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n°6 Novembre 2011

LA VOCE DEL LICEO STATALE PLINIO IL GIOVANE CLASSICO-SCIENTIFICO-DELLE SCIENZE APPLICATE

Facce nuove al Liceo Plinio di Andrea Pellegrini

Dire che questo Anno Scolastico sia importante è riduttivo. Il liceo Plinio comincia un nuovo corso ed è chiamato ad una prova di responsabilità e maturità. I nuovi indirizzi completano ed integrano quella formazione liceale che deve diventare un patrimonio della collettività. Il numero degli iscritti è in aumento e molti si chiedono quali strutture ci accoglieranno in futuro. Per questo abbiamo interpellato il Sindaco di Città di Castello, Luciano Bacchetta, che con grande spirito di collaborazione ha

risposto a tali domande, a cui abbiamo destinato la prima pagina. Fatta questa doverosa premessa, passiamo ai contenuti dell’attuale numero. Come al solito abbiamo affrontato argomenti che riguardano le varie attività della nostra scuola (Intercultura, partecipazione a Convegni, etc), trattato temi e questioni di natura sociale e culturale, che mi auguro forniscano spunti di riflessione. Un articolo da leggere e meditare è, senza ombra di dubbio, quello relativo ad una nuova corrente filosofica, che piano piano attecchisce e fa proseliti: l’ahismo. Il pezzo, steso con grande lucidità e finezza, stilisticamente impreziosito da un lessico scaltrito ma nello stesso tempo efficacissimo, ritrae un’immagine cruda e spietata della mentalità dell’uomo moderno. Alle classi iniziali è stato proposto un sondaggio relativo a questi primi mesi di scuola: l’indagine ha dato esiti confortanti e nel complesso positivi. Queste sono le fondamenta su cui cementare i nuovi curricola. Gustosissimo l’IPSE DIXIT, con alcune ‘perle’ veramente memorabili.

Il Sindaco risponde

intervista al sindaco Bacchetta

Il ruolo del Liceo Plinio il Giovane in Altotevere.

Quando si parla di una scuola, attiva nella nostra città dal 1903, non si può non riconoscerle un ruolo fondamentale sia nella crescita sia nello sviluppo della nostra comunità e che ha saputo inoltre incidere profondamente nella storia economica, politica, culturale e sociale. Il Liceo Plinio il Giovane è stato ed è un punto di riferimento di un vasto territorio, che ha come protagonisti ieri ed oggi i nostri ragazzi e le nostre ragazze. Dalla Romagna alla Toscana, dalle Marche all’Altotevere Umbro, da oltre 100 anni attraverso lo studio classico questi giovani hanno contribuito alla grande vivacità che caratterizza da sempre il nostro territorio. Oggi, il Liceo Classico Plinio il Giovane, come da sempre è stato nella sua storia, raccoglie la sfida proposta dal territorio e rinnova l’offerta con il corso scientifico, una sfida complessa ed entusiasmante che marca il forte legame del Liceo Plinio il Giovane con il territorio, ancora protagonista delle difficili sfide che attendono la nostra vallata.   Quali spazi saranno destinati al liceo visto l’aumento della popolazione studentesca? Quali i tempi? Quali le eventuali alternative? Il Comune ha creduto fortemente nella nuova proposta culturale del Liceo Plinio il Giovane. L’istituzione del corso scientifico ha portato ad un bisogno di maggiori spazi. Proprio per questo il Comune ha liberato e ridato in uso alla provincia di Perugia l’ultimo piano del fabbricato adiacente alla scuola dove era collocata la Biblioteca Comunale. Le previsioni fatte dalla provincia su indicazione della scuola ci dicono che a regime nel 2015/16 la scuola avrà bisogno di 30 aule per gli studenti rispetto alle 15 aule del passato. Per quella data sarà disponibile l’intero fabbricato della biblioteca visto che nel 2012 avremo completato il recupero di Palazzo Vitelli a San Giacomo e potremo quindi spostare nella nuova sede tutta la Biblioteca Comunale. Nel frattempo in accordo con la scuola e la provincia monitoreremo la

situazione per dare adeguata risposta alle conseguenze che derivano da questo raddoppio di studenti e quindi di aule al Liceo Plinio il Giovane. Spesso si denuncia la frattura tra la scuola ed il mondo del lavoro, tra scuola e territorio. Come si può superare tale gap? Quali iniziative pensa di promuovere il Comune? È un momento delicato per l’economia mondiale, con ricadute pesanti in tutti i paesi e la nostra realtà non è esclusa da ciò. Proprio per questo è necessario che le risorse disponibili siano utilizzate al meglio e che le sinergie tra scuola, enti pubblici ed imprese siano coordinate e soprattutto abbiano ben chiari gli obbiettivi. La scuola è e rimane il grande luogo dove tutti possono trovare le risorse culturali necessarie ai nostri giovani per affrontare le sfide complesse che li attendono. Non possiamo comunque negare che la nostra storia e la nostra tradizione ci insegnano il forte legame tra scuola, lavoro ed imprese. Senza delegare compiti ad altri dobbiamo avere la capacità di continuare la strada che esperienze significative, come quelle del Centro di Formazione Bufalini e della Scuola Grafica, hanno tracciato. È quindi fondamentale il dialogo e la scuola deve confrontarsi per condividere una proposta complessiva dove si costruiscono i percorsi culturali e formativi che permettano ai nostri ragazzi/e di poter scegliere liberamente ognuno la proprio strada. Dobbiamo dare possibilità di formazione professionale in modo da sostenere tutti i settori nevralgici della nostra città.


(in)Giustizia

I

italiana di Carlo Alberto Paladino

sostiene, non è solo una tutela per la sicurezza dell’automobilista, ma una tutela per la vita. L’opposizione prende campo con Donatella Ferrante, che in un’intervista dell’11 agosto 2011, spiega che il giudice può già ricorrere alle norme del codice,

morti causati dall’imprudenza degli automobilisti, crescono

come quelle sul dolo eventuale o l’omicidio preterintenzionale,

di anno in anno. Secondo i dati dell’Istat del 2010, in Italia gli

per punire adeguatamente l’omicidio stradale non colposo. E

incidenti stradali con lesioni a persone sono stati 207.000 ed

se ciò è vero, come si può tollerare che un pluriomicida possa

hanno causato 3.998 morti e 296.000 feriti con lesioni di diversa

godere della libertà? È incredibile che in Italia ,anche quando

gravità. Il 70% degli incidenti, che viene causato per stato di

è noto il colpevole, questi non sia condannato . Non possiamo

ebbrezza o per uso di stupefacenti, pur conoscendosi i colpevoli,

essere sempre additati come l’Italia della Mafia, l’ Italia degli

hanno un esito processuale insoddisfacente. I giovani sono per la

scandali politici e l’ Italia dei casi irrisolti. Il nostro Paese non è

maggior parte i pirati della strada. Ignari di ciò che fanno, dopo

questo, come ci vogliono far apparire gli altri Stati. L’Italia è ben

notti passate in discoteca, si mettono alla guida della propria

altro. Siamo stati sempre un punto di riferimento, un popolo

macchina, sicuri della loro immortalità e del fatto che niente

guida sotto tanti punti di vista. Emblematica ed attualissima è

potrà mai succedere. Nel fine settimana, le strade diventano un

la frase di Tacito: “plurimae leges in corruptissima re publica”:

