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La Pubblicità dei Piacentini

La Pubblicità dei Piacentini

Via Giarelli, 4/6 - Piacenza - Tel. 0523/384811

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Quotidiano di Piacenza

fondato da Ernesto Prati

SUPPLEMENTO A LIBERTÀ DI LUNEDÌ 27 GENNAIO 2003

EDITORIALE LIBERTÀ S.P.A. - VIA BENEDETTINE 68 - 29100 PIACENZA - TEL. CENTRALINO 0523/39.39.39 - FAX: 0523/32.63.96 * LIBERTÀ ON LINE: 0523/32.62.62 - WWW.LIBERTA.IT * INSERZIONI: ALTRIMEDIA PUBBLICITÀ VIA GIARELLI 4/6 TEL. 0523/38.48.11 - WWW.ALTRIMEDIA.IT * PUBBLICITÀ NAZIONALE: A. MANZONI & C. S.P.A. MILANO, VIA NERVESA, 21 - TEL. 02/57.494.211 - FAX 02/57.494.973 * SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE 45% ART. 2 COMMA 20/B LEGGE 662/96 - PC

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ICONA DI MAURO FERRARI E MAURO TERLIZZI



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.SABATO 27 GENNAIO 1883- LUNEDÌ 27 GENNAIO 2003: 120 ANNI DI LIBERTÀ.

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Una grande storia per un grande futuro

arliamo un po’ di noi. Non lo facciamo di frequente, ma l’occasione è eccezionale. Oggi, 27 gennaio 2003, “Libertà” compie 120 anni. Uscì per la prima volta sabato 27 gennaio 1883 per iniziativa di Ernesto Prati, giovane avvocato arrivato a Piacenza da Mottaziana (Borgonovo). In questo numero speciale raccontiamo la storia, la grande storia di “Libertà”, del suo padre-fondatore, degli uomini e delle donne che in questi 120 anni hanno fatto grande il nostro giornale. Centoventi anni durante i quali “Libertà” - specchio della città e testimone del nostro tempo - ha partecipato con la passione e la libertà delle idee alla crescita culturale e allo sviluppo economico di Piacenza accompagnandola nella trasformazione da società rurale, quella del 1883, a società industriale, la nostra. Da città chiusa a realtà aperta, moderna ed europea. Non vi è vicenda storica piacentina nella quale “Libertà” non abbia avuto parte, non ne sia stata protagonista ed interprete fedele. Non vi è pagina della cultura e dell’arte che non sia stata scritta dai suoi giornalisti e dai suoi grandi collaboratori. Raramente una città ha avuto, ed ha, un rapporto così

di DONATELLA RONCONI e GAETANO RIZZUTO intenso, quasi passionale, con il suo giornale. Un rapporto che non conosce stanchezze. “Libertà” è un tutt’uno con la vita e la storia di Piacenza. E’ il simbolo e l’immagine di una città che ha contribuito allo sviluppo del Paese. Ha sempre puntualmente risposto alle attese dei piacentini e ha saputo cogliere il senso dei cambiamenti valorizzando le migliori energie. Scorrerete insieme a noi questi 120 anni di storia di “Libertà” e di Piacenza. E’ il giornale della memoria che ci aiuta a guardare meglio al futuro. Un grande futuro. “Libertà” non è mai stato un giornale di parte. Ha sempre rispettato tutte le idee. Ha fatto un buon giornalismo ed ha fornito ai lettori gli strumenti conoscitivi completi per poter svolgere al meglio il mestiere di cittadini. Conoscere per poi decidere, liberamente. Un buon giornale, come lo è stato, lo è

e lo sarà sempre. “Libertà” è l’autobiografia di Piacenza e della sua gente. Nel bene e nel male. I nostri 120 anni lo dimostrano e ne sono la garanzia per il futuro. Oggi celebriamo con orgoglio questi nostri 120 anni sempre al servizio di Piacenza e delle vallate piacentine. Sempre fedeli ai valori che Ernesto Prati, primo direttore-editore di “Libertà”, enunciò nel primo editoriale-programma che possiamo leggere, integralmente, nella riproduzione del primo numero al centro del giornale. C’è una continuità spirituale. Eccoli quei valori che riconfermiamo e sottoscriviamo oggi, 120 anni dopo: «Il nostro programma si riassume in quest’unica parola: Libertà. Libertà per tutti e per ciascuno - libertà in tutte le sue varie manifestazioni - libertà contro le reazioni che possono venire dall’alto - libertà contro le violenze...E la lotta sia sempre civile. Alle i-

dee si contrappongano le idee, ai principii i principii... Sulla nostra bandiera sta scritta quest’unica parola: libertà». A questi valori ci ispiriamo ancora oggi nel servire la nobile terra piacentina . Da 120 anni i piacentini, ogni mattina, trovano il loro quotidiano, “Libertà”, che non è mai stato in mano a potentati o gruppi di pressione ma proprietà dei Prati, una famiglia che ha legato il suo nome alla storia di Piacenza. Editori che hanno sempre creduto in un giornalismo indipendente, pluralista e di impegno civile, in una informazione misurata e genuina. Giornalisti che sempre hanno difeso questa indipendenza e si sono battuti, sin dalle origini, a favore di una Piacenza efficiente e produttiva, sempre dalla parte della gente. L’indipendenza - cioè il giornale concepito e prodotto per i suoi lettori e non per gruppi di potere grandi o piccoli, interessi espliciti o oscuri - è la forza di Libertà. U-

na eredità spirituale che ci viene da tempi lontani. Oggi rinnoviamo l’impegno di darvi, ogni giorno, una “Libertà” sempre più moderna, ricca, pluralista e all’avanguardia; sempre più rappresentativa della realtà piacentina, capace di far vincere alla nostra terra le grandi sfide che ci attendono, pronti ad essere protagonisti dei cambiamenti. Tentiamo tutti i giorni di darvi l’informazione più precisa e completa di cui siamo capaci, nel rispetto delle opinioni di tutti i lettori, fornendovi tutti gli elementi di giudizio. Saremo sempre indipendenti, imparziali e onesti. Abbiamo una squadra di dirigenti, di giornalisti, di poligrafici, di tipografi, di rotativisti, di amministrativi, di corrispondenti, di collaboratori di grande livello. Di cui andiamo orgogliosi. Abbiamo una efficienza tecnica e tecnologica che ci permette di fornire un prodotto di qualità. Dopo 120 anni di cammino insieme abbiamo ancora tanta strada da percorrere. Tanta storia da fare e da scrivere. Insieme. Grazie piacentini. Grazie care lettrici, cari lettori e carissimi abbonati per la fiducia che ci date da 120 anni. E auguri alla nostra (e vostra) LIBERTA’.


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120 anni su libertà

Libertà è

1887:a Tolone si vara L’avanzata nel West: il primo sottomarino pellirosse decimati Il grande ingegnere navale francese Stanislas Dupuy de Lóme che aveva inaugurato l’era delle corazzate con la Gloire, nel 1856 progetta la costruzione di un sottomarino. Questo progetto è ripreso da un altro ingegnere francese, Gustave Zédé, e il 24 settembre 1887 l’arsenale di Tolone vara il Gymnote. Si tratta di uno strano bastimento, della stazza di 51 tonnellate, con la forma d’un grosso siluro: 17,20 metri di lunghezza per 1,80 di larghezza.

L’albero della libertà deve essere innaffiato di quando in quando con il sangue dei patrioti e dei tiranni. E’ un concime naturale.

Negli anni immediatamente successivi alla guerra di Secessione, il governo degli Stati Uniti incoraggia l’avanzata verso l’Ovest selvaggio. Questo provoca il progressivo annientamento di numerose tribù di pellirosse: nella battaglia scatenatasi dopo l’assassinio del capo sioux, alcune unità del settimo reggimento di cavalleria sterminano più di duecento indiani, uomini, donne e bambini inermi. E’ il 30 dicembre 1890. Decimati, i pellirosse sono ridotti a vivere nelle riserve.

THOMAS JEFFERSON (politico americano, 1743-1826)

1883,l’anno dei grandi eventi Nasce Pinocchio, viene inventata la gloriosa linotype di UMBERTO FAVA orreva l’anno 1883. L’anno della nascita di Pinocchio (nato da un pezzo di legno e tra le pagine di un libro) e della morte di Wagner e di Marx. Moriva anche Francesco De Sanctis, nasceva Kafka e veniva inventata la gloriosa Linotype, che regnerà sovrana nelle tipografie di tutto il mondo per circa un secolo fino all’avvento del computer. Per la prima volta si ammira lo spettacolo di un dirigibile - il “France” che solca i cieli. I Nichilisti russi annunciano: «Uccideremo lo Zar il giorno della sua incoronazione». In Prussia viene introdotta l’assicurazione obbligatoria contro le malattie; e a Barcellona si tiene un congresso di donne per promuovere il miglioramento delle condizioni femminili. Nel Regno d’Italia suscita scalpore che una donna d’Asti diventi segretario comunale, e sulla scia della Prussia viene istituita una cassa nazionale di assicurazione per gli infortuni sul lavoro. Viene abolita l’impopolare tassa sul macinato; nel progetto del nuovo codice penale sono previste norme più severe contro il duello; e scoppiano manifestazioni antiaustriache in varie città, soprattutto a Trieste. Proteste contro il rifiuto del suffragio universale; costituzione della Società Canottieri di Piacenza; e trionfo a Pescia per una giovanissima Ortensia Bazzani, attrice della Filodrammatica Piacentina. La luce elettrica era ancora in fasce (solo tre anni prima Edison aveva acceso la prima lampadina), ma a Milano si inaugura la prima centrale elettrica italiana. Una pubblicità qualche anno dopo farà sapere a chi ancora lo ignorava che «l’illuminazione elettrica è la più comoda, la più pronta e la più igienica, e costa meno del petrolio». Il telefono? Muoveva i primi passi: il primo collegamento telefonico pubblico aveva avuto luogo negli Stati Uniti nel 1877; in Italia avverrà l’anno dopo. Il cinema era ancora di là da venire: i fratelli Lumière erano dei giovanotti ventenni che una dozzina d’anni dopo avrebbero dato vita alla grande avventura della Decima Musa. Guglielmo Marconi aveva nove anni: a ventidue, verso la fine del secolo, inventerà la radio. Cechov pubblicava i suoi primi racconti, Verga le sue Novelle Rusticane e Guy De Maupassant il suo primo romanzo di successo, Una vita. Picasso aveva due anni. Soli pochi mesi erano passati dalla morte di Garibaldi, e già a Piacenza si parla di erigergli un monumento; Manzoni se n’era andato dieci anni prima; e Verne scriveva Il giro del mondo in ottanta giorni. Quattro anni prima aveva visto la luce Otello di Verdi e tre anni prima aveva cominciato a battere il Cuore di De Amicis. Sempre tre anni prima erano morti Dosteoevskij e Flaubert; e due anni dopo sarebbe morto anche Victor Hugo. Erano anni di grandi e memorabili eventi. Anni d’oro per le conquiste scientifiche, una rivoluzione in particolare nel campo dell’elettricità, così come la sarà giusto un secolo dopo, verso la fine del Novecento, con l’elet-

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1883: Giuseppe Verdi aveva scritto “Otello” tre anni prima, Giuseppe Garibaldi era morto da pochi mesi quando Ernesto Prati fondò a Piacenza il quotidiano “La Libertà” che poi diresse per 38 anni

tronica. Questi i “segni dei tempi”, l’humus storico da cui è nata Libertà. Il 1883 era appena nato, a Piacenza era sindaco l’avvocato Francesco Achille, quando il giorno di sabato 27 gennaio nelle edicole apparve La Libertà (la testata perderà l’originaria La dieci anni dopo, col primo numero del 1893), “Corriere della Provincia di Piacenza”, quattro pagine, prezzo 5

centesimi, e «si pubblica tutti i giorni tranne i festivi». Era il primo vagito di un giornale che ha poi valicato i confini di due secoli ed è passato da un millennio all’altro, che ha sfidato guerre e bombardamenti, che è partito con la penna e che vola verso il futuro col computer. Padre trentenne di questa creatura dalla lunga vita fu Ernesto Prati, gior-

nalista dalla penna vivace e affilata come una spada, uomo dall’aria fiera e dal piglio risoluto, come ce lo ricorda un suo ritratto, baffi e barba, «bella testa da moschettiere», come scrisse nel 1910 Carlo Anguissola su La Voce di Prezzolini: giornalista battagliero, ma anche abile spadaccino e cacciatore appassionato. A mettere uno dietro l’altro tutti i fo-

LA PIACENZA DI 120 ANNI FA

L’ECONOMIA ❧ Nasce la produzione dei bottoni,

❧ Piacenza capoluogo, abitanti 34.602

(S. Antonio a Trebbia, S. Lazzaro Alberoni, Mortizza erano comuni a parte e avevano 9.085 abitanti)

❧ Piacenza provincia 237mila abitanti

❧ Piacenza è rappresentata in Parla-

mento da 4 deputati (3 radicali, 1 liberale)

❧ Vescovo di Piacenza Mons. Scalabrini,

primo vescovo moderno

LA CITTÀ

❧ La diocesi piacentina conta:

350 parrocchie 900 sacerdoti 273mila “anime”

❧ Trentamila piacentini sono emigrati

nel mondo in cerca di lavoro

❧ Il vescovo Scalabrini crea i

missionari e le missionarie di San Carlo e l’Associazione San Raffaele per l’assistenza spirituale e giuridica all’estero

gli di Libertà pubblicati da allora ad oggi si potrebbe tentare di fare un ponte da qui alla Luna. Dalla Terra alla Luna, come nel romanzo di Verne. Di viaggi straordinari conoscevo solo quelli di Verne. Ora ne ho scoperto un altro. Questo, lungo 120 anni tra le pagine di Libertà, tra notizie ed immagini, vicende personali ed avvenimenti collettivi, la vita minuta della

❧ Entra in esercizio la tramvia Piacenza-Pontedellolio, ❧ ❧ ❧ ❧ ❧ ❧

Piacenza-Mezzano, Pontedellolio-Bettola, Mezzano-Cremona Si restaura Palazzo Gotico È in costruzione il nuovo carcere che inghiottirà Palazzo Madama Le vecchie porte vengono sostituite con le “Barriere” Nasce l’ospedale militare Nasce l’ospizio Vittorio Emanuele Vengono abbattute in parte le mura rinascimentali, si riordina Piazza Borgo

numerose le falegnamerie, forte il settore tipografico che sviluppa attività specialistiche come le carte da gioco, le fornaci, le fonderie Forza motrice è quella idrica, ma sta per arrivare il vapore Per l’illuminazione e per il riscaldamento la città usa già il gas (ricavato dalla distillazione del carbon fossile) Le vie di Piacenza sono illuminate da 304 lampadine Piacenza ha in totale 3.435 operai così suddivisi: 1.037 nell’industrie minerarie, meccaniche e chimiche; 345 tessili; 179 scatole e bomboniere; 120 tipografie; 391 bottoni; 12 cappelli; 14 concerie; 28 cartiere; 16 carte da gioco

nostra città e la storia della nostra provincia, ma anche i grandi avvenimenti nazionali ed internazionali. Nessun romanzo, penso, nessun film, nessuna opera teatrale, nessun libro di storia riesce a dare il senso tangibile e concreto - e l’atmosfera di un’epoca con i suoi drammi, i suoi conflitti e le sue contraddizioni come la lettura delle pagine di un giornale. Per esempio, a leggere Libertà degli ultimi anni dell’Ottocento e dei primi del Novecento, esce un quadro impressionante. Sono i tempi in cui le donne fiutano il tabacco e i giovani innamorati scappano di casa, e cavalli imbizzarriti sfuggono alle redini del cocchiere e si danno a precipitosa fuga per le vie seminando paura e talvolta sangue («Grida di spavento, molte signore svennero, borghesi e soldati accorsero...»). Ma sono anche tempi in cui coltellate e aggressioni non si contano («Né più né meno come se si fosse in una città d’Africa o della Siria», commenta il cronista), tempi di tumulti in piazza per il caro pane, di raffiche di furti (come oggi, ma con una differenza: allora si rubava per mangiare); di terribili tragedie della povertà, con catene di suicidi (i «volontari della morte», li chiama il cronista), madri disperate che si buttano sotto il tram o in un pozzo o si impiccano ad un trave; furibonde e tristi baruffe fra donne (scoppiate spesso per gelosie femminili o per tradimenti maschili) in vicoli e cortiletti popolari. Altro che colore e folclore, altro che bel tempo che fu, altro che nostalgia del passato. Passa ogni nostalgia davanti a queste amare e vere “commedie” della vita. Piccole storie di cortile, di paese, di gente comune ma non anonima si mischiano a grandi eventi di popoli e nazioni. Giorno per giorno si segue il concatenarsi e l’evolversi degli avvenimenti. Si vede e si capisce la nascita delle rivoluzioni, delle dittature e delle guerre, l’esplodere delle grandi crisi sociali, culturali e politiche. E’ curioso e sintomatico notare come la prima volta che Libertà cita Hitler in una breve notizia dalla Baviera - è il 21 gennaio del ’23 - sbaglia il nome e lo chiama Kitler. Errore perdonabilissimo: allora il futuro Fuhrer era ancora nessuno. E sarà interessante sapere che già cento anni fa o giù di lì a Piacenza si parlava di un ponte sul Po, di navigazione fluviale e di un porto, si avvertivano le prime avvisaglie della lunga “guerra dell’acqua” con la Liguria e Rivergaro era già sede di una «numerosa colonia di villeggianti». E che nel ’23 Stefano Fermi in un suo articolo si chiedeva a proposito della quadreria di Palazzo Farnese portata a Napoli: «Tornerà o non tornerà a Piacenza?». Viaggio più affascinante della mia vita, amarcord strapiacentino, sorta di “striscia la notizia” d’annata dal Po all’Appennino, istruttivo manuale di storia locale... Tutto questo ed altro ancora sono questi 120 anni di Libertà rivisti con “l’occhio del poi”, ripercorsi giorno dopo giorno per rivivere la Piacenza dei nostri padri e dei nostri nonni, conoscere meglio il passato della nostra città e della nostra gente per comprendere meglio il nostro presente. 27-01

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120 anni su libertà

Libertà è

1893:lo scandalo 1896:l’Italia coloniale della Banca Romana La sconfitta di Adua Nel gennaio del 1893 esplode lo scandalo della Banca Romana, suggellato dall’arresto del governatore dell’Istituto, Bernardo Tanlongo, e del cassiere, Cesare Lazzaroni. I due sono accusati della circolazione abusiva di 60 milioni di lire, di un vuoto di cassa di 20 milioni di lire e, soprattutto, della stampa clandestina di banconote. Il 26 novembre 1893, in seguito allo scandalo, il Governo di Giolitti è costretto a dimettersi dopo una tumultuosa seduta sull’argomento.

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Bisogna conservare ad ogni costo intiera la libertà, fin nell’ebrezza. La regola dell’uomo d’intelletto, eccola: "Haber, non haberi".

Il primo marzo 1896, 16mila soldati italiani vengono duramente sconfitti ad Adua, in uno scontro con 70mila etiopi. E’ la guerra d’Abissinia. Nel 1889, grazie anche alla benevolenza inglese, l’Italia tenta una penetrazione pacifica ed economica di una parte della lunga costa della Somalia sulla quale esercita il dominio il sultano di Zanzibar. L’Italia si impegna a favorire l’insediamento di compagnie e di aziende italiane per farne un territorio di sfruttamento economico.

GABRIELE D’ANNUNZIO (scrittore italiano, 1863-1938)

Ernesto Prati,il padre di “Libertà” Fu precursore in Italia di un giornalismo moderno on è mai facile sintetizzare una persona in un breve profilo, lo è tanto meno se si tratta del padre di "Libertà", Ernesto Prati Senior. "Fu uomo d’animo retto, d’intelligenza acuta, di coltura varia, d’indole vivace: doti tutte che lo sostennero mirabilmente nelle quotidiane battaglie del giornalismo locale e lo distinsero nel più largo campo del giornalismo italiano. Trentotto anni fa aveva fondato il nostro maggior giornale, la "Libertà", che diresse fino alla morte e al quale mantenne la sua collaborazione anche quando una terribile malattia venne a minare la sua gagliarda fibra di spadaccino famoso e di cacciatore appassionato. Spirito aperto ai problemi e alle esigenze della vita moderna, seppe anche dare un notevole incremento all’industria tipografica cittadina". E’ un necrologio ed è noto che, quando una persona è morta da poco, è d’obbligo parlarne bene. Ma queste parole sono state scritte dal Bollettino Storico Piacentino nel 1921 (pag. 48) e la rivista di Stefano Fermi non era incline ai facili entusiasmi. Non solo ha saputo resistere alle lusinghe degli amici, ma ha anche mantenuto la propria autonomia, di lì a qualche anno, dal regime fascista. Quindi un necrologio del Bollettino va preso seriamente in considerazione. Vediamo ora in breve la scheda biografica del fondatore di "Libertà". Ernesto Prati nasce a Mottaziana di Borgonovo Val Tidone nel 1853 da Francesco e dalla contessa Sara Arcelli Fontana. Una solida famiglia di agricoltori della valle. Nel luglio del 1877 si laurea in legge a Torino ed in seguito, presso lo studio di Giuseppe Aphel, intraprende la carriera di avvocato. Ben presto, però, si lascia coinvolgere dalla lotta politica che in quel tempo rende particolarmente calda l’atmosfera piacentina, soprattutto attraverso le polemiche che divampano sulla stampa. Due gli schieramenti principali che si contrappongono: i moderati e i democratici. Prati si avvicina in un primo tempo ai democratici che si qualificano come progressisti e che hanno nel quotidiano "Il Progresso" il loro organo di stampa. Il suo primo articolo appare, infatti, proprio sul "Progresso della domenica" il 2 aprile 1882; si firma "Fra Bettino" e polemizza con successo con don Basilio Finetti, un quaresimalista di San Giovanni, allora particolarmente famoso. L’amore con i progressisti è di breve durata. Prati non ha un carattere molto conciliante e, vistosi rifiutare un proprio ordine del giorno di adesione al programma trasformista di Depretis, riprende la propria autonomia che più tardi lo porterà a fondare un giornale tutto suo. A Piacenza siamo in campagna elettorale e, secondo lo stile del tempo, il clima è surriscaldato. Nel gennaio del 1883 si scontrano due contendenti: i progressisti che presentano un candidato di razza, Felice Cavallotti, e l’Unione liberale monarchica, che affida le proprie possibilità al principe romano Emanuele Ruspoli. Sono giorni di vivaci polemiche e di scontri; famoso quello del 6 gennaio al Teatro dei Filodrammatici, ma la palestra principale per questi infuocati scambi di opinione resta la stampa cittadina. Non dimentichiamo che i piacentini avevano scoperto questo strumento di confronto democratico solo dall’ancor vicino 1848. Su questo fronte il 27, sempre di gennaio, a movimentare ulteriormente la situazione si registra la pubblicazione di un nuovo quotidiano, "La Libertà", che si qualifica come liberale - monarchico. Fondatore è il dottor Ernesto Prati. Alle spalle vi è la tradizione giornalistica maturata nell’ambito di questo orientamento politico e cioè l’Unione e l’Ordine, ma, come vedremo, il nuovo giornale saprà ben presto individuare uno spazio del tutto originale. Il 27 gennaio è un sabato, il giornale ha quattro facciate, sotto la testata "La Libertà" (l’articolo "La" verrà tolto nel 1893) la dizione "Corriere della provincia di Piacenza" e,

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«Libertà per tutti e per ciascuno. Libertà contro le reazioni. Libertà contro le violenze...»

in prima pagina, d’apertura, la presentazione del direttore. "Il nostro programma. Si riassume in quest’unica parola: Libertà. Libertà per tutti e per ciascuno - libertà in tutte le sue varie manifestazioni - libertà contro le reazioni, che possono venir dall’alto - libertà contro le violenze, che accennano a salir dalla piazza. Ma la libertà non sia licenza, non si scompagni mai dall’ordine". Così inizia il fondo di presentazione della direzione. Già in queste brevi battute c’è tutto lo stile dell’uomo che in alcune occasioni fu chiamato a difendere le proprie opinioni anche con la spada. Allora usava così. Nel maggio del 1884 ferì in duello il direttore del Progresso Gustavo Paroletti, fu poi la volta di Camillo Tassi, di Tancredi Raffo, ecc.. La tradizione ci ha voluto lasciare di Ernesto Prati l’immagine di esperto spadaccino e di un appassio-

di FAUSTO FIORENTINI nato cacciatore; sarebbe però fuorviante dare eccessivo peso a questi aspetti. Tra l’altro, al duello, ci fu sempre costretto, non lo cercò mai per primo. In realtà in suo merito maggiore fu quello di aver saputo costruire uno stretto rapporto tra il suo giornale e la città: quando il 29 dicembre 1920 si diffonde in città la notizia della sua morte il cordoglio e il dolore sono unanimi senza alcuna distinzione di parte. Il valore di Prati sta quindi nell’aver impostato il suo giornale, sia sul piano dell’informazione sia su quello dell’organizzazione industriale, in modo da renderlo parte integrante della cultura piacentina. Questo il segreto che ha permesso alla Testata di vivere fino ai nostri giorni superando bufere violente come quella provocata dal fascismo. Per quanto riguarda l’organizza-

zione il giornale giunge già nei primi anni ad avere una propria tipografia (gestita poi dallo Stabilimento Tipografico Piacentino) che si manterrà all’avanguardia nei metodi di stampa; all’inizio del nostro secolo sarà la prima a Piacenza dotarsi di linotype. Come imprenditore Prati si affida ai progressi della tecnologia, ma anche al proprio estro. Ad esempio per stimolare i commercianti a ricorrere alla pubblicità in un primo tempo accetta in pagamento le merci da loro vendute che poi a sua volta rivende in un botteghino adiacente alla tipografia. Sul piano dell’informazione si affida ad un giornalismo che privilegia soprattutto i fatti, aperto a tutte le componenti socio-culturali di Piacenza, attento a quanto accade in città e in provincia attraverso una

rete di corrispondenti ricercata fin dai primi numeri. Tutte considerazioni che oggi potrebbero sembrare scontate. Non va dimenticato, però, che il giornalismo moderno, cioè basato sulla notizia, nasce proprio in questi decenni e Prati è un precursore anche a livello nazionale. Per comprendere il contesto politico e culturale entro cui muove i primi passi il giornale di Prati rimandiamo a quanto scrive Corrado Sforza Fogliani sul giornalismo piacentino nel volume "L’Ottocento" della Storia di Piacenza (pag. 507 e segg.); una situazione, come da parte nostra sottolineiamo nel volume seguente sul Novecento della stessa Storia, segna anche gli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento. L’informazione è sempre nelle mani di Testate che già si erano consolidate nei decenni precedenti: "Libertà" e "Il Progresso" a cui si deve aggiungere il bisettimanale "Il Piccolo". All’i-

Qui accanto, a destra, un ritratto di Ernesto Prati, fondatore, a soli trent’anni, del quotidiano “La Libertà”. A sinistra il palazzo De Ceresa.-Costa al numero 80 di via San Lazzaro (oggi via Roma) dove venne stampato, il 27 gennaio 1883, il primo numero de “La Libertà”. Sopra un disegno del pittore Roberto Nonveiller sulla palazzina di via Benedettine 68 dove dal 1929 venne trasferita la sede di “Libertà”

❧ Ernesto Prati era nato nel 1853 a Mottaziana (Borgonovo). ❧ Il padre Francesco, apparteneva ad una famiglia di distinti agricoltori. ❧ La madre, la contessa Sara, era una Arcelli-Fontana. ❧ Il primo articolo lo scrisse il 2 aprile 1882 sul settimanale “Il Progresso della domenica”, firmato “fra Bettino”. ❧ Nel luglio del 1877 si laureò in legge a Torino, e fece pratica come avvocato presso lo studio di Giuseppe Aphel. ❧ Nel 1883 a Piacenza esistevano due giornali: il quotidiano “Il Progresso” e il bisettimanale “Il Piccolo” ❧ Il 27 gennaio 1883, un sabato, fondò “La Libertà”. Responsabile gerente: Marco Rossi, il proto. Il giornale venne stampato dalla Tipografia sociale, al numero 80 di via San Lazzaro, ora via Roma, nel palazzo Ceresa Costa. ❧ Il primo numero de “La Libertà” era di 4 pagine (formato 35x48),

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l’ultima interamente dedicata alla pubblicità e al “taccuino del pubblico” con le notizie utili, gli indirizzi degli uffici pubblici, gli orari dei treni. La Libertà veniva stampata alle 8 di sera ed era venduta alla mattina dopo nelle edicole in piazza Duomo e in piazza Cavalli e presso gli uffici del giornale in via San Pietro. “La Libertà” costava 5 centesimi la copia e veniva portata a domicilio con 20 centesimi al mese in più. Il primo necrologio apparve il 3 marzo 1883. “Ieri in Pittolo moriva consunta da una lunga e crudele malattia Rosina Braghieri, moglie di Emilio Fioruzzi, umile e pia. Pochi ebbero campo a conoscerla perché fu modesta troppo”. 26 febbraio 1883 nasceva la tipografia del giornale La Libertà in via Diritta 20 (l’attuale via XX Set-

tembre). ❧ Il 28 maggio 1889 Ernesto Prati sostenne il suo primo duello con Gustavo Paroletti direttore del “Progresso”. Testimoni Filippo Suzani e Antonio Fugazza. Riuscì a ferire l’avversario. ❧ Nel 1889 La Libertà vendeva 1800 copie, nel 1911 comparve questo annuncio: “Libertà vende a Piacenza ogni due giorni un numero di copie superiore a quello che vi vendono ogni mese tutti gli altri giornali sommati insieme”. ❧ Nel 1894 la tipografia di Libertà un anno prima aveva perso il “La” - disponeva di un motore a gas della forza di due cavalli, aveva due “macchine semplici” ed occupava 13 operai. ❧ Nel 1898 la tipografia di Libertà assumeva il nome di “Stabilimento tipografico piacentino”. ❧ Nel 1903 arrivò la prima linotype.

❧ Il 18 maggio 1911 Libertà si trasferì in via Romagnosi 80. Il giornale andava in macchina alle 2 di notte e offriva agli abbonati “uno stock di bottiglie di marsala Florio”. ❧ Ernesto Prati morì a 68 anni, il 29 dicembre 1920, un mercoledì, alle 9 del mattino. I funerali, a capodanno in cattedrale. Restò sino all’ultimo alla guida di Libertà. Suo successore, sino al 1927, fu il redattore capo, Pio Bertolasi, scrittore. ❧ Durante il fascismo Libertà fu assorbita da “La scure”, diretta da Bernardo Barbiellini Amidei. ❧ Il 21 agosto 1943 la vecchia Libertà risorgeva per iniziativa di Filiberto Prati, figlio terzogenito di Ernesto. Uscì per 16 numeri poi arrivò l’occupazione nazista. ❧ Libertà riprese le pubblicazioni il 22 agosto 1945 con pochissimi mezzi. Alla rinascita lavorarono i figli di Filiberto, Ernesto e Antonio Marcello.

nizio del Novecento è in edicola come quotidiano anche il cattolico "Il Nuovo Giornale". La presenza più significativa, per quanto riguarda l’informazione quotidiana, resta comunque "Libertà" non solo perché è la Testata locale più longeva, ma soprattutto perché il giornale riesce in genere ad attenersi al programma delle origini che già abbiamo citato. Quelle parole sulla libertà devono essere inserite nel quadro culturale di quei decenni segnati da un confronto politico spesso duro. Va comunque riconosciuto che nel tempo, mentre gli altri giornali concorrenti ("Il Progresso" e "Il Piccolo") restano vincolati al contesto politico delle origini, "Libertà" già nel primo decennio del secolo, la cosiddetta età giolittiana, anche per la favorevole situazione economica di cui godeva, riesce a muoversi con autonomia superando il colpo che logicamente riceve con la morte del fondatore. Ad Ernesto Prati subentra il figlio Filiberto (1888-1944) che, nel dopoguerra, deve affrontare il confronto con il nascente fascismo il quale, nel 1927, imporrà la fusione con il foglio di regime, "La Scure". Filiberto era soprattutto esperto nella tecnica della stampa (è lui a trasferire nel maggio del 1929 la tipografia da via Romagnosi 80 a via Benedettine 68); sul piano redazionale la linea di Ernesto viene invece continuata dal redattore capo Pio Bertolasi. A Piacenza, dal febbraio del 1921, é presente il settimanale del partito fascista, "La Scure". Era stato fondato da Bernardo Barbiellini Amidei il 26 febbraio 1921 come settimanale del Fascio di combattimento piacentino; il 22 febbraio 1922 era diventato bisettimanale della Federazione provinciale piacentina del Partito fascista e, dopo una pausa nei primi mesi del 1925, il 1° aprile dello stesso anno diventa "quotidiano fascista". Con "Libertà" la convivenza è subito difficile e peggiora nel tempo tanto che si giunge alla fusione. Il 2 gennaio 1927 il giornale esce riportando nella testata sia il nome di "Libertà" sia quello di "La Scure". Direttore è Bernando Barbiellini Amidei, il capo del fascismo piacentino. Questa fusione si protrarrà per alcuni anni, ma è un fatto formale. "Libertà", evidentemente sulla scia dell’insegnamento del suo fondatore, non poteva convivere con un tale partner e si fa da parte. Tornerà per un breve periodo nel 1943 e poi riprenderà normalmente le pubblicazioni nel 1945 con un altro Ernesto Prati, nipote del fondatore. Torniamo a quest’ultimo per qualche informazione di ordine tecnico. In altra parte parliamo delle macchine che hanno segnato il cammino tecnologico del giornale. Non meno importante è anche l’organizzazione nel suo complesso, aspetto che ha permesso al giornale di Ernesto Prati di surclassare in breve le Testate concorrenti che, oltre a restare marcatamente segnate dall’idea politica che le aveva generate, non riescono a darsi una base operativa della solidità di "Libertà", solidità che derivava dalle capacità manageriale del fondatore in aggiunta a quelle giornalistiche di cui è già stato detto. Un giornale, sappiamo di non dire nulla di nuovo, è anche un’impresa e Prati è attento a questo aspetto non meno che a quello giornalistico: lo dimostra molto bene il susseguirsi dei cambi di sede che evidenziano un progressivo miglioramento. Il primo numero esce dalla Tipografia Sociale che ha sede a Palazzo Costa in via Roma 80 (allora strada San Lazzaro); gli uffici erano in via San Pietro 13. Il 26 febbraio 1883 apre una propria tipografia in via Settembre 20 (allora Via Diritta); in questo edificio il 1° gennaio 1892 Prati trasferirà anche i propri uffici. Nell’agosto del 1898 riorganizza la struttura amministrativa della propria azienda: nasce lo Stabilimento Tipografico Piacentino. Il 18 maggio 1911 "Libertà" si trasferisce in via Romagnosi 80 e quindi, alla fine degli anni Venti, il passaggio in via Benedettine, dove avviene anche il drammatico incontro con il fascismo.

«Ha saputo costruire uno stretto rapporto tra Libertà, Piacenza e la cultura piacentina»


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120 anni su libertà

Libertà è

1898:Bava Beccaris stronca i moti a Milano

1900:Umberto I ucciso a Monza

I tumulti partiti dalla Sicilia e poi scoppiati nel maggio 1898 a Milano, causati dal carovita, assumono un carattere di protesta politica. Il 7 maggio 1898 a Milano si proclama lo stato d’assedio: il generale Bava Beccaris ordina di sparare sulla folla. I moti di Milano si concludono lo stesso giorno, dopo che l’ultima barricata è espugnata dai bersaglieri. Bava Beccaris può così telegrafare a Roma che la rivolta è stata soffocata: 100 morti, 500 feriti, oltre 800 gli arrestati.

Monza, 29 luglio 1900. Sono da poco passate le 22 e trenta, quando tre colpi di pistola mettono fine alla vita del sovrano d’Italia, re Umberto I di Savoia. L’autore del gesto, Gaetano Bresci, è un anarchico di origine toscana, arrivato appositamente dagli Stati Uniti, da un sobborgo di New York di immigrati e spiantati. Bresci si mescola alla folla che circonda la carrozza reale e preme il grilletto. E’ la fine di un sovrano simbolo di una società in irreversibile decadenza.

La prova basilare della libertà umana non è tanto in ciò che siamo liberi di fare quanto in ciò che siamo liberi di non fare. ERIC HOFFER (scrittore statunitense, 1902-1983)

I due fratelli,il loro giornale,la loro Piacenza,le notti in redazione e in tipografia raccontati da Giuseppe Carella “Libertà era il Times di Piacenza per equilibrio, credibilità, autorevolezza. Nelle sue pagine i piacentini si riconoscono” rnesto e Marcello, i Prati. Così li chiamavano a Piacenza, in segno di ammirazione e rispetto verso i fratelli di una grande famiglia di editori che, come i Rizzoli o i Feltrinelli a Milano, nella tradizione del padre, avevano lasciato una impronta fondamentale sulla città .Sono tra i molti che li conoscevano bene perché miei personali, molto cari amici che ho avuto il privilegio di frequentare praticamente ogni giorno, in una stagione della vita in cui gli accadimenti, le emozioni ed i sentimenti si vivono assieme, moltiplicandone gli effetti ed i sapori. E’ proprio questo impasto emotivo che sta alla base delle “ipermnesie” che percorrono l’età matura. Dai sedimenti di una memoria esponenzializzata, certi ricordi prioritari, e solo quelli, emergono intatti e trasparenti come un fiume carsico. Come convivevamo la città dei nostri tempi; come li vedevo nel loro mondo professionale, come loro si accostavano al mio: questa forse è la impaginazione più sciolta e diretta da dare ad un frammento che parla di Ernesto e Marcello. Abitualmente studiavo sino a sera tarda per poi uscire, certo che, a quelle ore da giornalisti, avrei incontrato probabilmente Ernesto, certamente Marcello. Nelle notti padane, afose e chiare, il percorso era sempre lo stesso: Largo BattistiMonumento a Romagnosi-Via XX-Piazza Duomo-Piazza Sant’Antonino-via omonima per chiudere il cerchio alla confluenza delle arcate del Palazzo del Comune, dove qualche refolo senza pretese stava ad aspettarci. Con la pioggia, in fila lungo i marciapiedi stretti e sconnessi facendo la barba ai muri alla ricerca di un cornicione generoso. Ernesto ci proibiva le galosce, il massimo dell’ineleganza. D’inverno, nebbia acqua ed anice, con il naso rosso sotto lo sciarpone di lana abrasiva imposto dalla nonna e le parole che si condensavano nell’aria gelida. Ma non si poteva starsene a casa, al caldo? No, assolutamente. Nelle prime ore della notte, Piacenza era troppo bella, a tutte le stagioni. Il silenzio apre alle confidenze; le strade vuote fanno sentire protagonisti dei propri pensieri, alimentando un senso di complicità, di innocente trasgressione. Si può camminare in infantile equilibrio sulle rotaie del tram e sedersi sugli scalini delle chiese. E’una città che diventa privata quando incominciano ad impilarsi le sedie fuori dai bar in chiusura. Ed “i Fahrenheit” ne prendono possesso. Piero Chiara, Avati, Fellini? Già visti! Marcello amava molto il cinema. D’estate il massimo erano le poltroncine in vimini del Politeama all’aperto, con le farfalline ubriache nel fascio di luce del proiettore e le zanzare prezzolate dal gestore per ottenerne la clemenza. I film in bianco e nero, il technicolor, il cinemascope, la Settimana Incom, il Circolo del Cinema di Cisco Corvi , il Cineforum di don Tonini. Ernesto preferiva il teatro. La prosa al Municipale, alla Filo, a Milano stipati sulla Peugeot dotata di un invidiatissimo mangiadischi con lucina verde intermittente. A Rivergaro, i Prati avevano una casa estiva situata su quello che, con abominevole riferimento, definivamo l’ermo colle. Mancava la siepe che, dopo insistenze, venne un giorno inaugurata, recanatizzando definitivamente l’ambiente.

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Ma il punto di incontro dei dì di festa, specie primaverili, erano i tavolini del Barino, con le lunghe tovaglie rosa pallido, insofferenti alle imposizioni costrittive di strani mollettoni che tentavano di tenerle a posto. Erano il tormentone del patron, signor Peppino, che ostentava il riconoscimento aureo del chicco di caffè all’asola della giacca di cui ripeteva volentieri la motivazione a chi, sicuro di fargli piacere, gliela chiedeva. I frequentatori si erano provvidamente autoselezionati nel tempo, scavandosi una sottintesa nicchia di elitarietà. Avevano imparato, con mossa automatizzata dall’abitudine, a ritirare i piedi al passaggio del tram che disegnava la larga curva di largo Battisti, lambendo la prima fila del dehors. Il Barino era, a quei tempi, ufficialmente un bar ma di fatto un palcoscenico, con personaggi di primo e secondo piano, ognuno inconsapevolmente calato in un ruolo palese o subliminale che gli veniva disegnato addosso e che generalmente veniva accettato: l’intellettuale, il nobiluomo, l’elegantone, l’industriale, il politico, il tenore, il possidente, il professionista, l’agricoltore, lo studente, il pittore. Anche il personale di servizio era particolare: la cassiera non più giovane, minuta e fragile, con la costante indecisione di una goccia d’acqua che sta per staccarsi; un cameriere sbrigativo ed ironico, dalla faccia dialettale ed un altro composto e distaccato come una suora svizzera. I Prati erano tra i protagonisti certamente più prestigiosi. Chi li ascoltava aveva la privilegiata sensazione della primizia data in anteprima. Ernesto era impareggiabile nel modulare la stessa notizia con riflessi diversi a seconda della tipologia e delle attese dell’interlocutore, stimolandone i commenti e registrandone le impressioni. Il commento alimentava più la conversazione della notizia stessa. La grande capacità di pesatore di uomini, gli aveva consentito di allestire una antropoteca di cartelle personalizzate i cui files erano nel disco fisso della sua memoria allenatissima. Marcello aveva un modo più diretto e luminoso di interloquire; penetrante, efficace. L’innato senso della camaraderie lo comunicava immediatamente, al primo incontro, senza discriminazione di casta.Un giorno mi ha invitato ad una esposizione nazionale di apparecchiature tipografiche allora d’avanguardia. Rimasi folgorato dalla considerazione che godeva a quei livelli e la familiarità con nomi celebrati dell’editoria. Il suo way of speaking era radicalmente cambiato; la gergalità si era fatta asciutta, tecnica, precisa, senza concessioni all’inutile. Si accorse della mia compiaciuta stupefazione, ripagandomi con un sorriso dei suoi. Dalle nostre parti è improbabile che di qualcuno, qualcun altro non abbia avuto a che ridire. Non ricordo che si sia mai verificato per i Prati. C’era anche qualcuno che cagnucolava attorno alle loro braghe. Generalmente era un personaggio che ci teneva ad essere citato sul giornale o quello che aveva i suoi buoni motivi per chiedere di non esserlo. Lo spostare il discorso di qualche grado, a piccoli passi, senza che il guastafeste se ne accorgesse, stava alla base di una tecnica raffinata, che ho visto applicare con un arcobaleno di variabili sempre inedite. La provincia. Questa era la provincia tutto sommato ingenua e semplice di allora. Come tante altre, mi si dirà. Si, ma questa era la mia, che mi è rimasta tatua-

A sinistra Marcello Prati con l’avvocato Filippo Grandi, poi diventato sindaco di Piacenza, al Circolo dell’Unione. A destra Ernesto Prati con il patron del “Barino”, Peppino Veneziani. Il “Barino”, in Largo Battisti, era il palcoscenico della città, il punto di incontro

Ernesto e Marcello Prati grande famiglia di editori ta sotto la pelle perché mi riporta alla giovinezza che ha il profumo delicato delle mele ed il sapore delle labbra delle ragazze.Noi abbiamo mangiato molte mele. La cattedrale dove i Prati indossavano l’abito professionale per celebrare i loro riti quotidiani era, ovviamente, il giornale. Mi era concesso di presenziare come parente stretto. E’ lì dove ho imparato a osservarli, pesarli, capirli. E’ lì dove ho provato l’emozione di incartare una serata con il giornale fresco di stampa, con l’inchiostro che imbratta le mani di un nero che odora di cronaca viva, di cosa appena nata. Tipografia: la meccanica aristocrazia del linotypista che crea i caratteri che cadono aritmicamente e messi prodigiosamente in fila da un rapido e preciso colpo d’indice. Quei caratteri di stampa che Giorgio Milani ha poi rivestito di poesia. Il camice nero raggrinzato sul davanti dalla pinguedine del tipografo-capo, maestro di geometrie dell’impaginazione, campione dell’intercapedine, che riusciva a creare spazi impossibili o colmarli, con un magico gioco di spostamenti, infilando o togliendo spessori che sceglieva in un contenitore toccandoli con la punta delle dita, senza guardarli.

di GIUSEPPE CARELLA Il rullo di gomma inchiostrato per tirare le bozze. Il correttore delle medesime che le scannerizzava con il dito e con la voce: una delle persone più infelici perché responsabile dei refusi che l’indomani saltavano perfidamente all’occhio nella loro impudicizia, esponendolo ai lazzi dei colleghi. La camera delle telescriventi che srotolavano notizie con un ticchettio sibilante e con improvvisi “a capo” che generavano un rapido spostamento del capo, come nelle partite di tennis. La complicata monumentalità della rotativa, lubrificata da olio e sudore. I suoi percorsi sospesi e stretti, come di un sommergibile dell’ultima guerra. Il parto del serpente di giornali neonati, subito impacchettati da un operaio rapido e sicuro come una ostetrica. Un giorno Marcello annunciò che ne avrebbe acquistato una nuova nel Sud della Francia. Ho assistito alla posa in opera di questo grande “meccano” lucido, perfetto, mostruosamente elegante, che fu varato come un bastimento, con lo spumante delle nostre colline. Marcello avrebbe poi introdotto l’informatica, con la straordinaria rapidità del suo ingegno nel cogliere le nuove aurore tecnologiche. Il cuore pulsante del giornale era, na-

turalmente, l’area redazionale. Lo studio del direttore era al primo piano. Abatjour con paralume verde Albertini su gambo d’ottone. La poltrona di Ernesto, più che un mobile sembrava un indumento.Vi si rannicchiava dentro con il pullover arrotolato sulla bocca dello stomaco ed annodato dietro. Marcello invece, aveva colonizzato una specie di tunnel pieno di libri, carte, grafici e quadri d’avanguardia di cui aveva una riconosciuta competenza. L’aria del ventilatore ti accoglieva all’ingresso. Come Ernesto temeva il freddo, Marcello detestava il caldo. Si difendeva portando le sue camicie di seta modello ghigliottina, con il colletto abbondantemente slacciato sul collo sino al quarto spazio intercostale e la calza cortissima su una cavigliotta compiaciuta di essere in buona salute. Si sedeva dietro una scrivania stracolma, in un abitacolo da formula uno da cui svettava. Aveva dato ordine alla donna delle pulizie di farle solo in sua presenza, ad evitare la perniciosa regola del grosso sotto e piccolo sopra che gli avrebbe rivoluzionato il suo perfetto disordine in cui trovava subito tutto. Sosteneva che il disordine calcolato era la cassaforte più sicura ed inespugnabile. Temperamatite elettrico, biro regolar-

mente orfana di cappuccio, occhiali halfmoon, caramelline golia. Su una panchetta, i giornali italiani ed europei più importanti sopra ai quali brillava una forbice dalle lunghe braccia con la quale ritagliava gli articoli. Un giorno mi mostrò un libro (la lecture rapide) che lo aveva iniziato alla tecnica estrattiva del nocciolo di uno scritto, il che gli consentiva, in epoca pre-informatica, di metabolizzare una grande quantità di informazioni in tempi ridotti. Marcello era un uomo raffinato, che sapeva trasformare il gusto in eleganza. I suoi pullover di cashmere ed il suo impeccabile smoking lo accompagnavano nel bel mondo, che frequentava con molto successo. Le stanze della cronaca erano stipate di tavoli color nicotina, disposti come le pedine di un domino e di macchine per scrivere aggredite da dita che avevano i tempi stretti. Si respiravano le frenesie del titolo, del taglio della foto, della telefonata dell’ultimo momento, dell’ultima irrecuperabile occhiata.Qualche giovane pubblicista montanelleggiava con la cenere della sigaretta che pioveva sopra i tasti della lettera 22. (SEGUE A PAGINA 5)

Da sinistra a destra: la signora Fortunata, mamma di Marcello ed Ernesto Prati. Marcello col suo impeccabile smoking e (a destra) Veneziani, Patrioli, Sandro Chiappini, Giorgio Conti, Ermanno Tacchinardi e Arisi Rota davanti al “Barino”


120 anni su libertà

Libertà è

1901:muore a 87 anni 1908:la terra trema Giuseppe Verdi Messina distrutta Il 27 gennaio 1901 muore Giuseppe Verdi. Nato a Le Roncole, vicino a Busseto (Parma), il 10 ottobre 1813 da un oste e da una filatrice, Giuseppe Verdi diventa presto un talento musicale di cui l’Italia può vantarsi ancora oggi. A trentaquattro anni il compositore ha ormai raggiunto una fama internazionale: le sue opere si rappresentano con frequenza in tutti i teatri del mondo, e vengono commissionate dai principali teatri italiani.

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Or ti piaccia gradir la sua venuta: libertà va cercando, ch’è si cara, come sa chi per lei vita rifiuta.

Il terremoto di Messina del 1908 è uno degli eventi più disastrosi di quegli anni. E’ domenica notte. Alle 5 e 20, 139 scosse di terremoto ondulatorio, sussultorio e vorticoso investono la città, distruggendola: la prima scossa, devastante, dura 30 secondi. Il mare ribolle: dopo essersi ritirato per circa 200 metri, si abbatte sulle macerie con tre gigantesche ondate. Messina conta 80.000 morti, su di una popolazione di 171.957 abitanti.

DANTE ALIGHIERI (poeta italiano, 1265-1321), Purgatorio, I, 70-2

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Marcello amava il cinema,Ernesto il teatro.Punto d’incontro il “palcoscenico”del Barino

Marcello Prati con la moglie Donatella Ronconi a Londra nel 1971 (SEGUE DA PAGINA 4)

al direttore all’ultimo inserviente, tutti parlavano solo e rigorosamente piacentino; Ernesto era noto per la traduzione diretta in dialetto di frasi auliche e classicheggianti, colme di avverbi e di condizionali colti e rarefatti. Il capo cronista sportivo (di Avellino) era stato sottoposto ad un corso intensivo con esiti catastrofici. Per la regola del meno peggio, gli fu concesso, anzi imposto, di riprendere a parlare in italiano. Quando in redazione o in tipografia qualcosa si inceppava, gli occhi mobilissimi di Marcello panoramizzavano la situazione ed il linguaggio a lapilli presto si faceva ultimativo come un colpo di gong. Ernesto, nella stessa circostanza, abbassava le palpebre a metà come una saracinesca in corso di inventario. Ho assistito a qualche sua rara e perciò celebre sfuriata. Non era fisicamente predisposto per arrabbiarsi. Se usciva dal naturale timbro isofonico e monotonale, la sua voce misurata e gradevole scivolava in un tragico falsetto con effetti da soprano in pensione. Lo sapeva ed abbassava le palpebre. Memorabili le sue riflessioni che consegnava ai giovani apprendisti che frequentavano il giornale

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Ernesto Prati in tipografia con l’impaginatore Nino Bosoni

per fare esperienza: troppi congiuntivi possono indurre a propositi di suicidio; le virgole non sono un incidente, ma una necessità; non bisogna trasformare la confidenza in pettegolezzo perché rischia di trasformarsi in maldicenza; quando si fa un nome, mettersi nei suoi panni; quando si è sicuri di una notizia, verificare lo stesso. Ernesto amava le scarpe inglesi e, come me, le macchine fotografiche.Quando ne acquistava una nuova, con studiata indifferenza la sfilava dal fodero per provocare la mia golosità, che mi guardavo bene dal nascondere perché lo faceva felice come un bambino alla cresima. Qui il discorso si fa molto personale e pieno di pudori. Nella vita di ognuno, vi sono momenti in cui questa pulsa più forte e prendono corpo quelli che diventeranno poi i ricordi prioritari di cui si parlava all’inizio. Il big event fa parte degli anni ’50, quando il mio Maestro di Anatomia ritenne di inviarmi a Parigi per acquisire conoscenze in tema di morfologia ultrastrutturale che allora si affacciava prepotentemente nel campo della ricerca. La mia Università non possedeva ancora il microscopio elettronico, indispen-

sabile allo scopo. Piacenza si, alla Cattolica. In circa un anno riuscii a portare a compimento la mia tesi sperimentale. La notizia che le fu conferito il 1° premio nazionale delle Facoltà di Medicina rimbalzò al giornale. Furono Marcello ed Ernesto che accompagnarono mio padre alla cerimonia di consegna del premio nella pompa dell’aula magna.“Fa la faccia da intelligente, altrimenti te lo tolgono” , sibilò Ernesto dall’angolo della bocca compassata. Negli anni ’70, la Società di Oftalmologia mi affidò il compito di organizzare un congresso internazionale della specialità. L’impulsività e la ambizione della giovinezza mi convinsero di realizzarlo a Piacenza, nella cornice del Collegio Alberoni. “Libertà” ne fece un affresco indimenticabile, inserendo personaggi celebri sul set di una città che si è straordinariamente illuminata, come una vecchia signora che si è finalmente sentita nobile ed ammirata.Naturalmente Ernesto e Marcello ne furono i registi, autorizzandomi ad usare il loro nome e quello del giornale come grimaldello per forzare serrature tradizionalmente arrugginite ed insospettite dalle cose troppo grosse. Un giorno Ernesto decise che mio pa-

Nella prima delle due foto, a fianco, un giovanissimo Marcello Prati, nel 1947, con Anghinetti mitico proto e capo della Tipografia prima di Dotelli. Nella foto a destra Ernesto Prati con il cardinale Ersilio Tonini durante una premiazione

dre dovesse incidere su disco le sue poesie che erano ormai diventate un patrimonio consacrato della nostra gente. La sua voce, dorata e tenera, si prestava particolarmente. Lo portò a forza a Milano, in una grande sala di incisione dove, pieno di fili e di microfoni, cercava di dissimulare un imbarazzo palpabile. Io stavo dietro ad una grande vetrata, sperando che mi potesse vedere per confortarlo con un gesto. Il disco si fece. Grazie a lui, penso di essere uno dei pochi figli che possono sentire, nei momenti giusti, la voce del padre scomparso. Il curriculum ed i volumi delle pubblicazioni per la docenza, sono stati allestiti e stampati nella tipografia del giornale e curati personalmente dal direttore. Marcello presenziò alla mia prima lezione all’Università.Venne spesso a trovarmi ad Alessandria dove, molto giovane, venni nominato primario.Con la fregola della scopa nuova, mi ero lanciato a ricostruire la camera operatoria, ad introdurre i lasers, i primi trapianti, la perimetria computerizzata. Marcello era, come sempre, affascinato dalla tecnologia. Più di una volta, convenientemente bardato, assisteva alla mia chirurgia accanto ai tecnici che manovravano gli strumenti. Mi regalava le sue osservazioni sui dispositivi, le sue impressioni sul personale, i suoi commenti logistici. Avrei voluto assumerlo. Guido Fresco era il direttore di un vivace e ben informato settimanale piacentino. I suoi editoriali portavano la firma di Paolo Pioggia, come controcanto a quelli del quotidiano firmati da Pietro Nuvolone. Un giornalista un po’ bohemien, ma colto, intelligente e di onestà a tenuta stagna. Era solo. Un incidente vascolare lo precipitò in terapia intensiva dove fu ritenuto indispensabile il consulto di un neurochirurgo. Marcello ed Ernesto, assieme, vennero da me in ospedale e mi consegnarono un assegno in bianco.“Chiama chi ritieni più opportuno e fallo venire subito”. Questi erano i Prati. L’età mi ha naturalmente infragilito; mi commuovo spesso e mi soffermo volentieri a ricordare. Apoptosi. Una forma di archeologia sentimentale mi consente di disseppellire emozioni lontane. I vent’anni sembrano più belli a settanta che a venti. Anni devozionali verso il padre, il maestro, il prete; devozione ora riservata agli amici senza tempo. Ernesto e Marcello erano come le vocali di un dittongo, così diverse e così indispensabili l’una all’altra. Li facevo sorridere quando dicevo che "Libertà" era il "Times di Piacenza", per il suo equilibrio, credibilità, autorevolezza. Nelle sue pagine i piacentini hanno imparato a riconoscersi. Oggi la città è cambiata ed anche la sua gente che non più permettersi il lusso della serenità. Il progresso ha reso la vita più comoda, ma non necessariamente più bella. Dicono che i cervelli se ne vanno via; a noi è rimasto il mal di testa. L’incontro con Marcello, di solito si inaugurava con una scuotente e goliardica stretta di mano.Un giorno le strinse lungamente ambedue, sorridendoci solo con gli occhi. Un trasferimento di felicità. Era nata Enrica, bellissima. E’ da troppo tempo che non sento più il calore di questi gesti semplici ed incantevoli. Ecco perché, ad una certa stagione, la memoria cambia colore per diventare un sentimento. Quanto precede, è stato scritto premeditatamente di getto e senza rileggerlo, per evitare l’angoscia dei ripensamenti ed i riverberi delle cose troppo soppesate. Se ne accorgeranno anche Ernesto e Marcello quando domani, via on-skyline, leggeranno come ogni giorno il loro giornale. Lo so perché, assieme a loro, ho visto i film di Frank Capra. Giuseppe Carella

.L’INTERVISTA.

Il cardinale Tonini: Libertà specchio della società piacentina di LUDOVICO LALATTA l grande comunicatore cardinal re, anche nel dibattito più duro, coErsilio Tonini ha mosso i primi me se fossi stato il Vescovo, tenendo passi da giornalista nella tipo- conto che anche gli antagonisti delgrafia di “Libertà”, dove era ospite la polemica erano miei fratelli. E la per scrivere e stampare il settima- linea del rispetto della persona, annale cattolico della diocesi “Il Nuo- che se raggiunta con motivazioni divo Giornale”. Il giovane sacerdote verse, corrispondeva anche a quella si trovava la notte nella sede del di “Libertà”. Tra me ed il segretaquotidiano laico, in via Benedetti- rio del Pci di allora, Clocchiatti, la ne, a contatto di gomito (e polemica era fortissima, non è un modo di dire) ma la stima reciproca ci con il direttore Ernesto consentiva di trovarci poi Prati, il fratello Marcello, al “Barino” di Largo Batamministratore, i giornatisti a berci un caffè. E calisti ed i tipografi che da pitava d’essere assieme poco più di un anno avead Ernesto, che con il suo vano fatto risorgere il giornale non soffiava sul quotidiano: era il 1946. fuoco, ma riferiva in terImmagino che, come mini sempre misurati». piacentino e come Ma come fu che il setgiovane sacerdote attimanale della Diocetento alla società losi venne ospitato da cale, anche in prece- Il cardinale piacentino Libertà? Ersilio Tonini denza avesse seguito «Marcello ci accolse, a la chiusura e la rinacondizioni particolar«Ho ammirazione scita di “Libertà”. mente favorevoli per noi, «Certo, e sono stato testi- per i fratelli Prati. per stampare il “Nuovo Nel dopoguerra mone di come il quotidiaGiornale” quando, fra il no abbia dovuto fare un e- lo stile del giornale ’46 ed il ’48 non avevamo ha contribuito norme sforzo per ricomuna nostra tipografia di a bandire parire dopo la guerra. Il riferimento. Ma anche l’incitamento regime l’aveva requisito, l’impaginazione veniva alla violenza» trasformandolo nell’orgafatta nei locali di “Lino del partito, il Pnf e dobertà” ed io scrivevo gli po la Liberazione il Cnl aultimi pezzi la notte del veva creato un proprio giornale. La venerdì. Ricordo quando completa“Libertà” non è stata solo un mezzo vo gli editoriali all’ultimo momend’informazione specchio della so- to, seduto ad un tavolo della tipocietà piacentina, ma ha anche sapu- grafia, a fianco di Marcello. Scriveto creare un clima veramente sere- vo a mano su foglietti che un tipono in quei tempi così difficili. Tanto grafo veniva a prendermi di volta in è vero che Piacenza è l’unica città volta, per distribuirli ai linotypisti. dell’Emilia Romagna che nel dopo- E spesso mi sollecitava perché si doguerra non ha avuto alcun delitto veva andare in stampa. Non dimenpolitico. Ed è stato lo stile dato da ticherò mai il cima familiare di reErnesto e da Marcello al loro gior- ciproca stima ed affetto che avevo nale a contribuire in modo determi- trovato e si era creato fra me, Ernenante a bandire l’incitamento alla sto, Marcello, i tipografi ed i giorviolenza e quindi la violenza stessa nalisti di allora. Tutte persone alle dal dibattito ideologico e politico quali il quotidiano e l’intera proanche più acceso. Ho avuto occasio- vincia di Piacenza devono molto per ne di esprimere pubblicamente que- l’impegno e la lealtà che hanno messta mia convinzione ai funerali di so nel loro lavoro. Ernesto. Dissi che gli si deve un’in- Ho tanta, tanta ammirazione per i finita riconoscenza perché aveva due fratelli Prati. Fra loro c’era ancreato un clima sereno con una o- che un’armonia esemplare. Non biettività discreta, senza mai gioca- potrò mai dimenticare come “Lire a gonfiare le notizie e suonare la bertà” ha seguito la mia nomina a grancassa, anche nei momenti di Vescovo a Macerata e come il dibattaglia politica che fu molto, mol- rettore Ernesto volle venire persoto vivace pure a Piacenza. “Libertà” nalmente a fare da cronista alla ceè stata obiettiva nel riferire opinio- rimonia del mio ingresso. Devo anni e posizioni, ma attenuando i to- che sottolineare che Libertà, senza ni. E tutto questo con spontaneità e mai rinunciare al suo carattere saggezza, con una umanità sostan- non confessionale, ha avuto semziosa e senza la presunzione di sali- pre grande attenzione per la crore in cattedra come giudice o mae- naca delle vicende della diocesi e stro. della Chiesa piacentina, con riAnche nel resto della sua vita, u- spetto, discrezione, apertura e - cosando concretezza e pacatezza, “Li- sa rara - come si trattasse di fatti di bertà” ha tradotto il temperamento famiglia». piacentino, realizzando così quella Prima come parroco a Salsosintonia che ha avuto ed ha come maggiore, poi come vescovo a conseguenza la longevità ed un Macerata e a Ravenna ed ora gran numero di lettori. cardinale, è stato ed è lontano D’altra parte Ernesto e Marcello ada Piacenza. In questi decenni vevano imparato dallo zio, corriha potuto seguire i fatti locali, spondente della Stampa a Londra, lo attraverso “Libertà”? stile giornalistico inglese. Così, ad «Ovunque andassi Marcello, di cui esempio, su “Libertà” non sono mai ho celebrato il matrimonio con Dostate personalizzate le battaglie». natella Ronconi, (e tuttora per sua Battaglie delle quali egli stes- disposizione) mi ha sempre fatto so, cardinale, fu grande prota- spedire “Libertà” e l’ho sempre sfogonista, nel ’46 come redattore gliata con piacere; talora anche mole dal ’47 come direttore del to rapidamente, ma a sufficienza “Nuovo Giornale”. per apprezzarla, ricordare la mia «Io, come direttore del giornale del- città e quei primi anni nella tipola diocesi mi ero proposto di scrive- grafia di via Benedettine 68».

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120 anni su libertà

Libertà è

1915:l’Italia dichiara Il fascismo si impone guerra all’Austria Assassinato Matteotti Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiara guerra all’AustriaUngheria. E’ l’inizio della prima Guerra Mondiale che, su tutti i fronti, mobilita oltre cinquanta milioni di soldati e un numero ingentissimo di lavoratori (uomini e donne) nelle fabbriche della produzione bellica. Il conflitto costa la vita a non meno di 9 milioni di soldati e altrettanti civili, uccisi dalle privazioni e dalle malattie provocate dal conflitto, senza considerare l’incalcolabile numero degli invalidi.

Popoli liberi, ricordatevi di questa massima: La libertà si può acquistare, ma non la si recupera mai.

Il deputato socialista Giacomo Matteotti denuncia alla Camera il 30 maggio 1924 i soprusi e i brogli elettorali che hanno portato Mussolini al potere e chiede di invalidare le elezioni stesse. Di lui, non si ha più notizia fino al 16 agosto dello stesso anno, quando ne viene scoperto il cadavere. In segno di protesta, i rappresentanti dell’opposizione escono dal Parlamento e dichiarano che vi rientreranno solo al ripristino della legalità. E’ la secessione dell’Aventino.

JEAN JACQUES ROUSSEAU (filosofo e scrittore francese, 1712-1778), Du contrat social.

La storia della stampa di Libertà:dalle prime macchine che tiravano 250 copie all’ora alla “sposa del vento”che arrivava a 1.800 copie ..

.LE TESTATE IN 120 ANNI.

Libertà è stata sempre in prima linea in fatto di innovazioni. Già nel 1911 aveva la prima “Duplex” macchina a stampa piana ma con foglio continuo a storia della stampa, cioè la riproduzione in più copie di uno scritto, tutto sommato inizia in tempi recenti. Ad esempio i documenti relativi alla Piacenza medioevale sono ancora affidati a manoscritti, tutti riprodotti in copia unica. Semmai gli stampatori del tempo sono gli amanuensi con tutti i rischi che comportano tali riproduzioni. Deve arrivare Johann Gutenberg di Magonza che attorno la metà del XV secolo ha l’intuizione dei caratteri mobili in piombo: con questi si può comporre una pagina in rilievo che, inchiostrata, con l’utilizzo di un torchio, può essere riprodotta per un numero indefinito di volte. E’ un’invenzione della semplicità della leva che porta ad una vera rivoluzione nella trasmissione del pensiero attraverso la parola scritta. Così si va avanti per secoli. Quando nell’Ottocento, a Piacenza a partire dal 1848, giungono i giornali impostati secondo il concetto che abbiamo noi del giornalismo (comunicazione rapida di notizie), nel procedimento della stampa si inserisce la fretta. Il Seicento e il Settecento, tanto per esemplificare, hanno prodotto opere di una bellezza unica: citiamo, per tutte l’Historia Ecclesiastica di Pier Maria Campi e le Memorie Storiche di Cristoforo Poggiali, ma i nuovi giornali, spesso quotidiani, chiudono un occhio sulla bellezza, ma ogni mattina devono essere in piazza con le notizie del giorno prima, scritte di notte dai giornalisti, subito composte manualmente in tipografia e poi stampate. Da questo momento il vecchio torchio comincia ad avere il fiato grosso e la tecnologia si impegna a fondo per venire in soccorso agli operatori della comunicazione giornalistica. Inizia così un capitolo, sul piano tecnico, improntato da continue innovazioni: è la sensibilità positivista della seconda metà del XIX secolo che porta anche in questo settore ad una progressiva affermazione della tecnica. "Libertà", com’è noto, inizia il suo cammino il 27 gennaio 1883 e per Ernesto Prati Senior, il fondatore, anche se di norma di lui si ricorda l’impegno profuso nel mettere a punto i contenuti del nuovo giornale, non meno pressante deve essere stato il problema organizzativo, dal settore delle vendite - e già abbiamo ricordato alcuni espedienti utilizzati per stimolare le inserzioni pubblicitarie dei commercianti - alla dotazione tecnica relativa al procedimento della stampa. E’ così che nel corso di un secolo "Libertà" vivrà da protagonista il capitolo dell’evoluzione della stampa dei quotidiani. La precisazione è d’obbligo: il settore, infatti, ormai va visto secondo le varie specializzazioni. Giornale e tecnica: il capitolo di cui stiamo parlando dura poco più di un secolo. Nel settembre del 1986 "Libertà" sceglie, infatti, di affidare il procedimento tipografico all’informatica imprimendo alla propria organizzazione un autentico giro di boa. L’abbandono della cosiddetta "stampa a caldo" per la fotocomposizione non ha paragone con le innova-

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In alto la prima macchina da stampa a motore chiamata “La sposa del vento”. Sopra la parata delle linotype nel 1980

E nel 1903 arriva a Piacenza la prima linotype di FAUSTO FIORENTINI zioni del passato che, almeno concettualmente, erano tutte figlie della già citata intuizione di Gutenberg, padre del carattere mobile. Il computer ha introdotto criteri del tutto nuovi. Eppure, senza nulla togliere alla rivoluzione informatica, dalla seconda metà dell’Ottocento in poi molte sono state le novità introdotte nelle tipografie dei quotidiani. "Libertà" vive in prima persona questi cambiamenti e in fatto di innovazioni è sempre stata in prima linea. E pensare che quando nasce viene guardata dai concorrenti con molto distacco: d’altra parte sono tempi in cui la mortalità dei giornali è molto diffusa. In un primo tempo il foglio di Ernesto Prati senior utilizza la Tipografia Sociale, posta al numero 80 di Strada San Lazzaro, l’attuale via Roma, mentre gli uffici amministrativi erano al n. 13 di via San Pietro. Dopo un paio di mesi, a prova che il giornale aveva successo, Prati allestisce una propria tipografia al n. 20 di Strada Diritta (attuale via XX Settembre). La dotazione tecnica è modesta, qualche cassa di caratteri ed una piccola stampatrice che entra in funzione con l’edizione del 26 maggio

1883. Il giornale non si muove, per alcuni decenni, da questa sede: siamo nell’edificio che si trovava presso la chiesa cittadina di San Francesco dove oggi sorge il Terzo Lotto. La composizione avviene ancora a mano: la tipografia impiega alcuni operai che lavorano a cottimo. La macchina da stampa viene azionata a mano e poiché la parte più voluminosa è un grosso cilindro, i tipografi la chiamano familiarmente "al rudòn". Si passa poi ad una Marinoni, una stampatrice francese, che, azionata da un motore a gas, è in grado di stampare in un’ora 250-300 copie. Stampa un solo foglio, prima da una parte e poi dall’altro; il giornale esce in questo periodo a quattro pagine (foliazione che manterrà a lungo). La distribuzione avveniva attraverso le due edicole cittadine e, per i centri della provincia, si ricorreva come mezzo di trasporto alle corriere. La tipografia dispone anche di una piccola Marinoni, modello "Liberty", che viene utilizzata soprattutto per stampare un altro giornale piacentino, "L’Amico del popolo". Nel 1903 arriva la linotype, macchina compositrice nata una ventina

d’anni prima in America. E’ la prima a Piacenza e rappresenta un notevole passo in avanti sul piano delle nuove tecnologie. Per spiegarci ricorderemo che finora la composizione veniva fatta a mano, prendendo dalle casse un carattere alla volta che poi veniva allineato con gli altri su un apposito supporto in modo da formare una riga; la nuova macchina è in grado di allineare le matrici scelte dall’operatore e di fondere in un unico pezzo l’intera riga. Un risparmio notevole di tempo sia nella composizione della colonna sia nell’operazione contraria dello scomporre. Parliamo del testo degli articoli in quanto per i titoli prosegue la composizione manuale e solo in un secondo tempo arriveranno le titolatrici. Sul piano aziendale ricorderemo che nel 1898 era nato lo Stabilimento Tipografico Piacentino, l’editore del giornale che resterà in servizio per gran parte del secolo scorso. Nel 1905 vengono messe in opere due nuove macchine da stampa della società "Scheller e Giesecke" di Lipsia: una "Windsbraut" dotata di un grosso cilindro rotante detta la "Sposa del vento" per la sua velocità (1500-

1800 copie all’ora) e una "Fenice" derivata dalla "Liberty" a pedale capace di stampare da 800 a 1600 copie. In questo periodo lo stabilimento è già dotato di una zincografia per i cliché. E’ solo il caso di ricordare che i primi giornali, che a Piacenza fanno la loro comparsa dal 1848 in avanti, non riportano foto. L’illustrazione viene affidata spesso a incisori che con il bulino incidono le lastre. Sono illustrazioni costituite soprattutto da disegni; un settore che nei giornali dell’Ottocento ha particolare successo è quello delle vignette che in alcuni giornali raggiungono livelli non privi di interesse artistico. Nel maggio del 1911 la tipografia si trasferisce in via Romagnosi 80: al piano terra vengono sistemate la prima "Duplex" (macchina a stampa piana, ma con foglio continuo) e due linotype. Si arriva così al 1927 (il fondatore, come ricordiamo in altra parte, era morto il 29 dicembre 1920): con l’inizio di gennaio "Libertà" viene assorbita dal quotidiano fascista "La Scure". I Prati, soprattutto Filiberto, continuano ad occuparsi della tipografia che nel maggio del 1929 viene trasferita in via Benedettine

Nel settembre 1982 la prima pagina a colori dedicata alla visita del presidente Pertini. Ora la vecchia tipografia è stata trasformata in Museo 68 dove si trova tuttora. La storia del giornale riprende per qualche giorno nel 1943, quando ci si illude che la guerra sia finita, e poi definitivamente nel 1945. La tipografia é sempre in via Benedettine 68 ed é qui che viene distrutta da un bombardamento il 13 maggio 1944. Sotto le bombe dei "Liberator" perde la vita anche Filiberto Prati. "Libertà" torna in edicola, grazie ad una pattuglia di pionieri capitanata da Ernesto Prati junior, il 25 agosto 1945. Si parte con la Duplex e con una sola linotype (due erano state date ad un’altra tipografia, ma presto rientrano; le macchine era state salvate). Come hanno più volte scritto i protagonisti si parte un po’ all’insegna dell’avventura, ma presto il giornale si consolida e così anche la dotazione tecnica. Aumenta il numero delle linotype, mentre le Duplex diventano due che lavorano in copia. Nel 1963 giunge la rotativa, una "Marinoni" che già aveva lavorato per un giornale francese. Infine nel 1982 si passa ad una moderna rotativa offset "Goss-Suburban" in grado di stampare anche a colori: la prima quadricromia viene realizzata in occasione della visita del presidente Pertini nel settembre del 1982. Nel frattempo si sta preparando in questi anni l’avvento del computer anche nel segmento che precede la stampa, quello della composizione. Il passaggio avverrà nel settembre 1986. Ovviamente non si tratta di un punto d’arrivo: da questa data sia per la redazione sia per il settore della composizione, la vecchia tipografia, è solo l’inizio di un nuovo periodo, forse più convulso di quello precedente. In gergo per i sistemi editoriali dei giornali si parla di "generazioni" e a "Libertà", nonostante i pochi anni trascorsi, ne sono già passate diverse, ma di questo capitolo si parlerà altrove. Un’ultima osservazione, sempre facendo riferimento agli anni della "stampa a caldo" è che il nostro editore ha avuto la sensibilità di conservare intatte le testimonianze di questo passato con la creazione del Museo della stampa di Libertà. In altre parole è rimasto intatto, ed è stato arricchito con un apparato didascalico, tutto il reparto dove operavano i linotipisti ed i compositori. E’ come se tutto, dopo l’ultima notte del piombo fuso, fosse stato bloccato con l’aggiunta di utili strumenti informativi. Questo è tanto più importante se si considera che negli anni Settanta - Ottanta un po’ tutte le tipografie hanno smantellato i loro impianti per passare al computer. Poiché tali attrezzature non interessavano a nessuno, nonostante il loro valore intrinseco, il risultato è stato che la documentazione sulla stampa, certamente non l’ultimo settore della nostra società, è stato irrimediabilmente disperso. "Libertà" ha invece conservato non solo gli impianti, ma anche l’ambiente di lavoro diventando così un punto di riferimento insostituibile - e lo sarà sempre di più con il passare del tempo - per tutti coloro che sono interessati alla storia della stampa in Italia.

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120 anni su libertà

Libertà è

1927:Lindbergh vola 1929:crolla Wall Street da New York a Parigi E’il grande crack Il 22 maggio 1927 Charles Lindbergh compie una storica impresa: il volo New York-Parigi in 32 ore e mezzo. Quando atterra all’aeroporto Le Bourge, oltre 100 mila persone accolgono il giovane pilota. Sopraffatto da tale entusiasmo, Lindbergh pensa di trascorrere qualche giorno nella residenza dell’ambasciatore americano in Francia, per poi dilettarsi in voli sull’Europa: ma oramai è diventato un vero e proprio simbolo e la sua vita non sarà più la stessa.

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La libertà di ogni individuo deve avere questo preciso limite: egli non deve essere di disturbo agli altri.

Il 28 ottobre del 1929 resta nella memoria degli americani come il “giovedì nero” della Borsa. Il crollo di Wall Street travolge gli speculatori, i mediatori e le banche. Le scorte di prodotti divengono montagne, i prezzi delle vendite all’ingrosso crollano, fallimenti e licenziamenti raggiungono cifre record in tutto il mondo. Migliaia di persone muoiono di fame lungo le strade o si gettano dalle finestre dei loro lussuosi appartamenti.

J. S. MILL (filosofo ed economista inglese, 1806-1873), La libertà, III.

25 agosto 1945,“Libertà”risorge Il racconto di Cattivelli:tornò il tic-tac delle linotypes Pubblichiamo l’articolo che Giulio Cattivelli, storica firma di Libertà, grande critico cinematografico ed elegante scrittore, scrisse nel 1983, nel numero del Centenario, sulla rinascita del giornale dopo la guerra mondiale, dal titolo «Dal “boogie” al valzer lento» .

a prima redazione della risorta «Libertà» del secondo dopoguerra non fu un ufficio ma un semplice tavolo della tipografia; precisamente lo stesso che non cambiò mai posto e che adesso serve al correttore. C’era poco da scegliere, perché il micidiale bombardamento del 13 maggio 1944 aveva risparmiato soltanto i macchinari miracolo nella tragedia e intorno alla tipografia c’era una distesa di macerie. Del resto il corpo redazionale, direttore compreso, non superava le dita di una mano e per il numero delle maestranze di mani ne bastavano due. Era l’agosto 1945, cuore di un’estate afosa in cui nessun piacentino andò in vacanza perché tutti erano appena rientrati in città dopo anni di quella coatta villeggiatura bellica denominata «sfollamento» e volevano assaporare insieme la fine di un lungo incubo, la pace ritrovata a prezzo di tanti lutti. La città aveva larghe ferite aperte e tirava la cinghia, ma sprigionava una gran voglia di vivere e di fare, l’ingenua convinzione di poter costruire davvero un mondo migliore. La gente era macilenta e euforica; circolavano ancora numerosi i militari alleati con l’aroma dolciastro delle loro sigarette; le strade finalmente illuminate e i riaperti locali danzanti pullulavano di ragazze in fiore sbocciate silenziosamente negli anni bui. Tutta la città ballava: persino dalla pista dei Giardini Pubblici arrivavano i sincopati ritmi dei boogie-wogie attraverso le finestre senza vetri dello stabilimento davanti alle quali curiosavano i passanti attratti dal tic-tac delle linotypes. Soltanto noi lavoravamo di notte, fedeli al mito del giornalismo notturno, anche se probabilmente avremmo potuto andare a letto prima. La carta infatti era razionata come ogni altro genere indispensabile e i giornali di allora si riducevano a un solo foglio, due facciate in cui doveva entrare tutto, dalla politica estera ai ladri di biciclette, dagli spettacoli allo sport, agli annunci funebri, con problemi di coabitazione paragonabili a quelli degli alloggi suddivisi fra quattro o cinque famiglie. Un fenomeno allora di viva attualità, fonte di liti e di polemiche ad ogni livello: come testimonia una spiritosa vignetta di Aldo Ambrogio che raffigurava Alessandro e Ranuccio Farnese riuniti in groppa a un solo cavallo. In quei primi numeri di «Libertà» (oggi un po’ patetici a riguardarli) entusiasmo e fantasia cercavano di bilanciare la penuria di mezzi e di esperienza. Per esempio il notiziario internazionale ed interno (il generale Mc Arthur che sbarcava da proconsole nel Giappone atomizzato, i primi dibattiti fra i partiti, il rimpatrio dei prigionieri, la grave situazione economica) veniva combinato prendendo appunti dall’ultimo giornale-radio: mentre sul terreno locale bisognava sostenere la concorrenza di un altro quotidiano, organo del Comitato di Liberazione, che sopravvisse un paio di anni. In quel periodo il fatto più rilevante della crona-

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ca cittadina - e non solo cittadina - fu la ricostruzione a tempo di record del ponte ferroviario sul Po, che ricucì l’Italia spezzata in due e consentì ai piacentini di andare a Milano in treno prima dell’autunno senza il penoso aperitivo di un percorso anfibio (in barca e a piedi nelle boschine) per raggiungere il casello-capolinea sulla sponda lombarda. Il traffico stradale continuò invece a sfilare su un ponte di barche per ben quattro anni. Al giornale i progressi furono insieme tecnici e edilizi. Ogni giorno si imparava qualcosa di nuovo, ogni mese arrivava qualche suppellettile e cresceva qualche muro odoroso di calce. Prima dell’inverno ottenemmo una stanza vera (l’attuale sede del centralino sotto il portone), a soltanto nelle ore notturne. Di giorno il locale ospitava l’ufficio dell’amministrazione e la sera cambiava volto e funzione: sparivano i registri dei

di GIULIO CATTIVELLI conti e subentravano articoli e bozze. Ci si rubava a turno un angolo di tavolo, una sedia; per vari mesi sotto la scrivanta mi trovai fra i piedi un misterioso pneumatico di bicicletta e finii per considerarlo un elemento integrante dell’arredamento. D’inverno la scarsità di energia elettrica impose periodici black-out (anche se allora non si chiamavano così): la luce mancava per un paio d’ore e il lavoro procedeva faticosamente a lume di candela o con lucerne cadaveriche. Il giornale monofoglio poneva il problema dello spazio, l’ossessione del condensato quasi telegrafico. Eravamo diventati bravissimi a riassumere notizie e comunicati; ma chi inviava i comunicati stentava a persuadersi che le stesse cose si, potessero dire in poche righe, e a volte ci teneva il broncio. Imparam-

mo anche a essere eclettici, a passare con disinvoltura dalla cronaca al commento; dall’elzeviro ai corsivi d’attualità, dagli spettacoli allo sport. A turno fummo un po’ tutti inviati speciali, non certo in aerei o in vagone letto e neppure in macchina personale (per qualche anno, così andavano le cose, il giornale dispose di un solo vecchìo automezzo per tutti gli usi): più modestamente e a seconda degli itinerari utilizzavamo mezzi proletari e di fortuna, persino camion col tendone (d’inverno!), terze classi di accelerati, tram e persino biciclette se si trattava di una sgroppata in provincia. Eppure anche così scalcinatamente realizzammo qualche piccolo «scoop» come si dice oggi: per esempio i racconti in anteprima dei primi militari piacentini reduci dai campi di concentramento tedeschi

(gli andammo incontro a Verona) e la ricostruzione dettagliata delle ultime ore di Farinacci, il famoso gerarca cremonese fucilato dai partigiani a Vimercate presso Milano (proprio chi scrive riuscìì a raccogliere i particolari della cattura e le istantanee dell’esecuzione grazie a un fotografo locale e alle confidenze della perpetua del sacerdote che aveva assistito il condannato). Personalmente però le prime vere emozioni professionali me le dette lo sport: ad Alessandria e a Savona, le due più «gialle» avventure calcistiche del dopoguerra, due esaltanti vittorie biancorosse. La prima finì a sassate e a palle di neve, aggressioni a tifosi piacentini e l’arbitro si salvò su un carro armato della Divisione Legnano (l’episodio meritò -una copertina della «Domenica del Corriere»), la seconda si concluse con in-

13 maggio 1944, la sede di via Benedettine 68 colpita da un bombardamento che uccise Filiberto Prati. Sopra: l’ultima linotype spenta il 2 settembre 1986

2 settembre 1986,addio vecchia linotype L’ultima prima pagina col piombo, il giorno dopo arrivano i computer di ALBERTO AGOSTI “Libertà” la rivoluzione è arrivata nel 1986. Chi oggi viene in visita al giornale attraversa la vecchia tipografia, trasformata in Museo, passa accanto a macchinari un po’ misteriosi, immobili nella penombra, e non immagina che solo fino a pochi anni fa quel lungo stanzone era una officina pulsante di vita, di rumore e di voci, in cui le pagine venivano alla luce in un travaglio meccanico. Oltre al rumore, la tipografia aveva anche un odore suo, fatto di grasso, di inchiostro e di piombo caldo. Qualsiasi tipografo o giornalista un po’ in là con gli anni potrebbe riconoscerlo ad occhi chiusi.

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Oggi quel mondo non c’è più e la tipografia-museo riesce a darne solo una pallida idea. Insieme con il piombo se n’è andata definitivamente anche quella “sala macchine” che per decenni aveva visto lavorare fianco a fianco tipografi e giornalisti. Niente più frastuono di officina, niente più odore. La nuova tipografia, dove ancora oggi ogni giorno nasce il giornale, ha la pulizia e la luminosità asettica di un laboratorio. Tute blu e dita sporche di inchiostro sono ormai un ricordo. Quell’anno, in primavera, iniziò il passaggio dal piombo all’elettronica. Nel giro di pochi mesi ad una ad una, le linotype si spensero e lasciarono il posto agli schermi, allora verdini, dei primi videoterminali. In

Il giornalista Alberto Agosti e il tipografo BranKo Morovic chiudono l’ultima prima pagina col piombo, la notte del 2 settembre 1986

un colpo solo “Libertà” passava dalla preistoria al futuro saltando i gradini intermedi. L’abbandono della vecchia tipografia avvenne gradualmente; le prime pagine ad affrontare il viaggio verso l’elettronica furono quelle della cronaca cittadina. Poi, sezione per sezione, tutte le altre. L’ultima fu la prima pagina. Quella che i piacentini trovarono in edicola la mattina del 4 settembre era la prima “Libertà” interamente composta con i computer. L’ultima linotype, la “Mergenthaler” che sul frontale inalberava orgogliosamente la scritta “Costruita a Nuova York”, era stata spenta il giorno prima. E quella, per via Benedettine è stata la prima notte di silenzio, dopo tanti anni.

vasione generale del campo, pestaggío dell’arbitro raffiche di mitra sparate in aria e biancorossi assediati negli spogliatoi fino alle nove di sera. Sempre in tema di sport feci persino l’inviato fasullo del Giro di Francia 1948 senza muovermi da via Benedettine. Ampliavo le notizie della radio con divagazioni di colore turistico e agonistico: descrissi i colli pirenaici e le vittorie di Bartali meglio che se le avessi viste sul serio, firmando quelle corrispondenze con uno pseudonimo aulico, "Henri La Tour", che sembrava rubato da un libretto d’opera. Poi ci fu l’esperimento dell’edizione del lunedì, con il «Diario di Anselmuccio» che i lettori più anziani ancora ricordano e con un «concorso dei bambini » (il vincitore oggi fa l’ingegnere) che fu da un lato una bella trovata pubblicitaria e promozionale ma si rivelò poi un boomerang per Beppe, il collega ideatore. L’iniziativa infatti ebbe fin troppo successo: centinaia di madri piacentine, fermamente convinte dell’insuperabile avvenenza della rispettiva prole, sfilarono in redazione esibendo all’incauto promotore e ad altri due giurati tapini i loro marmocchi frignanti e pretendendo, in attesa del primo premio, l’immediata pubblicazione della fotografia. Questo era ancora il meno, e infatti di foto infantili il giornale fu inondato per qualche mese. Il brutto venne invece il giorno della premiazione, alla Filo: le genitrici deluse scatenarono un putiferio colossale e Beppe gettò la spugna e fuggì (forse già in direzione di Milano, dove diventò poi un pezzo grosso della Rai-Tv). Sbarazzina e spregiudicata, «Libertà» nell’immediato dopoguerra conservò per qualche anno, pur nel graduale normalizzarsi della sua fisionomia più seria e matura, una punta di scapigliatura goliardica, che il pubblico del resto mostrava di non sgradire, dopo tanti anni di giornalismo lupamente serioso e retorico. Forse ci prendemmo qualche eccessiva licenza giocosa e fredduristíca: ma quella era l’aria che tirava. Ci adeguammo ad esempio alla voga dei titoli ermetici, sincopati, bizzarramente allusivi, lanciata dai giornali della sera. Eccone qualche saggio: «De Sica incrocia la lingua» (a proposilo di uno sciopero della sua compagnia teatrale); «Allattava una rivoltella» (per una donna che celava l’arma in seno); «Fruttuoso il furto fra la frutta» (un borseggio al mercato); e persino «Etcì il Pontefice » (Pio XII indisposto per un raffreddore). Estrose ed innocue stravaganze giornalistiche, che facevano mormorare i benpensanti e sorridere i più. Espressioni di tempi ancora straordinari e inquieti, in cerca di equilibrio e assestamento. Manifestazioni destinate a finire con la fine del dopoguerra, quando il lavoro quotidiano non potè più essere un avventura e un gioco, quando al «Tour» andarono e riferirono inviati sul serio e noi dovemmo pensare a riempire ogni sera non due, ma sei, otto, sedici pagine di giornale subordinando la tentazione del fantastico e del pittoresco alle regole del metodo e dell’esperienza, ma piegandoci soprattutto alla legge, inesorabile degli anni che passano. In fondo gran parte della differenza in fondo è tutta qui, dal «boogie» al valzer lento. ■ (Libertà, 27 gennaio 1983)

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120 anni su libertà

Libertà è

1933:Marconi stupisce il mondo

1933: Adolf Hitler conquista il potere

Guglielmo Marconi, da 9.700 miglia di distanza, accende tremila lampade nel municipio di Sydney. E’ il 27 marzo 1930 e la notizia viene annunciata su tutti i giornali: è l’esaltazione fascista del genio italiano. Il lungo servizio sull’avventura di Marconi a Sydney è trasmesso da Genova, dove al porticciolo Duca degli Abruzzi, è ancorata l’Elettra, lo yatch “vera officina navigante” dell’inventore della radio.

La vittoria di Hitler alle elezioni tedesche il 30 gennaio 1933 domina la scena politica: il mondo si pone risolutamente sulla via del fascismo. Il 27 febbraio dello stesso anno l’incendio al Reichstag fornisce l’occasione ad Hitler per incolpare i comunisti ed emanare le prime leggi repressive. Oramai i giornali sono condizionati dal regime. Sono i tempi delle “veline” che impongono lo stesso testo a tutti i giornali d’Italia.

Non c’è uomo che non ami la libertà, il giusto però la esige per tutti, l’ingiusto solo per sé. LUDWIG BORNE (scrittore tedesco, 1786-1837).

La memoria storica di Piacenza L’archivio di Libertà custodisce 50 anni di foto ed eventi di FAUSTO FIORENTINI n quotidiano è per definizione che diventava così non solo uno struimpegnato nell’attualità. E’ un mento di lavoro per i redattori, ma anruolo che sempre più gli hanno che la memoria della Testata. Anche insidiato radio e televisione, ma resta per queste ragioni se ne è interessato pur sempre la sua vocazione principa- personalmente affidandosi, fino alla file. La sua vita è effimera, dura poche o- ne degli anni Ottanta non a dipendenre. Ciò premesso verrebbe da pensare ti del giornale, ma a collaboratori eche nel suo bagaglio la mesterni. E giustificava quemoria storica abbia ben posta scelta precisando che Lo ha impostato co spazio. Non è così. l’archivio era una sua propersonalmente E’ vero che la maggior prietà personale. OvviaErnesto Prati parte delle energie di un mente lo era anche il giorcon Attilio Repetti nale, ma di quest’ultimo aquotidiano sono rivolte al nel dopoguerra. presente, ma spesso i suoi veva alto il senso sociale. Lo curava redattori devono fare i conL’archivio, invece, era una direttamente ti con il passato e non solo creatura tutta sua, che aquando cercano di contra- e faceva archiviare mava curare direttamente. stare la concorrenza dei pe- le foto e segnalava Lo ha impostato nel dopole lettere riodici dando spazio a serguerra con Attilio Rapetti e dei personaggi e vizi d’ampio respiro, ma annegli anni Ottanta, per cirche nel normale lavoro di i discorsi importanti ca un decennio, lo ha avuto routine di tutti i giorni. in cura chi scrive. Spesso una notizia richieSi trattava di una forma di de di essere inquadrata anche storica- affidamento con riserva in quanto il mente. Un esempio di facile compren- direttore, nonostante i suoi impegni, sione può essere quello dei morti illu- spesso interveniva personalmente per stri: non tutti hanno la compiacenza di dare disposizioni anche sulla catalo- Piazza Cavalli, è carnevale: i ragazzi si contendono i coriandoli lanciati dalle finestre [foto Giulio Milani] morire all’alba per dare modo alle re- gazione di semplici foto. Sui meccanidazioni di predisporre un’adeguata smi tecnici lasciava fare, ma l’archivio quantità di dati, ma non sono da sotto- rebbe da pensare: se Rapetti avesse ascheda biografica; ci sono anche colo- era una costante del suo impegno no- valutare gli schedari predisposti da vuto un computer che cosa avrebbe realizzato? ro che fanno l’ultimo passo nelle ulti- nostante la sua giornata fosse scandita Rapetti oltre mezzo secolo fa. Attilio Rapetti (1874-1962), oltre ad esEbbene, lo schedario di "Libertà" si me ore del giorno e qui acquista im- da orari strani. In questa giornata riuprovvisamente un ruolo di primo pia- sciva, qualche rara volta, a ritagliare sere uno stimato studioso, era anche muove un po’ su questa base. Ovviano l’archivio, cioè la memoria storica uno spazio per un incontro per analiz- un giornalista e di questa professione mente qui le dimensioni sono maggiodel giornale. Oggi tutto è molto facile: zare la situazione dell’archivio, non aveva soprattutto la curiosità che ha ri in quanto nelle grosse cartelle, un ci pensa il computer a fare ricerche in- mancava spesso di manifestare i suoi indirizzato in diversi settori della cul- tempo di cartone ed ora di plastica, per crociate su quanto è stato pubblicato e progetti per il futuro (a volte era un au- tura locale. Da questa sua curiosità è anni ogni giorno sono confluiti ritagli ad informare il redattore dandogli an- tentico sognatore con l’entusiasmo di derivato, tra gli altri, lo "schedario" di articoli, documenti e foto. Per la veche la possibilità di avere i testi già di- un ventenne), ma in genere lavorava di che porta il suo nome e che è conser- rità vi sono stati anche periodi di ingitati. Ovviamente il computer sa fare notte e quando aveva qualche ordine vato, ed aggiornato, dalla Biblioteca terregno, ad esempio negli anni Setcose straordinarie, ma non ha ancora da impartire lasciava biglietti firmati comunale Passerini Landi. Lo "sche- tanta, ma in grande parte molti vuoti imparato a ricordare informazioni che in un primo tempo D. (il direttore) e poi dario", lo precisiamo per quei pochi poi sono stati colmati. La numerazione delle grosse cartelle non ha in memoria e quindi, per la più familiarmente E. (Ernesto); quan- che non hanno mai avuto modo di conmaggior parte dei giornali, può ricer- do le cose erano complicate il messag- sultarlo, è una raccolta di ritagli e di è unica (si arriva ormai attorno alle otriferimenti bibliografici divisi per per- tomila), ma lo schedario cartaceo ha care nelle annate passate solo per una gio era: "Sentire me, E.". quindicina d’anni. Dipende anche dalE’ stato con questo impegno che len- sonaggi e argomenti. Vi si possono tro- due chiavi di lettura: soggetti e argola memorizzazione del pregresso. E poi tamente l’archivio di "Libertà" è di- vare ritagli (di giornali e di libri) e fo- menti. Per espressa volontà di Ernesto non è detto che tutte le informazioni - ventato, nella seconda metà del Nove- to. Importanti anche i riferimenti bi- Prati é confluito in questo archivio anrestiamo sempre all’esempio del per- cento, una struttura importante per la bliografici che permettono di impo- che materiale generale, derivante da sonaggio illustre - siano state pubbli- memoria della nostra comunità. Ov- stare molto agevolmente ogni ricerca sue letture e ricerche, ma la scelta di cate. Alcune possono essere rimaste viamente i computer dei nostri tempi, d’argomento piacentino. Uno stru- base è sempre stata quella di privileriservate nel passato e non esserle più lo abbiamo già sottolineato, lavorano mento agile e veloce, di facile consul- giare l’informazione locale. E’ risapual momento della morte. Ecco che po- con velocità e macinano una grande tazione e soprattutto molto ampio. Ver- to che un giornale da tempo, per trebbe tornare in servizio il vecchio archivio cartaceo che "Libertà", con l’avvento del computer, dopo qualche incertezza, non solo ha mantenuto, ma ha anche potenziato con l’aiuto di nuovi mezzi informatici. Il giornale compie oggi 120 anni, ma non tutti i compagni di viaggio della grafico-antologici-fotografici sui personaggi Caro Ernesto, Testata hanno la sua età. L’archivio, piacentini. Alla fine ne risulterebbe una coledo la Libertà di sabato e ti ringrazio che oggi è stato trasferito al piano terlana di "Vite" e di panorami piacentini come per l’amichevole rilievo che hai voluto ra, presso il museo della Stampa, risanella famosa collana "Ecrivains de toujours". dare al St. Vincent. Sei stato molto corle agli anni del dopoguerra. "Libertà" Sai come sono i volumi "Malroux par lui merinasceva sulle macerie culturali del tese, e soprattutto affettuosamente attento me" ecc. Sono volumetti di 170 pagine, misti Ventennio (aveva dovuto cedere il po- nel voler fare cosa gradita. Grazie davvero. I di scritti sul personaggio trattato, di brani sto a "La Scure") e fisiche dei bombar- miei vecchi ti devono una giornata lieta. Non della sua opera, di fotografie o stampe su lui, damenti (era stata distrutta la tipo- so se hai visto il bellissimo catalogo delle moil suo ambiente, il suo tempo. Se tu ogni angrafia). Una sorta di anno zero che ha stre che Bruno (Cassinari) sta facendo in Gerno facessi come strenna della Libertà un voavuto nei giovani fratelli Marcello ed mania. Varrebbe la pena di fare qualcosa, lumetto si potrebbe in campo a dieci anni aErnesto Prati gli artefici della ripresa. penso. Se tu, a Natale, dedicassi qualcosa a vere una bibliotechina piacentina di prim’orCon loro una sparuta pattuglia di com- Bruno sarei contento di essere a tua disposidine. Si potrebbero fare eruditi come Valla, zione. Bruno merita molto. Io potrei scrivere pagni. Alberto Cavallari pittori come Pannini, giornalisti come GiarelSi può dire che Ernesto Prati aveva u- di lui quando vuoi. Il giornale ha l’esclusiva li su su sino a Gioia e, perché no? Fermi a na sorta di venerazione per il giornale, della mia firma, ma si potrebbe sempre girail vero protagonista in grado di sfidare re l’ostacolo in qualche modo. Per esempio con una let- Pontenure, Bruno Cassinari, Bot, Faustini, Carella ecc. il tempo. I giornalisti vivevano ed ope- tera al direttore, oppure con la solita frase di premessa: Sono libri fatti di lettere, testi, riproduzioni e fotografie. ravano solo di riflesso. E’ ovvio che con "abbiamo chiesto a ecc.". Terza cosa: ho ripensato al di- Se tu decidessi di farla sarei lieto di darti una mano. Lieuna simile impostazione, dedotta da scorso che abbiamo fatto a Milano giorni fa. Tu conosci to di averti visto, ancora ti ringrazio. Alberto Cavallari suoi commenti colti al volo, non po- le Editions du Seuil? Certamente le hai presente. Bene: (Milano, 26 novembre 1960) tesse non dare importanza all’archivio anno per anno si potrebbero fare dei quadernetti mono-

U

«Caro Ernesto,ti propongo una collana...»

La lettera di Alberto Cavallari a Prati sui personaggi piacentini

V

l’informazione generale, si avvale di a- vali e il futuro appariva tutto suo. Con genzie altamente attrezzate, ma per la sensibilità del documentarista, Pral’informazione locale di norma è solo e ti completava le sue foto con brevi diin prima linea. dascalie. Prati consegnava all’archivio anche Inoltre, appena poteva - siamo passacarte e documenti di cui veniva in pos- ti agli anni di piena attività - arricchisesso come direttore del giornale. E’ va le raccolte con acquisti o donaziocosì che le cartelle hanno accolto an- ni. Si è così assicurato parte del preche lettere e altro materiale legato alla zioso archivio fotografico del prof. Giupersona del direttore. Vi solio Milani (1873-1962) che ha no poi le foto: Prati era un documentato con imparegErnesto Prati si cultore della fotografia. Gigiabile bravura monumenti rava sempre con la macchi- assicurò parte del e scorci cittadini. Tra le alna fotografica e c’è chi giu- prezioso archivio tre foto firmate, che troviafotografico di ra che a volte dimenticasse mo in questo archivio, vi sodi mettere il rullino, ma Giulio Milani che no quelle degli studi Mandocumentò probabilmente si tratta di zotti e Croce; accanto a pezmonumenti e battute che da sempre cirzi d’autore, vi sono molte focolano nei vari ambienti scorci piacentini. to senza firma, ma ugualCi sono anche le sul capo. Sta di fatto che fin mente importanti in foto degli studi da giovane aveva il senso quanto documentano la fotografici dell’immagine. In archivio, vecchia Piacenza ormai ad esempio, ci sono foto del- Manzotti e Croce scomparsa. la seconda guerra mondiale L’archivio possiede, inoluniche e l’autore è proprio tre, la raccolta cartacea il giovane Prati. Ci riferiamo a colonne completa di "Libertà" (vi sono anche di mongoli che risalgono la Val Treb- altri giornali locali) che già da oltre bia oppure a quelle relative al primo dieci anni è stata portata anche su mibombardamento sulla città. Non sono crofilm. A Piacenza le raccolte di "Liquelli che tutti conoscono. Pochi gior- bertà" (con microfilm) vi sono solo alni dopo la dichiarazione di guerra del- la biblioteca comunale Passerini Lanl’Italia alla Francia, siamo quindi nel- di. A Palazzo San Pietro sono custodil’estate del 1940, un piccolo aereo fran- te anche le annate di tutti i giornali cese, dopo essere riuscito a superare piacentini, dalla metà dell’Ottocento tutte le nostre difese, è giunto fino al- ad oggi. Si tratta di un patrimonio ule porte della nostra città lasciando ca- nico per la storia della nostra cultura, dere, presso Borgotrebbia, due "spez- un patrimonio tanto prezioso, quanto zoni". Per fortuna non hanno colpito fragile. "Libertà" è in una posizione di né persone né abitazioni e il tutto si è favore in quanto le sue pagine sono starisolto con una grossa buca nel terre- te portate anche su microfilm, ma gli no. Le cronache ovviamente non ne altri giornali sono in genere in copia uhanno parlato per non diffondere il pa- nica cartacea e quindi non resta che nico tra la gente. Sarebbe stato diffici- sperare che continuino a godere ottile spiegare al pubblico come mai la no- ma salute, nonostante lo stress del temstra potenza, tanto esaltata dal regime, po e delle consultazioni. L’augurio è non aveva saputo fermare un piccolo che si provveda a portare tutto questo aereo che ha saputo addentrarsi così a materiale su pellicola, pur sapendo che fondo nel territorio nazionale. Ebbene, si tratta di un lavoro enorme. D’altra quell’episodio è documentato proprio parte la memoria degli ultimi due seda un paio di foto scattate sul posto dal coli passa in gran parte proprio attragiovane Ernesto che allora non aveva verso le pagine dei giornali. un suo giornale, ma evidentemente Fino a qualche decennio fa la ricerca dentro si sé sperava di poterne averne storica ha di fatto snobbato questo mauno. Da considerare che in quei tempi teriale. ora la Storia di Piacenza, già "La Scure" non aveva ovviamente ri- della Cassa di Risparmio ed ora della Tip.Le.Co, con i volumi dedicati al Novecento, ha dimostrato come tra le fonti storiche i giornali, che ovviamente vanno "letti" con molta cautela (ma questo vale per ogni documento), rivestono un ruolo importante. Purtroppo hanno un "difetto": sono affetti da un’autentica over dose di informazioni. E’ facile smarrirsi tra le pagine dei giornali che negli ultimi decenni hanno progressivamente aumentato le pagine. Da qui l’aiuto di un archivio che riunisce in un’unica cartella gli articoli più significativi su un argomento. Lo stesso vale per le fotografie. Ovviamente tutto questo finché non vi era il computer: ora la documentazione è raggiungibile più facilmente, ma il materiale che in quasi mezzo secolo è stato raccolto nelle cartelle di "Libertà" continuerà a restare un punto di riferimento importante. Può essere ritenuta ormai fuori corso tutta la documentazione fotografica che negli anni è giunta in via Benedettine dalle agenzie giornalistiche, ma quanto riguarda Piacenza, in attesa che tutto venga informatizzato, riveste ancora un ruolo insostituibile. 27-01

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120 anni su libertà

Libertà è

L’8 settembre 1943: La prima atomica un equivoco armistizio esplode su Hiroshima L’8 settembre 1943 Badoglio annuncia alla radio l’armistizio con gli angloamericani. Il Paese precipita in una spaventosa confusione; non ci sono più ordini chiari né sicuri punti di riferimento. I tedeschi, gli alleati di ieri che, secondo un preciso piano avevano rafforzato le loro truppe in Italia, diventano il nemico da combattere. Nella storica battaglia di Barletta vengono massacrati, oltre ai tanti soldati morti combattendo, donne, vecchi e bambini.

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Date agli altri molta libertà se volete averne.

Alle 8 e un quarto del 6 agosto 1945 il “B-29 Enola Gay” sgancia sulla città giapponese di Hiroshima la prima bomba atomica della storia mai utilizzata in operazioni di guerra. I tecnici statunitensi hanno preparato tutto nei minimi particolari: l’esplosione dell’ordigno si deve innescare a poche centinaia di metri di altezza. Si vuole che gli effetti devastanti di Little Boy (questo il nomignolo dato dai militari al loro gingillo) siano massimi. Il Giappone capitola. E’ la fine della guerra.

CARLO DOSSI (scrittore italiano, 1849-1910).

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.FRA CRONACA E STORIA.

«Sempre indipendente, aperto al confronto e alla tolleranza»

Gli annunci su Libertà testimoniano che la società da agricola si avvia allo sviluppo industriale

Pubblichiamo l’articolo che il professor Vittorio Agosti, storico collaboratore di Libertà, scomparso nell’agosto 2000, scrisse nel 1983 per il numero speciale dedicato al Centenario del giornale dal titolo“Fra cronaca e storia”.

di VITTORIO AGOSTI

I

l quotidiano piacentino Libertà l’estrema sinistra, eterogenea per compie, oggi, cento anni di vi- ideali e programmi, e che invece ta. Il modesto foglio a due pa- di agevolare le trasformazioni sogine, che allora usciva dalla Tipo- ciali ed economiche del paese, si grafia sociale di via San Lazzaro, isteriliva in una opposizione preha tagliato un traguardo che pochi concetta e velleitaria. Non stupisce che il bersaglio di giornali locali possono vantare. Nella fortunata ed efficiente com- Libertà, nel suo primo ventennio, binazione editoriale, che univa di- fossero i radicali e i repubblicani, rezione e proprietà nelle stesse incapaci di accettare la lezione persone, il foglio cittadino ha sa- della storia e ostinati nel rifiutaputo crearsi un proprio pubblico, re il patto costituzionale tra la camminando insieme ai suoi let- monarchia e la nazione. Più tardi tori e mantenendosi fedele al pro- il tiro si sposterà non tanto contro gramma delle origini. Se oggi la le idee e le dottrine del socialisua cronaca è diventata storia se- smo quanto contro la pratica tucolare il merito va soprattutto al- multuosa e contraddittoria dei sola continuità della testata, la qua- cialisti, incoraggiando l’ala riforle, del resto, è l’unica cosa stabi- mista turatiana e premendo perle e duratura per un quotidiano, ché i cattolici entrassero nella la destinato a nascere e a morire vita parlamentare. La cronaca della città e della nello spazio di una giornata. I tempi erano maturi per una ta- provincia, se non altro per mele svolta nella pubblicistica loca- stiere. metteva il giornale a conle. Le forze incipienti della bor- tatto diretto e quotidiano col ghesia cittadina, lo stretto lega- mondo dei lavoro, coi problemi me tra politica ed economia, l’e- della terra, delle fabbriche, delspansione e la concorrenza com- l’emigrazione, che venivano tratmerciale creavano un bisogno cre- tati con schietta simpatia anche se con qualche ingescente di notizie, di nuità paternalistico e conoscenze e di infor«Noi non legati moraleggiante. mazioni che fossero In politica estera il rapide e continue. Si a nessuna chiesuola parlamentare, non giornale era triplicista affermava, un po’ legati al carro ma senza ottusità midappertutto, il giornadi un ambizioso litariste; era attento le di opinione qualcodella Camera, ci agli interessi italiani sa di mezzo tra l’affasentiamo liberi nel Mediterraneo; era re economico, l’inveda ogni influenza favorevole al prestigio stimento ideologico e partigiana» così internazionale ma la promozione culturascriveva, con senza scalmane naziole. Con suo personale di orgoglio, il direttore nalistiche. All’inizio redazione, con la rete di Libertà nel 1906 del secolo Libertà era pienamente affermata di corrispondenti, col in sede locale; piaceva lavoro di maestranze specializzate nell’uso di nuove al pubblico per la prosa agile, sotecniche tipografiche, il quotidia- bria e tagliente dei corsivi e dei no bruciava le distanze tra la gen- commenti al notiziario; si faceva te, rompeva l’isolamento tra città apprezzare anche per l’umanità e campagna, aggiornava il pubbli- della polemica che attaccava duco sui fatti di cronaca locale e na- ramente le idee ma risparmiava zionale, saltava ben oltre lo stec- sempre le persone; si irrobustiva cato dei fogli cittadini, quasi tut- nell’efficienza tecnica e nella soti di breve durata, occasionali e lidità finanziaria con la gestione rissosi per meschini personalismi. in proprio di carattere familiari di Anche a Piacenza, per pochi spic- tutta la complessa azienda editocioli, si poteva avere in casa un riale. Giornale di centro, Libertà non è pezzo di mondo e la lettura del giornale diventava rito, pedaggio, mai stata «ministeriale» né ai necessità abituale, una specie di tempi dell’autoritario Crispi né ai «preghiera del mattino del bor- tempi del Giolitti che, anzi, era ghese», come diceva Hegel. bersagliato continuamente per il Anche la situazione italiana cinismo morale e per il lassismo spingeva in questa direzione. politico, pur essendo apprezzato Attorno agli anni ottanta, gli ul- per le coraggiose riforme sociali. timi governi della sinistra depre- In tempi di assalti capitalistici altisiana andavano scoprendo l’im- le testate dei giornali, il foglio portanza politica della periferia. piacentino badava a saldare la Si cercavano voti e consensi nel- propria coerenza ideale con l’inl’elettorato delle città di provin- dipendenza politica. cia col favorire, magari sottobanCon giusto orgoglio la Direzione co, la stampa locale più influente poteva scrivere, nel 1906, «noi o più arrendevole. In alto e in bas- non legati a nessuna chiesuola so si avvertiva l’urgenza di uscire parlamentare non legati al carro dalle nebbie funeste del primo di nessun ambizioso della Cametrasformismo, di selezionare le al- ra, ci sentiamo liberi da ogni inleanze elettorali, di semplificare fluenza partigiana». gli schieramenti politici e di sperIn formato ridotto, ma esemsonalizzare la nevrotica lotta par- plarmente proporzionale, la crelamentare. scita costante di Libertà nel piaLibertà nasceva, appunto, in centino rispecchiava la curva aquesto clima politico-sociale. L’ scendente dell’Italietta democraenergica personalità del direttore tica del primo Novecento. La pri– incalzante di penna e, se occor- ma guerra mondiale interrompeva reva, anche di spada nei duelli bruscamente quel lento e costanper vertenze giornalistiche – piaz- te progresso e preparava un dozava il suo quotidiano esattamen- poguerra agitato che scardinava i te al centro della politica, nel sol- vecchi schemi ed equilibri liberaco risorgimentale, cavouriano e li. La prima ad andarne di mezzo costituzionale. Dichiarava aperta- fu la stampa moderna – del tutto mente di mettersi al servizio di un disorientata ed impotente di fronliberalismo del «giusto mezzo» te allo scatenarsi della violenza e che fosse capace di isolare gli op- della forza – materiale nella lotta posti estremismi rispettivamente politica. Anche Libertà doveva sudei conservatori reazionari e degli bire la sorte della libera stampa iagitatori rivoluzionari. Le eti- taliana, costretta a silenzio dalla chette poco importavano purché prepotenza fascista monopolizzail paese progredisse come stato di trice dell’opinione pubblica con diritto e come ordine lealmente le leggi sulla stampa del ’26. rispettato. «Libertà per tutti e Il giornale fece una breve riper ciascuno; libertà contro le comparsa nell’intervallo badoviolenze che possono venire dal- gliano del ’43. Rinasceva nel ’45 l’alto; libertà contro le violenze con la fine della guerra, dopo esche accennano a salire dalla piazza», si legge nel primo numero del sere stata duramente colpita nelgiornale. Con amaro realismo si la distruzione della sede e, ancoprendeva atto che i partiti mode- ra più gravemente, nel lutto farati erano costretti a lottare su miliare. Nel nuovo clima politico la tradue fronti, in una posizione scomoda ed ambigua per sospetto dizionale indipendenza di Libertà immobilismo ma che, in realtà, ri- aveva davanti nuovi compiti. Da specchiava l’antica anomalia po- un lato perfezionare la tecnica litica dell’Italia dove mancava il dell’informazione pubblica; dalricambiò fisiologico dei due parti- l’altro tenere aperti gli spazi del ti alternati al governo, come nel- pluralismo delle idee, del confronto e della tolleranza politica. la tradizione anglosassone. Il giornale si fece strada quasi Liberalismo anche questo, ma non subito perché diceva chiaro e ton- di partito di tessera, bensì di do quello che pensava. Polemiz- mentalità e di costume. Quel tizava anche con scorticature bru- tolo era stato un augurio; dopo un cianti, specialmente nei primi secolo si può dire sia stato anche tempi, tanto contro il malcostu- una garanzia. me degli opportunisti e dei paras■ (Libertà, 27 gennaio 1983) siti della politica, quanto contro

E subito irrompe la réclame «La pubblicità fa prosperare gli affari» a reclame. Quando nel 1983 commemorò il centenario di Libertà, Ernesto Prati volle che trattassi della pubblicità. C’era una precisa ragione. Tra il gruppo che s’impegnò nell’impresa, tutti associati all’Istituto per la storia del Risorgimento Italiano e che sfociò in una pubblicazione a 12 mani, io, sull’argomento, ero segnato da precedenti, non penali ma quasi. Mi ero fatto una buona collezione di manifesti murali corrompendo con qualche bicchiere di barbera, gli attacchini o afficheur, volendo nobilitare la categoria. Era ormai tanto nota la mia raccolta che Gaetano Pantaleoni sulla sua rivista, Selezione Piacentina, volle dedicare allo strano collezionista, un servizio nel febbraio 1957. Avevo pezzi di Savignac, Dudovich, Sepo, Testa, Lapin, Carboni e anche del caro amico Nino Jelmoni che a quel tempo, il suo manifesto aveva vinto la gara della XVIII rassegna delle ceramiche di Faenza. Ma i tesori male acquistati male finiscono (non sempre). Il mio cruccio era quello di non poterli esporre. Non avevo lo spazio, in un appartamento piuttosto modesto. Sempre in quel tempo: i vecchi hanno un corto futuro e masticano e rimasticano quindi il loro lungo passato. In quel tempo, dicevo, il pittore Lodovico Mosconi, a cui ero legatissimo, aveva affittato dall’antiquario Carini, vastissimi locali come studio in quella stupenda "reggia" di Orio Litta. Proposi all’amico di accettare i miei colorati tesori ed esporli nel suo grande spazio, offrendoli, così alla contemplazione. Accettò. Ma tardava ad esporli. Dopo un certo tempo gliene chiesi la ragione. Li aveva venduti. Non mi arrabbio mai

L

di ETTORE CARRÀ (o quasi): subisco passivamente gli insulti della vita. Nonostante ciò non venne mai meno il nostro sodalizio. Andrè Gide diceva che della sua crescita umana e culturale era tributario più dagli amici che dai libri. Dovevo molto infatti a Nino e così anche ad un altro Lodovico: l’indimenticabile Paveri che da terribile batus di quartiere divenne prima "ribelle" (partigiano) poi poeta e pittore. Quaderni Piacentini ebbe il merito di farlo conoscere. Ernesto Prati sapeva tutto questo e forse a titolo di consolazione mi volle tuffato nel mare magno della pubblicità. Concluso il saggio sulla pubblicità per il centenario, egli mi chiese di dedicare un intero volume a tutta la pubblicità uscita sulla stampa piacentina dal 1848. Ne fui entusiasta e nel 1992 uscì dallo Stabilimento Tipografico Piacentino La Pubblicità nei Giornali Piacentini dal 1848 al 1968. Concluso qui il "cappello" (anzi sombrero), penserei, ora, di entrare in ciò che dovrebbe essere sotto il cappello: l’argomento rèclame. Il fondatore di Libertà è della Motta (Mottaziana di Borgonovo), un paese di grandi e piccoli fittabili e una pletora di tracciamenti. Si usa dire di noi della Motta che abbiamo i piedi per terra. Anche se sappiamo volarne al di sopra teniamo sempre un occhio alla terra. Ernesto Prati, laureato in giurisprudenza, ma figlio di fittabile, aveva le estremità ben piantate dove le appoggiava. Investe e pretende un sicuro utile come dovrebbe essere di ogni investimento e il giornale si rivelerà veramente un buon investimento. Inoltre, in questo particolare

caso, l’utile dovrà supportare anche le sue ben radicate idee politiche liberal monarchiche. Intuisce subito l’importanza della rèclame per la vita del giornale e la pubblicizza in questi chiari ed allettanti termini "la pubblicità è il solo mezzo per far prosperare i propri affari- I negozianti, gli industriali, gli speculatori, tutti quelli che cercano impieghi ecc. ecc. ne sperimentano l’efficacia e si troveranno contenuti" (14 giugno 1884). Sin dall’inizio le quattro pagine del quotidiano, quasi al 50% sono occupate dagli annunci economici. In più, per alcuni prodotti pubblicizzati, se ne curava la vendita addirittura anche negli uffici del giornale. Tra i pezzi depositati e spacciati, troviamo "l’olio di fegato di merluzzo al jodio ferroso o catramato, la gemma d’abete soave liquore da dessert, l’amaro china Canesi, il calmante di denti, il manuale pratico del giocatore di biliardo, lo sterminatore di sorci: il torci budella". Quest’inizio un po’ ruspante avrà una svolta quando l’"ufficio annunzi" cederà l’incarico ad una agenzia d’impostazione moderna la Haansensetein e Vogler "ufficio internazionale di pubblicità, concessionaria dei maggiori quotidiani nazionali ed esteri". Abbiamo, però varcato il secolo e spira un aria assai diversa: siamo nel 1910. resterà però una nostalgica appendice: al giornale si potrà trovare ancora un prodotto, il "vin santo di Pianello". Dopo quest’approccio di colore, dobbiamo considerare l’argomento da un ben altro punto di vista. Scorrendo le immagini e i testi abbiamo di fronte u-

na straordinaria testimonianza storico-economica di una società che da agricola si avvia verso uno sviluppo agricolo-industriale. Il mutamento del costume e dei consumi è sotto ai nostri occhi nelle progressive offerte nel cammino di quegli anni. La grafica è una palestra di rappresentazione, dalle forme più ingenue dei primi tempi ai raffinati disegni di un Fortunato Depero o un Marcello Dudovich nel 1928, a Seneca nel 1933, e al nostro Bot negli anni trenta e a un Jelmoni, Brughieri, Minini negli anni recenti. La gamma dei prodotti pubblicizzati è, naturalmente, estesissima e anche curiosissima. Va dal mesmerismo ai vari maghi (sempre attuali), all’apparecchietto che proietta donnine nude ("per adulti"): 1906 e precedentemente (1890) all’album proibito... 50 fotografie dal vero suggellate e franche". Possiamo genericamente e giocosamente elencare: dal grammofono a tromba alla serie ininterrotta delle macchine agricole, alla Ford, ai Vapori postali, per le Americhe, all’acqua china Migone per capelli e barbe, al dentifricio Dentol "antisettico", alla cura antivenerea "radicale", alle dentiere (in bella mostra), al Termogene ("da Cappiello"), alla pastiglia Falqui, al cerotto Bertelli, alla "ferro-china-Bisleri", all’acqua Giommi (apri l’occhio), al Cinzano, ai lucidi da scarpe, all’abbigliamento...Siccome l’elenco sarebbe infinito, penso non sia infinita la pazienza del lettore per cui penserei di fermarmi qui. Per la continuazione rinvio i curiosi alle due pubblicazioni che nel 1990 e nel 1992 lo Stabilimento Tipografico Piacentino ebbe la felice iniziativa di pubblicare.

.1884: «NEGOZIANTI E INDUSTRIALI SPERIMENTINO L’EFFICACIA DELLA PUBBLICITÀ E SARANNO CONTENTI» .

Ecco alcune delle pubblicità storiche uscite su Libertà alla fine dell’Ottocento e nei primi anni del Novecento


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120 anni su libertà

Libertà è

1946:il referendum 1948:un fanatico indù Vince la Repubblica uccide Ghandi Il 2 giugno 1946 gli italiani sono chiamati a votare il referendum per Monarchia o Repubblica. La campagna elettorale è assai vivace e l’affluenza alle urne altissima: vota l’89,1 per cento dei 28.005.449 aventi diritto, per un totale di 24.946.878 votanti. Vince la Repubblica: i risultati sono proclamati il 10 giugno 1946 dalla Corte di cassazione, e subito dopo il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi assume le funzioni di Capo provvisorio dello Stato.

La libertà è pensabile solo come realizzazione di quello che oggi viene ancora chiamato utopia.

Nel 1947 le rivalità fra indù e musulmani provocano nuovi, sanguinosi tumulti e il 30 gennaio 1948 Mahatma Gandhi viene ucciso da un fanatico indù durante un incontro di preghiera. Pensatore, statista e leader nazionalista indiano, Gandhi diede un indispensabile contributo alla creazione di una nazione indiana indipendente dall’impero britannico. Fautore della non-violenza, concepì un nuovo metodo di lotta basato sulla resistenza passiva, chiamato “satyagraha”.

HERBERT MARCUSE (filosofo tedesco, 1898-1979).

Il sodalizio tra Libertà e la cultura nasce subito:sul primo numero esce la “Storia di un diamante”di Paul De Musset In un registro senese

a storia ultrasecolare di Libertà è anche di riflesso la storia della variegata attività teatrale piacentina e di tutta la costellazione dei teatri di città e provincia. L’attenzione di Libertà per la prosa è sempre stata alta e l’informazione sempre molto assidua, sia per quanto riguarda il Municipale, il Politeama, la Filo (così si chiamava comunemente il teatro della Società Filodrammatica), ma anche il Verdi di Fiorenzuola ed altre sale ora chiuse o scomparse. Subito nel 1883 l’apertura del Politeama. E presto notizie del passaggio a Piacenza di mostri sacri della scena: per esempio agli albori del Novecento Ermete Zacconi, e negli anni Venti e dintorni Ruggero Ruggeri, Fregoli, e poi Ermete Novelli ne Il Cardinale Lambertini di Testoni, Irma Gramatica ne La nemica di Niccodemi, Raffaele Viviani in Campagna napoletana e Caffè di notte e giorno, oltre alla prima rappresentazione a Milano de L’eredità del Felisdi Illica e il primo premio vinto dalla Filodrammatica Piacentina a un concorso nazionale con Papà eccellenza di Rovetta. Nell’aprile del ’22 Eleonora Duse è al Regio di Parma con La donna del mare di Ibsen. Libertà si chiede: perché non approfittare per farla venire anche al Municipale di Piacenza? Non verrà. Libertà è stata lo specchio di carta di tutto quanto si è mosso sui palcoscenici dal 1883 ad oggi. Il teatro, tutto il teatro. Non solo quello del Municipale e degli altri più importanti spazi, ma anche delle sale minori, sia in città che fuori. E non solo il teatro in lingua, ma anche quello dialettale, con commedie doc firmate da autori locali, in testa Faustini e Carella, e commedie d’importazione tradotte in piacentino. E non solo il teatro professionistico dove brilla il valore del mestiere o della genialità, ma anche quello dilettantistico, dove si apprezza la forza e il calore dell’entusiasmo. Nel passare degli anni, Libertà ha registrato i cambiamenti che andavano via via modificando il panorama dell’attività teatrale: alcune sale hanno chiuso i battenti, come, in epoca più recente, il Risorgimento di Fiorenzuola, dove a cavallo degli anni ’70 e ’80 abbiamo assistito a spettacoli di indubbio interesse (con Alvaro Piccardi, Arnoldo Foà, Manuela Kustermann, Paola Borboni, le giovanissime Angela Finocchiaro e Carlina Torta e il Teatro dell’Elfo con Gabriele Salvadores); l’Excel-

La parola “libertà” compare nel 1263

Da sinistra in senso orario: Ettore Petrolini mostro sacro della scena a Piacenza negli anni Venti; il poeta e commediografo dialettale piacentino Egidio Carella; l’attrice Paola Borboni a Piacenza negli anni Settanta; uno spettacolo della “Canea” di Giancarlo Maserati con Renata Dallera e Carlo Forte

Il sostegno del giornale alla prosa è sempre stato alto dal 1883 ad oggi. Grande spazio al teatro dialettale con le commedie di Faustini e Carella

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di RENZO OBERTI

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Cresce l’amore per il teatro Libertà racconta Petrolini, Fregoli e Novelli sior di via Manfredi a Piacenza, per molto tempo “tempio” del dialetto e della Filodrammatica Carella; lo Smeraldo, ossia l’ex cinema Sant’Antonino. Altre hanno aperto le porte, come il San Matteo, il Verdi di Castelsangiovanni, il Ridotto di Fiorenzuola, Santa Maria della Pace. Anche l’anagrafe delle compagnie ha subito, secondo una legge naturale, sensibili mutamenti: ne sono scomparse alcune, come la Combriccola e Mess’inscena, e ne sono nate molte altre, come Quarta Parete, Il Gioco delle Parti, gli Imperfect Speakers, i Viandanti, i Manicomics, Komikò, Kultur Dom, Teatro delle 13 File, Teatro di San Giorgio e il Drago di Castellarquato, AncoraSenzaNome di Fiorenzuola, e le dialettali Du Mascar, i Soliti di Podenzano, l’Allegra Combriccola di Borgonovo ecc. Ha resistito al tempo la vecchia Turris. Ma non è tutto qui. Fino ai primi anni Settanta esistevano in pratica solo le stagioni del Municipale e i cicli di spettacoli del Politeama e delle Estati cultura-

di UMBERTO FAVA li al Farnese, affiancati dagli allestimenti di un ristretto numero di compagnie "storiche", come la Società Filodrammatica e la Canea di Giancarlo Maserati, oltre che di un più vasto assortimento di gruppi vernacoli. Con l’avvento del Teatro Gioco Vita di Diego Maj, la prosa ha avuto una rapida accelerazione, un vero boom: cartelloni al San Matteo prima, al Verdi di Castelsangiovanni poi, rassegne estive all’aperto dislocate anche in provincia, teatro per i bambini. Oltre a un pullulare sempre più frenetico di altre iniziative, come quelle dei Manicomics con Lultimaprovincia e col teatro-scuola, ed altre “vetrine” in città o in provincia, come Teatro e Archeologia a Veleia. Senza contare infine la galassia di manifestazioni promosse in vari centri del Piacentino dagli assessorati alla cultura. Ormai, si direbbe, non c’è paese che non abbia il suo teatrino o la sua sala col suo cartellone di recite. Ed ora si è aperto un nuovo importante po-

lo a Fiorenzuola, nel Ridotto del Verdi. Insomma, abbiamo assistito in questi ultimi 20-30 anni al moltiplicarsi dell’attività teatrale. Con la conseguenza che anche il lavoro del cronista è sensibilmente cresciuto: si è, direi, triplicato. Mi si perdoni se, per finire, mi lascio andare a qualche ricordo personale. Il mio primo spettacolo, da bambino, l’ho visto al Teatro Torricella, niente di più normale per uno nato a due passi da Porta Galera. Al Municipale sono approdato da studente con le scuole, ed è un ricordo angoscioso e vergognoso, col povero Cesco Baseggio in scena con Goldoni costretto ogni cinque minuti a interrompere la rappresentazione per supplicare - inutilmente - di stare buoni, di smettere di fare chiasso. Anni dopo vi sono ritornato per conto mio, stavolta in loggione. Poi in platea come recensore. I primi lavori visti nei primi anni ’70 al Municipale dalla poltrona numero 172 (da sempre si può dire assegnata al cri-

tico di Libertà, ma da cui ultimamente è stato sloggiato) sono stati quelli con Randone in Enrico IV di Pirandello, con Gassman in O Cesare o nessuno e con Sbragia in Edipo Re di Sofocle; alla Filo (quando il Municipale era chiuso per restauri) con Franco Enriquez e Valeria Moriconi in Notti bianche di Dostojevskij; e al Farnese con Franco Parenti nella Betia di Ruzzante. Allora il pubblico della prosa al Municipale era assai meno numeroso di adesso. A volte poche decine di spettatori. Una sera eravamo così pochi che quasi la compagnia voleva rifiutarsi di recitare. «Recitiamo lo stesso - disse il capocomico all’inizio dello spettacolo perché siamo veri professionisti». Questa era la realtà quando ho iniziato a scrivere di teatro. Da allora ad oggi l’interesse dei piacentini per la prosa sembra, stando alle platee ben più affollate, notevolmente cresciuto. E non possiamo escludere che in questa escalation di presenze anche Libertà abbia avuto la sua parte.

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Il primato della bella musica Arturo Benedetti Michelangeli si esibì per quattro volte di FRANCESCO BUSSI l centoventesimo compleanno di "Libertà" induce a commemorare, a rievocare. Il quotidiano piacentino fu da sempre testimone fedele e tempestivo dei nostri casi della musica, per il tramite di quanti vi s’impegnarono a darne resoconto critico. Restano nella memoria, per non risalire a tempi troppo remoti e per limitarsi all’ambito di una diretta esperienza di vita, il compositore Luigi Gorgni e soprattutto il critico Ferruccio Sirotti. Fu il costante Sirotti ad assumersi il compito di recensire i concerti del mirabilmente curioso Circolo della Galleria, che operò in musica nella scia dei gloriosi Amici dell’Arte e ceppo nobilitare culturalmente uno del più eleganti "dancing" locali dell’immediato dopoguerra, destinando buona parte dei proventi a stagioni brevi, ma per lo più superlative. Vi sfilarono allora stelle del concertismo nazionale "et altra", dai pianisti Carlo Vidusso, Carlo Zecchi, Claudio Arrau, Marcelle Meyer, Gino Gorini, Enrica Cavallo, Nikita Magaloff (pianoforte Bechstein munificamente concesso dal conte Giuseppe S. Manfredi) ai violinisti Franco Gulli, Georg Kulenkampff, Vasa Prihoda, Pina Carmirelli, ai violoncellisti Enrico Mainardi, Massimo Amfitheatroff, al Trio di Trieste ed al neonato Nuovo Quartetto Italiano. