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EDITORIALE Di recente ho incontrato a pranzo Massimo Corbucci. Volevo chiedergli se aveva qualche idea per la nuova cover story de “Gli Enigmi della Scienza”. A lui, come a Diego Antolini, uno dei tipi di The X-Plan, che era presente al nostro pranzo, dissi che mi sarebbe piaciuto dedicare la cover di questo mese alla questione vaccini. Perché è diventato il vero mistero di questo periodo... Poi ci ho riflettuto bene e ho deciso di posticipare tale argomento perché merita un'analisi dettagliata e uno studio molto approfondito che sappia scavare anche oltre la scienza per arrivare alla sostanza del problema. Il vulcanico Massimo Corbucci allora mi spiegò di alcune sue ricerche sulle onde gravitazionali e mi espose una sua incredibile teoria: “Non è per i danni cerebrali da radiazioni che non si può andare nello spazio. La ragione vera è che allontanandoci dalla “g” terrestre si perde la “capacità” di pensare! La nozione di Fisica relativa alla gravità, va rivista completamente. Tutt’altro che una “corrente di gravitoni”: è correlata oltre che con il “conferimento del peso”, anche con il pensiero. Con la... “Coscienza”! È sconcertante, da deliquio dei sensi, ma è così!”. Avevo la cover story. D'altronde questo magazine contiene pensieri diversi dalla mischia e siccome il Dottor Corbucci avvalora le sue teorie con ricerche scientifiche interessanti, ho pensato che meritasse un giusto spazio. A voi la sua ricerca e gli altri interessanti studi del nostro staff. Buona lettura

Dario Maria Gulli Direttore Editoriale

GIULIO FASCETTI Direttore testata e progetto editoriale

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EUGENIO ORTALI Progetto grafico

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La redazione VINCENZO TRAPANI, ROBERTO VOLTERRI, MASSIMO CORBUCCI, ADRIANO GASPANI

Editore Zona Franca Edizioni srl - Via V. Veneto, 169 - 00187 Roma Stampa Tuccillo Arti Grafiche - S.S. Sannitica 87 Km 11 - 80024 Cardito (Napoli) Distribuzione Press Di: Distribuzione Stampa e Multimedia Srl - 20134 Milano

CONTENUTI

Anno II - N°9

News Allontanarsi dalla terra è impossibile Il ruolo della statistica nella ricerca sulla mente-materia Il Calendario Celtico Modificazione della struttura del DNA equino mediante intenzione focalizzata... Notizie dall’anti-mondo Le mie invenzioni. Nikola Tesla Gustavo Rol. Esperimenti e testimonianze News WORMHOLE Cosa sono? Lettere...

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NEWS

Il laser fotografa i superconduttori del futuro Galileonet.it riporta sul proprio sito un'interessante ricerca pubblicata su Nature Physics: “(Università CattolicaSissa-Politecnico di Milano) -Un altro passo avanti verso la superconduttività a temperatura ambiente. Un esperimento alle frontiere della fisica della materia rivela che il sogno di un’energia usata in modo più efficiente si può tradurre in realtà grazie a speciali materiali studiati dagli esperti di materia condensata. Per mezzo di impulsi laser opportunamente calibrati, per la prima volta un gruppo di ricerca internazionale guidato dagli scienziati della SISSA di Trieste, dell’Università Cattolica di Brescia e del Politecnico di Milano, ha “fotografato” l’interazione tra gli elettroni di uno speciale composto, contenente rame, ossigeno e bismuto, verificando che questi a temperature ordinaria non si respingono. Questa è una precondizione necessaria perché la corrente passi senza resistenza e costituisce, quindi, la base per i superconduttori del futuro. L’indagine potrebbe aprire importanti scenari per lo sviluppo di questi materiali da utilizzare nell’elettronica di consumo, nella diagnostica e nei trasporti. Lo studio è stato appena pubblicato su Nature Physics. Per mezzo di raffinate tecniche laser che permettono di studiare speciali materiali nelle cosiddetta fase di non equilibrio, gli scienziati sono riusciti a capire le loro proprietà in un modo del tutto originale. Della ricerca, l’equipe SISSA ha curato gli aspetti teorici, l’Università Cattolica di Brescia e il Politecnico di Milano hanno coordinato invece quelli sperimentali. Spiegano gli scienziati: “Uno dei più grandi ostacoli verso l’utilizzo della superconduttività nella tecnologia di tutti i giorni è che i superconduttori più promettenti ad alta temperatura si trasformano in isolanti. Questo perché gli elettroni, anziché appaiarsi e muoversi all’unisono nella direzione della corrente, tendono a respingersi”. Per studiare il fenomeno, i ricercatori si sono concentrati su uno specifico superconduttore, molto complesso nelle sue caratteristiche fisiche e chimiche perché composto da 4 tipi di atomi diversi, tra cui il rame e l’ossigeno. “Attraverso un impulso laser abbiamo portato il materiale fuori della condizione di equilibrio. Un secondo rapidissimo impulso ci ha permesso poi di isolare le componenti che caratterizzano le interazioni tra gli elettroni mentre il materiale tornava all’equilibrio, separandole temporalmente. Per usare una metafora, è come se avessimo ottenuto tante istantanee delle diverse proprietà di quel materiale, in momenti diversi”.

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SCIENZE E MISTERI a cura della Redazione

Gli effetti diversi dei cannabinoidi su topi giovani e anziani Come riporta l'autore Scienze: “Mentre nei giovani topi la somministrazione regolare di livelli bassi di THC, il principale composto psicoattivo della marijuana, peggiora memoria e apprendimento, negli esemplari anziani avviene esattamente l'opposto: i deficit di memoria diminuiscono e le capacità di apprendimento migliorano. È però ancora da stabilire se questo effetto valga anche in altri animali con un invecchiamento cerebrale più simile a quello dell'essere umano...Nei topi anziani la somministrazione cronica e a basse dosi del tetraidrocannabinolo (THC), la principale sostanza psicoattiva della marijuana, ha un effetto positivo sul comportamento neurocognitivo e sull'espressione dei geni, migliorando le capacità di apprendimento e i deficit di memoria legati all'età. Gli autori della ricerca che ha portato a questa conclusione sottolineano che è prematuro stabilire se questi effetti siano validi anche per altre specie, e in primo luogo per gli esseri umani. Come si legge su "Nature Medicine", Andreas Zimmer e colleghi dell'Università tedesca di Bonn hanno esaminato gli effetti della somministrazione regolare di bassi dosaggi di THC su topi giovani (due mesi), adulti (12 mesi) e anziani (18 mesi). Hanno così scoperto che nei topi giovani la somministrazione compromette le prestazioni di apprendimento e memoria. Ma nei topi adulti, e ancor più in quelli anziani, la sostanza ha portato a un reale miglioramento della memoria e delle capacità di apprendimento. Questi cambiamenti nel comportamento negli animali più anziani sono apparsi associati a un ripristino dei modelli globali di espressione genica nell'ippocampo, che sono tornati a mostrare un profilo simile a quello osservato negli animali giovani.”

Ossigeno sulla cometa di Rosetta: scoperta l’origine Scienzenotizie.it spiega come la cometa della missione Rosetta, come molti degli oggetti spaziali del genere, è ricca di ossigeno molecolare, praticamente lo stesso che respiriamo ogni giorno: “Ma come ci è arrivato il prezioso gas su questi piccoli corpi celesti? Ad analizzare il meccanismo è stato il California Institute of Technology (Caltech) attraverso una serie di esperimenti realizzati in laboratorio. Secondo gli studiosi l’ossigeno molecolare rappresenta una sostanza significativamente instabile e che si combina con il carbonio, formando l’anidride carbonica, e con l’idrogeno dando vita all’acqua. Nel corso dell’esperimento, gli esperti hanno sparato le molecole d’acqua ad alta velocità su una superficie composta da silicio e ferro, molto simile a quella della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko registrando la produzione di un pennacchio ricco di ossigeno.“La cometa della missione Rosetta, come molti degli oggetti spaziali del genere, è ricca di ossigeno molecolare, praticamente lo stesso che respiriamo ogni giorno. Ma come ci è arrivato il prezioso gas su questi piccoli corpi celesti? Ad analizzare il meccanismo è stato il California Institute of Technology (Caltech) attraverso una serie di esperimenti realizzati in laboratorio. Secondo gli studiosi l’ossigeno molecolare rappresenta una sostanza significativamente instabile e che si combina con il carbonio, formando l’anidride carbonica, e con l’idrogeno dando vita all’acqua. Nel corso dell’esperimento, gli esperti hanno sparato le molecole d’acqua ad alta velocità su una superficie composta da silicio e ferro, molto simile a quella della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko registrando la produzione di un pennacchio ricco di ossigeno.La cometa della missione Rosetta, come molti degli oggetti spaziali del genere, è ricca di ossigeno molecolare, praticamente lo stesso che respiriamo ogni giorno. Ma come ci è arrivato il prezioso gas su questi piccoli corpi celesti? Ad analizzare il meccanismo è stato il California Institute of Technology (Caltech) attraverso una serie di esperimenti realizzati in laboratorio. Secondo gli studiosi l’ossigeno molecolare rappresenta una sostanza significativamente instabile e che si combina con il carbonio, formando l’anidride carbonica, e con l’idrogeno dando vita all’acqua. Nel corso dell’esperimento, gli esperti hanno sparato le molecole d’acqua ad alta velocità su una superficie composta da silicio e ferro, molto simile a quella della cometa 67P/ChuryumovGerasimenko registrando la produzione di un pennacchio ricco di ossigeno.”

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OLTRE I CONFINI DELLA SCIENZA di Massimo Corbucci

ALLONTANARSI DALLA TERRA È IMPOSSIBILE

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Indubbiamente è un compito ingrato quello di dover smontare uno dei “miti di fondazione” che più ha fidelizzato la gente verso la scienza (devo mettere la s maiuscola ahimè), facendo credere che … “è tutto sotto controllo”. Qual è questo “mito”? La Luna! Tutti, o quasi, (ma anche quelli che per aver sentito dire … non ci credono al 100% che l’uomo è sceso sulla Luna, in certi momenti “si sentono in colpa” di dubitare della scienza e si prenderebbero a schiaffi, quando gli “scienziati seri” forniscono attendibili

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dettagli sulla veridicità dell’atterraggio, “pardon” (!) … dell’allunaggio) credono che sulla Luna l’uomo c’è sceso sul serio e che presto si potrà andare a “fare la stessa cosa” (un atterraggio) su Marte. E anche qui il “lapsus freudiano” è rivelatore: se trattasi di atterraggio, anche questa volta la fiction è girata sulla Terra, altrimenti si dovrebbe dire “ammartaggio”, che suona pure male. Ma chi è questo tizio, che con così tanta sicumera, sta escludendo “perentoriamente” la possibilità che degli Astronauti abbiano già calcato i piedi su un pianeta e che possano in futuro calcarli su


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Non è per i danni cerebrali da radiazioni che non si può andare nello spazio. La ragione vera è che allontanandoci dalla “g” terrestre si perde la “capacità” di pensare! La nozione di Fisica relativa alla gravità, va rivista completamente. tutt’altro che una “corrente di gravitoni”: è correlata oltre che con il “conferimento del peso”, anche con il pensiero. Con la… “Coscienza”! Èsconcertante, da deliquio dei sensi, ma è così. Ce lo spiega con una chiarezza disarmante il Fisico e Medico Neurofisiologo italiano Massimo Corbucci, smontando la “scoperta” della “particella di Dio” e delle onde gravitazionali. Riabilitando in compenso la straordinaria scoperta del neutrino più celere della luce.

Marte? So che vi state facendo questa domanda. Il tizio è un umile fisico, che però le vicende scientifiche che hanno segnato 40 anni di storia della Scienza, le ha attraversate tutte e di persona, finendoci coinvolto fino al collo. Eccomi qui scrivente, non già per diffamare la Scienza, che è una cosa seria e merita non solo rispetto, ma mezz’ora di silenzio, quando la si nomina, quanto per fare controinformazione di Scienza e per rendere ad essa giustizia. Non scriverei mai niente di scientifico, se non ne fossi totalmente convinto e se non fossi certo al 100% di quello che sto diffondendo. Qualche anno fa un mio vecchio compagno della scuola nell’età dell’adolescenza, rendendosi conto che mi spingevo troppo temerariamente a scrivere articoli, dove si evinceva chiaramente che la Luna era stato un costosissimo

bluff e niente altro, mi sconsigliò di prendere questo abbrivio, invitandomi a lasciare che fossero altri a dirlo, che sulla Luna non ci si può … allunare in tuta spaziale. “Perché ti vuoi prendere tu questa rogna, esponendoti ad aspre critiche e magari a giudizi affatto piacevoli da portare a casa?” Mi disse animato da paternalismo, sebbene abbiamo la stessa età. Io credo che me lo abbia dato quel tipo di consiglio, dacché lui stesso non lo mandava giù il rospo, del dover “rinunciare al sogno della Luna”. Invero anche a me non è che piacesse tanto il dover rinunciare alla Luna! Che sia un sogno … “eccitante” non si può negarlo. Stavo per scrivere entusiasmante, poi conoscendo l’etimologia della parola “entusiasmo” = aver Dio dentro di se; ho ritirato il termine decisamente improprio, per qualcosa che va contro Natura e in ultima analisi contro il Creatore. Ebbene si. Andare sulla Luna è contro Natura e non fa parte delle possibilità che il Creatore ha dato alla sua creatura “uomo”. Ma non per questioni “trascendentali”! E’ contro natura come lo sarebbe andare sotto Terra di 6000 Km. Anche il sogno speleologico di scendere al “centro della Terra”, ha fatto parte delle desiderate nell’inconscio collettivo della nostra “fantasiosa” specie Homo. Poi si è visto che più giù di 12 chilometri non si può andare. E che non è una questione di mezzi tecnici da perfezionare! E’ un limite di … “onto geologia” invalicabile. Anche questo da capire meglio, riflettendo del pari su cos’è “effettivamente” la gravità terrestre. Nella nostra attuale fattispecie, si tratta di capire scientificamente qual è la ragione che

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“La domanda che a questo punto nasce spontanea è: - “Ma perche si chiamano Astronauti dei signori che “volano” a “meno di quattrocento chilometri” da terra? Non sarebbe bastato chiamarli “piloti d’aereo d’alta quota”? “

impedisce di “salire di quota” più di tanto, dalla Terra. Perché più in su di x Km, non si può andare? La domanda non è: “perché non si può andare sulla Luna?”. Che dista circa 400.000 chilometri dalla Terra, ma più “semplicemente” (!): perché c’è un limite, che ci impedisce di “allontanarci” dalla terra. Nemmeno serve la T maiuscola, che indica il pianeta Terra. Non ci si può proprio allontanare da terra!!!

Allontanarsi dalla terra è impossibile ALLONTANARSI DALLA TERRA E’ IMPOSSIBILE Cari lettori, mi consentite di farvi una domanda … “imbarazzante”? Non è quello che stavate pensando, l’argomento sul quale verte la domanda! Più “terra terra”, vi chiedo: sapete a che “quota” si trova la Stazione Spaziale internazionale? Vi do 4 opzioni, come si fa con i quiz di “selezione attitudinale”. 1) A 36.000 Km circa 2) A 3600 Km 3) A 360 Km 4) A 360.000 Km Doveste aver scelto la n°4 (360.000 Km) vorrebbe dire che vi siete fatti trarre in inganno dal qualificativo “astronauti”, con il quale vengono indicati i piloti delle missioni “spaziali” (!) per suggerire mentalmente la possibilità che possano essere diretti sugli “astri” e rievocare la missione spaziale dell’atterraggio sulla Luna. Potreste aver pensato che sono molto vicini alla Luna, la quale dista dalla Terra quasi 400.000 Km, non è così? Tuttavia avete sbagliato!

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Doveste aver scelto la n°2 (3600 Km) vi comprendo. In questo caso avete riflettuto giustamente sul fatto che, vuoi o non vuoi, l’impresa è nello spazio siderale e almeno a qualche migliaio di km lo spazio siderale, si deve trovare dalla Terra. Ma non è la risposta giusta. Anche chi avesse scelto la n°1 (36.000 Km) non sarebbe un incompetente di “voli spaziali”, dacché non è irragionevole, a lume di naso, pensare che la Stazione Spaziale possa rasentare la fascia di Van Allen, rimanendone dentro e pertanto protetta dalle radiazioni spaziali, che ormai si dice chiaramente quanto sono ostative dei programmi spaziali, a destra e a manca. Tuttavia è una quota “irraggiungibile” ed è di fatto cento volte superiore alla quota dove si trova effettivamente la “SSI”. … Che si trova pressappoco a 360 Km di quota! La scelta giusta è la n°3!!! La domanda che a questo punto nasce spontanea è: “Ma perche si chiamano Astronauti dei signori che “volano” a “meno di quattrocento chilometri” da terra? Non sarebbe bastato chiamarli “piloti d’aereo d’alta quota”? Certo che si. Però poi l’effetto verità della “qualifica” avrebbe … “rivelato” la loro vera funzione, che non è certamente quella di approdare sugli astri. Mentre l’immaginario collettivo li colloca … sulla Luna! A questo punto facciamoci un esame di coscienza. Molti di noi, mi ci metto pure io, fino al momento della lettura di questo “tragico” (! Eh) articolo, non si erano mai fatti mentalmente un’idea dell’ordine di grandezza, in chilometri, della distanza di allontanamento “da terra”, che la Natura poteva consentire all’ Uomo. Che la distanza mentalmente venisse “immaginata” “dalla Terra”, la dice tutta sull’illusione che la gente cosiddetta “comune” (ma tutti siamo gente comune!) si costruisce nella propria mente, tratta in inganno da falsi “fantascientifici” diffusi sui mass media, che non sono come la Rivista che state leggendo ora, dalle discussioni animate che si fanno nei bar, da quello che “divulga” la TV, la filmografia, la … “scuola” (!!!). Confessatelo, vero che non credevate che la Stazione Spaziale si trovasse lontana dalla Luna ne’ più ne’ meno, di quanto siamo lontani noi, sebbene possediamo un attico al 5° piano? Così è però! Per arrivare sulla Luna ci mancano circa 400.000 Km, che ci si trovi a bordo della SSI, che ci si trovi … sulla vetta dell’Everest, sulla sommità della Torre Eiffel o nei cosiddetti “paesi bassi”. Ci siamo? Ergo: la Luna è lontana e … irraggiungibile, quantomeno dai cosiddetti impropriamente Astronauti. Semplicemente perché


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“Tanti anni fa, eravamonei“lontani”manontroppoanni60, tre di loro di cui 2 di Torino e 1 di Bologna, intercettarono dirigendo le loro efficientissime antenne verso l’alto, delle conversazioni che avevano luogo tra i cosmonauti russi e le loro basi a terra. Per aver fatto questo, capitò loro che il governo russo mandasse la Polizia speciale nelle loro rispettive abitazioni, non solo a redarguirli, ma a segar loro le antenne!” allontanarsi dalla terra, con la t minuscola, è impossibile. Vediamo di capire perché.

Un aneddoto su tre radioamatori italiani di torino e di Bologna I Radioamatori (anch’io lo sono, con la sigla IW0EYM) sono dei tipi strani, che in teoria dovrebbero conoscere una materia detta Radiotecnica e un pochina di Elettrotecnica e di Elettronica e se proprio non schiacciano semplicemente un microfono e parlano tanto per parlare, dovrebbero conoscere qualche basilare nozione di Fisica. Tanti anni fa, eravamo nei “lontani” ma non troppo anni 60, tre di loro di cui due di Torino e uno di Bologna, intercettarono dirigendo le loro efficientissime antenne verso l’alto, delle conversazioni che avevano

luogo tra i cosmonauti russi e le loro basi a terra. Per aver fatto questo, capitò loro che il governo russo mandasse la Polizia speciale nelle loro rispettive abitazioni, non solo a redarguirli, ma a segar loro le antenne! Cosa avevano commesso di grave? I Radioamatori hanno l’obbligo deontologico di non diffondere quanto ascoltano sintonizzandosi su emissioni diciamo … “riservate”. Possono ascoltare, perché le orecchie sono come gli occhi fatti per vedere, fatte per ascoltare. Tuttavia quando capita di ascoltare cose particolarmente “scabrose”, buona norma è non spifferare a destra e a manca il contenuto dell’intercettazione. Io non conosco i particolari della vicenda, ma credo che quei signori possessori di stazioni radio non abbiano completamente ignorato la deontologia della loro condizione particolare, piuttosto proprio per le conclusioni sconcertanti alle quali possono essere arrivati, sentendo quel che … “biascicavano” gli Ufficiali russi in volo ad alta quota da terra, si siano

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“Insomma, ecco cosa ascoltarono: i cosmonauti urlavano come impazziti e dicevano di vedere il diavolo,figureinquieta nti,comefuoriditesta completamente e dalla base non riuscivano a riportarli alla ragione.”

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sentiti in … “dovere” di parlarne con qualcuno al di fuori del consesso radiantistico, che a sua volta si è sentito in dovere di renderlo… noto. Insomma, ecco cosa ascoltarono: i cosmonauti urlavano come impazziti e dicevano di vedere il diavolo, figure inquietanti, come fuori di testa completamente e dalla base non riuscivano a riportarli alla ragione. Probabilmente i Radioamatori protagonisti della insolita intercettazione capivano il Russo e chiaramente poterono valutare come al microfono a parlare fossero persone inorridite, in preda a spavento sovraumano e che alla base in Russia non riuscivano più a farli connettere col cervello, nemmeno riportandoli alla disciplina con ordini militari. Non mi pare inopportuno che abbiano, in giusta deroga alle

Achille e Giovanni Judica Cordiglia. Quello di Bologna possedeva una megastazione radio a Villa Romagnoli e noi colleghi ricordiamo bene il nome Mario del Rosario e i suoi modi ultra professionali di procedere. La sua competenza scientifica e tecnica ha del leggendario e solo la sua testimonianza diretta potrebbe meglio spiegare cosa si sentiva via radio, ascoltando la conversazione Russia – navicella spaziale. C’è da credere che potesse ispirare un Film triller impressionante, nella stessa misura come è stato impressionante mandare un microfono giù a 12 chilometri di profondità, sempre in Russia. Anche in giù, oltre che in su, superato un certo limite, si “mormora” che si odano “voci” e suoni quantomeno decisamente “impressionanti”.

regole radiantistiche, fatto sapere a terzi, di quell’allarmante fenomeno di pazzia, che colpiva persone sanissime di mente, (altrimenti non avrebbero potuto avere idoneità al pilotaggio) ad una certa quota da terra. E’ comprensibile anche che il governo della Russia trovasse sconveniente che la cosa fosse stata resa di dominio pubblico. Tanto da mandare la Polizia a segare le antenne ai temerari appassionati di radioascolto … “proibito”. I Radioamatori di Torino, per la cronaca erano i fratelli

Ritornando alla estrema serietà scientifica Non che non sia serio parlare di aspetti “paranormali” in profondità nella Terra e in alta quota, tuttavia a scanso di “equivoci”, cerchiamo di capire scientificamente cosa potrebbe succedere al


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cervello… allontanandosi troppo da terra. Al momento lasciamo stare la fenomenologia dell’avvicinamento al centro della terra (scendendo a 12 km sotto terra), più coerentemente con il titolo dell’articolo, che attiene all’impossibilità di allontanarsi dalla terra e annuncia la fine dei … “programmi spaziali” , occupiamoci di quel che avviene al cervello affrontando il cosiddetto “spazio”.

impossibile la sopravvivenza di un essere umano su un pianeta, oltre che per le radiazioni provenienti dall’alto, anche per l’emissione particellare dal basso.

È arrivato il momento della verità Tutte le volte che per convenienza si dà a bere alla gente che sarebbe possibile vivere 150 anni, che sarebbe possibile guarire da tutte le malattie, che sarebbe possibile andare su Marte e fondarci una colonia di terrestri prescelti, si spera che di lì al giorno che si vedrà che… “non è proprio possibile”, passino tanti di quegli anni, … che intanto “la tigre viene cavalcata” e sulla balla scientifica ci si guadagna quanto basta, per far fare la bella vita ai dispensatori di speranze. Benefattori dell’umanità, dopo tutto. Siccome tutti i nodi vengono al pettine, come dice un popolare proverbio, ultimamente più fonti scientifiche autorevoli e anche autoritarie, stanno cercando di parlare di qualcosa che è molto imbarazzante rendere noto, “mettendo le mani avanti” come si suole dire. Su LE SCIENZE di APRILE 2017 c’è uno strillo di copertina sui VIAGGI SPAZIALI, dove si sottotitola che: i danni cerebrali causati dai raggi cosmici potrebbero impedirci di esplorare altri pianeti. Traducendo: qualcosa che succede andando ad alta quota, rende il cervello umano inservibile e pertanto l’esplorazione degli altri pianeti, che non siano la Terra, “può darsi” che sia stato un sogno di gloria irraggiungibile, sul quale si dovrà mettere la parola f i n e. L’articolo è a firma del Neuroscienziato Charles L. Limoli. Già da tempo la NASA stava mettendoli sul piano delle cose impossibili da realizzare, i viaggi spaziali, a motivo delle radiazioni ionizzanti, accennando agli effetti sul sistema nervoso e sul sistema immunitario. Inoltre è stato reso di dominio pubblico, ma credo che non tutti abbiano colto le implicazioni, che le radiazioni ionizzanti che colpiscono ad altissima energia il suolo dei pianeti, determinano delle reazioni nucleari con l’effetto di far spigionare dal basso emissione neutronica così intensa, da rendere ostativa

Ne consegue che: - l’uomo sulla Luna non ci ha mai messo piede. - Non si può mettere piede su nessun pianeta, che non sia la nostra cara, famigliare, accogliente Terra. Fine dei programmi spaziali di conquista di MARTE, “ritorno” sulla LUNA ecc …

Cosa obnubila il cervello, le radiazioni o cosa altro?

Su LE SCIENZE di APRILE 2017 c’è uno strillo di copertina sui VIAGGI SPAZIALI, dove si sottotitola che: i danni cerebrali causati dai raggicosmici potrebbero impedirci di esplorare altri pianeti.

Il dato di fatto certo e reso noto chiarissimamente è: che allontanandoci dalla Terra, si perde la

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protezione atmosferica dai raggi cosmici. Chi è attento ai dati inerenti le distanze, la quota dove finisce di esserci la cosiddetta “atmosfera”, la quota dove è posta la cosiddetta fascia di Van Allen di protezione magnetica dai raggi cosmici, la massima quota raggiunta dai satelliti a tutt’oggi ecc… , non può non cogliere il messaggio “allarmante”, che alla Scienza non è ben chiaro cosa fa “uscire di senno” il cosmonauta, che si avventura ad una certa distanza “da terra”, non certamente dalla Terra!

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A naso non regge la Teoria dei raggi ionizzanti sui neuroni, al punto di rendere tutto il sistema nervoso centrale (il cervello!) inadeguato alla sua funzione di essere cosciente e di … “pensare”. Detto in una parola apparentemente povera, ma che ricapitola l’essenza del problema sul piano neurofisiologico e sul piano squisitamente … “fisico”. Che sia meno imbarazzante, per chi non vuole aprire gli occhi e cambiare i paradigmi fisici, metterla come più fa comodo, la questione della


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Peso, pensiero, massa e carica elettrica sono conferiti nel medesimo modo

perdita della capacità di pensare, ad una certa quota da terra, è chiaro! Che però non è una questione di ionizzazione dei neuroni cerebrali, lo capirebbe anche uno che non fa di professione il Neuroscienziato. Necesse est cercare un'altra spiegazione! Trovandola, vi garantisco che si resta sconcertati. Infatti io quando l’ho trovata, non sono svenuto, solo perché da molti anni sono entrato nell’ordine di idee che la realtà non funziona esattamente come ci illudiamo che funzioni.

La nozione fa cadere, anzi rende persino risibile, le scoperte annunciate da grandi Enti di ricerca nel nucleare e nella Fisica in genere. Nel Luglio del 2012 (Esattamente il 4 Luglio) il CERN di Ginevra decise, dopo combattute vicende dove si era reso evidente che il Bosone di Higgs era una particella elusiva … e inesistente anziché no, di annunciare la “incerta” scoperta della particella di Dio, poi ribattezzata “Bosone compatibile con tale particella” e infine rimessa in discussione come particella che “poteva” assomigliare ad un Bosone, ma che non ha le caratteristiche per essere la tanto ricercata “particella di Dio”, comunque … bisogna accontentarsi, che è meglio di niente e 10 miliardi di dollari la sua “scoperta” (?) comunque li ha fruttati. Nel Febbraio 2016 (Esattamente l’11 Febbraio) l’INFN italiano, sulla scorta di una oscillazione equivalente in ampiezza, ad un millesimo del diametro di un protone (10 elevato a meno 18 metri!!!) di una “antenna” lunga chilometri, ad una frequenza imprecisata (!), ha deciso di annunciare che le onde gravitazionali esisterebbero davvero. La “forzosa” diciamo così, ma la direttrice del CERN Fabiola Gianotti sa come stanno realmente le cose e non credo che trovi inopportuno che io dica così, “scoperta” della “particella di Dio” (Bosone di Higgs), doveva dare una risposta alla domanda: - da dove prendono la MASSA gli atomi? Invero non la ha data e il conferimento della MASSA in Fisica resta qualcosa di non ben definito in termini scientifici, appunto. L’altrettanto forzosa “scoperta” delle onde gravitazionali, implica che a conferire il PESO alle cose fatte di atomi, siano le particelle corpuscolari che producono onde gravitazionali. Implica insomma che esistano i Bosoni GRAVITONI oltre ai BOSONI HIGGS. Un tipo di bosone “conferirebbe” la massa e l’altro tipo il peso. Stridendo vistosamente con il “rasoio di Occam”, che vuole “estrema semplicità”, nel dipanare enigmi scientifici.

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La scoperta del bosone di higgs e delle onde gravitazionali sono vere come l’atterraggio sulla luna Non sono riuscito a trovare un modo più … “diplomatico”, per dire che non sono stati annunci tanto seri, quelli relativi alla scoperta falsa del Bosone di Higgs e alla scoperta falsa delle onde gravitazionali. I dettagli tecnici delle “scoperte” (Bosone di Higgs rivelato a circa 124,5 MeV anziché a 250 Mev come da dati “canonici” e onde gravitazionali senza frequenza dichiarata e di ampiezza un millesimo del diametro di un protone) rendano l’idea dello “spessore scientifico” che c’è dietro. Peter Higgs è d’accordo con me, se si è onestamente indignato, quando gli hanno fatto omaggio del Nobel, trovandolo … “inutile”.

Il conferimento della carica elettrica è stato … dimenticato I Fisici hanno fatto finta che la carica elettrica sia un “regalo” della Natura, dove non c’è bisogno di un “conferimento”. Nessuno si è mai chiesto come mai si sta sfruttando l’elettricità da più di un secolo e gli elettroni non si sono ancora … “scaricati”! Come dire: - da dove la prendono la carica gli elettroni? E non trovare interessante questa domanda, tantomeno utile rispondere, ha dell’incredibile. Possibile che non si voglia riflettere, nemmeno 3 minuti, su questo?

Il conferimento delle informazioni per far funzionare le cose? Non solo ci si è dimenticati di fare la domanda, ma passa del tutto come fatto scontato, che non ha bisogno di un perché, che gli atomi funzionino da

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13,72 miliardi di anni, alla perfezione, senza aver mai trovato un intoppo nel loro funzionamento interno spaventosamente complicato. Qui infatti “cade l’asino”, come si suole dire comunemente, quando qualcosa che dovrebbe essere chiara, si rivela del tutto ignota. Non, poco chiara. Del tutto ignota!!! Si brancola nel buio pesto! Se ne sa meno di… niente. Se siete arrivati a leggere fin qui e avete colto la serietà di quanto vi stiamo “eccezionalmente” comunicando, probabilmente vorrete continuare a leggere il seguito.

Gravity E’ il titolo del recente Film di successo, che ha mostrato la rotondità della Terra, visibile alla quota di circa 400 km. Offrendo allo spettatore diversi spunti di riflessione. Intanto la riflessione sul termine “gravity”. Questa gravità, che sui libri di Fisica anche dell’Università e nei corsi di Laurea in Fisica viene data per definitivamente chiarita, dacché sarebbe … nientedimeno che: la Forza scoperta per prima dalla … “scienza”. (Però la Scienza con la S maiuscola ancora non sa cos’è la gravità! E gli Scienziati seri e in possesso di nozioni di “frontiera” sanno che non è più convincente la nozione di forza di gravità e già sub odorano che la gravità possa non essere affatto una forza fisica, piuttosto qualcosa di decisamente … “altro”).Poi la riflessione sul trovarsi nell’infinità dello “spazio siderale” e in balia della … “gravità”, appunto, qualora capiti di perdere legami vincolanti con il veicolo spaziale. Dopodiché con sorpresa ci si rende conto che la “cosmonauta” si salva con la “scialuppa” cadendo “semplicemente” da poche centinaia di chilometri, in mare, non che venga giù da chissà quale abisso spaziale vicino alla Luna! La “morale” del Film, credo sia quella di sensibilizzare su quanto sia pericoloso e inquietante salire di quota, per guadagnare lo “spazio”, a parte per quel senso di ignoto che suscitano i viaggi dei cosmonauti, ma proprio per il pericolo “prosaico” di collisioni con l’immondizia spaziale disseminata nei vari lanci di satelliti artificiali. Peccato che il regista non si sia reso conto di quanto avrebbe potuto sviluppare il tema “gravity”, entrando in merito al grande mistero che c’è dietro alla gravità! Del resto io sono l’unico autore di articoli scientifici, che sta portando all’attenzione di


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quanti possano essere attenti, il mistero che nasconde davvero la parola “gravità”. Sarei ben lieto di contattare colleghi Fisici che si sono accorti della stessa cosa di cui mi sono avveduto io, ma credo di essere finora l’unico ad aver correlato la gravità al… “pensiero”. Pertanto di essere l’unico a poter spiegare per quale ragione il cervello finisce obnubilato nella sua precipua funzione neurofisiologica del “pensare”, allontanandosi dalla gravità terrestre. È evidente che non sono gli effetti delle radiazioni ionizzanti sui neuroni, ad obnubilare la coscienza, quanto gli effetti della gravità, non più “g” dello stesso valore 9,81 m/sec2, che varia salendo oltre la quota consentita dalla NATURA. La domanda alla quale bisogna rispondere è: a che quota “g” diviene ostativa alla funzione neurofisiologica della coscienza? Credo che quello che accadde ai Cosmonauti russi negli anni 60, possa far gettare alcune basi di “neurofisiologia gravitazionale” e aprire degli orizzonti conoscitivi, che avrebbero dovuto essere aperti già da tempo, ma non sono stati aperti, per le ragioni utilitaristiche abbastanza comprensibili. Come avrebbe potuto essere annunciato lo sbarco sulla Luna, dopo l’osservazione scientifica degli effetti gravitazionali sulla mente degli Astronauti?

È arrivato il momento per spalancare nuovi orizzonti? Io credo di si. Confido tuttavia nella intelligenza umana per crederlo. Dobbiamo scrivere la parola fine sui programmi spaziali, che prevedevano di portare a spasso a milioni di chilometri dalla Terra, dei prescelti, per un viaggio senza ritorno, sul pianeta MARTE. Dobbiamo ammettere “obtorto collo”, che non “torneremo” (!) nemmeno sulla Luna, dacché non ci ha messo piede ancora nessun umano. Dobbiamo aprirci allo studio serio della Fisica, munendoci di innovativi modelli sulla struttura dell’atomo, sulla forze fondamentali che muovono l’Universo, sull’origine Vera del Cosmo. Nonché dobbiamo rifare daccapo la Matematica con la nozione di Infinito di grado Aleph-4, di cui abbiamo parlato su ENIGMI della SCIENZA. Tutte le persone che leggendo questo articolo, lo avessero trovato

“scandaloso”, per le solite impressioni che suscita in chi aveva delle “certezze”, un autore “non autorevole” come me, che “fa crollare tutte le certezze”, piuttosto che scandalizzarsi inutilmente ed esagitarsi indecorosamente, farebbero meglio a dire come lo spiegherebbero loro, il fatto che l’attività di cosmonauta, espone a perdita di coscienza. Non serve al momento qualcuno che critichi gratuitamente e si limiti a scandalizzarsi, piuttosto qualcuno che sappia trovare le spiegazioni a fenomeni inaspettati, che inevitabilmente “vengono al pettine”. Vero è che non si possono fare i viaggi spaziali. Ma non a distanze megagalattiche! Non ci si può semplicemente allontanare di più di poche centinaia di chilometri “da terra”, che si finisce “dissennati” e pressoché in “coma”. Per dirla da rianimatore anestesista neurologo. Ne consegue che la Luna è stato un bluff e niente più e che su MARTE non “CI SI POTRA’ ANDARE NE’ DOMANI NE’ MAI”. Chi se ne frega se questo può far pestare i piedi rabbiosamente a qualche “ben pensante”, che poi è uno che non pensa, ma le beve tutte, senza pensare scientificamente. Importante è trovare la spiegazione a questa impossibilità, sinceramente… “avvilente”. Però come ci siamo fatti una ragione, che non si può scendere più sotto di 12 chilometri, ci faremo una ragione, che non si può salire più su di 400 km. O no? Intanto cerchiamo di preoccuparci di vedere se è vero che la gravità indice oltre che sul peso, anche sul … “pensiero”. Ad averlo capito per primo è un umile ex studente dell’IPSIA di VITERBO, che di professione fa il medico alla ASL e non un solone accreditato nelle più prestigiose università estere ed è questo che… irrita? Pazienza. Chi si irrita deve faticare 2 volte. Intanto quel che conta è se si può andare o no sulla Luna. E su Marte.

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IL RUOLO DELLA STATISTICA NELLA RICERCA SULLA MENTE-MATERIA ASA ANERICAN STATISTICAL ASSOCIATION PRESIDENT

di Jessica Utts

Il sito coscienza.org riporta un interessante articolo di Jessica Utts che esamina il ruolo che la statistica può avere nel riassumere e trarre conclusioni da studi di casi singoli o multipli. 16

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metodi statistici sono utilizzati per individuare e misurare relazioni effetti in situazioni i cui risultati non possono essere replicati in modo certo a causa della variabilità naturale delle misure stesse di interesse. Essi sono utilizzati in generale come passo intermedio tra l’aneddoto e la determinazione di rapporti di causa effetto. Molti fenomeni anomali come ad esempio la bilocazione (?) oppure il possibile effetto delta preghiera sulla guarigione, sono suscettibili di studio rigoroso. I metodi statistici giocano un ruolo importante nel trarre conclusioni appropriate da tale studio. Questo articolo esamina il ruolo che la statistica può avere nel riassumere e trarre conclusioni da studi di casi singoli o multipli. Esso presenta due esempi di uso della meta-analisi per valutare i fatti e presenta anche un confronto fra tali esempi. II primo esempio,

convenzionale, collega l’uso delle anti-piastrine (anticoagulanti) alla riduzione delle malattie vascolari. II secondo esempio viene dalla ricerca sulla mente – materia e illustra dei risultati di esperimenti di ganzfeld ??? e (visioni a distanza) (bilocazione)?. Parole chiave: evidenza statistica livello di significatività (pvalue) -meta-analisi-ripetibilità 1. La statistica e i fenomeni anomali Come in ogni dominio, la facilità con cui i fenomeni anomali possono essere studiati usando metodi scientifici tradizionali dipende dal tipo di evidenza che viene proposta per tali fenomeni, dal tipo di dati con i quali i fenomeni vengono descritti. L’evidenza tende a dividersi in due categorie. In una, che include aree tipo abduzioni aliene e reicarnazioni, l’evidenza è totalmente aneddotica a non possibile preparare situazioni che prevedano l’accadimento di tali fenomeni su richiesta. La seconda categoria, the riguarda questo studio, include situazioni che accadono su richiesta. Questa categoria include abilità quali telepatia, chiaroveggenza o precognizione, la possibilità di guarigioni a distanza con la preghiera) p. es. Sichier e al., 1998), a cosi via. II tema comune a che tali fenomeni possono essere richiesti in esperimenti che hanno un controllo casuale degli stessi, e risultati possono essere misurate e comparati a quelli che ci si sarebbe aspettati con accadimenti casuali. Questo è il tipo di situazioni per cui i metodi statistici sono generalmente applicabili. 2. La statistica ed il Processo Scientifico All’interno di questo scritto i termini “statistici” e “metodi statistici” sono utilizzati nella loro definizione standard e comprendono: il progetto, la raccolta dei dati e l’analisi degli studi includendo la ripetizione casuale o variabili naturali. Una definizione standard è: La statistica è una raccolta di procedure e principi per raccogliere e processare informazioni in modo da prendere decisioni quando si è di fronte ad incertezze. (Utts, 1999, p. 3). Il processo scientifico è generalmente rappresentato in due fasi, una di scoperta ed una di giustificazione (p. es. Hanson 1958). Il metodo statistico molto spesso gioca un importante ruolo nella fase di scoperta. Questi metodi sono un passo intermedio tra l’evidenza aneddotica o la speculazione teorica che conduce alla scoperta della ricerca, e alla fase di giustificazione del processo di ricerca in cui sono dimostrate le teorie elaborate e le comprensioni. Se in medicina, in parapsicologia o in qualche altro settore in cui per lo più la ricerca è iniziata su evidenze aned-

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“I ricercatori hanno progettato esperimenti controllati a caso per comparare l’uso di medicine tipo aspirina a placebo allo scopo di ridurre l’occorrenza di malattie vascolari.”

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dotiche, teorie basate su precedenti ricerche o analogie con altri campi di indagine suggeriscono una possibile relazione od effetto. Per esempio, ci sono stati rapporti di visioni precognitive e sogni relativi a storie completamente registrati, tali da consentire ai ricercatori di riprodurre gli effetti precognitivi in laboratorio. In Medicina, la teoria suggerirebbe che l’aspirina o medicine simili, potrebbero aiutare a ridurre la possibilità di attacchi cardiaci in quanto queste tendono a fluidificare il sangue. Così i ricercatori hanno progettato esperimenti controllati a caso per comparare l’uso di medicine tipo aspirina a placebo allo scopo di ridurre l’occorrenza di malattie vascolari. In ogni caso la fase di giustificazione della ricerca seguirebbe soltanto dopo la formulazione di ragionevoli teorie basate sui risultati statistici della fase di scoperta. Per esempio la fase di scoperta della riduzione di attacchi cardiaci dopo l’assunzione costante di aspirina ha incluso una varietà di studi usando diversi dosaggi o composizioni di medicine, su diversi tipi di malattie vascolari e livelli di salute, e così via. La fase di giustificazione seguirà dopo che sarà stata accumulata una sufficiente evidenza da consentire la speculazione circa le cause fisiologiche e sarà basata principalmente su conoscenze biochimiche piuttosto che su metodi statistici. La fase dì scoperta della ricerca nelle precognizioni condurrebbe ad una modifica delle

teorie, che invece potrebbero essere consolidate nella fase di giustificazione. Questa distinzione illustra un punto importante circa i metodi statistici, e cioè che questi non possono essere utilizzati per dare prove definitive. C’è sempre un elemento di incertezza nei risultati basati sui metodi statistici. Questi risultati possono suggerire percorsi causali, ma non possono verificarli in modo esaustivo. 3. Perché l’uso della statistica Sembra essere una errata concezione tra alcuni scienziati circa il ruolo dei metodi statistici nella scienza e in modo specifico circa le situazioni in cui tali metodi sono più utili. Tale erra concezione è stata utilizzata in alcune circostanze per negare l’evidenza di fenomeni anomali. Per es. Hyman, sulla sua rivista del governo americano relativa ai programmi di visioni a distanza, scrisse: Soltanto la parapsicologia si dichiara scienza sulla base di fenomeni la cui presenza può essere trovata rigettando una ipotesi nulla. Questo è il ruolo della statistica per identificare e quantificare importanti effetti e relazioni prima che sia trovata qualsiasi spiegazione, ed uno dei mezzi più comuni per arrivare a questo è l’uso di dati empirici per rigettare una “ipotesi nulla”, cioè che non c’è alcuna relazione o alcun effetto. Il metodo statistico ha valore soltanto in situazioni in cui non è possibile una esatta replica della si-


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tuazione oggetto di studio. Nei casi in cui la statistica viene applicata in medicina ed anche se c’è una spiegazione fisiologica legata ai risultati, la naturale differenza tra un essere umano e l’altro, o altri sistemi di confronto, determina una naturale variabilità sui risultati ottenuti. Per esempio, una particolare medicina può abbassare la pressione del sangue per reazioni note, ma non riesce ad abbassare la pressione della stessa quantità su tutti gli individui, o avere il preciso effetto ogni giorno sulla stessa persona. I metodi statistici quindi sono progettati per misurare ed incorporare le naturali variabili fra individui per determinare quale relazione o sviluppo mantenere per aggregare i risultati o determinare una media. Alcuni esempio sui quali stabilire che l’uso del metodo statistico è o non è utile: Non è chiaramente utile per determinare la relazione che si ottiene ogni volta che si chiudono gli occhi se c’è un soffio d’aria diretto o se un libro cadrà se lo lasci a “mezz’aria”. E’ utile per indicare l’esistenza di una relazione od effetto che non si determina ogni volta o su ogni singolo individuo e che non ha già avuto una spiegazione causale. Per esempio, che l’uso dell’aspirina riduca il rischio di attacchi cardiaci era stato già provato oltre dieci anni fa, ma soltanto recentemente sono state studiate spiegazioni causali. Per riassumere dove qualche volta la ricerca scientifica inizia con una teoria causale e procede alla sua verifica con dei dati, i metodi statistici sono molto più efficaci in situazioni dove il processo avviene in modo contrario. Il seguito di questo articolo discute in dettaglio tale processo. 4. Cosa costituisce l’evidenza statistica? I due metodi più comuni utilizzati per singoli studi sono il “test per ipotesi” e gli “intervalli di confidenza”. Questi due metodi applicati per ogni singolo studio sono stati praticati in modo standard per alcuni decenni. Solo recentemente si è sviluppata la tendenza ad utilizzare metodi statistici per esaminare evidenza accumulata su molti studi fatti sullo stesso argomenti. infatti la recente tendenza di studio si rivolge ad analisi quantitative, al contrario delle analisi qualitative e soggettive del passato. Il metodo di analisi quantitativo è chiamato “Metaanalisi”. Attualmente sono in corso dibattiti sulla capacità della meta-analisi di fornire migliore evidenza di risultati quantitativi verso quelli ottenuti su un ampio e ben sviluppato studio su un unico argomento. La replica è il cuore di ogni scienza che fa affidamento sull’evidenza poiché ogni singolo studio può avere,

potenzialmente, falle nascoste che provoca risultati spuri. ( per esempio gli esperimenti replicati sulla fusione a freddo). Comunque il significato della ripetizione è differente se relativo a studi su un sistema vivente, che richiede metodi statistici inferenziali, o se applicata a studi che si suppone abbiano un risultato fissato e prevedibile. Se la variabilità naturale è piccola e la relazione o la differenza è forte allora potrebbero emergere risultati similari per ogni studio. Ma quando la variabilità è ampia, la relazione è debole o l’effetto è raro, la variabilità potrebbe mascherare la relazione in tutti gli studi tranne che negli enormi studi. (per esempio il cancro ai polmoni sviluppato da fumatori e non) un effetto o una relazione. Numericamente in questo caso il potere è 1-ß ß rappresenta la probabilità di non riscontrare un effetto reale quando esso esista. Il potere di un test è anche strettamente legato al tipo di grandezza del test stesso. Un esempio molto grande fornisce un test abbastanza potente da rigettare l’ipotesi nulla anche quando l’effetto è molto piccolo. Per contro, un piccolo esempio ha un potere molto ristretto per rigettare l’ipotesi nulla anche se l’effetto è moderatamente grande. Per esempio, uno studio molto ampio condotto dal Comitato Dei Physicians’ Health Study Research Group (1988) ha rilevato l’incidenza di attacchi cardiaci su una gamma di 22.071 uomini che, divisi in gruppi in modo causale, prendevano sia aspirina che placebo a giorni per cinque anni. L’ipotesi nulla era che prendendo aspirina non si evidenziavano effetti diversi sull’incidenza di attacchi cardiaci dal prendere un placebo. L’ipotesi alternativa era che prendendo aspirina c’era un impatto sull’incidenza di attacchi cardiaci. Ci furono 17,13 attacchi cardiaci su 1000 uomini appartenenti ad uno dei gruppi che prendeva il placebo ma soltanto 9,42 attacchi su 1000 uomini appartenenti ad uno dei gruppi che prendeva aspirina. Il p-value per questo tipo di studio era estremamente piccolo, e mostrava che se non c’era un reale impatto nel prendere aspirina, una differenza tanto grande come quella osservata in questo studio sarebbe estremamente difficile da rilevare in uno studio con 22,071 partecipanti. (da notare che fermare uno studio prima è statisticamente non giustificato perchè questo potrebbe essere fermato in un momento favorevole alla ipotesi alternativa. Questo “blocco opzionale” era una base di critica per i primi esperimenti di parapsicologia. Comunque, fatti etici a volte superano fatti statistici nei percorsi della medicina..).

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ARCHEOASTRONOMIA di Adriano Gaspani

IL CALENDARIO CELTICO

I druidi non utilizzavano la scrittura, per cui il fatto di aver ritrovato un calendario scritto, per di più in lettere latine, non può essere spiegato che con gli effetti dell’occupazione romana su un insegnamento che era sempre stato trasmesso per via orale.

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Coligny, nella regione dell’Ain (sud della Francia), antica terradei Galli Ambarri, furono ritrovati in un pozzo, nel novembre del 1897, i frammenti di una tavola di bronzo, le cui incisioni riproducevano la sequenza dei giorni di un calendario. Il calendario viene fatto risalire al II secolo d.C., in piena epoca gallo-romana, ma gli studiosi sono concordi nel ritenere che esso sia stato inciso prevalentemente per scopi liturgici

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pagani e quindi possa riprodurre fedelmente il calendario tradizionale celtico correntemente in uso alcuni secoli prima. I druidi non utilizzavano la scrittura, per cui il fatto di aver ritrovato un calendario scritto, per di più in lettere latine, non può essere spiegato che con gli effetti dell’occupazione romana su un insegnamento che era sempre stato trasmesso per via orale. Il calendario di Coligny contiene la rappresentazione di una sequenza di cinque anni lunari completi, ciascuno composto da 12 mesi


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alternativamente lunghi 29 o 30 giorni, più 2 mesi supplementari, ritenuti essere mesi intercalari introdotti per rendere lunisolare il calendario. La sequenza dei mesi rappresentati è la seguente: Samonios (30), Dumannios (29), Rivros (30), Anagantios (29), Ogronios (30), Cutios (30), Giamonios (29), Simivisonios (30), Equos (30), Elenbiuos (29), Edrinios (30), Cantlos (29). Il numero tra parentesi si riferisce al numero di giorni che compongono il mese. Ciascuno dei 12 mesi elencati iniziava la notte in corrispondenza della quale la Luna assumeva la fase di primo quarto. Essi erano divisi in due parti di 15 più 15, oppure 15 più 14 giorni ciascuno in modo tale che se la prima quindicina era vincolata dalla

fase di primo quarto, l’inizio della seconda doveva coincidere con la Luna alla fase di ultimo quarto. I mesi le cui quindicine erano complete (30 giorni) sono classificati come MAT cioè fortunati (MATV in lingua gallica), mentre quelli con 29 giorni sono etichettati con il termine gallico ANMAT che significa infausto. Fa eccezione il mese di Equos che è un mese “Anmatv” ma dura 30 giorni. La prima quindicina, durante la quale la Luna raggiungeva il plenilunio, era ritenuta un periodo di luce, mentre la seconda quindicina centrata sul novilunio era ritenuta un periodo di buio. Le due quindicine sono separate dalla parola gallica ATENOVX (ritorno al buio, rinnovamento). La quindicina posta dopo ATENOVX comprende il

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novilunio e quindi di fatto è il periodo dell’oscurità, mentre la prima quindicina comprendendo il plenilunio era il periodo di luce. Il calendario di Coligny è suddiviso quindi in cinque anni lunari composti da 5 sequenze dei 12 mesi sinodici più due mesi supplementari di 30 giorni ciascuno per un totale di 62 mesi. Si presume che i due mesi addizionali servissero per conciliare il tempo misurato basandosi esclusivamente sulla successione delle fasi della Luna con quello misurato tenendo conto del moto apparente del Sole sulla sfera celeste durante l’anno. La struttura di questo particolare calendario solleva alcuni interrogativi. Perchè i Celti divisero l’anno lunare in 7 mesi da 30 giorni più 5 da 29 ottenendo 355 giorni e non la soluzione bilanciata di 6 mesi da 29 e 6 da 30 che avrebbe permesso loro di ottenere una valutazione migliore della lunghezza media del mese sinodico lunare e la corretta lunghezza dell’anno lunare, cioè 354 giorni? Perchè i druidi decisero di codificare un ciclo lungo 5 anni? Da dove derivò la necessità di introdurre due mesi addizionali da 30 giorni ciascuno rappresentati sulla tavola uno ogni 30 mesi sinodici lunari? Per quale motivo i druidi utilizzavano anche un superciclo di 30 anni? L’accuratezza raggiunta da questo calendario era adeguata per gli scopi agricoli, sociali e rituali tipici della società gallica del tempo? La decisione di utilizzare una sequenza di 7 mesi da 30 giorni e 5 da 29 giorni per ogni anno fu una naturale conseguenza delle osservazioni astronomiche. La lunghezza media del mese sinodico risultante da questa combinazione è 29.58 giorni. Dalle loro misurazioni i Druidi si erano accorti che la lunghezza del mese sinodico lunare sembrava fluttuare nel tempo intorno ad un valore medio, questo fatto lo rileviamo sperimentalmente dal calendario di Coligny nel quale venne codificato il valore sperimentalmente osservato e non il valore medio. Infatti la lunghezza effettiva della lunazione variava durante l’età del Ferro tra 29.27 e 29.84 giorni solari con due periodi sovrapposti, uno di 3307 giorni (circa 9 anni tropici) ed uno di 413 giorni (1.13 anni) che è esattamente 1/8 del periodo lungo. L’osservazione delle fasi lunari portata avanti per lunghi periodi di tempo tendeva a determinare un

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valore di 29.60 giorni, che è un pò più elevato della lunghezza media della lunazione (29.53 giorni), ma che risulta in perfetto accordo con quanto codificato nel calendario. Quest’ultimo valore conduce in capo a 12 lunazioni ad assegnare 355 giorni alla lunghezza dell’anno lunare invece che 354. Il valore 355 è proprio la durata dei tre anni ordinari indicati nel calendario di Coligny e anche dei due rimanenti avendo l’accortezza di trascurare il mese intercalare che li porta a 385 giorni ciascuno. Dobbiamo ora chiederci perchè la tavola di Coligny riporta due mesi addizionali da 30 giorni ciascuno, che vari studiosi hanno interpretato come intercalari, elencati ogni 2 anni lunari e mezzo portando quindi a 385 giorni la lunghezza complessiva del primo e del terzo anno rappresentati sulla tavola di bronzo. I druidi furono costretti ad introdurre due mesi addizionali con lo scopo di intercalarli, seguendo


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“Il calendario celtico rappresentò non solo uno strumento liturgico, ma anche un dispositivo utile in alla pianificazione agricola che va soggetta ai cicli stagionali in accordo con il Sole e così fanno anche le levate eliache delle stelle che definivano la cadenza delle feste.”

qualche criterio, nel corso dei 5 anni lunari per raggiungere dal punto di vista pratico un accordo ragionevole tra il computo basato sul Sole e quello basato sulla Luna. Infatti ogni 2 anni lunari e mezzo si perdeva circa un mese e solo dopo 30 anni si ritornava alle condizioni iniziali, cioè all’accordo tra il calendario e la stagione climatica. Durante quel periodo il calendario era retrogradato di un numero di giorni pari ad un anno lunare. Ecco quindi spiegata anche l’origine del ciclo trentennale (Saeculum) citato da Plinio il Vecchio. In questo modo l’accordo tra il computo solare e quello lunare poteva essere mantenuto annualmente entro un errore massimo di 30 giorni a meno delle derive a lungo termine. Il calendario celtico rappresentò non solo uno strumento liturgico, ma anche un dispositivo utile in alla pianificazione agricola che va soggetta ai cicli stagionali in accordo con il Sole e così fanno

anche le levate eliache delle stelle che definivano la cadenza delle feste. Il vincolo lunare era obbligatorio solamente nel caso della festa più importante, quella di Trinvx(tion) Samoni che è l’unica espressamente indicata sul calendario di Coligny in tutti i cinque anni rappresentati. L’annotazione corrispondente compare in corrispondenza del secondo giorno della seconda quindicina del mese di Samonios di ciascun anno, quindi due giorni dopo l’ultimo quarto della Luna. Il valore della lunghezza dell’anno solare tropico codificato nel calendario di Coligny è sorprendentemente di 367 giorni. L’anno di 367 giorni mostra un errore troppo elevato rispetto al valore vero della lunghezza dell’anno tropico, pari a 365.2422 giorni, per essere considerato come il valore correntemente noto ai Celti, anche perchè un valore prossimo a 365.25 giorni era già noto da

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I frammenti del calendario di Coligny collocati nella loro giusta posizione reciproca

tempo presso quasi tutte le culture del Mediterraneo con cui i Celti ebbero contatti fin dall’antichità. La spiegazione di questo valore anomalo è da ricercarsi nel tentativo di ottenere un accordo globalmente soddisfacente tra il Sole e la Luna come conseguenza dell’uso di anni lunari più lunghi di circa un giorno rispetto al valore corretto e nella necessità di intercalare due lunazioni complete durante i cinque anni per mantenere l’accordo stagionale. Sarebbe stato però più accurato intercalare due mesi da 29 giorni ciascuno, oppure uno da 29 e uno da 30 giorni i quali avrebbero raggiunto globalmente un’approssimazione migliore rispetto all’inserzione di due mesi lunghi 30 giorni. L’ipotesi che la progettazione del calendario sia stata eseguita su basi erronee è molto difficile da accettare in quanto il calendario di Coligny è il prodotto del lavoro di studio dei moti del Sole e della Luna e di analisi delle loro periodicità portato avanti per secoli da persone, che erano rinomate per la loro notevole conoscenza della natura e dei fenomeni, quindi è molto difficile credere alla possibilità di una così scorretta valutazione della lunghezza dell’anno tropico. Rimane quindi solamente l’ipotesi che per qualche ragione fu conveniente inserire due mesi intercalari lunghi proprio 30 e non 29. Incomincia quindi ad emergere il sospetto che il calendario

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celtico fosse qualcosa di più di un puro e semplice calendario come lo intendiamo oggi, ma probabilmente esso doveva servire anche come efficace strumento di calcolo astronomico. Una ripartizione rigida come quella descritta non poteva essere considerata ottimale in quanto il metodo era troppo impreciso per mantenere un accordo ragionevole tra le stagioni e le fasi lunari per lunghi periodi di tempo. Proprio a causa del fatto che i due mesi intercalari erano lunghi 30 giorni, in capo ad un Saeculum di 30 anni (6 cicli quinquennali) si ottiene un disaccordo tra il tempo misurato dal calendario e il tempo realmente trascorso equivalente a circa due mesi richiedendo la rimozione di una o due intercalazioni per raggiungere nuovamente la fasatura stagionale. Il calendario celtico così come è codificato sulla tavola di bronzo trovata a Coligny pare essere stato messo a punto secondo una logica molto più complessa di quella che usualmente rileviamo nella semplice struttura lunisolare con intercalazione rigida. Quest’ultima ipotesi è supportata da alcuni fatti che qui riassumiamo. Le lunazioni intercalari comprendono 30 giorni ciascuna quando invece sarebbe stato meglio aggiungerne due da 29 per ottenere un accordo migliore con il computo solare. La struttura dei due mesi intercalari è molto più complessa e


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“Ill calendario celtico non tenta solo di realizzare un accordo ragionevole tra due periodicità fondamentali incommensurabili tra loro, ma è in grado, mediante un determinato, algoritmo di generare il computo solare partendo dal ciclo lunare.”

ricca di annotazioni rispetto a quella di ciascuno degli altri 60 mesi che fanno parte del ciclo quinquennale. Infatti i nomi dei 12 mesi dell’anno celtico sono annotati in successione cronologica esatta accanto ai giorni compresi in questi mesi. Sorge quindi il sospetto che essi non siano solamente semplici mesi addizionali da intercalare periodicamente, ma qualcosa di più. Infatti il calendario celtico non tenta solo di realizzare un accordo ragionevole tra due periodicità fondamentali incommensurabili tra loro, ma è in grado, mediante un determinato, algoritmo di generare il computo solare partendo dal ciclo lunare. In questo il calendario gallico si differenzia da tutti gli altri calendari antichi oggi noti. Infatti se da un lato la struttura lunisolare rigida garantiva che i mesi rimanessero grosso modo coerenti con le stagioni, dall’altro lato era possibile usare la stessa struttura in maniera più sofisticata per calcolare esattamente la posizione del Sole e della Luna nel cielo durante qualsiasi giorno dell’anno e dei “saecula”. L’evoluzione del ciclo della Luna, fondamentale dal punto di vista rituale, permetteva di fare previsioni relativamente ai cicli del Sole. Il primo strettamente legato alla sfera di pertinenza divina, mentre il secondo utile per scopi pratici agricoli. Il computo lunare è esemplificato dalla pura

e semplice successione dei mesi del calendario, mentre il computo solare deve tenere conto anche della sequenza dei giorni elencati negli intercalari e dalle annotazioni che li accompagnano. I due mesi intercalari rappresentano quindi due tabelle di calcolo che possono essere considerati come una sorta di memoria, analogamente a quelle dei moderni computers, in cui è immagazzinata la differenza progressiva tra il computo solare e quello lunare la quale può essere letta ogni qual volta è necessario eseguire i calcoli astronomici relativi alla posizione dei due astri nel cielo. Il calendario di Coligny è da intendersi quindi come un calcolatore analogico atto a calcolare il computo solare partendo da quello lunare e un almanacco. Esso aveva quindi una triplice funzione: rituale, agricola e astronomica. I druidi potevano prevedere le fasi lunari utilizzando la base del calendario senza intercalari (uso rituale), ma nello stesso tempo avevano realizzato uno strumento lunisolare ordinario destinato alle attività quotidiane (uso agricolo) e usandolo come calcolatore potevano anche rendere conto in maniera accurata dei cicli stagionali in accordo con il Sole e provvedere esattamente alla predizione delle levate eliache e al calcolo delle date delle feste (uso astronomico).

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La predizione delle eclissi Il calendario di Coligny è assimilabile ad un almanacco perchè in esso sono codificate talune efficaci regole di predizione delle eclissi soprattutto quelle lunari. Osservando attentamente le annotazioni in lingua gallica e i caratteri latini incise sui frammenti di bronzo, si rileva che talune di esse si ripetono con precisa regolarità in corrispondenza di determinate terne di giorni consecutivi. Le terne con annotazione ripetuta, talvolta sono quaterne cioè le ripetizioni compaiono in quattro giorni consecutivi. Inoltre la loro distribuzione è intervallata attraverso i mesi e gli anni con notevole regolarità. Ogni singola annotazione si riferisce generalmente al nome di un mese dell’anno ripetuto più volte, una volta per ogni giorno appartenente a ciascuna terna o quaterna. Molto spesso lo stesso mese viene usato in due terne successive declinato, in lingua gallica, in casi diversi. Usualmente i giorni interessati dalle terne sono i VII, VIII e VIIII di ciascuna quindicina di ogni mese più qualche mese in cui si osservano le terne nei giorni I, II e III della seconda quindicina, subito dopo ATENOVX, quindi sostanzialmente le terne identificano le fasi lunari sizigiali cioè il plenilunio e il novilunio, ma talvolta è marcato anche l’ultimo quarto. Questo suggerirebbe che non solo le fasi di primo e di ultimo quarto erano importanti, ma anche i pleniluni e i noviluni meritavano attenzione presso i Celti. Ricordiamo che quando la Luna si trova alle sizigie, se anche il Sole è sufficentemente prossimo ad uno dei nodi dell’orbita lunare, si possono verificare le eclissi. I giorni possibili per il verificarsi delle eclissi sono proprio quelli marcati sul calendario di Coligny con le terne. I druidi sapevano certamente che quando la Luna raggiungeva la sua estrema latitudine eclittica (positiva o negativa) durante il suo ciclo mensile e la sua fase era contemporaneamente il primo oppure l’utimo quarto allora sette giorni dopo era possibile il verificarsi di un’eclisse. Se il giorno in cui la Luna era stata osservata alla sua massima distanza dall’eclittica, cadeva il primo o il quindicesimo giorno di un mese dell’anno celtico allora sette giorni dopo i druidi erano in grado di prevedere con un buon margine di sicurezza un’ eclisse di Luna o di Sole. L’eclisse di Luna era pressochè sicura, ma

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quella di Sole poteva avvenire, ma non essere visibile nella località in cui il druida si trovava. Il metodo basato sull’osservazione della posizione della Luna rispetto all’eclittica funziona, ma è caratterizzato da un alto tasso di errore e dal fatto che esso permette solamente di eseguire previsioni a scadenza breve, solamente sette giorni di anticipo. I druidi avevano certamente osservato che le eclissi di Luna si ripetevano mediamente circa ogni 6 lunazioni (13 semiperiodi latitudinali) quindi bastava semplicemente attendere che durante i giorni VII, VIII o VIIII della prima quindicina di un mese qualsiasi del calendario avvenisse un’eclisse di Luna. Successivamente l’applicazione della regola di aggiungere 6 lunazioni si concretizzava nella previsione dell’eclisse di Luna per gli stessi giorni VII, VIII o VIIII del sesto mese successivo e così di seguito. Il calendario di Coligny indica quindi che le eclissi di Luna cadevano alternativamente sempre alle stesse date di calendario lunare, mediamente sempre il giorno VIII della prima quindicina di due mesi separati da mezzo anno sinodico lunare. Occasionalmente, ogni 30 mesi, l’introduzione del mese intercalare faceva retrogradare di un mese la data prevista. Esistendo una differenza di 0.3 giorni tra 6 lunazioni medie esatte e 13 semiperiodi latitudinali avverrà che ogni tanto l’eclisse prevista mancherà all’appuntamento, ma si verificherà nei giorni VII, VIII o VIIII della prima quindicina del mese precedente. Questo fenomeno si verificherà con periodicità pari a 41, 47 e 53 mesi del calendario celtico, periodicità che potevano essere note ai druidi senza eccessiva difficoltà. Un’altro fenomeno è quello della ripetizione di due eclissi di Luna in due lunazioni successive. Questo fatto implica che in due mesi consecutivi del calendario celtico avvenissero due eclissi di Luna distanti una lunazione, ma sempre nei giorni VII, VIII oppure VIIII del mese. Questo fenomeno avviene con periodicità pari a 53, 82 e 135 mesi del calendario celtico. I druidi potevano quindi prevedere agevolmente e con un errore relativamente ridotto le eclissi di Luna che si verificavano in un dato luogo utilizzando solamente il calendario e una semplice regola di calcolo mnemonico e di facile applicazione pratica. La previsione delle eclissi poteva essere eseguita con successo mediante la ricorsività di 6 mesi di calendario, ma anche altre ricorsività potevano risultare utili. Le ricorsività di 6, 35, 41, 47, 53, 82, 88,


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“Da queste e da altri studi tutt’ora in corso incomincia ad emergere un’altra immagine del popolo dei Celti.”

94, 129, 135, 223,...,358,... mesi del erano tutte utili previsori compresi in un “Saeculum” e forse erano parimenti note ai Druidi che se servivano per il calcolo per lo meno delle eclissi di Luna. Osservando la struttura del calendario di Coligny ci accorgiamo che il “Saeculum” di Plinio vale praticamente quanto un ciclo di 358 lunazioni, quindi il periodo trentennale del calendario celtico sembrerebbe calibrato su uno dei cicli fondamentali delle eclissi. L’importanza di una rilettura della tavola di bronzo di Coligny risiede nel fatto che alla luce di questi fatti è richiesta una differente valutazione delle conoscenze astronomiche e matematiche dei Celti le quali risultano decisamente ricche e accurate. Dobbiamo comunque ammettere che il calendario così strutturato doveva essere per forza di cose gestito esclusivamente dalla classe druidica e dai suoi membri che ne fecero anche uno strumento di potere. L’algoritmo base per usarlo è mnemonico quindi non esisteva la necessità di scriverlo, in accordo con le usanze dei Druidi che ritenevano fondamentale tramandare le conoscenze solo oralmente. Il fatto che nel secondo secolo dopo Cristo il calendario fu redatto in forma scritta potrebbe essere il segno che dopo l’invasione romana la classe druidica si dovette accontentare di pochi allievi, in quanto la maggioranza della gioventù appartenente all’aristocrazia gallica preferiva studiare il latino e il greco presso i Romani e non più la scienza dei padri presso i druidi. Essi furono quindi

costretti a scrivere ciò che aveva sempre tramandato oralmente in quanto la complessità del meccanismo di gestione calendariale era era ormai tale da essere oltre le usuali abilità del clero rurale del tempo. Da queste e da altri studi tutt’ora in corso incomincia ad emergere un’altra immagine del popolo dei Celti. L’immagine dei barbari viene via via smantellata è sostituita con quella di un popolo dedito allo studio, all’osservazione e all’interpretazione della natura. Gli studi e le nuove scoperte che verranno fatte riguardo ai Celti dovranno essere interpretate, d’ora in poi, con questa nuova chiave di lettura. Una delle abitudini tipiche degli studiosi del mondo celtico è sempre stata quella di fare riferimento al mondo irlandese antico per almeno due motivi. Il primo è relativo al fatto che l’Irlanda non fu invasa dai Romani, quindi le antiche tradizioni celtiche non subirono l’effetto della “romanizzazione” come invece avvenne nel caso del resto dell’Europa celtica. Il secondo motivo è che parallelamente all’archeologia e’ possibile far riferimento ad un esteso corpus di leggende, tradizioni e tutta una serie di testi mitologici che furono accuratamente e ripetutamente trascritti, commentati ed accuratamente glossati dai primi monaci cristiani irlandesi i cui manoscritti sono giunti in gran parte fino a noi. E’ quindi necessario confrontare quanto noto per i Celti di Gallia, con quanto sappiamo dei Celti d’Irlanda, nel campo della misura del tempo e del calendario.

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SCIENZA E SAPERE di Ezio Gagliardi

MODIFICAZIONE DELLA STRUTTURA DEL DNA EQUINO MEDIANTE INTENZIONE FOCALIZZATA DI UN GRUPPO A DISTANZA

P

rima di iniziare il Test, alle ore 10,00 del 10/06/2015 è stato decongelato il campione di DNA equino ed omogeneizzato e versato in due cuvette trasparenti alla luce UV siglate rispettivamente con la lettera B (bianco) e con la lettera T (trattato). Il campione B (bianco) per tutto l’esperimento è stato mantenuto nelle medesime

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condizioni del campione T (trattato) al fine di poter azzerare eventuali effetti sui valori di assorbanza, dovuti allo scongelamento e alle temperature a cui sono state effettuate le misure. Queste ultime sono state effettuate nella sezione di Biologia Molecolare del Laboratorio Alimentazione Ambiente srl di Roma. Alle 11,15 su entrambi i campioni, sono state effettuate le prime misure dell’assorbanza all’UV,


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eseguite in triplo; nella tabella n°1 si riporta l’assorbimento medio di entrambi i campioni a 260mμ: il campione T da trattare evidenzia un valore medio dell’assorbanza lievemente più elevato rispetto al campione B (+0,47%), poco significativo considerando il valore del t-test(0,25). Dopo aver effettuato le misure, le cuvette vengono riposte nella cella frigorifera a 4°C. Alle ore 12:15, mediante lancio di una moneta (testa/croce) è stato deciso che il gruppo a distanza, i cui componenti dovevavo interagire separatamente in diverse regioni (Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia

Tab.1

e Sicilia), sul DNA contenuto in una cuvetta indicata con la lettera T. Alle 12:30, su entrambi i campioni, sono state effettuate le prime misure dell’assorbanza all’UV,

Tab.2

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eseguite in triplo; nella Tab.2 si riportano gli assorbimenti in triplo di entrambi i campioni: il campione T da trattare evidenzia un valore medio dell’assorbanza lievemente più elevato rispetto al campione B (+0,48%), poco significativo considerando il valore del t-test=0,25. Alle ore 12,32 ho comunicato a Umberto mediante sms il tipo di azione a distanza (srotolamento) sul DNA da effettuare sul campione identificato con la lettera T (dalle17,00 alle 17:30). Alle 16:50 dieci minuti prima dell’inizio dell’esperimento, su entrambi i campioni, sono state effettuate le misure eseguite sempre in triplo; nella tab.n°3 si riportano le assorbanze medie di entrambi i campioni; la tabella mostra sul campione T un effetto di srotolamento evidenziato da un aumento dell’assorbanza a 260 μm con un incremento % rispetto al bianco (+1,34), lievemente significativo in base al valore del t-test=0,06.

Tab.3

Alle ore 17:34 al termine dell’azione (intenzione) prodotta dal gruppo a distanza, sono state effettuate le misure in triplo e calcolato il valore medio delle assorbanze di entrambi i campioni in triplo riportati nella tab. n°4:

Tab.4

la tabella mostra sul campione T un effetto di srotolamento evidenziato da un aumento dell’assorbanza a 260 μm con un incremento % rispetto al bianco (+0,83), poco significativo in base al valore del t-test=0,13 Alle ore 18:00 sono state effettuate le ultime misure in triplo, riportate nella tab. n°5.

Tab.5

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L’esame statistico con il t-test, confrontando le assorbanze medie ottenute intorno alle 18,00 del campione di DNA Trattato rispetto al Bianco, dà un valore del t-test< 0,0001 (altamente significativo)

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con un aumento % medio dell’assorbanza del 6,07% rispetto al bianco; le due cuvette (T e B) sono state poste in cella frigorifera a 4°C fino al giorno dopo.

Graf. N°1 Il Graf. N°1 mette in evidenza i valori delle assorbanze del bianco e del DNA trattato dalle ore 11.16 alle 18,03; si nota come il valore del trattato risulta sempre più elevato, fino ad assumere il suo valore massimo alle ore 18,03, dove risulta più alta la differenza fra le assorbanze. Alle ore 11:49 del giorno 11.06.2015 sono state effettuate le misure in triplo dei campioni di DNA e sono riportate nella tab. n°6.la tabella mostra sul campione T un effetto di srotolamento evidenziato da un aumento dell’assorbanza a 260 μm con un incremento % rispetto al bianco (+6,47), altamente significativo in base al valore del t-test<1x10-58. Si sono ripetute le ultime misure a quasi 24 ore


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dall’effetto di srotolamento, come evidenziato nella tab. n°7. la tabella mostra sul campione T un effetto di srotolamento evidenziato da un aumento dell’assorbanza a 260 μm con un incremento % rispetto al bianco (+6,23), altamente significativo in base al valore del t-test<1x10-4.

Tab.6

Tab.7

Graf. N°2 Il grafico n°2 conferma la differenza in assorbanza del DNA trattato rispetto al bianco del giorno 11.6 fino a 24 ore dall’inizio del test. Si può quindi affermare che lo srotolamento altamente significativo (t-test<0,0001) permane per oltre 24 ore, con valori % di srotolamento che vanno oltre il 6%. Si possono fare le seguenti considerazioni: • Il gruppo di circa 150 persone i cui componenti separatamente (Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia e Sicilia) completamente rilassati, in piena sintonia cuore cervello, attraverso tecniche di focalizzazione e/o meditazione, hanno interagito positivamente con la struttura del DNA (con l’intenzione di srotolarlo) determinando sostanziali modifiche (oltre il 6% di aumento di assorbanza a 260 μm) altamente significative dal punto di vista statistico. • Siamo in presenza di effetti non locali, cioè non dovuto a forze o leggi fisiche normalmente conosciute; il gruppo non era riunito in un singolo luogo, ma dislocato in diverse regioni dell’Italia: 1. Effetto biologico da remoto sulla soluzione di DNA equino altamente significativo dal punto di vista statistico (t-test<0,0001) 2. Effetto biologico sulla soluzione di DNA equino prima del lancio della moneta non significativo dal punto di vista statistico. 3. Effetto biologico prima dell’inizio del test sulla soluzione di DNA equino significativo dal punto di vista statistico (t-test <0,1) • L’effetto di denaturazione del DNA (srotolamento)

è stato rilevato già alle 16:50 dieci minuti prima dell’inizio dell’esperimento (differenza fra le assorbanze medie di +0,003, con t-test =0,06 lievemente significativo) avvenuto alle ore 17:00. • L’effetto di denaturazione del DNA (srotolamento) è

stato rilevato in maniera altamente significativa alle ore 18,00, cioè 30 minuti dopo la fine del test, in base alla differenza delle assorbanze del DNA trattato rispetto al bianco (+0,0130) e al t-test (<0,0001). • L’effetto denaturante sul DNA trattato risulta stabile per almeno 24 ore in base alle misure di assorbanza ripetute sul campione di DNA trattato rispetto al bianco in base all’incremento di assorbanza >6% e t-test <0,0001. • I risultati sono paragonabili a quelli ottenuti in data 4.12.2014 con un gruppo di 50 persone che agivano separatamente a distanza ottenendo un aumento dell’assorbanza >7% del trattato rispetto al bianco e un t-test <0,001; questo dimostra che la tecnica da remoto con effetti non locali risulta non solo ripetibile ma con effetti abbastanza simili sul DNA.

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VIOLAZIONE CP NEI MESONI B

di Mario Bruschi

NOTIZIE DALL’ANTI-MONDO

U

n fondamentale teorema della Fisica Teorica stabilisce che se, con un colpo di bacchetta magica (!), si potessero scambiare tutte le cariche elettriche positive con quelle negative (e viceversa : coniugazione di carica C) e insieme scambiare la sinistra con la destra (parità P) e insieme invertire il flusso del tempo ( il passato diventa futuro e viceversa: inversione temporale T), ci troveremmo in un anti-Universo indistinguibile da quello in cui viviamo! Questo è in parole povere, il Teorema CPT. I fisici erano comunque convinti che in realtà le singole ‘invarianze’ fossero rispettate dalla natura… cioè che il mondo fosse indifferente allo scambio delle cariche

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elettriche e allo scambio destra-sinistra e allo scambio passato-futuro. I primi dubbi vennero a fisici teorici negli anni ’50 e in seguito fu confermato sperimentalmente che in realtà l’Universo distingue tra positivo e negativo (C) e tra destra e sinistra (P)… restava la possibilità che comunque cambiando le cariche (C) e la parità (P), l’Universo restasse lo stesso… (invarianza CP). Ma alcuni fisici teorici teorizzarono che la stessa CP potesse essere violata a livello microscopico e nel 1964 tale violazione fu confermata sperimentalmente nel decadimento dei mesoni K (che contengono i rari quarks ‘S’ -quarks ‘strani’-). La violazione di CP è estremamente importante perché, se confermata e se il teorema CPT è corretto, implica una violazione della


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invarianza sotto inversione temporale (T): in altre parole l’Universo è in grado di distinguere (almeno a livello microscopico) tra passato e futuro! Questo, anche se può sembrare banale per il non scienziato (in effetti chiunque può facilmente avvertire in che direzione scorre il tempo… prima si nasce e poi si muore: non viceversa!), era stato ed è tuttora uno dei problemi aperti della fisica: la fisica fondamentale ha serie difficoltà nel riconoscere la “freccia del tempo” cioè proprio nel distinguere futuro e passato… Tornando alla attualità: i fisici teorici sospettavano che la misteriosa violazione CP potesse essere osservata anche nel decadimento dei mesoni B, mesoni che contengono i quarks ‘bottom’ B che sono ancora più rari dei già rari S (strani). Una prova sperimentale di ciò sembra emergere in un piccolo numero di eventi registrati al FermiLab (USA). Gerry Bauer (bauerg@fnal.fnal.gov, 630-840-8621) analizzando dati

sulla asimmetria tra la produzione di mesoni antimesoni B nelle collisoni protone-antiprotone al FermiLab e il loro decadimento in mesoni K e Psi, tentativamente conferma che una violazione CP accade nei fenomeni coinvolgenti i quarks B. (Abe et al., Physical Review Letters, tent. 21 -December 1998) Inoltre una prova diretta della violazione della invarianza T è stata ottenuta al CERN nell’esperimento CPLEAR studiando il decadimento di Kaoni e antiKaoni (i dati saranno prossimamente pubblicati su Physics Letters B). La conferma di una direzione privilegiata del tempo potrebbe anche fare luce su uno dei misteri cosmologici finora insoluti: perché nel Big Bang si è formata più materia che antimateria? Perché viviamo in questo mondo, e non nell’antimondo? (o peggio, in un mix dei due… peggio perché la materia normale ha incontri “esplosivi” con la sua controparte!).

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LE MIE INVENZIONI UOMINI, STORIA E MISTERI

di Nikola Tesla

“Le mie invenzioni”(1921) è la sola autobiografia del geniale scienziato serbo, uscita a puntate in America su una rivista specializzata nel 1921, nella quale Tesla ripercorre tutta la sua incredibile vita e le sue invenzioni più famose. Il libro in Italia è pubblicato da Edizioni L’età dell’Acquario, che ci ha concesso la possibilità di farvi leggere un estratto.

I

l progressivo sviluppo dell’uomo è strettamente legato alle sue invenzioni. Esse sono il risultato più alto del suo genio creativo, il cui scopo ultimo è il completo dominio della mente sul mondo materiale, la sottomissione delle forze della natura alle necessità umane. È questo il difficile compito dell’inventore, spesso incompreso e non riconosciuto. Tuttavia egli viene ben ricompensato dai piacevoli esercizi delle sue facoltà intellettuali e dalla consapevolezza di appartenere a una categoria straordinariamente privilegiata, senza la quale il genere umano si sarebbe estinto molto tempo fa, nell’amara sfida contro gli spietati elementi naturali. Per quanto mi riguarda, sono stato più che appagato da questo delizioso diletto, tanto che per diversi anni la mia vita ha rasentato una beatitudine assoluta. Sono sempre stato considerato un lavoratore instancabile, e se pensiero è sinonimo di lavoro forse lo sono davvero, dal momento che ho dedicato a esso quasi ogni ora del giorno. Ma se per lavoro si intende una prestazione resa a un’ora prestabilita secondo rigide regole, allora potrei essere il peggiore dei pigri. Ogni sforzo fatto sotto costrizione richiede un sacrificio di energia vitale. Non ho mai pagato un simile prezzo. Al contrario, ho prosperato sui miei pensieri. Nel cercare di fornire un resoconto organico e fedele delle mie attività, in questa serie di articoli che saranno presentati con il supporto dei redattori

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dell’«Electrical Experimenter» e che sono destinati innanzitutto ai nostri giovani lettori, devo soffermarmi, mio malgrado, su certe impressioni della mia giovinezza e su circostanze ed eventi che sono stati decisivi nel determinare la mia carriera. I nostri primi tentativi sono puramente istintivi, sollecitati da un’immaginazione vivace e ribelle. Invecchiandola ragione si fa valere e diventiamo sempre più metodici e pianificatori. Ma quei primi slanci, anche se non immediatamente produttivi, sono di grande importanza e potrebbero influenzare i nostri stessi destini. Senza dubbio, oggi sento che se li avessi capiti e coltivati anziché sopprimerli, avrei aggiunto un valore significativo al mio lascito per il mondo. Ma prima di diventare adulto non ho mai realizzato di essere un inventore. Il che è riconducibile a una serie di motivi. Per cominciare avevo un fratello dal talento straordinario – uno di quei rari fenomeni mentali che la ricerca scientifica non è riuscita a spiegare. La sua morte prematura lasciò i miei genitori avviliti. A quei tempi avevamo un cavallo che ci era stato donato da un caro amico. Era un animale magnifico di razza araba, possedeva un’intelligenza quasi umana, e tutta la famiglia lo coccolava e gli voleva bene, avendo una volta, in circostanze particolari, salvato la vita di mio padre. Una notte d’inverno, infatti, mio padre fu chiamato a svolgere un compito urgente e, mentre attraversava le montagne infestate dai lupi, il cavallo si spaventò e corse via,


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facendolo cadere violentemente a terra. L’animale arrivò a casa sanguinante ed esausto, ma dopo aver dato l’allarme scappò subito via di nuovo per tornare nel luogo dell’accaduto; prima di giungere troppo lontano, la squadra di soccorso si imbatté in mio padre, il quale aveva ripreso coscienza ed era rimontato sul cavallo, senza rendersi conto di essere rimasto diverse ore nella neve. Questo cavallo è stato però responsabile delle ferite che hanno provocato la morte di mio fratello. Io assistetti al tragico episodio e nonostante da allora siano trascorsi cinquantasei anni, quelle immagini non hanno affatto perso la loro vividezza. La memoria dei suoi traguardi rendeva ogni mio risultato esiguo al confronto. Qualsiasi cosa di meritevole io concludessi portava solamente i miei genitori a sentire la loro perdita più intensamente.

Sono dunque cresciuto con poca fiducia in me stesso. Manon ero di certo uno stupido, a giudicare da un incidente di cui conservo ancora un profondo ricordo. Un giorno i membri del consiglio municipale passavano in una via dove stavo giocando con altri ragazzi. Il più anziano di questi rispettabili signori – un

«LA SCIENZA È SOLO UNA PERVERSIONE SE NON HA COME FINE ULTIMO IL MIGLIORAMENTO DELLE CONDIZIONI DELL’UMANITÀ». N°9 |

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ricco cittadino – si arrestò per consegnare a ciascuno di noi una moneta d’argento. Venendo verso di mesi fermò all’improvviso e ordinò: «Guardami negli occhi».Incontrai il suo sguardo, la mia mano si protese per ricevere la preziosa moneta quando, con mio sgomento, disse: «Nono, non avrai proprio nulla da me, sei troppo sveglio». A casa mia erano soliti raccontare storie divertenti su di me. Avevo due anziane zie col viso segnato dalle rughe, una aveva due denti che sporgevano come zanne d’elefante e che conficcava nella mia guancia ogni volta che mi dava un bacio. Nulla mi terrorizzava di più dell’idea di essere abbracciato da queste due sorelle tanto affettuose quanto repellenti. Una volta, mentre ero in braccio a mia madre, accadde che mi domandassero chi fra le due fosse la più carina. Dopo aver esaminato

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con attenzione i loro volti, indicandone una, risposi meditatamente: «Questa qui non è brutta quanto l’altra». Fin da subito, inoltre, sono stato destinato alla professione clericale e questo pensiero mi ha sempre oppresso. Desideravo essere un ingegnere ma mio padre era inflessibile. Era figlio di un ufficiale in servizio nell’esercito del grande Napoleone e, come suo fratello, professore di matematica in un illustre istituto, aveva ricevuto un’educazione militare ma, cosa piuttosto singolare, in seguito abbracciò il clero e grazie alla sua vocazione raggiunse l’eminenza. Era molto dotto, un filosofo nato, poeta e scrittore, e si diceva che i suoi sermoni fossero eloquenti come quelli di Abramo di Santa Chiara. Aveva una memoria prodigiosa e citava sovente e in maniera diffusa opere in diverse lingue. Spesso sottolineava


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scherzosamente che se qualcuno dei classici fosse andato perduto lui avrebbe potuto riscriverlo. Lo stile dei suoi scritti era molto apprezzato. Componeva frasi brevi e lineari ed era un uomo di satira e di grande arguzia. Le sue osservazioni umoristiche erano sempre originali e mirate. Per provarlo potrei citare uno o due aneddoti. Tra i domestici c’era un uomo con gli occhi storti di nome Mane che si occupava della fattoria. Un giorno stava spaccando la legna, sollevò l’ascia e mio padre, che era in piedi lì vicino, non sentendosi al sicuro lo mise in guardia: «Per amor di Dio, Mane, non prendere ciò che stai guardando ma ciò che intendi colpire». Un’altra volta era uscito con un amico che, sbadatamente, fece strusciare il proprio costoso cappotto di pelliccia sulla ruota della carrozza. Nel farglielo notare, mio padre disse: «Tira dentro il cappotto, che mi rovini lo pneumatico». Aveva la strana abitudine di parlare da solo e spesso conversava in maniera vivace con sé stesso e, variando il tono della voce, si abbandonava a un dibattito acceso. Un ascoltatore trovatosi per caso fuori dalla sua stanza avrebbe potuto giurare che fossero presenti più persone. Nonostante debba ricondurre all’influenza di mia madre qualsiasi inventiva io possegga, la formazione da lui ricevuta deve essersi rivelata utile. Comprendeva qualsiasi genere di esercizio – come indovinare i pensieri di una persona, trovare i difetti di alcune forme o espressioni, ripetere lunghe frasi o recitare calcoli a mente. Queste lezioni quotidiane avevano lo scopo di potenziare la memoria e il ragionamento e, soprattutto, di sviluppare il senso critico, e furono indubbiamente molto proficue. Mia madre proveniva da una delle più antiche famiglie del paese e da una stirpe di inventori. Sia suo padre sia suo nonno crearono numerosi strumenti per uso domestico, agricolo e di altro genere. Era veramente una gran donna, di raro talento, coraggio e forza, che affrontò le bufere della vita e superò diverse esperienze difficili. Quando aveva sedici anni una violenta pestilenza dilagò nel paese. Suo padre venne chiamato lontano per conferire i sacramenti ai moribondi e durante la sua assenza lei, da sola, prestò aiuto alla famiglia dei vicini colpiti dalla terribile malattia. Erano cinque in tutto, furono contagiati uno dopo l’altro. Lei lavò, vestì e preparò i corpi, decorandoli con i fiori secondo le tradizioni del paese e quando suo padre ritornò trovò tutto pronto per una sepoltura cristiana. Mia madre fu un’inventrice di

prim’ordine e, credo, avrebbe realizzato grandi cose se non fosse stata così distante dalla vita moderna e dalle sue molteplici opportunità. Ha inventato e costruito ogni sorta di arnese e di congegno e ha tessuto i più raffinati motivi con il filo che era lei stessa a filare. E piantava addirittura i semi, coltivava le piante e separava le fibre da sé. Lavorava senza sosta, dall’alba fino a tarda notte, e la maggior parte degli indumenti e del mobilio della casa era fatta con le sue mani. Quando ebbe passato i sessant’anni, le sue dita erano ancora così agili che avrebbe perfino potuto fare tre nodi a un ciglio. C’è un’ulteriore e ben più importante ragione alla base del mio risveglio tardivo. Durante la mia giovinezza ho sofferto di un particolare disturbo dovuto alla comparsa di immagini, spesso accompagnate da forti lampi di

NIKOLA TESLA è stato un ingegnere elettrico, inventore e fisico serbo-croato, naturalizzato statunitense nel 1891. È conosciuto per il suo lavoro rivoluzionario e i numerosi contributi nel campo dell’elettromagnetismo (di cui è stato un geniale pioniere). Elaborò un prototipo per la comunicazione senza fili (la radio) e diede origine alla moderna ingegneria elettrica con lo sviluppo della corrente alternata Il libro si può acquistare in libreria e/o telefonando al centro...il sentiero.

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La vita di Nikola Tesla è circondata di così tante leggende che si potrebbe persino dubitare del fatto che egli sia esistito veramente. Ingegnere straordinario, dotato di un’immaginazione prodigiosa, che gli permetteva di visualizzare le sue macchine nei minimi particolari senza doverne disegnare i modelli su carta, Tesla fu uno dei grandi innovatori della fisica moderna, un inventore geniale che riuscì a tradurre in realtà quasi 300 delle sue «visioni» e che anticipò la futura robotica (sviluppata con il nome di «Teleautomatica»).

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luce, che compromettevano la vista degli oggetti reali e interferiva-no con i miei pensieri e le mie azioni. Erano riproduzioni di cose e situazioni che avevo visto realmente, e mai solo immaginato. Quando mi dicevano una parola, l’immagine dell’oggetto designato si presentava con vividezza davanti ai miei occhi e a volte non ero del tutto in grado di distinguere se ciò che vedevo fosse tangibile o meno. La cosa mi provocava un grande disagio e molta ansia. Nessun esperto di psicologia o fisiologia consultato ha mai saputo spiegarmi in modo soddisfacente tali fenomeni. Pare fossero rari ma io ero probabilmente predisposto, considerando che mio fratello aveva un disturbo simile. La mia teoria è che le immagini fossero la conseguenza di un riflesso del cervello sulla retina quando era sotto forte eccitazione. Non si trattava certamente delle stesse allucinazioni che prendono forma nelle menti malate e tormentate, poiché sotto altri aspetti ero una persona normale ed equilibrata. Per dare un’idea della mia pena, supponiamo che io avessi assistito a un funerale o a qualche scena incresciosa. Più tardi, inevitabilmente, nella quiete della notte, una vivida immagine di quella

circostanza si sarebbe piantata davanti ai miei occhi e vi sarebbe rimasta nonostante tutti i miei sforzi per scacciarla. Alle volte poteva addirittura restare immobile nello spazio, anche se protendevo la mia mano su di essa. Se la spiegazione che mi sono dato è corretta, dovrebbe essere possibile proiettare su uno schermo l’immagine di qualsiasi oggetto si possa concepire rendendolo pertanto visibile. Una scoperta del genere rivoluzionerebbe ogni relazione umana. Sono convinto che questo prodigio può essere e sarà realizzato nei tempi a venire; posso aggiungere che mi sono dedicato molto alla ricerca di una soluzione del problema. Per liberare me stesso da queste fastidiose apparizioni, provavo a concentrare la mia attenzione su qualcos’altro che avevo visto, e spesso in questo modo trovavo un momentaneo sollievo; ma per riuscirci dovevo evocare continuamente nuove immagini. Non molto tempo dopo capii di aver esaurito tutte quelle a mia disposizione; la bobina era finita, per così dire, poiché avevo visto poco del mondo – mi limitavo agli oggetti di casa mia e delle immediate vicinanze. Pertanto, dopo aver compiuto tali operazioni mentali una seconda e una terza volta


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al fine di scacciare le apparizioni dalla mia vista, il rimedio perse gradualmente tutta la sua efficacia. Allora cominciai istintivamente a spaziare oltre i confini del piccolo mondo che conoscevo, e visualizzai scenari nuovi. All’inizio erano molto confusi e indistinti, e schizzavano via quando provavo a concentrarvi la mia attenzione, ma di lì a poco riuscii a fissarli; acquistarono forza e nitidezza e alla fine assunsero la concretezza degli oggetti reali. Scoprii presto di raggiungere il mio stato ideale quando mi spingevo ancora più lontano nella mia visione, ricevendo ogni volta nuove impressioni, e così cominciai a viaggiare – certo, nella mia mente. Tutte le notti (e talvolta durante il giorno), quando ero solo, iniziavo le mie peregrinazioni – visitavo nuovi luoghi, città e paesi – vivevo, incontravo gente, facevo conoscenze, stringevo amicizie e, per quanto incredibile, è un dato di fatto che queste persone mi fossero care proprio come quelle della vita vera e nelle loro manifestazioni non erano affatto meno intense. Continuai così fino a quando ebbi pressappoco diciassette anni e i miei pensieri si rivolsero con determinazione alle invenzioni. Osservai allora con piacere che riuscivo a visualizzare con la massima facilità. Non mi occorrevano modelli, schizzi o esperimenti. Potevo figurarli tutti nella mia mente come fossero reali. Pertanto sono stato indotto, senza rendermene conto, a sviluppare quello che considero un nuovo metodo per materializzare concetti creativi e idee, un metodo radicalmente opposto a quello puramente sperimentale e, a mio parere, molto più rapido ed efficiente. Quando uno costruisce un congegno per mettere in pratica l’abbozzo di un’idea che ha in mente, viene inevitabilmente assorbito dai dettagli e dalle imperfezioni dell’apparecchio. Continuando ad apportare modifiche e ricostruire, il suo grado di concentrazione diminuisce ed egli perde di vista l’importante principio di fondo. Si possono ottenere sì dei risultati ma sempre a spese della qualità. Il mio metodo è differente. Io non mi precipito sul lavoro materiale. Quando mi viene un’idea inizio subito a costruirla nella mia testa. Ne cambio la struttura, introduco miglioramenti e gestisco il congegno nella mia mente. Perme è assolutamente irrilevante far funzionare la turbina nei miei pensieri o testarla in laboratorio. Riesco addirittura a percepire quando non è bilanciata. Non c’è alcuna differenza, il risultato è lo stesso. In questo modo sono in grado di sviluppare e perfezionare rapidamente un’idea senza

toccare niente. Quando ho incluso nell’invenzione qualsiasi dettaglio immaginabile e non vedo alcun difetto, do una forma concreta al risultato finale dei miei pensieri. Immancabilmente il mio congegno funziona nella maniera che mi ero prefigurato, e l’esperimento viene esattamente come pianificato. In vent’anni non c’è mai stata neppure un’eccezione. Come potrebbe essere altrimenti? I risultati della progettazione, sia elettronica che meccanica, sono certi. È raro trovare qualcosa che non si possa trattare dal punto di vista matematico e di cui non sia possibile calco-lare gli effetti o determinare i risultati a partire dai dati teorici e pratici a disposizione. Ritengo che la realizzazione pratica di un’idea appena abbozzata, se condotta come si fa di solito, non è altro che una perdita di energia, di denaro e di tempo. Il mio antico disturbo ebbe, peraltro, un ulteriore risvolto. L’incessante sforzo mentale sviluppò le mie capacità di osservazione e mi permise di scoprire una verità di grande importanza. Avevo notato che la comparsa di immagini era sempre preceduta dalla reale visione di scene avvenute in condizioni particolari e generalmente eccezionali e fu così che in ogni occasione fui spinto a individuare l’impulso originario. Dopo un po’ mi venne quasi in automatico e acquisii una grande facilità nel connettere causa ed effetto. Presto realizzai, con mia grande sorpresa, che qualsiasi pensiero concepissi era ispirato da un’impressione esterna .E non solo, anche ogni mia azione veniva indotta allo stesso modo. Col passare del tempo mi fu perfettamente chiaro di essere soltanto un automa capace di muoversi, rispondere agli stimoli degli organi di senso, pensare e agire di conse-guenza. Il risultato pratico di questa riflessione fu l’arte della teleautomatica che finora è stata portata avanti soltanto in modo inadeguato. Le sue possibilità latenti, ad ogni modo, prima o poi verranno mostrate. Ho passato anni a progettare automi autocontrollati e credo sia possibile produrre meccanismi che agiranno come se fossero dotati di ragione, ma in misura limitata, e che avvieranno una rivoluzione in molti settori commerciali e industriali. Avevo circa dodici anni quando per la prima volta riuscii intenzionalmente a scacciare una delle mie immagini dalla vista, ma sui lampi di luce menzionati poco sopra non ho mai avuto alcun controllo. Sono stati, probabilmente, l’esperienza più strana e inspiegabile della mia vita. Si presentavano sempre quando mi trovavo in una situazione pericolosa o

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angosciante, o anche quando ero particolarmente euforico. Delle volte ho visto tutta l’aria intorno a me riempirsi di lingue di fuoco vivo. L’intensità di questi lampi di luce, invece di diminuire, aumentava col passare del tempo e parve raggiungere il culmine quando avevo all’incirca venticinque anni. Mentre ero a Parigi, nel 1883, un importante industriale francese mi fece recapitare un invito per una partita di caccia, e io accettai. Ero stato a lungo confinato in laboratorio e l’aria fresca ebbe su di me un meraviglioso effetto rinvigorente. Quando tornai in città quella sera ebbi la precisa sensazione che il mio cervello avesse preso fuoco. Vedevo una luce che sembrava contenere un piccolo sole e passai tutta la notte ad applicare impacchi freddi sulla testa dolente. Alla fine i bagliori si fecero meno frequenti e intensi ma ci misero più di tre settimane prima di passare completamente. Quando mi fu rivolto un secondo invito la mia risposta fu un deciso «No!». Questi fenomeni luminosi di tanto in tanto si manifestano ancora, come quando mi balena un’idea che apre a nuovi sviluppi, ma non mi mettono più in agitazione, essendo di intensità relativamente ridotta. Se in quei momenti chiudo gli occhi, dapprima vedo immancabilmente uno sfondo blu molto scuro e uniforme, non dissimile dal cielo in una notte serena ma senza stelle. In pochi secondi questo campo si anima di innumerevoli scaglie verdi scintillanti, che si di-spongono su livelli differenti e avanzano verso di me. Poi, sulla destra, compare un bel disegno con due serie di linee vicine e parallele, fra loro perpendicolari, di tutti i colori ma con una predominanza di giallo-verde e oro. Subito dopo le linee si fanno più luminose e il tutto si cosparge di fitti punti di luce sfavillante. Questa visione attraversa lentamente il campo visivo e in circa dieci secondi si dilegua a sinistra, lasciando dietro di sé una zona di un grigio spento e alquanto tetro che cede rapidamente il posto a un fluttuante mare di nubi, le quali pare cerchino di plasmarsi in forme dotate di vita. È curioso come in questo grigio io non riesca a proiettare una forma finché non sopraggiunga la seconda fase. Ogni volta, prima di addormentarmi, immagini di persone e di oggetti guizzano davanti ai miei occhi. Quando le vedo so che sto per perdere coscienza. Se non ci sono e rifiutano di presentarsi significa che passerò una notte in bianco. Posso mostrare quanto l’immaginazione abbia giocato un ruolo importante nella mia infanzia tramite un’altra singo-lare esperienza. Come alla maggior parte dei bambini, mi

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piaceva saltare e sviluppai un forte desiderio di rimanere sospeso in aria. Alle volte dalle montagne soffiava un forte vento stracarico di ossigeno che mi rendeva leggero come il sughero e allora avrei potuto balzare e fluttuare a lungo nello spazio. Una piacevolissima sensazione, ma quando poi mi disingannavo la delusione era forte. In quel periodo cominciai a sviluppare una serie di strane predilezioni, insofferenze e abitudini, alcune ero in grado di ricondurle a impressioni esterne mentre altre erano in-spiegabili. Avevo una profonda avversione per gli orecchini delle donne mentre altri ornamenti, come i braccialetti, mi piacevano o meno a seconda del modello. La vista di una perla mi faceva quasi venire un colpo ma ero affascinato dal luccichio dei cristalli o degli oggetti dai bordi affilati e le superfici piane. Non avrei mai toccato i capelli di qualcun altro se non, forse, minacciato da una rivoltella. Se solo guardavo una pesca mi saliva la febbre, e se c’era un pezzetto di canfora in un punto qualsiasi della casa avvertivo un profondo fastidio. Perfino adesso non sono insensibile ad alcuni di questi stimoli molesti. Se ad esempio faccio cadere dei quadratini di carta in un piatto pieno di liquido, percepisco sempre un particolare e orribile sapore in bocca. Contavo i passi quando passeggiavo e calcolavo il volume di piatti fondi, tazzine da caffè, e porzioni di cibo – altrimenti non gradivo il pasto. Ogni atto o azione reiterata che compissi doveva essere divisibile per tre e se fallivo sentivo di dover rifare tutto da capo, avessi dovuto metterci delle ore. Fino all’età di otto anni ho avuto una personalità debole e indecisa. Non avevo neppure il coraggio e la forza di prendere una decisione definitiva. I miei sentimenti sopraggiungevano come onde e cavalloni e pulsavano incessanti tra un estremo e l’altro. Le mie aspirazioni mi esaurivano le forze e si moltiplicavano come le teste dell’idra. Mi sentivo oppresso dal pensiero del dolore, dalla morte e dal timore religioso. Ero condizionato dalle superstizioni e vivevo nella paura costante dello spirito del male, di fantasmi, orchi e altri mostri delle tenebre. Poi, all’improvviso, si verificò un meraviglioso mutamento che fece cambiare il corso della mia intera esistenza. Amavo i libri più di ogni altra cosa. Mio padre aveva una vasta biblioteca e ogni volta che potevo cercavo di soddisfare la mia passione per la lettura. Ma lui non me lo permetteva e se mi coglieva sul fatto andava in collera. Quando scoprì che leggevo in segreto nascose le candele. Non voleva che mi rovinassi gli


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occhi. Ma rimediai del sego, fabbricai gli stoppini e li sistemai negli stampi di latta, e ogni notte coprivo il buco della serratura, le fessure, e leggevo, spesso fino all’alba, mentre gli altri dormivano e mia madre iniziava le sue faticose mansioni quotidiane. Una volta mi imbattei in un romanzo intitolato Abafi (il figlio di Aba), una traduzione in serbo del ben noto scrittore ungherese Josika. Quest’opera risvegliò in qualche modo la mia sopita forza di volontà e iniziai a esercitarmi nell’autocontrollo. In principio i miei propositi svanivano come la neve ad aprile, ma in poco tempo sconfissi la mia debolezza e provai un piacere mai conosciuto prima – quello di agire secondo la mia volontà. Con il passare del tempo tale poderoso esercizio mentale mi venne spontaneo. All’inizio dovetti reprimere le mie aspirazioni ma gradualmente finii per far coincidere desiderio e volontà di conquistarlo. Dopo anni in cui mi applicai in questa disciplina acquisii una tale padronanza di me stesso che mi trastullai con quelle passioni che avevano portato alla rovina alcuni tra gli uomini più risoluti. A una certa età sviluppai infatti una mania per il gioco d’azzardo che preoccupò molto i miei genitori. Per me stare seduto a un tavolo da gioco era la quintessenza

del piacere. Mio padre conduceva una vita esemplare e non poteva perdonare che io assecondassi tale perdita di tempo e di denaro senza senso. Avevo una forte determinazione, ma scarsa morale. Gli dicevo: «Posso smettere quando voglio, ma vale la pena rinunciare a ciò che mi procura le gioie del paradiso?». Più di una volta diede sfogo alla rabbia e allo sdegno, invece mia madre era diversa. Comprendeva bene la natura umana e sapeva che si può raggiungere la salvezza solo attraverso i propri sforzi. Ricordo che un pomeriggio avevo perso tutti i miei soldi e smaniavo per giocare, lei venne da me con un rotolo di banconote e disse: «Vai e divertiti. Prima perdi quel che possediamo meglio è. So che ne uscirai». Aveva ragione. In quel preciso istante dominai la mia passione e rimpiansi che non fosse cento volte più forte. Non solo la sconfissi ma la sradicai dal mio cuore al punto che non vi rimase neppure una traccia di desiderio. Da quel momento in poi rimasi indifferente a qualsiasi genere di gioco d’azzardo come se davanti a me ci fosse uno stuzzicadenti. C’è stato poi un periodo in cui fumavo troppo, rischiando di rovinarmi la salute. Allora la mia volontà si impose e non solo smisi ma eliminai qualsiasi eventuale

Bistrattato a lungo, quando non dimenticato, Tesla fu un personaggio eccentrico: giocatore d’azzardo e incallito fumatore in gioventù, si votò poi completamente, con severa autodisciplina, agli studi di ingegneria e alla ricerca tecnica. Convinto che lo scopo della scienza fosse quello di preservare la vita degli uomini e di dominare il mondo materiale per il benessere e le necessità umane, a questo lavorò con instancabile energia fino alla morte, conducendo un’esistenza solitaria e modesta.

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propensione a fumare. Tanto tempo fa soffrivo di un problema al cuore e ho poi scoperto che era legato all’innocua tazza di caffè che prendevo la mattina. Vi rinunciai immediatamente, ma confesso che non fu facile. Ho sorvegliato e domato allo stesso modo altre mie passioni e abitudini e, oltre ad aver salvaguardato la mia vita, posso dire di aver ricavato un’immensa soddisfazione da ciò che la maggior parte degli uomini considererebbe una privazione e un sacrificio. Terminati gli studi all’Istituto Politecnico di Graz e all’Università, ebbi un vero e proprio esaurimento nervoso, e durante la malattia osservai molti strani e incredibili fenomeni.

I miei primi tentativi di inventore Mi soffermerò brevemente su queste straordinarie esperienze, sia per l’eventuale interesse che potrebbero costituire per gli studenti di psicologia e di fisiologia, sia perché questo periodo tormentato è stato cruciale per il mio sviluppo mentale e per i miei successivi contributi. È pertanto indispensabile comprendere prima di tutto le circostanze e le condizioni che li precedettero e nelle quali si potrebbe trovare una loro parziale spiegazione. Fin dall’infanzia sono stato costretto a concentrare

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l’attenzione su me stesso. Questo fatto mi provocava una grande sofferenza ma, dal mio attuale punto di vista, si trattava di una benedizione in incognito poiché mi ha insegnato ad apprezzare l’immenso valore dell’introspezione nella vita, e si è rivelato uno strumento per il successo. L’ansia di trovare un impiego e il continuo flusso di impressioni che si riversa sulle nostre coscienze attraverso tutte le vie del sapere rendono l’esistenza moderna rischiosa sotto vari punti di vista. La maggior parte delle persone è così presa dalla contemplazione del mondo esterno da ignorare completamente ciò che avviene dentro di sé. La morte prematura di milioni di persone è in primo luogo riconducibile a questo. Anche tra coloro che procedono con cura è un errore comune quello di evitare l’immaginario e ignorare i pericoli reali. E ciò che è vero per il singolo, in linea di massima vale per la comunità nel suo insieme. Lo testimonia, per esempio, il proibizionismo. In questo Paese è appena stata introdotta una soluzione drastica, se non incostituzionale, per prevenire il consumo di alcol, quando è un dato di fatto che caffè, tè, tabacco, gomma da masticare e altri stimolanti, liberamente concessi anche in tenera età, siano largamente più nocivi per la salute nazionale, a giudicare dal numero delle persone che ne muoiono. Infatti, ad esempio, negli anni in cui studiavo ho dedotto dai ne-crologi pubblicati a Vienna, patria dei consumatori di caffè, che le morti causate da problemi cardiaci alle volte raggiungevano il 67 percento. Probabilmente dovrebbero condurre indagini simili in città dove vi è un eccessivo consumo di tè. Queste deliziose bevande sovreccitano e logorano gradualmente le sottili fibre del cervello. Inoltre interferiscono seriamente con la circolazione arteriosa e, dal momento che i loro effetti deleteri sono lenti e impercettibili, si dovrebbero assumere con maggiore moderazione. Il tabacco, d’altra parte, favorisce semplici e piacevoli riflessioni e distoglie dalla profondità e dalla concentrazione necessarie a qualsiasi sforzo intellettuale originale e vigoroso. La gomma da masticare per un po’ è utile ma in breve tempo drena il sistema endocrino e arreca danni irreparabili, per non parlare del disgusto che provoca. A piccole dosi l’alcol è un tonico eccellente, ma ha un’azione tossica quando se ne assimilano quantità maggiori – piuttosto irrilevante che venga assunto come whiskey o prodotto nello stomaco dallo zucchero. Ad ogni modo non si dovrebbe


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sottovalutare che stiamo parlando di potenti elementi distruttivi che, agendo come fanno, aiutano la natura nella sua severa ma giusta legge di sopravvivenza del più forte. I zelanti riformatori dovrebbero inoltre essere consapevoli dell’assoluta perversione umana che considera l’incurante laissez faire di gran lunga preferibile al rigido controllo. La verità è che abbiamo bisogno di stimolanti per lavorare al meglio nelle condizioni di vita di oggi, e che dobbiamo moderare e controllare i nostri appetiti e le nostre inclinazioni in ogni dove. È quello che ho fatto per anni, e in questo modo mi sono mantenuto giovane nel corpo e nello spirito. Non ho mai gradito l’astinenza ma trovo una grande soddisfazione nelle piacevoli esperienze che sto facendo adesso. Ne evocherò un paio, nella speranza di persuadere qualcuno dei miei precetti e delle mie convinzioni. Poco tempo fa stavo facendo ritorno al mio hotel. Era una notte con un freddo pungente, il terreno era scivoloso e non c’erano taxi. Mezzo isolato dietro di me c’era un uomo che mi seguiva, chiaramente impaziente di infilarsi sotto le coperte come me. All’improvviso mi ritrovai gambe all’aria. Nello stesso istante un lampo mi attraversò la testa, i nervi reagirono, i muscoli si contrassero, feci un giro di 180 gradi e atterrai sulle mani. Ripresi a camminare come se non fosse accaduto nulla quando lo sconosciuto mi raggiunse. «Quanti anni ha?» mi chiese, scrutandomi con sguardo indagatore. «Oh, cinquantanove,» replicai. «E con ciò?». «Be’, – disse lui,– lo avevo visto fare a un gatto, ma a un uomo mai». Circa un mese prima volevo ordinare dei nuovi occhiali e andai da un oculista che mi sottopose ai soliti esami. Quando lessi con scioltezza i caratteri più piccoli da una distanza notevole mi guardò incredulo. Ma quando gli dissi di avere più di sessant’anni restò a bocca aperta dallo stupore. I miei amici osservano spesso che i completi che indosso mi calzano a pennello, ma non sanno che tutti i miei vestiti sono fatti su misure prese circa trentacinque anni fa e che non sono mai cambiate. In questo lasso di tempo il mio peso non è variato neppure di mezzo chilo. A questo proposito potrei raccontare una storia divertente. Una sera, era l’inverno del 1885, il signor Edison, Edward H. Johnson, Presidente della Edison Il luminating Company, il signor Batchellor, Direttore dei lavori, e io, entrammo in un piccolo locale di fronte al 65 della Fifth Avenue dove si trovavano gli uffici della Società. Qualcuno suggerì di indovinare il peso di ognuno e io

fui invitato a salire su una bilancia. Edison mi tastò qua e là e disse: «Tesla pesa 69 chili», ed era proprio così. Senza vestiti pesavo 65 chili, che è ancora il mio peso. Sussurrai al signor Johnson: «Come ha fatto Edison a indovinare esattamente il mio peso?». «Be’», disse abbassando la voce «te lo dirò in via confidenziale, ma non devi dire nulla. Ha lavorato a lungo in un macello di Chicago dove pesava un migliaio di maiali al giorno! Ecco come ha fatto». Ho un amico, l’onorevole Chauncey M. Depew, che racconta di un inglese a cui egli rivelò uno dei suoi singolari aneddoti, quello lo ascoltava con un’espressione perplessa, e – un anno dopo – ne rideva di gusto. Ammetto onestamente che mi ci volle più di un anno per cogliere lo scherzo di Johnson. Ora, il mio benessere è semplicemente il risultato di uno stile di vita attento e misurato e, forse, la cosa più sorprendente è che per tre volte durante la mia giovinezza la malattia mi ha reso un relitto umano che i medici davano per spacciato. Tra l’altro, per ignoranza e frivolezza, mi sono trovato in ogni tipo di difficoltà, di pericolo e di guaio e ne sono uscito come per incanto. Ho rischiato di annegare una dozzina di volte; sono stato quasi bollito vivo e per poco non sono stato incenerito. Mi sono trovato seppellito, disperso, congelato. Sono riuscito a fuggire per un pelo da cani rabbiosi, cinghiali e altri animali feroci. Ho superato terribili malattie e sono andato incontro agli incidenti

Tesla pubblicò questa incredibile autobiografia a puntate, nel corso del 1919, sulla rivista «Electrical Experimenter», rivolgendosi soprattutto ai giovani lettori con la speranza di stimolarli a coltivare con passione i primi slanci creativi, che spesso modellano in modi imprevedibili i futuri destini.

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più insoliti e, a oggi, essere vivo e vegeto mi sembra un miracolo. Ma nel rievocare questi episodi mi convinco che la mia salvezza non è stata del tutto accidentale. Il compito di un inventore consiste fondamentalmente nel preservare la vita degli uomini. Che sfrutti le forze, sviluppi congegni, o procuri comodità e servizi, egli è addetto alla sicurezza della nostra esistenza. È anche più qualificato di un individuo medio per difendersi dal pericolo, poiché è coscienzioso e intraprendente. Se non avessi avuto la certezza di possedere una certa dose di queste qualità, l’avrei certamente acquisita grazie ad alcune esperienze personali. Se riporto uno o due episodi il lettore sarà in grado di giudicare da sé. Una volta, quando avevo circa quattordici anni, volevo

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spaventare alcuni amici con cui facevo il bagno. Il piano consisteva nell’andare in immersione sotto una lunga struttura galleggiante fuoriuscendo tranquillamente dall’altra parte. Andavo sott’acqua e nuotavo con la naturalezza di un pesce ed ero certo di poter compiere l’impresa. Perciò mi tuffai e, quando non fui più visibile, mi voltai e avanzai velocemente verso il lato opposto. Pensando di essere di sicuro oltre la struttura, riemersi, ma con mio sgomento sbattei contro una trave. Ovviamente, mi reimmersi subito e proseguii in avanti con rapide bracciate finché non iniziò a mancarmi il respiro. Quando risalii una seconda volta, la mia testa venne di nuovo a contatto con una trave. A quel punto cominciai ad andare nel panico. Ciononostante, raccogliendo tutta la mia energia, feci un terzo disperato tentativo ma il risultato fu lo stesso. La tortura di trattenere il fiato stava diventando insostenibile, mi girava la testa e sentivo di affondare. In quel momento, quando sembrò che non ci fosse più alcuna speranza, vidi uno di quei lampi di luce ed ebbi una visione della struttura sopra di me. Vidi, oppure immaginai, che c’era un piccolo spazio tra la superficie dell’acqua e le tavole poggiate sulle travi, allora quasi incosciente, tornai a galla, spinsi la mia bocca vicino alleassi e riuscii a inalare un po’ d’aria, purtroppo mischiata con degli spruzzi d’acqua che quasi mi soffocarono. Ripetei questa procedura più volte come fossi in un sogno finché il cuore, che mi batteva all’impazzata, si calmò e tornai in me. Dopodiché, avendo completamente perso il senso dell’orientamento, tentai un certo numero di immersioni senza successo, ma alla fine riuscii a liberarmi dalla trappola allorché i miei amici mi avevano già dato per spacciato ed erano alla ricerca del mio corpo. Quella stagione balneare fu rovinata dalla mia incoscienza ma dimenticai presto la lezione e solo due anni dopo mi trovai in una situazione ancora più difficile. Vicino alla città in cui studiavo c’era un grande mulino a macina con una diga che attraversava il fiume. Come di consueto, il livello dell’acqua era solo qualche centimetro al disopra della diga e raggiungerla a nuoto era uno sport non così pericoloso che mi concedevo spesso. Un giorno andai al fiume da solo per divertirmi come al solito. Quando fuia breve distanza dalla parete della diga, però, rimasi terrorizzato nel notare che l’acqua era salita e mi stava trascinando via rapidamente. Cercai di allontanarmi ma era troppo tardi. Fortunatamente, comunque, riuscii a evitare di


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essere travolto aggrappandomi al muro con entrambe le mani. La pressione contro il mio torace era forte e riuscivo a malapena a tenere la testa fuori dall’acqua. Non c’era un’anima e la mia voce era soffocata dal fragore della cascata. A poco a poco mi ritrovai senza forze e incapace di resistere più a lungo allo sforzo. Proprio quando ero sul punto di mollare e stavo per essere scaraventato sulle rocce in basso, vidi in un lampo di luce uno schema familiare che illustrava il principio idraulico secondo cui la pressione di un fluido in movimento è proporzionale all’area esposta, e automaticamente mi girai sul fianco sinistro. Come per magia la pressione venne ridotta e in quella posizione trovai relativamente facile resistere alla forza della corrente. Tuttavia dovetti continuare a fronteggiare il pericolo. Sapevo che prima o poi sarei stato trasportato giù, perché anche se avessi attirato l’attenzione, non era possibile che qualcuno giungesse in tempo per aiutarmi. Ora sono ambi destro ma allora ero mancino e avevo relativamente poca forza nel braccio destro. Per questo motivo non mi arrischiai a girarmi dall’altra parte per riposare e non mi rimase altro che trascinare il mio corpo lungo la diga. Dovevo allontanarmi dal mulino verso il quale ero rivolto dato che lì la corrente era molto più rapida e profonda. Fu un calvario lungo e doloroso e verso la fine stavo quasi per non farcela perché dovetti superare una rientranza della parete. Riuscii ad arrivare dall’altra parte con l’ultimo briciolo delle mie forze e quando raggiunsi la sponda caddi svenuto nel punto in cui poi fui trovato. Mi si era praticamente scorticata tutta la pelle sul lato sinistro e ci vollero varie settimane prima chela febbre calasse e io mi riprendessi. Questi sono solo due dei molti esempi ma dovrebbero bastare a mostrare che se non fosse stato per il mio istinto di inventore non sarei stato qui a raccontarli. Mi è stato spesso domandato come e quando io abbia iniziato a inventare. Posso solo rispondere in base ai miei ricordi attuali, alla luce dei quali il primo tentativo di cui ho memoria fu piuttosto ambizioso poiché riguardava l’invenzione di uno strumento e di un metodo. Venni anticipato nel primo ma il secondo fu una novità. Ecco come accadde. Uno dei miei compagni di giochi era entrato in possesso di un amo e di una canna da pesca, cosa che provocò una notevole eccitazione in paese infatti, la mattina seguente, presero tutti a cacciare rane. Io restai solo a causa di una lite con questo ragazzino. Non avevo mai

visto un amo vero e me lo figuravo come qualcosa di meraviglioso, dotato di qualità particolari e mi disperavo di non essere con gli altri. Spinto dalla necessità, in qualche maniera entrai in possesso di un pezzo di fil di ferro duttile, con due pietre ne martellai un’estremità fino a ottenere una punta acuminata, gli diedi la forma, e lo legai a uno spago resistente. Tagliai quindi una canna, raccolsi qualche esca, e andai giù al torrente dove c’erano rane in abbondanza. Ma non riuscii a catturarne nessuna ed ero ormai scoraggiato quando mi venne in mente di far penzolare l’amo vuoto davanti a una rana appollaiata su un tronco. Prima si accasciò ma di lì a poco i suoi occhi si gonfiarono e si iniettarono di sangue, raddoppiò le sue dimensioni e fece uno scatto

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aggressivo verso l’amo. La tirai immediatamente su. Provai a fare la stessa cosa più e più volte e il metodo si rivelò infallibile. Quando i miei compagni, che nonostante l’attrezzatura idonea non avevano preso niente, vennero da me, erano verdi d’invidia. Tenni il mio segreto a lungo e godetti dell’esclusiva ma alla fine mi arresi allo spirito del Natale. Ogni ragazzo poté allora fare come me e l’estate seguente ci fu una strage di rane. Con il mio tentativo successivo ho l’impressione di aver agito secondo quel primo impulso istintivo da cui in seguito fui dominato – piegare le energie della natura alle necessità dell’uomo. Vi approdai grazie ai maggiolini – che in America chiamano june-bags – che erano una vera piaga da quelle parti e alle volte spezzavano i rami degli alberi solo con il peso dei loro corpi. Quando arrivavano, i cespugli diventavano neri. Ne attaccavo fino a quattro ai bracci di una croce rotante disposta su un sottile mandrino, trasmettevo quindi il moto di questa a un grande disco, ricavandone così una notevole «potenza». Queste creature erano straordinariamente efficienti, una volta partite non erano intenzionate a fermarsi e continuavano a girare vorticosamente per ore e ore e più faceva caldo più lavoravano sodo. Tutto andò bene finché da quelle parti non arrivò uno strano ragazzo. Era il figlio di un ufficiale in pensione dell’Esercito Austriaco. Questo discolo mangiava maggiolini vivi e gli piacevano come fossero ostriche Blue Point di prima scelta. Quello spettacolo disgustoso mise fine alle mie iniziative in questo promettente campo e da allora non sono più riuscito a toccare un maggiolino, e adirla tutta nessun altro insetto. Più tardi, se ricordo bene, cominciai a smontare e assemblare gli orologi di mio nonno. Ero sempre in grado di compiere la prima operazione ma fallivo nella seconda. Così avvenne che mio nonno, in maniera non troppo delicata, fece subire un immediato arresto alla mia attività e dovetti attendere trent’anni prima di avere di nuovo a che fare con quei meccanismi. Poco dopo mi cimentai nella costruzione di una specie di pistola giocattolo che includeva un tubo vuoto, un pistone, e due tappi di canapa. Sparando, il pistone era spinto contro lo stomaco e il tubo veniva tirato indietro velocemente con entrambe le mani. L’aria tra i tappi si comprimeva e si scaldava finché uno dei due veniva espulso con un forte scoppio. Il trucco consisteva nel selezionare tra i fusti cavi un tubo con la giusta conicità. Andava proprio bene quella pistola ma la

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mia attività interferiva con i vetri delle finestre di casa e fui preso da un amaro sconforto. Se non ricordo male, iniziai poi a creare spade usando pezzi di mobili che potevo recuperare facilmente. In quel periodo ero affascinato dalla poesia serba e pieno di ammirazione per le prodezze degli eroi. Ero solito passare ore e ore a sconfiggere i miei nemici sotto forma di steli di granturco, rovinando il raccolto e guadagnandomi parecchi sculaccioni da mia madre. E non erano per niente leggeri, si trattava di sculaccioni veri. Avvenne tutto questo e anche di più prima di compiere sei anni e aver frequentato un anno di scuola elementare a Smilijan, dove sono nato. A questo punto ci trasferimmo nella vicina cittadina di Gospić. Per me questo cambiamento fu una disgrazia. Separarmi dai nostri piccioni, dai polli e dalle pecore quasi mi spezzò il cuore, e il nostro magnifico stormo di oche che si alzavano in volo al mattino e tornavano dal pascolo al calare del sole in una formazione da combattimento così perfetta da mettere in imbarazzo uno squadrone composto dai migliori aviatori odierni. Nella nostra nuova casa mi sentivo prigioniero, mentre osservavo la strana gente che si intravedeva attraverso le tende delle finestre. Ero talmente timido che avrei preferito affrontare un leone che ruggiva piuttosto che uno di quei tipi eleganti che facevano due passi. Ma la prova più dura era di domenica quando dovevo vestirmi e andare a messa. E proprio in chiesa mi capitò un incidente, che per anni al solo pensiero mi faceva gelare il sangue. Era la mia seconda disavventura in una chiesa. Non molto tempo prima infatti ero rimasto rinchiuso per una notte in un’antica cappella posta su un monte inaccessibile e visitabile solo una volta l’anno. Fu un’esperienza orribile, ma non peggiore di quest’altra. C’era una ricca signora in città, una brava donna, solo molto appariscente, che veniva in chiesa sontuosamente truccata, con lo strascico e accompagnata dai suoi servitori. Una domenica avevo appena finito di suonare la campana nella torre del campanile e, mentre questa gran signora stava per uscire, mi precipitai giù dalle scale e finii dritto sul suo strascico. Si udì il rumore dello strappo, sembrava una salva di moschetto sparata da reclute inesperte. Mio padre divenne livido dalla rabbia. Mi tirò uno schiaffetto sulla guancia, la sola punizione corporale che mi abbia mai inferto ma che posso sentire ancora oggi. L’imbarazzo e la confusione che seguirono sono indescrivibili. Venni


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praticamente ostracizzato finché non accadde un fatto che mi fece guadagnare la stima della comunità. Un giovane e intraprendente commerciante aveva allestito un reparto dei vigili del fuoco. Fu acquistata una nuova auto pompa, furono fornite le uniformi e gli uomini si esercitarono per il servizio e la parata. L’autopompa aveva per l’appunto una pompa che veniva fatta funzionare da sedici uomini ed era splendidamente dipinta di rosso e di nero. Un pomeriggio venne allestita l’inaugurazione ufficiale e la vettura fu trasportata al fiume. Tutta la popolazione vi affluì per assistere al grande spettacolo. Quando si conclusero tutti i discorsi e le cerimonie, fu dato il comando di azionare la pompa, ma dalla bocchetta non uscì nemmeno una goccia. Professori ed esperti tentarono invano di individuare il problema. Lo spettacolo si era ormai risolto in un fiasco quando sopraggiunsi io. Le mie conoscenze riguardo a quel meccanismo erano pari a zero e non sapevo praticamente nulla sulla pressione dell’aria, ma istintivamente tastai il tubo dia spirazione che era in acqua e lo trovai piegato. Quando entrai nel fiume e lo dischiusi l’acqua fuoriuscì all’improvviso e furono rovinati non pochi abiti della domenica. Archimede che correva nudo tra le strade di Siracusa gridando «Eureka» a squarciagola non fece più scalpore di me. Mi portarono in trionfo e fui l’eroe di quella giornata. Appena stabilito in città, frequentai le scuole elementari, propedeutiche al corso del Ginnasio. In questo periodo proseguirono i miei sforzi e le mie imprese giovanili, oltre ai miei problemi. Tra le altre cose ottenni l’esclusivo riconoscimento nazionale di campione della caccia al corvo. La mia tecnica era estremamente semplice. Andavo nel bosco, mi nascondevo tra i cespugli, e imitavo il verso degli uccelli. Di solito ricevevo diverse risposte e dopo poco un corvo volava giù tra gli arbusti vicino a me. Dopodiché non mi rimaneva che lanciare un pezzo di cartone per distrarlo, saltare su e acchiapparlo prima che potesse liberarsi dalla sterpaglia. In questa maniera ne catturavo quanti volevo. Ma una volta accadde una cosa che mi indusse a rispettarli. Avevo preso un bel paio di uccelli e stavo tornando a casa con un amico. Quando lasciammo il bosco, migliaia di corvi si radunarono facendo un frastuono spaventoso. Dopo pochi minuti si alzarono in volo venendo verso di noi e in un attimo ci circondarono. Fu divertente fino a quando, a un certo punto, non ricevetti un colpo sulla nuca che mi fece cadere per terra. Allora mi

attaccarono brutalmente. Dovetti liberare i due uccelli e fui felice di raggiungere il mio amico che si era rifugiato in una grotta. In classe avevamo alcuni modelli meccanici che destavano il mio interesse e che mi fecero rivolgere l’attenzione alle turbine ad acqua. Ne costruivo molte e trovavo una gran soddisfazione nel farle funzionare. Un episodio potrebbe dare l’idea di quanto straordinaria sia stata la mia vita. Per mio zio questi miei passatempi erano inutili e mi ammonì più di una volta. Ero affascinato da una descrizione che avevo letto a proposito delle cascate del Niagara, e mi ero immaginato una grande ruota che veniva fatta girare dalle cascate. Dissi a mio zio che sarei andato in America e avrei messo in opera il mio progetto. A distanza di trent’anni ho visto le mie idee concretizzarsi sul fiume Niagara e sono rimasto meravigliato dall’insondabile mistero della mente. Ho realizzato ogni sorta di marchingegno e di arnese ma le balestre rimangono il mio risultato migliore. Le mie frecce, quando venivano scoccate, sparivano dalla vista e da una distanza ravvicinata attraversavano un’asse di pino spessa due centimetri e mezzo. A tendere ripetutamente gli archi, la pelle sopra l’ombelico diventò molto simile a quella di un coccodrillo e spesso mi chiedo se sia dovuto a questa pratica la mia capacità di digerire anche le pietre! Non posso certo passare in silenzio le mie imprese con la fionda che mi avrebbero consentito di sfoggiare una sorprendente esibizione all’Ippodromo. Adesso racconterò quindi una delle mie prodezze con questo antico strumento di guerra che metterà alla prova la credulità del lettore. Mi stavo allenando mentre passeggiavo con mio zio lungo il fiume. Il sole stava per tramontare, le trote giocavano e di tanto in tanto ne guizzava una in aria, il corpo luccicante si delineava nitidamente sullo sfondo di un masso che spuntava dietro. Naturalmente chiunque avrebbe potuto colpire un pesce sotto condizioni così favorevoli, ma io mi prefissai un obiettivo molto più difficile e preannunciai a mio zio, nei minimi dettagli, cosa intendevo fare. Volevo lanciare un sasso per raggiungere il pesce, pressarne il corpo sul masso e tagliarlo in due. Detto fatto. Mio zio mi guardò e quasi spaventato a morte esclamò: «Va de retro Satana!» e passarono due giorni prima che mi rivolgesse di nuovo la parola. Tralascerò ulteriori resoconti, per quanto grandiosi, grazie ai quali sento che potrei beatamente riposarmi sugli allori per un migliaio di anni.

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SCIENZA E STORIA di Maurizio Ternavasio

GUSTAVO ROL

ESPERIMENTI E TESTIMONIANZE L’uomo che ha alimentato una vera e propria leggenda in virtù di variegate sperimentazioni nel campo del paranormale

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ustavo Adolfo Rol, uno delle figure più enigmatiche del ventesimo secolo, l’uomo che ha alimentato una vera e propria leggenda in virtù di variegate sperimentazioni nel campo del paranormale, nasce a Torino il 20 giugno 1903, giorno consacrato alla Madonna della Consolata, cui rimarrà devoto per tutta la vita. La sua famiglia, decisamente benestante e in buoni rapporti di amicizia con quella degli Agnelli che risiedeva a

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Villar Perosa, nella bassa Val Chisone, era originaria di San Secondo di Pinerolo. Qui i Rol, il cui ceppo originario proveniva probabilmente dalla penisola scandinava, possedevano una dimora patrizia nella quale Gustavo, specie in gioventù, trascorse lunghi periodi, soprattutto d’estate. «’L me maghu», il mio mago: così la madre Martha chiamava affettuosamente il terzogenito, che sin dalla tenera età spesso e volentieri si divertiva a stupire il parentado con magie di ogni tipo, rivelatrici di un rapporto privilegiato con tutto ciò che apparteneva


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al mondo dell’insolito. Soffermiamoci per un attimo sulla famiglia d’origine che, nel ramo paterno, vantava una radicata tradizione nel campo della medicina per la prima volta interrotta dal padre Vittorio, classe 1861. Questi, dopo la laurea in Economia, intraprese una brillante carriera di bancario che lo portò a dirigere la sede torinese della Banca Commerciale Italiana. Sua moglie, nata a Parma nel 1878 e sposata nel 1896, era la figlia del presidente del tribunale di Saluzzo. La coppia, che avrebbe avuto quattro figli (Carlo nel 1897, Giustina detta Tina nel 1900, Gustavo tre anni più tardi e infine Maria Cornelia nel 1914), viveva in un ampio appartamento di corso Duca di Genova (l’attuale corso Stati Uniti), poi si era trasferita nei quasi quattrocento metri quadri dell’alloggio di via XX

Settembre 12, un elegante stabile dei primi del secolo tra corso Matteotti e via Gramsci. La floridezza economica dei Rol, oltre a garantire un elevato tenore di vita, aveva fatto sì che papà Vittorio, fine intenditore e collezionista di oggetti d’antiquariato e di quadri, inculcasse al figlio la stessa passione e un analogo raffinato gusto per il bello in genere. Tanto che, dagli anni ’30 in avanti, il giovane Rol farà del commercio di mobili antichi e della pittura la propria professione. Sin dall’adolescenza Gustavo si dimostra piuttosto curioso e vivace intellettualmente. Oltre a frequentare con risultati non sempre soddisfacenti le scuole dell’obbligo (tanto da subire l’onta della rimandatura in terza ginnasio, nel periodo in cui si era temporaneamente trasferito a San Secondo), si dedica a ogni tipo di lettura, alla pittura, alla poesia, alla scrittura di racconti e alla musica, in particolare al suono del violino e del pianoforte. Dopo aver frequentato per un paio di anni il liceo D’Azeglio, nel ’22 consegue a pieni voti la maturità classica presso l’Istituto Sociale, che allora aveva la propria sede in via Arcivescovado; quindi, prima di avvicinarsi al mondo dell’università, si interessa per qualche tempo anche di giornalismo. Nel ’23 assolve agli obblighi militari come allievo ufficiale nel corpo degli alpini, nell’estate del ’25 si laurea in Giurisprudenza, quindi si concede un meritato periodo di riposo dedicato quasi esclusivamente alla cura dei rapporti con giovani e avvenenti fanciulle, che cerca di procrastinare il più possibile. Tocca al padre riportarlo con i piedi per terra: visto che il primogenito Carlo lavorava già da qualche tempo con successo in Argentina, dove aveva impiantato un’azienda di apparecchiature elettriche dopo aver conseguito la laurea in Ingegneria, Vittorio non si capacitava del fatto che Gustavo potesse invece sprecare così le sue giornate. Per questo tenta inutilmente di convincerlo a farsi assumere presso la sede torinese della banca da lui diretta. Gustavo, probabilmente per prendere tempo, rifiuta l’offerta, dichiarando che non avrebbe mai accettato un ruolo impiegatizio, che pure gli andava stretto, nella sua città. «Sono entrato in banca come preso in una trappola, e quando ho cercato di svincolarmene era già troppo tardi», scriverà qualche anno più tardi. «Se devo fare questa carriera, voglio che si svolga su di un terreno più agevole. L’estero rappresenta per me tutti i requisiti che mi sono necessari per lo stage».

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Purtroppo per lui, quando il padre gli propone un analogo incarico presso la filiale di Marsiglia, non ha più scuse. Così, obtorto collo, Gustavo inizia un lungo (e infelice) peregrinare attraverso varie sedi estere della Commerciale. Dopo Marsiglia, dove nel tempo libero insegna italiano agli studenti della locale università, si trasferisce a Parigi: nella capitale francese si laureerà in Biologia Medica. Quindi lavora per alcuni anni a Londra, dove consegue altresì la laurea in Scienze Commerciali, prima di trascorrere ancora qualche tempo a Edimburgo. Per brevi periodi verrà trasferito pure a Genova e a Sestriere. È, quello che va dall’inizio del ’26 all’estate del ’34, un periodo difficile per il giovane Rol, che pure impara alla perfezione il francese e l’inglese. Il lavoro in banca, routinario e per nulla creativo, proprio non gli piace. La solitudine gli pesa, così come la lontananza da

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casa. E poi, dovendosi mantenere con i propri mezzi, non gli è più concesso il ricco guardaroba al quale era abituato e neppure di abitare in case dignitose, trovandosi anzi spesso alle prese con modeste pensioncine o, peggio, in camere in subaffitto. Di amici neanche l’ombra, tanta la malinconia, invincibile la nostalgia, irriducibile il desiderio di un futuro diverso. «La mia vita non è in questo secolo rumoroso e materiale: io vivo letteralmente un secolo addietro, ma di quell’epoca non posso trarne benefizi», scriveva al padre dalla capitale francese. E ancora, rivelando probabili letture salgariane: «Il giorno che questa mia barca approderà al suo porto, allora me ne riderò degli uomini e delle esigenze della vita materiale. Inalbererò alto il vessillo della mia libertà che dovrà essere una cosa terribilmente bella e spaventosamente tremenda, come il fragore di cento mari che s’urtino contro mille scogliere». Il suo malcontento era un dato di fatto, così come l’avversione per un impegno rigido come quello dell’impiegato. Tanto che subito dopo la morte del padre, avvenuta improvvisamente nel giugno del ’34, Gustavo dà le dimissioni e torna a stabilirsi a Torino, dove si era sposato nel dicembre di quattro anni prima con una giovane norvegese conosciuta a Parigi. Probabilmente l’unica nota positiva dell’esperienza all’estero è riconducibile proprio all’incontro con Elna Resch-Knudsen, avvenuto in maniera del tutto casuale in un bistrot parigino. L’affascinante e filiforme ragazza, imparentata da parte di padre con il re di Norvegia e da parte di madre con diversi casati nobiliari europei, studiava in Francia e intanto sfilava come mannequin. La sua bellezza eterea e poco appariscente ave va stregato Gustavo, che ne aveva sin da subito apprezzato lo sguardo fiero, le mani affusolate, il portamento elegante e raffinato, il modo di essere un po’ altero, il carattere forte, l’intelligenza vivace. I due si fidanzano qualche mese dopo, poi decidono di sposarsi nella chiesa di San Carlo dell’omonima piazza torinese. Un matrimonio lungo, duraturo, quasi inossidabile, anche se in realtà non troppo felice. Elna, che in Italia non si è mai completamente ambientata anche se ci ha vissuto per quasi 60 anni, si rivelerà presto una donna fredda ed eccessivamente distaccata, con il marito così come con la cerchia delle persone che lui frequentava. Per di più il fatto di non avere avuto figli, il grande cruccio dei coniugi Rol, ne aveva in


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parte mutato un carattere già di per sé poco propenso all’allegria e alla spensieratezza, ma piuttosto all’isolamento e alla routine, che proprio non rientravano nel modo di vivere di Gustavo, per natura vorace di nuove conoscenze, ondivago nelle amicizie e nei rapporti, frizzante, irrequieto, gigione. Un fatto curioso: Elna non ha quasi mai partecipato agli esperimenti del marito, anzi si lamentava del fatto che la sua casa fosse un continuo bailamme, con tutta quella gente che andava e veniva, e che il telefono squillasse a ogni ora del giorno e della notte. Facciamo un passo indietro. Appena rientrato nella città natale, dopo essersi definitivamente licenziato dalla banca, Rol si dà da fare per trovare una nuova occupazione: anche se dal punto di vista economico forse ne avrebbe potuto fare a meno, sembrava alquanto disdicevole che un uomo sposato non avesse un lavoro che lo tenesse stabilmente impegnato. Gustavo si sforza così di approfondire le proprie conoscenze sull’antiquariato e sulla pittura, poi decide di aprire un piccolo negozio di antichità in via Accademia Albertina, a poche centinaia di metri da via Silvio Pellico 31 e dal parco del Valentino, dove si era stabilito con Elna subito dopo il ritorno nel capoluogo subalpino. Alla fine dell’estate del 1939 Rol riceve la cartolina che lo richiama alle armi nel terzo reggimento Alpini di stanza a Torino, due anni più tardi è impegnato al fronte con la quarta armata. Il congedo provvisorio accordatogli dopo l’8 settembre ’43 lo induce a rifugiarsi per qualche tempo a San Secondo, dove si sforzerà di fornire un tangibile sostegno morale e materiale ai partigiani arrestati dal locale comando nazifascista, che aveva eletto la villa di famiglia come propria base militare. Per far ciò, cercava di far leva sui propri strani poteri, che lui amava definire semplicemente «possibilità». Come accadde nei primi mesi del ’44 quando, trattando con le autorità tedesche, stabilì un patto con un comandante nazista: se fosse stato in grado di «vedere» che cosa contenessero i cassetti della sua casa di Amburgo, costui avrebbe concesso la libertà a un gruppo di ostaggi in attesa della fucilazione. E così fu: quest’ultimo, spaventato e sconvolto, non poté far altro che rispettare l’impegno assunto. Dopo la guerra il commercio di cose antiche, ormai decisamente ben avviato, necessitava di maggiori spazi. Rol allora trasferisce la bottega all’angolo di via Maria Vittoria con via Lagrange, dove si avvale della collaborazione di un

factotum di fiducia e del futuro gallerista Giorgio Caretto, che di lui dice: «Rol era un profondo intenditore sia di antiquariato sia di pittura: in lui il gusto era qualcosa di innato, quasi una componente del DNA». A metà degli anni ’50 Gustavo lascia il negozio per intraprendere a tempo pieno l’attività di pittore. In una delle numerose stanze dell’arioso appartamento al quarto piano di via Pellico si dedicherà, da lì in avanti, ai paesaggi della campagna della sua terra e alle nature morte, prediligendo in particolare le composizioni floreali (rose e begonie, soprattutto) rappresentate con uno stile e con dei colori particolari, quasi minimalisti. La fretta, nell’arte come nella vita di tutti i giorni, non faceva per lui. Un quadro poteva giacere sul cavalletto anche per diversi mesi, e nel frattempo essere soggetto soltanto ai piccoli ritocchi che la sua sensibilità gli suggeriva. Tanto che la produzione pittorica di Rol, apprezzata dal pubblico e dagli esperti in quanto tale e non soltanto per via del nome dell’autore, è tutto sommato piuttosto modesta numericamente. Anche se qualche volta poteva

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arricchirsi di particolari (un omino, un albero, un carretto) che prendevano forma per germinazione spontanea, senza che l’autore ne fosse fisicamente responsabile… Sempre a partire dalla metà degli anni ’50, il suo nome si fa conoscere anche al di fuori dell’ambito torinese grazie a una serie di articoli e di pubblicazioni, prime tra tutte quelle di Pitigrilli (Gusto per il mistero) e di Buzzati (I misteri d’Italia), che lo riguardano. I fenomeni cui dava vita cominciano a essere oggetto di studio da parte dei più autorevoli studiosi di tutto il mondo, e al contempo gli giungono remunerativi inviti per partecipare a una serie di conferenze negli Stati Uniti e in Giappone che lui rifiuta. Intanto via Silvio Pellico diventa il punto di ritrovo di molti personaggi famosi che desiderano assistere ai suoi esperimenti, ma anche la meta agognata dai meno fortunati che gli chiedono un parere, un consiglio, un prodigio, una mano. Rosa Dagostino, la custode, racconta: «In linea di principio il dottor Rol non riceveva mai coloro che lo avvicinavano soltanto per un sostegno materiale. Lo sapeva a priori, gli bastava il suono del campanello. Quando invece era convinto del contrario, mi diceva: “Va bene, Rosa, lo faccia salire”. Tra l’altro, allorché squillava il telefono, conosceva preventivamente l’identità di chi lo stava cercando e, se del caso, si negava a coloro ai quali non voleva parlare». Ciò nonostante la lunga esistenza di Rol è sempre stata all’insegna del conforto morale e dell’aiuto tangibile a favore di chi ne aveva bisogno, anche se non ne ha mai dato pubblicità. Spesso si recava personalmente al Cottolengo, oppure cercava di allietare le giornate dei tanti malati che ne richiedevano la presenza negli ospedali e nelle cliniche. In più di un’occasione, quando non lo faceva direttamente, chiedeva al factotum Arturo Bergandi di recapitare qualche soldo a chi era in difficoltà. La sera, in media un paio di volte la settimana, la dedicava agli esperimenti, che avevano luogo sia in via Silvio Pellico, sia nelle abitazioni degli amici più cari, a dimostrazione del fatto che Rol non ha mai avuto bisogno di «giocare in casa» per realizzare gli incredibili fenomeni che lo hanno reso celebre. Ciò sino a quando la salute, piegata dal peso degli anni, un fardello insostenibile anche per uno come lui, se ne stava a poco a poco andando. Nel 1990, per una complicazione polmonare susseguente a un’influenza, muore la moglie. Rol accusa pesantemente il colpo nel fisico e

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nella mente. Dopo aver vissuto insieme a Elna per oltre mezzo secolo, si era improvvisamente ritrovato solo nel momento in cui gli acciacchi cominciavano a farsi sentire con maggior insistenza. Nell’inverno del ’93, a novant’anni compiuti da poco, si ammala di una bronchite asmatica che gli impedisce di uscire e di dipingere. Accudito amorevolmente da Catterina Ferrari, una farmacista di Carmagnola che aveva conosciuto qualche tempo prima, Rol fa vita ritirata. Nell’agosto del ’94 le sue condizioni peggiorano a causa di una broncopolmonite accompagnata da un forte attacco di asma cardiaca. Il 22 settembre, dopo essere stato ricoverato e dimesso un paio di volte dall’ospedale Molinette, lascia la vita terrena. Analogamente alla moglie, anche le sue ultime volontà prevedono il ricorso alla pratica della cremazione. Le ceneri di Gustavo Adolfo Rol riposano ora nella sobria cappella di famiglia di San Secondo di Pinerolo, meta dei pellegrinaggi delle tante persone che continuano a rendergli omaggio.