vero e proprio pericolo. Questa incoscienza e queste bravate

tanto più sono numerose le leggi in uno Stato, tanto più esso è

costano la vita di esseri umani ed è inammissibile che restiamo

corrotto. Quindi meno leggi, ma più rispettate e chiare, affinché

impassibili

davanti

ci sia la certezza della

a questa ecatombe.

Gli omicidi causati nelle strade non sono processati in modo

Dagli ultimi casi di

consono. Questa è l’accusa che ci viene attribuita dagli altri Paesi

piccolo

ed è ciò che pensa la maggior parte della popolazione italiana.

contribuire a formare

cronaca, si può vedere come non solo siano i giovani a causare

pena.Tutti nel nostro possiamo

una società migliore, non abbandoniamoci

incidenti, ma anche gli adulti. Un automobilista, di origini

a serate in cui si vuole provare tutto, perché la vera felicità non

albanesi, in stato di ebbrezza ha provocato la morte di ben

consiste nello sperimentare piaceri immediati, poco durevoli

quattro ragazzi francesi, che stavano viaggiando per godersi una

e per giunta dannosi. Siamo differenti, siamo noi stessi! Non

vacanza tutti insieme. Il protagonista della vicenda, pur avendo

abbandoniamoci ai soliti canoni, in cui si è parte del gruppo

percorso trenta chilometri contromano e pur avendo un tasso di

solo se si beve, se si fa i pazzi per strada andando a tutta velocità,

alcolemia tre volte superiore al limite, resta in libertà. Nei primi

o se si danneggiano cose o persone, solo per il gusto di farlo.

quattro mesi del 2011, secondo i dati del Ministero dell’Interno,

Amate la vita. A tale proposito mi torna alla mente una bella

sono aumentate del 5,4% le violazioni del codice della strada

frase della Fallaci : “chi ama la vita non riesce mai ad adeguarsi,

per guida in stato di ebbrezza. Questa constatazione ha mosso

subire o farsi comandare”. Fate valere le vostre idee e i vostri

però la situazione statica in cui ci trovavamo. Infatti il Ministro

principi. La libertà di scegliere quello che si vuole è, più che un

dell’Interno Roberto Maroni vuole introdurre il reato specifico

diritto, un dovere.

di omicidio stradale per chi si mette alla guida ubriaco o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. Questa legge, come egli


Tra Veline, Letterine e top-model, è ancora possibile credere nella cultura? Gli studenti del Plinio dicono sì!

L’ULISSE DANTESCO, EROE DELLA CONOSCENZA: “SPECIE” IN VIA D’ESTINZIONE?

La conseguenza di un professore annoiato sarà sempre e solo uno studente annoiato: la sete di cultura c’è,ma va soddisfatta. di Maria Federica Crociani

L’amore per il conoscere, l’amore per lo studio, per il viaggiare, per lo scoprire, per il brivido che dà lo svelare qualcosa di ignoto, è il motore che ci spinge in avanti, che ci dovrebbe spingere in avanti. Ci dovrebbe far sentire fieri della nostra condizione di uomini e, in quanto tali, per natura inclini allo sviluppo, al progresso delle nostre conoscenze. Ma non è così. Probabilmente perché non ci sono più quelle Colonne d’Ercole da varcare, non ci sono più nuove terre e nuovi luoghi da scoprire, per lo meno in apparenza. Tutto è già scodellato sotto i nostri occhi, a un solo click di distanza da noi. Ma quale tipo di conoscenza si può trarre, anche a partire da una semplice ricerca scolastica, da un insieme di informazioni grossolanamente “copiate-e-incollate” da questo e quel sito internet? Quale opinione si potrà mai formulare da un così arido e impersonale metodo di ricerca? Sembra veramente utopistico che nel 2011 si possa aprire un’enciclopedia (vengono ancora stampate, le enciclopedie?), perdere del tempo per selezionare le informazioni che PERSONALMENTE ci sembrano più importanti, sviluppando un’idea, anch’essa personale, cercando in tutti i modi di scappare a gambe levate dall’omologazione che ci sta tristemente rendendo tutti uguali. E allora, perché non aprire la Divina Commedia con un sorriso,con gusto, cercando di capire più cose possibili fra quelle che un genio come Dante ha cercato di farci arrivare talvolta esplicitamente, spesso e volentieri nascondendo tutto a puntino, lasciando a noi il compito di scavare, scavare, cercare, capire, apprezzare, rendendoci dei piccoli Ulisse che cercano in qualche modo di varcare le Colonne d’Ercole dell’ignoranza. Non è sufficiente scegliere il Liceo Classico per sentirsi smaniosi proclamatori di alti e nobili ideali che sembrano appartenere ad un mondo trapassato. Ci vuole passione. Passione e rabbia. Passione e rabbia per andare contro una società che, come quella di Dante condanna la conoscenza,se non con le scomuniche, con la quotidiana esaltazione del mediocre, con la continua esaltazione dell’ignoranza. Una condanna da cui bisogna sfuggire, scappare in tutti i modi. Un’immagine vivida di questa lotta appassionata contro le ottusità che hanno attanagliato e attanagliano il mondo, è quella che ci viene illustrata da Primo Levi in un passo del suo “Se questo è un uomo”. Il trasporto e la frenesia con cui cerca di ricordare il canto XXVI dell’Inferno, che cerca di spiegare a persone delle più disparate nazionalità e che non parlano nemmeno l’italiano, ma che come lui si trovano ad essere succubi dell’ignoranza e costretti alla

