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DIR. EDITORIALE

ART DIRECTOR

EDITOR

GRAFICO

REDAZIONE

UFF. TECNICO

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Si può fare. Le ricette per vivere senza sprechi e con un maggiore rispetto per l’ambiente e per l’uomo. Storia di un esperimento di felicità. Meno ben essere per più ben vivere.

Qual è la differenza tra vivere a impatto zero e vivere normalmente, cioè sprecando moltissimo e fregandosene dell’ambiente? Ce lo insegna Paola Maugeri in questo libro, prezioso per consigli utili e leggerezza. Perché si può vivere senza sprechi e rispettando se stessi e il pianeta, gli altri e persino gli animali, divertendosi anche moltissimo. In famiglia, con gli amici e persino con gli amanti. Girare in bicicletta, invece che in automobile. Usare le candele in romanticissime cenette vegetariane, foriere di seduzioni irresistibili. Oppure, se si è radicali come Paola, a staccare del tutto il contatore, invitare gli amici a giocare in salotto con un maglione in più, inventarsi il nuovo frigorifero nell’intercapedine della porta di una bellissima casa di ringhiera, portare il proprio figlio in gita sul camion della spazzatura per controllare il ciclo dello smaltimento della raccolta differenziata. A Milano. Perché si può vivere a “impatto zero” anche in una metropoli. Filiera corta, frutta e verdura a km zero, niente fragole a dicembre, pannelli fotovoltaici, lampadine a basso consumo, pannolini riutilizzabili e addio all’auto. E allora un metodo diviene filosofia di vita e allude a tutta la sua storia. Quella di una ragazza siciliana che cresce in un quartiere dove è normale dare fuoco alla spazzatura e ai cassonetti in una cultura dove la criminalità mafiosa incrocia lo spregio e lo sfregio dell’ambiente. Quella di una ragazza affermata, amica di Bono degli U2 e di tutte le star del rock e del jazz. Quella di una donna che ripercorre alcuni passaggi fondamentali della vita femminile, la morte della madre e l’allattamento del figlio, perché le donne non devono dimenticare che le tette servono a quello. Questo è un libro perfetto per i tempi della crisi che stiamo vivendo. Perché insegna a vivere con allegria la crisi stessa, facendone “una buona notizia” e un’opportunità. Perché, sulla scorta delle idee dell’economista francese Serge Latouche, consumando meno si può vivere meglio ed essere più ricchi. Di interiorità. Di consapevolezza.

Paola Maugeri LA MIA VITA A IMPATTO ZERO

Paola Maugeri, storica vj su Mtv, Italia 1, Rai 2 e La7, è soprannominata Wikipaola per la sua cultura musicale. Conduce “Music History” il programma più seguito su Virgin Radio. Appassionata di questioni ambientali, è impegnata contro lo sfruttamento degli animali e per la diffusione di un’alimentazione consapevole. Il suo amore per la moda l’ha portata a disegnare per la maison Borsalino due capsule collection di cappellini i cui primi prototipi sono stati realizzati riciclando il cartone di scatole di frutta e verdura a km zero. Perché si può essere vanitose anche a impatto zero. Siciliana, parla quattro lingue, è innamorata, è mamma e vive a Milano.

FOTO © MARINA ALESSI

ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO PROGETTO GRAFICO: GAIA STELLA DESANGUINE

16,00

COP_Ame-GENERICA_brossura con alette_140x215.indd 1

DIMENSIONE: 140x215 mm

BROSSURA

In copertina: Illustrazioni di Gaia Stella Desanguine

PANTONE 5743 U

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Paola Maugeri

La mia vita a impatto zero

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La mia vita a impatto zero di Paola Maugeri Collezione Comefare ISBN 978-88-04-61946-8 Š 2012 Arnoldo Mondadori Editore S.p.A., Milano I edizione maggio 2012

