platea che le tributa a fine esibizione una “standing ovation” di applausi. L’esperienza e la grande classe riescono a produrre questi piccoli miracoli semplicemente anche solo con una chitarra ed una voce. Il 27 gennaio c’è “Song for Ireland” un appuntamento impedibile alla “Royal Glasgow Concert Hall” (il migliore auditorium della città!) sold out da molto tempo. Grazie alla grande gentilezza ed efficienza di Hannah Matheson (responsabile di tutto ciò che riguarda la stampa al festival),


riesco miracolosamente ad avere un press pass per il concerto. Il palco è pieno di grandi strumentisti irlandesi del calibro dei Solas, Trevor Hutchinson (Waterboys, Lunasa); Finbar Furey, Seamus Begley, Dirk Powell, più altre star della musica celtica, come la violoncellista americana Natalie Haas e Dick Gaughan (che scoprirò durante il concerto che è, per madre, nativa della contea di Meath, mezzo irlandese). Questo cast stellare accompagnerà alcuni importantissimi cantanti irlandesi che si susseguiranno nel palco, per ben due ore e mezzo di grande musica. Il primo

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a salire è Luka Bloom, fratello di Christy Moore che ci ha offerto una bellissima versione del suo hit: “The city of Chicago”, bellissima canzone scritta per ricordare gli emigranti irlandesi in America che portano sempre nel cuore le colline del Donegal. Dopo di lui Cara Dillon, fresca vincitrice del Grammy Award 2011 per il miglior album folk dell’anno 2011, che canta una versione mozzafiato del bellissimo traditional irlandese “She moved through the fair”, che con un po’ di fortuna potete vedere anche su internet, accompagnata magnificamente da un solo di violino di

Winnie Horan dei Solas. Dopo di lei, ancora altre stelle irlandesi, come l’energetica folk e rock singer Eleonor Mc Evoy che ha offerto una bella versione del suo hit del 1992 “Only a woman’s hearth”, in cui ho sentito cantare tutta la platea della Concert Hall. Potrei continuare per ore a scrivere, ma penso che quanto ho detto sia sufficiente per farvi capire che grande concerto sia stato “Song for Ireland”. E’ questa la magia che propone, ogni anno, un festival importante come questo Celtic Connections 2012. Arrivederci al prossimo anno!! That’s all!! ❖

St. Patrick’s Festival 2012 CALUSCO D’ADDA (Bg) Centro Civico S.Fedele (chiesa vecchia) – Viale dei Tigli

L’ufficio Cultura del Comune di Calusco d’Adda, in sintonia con Geomusic, propone un itinerario nella cultura irlandese e dintorni, nella ricorrenza della festività di St. Patrick, che cade il 17 marzo, il patrono d’Irlanda che negli ultimi anni è diventata consuetudine festeggiare anche nella nostra penisola. Il St.PATRICK FESTIVAL a Calusco d’Adda si concretizza in una serie di eventi, concerti, serate danzanti, mostra fotografica e altro, concentrati nei giorni a ridosso della ricorrenza religiosa. Si avvale di alcuni tra gli esponenti più importanti di quella scena, ma non solo.

Lunedì 12 marzo ANDY IRVINE (Irlanda) - Dai Planxty ad oggi, una leggenda vivente della scena irlandese Giovedì 15 marzo RURA (Scozia) - Giovani talenti interpretano la più genuina tradizione musicale scozzese   Sabato 17 marzo – ingresso gratuito - dalle ore 18.00 CEILIDH NIGHT – FESTA DI SAN PATRIZIO serata di ballo con la compagnia TRABALLANTE Musica dal vivo con ENSEMBLE SANGINETO e DJ GIOVANNI ALCAINI Funzionerà servizio ristoro con selezione di birre irlandesi   Domenica 18 marzo JACQUI McSHEE’s PENTANGLE (Uk) - Il mito del folk-jazz britannico  

Inizio ore 21 (tranne dove indicato) - Ingresso 10 € (sino ad esaurimento posti - gratuito il 17 marzo)

Info: COMUNE di CALUSCO D’ADDA/Ufficio Cultura - tel. 035 4389058 - ufficiocultura@comune.caluscodadda.bg.it GEOMUSIC tel. 035 732005 - info@geomusic.it – www.geomusic.it

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Argomenti IL COUNTRY-ROCK, LE ORIGINI NEGLI STATES E LE SUE RAMIFICAZIONI IN ITALIA di Gloria Berloso

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quasi certo che il creatore dell’espressione musicale definita country rock, sia stato Gram Parsons, autore e chitarrista dei Byrds e dei Flying Burrito Brothers. Il suo stile di vita e tutta la sua musica hanno influenzato molti musicisti e sono bastati pochi anni della sua esistenza, dato che è morto a soli 26 anni, per conquistare il pubblico americano e poi in parte e molto più tardi quello europeo. Se Gram Parsons è tra i più acclamati dalla critica della musica country-rock, Neil Young è molto probabilmente il più conosciuto in tutto il mondo; il suo immenso lavoro con i Buffalo Springfield, Crosby, Still e Nash ed i suoi album da solista hanno avuto un’enorme influenza fino alla nascita di Prai-

rie Wind nel 2005, un album che ricorda il suo più famoso disco Harvest. Negli Stati Uniti, la Band di Bob Dylan mescolava rhythm & blues e rock & roll per creare una musica monumentale. Bob Dylan ha registrato alcuni album in stile country, ricordo in particolare il famoso Nashville Skyline del 1969. Altri artisti di quel periodo storico così importante per la storia della musica e fortemente influenzati da questa speciale miscela musicale, erano i Creedence Clearwater Revival con Fortunate Son, i Poco con Pickin’ Up The Pices, i Little Feat con Love Long Distance, i New Riders of The Purple Sage con l’album omonimo e gli Ozark Mountain Daredevils con “Jackie Blue”.

Alcune canzoni e opere per capire meglio questa importante espressione culturale sono: “Suithart of the Rodeo” (LP) dei Byrds (con la partecipazione di Gram Parsons) “Lay Me Down” (canzone) di David Crosby e Graham Nash “White Line Fever” (canzone) dei Flying Burrito Brothers “Christine’s Tune” (canzone) di Hillman e Parsons (F.B.B.)

I due amici musicisti giravano da un locale a l’altro di Los Angeles ed un giorno furoni invitati da una amica molto ricca di nome Christine ad un party dove suonava in una band country-rock, la pedal steel guitar di Peter Kleinow, detto Sneaky. La nascita dei F.B.B. avvenne qui e con questa session: Chris Hillman (chitarra e mandolino), Gram Parsons (ritmica e keyboards), Sneaky Pete (steel guitar), Chris Ethridge (basso e piano), Michael Clarke (batteria) ed altri amici musicisti. Il capolavoro assoluto che derivò da questa geniale formazione prese il nome di “Gilded Palace of Sin” (1968-1969), album molto rappresentativo per la musica californiana. “Riverside” (canzone) degli America “Black Water” (canzone) dei Doobie Brothers “The Weight” (canzone) della Band “Hole in the World” (canzone) degli Eagles

Sip Battin - Chris Darrow & Ricky - a Cossato 26-9-1981

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“Take it Easy” canzone già incisa dagli Eagles e ripresa nel 1973 dal suo autore Jackson Browne, registrata con la partecipazione di