prigionia è chiaro simbolo della riverenza verso la cultura,che riesce a far sentire liberi anche in una condizione in cui di libero non è rimasto nemmeno il singolo respiro. E la cosa che più emoziona e rincuora, è il vedere che fra di noi ci sono ancora persone così, così innamorate del conoscere e che, per fortuna, non sono solo fra noi, ma stanno anche davanti a noi, per circa trentaquattro ore a settimana, trasmettendoci l’insegnamento più importante, che va oltre la storia, il greco, la matematica. Il fatto è che spesso e volentieri si sentono libere di esprimere tutto il loro tedio e la loro insoddisfazione, perché pensano di avere di fronte un branco di sempliciotti a cui interessa soltanto ridere e scherzare. Ma non siamo così! Proprio all’interno di una scuola come la nostra, è ancora vivo quell’amore puro verso il sapere, tanto che spesso e volentieri risultiamo come una folle minoranza agli occhi degli esterni. In fondo non siamo così sognatori se anche noi vogliamo a tutti i costi sbalordirci, come Ulisse di fronte a quella montagna bruna, di fronte alle piccole cose di ogni giorno, che agli occhi di coloro che una grande persona mi ha insegnato a chiamare “qualunquoni”, sono niente. “[…]La scienza è l’ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade”. Così Dante Aligheri definisce la scienza nel Convivio. E’ soltanto in lei che si trova la vera felicità. Dante ama ogni sfaccettatura delle conoscenza, ed impersona quella che è la cultura nel Medioevo. Al contrario, noi giovani del Terzo Millennio, ancora temiamo la conoscenza. Preferiamo essere tutti uguali, piuttosto che dar libero sfogo alla nostra più naturale indole. Non ci sarà nessun gorgo. Nessuna tempesta ci sommergerà. Non finiremo sicuramente all’Inferno sotto forma di lingua infuocata. Adesso che le nostre libertà e possibilità sono aumentate in maniera sproporzionata rispetto al passato, sentiamoci finalmente liberi di lasciarci trasportare dall’amore per la cultura, segno ancora oggi dell’unica e vera nobiltà d’animo. “Fatti non foste a viver come bruti,ma per seguir virtute e conoscenza.” (Canto XXVI,Inferno,Divina Commedia di Dante Alighieri)


L a mia A me r ica... di Marta Cherubini Scarafoni

“Stava a me: potevo e dovevo esser l’artefice del mio nuovo destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi” (Il fu Mattia Pascal, Luigi Pirandello). Era il 26 Agosto quando con le nostre magliette gialle firmate “Intercultura” , ancora incapaci di renderci conto di cosa stavamo per fare, eccitati, entusiasti e pronti più che mai ad iniziare la nostra avventura, dopo saluti strappalacrime, melodrammatici messaggi di addio, e un’inspiegabile e incontenibile adrenalina che ci ha permesso di fare quello che non avremmo mai pensato di essere capaci di fare, siamo finalmente partiti, iniziando il viaggio più straordinario della nostra vita. In molti mi hanno chiesto cosa ho provato quando sono scesa da quell’aereo, stordita dalle 11 ore di volo e dal famoso jet lag dovuto alle 7 ore di fuso orario, esausta a causa dell’enorme valigia da trascinare ed intenta a mandare il famoso “mandami un messaggio appena sei arrivata per dire che va tutto bene” alla mamma. Ebbene la sensazione che ho provato e’ stata proprio questa. Nessuno sapeva assolutamente niente di me e del mio passato. Per la prima volta nella mia vita potevo scegliere chi essere, in che modo presentarmi agli altri, come farmi conoscere; potevo decidere di sperimentare una nuova versione di me, di essere quella che per diciassette anni non ero mai stata. Ho avuto la mia occasione, la mia unica e irripetibile possibilità di essere l’artefice del mio nuovo destino. Ed e’ proprio quello che accade quando si fa una esperienza del genere: ogni cosa viene resettata e tutto lentamente e gradualmente ricomincia da capo. E’ come tornare bambini, si re-impara a parlare, si ricreano le proprie abitudini, si reimposta la propria quotidianità, si rifanno degli amici, si impara ad amare una nuova famiglia. Per la prima volta nella mia vita mi sono trovata, per così dire, dall’altra parte: non ero più la secchiona del Liceo con gli amici di sempre e le cene di classe al Sotheby’s. Ma ero “quella nuova”, “the Italian girl”, “the exchange student”. Ed il segreto per non rimanere un sostantivo, un aggettivo, una frase da dire mentre si viene guardati con stupore, è buttarsi e lasciarsi trasportare completamente e senza ripensamenti da questa avventura. A distanza di un mese posso dire che ne vale la pena. Vale la pena mettersi in gioco, vale la pena testare i propri limiti, vale la pena lasciarsi alle spalle amici, famiglia, certezze e abitudini. Vale la pena provare cosa significa la distanza e riscoprire, grazie ad essa, un amore innato per il proprio Paese e per le proprie origini, ma allo stesso tempo imparare a guardare le cose da un diverso punto di vista. L’America è amore per il proprio Paese, è stare ogni mattina un minuto in silenzio con la mano sul cuore rivolti verso la bandiera americana, è la passione per lo sport, quello vero, è sentirsi parte di una squadra, è uscire il sabato sera per andare a bere un Frappuccino, è sapersi divertire senza bisogno dell’alcool, è rispettare i limiti in strada, fare colazione con i pancakes e fare il barbecue in giardino;

è imparare ad aprire l’armadietto e prendere lo scuolabus giallo, usare l’ipad a scuola al posto dei libri, parlare con i professori riguardo cosa hanno fatto nel weekend, è imparare a vedere e trattare gli animali esattamente come altri componenti della famiglia, cenare alle 6 del pomeriggio e fare amicizia con i giocatori di football, è scoprire che non tutte le cheerleader sono antipatiche e non tutti i suonatori della banda sono asociali. La mia America è svegliarmi la mattina mentre le mie sorelline si esercitano per le gare di spelling, è giocare a Barbie in inglese, è andare al cinema e capire il 30% del film, imparare a non asciugare più i capelli dopo la doccia perchè qui è considerate strano, è non accendere la radio in macchina o la televisione a cena perchè parlare è più bello, è andare al supermercato e rimanere ogni volta perplessi di fronte a quante cose e in che quantità