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Indice

9 Un brodo caldo per l’anima 13 Biancomangiare alle mandorle 15 Se non fai parte della soluzione fai parte del problema! 18 Tagliatelle fatte in casa col pesto di noci 19 Non c’era tempo per essere bambini 22 Antipasto di pomodori secchi fatti da voi 23 Arancini delle feste 25 “È una Norma” 28 Pasta alla Norma 29 Le tre “r”. Ridurre, riusare, riciclare 35 Insalata di arance, finocchi e ciciulena 35 Parmigiana di melanzane 37 Siamo quello che mangiamo 40 Hamburger di topinambur 40 Polpettine di miglio e broccoli 43 Il manifesto di frutta e verdura 50 Le cotolette per Timo 51 Lavori in corso. Il primo bilancio 56 Riso al forno con pesto di pistacchio e funghi

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59 Perché non mangio gli animali 71 Vitel tonné del vitello felice e del tonno libero 73 Compostiera über alles 80 Carpaccio di manzo soddisfatto 81 Bruschetta di mare del pesce che nuota 83 Fare il bucato con i piedi 94 Zuppa buona di primavera 95 Il menu vegano del cuoco di Bryan Adams 102 Patate grigliate con nocciole di Sicilia e origano fresco 1 03 Vivere senza 105 Gnocchi col pesto di rucola alla Susanna 1 07 Lezione di tango 118 Pasticcio di lasagne col ragù contento 1 21 La malattia può essere un dono 129 Zeppole di riso 1 31 Ancora tango 137 Carne alla pizzaiola delle sorprese 1 39 Le tette servono a quello 150 Torta degli animali rispettati 151 Bono mi fissò negli occhi

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La mia vita a impatto zero

A Rosita, mia mamma, e a Francesca e Rosanna, le mie sorelle preziose, complici di ricette e quotidianità. A Josè, mio papà, che vorrei e rivorrei in tutte le prossime vite e a Mariano, mio fratello, senza le cui provocazioni la mia vita sarebbe meno ricca. A Giosè, il mio fidanzato, che mi ha fatto femmina. A mio figlio Timo per sempre e comunque. Ad Alfredo Canevaro, mio mentore. A Bob Hoffman e a tutti gli uomini e donne che ogni giorno pensano con la propria testa e che anziché seguire la strada piu battuta si avventurano in nuovi sentieri incoraggiando gli altri a fare lo stesso. A tutti gli animali che mi sono maestri.

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Un brodo caldo per l’anima

Per anni mi sono innamorata di uomini freddi come un’insalata a gennaio. Ho amato uomini congelati e scostanti come le lasagne precotte del supermercato. Uomini che cercavo di rendere caldi, buoni e croccanti col mio cuore a forma di forno a microonde, fallendo come si fallisce quando, per troppa fretta, alziamo il fuoco, pur sapendo che è la cottura lenta e seguita con cura del dettaglio a fare la differenza. Anche nelle passioni. Finché un giorno mi sono bruciata tanto, così intensamente, che ho deciso di guardare dentro la mia vita e di riscaldarla questa volta, invece che con un uomo, con un brodo caldo per l’anima. Il demone era quell’affogare continuamente nel presente. Bruciare nell’istante, in una perenne deriva della responsabilità e del senso. Ho deciso che da quel momento mi sarei davvero presa cura di me stessa, della parte di me più intima e più profonda. Ero intenzionata a comprendere il sottile meccanismo che mi portava a sopravvalutare la mia capacità di migliorare la vita degli altri sottovalutando la capacità di migliorare la mia. Avevo bisogno di rallentare e di dare un nome e una spiegazione a tutte quelle volte che nella mia vita mettevo in atto azioni che nel breve o nel lungo periodo mi avrebbero nuociuto anziché beneficiarmi. Era arrivato il momento di comprendere chi io fossi 9