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in sintonia con

Ricky, Skip, Sneaky a Brescia 1985

Sneaky Pete, David Lindley, David Crosby, Joni Mitchell, Glen Frey e Don Henley. La musica country raggruppa forme musicali popolari ed è nata negli Stati Uniti del sud (Monti Appalachi) ed ha le sue radici nella musica tradizionale popolare, nella musica celtica, nella musica gospel ed old-time music, si è evoluta rapidamente intorno al 1920. Precedentemente la definizione per indicare l’espressione musicale era “Hillbilly” ma il termine ritenuto degradante per indicare una musica bella e popolare scomparve definitivamente nel 1970. Elvis Presley fu uno dei più importanti solisti di country di tutti i tempi, fu soprannominato “Il gatto Hillbilly” in un programma radiofonico Louisiana Hayride, ed in seguito di rock’n roll. Gli immigrati nei Monti Appalachi meridionali hanno portato la musica e tutti gli strumenti del Vecchio Mondo: il violino irlandese, il salterio tedesco, il mandolino italiano, la chitarra spagnola ed il banjo africano. Le interazioni tra i musicisti

di diverse etnie hanno creato una musica unica nel Nord America e nel primo novecento era costituita soprattutto dal violino, dalla chitarra e dal banjo. Le registrazioni su dischi di questa musica country è indicata come “Old time music”. Per tutto il 19° secolo, gruppi di immigrati provenienti dall’Europa, in particolare da Irlanda, Regno Unito, Germania, Spagna e Italia, si trasferirono in Texas e hanno interagito con i messicani, i nativi americani e le comunità degli Stati Uniti che si erano stabilite in Texas. Il risultato di questa convivenza ha fatto emergere dei tratti culturali che si sono radicati nella cultura stessa di tutte le sue comunità. I coloni delle zone, provenienti dalla Germania e la Repubblica Ceca frequentavano le grandi sale da ballo nel Texas dove i contadini e gli abitanti delle comunità, trascorrevano le serate danzando il valzer e la polka. Lo strumento usato, per la sua capacità di riempire ampiamente queste sale era la fisarmonica, strumento inventato in Italia.

La prima registrazione commerciale di ciò che può essere considerata musica country era “Sallie Gooden” e fu eseguita nel 1922 per la Victor Record. Ancora oggi questo classico viene eseguito da tutti i gruppi di bluegrass. Il primo cantante country ad avere successo a livello nazionale nel 1924 è stato Vernon Dalhart con “Wreck of Old ‘97” e “Lonesome Road Blues”. Dal 1924 al 1934 furono registrati molti “hillbilly” di musicisti blues, mentre la steel guitar suonata con una barra d’acciaio ed i picks, appare già nel 1922, quando Jimmie Tarlton incontrò il famoso chitarrista hawaiano Frank Ferera sulla West Coast. Jimmie Rodgers e la Carter Family vennero molto presto considerati degli importanti musicisti country e le loro canzoni celebri sono state registrate a Bristol il 1° agosto 1927. Rodgers fonde gospel, hillbilly, jazz, blues, pop, western e folk, e le sue migliori canzoni sono state le sue composizioni, tra cui “Blue Yodel”, che ha venduto oltre un milione di

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copie. Jimmie Rodgers è quindi considerato il principale esponente del country degli inizi. A partire dal 1927 e per i successivi 17 anni, la Carter Family ha registrato circa 300 ballate, canzoni tradizionali, canzoni country ed inni Gospel Old Time Music, tutte rappresentative del folklore del sud-est degli States. Nel 1929 uno degli effetti della Grande Depressione fu la drastica diminuzione della vendita dei dischi mentre la radio divenne una fonte popolare d’intrattenimento e gli spettacoli di musica country con ballo di gruppo, (da non confondersi con l’inflazionata Line Dance odierna, di Byrds - Geneva 1994 moda in alcuni locali e pub nostrani), si diffuse in tutto il sud, a Nell’estate 1981 i Flying Burrito nord fino a Chicago e verso la Cali- Brothers vennero in Italia per una fornia. tournée. In quella occasione il basAlla fine della seconda guerra sista Skip Battin volle conoscere il mondiale, Lester Flatt & Earl chitarrista Ricky Mantoan autore di Scruggs hanno messo insieme un Down in Memphis, disco d’oro della gruppo con Bill Monroe e Roy Acuff Lomax della rivista Omaha Raine cominciarono ad esibirsi al Grand bow, inserito tra i cinquanta migliori Ole Opry di Nashiville nel Tennes- brani dell’anno (LP Ricky, 1980). see con strumenti esclusivamente I componenti della band avevano acustici e definirono questo modo ascoltato il disco di Ricky Mantoan di suonare musica, bluegrass. rimanendone impressionati per lo

Battin-Mantoan (Monza - 12-4-1983) © foto Galli

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stile americano del suo modo di suonare e cantare. Il chitarrista franco-italiano, che nel 1978 aveva fondato il gruppo Branco Selvaggio dopo varie esperienze, incontrò i Burritos: Skip Battin, Sneaky Pete, Gib Guilbeau, John Beland e John Mauceri a Torino. Qualche mese dopo Ricky Mantoan, suonò con Skip Battin e Chris Darrow in un concerto a Cossato in Piemonte, la stessa serata fu aperta dal Branco Selvaggio con brani country-rock. Iniziò così la lunga collaborazione tra i Burritos, i Byrds e il chitarrista italiano che durò fino al 1994 (Concerto di Ginevra - The Byrds Legacy). In Italia e forse anche in Europa, Ricky Mantoan fu l’unico artista che si avvicinò maggiormente al country-rock, ed il primo che introdusse la pedal steel guitar, diventandone il caposcuola in Europa. Con il Branco Selvaggio ha fatto conoscere la musica californiana da nord a sud dello stivale, con numerosissimi concerti e la pubblicazione di alcuni dischi come solista, con il Branco, con Skip Battin, Sneaky Pete, John York, Roger McGuinn, Greg Harris e molti altri. ❖


Argomenti Il mondo magico ed affascinante della ballata popolare europea

prima puntata

LA PAROLA “BALLATA” FRA BOCCACCIO E BOB DYLAN di Giordano Dall’Armellina

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on questo primo articolo comincio la mia collaborazione con Lineatrad. Indagherò sul mondo magico ed affascinante della ballata popolare europea. Vedremo man mano, in varie puntate, come questo genere di musica si sia evoluta dal medioevo fino ad oggi. Se avrete la pazienza di seguirmi, scoprirete che sarà un “viaggio” pieno di sorprese e di aneddoti. Premetto che scrivere di ballate è come entrare in un campo minato con cecchini di critici appostati nelle trincee pronti a sparare su ogni ipotesi mentre avanzi cercando di evitare le mine. Non vi è infatti una ipotesi definitiva sull’origine della ballata e fiumi di inchiostro sono stati scritti a sostegno di una tesi e successivamente altre pagine, da parte di qualcun altro, per smontarla del tutto. Qui mi limito ad indagare il significato della parola “ballata” nei secoli passati, per capire come sia cambiato col tempo e che cosa significa oggi. Bob Dylan o Fabrizio De André possono essere validi testimoni di tale cambiamento. Approfitto del fatto che il 2013 sarà il settecentesimo anniversario della nascita di Boccaccio per scrivere anche dell’ “inventore” della novella. Ballata mia, se alcun non t’appara 1, io non men curo, per ciò che nessuno, com’io ti può cantare. Una fatica sola ti vo’ dare, che tu ritruovi Amore, e a lui sol uno, quanto mi sia discara la mia trista vita amara dimostri a pien, pregandol che ‘n migliore porto ne ponga per lo suo onore. (Boccaccio, Decameron: canto a conclusione della quarta giornata) Boccaccio cita la parola ballata alla fine della quarta giornata che è dedicata agli amori infelici e nella quale vi è proprio una famosa novella tratta da una ballata che Boccaccio doveva aver appreso nel suo peregrinare fra le corti e fra le genti della penisola, quella stessa che nel Decameron diventerà la storia del Principe Tancredi, di sua figlia Ghismonda e del servitore di umilissima condizione Guiscardo, che l’autore ambienta a Salerno.

