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di Andrea Pellegrini

L’edizione di Aprile si apre con una osservazione: il numero delle iscrizioni alle classi prime per l’A.S. 2012/2013 è praticamente speculare a quello attuale. Il Liceo Plinio, atteso alla prova del fuoco, conferma il buon lavoro svolto ed è chiamato a mantenere lo standard di qualità che l’utenza richiede. La scuola è in costante crescita, nuovi insegnanti arriveranno, dovranno essere recuperati nuovi spazi e per questo la Provincia è già al lavoro. Insomma, il nostro Liceo sta assumendo una fisionomia sempre più marcata, imponendosi come un vero e proprio polo liceale. Come da tradizione, anche in questo anno sono state numerose le iniziative sostenute, i progetti intrapresi, le attività svolte e in via di realizzazione. Sempre più alto è il numero degli studenti che aderisce alle proposte della scuola, segno di un POF vitale e attento alle esigenze formative dei ragazzi. E’ naturale, quindi, che molti dei pezzi pubblicati facciano riferimento proprio alle attività dell’istituto, alcune delle quali hanno visto protagonisti illustri personalità del mondo accademico e delle professioni. Sono stati affrontati temi di attualità, oggetto di discussione e dibattito non solo all’interno delle mura scolastiche. Un’edizione impegnata, questa, che dimostra quanto i nostri ragazzi siano partecipi e attenti alla realtà, vigili osservatori, capaci di esprimere un punto di vista mai banale. Colgo infine l’occasione, a nome di tutta la nostra scuola, per salutare (anche se è ancora presto) e ringraziare la prof.ssa Patrizia Baldacci, insegnante di Latino e Greco, che il prossimo anno andrà in pensione. Autorevole e appassionata, la professoressa Baldacci ha formato generazioni di tifernati, contribuendo, in termini di qualità e professionalità, al prestigio del Liceo Plinio il Giovane.

LA VOCE DEL LICEO STATALE PLINIO IL GIOVANE CLASSICO-SCIENTIFICO-DELLE SCIENZE APPLICATE

n°7 Aprile 2012

di Michele Rondoni

Se è vero che la scuola non è solamente quel luogo tanto ‘’odiato’’ dove ogni mattina dobbiamo recarci come dei diligenti impiegati,ma è per giunta un luogo dove crescere e formare una coscienza civile, allora si potrebbe dire che l’attuale disaffezione in atto fra la stragrande maggioranza degli italiani nei confronti di tutto ciò che è politico e rappresentativo affonda le proprie radici nell’età giovanile. Riconosco io stesso che per ben quattro anni della mia carriera scolastica mi sono completamente disinteressato a qualsiasi elezione interna alla scuola, che fosse per la rappresentanza di istituto, che fosse per la consulta provinciale di cui ora sono membro. Confrontandomi nelle varie riunioni che hanno avuto luogo in questi mesi con altri rappresentanti provenenti da tutta la provincia, è evidente lo sconforto che questi provano di fronte al totale menefreghismo in atto fra gli studenti delle varie scuole e la totale mancanza di attenzione che viene rivolta da parte di organi quali provincia e regione agli studenti e a coloro che sono delegati a rappresentarli. L’impressione,infatti, è che l’organismo di cui faccio parte altro non sia che un palliativo per dare l’idea effimera di poter partecipare al processo decisionale che ci riguarda in prima persona portando le nostre idee; cosa che in realtà non accade. La prima riunione in cui si sono i decise le cariche di presidente e di membri della giunta hanno evidenziato d’altronde quanto il clima politico anche all’interno della consulta sia soporifero. Grandi ‘’veterani’’ raccontano infatti delle meravigliose trattative che si consumavano sorseggiando cappuccini davanti ai bar dell’ufficio scolastico regionale tra i componenti dei movimenti giovanili di destra e di sinistra: il clima,indubbiamente teso, dimostrava però una situazione di sostanziale vitalità ormai perduta. Il disincanto in atto è dunque estremamente pericoloso: pensare di non poter decidere il nostro futuro è alquanto frustrante. La politica però,quella vera,quella dei palazzi, certo non  aiuta: i fondi destinati alla consulta sono stati drasticamente tagliati; poco si può fare se poco viene dato. Nulla,comunque, è perduto. La consulta provinciale rimane pur sempre un organo straordinario ed unico,un’ eccezione rispetto al resto del mondo che permette ai giovani, a quel futuro che purtroppo e fortunatamente verrà, di esprimere la loro fantasia, la loro presenza; basterebbe, a mio avviso, modificare il ruolo che la consulta stessa ha: non più organo indipendente dalle varie scuola, ma possibilità per gli studenti di tutta la provincia di esprimere il loro disappunto, i loro problemi per far sentire alle istituzioni che così non va, che la scuola merita di più,che gli studenti meritano di più. Se questo però non accade non chiediamoci perché la democrazia rappresentativa stia andando alla deriva: è tale perché rappresenta i bisogni, non li impone. 


di Aura Antonia Galdieri

Uno scrittore rivede l’ultima parte dell’Odissea, dal momento dell’approdo di Ulisse ad Itaca, facendosi interprete dei pensieri e dei sentimenti di Penelope, ovvero riconoscendo a questo personaggio una sensibilità ed una complessità che nel poema omerico erano state sacrificate in nome delle caratteristiche imprescindibili della sposa perfetta: fedeltà, obbedienza, devozione assoluta. In tempi più recenti un attore di teatro, complice anche la vicinanza con la sua esperienza personale, costruisce una nuova figura di Telemaco, anch’egli personaggio costretto, nella storia originale, ad un ruolo superficiale: il figlio maturo e giudizioso che ama e rispetta un padre conosciuto solo attraverso le celebrazioni delle sue imprese di eroe. Entrambe le rivisitazioni nascono dalla voglia di analizzare a fondo le personalità, solo accennate nel poema, di queste due figure che sembrano avere come unico scopo quello di accrescere il carisma di Ulisse e di esaltare il suo ruolo di uomo e padre virtuoso. Ciò non vuol dire che in Omero si ignori completamente l’autonomia narrativa dei familiari dell’eroe, ma è impossibile negare che nell’Odissea Penelope venga in qualche modo privata della sua sensibilità di donna e di madre, lasciando che tutte le persone più vicine ad Ulisse, persino il cane Argo, riconoscano il loro signore o comunque entrino in complicità con lui, mentre lei viene tenuta all’oscuro di tutto dai suoi servitori e dal figlio che lei ha cresciuto e che conosce meglio di chiunque altro. Altrettanto difficile è pensare che l’istintivo slancio di affetto e riverenza che Telemaco ha nei confronti del padre, appena sbarcato in patria, possa rappresentare in pieno il rapporto che si instaurerà tra i due, i quali in realtà si conoscono l’un l’altro solo come racconto della gente. I due autori, quindi, messo da parte il nucleo portante del poema, il nostos dell’eroe, si concentrano sull’esperienza dell’assenza di Ulisse vista da questi due personaggi, in apparenza secondari, capaci invece di fornire nuove chiavi di lettura, più approfondite e meno convenzionali. L’attesa della madre e quella del figlio sono naturalmente molto

