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L’INCHIESTA

VENERDI’ 3 DICEMBRE 2010

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TERZA PAGINA FONTANA LIRI Omaggio al grande Mastroianni Il Centro Studi Ricerche e Documentazione Marcello Mastroianni ha organizzato anche quest'anno l'omaggio al celebre attore giunto ormai alla nona edizione. La manifestazione si concluderà domenica 12 dicembre con la premiazione del corcorso per cortometraggi. L'appuntamento è per le ore 16.30 a Fontana Liri presso la sala convegni dello stabilimento militare propellenti. Previsti gli interventi di Francois Proia presidente della commissione giudicatrice e di Eusebio Ciccotti (università di Foggia). Seguirà il convegno sul tema “ Un libro, un film ” con la presentazione del volume “ La donna della domenica”. Relazioneranno Marcello Carlino (università La Sapienza di Roma) e Marco Grossi, esperto di cinema. Il presidente del centro studi Santina Pistilli ringrazia di cuore gli enti che hanno contribuito all'organizzazione dell'evento: regione Lazio, assessorato cultura, provincia di Frosinone, assessorato alla cultura, comune di Fontana Liri e Agenzia Industria Difesa. Senza dimenticare le aziende private (Sap, Carind e Supermercati Gros) che non hanno fatto mancare il loro generoso contributo.

Colleferro:

alla “Sala Bianca” una mostra fotografica sugli orrori della guerra Da venerdi 3 a sabato 18 dicembre, a Colleferro, presso la “ Sala Bianca ” sita in via Leonardo da Vinci, rimarrà aperta una mostra fotografica dal significativo titolo “ Gli orrori della guerra”. L'iniziativa si deve all’impegno di Baldassarre Sansoni, medico chirurgo attualmente impegnato con “ Emergency ”, l’organizzazione umanitaria che fa capo a Gino Strada, che ha raccolto una serie cruda e sconfinata di immagini nel corso delle sue tante missioni svolte per conto della Croce Rossa Internazionale e del ministero degli Esteri nelle zone di guerra di tutto il mondo. La mostra potrà essere visitabile tutti i giorni con i seguenti orari 10.00-13.00 (mattina) e 16.00-19.00 (pomeriggio). L’organizzazione è stata curata dall'associazione culturale “ Gruppo Logos ”, della Rete per la tutela della valle del Sacco, l'Unione Giovani Indipendenti e il circolo Arci “Evelyne” di Anagni.

Aurelio Musi presenta il suo “Regno di Napoli”

Venerdì 10 dicembre, alle ore 17.00, presso la sede della Società Napoletana di Storia Patria (Napoli, Piazza Municipio, Maschio Angioino, III piano), sarà presentato l'ultimo libro di Aurelio Musi dal titolo “Regno di Napoli” (Omnia Arte Editore). La relazione sarà svolta da Renata De Lorenzo, presidente della SNSP. Per informazioni telefonare allo 081.5510353 .

Arce, Arpino, Castrocielo, Isola Liri, Pastena, Roccasecca, San Giovanni Incarico e Sora i paesi coinvolti

La storia dell’unità d’Italia nell’alta Terra di Lavoro Una serie corposa di convegni, mostre e percorsi tematici da tenersi in vari comuni nel 2011 a cura dell’associazione “Verde Liri” di Sora FERNANDO RICCARDI

L’

associazione “Verde Liri” di Sora, che già si è distinta per tante iniziative di carattere culturale ed ambientale, ha messo a punto un programma di eventi che andrà a dipanarsi nel corso del 2011, anno in cui ricorre il 150° anniversario dell'unità d'Italia. Lo scopo è di ricostruire alcune vicende che hanno caratterizzato il comprensorio del Lazio meridionale in quel travagliato periodo. “L'unità d'Italia. Storie ed episodi in alta Terra di Lavoro”: questo, non a caso, è il nome dato dagli organizzatori a tutta una serie di convegni, mostre e percorsi tematici che toccheranno vari comuni (Arce, Arpino, Castrocielo, Isola del Liri, Pastena, Roccasecca, San Giovanni Incarico e Sora) del sud della provincia di Frosinone ossia il sorano e il cassinate. Tutti eventi che, come già detto, si consumeranno nel corso dell'anno venturo, da febbraio fino a novembre. La presentazione di tale progetto, alla presenza dei sindaci e degli assessori alla cultura degli enti interessati, si è tenuta qualche giorno fa nella sala consiliare del comune di Sora gremita fino all'inverosimile, a dimostrazione che quando si fanno le cose seriamente anche la cultura può suscitare passione ed interesse. Dopo una sintetica illustrazione delle iniziative, con tanto di proiezione di diapositive e di filmati, i

lavori sono proseguiti con un convegno dal titolo accattivante: “La storia proibita. Briganti eroi o malfattori?” a cura di Alessandro Romano, noto esponente di un movimento meridionale “neoborbonico”. Nella lunga (decisamente troppo), articolata e non sempre lineare esposizione, il relatore ha cercato, con accalorata passione e toni verbali fin troppo veementi, di spiegare la vera natura del cosiddetto brigantaggio post-unitario che infuriò nel meridione d'Italia per un intero decennio, dal 1860 al 1870. Un fenomeno complesso e di non facile interpretazione che ancora oggi, a distanza di un secolo e mezzo, appassiona e divide ferocemente gli storici. Pur partendo da premesse assolutamente condivisibili (i briganti non possono essere definiti tutti delinquenti comuni o volgari tagliagole, e questo ormai è un dato di fatto che viene accettato anche dai più ringhiosi molossi dell'ortodossia risorgimentale), l'oratore è andato decisamente oltre soprattutto quando si è cimentato nell'analisi di quelle controverse vicende che hanno portato all'impresa di Garibaldi, allo sfaldamento del glorioso Regno delle Due Sicilie e all'avvento dei piemontesi nel meridione della Penisola. Anche questa volta, almeno ad avviso di chi scrive, l'incipit era legittimo ma i toni sono andati decisamente sopra le righe tanto da destare prima il mugugno e poi la clamorosa contesta-

zione di alcuni tra i presenti in sala. E se da un lato la cosa può anche avere avuto i suoi risvolti positivi (accapigliarsi per questioni così vetuste e datate è segnale di un profondo interesse per la storia del XIX secolo), d'altro canto l'eccessiva foga verbale non ha consentito di dibattere in maniera costruttiva su di un argomento che le celebrazioni per il 150° anniversario dell'italica nazione ha riportato alla ribalta, riesumandolo dalla densa e quasi impenetrabile coltre di oblio. Forse gli organizzatori sorani avrebbero dovuto valutare con più ponderazione la scelta del relatore anche perché il progetto di “Verde Liri”non intende demolire alcunché ma soltanto evidenziare, con dati di fatto alla mano, il reale svolgimento delle vi-

cende. E, soprattutto, far conoscere il ruolo che l'alta Terra di Lavoro ha svolto nelle vicende che portarono all'unità d'Italia. Non si può dimenticare, infatti, che proprio ad un tiro di schioppo da Sora, correva quella linea di confine che separava il Regno d'Italia dallo Stato Pontificio. Quel confine che venne spazzato via nel 1870 quando i bersaglieri entrarono in Roma. Un intento più che lodevole, quindi, quello di “Verde Liri”, di grande valenza, che va appoggiato e sostenuto a spada tratta. Un'ultima, sintetica annotazione. La storia del Risorgimento italiano è costellata di luci ed ombre. E non lo scopriamo oggi. Gli opposti estremismi, però, non portano a niente. Dividersi in garibaldini e briganti, in unitaristi e filo borbonici è non solo anacronistico ma controproducente. Anche perché si corre il rischio di far passare in secondo piano la reale evoluzione delle vicende storiche. Quelle che tanti studiosi seri hanno saputo ricostruire spulciando faticosamente nei polverosi faldoni di archivio. Tornare a mettere al centro dell'attenzione la storia e non quella romanzata e smaccatamente di parte ma quella che promana dai documenti: questa la stella polare che deve rifulgere anche nell'anno fatidico che sta per iniziare. Gli ultras stravolti dall'eccessivo fuoco della passione, sull'uno e sull'altro fronte, per carità, si mettano da parte.

Stipulata la convenzione tra l’amministrazione provinciale di Frosinone e il Club Alpino Italiano

Sui passi di San Benedetto ecco il percorso delle abbazie FROSINONE

Scerrato (Cai): Finalmente siamo in dirittura di arrivo MARTA PANZA

Grazie ad una convenzione stipulata tra l'amministrazione provinciale di Frosinone e il Cai, Club Alpino Italiano, sezione di Frosinone, di qui a breve sarà realizzato un percorso che da Trevi nel Lazio condurrà a Cassino, seguendo il suggestivo itinerario spirituale delle abbazie benedettine. Un progetto al quale l'assessore provinciale alla cultura Antonio Abbate sta alacremente lavorando fin dal suo insediamento a

Palazzo Gramsci. Progetto che è stato finanziato sia dalla regione Lazio (250 mila euro) che dalla amministrazione provinciale (62.500 euro). Lo scopo è quello di ricreare quel percorso che nel lontano 525 d. C. portò San Benedetto a lasciare Subiaco per approdare sul desolato monte di Cassino dove poi fondò il monastero omonimo. Il cammino che toccherà anche l'abbazia di Casamari e la certosa di Trisulti, dovrebbe fare tappa anche nel sacro speco di Subiaco, anche se relativamente a ciò si dovrà trovare un preciso accordo con l'amminstrazione provinciale di Roma. I lavori sono stati già appaltati e di qui a breve dovrà essere assegnata la direzione degli stessi. “Il progetto era stato già presentato qualche anno fa ma poi non se ne fece niente – spiega Luigi

Scerrato, presidente provinciale del Cai – ora finalmente siamo in dirittura di arrivo”. La speranza che alberga nei cuori di tutti è che tale cammino possa rappresentare per la provincia di Frosinone una buona opportunità anche e soprattutto dal punto di vista turistico e, quindi, di ricaduta economica. E in un momento difficile come quello che si sta vivendo sarebbe una vera e propria manna dal cielo. A patto, però, che una volta realizzata l'opera non ci si fermi ma si proceda sulla strada della opportuna valorizzazione e pubblicizzazione. Un'iniziativa può essere ottima ma se non viene fatta conoscere, come purtroppo accade spesso alle nostre derelitte latitudini, finisce per restare fine a se stessa.


L’INCHIESTA

SABATO 4 - DOMENICA 5 DICEMBRE 2010

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TERZA PAGINA NAPOLI All’Orientale corsi di formazione per guide turistiche L'università degli Studi “L'Orientale” di Napoli ha attivato i corsi di perfezionamento per la formazione di guida e di accompagnatore turistico. Il termine ultimo per le iscrizioni è il 17 dicembre. I corsi hanno una durata di 180 ore: 140 di insegnamento e 40 di stage e tirocini. Si terranno il venerdì (mattina e pomeriggio) e il sabato (mattina) e sono riservati a chi è in possesso della laurea in lettere (indirizzo in storia dell'arte o in archeologia) o di titolo equipollente. Ai moduli di insegnamento si è aggiunto un numero di ore di stage da effettuarsi presso enti deputati alla conservazione dei beni culturali, in particolare soprintendenze e musei. La quota d'iscrizione è di 600 euro. I corsi, diretti dal prof. Gallo, docente di storia greca presso l'Orientale, si propongono di fornire una formazione specializzata incentrata sulle tematiche legate alla storia del territorio e del suo patrimonio archeologico, architettonico e artistico, della legislazione, dell'organizzazione e della gestione dei beni culturali.

POFI

Al museo “Pietro Fedele” un convegno su preistoria, storia e natura Questa mattina, sabato 4 dicembre, con inizio alle ore 9.30, presso il museo preistorico “Pietro Fedele” di Pofi, si terrà il convegno dal titolo “Il colle di Pofi tra preistoria, storia e natura. Una realtà nell'ecomuseo Argil”. Lo scopo è soprattutto quello di promuovere e di sviluppare una partecipazione attiva della popolazione attraverso la sensibilizzazione e la promozione dello sviluppo sostenibile, delle attività della ricerca scientifica e didattico-educativa riferite in particolar modo alla storia, all'arte e all'ambiente del territorio della provincia di Frosinone. Cosa che il direttore del museo, il celebre studioso Italo Biddittu al quale si deve il ritrovamento di Argil, l'uomo preistorico più vecchio d'Europa, svolge in maniera mirabile e con evidenti risultati positivi già da parecchio tempo. La manifestazione è stata organizzata dal museo preistorico in collaborazione con l'amministrazione comunale di Pofi.

AQUINO

Ritorna il “Natale al Borgo”

L'associazione culturale “Cosmos” organizza la III^ edizione del “Natale al Borgo” che tanto successo ha fatto riscontrare negli anni passati. La cornice è il borgo medievale di Aquino dove la mattina di sabato 11 dicembre si apriranno i mercatini natalizi. Ci saranno artisti di strada, giocolieri e tanto altro ancora. Previsto anche un angolo giochi riservato ai bambini.

Da regno incontrastato di briganti e masnadieri alla miriade di discariche abusive ai margini della strada

Tracciolino e gole del Melfa Agguati antichi e... moderni Quello che era un vero paradiso incontaminato della natura è diventato grazie all’inciviltà dell’uomo un gigantesco immondezzaio a cielo aperto FERNANDO RICCARDI

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vete mai provato a percorrere i 17 chilometri del “tracciolino”, la strada provinciale Roccasecca-Casalvieri, l'unica arteria che collega in maniera diretta la valle del Liri con quella di Comino? Negli ultimi tempi l'operazione sarà stata poco agevole considerato il persistente divieto di transito. Ma con un pizzico di trasgressione la cosa resta fattibile specie per chi decide di abbandonare l'auto e di procedere in bici oppure a piedi. Percorse poche centinaia di metri, sia che si parta da Roccasecca che dal versante di Casalvieri, si entra subito in un paesaggio incantevole, così bello da togliere il fiato. Sembra di essere capitati in un budello dei gran canyon americani dove al posto di sabbia e deserto spunta una vegetazione lussureggiante. L'esile lingua di asfalto si inoltra in questo miracolo della natura seguendo sinuosa il letto pietroso del Melfa e le gole impervie che scendono a picco sul fiume. Come sono lontane le città con il loro mortale carico di smog e di traffico. Qui si respira un'aria sana, pura, incontaminata. Se non fosse per le innumerevoli discariche abusive che compaiono qua e là in quel dedalo continuo di curve, si potrebbe pensare ad uno scenario disegnato dalla penna di un poeta che si è divertito ad immaginare come dovrebbe essere il paradiso terrestre. Ep-

pure quella strada non è stata sempre così tranquilla e amena né frequentata solo da esteti della natura. Fin dai tempi antichi, infatti, ci fu chi si servì di quelle gole per difendere il proprio territorio dall'aggressione di un popolo potente e prepotente. Sulle balze scoscese del “tracciolino” i Sanniti resero particolarmente difficile la vita ai Romani che si dirigevano verso le fertili terre del napoletano e dell'Italia meridionale. Una lotta disperata, fatta di agguati e di repentine incursioni, già persa in partenza, ma che pure vide i

soldati romani in chiara difficoltà. Il controllo di quel tratturo, del resto, era di vitale importanza per chi procedeva alla conquista del Lazio meridionale ricco di pascoli, di frumento ma, soprattutto, di giacimenti di ferro che, a quel tempo, contava molto più dell'oro. Agguati antichi, dunque, ma anche recenti se, galoppando rapidamente lungo i tumultuosi secoli della storia, si giunge all'Ottocento. Anche nei drammatici momenti che seguirono l'unificazione della Penisola le gole del Melfa non sono venute meno

alla loro fama. Per tanti anni furono il regno incontrastato di masnadieri che si divertivano a derubare, taglieggiare e sequestrare chiunque avesse avuto l'impudenza di avventurarsi in quei paraggi. Usanza che è giunta fino ai giorni nostri o quasi, basti ricordare le rapine eseguite lungo il “tracciolino” ai danni dei dipendenti Fiat che tornavano a casa dopo il lavoro. “Historia se repetit” insomma, il vecchio adagio non sbaglia. Anche se oggi tutto ciò sembra essere finito. E invece no. Il “tracciolino” continua imperterrito ad essere la strada degli agguati. E se prima erano i briganti ad incutere terrore oggi sono le persone cosiddette “civili” a perpetrare l'oltraggio. Non costituisce, infatti, un grave agguato all'ecosistema ambientale depositare rifiuti ai margini della strada? Non è un agguato al buon senso continuare a differire di anno in anno la risoluzione della percorribilità e della messa in sicurezza dell'arteria? E come definire se non un agguato all'intelligenza umana l'aver svuotato completamente di acqua il bacino del fiume Melfa? Certo si tratta di agguati più raffinati, meno evidenti, quasi scientifici nella loro formulazione ma sicuramente molto più dannosi di quelli dei tempi passati. E così, incredibile ma vero, oggi ci tocca addirittura rimpiangere le malefatte dei briganti...

Da quel tempo la linea di demarcazione tra i due comuni è rimasta invariata

Anno Domini 1577: si segnano i confini di Cassino e di S. Elia

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a un antico documento riportato da Marco Lanni nel suo libro “Sant’ Elia sul Rapido – Monografia” (Napoli, 1873) sappiamo che il 30 aprile 1577, con sntenza del Regio Consiglio del Regno di Napoli, su cui da un anno regnava Filippo II di Spagna, i regi consiglieri Felice Scalabone e Gasparo Pinario furono incaricati di dirimere i dissidi che vertevano fra gli abitanti di San Germano (Cassino) e di Sant’ Elia, apponendo i confini fra le due “università”. In quello stesso giorno i due regi consiglieri si portarono sul luogo partendo dalla cima dei colli a monte di Caira dove su una gran pietra, che fu designata quale termine di confine, furono scolpite le iniziali dei nomi di Felice Scala-

bone e di Gasparo Pinario con una croce e le iniziali S.G. (San Germano) e S.E. (Sant’ Elia). Più a valle, in un noceto di proprietà di tale Girolamo Grimaldi di S. Elia, sempre su un grosso masso preso a termine di confine, furono scolpiti gli stessi segni. Si passò quindi ad un’ altra pietra nei pressi della rotabile fra San Germano e Sant’ Elia dove fu fatta la stessa cosa. Da lì i regi consiglieri si portarono all’antico ponte romano della Bagnara (oggi ponte Lagnaro) dove su una pietra del lato dell’arcata rivolta verso Cassino fu scolpita una croce. Seguendo il cammino verso sud-est, in località ancora oggi detta Fontana Marzocca, sulla destra della superstrada da Cassino per Atina, all’altezza dello

svincolo per Sant’ Elia, fu segnato un altro termine. Un altro fu posto in via Frassete. Andando verso San Michele, Felice Scalabone e Gasparo Pinario fissarono un altro segno di confine alla fontana dell’ ancora oggi chiamata località Pisciariello, non distante dalla via San Pasquale di Cassino. Poi si andò, attraverso il terreno di tale Innocenzo Nardone di San Germano, al vallone del Rio dell’ Inferno e si fece la stessa cosa. L’ultimo termine di confine fu segnato in località Pinchera di San Michele. Ancora oggi il confine fra i comuni di Cassino e di Sant’ Elia Fiumerapido è quello e molti nomi di località sono rimasti gli stessi. Benedetto Di Mambro


L’INCHIESTA

MARTEDI’ 7 DICEMBRE 2010

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TERZA PAGINA ABRUZZO XI raduno in onore del “cabecilla” Martedì 7 e mercoledì 8 dicembre si svolgerà in Abruzzo l'XI edizione del raduno in onore di don José Borjes. Il 7 dicembre (17.30), a Carsoli (Aq), si terrà il convegno “Borjes e il suo tempo” nel corso del quale sarà presentato il libro di Fulvio D'Amore sulle ultime gesta del “cabecilla” catalano. Previsti gli interventi di Angelo Bernardini, Gennaro De Crescenzo, Ferdinando Corradini, Tommaso Argentino D'Arpino, Enzo Gulì, Fernando Riccardi e Pietro Golia. L’8 dicembre, a Sante Marie (ore 10.00), si ripresenterà il libro di D'Amore con interventi di Giovanni Salemi, Fernando Riccardi, Pietro Golia e Edoardo Vitale. Quindi ci si sposterà alla cascina Mastroddi (ore 11.00) dove Giovanni Salemi terrà una breve allocuzione nei pressi del cippo che ricorda la tragica fine del generale legittimista spagnolo. Infine nella sala consiliare del comune di Tagliacozzo (ore 17.00), ci sarà il convegno storico conclusivo con gli interventi di Giovanni Salemi, Fernando Riccardi, Fulvio D'Amore, Luigi Branchini, Pietro Golia e Edoardo Vitale. La segreteria organizzativa dell'evento è curata da Giuseppe Ranucci (360.961149).

ATINA

L’ultimo libro di Vincenzo Orlandi sul dramma della guerra Il “Centro di Studi Storici Saturnia” di Atina ha appena sfornato l'ultimo libro di Vincenzo Orlandi dal titolo “Atina kaputt. 9 settembre – 28 maggio 1944. Cronache di guerra nelle retrovie della linea Gustav”, volume che costituisce il XXI numero di “Historia”, una collana di pubblicazioni periodiche che il sodalizio cura ormai da oltre un decennio. Il libro, molto curato dal punto di vista grafico, ricostruisce nei minimi dettagli e con dovizia di particolari il calvario che la città di Atina ha subito nel corso del secondo, tragico conflitto mondiale: dall'occupazione tedesca dopo l'8 settembre del 1943, ai devastanti bombardamenti alleati, ai tanti suoi figli periti nel corso di quei lunghi e terribili mesi, alla difficile e titanica opera di ricostruzione. Il volume si conclude con una nutrita e cruda appendice fotografica che attesta una volta di più il dramma che la comunità atinate ha vissuto e sopportato con stoica rassegnazione.

FROSINONE Ciociaria, un secolo di storia

E' stata inaugurata alla villa comunale di Frosinone e resterà aperta fino all'8 dicembre, una mostra fotografica dal titolo “Ciociaria, un secolo di storia”. Nata da un'idea del regista Fernando Popoli la rassegna vuole passare in rassegna, attraverso inedite e rarissime testiminanze visive, gli ultimi travagliati cento anni di storia ciociara. L'ingresso è gratuito.

L’8 dicembre del 1861 i bersaglieri italiani fucilarono il legittimista spagnolo e i suoi compagni

A Tagliacozzo si infranse il “sogno” di José Borges Dopo aver tentato invano di organizzare militarmente i briganti del sud il generale catalano marciava verso Roma per sfuggire ai piemontesi FERNANDO RICCARDI

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avvento dei Piemontesi nel sud dello Stivale determinò l’esplosione di una violenta rivolta, un fuoco inarrestabile che bruciò vigoroso per più di un decennio, dal 1860 al 1870, e che è stato chiamato “brigantaggio”. In quel periodo in moltissimi giunsero da ogni parte d’Europa per sostenere la lotta del popolo meridionale contro i soldati scesi dal nord. Volevano battersi per Francesco II di Borbone, il legittimo sovrano spodestato dal trono di Napoli: di qui il nome di “legittimisti’. Tra questi un posto di primo piano spetta a don José Borges la cui storia merita di essere raccontata. Era nato nel 1813 a Fernet, un piccolo villaggio catalano. Figlio di un ufficiale legittimista cresciuto nel clima della sollevazione popolare contro le armate napoleoniche, giovanissimo prese parte alle guerre carliste. Sconfitta la sua fazione, però, dovette esiliare in Francia. E lì rimase fino a quando nel meridione d’Italia irruppero Garibaldi e le truppe sabaude. La centrale legittimista capitolina si ricordò di quel valoroso ufficiale che si era coperto di gloria in Spagna. Borges, entusiasta, accettò di dare una organizzazione militare agli insorti e di assumere il comando delle operazioni. Nella

notte tra il 13 e il 14 settembre del 1861, accompagnato da una ventina di vecchi compagni d’arme, sbarcò in Calabria, sulla spiaggia di Gerace. Entrò subito in contatto con alcuni capibanda locali e, soprattutto, con Carmine Donatelli Crocco, un ex soldato borbonico ed ex garibaldino che aveva con sé parecchie centinaia di uomini. Borges pretendeva che i briganti si mettessero al suo servizio. Crocco, invece, non era disposto a prendere ordini da un ufficiale straniero. I due, insomma, erano fatti per non intendersi. Quando poi il disegno di impadronirsi di Potenza fallì per il disimpegno dei briganti, l’ufficiale catalano decise di sciogliere il sodalizio e prese la via di Roma. Iniziò così un lungo e difficile cammino attraverso un territorio impervio, sconosciuto, con i soldati piemontesi alle calcagna. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre, mentre infuriava una violenta bufera di neve, il gruppetto giunse in Abruzzo, nei pressi di Tagliacozzo, ad un tiro di schioppo dallo Stato Pontificio. Gli uomini erano sfiniti per la marcia e per il freddo intenso. Borges accordò un breve momento di riposo presso la cascina Mastroddi, in località ‘La Luppa’, nel comune di Sante Marie. La presenza del drappello venne però se-

gnalata al maggiore Franchini che fece intervenire i suoi bersaglieri. Circondato il casolare i piemontesi andarono all’assalto. Dopo un violento scontro a fuoco gli spagnoli furono costretti ad arrendersi. Borges fece il gesto di consegnare la spada al maggiore, cosa che l’ufficiale italiano rifiutò con disprezzo. I prigionieri furono condotti a Tagliacozzo e rinchiusi in carcere. Borges, sentendo ormai vicina la fine, chiese di avere il conforto di un confessore. Domandò, inoltre, di essere fucilato assieme ai suoi uomini con il petto rivolto al plotone di esecuzione, privilegio che gli venne negato. Giunto il momento fatale il generale, postosi alla testa del gruppetto, cercò di tenere alto il morale dei suoi uomini. Dopo averli abbracciati uno ad uno ed esortato i bersaglieri a mirare dritto, si mise in ginocchio e intonò assieme agli altri una triste litania catalana. Il canto fu interrotto dal crepitare degli spari. A Sante Marie, all’interno della cascina Mastroddi, un austero cippo marmoreo ricorda che lì l’8 dicembre del 1861 “si infranse l’illusione del generale José Borjes e dei suoi compagni di restituire a Francesco II il Regno delle Due Sicilie. Catturati da soldati italiani e guardie nazionali di Sante Marie al comando

di Enrico Franchini furono fucilati lo stesso giorno a Tagliacozzo”. Da qualche anno, l’8 dicembre, giorno dell'Immacolata Concezione, a Sante Marie, si tiene una toccante cerimonia con tanta gente che arriva da ogni parte della Penisola per rendere omaggio al valoroso “cabecilla”. A 150 anni da quegli eventi è giunto, forse, il momento di riconsiderare e di rivedere i giudizi su quel travagliato e controverso excursus storico che portò all'unificazione dell'italica nazione.

L’inquietante profezia si deve a José Arguelles che ha studiato il calendario (anzi i calendari) dei Maya

Davvero il caro vecchio mondo finirà il 21 dicembre del 2012? Davvero il nostro caro, vecchio mondo finirà di esistere nel 2012? Davvero tra due anni esatti, il 21 dicembre, nel giorno del solstizio d'inverno, tutto ciò che ci circonda svanirà nel nulla? E' da un po' di tempo che questa storiella angosciante fa capolino qua e là tra i nostri affanni quotidiani. Per il momento, mancando ancora un bel po' di settimane al momento topico (106 per la precisione), i timori sono molto relativi. Con il passare dei giorni, però, c'è da giurare che più di qualcuno si farà prendere dal panico. Ma com'è venuta fuori questa profezia apocalittica che a Nostradamus gli fa un baffo? Perché qualcuno che non aveva niente di meglio da fare ha avuto la brillante idea di mettersi a giocare con i calendari dei Maya,

un'antica popolazione dell'America centrale che nel XVI secolo è stata sterminata dai conquistadores spagnoli, anche se qualche tribù è riuscita ad arrivare fino ai nostri giorni. I Maya sono stati i primi a studiare il calcolo del tempo. Tutti gli altri apprendisti stregoni sono venuti dopo. Compreso José Arguelles, nordamericano di origne messicana, considerato il maggiore conoscitore della cultura maya. E stato proprio lui, in base a studi a dir poco criptici, ad indicare nel 21 dicembre del 2012 la data della fine del mondo. E lo ha fatto muovendosi con disinvoltura tra le pieghe dei calendari Maya. Il fatto è che di calendari i Maya ne hanno un'infinità: un esperto (questa volta uno di quelli veri) ne ha con-

tati addirittura venti. E ciò determina in chi non è proprio pratico della materia una gran confusione. Arguelles, forte dei suoi calcoli, è convinto che il mondo si dissolverà nel 2012. I Maya, invece, sono letteralmente incazzati per una così errata interpretazione dei loro calendari e precisano che nel dicembre del 2012 il mondo non finirà bensì si trasformerà (e che vuol dire? boh...). Hanno ragione questi ultimi oppure l'ineffabile signor Arguelles? Vacci a capire tu. Eppure, a pensarci bene, una soluzione ci sarebbe: rivolgersi a Roberto Giacobbo. In uno dei suoi tanti viaggi con la navicella di Voyager avrà sicuramente avuto modo di F. R. scrutare il futuro...


L’INCHIESTA

MERCOLEDI’ 8 DICEMBRE 2010

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TERZA PAGINA TERRA VIOLATA

Accolta con favore la recente presentazione in Campidoglio dell’associazione nazionale delle vittime delle marocchinate

Cinquant’ore di vergogna Non saranno dimenticate

Il feroce proclama del generale Juin che liberò le bestie di Fernando Riccardi Il generale francese Alphonse Pierre Juin (1888-1967) prima di dare il via libera all'offensiva delle sue truppe nordafricane, diramò il seguente proclama: “Soldati. Questa volta non è solo la libertà delle vostre terre che vi offro se vincerete questa battaglia. Alle spalle del nemico vi sono donne, case, c’è un vino tra i migliori al mondo, c’è dell’oro. Tutto ciò sarà vostro se vincerete. Dovrete uccidere i tedeschi fino all’ultimo uomo e passare ad ogni costo. Quello che vi ho detto e promesso mantengo. Per cinquanta ore sarete i padroni assoluti di ciò che vorrete al di là del nemico. Nessuno vi punirà per ciò che farete, nessuno vi chiederà conto di ciò che prenderete”. Le conseguenze, come già detto, furono disastrose e spaventose. “Arrivarono quelle bestie con i fucili spianati, immobilizzarono gli uomini sparando dei colpi per terrorizzarli, poi, mentre alcuni li tenevano fermi con le baionette alla gola, pugni e schiaffi, calci e spintoni, davano inizio alla violenza. Povero chi ci capitava... Purtroppo anche qui una nota del tutto particolare: chi fu veramente violentata lo ha taciuto per pudore; invece molte di quelle che non lo furono, fecero domanda di pensione”: così ricorda Antonio Colicci di Pontecorvo che all'epoca aveva soltanto 12 anni. Un dramma nel dramma dunque: la vergogna di tante donne che, subita la bestiale violenza, per pudore, hanno preferito tenerla celata. Si racconta che a Pico furono presi tre giovani, un maschio e due femmine. La madre morì poco dopo di crepacuore. I figli, invece, sopravvissero nascondendo per sempre ciò che avevano patito. Subito dopo la guerra, in quei paesi quando una donna ingrassava e poi dimagriva in breve lasso di tempo, si diceva: “Quella l'hanno presa i marocchini”. Non mancarono storie di eroismo, ormai perse nell'oblio. A Esperia si trovava sfollata una famiglia di Pontecorvo. Con essa vi era una prostituta non più giovanissima ma ancora piacente. Quando vide arrivare quelle bestie, invece di scappare, si fece loro incontro offrendo le sue grazie. Ciò consentì alle nipoti di farla franca. Ma che fine fece l'ineffabile generale Juin? Invece di essere spedito davanti alla corte marziale, come avrebbe meritato, le cose per lui presero tutt’altra piega. Non solo non venne punito ma fu addirittura premiato. Già capo di stato maggiore della difesa nazionale, fu nominato, nel 1952, maresciallo di Francia, per poi avere il comando delle forze Nato per il centro Europa. Gli stupri dei marocchini, insomma, gli fecero fare carriera.