1 Se nessuno ti impara.

John William Waterhouse (1849-1917) - A Tale from the Decameron

Il termine ballata era però usato anche da altri poeti antecedenti al Boccaccio come per esempio Dante che titola l’insieme dei versi composti per una dama “Ballata per Fioretta” nella quale la parola ballata ricompare ancora alla fine della poesia facendoci intuire che qualcuno la metterà in musica e la canterà: Le parolette mie novelle,
 Che di fiori fatto han ballata,
 Per leggiadria ci hanno tolt’elle
 Una vesta ch’altrui fu data:
 Però siate pregata,
 Qual uom la canterà,
 Che li facciate onore. In altre due occasioni invece di ballata nel Decameron si trova il diminutivo ballatetta che sembra essere un canto che imita la ballata. Altri poeti, fra i quali Dante nel Convivio 2 e Cavalcanti la utilizzano. Cavalcanti, così come Boccaccio, affida alla ballata (o ballatetta) una missione: 2 Ché io, prima che alla sua composizione venisse, parendo a me questa donna fatta contra me fiera e superba alquanto, feci una ballatetta nella quale chiamai questa donna orgogliosa e dispietata: che pare essere contra quello che qui si ragiona di sopra. (Dante, Convivio, 13047, III, cap. 9, pag. 204.9). Dante cita la voce ballata nel De vulgari eloquentia (DVE II, III, 5) mettendo in evidenza come, a suo avviso, questa forma di canto fosse inferiore alla canzone, ritenuta più nobile e come tale arreca ai propri autori più onore della ballata la quale invece é troppo dipendente dall’accompagnamento musicale o dalla danza. In realtà il confine fra canzone e ballata è molto labile. Nel commento successivo al canto citato, lo stesso Boccaccio chiamerà canzone quello che aveva appena chiamato ballata.

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Perch’i’ no spero di tornar giammai, ballatetta, in Toscana, va’ tu, leggera e piana, dritt’a la donna mia, che per sua cortesia ti farà molto onore. (Rime XXXV)

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Boccaccio la cita all’inizio della quinta giornata quando ci informa che una ballatetta 3 o due furon cantate e alla fine della prima giornata: “Questa ballatetta finita, alla qual tutti lietamente avean risposto, ancor che alcuni molto alle parole di quella pensar facesse, dopo alcune altre carolette 4 fatte, essendo già una particella della brieve notte passata, piacque alla reina di dar fine alla prima giornata.” Boccaccio mette in rilievo come le parole di quel canto molto facessero pensare le sette donne e i tre uomini che componevano il gruppo. Così facendo ci rivela come il racconto contenuto nel canto potesse toccare i sentimenti dei dieci giovani. Questo era lo scopo precipuo di una ballata e della musica che l’accompagnava. La musica abbelliva le parole di una poesia e la rendeva memorabile. Nel Decameron ogni sera uno dei dieci giovani, dopo cena e prima di coricarsi, intonava un canto che poteva anche essere legato all’argomento del giorno. Chiara Cappuccio nel suo saggio La musica del Decameron, tra Boccaccio e Pasolini rileva che: “Il genere lirico eletto per meglio rappresentare la dimensione musicale dell’opera è individuato dall’autore nella ballata, tra i generi colti quello più legato ai travasi con le forme popolari”.5 Queste ballate erano prese dal patrimonio popolare o create dal Boccaccio stesso. Non erano ballate come le intendiamo oggi, ma appartengono al filone evolutivo che ci viene dalla poesia trovadorica, anch’essa cantata. Sulle melodie di questi canti a volte si ballava, e questo potrebbe aver influito sull’origine del vocabolo. Tuttavia questo significato si perderà quasi completamente nei secoli successivi. Le “ballate” nel Decameron sono caratterizzate dall’io narrante che ci canta fatti inerenti alla sua vita e ai suoi sentimenti. Dunque le “ballate”, anche se non nella forma, struttura e metrica che avranno più tardi, venivano comunemente cantate nel XIV secolo in Italia e facevano parte della cultura di ogni classe sociale. 3 Secondo gli esperti in questo campo, le ballatette spesso erano cantate da una voce solista e da un coro che ricantava i due versi finali di ogni strofa. Ciò spiega come tutti lietamente avean risposto. 4 La carola era una danza in tondo che quasi sempre era accompagnata dal canto. Una danzatrice guidava il ballo, regolandone i passi al canto di una compagna, alla quale di tanto in tanto le altre rispondevano con un ritornello. 5 Chiara Cappuccio: Cuadernos de Filologia Italiana, 2010, Volumen Extrordinario, pagina 191.

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Tutto il Decameron è avvolto e pervaso dalla musica e non v’è quasi giorno che non inizi o finisca con canti e balli. Quasi tutti i dieci giovani sanno cantare, ballare e suonare uno strumento. La musica era considerata in quell’epoca come apportatrice di armonia e pace nell’anima, e quindi come curatrice di pene e dispiaceri. Il potere curativo della musica è ben documentato dalla letteratura classica e medievale e sostenuta da una scuola di medicina. Seguendo gli insegnamenti di Platone, Cicerone e Boezio, i medici arrivano alla conclusione che una malattia fisica è il risultato di uno squilibrio, che a sua volta è il riflesso di un più ampio macrocosmo. La musica può funzionare come terapia per riportare al malato la perduta armonia. Le persone colpite da infermità dovrebbero sintonizzare la loro anima con la musica, proposta e scelta dai dottori, adatta ai loro stati d’animo. Pertanto la musica è in grado di curare sia l’anima che il corpo poiché la malattia “visibile” è solo lo specchio di un generale squilibrio interiore. Sono le perfette proporzioni matematiche della musica che possono condurre l’anima ad armonizzarsi sia col corpo che con l’intero universo che lo circonda contribuendo così alla guarigione dell’infermo. Dante nel Convivio mette in rilievo come la musica riduca tutti i sensi a uno: l’udito. Così facendo la mente si distrae da pensieri ossessivi e desideri alienanti che lo porterebbero all’autodistruzione. Ribadisce il concetto nel Purgatorio, la sezione più “terrena” della Commedia dove la musica, assente nell’Inferno, si fa sentire, proprio perché così umana, nei personaggi che incontra 6: E io: «Se nuova legge non ti toglie memoria o uso a l’amoroso canto che mi solea quetar tutte mie doglie, di ciò ti piaccia consolare alquanto l’anima mia, che, con la sua persona venendo qui, è affannata tanto!». ‘Amor che ne la mente mi ragiona’ cominciò elli allor sì dolcemente, che la dolcezza ancor dentro mi suona. Lo mio maestro e io e quella gente ch'eran con lui parevan sì contenti, come a nessun toccasse altro la mente. (Purg. II, 106-117) Il musicus ha dunque la responsabilità di far vibrare empaticamente la sua musica all’unisono con le anime del pubblico.

6 Si veda a questo proposito il notevole saggio di Chiara Cappuccio “Gli effetti psicologici della musica sui personaggi del Purgatorio”.