diverse tra loro. Malerba scandisce la quotidianità di Penelope al ritmo lento delle giornate passate nella solitudine e nella meditazione. Penelope è sicuramente una donna sola e logorata dalle incertezze che vede nel ritorno del marito la fine della sua angoscia e l’inizio di un’esistenza piena e serena; non per questo, però, si abbandona all’adulazione del marito e alla sopportazione rassegnata delle ingiustizie che avvengono nella sua casa. Lo scrittore emiliano spoglia Penelope della sua apparente passività e ci rivela un personaggio attivo e consapevole, giudice silenzioso di tutto ciò che avviene nell’isola e alla reggia. Perrotta, invece, mette in scena la rabbia giovane e insofferente di un figlio abbandonato e per farlo trasferisce il luogo della vicenda da un’Itaca pietrosa e decadente alla realtà vivace e graffiante di un imprecisato paese del Salento. L’attesa di Telemaco, dunque, non è paziente e solitaria, bensì esasperata e irrequieta, turbata dai pettegolezzi sulla madre reclusa in casa e immersa nella realtà invadente del Sud. Il ragazzo è costretto a confrontarsi col mondo esterno e a sostenere in pubblico, e in particolare di fronte ai coetanei, le straordinarie imprese di un padre eroe proprio nel momento in cui sente che il suo mito di bambino sta crollando, per cedere il passo al vuoto incolmabile dovuto all’assenza del genitore. Gli elementi di attualità, disseminati con ironia in tutto il corso dello spettacolo, e l’uso del dialetto leccese, rendono ancora più evidente lo sfasamento tra la solennità del racconto epico e l’amarezza della realtà quotidiana. La figura di Antonio delle cozze, il vecchio taciturno che sa interpretare il linguaggio linguaggio del mare, riflette il bisogno del protagonista di una guida, un punto di riferimento che gli permetta di creare un collegamento con il padre lontano, rappresentato appunto dalla comune attrazione per il mare. Il Telemaco di Perrotta, insomma, non è disposto ad adorare il padre come un feticcio, ma pretende risposte e giustificazioni di un’infanzia trascurata. Per quanto riguarda la Penelope di Malerba, essa differisce dal personaggio omerico oltre che per la maggiore sensibilità, anche e soprattutto per


il senso critico, che la porta, fino alla fine della vicenda, a mettere in discussione le decisioni e il comportamento dello sposo e, indirettamente, la mentalità e i valori della società aristocratica greca. Ulisse, in effetti, nonostante consideri quella di Troia come “la più stupida guerra del mondo”, nonostante sia consapevole delle colpe e delle bassezze di “guerrieri di animo forte ma di corto pensiero” quali sono Achille, Agamennone, Menelao, è irrimediabilmente immerso in quella cultura rigida e violenta che forma l’eroe di guerra. L’aspetto a mio parere più innovativo è rappresentato dal fatto che Penelope (come il Telemaco di Perrotta) non giudichi Ulisse in funzione delle sue celebrate imprese e quindi della sua fama di eroe, ma soltanto come uomo e marito e questo, naturalmente, rende molto più difficile il reinserimento del protagonista nella realtà familiare: egli, dopo essersi scontrato con la severa ostinazione della moglie a non riconoscerlo, capirà che le armi e le astuzie usate in guerra per conquistare la città dei nemici non gli saranno sufficienti a riconquistare la stima e l’affetto della sposa, che in realtà non ha mai perduto. Penelope, con la sua piccola e discreta lotta coniugale, riuscirà in realtà ad incidere profondamente sugli animi più superficiali e istintivi degli uomini a lei più cari, lo sposo e il figlio. Telemaco, infatti, in Itaca per sempre si mostra da subito uno degli alleati più fedeli ad Ulisse, ma il comportamento della madre smorzerà il suo entusiasmo e insinuerà in lui il dubbio, portandolo addirittura, dopo la riconciliazione dei genitori, ad accettarlo come padre solo per non dispiacere la madre. Il giovane capirà infine che non servirà prendere posizioni rigide, dovrà invece costruire lentamente un rapporto vero e duraturo con l’uomo che ha sempre considerato perfetto, ma che di fronte alla freddezza dei suoi familiari appare debole e confuso. Questa situazione inattesa travolgerà infine Ulisse stesso, il quale giungerà a dubitare di sé e della sua infallibile personalità: se nel campo di battaglia, in mezzo a uomini rudi e orgogliosi, la sua scaltrezza e la sua imperturbabilità erano motivo di vanto, ad Itaca, a confronto con un’inattesa sagacia femminile, le sue doti non solo sembrano improprie, ma si trasformano in ostacoli alla felicità degli altri. Egli si renderà conto gradualmente che sta abbandonando la sua personalità (e la sua maschera) di eroe, durante quei pochi giorni trascorsi in mezzo a gente che non lo riconosce

trascorsi in mezzo a gente che non lo riconosce né come inventore del cavallo di Troia né come valente re dell’isola, e si stupirà di scoprirsi preda di angosce che considerava proprie degli uomini semplici. Dopo anni in cui era stato abituato a reprimere ogni emozione, non riesce a trattenere le lacrime neanche di fronte ad una donna, dopo aver vantato per tanto tempo la fedeltà di una moglie lontana ai compagni di battaglia viene ora divorato dalla gelosia, mentre si trova nella sua stessa casa. Il motivo di tutto ciò è che per la prima volta Ulisse si trova faccia a faccia con i suoi sentimenti più intimi, spogliato del ruolo di guida che aveva sempre rivestito e quindi della responsabilità che ne derivava, libero, o forse costretto, a scoprire la sua individualità. Ma è soprattutto una particolare caratteristica della sua personalità che assume sempre maggiore importanza nel corso del libro: la propensione a mentire. Quella che nel poema omerico si rivela la virtù suprema dell’eroe, l’astuzia, l’abilità d’ingegno, viene definita da Penelope un vizio, un difetto che il marito non riuscirà mai a correggere e che lo porterà sempre a vedere la realtà come un appassionante racconto da modificare e arricchire secondo l’umore e la fantasia, provocando inevitabilmente la sofferenza delle persone vicine che, come il Telemaco di Perrotta, si sentiranno ridotti a personaggi secondari delle sue storie. Ulisse “non solo racconta le cose che gli succedono, ma fa succedere le cose per poterle raccontare”, egli agisce come tutti, ma agendo ha già in mente nuove pittoresche versioni delle sue gesta; la menzogna per lui non è solo un modo per tirarsi fuori dai guai ma fonte di piacere e divertimento: Penelope, al contrario, dovrà soffrire non poco per continuare a fingere. Ella dunque parla molto di questo “vizio” del marito, dapprima con tono polemico -“la sua vita è una grande fabbrica di simulazioni, di menzogne, di segreti, di enigmi”poi con tono affettuoso, quasi divertito – “chi altri poteva dilungarsi a raccontare tante volte, con tutti quei particolari sempre diversi, quelle avventure strampalate? Il bello è che lui stesso finisce ogni volta per credere alle storie che racconta”. Alla fine, da queste due opere, ciò che più emerge dalla visione dei familiari di Ulisse è una nuova figura dell’eroe greco, forse meno esemplare, ma più umana e affascinante.


di Carlo Alberto Paladino

Galileo Galiei sosteneva che il vero scienziato non doveva avere dei limiti, doveva saziare la sua “curiositas” ad ogni costo, pur restando umile. La Scienza Nuova di Galiei affrontò la ricognizione del reale con mezzi assolutamente nuovi, nella lucida consapevolezza non solo di avere di fronte a sé un intero universo inesplorato, ma anche nella coscienza che l’errore più grave da evitare sia il desiderio, umanissimo, di raggiungere certezze definitive. Una tale presunzione indurrebbe a interrompere la ricerca e ad arrendersi al peccato capitale della superbia intellettuale. Inoltre Galileo per primo sostenne con fermezza l’autonomia dalla ricerca scientifica dai condizionamenti religiosi. Infatti egli con straordinaria modernità affermava che l’autonomia dalla religione non significava, per la scienza, porsi su un piano di contestazione della ragione, anzi il filosofo pisano era convinto che l’ordine e la razionalità della natura possano dare nuovo slancio alla tensione spirituale dell’anima. Eloquente è l’espressione rimasta famosa “Compito della Scrittura è dire come si vadia al cielo, non come vadia il cielo”. Per questi motivi e per le sue straordinarie intuizioni e scoperte, Galileo viene considerato come il “padre della scienza moderna”. La Scienza negli ultimi secoli ha portato notevoli miglioramenti nelle condizioni di vita, basti pensare a quante malattie sono state debellate, quante vite sono state salvate, ma sfortunatamente anche a quante vite sono state distrutte. Difatti l’uomo, da sempre, è un essere senza scrupoli e ha fatto della scienza la sua arma migliore, anzi per meglio dire la sua arma peggiore. Tutti siamo coscienti e consapevoli di come l’essere umano abbia utilizzato scoperte sorprendenti in campo della fisica (la bomba atomica) per fare del male ad altre persone. Da Wikipedia (enciclopedia di Internet): “ Il mattino del 6 agosto  1945 alle 8.16, l’Aeronautica militare statunitense  lanciò la bomba atomica ” Little Boy” sulla città giapponese  di Hiroshima, seguita tre giorni dopo dal lancio dell’ordigno” Fat Man” su Nagasaki. Il numero di vittime dirette è stimato da 100.000 a 200.000, quasi esclusivamente civili. Per la gravità dei danni diretti ed indiretti causati dagli ordigni, per le implicazioni etiche comportate dall’utilizzo di un’arma di distruzione

di massa e per il fatto che si è trattato del primo e unico utilizzo in guerra di tali armi, i due attacchi atomici vengono considerati fra gli episodi bellici più significativi dell’intera storia dell’umanità.” Ciò sicuramente ci fa meditare che sta all’uomo scegliere come comportarsi di fronte alla scelta di utilizzare al meglio le scoperte in ambito scientifico. Suggestiva è la frase attribuita ad Einstein:”L’uomo ha inventato la bomba atomica, ma nessun topo al mondo costruirebbe una trappola per topi” . Noi ci consideriamo sempre la specie più ingegnosa che grazie all’intelligenza è capace di arrivare dove vuole e di fare ciò che preferisce, ma forse ci stiamo lentamente preparando la tomba dove morire? L’uomo non può e non deve agire contro l’umanità, pertanto deve esistere un confine ben definito tra la scienza e la morale. Riguardo ai campi dove il limite tra scienza e morale è molto sottile, si può trovare l’argomento delle “cellule staminali”. L’ennesimo passo avanti dell’uomo che cammina a braccetto con la scienza, un passo verso l’evoluzione, e soprattutto un cammino che porterà l’uomo a migliorare se stesso e la sua condizione. Le cellule staminali che possono essere recuperate a livello dell’embrione e del feto durante lo sviluppo rappresentano le cellule con una maggiore potenzialità di differenziazione. È possibile, dall’embrione preimpiantato allo stadio di blastocisti (ovuli fecondati in vitro), isolare le cellule del nodo embrionale e coltivarle: in tal modo si possono ottenere migliaia di cellule embrionali staminali la cui principale caratteristica è data dalla grande capacità di differenziarsi negli altri tipi cellulari, tale ricerca è il fulcro per lo sviluppo della medicina rigenerativa di tessuti ed organi danneggiati. Questo argomento è molto discusso soprattutto da parte della Chiesa, la quale considera già essere vivente l’embrione allo stadio di 8 cellule. Ma sicuramente questo è una discussione molto più personale e interpretabile secondo il proprio parere, rispetto l’argomento precedente. Indubbiamente si può affermare che la scienza e l’uomo hanno formato insieme un connubio indelebile, che ha portato e porterà il mondo ha notevoli cambiamenti, ma sta all’uomo scegliere se in positivo o in negativo. “Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, scriveva, Bertold Brecht nell’opera teatrale “La vita di Galileo”.


di Niccolò Maria Gimigliano

Per gli studenti dell’ ultimo anno le distrazioni e le possibilità di svago sono poche (o perlomeno dovrebbero esserlo). Al tipico giovanotto del 5° liceo, messo con le spalle al muro, da solo di fronte alle sue responsabilità e al terrificante esame finale, restano due principali consolazioni, entrambe deboli palliativi: la prima consiste nell’assumere la tipica espressione vissuta di chi è ormai un veterano di guerra e nel pronunciare la classica frase “non vedo l’ ora di uscire da questo carcere” (sorvolando sul fatto che per “evadere” è necessario un certo foglietto di carta da pagare col sangue); la seconda consolazione, più consistente e rinfrancante, è la mitica “gita di quinto”, la grandiosa vacanza in una capitale europea alla moda, tanto agognata ed esaltata nei precedenti anni. Ebbene, nonostante questa gita arrivi ad assumere connotati divini, come tutte le soddisfazioni scolastiche è destinata a durare poco e a lasciare sulle nostre labbra un sapore amaro di nostalgia e rimpianto. Anche quest’ anno le vecchie Terze Liceo hanno preso il volo per un Paese straniero, con meta l’ Andalusia, rinomata regione della grande Spagna. In una atmosfera carica di elettrizzante entusiasmo, nel cuore della notte una cinquantina di ragazzi si sono riuniti davanti alle mura del “carcere” e sono partiti in direzione dell’ aeroporto di Roma, dove si sono imbarcati per Malaga. Il volo è trascorso tranquillo per la maggior parte di noi, nonostante qualcuno presagisse catastrofi immani in preda al panico e qualcun altro assumesse un colorito diverso in base alle fasi di rullaggio, decollo e atterraggio (per non parlare di turbolenze e vuoti d’aria). Una volta a destinazione abbiamo raggiunto il gradevole hotel in cui avremmo alloggiato per i seguenti tre giorni, nella bella città di Siviglia. La mattina seguente una folla di musi lunghi e assonnati si è riunita nella hall dell’ albergo e si è messa in movimento per un tour nel centro città; nel piacevole tepore di quella che sembrava già una primavera inoltrata, abbiamo visitato la Cattedrale, la torre campanaria della Giralda ed il quartiere ebraico. La sera, dopo una passeggiata in uno strano quartiere, siamo rimasti più o meno buoni a non dormire in camere rigorosamente non nostre. Il secondo alzabandiera in terra straniera ci ha colti con musi ancora più stiracchiati. Di buon mattino siamo partiti in pullman per la bianca Cordova, magnifica città in cui la storia e le tradizioni musulmane si fondono con quelle cristiane, dando vita a magnifiche ed imponenti opere d’ arte come la celebre Mezquita, la “Grande Moschea”, trasformata successivamente nella Cattedrale di Cordova. Di notevole bellezza è anche il quartiere ebraico, la “Juderia”, che con i suoi stretti vicoli e gli scintillanti cortili è assimilabile ad un piccolo Eden in terra. La sera, dopo una doccia rigorosamente d’ obbligo ed una cena in albergo, abbiamo girovagato per le vie di Siviglia, fermandoci in un locale a sorseggiare qualcosa in compagnia dei proff. La terza giornata ci ha visto deambulare come mummie per il labirinto di vicoli del mercato arabo e nella Cappella Reale di Granada, mentre ascoltavamo distrattamente la curiosa ed eccentrica guida, il cui tono di voce assomigliava straordinariamente a quella del roditore Speedy Gonzales. Sebbene fossimo ridotti allo stato di zombie da un’ altra notte di felice insonnia, il principale argomento di discussione durante il tragitto a Torremolinos è stato quello che avrebbe dovuto essere il “gran finale” della gita: la nottata in discoteca, da alcuni anni prassi comune nelle gite dell’ ultimo corso. Arrivati a destinazione abbiamo occupato con gioia le splendide suite a noi destinate di uno sgangherato albergo in un malridotto quartiere. Una devastante cena in cui capire ciò di cui ci stavamo cibando era un terno al lotto, è stata responsabile di qualche sporadica ma improvvisa visita alla toilette. A tarda serata, dopo i consueti frenetici preparativi, siamo usciti, tutti agghindati, in direzione di chissà quale magnifica discoteca, immaginando chissà quale movida loca, quali avventure ed incontri con gente di mondo… per poi ritrovarci a riempire, da soli, una cantina impregnata di muffa e da un opprimente tanfo d’ alcol. Alla fine ci siamo comunque divertiti in una atmosfera di complicità, amicizia ed ilarità che per poche ore ha scacciato la tristezza dell’ imminente partenza, che è avvenuta, puntuale, la mattina seguente. Oggi, a distanza di qualche settimana dal ritorno in patria, i ricordi dei singoli particolari cominciano ad assumere contorni sfocati e a scivolare lentamente in quello che tra poco sarà il nostro passato di liceali. Quello che invece rimarrà per sempre è il ricordo degli scherzi goliardici ai danni degli ignari compagni di stanza, delle colossali “ronfate” a bocca aperta di chi cede infine al sonno, degli inevitabili “inciuci” tra ragazzi e, in generale, il ricordo delle amicizie, delle simpatie e degli affetti che hanno caratterizzato uno dei periodi più belli della nostra vita.


di Augusta Maria Ramaccioni

Sabato 17 Marzo presso il nostro liceo si è tenuta una lezione incentrata sulla questione bioetica in rapporto all’impiego di cellule staminali. Relatori il professore ordinario di citologia ed istologia dell’Università di Perugia, Carlo Cirotto e il prof. Fausto Santeusanio, direttore del reparto di Medicina interna, scienze endocrine e metaboliche dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia. Dopo essere stati introdotti dalla Preside, ha esordito il professor Cirotto spiegando (con un supporto video) ad un vasto ed attento pubblico di giovani (molti dei quali condidati ad una carriera medico-scientifica) le varie fasi della gestazione, dalla fecondazione al parto; degno di nota il fatto che solo nei mammiferi (uomo incluso) l’embrione, o zigote, viene denominato feto dal terzo mese di vita in poi; in tutti gli animali l’ontogenesi continua fino alla nascita, laddove nei mammiferi essa termina entro il terzo mese di gestazione; il feto, già completo di ogni organo, nei successivi sei mesi si limiterà ad accrescersi. Terminato l’intervento del professor Cirotto, ha preso la parola il professor Santeusanio, spiegando cosa siano e come vengano utilizate le cellule staminali. Queste sono cellule totipotenti, capaci cioè di differenziarsi in circa tutti i tipi cellulari dei sistemi cui appartengono; sono utilissime per la rigenerazione di tessuti e organi danneggiati ( per esempio nel caso di tumori). Le cellule staminali possono essere prelevate da: liquido amniotico, sangue del cordone omblelicale o, nell’adulto, come cellule staminali emopoieutiche (meno ultili poichè di variabilità limitata). La legge italiana vieta il prelievo di cellule staminali embrionali (pluripotenti) poichè esso danneggerebbe inevitabilmente lo zigote (lo consente solamente su feti spontaneamente abortiti).La lezione si conclude con una domanda rivolta da una studentessa non solo ai professori, ma a tutti i giovani in sala: dove finisce la scienza, dove comincia la vita?


di Giorgio Ramaccioni

Btp, bund, spread, ineffabili tasselli del puzzle che oggigiorno identifichiamo con l’ economia globale. Termini volutamente criptici, la cui interconnessione sfugge spesso ai non addetti ai lavori. Noi intanto assistiamo increduli ed impotenti a farraginose operazioni di mercato, macchinate -talvolta così pare- da coloro che dovrebbero vegliare sulla salute del sistema. Abbandonando qualsiasi ingenua invocazione ad una catarsi che rovesci i tiranni del denaro, siamo tenuti ad indagare le cause fattuali che hanno innescato il circolo vizioso della crisi. A tal proposito, nella mattinata di mercoledì 21 dicembre 2011, la nostra scuola ha accolto il giovane Stefano Rossi, detentore della cattedra di Finanza Aziendale presso l’Imperial College Business

School di Londra, “cervello” in fuga e ambasciatore di lusso di un Paese che non valorizza come dovrebbe le eccellenze. Il Professore ha risalito il corso degli eventi degli ultimi anni fino alla foce, fino cioè alla bolla che ha travolto l’euforico mercato immobiliare americano e si è abbattuta come una slavina sugli altri settori che fanno (o forse facevano) di quella statunitense la principale potenza economica mondiale. Interessi spropositati, tassi ridicoli, una rinnovata e pioneristica fiducia nel capitalismo, hanno determinato un’impennata dei consumi che non trovava corrispondenza in un sistema finanziario solo in apparenza granitico. Le borse, alteri indicatori sensibili ad ogni minima flessione, hanno funto da cassa di risonanza di tale improvvisa labilità economica, assecondando impassibili il fallimento di banche e compagnie assicurative: enti vitali in un paese in cui il piccolo consumo –e il rifiuto dell’oculatezza- si imponeva come indiscusso motore della circolazione del danaro. Tutto questo accadeva nel 2008, quando nemmeno il governo di Washington, tradizionalmente benevolente nei confronti delle proprie aziende mercato si è quindi estesa al campo occupazionale migliaia di persone sono state condannate ad un amaro

e coatto congedo dal lavoro - determinando in questo modo un vertiginoso calo dei consumi ed una diffusa insolvenza, presto trasferitasi dai cittadini alle banche. Queste ultime, come in un colossale ed ineluttabile domino, sono capitolate una dopo l’altra; così le innumerevoli imprese, di qualsiasi dimensione, che ad esse facevano affidamento per sostenere spese più o meno ingenti. Il piccolo investitore, rassicurato dalle valutazioni, talvolta mendaci, della agenzie di rating –quelle cioè che valutano la solidità dei titoli economici o di un’economia nazionale- ha subito il fallimento delle proprie operazioni finanziarie. E pensare che per esse garantiva proprio il modesto tasso d’interesse percepito! L’impennata del debito pubblico si è così trasferita senza sconti ai paesi industrializzati – su tutti i paesi dell’UE-, innescando un meccanismo analogo a quello sovracitato. Fra i meccanismi di difesa e di crescita il più accreditato, chiosa il Dr. Rossi, è quello del circolo virtuoso, ossia quello che prevede l’immissione di risorse nel mercato al fine di stimolare la produzione di altre. Se Atene piange, Sparta ride: a trarre maggior giovamento dalla situazione sono i paesi del terzo mondo, dato sì che ci ostiniamo a definirli tali, Cina e India su tutti. Senza alcuna remora, essi si stanno affacciando prepotentemente sulla scena economica mondiale: forti di un’incredibile forza produttiva tallonano le potenze occidentali quanto a ricchezza complessiva, malgrado, o forse proprio perchè la stragrande maggioranza delle loro popolazioni versa in condizioni di estrema povertà. Costituiscono una minaccia per noi? No, piuttosto ci suggeriscono come i meccanismi che fino a qualche anno fa regolavano i rapporti commerciali e politici a livello mondiale siano radicalmente mutati e come sia ingenuo –e scarsamente proficuo- ignorare cambiamenti di simile portata. Solo orientando la nostra mentalità verso un mercato più umano, specchio dell’economia reale e non crocevia di speculazioni e sperequazioni, potremo finalmente intravedere una luce in fondo al tunnel.


di Milena Mastrangeli

Qual è uno dei momenti fondamentali e formativi della scuola? Posta tale domanda, l’alunno diligente potrà sciorinare una lista riguardo le materie di studio approfondite… Ma, diciamoci la verità… Cosa c’è di più bello del socializzare fra compagni? Dell’essere complici, del conoscersi, del passare del tempo insieme? Ci sono però dei ragazzi che non hanno mai messo piede in un’aula, che non hanno mai incontrato di persona i loro professori né condiviso con loro tempo ed esperienze. Stiamo parlando della FAD, scuola di formazione a distanza che interessa circa 250mila giovani studenti americani. L’intento di rendere la scuola pubblica alla portata di ognuno è di certo nobile, ma il risultato lascia un po’ a desiderare. Il K12, nome della più famosa ditta di studi online, aveva l’ambizione di raggiungere ogni scolaro, anche nelle zone più remote degli immensi States, dalla calda Miami alla piovosa Seattle. Ma gli alunni preferiscono ridurre il tempo delle lezioni per potersi ritagliare sempre più momenti liberi. Muovendo abilmente le dita sulle tastiere, saltano le tediose letture e vanno direttamente ai tests. Non c’è da stupirsi quindi se più della metà di questi giovani è indietro nei programmi, carente in matematica e addirittura fatica nella lettura. Un terzo non si diploma nei tempi stabiliti e molti si ritirano dopo poco mesi dall’iscrizione. I ciber-insegnanti poi sono costretti a sostenere classi di ben 250 studenti, e la formazione non risulta accurata come quella dei loro coetanei che frequentano normalmente le lezioni scolastiche. Sorge il dubbio che in realtà dietro le apparenti buone intenzioni ci sia un grosso interesse economico che muove gli artefici di tale imponente iniziativa. In Italia, tale tipo di proposta risulta marginale e priva di vero interesse, limitata ad un pubblico di nicchia che per la maggior parte evidenzia problemi di apprendimento o di applicazione più che difficoltà di raggiungimento della struttura scolastica. Sono altri i problemi che si incontrano nel percorso di formazione degli studenti del nostro paese. In primo luogo, la problematicità di scelta nella della scuola superiore di secondo grado: sia perché i ragazzi non sono sufficientemente informati sulle materie previste dal corso di studi sia per la giovane età in cui questa scelta viene fatta. I più delusi, spiace dirlo, sono proprio i liceali mentre i più soddisfatti sembrano essere i geometri, secondo uno studio di Almadiploma (consorzio di scuole superiori) che ha raccolto i giudizi di 30mila diplomati nel 2011. La maggior parte degli studenti manifesta interesse verso materie diverse da quelle affrontate nei cinque anni precedenti, inoltre si mette in evidenza che il percorso scolastico spesso risulta lontano dal mondo del lavoro o non prepara abbastanza per il percorso universitario. Si critica la scelta di studio di alcune materie, le condizioni dei laboratori e delle aule, l’organizzazione dell’orario ed anche la distribuzione degli impegni. E’ invece apprezzato il lavoro dei professori che sono ritenuti assolutamente competenti dalla stragrande maggioranza degli studenti intervistati. Al riguardo c’è da dire che anche per i laureati si assiste ad un’anomalia: se da un parte, secondo le stime del Censis, uno su quattro non riesce a trovare un impiego, esistono per le aziende figure professionali introvabili, individui con un profilo culturale irreperibile. Perciò resta grave il problema del sottoimpiego, basta pensare che il tasso di occupazione dei laureati italiani è del 76,6 per cento contro l’82,3 per cento della media UE. Forse è il caso di proporre una maggiore informazione riguardo la scelta universitaria: esistono tante, forse troppe, facoltà, ma capire cosa realmente ci piace e soprattutto che futuro ci aspetta è fondamentale per fare una scelta ponderata che faciliterà il nostro ingresso nel lavoro e fornirà alla nostra società le figure professionali di cui essa necessita.

di Giulia Mariucci

Cosa ne sarebbe dell’ identità italiana se le testimonianze della sua storia e della sua cultura svanissero? Questa è la domanda che dobbiamo porci alla luce dei crolli che hanno interessato due dei maggiori complessi monumentali del nostro Stato: il Colosseo e Pompei. I cedimenti avvenuti durante gli scorsi mesi al Colosseo rappresentano il caso più recente. L’intervento dei vigili urbani e dei vigili del fuoco è stato immediato, i frammenti sono stati analizzati per cercare di capire la possibile causa che ha portato al verificarsi dell’evento. Benchè tutt’ora non si abbia una risposta certa, tra le ipotesi più plausibili si è parlato dell’azione dei piccioni che risiedono stabilmente negli anfratti del celebre edificio. Tale congettura non sembra reggere, si potrebbe al massimo pensare che sia una concausa alla quale affiancare la veneranda

età dell’illustre costruzione romana che necessita un monitoraggio continuo del suo stato e di assidui lavori di manutenzione che non sempre vengono effettuati con regolarità. Anche a Pompei negli scorsi mesi si sono verificati dei crolli, il più importante dei quali, nella villa di Loreio Tiburtino, dove è crollato uno dei pilastri del pergolato esterno. Questo ha portato al subitaneo sequestro e alla chiusura di una delle ville più illustri del percorso di visita del sito archeologico campano. Come nel caso del Colosseo l’antichità del complesso monumentale esigerebbe opere di manutenzione e restauro costanti per impedirne il degrado, ma tali interventi richiederebbero forti investimenti che non è possibile reperire perchè come sentiamo ripetere quotidianamente: “Non ci sono fondi per la cultura”. Infatti nelle ultime Finanziarie i tagli maggiori hanno interessato soprattutto l’ambito culturale, come


se investire nella cultura e nella tutela del nostro patrimonio fosse solo fonte di perdite. I pochi fondi raccimolati vengono distribuiti con molta parsimonia e lentezza. Tuttavia ora si sta affacciando la possibilità di donazioni private che andrebbero a colmare la mancanza di fondi che fino a poco tempo fa provenivano da banche ed enti pubblici. Nel caso del Colosseo infatti, l’impreditore Diego Della Valle, proprietario del famoso marchio Tod’s, ha donato 25 milioni di euro, ricavati da introiti pubblicitari e sponsorizzazioni varie. Tale donazione però è stata bloccata a causa di presunte illegittimità riscontrate dal Codacons, provocando dei ritardi nelle procedure di restauro dell’edificio. Per quanto riguarda il sito di Pompei e stato presentato il “Grande Progetto Pompei” che prevede un finanziamento di 105 milioni di euro dai fondi dell’Unione europea per tali interventi. Invece per mettere in sicurezza il porticato

della Domus di Loreio Tiburtino e tamponarne il crollo, il segretario generale del Ministero dei Beni Culturali, Antonia Pasqua Recchia, ha fatto sapere che saranno utilizzati i fondi ordinari della Soprintendenza. Questi monumenti non fanno solo parte del patrimonio culturale del nostro paese, ma di quello di tutta l’umanità in quanto testimonianza storica che ci permette di non dimenticare mai ciò che è stato. La loro cura è una responsabilità comune che, per quanto difficile, è necessaria al fine di non mandar perdute delle importantissime prove del cammino dell’uomo. La perdita del passato significa infatti la perdita dell’identità, così per il singolo come per la collettività e come ci ammoniscono le parole di Cicerone: ignorare cio che è accaduto prima di nascere, significa essere sempre un bambino - nescire quid antea quam natum sis acciderit, id est semper esse puerum (CIC. De Oratore cap.34, 120).

Il libro che andrò a recensire è un libro molto discusso, ma tra i saggi forse più affascinanti del XX secolo. Esso racchiude filosofia, storia, nozioni politiche, sociologiche e persino scientifiche, una lettura illuminante: il “Mein Kampf”. Questo libro fu scritto da Adolf Hitler... è arrivato fino a questo punto? Vuol dire che credevate veramente che potessi recensire il Mein Kampf!! La recensione vera comincia un po’ più giù … Titolo: “Tre uomini in barca (per non parlare del cane)” Autore: Jerome Klapka Jerome È uno dei romanzi più divertenti di sempre, un classico della letteratura umoristica che ha fatto scuola, al quale scrittori e comici attingono ancora oggi, a più di cento anni dalla sua pubblicazione. La trama è banale, ma serve a dare risalto alle vicende che compaiono via via nella lettura anche sotto forma di piccoli episodi slegati dalla narrazione, come racconti o storie dei personaggi, inoltre rende la piccola avventura più realistica, visto che racconta in modo romanzato, anche se non si sa fino a che punto, la gita dell’autore assieme a due suoi amici. Jerome, Harris e George, tre individui alquanto bizzarri, in compagnia del cane Montmorency, decidono di navigare sul Tamigi per diversi giorni e di passare un po’ di tempo assieme, lontani dal caos della immensa Londra per rilassarsi e potersi godere il panorama della campagna inglese. Salta subito all’occhio che i tre non sono abili navigatori e neanche molto inclini alla vita di mare, o meglio, di fiume, è pure immediatamente evidente che i loro atteggiamenti maldestri e molto “english” non possono che portarli a rovine sicure. Il più vigile, il più pronto e soprattutto il più sveglio è il cane: Montmorency è il più umano di tutti, i suoi atteggiamenti quasi di rassegnazione davanti a quei tre casi umani in sua compagnia è divertente e interessante al tempo stesso, così come le varie disavventure del trio, che nascondono sempre, in fondo, una piccola morale, soprattutto legata all’amicizia. Le risate sono garantite, io non ho mai riso tanto leggendo qualcosa, è veramente esilarante! Lo stile è molto elegante, sobrio, dal quale traspare quell’ironia leggera, quel “British humour” sopraffino, appena accennato eppure così dirompente e divertente. Come ogni libro che deve stupire e divertire è di modeste dimensioni, per evitare che tirandolo troppo per le lunghe possa annoiare e per mantenere quell’immediatezza tipica dell’umorismo, che nella scrittura è veramente difficile. È una lettura scorrevole e piacevolissima, un piccolo capolavoro della letteratura, considerato troppo spesso di seconda categoria.


