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mensile Anno 1 n° 11 novembre 2012 € 0,00

Violons Barbares © Clotilde Perrin - Dalafjorden, Norway

Museo dei Peloritani Womex 2012: tutto il rapporto Scirvan Il premio Andrea Parodi Municipale Balcanica

Pink Floyd, storie e segreti La ballata e Bob Dylan Elias Nardi quartet Violons Barbares Abnoba


Sommario

n. 11 - Novembre 2012

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

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Un giorno di straordinaria bellezza

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Qualche scoperta... tra i musicisti presenti al Womex 2012

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Municipale Balcanica: la presentazione

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Buon Anniversario, Folkclub Torino!

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Il gruppo Scirvan

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2012: un indimenticabile anno di folk

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Visti per voi: la 18ª edizione del Womex a Salonicco, 17/21 ottobre 2012

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Il premio Andrea Parodi

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Pink Floyd, storie e segreti

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Eventi

Cronaca

Interviste

Recensioni

di Loris Böhm

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ndicesimo numero di Lineatrad, con la cadenza mensile rispettata, salvo slittamenti di qualche giorno... Comunque ci avviamo alla fine di questo primo anno di pubblicazione e tiriamo le somme essendo consapevoli di aver iniziato un ciclo produttivo utile per il mondo della musica folk. Questo mese, contrariamente a quanto sembrava all’inizio (considerando il periodo autunnale avaro di spettacoli ed eventi) ci ritroviamo in extremis a pubblicare un consistente numero di pagine; segno che tutto sommato la scena musicale italiana e internazionale, nonostante la crisi, non va mai in letargo. Ci sono tante schede di musicisti emergenti pubblicate in questo numero, e qualcuno di voi si sarà già chiesto come mai gli argomenti all’interno della rivista sono così mescolati tra di loro, quasi messi a caso. In realtà un motivo esiste: a parte il fatto che a noi le notizie arrivano a pioggia, per cui quando si impagina si segue l’ordine di arrivo cronologico prevalentemente...

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poi il motivo è che il lettore in questo modo è quasi “costretto” a leggere tutto dall’inizio alla fine, senza cercare subito l’argomento prediletto per poi trascurare le altre notizie. In questo periodico credo che ogni informazione sia degna di attenzione e in qualche modo di interesse per chiunque segua con passione il mondo della musica folk, world e affine. Alla fine non credo che il lettore che si legge tutta la rivista d’un fiato si annoi davvero... nessuno si è mai lamentato del contenuto della rivista, anzi! I responsabili di redazione e tutti i nostri collaboratori hanno svolto un ruolo importante per far sì che questo progetto (che qualcuno giudicava impossibile se non addirittura poco utile) potesse alla fine imporsi con decisione nel panorama musicale italiano. A loro va il mio ringraziamento con la speranza che il 2013 porti qualche utile anche a livello economico nelle nostre tasche, oltre che i soliti investimenti... Siamo in clima di bilanci anche per quanto riguarda le produzioni disco-

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Editoriale grafiche, e Agostino Roncallo ci propone una selezione (ovviamente personale e non esaustiva) di quanto di meglio è uscito quest’anno sotto forma di compact. Uno spazio particolare, naturalmente, lo dedichiamo all’evento clou dell’anno per quanto riguarda la world music mondiale: il Womex 2012 in Grecia che si è appena concluso con risultati lusinghieri. Peccato davvero che da noi in Italia gli expo similari: il Mei a Faenza e adesso il Medimex, a Bari, non siano all’altezza; il settore della world music e della musica tradizionale in genere è diventato marginale nel programma di questi eventi, e nonostante i proclami trionfalistici dei rispettivi organizzatori risentono pesantemente della crisi economica. Per quanto ci concerne abbiamo preso atto della quasi totale mancanza di rappresentanti del nostro ambiente musicale, al Medimex. Noi di Lineatrad pertanto quest’anno non abbiamo ritenuto “produttiva” una nostra presenza


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Il deciso ritorno alla ballata nell’ultimo disco di Bob Dylan

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Balli folk occitani Giada Salerno, in arte Ciatuzza

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Stage: Il violino popolare nelle valli occidentali

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Pifferi, muse e zampogne: il mio piccolo grande festival

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Elias Nardi Quartet... The Tarot Album

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Abnoba: le “new roots” prendono il volo sulle ali della voce

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Violons Barbares Bulgarian/Mongolian World Wild Music

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Elias Nardi: l’intervista

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Lineatrad Media Partner Mei Supersound

in quella menifestazione, sperando che nel 2013 la nostra musica sia da loro maggiormente considerata e ci induca a partecipare. Anche la pessima scelta di avvantaggiare gli operatori pugliesi con uno sconto addirittura del 50% sulle spese di ingresso, mi sembra invero infelice e altamente discriminante per tutti coloro che devono spendere parecchio per arrivare dalle altre regioni (e nazioni!!)... infine quello che sembra palese è che si tratti esclusivamente di una vetrina di artisti locali al cospetto del mercato musicale internazionale. Comunque anche senza expo si va avanti lo stesso, promuovendo gli artisti e le manifestazioni che meritano. Ci sono tanti progetti di cui parlare, e abbiamo solo trenta giorni di tempo tra un numero e l’altro della rivista. Sinceramente dubitavo di poter rispettare queste cadenze, con pressanti problemi familiari e lavorativi sulle spalle, ma (ripeto) in tanti mi hanno sostenuto nel progetto Lineatrad. Queste “lampadine” (come mi piace chiamare i colla-

boratori occasionali) che si accendono e si spengono, hanno creato davvero un effetto psichedelico dirompente: hanno permesso alla rivista di sopravvivere, e questo editoriale lo voglio dedicare a loro. Nel prossimo numero, l’ultimo dell’anno, dopo una riunione redazionale, daremo delle chiare indicazioni sui progetti che avvieremo per garantirci uno stabile futuro. Ricordo che non abbiamo nessun utile in denaro e non possiamo attualmente rimborsare nessuno, per il semplice fatto che non abbiamo ancora abbastanza seguito per poter diventare una testata registrata ufficialmente (le ingenti tasse da pagare ci farebbero chiudere in breve tempo). Il futuro però non è stato ancora scritto, e continuando a scrivere di tradizione, seguendo la nostra “linea”, aumentando il numero dei lettori, almeno quanto basta per avere un rientro nelle spese gestionali, potremo diventare una vera testata giornalistica e “lavorare” per un minimo di profitto oltre che per passione... ❖

www.lineatrad.com www.womex.com/virtual/lineatrad N. 11 - NOVEMBRE 2012 via Marco Sala 3/6 - 16167 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm - direttore@lineatrad.com Vice Direttore: Agostino Roncallo - agoronca@tin.it Responsabile Area Sud Italia: Pietro Mendolia - e-mailanova@tiscali.it Responsabile Ufficio Stampa: Fulvio Porro - fulvioporro@yahoo.it Hanno collaborato in questo numero: Marcello De Dominicis, Mathieu Aymonod, Giordano Dall’Armellina, Silvio Trotta, Ufficio Stampa Synpress 44 Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

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Argomenti UN GIORNO DI STRAORDINARIA BELLEZZA

In visita al “Museo Cultura e Musica Popolare dei Peloritani”

di Pietro Mendolia *

“La bellezza! Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore” Peppino Impastato

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ome non essere d’accordo con le parole (bellissime) del caro Peppino Impastato, varcando la soglia di questo piccolo spazio dedicato alla musica tradizionale che, nato per essere un semplice luogo di conservazione di stumenti musicali popolari e oggetti d’uso pastorale, è finito per diventare meta obbligata per chi, animato dall’interesse per la cultura dei popoli e per le sue forme d’arte, è alla costante ricerca della bellezza capace di meravigliare, sorprendere, stupire:

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il “Museo Cultura e Musica Popolare dei Peloritani”. Qualcuno mi aveva parlato di questo luogo, come di una piccola perla confinata tra le viuzze di un grazioso Comune del messinese, Gesso, e dell’infaticabile suo fondatore e animatore, l’antropologo etnomusicologo Mario Sarica, ma sono stato assai più piacevolmente sorpreso quando, lo scorso ottobre, sul finire di una domenica di bel sole, capitato all’improvviso al museo con una nutrita combriccola

di amici (grandi e piccoli), ho trovato Mario alacremente al lavoro, intento nella ricostruzione dell’archivio multimediale, altro piccolo patrimonio del museo. Personalmente sono rimasto affascinato, in quella circostanza, dalla grande attenzione riservata agli ospiti (soprattutto ai più piccini) e dalla visione di infiniti strumenti, musicali e non, alcuni davvero curiosi e particolari, che ci sono stati illustrati con una passione affabulatoria senza pari.


Argomenti

tradizione, che si sviluppa in quattro sale, propone anche uno spazio multimediale di approfondimento, articolato in una sezione bibliografica, una postazione video ed un’area digitale per l’ascolto dei repertori strumentali e vocali di festa e di lavoro.

Sala 1 - Idiofoni - Aerofoni Membrafoni Strumenti Giocattolo, Oggetti e Giocattoli Sonori, Spaventapasseri Sonoro La prima sala, quella d’ingresso al museo, oltre ad una serie di pannelli informativi sulla vicenda storica di Gesso e sulle sue testimonianze architettoniche e artistiche, e la postazione video di “presentazione”, propone un’ampia campionatura di strumenti-giocattolo, oggetti e giocattoli da suono che, nei contesti di vita tradizionale, assolvevano a funzioni ludiche, didattiche e cerimoniali, connotando sonoramente gli ambiti di festa collettivi e di gioco dei ragazzi.

Il “Museo Cultura e Musica Popolare dei Peloritani”, attivo dal 1996, concepito secondo i più aggiornati indirizzi museografici, si configura come un’esperienza esemplare per la conservazione e la fruizione di una porzione significativa del patrimonio di cultura di tradizione orale siciliana. Oltre a ricostruire la lunga e complessa vicenda organologica dello strumentario musicale popolare, ordinato secondo le classiche famiglie degli aerofoni, cordofoni, membranofoni ed idiofoni, il percorso espositivo evidenzia, con l’ausilio di un ricco apparato iconografico, schede didattico-informative e sup-

porti video, i caratteri tipici di ogni strumento, ovvero le occasioni d’uso, le funzioni cerimoniali assolte, le modalità di costruzione e le tecniche di accordatura. Accanto agli oltre 150 strumenti musicali e da suono che fanno parte dell’originale collezione museale, unica nel suo genere in Sicilia, è possibile osservare anche oggetti agro-pastorali, quali utensili di lavoro e manufatti lignei d’uso quotidiano, che segnalano il più vasto orizzonte di cultura materiale e di comunicazione interpersonale entro il quale si collocano i “produttori di suono”. Il suggestivo viaggio tra i suoni strumentali della

Sala 2 - Aerofoni - Idiofoni - Maschere rituali e Oggetti d’uso contadino e pastorale Conchiglie, Flauti (semplici, doppi, tripli), Scacciapensieri, Traccole, Campanacci Introduce alla conoscenza degli aerofoni pastorali di più remote ascendenze mediterranee, quali flauti semplici, doppi e tripli, e al più arcaico degli strumenti a fiato, la tromba di conchiglia, e ai meno noti idiofoni, ovvero agli strumenti da suono, sonagliere, campanacci, traccole, raganelle, scacciapensieri, funzionali ai contesti di lavoro,

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e a quelli rituali e di festa della condizione di vita agro-pastorale. La postazione video propone poi una serie di interessanti documenti di ricerca.

Sala 3 - Aerofoni Membrafoni Manufatti e Oggetti d’uso Pastorale Clarinetti di Canna, Oboi Popolari, Zampogne a Paro, Tamburi a Cornice La terza sala riserva un posto centrale alla zampogna a paro, ovvero alla ciaramèdda, lo strumento più rappresentativo della cultura musicale pastorale siciliana, che proprio nei Peloritani trova la sua area di più forte radicamento e dif-

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Sala Conferenze e Animazione Musicale Il museo è anche dotato di una sala di animazione, che ospita periodicamente seminari e stage su temi inerenti la cultura popolare siciliana, e peloritana in particolare, riservando specifica attenzione alle tradizioni musicali. Nello stesso spazio si esibiscono, poeti, suonatori e cantori dell’area peloritana, in occasione di concerti tematici e visite didattiche riservate alle scuole di ogni ordine e grado e ai gruppi organizzati (mi piace ricordare, tra questi, i poeti-cantori Pippo Bonaccorso e Maria Costa, veri e propri “monumenti della cultura popolare di tradizione orale siciliana”).

fusione. Inoltre è possibile osservare i clarinetti di canna semplici e doppi, strettamente imparentati con le zampogne peloritane, e gli oboi popolari, d’uso cerimoniale in ambiti processionali. Di particolare rilievo i documenti proposti dalla postazione-video riservati all’uso della zampogna nei contesti di festa sacri e profani.

cornice monopelle, ovvero ù tammurèddu, indispensabile supporto ritmico agli strumenti solisti, quelli cilindrici a bandoliera, richiesti per le processioni e bandi pubblici, e ancora quelli a frizione, e poi, per gli aerofoni meccanici, organetti e fisarmoniche.

Biblioteca e Sala Animazione Multimediale Per consentire ai visitatori di approfondire la conoscenza della cultura musicale siciliana di tradi-

Sala 4 - Cordofoni Membranofoni - Aerofoni Meccanici - Oggetti d’uso contadino Violini, Mandolini, Chitarre, Organetti, Tamburelli, Tamburi a bandoliera La quarta sala, oltre ad una variegata collezioni di cordofoni, quali chitarre, mandolini, violini, anche nelle “varianti” americane degli emigranti, chitarra-banjo e mandolino-banjo, tutti strumenti elettivi delle orchestrine da ballo richieste nei contesti di festa collettivi (matrimoni, carnevale,etc.), espone, tra i membranofoni, i tamburi a

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zione orale, il museo propone uno spazio informativo multimediale articolata in una postazione video con materiali di ricerca, una stazione multimediale con ipertesto sugli strumenti musicali popolari, una sezione d’ascolto digitale con repertori strumentali e vocali di lavoro e di festa raccolti in Cd, una raccolta di Lp (33giri) di carattere folklorico-popolare, e un nucleo bibliografico essenziale.

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Il suggerimento per tutti gli appassionati del genere è, ovviamente, quello di visitare di persona questa singolare realtà, il cui originario progetto di realizzazione, patrocinato dal Comune di Messina con la partecipazione della Provincia Regionale di Messina, è stato curato meticolosamente dall’Associazione Culturale Kyklos. Ulteriori notizie di dettaglio possono essere reperite al sito http://

www.museomusicapeloritani.it/ che propone una intrigante, ricca, musicale presentazione d’insieme. L’ingresso al Museo? Manco a dirlo! E’ gratuito!... come lo splendido sole d’ottobre, in Sicilia.

* Pietro Mendolia è autore e compositore del gruppo di nuova musica etnica siciliana Malanova.


Eventi Venticinquesimo compleanno del Folk Club di Torino, all’insegna del ricordo di Franco Lucà

BUON ANNIVERSARIO, FOLKCLUB TORINO! di Fulvio Porro

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l FolkClub, la prestigiosa “cave” musicale di Torino, compie 25 anni, e per festeggiare al meglio il primo quarto di secolo di vita Paolo Lucà e Davide Valfrè, oggi le anime pulsanti del sodalizio torinese, non potevano far altro che pensare ad un avvenimento lungo ben otto mesi e una cinquantina di concerti, ovvero l’intera stagione di programmazione, da ottobre 2012 a maggio 2013. Il programma completo è stato pubblicato sullo scorso numero della rivista, e rappresenta certamente un biglietto da visita di tutto rispetto; considerando la lunga programmazione temporale l’intera proposta potrà ovviamente subire qualche inevitabile aggiustamento in corso d’opera, pardon di concerto, per cui sin d’ora invitiamo i nostri affezionati lettori a verificare il progredire della programmazione stessa sul sito internet www.folkclub.it. Il FolkClub affonda le sue radici in quel lontano 16 aprile 1988, un sabato come tanti di inizio primavera, quando sulla pedana, allora non ancora storica, di via Perrone salirono gli Abacus per tenere a battesimo un progetto che, forse, allora nessuno poteva prevedere così lungo, vivo, articolato, qualitativamente sempre più elevato e, ovviamente, sempre più apprezzato da un pubblico in costante crescita. Forse nessuno ma, forse, Franco Lucà si. Figlio di emigranti calabresi, Franco si trasferì nella città delle “tre effe” (fame, fumo e freddo) in giovanissima età, mescolando

sapientemente allo studio prima e all’attività professionale dopo, la coltivazione di quella “fame” di cultura musicale di cui il suo DNA era straordinariamente ricco. Già nel 1973 è tra i fondatori di uno tra i gruppi maggiormente rappresentativi della musica popolare, Cantovivo, con il quale girerà l’Italia e l’Europa maturando esperienze le più disparate, che torneranno più vive che mai in quel futuro ancora tutto da scrivere. Dieci anni dopo da vita, insieme a Michele Straniero, e con l’insostituibile sostegno delle ACLI torinesi, al Centro di Cultura Popolare (CCP), tuttora attivo, prima realtà cittadina a proporre corsi di canto, danze e strumenti popolari, con quella serietà professionale e quel rigore intellettuale che da sempre hanno contraddistinto la vita e il lavoro di Franco Lucà. Da quel momento gli eventi, le manifestazioni, i festival, la “somministrazione” di cultura musicale nelle scuole come nei centri anziani si susseguono a ritmi sempre più impegnativi, facendo di Torino un faro culturale di primaria importanza, supportato al meglio anche dalla lunga e fattiva collaborazione con gli enti pubblici territoriali.

Donovan insieme a Franco Lucà

La creazione del nuovo spazio musicale, dal nome profondamente significativo, FolkClub, un club appunto fortemente orientato alla musica tradizionale e popolare in tutte le sue accezioni, nel 1988 poteva ben essere considerata un’idea pionieristica e, vista la realtà in cui lo stesso club andava ad insediarsi, altrettanto poteva essere ritenuta un’esperienza destinata a terminare nel breve volgere di tempo. L’idea di dare stabile sede ad un nuovo e coraggioso progetto viene invece condivisa e “approvata” dalle ACLI, proprietaria dello stabile torinese, dietro la forte insistenza di Franco, del suo programma operativo e soprattutto di quell’innato entusiasmo per ogni nuova sfida culturale e della sua “vista lunga” sui possibili sviluppi nel tempo, ma grazie anche alla stima conquistata, rispetto alla dirigenza del sodalizio, negli anni di fattiva collaborazione con il Centro di Cultura Popolare.

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Eventi

Il Teatro Regio di Torino in occasione della celebrazione del ventennale del Folk Club

In fase di ristrutturazione dello stabile, attraverso la demolizione di varie cantine e importanti lavori di rinforzo delle fondamenta del palazzo, necessarie anche per permettere l’abbattimento di alcune pareti portanti, sostituite da putrelle in acciaio, viene creato quello che ancora oggi è lo spazio vitale del FolkClub, una raccolta sala d’ascolto nella quale trova posto una ridotta pedana di soli 30 cm di altezza, attorno alla quale, come naturale anfiteatro, trovano giusta collocazione le sole 140 opportunità di ascolto. Niente tavoli, solo sedie pieghevoli facili da rimuovere per adattare la sala a diverse necessità, un camerino per gli artisti che spesso si

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rivela troppo angusto, un piccolo bar attivo prima e dopo il concerto, e nel breve intervallo che caratterizza ogni esibizione, niente cibo: ovvero massima attenzione e rispetto congiunto per pubblico e artisti; e per finire, al FolkClub non si è mai accesa una sigaretta. L’intimità è una delle caratteristiche peculiari della cave, ovunque lo spettatore si posizioni, ma la prima fila di sedie fronte palco è quanto di più profondo si possa desiderare per fruire al meglio non solo della musica proposta ma della sinergia tra artista e pubblico, grazie alla ridottissima distanza fisica che non supera i 50 cm, una situazione che concorre alla creazione di un pathos nettamente percepibile da

tutti i fruitori dell’evento, artisti ovviamente per primi. Per chi partecipa ad un concerto al FolkClub ogni elemento di disturbo, ogni possibile distrazione è bandita sin da quando le luci di sala perdono la loro intensità, e da un angolo buio la “voce” presenta gli artisti; anche l’applauso, liberatorio di quel rispetto culturale sempre riconosciuto a chi sale in pedana, e tangibile segno di emotiva solidarietà, non parte prima che l’ultima nota si sia dispersa nell’aria; un impercettibile cenno dell’artista e torna il silenzio assoluto, e con esso la musica torna ad essere assoluta protagonista. Anche la strumentazione tecnica è ridotta allo stretto necessario,


Eventi

Franco Lucà insieme a Mauro Pagani

senza per questo rinunciare alla qualità, e l’acustica sin da subito si è dimostrata all’altezza delle innumerevoli e variegate proposte musicali che da allora ad oggi si sono succedute. In modo assolutamente casuale, ma quasi preveggente della nuova situazione che a poco si sarebbe andata delineando, a gennaio del 1988 viene anche dato alla stampa il numero zero di FolkNotes, il bollettino mensile di informazione del Centro di Cultura Popolare, che dopo pochi mesi, con alcune modifiche redazionali, è destinato a diventare il doveroso promemoria di tutta l’attività del FolkClub, ruolo che ancora oggi il “foglio” mantiene, nonostante l’evoluzione verso mezzi di comunicazione decisamente più tecnologici. Nel 2004, grazie ad un accordo con l’amministrazione comunale di Rivoli, prende finalmente forma

una vecchia idea di Franco: il CCP viene infatti chiamato a trasformare l’ex mattatoio e fabbrica del ghiaccio della cittadina torinese in un centro musicale polifunzionale: nasce così Maison Musique, il primo villaggio musicale italiano con auditorium, sala di registrazione, museo degli strumenti, musicarium, centro di documentazione etnomusicologica, foresteria, bar, ristorante. Ad aprile del 2008 la celebrazione dei primi vent’anni del FolkClub diventa un evento che coinvolge tutta la città, e non solo; forse per la prima volta nella sua storia, sicuramente per un cast così ampio e qualificato, il Teatro Regio apre le porte alla musica folk, ospitando sul palco una trentina di artisti di caratura internazionale, amici innanzitutto, che con Franco Lucà già avevano condiviso emozioni e significative esperienze.