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veramente. Il mio personaggio godeva di stima e di credibilità. Era la mia persona che languiva, sfigata al confronto. Ognuno di noi nascendo s’iscrive di diritto in una saga familiare che ha radici profonde. È sempre stato così e sempre così sarà per ogni essere umano. Con il massimo rispetto per la mia vita io volevo fare chiarezza sulla saga familiare alla quale appartenevo. Sapere chi io fossi realmente, indipendentemente da mia madre e mio padre, dalla mia famiglia e dal luogo e dal modo nel quale ero cresciuta, era divenuto di primaria importanza. Come un cercatore d’oro che passa al setaccio il terriccio conservando solo le pepite, volevo passare al setaccio la mia vita e distaccarmi da tutto quel terriccio che non mi permetteva di vivere come desideravo e custodire e onorare tutte quelle pepite d’oro che erano i doni ricevuti dalla vita e dalla mia famiglia. Equilibrio di affetti e di rancori. Per quanto mi riguarda era fondamentale cominciare con le relazioni e quindi con le lasagne precotte di cui sopra. Perché m’innamorassi perdutamente di uomini che, anche se apparentemente molto diversi tra loro, nel giro di qualche mese rivelavano le stesse caratteristiche, le stesse difficoltà relazionali ed evocavano le stesse sofferenze, per me era ancora un arcano. Erano gli attori a cambiare ma il copione restava uguale. Il problema non sono mai gli altri, gli altri non ci fanno mai il piacere di cambiare, ero io a essere sempre la stessa e questo era sufficiente per mettere in atto azioni compulsive che in poco tempo avrebbero fatto declinare la relazione in un triste déjà vu. È stato un percorso lungo, un itinerario doloroso in cui tutte le certezze crollavano per arrivare a capire che non sono mai gli altri, non sono le contingenze, i luoghi o le situazioni responsabili per come ci sentiamo e per le scelte che compiamo nella nostra vita. Come quando da bambini ce la prendiamo con il tavolo o con la sedia sulla quale siamo inciampati come a ritenerli responsabili della nostra caduta, per sbadataggine o irruenza infantili, così da adulti continuiamo a coccolarci cullandoci tra una situazione e un’altra pur di addossare la responsabilità di 10

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come ci sentiamo a qualcun altro: alla nostra famiglia, alle persone che amiamo, ai nostri colleghi di lavoro. Raramente cogliamo l’occasione di renderci conto che la responsabilità della nostra vita e delle nostre scelte è solo nostra e allora finalmente si fa spazio nel nostro cuore incredulo la chance che possiamo cambiare le cose proprio nel momento in cui ce ne facciamo totalmente carico. È liberatorio poter arrivare a crederci e anche così potente: cominci a vivere diversamente e a sentirti protagonista di una vita che appartiene solo a te. Per me è andata più o meno così e quello che riassumo in poche righe è stato in realtà frutto di un lungo lavoro di introspezione e repulisti che ha portato la mia vita su un altro piano. O trasformavo le difficoltà o trasformavo me stessa per affrontare le difficoltà. Io non lo sapevo. Non l’ho saputo fino a quando, una sera calda di luglio, vidi il padre di mio figlio preparare le valigie per lasciare la nostra casa e allora ho sentito dapprima qualcosa scricchiolare dentro di me e poi irrompere in tutta la sua violenza un dolore antico che chiedeva risarcimento, sovrastandomi. Mi ero persa. Era l’inizio. Ho passato tre anni senza avere una relazione e quando, una sera a una festa, mi resi conto di essere attratta ancora dalla stessa tipologia di uomini, ho deciso che avrei lucidato il mio specchio per far riflettere una nuova me. Non era più il caso di biasimare lo specchio se era la faccia a essere storta. Non ci sarebbe stato più posto nella mia vita per uomini magri, preferibilmente tristi ed eleganti. L’unico uomo magro, elegante e introverso da conquistare era mio padre. Era lì a portata di mano ed era da lì che dovevo cominciare. Ho passato tre anni sola e non da sola, scoprendo la grande differenza che intercorre tra le due situazioni, riappropriandomi di quella solitudine buona che non conoscevo, crescendo mio figlio e scoprendo le grandi risorse che sappiamo tirare fuori noi donne nei momenti di difficoltà, la capacità di resilienza sconosciuta fino a quel momento, la scoperta di un mondo al femminile che da allora è una 11