di Marta Cherubini Scarafoni

Vagone cigolante e maleodorante di un vecchio Trenitalia direzione Arezzo-Milano, cabina troppo piccola per contenere 6 persone, i rispettivi bagagli e i poco piacevoli odori di un caldo e appiccicoso pomeriggio di inizio Settembre. E’ qui che la mia esperienza è iniziata, ormai oltre un anno fa. Era Settembre 2010, in un paio di settimane avrei iniziato il terzo anno di Liceo Classico, alle spalle due meravigliosi ma faticosi anni di ginnasio, due anni di “a me gli occhi” (i miei predecessori della sezione A sanno a cosa mi riferisco), di genuino terrore prima di ogni interrogazione, dell’inventarsi le più improbabili scuse per saltare nuoto il Sabato mattina, del dibattito interiore “vita sociale o voti decenti?”, del sognarsi la notte i paradigmi greci e dei pomeriggi passati insieme alla madonnina infilzata e compagnia bella. Il liceo è molto meglio del ginnasio, è questo quello che tutti mi avevano ripetuto fin da sempre, come se il solo fatto che da una decina di versioni la settimana si passasse a farne soltanto un paio rendesse il Plinio una passeggiata in riva al mare. Ripensando a quei due anni appena trascorsi e curiosa riguardo il prossimo, senza sapere esattamente cosa aspettarmi, ma pronta a mettercela tutta come avevo fino ad allora fatto, mi stavo avviando nel suddetto Trenitalia Arezzo-Milano con mia sorella per una settimana di relax solo io e lei nel suo appartamento milanese, in quel mondo di cotolette e shopping prima che iniziassi il mio famoso e tanto chiacchierato terzo anno. Avevo visto la pubblicità dei programmi Intercultura qualche giorno prima e proprio durante quelle quattro lunghe ore, dopo aver terminato il mio adorato “Saper Scegliere” di Sören Kierkegaard, con la testa piena di tutto quel filosofeggiare e con tanto tempo da passare seduta in quel treno, galeotto fu il libro  e chi l’ha scritto, la mia scelta, almeno inconsciamente, l’avevo già fatta. Ed è stata  proprio mia sorella la prima persona con cui ho parlato di quello che stavo pensando di fare l’anno prossimo ed è proprio dal suo appartamento milanese che mi sono letta da cima a fondo tutto il sito di Intercultura. E così la mia esperienza è iniziata, come tutte le cose belle iniziano, all’improvviso e in modo del tutto inaspettato. C’è stata prima l’ansia di dare la notizia ai miei parenti e amici e vedere prima la sorpresa nei loro occhi, poi l’incredulità, poi l’espressione “ma che ti sei bevuta?”, quando hanno capito che stavo dicendo sul serio. Poi l’agitazione la sera prima del test di ammissione, l’adrenalina e la determinazione “questa occasione non me la faccio scappare” della mattina del test e l’immancabile crisi isterica e il cominciare a dare la colpa del proprio insuccesso agli altri, sicura al 100% di non essere stata presa.  Poi c’è stata quella sera di fine Febbraio, appena tornata da scuola, quando la mamma mi ha dato la busta arrivata la mattina stessa, ancora intatta, su mio precedente ordine di non toccare niente che fosse firmato Intercultura. Le mie gambe tremavano, il cuore batteva all’impazzata, ero lì da sola nella mia camera, con il mio futuro tra le mani. Mi sono limitata a fissarla per quella che è sembrata  essere un eternità; poi, stanca di pensare a cosa aspettarmi, a cosa avrei letto, a come avrei reagito e percependo la gravosa presenza della mamma dietro la porta che era restata lì dopo che la avevo poco gentilmente invitata a stare fuori dalla mia camera, l’ho aperta . Non scorderò mai il sollievo dopo aver letto quelle poche righe, l’emozione, la commozione, il correre per tutta la casa e abbracciare tutti, mandare messaggi ai miei amici. Per non parlare dei  primi incontri con gli altri ragazzi che stavano per partire quando finalmente ho conosciuto qualcuno che non pensava fossi impazzita, o la sorpresa della prima e-mail ricevuta dalla mia famiglia ospitante, la sensazione che ho provato quando ho digitato per la prima volta “Prosper” in Google Maps. Lo strano effetto di quando ho comprato la valigia con la mamma, l’ultima notte che ho dormito nel mio letto, l’ultima volta che ho abbracciato i miei genitori, davanti al pullman che mi avrebbe portato in aeroporto. La prima mattina che mi sono svegliata


nella mia nuova camera, la prima volta che ho chiamato la nonna con Skype, che non riusciva a spiegarsi come fosse possibile vedermi e sentirmi “da quel quadratino” (cit. Nonna). Ed e’ proprio qui che quel vecchio Trenitalia mi ha portato, seduta nel giardino, godendomi il sole di fine Marzo, con il dizionario Inglese-Italiano a portata di mano perchè dopo 7 mesi c’è sempre quella parola che non mi ricordo in Italiano e perchè è difficile descrivere nella mia lingua sensazioni ed emozioni che ho vissuto in Inglese (questa è la scusa che ho trovato per cercare di nascondere a me stessa il preoccupante regresso del mio italiano). E già, adesso non è più tutto nuovo, tutto da scoprire e imparare, adesso c’e’ la vita quella vera, quella di tutti i giorni, c’è l’abitudine e la normalità. Adesso odio il Lunedì così come ho sempre fatto, odio quel dannato armadietto, ultimo di un’infinita fila situato nel posto più scomodo da raggiungere e difettoso da aprire, che prima pensavo fosse “so cool!”, adesso mi sento di nuovo parte di una famiglia, non mi fa più strano mangiare senza tovaglia o trovare i peli del gatto dentro la mia doccia. E penso che tutte queste piccole cose siano il palese segno che nonostante tutte le difficoltà ce l’ho fatta, non mi sto semplicemente godendo una lunga vacanza di puro divertimento ma sto veramente vivendo una vita che, seppur nuova e diversa, è assolutamente reale. Tanti dicono di avere la sindrome di Peter Pan, vorrebbero restare per sempre bambini, non crescere mai, non arrivare mai al punto in cui è tempo di prendere decisioni serie o accettare le proprie responsabilità. Siccome sembra che adesso la Disney sponsorizzi anche malattie, se proprio devo scegliere, direi che ho sempre avuto la sindrome di Pinocchio. Ho sempre desiderato diventare una persona vera, in carne ed ossa, con emozioni, sensazioni e pensieri, e terrorizzata al solo pensiero di rimanere un monotono pezzo di legno senza vita. Per adesso ci sono riuscita. Non è stato sempre facile, ma ne è valsa la pena. Ma di certo non ci sono solo momenti come questi, di pienezza vitale e di soddisfazione interiore, di emozioni che cambiano la vita ed esperienze che fanno maturare. Ci sono i momenti della Marta di tutti i giorni, quella imbranata che ha fatto esplodere, e intendo nel vero senso della parola, il lavandino della cucina perchè non importa quanti super moderni attrezzi di ultima generazione mi si mettano davanti, io non ci andrò mai d’accordo; quella che ha allagato il bagno della casa di una amica ancora prima di conoscerne i genitori seguito dal  “Salve Mrs... e’ un grande piacere conoscerla, sono amica di sua figlia e ho un certo immediato bisogno di un secchio e di alcuni stracci”. O di quando abbiamo invitato i vicini di casa a cena perchè la nostra exchange student from Italy cucinerà la vera pizza italiana e guarda un po’ ho usato una carta fatta di cera scambiandola per carta da forno che con il calore si è sciolta diventando un tutt’uno con la pizza e abbiamo dovuto ordinare dal ristorante cinese vicino. Ma credo che questa sia quello che rende questa esperienza vera  e reale, con i momenti in cui uccideresti per un vero caffè o cappuccino, per avere un pacco di “Pan di stelle” per colazione invece che salsicce e uova sode, per poter tornare a casa da scuola all’una e non alle quattro del pomeriggio. E poi naturalmente ci sono i momenti in cui manca casa, il pranzo della domenica dalla nonna, i pomeriggi a fare spesa con la mamma, guardare X-factor dopo cena con il babbo, parlare con mia sorella di notte nei nostri letti e poi cominciare a ridere senza motivo e senza riuscire a smettere o accendere la televisione e avere un attacco di cuore da quanto è alto il volume e capire subito che l’ultima persona che l’ha guardata è stata la nonna. Ma questa è un’altra meravigliosa parte di questa esperienza, il fatto che possa imparare ad apprezzare tutte le piccole cose che hanno sempre fatto parte della mia vita ma che ero troppo impegnata  o distratta per notare. E sebbene non riesca a spiegarmi come in tre mesi sarò in grado di lasciare una mamma, un papà e due meravigliose sorelline, perchè so bene che questa volta non si ritorna, sono sicura che questa esperienza affinchè sia veramente efficace debba avere un termine. Perché come mi ha detto qualcuno pochi giorni prima che partissi, in seguito ad un mio momento di panico, partendo non lascio niente, vado semplicemente a prendere qualcosa per riportarlo a casa. Soltanto tornando posso veramente sfruttare tutto quello che ho conosciuto, vissuto ed imparato qui. E’ tempo di lasciare, a malincuore sia chiaro,  la mia Ogigia e tornare in patria. So quello che mi aspetta eppure non mi tiro indietro, sarò forte e tenace e in qualche modo sono sicura riuscirò a sopportare le sventure che gli dei onnipotenti, armati di penna rossa e registro, hanno in serbo per me. 


di Martina Tacchini

Nella nostra società cresce l’allarme povertà. Questa parola, che sembrava essere rifiutata e rimossa in nome del progresso e del benessere, è tornata alla ribalta delle cronache. Certamente non è una povertà simile a quella del ‘900, che era ben visibile; oggi è qualcosa di più nascosto, subdolo, ma che esiste in molteplici forme, difficili da estirpare. Quella più evidente è causata dalla mancanza di lavoro, o meglio per molti, dalla perdita di lavoro. In questa situazione i giovani cominciano a perdere le speranze: i laureati spesso non hanno nemmeno la forza di cercare lavoro, poiché sanno che è impossibile trovarlo. Sarebbero disposti anche alla flessibilità, pronti a cambiare impiego, se solo lo trovassero! Televisione e giornali riportano continuamente notizie di padri di famiglia che non arrivano alla fine del mese, poiché si trovano in cassa integrazione o completamente senza stipendio. Dove vanno a finire i progetti e i sogni di una vita? Negli ultimi giorni l’opinione pubblica è rimasta sconvolta dalla notizia di alcuni suicidi da parte di alcuni piccoli imprenditori che, gravati dalla crisi e dalle tasse non sono riusciti a portare avanti la loro azienda,

sentendosi dei falliti per non avere nessuna via d’uscita azienda, sentendosi dei falliti per non avere nessuna via d’uscita. Non dobbiamo dimenticare che questa grave situazione non è solo italiana ma esiste in Europa e perfino negli Stati Uniti. Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere i problemi; la crisi economico-finanziaria si è ormai innestata su un processo di ridistribuzione del potere internazionale a favore delle economie emergenti extra-occidentali. Alcuni esperti di economia arrivano a sostenere che paghiamo l’errore, ormai irrimediabile, di aver voluto l’euro: effettivamente noi europei sembriamo in trappola, non possiamo arretrare né avanzare poiché, anche se rinunciassimo all’euro, i costi del fallimento sarebbero troppo alti. Per far sì che noi giovani possiamo tornare a credere e sperare in un futuro, devono essere fatti dei piani economici a livello governativo, affinché tutto il paese possa riprendere a progredire e a determinare ricchezza. Solo così potremo tornare ad essere competitivi a livello europeo e internazionale, in modo che l’Italia non sia più considerata solamente un paese periferico, ma una nazione che riprenda a sperare nella crescita economica, nel benessere e nella sicurezza dei suoi cittadini, garantendo soprattutto un solido futuro a tutti noi giovani.

PELLEGRINI. Commentando il carme VIII di Catullo: “Perché Lesbia non vuole più fare questi giochi d’amore? Forse perché Catullo è INPOTENS?” CASETTARI: “ Leonardo fu anche accusato di essere un negromante”. Studente: “Che cosa significa negro mante?” Risponde un compagno: “Ma è chiaro, ‘amante dei negri’!” NESTRI: “Io preferisco IMMANUEL Kant più che EMANUELE Kant. Poi se uno trova scritto E. Kant pensa :Ah, è EVA KANT…e DIABOLIK!” TORRE: “Perché come mi vedete dovete andare tutti al bagno? Ho un effetto diuretico/lassativo a seconda dei casi?” Studente 4°: “Ho fame. Tu che hai per merenda?” E l’altro: “Boh…un panino al pane!” PELLEGRINI: “Come sapete, in metrica esistono i settenari: Dattilo, Spondeolo, Trocheolo…” . Sempre il Pelle, ancora su Catullo (Carme 63): “E così il giovane Attis si evira (gli studenti paiono perplessi); si taglia il fringuello, in pratica!” TORRE. Spiegando gli studi genetici di Mendel: “Mi sa che voi avete da parlare di cose più interessanti dei…piselli, eh ragazzi?” NESTRI: “Ma avete capito chi era Napoleone? Non è mica quello dell’Euronics…quello è Napo leone!” PELLEGRINI: “Uno dei personaggi di spicco dell’Illuminismo italiano fu Cesare Beccaria…l’avrete sicuramente sentito nominare.” Interviene uno studente: “Ah, sì, era il nonno di Petrarca, vero?”

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