Le violenze dei soldati di colore nel Lazio meridionale sulla popolazione memore ancora oggi del saccheggio morale e materiale subito per mano dei goumiers FERNANDO RICCARDI

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ualche anno fa a Cassino, nel corso di un convegno sulle vicende dell'ultimo conflitto bellico, Ahmid Benhraalate, presidente della “Union National del Anciens Combatents Marocains”, ha finalmente riconosciuto le responsabilità dei soldati marocchini per le inaudite violenze perpetrate sulle genti del Lazio meridionale nel maggio del 1944. Responsabilità che il governo francese (le truppe di colore erano inquadrate nel Cef, il Corpo di Spedizione Francese) continua tetragono a disconoscere. Si è trattato di un atto di coraggio che ha conosciuto il suo momento più elevato quando lo stesso Benhraalate ha chiesto scusa al popolo italiano. La cosa è passata praticamente inosservata sui nostri organi di informazione. E con essa il dramma delle “marocchinate”. Tutto ebbe inizio quando, non riuscendo a venire a capo della resistenza tedesca nella piana di Cassino, nella primavera del 1944, il comando alleato decise di affidare al generale Juin il compito di aggirare la linea Gustav per costringere i nemici a sgomberare il campo. L'ufficiale francese, che aveva ai suoi ordini 12 mila “goumiers” marocchini, algerini e tunisini molto abili nella guerra di montagna, prima di accettare l'incarico chiese per i suoi uomini tre giorni di “carta bianca”. Il comando anglo-americano gliene accordò due,

anzi, per l'esattezza, cinquanta ore. L'attacco cominciò il 12 maggio e fu subito coronato da successo. I tedeschi, per non rimanere accerchiati, si ritirarono verso Roma lasciando campo libero alle truppe di colore. I rudi soldati africani, con tanto di turbante, mantello e scimitarra, poterono sfogare i loro istinti più bestiali. Il Lazio meridionale si trasformò in terra di conquista. Un'orda selvaggia sciamò indisturbata per le campagne e per i centri abitati alla frenetica ricerca di donne e di cibo. Quei soldati avevano stravinto la battaglia e ora volevano ciò che era stato loro promesso. E dovevano fare anche in fretta. Alla fine il bilancio fu gravissimo. Una stima verosimile parla di 2 mila donne stuprate e 600 uomini sodomizzati. Esperia, Monticelli, Ausonia, Lenola, Pico, Pastena, Castro dei Volsci, Val-

lecorsa e Amaseno furono i centri più colpiti. Poche donne riuscirono a scamparla. Molte furono violentate anche dieci volte nel corso della stessa giornata. Alcune di esse persero la vita, altre finirono per impazzire. I soldati di colore non risparmiarono né anziane né bambine. Gli uomini che tentarono di difendere l'onore delle proprie mogli, figlie o sorelle, furono uccisi sul posto oppure sottoposti a patimenti inenarrabili. Don Alberto Terilli, parroco di Esperia, aveva tentato di nascondere alcune donne nella sagrestia. Tutto, però, risultò vano. I marocchini stanarono le poverette e le violentarono. Quindi portarono il sacerdote nella piazza e lì lo sodomizzarono a ripetizione. Qualche tempo dopo, consumato dal dolore e dalla vergogna, passò a miglior vita. Tante le vicende collegate a questa pagina

Il Tar ha annullato il commissariamento disposto dall’Amministrazione provinciale

Fondazione Mastroianni ritorna a Massimo Struffi

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l tribunale amministrativo del Lazio, nei giorni scorsi, ha accolto il ricorso presentato dal presidente Massimo Struffi e, conseguentemente, ha provveduto ad annullare il commissariamento della “Fondazione Mastroianni” posto in essere, qualche tempo fa, dall'amministrazione provinciale di Frosinone. L'immarcescibile Struffi, dunque, uomo politico navigato e dalla lunghissima esperienza amministrativa, torna clamorosamente in sella e si riprende la guida della Fondazione che gli era stata inopinatamente sottratta, almeno per il momento e in attesa di ulteriori sviluppi. Giova ricordare che nell'estate scorsa la giunta provinciale aveva contestato il provvedimento con il quale il consiglio direttivo della Fondazione Mastroainni, il 30

marzo del 2009, aveva nominato Massimo Struffi presidente a vita dell'ente, ritenendolo illegittimo. Nello stesso tempo aveva sancito il commissariamento affidando l'incarico di gestire momentaneamente la Fondazione all'assessore provinciale alla cultura Antonio Abbate, in attesa di nominare il nuovo esecutivo e il nuovo presidente. Ora, però, dopo il pronunciamento del Tar, siamo di nuovo da capo a dodici e la situazione è tornata quella di prima. Anzi c'è di più: la provincia di Frosinone, avendo posto in essere un atto irregolare, è stata condannata al pagamento delle spese legali che sono state quantificate in 3 mila euro. Dopo il danno, come si suol dire, arriva puntuale anche la beffa.

Umberto Mastroianni

triste ed oltraggiosa. Come quella di due sorelle che vennero violentate da più di 200 uomini: l'una morì, l'altra diventò pazza e fu rinchiusa in un manicomio. Tanti altri gli episodi che si potrebbero raccontare. La sostanza, però, con cambierebbe di molto. Le violenze marocchine nei paesi del Lazio meridionale restano una pagina orribile, agghiacciante, drammatica quanto poco conosciuta. E non solo perché molti dei testimoni di quello scempio oggi non sono più in vita. La materia sembra quasi scottare. Di essa non si parla molto volentieri. La gente prova vergogna a parlare di quei fatti. Come se la colpa di quelle violenze, in parte, sia stata anche la loro. E non di chi sguinzagliò quella feroce ciurma di tagliagole assetati di sangue, di carne fresca e di bottino. Proprio per questo è da accogliere con grande soddisfazione la notizia della nascita di una associazione nazionale delle vittime delle marocchinate che è stata ufficialmente presentata qualche giorno fa in Campidoglio, a Roma, con lo scopo di “restituire la giusta visibilità e la giusta memoria a chi oltre alle infamie della guerra ha dovuto subire anche quelle del saccheggio materiale e morale”. Alla cerimonia di insediamento hanno partecipato molti sindaci dei comuni delle provincie di Frosinone e di Latina che sono stati tormentati dalle azioni nefande dei famigerati “goumiers”. Finalmente si muove qualcosa, dunque, sia pure in clamoroso ritardo.

TERRACINA

In vendita la storica “Torre del pesce” situata vicino al lago di Fondi Il giudice delle esecuzioni immobiliari di Terracina ha dato il via libera alla procedura della vendita all'asta della storica “Torre del pesce” situata negli immediati paraggi del lago di Fondi. Lo storico edificio, realizzato nel corso del XVI secolo, era stato in precedenza pignorato a causa dei debiti contratti dall'attuale proprietario. A questo punto il giudice non ha avuto altra strada davanti a sè, se non quella di accogliere la richiesta dei creditori e, quindi, di far vendere all'asta l'artistico manufatto. F.R.


L’INCHIESTA

GIOVEDI’ 9 DICEMBRE 2010

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TERZA PAGINA ARTE

Tutto pronto per il “Premio Ciociaria 2010”

Mercoledì 22 dicembre, con inizio alle ore 17.00, presso il salone di rappresentanza dell'amministrazione provinciale di Frosinone, si terrà la tradizionale manifestazione connessa al “Premio Ciociaria”, patrocinata dall'ente di Piazza Gramsci. Presenteranno Silvano Ciocia e Laura Delli Colli. Il direttore artistico è Franco Renzi mentre il patron è l'immarcescibile Tony De Bonis.

Domani si parlerà del libro diventato un caso letterario presso la Biblioteca comunale di Cassino alle 17.00

L’Inchiesta Quotidiano presenta Silvie, “Ti odio da morire”

Alatri/Una vecchia tela torna nella chiesa di S. Maria Maddalena ad Alatri Dopo un'assenza durata più di quarant'anni è tornata finalmente nel suo luogo di origine e, precisamente, nella chiesa di Santa Maria Maddalena, ad Alatri, un'artistica tela pittorica raffigurante una Madonna con il Bambino e risalente ad un periodo oscillante tra il XVIII e il XIX secolo. Il quadro, negli anni sessanta del secolo scorso, era stato portato a Roma per essere restaurato. Ultimata l'opera la tela, senza alcun motivo logico ma come accade di sovente in questi casi (la città eterna riesce sempre a calamitare di tutto e di più) è rimasta accantonata in un deposito della Soprintendenza ai beni storico-artistici del Lazio. Ormai soltanto i più anziani della contrada si ricordavano di quel quadro e della sua precisa collocazione all'interno della chiesa. Per tutti gli altri, invece, quell'opera d'arte di grande valore, semplicemente non esisteva più. Fino a quando qualcuno si è deciso finalmente ad intervenire e ad adoperarsi affinché quella tela potesse tornare a casa. Grazie anche all fattivo interessamento di Gabriella Frezza, storico dell'arte della soprintendenza capitolina, la cosa si è finalmente concretizzata. Con grande gioia ed immensa soddisfazione di un'intera contrada che ha accolto festante il ritono di quella Madonna e del suo Bambino. F.R.

FROSINONE

L’autore è un giovane professionista originario di San Giorgio a Liri che racconta nella trama autobiografica le sofferte vicende sentimentali LUISA GROSSI CASSINO

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i odio da morire, romanzo di Alessandro Nardone, è divenuto un caso letterario italiano. Domani il libro sarà presentato a Cassino, alla presenza dell’autore, nella sala Malatesta della Biblioteca Comunale. Nardone, vive e lavora a Como, dopo il trasferimento del padre per motivi di lavoro, ma le sue origini sono a San Giorgio, dove risiedono molti suoi familiari. Il libro Ti odio da morire, edito per i tipi della Arduino Sacco, è diventato un caso letterario per la trama, spesso autobiografica, dove le vicende sentimentali profonde e sofferte del protagonista si intrecciano alle vicende e agli spostamenti legati alla sua vita professionale, da addetto stampa e uomo di fiducia di un importante parlamentare. L’avventura sentimentale del protagonista con Silvie conduce il lettore in un flusso di emozioni che rendono difficile staccarsi dalle pagine del libro e ne rendono la lettura fluida e scorrevole. Uno stile immediato, quasi giornalistico caratterizza ogni pagina del

romanzo che avvince e cattura, fornendo al lettore uno spaccato della vita quotidiana di un giovane ragazzo, che potrebbe essere il lettore stesso. Il libro è stato recensito e presentato in molte città italiane e continua a ricevere apprezzamenti dalla critica nazionale tanto da essere giunto alla sua seconda edizione. L’appuntamento è alle 17.00 presso la Sala Malatesta della Biblioteca Comunale di Cassino. Ne discuteranno il professor Fausto Pellecchia, docente della Facoltà di Lettere e Filosofica della Università di Cassino, Pasquale Beneduce, docente della Facoltà di Giurisprudenza e il professor Mario Costa,giornalista arguto e attento. Modera l’incontro Stefano Di Scanno, direttore responsabile de L’Inchiesta Quotidiano. L’iniziativa culturale è patrocinata dalla nostra testata e si inserisce all’interno di quelle manifestazioni per la città che hanno, tra l’altro, lo scopo di far conoscere i “successi” professionali e personali, in ambiti vari, di tutti coloro che pur vivendo e lavorando altrove, hanno avuto i natali nella nostra terra e le danno lustro.

Nardone racconta emozioni e vita professionale di un addetto stampa di un importante parlamentare

Lo studioso aquinate dopo 90 anni fa una minuziosa ricostruzione di una notte di conflitto tra socialisti e forza pubblica

Aquino e la folle notte di Santa Lucia in un libro di Jadecola FERNANDO RICCARDI

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l 13 dicembre del 1920, ad Aquino, ebbe luogo, come racconta una cronaca giornalista dell'epoca “un sanguinoso conflitto fra socialisti e forza pubblica. Durante una festa religiosa alcuni sconsigliati pretendevano che la musica suonasse 'Bandiera Rossa'. A tale richiesta si opposero alcuni ex combattenti e ne nacque un conflitto durante il quale venne arrestato un socialista. I compagni reclamarono allora la sua liberazione e per questo aggredirono i carabinieri, i quali per difendersi furono costretti a fare uso delle armi. Si hanno a deplorare tre morti. Sul luogo si sono immediatamente recate le autorità che hanno disposta una severa inchiesta”. Dopo novant'anni un libro ricostruisce nei minimi dettagli un

episodio che per la città di Aquino fu molto di più. L'autore è Costantino Jadecola, provetto studioso delle vicende storiche dell'alta Terra di Lavoro, che vanta nel suo ormai corposo curriculum altre numerose ed importanti pubblicazioni. “Aquino, 13 dicembre 1920: la folle notte di S. Lucia. E dintorni”: questo il titolo del libro che verrà presentato domenica 12 dicembre, alle ore 16.30, presso la sala consiliare del comune di Aquino. La relazione sarà svolta da Gaetano De Angelis Curtis, neo presidente del Centro Documentazioni e Studi Cassinati. I lavori saranno introdotti e coordinati da Giovanna De Marco. L'organizzazione della manifestazione è a cura dell'associazione culturale ricreativa “Cosmos”.

Il libro di Costantino Jadecola sarà presentato domenica 12 dicembre nell’Aula consiliare del Municipio di Aquino a cura dell’Associazione culturale ricreativa “Cosmos”

Cassino

Luca De Filippo spopola al teatro Manzoni In scena Le Bugie con le gambe lunghe”

Settecento spettatori nella serata di lunedi e seicento ieri, giorno dell’Immacolata, hanno goduto della verve artistica messa in scena sul palcoscenico del teatro Manzoni di Cassino da Luca De Filippo, degno artista figlio di cotanto papà, il grande Eduardo. Spettatori provenienti da Cassino, Formia, Venafro e dai centri vicini che non hanno voluto perdere l’occasione di godere della superlativa recitazione dell’attore partenopeo che ha saputo essere all’altezza della pesante eredità lasciatagli dal padre. De Filippo racconta la sua messa in scena della commedia paterna; “Non ci sono fattori di diversità che caratterizzano la mia interpretazione de Le bugie con le gambe lunghe rispetto al resto della produzione di mio padre, c’è una analisi profonda ma critica del nucleo familiare e della società di oggi; è una commedia del dopoguerra che il pubblico apprezza ed apprezzerà sempre con entusiasmo in quanto opera amara ma allo stesso tempo ironica”. La commedia scritta nel 1946 e rappresentata per la prima volta nel 1948, racconta di un periodo caratterizzato dalle difficoltà del dopoguerra, ma anche dalla voglia di ricostruzione, con i primi palazzi in cemento armato. Luca De Filippo ha poi auspicato: “di poter instaurare un bel rapporto duraturo nel tempo con la città ed il pubblico di Cassino. Questa è per me la cosa più importante”. M.P.


L’INCHIESTA

VENERDI’ 10 DICEMBRE 2010

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TERZA PAGINA

CASSINO

Al “Manzoni” concerto di Sparagna

Giovedi 16 dicembre al teatro Manzoni di Cassino si terrà un concerto di Ambrogio Sparagna. Il ricavato sarà devoluto in beneficenza. Il costo del biglietto è di 10 euro.Chi fosse interessato all'acquisto dei biglietti o volesse assumere altre informazioni sull'iniziativa può rivolgersi alla Caritas di Cassino.

Il gruppo Della Valle: “Offerta valida fino al 31 dicembre. Vogliamo far capire al mondo che siamo in grado di badare al nostro patrimonio”

Dal gruppo Tod’s arrivano 25 milioni di euro per il restauro del Colosseo Dal ministero dei beni culturali fanno sapere che non ci saranno problemi e che il bel pacco di soldini sarà molto ben accetto. Qualcuno però si adopera per remare in direzione opposta FERNANDO RICCARDI CASSINO

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l nostro paese conserva nel suo generoso grembo un patrimonio archeologic o di inestimabile valore. E se nel corso dell'800 si veniva nella Penisola per compiere il canonico “grand tour”, oggi la realtà non è cambiata poi di molto. Solo agli scavi archeologici di Pompei si riversano ogni anno anno 4 milioni di visitatori. Per non parlare, poi, della città eterna dove la romanità classica ha offerto il meglio di sé con testimonianze che ancora oggi destano stupore ed ammirazione. Peccato, però, che il quadro non sia così luminoso ed idilliaco. Non è tutto oro quello che luccica, insomma. Lo stato di salute di buona parte dei nostri monumenti antichi più famosi, quelli che incarnano l'Italia in ogni angolo del mondo, non è troppo soddisfacente. I crolli ripetuti di Pompei sono soltanto la piccolissima punta di un gigantesco iceberg. Il patrimonio archeologico nostrano rischia seriamente di svanire sotto i colpi impietosi dell'incuria, del disinteresse, della cattiva

gestione, della estrema penuria di fondi da destinare ad una puntuale attività manutentiva. Qui, e lo abbiamo già detto, non si tratta di cambiare il ministro competente o di innalzare un vessillo politico di diverso colore. Qui si tratta di cambiare radicalmentre strategia. E bisogna farlo in fretta prima che sia troppo tardi. Lo Stato non ha i soldi per badare alla tutela dei suoi gioielli più pregiati. E' inutile perciò continuare a pretendere adempimenti che possono essere svolti solo in maniera superficiale. In questi giorni il tanto bistrattato ministro Bondi si sta affannando nel tentativo di costituire una Fondazione privata che, impiegando capitali privati, possa prendere in gestione il bacino archeologico pompeiano. A molti la cosa può anche non piacere. Ma questa è l'unica via per non finire nel baratro. Intanto il gruppo Tod's, quello dei Della Valle tanto per intenderci, ha messo a disposizione ben 25 milioni di euro per provvedere al restuaro del Colosseo, un altro mostro sacro del nostro patrimonio archeologico che non scoppia di salute. “Imprese come le nostre che hanno la fortuna

di andare bene – precisa Diego Della Valle – e che sono anche ambasciatori dello stile di vita italiano nel mondo hanno il dovere di dare dei segnali forti. Ci sono centinaia di aziende che vanno bene: sarebbe bello che ognuna si occupasse di una cosa. Dopo che noi ci saremo occupati del Colosseo ci sarà qualcuno che restaurerà Pompei e così via di seguito. O vogliamo far capire al mondo che non siamo in grado di occuparci di un patrimonio che tutti ci invidiano?”. Il ragionamento dell'imprenditore marchigiano non fa una grinza e, nello stesso tempo, offre una salutare boccata di ossigeno (anzi di euro) al ministero dei beni culturali. Con quei soldi (50 miliardi delle vecchie lire tanto per intenderci) si potrebbe realizzare il restauro completo (occorreranno almeno tre anni) del vecchio anfiteatro Flavio visitato annualmente da 3 milioni di turisti. Peccato, però, che più di qualcuno abbia storto il muso. Della Valle si è visto costretto a convocare una conferenza stampa dove ha spiegato a chiare note il suo intendimento che non contempla business pubblicitari, con marchi di

borse o di scarpe, tanto per intenderci, che spunteranno come per incanto sulle arcate del Colosseo. E, nello stesso tempo, ha indicato un termine perentorio per l'accettazione o per il rifiuto della proposta: “La nostra offerta vale fino al 31 dicembre. Siamo un'azienda quotata in borsa, abbiamo bisogno di fare i bilanci e di decidere come investire il nostro denaro”. Dal ministero fanno sapere, sia pure

in via ufficiosa, che non ci saranno problemi e che il bel pacco di soldini sarà molto ben accetto. Qualcun altro, però, rema in tutt'altra direzione e fa pesanti pressioni per respingere al mittente la generosa offerta. Davvero uno strano paese il nostro. Sembra quasi che si provi un intimo godimento nel veder franare rovinosamente ciò che abbiamo di più bello.

Boville Ernica

La mostra resterà aperta tutti i giorni (con la sola eccezione della domenica) fino al 23 gennaio del 2011

Alla galleria Romberg di Latina “personale” di Stefania Mileto VITTORIO CROCE CASSINO

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resso la nota galleria d'arte contemporanea “Romberg” di Latina sita nel grattacielo Baccari, in viale Le Corbusier, è stata allestita la personale di Stefania Mileto dal titolo “A nord di Troms”. La pittrice romana ha voluto trasporre su tela quelle che sono state la sue esperienze e le sue impressioni, anche spirituali ed interiori, maturate nel corso di un lungo ed affascinante viaggio effettuato nel nord della Norvegia, dove il gelo e il candore dei ghiacci disegna un panorama incredibile, dagli spazi immensi ed incontaminati e dai toni quasi irreali. Troms, poi, è la cittadina dell'aurora boreale ed è considerata

la porta di ingresso al Polo Nord. La Mileto con le sue rappresentazioni pittoriche ha cercato ed è riuscita ad armonizzare in un unicum mirabile i colori vividi ed accesi delle case con il bianco immacolato e apparentemente indistinto dei ghiacci. Il tutto in uno scenario improntato ai grandi spazi ed agli altrettanto immensi silenzi. La mostra resterà aperta tutti i giorni della settimana con la sola eccezione della domenica fino al 23 gennaio 2011. Questi gli orari: dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 20.00. Il lunedì, invece, soltanto il pomeriggio dalle 16.00 alle 20.00.

“A nord di Troms”, questo il titolo della rassegna nella quale la pittrice romana racconta le sue esperienze, anche spirituali, vissute tra i ghiacci della Norvegia

Sabato 11 dicembre seminario su “Neorealismo, Zavattini e la Ciociaria” Sabato 11 dicembre nella sala consiliare del comune di Boville Ernica, con inizio alle ore 10.30, si terrà un interessante seminario su “Neorelismo, Zavattini e la Ciociaria”. L'organizzazione si deve all'associazione culturale “Atelier Lumiere” in collaborazione con il circuito delle Biblioteche della Valle del Sacco. Il seminario sarà tenuto dal noto regista ciociaro Fernando Popoli che, attraverso la proiezione di alcuni pezzi significativi di film famosi che hanno fatto la storia del cinema italiano (La Ciociara, Sciuscià, Ladri di biciclette e Miracolo a Milano, si soffermerà ad illustrare l'opera e il genio del grande sceneggiatore.


L’INCHIESTA

SABATO 11 - DOMENICA 12 DICEMBRE 2010

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TERZA PAGINA

FROSINONE Nel centro storico apre “Bolero”

Nel centro storico di Frosinone è stato aperto “Bolero”, un locale che vuole essere un laboratorio d'arte. La coraggiosa iniziativa si deve a Roberta Vadalà, eclettica artista che realizza quadri, disegni ed originali lavori su stoffa. Il locale, che si trova in Largo Sant'Ormisda, rimarrà aperto al pubblico nei gioni di fine settimana.

La manifestazione è stata curata dalla nostra testata assieme all’associazione “Dalla parte del cittadino”e alla libreria Mondadori di Cassino

Il pubblico delle grandi occasioni alla prima di Alessandro Nardone “Ti odio da morire” è un romanzo che affronta in modo squisitamente autobiografico alcuni degli aspetti comuni alla maggior parte dei giovani che vivono il nostro tempo LUISA GROSSI CASSINO

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n pubblico attento ha assistito giovedì pomeriggio alla presentazione del libro di Alessandro Nardone, evento promosso dalla nostra testata in collaborazione con l’associazione “Dalla parte del Cittadino”. A discuterne brillantemente Mario Costa, Fausto Pellecchia e Pasquale Beneduce, introdotti dal direttore de “L’Inchiesta” Stefano Di Scanno. Il libro, primo lavoro editoriale di Nardone dal titolo “Ti odio da åmorire”, è edito da Arduino Sacco, è alla seconda ristampa ed è disponibile a Cassino presso la libreria Mondadori, in Corso della Repubblica. Alessandro Nardone, nato a Cassino, vive e lavora a Como, dove i genitori, originari di San Giorgio a Liri, si sono trasferiti per motivi professionali. Il suo primo romanzo è uno spaccato di vita reale, divisa tra affetti e lavoro e su questi argomenti hanno incentrato gli interventi i relatori che del romanzo ne hanno sviscerato i temi di fondo, aprendo strade inedite di riflessione che lo

stesso autore ha dichiarato di avere apprezzato e condiviso. Ti odio da morire è un romanzo di successo perché affronta, in modo squisitamente autobiografico, alcuni degli aspetti comuni alla maggior parte dei giovani del nostro tempo. Francesco, il protagonista del libro, è un giovane comasco brillante, innamorato della sua città, delle belle donne, della tecnologia e di un certo life style caratteristico delle società

urbanizzate. L’incontro di Francesco con l’amore a prima vista, rappresentato da Silvie, segna uno spartiacque nella sua vita e la scrittura del romanzo rappresenta l’inizio di una consapevolezza che fa gli uomini più uomini e le donne più donne e per l’autore una sorta di azione di catarsi. Nel corso della presentazione, i relatori hanno però fornito ai presenti chiavi di lettura inedite e profonde della vicenda nar-

rata nel libro. Innanzitutto l’ambivalenza dei soggetti protagonisti, lo stesso Francesco e la sua Silvie, enigmatica figura che rappresenta – nella lettura del professor Fausto Pellecchia - il trionfo della ambiguità, una donna che, come scoprirà il protagonista a sue spese, è allo stesso tempo Silvie e Silvana, due donne, due vite che si consumano contemporaneamente ma che camminano parallele come i binari di un treno e proprio per questo entrambe inaf-

ferrabili e opache. Il professor Beneduce ne ha sviscerato, invece, i diversi registri descrittivi e linguistici, esordendo con una definizione della storia come “educazione sentimentale accelerata nel peggiore dei mondi possibile”, una “storia di sentimenti e di molto sesso che fa sentire il lettore come in un reality, in cui è sempre coinvolto e mai estraneo”. La quasi continua intrusione del lettore nella vita privata del protagonista in realtà causa un corto circuito del rapporto pubblico-privato, sottolineato dalle caratteristiche del particolare mondo professionale di Francesco, quello di addetto stampa di un noto parlamentare italiano, un mondo molto prossimo alla politica che, nello svolgersi del romanzo, ne inquadra vizi e virtù. Si tratta dunque di una lettura attuale, nei contenuti e nella forma, scorrevole e piacevole, e in sintesi uno spaccato di vita reale da cui emerge la principale criticità che vivono i giovani del nostro tempo, la precarietà che invade non solo la vita professionale, ma anche quella sentimentale. L’autore, infine, ringrazia Cassino per la grande presenza di pubblico alla presentazione.

VEROLI

SANT’ELIA FIUMERAPIDO/Il restauro della tela seicentesca è stato curato dallo studio d’arte “Kromo” di Roma

Il quadro della “Sacra Famiglia” è tornato in Santa Maria La Nova BENEDETTO DI MAMBRO S. ELIA FIUMERAPIDO

La sempre più lodevole solerzia del parroco di S. Elia Fiumerapido, don Remo Marandola, e la encomiabile sensibilità della della Banca Popolare del Cassinate, hanno fatto sì che la preziosa tela seicentesca, conservata nella chiesa madre di Santa Maria la Nova a S. Elia e raffigurante un’ avvolgente immagine della Sacra Famiglia, tornasse allo splendore originario dopo un meticoloso restauro durato circa un anno e mezzo. La tela (180 cm. x 250) era da tempo in via di opalescenza. E’ esposta sul secondo altare laterale di sinistra della chiesa. A curarne il restauro è stato lo studio d’arte “Kromo” di Roma di Laura Ferretti. Alcuni pensano che il di-

pinto sia da attribuirsi al pittore cassinate Marco Mazzaroppi (1550-1620), delicato artista “che ebbe i primi insegnamenti nell’ arte della pittura da un ignoto Maestro napoletano lì chiamato ad eseguire dei lavori. Perfezionò la sua arte a Roma e quindi nelle Fiandre studiando le opere di valenti artisti fiamminghi. Sue tele e suoi dipinti erano ed alcuni sono ancora nelle chiese di San Germano (Cassino), Pontecorvo, Piedimonte San Germano e quindi nell’ Abbazia Benedettina di Montecassino”. Ad illustrare l’ opera raffigurata nella tela della “Sacra Famiglia” di Sant’ Elia Fiumerapido e le fasi del suo restauro, davanti ad un folto ed at-

tento pubblico, è stata la critica d’ arte Melania Marrocco. Al momento dell’ esposizione al pubblico del dipinto restaurato ci sono stati melodiosi canti di gloria innalzati dal locale “Collegiun Artis Chorum” intitolato alla fulgida memoria del musicista e compositore santeliano Giuseppe Bozzelli (1841 - ?), allievo del Conservatorio di Musica di Napoli e quindi Maestro, Direttore e Compositore del Teatro “Scribe” di Torino. Proprio a Bozzelli, nel 1873, tra l’ altro, il Ministero dell’ Interno dell’ Italia postunitaria commissionò la composizione della musica per la “Messa funebre” in ricordo di Re Carlo Alberto di Savoia.

Restaurato dalla delegazione dello SMOM l’antico santuario dell’Olivello Questo pomeriggio alle ore 16.00 si terrà a Veroli l’inaugurazione del restauro del santuario mariano dell’Olivello realizzato dalla delegazione locale del Sovrano Militare Ordine di Malta. Interverranno il vescovo della diocesi di Frosinone-Veroli-Ferentino mons. Ambrogio Spreafico, il Gran Priore di Roma del S.M.O. di Malta Frà Giacomo Dalla Torre del Tempio di Sanguinetto e il sindaco Giuseppe D’Onorio. Verrà poi inaugurata una mostra permanente sulla storia dell’Ordine di Malta e sull’attività degli ultimi anni della delegazione di Veroli che ha visto i Confratelli impegnati in numerose attività benefiche e di volontariato.


L’INCHIESTA

GIOVEDI 2 DICEMBRE 2010

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TERZA PAGINA In un libro... I costumi tipici del sud del Lazio L'Istituto di Storia ed Arte del Lazio Meridionale (Isalm) di Anagni ha editato il libro dal titolo “Abbigliamento/abbigliamenti nel Lazio meridionale” che costituisce il 21° volume di “Etnostorica”, una collana che vuole essere un archivio delle tradizioni popolari del Lazio meridionale. Questa settimana il volume sarà presentato a Cori (3 dicembre, ore 16.30) presso il Museo del Territorio (previsti gli interventi di G. Giammaria e P. L. De Rossi), a Roccadarce (4 dicembre, ore 16.30) presso il Teatro Comunale Federico II (previsti gli interventi di G. Giammaria, E. Patriarca e A. Cimino), a Morolo (5 dicembre, ore 16.30), presso l'Auditorium Comunale (previsti gli interventi di G. Giammaria e A. Fiaschetti). Il libro contiene la stampa delle relazioni che si sono tenute nel convegno del 17 gennaio scorso a Morolo organizzato in collaborazione con il comune di Morolo (biblioteca comunale “G. Altieri”), con l'associazione culturale “Ciociaria Storica”, con l'etnomuseo “Monti Lepini” di Roccagorga, con il circolo “Gianni Bosio” di Roma con l'archivio aurunco di Maranola e con “Refola”, rete del folklore del Lazio. Marta Panza

I giochi dei nonni:

oltre cinquecento giocattoli esposti nel Museo dei bambini e ragazzi a Frosinone dal 5 al 15 dicembre Come giocavano i nostri nonni? Quali erano i giocattoli semplici, forse poveri e rudimentali che aiutavano i bimbi di una volta a sognare ad occhi aperti? Chi volesse approfittare per mostrare al proprio bimbo o nipotino quali erano gli strumenti ludici di una volta, potrà recarsi dal 5 al 15 dicembre a visitare una mostra gratuita, aperta al pubblico, che si tiene a Frosinone presso il Museo dei Bambini inaugurato di recente in corso della Repubblica a Frosinone. L’iniziativa è a cura della cooperativa sociale Finisterrae, in collaborazione con l’Associazione di volontariato Itake. Nel Museo sono esposti più di cinquecento giochi e giocattoli e ed oltre quattrocento acquerelli. L’orario di apertura al pubblico è dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 18.30. Per la visita da parte delle scolaresche degli istituti scolastici è necessario effettuare la prenotazione. M.P.

De Angelis è il nuovo Presidente del CDSC

Il CDSC onlus ha rinnovato i suoi organi collegiali. L'assemblea ha eletto nuovo presidente Gaetano De Angelis Curtis. Vicepresidente è stato nominato Alberto Mangiante mentre nel nuovo comitato direttivo, oltre a Giovanni D'Orefice, Arturo Gallozzi e Sergio Saragosa, riconfermati, sono entrati Gaetano Lena e Guglielma Sammartino.

Due entità disomogenee inserite d’imperio in un anonimo contenitore

Terra di Lavoro e Ciociaria Rapporto tutto da costruire Per tanti secoli quella linea di confine che ha diviso papalini e regnicoli ha rappresentato anche una insormontabile barriera di natura culturale FERNANDO RICCARDI

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iparte, finalmente dopo un periodo di sonnacchioso letargo, il cammino de “L'inchiesta”, quotidiano che intende avere come suo punto di riferimento i lettori “dell'alta Terra di Lavoro e della Ciociaria”. Un progetto ambizioso e non solo dal punto di vista editoriale. I due territori, infatti, non sono mai stati omogenei né troppo compatibili. Per tanti secoli quella millenaria linea di confine tratteggiata dal corso sinuoso del fiume Liri ha rappresentato una invalicabile barriera non solo politica ma anche culturale. “Di qua Longobardi, Normanni, Angioini, di là papi e loro accoliti; di qua una lingua di tipo napoletano-abbruzzese; di là una specie di romanesco suburbano; a non tener conto poi di tutto il resto”. Così nel 1954 il grande Tommaso Landolfi da Pico (prolifico scrittore la cui valenza è stata e continua ad essere colpevolmente sottovalutata) fotografava mirabilmente la singolare realtà di una provincia, quella di Frosinone, che racchiudeva in un innaturale abbraccio la Ciociaria propriamente detta (il frusinate) e la porzione settentrionale dell'antica Terra di Lavoro di napoletana memoria (il cassinate e il sorano). Correva il 1927, anno V dell’Era Fascista,

quando Benito Mussolini decise d’imperio di accorpare gli ex papalini agli ex regnicoli e di rinchiudere in uno stesso contenitore due comprensori territoriali che erano rimasti sempre distinti e distanti fra loro. Da quel giorno sono passati ormai tanti anni ma quel vizio di origine continua a pesare ancora maledettamente. Tra Frosinone e Cassino resta in piedi una distanza siderale che non è solo quella esigua manciata di chilometri che separa le due più corpose realtà urbane della provincia. Si tratta di due mondi profondamente diversi, con usi, costumi e tradizioni diverse, il cui unico comune denominatore oggi sembra essere la marginalità che tutto sommerge e tutto divora con famelica voracità. Una marginalità che non è solo economica, sociale e occupazionale ma anche culturale intesa, ovviamente, nell'accezione più ampia del termine. Nessuno ha il potere di porre rimedio ai gravi errori del passato. Sono falliti, non a caso, tutti i molteplici tentativi di riparare a quella profonda lacerazione. Il sogno di realizzare una nuova provincia nella porzione meridionale della regione laziale, nonostante lo strenuo impegno da parte dei promotori, non ha sortito gli effetti sperati. E, considerata la situazione che si è venuta a creare a livello di governo centrale dove si

parla con una certa insistenza di voler procedere all’abolizione delle circostrizioni provinciali considerate inutili ed economicamente dispendiose, quel progetto non andrà sicuramente in porto. Le province, forse, non saranno mai abolite, troppo forti sono le resistenze della politica, ma l’italico Parlamento ci penserà su due volte prima di autorizzarne la costituzione di altre nuove di zecca. E’ opportuno, perciò, conformarsi alla situazione attuale senza cullare propositi troppo fantasiosi. Stando così le cose si deve cercare di far convivere sotto lo stesso tetto e in maniera dignitosa due entità così lontane e disomogenee. Il che non vuol dire che quelle

differenze di cui sopra debbanno annullarsi completamente o svanire come neve al sole. In questo sforzo titanico “L'Inchiesta”, quotidiano “dell'alta Terra di Lavoro e della Ciociaria”, può e deve svolgere un ruolo importante. Un ruolo di cui oggi si avverte sempre più chiaramente l’esigenza. Agendo con onestà intellettuale e senza avere preclusioni di sorta si potranno raggiungere risultati di tutto rilievo. Qualcuno potrà anche pensare che si tratti di una scommessa fin troppo temeraria. Il che potrebbe anche essere vero. Noi tutti, però, ci crediamo e, soprattutto, siamo convinti che quella scommessa, alla fine, possa risultare vincente.

L’autore è Leone Zingales, ideatore del “Giardino della Memoria” dedicato alle vittime della mafia

L’indomito coraggio del giudice Borsellino raccontato in un libro Cassino

La presentazione a cura dell’associazione “Marino Fardelli” il 15 dicembre DIEGO ROSSI

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eone Zingales, giornalista professionista, già Presidente del Gruppo siciliano, consigliere nazionale e componente della giunta esecutiva nazionale dello stesso organismo, commendatore al merito della Repubblica Italiana, è autore di 33 libri e ha scritto due volumetti di poesie. Da una sua idea, nel gennaio del 2005, è sorto a Palermo, in via Ciaculli, il “Giardino della Memoria”. Su di un terreno confiscato alla mafia il Gruppo siciliano dell’Ordine Nazionale

Magistrati, sezione palermitana, primo caso del genere in Europa, ha deciso di ricordare tutte le vittime cadute per mano mafiosa con la piantumazione di alberi e targhe a ricordo degli uomini che hanno offerto la loro vita sul ver-

sante della legalità e della lotta alla mafia, con un omaggio particolare all’impegno profuso dal giudice Borsellino. Zingales, inoltre, vanta diverse esperienze nel campo radiotelevisivo. La presentazione del libro “Una vita contro la mafia” è stata organizzata dall’associazione “Carabiniere Marino Fardelli” in collaborazione con l’amministrazione comunale di Frosinone, Assessorato alla cultura, con il Comune di Cassino, assessorato alla cultura, con la Fondazione Italiana per la Legalità e lo Sviluppo Generale Milillo e con la libreria Mondadori di Cassino. L’appuntamento è fissato per mercoledì 15 dicembre presso la Biblioteca comunale di Cassino “P. Malatesta”. I lavori saranno coordinati da Sofia Corvese, docente del Liceo Ginnasio “Giosuè Carducci” di Cassino.

Quello con Leone Zingales è l’ultimo dei quattro interessanti appuntamenti con gli scrittori contemporanei impegnati nella promozione e nella diffusione della cultura della legalità, come in altrettante occasioni di confronto e di riflessione collettiva, rivolte soprattutto alle giovani generazioni, con l’attenzione rivolta al fenomeno della criminalità organizzata e sulle sue implicazioni sociali, economiche e politiche. Un ciclo di manifestazioni culturali che è stato molto apprezzato dall’opinione pubblica che in tal modo ha potuto prendere coscienza, alla presenza di alcuni protagonisti dell’attualità letteraria, delle problematiche più scottanti legate alla lotta alla mafia e al ruolo essenziale che assume la vigilanza attiva svolta dai cittadini sulle dinamiche criminali del loro territorio.


L’INCHIESTA

SABATO 18 - DOMENICA 19 DICEMBRE 2010

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CECCANO

Sesta edizione dei “Presepi al Borgo”

TERZA PAGINA

Domenica scorsa, a Ceccano, in località Borgo Berardi, è stata inaugurata una esposizione denominata “Presepi al Borgo” giunta alla sua sesta edizione. La rassegna, che resterà aperta fino al 6 gennaio del 2011, è stata curata da Rita Querqui e da Patrizia Gregory, con la supervisione e la consulenza del noto artista Angelo Kofler.

COLLE SAN MAGNO/Manifestazione organizzata dall’amministrazione comunale per il 150° anniversario

Unità d’Italia tra storia e musica Convegno e concerto bandistico La conferenza si svolgerà nella sala consiliare del comune con inizio alle 17.30 Alle 20.30 nella chiesa parrocchiale il concerto della banda “Città di Bracigliano”

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e manifestazioni celebrative per il 150° anniversario dell'unità d'Italia (1861-2011), che avranno il loro culmine specialmente nel prossimo anno, si sono già avviate in molte località della Penisola. Malgrado la profonda crisi economica che induce un po' tutti gli enti pubblici a ridurre le spese e ad amministrare con molta oculatezza e parsimonia (ormai si è capito che il tempo delle vacche grasse è definitivamente tramontato), molti coorganizzato hanno muni manifestazioni, conferenze, convegni di studi, seminari, rappresentazioni sceniche, kermesse di vario genere e tipo per ricordare degnamente un evento fondamentale per la storia della nazione italica. In provincia di Frosinone, ad onor del vero, anche su questa particolare materia, come su tante altre cose sicuramente ben più importanti, si è, more solito, in netto e clamoroso ritardo. Ad eccezione di qualche appuntamento varato da associazioni o organismi culturali (va ricordata, ad esempio, l'ottima iniziativa dell'associazione sorana “Verde Liri” che ha già elaborato e presentato al pubblico un corposo e variegato calendario di iniziative che si svolgeranno in parecchi comuni

della media valle del Liri nel corso del 2011) sempre alle prese, peraltro, con la canonica carenza di fondi, niente o quasi si è fatto e, quel che è peggio, ammesso che poi lo sia per davvero, niente o quasi si intravede all'orizzonte. Non siamo allo zero assoluto, insomma, ma lì nei pressi. A dimostrazione che quella marginalità diffusa e persistente che affligge ormai da tempo la provincia di Frosinone non è soltanto economica, sociale ed occupazionale ma anche e soprattutto culturale. Per fortuna, però, esistono delle eccezioni. Eccezioni che consentono di guardare al futuro con occhio diverso e con un po' più di ottimismo. E così, se in parecchi dormono (e il motivo del soporifero letargo, potete giurarci, non è soltanto riconducibile alle pur evidenti ristrettezze di natura economica), qualcuno, invece, è ben sveglio e dimostra di avere chiarezza di idee e voglia di elevarsi nettamente al di sopra di cotanta impalpabilità. Stiamo parlando dell'amministrazione comunale di Colle San Magno e, in particolar modo, del sindaco Antonio Di Nota, che fin dal primo giorno dell'insediamento nella casa comunale (è ormai in pieno svolgimento il suo secondo mandato consecutivo), ma anche in prececenza quando ricopriva la carica

di vice sindaco e di assessore alla cultura, ha sempre creduto fermamente nelle iniziative di carattere culturale come mezzo di elevazione della cittadinanza. Egli, anzi, della cultura, intesa in senso lato ovviamente, ha fatto il suo vero cavallo di battaglia, raggiungendo risultati che tante altre comunità civiche ben più importanti (e con mezzi economici ben più ragguardevoli) non hanno saputo fare. Figuratevi, dunque, se il buon Di Nota poteva farsi sfuggire l'appuntamento con il 150° dell'unità d'Italia. E così, oggi pomeriggio (sabato 18 dicembre), a Colle San Magno,

piccolo ma grazioso paesino che merita davvero di essere visitato, sono in programma non uno ma due grandi eventi la cui matrice tricolore è ben visibile nella brochure che pubblicizza la manifestazione. Il programma si avvia alle ore 17.30 quando, nella sala consiliare del comune, si svolgerà il convegno dal titolo “L'unità d'Italia tra musica e storia”. Ai saluti del primo cittadino e all'introduzione del giornalista Fernando Riccardi, che modererà i lavori, faranno seguito gli interventi della prof.ssa Silvana Casmirri, docente di storia contemporanea della facoltà di

La rappresentazione della Natività potrà essere visitata fino al 6 gennaio del 2011

Veroli/Il magico presepe di Scifelli Anche quest'anno a Scifelli, piccola ma graziosa frazione di Veroli, ad un tiro di schioppo dalla splendida abbazia di Casamari, un gruppetto di persone fermamente intenzionate a proseguire una tradizione che va avanti ormai da tantissimo tempo, ha allestito il caratteristico presepe che ogni anno viene visitato da centinaia e centinaia di persone provenienti da ogni angolo della provincia. La location è sempre la stessa: la sala adiacente la chiesa della Madonna del Buon Consiglio nel collegio dei Padri Redentoristi. Quest'anno il comitato organizzatore, un gruppo affiatato ed operoso composto da Luigi Villetti, Giancarlo Maglioc-

chetti, Gerardo Martellacci, Achille Lisi e Patrizia Campoli, ha pensato di anticipare l'apertura del presepe all'8 dicembre, festa dell'Immacolata Concezione, allo scopo di facilitare le visite anche nel periodo immediatamente precedente le festività di fine anno. Il momento più significativo, però, si vivrà la notte della vigilia di Natale, quando nel corso della messa solenne il parroco, padre Alfredo Velocci, deporrà la statuetta del Bambino nella grotta di Betlemme. Il presepe di Scifelli resterà aperto tutti i giorni fino al 31 gennaio del 2011 con i seguenti orari: dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 20.00.

lettere e filosofia dell'università degli studi di Cassino (“Moderatismo e democrazia nel Risorgimento”), del prof. Antonio Mascoli, già provveditore agli studi di Palermo e Napoli (“Influenza della musica negli anni del Risorgimento”), e del maestro Carmine Santaniello, docente e vice direttore del conservatorio “D. Cimarosa” di Avellino, componente dell'assemblera Siae (“Il canto degli italiani”). La sera, invece, ci si sposterà nella bella ed accogliente chiesa parrocchiale di San Magno dove, con inizio alle 20.30, si terrà il concerto sinfonico “Italia in musica”, a cura del Gran Concerto Bandistico città di Bracigliano (Salerno), diretto dal maestro direttore e concertatore, prof. Carmine Santaniello. Verranno eseguite musiche di Verdi, Rossini, Bellini ed altre melodie patriottiche e risorgimentali. Saranno presenti, accanto al sindaco Di Nota, l'assessore municipale alla cultura Crescenzo Nota, il parroco don Xavier Razanadahy e l'assessore provinciale alla cultura Antonio Abbate. Si potrà assistere anche ad una esibizione dei bambini della locale scuola primaria. A questo punto lo avrete capito: quello di oggi pomeriggio a Colle San Magno è un appuntamento al quale non si può mancare.

COLLEPARDO La Pro Loco cerca attori e sceneggiatori per il Presepe vivente Ancora una volta a Collepardo ci si sta adoperando per allestire nel migliore dei modi la rappresentazione del presepe vivente. Quest'anno lo spettacolo si terrà domenica 2 gennaio 2011 e sarà replicato giovedì 6 gennaio, festa dell'Epifania, sempre con inizio alle ore 18.00. La Pro Loco, ente che si prende carico dell'organizzazine, lancia un appello: tutti coloro che sono interessati alla manifestazione e che vogliono collaborare in qualsiasi modo all'evento (dall'interpretazione attorica dei personaggi all'allestimento della scenografia), possono recarsi presso la sede in piazzetta Massimino Tolomei oppure telefonare allo 0775.47076.


L’INCHIESTA

MARTEDI’ 4 GENNAIO 2011

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CASSINO Anteprima nazionale de “La Ciociara”

TERZA PAGINA

Il 13 gennaio il teatro Manzoni di Cassino ospiterà l’anteprima nazionale de “La Ciociara”, il grande spettacolo ispirato all’opera di Alberto Moravia, riscritto da Annibale Ruccello e diretto da Roberta Torre. Nel cast attori del calibro di Donatella Finocchiaro e Daniele Russo. Lo spettacolo sarà presentato venerdi 7 gennaio (ore 14.00), nella sala San Benedetto della filiale di Cassino della Banca Popolare del Cassinate.

Al di sotto del ponte Lagnaro fino ai primi dell’800 scorreva il fiume che poi raggiungeva Cassino

Una svista del geografo Cluverio trasformò il Rapido in... “Vineus” Nel XVII secolo l’erudito tedesco trasse il fantasioso nome da una errata traduzione di un passo del “De Re Rustica” di Marco Terenzio Varrone BENEDETTO DI MAMBRO SANT’ELIA FIUMERAPIDO

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l ponte Lagnaro è il simbolo per antonomasia dei resti archeologici di Sant’ Elia Fiumerapido. Si trova ai confini del territorio comunale di Sant’Elia con quello di Cassino, ben visibile alla destra della via Sferracavalli da Cassino verso Atina, appena superato il bivio per Sant’Elia Fiumerapido. È una costruzione imponente e scavalcava il fiume Rapido che, in tempi remoti e fino ai primi del XIX secolo, scorreva proprio in quei luoghi. Questo fiume in epoca romana era sicuramente conosciuto con i toponimi “flumen rapidum” o “fluvius rapidus”, data la sua caratteristica vorticosità. E non “vineus” come volle chiamarlo nel XVII secolo il geografo tedesco Filippo Cluverio, traendone questo fantasioso nome da una erronea (o voluta) lettura di una trascrizione amanuense medievale di un passo del “De Re Rustica” di Marco Terenzio Varrone dove lo studioso reatino descriveva la sua villa di Casinum fra le acque dell’attuale fiume Gari. Varrone, oltre a questa sontuosa villa, possedeva lì anche una “vinea” ossia una

vigna. Fu fatta con molta probabilità un po’ di confusione: “a vineo fluvio” scriveva Cluverio anziché “in imo fluvio” e cioè “dal fiume di vino” anziché “dalla parte inferiore del fiume”. Con l’aggettivo “rapidu”, di derivazione toponomastica, prima, e con il nome proprio “Rapido”, poi, lo troviamo scritto in documenti longobardi, conservati a Montecassino, dell’VIII e X secolo, senza che vi potesse essere alcuna plausibile ragione di cambiarne il nome facendo scomparire l’evidentemente inventato nome “Vineus” o addirittura “Vinius”. D’altronde ben sappiamo che scrittori e geografi romani davano nome “Scatebra” alle attuali sorgenti del Gari a Cassino. E poi parlano semplicemente di “un altro fiume” chiamandolo cioè “altera amnis” o “alium”: che fosse oproprio l’attuale Rapido? E perché allora non chiamarlo con il tramandatoci e sicuramente inesistente nome “Vinius”? Circa, invece, la più volte riproposta epigrafe cassinese CIL X 5215 in cui, trascritta dal Mommsen nella seconda metà del 1800 secondo la lettura che ne faceva il suo scopritore Helbigio, si farebbe riferimento a tale L.C. VINIVS, al primo e

Il ponte Lagnaro a Sant!Elia Fiumerapido

secondo rigo e a VINIAE al terzo, faccio di nuovo rilevare, così come già feci qualche tempo fa (era il 2002), che nel 1962 gli epigrafisti tedeschi Rudolph Hanslik e Hans Gundel ebbero a confutare tale lettura proponendo quella più credibile di L.C. IVNIVS e IVNIAE (vedi Paulys-Wissowa: “Realencyclopadie”, Stoccarda, 1978). Riguardo al ponte Lagnaro lo si fa risalire ad un’epoca imperiale oscillante tra il I e il II sec. d. C. e reca ancora, nel sottarco, i contrassegni della cava di estrazione

e di lavorazione delle pietre (come scrive il Carettoni in “Casinum”, pag. 107), riconoscibili dalle lettere A, O e T. Il ponte è alto 4,20 metri e lungo circa 20. Il piano calpestabile è largo m. 4,70 e le pietre che lo compongono hanno uno spessore di cm. 70. Sulla chiave di volta di una sua coscia è scolpita, in altorilievo, una croce: forse il segno di confine, fra i territori comunali di Sant’Elia e San Germano, appostovi il 30 aprile 1577, di cui ci riferisce Marco Lanni nella sua “Monografia su Sant’ Elia sul Ra-

Secondo Ornello Tofani la parte più antica della città ernica nasce come osservatorio astronomico

L’acropoli di Alatri come Stonehenge? Ornello Tofani, appassionato conoscitore della storia di Alatri, si dedica instancabilmente da anni ad approfondire lo studio di quello che è il monumento principe della città ernica, che richiama visitatori in ogni periodo dell'anno e da ogni parte del mondo: la monumentale acropoli che sovrasta con la sua mole il centro abitato. All'argomento ha dedicato numerose pubblicazioni e saggi l'ultimo dei quali, ormai di imminente uscita, si intitola “Alatri. L'Acropoli e i suoi misteri”. Tofani con i suoi scritti ha iniziato ad indagare una materia del tutto particolare che presenta un fascino e, nello stesso tempo, un incommensurabile alone di mistero: si tratta, infatti, dell'archeoastronomia, ossia, per essere più chiari, dell'archeologia che viene armonicamente correlazionata all'astronomia. Una materia che è stata da sempre poco indagata e che conosce pochi esperti davvero degni di tal nome. Uno di questi è appunto Or-

nello Tofani che non ha avuto esitazioni a ricorrere ad essa anche nello studio della misteriosa acropoli di Alatri che, non a caso, viene catalogata tra le città del Lazio meridionale fondate dai leggendari e mitologici ciclopi. Ed è proprio ragionando in questi termini che il ricercatore ernico è giunto ad instaurare un sorprendente parallelismo tra l'acropoli di Alatri e il sito neolitico di Stonehenge, nel Wiltshire, in Gran Bretagna, uno dei monumenti più affascinanti e misteriosi di cui oggi è rimasta traccia. Quella alatrense, dunque, potrebbe (in questi casi il condizionale è più che mai d'obbligo) anche essere un osservatorio astronomico o, per usare le parole dello stesso Tofani, “una struttura preposta all'osservazione del cielo tramite strumentazione astronomica”. Una teoria sorprendente anche perché presuppone che quei giganteschi blocchi di pietra siano stati collocati in loco e sistemati secondo precisi calcoli astro-

nomici da popolazioni misteriose che solo all'apparenza possono essere definite primitive. Non a caso, come rileva Tofani, “la porta minore dell'acropoli di Alatri è un capolavoro di ingegneria e un trattato di astronomia costruito intorno al Sole e ad Orione”. Qualcuno, di fronte a considerazioni di tal genere, potrà anche sorridere e mostrare un acuto scetticismo. Ma leggendo gli scritti di Tofani si può constatare chiaramente come la realtà superi di gran lunga la fantasia. Certo di qui a dare per scontato che l'acropoli di Alatri nasca come un antico osservatorio astronomico sul modello di Stonehenge ce ne corre. Lo stesso ricercatore ernico, d'altro canto, avanza la similitudine con molta cautela. Però, e di ciò siamo profondamente convinti, chiunque oggi volesse immergersi nello studio approfondito dell'acropoli di Alatri non può assolutamente prescindere dagli scritti di Ornello Tofani.

pido” alle pagg. 142 e 143. Fino alla prima metà del 1800 il ponte era conosciuto come “Ponte della Bagnara” ma quando, in quegli anni, a partire dal 1832, il letto del fiume Rapido, che gli scorreva sotto, fu deviato di circa un chilometro a nord-ovest del ponte per far posto alla costruenda nuova via Sferracavalli, nel paludoso terreno circostante, a sua bonifica, furono solcate canalette di scolo e di irrigazione dette “lagni” (pag. 2358 del volume III del “Dizionario di Cultura Universale”, Vallardi, Milano, 1962. Ne scrissi la prima volta sul mensile “Spazio Aperto”, anno IV, n. 8, settembre 1992, p. 19). Da qui il nome “Lagnaro” dato da quel tempo a tutt’ oggi al ponte. Non si è mai chiamato, dunque, “Ponte Vinniale” o “Vignale” (da un improbabile nome “Vinius” fatto, chissà come, derivare da “Vineus”) come vollero affermare circoli pseudo dotti cassinati del XIX secolo. A proposito del nome “Vineus”, va ricordato, come ho già avuto modo di sottolineare prima e in miei precedenti scritti, che il termine latino “vinea” stava a significare “vigneto” e “vineus” “dal sapore o dal colore di vino” ossia “vinoso”. Altro che nome di un fiume!

FERENTINO Concerto “Lauda di Natale” al Duomo Si terrà domani, martedì 4 gennaio, con inizio alle ore 19.00, presso il duomo di Ferentino il concerto “Lauda di Natale”. L!organizzazione è a cura dell!associazione “Poliarte”. Si esibirà per l'occasione un cast di affermati musicisti: Laura Orlandi (soprano), Ilaria Gruccione (arpa), Mario Mancini (flauto), Ambra Gruccione (oboe), Olga Zagorovskaia (violino), Simona Cosacchi (violoncello). Sarà proposta per l!occasione una nutrita serie dei più conosciuti e famosi brani natalizi.


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GIOVEDI’ 6 GENNAIO 2011

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ATINA La pittura del Venezuela al palazzo ducale

TERZA PAGINA

Presso il palazzo ducale di Atina è stata allestita una mostra dedicata alla “pittura del Venezuela nella contemporaneità”. Sono esposte le opere di Parra, Sanchez, Solorzano, Hernandez, Del Busto, Reverol, Gonzales, Chirinos e Mendoza. La rassegna, allestita attraverso nove percorsi espositivi, dovrebbe chiudere i battenti oggi, 6 gennaio, giorno dell'Epifania. Ma gli organizzatori non escludono di protrarne l'esposizione.

Una straordinaria opera di ingegneria idraulica che correva ininterrotta per 22 chilometri

Grazie alla condotta di Valleluce a Casinum l’acqua c’era sempre Il percorso seguiva i pendii del Cifalco, le colline di Casalucense, le gole del Rio Secco e le balze del monte Cairo con una pendenza dello 0,7% BENEDETTO DI MAMBRO SANT’ELIA FIUMERAPIDO

E’

senza dubbio il monumento archeologico più noto del territorio di Sant’Elia Fiumerapido. Si tratta di un’opera di ingegneria idraulica straordinaria e sembra che risalga al I sec. d. C., quando imperatore di Roma era Tiberio Claudio (41-54 d.C.). Con molta probabilità l’acquedotto era già stato progettato all’epoca dell’ imperatore Tiberio (14-37 d. C.) quando, per nomina imperiale, edile curule e prefetto dell’erario era il senatore casinate (casinas) Caio Ummidio Durmio Quadrato (12 a.C. - 60 d.C.), padre della più famosa Ummidia Quadratilla (27-107 d.C.). Costruito secondo i dettami dei grandi architetti di epoca augustea, il formiano Marco Vitruvio Pollione (75-23 a.C.), massimo teorico dell’ architettura di tutti i tempi, autore del celebre trattato “De l’arpinate e Architectura” Marco Vipsanio Agrippa (6312 a.C.), esperto soprintendente alla costruzione di terme e acquedotti come l’Aqua Virgo e l’Aqua Iulia nonché del fastoso Pantheon di Roma, la conduttura di Valleluce fino a Casinum era alimentata dalle sorgenti di Bagnaturo, in località Campo di

Valleluce (m. 307). Lì sono ancora ben conservati i locali sotterranei per la captazione delle acque a circa un chilometro a nord-est di Valleluce (m. 369). L’acquedotto conduceva l’acqua a Casinum con un sistema di conduzione a caduta libera, per una lunghezza di XV miglia romane (attuali km 22) fino a quota 175 dove, in località Crocifisso di Cassino, a monte del Teatro Romano, c’erano i serbatoi di raccolta delle acque. Il percorso dell’acquedotto seguiva i pendii di monte Cifalco, le selvose rientranze collinari di Casalucense, le gole del Rio Secco ed i primi balzi delle pendici della catena montuosa di Monte Cairo, una pendenza costante di circa lo 0,7%. Ancora oggi se ne vedono, a Valleluce, i cunicoli ben scavati nella terra e nella roccia o in gallerie sotterranee, ben protetti da spesse mura in pietre levigate ed in “opus signinum” e sostenuti, a copertura, da volte a tutto sesto o a cappuccina, a seconda del peso che dovevano sostenere. Gli spechi raggiungono al massimo un’altezza di m. 1,30 e la loro larghezza è di circa cm. 45. Bellissimi e ben conservati, presso la località Campo, i pozzetti per l’ispezione e la aerazione dei cunicoli. Nelle località Campopiano di Valleluce e Costalunga di Casalucense il percorso dell’ acque-

dotto è in totale superficie ed è riconoscibile da precisi tagli nelle rocce. Ammirevoli, come accennato all’inizio, i resti del ponte del Vallone del Dente, presso Caira, su cui scorreva il condotto. Stando alle interpretazioni di alcune epigrafi e, a quanto scritto nel 1940 dall’archeologo Gianfilippo Carettoni, sembra che, al-

meno fino alla località Ordicosa di Prepoie, a monte della frazione Olivella, fossero stati tre i magistrati che sovrintesero, consecutivamente o ognuno per le proprie mansioni, alla costruzione del manufatto: un certo Albinus (G.F. Carettoni, “Casinum”, Roma 1940, pag. 110) tale Publio Pomponio (C.I.L. 5274/5) e M.

Si esibirà la corale parrocchiale, il coro delle voci bianche e il “Saint Thomas Choir”

Aquino/In cattedrale il concerto della Befana Questo pomeriggio, alle ore 18.00, nella cattedrale San Tommaso e San Costanzo di Aquino si terrà il tradizionale “Concerto dell'Epifania”. Protagonista sarà la musica corale nelle sue più varie sfaccettature, con particolare riferimento ai temi natalizi, proposti in modo originale e accattivante dalle realtà parrocchiali di Aquino e non solo. Prenderanno parte alla kermesse il coro parrocchiale e il piccolo coro delle voci bianche diretti entrambi da Maria Antonietta Scappaticci, i quali interpreteranno canzoni natalizie liturgiche e canti tradizionali natalizi. Di particolare interesse e suggestione sarà l'interpretazione di alcuni brani estratti dal ricco e prezioso repertorio del compianto prof. Donato Di Brango, abile maestro di musica nonché uomo di grande spessore morale, scomparso lo scorso anno. Sarà poi la volta del gruppo gospel “Saint Thomas

Choir”, diretto da Laura Scappaticci il quale, dopo una intensa attività corale che lo ha visto protagonista lo scorso anno di parecchi eventi ad Aquino e zone limitrofe, ma anche fuori provincia (uno per tutti basti ricordare la rassegna con i “Tibur Gospel Singers” di Tivoli dell'8 maggio 2010), eseguirà alcuni brani appartenenti al genere “gospel&spirituals” per augurare un sereno e gioioso nuovo anno. Informazioni sull'evento aquinate sono disponibili sul profilo facebook del coro (StThomas Choir), sulla pagina ww.myspace.com/stgospelchoir o all´indirizzo e-mail stgospelchoir@gmail.com. Si ricorda, infine, che il “Saint Thomas Choir” è alla ricerca di nuovi coristi per procedere all'ampliamento del proprio organico, in vista dei prossimi e pressanti impegni ed esibizioni. Per cui chi fosse interessato può prendere contatto con i responsabili ai recapiti sopra riportati.

Obultronius Cultellus dell’epigrafe dell’ Ordicosa. Stando anche alle informazioni tramandateci dagli studi del celebre “curator aquarum” di epoca nerviana e traianea Sesto Giulio Frontino (35-103 d.C.) autore fra l’altro del trattato “De aquis urbis Romae” attentamente studiato, alla fine dell’800, dall’ archeologo ed epigrafista romano Rodolfo Lanciani circa la tecnica, i costi e gli addetti alla costruzione degli antichi acquedotti romani, sicuramente, anche qui, ci fu la collaborazione di esperti del settore (curatores aquarum), ingegneri (libratores) e prefetti del genio militare (praefecti fabrum), con l’impiego di circa 200 operai la cui paga era di 1.041 sesterzi l’ anno (circa 4 sesterzi al giorno, secondo il calendario giuliano), da rapportare al costo della vita della Roma imperiale. Nel I secolo d.C., infatti, epoca degli imperatori Augusto, Tiberio e Claudio, con un sesterzio si potevano, ad esempio, acquistare: due chilogrammi di grano, due chili di pane, un litro di vino e otto chilogrammi di lupini. La costruzione dell’ acquedotto costò circa 9.000.000 di sesterzi e durò poco più di 4 anni (dal 44 al 48 d. C.), come si evince proprio dagli studi condotti nel 1880 da Rodolfo Lanciani sugli scritti di Giulio Sesto Frontino.

POFI Marchio di qualità per la biblioteca comunale La biblioteca comunale di Pofi ha ottenuto un altro prestigioso riconoscimento: l'amministrazione provinciale di Frosinone, infatti, per la decima volta consecutiva, le ha conferito il “marchio di qualità” riconoscendo l'ottima qualità del servizio bibliotecario offerto alla cittadinanza. La struttura pofana, istituita nel 1982 e coordinata in maniera sapiente dal bibliotecario Francesco Cioci, ha raggiunto un patrimonio librario di oltre 20 mila testi ed ogni anno fa registrare la cifra sbalorditiva per un piccolo centro di 5 mila prestiti ai residenti.


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VENERDI’ 7 GENNAIO 2011

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SORA Piéce teatrale rinviata al 29 gennaio

TERZA PAGINA

A causa di atti vandalici compiuti da ignoti all'interno della sala polivalente di Piazza Majer Ross, a Sora, che hanno procurato la rottura di vetri e la messa fuori uso della caldaia dei termosifoni, gli organizzatori comunicano che la rappresentazione teatrale “Richard” di Ivano Capocciama, inizialmente prevista per domenica 9 gennaio è stata posticipata a sabato 29 gennaio alle ore 21.30, per consentire i lavori di ripristino.

Il senatore Oreste Tofani presentò un progetto di legge mirante alla riscoperta e valorizzazione

Via Latina, dai fasti all’oblio La strada usciva da Roma e passando per Teano concludeva la sua corsa a Capua: in tutto 146 miglia romane pari, grosso modo, a 216 chilometri FERNANDO RICCARDI FROSINONE

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aturale collegamento tra il Lazio e la Campania la via Latina vanta una origine antichissima. Fin dall’VIII secolo a. C. frequenti erano i rapporti tra l’Etruria meridionale e la Campania etrusca. Gli scambi commerciali seguivano un percorso, per così dire, interno: la via marittima o costiera, infatti, era resa poco sicura dalla presenza della flotta greca a Cuma. L’intenso traffico andò avanti ininterrott o per più di trecento anni. Poi tutto si interruppe: l’avvento dei Volsci e delle altre popolazioni appenniniche bloccò il flusso delle merci e di prodotti. Alla fine del IV secolo irruppe con la forza di un ciclone Roma che, sconfitti i Volsci, provvide a ripristinare l’antica via di collegamento. Proprio a questo periodo si fa risalire la nascita della via Latina anche se un tracciato, sia pure non convenzionalmente indicato, esisteva già da secoli utilizzato dagli Etruschi per gli spostamenti verso sud. Con il passare degli anni la via Latina acquistò una notevole importanza seguendo

le non facili tappe dell’espansione romana verso il meridione della Penisola italica. Ma quale era il tracciato originario? La strada usciva da Roma attraverso Porta Capena. Lasciate le mura aureliane, passando tra Grottaferrata e Frascati, la via Latina raggiungeva i Colli Albani e si insinuava nella valle del Sacco facendo tappa a Segni, Anagni, Ferentino e Frosinone. Da qui superava il fiume Liri nei pressi di Fregellae (Ceprano) e, passando per Aquino, Pignataro Interamna, Cassino e San Pietro Infine, si inoltrava nell’agro campano. Dopo aver toccato Teano e Calvi, concludeva la sua corsa a Capua. In tutto 146 miglia romane corrispondenti, grosso modo, a 216 chilometri. Ogni miglio era segnato da una colonnina in pietra, il cosiddetto “miliare”, che dava precise indicazioni riguardo le distanze. Lungo tutto il percorso si diramavano altre strade che contribuivano a formare un complesso reticolato viario utilizzato per gli spostamenti commerciali e militari. Come tutte le più importanti strade romane anche la via Latina, larga circa 4 metri, era lastricata con pietre poligonali. Il materiale era diverso a seconda della zona attraversata: basalto

nella provincia romana e pietre in calcare nel Lazio meridionale e nella Campania. Non mancavano, poi, le stazioni di posta (le cosiddette “mutationes”), una sorta di autogrill autostradali, con la locanda, stanze dove dormire e stalle per i cavalli. Grazie alla via Latina Roma era collegata alla Campania ma anche al

meridione d’Italia. Proprio seguendo tale arteria l’enorme flusso delle merci provenienti dalla Sicilia e dal lontano Oriente giungeva fino al cuore pulsante della romanità. Ma la via Latina servì anche ai nemici per sferrare gli attacchi più micidiali: basti ricordare Pirro nel 280 a. C. e, soprattutto, Anni-

La rassegna diventa itinerante e quest’anno avrà come location le Terme di Pompeo

Il Festival del Cinema si sposta a Ferentino La società del cinema “Nino Manfredi” di Frosinone è già al lavoro per preparare nel igliore dei modi la nuova edizione del “Festival Cinema & Ciociaria” che si prefigge di valorizzare le attività cinematografiche della provincia di Frosinone e nella provincia di Frosinone. Dopo essere stata ospitata per quattro anni dal comune capoluogo, “Cinema & Ciociaria” diventa itinerante e perciò si sposta a Ferentino, nella suggestiva location delle Terme di Pompeo, novità che viene comunicata in largo anticipo dal presidente Gianluca Volpari. L'edizione 2011, quindi, che si terrà nei giorni 28, 29 e 30 settembre e 1 e 2 ottobre, si svolgerà

nel rinnovato ambiente delle Terme di Pompeo. La formula sarà sempre la stessa, considerato il grande successo fatto riscontrare dalle precedenti edizioni: concorso cinematografico, ospiti illustri del mondo del cinema e non solo, anteprime e proiezioni speciali. “Protagonisti, come sempre, ancora una volta saranno i ragazzi e le scuole – ha spiegato il neodirettore artistico Francesco Giudici –. Ecco spiegato il motivo del cambiamento di data, non più all!inizio di settembre ma alla fine. In preparazione poi tante novità: stiamo lavorando, infatti, anche con il ministero della pubblica istruzione per avere una patnership di eccezione”.

bale nel 212. Un funzionario (il “curator viae Latinae”) si occupava della manutenzione della strada che doveva essere tenuta sempre in condizioni di efficienza proprio per la sua straordinaria importanza militare, commerciale e di collegamento. Con la caduta dell’Impero, venuta meno la mirabile organizzazione romana, la via Latina subì un inevitabile declino. Gli agglomerati urbani situati lungo il tracciato vennero abbandonati e le popolazioni si rifugiarono sulle montagne per sfuggire alle incursioni barbariche. La strada che correva da Roma a Capua per lo più in pianura, fu abbandonata e lasciata nell’incuria. Tale situazione si protrasse per molti secoli fino a quando le condizioni di vivibilità non fecero registrare un sensibile miglioramento. E ciò accadde soltanto alla fine dell’età di mezzo quando si iniziò a scendere verso la pianura. Fu allora che l’antico reticolato viario posto a fondovalle assunse di nuovo una importanza decisiva. Fu così che la via Latina venne riscoperta. Un primo tentativo di recupero da Roma fino a Ceprano, ossia alla linea di confine tra lo Stato della Chiesa e il Regno di Napoli, risale al 1620: la strada venne risistemata e rifatta in molti punti insieme al ponte sul fiume Liri crollato qualche tempo prima. La via Latina, comunque, continuò ad essere percorsa solo a tratti, specialmente là dove il tracciato aveva resistito all’incedere del tempo e all’abbandono. Nel 1796, su impulso del re Ferdinando IV di Borbone, fu varata la costruzione di una nuova strada detta “ consolare” che, unendo Napoli a Sora e poi agli Abruzzi, determinò il pressoché definito abbandono della vecchia via Latina che, di fatto, cessò di esistere. E così il ricordo di questa gloriosa strada, frutto della inimitabile perizia degli ingegneri romani, rimase confinato soltanto in qualche ingiallito documento di archivio e in alcuni toponimi periferici che ne attestano, ancora oggi, il passaggio. Qualche anno fa il senatore Oreste Tofani ha presentato in Parlamento un disegno di legge mirante alla riscoperta e alla valorizzazione, attraverso un preciso piano di ripristino, della vecchia via Latina. Lodevole iniziativa alla quale, però, dovrebbero seguire dei riscontri concreti. Ma con questi chiari di luna…


L’INCHIESTA

MARTEDI’ 11 GENNAIO 2011

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PREMIO “I Love Alatri 2010”: ecco i vincitori

In una cerimonia svoltasi presso la bibioteca comunale sono stati proclamati i vincitori del premio “I Love Alatri 2010”. I riconoscimenti sono stati assegnati al prof. Giovanni Battista Mantovani, all'artista Giovanni Fontana, all'imprenditore oleario Americo Quattrociocchi, alla signora Paola Pietrobono, da anni impegnata nel sociale, al maresciallo dell'aeronautica militare Morris Paino e allo scrittore Ornello Tofani.

TERZA PAGINA

Si trova ad oltre 800 metri di altezza nel territorio del comune di Vallerotonda

Tra le sinuose gole del fiume Rapido si innalza il vecchio ponte del Gallo Di probabile epoca romana repubblicana si fa notare per la magnificenza architettonica e per il contesto rigoglioso e lussureggiante che lo circonda BENEDETTO DI MAMBRO SANT’ELIA FIUMERAPIDO

VILLA S. STEFANO

Un volume sull’artista Pomponio Palombo

L

a prima volta che andai a cercarlo, circa nove anni orsono, ne avevo solo sentito parlare da alcuni pastori del luogo e da qualche contadino di Vallerotonda che mi diceva che si trattava di un ponte antichissim o, forse di un paio di migliaia di anni addietro. Faticai non poco per trovarlo, fiancheggi ando verso sud, fra anfratti scoscesi e intrigata vegetazione di alto fusto, l’insidioso greto del fiume Rapido reso ancor più insicuro da rapide e cascate. Mi ci vollero un paio d’ore di cammino per raggiungerlo. Giunto sul posto, me lo trovai davanti agli occhi mirabile e grandioso e da un suo lato mi accorsi che c’era un ripido viottolo che risaliva proprio verso l’altopiano del Gallo da cui ero partito perdendo, evidentem ente, l’ orientamento. Imparata la strada ci sono tornato, per quella stradina, un paio di anni fa munito di macchina fotografica digitale e di un metro per prenderne le misure. Il ponte del Gallo si trova in territorio comunale di Vallerotonda e si fa notare per la sua magnificenza e per il sito

incantevolmente lussureggiante che lo contorna. L’area in cui insiste è area protetta “ wilderness ” e dista da Sant’Elia 11 chilometri a nord, sui monti a ridosso del centro abitato di Valvori. Il luogo, caratterizzato da vasti pascoli e dolci collinette, ha nome “Il Gallo” e si trova ad oltre 800 metri di altitudine, nel quadrilatero fra gli abitati di San Biagio Saracinisco, Valvori, Car-

dito e Vallerotonda. Provenendo proprio da Valvori il ponte, ancora intatto e transitabile, si trova verso destra, dove si aprono le profonde gole del fiume Rapido e dove si incontrano i sentieri provenienti da un lato dal Gallo e dall’ altro dalla collinetta boscosa della Migghioia, a monte di Vallerotonda. Il ponte del Gallo, di probabile epoca romana repubblicana, scavalca le fragorose e

limpide acque del fiume Rapido, fra grosse pietre ben levigate dall’azione corrosiva dell’acqua, che vi scorre abbondante in inverno e in primavera, immerso in una variegata e lussureggiante vegetazione. E’ alto circa m. 5,80, l’arcata è spessa cm. 50 ed inoltre il ponte è lungo m. 10 per una larghezza che varia dai m. 2 ai m. 2,60. Le spallette laterali raggiungono l’ altezza di cm. 50.

Sabato scorso, a Villa Santo Stefano, presso i locali della biblioteca comunale è stato presentato il libro di Edmondo Angelini dal titolo “Pomponio Palombo pictor di Villa Santo Stefano”. Il Palombo, artista eccellente e generoso mecenate, nacque a Castro Santo Stefano (l’attuale Villa Santo Stefano) nel XVI secolo e morì a Priverno nel marzo del 1592. Operò molto e proficuamente a Roma, a Siena e a Priverno come pittore, architetto, decoratore e restauratore. L’organizzazione della manifestazione che ha visto intervenire un pubblico numeroso e attento è stata curata dall'associazione culturale “Pomponio Palombo”.

Questo pomeriggio a Roma, alle ore 17.00, presso la Libreria Internazionale “Paolo VI”

Tommaso d’Aquino e I’Islam nei Quaderni Aquinati

“La tentazione di San Tommaso d’Aquino” - Diego Velasquez (1631)

Questo pomeriggio (martedì 11 gennaio), con inizio alle ore 17.00, a Roma, presso la Libreria Internazionale Paolo VI, in via di Propaganda n. 4, sarà presentato al pubblico il volume “ Tommaso d'Aquino e l'Islam”. Si tratta del primo numero dei “Quaderni Aquinati”, una prestigiosa collana di studi e documenti sulle opere e sul pensiero del grande santo e filosofo curata da Tommaso Di Ruzza ed edita dalla Libreria Editrice Vaticana in collaborazione con il Circolo San Tommaso di Aquino. Nel libro sono contenuti gli atti del convegno che si tenne ad Aquino il 7 marzo del 2009, dal titolo “ Tommaso d'Aquino e il dialogo con l'Islam ”. E quindi dopo i saluti introduttivi del

cardinale Jean Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreliLuca gioso, di mons. Brandolini, già vescovo delle diocesi di Sora, Aquino e Pontecorvo e di Tommaso Di Ruzza, presidente del circolo San Tommaso d'Aquino, è riportata la “ lectio magistralis ” tenuta dal padre domenicano Joseph Ellul, esperto di dialogo con l'Islam. Il volume si conclude con gli interventi di Wijdan al-Hashemi, ambasciatrice di Giordania, di mons. Lluis Clavell, presidente della Pontificia Accademia di San Tommaso d'Aquino e di padre Vincenzo Benetollo, presidente della “Società Internazionale Tommaso d'Aquino ”, uno dei massimi esperti in Italia del pensiero dell'Angelico Dottore. La pub-

blicazione sarà presentata da un relatore d’eccezione: si tratta di Jean Luois Brugues, segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica, autore della prefazione, e dall'ambasciatrice di Giordania a Roma Wijdan al-Hashemi. “ I 'Quaderni Aquinati' – spiega Tommaso Di Ruzza – sono un segno concreto dell’impegno che un gruppo di giovani di Aquino si è preso appena un anno fa: quello di raccogliere la sfida di Paolo VI, in visita ad Aquino 35 anni fa, e formare proprio ad Aquino un progetto culturale fondato sulla figura di Tommaso d'Aquino ”. Una sfida quella raccolta da Tommaso Di Ruzza e dal circolo aquinate che, restando ai fatti concreti, è stata non solo recepita ma coronata da un indubbio successo.


L’INCHIESTA

GIOVEDI’ 13 GENNAIO 2011

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FONDI Una mostra sulla città che non c’è più

TERZA PAGINA

Una mostra di fotografie, cartoline, documenti e libri per ricostruire la Fondi del passato e che oggi non esiste più: questo lo scopo dell'iniziativa messa in cantiera dall'associazione culturale “Il Quadrato”. La rassegna resterà aperta fino a domenica 16 gennaio con i seguenti orari: dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 22.00. Ogni sera, alle ore 19.00, si terrà un incontro culturale al quale prenderanno parte autori e studiosi.

Era il 13 gennaio del 1915. Tra i paesi sconvolti dal sisma si diffuse una triste ballata popolare

Una scossa violenta ridusse Sora in un cumulo informe di macerie Il terremoto distrusse anche Avezzano, la Marsica e l’aquilano. Quasi trentamila le vittime FERNANDO RICCARDI FROSINONE

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l 13 gennaio del 1915, alle ore 7.45, una serie di violente scosse telluriche che raggiunsero anche il decimo grado della scala Mercalli, sconvolse una vasta zona dell’Italia centrale con conseguenze catastrofiche sulla Marsica, sull’Aquilano e sulla valle del Liri. Ingenti i danni materiali e numerosissime, quasi 30.000, le vittime. Città come Sora e Avezzano furono rase al suolo dalla potenza devastante del terremoto. “Tutto stritolavasi e cadeva travolgendo torri e chiese in un vortice infernale, case e palazzi cadevano; sembrava volesse sprofondare la terra”: così un attento

cronista sorano descriveva il dramma di quel rigido mattino invernale. L’inclemenza del tempo, poi, con pioggia battente e neve, concorse ad aggravare il desolante quadro di distruzione e di morte, impedendo o rallentando le prime concitate attività di soccorso. La terra tremò anche in tutti i paesi adagiati nella valle del Liri e nella contigua valle di Comino, fin sulle vette delle Mainarde. Danni più o meno evidenti si registrarono a Isola del Liri, Castelliri, Monte San Giovanni Campano, Pescosolido, Campoli Appennino, Posta Fibreno, Vicalvi, Villa Latina, Settefrati, San Donato Val di Comino, Broccostella, Arpino, Arce, Fontana Liri, Casalvieri, Atina, Alvito, Picinisco, Casalattico, Santopadre, Belmonte Castello, Cassino, Acquafondata, Terelle, Vallerotonda, Villa Santa Lucia, Aquino, Piedimonte San Germano, Castrocielo, Roccadarce, Pignataro Interamna, Sant’Elia Fiumerapido, Roccasecca, San Pietro Infine, Mignano Montelungo. Gli effetti del sisma si fecero sentire, sia pure con minore intensità, anche in molti paesi del casertano (Teano, Marcianise, Maddaloni, Calvi Risorta), in alcuni centri sulla fascia costiera tirrenica o dell’interno (Mondragone e Sessa Aurunca) e persino in località ancora più distanti dall’epicentro come Itri e il santuario della Madonna della Civita. La sciagura, perché di questo, in effetti, si trattò, restò ben viva e a lungo impressa nella mente e negli occhi di coloro che si trovarono a vivere quella drammatica circostanza. E, a dimostrazione di ciò, ecco venire fuori dalle fitte nebbie del passato una anonima ballata popolare nata tra le

Nella foto tre bambini di Sora scampati al sisma e ricoverati presso l’ospedale di Marcianise. Questi i nomi: Gerardo Orlandi (13 anni), Francesca Panzarone (16) e Anacleto Orlandi (10)

genti delle città sconvolte da sisma, che ho potuto ricostruire attraverso le parole, spesso smozzicate e non sempre comprensibili, di due arzille vecchiette di Caprile di Roccasecca, più che ottan-

tenni, oggi purtroppo scomparse, le quali, nonostante il tanto tempo trascorso, ricordavano perfettamente quei tristi momenti. Le due vecchiette erano solite intonare all’unisono la canzone,

SORA / Un commosso pensiero e una preghiera per la sciagura di 96 anni fa

Il vescovo Iannone ricorda i morti del sisma Mons. Filippo Iannone, vescovo di Sora, Aquino e Pontecorvo, insediatosi nelle sue diocesi da pochi mesi, sta dimostrando un grande interesse per gli accadimenti storici che hanno contraddistinto il comprensorio del Lazio meridionale nel corso dei secoli. Ed è per questo che una data drammatica come quella del 13 gennaio del 1915, quando un terremoto di fortissima intensità devastò la media valle del Liri e la vicina Marsica, distruggendo interi paesi e città e provocando un numero enorme di vittime, non poteva assolutamente passare inosservata come pure nel recente passato spesso e volentieri è accaduto. Sora in un battibaleno fu rasa al suolo: l'80 per cento delle sue abitazioni si accasciò pesantemente al suolo

come scatole di cartone. Un disastro di proporzioni gigantesche che è difficile immaginare con gli occhi di oggi e che l'austera lapide rievocativa apposta sulla facciata esterma del palazzo municipale, lungo Corso Volsci, non riesce, nonostante l'estrema chiarezza delle parole, a cogliere in tutta la sua devastante tragedia. E così domani sera, nella cittadina sorana che come l'araba fenice è riuscita prodigiosamente a risorgere dalle sue ceneri, presso la cattedrale di Santa Maria Assunta, in piazza Indipendenza, durante l'ora di preghiera per le vocazioni sacerdotali, mons. Iannone rivolgerà un commosso pensiero a quelle tante vittime innocenti che furono straziate e sepolte dalle macerie in una gelida e nevosa

mattina di gennaio di un un secolo fa o giù di lì: sono passati, infatti da quella infausta data, ben 96 anni. Per la particolare occasione l'ora di preghiera, che generalmente viene diretta da don Silvano Casciotti, direttore dell'ufficio diocesano per le vocazioni sacerdotali, sarà presieduta dal vescovo diocesano. Ancora un gesto semplice ma di grande sensibilità da parte di mons. Iannone che con le sue iniziative e con il suo modus operandi tutto improntato al dialogo ed al contatto diretto e frequente con la gente (non perde occasione di andare a visitare tutte le variegate realtà del suo comprensorio territoriale, dalle più importanti alle più modeste) sta sempre più conquistando il cuore dei suoi diocesani.

una nenia molto cadenzata e malinconica, sedute su di una panchina della piazzetta di Caprile, quando i miti pomeriggi autunnali e primaverili invitavano ad apprezzare il tepore dei raggi del sole. La cosa che più colpiva era, la tristezza del canto e la drammaticità dei fatti che si rievocavano. Decisi allora di saperne di più e così mi rivolsi alle due ottuagenarie che, subito, mi svelarono l’arcano: la canzone si riferiva proprio al terremoto di Sora e di Avezzano del 1915. Riuscii, superando con non poca fatica la ritrosia delle due “cantanti”, a trascrivere su carta il testo o, meglio, una porzione di esso: a quanto sembra, infatti, la canzone manca della parte finale. “O misera Avezzano/con tutti i tuoi dintorni/il popolo italiano/vi piange da quel giorno./ Era graziosa la tua città/era maestra di civiltà./ A Sora un sacerdote stava comunicando/cinque o sei devote stavano pregando;/cascò la chiesa, tutto crollò,/con l’ostia in mano egli restò./ Ad una bambinella/che era nata muta,/gli venne la favella/per la paura avuta./ Aiuto, mamma, ella gridò,/mamma era morta e lei si salvò./ Duecento giovinetti/sepolti vivi a scuola,/gridavan poveretti/aiuto a squarciagola:/cento lamenti di qua e di là/a chi li sente fanno pietà”. Strofe semplici ma che attestano in maniera palese il dramma vissuto dalle popolazioni colpite dal sisma. Ma la cosa che stupisce di più, al di là delle tristi vicende tratteggiate, è la circostanza che il ricordo di quella tragedia è rimasto vivo per moltissimo tempo, tanto da giungere, intatto o quasi, fino ai giorni nostri. E ciò è potuto accadere non solo per l’eccezionalità dell’evento ma anche perché si è verificato un fatto che merita di essere puntualizzato. La malinconica ballata si inserì così profondamente nella vita e nelle tradizioni popolari del Lazio meridionale da essere intonata, fino a pochi anni fa, dai contadini che nei altri lavori giornalieri, volevano, con il mesto canto, rendere omaggio alle vittime della immane sciagura. E, forse, proprio dalle “olivarole” che numerose si recavano a raccogliere le olive sulle terrazze collinari di Roccasecca, che le due vecchiette (per la cronaca Ersilia Rezza e Rosaria Viola) hanno ascoltato e tenuto a mente alcune strofe della canzone. E’ stato grazie soprattutto alla loro memoria ferrea che un pezzo di storia relativo ad una vicenda così drammatica non è finito nel dimenticatoio. Noi, per conto nostro, ci siamo solo limitati ad essere semplici cronisti.


L’INCHIESTA

MARTEDI’ 14 DICEMBRE 2010

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TERZA PAGINA

SORA

Mostra di porcellane al museo civico

Presso il museo civico della media valle del Liri di Sora si può ammirare una interessante mostra di porcellane. Le opere esposte appartengono ad Ersilia Manzone, non nuova a performances di tal genere. Il taglio del nastro è avvenuto sabato scorso. La mostra resterà aperta fino al prossimo lunedì 20 dicembre.

Al convegno è intervenuto Pasquale Beneduce dell’università di Cassino e la psicologa Annalisa Castrechini

Cinema e psicanalisi: narrazione filmica come spazio di riflessione La rassegna è stata organizzata nei giorni scorsi a Cassino da Maria Felice Pacitto direttrice dell’associazione di psicologia umanistico-transpersonale e analisi fenomenologico-esistenziale

L’

evento “Cinema e Psicoanalisi” promosso a Cassino nei giorni 24 novembre, 1 e 7 dicembre dalla dott.ssa Maria Felice Pacitto, direttrice dell’ “Associazione di Psicologia Umanistico-Transpersonale e Analisi Fenomenologico-Esistenziale”, ha proposto una rassegna cinematografica in cui il linguaggio creativo della narrazione filmica ha rappresentato lo strumento per aprire spazi di riflessione, dialogo e confronto intorno a temi centrali della psicologia e non solo. L’avvenimento ha visto una larga partecipazione del pubblico che, mosso da curiosità e interessi diversi, ha potuto apprezzare accanto alla proiezione di pellicole significative della storia del cinema, interventi di relatori di elevato profilo culturale e professionale che di queste hanno offerto una chiave di lettura critica, secondo il proprio ambito di competenza. La rassegna cinematografica ha presentato tre film che possono essere considerati dei veri e propri classici nella storia del cinema, i primi due che fanno specifico riferimento alla teoria psicoanalitica, il terzo più libero da schemi teorici ma comunque di estremo interesse al fini di una lettura psicologica per la presenza di una marcata dimensione onirica. Il filo conduttore del ciclo è stato il tema del sogno che è uno degli elementi da sempre utilizzato dal filone cinema- psicoanalisi e che, organizzato in forma di flash-back, ne decretò lo strepitoso successo. La dott.ssa Maria Felice Pacitto ha presentato il film Vita di Freud. Passioni segrete(1962) di Jhonn Houston. Il grande regista americano volle fare un

tentativo (davvero coraggioso) di diffusione dei principi teorici della psicoanalisi. Su tali contenuti si è soffermata la Pacitto seguendo passo passo l’evoluzione della teoria freudiana (che è strettamente intrecciata alla vita biografica del fondatore della psicoanalisi) nella prima fase del suo sviluppo, quella relativa al suo rapporto con Breuer e alla sua autoanalisi, fase appunto cui si riferisce il film. Freud arrivò a dare una spiegazione del tutto nuova di un fenomeno psicopatologico, l’isteria, molto diffuso in quell’epoca, dando luogo ad una nuova concezione non solo dell’uomo ma anche della malattia mentale ed inventando un nuovo metodo di cura. Con Freud l’uomo scoprì di non essere “più padrone a casa sua”, scoprì che un’altra dimensione, l’inconscio, convive nascosta accanto a quella della conscietà. Così concetti tecnici quali quelli di isteria, rimozione, inconscio, censura, pulsione, resistenza, complesso edipico,, trauma sessuale,condensazione, spostamento, transfert sono stati presentati in modo chiaro e stimolante. La Pacitto, sollecitata da un pubblico attento e curioso (c’è sempre molta curiosità nei confronti della psicoanalisi e della stanza dell’analista) si è soffermata su altri dettagli relativi alla pratica psicoterapeutica, alla vita di Freud che non rinunciò mai alla sua ebraicità, alla validità ed attualità della teoria psicoanalitica, ai rapporti con altri approcci psicoterapeutici e con le neuroscienze. Pasquale Beneduce dell’università di Cassino, fondatore del laboratorio “Arte e diritto” (approccio innovativo dell’applicazione del cinema

La dott.ssa Maria Felice Pacitto alla rappresentazione del caso giudiziario) ha presentato il film Io ti salverò (1945)di Alfred Hictchoch, regista ironico, arguto , grande evocatore dell’inconscio, nella cui opera la psicoanalisi ed alcuni suoi temi sono sempre stati centrali. Il prof. Beneduce ha operato un vero e proprio smontaggio del film proponendo una lettura a più livelli. Il primo livello è sicuramente quello psicoanalitico: Hictchoch voleva fare un film sulla psicoanalisi. Così infatti aveva definito Io ti salverò: “Questo film è una vera e propria caccia all’uomo in un involucro di pseudo-psicoanalisi”. Egli, ha detto

Beneduce, si era servito dell’opera di uno sceneggiatore, Ben Hecht, che aveva letto i testi di Sigmund Freud riuscendo a riprodurre attraverso la narrazione filmica tutti i “luoghi classici” della psicoanalisi. La storia è, infatti, ricostruita con estrema fedeltà nei confronti della teoria psicoanalitica. Ma il film va visto anche secondo un altro livello, quello della narrazione e cioè la storia di un uomo in fuga e di un amore. Ed è, secondo Beneduce, all’interno di questo secondo livello che vanno considerate le sequenze del sogno. Hictchoch volle affidare le scene del film a Salvator Dalì che in quanto surrealista, era adatto a creare le

Si terrà nel capoluogo ciociaro il 18 e 19 dicembre prossimi. Vi parteciperanno 9 case editrici della provincia

Frosinone/Alla villa comunale la “Fiera dell’editoria locale” VITTORIO CROCE FROSINONE

Sabato 18 e domenica 19 dicembre a Frosinone, presso la villa comunale (via Marco Tullio Cicerone), si terrà la “ Fiera dell'editoria locale”. L'orario di apertura è dalle ore 10.00 alle 19.00 e l'ingresso è gratuito. Saranno presenti i seguenti editori: Casa editrice Francesco Ciolfi di Cassino, Centro di studi sorani “ Vincenzo Patriarca” di Sora, Centro di studi storici “Saturnia” di Atina, Centro Documentazione e Studi Cassinati (CDSC) di Cassino, Edizioni Casamari (Veroli), Istituto di Storia ed Arte del Lazio meridionale (Isalm) di Anagni, Psiche e Aurora (San Donato Val di Comino), Pubblicazioni

Cassinesi (Montecassino) e Pulp Edizioni di Frosinone, a dimostrazione tangibile di quanto positivo fermento regni in un comprensorio territoriale che in molti, un po’ tropppo semplicisticamente, considerano come afflitto da una irreversibile marginalità anche e soprattutto dal punto di vista squisitamente culturale. La cerimonia di inaugurazione della fiera, che costituisce un'ottima vetrina per le case editrici della provincia di Frosinone che negli ultimi tempi stanno facendo registrare una sorprendente vitalità, con tante altre piccole ma pregnanti realtà che si stanno mettendo grandemente in luce (penso, ad esempio, ad

“Arte e Stampa” di Roccasecca che da qualche anno sta editando opere, specialmente di carattere storico, di grande rilevanza) ci sarà sabato 18 dicembre con inizio alle ore 11.00. Saranno presenti per il fatidico taglio del nastro l'assessore provinciale alla cultura Antonio Abbate, il consigliere provinciale Fabio Bragaglia, presidente della commissione cultura a Palazzo Gramsci, il primo cittadino di Frosinone Michele Marini, l'assessore municipale alla cultura Angelo Pizzutelli, Fabiana Santini, assessore regionale alla cultura, arte e sport e Claudio Cristallini, dirigente dell'area servizi culturali della regione Lazio.

visualizzazioni del sogno. Hictchoch abbandonò la modalità classica di girare il sogno “come se fosse girato sott’acqua” (si spalmava di vasellina l’obiettivo) per affidarsi alla pittura di Dalì e di De Chirico (la ruota visualizzata da Dalì è un chiaro riferimento agli orologi di De Chirico che scivolano sui piani inclinati) alle “suggestioni d’infinito” che la loro pittura evoca permettendo alla realtà di sciogliersi nella rappresentazione. L’approccio di Beneduce ha saputo amplificare la manifestazione dal piano psicoanalitico a quello di critica cinematografica. La dott.ssa Annalisa Castrechini, psicologa, ha offerto una lettura fenomenologica, secondo i principi della Psicoterapia della Gestalt, del film diretto da Ingmar Bergman Il posto delle fragole (1957). L’opera cinematografica, insignita di prestigiosi premi tra cui L’Orso d’Oro al Festival di Berlino, esprime il perfetto intreccio tra il tempo passato e quello presente, tra mondo onirico e mondo reale, dove il sogno si configura, secondo la lettura proposta, come un messaggio esistenziale su ciò che consentirebbe all’uomo di vivere in modo più pieno e autentico il suo viaggio nel mondo. La lettura fenomenologica, partendo “da ciò che è apparso” nel film così “come è apparso” e dall’interscambio continuo col pubblico ha permesso di esplorare tematiche significative come quella del sogno, della morte, della maschera e soprattutto della dimensione relazionale quale luogo fecondo di crescita della consapevolezza non intesa solo come esperienza di sé ma come esperienza di sé - nell’incontro - con - l’altro.

Il “Club Ciociaro” di Windsor, in Canada, ha designato Patrica comune dell’anno 2011 Il “Club Ciociaro” di Windsor, in Canada, ha designato Patrica comune dell'anno 2011. La ceromina di consegna del premio si terrà nel prossimo mese di aprile. Nelle precedenti edizioni sono stati omaggiati dal sodalizio canadese i comuni di Frosinone, Ceprano, Casalvieri, Ceccano, Vicalvi e Veroli. Molto soddisfatto il sindaco di Patrica Stefano Belli per l'ambito riconoscimento ottenuto dal suo paese. Anche perché in Canada e, in particolar modo, nella contea di Essex, si trova una folta comunità di cittadini patricani che non hanno mai rescisso i legami che li tengono avvinti all'amata terra natia.


L’INCHIESTA

MERCOLEDI’ 15 DICEMBRE 2010

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CASALATTICO

ricostruiti in un libro mille anni di storia

Domenica 19 dicembre, a Casalattico, si presenterà il libro di Sorrentino e Lieghio, dal titolo “1010-2010 Casalattico compie mille anni”. La manifestazione avrà luogo nella parrocchiale di San Barbato, alle ore 17.00. Sarà Romina Rea ad illustrare il contenuto del volume che ricostruisce il lungo percorso di un piccolo paese.

TERZA PAGINA

E a febbraio si partirà all’assalto del Kilimanjaro (5.895 metri), in Tanzania, la vetta più alta dell’Africa

Spedizione ciociara in Marocco “Conquistato” il monte Toubkal Claudio Mastronicola, frusinate doc, istruttore nazionale di alpinismo, ha condotto undici scalatori a ben 4.167 metri di altezza. C’era anche Luigi Ricozzi, 75 anni, di Isola del Liri FERNANDO RICCARDI FROSINONE

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n'altra memorabile impresa degli alpinisti ciociari che, guidati dal frusinate Claudio Mastronicola, provetto istruttore nazionale di alpinismo, hanno conquistato la vetta del monte Toubkal, in Marocco, un imponente picco roccioso che si staglia nitido ed aguzzo nel cielo a ben 4.167 metri di altezza. La spedizione, organizzata dalla polisportiva “Namastè”, è stata coronata da un sensazionale successo essendo riuscita a far salire fin sul punto più alto della montagna africana ben otto membri su undici. Alpinisti che provengono tutti da Lazio e Campania a dimostrazione palese che ormai gli specialisti di tali imprese non appartengono più al folto stuolo degli altoatesini che rimangono pur sempre in pole position. Questi i protagonisti della squadra diretta dall'impeccabile Claudio Mastronicola con in parentesi indicata la città di provenienza: Enzo Mangone (Frosinone), Eugenia Schirru (Frosinone), Sergio Viglianti (Veroli), Mario Iannarilli (Veroli), Vincenzo Martelluzzi (Veroli), Luigi Ricozzi (Isola del Liri), Gianni D'Errico (Formia),

Ciro Malavenda (Napoli), Luigi Pugliese (Napoli) e Maria Pugliese (Napoli). La spedizione che presentava un alto tasso di difficoltà prevedeva alcune tappe ben precise. Si partiva dal villaggio berbero Imlil (1.650 metri di altezza) per poi raggiungere il rifugio Nelter posto più in alto (3207 metri sul livello del mare), con una già impegnativa ascesa di un chilometro e mezzo. Quindi il traguardo finale della vetta più alta del massiccio del Toubkal. Non tutti sono riusciti a raggiungere la vetta. A quota 3.500 era stato costretto ad alzare bandiera bianca l'isolano Luigi Ricozzi, il più esperto della compagnia, con i suoi 75 anni. Egli avrebbe voluto proseguire nell'ascesa ma è stato il capo spedizione ad imporgli di fermarsi e poi di ritornare indietro per evitare che quei malesseri che già si erano manifestati potessero avere un pericoloso aggravamento. A quota 3.700 erano i frusinati Mangone e Schirru a gettare la spugna: ancora una volta ad incidere negativamente erano le avverse condizioni atmosferiche che, assieme all'altezza, stavano provocando gravi difficoltà di respirazione. E così anche i due, loro malgrado, hanno dovuto far ritorno al campo base. Poi, per fortuna, non si sono regi-

strati altri incidenti di percorso che sono sempre dietro l'angolo in questo genere di imprese entusiasmanti ma che presentano un elevetassimo tasso di pericolo, come dimostrano, ahimé, i tanti infortuni, spesso fatali, che si sono registrati tante volte sulle montagne di ogni angolo del mondo. E così, alle ore 8.30 di giovedì 18 novembre, in una splendida ma gelida giornata autunnale, Claudio Mastronicola e la sua pattuglia hanno raggiunto i 4.167 metri del Toubkal. Lì hanno posto il loro vessillo gettando lo sguardo su di un panorama di incomparabile bellezza e di incredibile suggestione che spazia sullo sconfinato deserto berbero circondato dagli imponenti monti dell'Atlante. Quella africana sulla montagna marocchina è stata soltanto l'ultima tappa del lungo cammino di Mastronicola. Egli, infatti, si sta già preparando per la prossima impresa che dovrebbe consumarsi tra il mese di gennaio e febbraio 2011. E questa volta si tratta di scalare il Kilimanjaro (5.895 metri), in Tanzania, la vetta più elevata del continente africano, seguendo la strada di salita più difficile, la famigerata “via Machame”. Un'impresa da far tremare le vene ai polsi ma che l'alpinista frusinate ha già messo nel suo mirino.

L’8 dicembre del 1943 un furioso bombardamento alleato provocò 26 morti e 50 feriti tra la popolazione

Grappoli di bombe su Sant’Elia BENEDETTO DI MAMBRO SANT’ELIA FIUMERAPIDO

Era una gelida mattina invernale. Il territorio italiano stava entrando nel vortice della seconda Guerra Mondiale. Erano trascorsi tre mesi dalla firma dell’ armistizio fra l’ Italia e gli americani ma, già da cinque, aerei Alleati prendevano di mira città dell’ Italia meridionale fino a Roma con le loro micidiali bombe. I tedeschi occupavano tutti i paesi ed i monti dal fiume Volturno fino alle sponde del fiume Rapido a Cassino attraverso la “Winter line” e le loro linee “Reinhard” e “Gustav” . Quella mattina era l’ 8 dicembre 1943 , festa dell’ Immacolata, festa molto sentita dagli abitanti di S. Elia Fiumerapido. Il paese era in mano ai tedeschi che avevano scelto la locale Cartiera Boimond quale deposito per munizioni e carburante. Molti santeliani avevano già abbandonato le proprie abitazioni per rifugiarsi sui monti circostanti: i Campraiùni, le “gallerie”

del Raticcio, Campo di Manno, Valleluce, Castelloni e alla Pietra Accapannata. Altri erano rimasti rintanati nelle proprie case sperando in un positivo evolversi dei fatti. Quella mattina alcuni santeliani erano usciti all’ aperto, chi per andare a messa, chi per raccogliere verdura e far legna da ardere. Questi ultimi furono presi di mira dal fuoco dei mitra tedeschi ma per fortuna non ci furono né morti né feriti. Sulle alture di Mignano Montelungo, intanto, proprio in quei giorni si andava consumando una lunga e sanguinosa battaglia fra la 36° fanteria “Texas” del corpo d’armata statunitense, agli ordini del generale Geoffrey Keyes e una brigata italiana del 1° raggruppamento motorizzato, guidato dal generale Vincenzo Dapino, contro il 5° battaglione controcarro tedesco. Verso le ore 11,30 a S. Elia cominciarono a sentirsi assordanti rombi d’ aerei alleati che avevano evidentemente il compito di individuare e bombardare i depositi tedeschi della cartiera. Più si avvicina-

vano più la paura prendeva sempre più forte i santeliani che cominciarono a correre a cercar rifugio in ogni parte. D’un tratto una violenta scarica di bombe si riversò su S. Elia e sulle vicine frazioni di Portella e di Olivella. S. Elia fu distrutta per il 91% e le macerie degli scheletrici edifici colpiti dalle bombe invadevano le vie del paese. Da esse si levavano urla, pianti, lamenti. Proiettili e schegge volavano e fischiavano d’ ogni dove. Vi furono, fra i civili, ventisei morti e circa cinquanta feriti. Molti i soldati tedeschi uccisi. I bombardamenti si susseguirono anche nei giorni successivi portando morte e rovine anche nelle campagne e sui monti circostanti. La gente fuggì tutta sulle montagne a rintanarsi in grotte e rifugi di fortuna. I tedeschi rimasero a presidiare e difendere il paese per più di un mese contro truppe di soldati britannici, neozelandesi, indiani, francesi, polacchi e italiani attestatisi sulla riva destra del fiume Rapido e del Rio Secco, fra

Cassino e la frazione Olivella di S. Elia. Il 14 gennaio 1944, a poco più di un mese dal furioso bombardamento, i tedeschi furono ricacciati indietro da S. Elia ma a prendere possesso del paese fu la 2^ divisione algerina del Corpo di Spedizione Francese del maresciallo Alphonse Juin: erano i temibili goumièrs nordafricani che, con tunisini e marocchini erano furenti ed esperti combattenti di montagna ma terrore della popolazione. Presa S. Elia si avventarono come falchi su donne giovani ed anziane con bestiali stupri, violenze e sevizie. Una fra le più giovani ne impazzì e si suicidò gettandosi in un burrone. Dovettero intervenire soldati neozelandesi per fermare la furia delle “marocchinate” e riportare un po’ di tranquillità fra quella martoriata gente. Tre giorni dopo, il 17 gennaio 1944, cominciò lo sfollamento dei santeliani verso il meridione della Penisola e alcuni verso l’ alta Ciociaria per poi poter far ritorno a casa solo ai primi del 1945.

ANAGNI una mostra di costumi medievali alla biblioteca comunale Sabato prossimo (18 dicembre), ad Anagni, presso i locali della biblioteca comunale, sarà inaugurata una esposizione di abiti medievali intitolata “Mostra del costume medievale nella Francia di Filippo il Bello”. Un'epoca questa che ebbe ripercussioni notevoli nella città di Anagni, che in quel tempo ospitava il pontefice Bonifacio VIII e la sua corte e che divenne famosa per aver fatto registrare l'episodio passato poi alla storia come “lo schiaffo di Anagni”. La mostra, curata da Guglielmo Cecilia, è stata organizzata dal gruppo medievale “Colle Sant'Angelo” con il patrocinio dell'Ailm e dell'assessorato municipale alla cultura.


L’INCHIESTA

GIOVEDI’ 16 DICEMBRE 2010

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ROCCASECCA

Ritorna la magia di “Natale nel Vicolo”

TERZA PAGINA

Si rinnova nel centro storico di Roccasecca la magia di “Natale nel Vicolo”, giunta ormai alla quinta edizione. Anche questa volta l’attrazione sarà costituita dall'artistico presepe realizzato in una antica cantina del vicolo Giovinazzi. Per informazioni si può consultare il sito www.natalenelvicolo.it

TERRA DI LAVORO/L’edificio risalente alla metà del XVIII secolo messo in vendita a causa dei debiti

Da reale delizia a discarica La triste storia di Carditello

Tempo fa era stata intavolata una trattativa poi fallita con la regione Campania Ora sembra che all’acquisto sia interessata la Camera di Commercio di Caserta FERNANDO RICCARDI FROSINONE

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el cuore della Terra di Lavoro, a 4 chilometri dal conune di San Tammaro, a metà strada tra Caserta e Napoli, si trova la reggia di Carditello. Si tratta di un eleganre complesso architettonico realizzato in stile neoclassico nella seconda metà del XVIII secolo dal re di Napoli Carlo di Borbone. All'inizio fu soprattutto una tenuta di caccia che si estendeva ininterrotta per oltre 2 mila ettari tra boschi rigogliosi e campi verdeggianti. In seguito Ferdinand o IV volle trasformarla in una fattoria modello, sul tipo di San Leucio, per la coltivazione del grano e per l'allevamen to di cavalli di razza pregiata, di bufale e di buoi. Fu allora che nacque l'imponente fabbricato centrale la cui realizzazione fu affidata all'architetto Collecini, tra i collaboratori più stretti di Vanvitelli che, prendendo spunto dagli edifici della romanità, volle inserirvi statue, obelischi, fontane, un tempietto circolare di chiaro stile neoclassico e persino una pista per cavalli. La reggia di Carditello ospitava il re e la sua sontuosa

corte in occasione delle battute di caccia che tanto deliziavano i sovrani di Napoli. Con la caduta dei Borbone e l'avvento dei piemontesi nel meridione d'Italia, il complesso venne incamerato dal demanio. Nel 1920 il fabbricato passò all'Opera Nazionale Combattenti mentre il terreno circostante, frazionato in più lotti, fu poi venduto a privati ad eccezione di una esigua striscia attorno all'edificio. Dopo la seconda guerra mondiale quel che rimaneva dell'antica reggia fu ceduto al consorzio generale di bonifica del bacino inferiore del Volturno che ne detiene ancora la proprietà. Oggi il sito è completamente abbandonato, sommerso da immondizia, rifiuti e sporcizia, tra una miriade di discariche abusive ed autorizzate (a pochi km c'è il mega impianto di Ferrandelle) e siti industriali dismessi e fatiscenti. Qualche anno fa una oculata opera di restauro ha interessato il corpo centrale del palazzo che è tornato all'originario splendore. Tutto il resto (stalle, scuderie, abitazioni dei coloni, ambienti per l'attività casearia) giace nel più totale degrado. Ad onta dell'incuria, però (gli atti vandalici e i furti di quel poco che resta sono all'ordine del

giorno), ancora si può gustare la vecchia armonia e l'austera bellezza di quello che una volta si fregiava del titolo di “reale delizia ”. Il consorzio del Volturno (un altro dei tanti enti inutili che proprio non vogliono morire), oberato da debiti colossali, non potendo badare alla manutenzione del sito, ha pensato bene di metterlo in vendita. Qualche tempo fa era stata intavolata una trattativa con la regione Campania ma poi non se ne è fatto più niente. Adesso pare che a Carditello sia interessata la Camera di Commercio di Caserta. Si starebbe trattando l'acquisto su di una cifra oscillante tra i 7 e i 9 milioni di euro. Per cercare di smuovere le acque si è mobilitata persino una discendente della vecchia dinastia regnante di Napoli, la principessa Beatrice di Borbone Due Sicilie, che ha lanciato un appello per il recupero della reggia. La speranza è che questa volta la cosa possa andare a buon fine. Il riscatto dell'identità del Sud parte da fatti concreti e non da trovate carnevalesche (quali, ad esempio, il sedicente Parlamento delle Due Sicilie) capaci solamente di strappare grasse risate e diffusi sentimenti di commiserazione.

L’intenzione è quella di recuperare l’identità, la storia e la cultura del meridione d’Italia

L’Istituto Storico “Due Sicilie” ROBERTO DELLA ROCCA CASERTA

L'istituto di ricerca storica “Due Sicilie” è una libera associazione a carattere nazionale, apartitica, apolitica e senza scopo di lucro, che si prefigge, in particolar modo, di recuperare l'identità, la storia e la cultura del meridione d'Italia. Obiettivo che si intende raggiungere attraverso precise direttrici: diffondere l'uso della ricerca per recuperare il patrimonio storico meridionale; ampliare la conoscenza sul controverso periodo storico che, tra il XVIII e XIX secolo, ha visto regnare a Napoli gli Asburgo, i Borbone e, poi, nel tragico decennio post-unitario, il fuoco violento della guerra civile; allargare gli orizzonti degli appassionati di storia patria affinché possa diffondersi con maggiore forza e vigore la verità sulle vicende del passato; proporsi come luogo di incontro e di aggregazione nel nome di interessi storici assolvendo alla funzione sociale di maturazione e di crescita umana e civile, attra-

verso l'ideale dell'educazione permanente; porsi come punto di rtiferimento per quanti, appassionati o cultori della storia patria, possano trovare nell'istituto un ausilio alla loro attività di ricerca. Per il ragguigimento di tali fini l'istituto “Due Sicilie” intende promuovere convegni, conferenze, dibattiti, seminari, proiezione di film e documentari, allestimento di un bollettino on line, pubblicazione di atti di convegn, seminari nonché degli studi storici e delle ricerche compiute. E proprio in tale direzione procede il primo seminario di studi 2010/2011 che ha come obiettivo quello di portare il sud e l'esperienza meridionale nelle scuole secondarie superiori, seminario che è riservato alle ultime classi dei diversi indirizzi didattici. Durante gli incontri scrittori, giornalisti, storici, docenti universitari esporranno agli studenti gli aspetti più diversi della vita quotidiana, della filosofia, della musica, dell'arte, della storia e del-

l'economia. Previste anche presentazioni di libri che si spera possano stimolare un sano e costruttivo dibattito e mettere in contatto gli autori con le giovani generazioni. La prima tappa del seminario di studi è prevista questa mattina (ore 10.00-12.00) presso l'istituto Isiss Manzoni di Caserta ed avrà come tema “Perché studiare la nostra storia”. I lavori saranno moderati dal cavalier Giovanni Salemi, presidente dell'istituto di ricerca storica “Due Sicilie”. Interverranno Adele Vairo, dirigente scolastico dell'Isiss Manzoni che illustrerà ai ragazzi il progetto, Ermino De Biase (storico), Carmen Nugnes (imprenditrice) e Fernando Riccardi (giornalista e scrittore). Per l'occasione sarano consegnati agli studenti due dvd contenenti la biblioteca digitale dell'istituto storico, che comprende oltre 200 libri scritti tra il 1600 e il 1870 sulla storia di Napoli e dell'Italia meridionale in genere.

ALVITO “Vivere la musica” presenta la rassegna natalizia di canto corale Domenica 19 dicembre ad Alvito si terrà “Aspettando Natale”, una rassegna di canto corale. L'organizzazione è a cura dell'associazione culturale “Vivere la musica” in collaborazione con l'assessorato alla cultura, sport e spettacolo della regione Lazio. Prevista la partecipazione di cinque corali: il coro polifonico Città di Alvito, l'Ensemble Flos Vocalis di Sinalunga, il coro polifonico “Voci Sparse” di San Donato Valcomino, la corale polifonica di Magione e il coro “Quinto Curzi” di Ancona. La rassegna si terrà nella chiesa di San Simeone Profeta con inizio alle ore 17.00.


L’INCHIESTA

VENERDI’ 17 DICEMBRE 2010

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VEROLI

Torna la magia di Ernica Etnica

Sabato 18 dicembre, nel centro storico di Veroli, andrà in scena per “Ernica Etnica” lo spettacolo “La musica che abbiamo nel cuore”. Grazie alla verve ed alla straordinaria musicalità dei “MeRitmiRì” si potranno ballare saltarelli e ballarelle davanti al gigantesco falò allestito in Piazza Mazzoli. Il tutto a partire dalle ore 21.00.

TERZA PAGINA

E poi c’è il mistero del Californian che aveva fermato le macchine lì nei pressi per non urtare i ghiacci

Naufragio del Titanic: tragico incidente o truffa colossale? Nel 1898, ossia 14 anni prima del disastro, Morgan Robertson scrive un romanzo dove un transatlantico, il Titan, affonda nell’Atlantico dopo aver urtato un iceberg FERNANDO RICCARDI FROSINONE

I

l repentino affondamento del Titanic, una nave che tutti consideravano inaffondabile, ha fatto sorgere molti dubbi e, come solitamente accade in queste occasioni, ha dato la stura alle storie più strane, inverosimili ed alle supposizioni più incredibili. Una di queste viene portata avanti da Robin Gardiner che in un suo libro, apparso qualche anno fa anche in Italia (“I due Titanic: L'enigma di un disastro voluto e di una truffa colossale. Il vero Titanic non è mai partito!”, Piemme 1997), miscelando organicamente una notevole mole di eventi e di coincidenz e, alcune veramente incredibili, conclude che l'affondamento altro non sia che una colossale frode ai danni delle compagnie assicurative . È noto che il Titanic aveva un gemello, l’Olympic varato nel 1910. Le due navi erano davvero molto simili, tranne per alcuni piccoli particolari come, ad esempio, la finestratura del ponte passeggiata. Il 20 settembre 1911 l'incrociatore Hawke speronò la fiancata dell'Olympic. Entrambe le navi erimasero gravemente danneggiate. La conseguente inchiesta governativa assolse l'Hawke da ogni L'Olympic , responsabi lità. stando a quanto sostiene Gardi-

ner, avrebbe avuto danni estesi agli ancoraggi della turbina centrale e alla chiglia. Sempre secondo la tesi dello scrittore, la White Star Line non avrebbe assicurato la nave e non avrebbe potuto permettersi i costi di una corretta riparazione. A questo punto, per ottenere profitto da almeno una delle due navi, sarebbe stato deciso di scambiarle, e di conseguenza, il Titanic sarebbe sopravvissuto 25 anni al suo disastro, continuando a navigare sotto il nome del gemello. La nave danneggiata sarebbe stata fatta affondare in mare aperto, per ottenere il rimborso dell'assicurazione. Il piano sarebbe stato quello di aprire le valvole nello scafo, allagandolo lentamente, una volta giunti in un tratto molto trafficato. In questo modo le scialuppe, facendo molti viaggi tra il transatlantico e le navi in soccorso, sarebbero state più che sufficienti. Gardiner non spiega, però, come una nave gravemente danneggiata possa mantenere una velocità di crociera normale e navigare per buona parte del Oceano Atlantico. Né riesce a spiegare come mai avvenne l'incidente contro l'iceberg che provò numerose vittime, tra cui lo stesso progettista della nave Thomas Andrews. E così la sua teoria, pur essendo molto suggestiva, ha perso di incisività anche

perché non ha trovato fondamento alcuno nelle inchieste giudiziarie successive. Un altro fatto strano, e non è il solo, in questa drammatica vicenda, può essere visto in un romanzo pubblicato da Morgan Robertson nel 1898, ossia 14 anni prima di quei fatti, dal titolo “Futility, or the wreck of the Titan”. L'autore racconta la storia di un transatlantico, il Titan, considerato inaffondabile, che finisce in rotta di collisione con un iceberg nel nord Atlantico e affonda in poche ore di notte, guarda caso nel mese di aprile. Una storia per moltissimi versi simile a quella che portò all'affondamento del

Titanic, il che non può non lasciare a dir poco perplessi. E poi c'è il mistero del Californian, una nave che sostava lì nei pressi a macchine ferme per timore di urtare i ghiacci. Quando il marconista tentò di avvisare della presenza di grossi banchi di iceberg, dal Titanic risposero di non occupare la linea riservata all'invio dei messaggi dei passeggeri. Il marconista del Californian andò a dormire intorno alle 22.40, e dunque, alle 23.40, al momento dell'impatto del Titanic con l'iceberg, nessuno poté sentire i messaggi di aiuto. Il secondo ufficiale Stone del Californian raccontò di

Apre la sezione dedicata alla storia medievale e moderna della città e del comprensorio

Sora/Nuove sale al museo civico Sabato prossimo,18 dicembre, alle ore 17.00, il Museo Civico della Media Valle del Liri, in Piazza Mayer Ross, a Sora, aprirà al pubblico le sale dedicate alla storia medievale e moderna della città. Saranno presentati anche i nuovi e numerosi reperti che vanno a completare e ad arricchire le collezioni archeologiche corredate da un apparato didattico interamente rivisitato. Il sindaco di Sora Cesidio Casinelli, l’assessore municipale alle politiche culturali Bruno La Pietra e il direttore scientifico del museo “ Filippo Demma ”, accoglieranno il pubblico e i visitatori insieme all’architetto Gianfranco Cautilli che illustrerà il progetto

esecutivo. Contestualmente verrà aperto al pubblico il punto di informazione turistica adiacente alla Piazza Mayer Ross che in maniera coordinata con il museo civico potrà servire di indispensabile supporto alla realizzazione di iniziative di promozione turistica e culturale della città sorana. Con queste nuove aperture l’amministrazione Casinelli completa un percorso programmatico di organizzazione delle strutture culturali e ricettive della città nel quale si inserirà quanto prima anche l’apertura del grande e capiente auditorium realizzato nel complesso dell’Istituto Baronio di Sora in Piazza XIII Gennaio.

aver visto un razzo bianco levarsi dalle luci di un piroscafo. Il capitano Stanley Lord fu informato dello sparo dei razzi ma si limitò a ordinare le segnalazioni con la lampada morse, senza riuscire a stabilire alcun contatto. In seguito il capitano del Californian fu accusato del mancato soccorso al Titanic. Però, dopo il ritrovamento del relitto, si potè accertare che la posizione del Titanic era diversa da quella data nei messaggi di aiuto e che, con ogni provabilità, un'altra nave si trovava tra il Titanic e il Californian.

M.S.G. CAMPANO Al teatro comunale spettacolo della compagnia “Palco Oscenico” Venerdì 17 dicembre alle ore 21.00 nel teatro comunale di Monte San Giovanni Campano la compagnia teatrale “Palco Oscenico” presenta lo spettacolo “I cosi per cosare le cose”. “E’ uno spettacolo brillante ed originale ma soprattutto divertente - spiega il capocomico Gianpio Sarracco - E’ diviso in tre parti: nella prima libero spazio alla comicità demenziale; nella seconda vi sono sketch comici improntati sugli equivoci, per finire con la comicità popolare, genuina, piccante, con la rivisitazione della scena del Pezzente, uno dei nostri pezzi più riusciti, che per la prima volta portiamo a teatro dopo i successi ottenuti nelle esibizioni di piazza”.


L’INCHIESTA

MARTEDI’ 21 DICEMBRE 2010

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SORA

Mostra di Rocco Alonzi a “Biblioté”

Domenica scorsa a Sora, nei locali di “Biblioté” in via Lucio Gallo, è stata inaugurata la mostra di Rocco Alonzi intitolata “Archeologia industriale”. Si tratta di 20 opere realizzate con materiali originali quali catrame, silicone, colla, olio e smalti. La rassegna resterà aperta tutti i giorni fino al 9 gennaio 2011 dalle 8.00 alle 24.00.

TERZA PAGINA

Con la sua scomparsa si esaurì il brigantaggio antipiemontese alla frontiera con lo Stato Pontificio

La misteriosa fine di Luigi Alonzi alias il brigante Chiavone di Sora Il 28 giugno del 1862, alle prime luci dell’alba, in una radura della valle dell’Inferno, un plotone di esecuzione fucilò il “generale” assieme al fedele segretario Lombardi FERNANDO RICCARDI CASSINO

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uigi Alonzi, alias “ Chiavone ”, nacque nel 1825 a Sora nella popolare contrada della Selva. I germi del brigantaggio avevano già contagiato la sua famiglia: il nonno Valentino, infatti, nel 1799, aveva militato tra gli insorgenti di Gaetano Mammone in occasione dell'invasio ne giacobina del napoletano . Nella seconda metà del 1860, dopo l'impresa di Garibaldi, l'avvento dei piemontesi nel meridione d'Italia e la fuga dei regnanti borbonici prima a Gaeta e poi a Roma, Luigi decise di ripercorrer e le orme del nonno e, imbracciato lo schioppo, con una folta schiera di paesani si mise a contrastare l'avanzata dei soldati sabaudi che cercavano di penetrare nell'alta Terra di Lavoro. Dotato di una certa abilità nel condurre la guerriglia, Chiavone, come ben presto venne ribattezzato, si rese protagonist a di numerose azioni che furono molto apprezzate dalla centrale borbonica che da Roma dirigeva le operazioni legittimiste nei territori del vecchio stato napoletano. Fu proprio grazie al prezioso apporto dei briganti sorani che il colonnello borbonico De Lagrange riuscì a sconfiggere i reparti garibaldini a

Civitella Roveto nell'ottobre del 1860. Chiavone, poi, fu decisivo anche nel vittorioso scontro di Bauco, l'odierna Boville Ernica, quando gli insorgenti del conte alsaziano De Christen, sbaragliarono i granatieri dell'esercito piemontese (gennaio 1861). Per queste imprese il brigante sorano fu nominato generale e poi “comandante in capo delle truppe del Re delle Due Sicilie ”. Ben presto, però, il suo modo di condurre le operazioni di guerriglia nella zona della frontiera pontificia e, forse, i suoi successi, entrarono in contrasto con la visione più militare degli altri capi legittimisti, specialmente stranieri, che erano giunti sulle montagne di Sora per controllare più da vicino le iniziative di Chiavone. Nell'estate del 1862 i dissidi diventarono insanabili e culminarono con l'arresto dell'Alonzi. Un improvvisato tribunale di guerra presieduto dal generale Tristany lo condannò alla pena capitale. Il 28 giugno, alle prime luci dell'alba, in una radura della valle dell'Inferno, un plotone di esecuzione eseguì la sentenza mediante fucilazione. Assieme a Chiavone fu giustiziato anche il fedele segretario Lombardi. Poi i loro corpi furono bruciati e del “generale” sorano non restò che un misero mucchietto di cenere. Ma perché

Chiavone fu soppresso così su due piedi? Cosa determinò siffatto epilogo? Di quali gravi colpe si era macchiato agli occhi del comitato legittimista? Difficile rispondere a tali interrogativi anche perché dai documenti nulla trapela. E allora, gioco forza, bisogna procedere per ipotesi. Il brigante

sorano stava forse pensando di defilarsi e di abbandonare la contesa? Era pronto a passare dall'altra parte ossia con i piemontesi? Di sicuro non sarebbe stato né il primo né l'ultimo in quel travagliato decennio postunitario. I suoi compagni, però, non vollero correre rischi e decisero di eliminare il problema alla

La rassegna con le opere dei “pittori soldati” rimarrà aperta fino al 16 gennaio

Il “1861” alle Scuderie del Quirinale Nelle Scuderie del Quirinale, a Roma, è stata inaugurata una esposizione di opere pittoriche dell'Ottocento intitolata “1861”. La mostra si prefigge di instaurare un confronto tra gli eventi che maturarono nel biennio 18591860 (la seconda guerra di indipendenza e la spedizione del Mille, che poi portò alla proclamazione del Regno d'Italia) e la pittura italiana di quello stesso periodo. Per questo troviamo esposte le opere dei cosiddetti “pittori soldati”, lombardi, toscani ma anche napoletani, tutti convinti patrioti, che parteciparono in prima persona a quegli accadimenti e li immortalarono nei loro quadri, forse, a volte, un po' troppo enfatici e pomposamente retorici, ma comunque utilissimi per ricostruire la storia di quel particolare e decisivo momento attraverso la rappresentazione visiva. I nomi sono quelli di Gerolamo Induno, Eleuterio

Pagliano, Federico Faruffini e Michele Cammarano. Ma c'è anche chi, pur non avendo partecipato in prima persona alle varie imprese, ne fu ideologicamente partecipe: è il caso del livornese Giovanni Fattori, capofila dei “macchiaioli”, che si recò spesso sui luoghi dove si verificarono gli scontri bellici o gli altri eventi degni di nota, per toccare con mano la realtà che andava a raffigurare. Non mancano poi le opere di quei pittori che vollero vedere nei fatti storici di altre epoche, vicine ma anche lontane, i prodromi dell'epopea risorgimentale. È il caso dello Spartaco capace di sfidare la potenza di Roma di Vincenzo Vela oppure del Masaniello che incita il popolo napoletana alla rivolta contro il vicereame spagnolo alla metà del Seicento dello scultore veronese Alessandro Puttinati. E mentre nel primo piano si possono ammirare i dipinti

monumentali, anche e soprattutto nelle dimensioni, che illustrano il processo di unificazione nazionale, dalla guerra di Crimea fino al 1870 con l'entrata dei bersaglieri italiani a Roma, salendo al secondo ci si imbatte in una nutrita serie di quadri di formato più ridotto che cercano di cogliere l'anelito risorgimentale non più nei grandi eventi che hanno fatto la storia ma attraverso ambienti domestici, popolari e borghesi, ossia nelle famiglie, nelle strade, nelle piazze, nelle osterie. Una piccola ma significativa sezione, l'ultima della mostra, che si condensa praticamente nelle opere di Giovanni Fattori, è diretta a ritrarre gli orrori delle vicende belliche e il sacrificio di quanti hanno dato la vita per procurare l'unità d'Italia. E, a ben vedere, lo scopo primario della rassegna, che resterà aperta fino al 16 gennaio, è proprio questo.

radice. Forse le cose andarono così. O forse no. Forse gli impettiti legittimisti erano diventati gelosi della fama e della notorietà raggiunta da Chiavone. Forse non sopportavano più, loro che erano ufficiali di carriera, l'ingombrante presenza di un personaggio pittoresco ma audace che era stato capace di sconfiggere più volte i soldati piemontesi i quali, nonostante gli sforzi, proprio non riuscivano a ridurlo a più miti consigli. Fatto sta che in quella calda estate del 1862 Luigi Alonzi concluse ingloriosamente la sua brillante “carriera” di brigante filo-borbonico. Con la sua morte, di fatto, venne a cessare la guerriglia antipiemontese nell'alta Terra di Lavoro e, in particolar modo, nei pressi della linea di confine che divideva il neonato Regno d'Italia con lo Stato della Chiesa. A dimostrazione palese che i legittimisti che subentrarono al brigante sorano non seppero cavare, come si suol dire, un ragno dal buco: la loro tempra, evidentemente, era di tutt'altra natura. Da allora, però, accadde una cosa straordinaria. Chiavone era passato a miglior vita ma il mito si impadronì di lui e delle sue gesta, rendendolo immortale. Ancora oggi, non a caso, più di qualcuno lo annovera tra i personaggi più illustri che Sora abbia mai avuto.

ATINA “Nataleinsieme” con la rassegna internazionale di strumenti popolari E’ iniziata ad Atina e si protrarrà fino al 22 dicembre “Nataleinsieme”, una rassegna internazionale di strumenti popolari con gruppi che provengono da Armenia, Russia, Spagna e Italia. La manifestazione è organizzata dal gruppo folk “Valle di Comino” in collaborazione con l’amministrazione comunale di Atina, con l’amministrazione provinciale di Frosinone, assessorato alla cultura, con l’azienda di promozione turistica di Frosinone e realizzata con il contributo della regione Lazio. I gruppi che parteciperanno alla kermesse di Atina saranno decentrati in altri comuni della provincia di Frosinone.


L’INCHIESTA GIOVEDI’ 23 DICEMBRE 2010

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ALATRI

Presepi al chiostro di S. Francesco

Presso il chiostro di San Francesco, ad Alatri, si è aperta la mostra di presepi artistici “Alatri in Presepe”. Negli anni passati la rassegna ha fatto registrare un grandissimo successo. L'ultima edizione, che ha visto esposti 130 presepi, ha fatto registrare ben 15 mila presenze. “Alatri in Presepe” resterà aperta fino al 6 gennaio del 2011.

TERZA PAGINA

Lo scrittore viaggiava su di una nave che si inabissò all’improvviso ai primi di marzo del 1861

I misteri della spedizione dei Mille e la strana morte di Ippolito Nievo Il romanziere padovano aveva curato la gestione finanziaria dell’impresa di Garibaldi in Sicilia lavorando a stretto contatto di gomito con Bertani FERNANDO RICCARDI CASSINO

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ppolito Nievo, scrittore, giornalista, drammaturgo e romanziere, è ai più noto per le “Confessioni di un italiano”, opera pubblicata postuma nel 1869. Una vita breve ma intensa quella del nostro che, nato nel 1831 a Padova da una agiata famiglia, morì nel corso di uno strano naufragio nel mar Tirreno a soli trent'anni, nel 1861. Non tutti, invece, conoscono nei dettagli il suo excursus politico/militare. Giovanissimo aveva partecipato ai moti del 1848. Decisivo fu l'incontro con Giuseppe Garibaldi. Stregato dall'irresistibile fascino del generale, nel 1859 si era arruolato nei Cacciatori delle Alpi. Da qui alle “camicie rosse” il passo fu automatico. Il 5 maggio del 1860, tra i volontari che da Quarto partivano alla volta di Marsala a bordo del “Lombardo”, accanto a Nino Bixio e a Giuseppe Cesare Abba, c'era anche Ippolito Nievo. Egli si comportò così bene in terra di Sicilia, specialmente nella battaglia di Calatafimi e nella presa di Palermo, che Garibaldi non ebbe esitazioni a nominarlo vice intendente generale della spedizione, affidandogli importanti incombenze amministrative. Il Nievo tenne anche un diario in cui annotò scrupolosamente tutti gli eventi che si verificarono dal 5 al 28 maggio del 1860. Esauritasi l'impresa garibaldina Ippolito ritornò a Torino contento di aver dato il suo contributo alla causa unitaria. Nel frattempo, però, le cose erano cambiate. Garibaldi, giunto a Napoli, avrebbe voluto continuare la

sua marcia fino a Roma per mettere fine al potere temporale del Papa. La sua intenzione era quella di dar vita ad una sorta di “repubblica meridionale” sganciata dalla Chiesa e dai Savoia. La qualcosa incontrò subito la netta opposizione della monarchia sabauda che mise in campo tutte le migliori energie per stoppare sul nascere il progetto. E così mentre il nizzardo, respinta con grande fatica la controffensiva borbonica sul Volturno, marciava in direzione della Città Eterna, Vittorio Emanuele II, occupate le Marche e l'Umbria, scendeva con il suo esercito verso Napoli. A Teano (o, meglio, a Taverna Catena di Vairano) ci fu il celebre incontro (26 ottobre 1860) e Garibaldi, obtorto collo, fu costretto a mettere da parte il suo piano che rischiava di incrinare i rapporti tra il Savoia e Napoleone III di Francia. Pochi giorni dopo (9 novembre), deluso e amareggiato, il generale veleggiava alla volta di Caprera, consegnando ogni cosa nelle mani del re sabaudo e di Cavour. Garibaldi era ormai fuori gioco e sulla questione italiana non aveva più voce in capitolo. Erano altri quelli che da Torino tiravano le fila e conducevano le operazioni. Per questi ultimi il generale era diventato un fastidioso ostacolo e andava pertanto messo in condizioni di non nuocere. Si doveva, comunque, procedere con molta cautela considerata l'enorme fama e notorietà di cui quest'ultimo continuava a godere in Italia e specialmente all'estero. Fu così che l'astuto e perfido Cavour escogitò un piano diabolico, uno di quelli per i

quali è passato alla storia. Iniziò, per mezzo di alcuni fedeli emissari, a far circolare voci sulla allegra gestione finanziaria che avrebbe caratterizzato la spedizione garibaldina in Sicilia e la parentesi dittatoriale. In effetti il denaro gestito in quella occasione, proveniente da sottoscrizioni compiute in Italia e all'estero (specie in Inghilterra), che poi aumentò considerevolmente grazie alla confisca dei depositi finanziari del governo borbonico sull'isola, raggiunse la stratosferica cifra di 600 milioni di lire. L'amministrazione di tale ingente patrimonio venne affidata da Garibaldi ad Agostino Bertani, medico milanese di fervente fede repubblicana, il vero “cassiere” della spedizione dei Mille che, sarà pure un caso, ma tutto ad un tratto diventò ricchissimo. Quando i cavouriani iniziarono a menare il torrone sulla

faccenda, Bertani tentò disperatamente di difendersi approntando un resoconto delle entrate e delle spese. Ma, ad onta del suo impegno, non riuscì a dissipare i dubbi su una gestione economica lacunosa e sospetta. Dai conti, infatti, risultava una cifra residua di 17 milioni di lire che però in cassa non esisteva. Dov'erano finiti quei soldi? Un mistero fitto e inestricabile che neanche i certosini conti di Bertani erano riusciti a svelare. Ed è proprio in questo momento che ricompare sulla scena Ippolito Nievo che aveva curato la gestione finanziaria della spedizione, lavorando a stretto contatto di gomito con Bertani. E mentre quest'ultimo dirigeva il tutto da Genova, egli si trovava proprio lì, in Sicilia. Per questo a Torino pensarono di affidargli l'incarico di tornare sull'isola per cercare di recuperare la documentazione cartacea sulla gestione dittatoriale. Missione vista di buon occhio dallo stesso Garibaldi il quale sperava di mettere fine a quella ridda incontrollata e denigratoria di voci. Nievo era la persona più indicata allo scopo non solo perché aveva avuto la visione diretta delle cose ma anche perché, con incredibile zelo, aveva annotato meticolosamente tutto. Compreso il numero degli arruolati, le paghe ad essi corrisposte, i costi delle forniture militari e le spese di gestione. Una materia molto complessa dove spesso si era trovato in disaccordo con i responsabili della guerra dei governi dittatoriali, riscontrando un'enorme confusione e conti che non quadravano. Ippolito partì da Napoli, sul vapore “Elettrico”, il 15 febbraio del 1861 e giunse a Palermo tre giorni dopo.

Raccolta l'imponente documentazione che stivò in sei capienti bauli verso la fine del mese si imbarcò sul vapore “Ercole” per far ritorno sul continente. Sulla nave, al comando del capitano Michele Mancino, con un equipaggio di 63 marinai, vi erano 12 passeggeri e 233 tonnellate di merci. Nella notte tra il 4 e il 5 marzo, all'altezza della penisola sorrentina, nei pressi dell'isola di Capri, quando già si vedeva il golfo di Napoli, la nave, all'improvviso, si inabissò. Non ci furono superstiti. Eppure il mare quella notte era piatto come una tavola. Forse quella vecchia carretta ebbe un cedimento strutturale. O forse ci fu dell'altro. Stanislao Nievo, pronipote di Ippolito, molti anni dopo, parlò senza mezzi termini di un attentato dinamitardo. L'Ercole, insomma, fu fatto saltare in aria e sprofondare negli abissi marini proprio per distruggere per sempre prove di situazioni poco lecite e compromettenti. Ma per chi? Per Garibaldi o per i suoi amici/nemici di Torino? Una domanda alla quale non può esserci risposta. La scomparsa di quei documenti non placò la contrapposizione tra cavouriani e garibaldini che proseguì animosa ma, purtroppo, sterile. I primi continuarono a sostenere l'allegra gestione economica e le ruberie dei garibaldini nel periodo della dittatura siciliana. Questi ultimi, invece, parlavano di misteriosi agenti di Cavour entrati in azione per celare scomode verità. Il rimpallo delle accuse non portò a niente. Nessuno potè addurre prove inconfutabili. La verità, d'altro canto, giaceva in fondo al mare, in quelle casse lignee dove non restava che una informe poltiglia.

La monumentale acropoli di Alatri in un nuovo libro di Ornello Tofani Sono anni ormai che Ornello Tofani studia la monumentale acropoli di Alatri e, in particolar modo, i suoi aspetti per così dire misteriosi o, per lo meno, difficilmente interpretabili. Sull'argomento ha scritto decine e decine di saggi formulando teorie affascinanti quanto singolari che hanno suscitato l'interesse di appassionati e di esperti di tutto il mondo. Ora torna di nuovo sull'argomento con una pubblicazione dal titolo emblematico “Alatri, l'acropoli e i suoi misteri”, una sorta di riepilogo di tutti i suoi lunghi ed ininterrotti stidi su una delle realtà aercheologiche più rilevanti dell'intera penisola italica. Ancora oggi, infatti, non si è in grado di determinare con esattezza chi siano stati

gli artefici della costruzione di un manufatto così imponente che ha collocato Alatri tra le cosiddette “città ciclopiche”. La prefazione al testo che si compone di 64 pagine, realizzato in elegante veste editoriale dall'Antica Stamperia Tofani di Alatri, è a cura di Susy Blady, celebre volto di Sky, nota per i suoi viaggi in ogni angolo del mondo, e di Adriano Forgione, direttore della rivista “Fenix”. Il libro ripercorre con dovizia di particolari le ultime scoperte effettuate da Ornello Tafani sull'acropoli della sua città, le sue sorprendenti intuizioni archeologiche ed astronomiche, le notizie sul “labirinto” rinvenuto nel chiostro di San Francesco, con un intervento di Giancarlo Pavat e, infine, una scheda dettagliata su Alatri ad opera del prof. Mario

Ritarossi. Un'opera interessante, dunque, che getta nuova luce sul mistero dell'acropoli alatrense e su altre interessanti testimonianze archeologiche della città. “E' stato un lavoro arduo – ci confida l'autore –, frutto di un intenso lavoro di ricerca, sostenuta dalla collaborazione di studiosi ed esperti nel campo dell'astronomia. Questo mio saggio vuole essere un atto di amore per la città di Alatri e un modo reale per continuare gli studi iniziati, già negli anni ottanta del secolo scorso, da don Giuseppe Capone”. Chi volesse prenotare in prevendita una copia del libro di Ornello Tofani può recarsi all'antica Stamperia Tofani di Alatri, versando un contributo di 10 euro. O si può rivolgere all'autore inviando un messaggio a ornellotofani@libero.it.


L’INCHIESTA

MARTEDI’ 28 DICEMBRE 2010

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FROSINONE Ultima tappa di “Ascolta la Ciociaria”

La rassegna musicale “Ascolta la Ciociaria 2010” si avvia ormai alla conclusione. Ultimo appuntamento questa sera a Frosinone, presso la chiesa del Sacro Cuore, alle ore 21.00, con l'orchestra sinfonica di Khmelintsky. La direzione artistica della manifestazione, iniziata il 3 settembre scorso, è stata curata dal maestro Francesco Marino.

TERZA PAGINA

LATINA/E’ sistemato nel vecchio ma imponente edificio dell’Opera Nazionale Combattenti

Un museo racconta la bonifica delle paludi dell’agro pontino Cinque le sezioni: malaria, idraulica, prebonifica, bonifica idraulica, appoderamento e trasformazione agraria. Notevole la documentazione fotografica ed iconografica FERNANDO RICCARDI FROSINONE

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a bonifica delle paludi pontine è sicuramente una delle imprese più rimarchevoli della prima metà del XX secolo. E la chiara impronta di Benito Mussolini (erano quelli gli anni del regime fascista) non può sminuire il tenore della mirabile operazione che in pochi, a quel tempo, consideravano realizzabile. Era tanto tempo che a Latina (fu lo stesso Duce, il 30 giugno del 1932, a fondare dal nulla la città di Littoria, convogliando in loco un corposo nucleo di coloni emiliani, veneti e friulani) e dintorni ci si stava adoperando per allestire un “Museo della Terra Pontina” dove quella incredibile epopea potesse trovare la sua sede naturale di esposizione e di studio, tale da essere tramandata, con dovizia di particolari, anche e soprattutto fotografici, alle generazioni più giovani che niente conoscono e niente sanno di quella vicenda. Ma, nonostante gli sforzi, l'iniziativa frenata da intralci burocratici e la solita, cronica carenza di fondi, segnava mise-

ramente il passo. Fino a che nel 1999, undici anni fa quindi, l'Arsial riuscì ad istituire un interessante museo che ripercorreva, attraverso una notevole documentazione storica, fotografica, cartografica ed iconografica la storia dei primi 56 anni del comprensorio pontino, compresa ovviamente la fase della bonifica. Quel museo, davvero ben allestito, si componeva di cinque sezioni: malaria, prebonifica, bonifica idraulica, appoderamento e trasformazione agraria. C'era soltanto un piccolo, trascurabile problema: in ossequio a problemi di carattere burocratico che ad un certo punto sono diventati praticamente insormontabili, quei locali non potevano essere aperti al pubblico. Il museo, in poche parole, esisteva ma, nello stesso tempo, rimaneva chiuso e non visitabile, una classica situazione che nel nostro bel paese, purtroppo, si ripete con monotona frequenza. Il materiale era stato sistemato nel vecchio ma imponente edificio dell'Opera Nazionale Combattenti di proprietà del demanio che, però, aveva bisogno di una sistematica opera di restaurazione. Per qualche tempo la si-

tuazione restò impantanata tra un mare indistinto di carte fino a che, nel 2006, l'allora sindaco di Latina Zaccheo, riuscì finalmente a siglare un protocollo d'intesa con l'assessore regionale alle politiche per il demanio. Ma, quando tutto sembrava avviarsi per il giusto verso, ecco che nel

2008, in occasione del 76° anniversario della fondazione di Latina, iniziavano gli interventi di ristrutturazione dello stabile dell'ONC dove doveva essere ospitato il museo. Fu indispensabile, allora, spostare tutto l'allesimento al PalaCultura. Dove è rimasto fino a poche settimane fa.

ALATRI/Il termine ultimo per l’invio dei componimenti è fissato al 30 dicembre prossimo

Premio di poesia “Giordana Tofani” Torna ad Alatri il premio nazionale di poesia “ Giordana Tofani”, giunto alla sua quarta edizione. Ancora una volta la manifestazione è organizzata dall'associazione culturale “ Acta ”, presieduta da Domenico Lattanzi, con il patrocinio dell'amministrazione provinciale di Frosinone e del comune di Alatri e con il generoso sostegno della Banca della Ciociaria. Il termine ultimo per l'invio dei componimenti è il 30 dicembre prossimo. Gli organizzatori ricordano che si può partecipare con una sola opera, naturalmente inedita, che non dovrà superare i 40 versi e che dovrà essere re-

capitata alla giuria su di un compact disk. L'invio inoltre dovrà essere corredato da un versamento di 10 euro che non vuole essere una tassa di iscrizione, come pure accade in molti concorsi di tal genere, ma soltanto un modesto ma indispensabile contributo per la successiva stampa dell'antologia e della spedizione della stessa agli autori. L'indirizzo al quale dovrà essere inoltrato a mezzo posta sia l'opera poetica che la somma di denaro è il seguente: Domenico Lattanzi, presidente assoCorso ciazione “ Acta ”, Umberto I n. 26, 03011 Alatri

(Frosinone). Naturalmente il partecipante dovrà corredare il tutto con una scheda contenente i propri dati anagrafici, recapito telefonico ed eventuale e-mail. Il plico, come già detto, dovrà pervenire entro e non oltre il 30 dicembre del 2010. Il materiale che giungerà fuori tempo massimo non potrà essere preso in considerazione circa la partecipazione al concorso. La cerimonia di premiazione di terrà il 30 gennaio del 2011, con inizio alle ore 18.00, presso il salone della biblioteca comunale di Alatri. Per i vincitori sono previsti premi in denaro.

Grazie al fattivo interessamento del commissario prefettizio Guido Nardone (a Latina la giunta Zaccheo, minata da gravi spaccature interne, è caduta qualche mese fa e nella prossima primavera si eleggerà il nuovo sindaco e la nuova assise municipale), considerato che i lavori erano ormai finiti da tempo, il “Museo della Terra Pontina” è finalmente tornato nella sua sede naturale. Un gradito quanto inaspettato regalo alla cittadinanza che può così degnamente festeggiare il suo 78° compleanno che fa di Latina una delle città più “giovani” d'Italia. La cerimonia di inaugurazione si è tenuta in pompa magna lo scorso 18 dicembre dopo che le autorità hanno provveduto a deporre una corona di alloro ai piedi del “Monumento al Bonificatore” che si erge nella storica Piazza del Quadrato, proprio dal posto dove è partita la mirabolante impresa della bonifica. Una impresa che, proprio per la sua paternità continua ad essere colpevolmente trascurata ma che oggi, grazie soprattutto all'apertura di quel museo, può finalmente essere considerata nella sua giusta ed ineccepibile dimensione storica.

FROSINONE Un calendario fotografico per vincere il disagio giovanile L’associazione “Società del Cinema Nino Manfredi” ha realizzato un calendario di beneficenza destinato al centro di pronta accoglienza “Il Girotondo” di Ferentino che ospita bambini appartenenti a famiglie gravemente disagiate. Dodici scatti suggestivi che hanno come protagonista il disagio in tutte le sue espressioni. Realizzato con il contributo dell’assessorato al turismo dell’amministrazione provinciale di Frosinone, dell’assessorato ai servizi sociali del comune di Ferentino e con il sostegno di alcuni sponsor privati, il calendario verrà presentato questo pomeriggio alle ore 16.00, nella saletta interna del Central Bar, in via Tiburtina, a Frosinone.


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MERCOLEDI’ 29 DICEMBRE 2010

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ISOLA DEL LIRI Concerti nella chiesa di San Lorenzo

Mercoledì 29 dicembre, alle ore 21,00, presso la chiesa di San Lorenzo a Isola del Liri, ci sarà l'esibizione del “Trio Dedalus” (chitarra classica, violino e violoncello). Domenica 2 gennaio, invece, sempre alle ore 21.00, suonerà la banda comunale di Balsorano. Infine, lunedì 3 gennaio sarà la volta del quartetto di flauti “Techne”.

TERZA PAGINA

Dopo l’unità d’Italia i lanifici e le cartiere del sorano andarono incontro ad una crisi irreversibile

Una volta l’alta Terra di Lavoro era la “Brianza del meridione” All’inizio dell’800 Isola del Liri, Sora, Carnello e Arpino davano vita ad un polo industriale e manifatturiero tra i più tecnologicamente avanzati della Penisola FERNANDO RICCARDI FROSINONE

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n tempo, neanche poi troppo lontano, Isola del Liri, Carnello, Arpino e Sora godevano di una invidiabile situazione economica. Siamo all’inizio dell’800 quando il sorano era considerato tra i poli industriali e mapiù nifatturieri avanzati tecnologicamente dell’intera Penisola. Era “il Nord del Sud” insomma o, se preferite, “la Brianza del meridione d'Italia”. Il fulcro di questo concentrato di industrie era Isola del Liri, la Manchester del Lazio meridionale. La ricchezza veniva assicurata da un gran numero di stabilimenti che spaziavano dal tessile al cartario. I grandi lanifici Polsinelli, Manna e Zino erano rinomati in tutto il Regno di Napoli per la loro efficienza. Essi, che offrivano lavoro a molte centinaia di operai, producevano le “forniture di panno rubio” utilizzate per confezionare i pantaloni dell’esercito borbonico. La produzione tessile era quasi tutta orientata sui panni e sui cardati ma già si stavano introducendo nuovi macchinari per

la produzione dei tessuti pettinati. Isola Liri, comunque, era rinomata soprattutto per le sue cartiere che trovavano il loro prezioso alimento nella forza motrice generata dal fiume Liri e dagli altri numerosi corsi d’acqua presenti in loco. Partendo dagli stracci di cotone, utilizzando procedimenti tradizionali a metà tra il meccanico e il manuale, si giungeva a produrre vari tipi di carta. L’industria della carta, ad onor del vero, era stata già impiantata da diversi secoli; fu all’inizio del XIX secolo, però, che nel sorano vi fu il vero boom. La “Cartiera del Fibreno” costruita nel 1856, di proprietà del conte Lefebvre, era dotata di sofisticate macchine continue e produceva carta bianca, cartoni e carte da parati di gran pregio. Aveva ben 500 dipendenti e sfornava ogni anno 1.130.000 metri di differenti tipi di carta; il tutto per l’esorbitante cifra di 200.000 ducati. Senza dimenticare i numerosi altri stabilimenti industriali tra i quali la “Cartiera Courier” che produceva una larga gamma di tipi di carta (bastardella, conquille, genova, francese) e la “Lambert-Maz-

zetti” specializzata nella produzione del cartone. Fabbriche contraddistinte da una avanzata tecnologia che suscitava ammirazione in altre parti d’Italia e nel continente europeo. Quei prodotti, oltre a soddisfare il consumo interno del Regno, venivano esportati in Grecia, nelle

isole ioniche e nel nord Italia dove godevano di un florido mercato. All’improvviso, però, irruppero i Piemontesi, lo stato borbonico si sciolse come neve al sole e il sud della Penisola venne, più con le cattive che con le buone, annesso al Regno sabaudo. Per il polo industriale

PATRICA/L’idea nasce da un progetto elaborato dall’Accademia di Belle Arti di Frosinone

Un calendario fatto a regola... d’arte Anche quest’anno il sindaco Stefano Belli e l’amministrazione comunale di Patrica hanno voluto fare ai loro concittadini un gradito regalo in occasione delle festività natalizie e di fine anno. Proseguendo una tradizione molto apprezzata che ormai va avanti da qualche tempo si sono adoperati per realizzare un artistico calendario che sicuramente troverà posto in tutte le case delle famiglie patricane. La distribuzione del semplice ma quanto mai apprezzato omaggio è stata curata nei giorni scorsi da parte della municipalità cittadina. Il primo cittadino ha voluto rivolgere un sentito e dove-

roso ringraziamento a Simona Ferri, patricana doc, che ha adornato con i suoi significatiovi disegni il calendario e ne ha curato mirabilmente, senza nulla trasciurare, l’intero progetto. “ Il calendario nasce da una idea dell’Accademia di Belle Arti di Frosinone – ha voluto precisare la stessa Ferri – e, precisamente, dal lavoro della prof.ssa di disegno Maria Teresa Radogna, alla quale va tutta la mia riconoscenza per ciò che ho imparato. La docente intendeva realizzare disegni che raccontassero la provincia ciociara per cui ogni allievo ha preso in considerazione aspetti culturali, paesaggistici o architettonici della nostra terra”.

sorano iniziarono i momenti bui, l’inarrestabile decadenza. Una serie variegata di fattori provocò la crisi profonda del settore: le nuove esose tariffe doganali che mortificarono la competitività delle industrie sorane; la sottrazione di gran parte delle commesse militari che avevano fatto la fortuna degli stabilimenti tessili locali a totale beneficio di aziende del nord; il susseguente impoverimento dei capitali e del mercato di consumo; l’inserimento in un contesto di mercato più ampio a differenza di ciò che accadeva prima del 1860; la quasi totale eliminazione degli investimenti di natura statale e, infine, la persistente volontà da parte dei governanti sabaudi di favorire la crescita delle aziende posizionate nel versante settentrionale del nuovo stato unitario. Una dopo l’altra, le industrie tessili e cartarie della Valle del Liri furono costrette a chiudere i battenti o a ridimensionare di molto gli obiettivi. E così tutto andò perduto; dell’antica ricchezza rimasero soltanto le imponenti strutture murarie, ormai desolatamente vuote e in rovina, di quegli stabilimenti che, pure, qualche anno prima brulicavano di vita e di operosità. La “Brianza del meridione” non esisteva più: era stata depredata, depotenziata e costretta brutalmente alla resa. Non si può certo dire che l’unità d’Italia per Isola Liri, Sora e dintorni sia stata “un affare”. Quella crisi profonda, oltre a provocare la chiusura delle fabbriche, determinò anche l’impossibilità di predisporre qualsiasi piano di riconversione e di sviluppo futuro. Effetti che sono giunti fino ai giorni nostri: al presente il sorano tutto è meno che una realtà industriale. Dello splendore di un tempo è rimasto soltanto un ricordo pallido e indistinto. E’ stato dilapidato, insomma, un capitale di inestimabile portata. Agli errori antichi si sono aggiunti quelli recenti e così la situazione si è incancrenita e il malato è ormai alla fase terminale. Servirebbe una brusca sterzata, una netta inversione di tendenza sempre auspicata ma mai realizzata: solo così si potrà risalire, pian piano, la china. Una volta eravamo “il Nord del Sud”: è proprio così impossibile tornare ad esserlo?


L’INCHIESTA

MERCOLEDI’ 29 DICEMBRE 2010

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SORA Mons. Iannone celebra la messa di fine anno

Venerdì prossimo, alle ore 18.00, nella chiesa di Santa Restituta a Sora, mons. Filippo Iannone, vescovo della diocesi di Sora, Aquino e Pontecorvo, presiederà la Celebrazione Eucaristica di fine anno. Al termine, dopo la preghiera del ringraziamento con il canto del “Te Deum”, verrà consegnato il messaggio del Santo Padre, Benedetto XVI, per la Giornata Mondiale della Pace 2011.

TERZA PAGINA

I tedeschi uccisero a colpi di mitraglia 42 persone che avevano trovato rifugio sulle Mainarde

Quel tragico 28 dicembre del ‘43 a Collelungo la neve si fece rossa Un episodio raccapricciante sul quale a distanza di tanto tempo ancora non è stata fatta piena luce. Ben 15 bambini tra le vittime della strage FERNANDO RICCARDI FROSINONE

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a storia contempla avvenimenti, per così dire, di serie A ed altri decisamente meno importanti. In quest’ultima categoria rientra ciò che accadde il 28 dicembre del 1943 a Collelungo, località montana di Vallerotonda, uno degli ultimi comuni della provincia di Frosinone, adagiato nel cuore del massiccio delle Mainarde. Un plotone di militari tedeschi trucidò barbaramente e senza alcuna ragione 42 persone che in quel luogo impervio si erano rifugiate per sfuggire alle distruzioni, ai rastrellamenti ed agli effetti letali della guerra, con il fronte che ristagnava da mesi in quel di Cassino. Un accadimento atroce, sconvolgente, uno degli atti più feroci che caratterizzò in maniera indelebile il lungo periodo dell’occupazione tedesca nel comprensorio del Lazio meridionale. Basti sottolineare che delle 42 vittime ben 15 erano bambini con un’età compresa tra 1 mese e 11 anni. Questo il drammatico racconto del massacro che abbiamo ripreso, nei suoi passi più salienti, da “Linea Gustav” (Cassino 1994), l’ottimo

libro di Costantino Jadecola. “E’ il 28 dicembre (1943, nda), il giorno che la chiesa dedica alla memoria dei SS. Innocenti Martiri. Il cielo si schiarisce lentamente… S’intravede una pattuglia tedesca scendere dalla montagna: ne passano tante da quella parte che non è proprio il caso di preoccuparsi… s’intuisce però che quella non è una visita di cortesia. Nella mente degli sfollati balenano tante cose… I tedeschi, infatti, disponendosi a cerchio, con movimenti secchi e violenti, li fanno riunire su un lato della radura… i soldati cominciano a sistemare una mitragliatrice con la bocca puntata verso gli sfollati… i bambini piangono. Qualche donna s’inginocchia e prega. Qualcuno implora. Angelina Di Mascio stringe più forte sul seno, quasi a soffocarla, la sua bambina, Addolorata, un mese proprio quel giorno… Si getta ai piedi del sergente tedesco che ha tutta l’aria di comandare la pattuglia ed urla pietà, con quanto fiato ha in gola per la sua bambina. Per tutti i bambini. Per lei e per gli altri. Per tutta risposta il sergente le sferra un calcio sul viso ed Angelina rovina in terra cercando come può, nella caduta, di proteggere il cor-

picino di Addolorata: nemmeno il tempo di riprendersi per rendersi conto che sta per morire con Addolorata tra le braccia, quanto basta al sergente per estrarre la pistola dalla fondina e sparare, senza esitazione e senza pietà, su madre e figlia. Come quei colpi riecheggiano nella vallata, proprio

allora ha inizio il terrificante concerto della mitragliatrice. Il massacro di Collelungo… Urla, invocazioni, preghiere nemmeno si ha il tempo di farle che vengono soffocate in gola. I corpi si ammassano su altri corpi già privi di vita… Il sangue arrossa la neve e sul greto del rio Chiaro cala il si-

VALLEROTONDA/Sono intervenuti Roberto Molle, Costantino Jadecola e Benedetto Vecchio

Una cerimonia sul greto del rio Chiaro

Un momento della cerimonia. In alto il libro di Costantino Jadecola

Per iniziativa dell’associazione “ Battaglia di Cassino” e, in particolare, del suo dinamico presidente, avvocato Roberto Molle, martedì scorso, in occasione del 67° anniversario della strage di Collelungo (28 dicembre 1943), quei tragici momenti sono stati rivissuti sul greto del rio Chiaro ovvero nel luogo dove furono trucidati 38 cittadini di Cardito e quattro soldati italiani rimasti ignoti. Una cerimonia semplice e informale concretizzatasi con la deposizione di un fascio di fiori alla base della grande croce che segna l’epicentro del nefasto evento. Quindi si è passati alla lettura, affidata alla dott.ssa Gabriella Protano, di alcune pagine del libro di Costantino Jadecola

“ Vallerotonda 1943. Una tragedia dimenticata”. Si sono poi susseguiti alcuni interventi, tra cui quello dello stesso Costantino Jadecola e di Roberto Molle allo scopo di ricordare il drammatico evento accaduto ma che è servito anche per denunciare, ancora una volta, la mancanza di qualsivoglia riconoscimento ufficiale in memoria delle vittime di quella strage. Che poi, a ben vedere, è la cosa che desta sicuramente più sacalpore. L’austero cerimoniale si è concluso con la voce di Benedetto Vecchio , leader degli MBL (Musicisti del Basso Lazio), che ha eseguito, visibilmente commosso, “ Collelungo”, una delle sue canzoni più belle e più significative.

lenzio della morte”. Un episodio raccapricciante, inaudito, inspiegabile. Eppure, a prescindere dalla accurata ricostruzione storica di Jadecola che di recente è tornato a scrivere sull’argomento (“Vallerotonda 1943. La strage dimenticata”, Castrocielo 2006), sulla vicenda sembra essere calata una densa cappa di oblio. Ancora oggi non è stata fatta piena luce sull’orrendo misfatto. Né, tanto meno, il comune si è visto fregiare della più che legittima medaglia d’oro al merito civile che per il sangue versato dai suoi martiri innocenti avrebbe sicuramente meritato. Eppure, al giorno d’oggi, una onorificenza o una medaglia non si nega a nessuno. Ad estrarre questo tragico accadimento dalle fitte nebbie della dimenticanza, si sta prodigando, già da tempo e senza risparmio di energie, l’ex consigliere provinciale Bruno Vacca che ha messo in campo alcune iniziative meritorie. In primo luogo ha portato la questione all’attenzione dell’assise provinciale di Frosinone che già nel luglio del 1999 approvò un ordine del giorno che aderiva alla richiesta del comune di Vallerotonda per la concessione della medaglia d’oro al valor civile per i poveri martiri di Collelungo. Nell’aprile del 2004, poi, lo stesso Vacca ha inoltrato all’on. Flavio Tanzilli, allora presidente della commissione parlamentare sulle stragi nazifasciste in Italia, la richiesta di riaprire l’inchiesta sull’efferato crimine compiuto dai soldati tedeschi. Nel contempo ha sollecitato l'ex sindaco di Cassino, Bruno Scittarelli, nella sua veste di Presidente del Comitato Celebrativo della Battaglia di Montecassino, a concedere finalmente al comune di Vallerotonda la tanto agognata medaglia d’oro. Tutte iniziative (c’è anche la proposta di istituire una “giornata della memoria” da tenersi, ogni anno, il 12 dicembre) che non hanno portato assolutamente a niente. Esse non avrebbero di certo il potere di restituire la vita a quei poveretti che in quel freddo mattino di dicembre andarono incontro al loro calvario. Potrebbero servire, però, a far accendere i riflettori su di una vicenda che è stata dimenticata e quasi completamente rimossa. E, forse, a rendere più tranquillo il riposo eterno di quei 42 martiri che a Collelungo videro bruscamente interrompere, e senza motivo alcuno, la loro parabola terrena.


L’INCHIESTA MERCOLEDI’ 22 DICEMBRE 2010

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TERZA PAGINA

ROMA

In facoltà concerto degli MBL

Questa sera, alle ore 21.00, a Roma, presso l'auditorium dell'università di Tor Vergata, facoltà di lettere e filosofia (via Columbia 1), si terrà il Concerto di Natale organizzato dall'Avsi, Associazione Volontari Servizio Internazionale. Si esibiranno per l'occasione Benedetto Vecchio e i Musicisti del Basso Lazio. Ospite della serata Ambrogio Sparagna.

Aveva aderito al movimento che voleva trasformare il Regno di Napoli in una monarchia costituzionale

Angelo Santilli, filosofo e patriota poco conosciuto che va rivalutato Il 15 maggio del 1848 fu trucidato a colpi di baionette e di percosse con il fratello Vincenzo nella casa di Piazza Monte Oliveto a Napoli: non aveva ancora 26 anni BENEDETTO DI MAMBRO S. ELIA FIUMERAPIDO

A

ngelo Andrea Silvestro Santilli nacque a Sant’ Elia il 28 ottobre 1822, figlio del giovane medico Silvestro, che fra il 1827 ed il 1829 sarebbe stato anche sindaco di Sant’Elia, e di Giuseppa Mancini, originaria di Castel Baronia, nei pressi di Avellino, ma residente a San Germano (Cassino). Compiuti i primi anni di studi a Sant’ Elia, nel 1835, all’ età di 13 anni, il piccolo Angelo fu portato a Napoli, a completare gli studi, dalla madre Giuseppa e accompagnato dal fratello maggiore Vincenzo e da quelli più piccoli Giuseppe e Giovanni, dal giovane compaesano Filippo Picano e dalla fantesca Carmela Mega. Santilli andò ad abitare al secondo piano della palazzina Leanza, in Piazza Monteoliveto al Vico Gravina I°, alle spalle di via Toledo e accanto al rinascimentale ed elegante palazzo Gravina (XVI sec.), oggi sede della facoltà di architettura dell’università Federico II. Con il fratello Vincenzo entrò nella scuola privata di Francesco Murro dove seguì gli studi liceali. Nel 1840, all’ età di 18 anni, Angelo Santilli si iscrisse alla facoltà di giurisprudenza della regia università di Napoli dove, fra gli altri, ebbe come insegnante il maggior filosofo italiano dell’epoca, il settantenne filosofo kantiano, calabrese di Tropea, barone Pasquale Galluppi (1770-1846), titolare, dal 1831, della cattedra di logica e metafisica. All’ età di 20 anni, nel 1842, Angelo Santilli si laureò in filosofia e in legge, aprendo uno studio legale ed una scuola privata di diritto in via Ponte di Tappia, sempre nei Quartieri Spagnoli, nei pressi di via Toledo. L’attività filosofica, giuridica, letteraria e politica del Santilli si sarebbe svolta, incessante e copiosa,

nell’arco di sei anni: dal 1842 al 1848. Nel 1842 pubblicò la sua prima opera filosofica “Le idee soggettive”, che grande accoglienza ebbe negli ambienti intellettuali ed accademici dell’intera Penisola a tal punto da doverne fare una seconda ristampa per la vasta richiesta che ebbe quale testo di studio nelle scuole del granducato di Toscana. Santilli non si fermò: continuò a studiare, a scrivere e ad insegnare. Nell’aprile del 1844 e, successivamente, nel marzo del 1848, fondò e diresse, consecutivamente, i giornali “L’Enciclopedico”, dove man mano esponeva l’ evolversi del suo pensiero filosofico, saggi letterari, di estetica e di diritto e “Critica e Verità” su cui scrisse principalmente di critica politica indirizzata all’ambiguità di re Ferdinando e del suo governo. Santilli fu anche poeta, abile ed esperto verseggiatore estemporaneo, pubblicando le sue poesie sul giornale “La Gazza”. Intanto la fama letteraria e poetica del Santilli ebbe grande risonanza a Napoli e sempre nel 1846, su proposta del ministro della pubblica istruzione dello stato napoletano, fu nominato Presidente dell’Accademia Dantesca che però, nell’ottobre del 1847, fu fatta chiudere dalla stessa polizia borbonica perché, ricorda Atto Vannucci (1808-1883), “sotto apparenze letterarie mirava ad intenti liberali ed umanitari”. Nel frattempo Santilli intratteneva fitte corrispondenze epistolari con personaggi illustri ed influenti del suo tempo: con il Segretario di Stato di papa Pio IX, cardinale Gizzi (1787-1849), che ne fu talmente colpito da scrivere di lui come mostrasse “pur ancora in giovane età, un’ erudizione da far spavento”; con il filosofo e letterato nonché, all’epoca, ministro dell’interno e quindi degli esteri dello Stato Pontificio, Terenzio Mamiani (1799-1885); con il filosofo eclettico francese Victor

Cousin (1792-1867), professore di Estetica presso l’università La Sorbona di Parigi, tramite il quale, da liberale moderato qual’era, approdò, nel 1846, al pensiero filosofico del socialismo utopistico francese ed europeo di Proudhon, Saint Simon, Blanc e Owens, su cui egli stesso, il Santilli, modulandolo secondo i suoi princìpi cristiani, liberali e umanitari, volle esporre, nello stesso anno, le proprie idee in merito nei suoi scritti “Il socialismo in economia” e “Lavoro, industria e capitale”, pubblicandoli sui giornali “La Gazza” e “Il Progresso”. Il pensiero filosofico del Santilli, che nel frattempo, fra il 1843 e il 1846, dopo il libro “Le idee soggettive” del 1842, aveva pubblicato altri saggi in merito sui giornali “Il Progresso”, “L’Enciclopedico” e “La Gazza” (“Sul realizzamento del pensiero”, “Sviluppo filosofico dell’ Autorità”, “Cenno psicologico sull’ attività e la passività dello spirito” e “Princìpi dell’ Umanità razionale”) partiva, come quello del suo

maestro Galluppi, dal criticismo kantiano per poi demolirne l’ idealismo e dimostrare, per andare alla ricerca di certezze e verità, come la realtà dello spirito vivesse e si sviluppasse nella natura. Fra il 1846 ed il 1847 inizia a frequentare i circoli culturali di Napoli, vere e proprie fucìne e fermenti di idee liberali e si avvicinò alle idee federaliste e neoguelfiste di Vincenzo Gioberti (1801-1852) giungendo a scrivere al Cardinale Gizzi perché il Pontefice si facesse promotore e guida di un federalismo antiaustriaco fra tutti gli altri Stati in cui l’ Italia era divisa. Angelo Santilli, alla fine del mese di gennaio 1848, cominciò a dedicarsi alle pubbliche assemblee ed alle pubbliche predicazioni contro il governo assoluto di Ferdinando II, cercando di contemperare la sua educazione cattolico-liberale con le sue nuove convinzioni socialiste umanitarie. Parlò nelle piazze di Napoli e nei paesi vicini assieme al popolano don Michele Viscusi. Alla fine di gennaio, anche sotto la spinta delle arringhe pubbliche del Santilli in ogni vicolo ed in ogni piazza di Napoli, oltre che in provincia, fu organizzata nella capitale una grande manifestazione, nella quale fu richiesta al re l’ emanazione della Costituzione che, alla fine, Ferdinando II concesse il 29 gennaio 1848, con l’ impegno di indire quanto prima elezioni democratiche del Parlamento. Angelo Santilli, che i temibili sgherri borbonici del Ministro Bozzelli avevano intanto soprannominato per spregio “il predicatore”, non smise di parlare alle folle napoletane perché proprio tramite la Costituzione si potessero migliorare le condizioni civili e sociali della popolazione. Ma dopo qualche giorno, mentre lo stuolo degli ascoltatori del Santilli andava ingrossandosi sempre di più, la cosa cominciò a creare preoccupazioni e timori nella polizia borbonica tanto che il 16 marzo 1848 interruppe un suo di-

CASSINO/All’Aula Pacis lo spettacolo organizzato dalla media “Diamare-Conte”

Le note non hanno passaporto PRESEPE!VIVENTE!A!PIUMAROLA Tutto pronto per il presepe vivente nella popolosa frazione di Piumarola, a Villa Santa Lucia. L'evento natalizio, promosso e organizzato dalla Parrocchia di San Giacomo Apostolo con il patrocinio dell'amministrazione comunale, si terrà il 24 dicembre prossimo, a partire dalle ore 21.30. Oltre 50 saranno i figuranti impegnati nella manifestazione, giunta ormai alla sua terza edizione. La rappresentazione della natività si svolgerà lungo le vie del borgo dove per l'occasione saranno riaperte le vecchie botteghe artigianali nelle quali verranno rappresentati i mestieri di una volta oggi scomparsi.

Serata all’insegna della musica contro ogni forma di razzismo e di intolleranza quella organizzata dalla scuola media “DiamareConte” all’Aula Pacis oggi 22 dicembre. Il titolo della serata rispecchia ampiamente il significato della manifestazione “Le note non hanno passaporto”che ha come obiettivo principale proprio quello di favorire la cultura dell’integrazione, della tolleranza fra i giovani, gli studenti e nella società civile moderna sempre più multirazziale. “La serata è la conclusione di due seminari – spiega il dirigente scolastico, prof.ssa Loretta Panaccione – organizzati dall’Università di Cassino su temi di importanza fondamentale per la nostra società. Si tratta, in parti-

colare, di un seminario su ‘La storia della diversità femminile’, tenuto dalla prof.ssa Fiorenza Taricone e l’altro su ‘I diritti dei minori’ tenuto dalla prof.ssa Diomira Zompa docenti dell’ateneo cassinate che ha coinvolto i nostri allievi”. La serata vedrà la partecipazione del gruppo musicale “Mediterraneo” composto da musicisti eccezionali quali Bruno Galasso, Massimo D’Ermo, Alfonso Delicato, Daniele Evangelista e la voce di Stefania Esposito. Uno spettacolo che vedrà anche l’esibizione del soprano Carla Mazzarella e degli alunni della scuola “Diamare-Conte” che interpreteranno alcuni brani corali curati dagli insegnanti. Si inizia alle ore 19.30. Felice Pensabene

scorso in Largo Castello, nei pressi del Maschio Angioino, e disperse gli ascoltatori. Santilli denunciò, il giorno successivo, il fatto sul suo giornale “Critica e Verità” la qual cosa gli creò ancor più inimicizia e sospetti da parte della polizia borbonica. Alla fine di febbraio del 1848 moriva la mamma di Angelo Santilli, Giuseppa Mancini, a soli 53 anni di età. Il 20 marzo dello stesso anno, Santilli aprì, una frequentatissima scuola privata di diritto costituzionale e di scienze morali, sita in Calata Trinità Maggiore, nei pressi di via Monteoliveto. Nel mese di aprile si tennero le elezioni dei membri della Camera dei Deputati. Gli eletti si recarono a Napoli a Palazzo Gravina, sede del Parlamento, in via Monteoliveto, adiacente all’ abitazione del Santilli, dove a metà maggio si sarebbe dovuta tenere la seduta inaugurale e il giuramento alla Costituzione. Fu allora che vennero alla luce i profondi contrasti che dividevano il gruppo dirigente liberale fra conservatori e progressisti e, nello stesso tempo, le reali intenzioni sempre assolutiste di Ferdinando II. Il 13 maggio, al momento del giuramento si sviluppò, in Parlamento, una vivace discussione sulla formula del giuramento stesso provocando un’ agitazione sempre più crescente tra la popolazione napoletana. Proprio per prevenire eventuali subbugli, già dal giorno antecedente, il 12 maggio, Re Ferdinando aveva cominciato a far schierare l’ esercito nei punti strategici della città. Le voci che si diffondevano in città sui contrasti tra il re ed i deputati alimentavano il malcontento e il 14 maggio in alcune vie di Napoli furono innalzate le prime barricate. Il giorno dopo la tensione era diventata così alta che non fu più possibile evitare gli scontri. Per le strade di Napoli si svolse una vera e propria battaglia fra le truppe fedeli al re e gli insorti. Questi erano solo un migliaio, mentre i soldati erano circa dodicimila, tra cui i più attivi furono alcuni agguerriti reggimenti svizzeri. La battaglia durò parecchie ore e si sviluppò nelle zone più centrali di Napoli dove erano state erette la maggior parte delle barricate, in tutto un’ ottantina. Si sparò anche dalle finestre e dai tetti di Palazzo Gravina. L’esito dello scontro era scontato: gli insorti erano in netta minoranza e la “plebe” non solo non aderì alla rivolta, ma intervenne al fianco delle truppe regolari, contribuendo attivamente anche al saccheggio delle case espugnate dai soldati. Il “popolo” dei borghesi, artigiani, bottegai ed inservienti, a differenza della “plebe”, si schierò dalla parte dei liberali. La battaglia si protrasse per tutta la giornata e le barricate furono smantellate dai soldati con largo spargimento di sangue. Ai soldati svizzeri fu dato ordine di scovare e uccidere il Santilli che si era barricato in casa febbricitante. Nella tarda mattinata giunsero fin sotto la sua abitazione, in Piazza Monteoliveto, facendola oggetto di fucilate che uccisero il giovane Filippo Picano e la serva di casa Carmela Mega, che si erano esposti dalle finestre. Indirizzati da coinquilini delatori, irruppero nell’appartamento, al secondo piano, e trucidarono, a baionettate e a colpi di calci di fucile, Angelo Santilli e suo fratello Vincenzo gridando: “Ed ora perché non predichi?”. Gli altri due fratelli, Giuseppe e Giovanni, erano riusciti a trovare riparo presso la famiglia Leanza, al piano superiore. Molti degli scritti del Santilli furono dati alle fiamme e i corpi martoriati di Angelo e Vincenzo furono trascinati per le strade, buttati su un carro con altri corpi di vittime della rivolta e gettati infine in una fossa comune.


L’INCHIESTA

VENERDI’ 31 DICEMBRE 2010

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PASTENA Grande attesa per il presepe vivente

La Parrocchia di Santa Maria Maggiore di Pastena, in collaborazione con le Associazioni Avis e Pro Loco e con il patrocino del consorzio “Grotte di Pastena” ha organizzato il tradizionale presepe vivente. La rappresentazione della natività, che già si è svolta il giorno di Santo Stefano, si ripeterà il 2 gennaio, a partire dalle ore 15.30, nel centro storico del paese.

TERZA PAGINA

Ombre sulla battaglia di Calatafimi (15 maggio 1860) che consegnò l’isola alle camicie rosse

Garibaldi in Sicilia: fu vera gloria? Retroscena poco noti dell’impresa Lo storico De Sivo sostiene che il generale borbonico Landi in cambio di una ingente somma di denaro abbia ordinato il ritiro delle sue truppe FERNANDO RICCARDI FROSINONE

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ualche tempo fa Enzo Sindoni, sindaco di Capo d’Orlando, in Sicilia, ha demolito a colpi di martello una targa che dedicava a Giuseppe Garibaldi il piazzale antistante la stazione ferroviaria del suo comune. “Il mio gesto eclatante - ha affermato - non vuole cambiare il corso della storia ma soltanto ristabilire i fatti per come realmente si sono svolti. Garibaldi, proprio qui, con la sua spedizione di mercenari, ha fatto tantissime vittime”. E ancora: “… riappropriamoci del nostro passato per guardare meglio al nostro futuro. Così come abbiamo cominciato a fare a Capo d’Orlando si tolgano dalla toponomastica regionale tutti i nomi di quelle persone che sulla pelle dei siciliani hanno fatto fortuna. Abbiamo tanti veri eroi che realmente per la nostra amata terra si sono immolati. Oggi per la maggior parte di loro c’è l’anonimato più assoluto. Cominciamo a dare un segnale forte a tutta l’Italia: in Sicilia sono finiti i tempi delle conquiste. Riappropriamoci dunque della nostra storia e del nostro orgoglio”. Una vera “crociata” quella promossa dal sindaco della graziosa cittadina siciliana il quale spera ardentemente che tanti altri, nell’isola e nel continente, sappiano e

vogliano seguire il suo esempio procedendo sulla strada del ristabilimento della verità storica. E, in attesa di adesioni, Sindoni non è rimasto con le mani in mano. Un largario già intitolato all’eroe dei due mondi è diventato “Piazza IV Luglio” per ricordare la battaglia navale che nel 1299 si svolse sul mare di Capo d’Orlando quando il re di Sicilia Federico III d’Aragona riuscì per il rotto della cuffia a sfuggire agli Angioni subendo la distruzione di moltissime navi e la morte di 6.000 siciliani. Lo stesso sindaco si sta adoperando per cambiare denominazione anche alle vie principali della sua città ad iniziare da quelle intitolate a Nino Bixio, altro garibaldino doc, e a Francesco Crispi. Come interpretare il clamoroso gesto del primo cittadino siciliano compiuto, per di più, mentre sono in corso le roboanti manifestazioni celebrative del 150° anniversario dell'unità d'Italia? A seconda delle posizioni ognuno condannerà spietatamente oppure esalterà senza mezzi termini il suo operato. A noi non interessa più di tanto partecipare a questo gioco stucchevole e, francamente, inutile. Ci pare molto più interessante, invece, analizzare l’aspetto storico della vicenda che presenta molti aspetti a dir poco oscuri. Ad iniziare dal rapido e travolgente successo che accompagnò l'incedere di Garibaldi e del suo esiguo manipolo in terra di Sicilia. Di

certo il prode nizzardo ci mise molto del suo, in quanto a valore ed ardimento, per condurre in porto l’impresa. Detto ciò, però, non ci sembra di offendere l’inclita epopea risorgimentale cercando di ricostruire come effettivamente andarono le cose in quella primavera del 1860. La storia ufficiale, quella che si legge solitamente sui libri per così dire “ortodossi”, considera la battaglia di Calatafimi (15 maggio) l’evento che consegnò ai garibaldini le chiavi della Sicilia. Fu proprio in quella occasione che il generale, rivolto al fido Bixio, avrebbe pronunciato la famosa frase “qui o si fa l’Italia o si muore”.

Ora, mettendo per un attimo da parte l’enfasi patriottarda, c’è da dire che quello di Calatafimi fu un ben misero accadimento. Tra le truppe borboniche, 3.000 uomini al comando del vecchio e malato generale Francesco Landi e il raccogliticcio esercito di Garibaldi (ai Mille si erano aggiunti altrettanti “picciotti” siciliani), non ci fu che una modesta scaramuccia. Che, ironia della sorte, volse in netto favore dei borbonici che riuscirono persino ad impossessarsi del vessillo garibaldino. Quando, però, i soldati napoletani erano sul punto di cogliere un netto successo, improvviso e inaspettato, giunse l'ordine del generale Landi di abbandonare il campo e di ripiegare su Palermo. Eppure i reparti del colonnello Sforza erano ad un passo dalla vittoria e stavano già inseguendo i garibaldini in rovinosa fuga. E pensare che i borbonici avrebbero potuto gettare nella mischia altri 1.500 uomini tenuti di riserva. Quale il motivo di un comportamento così inspiegabile? Uno dei Mille, Francesco Grandi, così ha lasciato scritto nel suo diario: “I garibaldini si meravigliarono, non credendo ai loro occhi e orecchie, quando si accorsero che il segnale di abbandonare la contesa non era lanciato dalla loro tromba ma da quella borbonica”. Circostanza confermata anche da Giuseppe Cesare Abba al quale “pareva miracolo aver vinto”. Il ge-

ROCCASECCA/Il concerto si terrà domenica 2 gennaio ore 18.00 in Santa Maria delle Grazie

Ritorna a Caprile “Natale in Musica” Domenica 2 gennaio torna a Caprile di Roccasecca “Natale in Musica”, manifestazione che conta ormai parecchie edizioni e che ha sempre fatto registrare un ottimo successo di pubblico e di critica. L'appuntamento è per le ore 18.00 in quella splendida e magica atmosfera barocca della chiesa parrocchiale di Santa Maria delle Grazie, al centro del caratteristico borgo, non nuova, per la verità, ad ospitare eventi di tal genere, ad iniziare dal Festival Internazionale “Severino Gazzelloni”. Da qualche anno, poi, le sublimi note musicali vengono dedicate a Pasqualino Riccardi, insegnante di lungo corso ed irreprensibile amministratore comunale fin dai primi anni del dopoguerra, la cui scomparsa ha

lasciato un vuoto incolmabile nella piccola ma operosa comunità di Caprile. E così “Natale in Musica” vuole anche essere l'occasione per ricordare una persona che tanto si è adoperato per il suo borgo e per l'intero comune di Roccasecca. Il concerto, la cui organizzazione è curata come sempre dall'associazione culturale “Le Tre Torri”, prevede quest'anno la presenza di quattro artisti di chiara fama: Maristella Mariani (soprano), Cesidio Iacobone (baritono), Andrea Mele (pianoforte) e Fabio Angelo Colajanni (flauto) che oltre ad essere l'apprezzato direttore artistico del Festival “Severino Gazzelloni”, ha curato anche, con la consueta e riconosciuta compe-

tenza e bravura, anche il concerto natalizio di Caprile. Che per certi aspetti e per l'assoluta levatura dei protagonisti può essere considerato una sorta di gustosa appendice della ormai celebre rassegna conosciuta in tutto il territorio nazionale ed anche oltre. Saranno eseguite, secondo una scaletta sapientemente allestita, musiche di Bellini, Donizetti, Mozart, Rossini e Verdi. A presentare la serata sarà la bella e brava Valeria Altobelli. Per informazioni si può contattare la segreteria organizzativa presso l'associazione culturale “Le Tre Torri”, in via Castelvecchio a Caprile di Roccasecca, telefonando ai seguenti numeri 0776.567073 e 0776.566172 (anche fax).

nerale Landi, intanto, il giorno 17 giunse con le sue truppe a Palermo. I soldati napoletani erano disorientati e, soprattutto, non riuscivano a comprendere il motivo di quella ritirata. Emblematica la domanda che un militare, preso per ubriacone e subito zittito, rivolse in dialetto al suo comandante per sapere se a Calatafimi avevano vinto oppure perso. Fatto sta che in seguito una commissione militare dispose per il generale la degradazione e la collocazione a riposo. Venne poi rinchiuso nel carcere di Ischia in attesa di un processo che con il crollo del regno di Francesco II non fu mai celebrato. Ma davvero Landi fu un traditore? O soltanto un codardo e un incapace? I più, ligi al rigido dogmatismo storiografico, propendono per la seconda ipotesi, facendo risaltare grandemente, di fronte alla viltà dell’ufficiale borbonico, l’ardimento di Garibaldi capace, da par suo, di raddrizzare una situazione disperata. A quanto pare, però, non si trattò solo di incapacità. Uno storico attento e autorevole come Giacinto De Sivo afferma che Landi, nel febbraio del 1861, presentò al Banco di Napoli una fede di credito dell’importo di 14.000 ducati. Era, insomma, il prezzo del tradimento, il vero motivo per cui a Calatafimi aveva ordinato ai suoi soldati la ritirata. Il diavolo, però, fa le pentole ma non i coperchi. All’atto di incamerare il malloppo un solerte impiegato si avvide che quella cedola era spudoratamente falsa. O, meglio, valeva soltanto la miseria di 14 ducati. Il vecchio generale ci rimase così male che qualche tempo dopo fu colto da un colpo apoplettico e passò a miglior vita. Non prima di confessare, forse per vendicarsi o, forse, in un estremo rigurgito di onestà, di aver ricevuto quel titolo da Garibaldi in persona. E così la battaglia di Calatafimi, quella che consegnò alle “camicie rosse” il possesso della Sicilia, potrebbe essere stata decisa da un volgare episodio di corruzione. E la cosa non deve sorprendere più di tanto. Nel corso della spedizione si registrarono altri analoghi episodi. Lo stesso Cavour aveva provveduto a consegnare al contrammiraglio Carlo Pellion di Persano “un fondo spese… di un milione di ducati destinati alla corruzione degli ufficiali borbonici”. Prima di concludere, ma sull’argomento torneremo ancora, un’ultima sintetica annotazione. Nello scontro di Calatafimi persero la vita 32 garibaldini e 36 borbonici. Non vi sembra un bilancio fin troppo esiguo per una battaglia che, secondo la “vulgata” ufficiale, è stata decisiva per le sorti di Garibaldi e della sua mirabolante impresa che portò, in soli 147 giorni, alla conquista del Regno di Napoli?


L’INCHIESTA

MERCOLEDI’ 5 GENNAIO 2011

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FONTECHIARI Concerto della Befana in chiesa

TERZA PAGINA

Giovedì 6 gennaio, festa dell'Epifania, a Fontechiari, nella chiesa parrocchiale dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista, con inizio alle ore 20.30, si terrà un concerto di musica classica. Si esibirà il soprano Maristella Mariani, accompagnata da Clara Lombardi alla fisarmonica e da Erasmo Spinosa al clarinetto. Dopo l'ottima performance della scorsa estate, a Fontechiari ci si aspetta un'altra esibizione di assoluto livello.