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Nel Decameron i giovani fuggono da Firenze, che è colpita da una grave pestilenza, e trovano rifugio in campagna. Anche qui la musica funziona come terapia in contrasto e opposizione con la disarmonia causata dal contagio. La funzione delle ballate alla fine della giornata, dopo le dieci novelle narrate, è quella di rendere il contesto più lieve. I canti tuttavia non sono solo un’aggiunta ai racconti, ne sono parte integrante sia perché riprendono spesso il tema della giornata sia perché riflettono la vita di corte, (in particolare quella napoletana dove Boccaccio visse per un lungo periodo), ma anche il mondo popolare dove svariati tipi di canto e danze venivano eseguiti. Novelle e ballate sono dunque lo specchio della società in cui Boccaccio viveva. All’epoca di Dante, Boccaccio e Petrarca le poesie erano quasi tutte messe in musica da cantori ansiosi di abbellire con la melodia i testi dei più grandi poeti, consapevoli che la musica avrebbe aggiunto emozione ed armonia al racconto, ingredienti essenziali per la memorizzazione dei testi. In realtà se pensiamo che sia l’Odissea che le canzoni di gesta venivano cantate, ci rendiamo conto che i cantori medievali stavano solo continuando una tradizione che non era mai morta. Un menestrello poteva cantare le parole di una poesia che poteva essere definita “ballata” come nel Decameron, o cantare frammenti delle gesta o episodi della vita corrente. Tutte queste forme di canto potevano essere definite “ballate”, ma sono in realtà assai diverse fra di loro. Le prime, caratterizzate dall’io narrante, sono il risultato dell’evoluzione dei canti trovadorici; le seconde, ove un cantore narra la storia in terza persona e fa intervenire i personaggi che ci parlano al presente, sono episodi che si staccano dal racconto originale delle gesta e che percorrono un loro cammino di trasformazione grazie al passaggio di bocca in bocca da un interprete ad un altro. Da queste ultime, ovvero seguendo gli stessi parametri, i menestrelli canteranno gli episodi tratti dalla vita corrente che altro non sono se non l’evoluzione stilistica dei canti di gesta. E’ impensabile che anche in epoche precedenti non venisse espresso in canto ciò che succedeva nella vita quotidiana, ma il nuovo modo di cantare, seguendo lo schema derivante dalle chansons de geste, incanala il genere verso quello che oggi chiamiamo ballata o canto narrativo. Dei primi due filoni rimangono oggi pochi esempi, ma è dalla loro fusione che si svilupperanno le ballate che sono giunte fino a noi. Nello stesso modo la sintesi fra chansons de geste, messe per iscritto e rese poeticamente più “letterarie” da poeti come Turoldo che mise in versi La Chanson de Roland, e la poesia di alcuni trovatori, anch’essa tramandataci per iscritto, porterà in letteratura al romanzo

cortese. Ne deriva che la letteratura “ufficiale” e quella popolare, rappresentata dalle ballate, procedono insieme nel loro evolversi su due binari paralleli. Facendo un salto di quasi sette secoli troviamo un erede particolare del folclore e della letteratura europea: Bob Dylan. Sebbene nato e cresciuto negli Stati Uniti, Dylan ha radici culturali che derivano dai suoi studi e letture di ballate e autori europei. Sia Boccaccio che Bob Dylan hanno agito pressapoco nello stesso modo. Dopo aver appreso una ballata che aveva catturato la loro attenzione, il primo avrebbe incluso il racconto nel Decameron, aggiungendo più episodi o cambiando parti di esso in modo da seguire la sua fantasia; il secondo avrebbe scritto una canzone usando lo stesso schema e in parte le stesse parole, per proporre una nuova storia di attualità. Entrambi dunque prendevano spunti e ispirazione da altri racconti e li adattavano al loro momento storico e a ciò che sentivano nel momento della composizione. Ci sono almeno tre novelle nel Decameron che derivano da altrettante ballate che sono giunte fino a noi oggi. E’ probabile che altre novelle affondassero le loro radici nelle ballate, ma non lo sapremo mai in quanto la maggior parte di questi canti narrativi è andato perso nel corso dei secoli. Bob Dylan ha inciso alcune ballate tradizionali 7 e le ha arrangiate a modo suo, ma talvolta ha solo sfruttato alcuni versi per scrivere una storia nuova. Girl from the North Country 8 è solo un esempio di canzone che deriva da una versione anglo-americana conosciuta come Scarborough Fair, ma che a sua volta ha le radici in Elfin Knight, un’antica ballata scozzese. Se è normale che di tanto in tanto si ascoltino le interpretazioni che un autore moderno come Bob Dylan ha tratto dal repertorio popolare, più straordinario risulta il fatto che alcune delle ballate che hanno dato origine alle novelle del Boccaccio siano cantate ancora oggi in diverse lingue europee. La prima storia del quarto giorno, cioè quella che riguarda Ghismonda, suo padre Tancredi e il suo amante Guiscardo, è riscontrabile in forma di ballata in diversi dialetti italiani, ma è anche diffusa in inglese, svedese e spagnolo e potrebbe aver influenzato altre ballate in altre lingue. In italiano il nome dell’eroina nella ballata è spesso Rismonda (per esempio in Veneto) che diventa Ghismonda per Boccaccio e Lady Diamond in inglese. Persino il nome è assai simile. 7 Alcune sono versioni americane di ballate britanniche come Blackjack Davey, Barbara Allen, House Carpenter o Jack-A-Roe. Altre erano popolari americane come The House of the Rising Sun e Lily of the West. Dylan usa spesso il termine ballata per le sue canzoni come in Ballad For A Friend, Ballad in Plain D, Ballad of a Thin Man, Ballad Of Donald White, Ballad of Hollis Brown,The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest, The Ballad of Ira Hayes. 8 Nel mio sito web www.dallarmellinagiordano.it è possibile vedere ed ascoltare una versione di Bob Dylan con sottotitoli in italiano.

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Non c’è da stupirsi se diversi cantori in Europa hanno sentito la necessità di cantare questa storia in forma di ballata. In realtà in tutta Europa abbiamo raccontato fiabe e favole e abbiamo cantato le stesse storie in diverse lingue e in dozzine di versioni. Ecco perché si può parlare di cultura popolare europea come di un unicum pur con delle varianti locali. Quello che accomunava i popoli europei era un sentire simile di fronte alle avversità della vita che li faceva agire seguendo un codice di valori condiviso. Nessuna forma artistica più della ballata poteva incarnare, rendendolo esplicito, quel sentimento, o pathos, che ci deriva da fattori archetipici. Potevano i grandi autori di teatro, poesia e narrativa ignorare questo grande lascito fatto di miti, riti e credenze popolari? Nella retorica della domanda vi è già la risposta ed è per questo che “studiare” la ballata è propedeutico alla comprensione della letteratura perché gli stessi grandi autori hanno utilizzato quelle fonti. La ballata popolare non è dunque figlia di una letteratura minore, ma spesso madre o almeno matrigna di quella che si suole chiamare “Letteratura” in senso classico. Le radici che hanno sostenuto l’albero della conoscenza fino ad ora si stanno costantemente riducendo a causa di una globalizzazione culturale ed economica che tende a spazzare via la nostra eredità storica. Ascoltare e leggere i testi delle ballate, che di quella eredità storica fanno parte, significa poter meglio capire autori come Dante, Boccaccio, Chaucer, S ha kespear e, Coleridge, Keats, Chrétien d e Tr o y e s , Turoldo, Goethe, Heine, Schiller, Cervantes e Lope de Vega, Ibsen, giusto per citare solo alcuni dei più

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famosi scrittori, poeti ed autori di teatro che hanno fatto grande la letteratura europea. Ma ci aiuta a capire anche Bob Dylan e altri poeti e scrittori di oggi. Se vogliamo conoscere l’anima dell’Europa e del mondo occidentale in genere per assaporare e comprendere l’eredità culturale che ci ha lasciato, dobbiamo scovare e far emergere le radici dalle quali è cresciuta, in modo da comprendere che l’idea di Europa era già presente, anche se in maniera inconscia, nei popoli che la formavano secoli fa. Se queste radici fossero del tutto dimenticate gli europei stessi perderebbero la loro identità. Il “viaggio” che vi propongo, iniziando da questo primo articolo, è di esaminare le ballate europee da Boccaccio a Bob Dylan, per poter leggere Blowin’ in the Wind e A Hard Rain’s gonna fall con occhi completamente diversi. ❖


Argomenti Ogni mese una puntata sulle danze

LA DANZA “CHAPELLOISE” di Alberto Stoppa (Associazione Indanza)

Nicolas Poussin (1594-1665)