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splendida realtà della mia quotidianità. Un gineceo di vissuti, sofferenze e gioie, di confronti, di scontri e slanci. Insieme alle mie amiche ho imparato a cavarmela da sola, a essere una mamma migliore e una donna più desiderabile. È stato a loro che ho telefonato alle tre del mattino perché Timo aveva un febbrone che non scendeva, a loro ho chiesto supporto quando le crisi di panico m’impedivano di uscire di casa, e sempre a loro ho mostrato la mia vulnerabilità e le mie debolezze. Tate, doule, amiche, madri e sorelle, una famiglia elettiva con la quale festeggiare i primi passi di mio figlio, le sue prime paroline e i primi tentativi d’indipendenza. Un confronto profondo e di leggerezza allo stesso tempo. Intenso e creativo. Noi donne governeremmo il mondo se non sprecassimo ancora tempo a guardare se il colore dello smalto di un’altra sia alla moda o no. Se tutti i giorni esercitassimo il potere di coesione che sa sgorgare dalle nostre vite nei momenti del bisogno saremmo le tenutarie di un regno. Amo le donne per definizione e finalmente, con il cuore colmo, era giunto il momento di aprire la porta all’amore vero. “Diventa l’uomo che vuoi incontrare, fai crescere in te le caratteristiche che vuoi trovare nella persona da amare e vedrai che si manifesterà davanti ai tuoi occhi.” Non so quante migliaia di volte mi ero ripetuta quella frase. Talmente tante che quando si è palesato davanti ai miei occhi ero troppo presa dal pensiero positivo per rendermi conto che fosse arrivato davvero. L’uomo della mia vita. Generoso come un albero di frutti succulenti, dolce come un budino di mandorle, caloroso come una zuppa di farro in pieno inverno ed energizzante come una barretta di cioccolato da portare sempre in tasca. Anche in questo caso la mia antica passione di paragonare gli eventi a delle pietanze non mi deludeva. Raramente accostare le caratteristiche culinarie di un piatto a una persona mi ha fatto sbagliare sulle sue qualità umane e questa volta dal primo momento ho saputo che ci vedevo giusto, perché il budino di mandorle non mi ha mai tradita. 12

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biancomangiare alle mandorle

Latte di mandorle: 1 l Amido per dolci: 100 g Pistacchi al naturale: 1 sacchettino Cannella: 1 pizzico

In un tegame stemperate l’amido con una piccola parte del latte di mandorle. Quando l’amido è ben sciolto e senza grumi, versate tutto il latte e una spruzzata di cannella. Portate a bollore a fiamma bassa rimestando continuamente. Versate in quattro ciotoline e fate raffreddare. Non è necessario aggiungere lo zucchero perché il latte di mandorle che si trova in commercio è già zuccherato (io vi consiglio quello dolcificato con succo d’uva). Servite il dolce spolverandolo con i pistacchi tritati. È importante che siano pistacchi secchi al naturale, non salati né tantomeno tostati. Per togliere la pellicina marrone basta farli bollire un minuto in acqua calda e sfregarli tra le mani – la pellicina si staccherà facilmente – e lasciarli asciugare bene prima di tritarli.

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Se non fai parte della soluzione fai parte del problema!

Il cibo, nella mia vita, è sempre stato il collante, il collegamento tra il mio mondo interiore e il mondo esteriore. Il cibo è la chance per cambiare, per imparare a dare il giusto nutrimento al nostro corpo, il nostro tempio, l’unico che abbiamo in questa vita per evolverci e diventare esseri umani migliori. Quando ho deciso di provare a vivere verso l’impatto zero per una stagione, la cura per me stessa e per il cibo, inteso come nutrimento profondo, sono stati il motore propulsore per realizzare questa esperienza. Intuivo che la possibilità di vivere più lentamente mi avrebbe permesso di tornare ad assaporare attimo per attimo quei tempi fisiologici e naturali necessari per sedimentare la vita che sì corre in fretta ma mai così in fretta da non lasciarci il tempo, se lo vogliamo, di comprendere più profondamente chi siamo e in che direzione stiamo andando. Lavoriamo per vivere o viviamo per lavorare? Non abbiamo mai tempo da dedicare a noi stesse? Apparteniamo alla categoria delle donne multitasking, sempre connesse? Change the world three times a day. Possiamo cambiare il mondo tre volte al giorno. L’opportunità di credere in un mondo migliore attraverso il cibo si palesava davanti ai miei occhi, il modo nel quale mangiamo può avere l’effetto più benefico e immediato sull’ambiente. 15

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Per la comprensione profonda di quella frase guida, mi è stata necessaria prima una rivoluzione della mia vita e poi un cambiamento del mio cuore. Le tre volte al giorno sono le volte in cui mangiamo e il mondo cambia se cambiamo noi, c’è poco da fare. I miei mesi a impatto zero sono stati mesi meravigliosi, faticosi ma meravigliosi. Rallentare e vivere più vicino ai ritmi della natura, andare solo in bici per gli spostamenti, aspettare l’approvvigionamento di cibo a km zero una volta la settimana, non comprare nulla che non fosse strettamente necessario, e soprattutto passare un mese a contatore spento hanno rappresentato una bella sfida, in più perché vissuta in un appartamento di una grande città come Milano. Tornare a casa alle quattro del pomeriggio quando fuori è già buio e trovarsi a lume di candela, preparare la cena, giocare col mio piccolo, chiacchierare un po’ col nonno e, se c’è la possibilità, spedire ancora due mail di lavoro, con le dita veloci sulla tastiera nel timore che l’energia custodita nella batteria del pannello fotovoltaico non ti molli a metà, mi hanno fatto vedere la quotidianità da un’altra prospettiva. In inverno, illuminate solo dalla luce delle candele, le giornate sono più lunghe, soprattutto la sera quando tutti già dormono, il computer è scarico e i libri che tenti disperatamente di leggere sono pieni di cera, perché a impatto zero diventiamo maldestri, tutto va rimparato, anche i gesti più semplici e le azioni più ovvie richiedono una rialfabetizzazione. Non conosciamo noi stessi, la natura, la nostra storia, la cultura dei nostri avi. Basta far saltare il contatore e improvvisamente siamo nudi, inermi, non sappiamo fare nulla senza protesi tecnologiche, la nostra protervia è fottuta. In quella solitudine e in quel buio e in quei mesi non potevo fare altro che pensare, avevo finalmente tanto tempo per pensare. Mi sentivo diventare via via più introspettiva e più ricettiva. I sensi si risvegliano, muta percezione. Dei rumori, degli odori. Si affina l’udito, si rimpara l’ascolto di piccoli suoni, si affina il tatto, la manualità e il saper fare ridiventano decisivi alla sopravvivenza. 16

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Da quel tempo dilatato e profondo, il tempo mercuriale del vissuto, quello non misurabile dall’orologio, ho ricevuto un regalo: tanto tempo, non commerciabile, né vendibile e comprabile come orario di lavoro, da cui ho potuto osservare la mia vita da un altro punto di vista. È un salto mortale. Che significa riconsiderare molti gesti abituali ma soprattutto schemi di pensiero abituali, quelli che ti zavorrano alla routine, le false certezze che t’impediscono l’apertura, le seghe mentali che ti minacciano nel cambiamento. Ebbene, nel momento in cui mi sono lasciata andare alla possibilità di rivedere quegli schemi, nel desiderio di superarli, ho avuto la grande certezza che almeno ci stavo provando e che un viaggio lungo mille chilometri parte da un singolo passo. Così, all’alba, appena il sole ha fatto capolino, ho appoggiato, accanto al cartello con le tre “r” di ridurre, riusare, riciclare che campeggiava sul frigorifero dall’inizio della nostra avventura, un altro grande foglio su cui ho scritto con una matita: se non fai parte della soluzione fai parte del problema!