Il calendario 2011 curato da Gabriele Pescosolido è stato presentato ieri mattina a Frosinone

Tredici scatti per immortalare i grandi eventi della Provincia L’assessore Abbate: “Mettere in rete le manifestazioni del territorio” Il presidente Iannarilli: “La cultura si trasformi in volano di sviluppo” POMPEO DI FAZIO FROSINONE

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n calendario che non è semplicemente tale. Che non serve solamente a scandire i giorni del 2011 ma ha l’ambizione di essere molto di più. E’ quello presentato ieri nella sala del consiglio dell’amministrazione provinciale di Frosinone dall’assessore Antonio Abbate. Tredici scatti che immortalano, uno per pagina, gli eventi culturali di eccellenza della provincia di Frosinone che si sono svolti nell’anno 2010 e che l’amministrazione Iannarilli ha ritenuto di dover finanziare con fondi provinciali proprio per la loro rilevanza artistica. Nelle pagine patinate del calendario, curato dal grafico Gabriele Pescosolido di Sora, sono immortalati i momenti clou: il Certamen Ciceroniano di Arpino, nella copertina, il Liri Blues Festival di Isola del Liri, a gennaio, il Festival Lirico di Casamari a febbraio, il Festival Internazionale del Folklore di Alatri a marzo, Ascolta la Ciociaria ad aprile, Cassino Arte a maggio, Alatri Blues a giugno, Atina Jazz a luglio, i Fasti Verulani ad agosto, il Festival del Teatro medievale e rinascimentale a settembre, il Premio letterario Valcomino di Alvito ad ottobre, il Fiuggi Family Festival a novembre e il Festival delle città medievali di Monte S. Giovanni Campano, Anagni e Cassino a dicembre. Nella sala consiglio a presentare il calendario alla stampa, oltre all’assessore Abbate e al grafico Pescosolido, anche

il presidente Antonello Iannarilli, i consiglieri Patrizi e Bracaglia, il dirigente Andrea Di Sora, il funzionario del settore cultura Marco Chiappini e i rappresentanti dei comuni e delle associazioni che organizzano gli eventi che sono stati immortalati nelle foto. Il presidente Iannarilli ha sottolineato il grande sforzo che la Provincia sta facendo nel settore della cultura, sostenendolo anche a fronte dei forti tagli nei fondi operati dal goveno nazionale. “Il mio augurio è di fare sempre meglio – ha sottolineato il presidente - e di trasformare la cultura nel volano di sviluppo dell’intero territorio”. Più articolato l’intervento dell’assessore Abbate che nel suo discorso, oltre a presentare il calendario, ha spaziato a trecentosessanta gradi sulle attività in cantiere nel 2011 da parte del suo assessorato. “E’ desiderio mio e del presidente Iannarilli – ha spiegato l’assessore – rivolgere alla comunità della provincia di Frosinone un sincero augurio di serenità per il 2011. Lo facciamo con questo calendario che raccoglie le immagini delle manifestazioni culturali realizzate con i finanziamenti dell’assessorato alla cultura attraverso il progetto Grandi Eventi, nel corso dell’anno 2010. Una pubblicazione dal taglio garfico innovativo che vuole esaltare creatività e potenzialità del territorio, nella convinzione che sia proprio la cultura la nostra principale risorsa, qui alimentata da molteplici ed imponenti tradizioni millenarie, cui il nuovo corso amministrativo della Provincia ha inteso conferire centralità

Da sx l!assessore Antonio Abbate e il presidente Antonello Iannarilli goglio, ma anche come rispetto per sé e per gli altri, amore per quello che possediamo, dal nostro patrimonio culturale a quello economico e sociale. L’impegno quotidiano, fin qui profuso dal mio assessorato alla cultura e da tutta l’amministrazione Iannarilli, stanno a testimoniare che far rinascere questa Provincia è possibile, così come saranno possibili la crescita e lo sviluppo per tutti se solo sapremo ricordare che la cultura è un bene comune”. L’assessore Abbate ha spiegato, inoltre, le direttrici su cui intende lavorare per il 2011: “Mettere in rete tutte le organizzazioni che promuovono cultura nel territorio, in modo da definire un pac-

nella propria agenda politica. Essa esalta le eccellenze e tende nelle nostre intenzioni ad indicare, in particolare alle nuove generazioni, la necessità di recuperare identità culturale, di guardare al futuro con ottimismo, di sostituire negligenze con conoscenze, di restituire finalmente dignità ed orgoglio alla nostra terra. L’auspicio è quindi quello di un impegno corale per la crescita di questa Provincia, per restituirle il ruolo che le spetta, per amare maggiormente una terra cui necessita, oggi più che mai, la riscoperta di quell’identità e di quel senso di comunità che sembrano smarriti. Identità e senso di comunità intesi come solidarietà e or-

Il corteo si snoderà lungo Corso Volsci per poi sfociare nel cuore del centro storico

Befana a Sora con la sfilata dei re Magi A Sora il lungo ed intenso periodo delle festività natalizie e di fine anno si concluderà il giorno dell'Epifania con la caratteristica sfilata dei Re Magi per le vie della città. Nel Vangelo di Matteo si racconta che tre enigmatici sacerdoti ed astrologhi, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre i loro nomi italianizzati, provenienti dall'Oriente, dopo aver percorso un lungo ed interminabile cammino seguendo una strana e luminosa stella, la cometa, giunsero a Betlemme per omaggiare ed adorare il bambino Gesù, il re dei Giudei. Sulla paglia della povera capanna, alla cui sommità si era fermata la stella, proprio ad indicare che quello era il punto di arrivo, i tre misteriosi personaggi, dalle vesti ricche e sfarzose, deposero i loro preziosi doni, ossia oro, incenso e mirra (In molti oggi si chiedono: cos'è la mirra, parola che si sente ripetere solo nel periodo natalizio? Si tratta di una sostanza ricavata da alberi che si trovano nella zona del mar Rosso o nel Madacascar,

una sorta di gomma che opportunamente lavorata può diventare un profumo, un cosmetico oppure un olio aromatico). Ma torniamo a noi. La manifestazione sorana, che vuole ripercorrere fedelmente quel particolare evento molto caro alla tradizione cristiana, è organizzata dall'associazione culturale “La Cometa”, mai nome fu più appropriato, con il patrocino dell'amministrazione comunale. L'inizio è previsto per le ore 17.00 quando si avvierà il fastoso corteo con oltre cento figuranti vestiti con costumi tipici del '700 napoletano. Più di una sfilata, quindi, si può parlare di una vera e propria rievocazione storica dove i particolari, specialmente quelli relativi agli abiti, sono curati anche nei dettagli più trascurabili. Ed in ciò si vede la mano abile e sapiente dei sempre più apprezzati stilisti sorani Rocco Di Passio e Romolo Tamburrini. Il corteo si snoderà tra Piazza Indipendenza, Corso Volsci per poi sfociare

nel cuore del centro storico. Il servizio d'ordine sarà svolto come al solito dai volontari dell'associazione “La Cometa”. La Befana, si sa, porta via nel suo sacco consunto tutte le feste natalizie. Qualcuno sostiene che in quel sacco vada a finire anche gran parte dell'allegria e della spensieratezza che ha caratterizzato il Natale e l'avvento di un nuovo anno. Anche perché, esauritasi la lunga parentesi festiva, tutti ritornano fatalmente al lavoro usato, agli affanni ed alle preoccupazioni che caratterizzano la vita di tutti i giorni. Anche per questo, però, è consigliabile concedersi un ultimo momento di svago e di divertimento. E la sfilata dei Re Magi a Sora, con tutto ciò che vi ruota attorno, può essere sicuramente uno di questi. Un'ultima occasione che non si può perdere prima che il tran tran quotidiano riprenda a macinare chilometri con la sua inarrestabile progressione. L'appuntamento, quindi, è per il giorno della Befana, a Sora, ore 17.00.

chetto ‘Cultura della Ciociaria’ da poter rivedere sul mercato turistico. Per questo è mia intenzione creare un tavolo permanente con gli operatori del settore. Poi, a breve partirà un portale della cultura della provincia di Frosinone, un portale che raccoglierà tutte le notizie dai territori, aperto alla collaborazione dei territori stessi. Annuncio infine per l’inizio di febbraio la cerimonia per inaugurare in provincia la donaziona, da parte della famiglia, di un crocificco carolingeo dell’artista Tommaso Gismondi, che farà il paio con ‘La Danzatrice’ di Amleto Cataldi, già posizionata nell’atrio del palazzo provinciale”. Il calendario della cultura l’abbiamo sfogliato. E’ veramente bello. Un oggetto da collezione che vuole lanciare un messaggio: vedete quante cose ci sono di livello in provincia di Frosinone? Valorizziamole e fruiamone tutti. Ne sono state stampate 5mila copie e verranno distribuite nel territorio. Una conclusione che ci pare il segno della bontà dell’iniziativa e del modo di condurre l’assessorato da parte di Antonio Abbate. Sono presenti nel calendario dei grandi eventi manifestazioni di comuni amministrati dalla destra e dalla sinistra, segno che la cultura è super partes e che Abbate interpreta al meglio il suo ruolo istituzionale. I rappresentanti dei grandi eventi hanno mostrato di gardire il calendario e hanno ringraziato la Provincia per averlo realizzato. Che non sia proprio la cultura la nuova via di crescita economica e sociale di questo territorio? Lo speriamo vivamente.

ANAGNI Grande successo per “La Via dei Presepi” La “via dei presepi” allestita nella città dei papi continua a richiamare visitatori da ogni angolo della provincia. A dimostrazione che la manifestazione, dopo 12 edizioni, ha imboccato la direzione giusta. Lungo il percorso si possono ammirare 16 presepi molto apprezzati dagli appassionati che anche nei giorni feriali si riversano numerosissimi in città. Quest'anno poi gli organizzatori hanno pensato di raccogliere fondi da destinare ad attività di carattere benefico. Un ottimo motivo in più per visitare la “via dei presepi”.


L’INCHIESTA

SABATO 8 - DOMENICA 9 GENNAIO 2011

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PREMIO “I Love Alatri 2010”: oggi l’atto finale

Questo pomeriggio, con inizio alle ore 16.30, presso i locali della biblioteca comunale, si terrà la cerimonia conclusiva della prima edizione del premio “I Love Alatri 2010”. La manifestazione intende offrire un riconoscimento a persone della comunità alatrense che si sono particolarmente distinte con la loro attività nell'ambito della cultura, del sociale, dell'artigianato, delle attività artistiche, dell'imprenditoria.

TERZA PAGINA

Fulvio D’Amore ripercorre la vicenda del generale catalano fucilato a Tagliacozzo nel 1861

Borjés, il racconto di un’infamia Il ricercatore abbruzzese utilizzando documenti di archivio e fonti ufficiali ricostruisce un evento poco conosciuto del travagliato periodo postunitario PIERA ALTAMURA BENEVENTO

U

n'indagine storica relativa alla “guerriglia antiunitaria”, scoppiata nel meridione all'indomani dell'unità d'Italia, volta a riscoprire la figura del generale catalano José Borjés, “uno dei più rinomati cabecillas – scrisse il filosofo e storico Benedetto Croce – delle guerre carliste, coraggioso, esperto di guerra, sincero e devoto uomo”, impegnato dal 1860 al 1861 in una spedizione a favore del sovrano del Regno delle Due Sicilie in esilio, Francesco II. Ecco allora che Fulvio D'Amore, nel suo ultimo “ Uccidete José Borjes ”, edito da Controcorrente (pp. 227, euro 20,00. Per ordinazioni 081.421349), ripercorre la vicenda del legittimista europeo (che in copertina la casa editrice, spiega lo stesso D'Amore, ha deciso di chiamare Borjés, nome che riecheggia la lingua della patria del generale catalano), con particolare attenzione a tutto il fenomeno del brigantagg io meridionale.

Borjés, nato a Vernet, piccolo villaggio della Catalogna, nel 1813, “fervente cattolico, scrittore di trattati inediti d'argomento militare”, nel 1860, preceduto dalla fama “d'indomito guerrigliero” si recò a Roma “ proponendosi per la formazione di un corpo di carlisti spagnoli, da aggregare alle guide del generale pontificio De Lamoricère”, che avrebbero sostenuto la causa dei legittimisti borbonici prendendo, poi, “parte attiva ai tentativi sovversivi nelle province napoletane” come ebbe a scrivere un cronista del giornale “ Il Nazionale”, in occasione della pubblicazione di una missiva scritta dal principe Fulco Ruffo di Scilla, indirizzata a José Borjés, “l'energico graduato borbonico che sin dall'inizio occupò un posto di rilievo nella corte napoletana in esilio”. Fu proprio il principe di Scilla nel luglio 1860 a incaricare Borjés della “spedizione nelle Calabrie”. Recatosi a Marsiglia, dove “avrebbe avuto dal generale Clary tutte le istruzioni circa il punto di sbarco, la campagna e i modi per unirsi ai

capi delle bande di Calabria e Basilicata”, scrisse lo studioso Raffaele De Cesare, da lì partì alla volta di Malta, da dove si diresse in Calabria. Il 13 settembre 1861, in compagnia di diciassette spagnoli e degli ufficiali borbonici Achille Caracciolo e Giuseppe Coriba, sbarcò sulla spiaggia di Branca-

leone Marina. Ma qui Borjés e i suoi compagni, scrisse Croce, “non trovarono se non qualche banda di volgari delinquenti, allora sfuggendo a tutte le vigilanze penetrarono fin nel cuore della Basilicata”, dove il condottiero spagnolo, il 21 ottobre Carmine 1861, incontrò Crocco Donatelli, capo di una banda di mille uomini il quale, come lo stesso dichiarò, “ viveva aggredendo, taglieggiando, uccidendo di tanto in tanto” e che si rifiutò di obbedire agli ordini del generale spagnolo. Fu proprio l'incompatibilità del “ legittimismo vero e proprio”, di cui Borjés si faceva promotore, con la guerriglia portata avanti da Crocco e in generale dalle bande brigantesche lucane, a sancire gli insuccessi della missione intrapresa dal cabecilla catalano. L'8 dicembre 1861, infatti, i bersaglieri del maggiore Enrico Franchini, insieme a un gruppo di Guardie Nazionali di Sante Marie, in Abruzzo, intecettarono Borjés e i suoi compagni che “stanchi e intirizziti dal freddo, pensarono di riposarsi e ristorarsi” nella cascina Mastroddi, nel bosco di

Luppa. Ne scaturì, si legge nel rapporto stilato dal maggiore Franchini, “un vivo combattimento”. Il contingente al comando di Borjés oppose una strenua resistenza vinta dall'incendio appiccato dai bersaglieri al casolare. I prigionieri, cui, “ non si esclude l'ipotesi”, era stata promessa salva la vita, furono portati a piedi a Tagliacozzo, dove vennero fucilati, probabilmente anche per non aver concesso “rivelazioni sugli organizzatori della spedizione”. Un'interessante indagine storica quella offerta da Fulvio D'Amore che, basandosi su una corposa documentazione storiografica e fonti ufficiali, rappresenta un ulteriore tentativo di “ verifica storica” delle vicende relative all'unità d'Italia e alla lotta tra “piemontesi e napoletani narrata principalmente dalla parte dei vinti”, assecondando il decisivo incremento, vissuto negli anni '90, dagli studi critici relstivi al fenomeno del brigantaggio, perché “si vuole sapere di più attraverso il racconto dei protagonisti, si prova a dare voce a chi voce non ha mai avuto”.

Questo pomeriggio sarà presentato l’ultimo libro di Antonio Masella e del compianto Albino Cece

Campello di Itri, immagini e sentieri di antiche civiltà Sarà presentato questo pomeriggio, alle ore 18.30, presso la sala consiliare del comune di Itri il libro “Campello d!Itri: immagini e sentieri di antiche civiltà”, realizzato da Antonio Masella e dal compianto Albino Cece, per conto del quale la pubblicazione è stata curata postuma dal figlio Giuseppe. Quest!opera rappresenta il primo studio complessivo svolto sul vasto territorio montano di Campello d!Itri a cui ben poca attenzione è stata dedicata sinora nelle ricostruzioni delle vicende storiche del comprensorio aurunco. In molti mesi di appassionata ricerca i due autori attraverso ricognizioni svolte sul campo, hanno fornito un primo importante tentativo di ricostruzione della presenza umana su Campello d!Itri attra-

verso la rilevazione delle tracce di sentieri e di insediamenti abitativi ancora individuabili. Il testo è corredato da una ricca e affascinante documentazione fotografica realizzata dallo stesso Masella che mostra al lettore un accenno dell!importanza che nei tempi antichi il territorio di Campello d!Itri rivestiva. La ricerca è completata da un vero e proprio censimento degli insediamenti abitativi di cui si sono conservati fino ad oggi le tracce. Il libro, inoltre, contiene, da un lato, la richiesta agli studiosi di livello accademico di intervenire per approfondire i risultati della ricerca svolta e, dall!altro, rivolge un appello alle istituzioni locali affinchè si facciano carico delle emergenze storiche ed archeologiche emerse in così impor-

tanti proporzioni. Gli stessi autori ipotizzano un intervento di recupero dell!area mediante la costituzione di un “parco aurunco della pietra” che potrebbe rappresentare l!unico e solo esempio in Italia di un pianoro medievale rurale attrezzato. Rimane, in chi scrive, il rammarico che quest'opera trovi la luce a un anno e mezzo di distanza dalla improvvisa scomparsa del giornalista e storico locale Albino Cece, uno tra i più puntuali collaboratori delle pagine culturali della vecchia edizione de “L'Inchiesta”, allora settimanale, il quale, insieme ad Antonio Masella ha profuso tantissime energie nel tentativo di fornire l!inquadramento storico delle rilevanze archeologiche emerse a Campello d!Itri.


L’INCHIESTA VENERDI’ 24 - SABATO 25 DICEMBRE 2010

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AMASENO

Notte di Natale con il presepe dell’Annunziata

C'è grande attesa ad Amaseno per l'apertura del presepe nella chiesa dell'Annunziata, una tradizione che si ripete da tanto tempo e che ogni anno viene dedicato ad un tema diverso riscuotendo sempre un grande successo di critica e di visitatori. Il momento topico ci sarà dopo la messa solenne di Natale con il pubblico delle grandi occasioni.

TERZA PAGINA

Furono rinvenute del tutto casualmente nel 1992 e sembrano risalire al IV o III secolo avanti Cristo

Ragionando sulle mura megalitiche di Casalucense a S. Elia Fiumerapido Potremmo trovarci di fronte alle poderose rovine dell’antica città sannita di Amiternum a guardia della gola del Rio Secco e della via per Cominium BENEDETTO DI MAMBRO SANT’ELIA FIUMERAPIDO

F

urono casualmente rinvenute nella primavera del 1992 da Sabatino Di Cicco e con molta probabilità sono da far risalire al IV o III secolo avanti Cristo. Si ergono, imponenti e massicce, costruite in tecnica poligonale di I e II maniera, sui colli di Casalucense a Sant’Elia Fiumerapido. La prima muraglia si dipana a forma di circuito approssitivamente oblungo, a mo’ di fortezza di avvistamento, sulla sommità del colle Costalunga (m. 348) a nord del Santuario-Monastero di Casalucense (m.198) prospicienti la gola del Rio Secco e la valle di Olivella, sui primi balzi di monte Cierro (m.461) e del retrostante monte Cifalco (m.947). E’ formata da massi giganteschi sovrapposti a secco l’uno sull’altro senza alcun legante cementizio ed ha un perimetro di oltre trecento metri. Quelle rivolte ad ovest, lungo il crinale di Costalunga e cioè verso Olivella, raggiungono nei punti più alti l’altezza di circa cinque metri ed hanno uno spessore di oltre mezzo metro. I massi che le compongono raggiungono le dimensioni di cm. 100 x 80 per oltre mezzo metro di profondità. Quelle rivolte verso est sono rimposte su un terrapieno ed in parte sono crollate. Quelle che restano sono alte circa m. 3 e larghe cm. 70. Ad un certo punto, come constatato in successive escursioni, quelle rivolte a sud cominciano a scendere, per oltre cento metri, verso il santuario di Casalucense ed in parte i massi sono rotolati a valle.

La strada per Pratolungo le interrompe e le taglia ma, sotto il ciglio stradale, ricominciano a scendere a spezzoni che si snodano, volgendo verso ovest, nella boscaglia che le nasconde e sono per lo più alte m. 2,20 e spesse cm. 70. Giunte a circa 200 metri a monte del santuario cominciano a risalire verso sud-est, costituite per lo più da asperità naturali, e quindi verso il colle di Campopiano (m. 476). Probabilmente, come cercheremo di dimostrare, ci troviamo di fronte ai possenti resti dell’antica città sannitica di Amiternum, a guardia della gola del Rio Secco e dell’antica via pedemontana che da Interamna Lirenas e quindi da Casinum conduceva ad Atina e Cominium, in Valle di Comino, sulle alture di Vicalvi come supposto nel 1971 da Michele Jacobelli, e distrutta dai Romani nel 293 a.C. nel corso della terza guerra sannitica (298-291 a.C.). I resti ancora visibili delle mura di “Amiternum”, compreso il circuito di Costalunga, si estendono per oltre un chilometro. Molto si è discussso e si continua a discutere sulla collocazione geografica dell’Amiternum sannitica di cui ci parla lo storico romano Tito Livio. Qualcuno, ad esempio, la colloca nei pressi de L’Aquila, a San Vittorino, ma quell’Amiternum era in Sabina e non nel così detto in lingua osca Safnio (il Samnium dei Romani). C’è intanto da osservare che i Sabini durante la terza guerra sannitica si mantennero indipendenti e non presero parte al conflitto come invece gli Etruschi e gli Umbri e poi che il territorio dell’Amiternum sabina, assieme a

quello dei vicini Vestini, fu devastato e quindi la città fu occupata solo nel 290 a.C, per interessi commerciali, dalle legioni di Manio Curio Dentato (console con Publio Cornelio Rufino), tre anni dopo la presa dell’Amiternum sannita, divenendo sede di una Praefectura e di una colonia penale. E poi le azioni militari dei Romani del 293 a. C. erano rivolte esclusivamente contro il Samnium vero e proprio (estremo Lazio sudorientale con Atina e la sua valle, Abruzzo meridionale, Molise ed i monti del Matese) e diverse città campane alleate dei Sanniti: i Romani avevano necessità di aprirsi un più agevole passaggio verso l’Italia meridionale, soprattutto la Puglia, sino ad allora ostruito e reso insicuro dalla presenza dei Sanniti proprio sui monti dell’Ap-

pennino centro-meridionale. Nel 293 a. C. il console romano Spurio Carvilio Massimo partì con il suo esercito da Interamna Lirenas, quindi, oltrepassando Casinum e risalendo la valle del fiume Rapido e quindi l’attuale territorio di Sant’ Elia Fiumerapido, conquistò e distrusse, lungo il percorso, proprio l’oppidum sannita di Amiternum (“… in Samnium profectus… Amiternum oppidum de Samnitibus vi cepit”). Come già prima accennato, sulla sua collocazione geografica e sul significato del suo nome Amiternum molto si discute e molto, forse, si discuterà anche in seguito. Non pochi problemi di ordine geografico, infatti, rispetto alle operazioni tattico-belliche delle legioni romane, in quel 293 a. C., pone la collocazione dell’Amiternum di Tito

Livio in Sabina a San Vittorino presso L’Aquila. Meno problemi geografici porrebbe, invece, un’ eventuale Amiternum sannita posta a metà strada, in territorio di Sant’ Elia Fiumerapido, fra “Interramna quae via Latina est” e il “maxime depopulato atinate agro”, come scrive Tito Livio. Ma perché Amiternum? Oltre all’Amiternum sabina, che prendeva il nome dal vicino fiume Aternum, c’era una Amiternum sannita? Poteva senz’altro esservi una seconda Amiternum: una in Sabina e l’altra nel Sannio. Quella Sabina, come già visto, prendeva il nome dal vicino fiume Aternum (oggi fiume Pescara). E quella sannita? A mio modesto parere, il nome dell’Amiternum sannnita derivava dalla fusione del sostantivo neutro latino “ami” (o “ammi”) con l’aggettivo latino aeternum : ami = una specie di comìno; aeternum = eterno, perenne. Il comìno, chiamato oggi dai nostri contadini anche “cumìno” o “cimìno”, è una pianta erbacea aromatica perenne, della famiglia delle ombrelliferae, il cui arbusto è alto fino a cm. 60. Cresce sui prati delle alture dell’Appennino centro-settentrionale e, nel nostro caso, anche sulle colline e sulle colline di Casalucense e di Costalunga, che in epoca sannitica ne dovevano essere ricche. L’ami - aeternum potrebbe essere dunque l’Amiternum sannita che cerchiamo: quella di Costalunga e di Casalucense a Sant’Elia Fiumerapido. Come già detto, d’altronde, le uniche opere di fortificazioni poligonali, a metà strada fra l’Interamna citata da Tito Livio e il devastato agro atinate le troviamo proprio lì.

Castro/L’archivio storico del comune intitolato al vecchio sindaco Ambrosi Dopo tanti anni di duro lavoro di sistemazione e di riordino, peraltro non ancora portato a termine in tutte le sue articolate fasi, finalmente l'archivio storico comunale di Castro dei Volsci è diventato una realtà. Il merito va ascritto per intero alla locale amministrazione comunale e, in particolar modo, al primo cittadino Antonio Borsa che molto si è adoperato in tal senso. La documentazione archivistica è vastissima e di grande importanza storica: si parte infatti dal XVI secolo e si giunge fino al declinare del secolo scorso. Tra le perle lo statuto comunale di Castro vergato dal principe Marco Antonio Colonna (1662) e “l'istrumento di concordia” tra

le comunità di Castro e di Vallecorsa datato 1574. Senza dimenticare il voluminoso carteggio che fa riferimento ai tumultuosi anni che precedettero e seguirono l'unità d'Italia. E' bene ricordare che Castro, inglobato nello Stato Pontificio, seguì le sorti del potere temporale del papa che solo nel 1870, dieci anni dopo rispetto alla parte meridionale della Penisola, venne aggregato, non senza polemiche, al Regno d'Italia. Fu quello un decennio molto tormentato in cui la provincia papalina di Campagna, con capoluogo Frosinone, sede di delegazione apostolica, fu interessata da un rigurgito virulento di brigantaggio che dal vicino comprensorio regnicolo dell’alta Terra di Lavoro riverberava i

suoi eclatanti effetti anche nel limitrofo territorio pontificio, appena al di là della linea di confine. Tanto che il delegato apostolico di Frosinone si vide costretto ad autorizzare la formazione di alcuni corpi franchi, i cosiddetti “squadriglieri”, per cercare di reprimere un fenomeno che andava assumendo proporzioni sempre più eclatanti. L'archivio comunale di Castro dei Volsci, che va ad integrare in maniera corposa la voluminosa documentazione già custodita e inventariata nell'Archivio di Stato di Frosinone, sarà intitolato all'ex sindaco Francesco Ambrosi, meglio conosciouto con il nome di “Sor Checco”, il primo, tra l'altro, a scrivere una interessante monografia sulla storia del suo paese.


L’INCHIESTA

MERCOLEDI’ 12 GENNAIO 2011

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ALATRI Il poeta Orgiti trionfa in Sardegna

TERZA PAGINA

Il poeta di Alatri Ennio Orgiti si è aggiudicato alla grande il Premio Letterario Internazionale “Poesia dell'Anno” a Quartu Sant'Elena, in provincia di Cagliari, in Sardegna, partecipando al concorso “I valori della pace e della solidarietà umana”. Un altro prestigioso riconscimento per il bravissimo, quanto schivo e riservato, poeta alatrense. Orgiti ha ottenuto il primo posto con una bellissima lirica dal titolo “Come fantasma”.

Sullo sfondo la bonifica delle paludi pontine opera fortemente voluta dal governo fascista

“Canale Mussolini” di Pennacchi è stato il libro più letto dell’anno Il romanzo narra la storia di una famiglia di coloni scesi dal nord a coltivare le nuove terre FERNANDO RICCARDI FROSINONE

S

econdo un sondaggio elaborato da “ Billy ”, la rubrica libraria del Tg1, “Canale Mussolini”, ultima fatica dello scrittore pontino Antonio Pennacchi, è il libro più letto dell'anno. Un successo sorprenden te ma non troppo se si considera che lo stesso volume aveva già trionfato nell'ultima edizione del “Premio Strega”. “Canale Mussolini” racconta la storia di un'opera sensazionale, prodigiosa, ai limiti dell'impossibile che nella prima metà del secolo scorso, nel lasso di tempo incastonato tra le due guerre, suscitò lo stupore e l'ammirazi one di tutto il mondo: la bonifica delle paludi pontine. Fu il capo del regime fascista, Benito Mussolini, che volle portare a compimen to quell'opera grandiosa che in passato molti avevano progettato ma che nessuno era riuscito a realizzare. Il sogno era quello di trasformare le paludi acquitrino se e malariche del basso Lazio in campagna fertile e verdeg-

giante, dove allocare casolari ed operose famiglie di coloni dediti appunto alla coltivazione della terra strappata alle acque putride e malsane. Un sogno che in breve volgere di tempo si trasformò in realtà. E il “ canale Mussolini ” fu proprio una delle realizzazioni simbolo di quella impresa, l'opera principale della bonifica che il Duce volle regalare a quell'angolo d'Italia che era sempre stato considerato, fin dai tempi dell'antica Roma, luogo più adatto agli insetti ed alle rane che agli uomini. Su quella terra strappata alla natura matrigna Mussolini volle fondare alcune grandi città: una per tutte Littoria, poi diventata Latina dopo la caduta del fascismo. Ebbe, inoltre, la felice intuizione di chiamare a popolare quella larga striscia di campagna fertile centinaia e centinaia di nuclei familiari provenienti dall'Italia settentrionale. Ecco perché ancora oggi esistono intorno a Latina contrade popolose che si chiamano “ Borgo Grappa ”, “ Borgo Podgora ”, “ Borgo Hermada ”, un evidente retaggio di quel particolare fenomeno di migrazione interna che stranamente seguiva

un percorso inverso e poco consueto: ci si spostava, infatti, dal nord al sud della Penisola. Tra queste migliaia di laboriosi coloni scesi dal settentrione a lavorare, a coltivare e ad abitare sulle “ nuove ” terre, vi furono anche i Peruzzi. E nel suo libro Pennacchi racconta proprio la storia di questa

famiglia. Una storia molto simile a quella di tanti altri nuclei familiari che a quel tempo lasciarono i loro paesi di origine e si portarono, con tante speranze ma anche con il cuore in tumulto per la nuova avventura che andavano ad affrontare, su quella terra che sarebbe poi diventata il loro fo-

BOVILLE ERNICA / L’ambito riconoscimento va ad un musicista di assoluto spessore

Al maestro Santoloci il “Premio Giotto 2010” Il “Premio Giotto 2010”, rassegna che si tiene a Boville Ernica, è stato conferito al maestro Alfredo Santoloci, musicista, compositore e primo docente di sassofono al Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, che grazie al suo sopraffino talento continua a mantenere alto il vessillo della cittadina ernica alla quale è così intimamente legato. La commissione giudicante, presieduta dal sindaco Piero Fabrizi, dal delegato alla cultura Angelo Sordilli, dal consigliere comunale Marta Diana, dal presidente della Pro Loco Alvaro Piacentini e dal dirigente scolastico Ruggero Mastrantoni, non ha avuto dubbi nell'assegnare al maestro Santoloci l'ambito riconoscimento che gli è stato consegnato nel corso di

una solenne e suggestiva cerimonia che si è tenuta sabato scorso presso il museo di San Francesco. Per l'occasione si è esibita in un apprezzato concerto l'orchestra Ogmm di Roma, diretta dal maestro Alfredo Santoloci, che ha visto esibirsi artisti affermati del calibro di Franco Piana (tromba), Giovanni Colasanti (drums), Maria Assunta Sanfilippo, Simone Partigianoni, Adamo Fratarcangeli e Lorenzo Colasanti (vocals). Questa la motivazione che ha portato la giuria ad assegnare a voti unanimi il premio a Santoloci e che è stata riportata nella pergamena consegnata poi al vincitore: “Primo docente di sax al Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Per l'intensa attività di concertista, compositore

e docente, svolta in significative istituzioni ed eventi a livello nazionale ed internazionale. Per la costante sensibilità dimostrata nei confronti dei giovani, per la continua ricerca del linguaggio universale di una musica capace di superare le barriere sociali, culturali e religiose. Grazie all'attaccamento costante alle radici culturali, familiari e territoriali e al bell'esempio che rappresenta per le giovani generazioni da oltre trent'anni di rigoroso ed appassionato impegno professionale”. La cerimonia si è conclusa con la consegna a Santoloci di un clarinetto, strumento con il quale potrà continuare a propagare con la sua nota abilità artistica il messaggio universale ed eterno della musica.

colare, il luogo stabile di residenza, di lavoro e di vita. Qualche anno fa l'amico Renato Di Bella, ottimo giornalista di lungo corso, iniziò a raccogliere a Latina e dintorni le storie, a volte struggenti, a volte eroiche, di questi emigranti particolari. Ne fece anche alcuni eleganti quaderni che pubblicò a cura dei diretti interessati. Poi è giunto Antonio Pennacchi ed ha avuto la felice idea di riprendere quel discorso in grande stile. E così è venuto fuori “ Canale Mussolini”, Premio Strega 2010, Premio Asti per il romanzo storico, il libro più letto dell'anno. A dimostrazione che la fortuna, anche in questo tipo di attività, svolge sempre un ruolo fondamentale. Ma, a pensarci bene, non è stata soltanto la positiva intuizione o il momento particolarmente propizio ad esaltare le glorie patrie (le celebrazioni per il 150° compleanno dell'italica nazione sono ormai entrate nel loro momento decisivo e più elevato) a determinare la straordinaria fortuna dell'opera di Pennacchi. Siamo convinti, infatti, che il riferimento diretto, già nel titolo, a quel nome particolare, a quel personaggio politicamente scorretto per il quale molti vorrebbero decretare senza frapporre indugio la “ damnatio memoriae ”, abbia giocato in tutta l'astuta operazione di marketing editoriale un ruolo non assolutamente marginale. Molto più della pur suggestiva epopea dei contadini settentrionali che, novelli emigranti, erano stati fatti venire in massa dal Duce ad abitare ed a coltivare terre che appena qualche mese prima erano ancora sommerse dall'acqua e dal fango. Ad ogni modo, sia quel che sia, “ Canale Mussolini ”è stato il libro del 2010. Un bravo, dunque, anzi un bravissimo al suo autore, Antonio Pennacchi, classe 1950 da Latina, prolifico scrittore (nelle librerie è già presente il suo nuovo lavoro “ Le iene del Circeo”, Laterza, pp. 211, 10 euro, un omaggio ai predecessori preistorici che popolarono il comprensorio pontino nella notte dei tempi) ma un bravo va anche alla casa editrice (Mondadori, pp. 460, 20 euro) che ha avuto il coraggio e l'intuizione di cavalcare la tigre e di partorire questo sensazionale successo che sicuramente è andato ben al di là di ogni più rosea aspettativa.

Terza pagina  

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