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ontrariamente a quanto si pensi la Chapelloise NON è una danza Occitana o Francese ma una danza Svedese chiamata in origine “Aleman’s Marsj”. Negli anni settanta è stata insegnata da A.Dufresne in Francia, nel paese di Chapelle-desBois ed egli, avendo dimenticato il nome originale, rinomino’ la danza “Chapelloise” (che letteralmente significa “originaria di Chapelle”) in onore del villaggio nel quale la aveva insegnata, essendosi dimenticato il titolo originale. La danza si è diffusa rapidamente in tuttta Europa e ne esistono fondamentalmente tre versioni: qualla “normale”, quella doppia (denominata in Catalogna “Champagnarda” e molto diffusa in nordeuropa) e la versione bretone (in linea senza cambio di coppie). La musica più conosciuta di Chapelloise è certamente la colonna sonora del telefilm Svedese “Pippi Calzelunghe”. Si balla in cerchio di coppie in senso antiorario con piede di partenza esterno alla coppia. Descrizione: • in senso antiorario quattro passi avanti e quattro passi cambiando verso ma non direzione (quindi all’indietro) con i cavalieri sempre all’interno del cerchio • in senso orario quattro passi avanti e quattro passi cambiando verso ma non direzione (quindi all’indietro) con i cavalieri sempre all’interno del cerchio

• avvicinamento delle coppie con passo di polca (12-3) mantenendo la mano interna alla coppia unita • allontanamento delle coppie con passo di polca (12-3) mantenendo la mano interna alla coppia unita • i cavalieri fanno passare le dame dalla loro destra alla sinistra utilizzando 2 passi di polca (la dama effettuerà due mezzi giri in senso antiorario per passare di fronte al cavaliere, mentre il cavaliere non si girerà ma avrà sempre una mano legata alla dama) • con i cavalieri ora all’esterno, avvicinamento delle coppie con passo di polca (1-2-3) mantenendo la mano interna alla coppia unita • allontanamento delle coppie con passo di polca (12-3) mantenendo la mano interna alla coppia unita • il cavaliere porta la mano sinistra all’indietro e poi la alza per farvi passare sotto la dama che và a raggiungere il prossimo partner (che era quello della coppia posta dietro nella posizione di partenza sul cerchio di coppie) nel mentre fa un passo verso il centro per riacquisire la posizione iniziale ed accogliere la prossima dama con la mano destra. Altre versioni: Chapelloise Doppia: tutte le fasi vanno ripetute due volte tranne il cambio della dama che resta uno solo (dopo due passaggi destra sinistra) in linea Chapelloise Bretone: le coppie sono disposte in linea (una dietro l’altra) e non viene effettuato il cambio di partner. Note musicali: oggi la Chapelloise viene ballata soprattutto su musiche di gighe irlandesi o mixer (famiglia della quale è entrata a far parte) a 16 tempi, l’errore più frequente che si vede è vederla ballare su gighe a 32 tempi (musiche destinate più a “Circoli Circassi”). Un brano adatto ad una Chapelloise semplice deve cambiare melodia al momento in cui cambia la figura, cioè la melodia destinata alla passeggiata NON deve essere ripetuta quando si effettuano gli avvicinamenti, se cio’ accadesse mi trovo nel caso in cui dovrebbe essere ballata come Chapelloise Doppia oppure più adatta ad un Circolo Circasso (danza che viaggia su 32 tempi). (rif. Storici: Yves Guilcher, La danza tradizionale in Francia)

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Interviste Dieci domande ad Antonio Rocchi, fondatore di Radio Faber, la radio virtuale su Fabrizio De André

RADIO FABER SU FACEBOOK

di Loris Böhm

1) Partiamo dall’inizio: che motivo ti ha spinto ad entrare su facebook?

Non Sapevo assolutamente dell’esistenza di FB poi parlando con un amico mi disse: perchè non ci sentiamo su fb? Allora mi feci spiegare e mi iscrissi. Ho apprezzato da Subito il sistema del come funzionava mettendo foto e leggendo e rispondendo con commenti e trovando amici che condividevano i miei post e pensieri. 2) Quando hai deciso di fondare un gruppo, hai optato subito per Fabrizio De André o avevi altre idee?

Vedendo i Gruppi di tutti i generi decisi di fondarne uno io su Fabrizio De Andrè visto che sin da piccolo ho sempre seguito il Poeta genovese e ascoltato le sue canzoni. Così decisi di creare il gruppo Fabrizio De Andrè Il Poeta! 3) Perché ti sei convinto di creare una radio virtuale su facebook?

Il Gruppo Fabrizio De Andrè il Poeta saliva di iscritti e piaceva molto mi chiedevano dediche per amici e perenti e così dopo poco tempo una sera il 12 Aprile 2010 Mi saltò alla mente: Creare una Radio Virtuale e chiamarla Radio Faber? Con dediche, foto, link di canzoni, articoli di giornale insomma tutto che riguardasse Faber e così nacque Radio Faber la Radio Virtuale di Facebook. 4) Quanto è seguita questa “Radio Faber”, quanti post in media al giorno?

La Radio è Seguita dalla mattina alla sera in circa dalle 7 alle 23,30

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con una media di 40 post commentati e con introduzione musicale del perchè Faber avrebbe scritto o fatto una sorte di cronaca alla canzone proposta. Una sorte di catena poetica.. 5) Ti sei fatto un’idea di quale può essere la cultura musicale dei membri del gruppo? Secondo te hanno in media una conoscenza totale di Faber oppure qualcuno si iscrive per approfondire la conoscenza?

Devo dire che in parecchi la cultura del Gruppo è molto alta su Faber sanno tutto sono una sorte di libro. Molti altri grazie alla radio hanno scoperto Faber e in tanti hanno ringraziato spece le nuove generazioni e ne siamo felici di questo al perchè il viaggio Ostinato e Contrario di Faber continui e vada a lungo avanti nel tempo. 6) Per quanto riguarda invece il livello di conoscenza in generale della cultura musicale, hai idea di quale è il livello dei membri di “Radio Faber”?

In Generale I Membri di radio Faber secondo me sono esperti un po’ in tutta la musica. Musica straniera pop e italiana direi molto su cantautori che hanno e fanno storia: Francesco Guccini, De Gregori, Nomadi, Fiorella Mannoia etc. le pietre miliari... 7) Ti proponi personalmente, come fondatore, di ascoltare le voci del tuo gruppo e moderarle, oppure di insegnare o aggiornare i membri su Faber?

Come Fondatore di Radio Faber personalmente ascolto o cerco di

ascoltare tutti i membri che commentano o criticano per migliorare un lavoro stupendo che tutti assieme portiamo avanti in allegria e amicizia, secondo me scopo principale per unione e tranquillità tra persone serie. Aggiorno i Membri con aiuto di 3 Collaboratrici che si impegnano sempre per ottimizzare la Radio e riescono a volte meglio di me un po’ cocciuto... Anzi un Grazie a Mariapia Lombardo, Francesca Turini, Elena Villaggio, Eugenia Belluti. 8) Facebook è considerato un “social network” e come tale è fonte di continue discussioni e dibattiti a volte animati. Vengono affrontate discussioni su “Radio Faber”?

Direi che in Radio discussioni animate non ne vengono fuori anche perchè discutere o bisticciare su testi così poetici e belli sarebbe un controsenso vorrebbe dire che non abbiamo appreso niente del discorso umanitario di Fabrizio de Andrè. 9) Di cosa si parla maggiormente su “Radio Faber”? Della vita, della musica, dei discorsi, oppure dei raduni che tenete per ricordare Faber?

Parliamo soprattutto dell’ideologia e della musica di Faber. Del fatto che il suo pensiero e ciò che ha scritto trova riscontro nell’attualità. 10) Esiste un progetto futuro per “Radio Faber” che non è stato ancora realizzato?

Spero in un concerto a scopo benefico con amici di cover Che Cantino Fabrizio De Andrè. ❖


Interviste Fabrizio De André riproposto da un quartetto di chitarre

LE QUATTRO CHITARRE PER RICORDARE FABER di Antonio Rocchi

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e Quattro Chitarre nascono nell’inverno 2001/2002, con una prima formazione che si è avvalsa, fino alla fine del 2006, della collaborazione di Enrico Cultrone alla voce e di Massimo Bertolacci alla chitarra solista. Nel 2007 a Bertolacci è subentrato Gino Cabona e, nello stesso anno, si è prestato come preziosa voce solista, Carlo Ghirardato, tuttora protagonista, per dare corpo al repertorio di “Canto d’amore corrisposto” il tributo a Fabrizio De André con i brani “italiani” della sua trentacinquennale carriera. Nel 2008 si è aggiunto Lorenzo Coppo, voce solista di un’altra proposta musicale, (all’insegna di “non solo De André…) sempre centrata sui successi genovesi e liguri di validi autori riconosciuti. Fino al 7 Dicembre 2011 Le Quattro Chitarre, hanno eseguito 290 concerti in giro per tutta Italia; a Genova, innanzi tutto, da est ad ovest del capoluogo, calcando poi nel tempo, in una crescente successione di date, i palchi più eterogenei di Liguria, Piemonte, Lombardia, Abruzzo, Toscana, Veneto, fino all’exploit delle tre tourné in Sicilia, nel maggio 2003 (Agrigento), nel luglio 2004, nel settembre 2006 (Messina) e di Melide, sul lago di Lugano, l’ultima lo scorso 18 Luglio 2010. Il 24 Settembre 2004, si sono esibiti nella splendida cornice della Cassa Armonica di Napoli, grazie al patrocinio delle Presidenze Comunali delle due Città (Genova e Napoli). Tra gli altri eventi, il 3 agosto 2004, a Santa Margherita, hanno concluso il “Premio Internazionale Fernanda Pivano”, davanti alla scrittrice-traduttrice, emblema della diffusione della poetica della “beat-generation” in Italia e a Dori Ghezzi; il 29 agosto sono stati presenti al Festival nazionale di musica folk e dialettale di Civitella Alfedena in provincia dell’Aquila; il 12 settembre a Firenze sul lungarno del Ponte alla

Vittoria, in occasione della manifestazione in omaggio ai diversamente abili nell’ambito della Discesa ecologica dell’Arno organizzata dall’Associazione Amici dell’Arno, presieduta ad honorem dall’attore e regista premio Oscar Roberto Benigni. L’inizio del 2011 ha registrato il ritorno del cantante solista Enrico Cultrone, per l’esecuzione del terzo repertorio, intitolato “Mediterranea”, viaggio nel mondo (anche geografico) di Fabrizio De André e dei suoi “amici” genovesi, nall’ambito di una cultura, che partendo anche dal dialetto, conferma l’appartenenza ad una civiltà che, tra l’altro, è alla base della realizzazione di un album come Creuza de ma. Il sottotitolo “da Ma se ghe penso a Creuza de ma” può rendere, in sintesi, l’idea della loro proposta… I musicisti de Le Quattro Chitarre, pur con la loro offerta diversificata, hanno comunque legato prevalentemente il loro nome a Fabrizio De André, concittadino mai troppo compianto, proponendolo in questi anni per mantenerne viva la memoria, attraverso una selezione attenta dei suoi capolavori. ❖

Max Manfredi è uno tra i personaggi più originali e interessanti nel panorama della nuova canzone d’autore italiana. Le sue radici sono la poesia, il teatro, e la musica, anzi, le musiche. Ma è una particolare sensibilità nel percepire e leggere la realtà, che lo porta a quei risultati espressivi che fanno di lui un artista del tutto originale. Un poeta del linguaggio verbale e musicale, inventore di una lirica personale. Un artista che compone canzoni dall’età di tredici anni, scrive da sempre, frequenta i piccoli club come le università, le scuole e le grandi manifestazioni. Più dei numerosi – e importanti – premi ricevuti, più che le tante trasmissioni televisive e radiofoniche a cui ha partecipato, valgono a presentarlo le sue canzoni, quelle stesse che impressionarono Fabrizio De Andrè, che volle cantare con lui, nel cd “Max”, quella Fiera della Maddalena che un numero sempre crescente di appassionati riconosce ed accompagna ai concerti. Max Manfredi ci fa dono di un mondo poetico e musicale sorprendente ed originalissimo, senza paragoni con l’attuale scena italiana (leggera o d’autore), o con gli ibridi dell’odierna musica “pop”. I testi commoventi ed ironici, spesso folgoranti, le musiche ora riflessive, ora trascinanti, suggestive sempre,fanno di un suo concerto un evento che si ricorda.

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Evelyne Girardon, La Fontaine Troublée CD Compagnie Beline  CB35811 (CD, 2011)

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Evelyne “Beline” Girardon incide un nuovo e bellissimo album grazie anche alla collaborazione di musicisti importanti. Primo fra tutti è Jean Blanchard insieme al quale rivivono le sonorità de La Bamboche. In questo CD  Blanchard è autore di molte composizioni, inoltre lo vediamo anche impegnato al canto e alla cornamusa. Ma anche Soig Siberil fornisce un contributo di rilievo, prima di tutto in quanto autore della musica di “Les mots envolés” ma anche per gli arrangiamenti  e il suono della sua chitarra. Tra i suoi arrangiamenti merita particolare attenzione “La fille possedée du demon”. Tra le altre collaborazioni vanno sottolineate quelle di Gilles Chabenat, Norbert Pignol e Soraya Mahdaoui, dotata di una bellissima voce. La soluzione grafica di copertina è opera di Nicolas Castellan sulla base di una fotografia di Agostino Roncallo Jac Lavergne. 02

Fairport Convention, Babbacombe Lee Live Again

CD Matty Grooves Records  2012  (MGCD052)

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Il tour invernale dei Fairport Covention è dedicato alla rivisitazione del celebre album Babbacombe Lee. Si tratta di una splendida rivisitazione che ci trasmette, intatta, l’atmosfera di quello storico disco. Il produttore John Gale ha  fatto un ottimo di lavoro, sia per ciò che riguarda la registrazione live che per  il mix e la masterizzazione, effettuata ai Galeforce Sound di Dublino. L’ottima grafica di Mike Toole è impreziosita dalle fotografie  di Kirstie Handley. Agostino Roncallo 03

Lou Dalfin, Cavalier Faidit  04

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2011, CD Musicalista s.n.c. - MUS004

Dopo due anni i Lou Dalfin escono con questo nuovo album comprendente 16 composizioni, scritte  da Sergio Berardo e prodotte da Marco Martinetto che è anche l’autore della registrazione. Quest’ultima è stata effettuata presso  i Laboratori di Musica Artisanala. Il booklet contiene tutti i testi e le fotografie di Enrica Pavese. Molto bella la nuova copertina di Luna Enoch, che disegna un vero e proprio borgo medioevale frequentato da un improbabile cavaliere, armato di spada, ma anche di suadenti pin-up. Agostino Roncallo

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Fotheringay, Essen 1970 LP Thors Hammer  2011 - THLP 002

Il disco, pubblicato dall›etichetta tedesca Thors Hammer, è la registrazione del concerto tenuto alla Grugahalle di Essen il 23 ottobre 1970. Il produttore Jerry Donahue è anche autore dell›editing e del remix. Diciamo che il disco è importante così come l›esibizione dei Fotheringay, che hanno suonato con pathos e grande precisione nelle esecuzioni. Ottima la vocalità del gruppo che accompagna e sostiene Sandy, otttima la precisione dei colpi di Gerry Conway e gli accordi di chitarra dello stesso Donahue. La qualità della registrazione è nel complesso buona, l›album è stato accuratamente ripulito, anche se un po› ovattatae poco dettagliata. Ma di più non si poteva probabilmente pretendere. Infine una nota sulla copertina nella quale una fotografia del gruppo viene rielaborata e colorata da Astrid Grolla. Agostino Roncallo 05

RECENSIONE DEL PRIMO ALBUM DEI

Mànran, “Mànran”

La musica scozzese ha conosciuto nel passato grandi momenti di popolarità in Italia, soprattutto negli anni settanta/ottanta, quando gruppi come Five Hand Reel, Battlefield Band, Silly Wizard, Ossian, Tannahill Weavers, Boys of the Lough, Jock Tamson’s Bairns, Capercaillie rinnovavano i fasti del folk Caledone e spopolavano nei nostri festivals. Da allora, molte altre valide bands si sono susseguite nei palchi del nostro paese, ma senza riportare il grande successo di quei gruppi seminali. La prova tangibile di questa popolarità si percepiva anche dal fatto che i loro dischi si trovavano con facilità, sia perché importati, sia addirittura perché stampati  in Italia. Dopo un periodo di stasi, da qualche tempo, in Scozia, si sta assistendo ad un bel rinnovamento. Sono nate bands e solisti, davvero di rilievo, come Rura, Breabach, Julie Fowlis, Malinky, Karine Polwart, Paul McKenna Band, ma quelli che in assoluto mi hanno colpito di più sono sicuramente i Mànran che hanno pubblicato il loro primo omonimo album per la loro etichetta discografica, la “Mànran records” prodotti  da due nomi molto importanti della scena scozzese: Calum Malcom (produttore dei Boys of the Lough, Wet Wet Wet, Simple Minds, Capercaillie etc) ed il leggendario fisarmonicista  Phil Cunningham “boss” dei Silly Wizard e delle Transatlantic Session. Ho visto recentemente i Mànran live ed hanno un impatto davvero fulminante per la grande energia che sprigionano soprattutto


Recensioni nell’esecuzione di reels e Jigs. Altra carta a loro favore e la freschezza degli arrangiamenti in chiave rock, perché oltre a strumenti tradizionali come la Highland pipes, wooden flute, violino, fisarmonica ci sono anche basso, batteria e tastiere a fare da tessuto ritmico. Inoltre, cantano benissimo sia in inglese che in gaelico con armonie vocali degne dei Silly Wizard o degli Ossian. Il loro cantante solista Norie McIver è, inoltre, anche autore del loro primo singolo “Latha Math” che parla di un bellissimo ed idilliaco giorno nell’isola di Lewis, nelle Western Island ed è uno dei brani di punta di questo album. Molte, in realtà sono le sorprese di questo disco che contiene, oltre a brani originali e tradizionali, anche bellissime cover come “Marasche nan Aigh» bellissima songs tradotta in gaelico da un brano di Mike Scott dei Waterboys e “Scottische” dell’ex Blowzabella Nigel Eaton. Il disco è davvero molto curato, gli arrangiamenti sono perfetti, senza sbavature con una coesione tra gli strumenti eccellente, ma non stupitevi, perché nelle file dei Mànran ci sono giovani musicisti che vantano già una bella carriera solista, o in altri gruppi come il fisarmonicista Gary Innes, il violinista e polistrumentista Ewen Anderson e soprattutto il flautista/piper Calum Stewart che sul flauto di legno ha costruito davvero dei nuovi suoni, tanto da essere considerato, dopo l’uscita del suo album “Early wood” (2008), un innovatore, lodato anche dal grande Donal Shaw. Vi ho detto tutto, ora sta a voi scoprire i “Mànran” non ve ne pentirete! Marcello De Dominicis

PIMPI TOUR 2012 POPULÀR! In una notte in concerto i vincitori del Premio Italiano Musica Popolare Indipendente con Peppe Voltarelli, Riccardo Tesi & Maurizio Geri, Abnoba, Chemin De Fer, Alessandro Tombesi in concerto Una produzione Mei Meeting degli Indipendenti - Scuola di Musica Popolare di Forlimpopoli - Materiali Sonori info e contatti: 0546/26304 - info@audiocoop.it

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Recensioni SOUNDS OF... STREPITZ & PAOLO TOFANI di Giovanni Floreani

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ai tempi di Suns Naturai (2003) Strepitz ha dedicato particolari attenzioni al tema della “naturalità”; un percorso che ha permesso di esplorare ambienti musicali interessanti tenendo conto anche degli aspetti filosofici, storici e antropologici che in una sorta di continua metamorfosi, determinano cambiamenti, diverse valutazioni, dubbi, incertezze e misteri. Se, ad esempio, prima ci si chiedeva cosa volesse significare “naturalità” ora, con “Sounds of…” cerchiamo di codificare e dare un senso all’infinità di suoni artefatti che escono dagli expander o dall’Ipad. Ci siamo, devo dire, liberati subito da un fardello ingombrante: la logica accomunanza fra naturalità e tradizione. Ed è questo un tema ben esplorato, a mio avviso, nel libro La Natura dei Suoni la cui stesura ho condiviso con l’amico filosofo Alberto Madricardo. Quindi la naturalità non si identifica con Tradizione. Liberati da questo vincolo, l’orizzonte sonoro si arricchisce di mille altre confluenze il cui unico comune denominatore è la volontà di mescolarsi rifiutando, o perlomeno cercando di farlo, uno schema predefinito con strutture scontate e prevedibili. Una musica senza tempo che, tuttavia, riflette riferimenti importanti e che si sforza di uscire da un ruolo rassicurante per le orecchie dell’ascoltatore. Qualche anno fa ho avuto l’occasione di conoscere Brian Eno con il quale ho trascorso una serata a parlare di musica e di “vita”. Inevitabilmente, visti I comuni interessi musicali, abbiamo a lungo discusso di “globalismo”. Ad un certo punto disse: se ho bisogno, per una mia composizione, di un suono “etnico” preferisco costruirmelo nel mio studio con le mie attrezzature piuttosto che “rubarlo” al suo luogo di provenienza. Mi venne da pensare anche ai suonatori della Val Resia o gli zampognari del Pollino oppure ai musicisti che trovi nei pub di Edimburgo, i quali dif-

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ficilmente ti permettono di unirsi a loro se non conosci, almeno in parte, la loro musica. Ecco quindi che la provenienza o l’appartenenza di un suono diventa se non di poca importanza, molto relativa se si spostano I motivi d’interesse verso una certa proposta musicale basata non sulla “esoticità” ma determinata dall’uso di un suono o rumore inconsueto e inaspettato. Questi inserimenti in un ampio contesto, che ammiccano all’uso e alla fruizione del “suono” in quanto fenomeno sonoro nello spazio, che può essere acuto, stridulo, grave, debole, sinuoso…, non privilegiano l’aspetto etnico, spesso “fasullo” o, appunto, “rubato” come dice Eno ma guardano e guidano ad uno sviluppo, se vogliamo, anche armonico, di più ampio respiro e, sicuramente, più originale. Questo approccio permette, a mio avviso, di lavorare staccandosi dal dilemma dell’autenticità etnica e di liberarsi da vincoli dettati da un ragionevole rispetto verso i suoni di mondi che culturalmente non ci appartengono. Con Suns naturai è iniziato un percorso che approda a Sounds of… e rimane in sospensione in attesa di ripartire verso altri lidi e altre ricerche. L’approfondimento al quale mi riferisco usa elementi diversi, sensibilità contrapposte, autoironia, a tratti emerge perfino una sottile forma di qualunquismo. Se apparentemente le citazioni iniziali potrebbero dare forza ad una posizione anarchica rispetto alle “Cuancuantrules” (le innumerevoli voci del Potere che quotidianamente ci assillano) vi è anche una netta colpevolizzazione (quasi reazionaria) della massa (di bessoi non an nuje ce di e contâ, in trop a podin sei periculôs) che, come dice il testo, presi uno ad uno sono sostanzialmente dei vigliacchi mentre nel “branco” diventano pericolosi e certamente non propositivi. Così come (aghe, aghe benedete) la sacralità di uno degli elementi più cari