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tagliatelle fatte in casa col pesto di noci

Per la pasta: Farina (meglio se di grano duro e tenero): 500 g Olio extravergine: 1 cucchiaio abbondante Sale Per il pesto: Noci: 200 g Prezzemolo: 1 ciuffo abbondante Aglio: 1 spicchio Olio extravergine Sale Pepe Panna di soia: 1 confezione

Iniziate facendo la pasta, mettendo sul tavolo la farina a fontana, l’olio, il sale e un po’ d’acqua. A mano a mano che impastate, aggiungete l’acqua finché l’impasto risulta ben compatto. Fate riposare il preparato avvolto in un canovaccio per mezz’ora circa e dopo, aiutandovi con l’apposita macchina, date vita alle nostre tagliatelle. Per il pesto, invece, passate le noci in una padella per renderle dorate, poi mettetele in un mixer con il prezzemolo, l’aglio, l’olio, il pepe e un po’ di sale. Cuocete le tagliatelle in abbondante acqua salata e appena cotte al dente scolatele e mescolatele con il nostro buon pesto aggiungendo la panna di soia. Se serve, aggiungete del pepe e un po’ di prezzemolo trito sopra.

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Si può fare. Le ricette per vivere senza sprechi e con un maggiore rispetto per l’ambiente e per l’uomo. Storia di un esperimento di felicità. Meno ben essere per più ben vivere.

Qual è la differenza tra vivere a impatto zero e vivere normalmente, cioè sprecando moltissimo e fregandosene dell’ambiente? Ce lo insegna Paola Maugeri in questo libro, prezioso per consigli utili e leggerezza. Perché si può vivere senza sprechi e rispettando se stessi e il pianeta, gli altri e persino gli animali, divertendosi anche moltissimo. In famiglia, con gli amici e persino con gli amanti. Girare in bicicletta, invece che in automobile. Usare le candele in romanticissime cenette vegetariane, foriere di seduzioni irresistibili. Oppure, se si è radicali come Paola, a staccare del tutto il contatore, invitare gli amici a giocare in salotto con un maglione in più, inventarsi il nuovo frigorifero nell’intercapedine della porta di una bellissima casa di ringhiera, portare il proprio figlio in gita sul camion della spazzatura per controllare il ciclo dello smaltimento della raccolta differenziata. A Milano. Perché si può vivere a “impatto zero” anche in una metropoli. Filiera corta, frutta e verdura a km zero, niente fragole a dicembre, pannelli fotovoltaici, lampadine a basso consumo, pannolini riutilizzabili e addio all’auto. E allora un metodo diviene filosofia di vita e allude a tutta la sua storia. Quella di una ragazza siciliana che cresce in un quartiere dove è normale dare fuoco alla spazzatura e ai cassonetti in una cultura dove la criminalità mafiosa incrocia lo spregio e lo sfregio dell’ambiente. Quella di una ragazza affermata, amica di Bono degli U2 e di tutte le star del rock e del jazz. Quella di una donna che ripercorre alcuni passaggi fondamentali della vita femminile, la morte della madre e l’allattamento del figlio, perché le donne non devono dimenticare che le tette servono a quello. Questo è un libro perfetto per i tempi della crisi che stiamo vivendo. Perché insegna a vivere con allegria la crisi stessa, facendone “una buona notizia” e un’opportunità. Perché, sulla scorta delle idee dell’economista francese Serge Latouche, consumando meno si può vivere meglio ed essere più ricchi. Di interiorità. Di consapevolezza.

Paola Maugeri LA MIA VITA A IMPATTO ZERO

Paola Maugeri, storica vj su Mtv, Italia 1, Rai 2 e La7, è soprannominata Wikipaola per la sua cultura musicale. Conduce “Music History” il programma più seguito su Virgin Radio. Appassionata di questioni ambientali, è impegnata contro lo sfruttamento degli animali e per la diffusione di un’alimentazione consapevole. Il suo amore per la moda l’ha portata a disegnare per la maison Borsalino due capsule collection di cappellini i cui primi prototipi sono stati realizzati riciclando il cartone di scatole di frutta e verdura a km zero. Perché si può essere vanitose anche a impatto zero. Siciliana, parla quattro lingue, è innamorata, è mamma e vive a Milano.

FOTO © MARINA ALESSI

ART DIRECTOR: GIACOMO CALLO PROGETTO GRAFICO: GAIA STELLA DESANGUINE

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DIMENSIONE: 140x215 mm

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In copertina: Illustrazioni di Gaia Stella Desanguine

PANTONE 5743 U

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Paola Maugeri, "La mia vita a impatto zero"  

Il primo capitolo del libro "La mia vita a impatto zero", di Paola Maugeri