Un signore d’altri tempi Ma chi era in realtà questo straordinario individuo capace di scrivere, leggere e dipingere a distanza, di far comparire all’improvviso oggetti inaspettati, di effettuare diagnosi, di compiere guarigioni, di procedere a smaterializzazioni e a letture del pensiero? Chi per la prima volta entrava in contatto con lui, chi aveva la possibilità di stargli accanto e di approfondire la sua conoscenza, non poteva che rimanere stupito. Ci si sarebbe potuti aspettare un individuo particolare, un asceta, una sorta di santone, un guru. Invece Rol era un uomo come tutti gli altri, con molti pregi e qualche difetto che lo rendeva ancor più simile a chi gli stava vicino. Il professor Giovanni Sesia, urologo di chiara fama, amico nonché suo medico di fiducia, spiega: «Gustavo aveva tantissime qualità e qualche punto debole. Ad esempio, era piuttosto permaloso: guai a prenderlo in giro. Inoltre si offendeva se le sue invitate, anziché starlo ad ascoltare, si mettevano a discorrere di argomenti leggeri quali la moda o le diete». Inoltre aveva il terrore delle malattie. Anche il più piccolo disturbo diventava per lui motivo di grande preoccupazione. «a ogni ora del giorno e della notte mi telefonava per dirmi che aveva un po’ di temperatura e che non se ne spiegava il motivo. La voce era sempre quella di chi da un momento


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Didia generica all’altro si sarebbe aspettato il peggio.» «L’ho visitato in diverse occasioni alla fine degli anni ’80, quando era afflitto da un eczema agli arti inferiori», racconta il dermatologo Massimo Goitre. «Mi sedevo al suo capezzale, Rol stava nel letto seppur non fosse strettamente necessario, si mostrava angosciato anche se si trattava di una cosa da nulla, un problema per il quale normalmente il medico interviene una dvolta soltanto. “Mi dovranno amputare la gamba”, mi diceva con un filo di voce durante le rituali infiltrazioni.» Goitre ne ha un ricordo indelebile: «In quelle situazioni pareva impersonare Napoleone in carne e ossa, tale era il carisma e l’autorevolezza che emanava, mentre il sottoscritto faceva la figura di generale al suo capezzale. Indossava la camicia da notte anziché il pigiama, e nel letto si era fatto sistemare degli speciali archetti di legno affinché le lenzuola non venissero a contatto con la pelle. Anche se si dimostrava sempre gentile e affabile, incuteva molta soggezione, al pari della casa in cui si percepiva aleggiasse il mistero. Gli occhi poi, penetranti e gelidi, facevano quasi paura». Come se non bastasse, «ogni tanto mi fissava, poi mi diceva se godevo o no di buona salute. Un rito che contribuiva ogni volta a rendermi particolarmente teso e agitato». Rol da sempre terrorizzato dalle malattie, Rol uomo dal fine umorismo. Luigi Giordano, amico e medico

curante: «Ero in camera operatoria, alle prese con un’urgenza, quando entrò un’infermiera per comunicarmi un messaggio di Gustavo: “Sto malissimo, ho urgente bisogno che tu venga da me, altrimenti corriamo il rischio di non vederci mai più”. Rimasi profondamente interdetto, ma non potevo lasciare l’intervento a metà. Nel pomeriggio, appena mi fu possibile, lo raggiunsi a casa. Suonai il campanello, fu lui ad aprirmi la porta. Stava benissimo. “Ho dovuto fare tutto da solo”, mi disse scherzando. In realtà Rol mi ha sempre detto di non essere assolutamente in grado di realizzare diagnosi e guarigioni su se stesso. Non gli era infatti possibile scorgere la propria aura, quell’insieme di colori posti attorno al capo di un individuo che gli consentivano di intuirne lo stato di salute generale». Il grande, unico cruccio di Rol è stato quello di non aver avuto figli. Forse anche per questa ragione egli ha sempre cercato di circondarsi di individui che, se inizialmente lo avvicinavano soprattutto per assistere da vicino agli incredibili fenomeni cui dava vita, rimanevano poi affascinati dall’uomo, dalla sua personalità, dalla cultura, dal carattere risoluto, ma anche dall’affetto e dalla disinteressata amicizia che sapeva offrire a chi entrava in sintonia con lui. Oltre a essere credente, Rol, come qualche tempo fa dichiarò lo scrittore cattolico Vittorio Messori, «praticava con coerenza un suo straordinario apostolato» nei

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confronti di chi ne aveva bisogno. Ma non era quel che si dice un cattolico integralista o bigotto. Talvolta poteva accadere che, per qualche motivo particolare, non trovasse il tempo per partecipare alla messa domenicale: eppure non se ne faceva un cruccio eccessivo, il suo rapporto con il Supremo era consolidato e più forte di tutto il resto. Anche se in realtà la sua parrocchia era quella dei Santi Pietro e Paolo, nel cuore del quartiere di San Salvario, assisteva quasi sempre alle funzioni che si tenevano nella chiesa della Consolata, nell’omonima piazza. Don Piero Gallo, che dal 1992 guida la chiesa di largo Saluzzo: «Il solo contatto che ho avuto con Rol è stato quando gli ho impartito gli ultimi sacramenti in ospedale. Fui chiamato dalla dottoressa Ferrari, la quale riteneva fossi l’unico degno di farlo, nel senso che probabilmente sarei stato gradito al sensitivo. Era già in coma, ma quando ha sentito dalle mie parole un riferimento alla Madonna, ha aperto per un attimo gli occhi». Tutti i precedenti tentativi da parte del religioso per stabilire un contatto erano risultati vani. «Al mio arrivo nel quartiere, dopo aver letto delle cose di cui era capace, gli avevo scritto una lettera per cercare di avvicinarlo. Purtroppo non fu possibile: forse Catterina Ferrari non voleva stancarlo troppo, visto che all’epoca era già vecchio e malato.» Ciò non toglie che Don Gallo, pur da lontano, si sia fatto un’idea abbastanza precisa sui

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suoi poteri: «Ritengo che possedesse senz’altro dei doni particolari e che ne facesse un uso assolutamente disinteressato, come in tanti mi hanno riferito. Inoltre so per certo che aiutava il prossimo in maniera diretta e indiretta. La Chiesa ammette che esistano individui che sappiano utilizzare in modo diverso dagli altri le possibilità spirituali e sensoriali di cui sono dotati». Rol, fondamentalmente un uomo solitario, non si sforzava di dimostrarsi simpatico a tutti i costi. Anzi, da buon piemontese, all’inizio stava piuttosto sulle sue. Non dava volentieri e facilmente del tu, piuttosto cercava di mantenere le distanze non per posa o per un atteggiamento di superiorità, quanto per indole caratteriale. E poi, almeno le prime volte, era il tipo che incuteva una certa soggezione. Non era l’amicone che batteva le pacche sulla spalla, e neppure gli era congeniale l’eccessiva confidenza. Come ha ben sintetizzato il giornalista e scrittore Guido Ceronetti, «non amava mai mettere completamente a nudo la propria personalità. Era un uomo alquanto impenetrabile che modulava gli atteggiamenti in funzione delle persone che aveva davanti a sé». Tra tutti gli individui che ha frequentato con maggior regolarità, crediamo di non sbagliare nell’asserire che Rol fosse legato, a diverso titolo, a tre persone in particolare: Maria Luisa Giordano, pranoterapeuta e già da parte di


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padre in buoni rapporti con la sua famiglia; Aldo Provera, amico di lunga data, nonché esecutore testamentario; Catterina Ferrari, la farmacista di Carmagnola che lo ha amorevolmente assistito negli ultimi anni. Con costoro Gustavo ha diviso confidenze, pomeriggi interi, gioie, momenti difficili e periodi di vacanza, pur mantenendo sempre una buona liaison con i medici, gli artisti, i cattedratici e gli industriali che si sentivano lusingati per il fatto di stare in sua compagnia, e non solo per la possibilità di assisterne agli esperimenti. Rol amava la musica (Beethoven e Mozart, su tutti), la poesia di Baudelaire, Goethe, Proust e Hölderlin, non beveva e non fumava. Verso i sessantacinque anni aveva rinunciato a rinnovare la patente e venduto l’automobile. «Quando andavo a prenderlo per portarlo da qualche parte», racconta la sensitiva Giuditta Miscioscia, «Gustavo mi obbligava a far le prove generali di funzionamento: prima di inserire la marcia dovevo azionare le frecce, schiacciare il freno e accendere le luci, lui intanto faceva il giro dell’auto per controllare che tutto fosse perfettamente a posto, altrimenti non si partiva. Quando entravamo in una galleria a doppio senso di marcia, mi invitava a suonare il clacson. “Non si sa mai”, mi diceva, “magari non ci vedono”». È fuori di dubbio che Rol apprezzasse e amasse le donne in genere, che trattava sempre con un pizzico di galanteria. Molti lo hanno definito uno sciupafemmine. In realtà il sensitivo, a parte un’intensa ma discreta storia d’amore vissuta negli ultimi anni della sua vita, è sempre rimasto legato a Elna. Ciò non toglie che fosse particolarmente cordiale e gentile con l’altro sesso: la prestanza, il portamento, le mani affusolate, il tono di voce, gli occhi azzurri e lo sguardo penetrante facevano di lui quello che si dice un bell’uomo, capace di affascinare le signore di ogni età. «Ci siamo conosciuti all’inizio degli anni ’70», racconta Elena Ballarati, che ha frequentato a lungo la sua casa: «Non si può certo affermare che Rol fosse indifferente all’altro sesso. Però non trascendeva e non si lasciava mai andare, anzi si dimostrava sempre garbato, un vero galantuomo. Per di più era un fine osservatore: un giorno al telefono si è divertito a ricordare nei minimi particolari il mio abbigliamento in occasione del primo incontro, avvenuto a casa dei coniugi Storero più di dieci anni prima». Ogni tanto, per fortuna, anche Rol

sbagliava: fatto, questo, che lo rende personaggio ancora più vero. «Una volta, sempre al telefono, mi ha detto: “Adesso ti descrivo per filo e per segno gli abiti che indossi”. Invece ero in vestaglia». Continua Elena. Gustavo non perdeva occasione per manifestare un’indiscutibile stima nei confronti della donna in sé. «Non era solo un sistema per accattivarsi le simpatie. I discorsi ne lasciavano intuire un incondizionato apprezzamento: “Il fatto è che voi siete molto più in gamba di noi”, ripeteva spesso». Gustavo era altresì un uomo delicato e sensibile: «Alla morte di mia madre, avvenuta nel ’86, mi ha intrattenuta al telefono sino alle quattro di mattina per consolarmi, quasi fosse un padre». La signora Ballarati nutre comunque un rimpianto: «Allora, anche se avevo già due figlie, non ero abbastanza matura per capire fino in fondo l’individuo e i suoi messaggi. Ora lo apprezzerei infinitamente di più, anche perché mi ha dato tanto e insegnato molte cose. Spesso all’epoca ero a pezzi, specie quando le lezioni iniziavano di prima mattina: con lui si faceva sempre tardi, e le emozioni provate non mi lasciavano mai dormire tranquilla». Gustavo Rol era un uomo raffinato e galante, come spiega Giovanna Demeglio, titolare di un negozio di cose antiche in cui il sensitivo capitava spesso e volentieri: «Ogni tanto, prima di pranzo, mi invitava all’hotel Principi di Piemonte per l’aperitivo. Aveva un certo savoir-faire, uno stile quasi dannunziano, ti faceva sentire importante: in costanza di un semplice rapporto di amicizia sapeva lusingarti e corteggiarti nel modo più piacevole e simpatico». Rol ci teneva ad essere sempre elegante, inappuntabile, curato in ogni più piccolo particolare, dal dopobarba alla cravatta, dalla pochette alle scarpe. «La verità è che le signore gli correvano dietro», racconta R.S., negoziante che lo ha frequentato per lungo tempo. «Rol era un bell’uomo, un tipo distinto che ci sapeva fare. Si comportava esattamente come chiunque piaccia così tanto alle donne: quando non era alle prese con gli esperimenti, era un individuo in tutto e per tutto uguale agli altri.» In ogni caso non sconfinava mai nell’eccesso di familiarità, anche se spesso si dilettava a raccontare barzellette alquanto licenziose e a preparare simpatici scherzi alle signore. Se non, addirittura, a fare anche qualche simpatico dispetto. Talvolta, nel rispondere al telefono, camuffava abilmente la voce per

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spacciarsi, di volta in volta, nella cameriera o nel maggiordomo che pure non aveva. «Ogni tanto poteva capitare che mi facesse telefonare da qualche personaggio famoso che in quel momento si trovava a casa sua», racconta Elena Ballarati. «Come nel caso di Valentina Cortese, che una sera mi disse: “Lei dovrebbe riconoscermi, visto che abbiamo un amico in comune”». È innegabile che Gustavo, un vero e proprio gentiluomo di altri tempi, fosse dotato di profonde conoscenze che spaziavano in ogni campo del sapere. «Qualche volta, prima di dar il via agli esperimenti, si metteva al piano a suonare, oppure recitava a memoria intere strofe di Baudelaire», spiega il professor Giovanni Sesia. «Gli piaceva gigioneggiare e vendere bene la sua merce, ma l’individuo era di grande spessore, e la sua cultura immensa.» «Si faceva benvolere da tutti, era empatico, accattivante, aveva un bel modo di presentarsi e di interloquire », ricorda Cesare Alvazzi Del Frate, che ha goduto della sua compagnia dagli anni ’50 in avanti insieme alla moglie Magda Casalis, scomparsa nel ’99. «Era un tipo fiero di sé cui piaceva pavoneggiarsi di fronte agli altri, che pure mostravano di apprezzare il suo contegno. E poi amava le donne, si vedeva e lo diceva espressamente: “Il sesso è una cosa importante, tutto il mondo gli gira intorno”». Per quanto riguarda in particolare la sessualità, da intendersi quale espressione del sentimento e non come aspetto fine a se stesso, Rol era consapevole che molti comportamenti umani ne fossero la diretta conseguenza, e per questo ammoniva chi gli stava vicino sull’importanza dei rapporti franchi, sinceri, non condizionabili dalle pulsioni di tal genere. All’opposto, riteneva dovesse esistere una sorta di pudore attorno all’amicizia. «L’eccesso di franchezza può talvolta portare all’intransigenza e alla mancanza di pietà.» Il sensitivo inoltre riconnetteva un valore fondamentale all’amor proprio, condizione indispensabile per porsi in maniera adeguata nei confronti del prossimo. È, quello dell’aiuto altrui, un tema ricorrente nell’esistenza di Rol. «Darsi senza aspettare niente in cambio» era una delle sue massime preferite, che cercava di mettere in pratica tutte le volte che gli era possibile. Per tale ragione faceva visita ai sofferenti negli ospedali, portava una parola di conforto a chi ne aveva bisogno, offriva un sostegno

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materiale alle istituzioni di carità o, ancora, si fermava per strada quando incontrava qualcuno in difficoltà. Egli riteneva che l’indifferenza fosse un gran male, così come l’incapacità di voler bene agli altri. Non c’era discorso che lo cogliesse impreparato o argomento che non lo interessasse. La sua curiosità e l’innegabile intelligenza lo portavano a padroneggiare la storia, la filosofia, l’arte, la musica, la medicina e la politica. Inoltre era un fine conversatore, un saggio e inguaribile ottimista. Uomo di idee liberali, verso la fine della lunga avventura terrena si è sforzato a più riprese di dispensare pubblicamente il proprio pensiero circa le problematiche inerenti alla geopolitica attraverso il quotidiano della città, che ne ospitava volentieri gli interventi, e nel corso di un’intervista telefonica andata in diretta durante una puntata di «Domenica In». In entrambe le occasioni, precedenti alla caduta del muro di Berlino, aveva manifestato una profonda preoccupazione nei confronti della pace che vedeva minacciata da più parti, e per questo aveva rivolto un accorato invito ai giovani di tutto il mondo. «Fate cortei, chiedete a gran voce ai due superuomini di stato che con la loro autorità propongano di realizzare gli stati uniti del mondo, una garanzia per tutti i popoli della terra: è questo il massimo strumento di difesa che gli individui possono offrirsi reciprocamente.» Non è facile tratteggiare in poche righe il suo retroterra di pensiero, piuttosto composito e alquanto complesso. Rol era un individuo di notevole profondità d’animo, particolarmente sensibile a tematiche quali l’amore, l’aldilà, la fede, il rapporto con Dio, che pure si sentiva estraneo al mondo dei medium e degli spiritisti. A chi gli chiedeva ragione delle facoltà di cui disponeva, era solito rispondere con una metafora che a suo giudizio sintetizzava al meglio ciò che pensava riguardo sé stesso. «Io sono come una grondaia. Non è la grondaia che va analizzata, ma l’acqua che cade dal tetto.» Tanto che in una lettera pubblicata nel ’78 sulla «Stampa» aveva scritto: «Ho sempre protestato di non essere un sensitivo, un veggente, un taumaturgo o altro. È tutto un mondo, quello della parapsicologia, al quale non appartengo». Forte e radicata era la sua appartenenza alla religione cristiana. Sebbene consapevole dell’impossibilità di un credo unitario tra le varie fedi, auspicava che il senso religioso


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dell’uomo potesse contribuire a un dialogo costruttivo tra le confessioni, spesso portatrici di odi profondi tra diverse etnie e civiltà. Egli sosteneva che «l’uomo deve convincersi che il meraviglioso esiste e si identifica con Dio», per contro si dichiarava estraneo al mero rapporto materiale con le cose in genere, che in lui soccombeva di fronte all’elevazione dello spirito, alla bellezza e all’arte in genere. A tal proposito, era assertore da un lato della fugacità dei beni terreni («le cose preziose, ma anche gli oggetti, i dipinti e i mobili, finiranno in polvere, così come le opere d’arte possono irrimediabilmente rovinarsi»), dall’altro dell’immortalità dell’amore tra gli uomini: «Solo l’amore in tutte le sue manifestazioni è eterno, come eterno sarà il bene compiuto per aiutare una creatura». Seppur mai apertamente schieratosi a favore della reincarnazione, Rol era convinto che la morte non fosse un atto finale, bensì l’inizio di una nuova avventura. «Non è possibile che tanti meravigliosi e sublimi sentimenti vadano a finire nel nulla dopo che sono riusciti a sopravvivere agli egoismi, agli errori, ai dubbi, ai timori e a tutte le debolezze di cui la vita è colma.» Insomma, al centro del suo sistema di pensiero vi era, accanto all’uomo, quel Dio inconsumabile ed eterno che gli offriva ogni giorno prova della sua esistenza. Eppure il tema della morte era assolutamente centrale nella particolare filosofia che lo guidava, così come aveva a suo tempo spiegato a Maria Luisa Giordano: «Se una persona cara muore, dobbiamo cercare di non soffrire troppo, nei limiti del possibile, e pensare che la sua stagione era giunta al termine. Anche se è difficile rassegnarsi alla prospettiva di tale passaggio, una dimensione di oscurità che necessariamente intristisce mettendoci paura». «Il segreto della giovinezza è in noi stessi. Se sapremo essere ottimisti, altruisti, con una disposizione aperta e giovane verso la vita, se continueremo ad amare la poesia della vita, ad avere fede nell’oltre-vita, attingeremo sempre alla sorgente dell’eterna giovinezza che è in noi»: tale concetto, ancora una volta indirizzato all’attenzione della signora Giordano, esprime nella maniera più corretta l’atteggiamento che Rol aveva nei confronti dell’avventura umana, che a novant’anni compiuti lo entusiasmava ancora come un ragazzino, tanto da contagiare chi gli stava vicino. Anche perché «gli anni passano in fretta, il

dono della vita è grande, nonostante la fatica e il dolore che la segnano. Si tratta di un dono troppo bello e prezioso perché ce ne possiamo stancare». In ogni caso chi ha avuto la fortuna di frequentare e di conoscere a fondo il sensitivo torinese, non poteva non rimanerne affascinato. Se non, addirittura, condizionato positivamente. «Mi ha aiutato a capire molte cose della vita», dice l’antiquaria Giovanna Demeglio. «Non mi ha mai dato speranze vane, ma soltanto stimoli importanti.» Una volta gli chiesi aiuto. «Gustavo, dimmi: a chi e a che cosa devo credere? In questo momento la quotidianità mi risulta piuttosto faticosa ». Con grande saggezza, quasi fosse un padre, mi ha invitato a cercare dentro di me. «Lì c’è tutto quello che ti serve, devi soltanto sforzarti di avere più fiducia in te stessa.» Così è stato, tutto si è risolto bene e in fretta, non ho più avuto crisi di quel genere. Rol, come riferisce Giovanna, era un uomo pratico che sapeva andare alla radice dei problemi. «“Non cercare la riconoscenza”, mi ripeteva spesso. “Meglio operare per il bene altrui senza farsene accorgere. Non si può cambiare il destino degli altri, al massimo è possibile aprire la mente a chi ti sta vicino. Ricordati, siamo nelle mani di un’entità superiore”. E ancora: “Il mondo ha bisogno di bugie, di illusioni, e noi non possiamo farci nulla”. Se mi sento in dovere di parlare di lui, è perché mi ha insegnato a vivere: a distanza di anni mi ritengo molto fortunata per aver avuto la possibilità di trascorrere tanto tempo accanto a un individuo come Gustavo». Come vedremo più avanti, Giovanna non è la sola a pensarla così. In tutti coloro che lo hanno conosciuto, Rol ha lasciato tracce indelebili.

Gustavo Adolfo Rol è una delle figure più enigmatiche del XX secolo e ha alimentato una vera e propria leggenda in virtù di sorprendenti sperimentazioni nel campo del paranormale. La loro scaturigine, secondo Rol, risiedeva in un’entità superiore all’uomo, capace di condurlo, attraverso la materia, verso dimensioni sconosciute, o meglio non sfruttate. Maurizio Ternavasio ha raccolto in questo volume il resoconto dei molteplici esperimenti condotti dal grande sensitivo torinese (scrittura, pittura e lettura a distanza, smaterializzazioni, diagnosi e guarigioni…) e i ricordi degli amici più cari, di chi si è nutrito dei suoi insegnamenti, di chi lo ha frequentato anche solo saltuariamente. In tutte le testimonianze risalta la figura di un uomo intelligente, colto, raffinato, dallo sguardo magnetico e come compreso del destino a cui lo «condannavano» le sue straordinarie facoltà mentali. Maurizio Ternavasio nato a Torino nel 1961, è giornalista pubblicista, e lavora al quotidiano «La Stampa». Per le Edizioni L’Età dell’Acquario ha pubblicato nel 2002 Gustavo Rol: la vita, l’uomo, il mistero.

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EVENTI a cura della redazione

SUL LAGO MAGGIORE IL PRIMO CONVEGNO ITALIANO DI MEDICINA IL DEGARDIANA I massimi esperti nazionali delle discipline scientifiche e umanistiche che fanno riferimento alla figura e al multiforme sapere di Ildegarda di Bingen si riuniranno a Stresa intorno all'iniziativa di Thesaura Naturae.

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arà un appuntamento imprescindibile per chi già conosce e segue Ildegarda di Bingen, ma si tratta senza dubbio di un'ottima occasione per avvicinarsi, magari per la prima volta, a questo personaggio dalla storia incredibile e che ha lasciato un patrimonio di sapere e conoscenza davvero ineguagliato per il suo tempo. Medicina, alimentazione, benessere, psiche, arte, musica, fisica, fitoterapia... Sono molteplici gli ambiti che verranno analizzati durante le due giornate di questo prestigioso

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convegno, che porterà sul Lago Maggiore i principali conoscitori del mondo, ancora poco esplorato in Italia, di Santa Ildegarda. Un percorso tra scienza, coscienza e spiritualità, che guida verso una nuova medicina. “L’intero progetto - conferma la dott.ssa Sabrina Melino, ideatrice del progetto e organizzatrice del convegno - nasce da un percorso di crescita personale e di ricerca interiore prima ancora di essere il cuore di un progetto imprenditoriale. A un certo punto della mia carriera professionale nelle grandi multinazionali farmaceutiche, ho sentito il bisogno di realizzare un progetto tutto mio dove il principio ispiratore fosse il


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ritorno e la valorizzazione delle nostre tradizioni, degli antichi saperi e della grande cultura della nostra Europa, consapevole che non si può vivere profondamente il presente e proiettarsi nel futuro se si dimenticano le nostre origini. Ho conosciuto Ildegarda - sottolinea Sabrina Melino - sotto l’aspetto più vicino alla mia formazione ovvero ne ho approfondito il pensiero di erborista guaritrice e, creando la linea di prodotti Thesaura Naturae, intendo in realtà lanciare un messaggio che va al di là della semplice cura di un sintomo. Ogni rimedio di Ildegarda è diretto a curare non solo un disturbo fisico ma anche un disagio interiore di cui sovente il disturbo è solo la parte più evidente.” Saranno dunque questi i temi protagonisti del primo convegno nazionale che si terrà a Stresa i prossimi 16 e 17 settembre, intercettando un interesse assolutamente trasversale, così come trasversale e dinamico è stato il lungo lavoro di ricerca, studio e approfondimento di questo personaggio straordinario. Chi era Ildegarda di Bingen? Santa Ildegarda di Bingen, vissuta tra il 1098 e il 1179, è una figura dalla personalità unica. Il suo eclettismo, la sua capacità di approfondire il mistero dell’esistenza umana, la rendono una delle figure più importanti del nostro Medioevo, una delle donne più intelligenti della storia. Fu consigliera di papi e imperatori e dei grandi potenti del suo tempo. Spirito anticonformista, non esitò a opporsi alla Chiesa ufficiale e a denunciarne la corruzione. Pur da monaca votata alla clausura, svolse viaggi di predicazione e fondò tre monasteri. Fu una mistica, una profetessa e una teologa oltre che donna di scienza e artista. Tre le sue opere visionarie e profetiche: Scivias, Liber Divinarum Operum e Liber Vitae Meritorum. A queste se ne aggiungono altre, alcune delle quali frutto di uno studio tanto approfondito quanto concreto della Natura e dei suoi impieghi in medicina, come il Liber Subtilitatum Diversarum Naturarum, in seguito diviso in Physica e Causae et Curae. Il primo è a carattere enciclopedicofisico-naturalistico, il secondo a carattere medico-fisiologico- cosmologico ed è tuttora utilizzato dalla medicina olistica. Famosi sono ancora l’Ordo Virtutum, la prima sacra rappresentazione del Medioevo, la Symphonia Harmoniae Celestium Revelationum, ovvero le liriche musicate da Ildegarda e il grande Epistolario. Perché un convegno di medicina ildegardiana oggi? Qual è la modernità di una pensatrice del XII secolo? Cos'ha da dire Ildegarda agli uomini di oggi? Forse più di quanto si pensi,

Ildegarda di Bingen è stata una religiosa e naturalista tedesca. Fondatrice del monastero di Bingen am Rhein, Ildegarda fu spesso in contrasto con il clero della Chiesa cattolica; tuttavia riuscì a ribaltare il concetto monastico che fino ad allora era, e per molto tempo ancora sarebbe rimasto, inamovibile, preferendo una vita di predicazione aperta verso l'esterno a quella più tradizionalmente claustrale. Quando ormai era ritenuta un'autorità all'interno della Chiesa, papa Eugenio III nel 1147 lesse alcuni dei suoi scritti durante il sinodo di Treviri.

considerando che la badessa di Bingen è stata la prima ambientalista della storia, ha formulato nei confronti del paziente e della cura un approccio psicoterapeutico oltre che farmacologico, ha esplorato i nessi, in tutta la realtà manifesta, tra la fisica e l'energetica, arrivando a mettere a fuoco, con il linguaggio e le forme della sua epoca, concetti che sono allo studio delle più avanzate branche della scienza contemporanea, come la fisica quantistica, l'epigenetica e la PNEI (Psico-Neuro-ImmunoEndocrinologia), nelle quali si verifica con strumenti attuali come la singola cellula risponda a stimoli non solo fisici e chimici ma anche energetici. Ecco allora che Ildegarda – per la quale TUTTO concorre alla salute come alla malattia, dentro un sistema in cui è necessario cogliere i collegamenti che legano le manifestazioni del reale, per la legge di corrispondenza tra macrocosmo e microcosmo – appare come colei che solo oggi può essere compresa pienamente: fino a qualche decennio fa, il suo messaggio sarebbe rimasto oscuro o relegato a operazioni di filologia. Nello specifico delle applicazioni mediche e fitoterapiche, l'approccio ildegardiano mira a cogliere le sinergie tra i principi delle diverse piante: la formulazione dei suoi rimedi parte da come questi possono lavorare in maniera integrata sul disturbo, agendo sulla funzione organica e sulla componente energetica e persino emozionale. Ildegarda parla per l'oggi

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SCIENZA E ASTRONOMIA di Vincenzo Trapani

WORMHOLE COSA SONO?

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n ponte di Einstein-Rosen o cunicolo spazio-temporale, detto anche wormhole (in italiano letteralmente "buco di verme", ma tradotto in modo poco attinente col termine galleria di tarlo o cunicolo di tarlo), è una ipotetica caratteristica topologica dello spaziotempo che è essenzialmente una "scorciatoia" da un punto dell'universo a un altro, che permetterebbe di viaggiare tra di essi più velocemente di quanto impiegherebbe la luce a percorrere la distanza attraverso lo spazio normale.

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Il termine inglese wormhole fu coniato dal fisico teorico americano John Archibald Wheeler nel 1957. Comunque, l'idea dei wormhole fu già teorizzata nel 1921 dal matematico tedesco Hermann Weyl nella sua analisi della massa in termini di energia del campo elettromagnetico. «Questa analisi costringe a considerare situazioni... dove c'è un flusso netto di linee di forza attraverso ciò che i topologi chiamerebbero una soluzione per lo spazio molteplicemente connesso e che i fisici potrebbero forse essere scusati per averlo vividamente definito un ‘wormhole'. »


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I WORMHOLE NELLA NARRATIVA E NEI MEDIA I wormhole, per la loro supposta capacità di rendere possibili i viaggi tra punti molto distanti del cosmo, sono un elemento narrativo assai sfruttato nella fantascienza. Un metodo correlato di viaggio che permette di superare la velocità della luce, che spesso appare nella fantascienza, specialmente nella Space opera militare, è la "guida a salti", che può spingere un'astronave tra due "punti di salto" prefissati, che connettono i sistemi solari. Connettere i sistemi solari con una rete di questo tipo risulta in un "terreno" fissato che può essere usato per costruire trame legate alle campagne militari. Isaac Asimov usa l'espediente del salto temporale nel romanzo Paria dei cieli (1950), pur non usando il nome wormhole per riferirsi al buco temporale che si apre davanti a Joseph Shwartz, il protagonista, che viene catapultato avanti nel tempo di millenni. Nel romanzo Ritorno al domani (1980) di L. Ron Hubbard, la teoria della relatività di Einstein trova nell'ingegnere Alan Corday una inconsapevole cavia. Dopo ogni viaggio che per lui dura pochi mesi, incontra un mondo catapultato sempre più nel futuro. I wormhole sono il punto centrale del romanzo di Carl E. Sagan Contact (1985), per il quale Kip Thorne consigliò Sagan sulla possibilità dei wormhole. Dal romanzo di Sagan è stato tratto un omonimo film del 1997. Negli anni novanta i wormhole si sono trovati al centro del dittico della Caccia alla Terra (Hunted Earth, 1990 e 1994) dello scrittore statunitense Roger MacBride Allen. Nel 2000 Arthur C. Clarke e Stephen Baxter scrissero congiuntamente un romanzo di fantascienza, La luce del passato, che discute dei problemi che sorgono quando un wormhole viene utilizzato per comunicazioni a velocità superiore a quella della luce.

(John Wheeler in Annali di Fisica) L'analogia usata per spiegare il concetto espresso dal termine wormhole è questa: si immagini che l'universo sia una mela, e che un verme viaggi sulla sua superficie. La distanza tra due punti opposti della mela è pari a metà della sua circonferenza se il verme resta sulla superficie della mela, ma se invece esso si scava un foro direttamente attraverso la mela la distanza che deve percorrere per raggiungere quel determinato punto diventa inferiore. Il foro attraverso la mela rappresenta il cunicolo spazio-temporale. Il wormhole viene spesso detto galleria

gravitazionale, mettendo in rilievo la dimensione gravitazionale strettamente interconnessa alle altre quattro dimensioni: spazio e tempo. Questa singolarità gravitazionale, e/o dello spazio-tempo che dir si voglia, possiede almeno due estremità, connesse ad un'unica galleria o cunicolo, potendo la materia viaggiare da un estremo all'altro passandovi attraverso. Il primo scienziato a teorizzare l'esistenza dei wormhole fu Ludwig Flamm nel 1916. In questo senso l'ipotesi della galleria gravitazionale è un'attualizzazione della teoria ottocentesca di una quarta dimensione spaziale la quale supponeva - ad

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esempio per un dato corpo toroidale, nel quale si trovino le tre dimensioni spaziali comunemente percettibili - una quarta dimensione spaziale che abbreviasse le distanze, e così i tempi del viaggio. Questa nozione iniziale fu plasmata in modo più scientifico nel 1921 dal matematico Hermann Weyl in relazione alle sue analisi della massa in termini di energia di un campo elettromagnetico. Attualmente la teoria delle stringhe ammette l'esistenza di oltre 3 dimensioni spaziali e non 4 (vedere iperspazio), ma le altre dimensioni spaziali sarebbero contratte o compattate in base a scale subatomiche (secondo la teoria di Kaluza-Klein) per cui sembra molto difficile (si direbbe "impossibile") sfruttare tali dimensioni spaziali "extra" per fare viaggi nello spazio e nel tempo. Fin qui siamo nell’ambito storico della teoria scientifica, ma cosa è accaduto di recente? Un team di ricercatori, tra cui anche l’italiano Paolo Salucci della Superiore di Studi Avanzati (SISSA) di Trieste, ha reso pubblica una sua teoria secondo la quale la Via Lattea, la galassia dove si trova il pianeta sul quale viviamo, potrebbe essere un gigantesco wormhole. In sostanza, banalizzando, ha affermato che la Via Lattea potrebbe essere cunicolo spazio-temporale con il quale sarebbe possibile raggiungere un altro punto dell’Universo. Lo studio, che si basa su una serie di importanti ricerche scientifiche, è stato pubblicato su Annals of Physics e condotto con la partecipazione della SISSA. I ricercatori hanno tratto le loro conclusioni unendo le equazioni della Relatività Generale alla mappa estremamente dettagliata della distribuzione della materia oscura nella Via Lattea. “Se mettiamo insieme la mappa della materia oscura nella Via Lattea col modello più attuale del Big Bang che spiega l’universo e ipotizziamo l’esistenza dei cunicoli spazio-temporali, allora quello che otteniamo è che nella nostra galassia potrebbe davvero esserci uno di questi cunicoli, e che potrebbe addirittura essere grande come la galassia stessa”, ha dichiarato Salucci. “In questo cunicolo si potrebbe anche viaggiarci dentro, perché, in base ai nostri calcoli, sarebbe navigabile. Proprio come quello che tutti abbiamo visto nel recente film Interstellar”, spiega con toni didattici e fruibili da tutti l’astrofisico italiano. Science Daily ha ribadito con chiarezza come gli scienziati nostrani hanno sviluppato teorie interessanti sui wormhole. “In via di principio lo si potrebbe fare confrontando due galassie, la nostra e

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una molto vicina, come per esempio la Nube di Magellano, ma siamo ancora molto lontani dalla possibilità effettiva di eseguire un confronto del genere” ha spiegato alla stampa Salucci. La loro ricerca è una riflessione più complessa sulla materia oscura sulla quale ipotizzano l’esistenza di una particolare particella, il neutralino, che però non è né mai stata trovata al CERN, né osservata nell’universo. “Esistono però teorie alternative, che non ricorrono alla particella, e forse è giunto il momento per gli scienziati di prendere quest’argomento sul serio. La materia oscura potrebbe essere altro, forse anche un grande sistema di trasporto galattico. In ogni caso è ora che cominciamo a chiederci davvero di che cosa si tratti” ha concluso Salucci.


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Sempre a proposito dei wormhole in un’intervista rilasciata alla Rai, il Professor Bambi, ha dichiarato: “Al momento, si ritiene che al centro di ogni galassia "normale" ci sia un buco nero supermassivo semplicemente perché, osservando la rotazione delle stelle vicine, si deduce che c'è un oggetto con una massa molto grande in un volume relativamente piccolo. Nel caso dell'oggetto al centro della nostra galassia, non si osserva alcuna eventuale radiazione termica dalla sua superficie. Queste due considerazioni suggeriscono che sia un buco nero. Ma, in realtà, non escludono altre possibilità. Con il termine "wormhole" si possono indicare cose di carattere leggermente diverso: nel nostro lavoro, io e il mio studente abbiamo ipotizzato l'esistenza di un "traversable wormhole", che è proprio una sorta di

cunicolo spazio-temporale: una struttura a topologia non-banale che funziona da "scorciatoia" collegando due regioni lontane dello stesso universo oppure due universi diversi. Il wormhole è "traversable" proprio perché un osservatore può andare da una parte all'altra e poi tornare indietro. Questi strani oggetti non sono proibiti dalla teoria della relatività generale e possono essere scambiati per buchi neri: anche loro possono avere una massa molto grande in uno spazio relativamente piccolo e di sicuro non emettono radiazione termica dalla loro superficie perché non hanno alcuna superficie. In altre parole: le attuali osservazioni non possono distinguere se l'oggetto supermassivo al centro della nostra galassia sia un buco nero o un wormhole. Nel nostro lavoro facciamo vedere che certe osservazioni potranno farlo”. Come

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TIPI DI CUNICOLI SPAZIO-TEMPORALI I cunicoli spazio-temporali intra-universo connettono una posizione con un'altra dello stesso universo in un tempo differente. Un tunnel gravitazionale dovrebbe poter connettere punti distanti nell'universo a causa delle deformazioni spaziotemporali, permettendo così di viaggiare fra loro in minor tempo rispetto ad un viaggio attraverso lo spazio normale. I cunicoli spazio-temporali inter-universo collegano un universo ad un altro differente e sono definiti wormhole di Schwarzschild. Questo ci permette di congetturare la possibilità se tali tunnel spazio-temporali possano essere usati per viaggiare da un universo ad un altro parallelo. Un'altra applicazione del wormhole potrebbe essere il viaggio nel tempo. In questo caso sarebbe una scorciatoria per spostarsi da un punto spaziotemporale a un altro differente. Nella teoria delle stringhe un wormhole viene visualizzato come la connessione tra due D-brane, dove le bocche sono associate alle brane e connesse tramite un tubo di flusso. Si pensa che i wormhole siano una parte della schiuma quantica o spaziotemporale. Altra classificazione: I WORMHOLE EUCLIDEI, STUDIATI NELLA FISICA DELLE PARTICELLE. I wormhole di Lorentz, sono principalmente studiati nella relatività generale e nella gravità semiclassica. I wormhole attraversabili sono dei tipi speciali di wormhole di Lorentz che permetterebbero a un essere umano di viaggiare da un estremo all'altro del buco (tunnel). Per il momento esistono teoricamente differenti tipi di wormhole che sono principalmente soluzioni matematiche al problema: Il supposto wormhole di Schwarzschild prodotto da buco nero di Schwarzschild viene considerato insormontabile; Il supposto wormhole formato da un buco nero di Reissner-Nordstrøm o Kerr-Newman, risulterebbe sormontabile, ma in una sola direzione, potendo contenere un wormhole di Schwarzschild; Il wormhole di Lorentz possiede massa negativa e si ipotizza come sormontabile in entrambe le direzioni (passato/futuro).

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riporta “Fisica & matematica”: “I cunicoli dello spaziotempo erano stati previsti negli anni '30 da Albert Einstein e Nathan Rosen, nella teoria nota come 'ponte di Einstein-Rosen', e descrivevano gigantesche strutture cosmiche. "Il problema di partenza - ha osservato Capozziello - era spiegare l'esistenza di strutture che, come i buchi neri, assorbono tutta l'energia di un sistema senza restituirla: in pratica ci si trovava di fronte ad una violazione del principio di conservazione dell'energia". Una delle spiegazioni possibili, ha detto ancora il fisico, ipotizza che lo spaziotempo sia 'bucato': "è un'ipotesi molto affascinante e futuristica, che implica la possibilità di passare da una zona all'altra dello spaziotempo come di collegare fra loro universi paralleli". Il problema è verificare tutto questo con un esperimento. "La nostra idea - ha detto il fisico - è riuscire a simulare gli effetti gravitazionali a energie più basse e ci siamo chiesti se in questo modo sarebbe stato possibile riprodurre un wormhole in laboratorio". Il prototipo è minuscolo. E' stato ottenuto collegando due foglietti del materiale più sottile del mondo, il grafene, con legami molecolari e un nanotubo. La struttura ottenuta è neutra e stabile, nel senso che al suo interno non entra nulla e nulla fuoriesce, ma quando si introducono dei difetti vengono generate correnti in entrata e in uscita. "Spostandoci su dimensioni cosmiche, potremmo considerare un osservatore che con la sua navetta si avvicina a un wormhole come un elemento capace di perturbare la struttura: in questo caso - ha osservato - sarebbe possibile passare da una parte all'altra del cunicolo spaziotemporale, così come trasmettere segnali da una parte all'altra". Se da un lato un cunicolo spaziotemporale ottenuto in laboratorio fa volare la fantasia, le possibili applicazioni sono molto concrete: "i foglietti di grafene permettono di controllare correnti in entrata e in uscita" e ora l'obiettivo è ottenere un prototipo riproducibile su scala industriale. "Produrre una struttura simile significa poter trasmettere segnali in modo estremamente preciso a livello di atomi", ha osservato l'esperto. "Il progetto è in via di definizione con il gruppo di Francesco Tafuri, del dipartimento di Fisica della Federico II". Si potrebbero ottenere, ad esempio, nanostrutture capaci di trasmettere segnali in modo istantaneo poiché la corrente elettrica passerebbe nel vuoto”.


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POSTA DEI LETTORI

Dario Maria Gulli Gentile Direttore, lei è un creazionista o un evoluzionista? L’indirizzo ideologico del suo magazine mi sembra più vicino alla prima ipotesi. Buon lavoro, Dottor Mosati

Caro amico, in verità, come ci spiega il caro Roberto Pinotti, le possibili teorie sono tre e non due: “Le origini della vita sulla Terra e in modo particolare dell’essere umano sono argomento di discussione di due scuole di pensiero dominanti da sempre contrapposte: i tenaci sostenitori dell’evoluzionismo da una parte e gli altrettanto irremovibili seguaci della tradizione religiosa creazionista, dall’altra. A partire dagli anni ‘60, un crescente numero di studiosi inizia però a considerare la possibilità che le narrazioni lasciateci dagli antichi popoli, catalogate come mitologiche o sacre, possano costruire il substrato su cui si erige la testimonianza storica di un’alternativa origine dell’essere umano. I testi biblici non fanno eccezione e il libro della Genesi, liberato da quella chiave di lettura teologica probabilmente mai appartenuta agli autori, ci racconta una storia molto diversa da quella comunemente tramandata. Una storia tutta “fisica” in cui la presenza dell’essere umano sulla Terra potrebbe non ripercorrere i sentieri di un divino atto creazionistico né quelli di un naturale processo evolutivo, ma quelli di una “terza via” che collega le nostre origini a ciò che oggi definiremmo un “interventismo biogenetico” forse in grado di spiegare peculiarità e incongruenze che hanno contraddistinto il nostro percorso evolutivo.” Personalmente credo in Dio, ma non influenzo i miei collaboratori e, come puoi constatare, credo opportuno ad ognuno far dire la propria, anche quando questa non è in linea con i miei credi.

Salve, volevo chiederle se lei davvero crede a quelle idiozie che lascia scrivere ad alcuni suoi collaboratori? Anonimo

Gentile Anonimo, perché non ti firmi? Una critica ragionevole merita una faccia affinché possa essere considerata valida. Io, come spiegavo nella lettera precedente, non credo a tutto quel che scrivono i miei collaboratori, ma una rivista che si spinge oltre il sapere “comune” deve in qualche modo valutare teorie diverse. I nostri collaboratori sono studiosi e professori di prestigio e non condividere una loro opinione è lecito, deriderla è solo ignoranza. Mi piace il rispetto e questo comincia sempre con l’ascoltare.

Continuate a scriverci a officeallrightscompany@aol.com

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III COPERTINA ENIGMA 23.qxp_Layout 1 16/05/17 15:52 Pagina III


IV COPERTINA GENERICA ZF.qxp_Layout 1 16/05/17 15:53 Pagina IV

Enigmi della scienza 6 2017  
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