alla tradizione popolare, l’acqua, viene depurpata da un’evoluzione sonora al limite dell’insopportabilità fisica con suoni e rumori che poco hanno a che fare con il “flusso melodico” e “rassicurante” di un ruscello, di una fontana, di un cristallino corso d’acqua. Ma anche la testimonianza di un’ironia, di una rabbia e di una saggezza popolare raccolte in Charax Marathon e Orarà la me gjalino per finire nella sublimazione del caos attuale, di una “frantumazione” che è diventata, oramai, una costante della nostra quotidianità. Ancora una volta, quindi, una sostanziale fotografia di una realtà, anche musicale, che viviamo con la consapevolezza di non saper e poter distinguere fra generi, appartenenze, naturalità, alterazioni, piacere puro all’ascolto e piacere “intellettuale” dell’ascolto e cioè quell’ambiguo modo di dire di certa musica contemporanea: che figata ! mentre dentro di se la sofferenza pervade. Insomma, un modo un po’ “Gaberiano” di vedere il mondo. Il cd termina con un perentorio “destruction of the world” estratto da uno dei più importanti discorsi del Mahatma Gandhi. Pessimismo per un mondo che va alla deriva? C’è qualcosa che ci impedisce di osservare l’evolversi della vita con occhi diversi anzi da un punto di vista più alto. Sembra che le nostre valutazioni debbano viaggiare a quote molto basse provocando quindi discussioni e contrapposizioni di scarso valore ma di grande conflittualità. La Frantumazione è quindi intesa come polverizzazione di pensieri e opinioni che però non emergono, rimangono in superficie e quindi non evolvono. “L’anima artificiale” e i “voli contaminati” rappresentano il mondo artefatto che ha, paradossalmente, sostituito quello reale. Gli esempi sono sotto gli occhi di chiunque abbia desiderio di vederli. Ma, in definitiva, il centro della questione sta sempre nell’equilibrio e nella ragionevolezza di certe


Recensioni

scelte: il “virtuale” non è deleterio se può agevolare la progressione del reale. Voglio dire, per esempio: se la “finanza” percorre strade parallele al reale flusso produttivo e, anzi, lo agevola nella semplificazione delle transazioni e nell’ottimizzazione dei costi passivi, questa “finanza” è positiva e, per quanto virtuale, essa si pone al servizio dell’esistente non in contrapposizione. Se parliamo di musica, la sostanza non muta: la tecnologia e la creatività umana possono compiere imprese inimmaginabili ma due sono le condizioni imprescindibili: un continuo e appassionante lavoro di ricerca e la volontà di spingere le proprie riflessioni ad un livello “superiore Nel cd si fa largo uso della lingua friulana (più corretto sarebbe dire carnica); vi è, certamente, una appartenenza affettiva a questa terra che, per quanto non sia la mia terra d’origine (sono nato e cresciuto fino a 18 anni in quel di Venezia) è proprio qui, in Friuli, che ho creato e maturato la condizione di musicista e ricercatore. E’ ben vero che, in seguito, le mie frequentazioni extraregionali sono diventate sempre più frequenti ma il ceppo, la radice rimangono ancora qui e soprattutto in Carnia. Non nego che la questione dell’uso della lingua autoctona abbia sempre dato vita ad animate riflessioni all’interno della band ma anche con gli amici musicisti; se negli anni ’70 - ‘80, cantare e parlare in friulano poteva essere un gesto forte e non violento di contrapposizione ad una cultura dominante (ricordo ancora le enormi scritte che campeggiavano sui muri di San Daniele del Friuli ai tempi della Fieste di Chenti – antesignana di

Folkest: AUTODETERMINAZION DAL POPUL FURLAN) ora, al contrario, diventa un modo quasi radical-chic di proporsi. Questo, ovviamente, è l’aspetto superficiale della questione (torniamo al ragionamento fatto precedentemente); ciò che, in realtà, può essere interessante è “il suono della lingua”. Ritorna, quindi, questo elemento, il Suono, non come strumento, mezzo espressivo ma quale protagonista nella sua autenticità e nella sua versione più originaria. Sono anche d’accordo con chi afferma che la lingua sia lo strumento più efficace per la sopravvivenza di un popolo ma non è questo aspetto ad interessarmi maggiormente per quel che riguarda il mio lavoro di ricerca e sperimentazione musicale. Credo che dovremmo dedicare ampi sforzi ed energie verso un’approfondita riflessione su questo tema: se la parola “cantata” viene intesa come un suono l’aspetto della comprensione testuale viene di fatto a cadere. La Musica, questa lingua universale, compresa da chiunque, ha queste capacità. Per esempio le prime “parole” di un bambino sono comprese da tutti gli adulti, a prescindere dalla loro provenienza geografica; non dico di ritornare ai primi tentativi gutturali d’espressione dell’uomo preistorico… ma, certamente, un lavoro più profondo sul “Suono della Voce” potrebbe essere utile. Demetrio Stratos docet. In questi anni Strepitz ha avuto l’opportunità di collaborare con nomi importanti della scena musicale europea; chi non vive nel mondo dello spettacolo nel senso che non lo frequenta dietro le quinte come può accadere a noi, non si rende conto di quanta semplicità ed umiltà ci sia (soprattutto fra “i grandi”). Accade, quindi, che, spesso, basta una telefonata, un incontro casuale per intessere collaborazioni che, tuttavia, sono sempre la conseguenza di una sincera amicizia e stima reciproca. E’ ben vero che le “casualità” bisogna, in qualche modo, cercarle ma questo vale come re-

gola base per qualunque tipo di rapporto umano e desiderio di socializzazione. La condivisione di progetti con musicisti di una certa fama è stata per me la conferma della precarietà del mondo artistico e del fatto che non potrai riuscire a fare “l’artista” se non accetti il rischio di una vita fluttuante. Superata questa soglia e preso atto che “siamo tutti sulla stessa barca” ciò che conta, come dice sempre Paolo Tofani, è divertirsi. Voglio dire: un progetto potrà anche nascere a tavolino e, dopo attente analisi tecnico –economiche si potrà anche definire gli attori di quel progetto e quindi far partire la business macchina. Per i soldi si può anche arrivare a fingere divertimento ma, sicuramente, un’operazione del genere non potrà incrementare il bagaglio intellettuale di un’artista. Sia con Pierre Favre sia con Paolo Tofani ho vissuto momenti di grande spessore umano; in ambedue i casi, inizialmente, mi colse un po’ di preoccupazione perché alle prove puramente tecniche (strutture, soli, passaggi, inserti, ecc) si preferiva spendere le ore a parlare di questioni, apparentemente, poco pertinenti rispetto al motivo per cui ci si trovava. Mi resi conto, di li a poco, che sbagliavo. Quel tempo trascorso assieme si è rivelato ricco di spunti, di idee e di appigli per altri percorsi. Una ulteriore conferma che il tecnicismo nulla a che fare con l’esito efficace di un progetto musicale. Ovvero, il tecnicismo è qualcosa che ogni musicista coltiva e rafforza, se ne sente il bisogno, per proprio conto. Poi, nel momento del concerto o della performance ogni ruolo esce, nella giusta misura, quasi spontaneamente. Questo modo di operare attenua, perlomeno, la scontata scaletta che “disegna” il brano: tema, assolo, sviluppo, tema. Anche con Jing, eccezionale suonatrice di Pipa cinese, ho vissuto momenti simili ma, in questo caso, la sua “libertà” dalla struttura che ingabbia un brano musicale è dovuta, ritengo, ad un prezioso back ground trascorso nella musica popolare in seguito arricchito da un virtuosismo tecnicistico di alto livello frutto di studio e applicazione sistematica. Probabilmente altri musicisti potranno smentire o contrapporre questo mio modo di pensare ma rimane il fatto che questi incontri hanno rafforzato il mio pensiero e gli esiti penso siano soddisfacenti. ❖

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Lineatrad 2-2012  

Värttinä - Finlandia Celtic Connections - Scozia Syd Barrett - Inghilterra Strepitz e Paolo Tofani - Italia Danze Liuteria La ballata e Bob...

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