vengono vendute; abituarsi a mangiare senza tovaglia, mettere le decorazioni per Halloween un mese prima, andare alle feste in piscina e cantare a squarciagola in macchina insieme ai propri amici sfoggiando il proprio inconfondibile accento italiano. La mia America è aspettare che passi un momento di debolezza o di nostalgia prima di accendere il computer e contattare la famiglia e gli amici a casa, è riscoprire il valore di un abbraccio dopo una lunga e faticosa giornata, è pagare sempre con le banconote perchè in un mese non sono ancora riuscita a capire la differenza tra “dime”, “quarter” e ”penny”, è insegnare ai miei amici americani che le vere lasagne non sono quelle in barattolo che si trovano qui, spiegare che in Italia si parla l’italiano e non il francese. La mia America è dare da mangiare ai serpenti nell’aula di Anatomia e usare il burro al posto del sale per I popcorn, è andare al ballo di inizio anno e costruire una catapulta per Marshmallow per il compito di Fisica. La mia America é prendere la bicicletta e girovagare per il vicinato,guardandomi intorno e sentendomi esattamente nel posto giusto, è svegliarmi la mattina nella mia nuova camera e andare a scuola e sentire che questa è la mia vita, è rendersi conto dei miei progressi ogni singolo giorno, è sentirmi orgogliosa quando riesco a sostenere una lunga conversazione, è la soddisfazione di riuscire a studiare in un’altra lingua e prendere un bel voto, è sentirsi fieri di se stessi quando si riesce a capire una battuta e quando si può finalmente abbandonare la tattica “se non capisci:sorridi e annuisci”. La mia America sono io, con la mia voglia di fare e con l’entusiasmo con cui sono riuscita ad affrontare tutto questo, con il panico e il “chi me la fatto fare” di alcuni giorni e il “voglio restare qui per sempre” di altri. La mia America è il mio modo di superare i miei limiti, di scoprire cosa c’è al di là delle mie colonne d’Ercole. La mia America è il mio coraggio, la mia determinazione, il mio unico e irripetibile “folle volo”.


Tutti a Sira cusa Si rinnova il tradizionale viaggio a Siracusa per assistere al Festival del teatro tragico di Niccolò Maria Gimigliano

In una serena mattinata di fine maggio, noi studenti delle vecchie II (o 4?) liceo ci siamo riuniti nel parcheggio della scuola e, dopo aver sistemato le valigie sul pullman, dopo la tradizionale corsa per i posti migliori e dopo i saluti “strappalacrime” ai genitori, siamo finalmente partiti per l’avventura in terra sicula. La partenza, nonostante tutti i problemi e gli interrogativi che l’ hanno preceduta (cuccette o non cuccette? Tre o quattro giorni? Si parte o non si parte?) è stata particolarmente spensierata: eravamo felici, al termine del penultimo anno di liceo, avevamo già un piede nelle vacanze e soprattutto potevamo vedere attraverso le finestre due o tre classi di “quartini” che annaspavano sui banchi. Il viaggio è stato all’insegna della cultura, con un’ esauriente visita ad un tradizionale autogrill dell’ Agro Pontino e con la visione del colossal “Che Bella Giornata” di Checco Zalone. La traversata per la Sicilia è stata emozionante per alcuni, noiosa per altri ed indigesta per altri ancora (dopo una squisita cenetta in cui le cotolette sapevano di verdura e la verdura di cartone). Una volta sbarcati, la mattina dopo, tra uno sbadiglio e l’altro abbiamo visitato il centro storico di Catania e, personalmente, sono rimasto colpito dalla magnificenza e dallo sfarzo dei palazzi, che eguagliano quasi quelli dell’ Urbe. Nel pomeriggio, una volta giunti a Siracusa, ci siamo accalcati alle porte del Teatro Greco: ogni anno una compagnia di attori professionisti mette in scena, nell’ arco di tre giornate, due tragedie di autori greci, seguite da una commedia; la particolarità dell’ evento è il fatto che le recite, con gli interventi del coro (di cui finalmente abbiamo capito la funzione), i costumi e persino le musiche, sono una ricostruzione di come dovevano essere nell’ Antica Grecia. La prima tragedia a cui abbiamo assistito è stata l’ “Andromaca” di Euripide, mentre il giorno successivo, dopo una stremante e disidratante visita agli scavi archeologici e alla cittadella di Ortigia, abbiamo assistito al “Filottete” di Sofocle. Nonostante a livello tematico la seconda tragedia sia molto più attuale e possa ancora costituire, a distanza di quasi 2500 anni, un

importante spunto di riflessione (per esempio sulla condizione dei “diversi”, degli “appestati” e dei malati nella società moderna), l’ Andromaca è tuttavia risultata più emozionante grazie all’ altissimo livello di recitazione di alcuni attori (in particolare è stata spettacolare la figura della dea Teti, soprattutto nella fase finale del deus ex machina). La cosa più impressionante però è stata vedere il teatro completamente pieno di ragazzi più o meno giovani e il fatto che, nonostante molti avessero previsto due ore di noia, non appena sono cominciati gli spettacoli è calato un silenzio di tomba e tutti hanno guardato la scena con interesse sino alla fine. L’unico rimpianto è dunque quello di non aver visto anche le “Nuvole” di Aristofane il giorno seguente, perché qualche sana risata non fa mai male e soprattutto perché avremmo avuto più tempo per visitare l’isola. Un punto a nostro vantaggio è stato il comportamento tenuto durante le due notti in albergo, trascorse abbastanza tranquille grazie anche alla saggia strategia dei professori che, prima di andare a letto, si sono limitati ad invitarci ad un comportamento responsabile e non hanno instaurato il solito regime di polizia che scatena la guerriglia con gli studenti e si ritorce contro loro stessi impedendogli di dormire. L’ultima giornata l’abbiamo trascorsa facendo delle sfacchinate su e giù per le innumerevoli scalette della città di Modica e il pomeriggio visitando la bellissima città barocca di Noto. La sera, sul traghetto, il clima era meno festoso e un po’ malinconico per la partenza, ma ci rincuorava il fatto di essere ormai prossimi alle vacanze estive, quelle tanto agognate tredici settimane di libertà che ci avrebbero (e ormai ci hanno) separato dall’ ultimo, duro anno di scuola.


Quando la televisione diventa

pericolosa Spesso la TV si fa latrice di un messaggio sbagliato e mistificatorio. La donna viene strumentalizzata e diventa un mezzo attraverso il quale commercializzare prodotti o imbambolare gli sciocchi

di Giovanni Ranieri e Nicola Braccalenti

Il giorno 19 ottobre presso la sala Consiliare del Palazzo Comunale di Città di Castello, la signora Zanardo ha tenuto un dibattito sull’uso improprio del corpo della donna in televisione. In rappresentanza del Liceo Plinio il Giovane, la classe 3° A ha partecipato attivamente alla questione argomentata dalla Zanardo, la quale, interagendo con gli studenti provenienti anche da altre scuole della città, ha presentato un videodocumentario. Il filmato, nato da un’analisi di quattrocento ore di intrattenimento televisivo, ruota intorno alla scomparsa delle ‘vere’ donne dal mondo televisivo, in quanto l’ immagine femminile non viene più considerata degna di identità, ma solo un “oggetto per vendere altri oggetti”. Lorella Zanardo, confrontando la televisione italiana con quella di altre nazioni europee, si è indignata di fronte ad una tale commercializzazione del corpo femminile e, dopo aver vissuto per molti anni

all’estero, al suo ritorno si è resa conto del modo grottesco con cui le immagini vengono mandate in onda nelle televisioni italiane. Sebbene il pubblico televisivo italiano sia composto per la maggior parte da donne, esse sembrano non accorgersi dello scandalo, come se tutto ciò fosse normale. Il problema sconvolgente, come spiega la Zanardo, è che nemmeno la donna si accorge di essere usata per degli scopi economici, ignara di questa “oggettizzazione” del corpo, che si riduce ad una pura componente quantitativa piuttosto che qualitativa. L’ autrice di questo saggio afferma anche chemascherare l’espressività del corpo tramite l’ abilità dei truccatori, rappresenta il problema di un’ immagine sbagliata della donna, che però viene presa da esempio. Questa immagine, vista a casa da soli, potrebbe passare inosservata, ma in questo modo ha creato in noi la stessa indignazione che ha colpito la Zanardo, la quale ha iniziato a chiederci cosa sarebbe successo se al posto di una ragazza fosse apparso un uomo di colore; al che noi abbiamo gridato al razzismo: “infatti la televisione si basa proprio su questo” -dice la Zanardo- “nel cercare di rendere normale ciò che non lo è”. Dopo la visione del filmato siamo stati invitati ad affrontare il problema con le “armi” (bombardamento mail e campagne di sensibilizzazione), grazie alle quali, pur rimanendo nella parte del giusto, si può riuscire a far cambiare idea riguardo ad un esempio ritenuto sbagliato e imposto dalla società. Alla fine del dibattito è emerso, oltre all’argomento di base, anche quello politico, in quanto la televisione è considerata come un mezzo per “imbambolare” le persone. Questo incontro con la Zanardo si è dimostrato importantissimo, in quanto ha aperto gli occhi di molti giovani presenti che “guardavano la televisione senza vederla” e che ora invece la considerano come una “cancellazione di identità”.

La bacheca del lettore Chi è morto alzi la mano! Autore: Fred Vargas

di Roveno Valorosi

Non sono un appassionato di libri gialli, ma leggendo la trama di questo libro non potevo non comprarlo: tre giovani disoccupati storici e un po’ sfigati sono costretti, a causa delle loro ristrettezze economiche, a vivere tutti assieme in una vecchia casa malandata in un quartiere abbastanza ricco dove vive una tormentata ex cantante d’opera lirica Sophia Simeonidis; per giunta devono convivere con lo stravagante zio di uno di loro, personaggio misterioso e che nasconde un passato un po’ torbido. La vicenda ruota attorno alla solita sparizione e alle indagini mal condotte della polizia, la solita storia, insomma, se non ci fossero i personaggi a farcirla in maniera assurda e straordinariamente divertente! Per cominciare i tre protagonisti si odiano e non fanno che ostentare la superiorità del proprio periodo storico studiato su quelli degli altri: Marc Vandoosler è un tipo elegante, così tanto da rasentare l’eccentricità, ed è un medievista dal carattere nevrotico. Lucien Devernois non fa che parlare della Prima Guerra Mondiale e di usare metafore belliche o di utilizzare il gergo tipico dei dossier militari, dando anche alle situazioni più critiche un colore che non potrà non far ridere. Infine c’è Mathias Delamarre, un tipo alternativo, robusto ma buono e calmo che rappresenta la funzione dell’uomo primitivo: “raccoglitorecacciatore”, essendo lui stesso uno studioso dell’era preistorica. Questi tre sono gli “evangelisti”, come li soprannomina lo zio di Marc, il vecchio Vandoosler, un ex poliziotto in pensione. Quello che rende il romanzo veramente divertente e piacevole sono i dialoghi tra i tre storici, pieni di frecciatine e insulti “d’arte”, e le loro strane manie e idee stravaganti (come il sistema organizzato per l’assegnazione dei piani della casa o il metodo impiegato per chiamarsi a raccolta, mediante delle…scope!), e soprattutto le situazione che essi stessi contribuiscono a creare con la loro inefficienza e “sfigatezza”, consci di dover fare i conti con il loro mestiere inutile agli occhi della società e con la disoccupazione, che fa soffrire tutti i protagonisti del racconto. Ma sarà proprio il loro fiuto da ricercatori del passato e la loro attenzione verso questo caso (dovuta alla mancanza di impegni che possano occuparli) che appare irrisolvibile a farli diventare degli eroi improvvisati e squattrinati.


*

di Clizia Franceschini

Nella concezione moderna di mente e corpo, si tende a pensare che queste realtà non si influenzino reciprocamente e spesso ci si imbatte, a mio parere, nella teoria cartesiana della res cogitans (mens) e res extensa (sostanza estesa e non pensante): non si fa del corpo una dipendenza strumentale dell’anima, ma si crede che non ci sia alcun nesso causale tra le due sostanze (come un orologio, che si muove da sé). Io penso che corpo ed anima siano due entità che si completano, e vanno a costituire una rigorosa unità tra le diverse parti del corpo dell’uomo: “La mente e il corpo sono un solo identico individuo, che è concepito ora sotto l’attributo del pensiero, ora sotto quello dell’estensione”(Leibniz). E così gli antichi greci e latini elencano le parti dell’uomo, stabilendo tra esse una forte corrispondenza (come ad esempio Platone sosteneva che il corpo era la tomba dell’anima): il corpus(σώμα), l’anima (ψυχή), la mens (νούς), spiritus (πνέυμα)e infine il genius (δάιμwν). Nel linguaggio quotidiano non si distingue con esattezza il contenuto di queste parole e soprattutto si tende a pensare che mente e corpo non siano un tutt’uno; Vico attribuiva all’antica sapienza italica la distinzione fra mens, animus e anima, e la gerarchia fra le parti dell’uomo rimase sempre virtualmente nota nonostante le diverse interpretazioni verbali. Platone ad esempio ne annoverava due, Zenone tre , Panezio cinque o sei, e dieci taluni stoici. Il corpus appariva comparabile ad uno strumento a percussione emanante un ritmo turbato o tranquillo: l’ira equivale ad un ansito affannato, per i lirici greci l’amore è una bufera nel petto, mentre per Pindaro i pensieri miseri sono un avaro respiro e la malinconia un corto e meschino sospirare. I vari metri giambici raffiguravano con esattezza il volgersi dell’animo, il suo ritmo, e la forza pulsante (spinta dal cuore con i precordi). Colui che è in preda all’ebbrezza, alla preoccupazione o alla rabbia ha dei precordi impediti e colui che ha la facoltà di accogliere i precordi sarà in grado di utilizzare con prensilità la φρόνεσις. L’intelligenza implica a sua volta il μήδομαι: il sentire, il concepire e il conoscere, verbo che Aristotele impiegherà non solo per descrivere l’atto del toccare,ma anche associandolo all’atto del conoscere(νόεσις), attribuendogli dunque un’accezione di verbo di percezione, e connettendo strettamente il linguaggio del corpo(percepire),al conoscere (proprietà prettamente intellettuale). Il ritmo dell’anima umana è generato dalla persuasione o dal soffio, che penetra nella mente e nel corpo attraverso i “pori” o “tubi”.Il soffio è ciò che definisce la natura dell’animo: la sua irascibilità, benevolenza e il raccoglimento all’interno dei precordi (processo ben diverso dall’introspezione). Il Vico definisce l’aria come il veicolo della sensibilità e della penetrazione precordica, quando insinuandosi per i nervi ne agita il succo e può causarne l’assenza o l’eccesso di emozioni. Platone invece dirà nel Timeo

che l’eccesso di emozioni impedisce i movimenti propri e intellettuali della psiche (impedendo di conseguenza il normale processo precordico); Pindaro osserva che quando le membra sono inattive, la psiche entra in contatto con il cuore del cuore, grazie al raccoglimento dei precordi. E’ dal cuore dunque che si sprigiona il calore, e nel cuore del cuore (ventricolo sinistro) risiede la gnome (intelletto): pura sostanza brillante e luminosa, sorta dal flusso sanguigno; lancia i suoi raggi e governa le passioni dell’anima. Varrone definisce ciò come “un soffio caldo venuto dal cielo”, credendo che in questo fenomeno ci fosse la mano della divinità. Lo strumento della meditazione è una meditazione (ascesi: atto con il quale si denota una vita che è caratterizzata dal rifiutare i piaceri terreni e il vivere da anacoreta. Coloro che praticano stili di vita ascetici spesso percepiscono le loro pratiche come virtù e le ricercano per raggiungere maggiore spiritualità. Molti asceti, soprattutto quelli del mondo antico, credevano che l’azione di purificare il corpo aiutasse a purificare l’anima, e a ottenere perciò un maggiore legame con ciò che è divino e porta all’ampliamento delle qualità morali) concentrata su un principio assoluto: la vanità e il mutamento delle cose (cotidie morimur, espressione frequentemente usata da Seneca nelle Epistulae Morales ad Lucilium), l’analisi dei desideri dell’uomo, la distinzione tra spirito e psiche mutevole e infine la distruzione di sé stessi (autocoscienza): persona demenda est, dirà Seneca. Gli esercizi spirituali antichi insegnavano a raccogliere l’anima evitando di cedere alla curiosità e alle passioni (nella visione epicurea di questa pedagogia interiore “sensazioni e passioni possono esaurirsi in loco sino a quando l’animus non riesca a tenersene immune” ). Secondo Seneca, nella prefazione alle Naturales Quaestiones, se ci si svincola dai vizi dell’animo e ci si libera da questi, si raggiunge la virtù (grazie soprattutto al logos), la quale comporta la distensione del ritmo corporeo (animum laxat). Le cognizioni più sottili si ottengono dunque eliminando l’animo pauroso e i pensieri voluttuosi e infine ogni immagine dalla propria persona : virus ista animum laxatet praeparat ad cognitionem coelestium. Nel Timeo Platone aveva descritto il processo di raccoglimento come il frutto della conoscenza divina che si abbatte nella gleba dell’encefalo, ed era necessario non muovere il corpo senza l’anima, né l’anima senza il corpo: tale era il segreto del menomai. Pitagora ed Empedocle insegnano il raccoglimento in maniera analoga a quella praticata negli ambienti sciamanici e negli yoga sutra indiani. All’anima inoltre spetta la facoltà immaginativa e quando si parla di ascesi si intende sempre la sua purificazione: l’ascesi denuda la fantasia (insegna Epitteto). Ma cosa pecca in noi quando irrazionalmente ci dirigiamo verso un’immagine licenziosa? Sinesio rivelò sulle Visioni che la fantasia è il senso dei sensi ed è essenziale l’esistenza di essa nell’animo umano.


Plotino afferma che la fantasia è il prodotto del genius, che spinge l’uomo giusto a seguire il suo eros (o genio buono). Ed Esiodo ci parla del δάιμwν ponendolo sullo stesso asse dei ritmi cupi e ferali (che si muovono insieme al demonio), dei morti afflitti e nocivi, delle malattie da miasma, del sangue sparso, delle fantasticaggini, dei sortilegi, degli sguardi torvi e dello stridor di denti.Un poema di Lino conservato da Strobeo supplica: “Allontana i demoni molteplici dalla tua anima e dal tuo intelletto.” Che cos’altro è riconosciuto come uno dei principi che anima il sentimento e rende nobile il genere umano? L’Eros, che ci viene rappresentato grazie alla vicenda allegorica di Apuleio: Amore e Psiche( una bellissima fanciulla che non riesce a trovare marito, diventa l’attrazione di tutti i popoli vicini che le offrono sacrifici e la chiamano Venere. La divinità, saputa l’esistenza di Psiche, gelosa per il nome usurpatole, invia suo figlio Amore perché la faccia innamorare dell’uomo più brutto e avaro della terra e sia coperta dalla vergogna di questa relazione. Psiche viene così portata a malincuore sulla cima di una rupe e lì viene lasciata sola. Tuttavia il dio si innamora della mortale e, con l’aiuto di Zefiro, la trasporta al suo palazzo dove, imponendo che gli incontri avvengano al buio per non incorrere nelle ire della madre Venere,la fa sua; così per molte

Eros e Psiche bruciano la loro passione in un amore che mai nessun mortale aveva conosciuto. Psiche è prigioniera nel castello di Cupido, legata da una passione che le travolge i sensi. Solo alla fine,dopo che Venere l’aveva sottoposta a molte prove insidiose, lacerata nel corpo e nella mente, Psiche riceve con l’amante l’aiuto di Giove: mosso da compassione il padre degli dei fa in modo che gli amanti si riuniscano: Psiche diviene una dea e sposa Amore.) Amore, nel mondo antico era paragonato all’etere o alla gnome pura, che congiunge gli elementi primordiali dell’uomo reciprocamente: è una “catena d’oro, che connette tutti i piani dell’essere, eleva verso l’idea pura e senza mescolanze della bellezza assoluta delle anime”(Lucano). Trova l’Eros e con esso entra in simbiosi colui che ha rispetto verso il mondo, compiacenza verso il prossimo , chi trae auspici e si dedica asceticamente alla divinità.

*Elemire

Zolla (Torino, 1926 – Montepulciano, 2002). Professore di

letteratura angloamericana nelle Università di Genova e Roma, filosofo delle religioni, studioso di alchimia, tradizione ermetica, dottrine orientali. Per un primo approccio si può consultare la biografia intellettuale stilata da GRAZIA MARCHIONO’, Il conoscitore dei segreti, Rizzoli.

3A: Prof. Dragoni: “Guardate che lo so che tanto le Catilinarie le scaricate da internet!” Alunno: “Non ci sono!” 5A: Prof. Massi (spiegando un esercizio di fisica): “Non è importante com’è il baule: rosso, giallo, di ferro… con le rotine quadrate..!” Alunna: “Ma perché Rousseau fa mettere i suoi figli in collegio?” prof. Nestri: “Perché gni ne fregaha gniente!” Alunna: “Si dice che Leopardi amasse un uomo…” prof. Pellegrini: “Se stesso” Alunna: “No, un altro uomo!” Pelle (tappandosi le orecchie): “BLA BLA BLABLA!!!” Prof. Dragoni: “Leggi la biografia di Curzio Rufo.” Rondoni (leggendo): “Di Curzio Rufo ignoriamo quasi tutto…a posto, prof !” Alunno: “Prof, ho problemi con la R…” prof. Polidori: “No, tu hai proprio problemi con lo studio!” 4C: La classe rientra dall’ora di educazione fisica dopo che ha piovuto. In classe c’è il prof. Fantini. Statuti: “Prof, ce l’ha un phon?” Fantini (indispettito): “Che sarcasmo, Statuti! 4A: Prof. Torre nota Bacinelli distratto: “Tu sei già informato sul gruppo ossidrilico, vero Bacinelli? Già, dimenticavo, ci hai fatto anche la tesi di laurea..!” Prof. Pellegrini spiegando Lucrezio e l’epicureismo a Roma: “I diffusori furono Amafinio e Cazio… Certo che uno che si chiamava Cazio che vita faceva, poveretto?? Pensate la gente che gli chiedeva: ‘Ma…che CAZIO dici?” Prof. Pellegrini in citazioni bibliche: “E’ più facile che un cammello entri nel regno dei cieli, che un ricco passi per la cruna di un ago!” Prof. Nestri: “E così gli averroisti latini sostenevano la teoria della doppia verità…fondamentalmente per pararsi il…!” Sempre il prof. Nestri: “Mannaggia a Eva e a quel tonto de Adamo. Se non fosse stato per Eva che ha preso la mela e per quel tonto de Adamo che le è andato dietro, a quest’ora s’ era a scola? No! S’era tutti in giro alla trallallero trallallero, ma purtroppo non è così. Se capisce??” Prof. Lepri (in classe c’era una temperatura tropicale): “Fioli, che caldo, io vado a foco!!! Faccio come ‘il Fantastico quattro’: FIAMMA!!!” Discussione in classe all’ora di religione. Argomento ‘chi non crede non ragiona’. F. Massetti (3°A):”Secondo me, uno può non credere, ma può anche non ragionare. Magari ha già tutte le risposte: non si chiede mica da dove viene il latte!”


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di Venturo Paolini

no spettro si aggira per il liceo; anzi, una vera e propria filosofia, un’innovativa corrente di pensiero che, a dir la verità, già da qualche tempo ha cominciato a prendere forma all’interno dell’istituto, ma che solo in tempi recenti ha assunto una fisionomia precisa e coerente, definendosi come un articolato e complesso sistema di pensiero che solo menti superficiali potrebbero derubricare come corrente minore rispetto ai grandi filoni della speculazione etico-filosofica contemporanea. Stiamo parlando dell’ “ahiismo”, questo il nome attribuito al nuovo indirizzo filosofico da colui che ne è stato il più illustre studioso a livello mondiale, il prof. Franco Nestri, che ne ha approfondito tutte le specificità, le implicazioni gnoseologiche ed etiche, le complesse relazioni con altri orientamenti di pensiero. E proprio a lui, al professor Nestri, autore dell’imperituro saggio “L’ahiismo tra concettualizzazione teorica e prassi esistenziale”, va il doveroso omaggio del sottoscritto, suo umile discepolo nonché estensore del presente articolo, pallido riflesso della sublime riflessione del Maestro… Per entrare dunque nel merito della questione, l’ahiismo può essere definito come una singolare ed efficace sintesi di menefreghismo, viltà, ignoranza, indifferenza, scarico di rogne, desiderio di non compromissione, paura di qualsivoglia forma di responsabilità decisionale. Un amalgama riuscitissimo che consente all’adepto di tale filosofia, purché sufficientemente iniziato, di resistere agli urti della vita, e ai problemi della scuola, meglio del più atarassico degli epicurei o del più apatico degli stoici. Il seguace del pensiero ahiista, pertanto, sia egli bidello, applicato di segreteria, collega insegnante, funzione strumentale, merendero, omino delle macchinette del caffé (insomma, uno qualunque dei tanti rappresentanti della variopinta fauna che a diverso titolo popola i locali dell’istituto), di fronte a qualunque domanda, richiesta, pretesa di spiegazione, chiarimento, informazione reagirà con un’alzata di spalle, allargherà le braccia, lascerà trascorrere un momento di calcolato silenzio finalizzato a simulare incertezza e stupore e risponderà finalmente: “Ah, io…” (sottinteso: “che ne so io di questa strana cosa che mi chiedi, machissenefrega, non rompere le scatole, tira a campare e pensa alla salute…”). Il vantaggio di un atteggiamento del genere è la sua estrema flessibilità, la possibilità di essere impiegato per affrontare situazioni diversissime, da quelle più importanti ai piccoli intoppi della quotidianità scolastica; il problema, semmai, riguarda coloro che, volenti o nolenti, con gli ahiisti hanno a che fare. Vediamo dunque un’esemplificazione, che naturalmente non pretendiamo esaustiva, di varie, possibili reazioni ahiistiche in

contesti differenti. 1)Sei un insegnante che in un certo giorno della settimana dovrebbe entrare alle dieci, ma una voce al telefono ti sveglia di prima mattina, con la stessa delicatezza con cui ti sbrandava il caporale istruttore ai bei tempi del CAR, e ti appioppa, sic et simpliciter, una supplenza alla prima ora; ti presenti a scuola con gli occhi ancora appiccicati e scopri che in realtà è tutto regolare e la supplenza non è più necessaria. Imbestialito come un bisonte, ti senti rispondere in modo serafico: “ah, io…” (sottinteso: “io non ho colpa, pensavo che Tizio oggi fosse assente, poi in realtà è venuto e nessuno m’ha avvertito, anzi già che sei qui potresti andare in Aula Magna per quella conferenza di cui ti parlavo…”); morale: mille volte meglio il CAR, se non altro dopo lo sbrandamento e l’alzabandiera potevi sempre imboscarti in fureria… 2)Hai necessità di controllare il verbale dell’ultimo Consiglio di Classe per un compito di estrema urgenza e importanza, dal quale dipendono le sorti della formazione culturale dei tuoi studenti: devi trascrivere esattamente l’elenco dei progetti a cui la classe ha partecipato per inserirlo all’interno del Documento del Consiglio di Classe di III liceo; entri dunque in segreteria e chiedi il verbale. All’unisono ti rispondono: “Ah, io…” (sottinteso: “l’ultima volta che abbiamo visto il verbale di un Consiglio di Classe è stato un paio di anni fa, ma non chiederci di che classe fosse perché ci interessa relativamente …”); morale: bisogna andare in segreteria solo in caso di vita o di morte. 3)Realizzi con terrore, nel bel mezzo di un attacco di diarrea fulminante, che il cesso contiguo alla sala docenti è rimasto privo di carta igienica; implori aiuto alla prima bidella che ti capita a tiro, ma quella, pur parzialmente coinvolta dal tuo dramma, se non altro per le possibili conseguenze igieniche dell’imbarazzante situazione, alza le spalle: “Ah, io…” (sottinteso: “è vero che proprio ieri è arrivato un tir di carta igienica, ma io non so dove l’hanno messa, se lo sapessi non sarei autorizzata a prenderla, se fossi autorizzata non lo farei perché non spetta a me…”); morale: mai gettare al macero le vecchie copie dei quotidiani del progetto “Quotidiano in Classe”… 4)Dopo aver constatato che la macchinetta del caffé della sala docenti ti succhia più soldi di una slot machine, il caffé non è dei migliori, il latte non esce, il cioccolato neppure, i bicchieri sono rotti e via discorrendo, ti rivolgi al ragazzo addetto all’apparecchio suddetto cercando un’impossibile solidarietà: quello, senza neanche guardarti ma continuando a buttare sacchetti pieni di imprecisate polverine nel marchingegno, ti risponde: “Ah, io…” (sottinteso: “che lagna ‘sti professori, già non fanno niente tutto il giorno, ora pretendono pure un caffé decente a quaranta centesimi, ma in che mondo vivono???”); morale: meglio buttare i soldi in una slot, almeno la speranza teorica di vincere ce l’hai. Come si vede, il vero ahiista è imbattibile e inaffondabile, supera tutto e a tutto resiste: è vero, ci vuole tempo, esperienza e costanza per conseguire i risultati di cui sopra, ma un autentico seguace dell’ahiismo, ricordatelo sempre, non ha mai fretta, e per questo vi fregherà in ogni circostanza!


L’angolo del filologo

Un ricercatore dilettante del nostro Liceo è riuscito a scoprire alcuni versi perduti della Divina Commedia e ha deciso di pubblicarli sulla nostra rivista. Ecco a voi, dunque, lettori avidi e affascinati dal Sommo Poeta, i versi che egli stesso si vergognò di inserire nella sua opera, ma che non celò totalmente ai posteri. La Redazione esprime il suo più vivo ringraziamento al dott. Ceronte Rino, autore del ritrovamento, “italo ardito” che si staglia dal grigiore moderno e ci indica la strada della virtù tra “questa nebbia di tedio”. Tratto lo Duca mio in disparte, gli volsi solenne tono e pronunziai: “Finito lo peregrinare dell’anima mia, alleggerita dal peccato e dalla colpa, m’abbisogna saper onde trovar loco appartato!” Lo Duca mio, ratto mi rispuose, ma da lungi mi portò a verità: “Dante caro, ancor veggo che tu sei ancorato all’antico tuo costume: sei tanto pio, di spirito gioviale, ma della ragione t’ammanca lume! Vedesti mirabil opre d’Amor formate e rette, maraviglia e beltà, Or che fai? Ratto t’allontani e te ne fuggi, come se a nulla Valesse tutto ciò che tu vedesti, come se non fosse che burla! Ma io ti parlo e ti castigo: io fui pagano ma Cristo pregai, E tu, ch’hai ragion della Rivelazion rinneghi la pietà e la fede, Homo peggior di chi uccide, bestemmia e nemmanco crede! E’ per questo ch’io ti dico...” e qui intervenni con celerità: “Non è per empietà, ingaglioffamento, istupidimento o peggio, Ma è dal principiar del viaggio che mi trattengo e or... coreggio!”


CLASSI PRIME SOTTO I RIFLETTORI

Abbiamo somministrato ad un campione di studenti delle classi prime un questionario relativo all’ impatto con la nuova realtà scolastica. E’ noto, infatti, che il passaggio dalle Medie alle Superiori non sempre sia indolore, ma comporti, a volte, sofferenza psicologica e relazionale. La Redazione, inoltre, si è sentita in dovere di effettuare questo test anche per la trasformazione che il Liceo Plinio sta vivendo, proprio per capire se la scuola stesse rispondendo al meglio alle esigenze della vasta utenza che ha scelto il nostro prestigioso istituto per crescere e formarsi. Sono state presentate tre domande, a cui studenti e studentesse hanno risposto mantenendo l’anonimato. Emerge alla fine un risultato soddisfacente, che ci permette di proseguire il lavoro con serenità convinzione. Su un dato, tuttavia, vorrei soffermarmi: l’integrazione e la relazione col gruppo-classe risultano molto positivi e questo è un aspetto importante e significativo. Per una buona didattica, per la qualità dell’apprendimento, la relazione ed il clima di classe sono valori da cui non si può e non si deve prescindere. Il fatto che i ragazzi dichiarino di essersi integrati e di aver trovato un ambiente favorevole,non solo ci riempie d’orgoglio, ma ci permette di impostare un lavoro proficuo ed efficace. Sondaggio promosso ed elaborato da Andrea Burani Com’è stato il primo impatto con la nuova scuola? 1. Ottimo 2. Buono 3. Non è in linea con le aspettative Come ti trovi con i professori? 1. Molto bene, sono preparati e chiari quando spiegano 2. Sono nel complesso soddisfatto e mi trovo bene 3. Male, non li capisco quando spiegano e non riescono a farsi seguire Come ti trovi con la classe? 1. Molto bene, mi sono integrato e mi sento a mio agio 2. Non mi lamento ma poteva andare meglio 3. Male, non mi sono inserito e la relazione con i compagni è negativa



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