Una serata straordinaria, indimenticabile, storica, che ebbe una grande eco negli ambienti culturali torinesi, e non solo, e che motivò ancor più Franco a materializzarla e ”storicizzarla” con la realizzazione di un dvd dell’intero concerto. L’evento del ventennale rappresenta anche, purtroppo, il canto del cigno di Franco, da tempo malato e che si spegnerà appena dopo due mesi, lasciando ai figli e agli amici più fidati un testamento culturale di immenso valore, un “peso” assai impegnativo da trasportare e far progredire, ancor più nella difficile situazione economica cui versa oggi il nostro paese, ma che Paolo, Davide e la folta schiera di amici e collaboratori hanno accettato di buon grado, forti degli insegnamenti di una “istituzione” musicale quale Franco è stato. Ecco perché, per la prima volta nella storia della programmazione

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del FolkClub, l’intero cartellone della stagione viene proposto in unica soluzione, al termine di un lungo ed estenuante lavoro di cesello e di incastro di impegni e disponibilità di un gruppo di artisti che non mancherà certo di destare attenzione agli occhi, e poi anche alle orecchie e al cuore, degli amanti della buona musica. Anche la filosofia adottata nella selezione degli artisti è meritevole di attenzione: da una parte il gruppo degli “storici”, quei musicisti che negli anni maggiormente hanno potuto e voluto esibirsi al FolkClub punteggiandone le tappe, poi le “perle”, quegli artisti che, senza voler mancare di rispetto ad alcuno, hanno impreziosito di luce, di calore e di emozione la “cave”, e infine il “domani” (pur con qualche doverosa eccezione), ovvero la scommessa (verosimilmente comunque già vinta in partenza) su nomi “emergenti” e che per i festeggiamenti del trentennale potranno certo trovare posto in una categoria superiore. Pur dovendosi confrontare con le indubbie difficoltà del momento e un pari allontanamento del sostegno economico dell’ente pubblico, lo sforzo della compagine direttiva del CCP ha anche dato alla stampa un pregevole volume che raccoglie, per ognuno dei circa 50 concerti stagionali, una scheda tecnica e informativa con preziose notizie che

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Eventi

potranno confermare la bontà delle scelte dell’ascoltatore, ma che potranno parimenti far salire la curiosità rispetto a proposte non ancora conosciute. Un libro, perché tale è, che oltre ad essere una guida operativa per la stagione appena iniziata, rappresenta certamente un interessante concentrato di cultura musicale, un libro che potrà fare la sua bella figura in una qualsiasi biblioteca musicale. Con la speranza che questa iniziativa possa rappresentare il volume numero zero di una collezione unica nel suo genere. A margine dell’attività più complessiva del FolkClub, riteniamo infine opportuno evidenziare un paio di appuntamenti che andranno in scena all’auditorium di Maison Musique. Il primo è rappresentato dalla doppia serata dedicata al centenario della nascita di Woody Guthrie, con la nipotina Sarah Lee programmata per mercoledi 14 novembre a Maison Musique, insieme a Peter Rowan & Red Wine, e con i Klezmatics in cartellone il giorno successivo al FolkClub. Subito dopo, il 21 di novembre, ancora alla Maison, un graditissimo ritorno, con i canadesi Cowboy Junkies che dopo l’acclamata esibizione di fine anni ‘90 per la rassegna “Pellerossa”, tornano a Torino con la loro personalissima e malin-

conica miscela di blues, country, folk e alternative rock. E per finire l’anno in buona compagnia, rammentiamo ancora il tradizionale incontro natalizio che quest’anno, avvalendosi della preziosa collaborazione di una figura storica di musicista, ricercatore e divulgatore come Sandro Boniface, presenterà “Valléè d’accordéons”, la riproposizione di una tradizionale veglia natalizia valdostana al suono dello strumento maggiormente diffuso e più popolare dell’arco alpino; una decina, forse qualche unità in più, tra le maggiori espressioni dell’organetto diatonico valdostano. Infine, il venticinquennale del FolkClub non sarà solamente “anima” per la programmazione musicale, ma anche “corpo” fisico grazie alla pubblicazione, prevista per la fine di novembre 2012, di una particolarissima antologia: 25 pensieri, tra i più significativi, raccolti nel tempo alla fine dei concerti, 25 fotografie “storiche” e 25 testimonianze di artisti che hanno dato, e parimenti ricevuto, lustro dall’incontro con il club, i suoi promotori e i tanti amici, ormai ben oltre quota 40 mila, che lo compongono e lo sostengono. Per ogni ulteriore informazione è possibile visitare il sito www. folkclub.it o contattare direttamente l’organizzazione al n. [+39] (0)11/537636. ❖


Cronaca VISTI PER VOI: LA 18ª EDIZIONE DEL WOMEX A SALONICCO, 17/21 OTTOBRE 2012 di Marcello De Dominicis

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i è da poco conclusa all’Helexpo di Salonicco la diciottesima edizione del Womex (acronimo per World Music Expo), la più importante fiera internazionale di musica etnica. Il sottoscritto, era la prima volta che partecipava come giornalista a questa manifestazione, carico di aspettative per un programma ricco di attrattive musicali e culturali. Il grande “carrozzone” del Womex, quest’anno, presentava una Trade Fair con 250 espositori, da tutto il mondo, 2500 delegati in rappresentanza di 1200 compagnie, provenienti da 90 paesi, 60 concerti, in quattro giorni, una ricca rassegna cinematografica e un summit con 160 dj radiofonici internazionali. Due ulteriori motivi mi spingevano, ulteriormente, ad essere presente a Salonicco: il concerto

delle Varttina (che non avevo mai visto live), decane del folk finnico, vincitrici del “Womex Folk Award” del 2012, festeggiatissime per i loro primi 30 anni di carriera e la presenza di una considerevole “pattuglia di artisti del “Puglia Sounds”, ormai una realtà importante esportata dal nostro paese in tutta Europa… e non solo. Per chi non lo sapesse, Puglia Sounds è il programma per lo sviluppo del sistema musicale della regione Puglia che si concretizza in un complesso di azioni rivolte a tutte le componenti artistiche, professionali, imprenditoriali, istituzionali che concorrono alla distribuzione e promozione musicale degli artisti di questo territorio. Un vero e proprio fiore all’occhiello di questa regione, voluto fortissimamente da Nichi Vendola, che ha creato occupazione e ha portato gli artisti pugliesi a suonare in tutto il mondo. Ho avuto subito la consapevolezza di ciò, perché il celebre giornale inglese “Folk Roots”, presente con il suo direttore Ian A. Anderson al Womex, ha dedicato uno special di oltre 8 pagine a questo nuovo fenomeno italiano, lodando le recenti performance londinesi di Anna Cinzia Villani e gli ultimi lavori discografici di Mascarimirì, Antonio Castrignano, Canzoniere Grecanico Salentino, Nidi D’arac. Oltre alle loro esibizioni, quest’anno particolarmente interessante è stata la performance della giovane cantante di Santeramo in Colle, Maria Germinario in arte Mama Marjas,

che si muove tra reggae e dub con potenza classe e personalità, di cui sentirete molto parlare in futuro. Salonicco è un vero e proprio crogiolo di varie civiltà, un “meltin pot” culturale, in cui si ritrovano oriente ed occidente. Due parole su questa bella città, la seconda della Grecia, dopo Atene. Capitale della Macedonia, situata in una bella posizione sul mare, presenta moltissimi luoghi interessanti da visitare come ad esempio, la fortezza medievale, gli scavi antichi con i reperti bizantini, la chiesa di Agios Dimitros, il museo archeologico ed altre piccole meraviglie. Ha una nutrita comunità ebraica e una grande comunità turca. Passeggiando per le sue strade, purtroppo, si percepisce, immediatamente, il grave stato di crisi che la città, come del resto tutta la Grecia, sta attraversando. Molto degrado urbano e tante saracinesche di negozi e ristoranti chiuse! Veniamo al capitolo iniziale della mia avventura in Grecia. L’accoglienza che ho ricevuto dalla segreteria tedesca del Womex, appena sono arrivato, è stata molto “sui generis”. Stranamente non mi è stato concesso un pass come giornalista per la manifestazione…! È la prima volta che mi capita visto che avevo portato anche un articolo di presentazione. La cosa buffa…. è che oltre al biglietto d’entrata, piuttosto caro, l’organizzazione tedesca ha voluto che pagassi in più anche il 23% di tasse. Basito l’ho fatto, constatando ancora una volta il motivo per cui

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la Germania è leader dell’economia europea. Non voglio apparire venale, ma chi organizza sa bene che i giornalisti fanno pubblicità gratuita alle loro manifestazioni! Ma ora lasciamo parlare la musica con il reportage dei concerti più interessanti che ho visto giorno per giorno.

Cronaca

18 ottobre: Teatro Stage Vellidis ore 21,00 /24,00 The Tourè-Raichel Collective (Israele/Mali)

In un bellissimo teatro, dall’acustica perfetta, all’interno del grandissimo Helexpo ho avuto, subito la fortuna di assistere ad un e concerto, frutto dell’incontro di due grandi musicisti, il chitarrista del Mali, Vieux Farka Tourè, figlio del compianto Ali Farka, ed il pianista israeliano Idan Raichel. Conosciutisi casualmente, nel 2008 in un’aereoporto tedesco, i due solisti hanno stretto una collaborazione inaspettata e fruttuosa, che li ha portati in pochi anni, a realizzare un album dal titolo “The Tel Aviv Session” ed ad effettuare tournèe di successo in tutto il mondo. Assieme al bassista israeliano, Yossi Fine ed al percussionista maliano, Souleymane Kane, virtuoso del calabash (strumento ricavato da una o più zucche, svuotate, fatte essiccare e suonate per mezzo di due piccole bacchette di legno) i due leaders, hanno dato vita ad una musica vibrante che affonda le sue radici nella tradizione dell’Africa dell’ovest contaminata con il pop ed il jazz. Le canzoni del disco e del concerto sono nate anche attraverso il lavoro d’improvvisazione dei quattro musicisti che, con la loro straordinaria creatività, hanno brillantemente modernizzato due tradizioni sonore molto diverse in un caleidoscopio di suoni e colori. Il motto di Tourè è che la musica dell’umanità non ha confini, spez-

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The Tourè-Raichel Collective

zando le frontiere, ….i linguaggi, anche se sconosciuti e diversi, si possono fondere in nuove sonorità che non hanno più radici cristiane, ebraiche o mussulmane, …ma, che diventano universali! Debbo dire, che la loro musica, in particolare i brani “Azawade” ed “Experience”, mi ha talmente toccato il cuore, che mi sono ricordato di un altro incontro casuale, e molto fortunato, …quello tra Ali Farka Tourè e Ry Cooder. Credo che questo poker di musicisti avrà lo stesso grande successo. Io vi consiglio caldamente l’ascolto e l’acquisto del disco!

Club Globalkan Martha Mavroidi Trio (Grecia)

Confesso, che non conoscevo Martha Mavroidi, prima del Womex, ma amici greci mi hanno parlato di lei come se fosse l’erede di Savina Yannatou. Questa considerazione mi ha portato ad ascoltarla dal vivo e ne sono rimasto incantato. Martha Mavroidi è liutista e cantante di Atene. Ha iniziato la sua carriera musicale nel 2010 con l’album “The garden of Rila”, che ha avuto im-

mediatamente un grande successo in tutto il mondo. Valga fra tutti il giudizio della rivista Froots: “Uno dei migliori album degli ultimi dieci anni!”. Il suo concerto è un viaggio che ti porta dalla Grecia ai Balcani, dalla Turchia all’Oriente fino ai suoni delle avanguardie americane ed europee. Una voce dalle mille sfumature che ti rimane dentro, ti affascina, ti evoca immagini e suggestioni. Il suo liuto e il suo canto sono, inoltre, adeguatamente supportati dal morbido contrabbasso di Giorgos Ventouris e dalle percussioni di Yannis Angheloupolus. Ci presenta con grazia, ma anche con sicurezza, le canzoni del suo secondo e recentissimo album che ha per titolo: “Portaky”, in cui attingendo dalla sua esperienza nel campo della musica popolare, porta gli elementi della sua musica verso suoni più contemporanei con grandi improvvisazioni vocali e suoni dilatati. Il concerto mi ha entusiasmato e dopo l’ho rivissuto riascoltando i suoi 2 album e canzoni straordinarie come “Flow river”, ”Ampos”, ”Stian’s garden”, ”Finikia”, ”Kopanitsdam”. Musica minimale…. ma


Cronaca

Martha Mavroidi (foto Despina Spyrou)

molto molto efficace. Spero che questa recensione serva a farvela scoprire!

Teatro Stage Vellidis Felix Lajkò Quartet (Serbia)

Torno al Teatro Stage Vellidis per assistere al mio terzo concerto serale con un grande protagonista della musica dell’est Europa, il violinista, Felix Lajkò… un vero virtuoso del suo strumento e della cetra. Conoscevo la sua bravura, ma ascoltare dal vivo la musica di questo grande musicista serbo, dalle origini ungheresi, “enfant prodige”, in grado di “giocare” con il suo strumento con qualsiasi stile, è un vero e proprio godimento dei sensi. Suona con disinvoltura danze popolari difficilissime che ricordano le migliori “ugros e csarde” magiare, passando attraverso differenti frontiere musicali, con facilità e passione, travolgendo e meravigliando il pubblico ad ogni tocco del suo archetto. Sono in compagnia di una bravissima violinista italiani che non riesce a trattenere entusiasmo per tutti i suoi esperimenti sonori. Felix non ha la pretesa di riprodurre i

suoni dell’est della Pannonia, della musica Romani in maniera ruffiana, o di mischiarli con il jazz, il pop o la classica in modo scontato, anzi, lui muove magistralmente nel palcoscenico, come un attore, rivoluzionando questi suoni con melodie improvvisate e sempre differenti. Si capisce immediatamente il perché del successo di questo trentasettenne con una carriera prestigiosa che lo ha portato a col-

laborazioni straordinarie con musicisti del calibro di Alexander Balanescu e Boban Markovic. Di se stesso dice: “La mia musica si basa sulla delicatezza e cromatismo del mio strumento: Sto solo camminando il mio percorso fatto di improvvisazione e composizione”. Attinge molto al suo ultimo disco in studio del 2009 “A Bokorbol” supportato magnificamente da una band strepitosa composta dal violista Antal Brasnyo, dal contrabbassista Ferenc Kurina e dal suonatore di cetra, Michael Kurina. Quando, stremato, finisce il concerto, dopo due bis …c’è un’ovazione del pubblico… che mette i brividi. Raramente ho assistito ad una performance così intensa ed è solo il mio primo giorno di musica.

19 Ottobre: Teatro Stage Vellidis Riccardo Herz Trio (Brasile)

Tra i grandi giovani talenti brasiliani presenti al Womex, il violinista Riccardo Herz è, sicuramente, quello che mi ha colpito di più per la sua semplicità, per la grande tecnica unita alla fantasia e, soprattutto, per la grande capacità di reinventare il modo in cui il violino può essere suonato.

Félix Lajkó

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Paulista, classe 1979, nonostante la sua giovane età, Herz vanta già una grande carriera e una notevole esperienza come musicista. Nasce come musicista classico, ma ben presto approfondisce il jazz, nel prestigioso Berklee College of Music a Boston. Trasferitosi in Francia, a Parigi, migliorando la sua tecnica sotto la guida di Dieder Lokwood, che rimane impressionato dal suo modo di suonare e gli insegna l’improvvisazione anche attraverso i ritmi nord africani come ad es, il chabi. Ritornato in Brasile, vince il Premio Visa 2004, uno tra i più importanti riconoscimenti brasiliani. Il suo talento contribuisce, in poco tempo, a rivalutare e a far conoscere ritmi quali, il choro, il forrò La sua musica, estremamente varia, parte dalle radici etniche brasiliane per approdare al jazz, con un approccio pieno di swing ed un “groove” straordinario. È talmente padrone del palcoscenico che si lancia in assoli lunghissimi e pieni di colpi di scena, dove detta il cambio del ritmo, imitando con il violino, i suoni della fisarmonica e della rabeca, lo strumento principe nell’esecuzione del forrò, la piu’ importante danza del nordest brasiliano. Il suo repertorio è ricco, anche, di melodie strumentali lente ed ispirate, di valzer popolari di compositori come Milton Nascimento, Pixinginha, Djavan, oltre a sue composizioni. Nel susseguirsi dei brani si nota un grande affiatamento tra il leader ed i suoi straordinari compagni di palco, il chitarrista, Michi Ruzitschka ed il percussionista, Pedro Ito un vero “funambolo” nell’abbellire i suoni del gruppo, con variegati colpi di piatti, di mano, con ritmi variopinti, studiati ad hoc, percuotendo la sua batteria con classe e potenza. La maggior parte dei brani proposti live fanno parte del quarto album di Ricardo Herz, ”Aqui è, o meu là” che comprende molte sue nuove composizioni.

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Ricardo Herz Trio (foto Caio Palazzo)

Non posso non citare tra i brani ascoltati, l’intimista ed ipnotica “Saci”, la sincopata “Minhoca”, che ricorda nella struttura gli “evergreen” di Stephane Grappelli, la spumeggiante “Sete anoes” e la lirica “Chamaoque”. Potrei sintetizzare il concerto di Riccardo Herz con tre sole notazioni: Assoli incredibili, continui ed imprevedibili cambi di tempo e

ritmo ed una straordinaria passione musicale. Ho avuto il piacere, alla fine del concerto, di scambiare con lui due parole, constatando che, oltre alla sua straordinaria bravura, c’è anche una grande modestia che gli rende ancora più onore. Se non lo conoscete, mi raccomando di andarvelo a cercare, non ve ne pentirete!


Theatre Stage Vellidis Sam Lee (Inghilterra)

Un solo recentissimo album appena uscito, una grande gavetta dietro le spalle fatta di studio e di ricerca sul campo, la voglia di viaggiare e scoprire nuove relazioni umane con la gente e nuovi luoghi e canzoni da scoprire, un repertorio appreso da cantanti travellers che discendono da famiglie importanti,

Sam Lee

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come Stanley Robertson (nipote di Jeannie), un approccio al canto tradizionale ed alle sue storie, come se fosse un moderno tinkers, una concezione certosina della vita, totalmente calata nel mondo della natura e dei suoi ritmi, un modo nuovo di cantare con una voce baritonale espressiva profonda … Questa è la storia del nuovo astro nascente della musica britannica Sam Lee, fresco vincitore del Mer-

curi Prize di quest’anno. Di lui si è scritto molto in questi ultimi tempi. Tra le motivazioni che lo hanno portato a questo prestigioso premio, ne voglio riportare una che mi sembra assai significativa: “E’ ipnotizzante e convincente nel suo modo non convenzionale di cantare. Porta magia e nuova vita alla dignità ed al mistero di vecchie folk songs” La straordinaria forza del suo album di debutto, “Ground of its own” (che recensiremo su Lineatrad, il prossimo mese) è stata apprezzata da molti importanti nomi del Folk Inglese, ed in particolare dal produttore Joe Boyd (l’uomo che ha scoperto Pink Floyd, Fairport Convention, Sandy Denny, Incredibile String Band, Nick Drake e molti altri artisti) che è diventato una sorta di consigliere artistico di Lee, che ha detto: “Due cose mi hanno colpito di Sam: la prima è che ha viaggiato fino ad Aberdeen per imparare come si canta una canzone, spezzando la catena in cui tutti i revivalisti imparavano le canzoni dai testi o da altri revivalisti. Andando a vivere nei campi nomadi o nelle famiglie ha avuto altri grandi insegnanti. La seconda è il ritmo, perché canta queste folk songs, che hanno ritmi astratti come se la sua voce galleggiasse portando nuovi colori ai fraseggi con energia, carisma e personalità. I suoi arrangiamenti sono insoliti, niente di cui si sia mai sentito prima!”. Queste e molte altre ragioni mi avevano spinto ad ascoltarlo live e ad immergermi in un‘atmosfera davvero fantastica. Accompagnato da un sestetto, con una strumentazione poco convenzionale con Jonah Brody al koto giapponese e all’ukulele, Flora Curzon al violino, Francesca Terberg al violoncello, Stephen Chadwick alla tromba ed alla cornetta, Camilo Tirado alle percussioni, tablas, cantele. Lo stesso Lee ha suonato molte canzoni accompagnandosi con uno scacciapensieri (jew’s harp) o con uno stranissimo strumento, lo

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shruti box, ovvero una scatola di legno che funziona con un sistema di soffietto, molto simile ad un harmonium con un effetto (il drone) di accompagnamento armonico e monofico in cui una nota continuamente suonata per tutta la durata del pezzo eseguito. E’ emozionato, ma molto concentrato, ogni folk songs viene dosata sapientemente con tanto di spiegazione colta e precisa. In particolare, emerge la voglia di raccontare un mondo, spesso malvisto ed evitato, dalla comunità inglese, come quello dei tinkers e dei travellers scozzesi ed irlandesi o quello dei nomadi di origine romani, come la sua amica, la cantante ottantacinquenne, Freda Black che, molte di quelle canzoni, gli ha insegnato. Ed ecco, che il suo viaggio sonoro nel patrimonio folk delle isole britanniche ci fa conoscere le rarefatte atmosfere agresti, di “On Yon-

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der hills”, insolito racconto sulla vita delle lepri con uno splendido solo di tromba, e cupe e murder ballads, “Gorge Collins” in cui si parla di amore e morte e “Jew’s garden che racconta l’infanticidio di un bimbo ebreo. Seguono altre grandi folk songs come “Goodbye my darling” in cui si riconosce, per l’uso della voce di Lee, un richiamo alla grande insegnamento canoro di Nick Drake, Martin Carthy e tutti i revivalisti degli anni cinquanta e sessanta. Oltre a questo, si ascolta, anche, volentieri, la grande lezione “ecologica”, che Sam Lee ci propone, nel suo breve show, sintetizzata nel suo vivere la natura conoscendone tutte le forme di vita. In una intervista afferma che “Vivere con la terra ed imparare ad essere rispettoso e una della mie grandi passioni. I Canti popolari e la natura sono indelebilmente legati tra loro”. Purtroppo il tempo dell’esi-

bizione finisce troppo presto. Ancora adesso mi porto ancora nella mente il canto armonioso di “Wild wood Amber”!

20 Ottobre: Twin Stage A/B Helexpo Mokoomba (Zimbabwe)

Dopo aver visto, le sere precedenti, concerti entusiasmanti, ma impegnativi, decido, per il mio terzo giorno di Womex, di ascoltare, inizialmente, un concerto più ritmico e gioioso. Scelgo per l’occasione l’esibizione dei Mokoomba, un giovane gruppo dello Zimbabwe che è pieno di energia contagiosa e di ritmi indiavolati in cui non si può fare a meno di muoversi e ballare. I sei musicisti originari della regione delle Cascate Vittoria, una delle attrazioni turistiche più spettacolari del continente africano, portano come dote musicale, folclore del


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Dakha Brakha al WOMAD – Charlton Park – 26-29 Luglio 2012 (foto Bob the Chiropodist)

popolo Tonga, uno dei gruppi etnici di minoranza del paese. I Mokoomba mischiano strumenti antichi e moderni con una miscela di ritmi che abbraccia anche le diverse culture dell’Africa Meridionale. Il loro stile deriva in gran parte dal loro vocalist, Mathias Muzaza, originario dell’Angola e dello Zambia, che porta in loro dote suoni vibranti e una vocalità allegra e contagiosa. Hanno inciso due soli dischi in carriera: “Mokoomba” nel 2009 e “Rising Tide” nel 2012, contribuendo a creare un genere che possiamo definire afro-fusion. I loro brani, supportati da micidiali strumenti a percussione come tonga jemba, fischietti, campane e congas e tastiere, hanno il potere di rendere la loro musica “ballereccia” molto esportabile nei mercati occidentali. Tra i loro brani migliori voglio citare, ”Nundule” e “Njoka”. Estremamente piacevoli e colorati!

Dakha Brakha (Ucraina)

Subito dopo, nello stesso locale, ma in un palco antistante, si preparano gli ucraini Dakha Brakha, gruppo di cui si scrive, ormai da qualche anno, con molto interesse. Ne avevo molto sentito parlare, anche per via di un servizio, uscito recentemente su “Froots” che li

recensiva in termini entusiastici, scrivendo “Questa band è un fenomenale combo che mischia genuina musica etnica ucraina con jazz minimalista, tecno beat, usando pad percussivi e suoni naturali degli strumenti in un abito confezionato benissimo. Questa è la musica popolare del futuro!” Non appena il gruppo ha cominciato la sua performance, ho capito quanto fosse veritiera questa recensione, la musica moderna ed antica nel contempo, ti entrava dentro, quasi ipnotizzandoti. Il gruppo è formato da tre, bellissime, cantanti, polistrumentiste: Iryna Kovalenko (voce solista, djembe, basso, batteria, fisarmonica), Nina Garentska (voce solista, violoncello, contrabbasso e batteria), Olena Tsibulska (voce, basso, percussioni garmoshka) ed il polistrumentista Marko Holanevych (voce solista, darabuka, tabla, didjeridoo, fisarmonica e tro) che creano musica selvaggia con sovrapposizioni di voci a volte strazianti, a volte ipnotiche, con strumenti sempre diversi come fisarmoniche, percussioni, tastiere, cornamuse in un melange straordinario. Inizialmente sentendole cantare, mi ricordavano le “voci Bulgare”,

ma nella loro musica c’è molto di più: c’è il folclore raccolto dalla band nei villaggi più estremi dell’Ucraina arricchito da ritmi che ripropongono la musica delle tribù nomadi mischiata con elettronica in un loop di voci stentoree e potenti anche nei lamenti. Il loro repertorio è composto da canzoncine, rituali, di matrimonio o per l’infanzia, a brani a danza che creano un meraviglioso ed imprevedibile “caos” musicale. Hanno al loro attivo 4 album che li hanno portati in Ucraina ad essere una “Cult band”. L’ultimo, “Light”, uscito due anni fa, è stato presentato qui al Womex. Tra i loro brani più suggestivi segnalo “Vesna”, “Oi za lesochkom” “Konoplia” che vi invito a ricercare anche in internet.

Teatro stage Vellidis Geomungo Factory (Corea del Sud)

L’ultimo concerto della serata è stato davvero una grande sorpresa per me. Mi aspettavo un quartetto coreano molto tradizionale, invece mi sono imbattuto in un ensemble di musicisti, tre donne ed un uomo, estremamente moderni, che hanno catturato immediatamente la mia

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attenzione per l’alta qualità della loro musica. Tutti i suoni erano eseguiti dallo geomungo, uno cordofono antichissimo, appartenente alla famiglia delle cetre, che è fatto con legno di paulonia e legno di castagno duro, lungo un metro e sessantadue centimetri con tre ponti mobili, sedici tasti e sei corde di seta ritorta, che vengono pizzicate dalla mano destra, con uno stick di bambù chiamato suldae, mentre la mano sinistra preme sulle corde per produrre suoni e note di accompagnamento. Lo strumento veniva suonato anticamente nella tradizionale musica di corte coreana e gli stili di Sanjo e Sinawi. La musica proposta dallo Geomungo Factory era, però, molto diversa da quella antica, per molte cose. Intanto gli strumenti erano stati tutti elettrificati e modificati per essere suonati con un’imbraccia-

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tura come le chitarre. Poi venivano suonati in maniera completamente differente da quella tradizionale sia con l’arco come se fossero violini o violoncelli, sia pizzicati, sia con le bacchette. La musica proposta, pur essendo tradizionale, veniva suonata con arrangiamenti moderni con soluzioni armoniche innovative e piene di risonanze, assimilando benissimo i suoni contemporanei. Per loro rispetto della tradizione e sperimentazione, non sono concetti che si escludono reciprocamente, ma si abbracciano per creare una musica nuova e stimolante. Così è stato, le tre geomungo assieme ad un’altra cetra coreana, chiamata Kayagum ci hanno deliziato… a volte sembrava di ascoltare gli stilemi del blues, a volte straordinarie melodie percussive, a volte una musica simile alle colonne sonore dei western di Ennio Morricone.

Insomma, nulla era mai scontato nelle loro ricercatissime sonorità. Per essere il mio ultimo concerto del festival la loro esibizione si è rivelata una vera grandissima sorpresa che mi ha fatto immediatamente portare a casa il loro album, ”Metamorphosis”. Il successo del gruppo è stato tale che, dopo il Womex, effettueranno una lunga tournèe europea in cui suoneranno in Grecia, Polonia e Regno Unito.

Domenica 21 ottobre Megaro ore 12,00 Värttinä

L’ultima giornata del Womex ci regala il grande concerto delle Värttinä, aperto solo ai delegati. Il celebre gruppo finlandese festeggia, infatti il suo trentesimo anniversario, con il premio


“Womex Artist Award”. Guidate dalla straordinaria cantante Maari Kaasinen (unico membro originale del gruppo), le finlandesi, originarie di Raakkyla, nella Carelia settentrionale ci hanno offerto un’esibizione entusiasmante, indimenticabile. Dal 1983, anno della loro costituzione, quando erano formate da 21 elementi (15 donne e 6 uomini) molto è mutato nella formazione e nel loro repertorio. Dal 1991, con l’album “Oi Dai” (disco di platino in Finlandia e loro best seller per oltre 20 anni!), la band, infatti, ha decisamente cambiato strada, dopo due album dedicati al folk tradizionale finnico in senso stretto, le loro performace si sono rivolte prevalentemente verso il canto, affiancando, alle straordinarie voci delle cinque giovani vocalist, una travolgente band acustica. Il repertorio della formazione si è via via modificato prendendo melodie, poesie, canzoni e idee sia dalle tradizioni finlandesi, sia da altre regioni del Baltico. Inoltre, oltre alla costante attenzione alla poesia

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runico-finnica fusa con le ricercate armonie vocali dei canti tradizionali femminili, le Värttinä hanno cominciato a comporre nuovi pezzi originali che le hanno portate ad una dimensione nuova e molto più moderna, rispetto alle origini puramente folk. In seguito, l’avvicinamento a sonorità pop-rock ha consentito loro di rivisitare le tradizioni musicali ugro-finniche in una chiave totalmente inedita ricca di ritmi complessi e fantasiosi, caratterizzati da armonie ravvicinate innovative e, a volte, bizzare. Tutti questi costanti cambiamenti hanno contribuito a creare la loro leggenda e a regalando a loro il successo internazionale. Il loro spettacolo è curato nei minimi particolari, senza sbavature, con un tappeto sonoro efficace e ricco di suggestioni ritmiche e melodiche, con le tre cantanti a farla da padrone, autentiche “leonesse da palcoscenico”, che curano perfettamente, oltre agli intrecci vocali, anche le loro coreografie, con travestimenti, balletti e una presenza

scenica davvero straordinaria. Molti i brani proposti dal loro ultimo album “Utu”, uscito all’inizio del 2012, tra cui ha brillato il singolo melodico e ritmat, “Tuuteri Tyttaret”. Il loro sound è compatto con canzoni che parlano di amore in maniera cruda, di luoghi fantasiosi, foreste esotiche e toccano anche temi sociali ed istituzionali in maniera spiritosa ed impertinente. I loro vocalizzi, inuit-lapponi misti ad armonie in stile bulgaro, strappano applausi a scena aperta. Molti sono i loro successi ripresi dal loro repertorio passato. Voglio ricordare tra questi splendide versioni di “Emoton”, “Kiiriminna”, “Outona Omilla Mailla” e “Riena” Purtroppo l’esibizione è durata solo un’ora… avremmo voluto che suonassero molto di più! La manifestazione è così terminata in bellezza. Vi ho presentato inoltre molti artisti poco noti in Italia che, spero, seguirete. Il prossimo appuntamento con il Womex, nel 2013, è a Cardiff, ma questa sarà, ancora, un’altra storia da raccontare! ❖

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Recensioni QUALCHE SCOPERTA... TRA I MUSICISTI PRESENTI AL WOMEX 2012 di Loris Böhm e Mathieu Aymonod

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o avuto modo di ascoltare alcuni demo CD che il nostro inviato al Womex, Mathieu Aymonod, ha selezionato tra quelli più significativi raccolti all’expo e che mi ha recapitato con la massima sollecitudine. Devo ammettere che sono davvero rimasto impressionato dalla qualità artistica dei musicisti partecipanti a questa edizione greca dell’evento clou della world music mondiale organizzato dalla tedesca Piranha record... in effetti non sembra che sussista grande differenza tra le top star della world music invitate a Salonicco e le formazioni semisconosciute che si sono iscritte per cercare in quest’ambito un po’ di notorietà e, chissà, fama, per poter iniziare la stagione 2013 con qualche concerto in più in agenda. Faremo una passerella di gruppi dell’area ispano-portoghese, con l’eccezione di un gruppo polacco. Iniziamo a parlare appunto di quello polacco.

Janusz Prusinowski Trio Serce Stuchaj Uchem Publications 2010

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Janusz Prusinowski Trio in versione “allargata”

Il disco che presentano al Womex è “Serce”, non nuovissimo ma comunque un gran capolavoro di equilibrio in cui si erge prepotente tutta la drammatica intensità dei ritmi balcanici. Tra poco uscirà il loro nuovo disco, e noi aspettiamo con ansia il momento di poterlo ascoltare. I musicisti presenti, come si può constatare dalle schede, hanno un palmares di attività di tutto rispetto e riescono a spremere dagli strumenti tutto il loro potenziale: il flusso magnetico, musicalmente parlando, che ne deriva, produce mille emozioni, riuscendo a catturare l’attenzione, sorprendendo, confondendo ed infine convincendo chi ascolta di esser di fronte ad un opera essenziale prodotta nell’area polacca. Li trovate su www.januszprusinowskitrio.pl

Li presento:

Janusz Prusinowski

Violinista, che suona anche il dulcimer, la fisarmonica polacca e la ghironda, cantante e compositore. Ha imparato a suonare dai musicisti del villaggio ed è stato un pioniere della rinascita della musica tradizionale nei villaggi in Polonia. Janusz ha suonato in varie band, tra cui Bractwo Ubogich e Kapela Domu Tanca, ed è cofondatore della “Casa della Danza” Associazione (1994). Nel corso degli anni ha tenuto concerti in tutta Europa, oltre che in Africa, Asia e Nord America, suonato in centinaia di balli e cantato in occasione di numerose fiere. Come musicista e compositore collabora con il Teatro della Radio Polacca e il teatro di Varsavia. Insieme a sua moglie Kaja corre il “suonare a orecchio” teatro per bambini, ma anche comporre canzoni e ninne nanne. L’autore di un programma educativo, conduce seminari in canto e violino-playing. Ha organizzato numerosi eventi culturali ed è il


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Piotr Zgorzelski

Suona il basso popolare ed esegue danze tradizionali. È co-fondatore dell’ Associazione “Casa della Danza”, negli ultimi quindici anni ha insegnato danze tradizionali in Polonia e in altri paesi europei. Laureato in etnologia, Piotr ha imparato a ballare direttamente da ballerini originali di villaggi polacchi e delle città, così come da fonti d’archivio. Ha sviluppato il suo metodo di insegnamento di danza ed è autore e organizzato cicli di istruzione progetti culturali legati alla musica e danze tradizionali. Uno dei suoi più grandi successi è stato un progetto che rivive Varsavia nell’anteguerra con le danze tradizioni estive all’aperto. Piotr collabora con la Scena teatrale Lubelska 30/32 come attore e ballerino. Fino ad oggi ha ricevuto quattro borse di studio dal Ministero della Cultura per lo svolgimento di attività culturali. direttore artistico del festival “Mazurkas del Mondo”.

Piotr Piszczatowski

Percussionista, fisarmonicista e un ballerino appassionato, che ispira sempre gli altri a ballare in occasione di eventi di musica tradizionale e ricevimenti di nozze, fornendo istruzioni quando richiesto. Il suo hobby è la registrazione di musica popolare tradizionale, sia laica che religiosa. È particolarmente appassionato delle tradizioni della campagna polacca e bielorussa. È stato coinvolto in una serie di programmi educativi in cui ha insegnato a gruppi di bambini e adolescenti. Laureato in sociologia, Piotr ha anche lavorato come sociotherapist nell’associazione “Kuźnia”. Dal 1996 al 2007 ha scritto musica per lo Studium Teatralne. Attualmente è un attore e regista presso il teatro “Suonare a orecchio”. Ha suonato con Kapela Domu tanca, Kapela Brodów, Adam Strug e Aleksander LOS, ed è stato uno dei fondatori della Associazione “Casa della Danza” e il festival “Mazurkas del Mondo”.

“Nowa Tradycja” concorso organizzato da Radio Polacca. Compone ed esegue musiche per spettacoli teatrali e film muti ed è stato coinvolto in diversi progetti educativi. Viaggia in terre vicine e lontane alla ricerca di nuove melodie e sapori esotici. Si è esibito in centinaia di sedi in tutto il mondo, dai festival alle sale da concerto. Un ex membro della band Lautari, ha collaborato con Marcin Pospieszalski, Zbigniew Łowżył, Michał Czachowski, Yair Dalal, Amin M’raihi, così come Radio polacca e il Teatro Nazionale. www. michalzak.pl

Ospiti musicisti:

Szczepan Pospieszalski

Compositore, trombettista, si destreggia tra diversi generi musicali. Ha conseguito una laurea in composizione, interpretazione, istruzione e Jazz da Music Academy Katowice sotto la direzione del professor Alexander Lason. Fin da bambino è stato coinvolto in molti progetti musicali della famiglia ‘Pospieszalscy’. Si è esibito con l’Arca di Noè, Raz Dwa Trzy, Deus Meus, tra gli altri. Attualmente collabora anche con Adam Strug, Ola Kubicka e POLA (Paulina Pospieszalska). ❖

Michał Żak

Flautista, clarinettista e ciaramella-player, un allievo di Jean-Michel Veillon. Da un certo numero di anni ha esplorato la musica polacca dei villaggi. Uno dei co-fondatori della Casa della Danza di Poznań, Michał collabora con gruppi che suonano musica tradizionale di villaggio, world music, musica antica, jazz e fusion, e ha ricevuto molti premi durante l’annuale

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Il Flamenco-fusion degli “El Puchero del Hortelano” Gli El Puchero del Hortelano nascono nel 1998 grazie all’iniziativa di un gruppo di studenti della Facoltà di Educazione Musicale dell’Università di Granada. Nello stesso anno iniziano ad esibirsi in alcuni locali ed in alcuni festival, e da queste performance nasce una demo che riscuote un successo inaspettato, vendendo circa 3500 copie e permettendo al gruppo di ricevere numerosi riconoscimenti, tra i quali si ricorda il Lagarto Rock di Jaén. Grazie ad una etichetta di Granada, la Producciones Peligrosas, iniziano la registrazione del loro primo album, Aficiones, che esce nel 2000 e che, all’interno del Premio della Musica Andalusa riceve due nomination, rispettivamente per la Miglior Canzone e il Miglior Album Crossover (Flamenco Fusión). Questa partenza di slancio è seguita da una lunga serie di concerti e nel 2002 dal secondo album del gruppo, Once Temas de Conversación, con il quale gli El Puchero del Hortelano hanno il loro primo contatto con il mondo del cinema. Il brano Bulerias del autobús viene inserito nella colonna sonora del film La buena voz di Antonio Cuadri e altre due canzoni trovano posto nelle musiche di 7 vírgenes, un’opera di Alberto Rodríguez che ha concorso nel 2006 per il Premio Goya.

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Nel 2003 decidono di spostare la propria attività in Catalogna, dove nel frattempo si sono stabiliti alcuni membri del gruppo che, venendo a contatto con i musicisti locali conoscono in chitarrista flamenco Carles Lloveras. Proprio grazie a quest’ultimo, oramai entrato a far parte in pianta stabile della formazione, si propongono ad una nuova etichetta, la Fourni Producciones Sonores, che nel 2005, pubblica il loro terzo disco, Candela. In questo album, registrato a Barcellona e mixato a Granada, scompaiono le sonorità elettriche presenti nelle prime due opere e proprio questa ricerca di maggiore purezza del suono permette loro di ricevere delle ottime

recensioni da parte della stampa nazionale e di essere proiettati verso un pubblico molto più vasto di quello abituale. Alla fine dell’anno il disco avrà venduto più di 5000 copie e dal sito ufficiale del gruppo saranno stati effettuati più di 250000 downloads. Nell’ottobre del 2007 è uscito il loro quarto album, Harumaki, che stilisticamente continua il percorso intrapreso nel disco precedente ed è testimone di una crescita e di una cura delle sonorità sempre maggiore. Il 10 marzo del 2009 esce il loro primo album live, Directo, accompagnato anche da un DVD dei concerti. ❖


Recensioni

Il Suono ... Il suono è unico nel suo genere e unisce violino, basso, chitarra e percussioni con strumenti a fiato vari e curiosi come rausschpheif, clarinetto popolare, cornamuse e didgeridoo.

“Monte Lunai”: il gruppo portoghese dalle mille sfaccettature Il Gruppo ... Il gruppo Monte Lunai è composto da cinque musicisti che si dedicano alla riscoperta della danza tradizionale, nell’ambito della musica tradizionale europea.

Le canzoni ... Le canzoni sono dell’ambito Europeo. Il Monte Lunai esegue: Muiñeira della Galizia, hanter’dro della Bretagna, la quadriglia, il valzer, la mazurca. Le danze della Grecia, di Ucraina, Italia e Portogallo, sono un tapis roulant di culture e musicalità. L’origine ... Monte Lunai unisce due termini di sfondi e di epoche diverse: il primo è attuale e di immediata rilevanza, il secondo può fare riferimento a un immaginario antico, dal sapore vagamente medievale.

È proprio questa combinazione di musica antica e attuale che emerge dai Monte Lunai. La danza ... Il gruppo è accompagnato da un insegnante di danze tradizionali europee che promuove la connessione tra il pubblico e il gruppo di animazione e illustra le loro danze. Tutti possono ballare! Gli spettacoli ... Il Monte Lunai vive per il palcoscenico e per il ballo, avendo già ottenuto esperienze significative in tutta Europa e per tante varietà di pubblico. Di particolare rilevanza sono state le danze al “Quinta da Regaleira” a Sintra, il “Castello di São Jorge” e il “Centro Culturale di Belém” a Lisbona e il mitico “Andanças” in S. Pedro do Sul. Ma non si fermano qui... ❖

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Recensioni

“Toques do Caramulo”, ovvero l’evoluzione della tradizione Luís Fernandes: voce, fisarmonica, pianoforte Anibal Almeida: violino Lara Figueiredo: flauto, voce Francisco Almeida: chitarra acustica Carlos Peninha: chitarra Miguel Cardoso: bassi Ricardo Coutinho: batteria trad

In concerto si sente l’alito di una sana tradizione con i colori delle nuove canzoni in uno spettacolo di energia musicale e di interazione con il pubblico. Un repertorio dinamico e molto festoso: “Toques do Caramulo” è già un nome impor-

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tante della nuova musica tradizionale in Portogallo, con un ampio riconoscimento associato al percorso d’Orfeo, l’associazione che lancia Águeda in tutto il mondo culturale. Questo gruppo utilizza lo stile e l’inventiva: mezzi ritenuti estremamente efficaci per la divulgazione di un patrimonio musicale che fino a quel momento è stato eseguito solo dai puristi della tradizione. Nel 2000, con la comparsa di una partnership con l’Associazione di Orfeu un gruppo locale folk: etnografica associazione “Os Serranos” insieme sarà creato da un allineamento della musica popolare locale e associato danze (i

concerti sono stati contemporaneamente workshop di danza, dove i musicisti insegnare la coreografia al pubblico). In una seconda fase, che ha avuto inizio nel 2001, è cresciuta nelle composizioni la riappropriazione di temi tradizionali, offrendo un vasto repertorio con arrangiamenti originali sulla struttura di ogni canzone utilizzata. Nei concerti tendono a mantenere la caratteristica di proporre le danze al pubblico con un leader integrato nel collettivo. È dal 2003 che “Toques do Caramulo” trova un punto di equilibrio tra il processo creativo musicale


Recensioni

e la danza. Il gruppo quindi è in grado di garantirne la diffusione nazionale, lasciando a poco a poco il lato riguardante la danza, che verrà riutilizzato in seguito, ma con obiettivi concreti e scommettendo maggiormente in una esibizione concertistica. Nel 2005, il gruppo si concentra sulla creazione di un CD: “Toques do Caramulo, E ao Vivo!” La registrazione di un concerto dal vivo originale sarà presto pronto.

“Atma” dal Portogallo: diffidate delle imitazioni! Atma è nata agli inizi del 2007, con l’origine e la base di un duo composto da Hugo Claro e Jorge Machado. Con l’anima dei viaggiatori, la fusione Atma dal vivo di suoni e culture diverse con stili diversi, odori, climi e ambienti, con suoni che invitano sia al silenzio e alla contemplazione, a volte un palpito

Dopo il 2006, con l’internazionalizzazione del proprio repertorio abbiamo una svolta del gruppo, in questo periodo ancora molto tradizionale, per creare una grande produzione transdisciplinare e dare vita ad un nuovo spettacolo che combina musica, teatro, arti visive e danza. Nel 2007, con il primo disco pubblicato e registrato dal vivo, è l’anno in cui il gruppo ha il più alto numero di concerti sin dal suo inizio. Concerti sul territorio nazionale e nella vicina Spagna. Nel 2008 e nel 2009, “Toques do Caramulo” continua a verificarsi nei principali eventi trad-folk, con un programma di oltre 30 concerti all’anno e un percorso più concreto internazionale (con concerti in festival italiani, svizzeri, tedeschi, oltre a quelli in Spagna). Una delle molte missioni riconosciute dell’associazione di Orfeu è attraverso l’opera dinamica di ri-

appropriazione della musica tradizionale regionale materializzato dai “Toques do Caramulo”. Questo interesse nasce dal riconoscimento dell’importanza della trasmissione del patrimonio regionale di montagna e Aveiro, molto abbondante nelle canzoni il cui contenuto è senza dubbio un riflesso della vita degli abitanti di questa regione in un altro tempo.

di energia della festa. Alla fine del 2007, con la partecipazione di Berta Azevedo e nel 2008 con Caroline Oulman il progetto diventa quartetto con la componente della Danza. Nel 2010 ha pubblicato il suo primo album “Com a mesma Alma” con la presenza di José Sebastião. Il disco “Com a mesma Alma” racchiude una dolcezza malinconica scandita dalle incantevoli melodie dove affiora lo spirito latino-portoghese del quartetto tutto teso ad ammaliare l’ascoltatore. Certo non rientrano nell’elite delle partecipazioni Womex di quest’anno, ma stanno a dimostrare che un nome celebre non significa nulla se non è supportato dalla qualità di quello che produce. Atma è quella malinconia che viene stigmatizzata dagli strumenti etnici: la chitarra portoghese,

la darbuka, diverse percussioni, per un risultato davvero avvincente e ipnotico pur senza quegli effetti speciali che hanno infarcito le produzioni di tanti artisti con minor fantasia. Sono da scoprire!

Info: www.dorfeu.pt / toquesdocaramulo dorfeu@dorfeu.pt

Il 2010 è ancora caratterizzato da alta energia e interazione con il pubblico, la mostra “Toques do Caramulo” guadagna una nuova dinamica con l’evoluzione delle canzoni di allineamento e la direzione di un ispessimento sonoro con nuovi arrangiamenti di vecchi brani regionali rurali di Aveiro, sulle pendici occidentali del monte Caramulo. ❖

Per info: www.myspace.com/projectoatma

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Eventi

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Il gruppo “SCIRVAN” fa parte della Società Filarmonica “Amici dell’Arte” di Noli.

Scirvan è un “Folletto”, un personaggio immaginario delle favole liguri, ed il gruppo “Scirvan” ne vuole catturare lo spirito, la creatività, la suggestione, la magia. Il concerto natalizio del gruppo “Scirvan” è tradizione ma anche innovazione, è un viaggio che sposa la tradizione musicale della Liguria, delle vallate Occitane del Piemonte e della Francia con la ricca cultura musicale popolare delle regioni confinanti. il Natale, momento centrale della Liturgia Cristiana, costituisce uno dei temi più celebrati ed ampiamente documentati della poesia popolare e del canto tradizionale in specie e la cultura contadina ha conservato una ricca messe di canti tradizionali di argomento religioso. Attingendo a tale immenso e suggestivo repertorio, i musicisti riuniti attorno a questo progetto hanno allestito uno spettacolo di grande forza e pathos: l’utilizzo di antichi strumenti desunti dalla cultura contadina, quali il flauto, la chitarra e la fisarmonica, accanto a strumenti di origine più colta, quali il violino, il clarinetto e il pianoforte, aggiunge colore e suggestione al materiale musicale proposto. Attraverso la riproposta di canti, musiche e racconti tratti da documenti dell’inizio del XX secolo, potrete viaggiare con noi alla scoperta dell’affascinante tradizione musicale natalizia; il Natale che narriamo è vissuto come festa religiosa ma anche come occasione di incontro e di scambio per la comunità cittadina e contadina: canzoni genovesi e della tradizione dell’appennino ligure-tosco-emiliano, e tante altre “storie intorno al Natale” che solo la musica ed il ballo sanno raccontare in modo così appassionante e vero…

Eventi

“SCIRVAN”

Mauro Barbieri

voce, percussioni tradizionali

Dal 1982 è’ attivo nella ricerca e nella riproposta della musica tradizionale ligure; da tale data infatti ha iniziato a collaborare con diverse formazioni quali il “Gruppo Ricerca Popolare”, il “Gruppo Spontaneo Trallalero” , “La Rionda”, “La Furlancia”, “Viaggiatori di Liguria”. Ha ampliato il proprio bagaglio di esperienze in materia con la partecipazione a stages di musica tradizionale e a seminari e corsi sull’uso della voce.

Antonio Capelli

violino, mandolino, plettri

E’ approdato alla musica popolare italiana dedicandosi in particolar modo allo studio della tecnica violinistica tradizionale, dopo esperienze relative ad altre culture (bluegrass americano, folk celtico ecc.). Ha approfondito via via la conoscenza del repertorio dei suonatori tradizionali dell’Italia Settentrionale, non trascurando al contempo lo studio del violino classico e della Musicoterapia. Ha frequentato la Scuola triennale di Musicoterapica di Genova diplomandosi col massimo dei voti.

Fabrizio Contini

chitarre, plettri, voce

La sua formazione musicale si è sviluppata parallelamente sul versante classico (chitarra e liuto, con i quali esegue un repertorio rinascimentale) e su quello della musica tradizionale di diversi paesi (U.S.A., Irlanda). In seguito ha approfondito la conoscenza della musica tradizionale italiana ed in particolare ligure, collaborando con diverse formazioni.

Claudio Massola

clarinetti, flauti diritti, ciaramella, organetto diatonico, voce

Diplomato in Clarinetto presso il Conservatorio “N. Paganini” di La Spezia ha studiato anche Organo e Canto Corale presso l’ Istituto Diocesano di Musica Sacra di Savona e Canto Gregoriano ai corsi triennali di Cremona. Interessato all’arte organaria, agli strumenti ed alla musica antica e popolare, ha successivamente approfondito lo studio dello Chalumeau, dei Cromorni e dei Flauti barocchi. La particolare attenzione rivolta alla musica popolare ed all’aspetto comunicativo e

sociale della musica lo ha spinto ad intraprendere l’attività di Musicoterapeuta. La sua predilezione per le performance dal vivo lo ha portato ad esibirsi come solista in numerosissimi concerti in Italia e all’estero in importanti rassegne musicali (tra cui Roma, Genova, Cuneo, Ventimiglia, Bordighera, Sanremo, Osterwieke, Braunshweig, Valencia...). Con le diverse formazioni ed orchestre con le quali ha suonato in Italia, Spagna, Svizzera, Francia e Germania ha al suo attivo oltre 800 concerti.

Marco Massola

pianoforte, flauti, percussioni tradizionali, voce

Eclettico e giovane musicista si è formato dapprima alla Scuola di Orientamento Musicale di Noli (SV) ed ha poi proseguito gli studi frequentando la Scuola Orff di Roma e partecipando a diversi Seminari di aggiornamento e formazione musicale. Suona il Clarinetto nella Filarmonica “Amici dell’Arte” di Noli, i Flauti diritti e le percussioni nel gruppo “Antica Camerata Nolese” ed il Pianoforte, Flauti e Percussioni nel gruppo “Scirvan”.

Loris Lombardo percussioni

Loris a 16 anni è ammesso, dopo selezione, alla “Scuola di Specializzazione Professionale di Musica Moderna di Milano” dove studia le percussioni con Tullio De Piscopo. Dopo il diploma continua lo studio e l’approfondimento sia con seminari tenuti da: Walter Calloni, Ellade Bandini,Christian Meyer, Giorgio Palombino, Luis Conte, Marco Minneman, Roberto Gualdi, Stefano Bagnoli, Dado Sezzi, Luca Capitani, Gilson Silveira, Marco Cavani, Marco Fadda, Ivan Bridon, Tony Meneses e altri, sia approfondendo l’uso delle percussioni brasiliane, cubane, medio-orientali, etniche, afrocubane. Decide poi di approfondire l’uso delle percussioni in campo jazzistico studiando con il maestro Stefano Bagnoli e diplomandosi alla “Soncino Percussion Academy”. Attualmente sta completando lo studio delle percussioni classiche e del Pianoforte complementare presso il Conservatorio di Cuneo e la tecnica moeller con M.° Giorgio Di Tullio. Suona in molti gruppi e formazioni diverse fra cui citiamo il “Carlo Aonzo Quintet”, diverse Orchestre Sinfoniche e diversi gruppi di musica moderna o tradizionale. ❖

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Eventi ENZO AVITABILE, BOI AKIH, LINO CANNAVACCIUOLO, LUIGI LAI OSPITI DEL PREMIO ANDREA PARODI

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aranno Enzo Avitabile, Boi Akih, Lino Cannavacciuolo, Luigi Lai e Elva Lutza gli ospiti della quinta edizione del Premio Andrea Parodi, presentato da Carlo Massarini e che si terrà dal 22 al 24 novembre a Cagliari, con la direzione artistica di Elena Ledda. Come già annunciato, i dieci finalisti selezionati dalla commissione istituita dalla Fondazione Andrea Parodi (organizzatrice della manifestazione) saranno: Bembekiri con “Avè” (Ewondo - Cameroun); Erica Boschiero con “Fada” (veneto); Simona Colonna con “Brigante Stella” (piemontese); Perry Frank con “Cantu a merì” (sardo); Shinobu Kikuchi con “Den-Shò” (giapponese); Lame a foglia d’oltremare con “George Gray” (sardo); Elsa Martin con “Dentrifûr” (friulano); Simone Presciutti con “Fiore” (romanesco); Terre Miste con “Ninna nanna (del ricongiungimento)” (bergamasco); Wafekome con “Wish I could” (inglese). Il festival comincerà giovedì 22 novembre alle ore 22 con un’anteprima al Club Fbi di Quartu S. Elena con l’esibizione di tutti i finalisti, che proporranno il brano in gara ed un altro brano del proprio repertorio, e con un incontro fra i finalisti e i giurati.    Nei giorni successivi la manifestazione si trasferirà al Teatro Auditorium Comunale di Cagliari, in Piazza Dettori. Il 23 alle ore 20.30 i finalisti si esibiranno con il brano

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in gara e un brano del repertorio di Andrea Parodi. Ospiti saranno i vincitori dell’edizione 2011, gli Elva Lutza, dei quali verrà proiettato anche un videoclip (per la regia di Gianfranco Cabiddu), e Luigi Lai, al quale verrà consegnato il Premio Albo d’oro (un oggetto di artigianato artistico realizzato da Anna Maria Lauro). Sabato 24 Novembre, sempre alle ore 20.30, ci sarà l’esibizione dei finalisti con il brano in gara e, in qualità di ospiti, di Enzo Avitabile, Boi Akih e Lino Cannavacciuolo. Durante le tre serate ci sarà uno spazio per la campagna “L’Italia di chi ci nasce e di chi la ama” della Provincia di Roma e del Mei, alla quale ha aderito il Premio Andrea Parodi, per una legge che riconosca il diritto di cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia da genitori immigrati e per promuovere un gemellaggio tra diritti e musica, nella convinzione che quest’ultima rappresenti un linguaggio universale capace di promuovere l’integrazione e la solidarietà. Andrea Parodi è passato dal pop d’autore con i Tazenda a un percorso solistico di grande valore e di rielaborazione delle radici. Un artista fondamentale per la musica sarda ma anche per quella italiana, che nel tempo è diventato un riferimento internazionale della world music intrecciandosi anche col jazz e collaborando con artisti come Al Di Meola e Noa. ❖

Il festival a Cagliari dal 22 al 24 novembre

Andrea Parodi - foto di Francesco Cabras

Partner del Premio Andrea Parodi 2012 sono: Premio Bianca d’Aponte www.biancadaponte.it, Negro Festival www.unotvweb.it/negro, Folkest www.folkest.com, Museo Andrea Parodi www. fondazioneandreaparodi.it/museo, Federazione degli Autori www.federazioneautori.com e European Jazz Expo/Jazz in Sardegna www.jazzinsardegna.it. Per maggiori informazioni: www.fondazioneandreaparodi.it fondazione.andreaparodi@gmail.com ------Ufficio stampa nazionale: Monferr’Autore monferrautore@gmail.com 339-3460369


Argomenti MUNICIPALE BALCANICA: LA PRESENTAZIONE di Fulvio Porro

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resentare la Municipale Balcanica sottende parlare di una tra le più eclettiche formazioni musicali che il nostro caloroso meridione, la Puglia nello specifico, abbia tenuto a battesimo nell’ultimo decennio; una formazione che sin dai suoi primi passi non ha avuto alcun timore a fare della sperimentazione una bandiera da sventolare con orgoglio ai quattro venti e un obiettivo da perseguire con tenacia e con la necessaria e doverosa perizia dei suoi protagonisti. La Municipale Balcanica ha infatti saputo mirabilmente fondere, sin dal suo apparire sulla scena musicale nazionale, i più veri e caldi sapori musicali della propria terra d’origine con le sonorità più tipiche della world music, magistralmente mescolate alle atmosfere più elettriche ed elettrizzanti del rock, non senza disde-

gnare un pizzico di jazz, e facendo vivace, brillante e profonda sintesi del tutto; una naturale fusione di frenesia musicale mirabilmente alternata a momenti di profonda meditazione. Il gruppo nasce all’inizio del 2003 in quel di Terlizzi, in provincia di Bari, per volontà del “casuale” percussionista Nico Marziale che in compagnia di Paolo Scagliola, trombettista da sempre nella banda paesana di Gisonda, se si esclude una breve parentesi al basso, Raffaele Piccolomini, anche lui con un importante passato bandistico, al sax tenore, Michele Rubini e Mimmo Tricarico gettano i primi semi della futura MB. Semi che non tardano certo a germogliare trovando fertile terreno tra alcuni amici che nulla oppongono al contagio musicale e che senza particolari remore,

anzi con l’entusiasmo di ritrovarsi protagonisti in una nuova avventura, ben accettano di condividere la nuova e fondamentalmente diversa esperienza musicale loro proposta. A onor di cronaca, e di correttezza di informazione, il nucleo iniziale della MB annovera anche Alessandro Paparella, Fabio Bagnato e Michele De Lucia, che entrano nell’organico appena un mese dopo l’avvio del progetto, mentre Armando Giusti, Giorgio Rutigliano e Livio Minafra si arruolano comunque prima della fine del 2003. È grazie a questi musicisti, che rappresentano il nucleo “hard” della MB, che si va a costruire l’ossatura sulla quale si è creato, sperimentato e amalgamato il sound che oggi conosciamo e apprezziamo; e che altrettanto sicuramente domani saprà ancora stupirci con una nuova,

Da sinistra a destra: Armando “Lillo” Giusti, Paolo “Pablo” Scagliola, Giorgio “Jojo” Rutigliano, Luigi “Mitch” Sgaramella, Nico “Prez” Marziale, Raffaele “Wow” Tedeschi, Michele “DeLux” De Lucia, Raffaele “Tattà” Piccolomini.

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imprevedibile e poetica visione musicale costantemente in bilico tra tradizione, indifferentemente che arrivi da una sponda piuttosto che dall’altra del Mediterraneo, e sperimentazione. Tra il 2005 e il 2007, come spesso purtroppo accade, una serie di impegni personali porta cinque elementi (Paparella, Minafra, Tricarico, Rubini e Bagnato) nella necessità di uno abbandono anzitempo dal gruppo, che con i nuovi elementi nel frattempo imbarcati, si configura in quella che ancora oggi è la struttura di MB. Luigi Sgaramella e Raffaele Tedeschi, in organico già dalla metà del 2004 rappresentano così la nuova linfa vitale che va ad alimentare il bagaglio culturale, esperienziale e musicale della band, e pur con pizzico di rammarico per i compagni sbarcati anzitempo, certamente non ne fanno rimpiangere la carica umana, lo spirito di gruppo, la voglia di continuare sulla strada della sperimentazione e dell’integrazione, culturale così come sociale. In realtà Livio Minafra è più semplicemente scivolato dal palco al dietro le quinte dello stesso, facendosi carico degli arrangiamenti di tutto ciò che le fervide menti dei due Raffaele del gruppo, la new entry “Wow” Tedeschi e l’ormai navigato “Tattà” Piccolomini, vanno costantemente scrivendo; ma su quel palco che lo ha visto protagonista per quasi quattro anni, Livio ogni tanto ci ritorna ancora, da protagonista, per buona pace di tutti e per il piacere di chi assiste all’evento musicale. La formazione e la cultura musicale dei singoli protagonisti è quanto mai varia, diversificata e personale; ne è chiaro esempio Nico “Prez”idente Marziale che si è casualmente avvicinato alle percussioni grazie ad una tammorra ricevuta in regalo dall’allora sua compagna Francesca, mentre l’intera sezione fiati ha approcciato la musica e maturato le prime importanti esperienze di gruppo proprio grazie all’assidua partecipazione alla tradizionale banda musicale del proprio paese. E questa forte influenza bandistica la ritroviamo, oggi come allora, con la sua potente e vivida espressività che, soprattutto nei brani fortemente intrisi di sonorità dell’est Europa, va a caratterizzare in modo inequivocabile il sound della MB. L’insieme di queste culture musicali

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assai differenziate, nonché i percorsi scolastici e lavorativi assai variegati tra loro, dall’infermiere all’avvocato al tatuatore, si sono poi rivelati come il miglior collante per dare espressione e personalizzazione al sound meridional-balcanico che da sempre contraddistingue la Municipale. Una linea guida sempre seguita dal gruppo, nelle sue varie modificazioni temporali, è stata quella della curiosità rispetto al lavoro dei tantissimi artisti con i quali ha condiviso il palco, e parimenti dell’umiltà nel cercare di interiorizzare il lavoro altrui salvo poi riproporlo “alla propria maniera”. L’album di debutto “Fòua”, preceduto da una demo dal titolo assai significativo “Con-tradizione”, autoprodotta dalla stessa MB nel 2004, non a caso è targato Ethnoworld, una delle nostre etichette maggiormente attente a ciò che è qualità, e grazie alla personalissima reinterpretazione di alcuni brani storici della tradizione yiddish, lo stesso raccoglie ampi e lusinghieri successi, di pubblico come di critica, sia in Italia sia soprattutto all’estero, dove la Municipale si impone, in breve volgere di tempo, come una importante nuova realtà della world music. Ma è soprattutto negli eventi live che la Municipale Balcanica esprime tutta la sua potenziale esplosività, e dalle molteplici esperienze maturate sui più importanti palchi europei, dalla Francia alla Turchia, dal Portogallo alla Polonia, fossero di sofisticato jazz come di travolgente folk-rock, si affina sempre più il personalissimo stile musicale, con una evoluzione di suono che oggi può ben essere certificato come world fusion, pur con l’indubbio fastidio di chi scrive nell’etichettare in un modo piuttosto che in un altro una specifica proposta musicale. Questo lungo cammino porta alla pubblicazione, nel 2008, di “Road to Damascus”, prodotto dalla piemontese Felmay, altra storica e coraggiosa etichetta nostrana, album che rappresenta un importante passo avanti sulla strada della fusione, in un unico prodotto, di brani trad (pochi e sapientemente selezionati da Nico Marziale) e propria produzione, spaziando mirabilmente tra sapori classici e radicati intercalati da sperimentazioni decisamente più coraggiose. E proprio grazie all’accordo con Felmay, MB ritorna ad

La copertina dei primi tre dischi nell’ordine e il progetto speciale con la Kocani orkestar


Argomenti

esibirsi a Torino, al Castello del Valentino, in occasione di Gong, pregevole manifestazione dell’estate subalpina che grazie alla mirabile regia di Renzo Pognant per l’ennesima volta ha centrato l’obiettivo, stipando al massimo della capienza (forse anche qualche unità in più) l’invero non ampissimo cortile interno della fortificazione sulle sponde del Po. Altro momento fondamentale nello sviluppo del progetto musicale di Municipale Balcanica è rappresentato dall’incontroscontro, come la stessa band lo definisce, avvenuto a partire dal 2006, con i macedoni della Kokani Orkestar, ovvero tra due modi assolutamente diversi di intendere la banda, da una parte la MB, con il naturale retaggio della banda di paese, rigorosa e attenta alla scrittura musicale, dall’altra l’euforia della classica fanfara balcanica doc con la sua innata carica di improvvisazione. Dalla collaborazione con la Kokani Orkestar riprende anche corpo e anima il progetto “Tra sponde”, assai significativo nella sua espressione letterale, e non solo, che viene riportato in auge profondamente arricchito dalla commistione di stili e generi, con melodie ora suadenti ed esotiche, ora frenetiche e folli; l’inedita fanfara raccoglie meritati applausi esibendosi al torinese Tavagnasco Rock, a Ravenna Jazz, a Berlino e ancora a Foggia. Questa ennesima esperienza si è ulteriormente evoluta e concretizzata nel terzo album della band, “Offbeat”, dove il già caloroso sound meridionale accresce ulteriormente di temperatura, facendo tesoro di quanto imparato negli anni e parimenti attingendo fortemente alle sonorità più tipiche dell’area balcanica, con un interessante melange di klezmer, jazz, rock e trad, tutto in chiave, e non potrebbe essere diverso, mediterranea. L’album, autoprodotto sotto l’egida della neonata etichetta RedTomato Records e con il sostegno di Puglia Sounds, nonché autodistribuito, rappresenta solamente l’ultimo “esperimento” in ordine di tempo della MB, in questo caso in bilico tra l’aspetto più strettamente commerciale, sempre più pressante anche per gruppi già con un discreto spessore artistico unanimemente riconosciuto, e quello maggiormente musicale; esperimento che MB

I colori di un “live” con Paolo Scagliola alla tromba, Michele De Lucia al clarinetto e Raffaele Tedeschi alla chitarra.

ritiene comunque positivo, nonostante le mille e mille difficoltà di affrontare “in proprio” il mercato musicale. Questo ultimo lavoro, da pochissimi mesi sul mercato, rappresenta ancora un viaggio, l’ennesimo ma certo non l’ultimo, tra paesi, culture, sonorità e atmosfere assai diverse tra loro, seppure mirabilmente amalgamate dagli attenti arrangiamenti di Minafra, e ha già ricevuto importanti e lusinghieri apprezzamenti da riviste di settore (nazionali ed estere), periodici e quotidiani, di settore e non, oltre che da vari media televisivi. Ma MB è anche un’associazione culturale musicale, nata in parallelo alla band, con il preciso obiettivo di contribuire alla diffusione e all’incentivazione della cultura musicale in tutte le sue forme e in tutte le sue espressioni; questo scopo statutario viene perseguito attraverso la collaborazione tecnica e musicale con vari enti pubblici territoriali, grazie alla qualifica, ottenuta nel 2009, di Operatore dello spettacolo della Regione Puglia. La Municipale Balcanica, oltre che interprete della propria musica, è anche partecipe di alcuni progetti speciali che fondano il loro essere sulla libera reinterpretazione dei brani; nel caso del già citato progetto “Tra sponde” si assiste ad un andirivieni di interpretazioni della MB sui temi cari alla macedone Kocani Orkestar, così come una tra le più famose fanfare balcaniche

rilegge con la propria personale chiave interpretativa l’importante produzione nostrana, il tutto impreziosito dall’ulteriore apporto di Roberto Ottaviano e dei suoi sax e di Livio Minafra all’accordion. Ultimo in ordine di tempo, il progetto “Dio è zingaro” sottolinea ancor più la forte compenetrazione tra la Municipale Balcanica e un gruppo di amici conosciuti lungo la strada: ospiti d’eccezione improvvisano sui brani della band pugliese in un vorticoso inseguirsi e susseguirsi di spunti e generi diversi. In questa nuova situazione la MB si arricchisce di Giacomo Angarano al trombone, e annovera tra gli ospiti ancora Roberto Ottaviano al sax soprano ma anche Carlo Actis Dato al sax baritono, Vito Mitoli e Giorgio Distante alla tromba e Francesco Massaro al sax tenore; ma la vera impronta di universalità del progetto arriva sicuramente dalla fisarmonica dell’albanese Admir Shkurtaj e ancor più dal raffinato tocco dell’ugola della connazionale Meli Hajdaraj, prima voce a contaminare il sound della Municipale, non senza dimenticare un paio di incursioni pianistiche, e non poteva essere altrimenti, di Livio Minafra. Municipale Balcanica, un gruppo, una band, un banda sempre in marcia, intrecciando il proprio background fortemente e orgogliosamente pugliese con ciò che il sempre più ampio orizzonte world è e sarà in grado di offrire. ❖

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Argomenti 2012: UN INDIMENTICABILE ANNO DI FOLK di Agostino Roncallo

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ominciamo dallo straordinario “Urstan” di Mairi Morrison e Alasdair Roberts. Di Roberts sapevo già molto: a partire da “The Crook of My Arm, passando attraverso il meraviglioso “Farewell Sorrow”, per arrivare all’originale “Spoil”, mi ha colpito la sua sensibilità nell’interpretare in modo assolutamente personale la tradizione. Di Mairi Morrison, originaria dell’Isle of Lewis, ho avuto notizia solo di recente della sua attività di poetessa, cantante e attrice. I due

hanno iniziato a collaborare ottenendo grande successo nel 2009 in occasione di una performance al Ceòl’s Craic, un club di Glasgow inaugurato nel 2007 dal Centre for Contemporary Arts. I due musicisti sulla scena e nelle registrazioni appaiono complementari e la voce interiore di Alasdair ben si combina con l’esuberanza di Mairi. La magia di quella serata e le ricerche svolte presso gli archivi dell’Università di

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Edimburgo hanno portato alla pubblicazione di questo album che propone musica delle Lowlands e delle Highlands eseguita in parte in gaelico in parte in inglese. Il risultato è originalissimo e ciò è dovuto anche all’abilità del violinista Alastair Caplin, del bassista Stevie Jones e del percussionista Alex Neilson. Il CD, registrato al Diving Bell Lounge di Glasgow da Marcus Mackay, è inoltre corredato da un booklet completo di tutti i testi, illustrato dalle pitture di Isabel Murray. Un secondo e imperdibile album è “Hidden” di Marry Waterson e Oliver Knight, entrambi figli dell’indimenticata Lal Waterson. I testi sono scritto da Marry ad esclusione di “I’Am a Mood” di Oliver Knight.

Quello che entusiasma in particolare, oltre alla qualità delle composizioni, è il modo in cui Knight lavora sui pezzi gestisce la chitarra elettrica. E’ una chitarra mai sopra le righe, sobria, non invadente, elegante nel tocco ora raffinato ora

energico. Ad accompagnar ei due musicisti troviamo anche Reuben Taylor (accordeon, piano e organo), Pete Flood (percussioni), Barney Morse Brown (cello) e Miranda Sykes (basso). Ma attenzione perché una breve comparsa la fa anche il mitico Martin Carthy in “Benign”. Su alcuni pezzi troviamo poi le voci aggiunte dei Blue Murder, vale a dire Eliza Carthy, Barry Coope, Lester Simpson e Jim Boyes. La registrazione è stata effettuata ai Panda Sound da Oliver Knight, che h aormai maturato una lunga esperienza di fonico in studio. Molto particolare è la grafica di copertina, realizzata sulla base delle fotografie di Sean Knott. Nel booklet ci sono anche fotografie della stessa Marry Waterson ma anche un bellissimo disegno a olio di Lal. Ma passiamo alla scena bretone. L’attesa per il doppio album di Soig Siberil “Trente ans de scène” era

molta e non è andata delusa. L’album raccoglie in 2 CD una parte importante del lavoro artistico di


Argomenti

Soig Siberil. La composizione di apertura è una sorpresa: “Tamm Ha Tamm” è infatti un inedito che Soig esegue con Jamie McMenemy al bouzouki e Karl Gouriou al sax. La registrazione è stata effettuata da Jannick Reichert nel Febbraio 2012. Il resto è un’esperienza di ascolto molto particolare, durante la quale prende magicamente forma la continuità dell’opera di Soig, che fino a quel momento era rimasta nella nostra mente chiusa in tante scatole, ognuna corrispondente ai suoi dischi. Il booklet è arricchito da una presentazione di Ronan Gorgiard, dalle fotografie di Eric Legret e dalla grafica di Bastien Courtay. Si consiglia vivamente l’acquisto. Dalla bretagna arriva anche il nuovo e superbo album dei Sonerien Du “Seizh!!”. Questa band che non finisce di stupire e proprio nell’anno in cui festeggia i 40 anni di carriera, produce un la-

voro molto carico di emergia. Tra le novità della formazione troviamo la presenza di Claude Ziegler che sostiuisce Hervé Kerneis, ora in pensione. Anche la registrazione di Philippe Ferec, effettuata negli studi Vern di Pleyben, è assai efficace. Il batterista Gérard Belbeoc’h concorre come altre volte alla realizzazione grafica del booklet che si arricchisce delle fotografie di Philippe Ferec e Julien Tymen. Le note sono di Jean-Pierre Le Cam.

Per quanto attiene alla scena italiana, meritano una particolare menzione Andrea Capezzuoli e Compagnia con il loro ultimo lavoro “Leandra”, pubblicato da Ethnosuoni. Pur non dimenticando la danza, siamo di fronte a un bel disco d’ascolto, di quelli che si apprezzano volentieri seduti comodamente nel salotto di casa. Se si

esclude il brano conclusivo «Leandra», che da anche titolo al CD ed è stato registrato al Weatherock di San Donà di Piave, il lavoro di registrazione è stato eseguito interamente al CB’R di Milano. A voler trovare una critica, si potrebbe dire che il suono è un po’ troppo dettagliato e manca di profondità. Ma è una questione tecnica che non invalida lo splendido lavoro. Il booklet è completo dei testi  e delle fotografie di Michele Pellegrini e Claudio Romani. Bella la veste grafica ideata da Martina Ponticelli. Sinceri complimenti per questo musicista che ha raggiunto una maturazione artistica che lo colloca ai primi posti del nostro panorama musicale. Apriamo ora un parentesi sul folk rock a cominciare da “A collection of live and studio recordings over the years” della The Morris On Band. Si tratta di una nuova compilation prodotta da Ashley Hutchings che raccoglie composizioni dell’esperienza Morris On ed esattamente brani live e in studio provenienti dagli album  “The Great

Grandson of Morris On” e “The Mother of All Morris”. La grafica di copertina è come sempre affidata a Malcolm Holmes. I componenti della band sono variati nel tempo e, rispetto ai due dischi qui utilizzati, troviamo lo stesso Hutchings e i compagni di viaggio Simon Care, Guy Fletcher, Roger Wilson, Ken Nicol e P.J.Harvey. La novità più grande proviene però dalla rinnovata Albion Band con “The Vice of the People”. Una grande sorpresa e una grande rinascita: la Albion Band riparte, com-

pletamente ringiovanita, da alcuni figli d’arte quali Blair Dunlop e Gavin Davenport. Il CD possiede notevole intensità e propone un folk rock elettrificato che segue la scia dei grandi gruppi degli anni settanta. Molto bello è “Coalville” di Katriona Gilmore. La registrazione è stata eseguita a Sheffield negli studi della Powered dai due produttori, che sono anche musicisti del gruppo,  Tom Wright e Katriona

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Gilmore. Nel canone del “fai da te” si colloca anche l’artwork (peraltro un po’ kitch) che è il risultato della fatica di Gavin Davenport. Assolutamente da acquistare è il doppio LP “Live From Austin TX” di Richard Thompson. Terry Lichona, produttore per la Austin City Limits, propone questa nuova masterizzazione su vinile dello splendido concerto tenuto da Richard Thompson ad Austin nel 2001. Il disco suona diverso dall’originale CD ed è un suono accatti-

vante, molto dettagliato, merito del fonico John Golden. La parte grafica è affidata a Paul Moore, le fotografie sono opera di Scott Newton. Infine i mitici Fairport Convention che escono con “4 Play 7679” edito dalla Shirty Music. Dagli archivi di Dave Swarbrick esce un nuovo doppio album che si colloca come il terzo di una serie iniziata con «Where We Were Very Young» di Swarbrick-Nicol e proseguita

Argomenti

con «Walnut Creek» di SwarbrickCarthy. Le registrazioni live appartengono al periodo 1976 - 1979 e sono relativi a concerti tenuti in Inghilterra, Belgio, Italia e Australia. La masterizzazione è avvenuta al Gighouse studio per opera di Andy Thomson. Grafica di copertina di Paul Leather. Per concludere questa panoramica vorrei segnalare una bella novità proveniente dagli states. Si tratta di “Young Man in America”

di Anaïs Mitchell, cantautrice del Vermont che già conoscevamo per la splendida folk-opera “Hadestown”, uscita due anni fa. L’album racconta le difficoltà di un giovane ragazzo statunitense a trovare la sua strada nell’America durante l’epoca della crisi. La sua vita è fatta di miseria, stenti e inesorabile sconforto in un paese alla deriva, che ha smarrito la strada maestra e non sembra nemmeno desiderare ritrovarla: il protagonista sogna una nazione più genuina, umana, e canzoni come “Tailor” e “Shepherd” fotografano istantanee di personaggi popolari cui è stata data nuova vita. Anais con la sua voce ci ricorda un po’ le sonorità di Joanna Newsom ma nel complesso la sua musica è ricca di originalità a cominciare dagli arrangiamenti. L’ascolto di questo nuovo album, il quinto della sua carriera, stupisce per intensità. ❖

sabato 24 novembre ore 13.00 - Bar Mariatchi / Barcellona - Spagna l’Ariano Folkfestival sbarca a Barcellona il prossimo 24 novembre per una festa a base di World Music in uno dei Bar pi√π emblematici per chi ama questo genere, il Bar Mariatchi (il Bar dove Manu Chau va a farsi la birra la sera per intenderci). A musicare la sala ci saranno ben 4 dj set ed un live acustico. Tutto rigorosamente gratis. A proposito sarà un aperitivo musicale, quindi si comincia all’ora di pranzo OSPITI - Balkatalan Experience (dj set) - Mata Hari (dj set) - Yacine & The Oriental Groove (live set) - Lord Sassafras (dj set) - Mezclas Rudas (dj set) - Pravda (dj set) Tutte le info qui: arianofolkfestival.it

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Interviste È italiano il nuovo libro sui Pink Floyd pubblicato da Giunti: Intervista di Agostino Roncallo a Stefano Girolami Carlini

PINK FLOYD, STORIE E SEGRETI di Agostino Roncallo

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gni anno ho l’abitudine di andare a Milano in occasione di quella grande fiera del disco che è Vinilmania. Ci vado con l’idea di girare fra gli stand, osservare un po’ di vinili e comprarne qualcuno, tanto per aggiungere qualche pezzo alla mia collezione. Ma non ci sono solo dischi in fiera e a un certo punto mi trovo davanti a un tavolo pieno di libri o, meglio dire, dello stesso libro: “Pink Floyd, Storie e segreti” scritto dai The Lunatics e pubblicato dall’editore Giunti nella collana “Bizarre”, diretta da Riccardo Bertoncelli. Chi sono costoro questi “lunatici”? La risposta arriva immediata perché mi trovo di fronte a cinque persone, vale a dire gli autori del libro. Compro subito una copia che mi faccio autografare per ricordo. Vorrei fare tante domande ma il tempo non è molto. Il contatto è però attivato e qualche giorno dopo trovo in Stefano Girolami un disponibilissimo interlocutore. Cosa significa The Lunatics?

The Lunatics è un nome collettivo che identifica la scelta di alcuni fan e collezionisti di stringersi sotto un’unica bandiera. Nel nostro intento vorremmo svecchiare la concezione un po’ abusata che vede il collezionista come un individualista che vive di dinamiche tutte sue, e dimostrare che la cooperazione fra “ambiti di interesse” e di passione (vinili, 33 e 45, cartaceo, discografia ufficiale, discografia non ufficiale, poster e biglietti ecc...) può edificare grandi ponti verso la rico-

struzione storica della vicenda dei nostri amati Pink Floyd. A chi è venuta l’idea di creare questa comunità?

Stefano Tarquini, alias “MrPinky” aveva questa idea in mente già parecchi anni fa. Inizialmente ha creato un sito, tutt’ora operante e noto in tutto il mondo, di catalogazione di tutte le stampe a 33 giri della band uscite in tutto il mondo. Molti di noi hanno conosciuto Stefano aiutandolo con scansioni e dettagli relativi a stampe non catalogate. Frattanto alcuni di noi (siamo nel 2005) entrano a far parte del sito PinkFloydSound.it, un forum creato da Fabrizio Frau che ben presto abbatte le barriere virtuali e diventa una vera famiglia di amici dislocati in tutta la penisola. Chi sono i componenti del vostro gruppo?

Nel forum di cui parlavo c’è una sezione dedicata ai vinili. E’ in quella sezione che Stefano Tarquini, Stefano Girolami e Riccardo Verani stringono una forte e duratura amicizia che li porta a valutare l’ipotesi di formare un club di collezionisti. Rispondono all’appello amici e appassionati da ogni dove e il club si allarga a vari tipi di collezionismo (non solo più 33 giri, ma 45, cartaceo, bootlegs ecc...). Fra questi c’è Danilo Steffanina, un piccolo grande luminare del collezionismo cartaceo floydiano. Prende corpo l’ipotesi di una prima mostra che avviene a Torino il 14 marzo 2009 (cui partecipano altri

nomi noti del panorama collezionistico italiano, fra i quali Maurizio Carminati e Andrea Amelotti). E negli anni seguenti si replicano esposizioni e meravigliosi momenti di aggregazione. Il club è formato da un gruppo di amici, e tutte le iniziative intraprese sono rigorosamente autofinanziate per puro amore e spirito di condivisione. E come è nata l’dea di pubblicare un libro?

Nel 2010 i Lunatics sono a Milano al Pink Floyd Day. In quella giornata Stefano Girolami propone al gruppo di raccogliere per iscritto gli argomenti più dibattuti nelle mostre, questo al fine di dare un senso culturale più ampio al progetto The Lunatics. Ci piaceva l’idea, insomma, di portare le nostre collezioni nelle case di tutti,

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spiegandone il fascino e scorporandone le storie più accattivanti. Il gruppo aderisce entusiasta all’idea e si struttura per realizzarla. Con un po’ di fiducia in noi stessi abbiamo bussato in Giunti, chiedendo se potesse interessare un progetto nato dal basso. E dopo alcune riunioni siamo partiti con loro. Entra in squadra Nino Gatti, una vecchia e duratura conoscenza di Tarquini sin dagli anni ‘80 (i due avevano già provato a dare vita a un progetto simile, più tecnico, intitolato Scacco Matto, un libro autoprodotto coi caratteri del ciclostile, oggi sulle scansie di pochi fortunati). Nino ha un’impostazione da biografo, Stefano Tarquini ha già pubblicato varie indagini (dai primi floyd in Italia ai dischi più rari) sulle pagine del suo sito, Riccardo Verani mette a disposizione il gotha della discografia mondiale da fo-

Tratto dal recente “The Wall Tour” di Roger Waters

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Interviste

tografare e spiegare in ogni dettaglio, Danilo Steffanina ha una vasta conoscenza del mondo live e di tutte le memorabilia provenienti dai concerti. Stefano Girolami è uno scrittore che ama i Floyd e il collezionismo floydiano, nonchè la storia delle copertine e dei dischi più strani. Parte come referente del progetto e con i suoi compagni struttura piano piano la scaletta, adattando varie ricerche alle esigenze editoriali. Ognuno ha fatto il suo, un po’ come i Floyd in The Dark Side Of The Moon, dando il necessario apporto pagina su pagina. Oltre al vostro contributo, il progetto editoriale si avvale anche di altre collaborazioni?

Nel progetto ci sono anche contributi di altri amici collezionisti e di altri studiosi appassio-

nati, soprattutto in tre capitoli: -Zabriskie Point, l’album perduto. E’ stato redatto grazie al contributo essenziale dello studioso romano Walter “Romanus” Donati che da anni svolge ricerche sulla pellicola di Antonioni. -Point Me At The Sky. È stato redatto grazie al contributo del collezionista Andrea Amelotti che ci ha messo a disposizione conoscenze e materiale iconografico. -Publius Enigma. Il viaggio fra le copertine e le varie edizioni del disco è stato reso possibile grazie alla pedante ricerca di Renzo Drebertelli, Luciano Cassulo, Fabrizio Taricco, Giulia Di Nardo della fanzine Us And Them. Altri contributi minori, ma non meno importanti, giungono da molteplici amici, ringraziati ad uno ad uno nella pagina “ringraziamenti” del libro. ❖


Argomenti IL DECISO RITORNO ALLA BALLATA NELL’ULTIMO DISCO DI BOB DYLAN TEMPEST di Giordano Dall’Armellina

L’

11 settembre di quest’anno è uscito l’ultimo disco del settantunenne Bob Dylan. Un disco che per molti aspetti ritorna alla tradizione popolare legata al mondo della ballata. Sono almeno tre i brani che si possono definire “ballate”: Scarlet Town, Tempest e Tin Angel. Noi ci occuperemo in particolare di quest’ultima. Prima però vediamo di capire quale è stato il percorso che ha portato Dylan a considerare questo genere di cultura popolare come essenziale per la sua produzione poetico - musicale1. Il rapporto che Dylan ha avuto con la ballata tradizionale è sempre stato stretto fin dall’inizio della sua carriera. È innegabile quanto decisivo sia stato questo genere di musica popolare nel forgiare la mente compositiva del grande folk-singer americano. Non è un caso che nel suo primo spettacolo nel 1961 abbia scelto, come prima canzone nella scaletta, la ballata The House of the Rising Sun (La casa del sole nascente), ballata americana che divenne popolare in Italia nel 1964 grazie agli Animals che la incisero dopo Bob Dylan. Senza l’influenza che esercitarono in lui le antiche 1 Molte volte Dylan usa il termine ballata per le sue composizioni come in Ballad for a Friend, Ballad in Plain D, Ballad of a Thin Man, Ballad of Donald White, Ballad of Hollis Brown, The Ballad of Frankie Lee and Judas Priest, The Ballad of Ira Hayes.

ballate britanniche, sia popolari che letterarie, e quelle più recenti di Woody Guthrie, forse non sarebbe diventato il grande poeta che tutti oggi riconoscono. Dylan aveva anche l’abitudine di copiare le melodie di alcune ballate e di arrangiarle a modo suo o di inciderle con il suo stile inconfondibile. Dopo aver incontrato il folk-singer inglese Martin Carthy in Inghilterra nel 1962 e aver ascoltato da lui le ballate Lord Franklin e Scarbourough Fair (quest’ultima diverrà famosa grazie a Paul Simon e Art Gartfunkel come colonna sonora del film Il Laureato), compose Bob Dylan’s Dream (Il sogno di Bob Dylan) che si basa sulla prima delle due e della quale copiò anche la melodia. Dalla seconda prese ispirazione per scrivere Girl from the North Country (Ragazza del nord). Ma nel repertorio di Martin Carthy vi era anche Lord Randal ed è da lui che probabilmente l’apprese. Quest’ultima sarebbe stata la base per la famosa A Hard Rain’s gonna fall (Una dura pioggia cadrà). Incise anche varianti americane di ballate britanniche come per esempio Barbara Allen, The House Carpenter e Gypsy Laddies di cui una versione era Black Jack Davey. È da questa che si arriva a Tin Angel ovvero la ballata che vi presento con traduzione a fianco. La traduzione è libera e cerca di rendere il vero significato.

Tin Angel Angelo di latta It was late last night when the boss came home, To a deserted mansion and a desolate throne. Servant said: “Boss, the lady’s gone She left this morning just ‘fore dawn.”

Era tardi l’altra sera quando il boss arrivò a casa, una villa abbandonata con un trono desolato. Il servo disse: “Boss, la signora se ne è andata. E’ partita stamane poco prima dell’alba.”

“You got something to tell me, tell it to me, man, Come to the point as straight as you can.” “Old Henry Lee, chief of the clan, Came riding through the woods and took her by the hand.”

“Senti, se hai qualcosa da dirmi, dimmelo, Vieni al sodo più veloce che puoi.” “Il vecchio Henry Lee, il capo-clan è venuto a cavallo attraverso i boschi e l’ha presa per mano2.”

The boss he lay back flat on his bed. He cursed the heat and he clutched his head. He pondered the future of his fate To wait another day would be far too late.

Il boss si stese lungo e disteso sul letto. Maledì il caldo e prese la testa fra le mani. Ponderò sul futuro del suo destino, Aspettare un altro giorno sarebbe stato troppo tardi.

2 Nelle ballate tradizionali prendere per la mano ha connotati sessuali. Inoltre Henry Lee viene attraverso i boschi come se fosse un elfo e gli elfi avevano la reputazione di essere degli splendidi amanti.

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“Go fetch me my coat and my tie And the cheapest labour that money can buy. Saddle me up my buckskin mare. If you see me go by, put up a prayer”

“Prendetemi il mio soprabito e la mia cravatta e procuratemi degli uomini a buon mercato. Sellatemi la mia cavalla color camoscio. Se mi vedete passare, pregate per me.”

Well, they rode all night, and they rode all day Eastward, long down the broad highway. His spirit was tired and his vision was bent. His men deserted him and onward he went.

Ebbene cavalcarono notte e giorno verso est lungo le strade più larghe. Il suo spirito era stanco e la sua vista piegata. I suoi uomini lo lasciarono e lui andò avanti solo.

He came to a place where the light was dull, His forehead pounding in his skull, Heavy heart was racked with pain. Insomnia raging in his brain.

Arrivò in un luogo dove la luce era fioca, la sua fronte pulsante nel cranio, il cuore pesante era avvolto dal dolore. L’insonnia rabbiosa nel suo cervello.

Well, he threw down his helmet and his cross-handled sword. He renounced his faith, he denied his lord. Crawled on his belly, put his ear to the wall, One way or another put an end to it all.

Ebbene, tirò giù il suo elmetto e la sua spada dall’impugnatura a croce. Rinunciò alla sua fede, negò il suo signore. Strisciò sulla pancia, mise un orecchio al muro; in un modo o nell’altro mettere fine a tutto.

He leaned down, cut the electric wire, Stared into the flames and he snorted the fire. Peered through the darkness, caught a glimpse of the two, It was hard to tell for certain who was who.

Si sporse, tagliò il filo elettrico. Fissò le fiamme e sbuffò guardando il fuoco. Sbirciò nel buio intravide i due. Era difficile distinguere chi fosse chi.

He lowered himself down on a golden chain, His nerves were quaking in every vein His knuckles were bloody, he sucked in the air He ran his fingers through his greasy hair.

Si abbassò su una catena d’oro3, i suoi nervi tremavano in ogni vena, le sue nocche erano insanguinate, succhiò nell’aria. Si passò le dita nei capelli unti.

They looked at each other and their glasses clinked One single unit, inseparably linked: “Got a strange premonition there’s a man close by” “Don’t worry about him, he wouldn’t harm a fly”.

Si guardarono e i loro bicchieri tintinnarono Una sola cosa, legati indissolubilmente: “Ho una strana premonizione, c’è un uomo vicino.” “Lascialo perdere, non farebbe male a una mosca.”

From behind the curtain, the boss he crossed the floor He moved his feet and he bolted the door Shadows hiding the lines in his face With all the nobility of an ancient race.

Da dietro la tenda, il boss attraversò il pavimento. Usando i piedi scardinò la porta. Le ombre nascondevano i suoi lineamenti con tutta la nobiltà di un’antica razza.

She turned, she was startled with a look of surprise With a hatred that could hit the skies: “You’re a reckless fool, I could see it in your eyes To come this way was by no means wise”.

Lei si voltò, fu scossa da uno sguardo di sorpresa con un odio che avrebbe squassato i cieli: “Sei un pazzo sconsiderato, l’ho visto nei tuoi occhi. Arrivare fin qui non è stato per niente saggio.”

“Get up, stand up, you greedy-lipped wench And cover your face or suffer the consequence. You are making my heart feel sick, Put your clothes back on, double-quick”

“Alzati in piedi sgualdrina dalle labbra lascive e copriti la faccia se non vuoi subire le conseguenze. Mi stai facendo impazzire il cuore, rimettiti i vestiti più veloce che puoi.

“Silly boy, you think me a saint I’ll listen no more to your words of complaint. You’ve given me nothing but the sweetest lies Now hold your tongue and feed your eyes.”

“Stupido che non sei altro, pensi che io sia una santa non ascolterò più le tue parole lamentose; non mi hai dato altro che dolci bugie. Ora taci e guarda.”

“I’d have given you the stars and the planets, too But what good would these things do you? Bow the heart if not the knee Or never again this world you’ll see.”

“Ti avrei dato le stelle e anche i pianeti Ma che effetto avrebbero avuto su di te? Piega il cuore se non vuoi piegare le ginocchia o non vedrai più questo mondo.”

“Oh, please let not your heart be cold This man is dearer to me than gold” “Oh, my dear, you must be blind He’s a gutless ape with a worthless mind.”

“Oh per favore non indurire il tuo cuore Quest’uomo mi è più caro dell’oro.” “Oh, mia cara, devi essere cieca. E’ uno scimmione senza fegato che non vale niente.”

“You’ve had your way too long with me Now it’s me who’ll determine how things shall be.” “Try to escape,” he cussed and cursed ‘You’ll have to try to get past me first.”

“Ti ho dato anche troppa corda ora sono io che deciderò come saranno le cose.” “Cerca di fuggire” imprecò e bestemmiò lui. “Dovrai cercare di passare prima accanto a me.

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Probabilmente una catena con simboli religiosi che guardò prima di passare all’azione.

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Do not let your passion rule. You think my heart the heart of a fool And you, sir, you can not deny You made a monkey of me, what and for why?”

Non lasciarti condizionare dalla passione. Tu pensi che il mio sia il cuore di un pazzo e voi, signore, non potete negare di avermi fatto fare la figura dello scemo, perchè?”

“I’ll have no more of this insulting chat The devil can have you, I’ll see to that Look sharp or step aside Or in the cradle you’ll wish you’d died.”

“Ne ho abbastanza di questi insulti Il diavolo ti può prendere, ci penserò io. Stai attento o scostati o rimpiangerai di non essere morto nella culla.”

The gun went boom and the shot rang clear First bullet grazed his ear Second ball went right straight in And he bent in the middle like a twisted pin.

La pistola sparò e il colpo risuonò chiaramente. La prima pallottola gli sfiorò l’orecchio, la seconda gli andò giusto dentro E lui si piegò nel mezzo come uno spillo contorto.

He crawled to the corner and he lowered his head He gripped the chair and he grabbed the bed It would take more than needle and thread Bleeding from the mouth, he’s as good as dead.

Si trascinò nell’angolo e abbassò la testa; afferrò la sedia e arraffò il letto. Ci vorrebbe altro che ago e filo, Sanguinando dalla bocca, è ormai morto.

“You shot my husband down, you fiend” “Husband? What husband? What the hell do you mean? He was a man of strife, a man of sin I cut him down and threw him to the wind.”

“Hai sparato a mio marito, tu malvagio.” “Marito? Quale marito? Che diavolo vuoi dire? Era un uomo litigioso, un peccatore. L’ho fatto fuori e gettato nel vento.”

This she said with angry breath “You too shall meet the lord of death It was I who brought your soul to life” Then she raised her robe and she drew out a knife.

Così lei disse con respiro furioso: “Anche tu incontrerai il signore della morte. Sono stata io a dare vita alla tua anima. E allora alzò la gonna e tirò fuori un coltello.

His face was hard and caked with sweat His arms ached and his hands were wet “You’re a murderous queen and a bloody wife If you don’t mind, I’ll have the knife.”

Il suo volto era tirato e madido di sudore. Le sue braccia dolevano e le mani erano bagnate: “Sei una amante assassina e una moglie sanguinaria. Se non ti dispiace prendo io il coltello,”

“We’re two of a kind and our blood runs hot But we’re no way similar in body or thought All husbands are good men, as all wives know” Then she pierced him to the heart and his blood did flow.

“Siamo dello stesso genere e il sangue scorre caldo ma non siamo affatto simili nel corpo e nel pensiero. Tutti i mariti sono buoni come sanno tutte le mogli.” Poi lo trafisse nel cuore E il suo sangue scorse.

His knees went limp and he reached for the door His tomb was sealed, he slid to the floor He whispered in her ear: “This is all your fault My fighting days have come to a halt.”

Le sue ginocchia si piegarono e raggiunse la porta. La sua tomba era pronta, scivolò sul pavimento. Sussurrò nel suo orecchio: E’ tutta colpa tua; i miei giorni da combattente sono finiti.”

She touched his lips and kissed his cheek He tried to speak but his breath was weak “You died for me, now I’ll die for you” She put the blade to her heart and she ran it through.

Lei toccò le sue labbra e baciò la sua guancia. Lui tentò di parlare ma il suo respiro era flebile. “Tu sei morto per me, ora io morirò per te.” Appoggiò la lama al cuore e la spinse dentro.

All three lovers together in a heap Thrown into the grave, forever to sleep Funeral torches blazed away Through the towns and the villages all night and all day.

I tre amanti insieme in un mucchio, gettati nella tomba a dormire per sempre. Le torcie funerarie fiammeggiavano notte e giorno attraverso le città e i paesi.

Vediamo ora come comparazione Black Jack Davey interpretata da Bob Dylan nel disco Good as I been to you, disco con brani esclusivamente folk e senza sue composizioni, uscito nel 1992.

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Black Jack4 Davey

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Personaggi: Black Jack Davey, una ragazza, un boss, un servo. Luogo: Boschi, le rive di un fiume. Black Jack Davey came a-ridin’ on back, A-whistlin’ loud and merry. Made the woods around him ring, And he charmed the heart of a lady, Charmed the heart of a lady.

Black Jack Davey ritornò a cavallo, fischiettando forte e allegro. Faceva risuonare i boschi attorno e incantò il cuore di una ragazza, incantò il cuore di una ragazza.

“How old are you, my pretty little miss, How old are you, my honey?” She answered to him with a lovin’ smile: “I’ll be sixteen come Sunday, Be sixteen come Sunday.”

“Quanti anni hai, mia piccola e graziosa, quanti anni hai, dolcezza mia? Gli rispose con un sorriso amorevole: “Avrò sedici anni domenica prossima, sedici anni domenica prossima.

“Come and go with me, my pretty little miss, Come and go with me, my honey, Take you where the grass grows green, You never will want for money, You never will want for money.

Vieni via con me, mia piccola e graziosa, vieni via con me dolcezza mia, ti porterò dove l’erba cresce verde, non avrai bisogno di soldi, non avrai bisogno di soldi.

“Pull off, pull off them high-heeled shoes All made of Spanish leather, Get behind me on my horse And we’ll ride off together, We’ll both go off together.”

“Togliti, togliti quelle scarpe col tacco alto fatte di cuoio spagnolo. Sali dietro di me sul cavallo e scapperemo insieme, e ce ne andremo insieme.”

Well, she pulled off them high-heeled shoes Made of Spanish leather. Got behind him on his horse And they rode off together, They rode off together.

Ebbene si tolse quelle scarpe col tacco alto Fatte di cuoio spagnolo. Salì dietro di lui a cavallo e scapparono via insieme, Scapparono via insieme.

At night the boss came home Inquiring about this lady The servant spoke before she thought: “She’s been with Black Jack Davey, Rode off with Black Jack Davey.”

Alla sera il capo tornò a casa e domandò della sua signora. Il servo parlò prima di quanto lei pensasse: “E’ stata con Black Jack Davey, è scappata con Black Jack Davey.”

“Well, saddle for me my coal black stud, He’s speedier than the gray. I’ll ride all day and I’ll ride all night, And I’ll overtake my lady, I’ll bring back my lady.”

“Allora sellatemi il cavallo nero carbone, È più veloce del grigio. Cavalcherò giorno e notte, e mi riprenderò la mia signora, riporterò la mia signora.”

Well, he rode all night till the broad daylight, Till he came to a river ragin’, And there he spied his darlin’ bride In the arms of Black Jack Davey, Wrapped up with Black Jack Davey.

Cavalcò di notte e fino a pieno giorno, finché arrivò a un fiume turbolento, e là spiò la sua cara moglie nelle braccia di Black Jack Davey, avviluppata a Black Jack Davey.

“Pull off, pull off them long blue gloves All made of the finest leather, Give to me your lily-white hand And we’ll both go home together, We’ll both go home together.”

“Togliti, togliti quei lunghi guanti blu fatti del migliore cuoio, dammi la tua mano bianca come il giglio5 e andremo a casa insieme, andremo a casa insieme.”

Well, she pulled off them long blue gloves All made of the finest leather, Gave to him her lily-white hand And said good-bye forever, Bid farewell forever.

Ebbene, si tolse quei lunghi guanti blu fatti del migliore cuoio, gli diede la sua mano bianca come il giglio e disse addio per sempre, Diede il suo addio per sempre.

4 Il personaggio ricorda, col suo nome, un gioco di carte di origine francese. In America prese il nome Black Jack (fante nero) poiché, se si ottenevano ventun punti con un asso e il fante nero, si decuplicava la vincita. Qui rappresenta la grande fortuna e l’azzardo che si può tentare fuggendo di casa. 5 Le mani delle donne nobili nelle ballate sono sempre bianche latte e come un giglio. Era un segno di distinzione dal volgo che lavorando nei campi era sempre di pelle scura. Poiché le vene blu risaltavano sull’incarnato bianco si diceva che i nobili avessero il sangue blu. Anche il principe “azzurro” segue la stessa logica.

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“Would you forsake your house and home, Would you forsake your baby? Would you forsake your husband, too, To go with Black Jack Davey, Ride off with Black Jack Davey? “

“Lasceresti la tua dimora e casa, abbandoneresti il tuo bambino? Abbandoneresti anche tuo marito per andare con Black Jack Davey, scappare con Black Jack Davey?

“Well, I’ll forsake my house and home, And I’ll forsake my baby I’ll forsake my husband, too, For the love of Black Jack Davey Ride off with Black Jack Davey.

“Sì lascerò la mia dimora e casa e lascerò il mio bambino lascerò anche mio marito per l’amore di Black Jack Davey, scapperò via con Black Jack Davey.

Last night I slept in a feather bed Between my husband and baby. Tonight I lay on the river banks In the arms of Black Jack Davey, Love my Black Jack Davey.”

La notte scorsa ho dormito tra mio marito e il bambino. Stanotte sono stesa sulle rive del fiume nelle braccia di Black Jack Davey, amo il mio Black Jack Davey.”

E’ evidente l’influenza che questa ballata ha giocato nella composizione di Tin Angel. In quest’ultima però subentra la capacità straordinaria di Bob Dylan di comporre una “nuova” ballata (fra l’altro usando un solo accordo, il la minore con il basso di do) e di rielaborare un’antica storia del XVI secolo dando spessore poetico al testo. Già il primo verso è preso pari pari da altre versioni di Gypsy Laddies (I ragazzi gitani): “It was late last night when my lord came home” dove l’unica differenza è la sostituzione di lord con un più “americano” boss. La storia “originale” scozzese inizia con tre rom6 che con il loro canto affascinano e poi rapiscono la moglie del conte. Anche in Black Jack Davey l’uomo incanta la fanciulla con il suo canto. In entrambi i casi il canto è rivelatore di passioni sopite e frustrazioni mal sopportate che emergono prepotentemente. Ciò dà il via alla volontà di fuga della ragazza probabilmente sposata contro la sua volontà con un uomo che non ama. 6 uomini”.

Rom, nella loro lingua di origine indoeuropea, significa “popolo degli

Anche nella versione di Dylan, Henry Lee è un capo clan e sembra anche lui un rom. In versioni più antiche i servi informano il conte che dà ordine di preparagli il cavallo (Oh, saddle to me my milk-white steed, Go and fetch me my pony, Oh!) frasi che troviamo simili sia in Black Jack Davey che in Tin Angel. Il conte, infuriato, cavalca in tutte le direzioni per ritrovare la moglie e infine la vede accampata con i rom presso un fiume. Le chiede di tornare a casa, ma lei oppone resistenza dichiarando di preferire la compagnia del capo rom. Come tutta risposta il conte ordina ai suoi uomini di catturare tutti i rom (sette) e di farli impiccare. In un’altra versione sappiamo che il destino della contessa non sarà migliore. Per essere stata complice nella fuga sarà rinchiusa nella torre più alta del castello dove sarà lasciata morire di fame e di sete. Nella sua rielaborazione Bob Dylan segue la traccia della fuga da casa della signora e del tentativo del marito di riprendersela ma sviluppa poi una sua storia personale che ci porta direttamente dentro una pellicola di un film.

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Argomenti

Noi “vediamo” la storia oltre che sentirla. Le immagini create da Dylan sono poeticamente potenti e ci trasportano in un mondo universale di sentimenti controversi. Diventa una specie di western dove il finale tragico è ancora una volta simile ad altri che si riscontrano

in ballate europee dove i tre amanti sono seppelliti insieme nella stessa tomba. Uno dei tanti esempi ci viene da Lord Thomas and fair Ellender dove Thomas si uccide con la spada come la moglie nella storia di Dylan e raccomanda poi alla madre di essere seppellito con la moglie e l’amante.

Then placing the handle against the wall, And the blade towards his heart said: “ Did you ever see three lovers meet That had so soon to part?

Poi appoggiando l’impugnatura contro il muro e la lama contro il suo cuore disse: “Avete mai visto tre amanti incontrarsi Che han dovuto separarsi così presto?

Oh mother, oh mother, go dig my grave, And dig it both wide and deep, And bury fair Ellender in my arms, And the brown girl at my feet.”

O madre, madre, andate a scavare la fossa e scavatela larga e fonda. Seppellite la bella Eleonora nelle mie braccia e la ragazza castana ai miei piedi.”

Dylan dunque torna su un argomento universale che è quello del connubio amore e morte. La storia è permeata di ambiguità. La moglie del boss cerca la passione erotica in un cavaliere che arriva dai boschi come nei riti celtici legati alle celebrazioni del primo maggio. Così come facevano gli elfi, lui la prende per la mano e la conduce nel luogo dove faranno l’amore. La passione erotica annulla la ragione e affievolisce il senso del pericolo. La moglie sembra disprezzare il marito che promette la luna ma in realtà è incapace di darle quello che cerca. Tuttavia appena l’amante lo uccide la passione erotica si attenua e torna la visione della realtà dove non c’è futuro e dove lei ha perso il marito, ovvero l’unico appoggio sicuro. Solo la morte può azzerare tutto. Una visione pessimistica sulla condizione umana che caratterizza Bob Dylan da sempre. L’angelo di latta, corruttibile e fragile, è la protagonista della storia, desiderata da due uomini che la vedono come un angelo senza intuirne la fragilità e valutarne la personalità. La donna trasformata in angelo è inafferrabile e lontana. Ne risulta una incomunicabilità di fondo fra uomo e donna che porta alla tragedia. Il brano precede, forse non a caso, Tempest, la ballata dedicata all’affondamento del Titanic, metafora del mondo che si sta auto-distruggendo andando verso una tempesta annunciata ma che nessuno vuole vedere. Mentre l’iceberg si avvicina e anche dopo l’impatto, l’orchestra continua a suonare languide canzoni di amori perduti. Riprende il discorso di 40 anni prima emerso in A Hard Rain’s gonna fall (Una dura pioggia cadrà). Anche qui, nonostante ci siano i segnali di una tempesta imminente, l’umanità non fa nulla per salvarsi dal futuro diluvio universale che si abbatterà su di essa poiché incapace di intendere il senso religioso della vita, ovvero di preservare la natura e fare qualcosa per impedire la distruzione delle foreste e i cambiamenti climatici. I segnali che la Madre Terra ci lancia

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restano inascoltati determinando una incomunicabilità di fondo fra madre e figli. Gli uomini sono sordi e ciechi davanti all’evidenza. E dopo i recenti uragani il profeta Bob Dylan7 si pone come Cassandra, sentito ma non ascoltato. ❖

7 Bob Dylan, di fatto, si sente un profeta. Riccardo Bertoncelli nella sua introduzione alla biografia sul cantante americano di Anthony Scaduto scrive che Bob Dylan è “uomo, predicatore, musicista. Tremendamente profondo. Quello che tutti sognavano e che nessuno avrebbe mai avuto il coraggio di immaginare: il profeta vestito di sacco venuto ad indicare la retta via, a scomunicare, a umiliare, con il piglio del Giusto, di chi non ammette repliche ed esitazioni. (Anthony Scaduto: Bob Dylan, la biografia, pag.6. Arcana editore 1972)


Eventi Silvio Trotta

PIFFERI, MUSE E ZAMPOGNE: IL MIO PICCOLO GRANDE FESTIVAL di Silvio Trotta

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iciassette anni di musica, diciassette anni di incontri con i più prestigiosi testimoni della musica popolare italiana di tradizione nell’ intento di comporre un variegato e policromo mosaico di quel mondo complesso e poliedrico che è oggi la musica etnica: questo è il mio piccolo grande festival. Curiosità, passione, desiderio di far conoscere, forse illusione di tramandare, di rendere visibile un universo musicale “altro” di cui i media poco si occupano, ma del quale da sempre riconosco il valore e la bellezza. “Pifferi, muse e zampogne”, sul piccolo palco del Circolo Aurora di Arezzo, ospita narrazioni sonore diverse, soffi d’ancia di pifferi, muse, zampogne, pive, cornamuse dell’area celtica, organetti e fisarmoniche e la musica è sempre strategia privilegiata per raccontare l’uomo e il suo sapere costruito nel tempo e nello spazio. La rassegna indaga nel mondo della tradizione intesa non come un insieme di idee, di costumi e di usanze ricevute passivamente dal passato, ma sui processi condotti dagli uomini del presente su ciò che li ha preceduti. La musica, che la manifestazione propone al pubblico è quella che si (ri) costruisce nell’azione dinamica di chi, nel far musica, trova oggi motivo di mobilitazione per concretizzare un’idea di tradizione come “immagine dei padri elaborata dai figli”. È questa l’idea sottesa alla scelta degli ospiti che come direttore artistico invito; decine di gruppi si sono alternati in questo spazio libero e voglio qui ricordare alcuni fra i più

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Eventi

I Liguriani

I Tre Martelli

Antiche Ferrovie Calabro–Lucane

Tamburello Cafè

grandi, Luigi Lai, Piero Ricci, Ettore Losini (Bani), Massimo Giuntini, Totore Chessa e tanti tanti altri. Gli antichi e nuovi strumenti, privi di qualsiasi amplificazione, possono essere goduti nella loro purezza, in un ambiente quasi “da veglia”, dove lo scambio emotivo tra gli artisti e gli spettatori fluisce in atmosfere naturali. Questo valore aggiunto restituisce alla musica tradizionale la sua funzione primaria di incontro sociale e di scambio ormai logorata da nuove abitudini massificate e consumistiche. Quando la grande folla popola le

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piazze dei folk festival, l’appellativo “popolare” muta di significato. Da arte del “popolo” e della gente diviene prodotto di massa, gli idiomi musicali delle comunità e dei territori svuotati del loro originario contenuto, finiscono per tramutarsi in merce. Ho la presunzione che questo non accada a Pifferi, Muse e Zampogne che gratuitamente restituisce la musica della gente alla gente. Anche quest’anno la manifestazione prenderà il suo avvio giovedì 6 dicembre con le selezioni per “Suonare@Folkest” e proseguirà durante il fine settimana in un alternarsi di gruppi tradizionali e innovativi del nord e del sud d’Italia. In particolare; venerdì 7 si esibiranno Tamburello Cafè e I Liguriani mentre sabato 8 sarà la volta dei Tre Martelli e Antiche Ferrovie Calabro–Lucane. Ci sarà poi, come di consueto, uno stage sulle danze tradizionali che quest’anno sarà dedicato alle tarantelle della Calabria meridionale. Nel mio festival la memoria e la contemporaneità si sposano con la libertà della musica e i contesti geografici diversi dai quali i gruppi provengono testimoniano sempre e comunque continuità umane e artistiche e provano che la musica tradizionale italiana non è solo quella di influenza Mediterranea o Celtica! Il pubblico parteciperà, le istituzioni cieche e sorde da sempre, diserteranno, ma io vedrò compiersi, grazie alla mia “audacia intellettuale”, ancora una volta, quel rito collettivo straordinario che si chiama musica popolare. ❖ Info: www.myspace.com/pifferimuseezampogne mdpb@libero.it tel. 338 2132607 Organizzazione: Ass. Cult. Musicanti del Piccolo Borgo - Circolo Arci Aurora Il Festival si svolge presso il Circolo Arci Aurora Piazza Sant’ Agostino 22 Arezzo. L’Ingresso ai concerti è libero.


Recensioni VIOLONS BARBARES BULGARIAN / MONGOLIAN WORLD WILD MUSIC

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arbare (barbaro): L’onomatopea “bar-bar” (molto simile a “bla-bla”) è stato utilizzato per evocare il balbettare nella Grecia antica. Il termine ha una connotazione peggiorativa e di cui uno straniero in grado di parlare il linguaggio predominante. Dimitar Gougov e Dandarvaantchig Enkhjargal, appartengono ai popoli “barbari” della Bulgaria e della Mongolia, e riuniscono i loro strumenti, la “gadulka e il Morin Khuur”, per un incontro acustico senza precedenti, un’esperienza transfrontaliera e transstilistica. Il timbro caldo della miscela dei due violini con le percussioni di Fabien Guyot e la voce maestosa di Enkhjargal, che rivela la ricchezza della connotazione della MongoViolons a Kaustinen, Finland © Ulla Nikula

Violons Barbares in Svizzera © Simon Frey

lia (o difonico) tradizione vocale in contesti musicali non comuni, come quello della musica balcanica delle feste. Il morin khuur (violino con la testa di un cavallo), è lo strumento nazionale mongolo. Ha solo due corde di coda di cavallo e risale alla società nomade. Il riccio è sempre scolpito nella forma di una testa di cavallo, da qui il suo nome. La gadulka assomiglia in forma alla rebec medievale. Ha tre corde per la melodia e undici sympathetics, archi molto sottili che vengono sintonizzati cromaticamente. I sympathetics non vengono riprodotti direttamente dall’archetto, ma vibrano in risonanza con le tre corde principali.

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Epi - Dandarvaanchig Enkhjargal - Morin Khuur, voce armoniche superiori Nato a Ulan Bator, Mongolia, è cresciuto nomade nella taiga con la sua famiglia e la loro mandria di cavalli. Il suo dono per la musica è stato scoperto dal talent scout. Ha studiato musica al Conservatorio di Ulan Bator e divenne discepolo del famoso maestro Morin Khuur, il professor Jamjan. Ha vissuto in Europa (Germania) dal 1989 e si esibisce spesso con altri musicisti di world-music. Dimitar Gougov – gadulka, voce Nato in Bulgaria, Dimitar è stato circondato da musica tradizionale fin dalla sua prima infanzia. Ha studiato sotto Atanas Vultchev, gran maestro del gadulka, e suonato con l’Ensemble Philip Koutev. Nel 2000, arrivò in Francia con residenza a Strasburgo, dove ha fondato i gruppi Boya e Violons Barbares. Compone musica e organizza un coro femminile e anima sessioni di studio sulla musica balcanica.

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Recensioni

Violons Barbares © Mathieu Pelletier

Fabien Guyot – tutte le percussioni, voce Fabien ha studiato percussioni contemporanee a Nizza e a Strasburgo, e ha scoperto le percussioni iraniane e maghrebine, allo stesso tempo. In qualità di membro dell’associazione Assoce Pikante a Stra-

sburgo, ha partecipato alla fondazione dei gruppi Hijâz Car, Shezar e Grand Ensemble de la Méditerranée. Ha anche suonato con Houria Aichi ed è un membro del gruppo di percussioni riciclate Furieuz Casrols. ❖ www.violonsbarbares.com www.myspace.com/violonsbarbares


In arrivo la nuova sessione di corsi, con il Patrocinio del Comune di Torino, Circoscrizione 2

BALLI FOLK OCCITANI E FRANCESI (3 LIVELLI) BALLI IRLANDESI (2 LIVELLI) CORSO DI BALLI FOLK OCCITANI E FRANCESI 1° LIVELLO 8 lezioni di 1,5 ore ogni mercoledì ore 21 dal 14.11.12 in via Chevalley 5 Torino, zona via Guido Reni. Insegnante Massimo Cerutti. Costo € 45. Corso dedicato ai più semplici e diffusi balli occitani italiani e francesi, baschi e bretoni. Rivolto a chi ha già frequentato da 8 a 18 lezioni. Sala in parquet!

CORSO DI BALLI FOLK OCCITANI E FRANCESI 1° LIVELLO 8 lezioni di 1,5 ore ogni lunedì ore 21 dal 26.11.12 in via Filadelfia 242 Torino. Insegnante Massimo Cerutti. Costo € 45. Corso dedicato

“Ciatuzza”

Curriculum artistico Giada Salerno, catanese di nascita e formazione, si appassiona al canto in giovanissima età dietro l’esempio della madre, Mirella Maugeri Salerno, cantante dilettante e appassionata studiosa di teatro e poesia dialettale. Negli anni del liceo e dell’università (facoltà di lettere) continua a coltivare l’interesse e l’amore per la musica attraverso lo studio del pianoforte, della chitarra classica e del canto popolare; l’interesse per la cultura e le tradizioni del popolo siciliano si concretizza nella realizzazione di un documentario prodotto dal CRES (Centro di ricerca economica e scientifica) sui cinegiornali degli anni Trenta: La Sicilia dei cinegiornali. Immagini di costume, lavoro e cultura negli anni trenta (1996). Continua ad approfondire i temi legati alla poesia dialettale, alla letteratura siciliana e all’etnomusicologia anche attraverso la sua professione di insegnante nella scuola secondaria di primo e secondo grado che la porta a spostarsi in vari comuni dell’hinterland catanese. Nel 2001 si trasferisce a Milano e intraprende lo studio delle sillogi ottocentesche, e non solo, di canti popolari, con accresciuto interesse per le com-

Eventi

ai più semplici e diffusi balli occitani italiani e francesi, baschi e bretoni. Rivolto a chi ha già frequentato 8 lezioni o possiede conoscenze del genere di balli.

CORSO DI BALLI IRLANDESI 2° LIVELLO

CORSO DI BALLI FOLK OCCITANI E FRANCESI 2° LIVELLO

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CORSO DI BALLI IRLANDESI 1° LIVELLO 8 lezioni di 1,5 ore ogni lunedì ore 21 dal 26.11.12 in via Chevalley 5 Torino, zona via Guido Reni. Insegnante Alessandra Zampelli. Costo € 45. Balli in gruppo e di coppia. Rivolto a chi ha già frequentato 8 lezioni o possiede conoscenze del genere di balli. Sala in parquet!

posizioni femminili. Canta per due anni nella Nuova Polifonica Ambrosiana, prestigioso coro di musica sacra poi confluito nel coro dell’Orchestra Verdi. Migliora la tecnica vocale sotto la guida di Laura Catrani, Angelo Pugolotti e Amanda Tosoni e frequentando vari stage sulla tecnica e l’espressione vocale. Risalgono al 2009 le prime composizioni su testi dialettali. Si iscrive alla SIAE come autrice-compositrice con lo pseudonimo “Ciatuzza”. Nel 2010 inizia la collaborazione col poli-

8 lezioni di 1,5 ore ogni mercoledì ore 21 dal 28.11.12 v. Chevalley 5 Torino. Insegnante Alessandra Zampelli. Costo € 45

Al 16° anno di attività confermiamo i nostri corsi mantenendo costi popolari, con alcune novità. Da quest’anno tutti i corsi saranno suddivisi in 3 parti di 8 lezioni ciascuna. Artefolk ha 1500 soci e all’attivo centinaia di bal folk, incontri culturali, stage e folk festival. Siamo orgogliosi di confermare i nostri affermati insegnanti, tra i migliori nell’ambito folk nazionale. Attività riservate ai soci. Diventare socio è facilissimo e gratuito, ti aspettiamo! ASSOCIAZIONE CULTURALE ARTEFOLK http://www.artefolk.it - info@artefolk.it   Tel. 3391380057 - 3472543613 - 3474166674

strumentista catanese Fabio Tricomi, con cui studia tamburello siciliano, e col cantante e polistrumentista Stefano Torre, originario di Agrigento, mentre approfondisce la conoscenza della chitarra col chitarrista jazz Simone Fedetto e soprattutto con Denis Stern. Nel febbraio 2012 partecipa all’VIII edizione del Concorso di musica popolare “Il Paladino”, ottenendo una menzione di merito col brano Vitti lu suli. Tant’amuri r’unni veni è il suo primo disco.

Ciatuzza coi Domo Emigrantes

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Eventi ELIAS NARDI QUARTET... THE TAROT ALBUM

Elias Nardi - Oud Carlo La Manna - Fretless Bass Roberto Segato - Piano, Keyboards, Synthesizer Zachary J Baker - Drum Kit, Cymbals 1) The Lovers 2) The Magician, The High Priestess and The Wheel of Fortune 3) The Hierophant 4) The Emperor 5) The Chariot 6) Justice 7) The Hermit 8) The Strength 9) The Hanged Man 10) Death 11) The Empress and The Judgement 12) The Temperance 13) The Devil 14) The Tower 15) The Star 16) The Moon 17) The Sun 18) The World Guest Musicians: Emanuele Le Pera - Percussions, Savino Pantone - Viola, Dania Tosi - Soprano, Andrea Vezzoli - Baritone Sax, Bass Clarinet Produced by Elias Nardi Co-produced by Carlo La Manna, Roberto Segato. All music composed by Elias Nardi & Carlo La Manna except: “The Lovers” by Elias Nardi.”The Hermit”, “The Devil” by Roberto Segato. “Justice”, “The Temperance “, “The Star” and “The Moon” by Nardi/La Manna/Segato. Original Recording, Additional Recordings and Editing: Roberto Segato, Elias Nardi, Carlo La Manna, Summer/Autumn 2011 Mixing and Mastering: Giacomo Plotegher and Elias Nardi @iHmO Soundlab, Trento (Italy) Autumn 2011.

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Elias Nardi la biografia Nato a Pescia (Pistoia) nel 1979 Elias approfondisce lo studio dell’ OUD (liuto arabo) compiendo numerosi viaggi in tutto il Medioriente. Segue le lezioni del virtuoso palestinese ADEL Salameh, sviluppando un personale approccio allo strumento se pur nel pieno rispetto della tradizione liutistica mediorientale. Contestualmente porta avanti i suoi studi di contrabbasso classico e jazz. Grazie al contatto costante con musicisti arabi, ha assorbito, secondo l’antico metodo della tradizione orale, la tecnica del liuto e le conoscenze teoriche relative al sistema musicale arabo, lo spirito e il

La presentazione

senso di una musica modale che si tramanda da secoli da maestro a discepolo. Oltre a sviluppare la propria ricerca musicale e compositiva con il suo progetto “Elias Nardi Quartet” col quale svolge regolarmente l’attività concertistica in tutta Europa, ha suonato, registrato, collaborato tra gli altri con il contrabbassista Ares Tavolazzi; con l’organettista Riccardo Tesi e Banditaliana; con il virtuoso di NyckelHarpa Didier François, con il pianista Pino Jodice e la fisarmonicista Giuliana Soscia; con il cantautore Max Manfredi partecipando alle registrazioni del suo ultimo disco “Luna Persa” (Premio Tenco 2010); con il fiatista Edmondo Romano; con il virtuoso di Tar Azero Fakhraddin Gafarov; con il clarinettista Ermanno Librasi e il percussionista Zakaria Aouna nell’ Ensemble Sharg Uldusù; Riahi; con il TrioAmaro. Il suo disco di esordio OrangeTree (ZDM 1006 - 2010) si è classificato 3° tra le migliori produzioni Etno/ Folk/Revival al Premio Italiano della Musica Popolare Indipendente 2011 (MEI) e al n. 172 nella TOP 200 della World Music Chart of Europe. Elias Nardi official website: www.eliasnardi.it


Interviste ELIAS NARDI: L’INTERVISTA a cura dell’Ufficio Stampa Synpress 44

The Tarot Album è il tuo nuovo disco, stavolta alle prese con una suggestione importante: i tarocchi. Come è nato questo nuovo lavoro?

L’idea di concepire un lavoro sui tarocchi è nata dopo una visita che io e il bassista Carlo La Manna abbiamo fatto al Giardino dei Tarocchi di Niki de Saint Phalle, vicino a Capalbio, nella mia Toscana. La visione delle sbalorditive sculture dell’artista franco-americana in un luogo così bello e affascinante ci ha sconvolti a tal punto da pensare di poter affrontare anche noi un certo tipo di lavoro in musica. Abbiamo cominciato ad interessarci profondamente al mondo dei Tarocchi, cercando di prendere spunto dai significati ancestrali degli stessi, dall’aspetto ludico e da quello esoterico, prendendo sempre come riferimento l’impatto visivo che abbiamo avuto con l’opera della Saint Phalle, a cui il disco è liberamente ispirato. A un certo punto io e Carlo siamo “esiliati” in Corsica, dove abbiamo trovato il clima e l’habitat giusti per comporre l’ossatura del lavoro, che poi abbiamo completato, affinato e raffinato con l’aiuto di Roberto Segato e delle sue tastiere. Chi conosce l’attività dell’Elias Nardi Quartet avrà notato che The Tarot Album è diverso dal predecessore OrangeTree: che differenze ci sono tra i due dischi?

Le differenze sono davvero molteplici. OrangeTree è stato il mio primo album e racchiude tutte le idee e le esperienze in un arco di tempo di quasi 10 anni, c’è dentro un po’ tutta la mia storia musicale e non solo. The Tarot Album invece è stato pensato concepito e realizzato in un arco di tempo molto stretto, e il contributo di Carlo nella stesura dei brani è stato maggiore. Attenendoci strettamente alla tematica discografica, la prima differenza si nota inserendo il cd nel lettore o mettendo i 2 Lp sul piatto. I brani sono raddoppiati passando da 9 a 18, la durata totale si avvicina ai 70 minuti, ben 20 minuti abbondanti in più del predecessore.

Possiamo anche definire The Tarot Album un disco molto più verticale, nel senso che si è sviluppata sensibilmente la ricerca aromonica rispetto a OrangeTree. Abbiamo quindi abbandonato un approccio e un suono che, seppur già sperimentale, si avvicinava maggiormente alla musica antica, al Folk e alle musiche del bacino meridionale del Mediterraneo, al fine di prendere una direzione decisamente più mo-

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Interviste

derna, una sorta di ritorno verso l’”occidente” contemporaneo, pur mantenendo un elemento molto esotico come l’oud e il suo suono. La “svolta” è stata possibile cambiando il 50% della formazione. Del quartetto di OrangeTree è rimasto infatti solo Carlo La Manna (basso elettrico fretless): la NyckelHarpa di Didier François è stata sostituita dal Piano, dalle Tastiere e dai Synth di Roberto Segato, che ci ha permesso di avvicinarci maggiormente a sonorità Jazz, Progressive e Psichedeliche, e l’apporto di Zachary James Baker ai piatti e al suo set minimale di batteria ha completato l’opera di avvicinamento “a casa”, abbandonando l’uso predominante delle percussioni tipiche del Medioriente. Ci piaceva ottenere un sound che potesse oscillare – seppur con equilibrio – tra l’acustico e lo “spaziale”: penso che ci siamo veramente riusciti, facendo confluire questo melting pot di temi, stili, e suoni diversi in un unico linguaggio comune, quello stesso linguaggio che caratterizza il gruppo da un po’ di tempo e che ci sta permettendo di viaggiare senza confini tra i generi.

Parlare di tarocchi significa entrare in campi diversi, tra arte, spiritualità, esoterismo e letteratura: quanto è importante per un artista confrontarsi con queste aree del sapere?

Il viaggiare senza confini si può riferire anche a questo. Penso che per chiunque porti avanti un’attività artistica sia importantissimo guardarsi dentro in profondità. La ricerca interiore è fondamentale e può anche portare alla scoperta o alla conferma della propria spiritualità, per quanto personalmente questo non sia il mio obiettivo primario; altrettanto importante deve essere però il guardarsi intorno, essere cittadini del mondo e mantenere i piedi ben saldi per terra, documentarsi e farsi ispirare da tutte le altre forme d’arte. The Tarot Album ha visto un percorso di studio e di documentazione su una materia come quella dei Tarocchi che ci ha visti coinvolti emotivamente dopo la visione delle incredibili sculture in tema della De Saint Phalle. Ci sono almeno due brani che sono interamente ispirati alla sua “visione” dei “Trionfi”: sono le due mini-suite The Magician, The High Priestess and The Wheel of Fortune e The Empress and The Judgement. Anche gli altri brani sono stati scritti con la mente rivolta alle sue opere, ma alla fine tutte le nostre influenze ci hanno vicendevolmente ispirato e condizionato nella stesura dei pezzi. In sintesi in questo lavoro il rapporto tra musica, arti visive, spiritualità, studio e ricerca è stato ed è estremamente stretto. Non sei il primo artista a cimentarsi con i tarocchi, pensiamo al disco d’esordio dell’ex Genesis Steve Hackett o, tornando indietro alla Germania cosmica, al cult-album di Walter Wegmüller: in cosa il tuo disco si differenzia?

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Intanto lungi da me il volermi confrontare con certi nomi altisonanti della recente storia musicale. In secondo luogo è evidente che il nostro non è un disco prog nel senso stretto e radicale del termine, anche se ci avvicina magari per direzione e sound, e né tanto meno può essere considerato un esperimento di kraut rock. E poi giusto per chiarire, un Liuto Arabo non è una chitarra elettrica! Conosco molto bene il lavoro di Hackett, che ho seguito ed amato anche nella lunga parentesi dei Genesis “era Gabriel”, e devo dire che ritengo Voyage of the Acolyte un bellissimo album, di cui custodisco gelosamente una copia in vinile. The Tarot Album, che è un disco strumentale, non vuole essere un esempio didascalico dei tarocchi in musica, ma una nostra personale interpretazione degli stessi, nella quale molti livelli di ispirazione hanno interagito tra di loro, tra cui fondamentale è stato, come già detto, il Giardino dei Tarocchi della De Saint Phalle. Penso che gli appassionati potranno trovare molti elementi di collegamento tra i tarocchi e le nostre idee in musica, talvolta abbiamo voluto seguire fedelmente i loro “messaggi”, talvolta siamo volutamente andati in direzioni contrapposte, ma cercando di mantenerci sempre all’interno di una logica interpretativa. Tu sei autore e artefice dell’opera ma la musica nasce dallo slancio creativo del tuo quartetto: ci presenti i tuoi musicisti?

In questo disco il contributo del quartetto al completo è stato fondamentale. Oltre a Carlo La Manna, col quale abbiamo affrontato integralmente il lavoro a quattro mani fin dall’inizio, anche Roberto Segato ha portato idee preziose. Carlo per me è un fratello in musica, e la nostra sintonia compositiva continua a farci produrre materiale senza sosta. È un bassista eclettico ed eccentrico, e il suo suono al Fretless è ormai per me qualcosa di imprescindibile per creare musica. Allo stesso modo Roberto è dotato di un gusto infinito e di una raffinatezza unica sia nell’utilizzo del piano che delle tastiere. Infine Zac ha fatto un lavoro encomiabile mettendosi completamente al servizio della musica e distaccandosi dal tradizionale ruolo del batterista portatore di groove e ritmo. Per me è importantissimo il rapporto umano con i musicisti con cui collaboro e posso dire serenamente che questo gruppo è davvero come una famiglia, siamo molto amici e questo contribuisce a godere del poter fare musica insieme, a condividere i palchi, gli spazi e i viaggi, le gioie e le fatiche di questo mestiere. Fondamentale è stato anche l’apporto degli ospiti: Andrea Vezzoli (sax baritono e clarinetto basso), Emanuele Le Pera (percussioni), Dania Tosi (voce soprano), Savino Pantone (viola). Un ringraziamento speciale va al fonico e amico Giacomo Plotegher, che


Interviste

ha trovato la formula giusta per far coesistere nel disco tutte le componenti stilistiche e timbriche. In linea di massima la tua musica si muove tra jazz e influenze mediorientali: c’è un segreto per far confluire queste due aree?

Non credo ci siano segreti o ricette particolari. La cosa principale è quella di essere onesti con se stessi e con il pubblico nella ricerca sonora che facciamo. Finchè ci manteniamo nell’ambito della musica modale non è complicato far coesistere i due mondi, ma nel momento in cui ci si vuol spingere un po’ oltre, e credo che The Tarot Album lo faccia, bisogna stare attenti a non scadere nel cattivo gusto. Per quello che ci riguarda dormiamo sonni molto tranquilli, in quanto la nostra direzione presa è molto chiara e credo che il suono dell’Elias Nardi Quartet stia cominciando a prendere la sua personalissima forma, ben distinguibile ed identificabile nel panorama. Sei molto attivo anche sul versante live: quali sono le differenze tra The Tarot Album e Elias Nardi dal vivo?

The Tarot Album è un disco molto denso e ricco di informazioni, molto più complesso di OrangeTree ma

forse, e nonostante ciò, più accessibile. La sua densità lo rende però di non facile riproduzione nella maggior parte delle situazioni live, per cui abbiamo deciso anche proprio per scelta di consolidare la formazione del quartetto, riducendo le atmosfere ma introducendo l’utilizzo completo del set di batteria di Zac. Questo significa che dal vivo l’ENQ ha un suono molto più prog, molto più rock, e anche molto più jazz. Il tuo esordio OrangeTree ha ottenuto ottimi responsi: cosa ti aspetti da The Tarot Album?

Per quella che è la mia natura mi è molto difficile “aspettarmi” qualcosa. Inoltre The Tarot Album è un disco talmente fuori dagli schemi che non ho veramente idea di ciò che potrà succedere. C’è tanta musica dentro e le prime reazioni sembrano essere molto positive. Questo mi fa felice ma siamo solo agli inizi della vita di questa nuova fatica e c’è molto da lavorare. Personalmente spero in una sempre maggiore visibilità della nostra musica, ma ciò che più m’interessa è che il disco ci permetta di suonare sempre di più dal vivo e, perché no sperare, che l’attività concertistica cominci a portarci fuori dall’Europa. ❖

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STAGE - IL VIOLINO POPOLARE NELLE ALPI OCCIDENTALI venerdì 23 - sabato 24 domenica 25 novembre 2012 Pontboset - Valle d’Aosta Grand-mère è lieta di invitarvi a partecipare alla quarta tappa del progetto  “Ecoula de Mezeucca Tradichonnella 2012” (Scuola di Musica Tradizionale) che sarà dedicata al violino popolare. Qui di seguito qualche info pratica: LUOGO “Lou creton di Lui” (http://www. ostellolacrestadellupo.it) situata nel comune di Pontboset (AO). DOCENTI Rémy Boniface (Valle d’Aosta dei gruppi Trouveur Valdotèn, Tradalp,

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Eventi

Pitularita, L’Orage e Chemin de fer) - 20 ore di didattica Gabriele Ferrero (Piemonte-Valli - pernottamenti: venerdi sera, saOccitane dei gruppi Edaq, Tradalp bato sera e duo Peron-Ferrero) - pasti: cena venerdì, colazionepranzo-cena sabato, colazionepranzo domenica LIVELLI - possibilità di portare accompaI partecipanti saranno divisi in 2 gnatori livelli (principianti e avanzati) ed - possibilità di formule intermedie ogni livello lavorerà con i due do(solo pasti, arrivo sabato mattina centi. ecc) - possibilità di arrivo anticipato e PROGRAMMA partenza posticipata - tecnica strumentale (colpi d’arco, abbellimenti, swing, acINFORMAZIONI compagnamento) www.grand-mere.it > didattica - repertorio delle alpi occidentali ecoula@grand-mere.it (insegnamento con partitura e “a +39 333 4343999 orecchio”) - elementi di etnomusicologia (ascolto delle fonti, analisi di brani)  PROSSIMI APPUNTAMENTI - elementi di improvvisazione, di 2-6 gennaio 2013 - Improvvisaarmonia e di teoria musicale. zione e musica d’insieme con Vincent Boniface, Simone Bottasso e COSTI Christian Thoma. Maggiori infor€ 200 che comprendono: mazioni.


Interviste ABNOBA: LE “NEW ROOTS” PRENDONO IL VOLO SULLE ALI DELLA VOCE a cura dell’Ufficio Stampa Grand-mère

della musica popolare, come va fatta oggi, rendendendola “vivente”: non fa rievocazioni, utilizza quello che c’è nel panorama musicale, anche strumenti elettronici, con lo stesso istinto e le stesse sensazioni che esistevano negli anni passati nelle nostre zone».

Sono sei musicisti più la voce di Sabrina Pallini, ma l’abbinamento delle sonorità restituisce effetti speciali. In Abnoba ci sono il basso di Marco Inaudi, la batteria di Luca Rosso, pianoforte e tastiere di Pietro Numico, ma soprattutto i suoni di clarinetto, sax, cornamuse e organetto diatonico per Vincent Boniface; ancora organetto, più il flauto traverso per Simone Bottasso; e ancora flauti, cornamusa, tarota e bombarda per Paolo Dall’Ara da cui ci facciamo raccontare quanto sia speciale questo gruppo. «La peculiarità di Abnoba è di non essere un gruppo che nasce dall’ensemble classico pop o rock che è quello formato da basso, batteria e tastiere, al quale andiamo ad aggiungere gli strumenti popolari, cercando di farli convivere. Ma in realtà la genesi è al contrario. Nasce una band di estrazione popolare con giovani musicisti che hanno la possibilità di sperimentare, e su questa base vengono aggiunti gli altri strumenti che, con lo stile dei relativi musicisti, vanno a modificare il progetto: è quello che deve succedere quando ci sono delle contaminazioni di questo tipo. Sono i musicisti pop che devono plasmarsi all’idea originaria, nata da un progetto di estrazione popolare». Quindi Abnoba ha radici profonde nella cultura musicale? «Possiamo definire Abnoba un progetto “new roots”, che parte dalle radici, “roots”, ma che vuole essere il nuovo concept

Si diceva delle contaminazioni. «C’è una grossa influenza del jazz nella musica di Abnoba, portata dall’esperienza di una buona maggior parte dei componenti. Ci hanno attribuito anche di ispirare il nostro progetto a gruppi che non conoscevamo. La forte presenza del jazz come materiale di contaminazione è portato da persone come Simone Bottasso, come Marco Inaudi ed anche Vincent Boniface e Luca Rossa, che nella loro carriera ed attività incontrano e trattano questo tipo di musica, dà questa connotazione un pochino americana». Insomma, siete tutto meno che... normali! «Il titolo del nostro secondo album (“Abnormal”) è molto significativo. La difficoltà diventa quella di riuscire a caratterizzare il contenitore Abnoba, quello che viene da fa si fa senza troppi paletti per la testa e senza darsi troppe regole. Ci troviamo, a volte, a definire quale è stata la regola o il filone che abbiamo seguito a posteriori, ci ritroviamo a fare quello che ci pare, e poi dopo analizziamo ed è questo il metodo di lavoro che caratterizza questa band e quindi il titolo del primo album (“Vai facile”)». Tra le vostre collaborazioni ci sono diversi nomi noti e generi diversi. «La fortuna e la nostra volontà è stata quella di spingersi verso ospiti in forma strumentale, visto che noi abbiamo sempre avuto una condivisione verso strumentisti e quindi abbiamo collaborato con un folto gruppo di musicisti. Per questo lavoriamo ora sulla vocalità, un campo nuovo. Paolo Fresu è stato uno dei più importanti musicisti con il quale abbiamo avuto la

fortuna di dividere il palco ma vorrei ricordare anche Sébastien Tron, Patrick Bouffard, Stefano Valla ed altri ancora, meno noti, che per noi sono stati importanti per la crescita del nostro progetto». C’è un nuovo disco in cantiere, cosa possiamo anticipare? «Siamo al lavoro da tanto tempo sul nuovo album che ha l’ambizione di essere di nuovo una cosa nuova, di essere un ulteriore ambiente musicale rispetto a “Vai facile” che era legato alla musica tradizionale, rispetto anche ad “Abnormal” che ha incontrato la contaminazione di vari generi, questa volta ci piacerebbe moltissimo impostare un progetto discografico imperniato sulla canzone. La nostra cantante, Sabrina Pallini, è per noi una risorsa infinita, le sue esperienze hanno portato in Abnoba una vocalità nel senso di attributo fondamentale. Non voglio dire di più ma questo nuovo album virerà molto di più sulla vocalità». Quindi ci sarà un riequilibrio interno di sonorità? «Il tessuto melodico è veramente ricco, io Vincent e Simone abbiamo strumenti melodici che si devono accostare con la voce di Sabrina, il lavoro non è assolutamente facile, perlopiù è difficile definire dei ruoli, in modo che nessuno si debba ritrovare a “pestare i piedi” a qualcun altro, cosa che può provocare un’accozzaglia di suoni che invece di valorizzare fanno perdere il significato della melodia o di quello che si vuol valorizzare. Abnoba su questo fatto è riuscito molto ad avere un buon equilibrio, la fortuna che abbiamo è che si sono ben definiti i ruoli, tutti quanti occupano il loro posto, ne conoscono i limiti e ne conoscono la possibilità di poterli scavalcare in determinati momenti temporali e questa qui è un po’ la formula che funziona e che dà a tutte queste voci la giusta armonia, la giusta regola, la giusta legge che fa sì che siano voci che parlano la stessa lingua». ❖

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