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mensile Anno 1 n° 10 ottobre 2012 € 0,00

Danças Ocultas

al Festival Musicale del Mediterraneo di Genova Folkaos, nuovo folkclub Folkclub Torino Il viaggio di Gulliver...Trio Doc Watson 2ª parte

Festival del Canto Spontaneo Festival Musicale del Mediterraneo La canzone femminista 2ª parte Womex in Grecia


Sommario

n. 10 - Ottobre 2012

Contatti: direttore@lineatrad.com - www.lineatrad.com - www.lineatrad.it - www.lineatrad.eu

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Il viaggio di Gulliver...Trio

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Festival Musicale del Mediterraneo, dopo 20 anni nuovo ciclo

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In memoria di Doc Watson 2ª parte

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Folkaos!

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25ª stagione del Folk Club di Torino

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5° Festival del Canto Spontaneo

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Eventi

Cronaca

Interviste

Recensioni

di Loris Böhm

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econda edizione di ottobre, con la sostituzione della cronaca del Festival del Canto Spontaneo inserita qualche giorno fa. Per errore gli organizzatori ci avevano inviato un articolo a firma Michele Santoro che era già stato pubblicato da un altro media; noi di Lineatrad non abbiamo mai scopiazzato articoli altrui... i nostri sono tutti scritti in esclusiva per la nostra rivista. Giovanni Floreani è il nuovo autore della cronaca di quel festival. Il servizio web offerto da Calaméo sarà deviato sulla società svizzera DOS, molto affidabile, che già cura l’edizione tablet di Lineatrad su iPad Apple. Per gli utenti che ci leggono tramite computer o portatile saremo comunque fruibili direttamente dal nostro sito internet. Abbiamo già fatto preparare da questa società svizzera una versione sfogliabile della rivista, compatibile in ambiente Windows 8, di prossima uscita, che allargherà il nostro bacino di utenza ai clienti Microsoft. Ottobre è il mese delle fiere, degli expo: tutti coloro che lavorano nell’ambiente

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della musica-fok si mettono in mostra e preparano la prossima stagione di appuntamenti, tutti giocano le proprie carte per cercare di emergere in un momento difficile e imporsi all’attenzione del grosso pubblico (e degli organizzatori di eventi...). Anche noi, per quanto ci permettono le nostre esigue finanze (di provenienza familiare!) cerchiamo di essere presenti. Al MEI Supersound di Faenza appena concluso eravamo media partner, al Womex in Grecia che sta per iniziare avremo qualche inviato e siamo comunque presenti nello spazio Virtualwomex; infine al Medimex di Bari alla fine di novembre dove vorremmo essere presenti e operativi al 100%. Tutto sommato potrebbe andare meglio ma anche peggio per cui siamo soddisfatti di poter continuare a pubblicare con discreta puntualità la nostra rivista di musica, fiduciosi che l’anno 2013 ci possa portare altre liete sorprese. Personalmente devo comunicare che è imminente un trasloco, che ovviamente riguarderà anche la “sede”

Argomenti

Editoriale della rivista, attualmente in via Marco Sala a Genova, come potete leggere a fianco, e dai prossimi numeri Lineatrad potrebbe avere una sede logistica più centrale in ambito cittadino. Anche la nostra collaboratrice Jessica Lombardi si è trasferita recentemente, cambiando quartiere a Monaco di Baviera, affrontando disagi. Speriamo che il mio trasferimento non produca ritardi all’uscita dei prossimi numeri della rivista... e mi scuso in anticipo con i lettori, ma per consolidare un progetto bisogna consolidare prima di tutto la “sede delle operazioni”. In questo numero riprendiamo e concludiamo un paio di interventi iniziati a settembre e integriamo con qualche cronaca e recensione di attualità. A novembre ci sarà tanto di cui parlare, ma non vogliamo togliervi la curiosità prima del tempo. Insomma: Lineatrad si sta rivelando sempre più – visto il panorama attuale – uno strumento indispensabile per tutti coloro che si interessano, che vivono, che lavorano in ambito della musica tradizionale... ❖


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“Il personale è politico” Canzone femminista e Canzone di donne - 2ª p.

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Recensioni

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Womex 2012 in Grecia

Lineatrad Media Partner Mei Supersound

www.lineatrad.com www.womex.com/virtual/lineatrad N. 10 - OTTOBRE 2012 via Marco Sala 3/6 - 16167 Genova Direttore Editoriale: Loris Böhm - direttore@lineatrad.com Vice Direttore: Agostino Roncallo - agoronca@tin.it Responsabile Area Sud Italia: Pietro Mendolia - e-mailanova@tiscali.it Responsabile Ufficio Stampa: Fulvio Porro - fulvioporro@yahoo.it Hanno collaborato in questo numero: Davide Emmolo, Jean Guichard, Gigi Bresciani, Vanni Floreani Pubblicazione in formato esclusivamente digitale a distribuzione gratuita completamente priva di pubblicità. Esente da registrazione in Tribunale (Decreto legislativo n. 70/2003, articolo 7, comma 3)

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Argomenti IL VIAGGIO DI GULLIVER…TRIO

...il bisogno di raccontare il mondo

di Pietro Mendolia *

“Siamo stati naviganti senza navigare mai”… così conclude una delle più belle canzoni di Ivano Fossati…

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ell’ascoltarla ripenso per un attimo ai giorni della mia infanzia, alle migliaia di avventure vissute attraverso le storie dei fumetti, e mi rivedo seduto sull’uscio di casa mentre accompagno le avvincenti letture di Tex, Zagor e Ken Parker a stratosferici panini al pomodoro che divoro al ritmo di quasi uno a giornaletto. L’esempio del grande Emilio Salgari, che scrisse ”La tigre della Malesia” e altri suoi celebri romanzi senza essersi mai mosso da casa, insegna che il viaggio è, prima di tutto, nella testa, nell’anima… e nel cuore. Così, quando una sera, invitato ad assistere ad uno spettacolo di GulliverTrio, la musica inizia a permeare l’aria di melodie balcaniche, e l’incalzare dei ritmi rievoca atmosfere d’altri luoghi, il mio olfatto percepisce subito odore di origano e cipolla e mi avverte che un’altra avventura sta per cominciare. Allora, allaccio le cinture alla seggiola sulla quale siedo e mi lascio condurre dove vogliono portarmi questi tre musicanti dall’aria sbarazzina. E il viaggio dei tre Gulliver, Andrea Benedetto (clarinetto), Nereide Geraci (chitarra classica) e Nino Gambino (contrabbasso), partito da Messina nell’ottobre 2010, attraversando vari generi musicali dal sound prettamente acustico (klezmer in primis), porta dritto a luoghi animati

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GulliverTrio

da personaggi d’oggi e d’altri tempi, dentro a una cornice per metà concerto e per metà teatro musicale. E’ principalmente il klezmer, la musica popolare ebraica che affonda le sue radici in epoche antiche e che muovendo dalle terre polacche, dilagò dapprima nell’Europa dell’Est e poi negli Stati Uniti, ad alimentare il desiderio di raccontare di questi tre giovani musicisti siciliani. I temi proposti sono quelli tradizionali, ovvero musiche senza parole, facenti parte della secolare tradizione di questo popolo, che solevano accompagnare i testi sacri dell’Antico Testamento, i salmi e le preghiere, ma anche musiche profane che tradizionalmente rallegravano le più festose ricorrenze pubbliche o private.

“Il viaggio - mi confida Nino prima del concerto - si fa necessità ed è, spesso, fonte di salvezza, occasione di incontri e scambi culturali. Da questa consapevolezza e dal nome del protagonista del celebre romanzo di Jonathan Swift prende nome il GulliverTrio e l’intero progetto, concepito per dare voce al nostro bisogno di conoscere e raccontare il mondo”. Anche se il repertorio proposto, incentrato sulla musica klezmer, contempla una serie di melodie che hanno seguito i musicisti around the world, durante l’esibizione del GulliverTrio frequenti sono le digressioni verso svariati altri generi musicali, dalla Carmen di Bizet a Bella Ciao, alle quali si accompagnano spesso


Argomenti

sketches e brevi gags umoristiche da cui trapela tutta la voglia di fare musica divertendo e divertendosi.

“Lo spunto di partenza – spiega Andrea - è nato dalla visione degli innovativi spettacoli del duo Igudesman & Joo, laddove protagonista è una esilarante miscela di musica classica, commedia e cultura popolare che viene presentata senza schemi fissi. Alla riproposta dei temi klezmer tradizionali accompagniamo anche la proposta di nuove musiche “fuori dal suono klezmer” che risentono di influenze mediorientali, talvolta caratterizzate dall’impiego di scale modali dell’antica Grecia”.

Nino Gambino

tacoli, anche avvalendoci dei preziosi contributi del jazzista Livio Minafra e affidandoci alla sapiente regia di Rosetta Sfameni, assieme alla quale abbiamo curato ricerche storico-etnografiche e realizzazione della maggior parte dei testi utilizzati”. Reduce dalla seconda edizione di ”Take a Journey”, spettacolo di musica e recitazione che racconta gli incontri e i luoghi di un fantasioso viaggio che, prendendo spunto dal romanzo “I viaggi di Gulliver”, è stato rappresentato, tra gli altri, nei teatri e nelle sale toscane di Arezzo, Anghiari, Bibbiena, Castiglion Fibocchi e Capolona, il GulliverTrio si prepara a registrare il suo primo lavoro discografico incentrato su musiche klezmer tradizionali rivisitate. Tuttavia un interessante nuovo espe-

nei secoli, ancor prima della nascita della tarantella. Dove porterà questo ennesimo vagare dei GulliverTrio? Chi può dirlo! Io dalla mia seggiola di quarta fila posso solo osservare che il termine di uno spettacolo, che per qualcuno può rappresentare semplicemente la Andrea Benedetto

Nereide Geraci

“C’è da dire - afferma Nereide - che l’organico strumentale del trio, formato da clarinetto, chitarra classica e contrabbasso, per la sua versatilità si è sempre dimostrato compatibile con la recitazione e la danza, così abbiamo pensato di integrare nella formazione, laddove ciò è stato possibile, un attore e una ballerina. Abbiamo dedicato, sin da principio, particolare cura alle sonorità e all’espressività dei nostri spet-

rimento di contaminazione anima le giornate di questo funambolico terzetto: la vena compositiva di Andrea Benedetto, cui si è aggiunta la collaborazione agli arrangiamenti di Nino Gambino e Nereide Geraci, ha dato vita a musiche di nuova concezione (“L’eco del Mare”, “Viaggio in treno”, “Doina del Vento”) con l’obiettivo dichiarato di andare alle radici più profonde della musica siciliana, scoprendone le influenze dei popoli che l’hanno attraversata

conclusione di un evento musicale, per altri può descrivere l’inizio di percorsi alternativi da intraprendere alla ricerca di nuove mete. La differenza? Credo risieda nella (più o meno) propensione al viaggio… che è nella testa, nell’anima… e nel cuore di ognuno. ❖ * Pietro Mendolia è autore e compositore del gruppo di nuova musica etnica siciliana Malanova

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Eventi FOLKAOS!

Riprende l’attività del folk club milanese di via Carli 26: cronaca di una riapertura

di Agostino Roncallo

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enzo me lo aveva detto per telefono: Sabato 29 Settembre riapriremo i battenti, ti aspetto nel pomeriggio, parleremo di tutto e, se vuoi, potrai anche intervistare il gruppo che suonerà. Te li passo così ti metti d’accordo? Renzo, per la precisione Renzo Foglini, è il responsabile del nuovo Folkaos mentre il gruppo, che ha tenuto il concerto di inaugurazione, è quello dei francesi del Sextet à Claques. Parlo con Camille Passeri, il fondatore del gruppo, in un francese un po’ stentato che risulta tuttavia sufficiente per farsi capire. Gli accordi sono presi. A Milano quel pomeriggio pioveva. Per chi proviene da Nord, in automobile, occorre uscire dalla tangenziale a Cormano, per poi raggiungere la vicina Via Rinaldo Carli, in zona Affori. Temevo di perdermi, la visibilità non era delle migliori ma, in fin dei conti, orientarsi non è stato difficile e intorno alle 17 ho raggiunto la sede del club. Un cartello indica che l’accesso è da

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Via Dell’Orto. Suono il campanello. Viene ad aprirmi un ragazzo giovane, con la barba, in cui riconosco Florian Huygebaert, percussionista del gruppo. Florian vive a Lille, è entrato a far parte della band solo nel 2009, quando il sestetto era ancora un quintetto, le Quintet à Claques per l’appunto. È un ragazzo simpatico, dal sorriso umile. Gli chiedo se Renzo è già arrivato ma mi risponde che no, la nottata è stata lunga e lui era ancora a casa a riposare. Nell’attesa del suo arrivo, faccio conoscenza dei musicisti e approfitto per dare un’occhiata al locale. Si tratta di un grande scantinato che colpisce per la sua accoglienza. Il pavimento è interamente perlinato, ci sono sedie, tavolini, e anche una libreria dalla quale si può liberamente leggere un libro. La luce filtra tenue da alcuni vetri alti che, all’esterno, coincidono con il piano stradale. I servizi sono ampi, così come il banco del bar, mentre appare un po’ piccolo il palco dei musicisti per contenere un gruppo numeroso. Ma, se la strumentazione non è eccessiva, ci si può adattare. Nel complesso si ha la sensazione di un luogo molto accogliente. Nel frattempo mi raggiunge Camille per dirmi che il gruppo è pronto per l’intervista. Sistemiamo alcune sedie intorno ai tavoli. La prima cosa che chiedo riguarda gli esordi. Camille mi spiega di essere originario di Saint Denis, paese nei pressi di


Eventi

Bourg en Bresse dove, girando per i festival, aveva avuto modo di conoscere Anthony Jambon, chitarrista, e Cécile Delzant, violinista. In origine, il gruppo era quindi composto da soli tre elementi. Diventerà un vero e proprio “quintetto” nel 2006, con l’ingresso del violinista Valère Passeri (fratello di Camille) e del violoncellista Colin Delzant (fratello di Cécile). Sono ragazzi giovani ma con sei anni di carriera alle spalle e due album prodotti: “La Marque Rouge” nel 2008, disco che rivela già la maestria negli arrangiamenti e la sensibilità delle composizioni, e “La Marque Rose” nel 2012, un album dedicato alla Mazurka, dalle atmosfere raffinate e una coralità molto particolare e ricca di suggestioni. In preparazione, con uscita prevista nell’estate del 2013, c’è anche un live, la terza fatica del gruppo. Chiedo anche quale sia il loro modo di lavorare in fase di messa a punto del repertorio e di registrazione in studio. Mi spiegano in primo luogo che le distanze tra le abitazioni sono molte e che tutti insieme riescono a vedersi per un tempo continuativo solo due volte all’anno e che in quel frangente, a partire da melodie di base, iniziano a lavorare sulle composizioni. L’autore della maggior parte di esse è appunto Camille Passeri, leader e fondatore della band. In genere, aggiungono, amiamo suonare per il ballo e non per concerti da ascolto, nella comunicazione con i danzatori che sentono le nostre composizioni e le interpretano, ci sentiamo realizzati. Il dialogo avrebbe potuto continuare a lungo ma, proprio a quel punto, ecco apparire Renzo. Mi appare, per la sua cordialità, come un amico di vecchia data. Mi racconta di aver iniziato a praticare il ballo popolare nel 1985, presso il Circolo Bellezza di Milano, che tuttavia era a quell’epoca un po’ rigido. Guai a sbagliare i passi della danza! Mi dice, di aver desiderato un club meno vincolante, più “anarchico” in un certo senso, dove ognuno fosse libero di interpretare il ballo, senza per questo venire meno alle tradizioni.

Il nome del club, Folkaos, nasce da questo desiderio di libertà. Mi spiega infine che il primo folk club è nato nel 1995 e che a quell’epoca il locale era uno scantinato umido e maleodorante. Mi mostra una bacheca piena di fotografie e rimango sorpreso: dando fondo a tutte le sue conoscenze in campo edilizio e rimboccandosi le maniche, Renzo si è dato da fare: ha provveduto agli isolamenti, alla perlinatura, agli arredamenti. Un lavoro che, a guardare le fotografie, appare davvero enorme. Nel frattempo ecco apparire i suoi collaboratori, nei confronti dei quali nutre una grande amicizia, mi colpisce il loro entusiasmo e la loro accoglienza. Il gruppo dei principali collaboratori di Renzo è composto da Leonardo La Rocca, Gianfranco Masiero, Paolo Rosati e Andrea Capezzuoli. Andrea non mi aspettavo di trovarlo, c’eravamo conosciuti anni prima al Grand Bal du Piémont a Vialfré. Neppure lui si aspettava di vedermi, entrambi siamo stati contenti di ritrovarci. Al Folkaos ha il compito di contattare i gruppi e di seguirli al mixer durante le prove. Fa tutto questo con molto entusiasmo, lo stesso entusiasmo di artista, o meglio di suonatore di organetto. Nel 2006 ha fondato una “Compagnia” con cui ha prodotto alcuni lavori interessanti, tra i quali vorrei segnalare “Leandra” pubblicato nel 2012. Si tratta di un album che, senza dimenticare la danza, esplora nuove dimensioni della musica d’ascolto, rivela passione nelle sonorità e una sintonia profonda che unisce i musicisti della formazione: Luca Rampinini, Matteo Ghion, Marco Ghezzo e, appunto, Andrea Capezzoli. Anche Leonardo è un valido collaboratore di Renzo e anche lui ha contribuito alla sistemazione dei locali. In particolare nell’atrio dei servizi ha sistemato un bel vaso con una pianta cui teneva particolarmente. Si racconta che, per uno scherzo, un giorno gli telefonarono per dirgli che, accidentalmente quel vaso si era rotto. Le frasi che seguirono sono irripetibili. Finì che, tra lo stupore di tutti, la sera stessa Leonardo si

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Eventi

presentò con un nuovo vaso identico al primo. Da quel giorno il Folkaos è dotato di due bellissimi vasi, curiosamente identici. Una delle altre cose che ho chiesto a Renzo è relativa alla programmazione delle attività. Lui mi racconta dei corsi di danza e anche della particolare struttura dei Venerdì, che mi ricorda un po’ l’attività di uno dei primo folk club francesi, il parigino Le Bourdon. Là, proprio come qui al Folkaos, tutti i gruppi possono suonare liberamente dopo essersi prenotati: le serate

hanno così inizio con mezz’ora circa di ballo che precedono il concerto del gruppo di turno, cui segue una conclusiva mezz’ora di ballo. È una formula che mi piace. Ma Renzo mi fa presente una difficoltà: l’affitto del locale. I costi sono davvero alti e non è semplice pareggiarli. Servirebbe un intervento del comune, un locale da gestire senza particolari pressioni di natura economica. Chissà che un giorno, questo sogno si possa realizzare. Tra un discorso e l’altro arriva l’ora di cena, ci sediamo stretti in una stanzetta, la pasta è ottima così come i formaggi. Qui incontro Cècile. Cécile Delzant è stata fino a poco tempo fa la violinista del Sextet ma, dopo aver preso la decisione di vivere a Torino per studiare jazz, ha dovuto abbandonare i compagni di un tempo. Ma questa sera c’è, è venuta apposta, per rivedere sul palco gli amici, Lei, con il suo italiano disinvolto, si rivela una presenza preziosa. Mi faccio spiegare tanti piccoli dettagli che, nel mio stentato francese, non avevo potuto approfondire durante l’intervista. Alle 21 arrivano poi le prime persone prenotate in una serata dal “tutto esaurito”. Sul palco sale poi le Sextet à Claques che propone varie musiche da ballo con una sensibilità infinita. Mi affascina particolarmente il coretto che conclude la mazurka “La pétite Fée”. Le coppie danzano e io osservo con attenzione. Mi pare quasi che quelle coppie si siano cercate oppure già conosciute o, forse, naturalmente attratte. Chissà. Durante una bourrée vedo due giovani ballerini: lui è disinvolto nella sua maglietta della University College Campus, lei si avvicina e si allontana da lui protendendo in avanti il nasino, con divertito gusto della provocazione. Un’altra coppia balla la mazurka con un’originale contorsione dei corpi che si sfiorano in una postura che sorprende per la sua plasticità. Poi ci sono le luci, a volte più forti nei balli più energici e vorticosi, altre volte sfumate nel buio di una serata sognante. ❖

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Cronaca L’associazione Echo Art conferma l’evento diventato simbolo di Genova

FESTIVAL MUSICALE DEL MEDITERRANEO: DOPO 20 ANNI UN NUOVO CICLO! di Loris Böhm

ASSOCIAZIONE ECHO ART

21° FESTIVAL MUSICALE DEL MEDITERRANEO GENOVA 18 | 23 SETTEMBRE 2012

Davide Ferrari, Direttore Artistico Echo Art, presenta la serata

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iamo alla ventunesima... dopo la celebrazione del doppio decennale agli organizzatori Echo Art si è posto il problema di come gestire il festival: continuare negli spazi del Porto Antico di Genova, suggestivi e spaziosi, oppure cambiare (un po’ per motivi di scelte artistiche concordate in extremis, un po’ anche perché quell’area era già supersfruttata da tanti eventi e uno spostamento di data com’è avvenuto quest’anno per forza maggiore, rendeva quasi impossibile la ricollocazione). La scelta di usufruire di diverse aree del Centro Storico, molto suggestive anche loro, può considerarsi vincente se si guarda alla valorizzazione dei siti, ma comporta, secondo me, il problema non indifferente di gestire spazi di dimensioni anche ridotte, con conseguente disagio per gli spettatori, che ricordiamo sono sempre molto numerosi per ogni appuntamento di questo festival. Il concerto dei Kantu Korpu per esempio, nel cortile di Palazzo Rosso, invero non troppo capiente, ha creato diversi disagi, anche perché è all’aperto. Un veloce temporale ha causato un fuggi-fuggi che per fortuna degli organizzatori si è risolto in breve tempo, ma che poteva rovinare il concerto (a settembre le piogge sono frequenti a Genova). Niente di grave comunque, superato brillantemente l’intoppo la manifestazione è proseguita fino all’ultima serata con grande successo di pubblico e soprattutto un’azzeccatissima scelta artistica: siamo convinti che l’anno prossimo tutti i problemi saranno risolti e potremo esaltarci totalmente per gli spettacoli!

L’Associazione ECHO ART ha presentato la 21° Edizione del FESTIVAL MUSICALE DEL MEDITERRANEO a Genova dal 18 al 23 settembre 2012 con la direzione artistica di Davide Ferrari. Il Festival, realizzato con il sostegno di Comune di Genova, Regione Liguria, Genova Palazzo Ducale, Camera di Commercio, Coop Liguria, Iren e Tasco, vede attribuirsi quest’anno l’importante riconoscimento dell’Unesco, a conferma del valore culturale e sociale della manifestazione. La rassegna musicale, a vent’anni e più di distanza dalla sua nascita (1992) è ripartita nel 2012 dal centro storico di Genova, portando la musica per le strade e nei prestigiosi palazzi: da Palazzo Tursi al Castello D’Albertis, dalla Chiesa Museo di Sant’Agostino a Palazzo Ducale, fino a Palazzo Rosso. Partendo dalle musiche intorno al Mare Nostrum, il Festival Musicale del Mediterraneo ha tracciato in questa edizione un solco sonoro fatto di voci e melodie arabe e andaluse, sperimentazioni sarde, voci genovesi ispirate alla poesia portoghese da cui provengono i quattro virtuosi organetti, poliritmie corporee della Grecia e percussive dell’antica Persia. Un programma articolato su sei serate ha presentato 25 artisti d’eccezione: Paolo Angeli (Italia); Rocio Marquez & Pacoseco (Spagna); i Cadira con Eugenia Amisano, Paolo Traverso, Edoardo Lattes, Marco Fadda (Italia); i Riciclato Circo Musicale con Massimo Prigigallo, Alessandro Ferrato, Andrea Accoroni, Simone Bellezze (Italia); i Danças Ocultas con Artur Fernandes, Filipe Cal, Filipe Ricardo, Francisco Miguel (Portogallo); Kantu Korpu featuring Maria Alatsatianou con Simone Mongelli, Thanos Daskalopoulos, Yiota

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Cronaca

Peklari, Maria Alatsatianou (Grecia); Naziha Azzouz (Algeria) e Adel Salameh (Palestina); Mohammad Reza Mortazavi (Iran); Abdenbi El Gadari con Alaaoui Lamrani My Abdelkrim e Hicham El Gadari (Marocco). L’Associazione Echo Art è stata fondata nel 1984 dalla pianista e compositrice Chiara Cipolli e dai polistrumentisti Michele e Davide Ferrari. In oltre 20 anni di intensa attività, Echo Art ha realizzato numerosi progetti nel campo delle musiche tradizionali e di ricerca: pubblicazioni discografiche, tournee, colonne sonore per teatro e danza, video e installazioni di arte visiva, ideazione e direzione artistica di festival e rassegne, collaborazioni per concerti e in studio di registrazione con esponenti della world music. Echo Art ricerca nuove stazioni sonore, documenta esperienze di in-

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contri con maestri di musiche vicine e lontane, viaggia verso i confini del Mediterraneo dove, per secoli, sono confluite civiltà di oriente e di occidente. Dal 1992 produce e organizza il Festival Musicale del Mediterraneo in Genova. Dal 2004 gestisce e dirige il Museo delle Musiche dei Popoli e IAT GONG , Scuola Biennale di musica, danza e teatro dei popoli presso il Castello d’Albertis. BIOGRAFIE Paolo Angeli (Italia) Musicista curioso alla costante ricerca di nuove ispirazioni creative, Paolo Angeli vive la musica da artigiano e la plasma come si fa con una materia viva, in


Cronaca

Abdenbi el Gadari

tempo reale con la sua poetica. Classe 1970, folgorato dall’incontro con Giovanni Scanu, allora il più anziano chitarrista di Luras, apprende le forme e i moduli del canto a chitarra gallurese e logudorese. Dagli esordi a oggi vanta un’attività di tournée e di produzione musicale che lo porta a collaborare con i più importanti interpreti della creazione musicale contemporanea in Europa, Canada, Stati Uniti, Russia, Brasile tra cui Fred Frith, Antonello Salis, Gavino Murgia, Hamid Drake, Ned Rothemberg e Evan Parker, Takumi Fukushima, Oriol Roca e Sasha Agranov. Rocio Marquez & Paco Seco (Spagna) Rocio Marquez è nato a Huelva, all’età di nove anni canta per la prima volta in un club a La Frontera e a 11

anni premiato al concorso di Fandango organizzato da la Pena Flamenca di Flemish la Orden. Da lì in poi la sua carriera l’ha portato in tutti i più importanti palazzi spagnoli e teatri europei, tra cui Palau de Grenada, Teatro Espanol, El Escorial, Olympia de Paris, Theatre Mohamed V in Rabat, Elizabeth Theatre la Católica di Grenada, oltre a festival internazionali. Recente il suo contratto con la Universal. Paco Seco inizia a sette anni seguendo i grandi maestri di chitarra classica e flamenco come David Russell, Abel Carlevaro, José Tomás, Leo Brouwer, Hugo Geller, Alberto Ponce, Roland Dyens, Rafael Riqueni, Andrés Batista, chitarra jazz con Rick Peckman, Riqueni Rafael Andres Batista, Carlos Gonzálvez e riceve il Premio d’Onore per chitarra al Conservatorio di Mu-

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sica di Siviglia. Studia inoltre musica contemporanea, informatica ed elettronica. Ha rappresentato Siviglia alla Biennale degli Artisti del Mediterraneo a Lisbona e Sarajevo e fa concerti in tutta Europa, segnaliamo il Festival di Grenada, il National Theatre di Londra, Centro Culturale Belem di Lisbona, Real Alcazar di Siviglia, Music Festival di Chennai, in India.

Cronaca

Cadira (Italia) Il nome “Cadira” allude a un oggetto comune e quotidiano: in catalano significa “seggiola” e il suono della paRiciclato Circo Musicale

Rocio Marquez&Pacoseco

poli , nell’Auditorium del Conservatorio N. Paganini di Genova, al Festival dei Due Mondi a Spoleto, nella Cappella Paolina del Palazzo del Quirinale. Riciclato Circo Musicali (Italia) Già nel nome indicano finalità e obiettivi: i Riciclato Circo Musicale sono una formazione che ha fatto della riscoperta della manualità il proprio scopo. dal 2006 suonano per i festival di strada, locali e teatri. Il loro repertorio è composto da brani e composizioni originali suonati con l’esclusivo utilizzo di strumenti murola, come la sua etimologia, è comune a tanti popoli del Mediterraneo: catrea, cradea, carega, cadrega, kariga, qadira... Il duo composto da Eugenia Amisano e Paolo Traverso, ha scelto questo nome nel 1998, dedicandosi all’inizio alla musica di una Spagna antica e popolare per arrivare al loro ultimo album “Mar”, esplorazione di una dimensione compositiva completamente originale. Il duo ha collaborato con il percussionista Mohssen Kasirossafar, con Mario Arcari ai fiati e Bruno Zoia al contrabbasso. Ha preso parte a numerose trasmissioni radiofoniche tra cui Radio3 Suite - La Stanza della Musica, Radio3 in Festival. Molti i concerti tra cui nella Galleria d’Arte Moderna di Genova, nella Sala Baldini e nel Palazzo Santa Croce di Roma (Istituto Cervantes), nel Teatro di Corte del Palazzo Reale di Na-

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Paolo Angeli


Cronaca

sicali auto-costruiti con materiali di recupero ed oggetti di uso comune. Le loro composizioni spaziano tra diversi generi musicali, dalla World Music al Trip Hop, dal Latino al Reggae, dal Rock alla musica Techno. Lo scopo delle loro azioni è mosso dalla ricerca timbrica e ritmica, suonano e costruiscono strumenti musicali utilizzando rifiuti e oggetti non convenzionali

Danças Ocultas (Portogallo) Da Agueda vicino a Porto, i Dancas Ocultas sono quattro giovani fisarmonicisti tra i più innovativi e stimolanti rappresentanti della musica portoghese contemporanea. Sono apparsi da alcuni anni sulla scena della world music internazionale con una idea apparentemente molto semplice di musica per quattro organetti diatonici, lirica, sobria e con contenuti tradizionali. La loro non è musica popolare pura, nè si fanno trascinare da gare virtuosistiche, il termine “folk impressionistico” è forse la migliore etichetta per la loro musica originale e senza tempo: minimalista, profondi quadri sonori, ricchi di svolte improvvise e nobili malinconie Kantu Korpu featuring Maria Alatsatianou (Grecia) I tre membri del gruppo hanno trovato nel “body percussion”, cioè la percussione musicale del proprio corpo, il punto d’incontro dei propri percorsi artistici e delle proprie ricerche. Simone Mongelli è un percussionista italiano, vive da alcuni anni in Grecia, dove ha approfondito lo studio della musica e degli strumenti tradizionali locali, proseguendo in questo modo la propria ricerca sulle tradizioni e il proprio lavoro sulla loro rielaborazione. Thanos Daskalopoulos è un danzatore greco che si è dedicato a sua volta ad una tradizione straniera: il tip-tap, strettamente legato negli Stati Uniti al mondo del jazz. Yiota Peklari è una danzatrice greca che si è appassionata ad un’altra tradizione coreutico-musicale, il flamenco, del quale ha approfondito in molti anni le tecniche e un linguaggio nuovo e contemporaneo, del tutto personale. Naziha Azzouz (Algeria) e Adel Salameh (Palestina) Naziha Azzouz proviene da una famiglia di musicisti di Orano, dove nasce e vive fino a quando non si trasferisce in Francia. Il giornale Le Monde descrive così la sua voce: “Questa non è una voce ordinaria, questa voce viene dal Paradiso”. Adel Salameh nasce in Nablus, Palestina, riesce a passare anni in Giordania a studiare musica. Adel è un grande esperto di incontri tra culture musicali diverse, collaboratore di musicisti di world music nei festival di Peter Gabriel e della Real World, oltre che a jazzisti internazionali. In Europa avviene l’incontro tra i due,

nel 1998, la musica dell’oud di Adel, il liuto arabo, e la voce araba di Naziha. Un incontro/simbiosi, artistico, complice, magico, fatto di melismi vocali ed echi di melodie delicate delle corde, ad accompagnare o a guidare un concerto di grande cuore, testa, tradizione e passione, che unisce la Palestina al mondo araboandaluso e al repertorio medievale mediterraneo. Insieme incidono Cd (Nuzha, Kanza, Hafla) e partecipano ai Festival piu’ prestigiosi, tra cui l’Womex e il Festival di Musica Sacra di Fez. Mohammed Reza Mortazavi (Iran) Mohammad Reza Mortazavi nasce nel 1978 in Isfahan/Iran e già dall’età di sei anni inizia lo studio della tomba presso l’Accademia di musica della sua città con il maestro Hossein Purabutaleb, che lo guiderà ad intraprendere una sua carriera nel mondo della musica. Sviluppa così una tecnica straordinaria ed innovativa della percussione tradizionale persiana, aggiungendo un personale stile e forti emozioni che coniugano la tradizione, la sperimentazione e la narrazione, attraverso l’uso virtuoso delle mani sulla pelle del tamburo a calice. Lo spirito rivoluzionario di Mortazavi lo porta a dedicare la sua musica al movimento verde nato nell’anno 2009, la “Green Revolution” del suo paese, il cui verde simboleggia la rinascita, la natura, la crescita. Abdenbi el Gadari con Alaaoui Lamrani My Abdelkrim e Hicham El Gadari (Marocco) Con Abdenbi El Gadari, già ospite del Festival con i suoi ensemble, hanno duettato Pat Metheny, Titti Robin, Dj Click e artisti di tutti i continenti e stili. Tutto questo a Essaouira, dove si tiene il Festival Gnawa, dove anche Jimi Hendrix si faceva trasportare nella transe dei ritmi Gnawa di Nass El Ghiwane. Gli Gnawa sono i discendenti degli antichi schiavi provenienti dall’Africa occidentale (Sudan, Mali, Guinea). Integratisi, hanno creato un culto originale che mischia elementi africani e arabo-berberi. Lo strumento principale dei gruppi Gnawa, suonato dal Maalem (maestro) della confraternita, è il guembri, una sorta di basso a tre corde. Gli altri strumenti utilizzati sono i crotales, particolari nacchere in metallo suonate sempre in coppia da musicisti che eseguono anche la danza, e il tbel, un tamburo suonato con due bacchette. ❖ Informazioni e contatti mob. +39 335 6184611 tel. +39 010 2542604 – fax +39 010 2541343 www.echoart.org - info@echoart.org Ufficio Stampa Barbara Vecchio +39 339 5472285 barbara.vecchio76@gmail.com

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Eventi VENTICINQUESIMA STAGIONE DEL FOLK CLUB DI TORINO

Nel ricordo di Franco Lucà, fondatore del folk club che ha sempre lodato e incoraggiato il progetto “Traditional Arranged” precursore di “Lineatrad” di Fulvio Porro

ENZO E LORENZO MANCUSO Venerdì 30 Da trent’anni rigorosi cantori e ricercatori di una Sicilia ancestrale, arcaica e struggente. (euro 20,00)

Sabato 27 FRANCO MORONE Indiscusso pioniere italiano della chitarra acustica, da anni ai vertici del fingerpicking non solo nazionale. (euro 15,00)

Ecco il programma completo della venticinquesima stagione del FolkClub. Nei prossimi giorni aggiornamento del sito con possibilità di prenotare i concerti.

Ottobre 2012 Giovedì 18 - Radio Londra ANDREW MCCORMACK (UK) Il giovane e strabiliante pianista di Kyle Eastwood è il primo ospite della nuova stagione di RadioLondra. (euro 15,00) Venerdì 19 JOAN ISAAC (SPAGNA) Uno dei più importanti esponenti della mitica canzone d’autore catalana presenta in anteprima italiana il suo nuovo meraviglioso lavoro discografico. (euro 15,00) Sabato 20 - Buscadero Nights MARY GAUTHIER (USA) La regina dell’alt country, la più acclamata tra gli ospiti delle passate edizioni di Buscadero Nights. (euro 20,00) Venerdì 26 MICHELE GAZICH Presenta ‘L’Imperdonabile’, nuovo CD autografo di uno dei più apprezzati session man italiani. (euro 15,00)

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Dicembre 2012

Novembre 2012

Venerdì 7 INSINGIZI (ZIMBABWE) L’energetico trio africano che con incredibili vocalizzi, splendide coreografie e ritmate percussioni ha sbalordito il nostro pubblico nel febbraio 2011. (euro 20,00)

Giovedì 1 VINCANTO Il trio toscano ci condurrà attraverso un entusiasmante e variegato viaggio nella tradizione musicale popolare italiana. (euro 15,00)

Sabato 8 - Rassegna Estovest presenta SLIABH NOTES (IRLANDA) Uno dei migliori ensemble di musica irlandese in circolazione. (euro 15,00)

Venerdì 9 DON ROSS & BROOKE MILLER (CANADA) Ritorna finalmente al FolkClub uno dei più energici e innovativi chitarristi acustici, l’inventore dell’Heavy Wood, in compagnia di una splendida chitarrista. (euro 20,00)

Venerdì 14 Radio Londra GEORGIA MANCIO, NIKKY ILES & E. ZIRILLI La virtuosa vocalist britannica, l’asso inglese del pianoforte e il nostro percussionista preferito per un trio jazz effervescente, un’altra produzione originale di RadioLondra. (euro 15,00)

Sabato 10 THE NEW JOHN ABERCROMBIE QUARTET FEAT. JOEY BARON Una chitarra d’eccezione libera di spaziare, supportata da un grande quartetto dove spicca l’incredibile batteria di Joey Baron. (euro 25,00) Giovedì 15 KLEZMATICS (USA) Ritorna il miglior gruppo klezmer al mondo, un’altra perla per il venticinquennale. (euro 30,00) Sabato 17 - Buscadero Nights SARAH LEE GUTHRIE (USA) La nipotina del grande Woody per una serata dedicata al suo centenario. (euro 15,00) Venerdì e Sabato 23-24 GIANMARIA TESTA & ROBERTO CIPELLI Uno degli artisti più legati al FolkClub in un duo inedito con un grande pianista jazz. (euro 28,00)

Venerdì 21 FLAVIO BOLTRO & MARCIO RANGEL Uno degli esponenti di punta del jazz italiano in duo con uno straordinario e atipico chitarrista brasiliano (euro 18,00) Sabato 22 VALLÉE D’ACCORDÉONS Ames et lames libres dans les accordéons des montagnes de la Vallée d’Aoste. Una veglia natalizia dedicata allo strumento più popolare delle Alpi attraverso tre generazioni di fisarmonicisti. (euro 15,00)

Gennaio 2013 Venerdì 11 LO COR DE LA PLANA (FRANCIA) Il canto polifonico occitano magnificamente rivisitato da 6 giovani marsigliesi in chiave moderna, fra innovazione e tradizione. (euro 20,00)


Eventi

Sabato 12 FABRIZIO POGGI & CHICKEN MAMBO Il blues acustico nella sua migliore espressione italiana. (euro 15,00)

Venerdì 15 PERTURBAZIONE ACUSTICA Uno dei gruppi di punta del rock italiano in un progetto speciale acustico per FolkClub. (euro 15,00)

Venerdì 18 BAP KENNEDY Pupillo di Van Morrison, prodotto da Steve Earle e Mark Knopfler, è il nuovo luminoso astro del songwriting americano. (euro 18,00)

Sabato 16 MARC RIBOT & CERAMIC DOG (USA) Ciliegina del nostro 25° compleanno, l’ultima follia del geniale chitarrista americano: tra jazz, punk, sperimentazione, funk. (euro 30,00)

Sabato 19 Radio Londra GARETH WILLIAMS (UK) Enzo Zirilli ci presenta in esclusiva nazionale il geniale pianista gallese, session man di Pee Wee Ellis, da 25 anni al top della scena jazz londinese. (euro 15,00)

INESS MEZEL (ALGERIA) Venerdì 22 La straordinaria voce berbera di Iness e le sue melodie afro-jazz-gnawa-blues. (euro 18,00)

Venerdì 25 ERIC ANDERSEN & INGE ANDERSEN (USA) Folksinger illuminato, già nella Storia della musica americana, è l’indimenticabile menestrello del Greenwich Village. (euro 18,00) Sabato 26 RON Uno dei più amati cantautori italiani della “vecchia guardia” presenta il suo nuovo progetto dedicato ai nuovi folksinger americani. (euro 30,00)

Febbraio 2013 Venerdì 1 JOHN RENBOURN (UK) Un gigante della chitarra e della Musica per uno strabiliante ritorno, ennesimo fiore all’occhiello del nostro 25° anniversario. (euro 30,00) Sabato 2 JUAN CARLOS CACERES Y TANGO NEGRO TRIO (ARGENTINA) Ritorna l’eminente “Paolo Conte del Tango”, a cavallo tra tango e canzone d’autore. (euro 18,00) Venerdì 8 Radio Londra GWILYM SIMCOCK (UK) Giovanissimo straordinario talento del pianismo anglosassone, osannato da Chick Corea: una ‘chicca’ per il nostro esclusivo progetto Brit-Jazz. (euro 15,00) Sabato 9 MARTIN HAYES DUO & GUESTS (IRLANDA) Leggendario indiscusso numero uno del violino folk irlandese, accompagnato da alcuni membri dei Birkin Tree. Un’altra pietra miliare del Venticinquennale FolkClub. (euro 25,00)

Sabato 23 JAMIE SAFT & NEW ZION TRIO (USA) L’inaspettato e geniale incontro del roots reggae con il jazz acustico. (euro 18,00)

Marzo 2013 Venerdì 1 Radio Londra CHARLIE WOOD Formidabile cantante e hammondista di Memphis i cui credo sono Blues, Jazz, Soul & Funk. (euro 15,00) Sabato 2 BRATSCH (FRANCIA) Alfieri storici della world music quando non esisteva nemmeno ancora la parola per definirla. Monumentali. (euro 20,00) Venerdì 8 OREGON (USA) Formazione simbolo dell’apertura del jazz alle sonorità del mondo. Perla rara tra le perle del venticinquennale. Imprescindibili. (euro 30,00) VIDYA RAO & KAMOD RAI PALAMPURI (INDIA) Ritorna una tra le più importanti interpreti di musica tradizionale indiana, accompagnata da un virtuoso delle tabla, per una data unica nazionale. (euro 18,00) Sabato 9

Venerdì 15 GIOVANNI GUIDI TRIO il pianoforte del quintetto di Enrico Rava, uno dei giovani più interessanti del nuovo jazz italiano, presenta la sua ultima fatica discografica. (euro 15,00)

Sabato 23 CARLO PESTELLI Il nostro cantautore di casa, antesignano di tutta l’ondata cantautorale torinese degli ultimi anni, presenta il suo ultimo lavoro discografico. (euro 15,00)

Aprile 2013 GIUA, ARMANDO CORSI, PIER MARIO GIOVANNONE Un trio magnificamente assortito: la giovane e talentuosa cantautrice, il grande chitarrista e l’ironico poeta. (euro 15,00) Venerdì 5

Sabato 6 Radio Londra LIANE CARROLL TRIO (UK) Travolgente pianista e vocalist di rango, già ospite di RadioLondra ad aprile 2011. Quello del suo trio è un lieto ritorno. (euro 15,00) Giovedì e Venerdì 11-12 FLAMENCO PURO Flamenco ai massimi livelli mondiali. Ritorna al FolkClub lo splendido festival curato da Arte y Flamenco, giunto alla quarta edizione. Sabato 13 MARIO INCUDINE Il nuovo fenomeno del folk italiano, dalla Sicilia per una ventata di novità nella musica popolare. (euro 18,00) Venerdì 19 GAMBETTA TRIO Alfiere della chitarra acustica italiana nel mondo e uno dei grandi amici del FolkClub, per la prima volta in trio. (euro 18,00) Sabato 20 MIMMO LOCASCIULLI & GREG COHEN Due amici e grandissimi musicisti, immancabili nel nostro 25° anniversario: in duo, al pianoforte e voce il grande cantautore italiano insieme al magnifico contrabbassista americano. (euro 18,00)

Maggio 2013 Venerdì 3 JOHN HAMMOND (USA) Una leggenda vivente del blues acustico mondiale, vera forza della natura. Granitico! (euro 30,00)

Sabato 16 EUGENIO BENNATO Il numero uno del folk italiano. Immancabile. (euro 20,00)

Venerdì 10 GILAD ATZMON (ISRAELE) Il grande sassofonista israeliano dalla straripante energia, maestro nel fondere jazz, musica yiddish, funk, rock e sonorità arabeggianti. (euro 15,00)

TENORES DI BITTI Venerdì 22 Esponenti unici di una tradizione ancestrale che ha saputo interagire con le tendenze più avanzate della musica internazionale. Un attesissimo ritorno. (euro 20,00)

Venerdì 17 COLIN HAY (AUSTRALIA) Il cantante degli indimenticabili Men at work, in versione folksinger. Evento speciale a chiusura di una stagione memorabile. (euro 20,00) ❖

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Cronaca IN MEMORIA DI DOC WATSON (1923 - 2012)

Seconda e ultima parte

di Davide Emmolo

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n questo numero di LineaTrad pubblichiamo la seconda parte dell’articolo foto-biografico dedicato alla memoria del grande chitarrista americano Doc Watson, recentemente scomparso. Dopo la morte del figlio Merle Abbiamo concluso l’articolo su Doc nello scorso numero con quello che è universalmente considerato uno spartiacque nella vita del chitarrista americano: la tragica morte, nel 1985, dell’amatissimo figlio Merle. In un primo momento Doc cade nella più profonda prostrazione, il dolore è troppo grande per elaborarlo in fretta e, praticamente, si ritira dalla scena. Da 200 concerti all’anno passa a circa 10 concerti all’anno. In queste rare performance si fa accompagnare dal nipote Richard, figlio di Merle. Sarà la chitarra, per sua stessa ammissione, a farlo uscire dal baratro.

Fig. 1 – Nonno e nipote in concerto

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Un parere critico sulla produzione discografica più recente La produzione discografica di Doc Watson successiva alla pubblicazione dell’album “Memories”, del 1975, è stata spesso oggetto di pesanti critiche. Tali critiche in

parte motivate nascono da alcune semplici osservazioni: ➢ Doc è sempre stato un ottimo, sensazionale, esecutore ma non si è mai cimentato nella composizione di nuovi brani. Da ciò ne consegue che tutta la sua produzione disco-


Cronaca

ballate e in qualche strumentale di sapore celtico, suona il banjo e la chitarra in stile fingerpicking. La foto a seguire è del 1988 e ritrae Doc in buona compagnia con altri due mostri sacri della chitarra acustica: Chet Atkins e Leo Kottke.

Fig. 2 – Nel 1986 ai North Carolina Awards (Photo by Hugh Morton)

grafica è costituita da traditional o da cover di altri musicisti. Molte delle critiche sono indirizzate ad operazioni con velleità commerciale in cui Doc si cimenta in cover molto lontane dalle sue sfere. Una delle critiche più frequenti riguarda proprio l’allargamento del suo repertorio in maniera incontrollata verso motivetti commerciali di ogni sorta. Discorso a parte va fatto, invece, sulle cover “giuste”, quelle che gli calzano a pennello, su cui Doc è lo stesso fenomeno di sempre. ➢ Dopo il 1975 Doc perde la sua vena “pure acoustic” facendosi accompagnare, in giro per tutti gli States, da basso elettrico, batteria e percussioni varie. Questo accostamento ai puristi del folk made in North Carolina non è mai piaciuto. A ragion veduta direi che molte delle critiche rivolte alla produzione più “commerciale” di Doc Watson sono più che fondate. Ciò premesso andiamo a conoscere questa produzione recente del caro Doc. Portrait, il ritorno alla musica Nel 1987 esce il disco “Portrait” per la Sugar Hill. Sulla cover del disco Doc, sessantacinquenne, è abbigliato in modo inusuale rispetto alle sue abitudini di buon montanaro.

Fig. 4 – 1988, con Chet Atkins e Leo Kottke

Fig. 3 – La cover del disco “Portrait” del 1987

Chi credeva che la carriera del grande Doc fosse finita si sbagliava di grosso. “Portrait” è un gran disco e Doc chiama all’appello la creme della scena country/ bluegrass statunitense: il fido T. Michael Coleman al basso, il virtuoso Mark O'Connor al fiddle, Sam Bush, violino e mandolino, Jerry Douglas al dobro, Jack Lawrence al posto che fu di Merle, Pat Mclnerney, batteria e percussioni, il grosso della Nashville Bluegrass Band ai cori. Nel disco Doc rispolvera la sua (mai celata) passione per il blues (Nobody Knows But Me nota come Jailhouse Blues e Risin' Sun Blues), si cimenta in un paio di

La nascita del MerleFest Proprio nel 1988 Doc fonda il MerleFest, festival country/bluegrass/old time/jazz/blues/celtic che si tiene annualmente a Wilkesboro, North Carolina ovviamente dedicato alla memoria del figlio scomparso. Il MerleFest è considerato uno dei più importanti festival della folk music americana, attira ogni anno molte migliaia di visitatori ed è classificato come la terza attrazione turistica del North Carolina. Praticamente tutte le star del folk americano sono passate almeno una volta dal palco del festival. Ogni anno gli organizzatori promuovono stage strumentali, jam session tra gli artisti, e due premi da destinare al migliore banjoista (Merle Watson Bluegrass Banjo Contest) e al migliore chitarrista (il Doc Watson Guitar Championship).

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Il ricavato dalle attività del festival viene destinato al finanziamento di borse di studio presso il vicino Wilkes Community College.

Fig. 5 – Jam session improvvisata in un parcheggio ad MerleFest del 1990

1990 - 1991 Nel 1990 viene dato alle stampe il disco On Praying Ground che nel 1991 vince il Grammy Award come miglior album traditional/folk dell’anno. In copertina un Doc affaticato passeggia per i suoi boschi accompagnandosi con un bastone.

Cronaca

I fan di Doc che si aspettavano i suoi turbolenti assoli di plettro rimarranno in parte delusi: On Praying Ground è un disco di gospel rurale o, se preferite, di gospel in salsa country/folk. Nello stesso anno Doc pubblica un secondo disco “Songs For Little Pickers”. E’ un disco live contenente materiale già registrato da Doc tra il 1988 e il 1990 in occasione di due concerti a Newport e ad Atlanta. Il volume contiene tutta una serie di filastrocche per bambini e canzoni buffe su animali. Lo stesso Doc nelle note di copertina dischiara “Questo album è dedicato a mia nipote Candis ed a tutti i bambini a cui piacciano le canzoni buffe”. Nel 1991 è la volta di My Dear Old Southern Home, una raccolta delle canzoni della giovinezza di Doc. I musicisti che lo accompagnano sono sempre di primordine (Alan O’Bryant, Stuart Duncan, Sam Bush, Jerry Douglas, Mark Schatz, Roy Huskey, T. Michael Coleman) e il disco scorre via tra una semplice canzone e l’altra senza accorgersene accompagnati dalla voce ruvida e baritonale del vecchio leone Doc che appare, a tratti, triste e stanca.

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per commemorare il figlio scomparso. Esce “Remembering Merle” intestato a padre e figlio, un album contenente brani registrati live tra il 1970 e il 1976. A proposito del disco lo stesso Doc dichiarerà “E’ duro sentire quella musica. Qualche volta posso ascoltarla senza lacrime, ma altre volte non ci riesco”.

Fig. 9 - Remembering Merle, 1992

Fig. 7 – cover del disco My Old Sothern Home, al centro della copertina Doc con la moglie Rosa Lee

Fig. 6 – cover del disco On Praying Ground del 1990

Fig. 8 – Doc, di spalle, nel 1992 con Pete Seeger

1992, Ricordando Merle… Corre l’anno 1992 e la ferita per la perdita di Merle è ancora aperta. Doc decide di pubblicare un album

Dal 1995 alla recente scomparsa Gli ultimi 20 anni della vita di Doc sono segnati da un sensibile rallentamento delle sue attività. Seguiamo tra le foto della sua vita questo periodo. Nel 1995 Doc pubblica Docabilly, un album di rock-a-billy. L’album è divertente ed evoca il periodo in cui il musicologo Rintzler trovò Doc con una Gibson Les Paul Gold Top degli anni ‘50 tra le mani. In copertina Doc, cieco praticamente dalla nascita, si mostra alla guida di una spider d’annata.


Cronaca

Fig. 10 - Docabilly, 1995

Fig. 11 - North Carolina Folk Heritage Award, 1994

Fig. 11 - North Carolina Folk Heritage Award, 1994

Fig. 12 - Al Merlefest del 1995 Fig. 13 - Al Merlefest del 1995

Nel 1997 Doc riceve, direttamente dal presidente Clinton, la National Medal of Arts.

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Cronaca

Fig 16 - 1997, MerleFest - 75 anni di Vassar Clements

Fig 14 - Doc riceve dai Clinton la National Medal Of Arts

Lo stesso anno partecipa, al compleanno del violinista Vassar Clements, festeggiato nel migliore dei modi sul palco del MerleFest. Nella foto a seguire lo vediamo in compagnia del festeggiato (a destra) e del nipote Richard a sinistra.

Fig 17 – 1998, Doc si fa accompagnare sul palco da un gruppo di bambini

Fig 15 - 1997, MerleFest - 75 anni di Vassar Clements

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Il 1999 festeggia il ritorno di Doc alla sua grande passione per il blues. Esce Third Generation Blues, un disco in cui Doc è accompagnato dal nipote Richard alla chitarra (in copertina somiglia moltissimo a Merle) e dal bassista di una vita Michael T. Coleman. ll disco non contiene solo blues: ci sono ballate, canzoni e brani pop. Richard non ha la stoffa del padre e men che meno quella del nonno. A farla da padrone come al solito saranno la voce e la chitarra di Doc.


Cronaca

Fig 19 – I tre “pickers”, 2003 Fig 22 - Doc al Merlefest del 2006

Fig 18 – Doc nel ‘99

Il 2002 è segnato da sue uscite: “Legacy” e “Round the Table Again (live) “. Legacy vince il Grammy Award. Saranno le sue ultime uscite discografiche. In futuro presenzierà solo come ospite di amici o in eventi discografici speciali. Nel 2003 esce “The Three Pickers” in compagnia dell’amico Earl Scruggs e di Ricky Skaggs. L’opera esce in doppio formato, CD e DVD e si dimostra subito un grande successo di vendite. L’opera è la celebrazione live di una grande festa e, come in ogni festa che si rispetti, ciascuno porta altri amici. Earl porta il figlio figlio Gary, Glen Duncan, Brad Davis, John Jorgenson (grande chitarrista gipsy jazz), Rob Ickes ed il batterista Martin Parker. Doc è accompagnato dal nipote e Ricky dai Kentucky Thunder. Special Guest: Alison Krauss ! Nel 2005 il Wilkes Community College gli conferisce la laurea honoris causa. E’ il primo titolo onorario rilasciato dall’istituto.

Fig 20 – 2005, Doc riceve la laurea

Fig 23 - Doc chiacchiera amabilmente con Elvis Costello, 2007

Fig 21 - Doc e T. Michael Coleman al Merlefest del 2005

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Nel 2010 Doc riceve anche un Dottorato onorario dal Berklee College of Music.

Cronaca

Fig 27 - Aprile 2012, l’ultimo MerleFest

Poco dopo, alla fine di maggio, le sue condizioni di salute si aggravano in seguito alle complicazioni dovute ad un intervento chirurgico al colon. Dopo alcuni incidenti e ricadute, purtroppo, Doc Watson non ce la fa. Si spegne all’età di 89 anni, il 29 maggio 2012, presso il Wake Forest Baptist Hospital Medical Center di Winston-Salem. Muore poche settimane dopo l’amico Earl Scruggs, il padre della rinascita del banjo a 5 corde bluegrass, un altro protagonista della musica acustica americana. A me, che gli devo molto, piace ricordarlo da solo, con in braccio la sua chitarra Gallagher mentre intona con la sua voce cavernosa “Alberta” o “Tom Dooley” o mentre esegue un milione di colpi di plettro in “Beamount Rag”. Riposa in pace Doc e grazie per tutte le ore di vera e buona musica che ci hai donato. ❖

Fig 28 – la statua bronzea di Doc a Boone (Watauga County), North Carolina

Fig 29 – la statua bronzea di Doc a Boone, NC, coperta di fiori dai fan dopo la notizia della scomparsa

Fig 26 – Doc al Sugar Grove Music Fest, 2010

E veniamo all’ultimo anno. Ad aprile 2012, come ogni anno, Doc partecipa al MerleFest. Sarà il suo ultimo MerleFest e il suo ultimo palco. Fig 24 – Doc riceve il titolo di Dottore onorario dal Berklee College of Music, 2010

Nel 2010 è stata pubblicata presso la Blooming Twig Books “Blind But Now I See” a cura del Dr.Kent Gustavson, ritenuta la prima biografia completa del musicista.

Fig 25 – la prima completa biografia di Doc Watson, 2010

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Cronaca Udine/Givigliana 5/7 ottobre 2012: la cronaca...

IL 5° FESTIVAL DEL CANTO SPONTANEO di Vanni Floreani (foto Luca D’Agostino)

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a 5ª edizione del Festival del canto Spontaneo si è felicemente conclusa il 7 ottobre scorso e, dopo aver sedimentato e raccolto le sensazioni, possiamo iniziare a pensare come questa iniziativa, possa evolvere. L’edizione di quest’anno pur mantenendo le peculiarità di un festival minimale e avverso ad una visibilità tout court, fine a se stessa, è risultata, senza dubbio, molto più laboriosa delle precedenti. Era d’altro canto inevitabile; la ricchezza degli argomenti trattati e la prestigiosa presenza di artisti e intellettuali  richiedeva uno sforzo maggiore  che, tuttavia,  la “macchina organizzativa” non sempre era in grado di gestire. Tutto è iniziato con una anteprima già l’8 agosto scorso quando, a Villacaccia di Lestizza, luogo dove risiede una delle realtà culturali più

Giovanna Marini: concerto a Givigliana, 7 ottobre 2012

Le Donne di Giulianello con Eugenio Marchetti (figlio di Raffaele, fondatore del gruppo corale) Givigliana 7 ottobre 2012

interessanti in Friuli: Colonos, si rappresentò lo spettacolo Intrecci sacri • Dissonanze profane celebrando la nascita di una collaborazione, ed amicizia, fra Giovanni Floreani, ideatore del progetto, e Tony Pagliuca noto ex tastierista del gruppo Prog Le Orme. Un meritato successo sostenuto da un pubblico attento e curioso di ascoltare come la musica antica liturgica aquileiese poteva essere riproposta in una forma contemporanea. Era appunto un’anteprima; si è dovuto attender fino al 5 ottobre per il vero inizio di una tre giorni carica di passione, entusiasmo  e ricchezza di interventi. la serata di esordio non a caso è stata dedicata al ricordo di Pietro Sassu, uno dei più significativi etnomusicologi contemporanei scomparso, purtroppo, nel 2001. A ricordare e dipingere la sua eclettica figura il figlio, Simone,

Le Donne di Giulianello durante la processione Givigliana, 7 ottobre 2012

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Cronaca

Givigliana 7 ottobre 2012 Iu Cantuors di Ludario

innanzitutto e i suoi amici e colleghi di sempre: Valter Colle, Renato Morelli e Piero Arcangeli. Un perterre di tutto rispetto che, sebbene si sia presentato e proposto con una spontanea umiltà ha creato, nella sala del Museo Etnografico di Udine, il luogo dove si sono svolti i primi due giorni del Festival, un’atmosfera catalizzante   ricca di emozioni, di profondi spunti intellettuali, di ricordi umani e di vera amicizia. Un esempio, raro, di efficace comunione fra un certo spessore accademico, ambiente del quale Sassu, comunque, faceva parte, e la ruralità della “ricerca sul campo”, pratica alla quale nessuno dei relatori ha mai smesso di affidarsi nel loro lungo  ed appassionato lavoro.

Givigliana 7 ottobre 2012 Giovanna Marini e il Trio di Gjviano

È stato questo aspetto, tutto sommato, il leit motiv del Festival di quest’anno e di questo gli organizzatori ne vanno fieri: Giovanni Floreani, musicista e ricercatore e Novella Del Fabbro, giornalista e appassionata di Tradizioni Popolari, non hanno mai fatto mistero della loro simpatia per una ricerca etnomusicologica fatta soprattutto di interviste dirette con la gente, di lunghi ascolti e faticose registrazioni; un’indagine diretta che prescinde da elucubrazioni spesso gratuite e che favoriscono il sospetto, mai risolto, dell’influenza determinante generata dal ricercatore rispetto al materiale rilevato. Un tema, questo, che, finalmente, andrebbe liberamente analizzato anche e soprattutto se riferito alle

Trio di Gjviano: Ada Bottero Zanier, Novella Del Fabbro, Edda Pinzan

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ricerche effettuate negli anni del dopoguerra quando erano più gettonati canti di un certo colore politico e spesso non si consideravano i documenti che, a parere di molti ricercatori, non erano importanti. Un argomento che, senza dubbio, comparirà nelle prossime edizioni del Festival. Ma rimanendo sulla programmazione delle tre giornate della quinta edizione da segnalare il prezioso intervento di Antonio Della Marina, giovane musicista udinese che, con grande competenza e sobrietà, ha regalato una performance inedita coniugando perfettamente le suggestioni elettroniche del computer con i canti arcaici dei Cantuors di Ludario e della cantoria di Cercivento.

Givigliana 7 ottobre 2012 Giovins cjanterins di Cleulas


Cronaca

Givigliana 7 ottobre 2012: Novella Del Fabbro, Edda Pinzan e Giovanni Floreani

Ottime anche le relazioni di Magda Minotti, giornalista udinese e Stefania Colafranceschi, docente romana, sulle tradizioni popolari, la prima, e sui canti liturgici, la seconda, derivanti dall’antica storia del Patriarcato di Aquileia. Toccante la lettura di un testo di Sassu da parte della musicista triestina Orietta Fossati e significativa la performance, riproposta in forma ristretta, di Giovanni Floreani e Tony Pagliuca accompagnati dal virtuoso suonatore di Ewi e gaita galiziana Lorenzo Marcolina. Genuino e commovente il canto delle Donne di Gulianello presentate da Giovanna Marini. Due giornate, insomma, emozionanti, ricche e prestigiose ma è

Givigliana 7 ottobre 2012 Le Donne di Giulianello

Trio di Gjviano in concerto, Givigliana 7 ottobre 2012

ben vero che Givigliana rimane il riferimento principale ed è giocoforza in quel piccolo Paese, un gioiello dell’alta Val Degano, che si è sprigionata, la prima domenica di ottobre, il 7 ottobre, la forza  del festival. Quel giorno rappresenta soprattutto un momento di incontro e di festa e, se vogliamo, la sintesi di un percorso che, nelle intenzioni degli organizzatori con il 2013,   sarà   “spalmato” nell’anno e su diversi territori, anche extraregionali. Dice Giovanni Floreani, “Il consolidamento dei contatti e dei rapporti fra musicisti, intellettuali, musicologi frutto di anni di

frequentazioni permette di gestire un network con oneri e sforzi relativamente bassi, se si pensa ad una serie di eventi ed incontri da organizzare direttamente nei luoghi di specifico interesse oltre ad un workshop dedicato all’approfondimento e allo scambio di riflessioni ed informazioni”. Ecco quindi che il Festival diventa un contenitore il quale assolve all’esigenza di dare maggior spazio

Vanni Floreani

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agli incontri letterari, alla visione e ascolto di documenti spesso trascurati per mancanza di tempo, alla presentazione e consultazione del materiale pubblicato (libri, cd, dvd) e, perchè no, al tempo della socialità che spesso viene meno perchè “non c’è il tempo”. A Givigliana, nonostante un lieve peggioramento delle condizioni meteorologiche, la domenica del 7 ottobre si è vissuta una giornata che, si potrebbe dire, fa parte dei ricordi di altri tempi; ma non vi è nostalgia in questi pensieri: solamente lo stupore della reale possibilità, anche in un mondo frenetico, effimero e superficiale, di poter consumare il tempo in pace, ascoltando “lentamente” il suono della voce. Ed ecco che, così, si realizza il senso di questo festival. Si comincia con la processione dalla piccola piazza del paese fino

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alla chiesa; le Donne di Giulianello cantano con energia anche quando la salita si fa più difficoltosa e l’aria fresca di montagna (siamo a 1300 metri) non agevola questa operazione. Ma è per questo che i canti, in montagna, sono più lenti: seguono il ritmo del passo, rallentano ma non si fermano mai e anche la ripetitività diventa sublime, sacra, coinvolgente. Arrivati nella piccola chiesetta la quale non riesce a contenere tutto il pubblico, le Donne passsano il testimone ai Cantuors di Ludario che invadono con le loro possenti voci le fresche mura, i banchi di legno e le persone che, sacralmente, assistono. Quella stessa chiesa che, nel pomeriggio, si presterà ad accogliere una Giovanna Marini dalle stupende qualità canore, nonostante i suoi gloriosi 75 anni. Pas-

sare dai canti liturgici ai canti di protesta senza per questo creare imbarazzo; perchè ciò che conta è la sincerità, la sobrietà, la conoscenza. Fra i cantuors di Ludario e Giovanna Marini passano, durante tutta la giornata, nei vari luoghi del piccolo paesino, il Trio di Gjviano, i Giovins cjanterins di Cleulas, i racconti ed i video di Renato Morelli, gli approfondimenti di Magda Minotti e Stefania Colafranceschi oltre a piccoli gruppi di gente comune che, liberamente, si mette a cantare ed è la sublimazione del Canto Spontaneo, con qualche voce stonata, con qualcuno che “parte sempre un quarto prima”, con i colpi di tosse di chi non è abituato a cantare... E, per finire, qualcuno trova una fisarmonica, qualcuno canta, altri ballano, compaiono alcune bottiglie di vino ed è festa... ❖


Argomenti “IL PERSONALE È POLITICO”: CANZONE FEMMINISTA E CANZONE DI DONNE

Seconda e ultima parte

di Jean Guichard (traduzione in italiano di Sophie Pornet)

Canzone di lotta, canzone del desiderio

Così la canzone femminista esprime ciò che Luciano Della Mea chiamava la “scoperta umana” del 1968. In ciò che

ha di meglio, - creazioni “d’autore” (“autrice”, ma il francese non ha la parola al femminile) di Antonietta Laterza1(92), Maria Pia Turri, Laura Morato, Fufi Sonnino, Dacia Maraini e sua sorella Yuki -, essa realizza una sintesi

della canzone politica e della canzone poetica, in un difficile e incerto incrocio in cui forse comincia ad esistere la

Canzone; in questo senso l’oblio nel quale sono cadute le canzoni femministe è probabilmente ingiusto come l’oblio di Cantacronache e di Fausto Amodei.

Da una parte la canzone femminista è “politica”, con tutte le ambiguità che abbiamo individuate nella canzone politica : propone per “vero”, riflesso e accurata trascrizione della realtà, ciò che è un ritaglio e una messa in forma di elementi di della realtà. A proposito di queste canzoni non si dovrebbe dire “la donna”, - come spesso gli autori fanno

e come se fossero “donne reali” -, ma “immagini della donna”, di “eroine della canzone femminista” . È una prima

ambiguità. Una seconda si trova nel desiderio di trasmettere un messaggio, una parola d’ordine di lotta, che deve portare ad una trasformazione della realtà esistente : la canzone è quindi ridotta ad un programma messo in musica;

diciamo “ridotta” perché, in questo caso, si nota che la forma poetica adottata torna ad essere una forma “chiusa” con la rima AABB in ogni quartina di versi, che tende all’endecasillabo, e la forma musicale torna ad essere una melodia

ultra-semplice, facile da memorizzare, su un ritmo di marcia militare. E’ il caso della molto efficace Siamo stufe (di-

sco 1), opera collettiva del Movimento Femminista romano, scritta sulla musica dell’ aria conosciuta di Sixteen tons : Noi siamo stufe di fare bambini / lavare i piatti stirare pannolini / Avere un uomo che ci fa da padrone / E ci proibisce la contraccezione // Noi siano stufe di far quadrare / Ogni mese il bilancio familiare / Lavare, cucire, pulire, cucinare, / Per chi sostiene che ci mantiene // Noi siamo stufe della pubblicità / che deforma la nostra realtà / Questa moderna schiavitù / da oggi in poi non l’accettiamo più // Noi siamo stufe di essere sfruttate / Puttane o sante venir classificate / Basta con la storia della verginità / Vogliamo la nostra sessualità. // Ci hanno diviso tra brutte e belle / ma tra di noi siamo tutte sorelle. / Fra di noi non c’è distinzione / All’uomo serve la divisione // Noi siamo stufe di abortire / Ogni volta col rischio di morire / Il nostro corpo ci appartiene / Per tutto questo lottiamo insieme / Ci dicon sempre di sopportare / Ma da oggi vogliamo lottare / Per la nostra liberazione / Facciamo Donne la Rivoluzione.

Da questo punto di vista, la canzone femminista si trova al limite inferiore, il “livello zero”, della Forma-Canzone. Utilizza forme preesistenti per proporre un nuovo modello di vita sociale e mobilitare le “ascoltatrici” in una lotta

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(92) Anronietta

Laterza è stata invitata alla seconda « Rassegna della canzone d’autore » del 1975, dove fa un concerto « L’invettiva femminista » (27 luglio), ma non è nemmeno presentata nel numero del Cantautore che accompagna la Rassegna.

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per realizzarlo. Come tale, ha svolto un ruolo incontestabile, da una parte nella modificazione delle regole del gio-

co sociale, (nessuna delle leggi passate tra il 1970 e il 1978 sarebbe stata votata, almeno in questa forma, senza la pressione del movimento femminista, per il quale la canzone è stata uno strumento forte ed efficacie), e d’altra parte nell’evoluzione della canzone : l’introduzione di nuovi temi, la distruzione di tabù sessuali, la novità e il realismo del linguaggio, hanno reso possibile la scrittura di altre canzoni di donne e uomini; la liberazione della donna è stata la liberazione della parola, soprattutto della parola cantata. Su un altro piano, la canzone femminista demistifica radicalmente il conformismo morale e sessuale del movimento rivoluzionario italiano, progressista alla fabbrica e

nelle piazze, ma conservatore, se non fascista, nel letto e a casa. Canzoni come Stornello per i compagni (disco 1)

infrangevano le certezze di una certa idea della lotta di classe, dominante nell’estrema-sinistra e nelle posizioni ufficiali del PCI :

Cari compagni / del PCI / che ci fate balenare / davanti / come se fosse / oro / il lavoro / magari in fabbrica / come l’uomo / magari alla catena di montaggio / e ci dite che questa / è la strada / della nostra / liberazione / Cari compagni . noi rispondiamo che lavoro / gratis ogni giorno facciamo // Cari compagni / che state ‘un pelo’ più a sinistra / e che comunque affermate che / il lavoro / delle donne non è / produttivo / e che le casalinghe / la rivoluzione non faranno mai / Ancora non avete / capito niente / come sempre dei / lavoratori / ne vedete solo la metà // Solo quando noi donne non lavoreremo / ci sarà veramente sciopero generale // Cari compagni / voi che dite / che non vi interessano / le donne in generale / ma solo le donne / proletarie / mentre voi facevate / la lotta di classe / le vostre compagne proletarie / continuavano a lavorare gratis / Ancora non avete / capito niente / come sempre dei / lavoratori / ne vedete solo / la metà // Cari compagni, della classe operaia, / son le donne la parte più sfruttata! // Cari compagni / pochi che dite di capire / giorno per giorno il nostro / potere / da sole noi / conquisteremo / Contro la nostra schiavitù / noi lotteremo. // Cari compagni che dite di capire / con uguale potere un giorno ci incontreremo. Ma d’altra parte, la canzone femminista rivela ben altro che “analisi della condizione femminile”, concetti, simboli,

descrizioni. Ed esprima in testi nei quali il concettuale cede il posto al verbale, e nella configurazione delle note sono

uniti concetti, commozioni, sensazioni, in modo tale che non è più possibile estrarre dal testo un’ “idea”, uno “slogan” o neanche un( “immagine” descrittiva della donna oppressa : la coscienza di sé della donna - la voce -, che canta l’a-

borto non è “espressione” della sofferenza, “è” la sofferenza, direttamente in un legame indissolubile tra la sofferenza

e la coscienza della sofferenza; non è più questione di distinguere il “fondo” e la “forma”, le “idee” e le “parole”, o il “testo” e la “musica”, non c’è più che un unico flusso di suoni musicali e verbali, un’ansia vissuta, tentativo per capirne il perché, rammarico, rabbia, attesa frustrata, insieme contraddittoria che non compone più un “manifesto” sull’oppressione e la liberazione della donna, ma disegna significativamente un essere diviso che comunica ad altri il

suo disturbo di donna, che solo può dare un significato alle imprese concettuali e agli slogan urlati in una manifesta-

zione. Così la canzone femminista abbandona il registro del “politico” per entrare in quello del “poetico” o meglio in

un registro più complesso, - perché “poetico” rischia di limitare al singolo livello verbale -, su cui germina una forma artistica creatrice di significato. Il significato non è dato fin dall’inizio, non è un “contenuto” preesistente, ma emerge lentamente dallo choc dei suoni, delle parole e delle immagini che tessono.

Paragoniamo due testi di “contenuto” identico, Abortire e Aborto-sacrificio (vedi sopra) all’origine delle linee che

precedono. Nel primo il concetto è chiaro, enunciato in modo ordinato in due quartine e due sestetti alternati, con rime quasi regolari AABB, AABBCC (2 ° sestetto) e AACBDB(1° sestetto), la A della seconda quartina rima con

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la D del 1° sestetto e su un ritmo che alterna versi di 9, 10 e 11 sillabe : un “dottore”, riconosciuto dalla società (“la laurea ad onore”), anche di sinistra (“le compagne”) non capisce la “paura” di una donna che abortisce e continua a disprezzarla, secondo i pregiudizi della società borghese maschile, come una “lesbica” o una “puttana”; il rapporto con lui rimane dell’ordine dello scambio mercantile (“prezzo”, “baratto”, “riscatto”) tra un maestro e una “schiava” che “paga un errore”; e lui ha pure coscienza di farle un favore (“un piacere”). Conclusione: il “corpo” delle donne è “nelle catene”, bisogna “stroncare coloro che le detengono”; ripetizione degli ultimi due versi di appello all’azione; fine. La musica disegna una sorta di recitativo cantato su una melodia semplice accompagnata alla chitarra con accordi arpeggiati :

(trascrizione: Anne Sornay) “Di struttura semplice (due parti A e B ripetute, cioè: ABAB), Abortire non è un grido di rifiuto come lo sarà Abortosacrificio ma più una sofferenza interiore, controllata e forse anche più viva. A e B si somigliano: stesso ambitus, stessa volontà melodica (intervalli di secondi, terzi e quarti al massimo) di restringere al massimo le cellule e questo nel registro basso, quindi l’impressione generale di profonda tristezza, una concentrazione della sofferenza senza effusione nè rottura. I ritmi sono estremamente difficili da notare e l’apparente opposizione binaria/ternaria è solo appena percettibile all’udienza. La chitarra mantiene la sfocatura con arpeggi in glissando senza effettivi sostegni ritmici. Il ritmo infatti non sembra preponderante ed è qui per sostenere il discorso melodico. Questa banalizzazione volontaria del discorso musicale sembra in realtà drammatizzare di più il testo” (Anne Sornay). Fufi Sonnino lavora qui da bravo artigiano : il testo è ben fatto, riunisce in pochi minuti tutta l’analisi femminista della situazione della donna, dal tema dell’aborto; le parole sono al posto giusto invece, fino ad “accetta” posizionato immediatamente prima della parola ordine, per sottolineare il cambiamento di atteggiamento necessarie, le donne hanno sempre “accettato”, esse devono rifiutare (“negare” viene inserito nel testo nel versetto precedente) e stroncare i loro oppressori, è il nuovo “dovere”: “tu devi spezzare” è messo in parallelo con il “tu devi tacere” del primo

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sestetto. Il parallelismo tra “occhi... paura” e “voce... dura” è espressivo; la rima è efficente (“umiliazione/milione”; “abortire/centomila lire”), a dire la relazione di baratto tra due cose senza misura comune, un sentimento o una sof-

ferenza in cambio di soldi o per avvicinare quello che nello spirito dell’uomo è contraddittorio (“umana/puttana”);

fino alla falsa rima (“piacere/errore”) che viene a contrassegnare la discordanza tra ciò che pensa il medico e la realtà della donna, e alla rima martellata che sottolinea la paura : “paura/dura” alla rima e “paura” ripetuta nel mezzo del verso seguente, o che enfatizza sin dall’inizio l’aspetto irrisorio della competenza medica : “ si faceva chiamare... “ : un titolo formale

“ perché aveva la laurea “... : cosa possiede veramente ? Un certificato “ ... faceva abortire “ : ed è questo che li permette di “fare” abortire.

Farsi chiamare con il proprio titolo (usanza italiana costante) dà il diritto di “fare” abortire una donna disprezzandola.

Molte canzoni premiate al Festival di Sanremo e commercializzate alla radio non sono così lavorate, nel testo e nella musica, non hanno nemmeno il merito di tradurre concetti così chiari, un pensiero strutturato e non esprimono un

contenuto umanamente così ricco. Quello che vogliamo sottolineare nel parlare di un “lavoro da bravo artigiano”,

è semplicemente la natura della canzone : canzone di “lotta”, che mira a mobilitare le donne in un’azione, consiste a “vestire” verbalmente e musicalmente un corpo di concetti già formati e che esistono indipendentemente dal rive-

stimento, che si potrebbe rivestire in un altro modo, in discorso ad esempio, sulla permanenza del “machisme” tra i medici di sinistra, o in racconto; l’unica operazione impossibile qui sarebbe lo “svestimento” musicale del testo :

privo della sua melodia, QUESTO testo perde la sua forza, esiste come corpo vestito, soltanto se esso è incarnato in una voce femminile. Rimane ancora qualcosa del testo “demusicalizzato”? Può essere letto come “poesia”? Sì, e per due motivi : il suo “contenuto” concettuale - che parla all’intelligenza -, pone un problema, può provocare una di-

scussione, e la sua messa in “forma” metrica - fissa il contenuto nella “memoria” dell’ascoltatore -. Il testo ha sempre

un valore dal fatto del suo carattere concettuale e dell’organizzazione verbale dei suoi elementi. Semplicemente non “vive”, è come la scultura di Pigmalione, ci vuole un’Afrodite per trasformarlo in una donna reale che il re potrebbe sposare. La coppia musica + voce sarebbe in questo caso l’Afrodite della leggenda?

Non si possono separare le cose in Aborto-sacrificio; non c’è prima la statua, poi la donna viva : Afrodite è intervenuta prima, e la canzone è nata direttamente come donna viva. Fin dall’inizio, l’ascoltatore è in presenza non di una realtà

esterna (“lui”, il medico), ma di una parola viva rivolta ad un bambino, una ninna nanna popolare, accompagnata da una

sorda percussione che imita il ritmo di un cuore che batte. Ed è una ninna nanna crudele, come spesso lo erano le ninne

nanne popolari, quando si utilizzavano drammatiche ballate (Donna lombarda, Cecilia...) per addormentare i bambini : il bambino è promesso al “lupo nero” per un anno. È la prima scena della rappresentazione teatrale di un dramma.

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“Questo ritornello – commenta Anne Sornay - sembra essere l’unica struttura “visibile”della canzone, ripetuta

una volta : le stanze sono difficilmente analizzabili perché sono più un’improvvisazione melodica e ritmica che una composizione specifica.

In breve, il ritornello in do minore è misurato (misura ternaria propria delle ninne nanne popolari) e si articola su una frase di quattro misure, ripresa con lievi variazioni ritmiche. Il registro è basso e il tempo relativamente lento. Tutto è accompagnato da un ostinato ritmico e armonico.

Tutto quello che segue fino alla ricomparsa del ritornello è in completa contraddizione con esso:

• una modulazione improvvisa e inaspettata, i Si b maggiore (che non è né il relativo tono di Do m ma solo

• percorso armonico fluttuante e senza alcuna unità (modulazioni numerosi e rapide)

un tono vicino abbastanza distante)

• il ritmo non è più ternario e somiglia di più al “parlando”, o addirittura “gridando” che di una cellula

ritmica specifica

• le curve melodiche sono macinate ed evolgono nell’ acuto, o anche l’estremo-acuto del registro, senza for-

mare delle linee precise e continue.

In breve, è più un’ improvvisazione musicale, non misurata, che una strofa classica.

Il ritorno del ritornello accusa ulteriormente la violenza di questa opposizione dal suo carattere misurato e il riferimento stretto alla musica popolare (ninna nanna).

Questo dà l’impressione di una deliberata volontà di rottura dei limiti che sarebbero imposte dal ritornello (limiti melodici, armonici e ritmici) e traduce la disperazione e la sofferenza causata dall’aborto”.

Prima è la chitarra che sostituisce le percussioni per accompagnare un prologo : “ora che [...]” Io posso raccontare

questa storia [...] “, che racconta l’ultima scena del dramma su un ritmo frenetico, in una serie di proposte che la voce taglia in un altro modo che il testo scritto (vedi sopra): « Ora che ho seppellito l’urlo sotto il forcipe sghembo e lasciato il singhiozzo oltre il cancello posso raccontare questa storia... »

Alla differenza di Abortire, la forma è aperta, può essere scritta secondo un taglio, essere cantata in un altro : l’accento è posto sull’angoscia, “ l’affanno” italiano che è respiro affannoso e angoscia nello stesso tempo, essendo l’uno un

segno dell’ altro, e qui è il segno a determinare il significato, come l’ansia sarà espressa attraverso l’accumulo delle

preposizioni (“sotto”, “oltre”, “senza”), di avverbi ( “ora”, “mai”, “come”) e congiunzioni (“e”, “eppur”) da cui “l’urlo” tenta invano di reprimersi : « ... storia senza inizio e senza fine mai risolta eppur viva come una patata bollente »2(93)

per rimanere qui bruciante. Qualcosa abita la la donna della canzone, vive in lei, dovrebbe essere un bambino, una

gioia, è un urlo, una sofferenza senza fine, della quale non partorirà mai : l’urlo è «sepolto”, sepolto in lei, rimarrà per sempre oltre la “griglia”, simbolo di confinamento.

La chitarra continua ad accompagnare un’altra scena in due parti, e qui ancora, il taglio è aperto, sempre significante,

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I segni / indicano il taglio del testo

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portatore di senso con il testo e con il canto : il taglio del testo scritto sottolinea “fragile” e “incrina”, quello della musica “pomeriggio” // “donna”, “ un’intesa fragile / di pomeriggio  incrina / la mia rabbia di donna / “ ma le due

letture sono convergenti : “fragilità” di questo abbraccio perché fu di un “pomeriggio” occasionale, che comunque “infanga”, “guasta” la sua ira di donna che avrebbe dovuto rifiutarsi a questo “orgasmo insignificante” (“sfocato”) /

che mi lascia nella solitudine, o “ velata di solitudine “: due divisioni possibili, ma questa discordanza tra due ritmi, testo e musica, non fa che dire sotto parole la profondità della contraddizione vissuta : la donna diventa “terra” e

l’uomo diventa un “diavolo”, e la sua eiaculazione diventa “spruzzo “ violento che fa “lamentarsi” la terra, di piacere (è “complice”)? di sofferenza (lei è “vittima”)? Ma mentre la donna rifiuta (“vomita”) - seconda parte della scena -

“una vita senza occhi nè mani”, che non si “lamenta” ma si nasconde nella sua pancia. L’aborto è una “vita” che si

sopprime; Pasolini spiegava che era un “infanticidio”: qui, nessuna “spiegazione”, la parola “vita” ha prevalso sul concetto e sulla lotta : il tema dell’aborto/infanticidio era il leit-motif della destra cattolica e introducendo la sua canzone, Antonietta Laterza deve specificare “ una donna deve avere il diritto di scegliere di avere o no un figlio”, si deve

dunque legalizzare l’aborto, visto che la contraccezione non è abbastanza sviluppata ecc. Ma la canzone si svolge al dì sotto del discorso ideologico, perché vive il dramma, che è appunto il fatto che una vita è sorta dallo spruzzo del

diavolo e che questa vita è stata “rifiutata”. Era rifiutata dalla “coscienza” (femminista), nel nome “del brivido delle bambole spente”: la bambola, arma di oppressione della donna con interiorizzazione del suo ruolo materno e oggetto

di lughi discorsi femministi, è semplicemente evocata dal suono dell’immagine: “Brivido di BamBole spenTe”, in un cigoglio di P-B-V e T-D. Ma la maternità negata “insegue” la donna in questo “abbraccio assurdo”, e il dramma si precipita nell’immagine finale terribile : « io l’ho / rinchiusa in una pentola / di rame e il vento / ne ha disperso l’esistenza... »,

in una volta evoca la morte (“il bambino nel vento”, la canzone di Guccini su Auschwitz era in tutte le memorie), ma rimanda anche con la “pentola” all’attività domestica che diventa nello stesso tempo complice del genocidio.

E poi torna, ossessionante, la ninna nanna, più lunga, come se si rifiutasse alla realtà, come se volesse prolungare

questa illusione di bambino, in questa “lettera a un bambino mai nato”: il lupo nero, lupo bianco, che lo tratterrà a

lungo, la “befana” che lo manterrà solo una settimana e poi ritorno al reale, davanti al quale il testo si ferma con punti di sospensione e la musica si ferma: “lo darò alla sua mamma...”, esplosione di ciò che fu il desiderio profondo, e che le condizioni attuali non riuscirono a realizzare.

E, su un grido, la canzone rimanda a un’ ultima scena, che è il ritorno sull’atto di morte della prima scena. La canzone s’intreccia su se stessa, torna al cuore del dramma, in una sequenza di immagini : la donna crocifissa (in una mano dal “denaro”, dall’altra dalla sua “impotenza” 3(94)), “fiori senza terra”, “come brillava l’oro (“il giallo”) della mia giovinezza” (ma forse anche il “roman noir”?), il “medico-padre-liberatore-oppressore”, fino al rimaneggiamento della

contraddizione : la donna ha abortito per non essere rinchiusa nel suo “destino di donna”, ma la sua lotta (“troppi

anni dalla voce rauca”: slogan gridato nelle maniestazioni) non si è fatta che “all’ombra della mia aspettativa”, che fu la speranza di un’altra vita di donna, che avrebbe potuto senza alienarsi, integrare la maternità. Ed è sull’ “attesa” che finisce la canzone, semplicemente scandita da pochi accordi di chitarra. Nulla è risolto, la piaga rimane aperta, l’urlo sepolto non è spento.

In una comunità d’ispirazione, Aborto-sacrificio si trova quindi in un registro formale radicalmente diverso da quello

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Sulla sua copertina del 19/01/1975, L’Espresso aveva osato evocare l’aborto con un’immagine che rappresentava una donna incinta nuda crocefissa, che illustrava il titolo: Aborto, una tragedia italiana.

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di Abortire. Senza abbandonare la sua “coscienza” politica, la voce si lascia guidare dal movimento verbale-musicale dei significanti sonori, una ninna nanna, un urlo, un pianto, un singhiozzo, un silenzio, una voce rauca, che ordinano lo svolgimento delle immagini, nella logica autonoma che non è necessariamente quella del politico; lascia affiorare un desiderio più profondo dell’inconscio che allo stesso tempo giustifica il tema politico (le condizioni attuali non consentono al desiderio di realizzarsi) e ne segna i suoi limiti (in sé, non si realizza e contraddice anche il desiderio);

e l’invenzione di una forma poetico-musicale è il risultato di questo desiderio e di questa contraddizione. A questo incrocio tra il reale (che è anche politico) e il desiderio (l’immaginario, l’utopia), dove la musica non illustra più dei concetti ma porta i significanti verbali dettati dall’inconscio, compare la Canzone nelle sue forme più alte. Tra politica e poesia cantata, la Canzone ha preso corpo ed ecco che è un corpo cosciente di essere sessuato, in rottura con tutti

i luoghi comuni sentiti sull’ amore che possono essere cantati indifferentemente da un uomo o da una donna, tanto è stata fatta astrazione di quello che è la realtà. La canzone politica, dicevamo, è una canzone “di uomini”, doppiamente

perché è stata scritta da uomini, e perché impone al suo pubblico (consenziente) la legge dei suoi concetti-verità. Le

canzoni femministe hanno anche un lato maschile, ma una canzone come Aborto-sacrificio è allo stesso tempo una

canzone di “donna”, perché è stata scritta e cantata da donne. ma soprattutto perché non impone nulla, narra di una sofferenza, un sogno, dei desideri contrari, dei dubbi, di un’attesa materna, di un vuoto che non si rassegna ad esserlo, un rifiuto della logica del “potere”. La Canzone comincia ad esistere pienamente in questa tensione tra “sesso e politica” 4’95).

Il profumo poetico del sesso

La canzone italiana aveva sempre parlato di sesso ed era sempre stata sessuata; ma era un sesso vergognoso, general-

mente trattato sul modo salace, se ne parlava mostrando bene che si sapeva che il decoro richiedeva di non parlarne.

Era per esempio il caso di molte canzoni da cabaret delle anni Venti, di Marf (Abbassa gli occhi), Ripp (In rotta, La

mia danese, Nel paese dei Zulu), Mendes (Tutto cresce), Vigliani (L’unico rimedio)5(96). Il sesso nella canzone italiana sarebbe un bell’argomento di tesi che Enrico de Angelis sfiora in un vecchio articolo6(97).

L’ondata del movimento femminista aiuta a trasformare la canzone italiana ben oltre l’esistenza del movimento stesso. Abbiamo detto che negli anni Sessanta, il corpo aveva fatto irruzione nella Canzone con la musica, con i suoi

nuovi ritmi, i suoi riti collettivi, la fisicità molto sensuale delle “sciantose”. Con gli anni Settanta, anche la parola si

libera dei tabù della vecchia Italia; la presa di coscienza delle donne, la spiegazione e l’esplorazione della loro condizione socio-politica e della loro condizione sessuale, gioca un ruolo centrale in questo processo. Il linguaggio è cam-

biato, per le donne, ma anche per gli uomini. Anche la vecchia retorica amorosa che continua a riprodursi a Sanremo ed altrove dovrà integrare nella sua lingua un certo numero di nuovi elementi; la “rappresentazione” dell’amore non può essere la stessa, dopo la canzone femminista. Questa canzone fornisce un buon esempio di passaggio graduale da

un linguaggio vuoto, “in-significante”, ad un linguaggio pieno, “significante”, perché abbraccia un campo più ampio ‘95) Titolo di un disco di Giorgio Gaber, Sexus et politica, “canzoni satiriche su testi di poeti latini 4 antichi, sul sesso e la politica”, con musica di Virgilio Savona, Scacco Matto, 819 7000 (1971). Ma il titolo è solo sul libretto: la copertina del disco porta come titolo “Dove andate” e il sottotitolo! (96) Vedi Le canzoni degli anni ‘ 20, testi e spartiti, Ricordi, 1985. 5 (97) ) E. De Angelis, Canzone d’autore e sesso (29-07-1975), in: Mario De Luigi, Cultura e canzonette, 6 Gammalibri, Milano, 1980, pp. 87-106. Vedere anche la “psicanalisi” dei testi scritta da Emilio Iona in Le canzoni della cattiva coscienza.

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e più profondo di significati, perché in termini banali, riscopre la “realtà” che la canzone aveva “dimenticata”, come

diceva una canzone degli anni Sessanta, un rock lento dove un padre chiede perdono a sua figlia per averle insegnato soltanto un mondo irreale : « Ascolta E’ il tuo papà che ti parla, son io che ti ho dato la vita, ti ho promesso le cose più belle... [...] Umilmente, ti chiedo perdono, se le stelle non sono d’argento, se ti ho solo parlato d’amore, se ti ho solo parlato di fate, e parlando, scordai la realtà ».

(Umilmente, ti chiedo perdono, testo: Musy e Rossi, Musica: E. Vianello, in: Le più belle canzoni di mezzo secolo, op. cit., vol. 5, p. 454).

Infatti, non si trattava di “oblio”, ma di ripetizione passiva di un numero limitato di parole e suoni organizzato se-

condo gli stessi moduli inventati da decenni; nello stesso modo, si tratta meno nella canzone femminista, di una “ri-

scoperta” della realtà, – come se all’improvviso si lacerasse un velo di nebbia – che di una “riconquista” della realtà da un altro taglio e un’altra organizzazione dei materiali sonori, verbali e musicali, facendo sentire una voce nuova, offrendo un’altra immagine della realtà della donna, rompendo gli “occhiali “ di miopi delle ideologie di destra (la donna-madre) o di sinistra (la donna-compagna).

Un linguaggio nuovo sulla donna può ora essere usato da alcuni uomini. Un esempio significativo è quello di Gianni

Siviero, un cantautore di Torino del 1970, in uno dei dischi più belli in questo periodo, poco sostenuto dalla critica : Son sempre io la donna, interpretato dalla giovane cantante di cabaret Dania Colombo, nota come Dania, che il Dizionario della canzone nemmeno cita. Il disco, pubblicato nel 1974 dalle Produzioni d’Essai, distribuito da Vedette Records, era però una riuscita completa : oltre ai testi e alle musiche di Siviero e alla voce di Dania, vedeva riuniti

Virgilio Savona, molto apprezzato come membro del Quartetto Cetra, che aveva curato gli arrangiamenti, suonava alle tastiere e faceva il direttore d’orchestra, dei musicisti noti come Tullio De Piscopo (batteria), Alberto Leone (Oboe), Marco Ratti (basso), Andrea Sacchi (chitarra); la copertina era di Mario De Luigi jr., un altro personaggio noto della canzone italiana, cantautore e critico di Musica e Dischi, autore qui di un testo intelligente di presentazione; la copertina del disco includeva il testo di tutte le canzoni.

Più che dieci brani separati, il disco offre un insieme coerente (quello che veniva chiamato un “concept album”) che offre una vista mozzafiato della vita di una donna, i rimpianti di una madre che si è sbagliata nell’educazione di sua

figlia (Cosa vuoi ti dica), i ricordi degl amori di bambini nel cortile di una vecchia casa a tre piani, in fondo a una strada perduta (Ricordi di gesso), la delusione di una prima notte d’amore, dopo anni di “resistenza”, durante le quali

non ha imparato “a tenere un uomo sveglio” (E l’ho sognato tanto), la costatazione amara che la donna “liberata” è

ancora più ridotta allo stato di oggetto sessuale (So già), l’analisi lucida della difficile comunicazione con l’uomo che

ama (Un giro di danza, Stasera no), la tenerezza che si prova ancora per lui anche se lui s’innamore di un’altra (Perché, amore mio) la possibilità anche di relazioni più ricche che illuminano di nuovo il mondo di due esseri tristi che non condividono la frivolezza di altri (Ed eravamo lì), o anche la crudele ironia della donna che scopre che quello che

ama “come un cane” forse non lo merita (Stupore) e infine Son sempre io che tenta di sintetizzare le contraddizioni della donna moderna.

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Gianni Siviero utilizza una metrica molto classica, l’endecasillabo : « C’era una volta e forse esiste ancora un cortiletto di piastrelle grigie dietro una vecchia casa di tre piani [...] chissà che fine ha fato il ragazzino che allor credeva d’esser mio marito ? Eppure abbiamo pianto tutti e due quando ha cambiato casa e se n’è andato » (Ricordi di gesso) o l’endecasillabo alternato con il settenarioma « Ed era lì in un angolo, sembrava cosa messa ormai da parte. Ed era lì da solo, aveva occhi ricolmi di tristezza ».(Ed eravamo lì)

ma il verso più spesso usato è il settenario, del quale Siviero sa fare variare le forme (tronco: “Senti stasera no.”, piano : “Ed era li seduto”, sdrucciolo : “Ed eri lì bellissima”) e ritmi, come in So già : « So già che questa sera ïambico : u - u - u - u ïambico : u - u - u - u quando uscirò con te dattilico-trocaïco : - uu - u dattilico-trocaïco : - uu - u Mi dirai che sto bene anapestico : uu - uu - u anapestico : uu - uu - u Vestita in questo modo ïambico : u - u - u -u ïambico : u - u - u -u andremo in un locale ïambico : u - u - u -u ïambico : u - u - u -u dove sei conosciuto trocaïco-dattilico : - u - uu - u trocaïco-dattilico : - u - uu - u Farai in modo che entrando anapestico : uu - uu - u anapestico : uu - uu - u si accorgano di te ». ïambico : u - u - u – ïambico : u - u - u – Farai in modo che entrando anapestico : uu - uu - u si accorgano di te ». ïambico : u - u - u

Il verso tronco è usato con discrezione, un po’ come da Gino Paoli, limitato a poche parole: “me”, “te”, “tre”, “tu”, “più”, “così”, “un po’’”, “fa”, mai per un motivo esterno al ritmo, ma per dire qualcosa d’importante : « Senti stasera no [...] Ti prego parla un po’ con me Ti prego parla un po’ Ti prego parla un po’ » (début et fin de Stasera no)

I versi sono liberi, la rima è eccezionale, evidenziando un concetto chiave : « Tu sei il mio padrone Ti amo mio signore Vivo di devozione Crepo di fedeltà facendoti il maglione » (Stupore)

La lingua è semplice, utilizza le parole della lingua parlata quotidiana, quelle che segnano l’universo della casalinga

(“tavolo”, “credenza”, “casa”, “far la calza”...), quelle dell’uomo (l’auto : Stupore; il ristorante: So già...): due mon-

di che hanno gran pena per incontrarsi in un modo altro che una sessualità brutale e sbrigativa alla quale fa seguito l’indifferenza dell’uomo : « Sento solo due mani che cercano qualcosa come dentro a un cassetto il terzo del comò.

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Senti stasera no sta fermo con le mani Io non ne posso più di farmi adoperare » (Stasera no)

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« Quando alla sera chiudi sportelli finestrini scendi dall’auto e sali sali sopra di me » (Stupore) « Mi chiedo se valeva la pena di aspettare tanto per arrivare su un letto consacrato con gli occhi spalancati piantati in una schiena che russa qui al mio fianco » (E l’ho sognato tanto)

Ciò che colpisce nella lingua di Siviero, è l’assenza di retorica, che è rinuncia al discorso ideologico. Non che il testo sia ideologicamente neutrale; i temi comuni dei dibattiti del tempo sono esposti qua e là, il matrimonio-prostituzione : « Nessuno mi ha spiegato che fare la puttana scegliendosi il cliente non è prostituzione » (E l’ho sognato tanto) L’»emancipazione» della donna che non fa altro che renderla sessualmente più disponibile : « So già che questa notte quando tornando a casa attaccherai col solito stupido discorsetto dell’emancipazione l’assenza di complessi ne sentirò salire migliaia dentro me » (So già)

Ma queste fuggitive allusioni «politiche» s’inseriscono in una sorta di monologo interiore che tenta di ricomporre la

sequenza di immagini che disegnano la vita quotidiana di una donna, in un viaggio quasi cinematografico di impressioni visive e di movimenti»: « Arrivi a casa Mi guardi appena Cosa si mangia Prendi a mangiare Leggi il giornale Guardi la tele Io lavo i piatti e poi resto lì E resto lì E resto lì Aspetto che finisca anche il telegiornale Ti alzi e ti stiracchi Ti avvii verso la stanza

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Ti seguo lentamente Spengo tutte le luci Raccolgo i tuoi calzoni Mi sdraio accanto a te » (Stasera no)

È da questa partecipazione attenta ai piccoli gesti che compongono l’esistenza di ogni giorno che sorge il desiderio di altro, la richiesta di comunicazione : « Cerca di ricordare Le carezze leggere di un tempo ormai lontano Ti prego parla un po’ » (id.) o la presa di coscienza : « Mi chiedi se ti amo Ma certo che ti amo Ti viene forse il dubbio che mi possa stancare Mi chiedi se ti amo per ora t’amo ancora Però me ne stupisco Almeno quanto te » (Stupore)

La musica trasforma questi testi in un piccolo libretto d’opera lirica, incorniciato da un prologo, che inizia con un’aria di canzone infantile suonata al pianoforte (dalla bambina della copertina), e un epilogo che chiude il disco da una meditazione con pianoforte ed archi. Tra i due, un seguito di «arie», di melodie e ritmi vari che mettono il testo in

evidenza o creano con il contrasto un distanziamento che rafforza l’aspetto teatrale. Ad esempio, Un giro di danza è accompagnato da un motivo al pianoforte, che diventa un valzer-giaava, suonata su un pianoforte di baracca, quando il personaggio evoca l’aria che lei cantava una volta : « Ed il ricordo Galleggia piano sopra un motivo che a volte cantavo Non so più il titolo o chi era il cantante So solo che faceva così »

E lei danza tristemente urtando il buffet («sono ingrassata un po’ ‘“!) ripensando al tempo nel quale lei andava a

ballare con colui che l’ha appena lasciata sbattendo la porta. E l’ho sognato tanto accentua ancora la delusione con un’aria di gusto classico con accompagnamento di clavicembalo, che contrasta con la brutalità della conclusione (“Nessuno mi ha spiegato / che fare la puttana...”) . In Stasera no è l’oboe che segna le espressioni-chiave, “il terzo del comò”, “parla un po’ “ ecc., mentre un fischio virile scandisce gli “Arrivi a casa”. La dichiarazione del Perché

amore mio è leggermente accompagnata dalla batteria che ha il ritmo di un cuore sconvolto che batterebbe più velocemente di quanto merita questo marito infedele. La confessione della madre che ha sbagliato l’educazione della figlia

credendo di fare bene (Cosa vuoi che ti dica) è invece su un ritmo rock inaspettato, che introduce la realtà della figlia

nel discorso della madre, che non l’aveva capita. So già è un valzer lento che accelera gradualmente, alla fine il tono si alza, i tempi forti sono scanditi violentemente sul finale “Perché non so trovare / che gente come te”.

Più che canzoni, Son sempre io la donna è una breve Opera della donna, che potrebbe facilmente essere messa in scena.

Ma Gianni Siviero non è l’unico “cantautore” ad avere saputo parlare della donna in un modo nuovo. In Piccola sto-

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ria ignobile7(98), Guccini scrive uno dei testi più forti mai pubblicati sull’ aborto, una lunga ballata di sette strofe di

cui dice: “È una canzone sull’aborto. Ci ho pensato a lungo, avevo paura di dire cose che non erano giuste, e allora invece di inventare un tema e una storia, ho raccolto diverse storie che mi sono state raccontate8(99) cercando di di-

segnare una storia tipica, esemplare”. Guccini taglia così il reale per ricomporlo in un’immagine che dice il trauma dell’aborto clandestino, nelle suoi dimensioni sociali e psicologiche senza rinunciare alla polemica contro i giornali

che non s’interessano a queste piccole storie banali, contro gli autori di canzoni (non merita “una musica o alcuni testi con un po’ di rime”) e contro i “politici” che hanno altre cose da pensare : Ma che piccola storia ignobile mi tocca raccontare, così solita e banale come tante, che non merita nemmeno due colonne su un giornale, o una musica o parole un po’ rimate. Che non merita nemmeno l’attenzione della gente; quante cose più importanti hanno da fare! Se tu te le sei voluta, a loro non importa niente, te l’avevan detto che finivi male. Ma se tuo padre sapesse quale è stata la tua colpa rimarrebbe sopraffato dal dolore. Uno che poteva dire « Guardo tutti a testa alta » immaginasse appena il disonore. Lui che quando tu sei nata mise via quella bottiglia per aprirla il giorno del tuo matrimonio. Ti sognava laureata, era fiero di sua figlia; se solo immaginasse la vergogna. E pensare a quel che ha fatto per la tua educazione : buone scuole, e poca giusta compagnia, allevata nei valori di famiglia e religione, di ubbidienza, castità e di cortesia; dimmi allora quel che hai fatto, chi te l’ha mai messo in testa? O dimmi dove e quando l’hai imparato? Che non hai mai visto in casa una cosa men che onesta e di certe cose non si è mai parlato. E tua madre, che da madre qualche cosa l’ha intuita e sa leggere, da madre, ogni tuo sguardo; devi chiederle perdono, dire che ti sei pentita che hai capito, e che disprezzi quel tuo sbaglio. Però come farai a dirle che nessuno ti ha costretta, o dirle che provavi anche piacere; questo non potrà capirlo, perché lei da donna onesta l’ha fatto quasi sempre per dovere. E di lui non dire male, sei anche stata fortunata, in questi casi, sai lo fanno in molti. Sì, lo so, quando lo hai detto, come si usa ti ha lasciata

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Francesco Guccini, Via Paolo Fabbri 43, EMI, febbraio 1976 Leon-Battista Alberti consigliava allo scultore di riunire le ragazze più belle della città e di comporre la sua statua ispirandosi alla mano di una, alla gamba di un’altra, al naso di una terza, ecc.

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ma ti ha trovato l’indirizzo e i soldi. Poi ha ragione, non potevi dimostrare che era suo e poi non sei neanche minorenne ed allora questo sbaglio è stato proprio tutto tuo, noi non siamo perseguibili per legge. E così ti sei trovata come a un tavolo di marmo desiderando quasi di morire. Presa come un animale macellato, stavi urlando, ma quasi l’urlo non sapeva uscire. E così ti sei trovata fra paure e fra rimorsi, davvero sola fra le mani altrui. Che pensavi nel sentire nella carne tua quei morsi di tuo padre, di tua madre e anche di lui? Ma che piccola storia ignobile sei venuta a raccontarmi, non vedo proprio cosa posso fare. Dirti qualche frase usata per provare a consolarti, o dirti è fatta, ormai non ci pensare. E’ una cosa che non serve a una canzone di successo, non vale due colonne su un giornale; se tu te la sei voluta cosa vuoi mai farci adesso, e i politici han ben altro a cui pensare.

Non solo Guccini riprende per la sua «piccola storia ignobile” il ritmo dell’ottava della poesia narrativa, ma amplifica con un’ alternanza di endecasillabi (o di alessandrini) e doppi ottonari; i personaggi diventano allora gli “anti-eroi”

di una moderna epopea dove la poesia concilia la verità storica contemporanea e l’invenzione poetica. La storia si concentra a lungo sul padre (due strofe), la madre, l’amante e l’eroina che urla “sul tavolo di marmo” il suo dolore e la sua solitudine. Ogni dettaglio tocca, rivelando il funzionamento di una famiglia benpensante della piccola bor-

ghesia cattolica italiana; ogni strofa termina con un punto polemico che illustra un’ipocrisia sociale (“di certe cose non si è mai parlato”), un meccanismo di alienazione (Come potrai mai dire a tua madre “Che provavi anche piacere / questo non potrà capirlo, perché lei da donna onesta / l’ha fatto quasi sempre per dovere”) o d’oppressione (“noi

non siamo perseguibili per legge”: la colpa è sempre quella della donna), un disfunzionamento della società politica (“i politici han ben altro a cui pensare”). Nessuno slogan, nessuna rivendicazione : Guccini mostra la realtà attraverso un’imponente massa di piccoli dettagli, mescola la commozione e l’ironia con ancora più efficienza perché non “contesta”: dice cose dall’ interno, dà lezioni all’eroina/vittima, le spiega le aspirazioni di suo padre per lei (la laurea,

il matrimonio, l’onore), sembra giustificare l’atteggiamento dell’amante (lui si è comportato secondo lo standard, lui è anche stato onesto : ti ha trovato il denaro e l’indirizzo per l’aborto), e rinvia la ragazza a se stessa (“tu te la sei

voluta”). L’apparente adesione alla ragione sociale fa scoppiare sorprendentemente l’assurdità della situazione legale e del conformismo morale (“Te l’avevamo detto”). Quando Guccini sceglie la rima (ma questo soggetto “ignobile” merita rima?), è sempre per esprimere qualcosa, dare un senso : “gente” rima con “niente” (questa gente che si dà

importanza non è niente), “dolore” con “disonore” e “educazione” con “religione”, “piacere” con “dovere” ma con ironia, “matrimonio” si trova in una consonanza ambigua con “vergogna”, mentre “figlia” fa rima con “bottiglia”

(che si è fatta riempire e si farà svuotare !), “costretta” contrasta con “onesta”, “giornale” è in assonanza con “pensare” (i giornali – i giornalisti - pensano?) e “soldi” con “molti” (A cosa pensa la maggior parte della gente, se non

ai soldi?). Così, mentre gli Autonomi si stancano ad interrompere i concerti, la Canzone si afferma con una forza

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inaudita come una forma d’arte, che incorpora la motivazione etica inclusa nella lotta rivoluzionaria, ma la rende universale tramite la creazione di un nuovo linguaggio poetico e musicale, facendo della canzone una fonte e un veicolo di cultura senza eguali. Un altro esempio è quello di Piccola donna, spesso attribuita al Canzoniere Popolare Veneto o a Luisa Ronchini, che l’interpretava, ma che in realtà è di Gualtiero Berteli; la canzone utilizzava, femminilizzandolo, il tema trattato da Paolo Ciarchi in Piccolo uomo : Io mi interesso di politica, penso ai problemi sociali, son per l’estreme sinistra, e come donna io lotto anzi ancora più in là. per cambiare la società voglio il divorzio al più presto Faccio il picchetto e lo sciopero meglio il non-matrimonio, con le compagne di lavoro vado in piazza, se è il caso, a gridare la libertà. Ma gli uomini mi guardano e dicono: «Dov’è la sua femminilità?» perché una donna deve essere l’angelo del focolare, la moglie affettuosa, legata per la vita, la cuoca sopraffina, avere i piatti da lavare, il figli da salvaguardare, camicie da stirare, i letti da rifare, bottoni da attaccare, e soprattutto... non pensare. Lui, il marito, è comunista, sposato in chiesa, comunque, lei è di certo qualunquista, come vuole la società. Ma i bambini battezzati, E i bambini li educhiamo teneramente cresimati, alla sera dopo cena tutto quanto è regolare, esser madri è un diritto che esemplare, da imitare... paghiamo con fatica. Quando vado a lavarmi i capelli, dalle teste bagnate ricavo l’esatta, paurosa misura di quello che noi donne siamo, di come gli uomini ci vogliono Leggo riviste: modelli. Parlo con una: il moroso. Ritento con l’altra: il golfino. E lo sciopero, e la fame, la Grecia, il Vietnam? Mi guardano allibite e dicono: «Il Vietnam? e che cos’è il Vietnam ? scherziamo: anche qui dal parrucchiere? sì, mancherebbe altro che si facesse della politica! Queste cose da uomini sono! Voi forse non sapete che la donna dev’essere l’angelo del focolare...».

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È divertente notare su questa canzone, un esempio di “censura” praticata non dal potere ma dall’UDI, che ha prodotto

una nuova versione della canzone cantata dal Canzoniere delle Lame: Piccola donna diventa Io mi interesso di poli-

tica, e il testo è adattato all’ortodossia comunista su questa questione. Indichiamo le principali modifiche introdotte nella colonna di destra.

Ma se la canzone femminista ha cambiato il linguaggio degli uomini - Siviero e Guccini sono solo due esempi-, essa ha sopratutto liberato quello delle donne. La seconda metà degli anni settanta e gli anni ottanta sono stati caratterizzati dalla comparsa di “cantautrici” di grande talento. Le donne continuano ad essere grandi interpreti, ma sono anche

“autori-compositori”. La storia è in corso, resta da scriverla e si vedrà quindi la sua importanza nell’affermazione della Forma-Canzone. Il Club Tenco di Verona ha cominciato a scrivere questa storia nel suo Festival annuale della canzone d’autore al femminile, che dal 1988 ha fatto sentire nel Teatro romano Alice, Grazia De Marchi, Lucia Poli,

Maria Carta, Teresa De Sio, Rosanna Ruffini, Raffaella De Vita, Grazia Di Michele,. Fiorella Mannoia, Rossana Casale, Mariella Nava, Paola Turci, Ornella Vanoni, Giovanna Marini, Mia Martini, Aida Satta Flores, Concetta Barra,

Gigliola Cinquetti, Conella Del Monaco, Sabina Guzzanti, Milva, Nina Simone, Pietra Montecorvino, Dodi Moscati... Alcuni nomi mancano ancora al palmares del Club Tenco : Ombretta Colli, Giuni Russo, Delia Gualtiero, Roberta d’Angelo, Isa e soprattutto la personalità di Gianna Nannini (Siena, 1956- ), una delle più grandi voci femminili del

nostro tempo, scrittrice, compositrice, interprete, che aiuta a reinventare la poesia dell’amore e della sessualità; in un linguaggio diretto molto raffinato, canta con la sua voce artificialmente rauca (emessa dal diaframma, respiro impa-

rato in un corso di karaté) e su un rock melodico molto italiano il piacere dei corpi nel sudore, “belli e impossibili”, la seduzione, l’abbraccio, come pure la gelosia così come l’auto-erotismo; nella canzone, la donna era un corpo esposto

per il piacere degli uomini, ora canta il piacere del proprio corpo, con o senza gli uomini. America e Profumo sono i manifesti di una nuova arte poetica :

AMERICA Cercherò mi sono sempre detta cercherò troverai, mi hanno sempre detto troverai per oggi sto con me, mi basta e nessuno mi vede ed ognuno ha il suo corpo a cui sa cosa chiedere chiedere chiedere chiedere FAMMI SOGNARE lei si morde la bocca e si sente l’America FAMMI VOLARE lui allunga la mano e si tocca l’America FAMMI L’AMORE forte sempre più forte come fosse l’America FAMMI L’AMORE forte sempre più forte ed io sono l’America Cercherò mi hanno sempre detto cercherò e troverò ora che ti accarezzo, troverò ma quanta fantasia ci vuole per sentirsi in due quando ognuno è da sempre nella sua solidudine e regala il suo corpo ma non sa cosa chiedere chiedere chiedere chiedere FAMMI VOLARE lei le mani sui fianchi comme fosse l’America FAMMI SOGNARE lui che scende e che sale e si sente l’America FAMMI L’AMORE lei che pensa ad un altro e si inventa l’America FAMMI L’AMORE forte sempre più forte ed io sono l’America9(100)(100) Gianna Nannini, America, nel LP California., testi e musica di Gianna Nannini, Ricordi, 9 0065014, 1979. L’argomento della masturbazione arrivò anche al Festival di Sanremo nel 1981 con Caffè

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PROFUMO Nasce l’alba su di me Mi lascio andare al tuo respiro E mi accompagno coi ritmi tuoi Ti sento in giro ma dove sei con tutte quelle essenze che ti dai Non so chi sei non sudi mai sei sempre più lontano Voglio il tuo profumo Voglio il tuo profumo Voglio il tuo profumo Dammi tutto il tuo sapore No ti prego no non ti asciugare se nella notte hai ancora un brivido animale Sai di vento sai di te Sulla tua pelle addormentata E mi accarezzo coi vestiti tuoi Ti sento addosso ma dove sei Nella mia stanza calda ci sei tu Stringimi ancora un po’ di più di più di più la mano Voglio il tuo profumo Dammi tutto il tuo sapore No ti prego non ti insaponare Se nella notte hai ancora un brivido animale Voglio il tuo profumo Dammi tutto il tuo sapore No ti prego non ti insaponare Se nella notte hai ancora un brivido animale Voglio il tuo profumo Tutto il tuo profumo Voglio il tuo profumo Tutto il tuo profumo ».10(101) La canzone offre una delle più belle testimonianze che l’Italia inizia a entrare da quegli anni in quello che fu chiamato “il tempo delle donne”. Si dice anche che è “il tempo di musica”...11(102). Jean Guichard (Traduction italienne : Sophie Pornet) ❖

nero bollente, (Cavallo De Cola) cantata da Fiorella Mannoia (“Da sola sul letto mi abbraccio mi cucco [...] perché non ho bisogno delle tue mani / Mi basto sola...”). Lucio Dalla nel 1977 l’aveva affrontato in Disperato erotico stomp (disco: Com’è profondo il mare, RCA): “ Ho chiuso un poco gli occhi e con dolcezza è partita la mia mano “. (101) Gianna Nannini, Profumo, Testo: G. Nannini et Fabio Pianigiani, Musica: G. Nannini, in: G. Nannini, Profumo, 10 Ricordi (1986).

(102) Vedi Histoire des femmes en Occident, sotto la direzione di Georges Duby e Michelle Perrot (5 11 vol.), Paris, Plon, 1991; G. Borgna, Il tempo della musica, op. cit.

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Recensioni

Ciatuzza - Tant’amuri r’unni veni

Autoproduzione (Assessorato ai Beni Culturali della Regione Sicilia e Rete Italiana di Cultura Popolare) 2012

Da quando l’etichetta Cielozero Teatro del Sole ha chiuso i battenti, il panorama folk siciliano ha avuto qualche difficoltà ad emergere in ambito nazionale, e siamo ben felici che gli artisti più motivati e brillanti come la nostra Ciatuzza (Giada Salerno) riescano a farsi produrre un compact di tale bellezza. Davvero un’opera straordinaria, come giustamente sottolinea la stessa Ciatuzza nella lettera di presentazione. I “canti d’amore, di dolore e di speranza del popolo in Sicilia” vengono rappresentati nel migliore dei modi con la dolce voce della protagonista, che si accompagna con chitarra e castagnette, poi il tamburello, marranzano e tombak di Fabio Tricomi e la chitarra, mandolino e voce di Stefano Torre completano la formazione. Ben 27 brani tutti molto brevi ma estremamente dolci e intrisi di sentimento “forte”, lasciano il segno e alla fine il disco si beve tutto d’un fiato e concede la soddisfazione di un bicchiere d’acqua fresca in estate. Tanta semplicità tradotta in un lavoro di enorme spessore culturale capace di dare emozioni non solo epidermiche... Da sottolineare che trattasi per la maggior parte di canti inediti raccolti da etnografi tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del ventesimo secolo e composti da anonime donne del popolo. Un applauso per il trio di Ciatuzza da parte di Lineatrad. Per tutti gli interessati che volessero una copia del disco, rivolgersi a Ciatuzza (gsalerno@gmail.com oppure ciatuzzamusic@gmail.com)

Edaq - Dalla parte del cervo Autoproduzione 2012

Tutti i musicisti di questa formazione provengono da esperienze artistiche di grande importanza e questa è garanzia di qualità ed estrosità prima ancora di mettere il disco sul piatto. Francesco Busso: ghirondista elettro-acustico dall’approccio non convenzionale, Gabriele Ferrero: violino tradizionale occitano e francese, Flavio Giacchero: stile tradizionale alle cornamuse tra Piemonte e Francia, free jazz creativo e non meglio definibile al clarinetto basso, Enrico Negro: chitarrista acustico e classico, Finger style, Stefano Risso: contrabbassista e compositore, a cavallo tra jazz, avanguardia ed elettronica. Questo è il loro biglietto da visita. Musica da danza e da ascolto dove il denominatore comune un “non comune” senso di estrosa improvvisazione che sorprende l’ascoltatore ad ogni nota. Pur trattandosi di brani dall’inconfondibile cadenza trad, si prova un senso di esaltazione e un forte stimolo “motorio” ascoltando il disco. Loro fanno parte del progetto TradAlp e possiamo tran-

quillamente considerarli come gruppo di punta del nuovo movimento folk-sperimentale dell’area franco-piemontese occitanoprovenzale. La fantasia andrà al potere! Per tutte le doverose info: www.edaq.it

Tradalp - Tradalp Folkclub 2012

Eccoci al pezzo forte, l’orchestra trad piemontese per antonomasia, formata dai migliori esecutori dell’area in un progetto che si spera duraturo, e che comunque ha già fatto parlare i media (Lineatrad compreso) nei mesi passati. Un progetto molto ambizioso, e ha tutto il diritto di esserlo, dove nulla è lasciato al caso. Veniamo subito a raccontare il disco in questione: intenso, sussurrato e delicato, ove ognuno fa la sua parte lasciando un’impronta di professionalità. Non esiste l’onda sonora ad elevato numero di decibel prodotta da molte orchestre numerose il cui unico scopo è stordire l’ascoltatore, bensì la meticolosa ricercatezza dell’abbellimento stilistico prodotto dal duettare di due-tre strumenti in un incessante e continuo dialogo con tutti gli altri del numeroso ensemble. Come dicevamo prima, non si assiste ad un muro del suono in cui è difficile capire quali strumenti vengono usati... qui tutto è solare, frequenti gli assolo, tante emozioni, la tradizione occitana fa capolino di tanto in tanto, qualche ritmo moderno, tanta abilità e perfezione. Non riusciamo a ricordare un lavoro di orchestrazione così originale da parecchio tempo a questa parte. ARRANGIAMENTI, DIREZIONE: Christian Thoma - oboe VOCI: Liliana Bertolo, Pierluigi Ubaldi FIATI: Mathieu Aymonod: ocarine, piffero Simone Boglia: flauti, piffero Vincent Boniface: clarinetto, sax soprano, flauti, cornamuse Paolo Dall’Ara: flauti, cornamuse, tarota Flavio Giacchero: flauti, cornamuse, clarinetto basso VIOLINI: Remy Boniface, Nicolò Bottasso, Gabriele Ferrero, Giulia Marra GHIRONDE: Fernando Raimondo, Caroline Tallone ORGANETTI, FISARMONICA, SEMITOUN: Ilio Amisano, Sandro Boniface, Simone Bottasso, Silvio Peron CHITARRE: Francesco Motta, Enrico Negro CONTRABBASSO: Stefano Risso PERCUSSIONI, BATTERIA: Matteo Cosentino, Luciano Molinari

Sono sicuro che ci riserveranno molte sorprese in futuro, e sicuramente li vedremo impegnati su palcoscenici di grande prestigio. Loro se lo meritano, loro si chiamano Tradalp! Management e tutte le info su www.grand-mere.it.

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Recensioni

Beltuner - Tout simplement Autoproduzione 2012

I Beltuner sono un gruppo parigino fondato nel 2001 da quattro musicisti eclettici e un po’ stravaganti. Questa nuova produzione, che come i due lavori precedenti non ha un vero nome, festeggia dieci anni di attività musicale. Loro sono autentici giramondo e dovunque si esibiscono sono capaci di produrre spettacoli di diverse ore senza interruzione. La loro musica sconfina dal jazz alla musette, dal folk al classico, swing a tutto tondo, con grande vigore, convinzione, sanno trascinarti nel loro mondo decadente fatto di crude sensazioni, di tenere provocazioni ed energiche vibrazioni: il loro innato istinto di animali da strada e da palcoscenico sa perfettamente come catturare l’attenzione ed ammaliare lo spettatore. I nostri sono Johann Riche alla fisarmonica; Pascal Muller alla chitarra; Jeremie Tordjman al violino e infine Nicolas Pautras al contrabasso. Potete avere loro notizie consultando il loro sito www.beltuner.com oppure il loro agente in Italia, Gigi Bresciani: www.geomusic.it

Blair Dunlop - Blight & Blossom Rooksmere records 2012

Siamo orgogliosi di presentare in anteprima il disco d’esordio di questo giovane talentuoso musicista, recentemente in tournee in Italia, che ha raccolto premi e consensi da tutta la critica specializzata. Il suo talento lo ha portato l’anno scorso a dedicarsi alla musica a tempo pieno, con memorabili performance nei più celebrati festival anglosassoni fino ad “accasarsi” in una delle folk band più celebrate: l’Albion Band, con un indiscutibile successo personale. Nel mese di febbraio 2012 Blair è stato finalista nel Premio Giovani Folk BBC. Nella primavera di quest’anno è stato in tour con la Albion Band e si esibisce da solista nel Regno Unito e in Italia. Alle prese con la chitarra, con la sua calda voce, ha davvero tanto da dare all’ascoltatore. Le sue ballate sono lunghe e appassionate. Ben undici i titoli in programma, tutti equalmente validi e trascinanti per un disco che ha le carte in regola per diventare una piccola pietra miliare di una carriera artistica che si annuncia già predestinata al successo. Lo attendiamo nuovamente in Italia, tramite la Geomusic, se i suoi tanti concerti per il mondo e l’Albion Band lo permetteranno... e l’attesa rischia di essere lunga. Non resta che consolarci prenotando questo disco prodotto dalla piccola etichetta Rooksmere, prima che diventi un pezzo da collezionisti. Sul suo sito altre info: http://blairdunlop.com

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Emil Ernebro - Handmade Autoproduzione 2012

Emil è un giovane chitarrista svedese che ha avuto una svolta quando ha sentito Tommy Emmanuel per la prima volta. Dopo aver ascoltato il modo unico di Tommy di suonare la chitarra fingerstyle, Emil è stato completamente sopraffatto. Da quel giorno Emil ha dedicato tutta la sua attenzione per saperne di più sulla chitarra fingerstyle. Durante la sua ricerca ha scoperto altri chitarristi del calibro di Jerry Reed, Chet Atkins, Merle Travis, Doyle Dykes, Richard Smith, Pete Huttlinger e Jim Nichols. Dopo aver terminato la scuola superiore in Svezia, Emil si trasferisce negli Stati Uniti per studiare musica con intenzione di approfondire la tecnica sulla chitarra presso il rinomato Musicians Institute di Los Angeles. Questa sua dedizione gli ha permesso di incidere questo compact di valore dove ha modo di dar sfogo a tutte le sue velleità chitarristiche. Una prova interessante e pulita, senza gridare al miracolo noi lo ascoltiamo volentieri e lo attendiamo a prove più significative in cui magari potrà cimentarsi su composizioni di suo pugno piuttosto che su intramontabili classici. Un bravo comunque se lo merita davvero per la sua grinta. Altre info sul suo sito: http://emilernebro.com.


Eventi Una ventata di ottimismo in un periodo di crisi globale: questo è il Womex giunto alla diciasettesima edizione

WOMEX 2012 IN GRECIA

Cosa dicono del Womex

acquirenti reali che si traducono in tour. Grazie WOMEX"

Heidi Fleming (Canada), Presidente, FAMGroup

"Il più importante mercato internazionale professionale di world music di ogni genere. Questa fiera internazionale riunisce professionisti provenienti dal mondo del folk, radici etniche e musica tradizionale e include anche concerti, conferenze e film documentari. Essa contribuisce alla rete come un mezzo efficace per promuovere la musica e la cultura di tutti i generi superando le frontiere. "

"Una grande occasione per promuovere i festival nel mondo, di persona sono tornato in Tanzania con un sacco di nuove idee e contatti! Completamente carica" Rosie Carter (Tanzania), Aiuto regista, Promozioni Busara

"Organizzazione molto buona, un sacco di informazioni utili, contatti e buona musica. Suono di qualità!"

UNESCO Alleanza globale per la diversità culturale

Natalia Ulanova (Federazione Russa), direttore "Voice of Nomads" Festival

"WOMEX mette in mostra le ultime bande e il più fresco talento nella musica del mondo [...]."

BBC Radio 3

"Il 2011 è stata la mia prima presenza al WOMEX dopo essere stato nel mondo della musica da oltre 15 anni. Ed io ancora mi prenderei a schiaffi per non esserci venuto prima! Affascinante, arricchente, ben organizzato e divertente! Torneremo ..." Amy Blackman (USA), Cookman MGMT (Ozomatli, MIS, Money Mark)

“Womex è ed è sempre stato il più importante evento musicale mondiale del settore. Più che una conferenza standard del settore, si tratta di una riunione delle menti di coloro che plasmano il settore in quello che è oggi. Womex è una fonte di ispirazione e di energia che mi carica per l’intero anno a venire, e mi motiva a continuare a perseguire questa nicchia unica del settore della musica che amo

Boban and Marko Markovic Orchestra

così tanto, soprattutto nei periodo di crisi economica che tutti noi affrontiamo è molto più di una semplice rete, è un comunità, una famiglia. Non vedo l’ora di partecipare al Womex ogni anno come non vedo l’ora di tornare a casa dopo un lungo viaggio.” Allie Silver (USA / Argentina), Assistant Manager, Records ZZK

"Ottima la possibilità di essere informati sulle tendenze nella musica mondiale, soprattutto le vetrine sono molto utili e interessanti." Orests Silabriedis (Lettonia), Editor-in-chief, Muzikas Saule

"WOMEX è stato il pedale di avviamento per alcuni dei miei gruppi e come una vetrina si trovano gli

"WOMEX è il raduno più importante per i professionisti del settore della musica della tradizione e in tutto il mondo della musica contaminata!"

Dmitri Vietze (USA), fondatore www.rockpaperscissors.biz

"Womex (World Music Expo) è per la musica come il Festival di Cannes è per il cinema."

WDR Funkhaus Europa (Germania)

I numeri del Womex In 17 edizioni WOMEX è cresciuta fino a ... 2.250 delegati e 1.250 aziende provenienti da 98 paesi. 700 concerti e bookers festival. 500 etichette, editori e distributori. 600 dirigenti e 250 produttori. 300 giornalisti nazionali e internazionali, tra cui 130 emittenti ra-

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Eventi

Divanhana, Sarajevo

diofoniche. Una Fiera vivace con 270 stand e 700 aziende espositrici provenienti da 68 paesi, tra cui numerosi stand di paesi, regioni, reti e altre strutture di jointventure. 60 vetrine con 320 artisti provenienti da 52 paesi in 6 fasi. 40 relatori provenienti da 21 paesi in 20 sessioni congressuali, più il Matchmaking seconda editrice internazionale, sessioni di mentoring e speed-dating. Il mercato mondiale WOMEX Film Music con 13 proiezioni di film, in collaborazione con IMZ, l'International Music + Media Centre, Austria. Lo Studio Radio

WOMEX per le interviste dal vivo e spettacoli, organizzata da NRK in Norvegia. Il virtualWOMEX - il futuro professionale del mondo della musica on-line. Tutto questo e molto altro ancora nel 2012.

Le destinazioni future del Womex WOMEX 2013 a Cardiff Nel 2013, WOMEX esplorerà i motivi celtici: Cardiff in Galles, Regno Unito, ha vinto la gara internazionale per ospitare WOMEX da Mercoledì 23 a Domenica 27 Ottobre 2013.

Martha Mavroidi

Mascarimiri

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WOMEX 2014 a Santiago de Compostela Per la seconda volta nel suo itinerario di viaggio europeo, il meeting internazionale di musica networking WOMEX sarà accolto in una città spagnola. La fine del viaggio per milioni di devoti pellegrini attraverso il "Cammino di Santiago", in quanto il 9° secolo, la leggendaria città di Santiago de Compostela sarà anche meta WOMEX dal Mercoledì 22 a Domenica 26 ottobre 2014. WOMEX attualmente sta accettando proposte per un impegno a portare WOMEX in una nuova location per gli anni 2015-2017. Diciassette edizioni Womex hanno affermato il valore del collegamento su una rete attraverso i confini, siano essi musicali, politici, culturali o commerciali. Dal 1994 WOMEX ha viaggiato in tutta Europa da Berlino (1994), passando per Bruxelles (1995), Marsiglia (1997), Stoccolma (1998), Berlino (1999 + 2000), Rotterdam (2001), Essen (2002 + 2004), Newcastle (2005), Siviglia (2003 + 2006 2008) a Copenaghen (2009-2011). La lingua ufficiale del Womex naturalmente è l’inglese. Nelle fotografie alcuni protagonisti dell’edizione di quest’anno del Womex a Salonicco. ❖


Eventi

Apsilies

Canzoniere Grecanico Salentino

Toni Kitanovski and Cherkezi Orchestra

Groupa

The Toure-Raichel Collective

Savina Yannatou

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Media Partner - Mei Supersound

Lineatrad 10-2012  

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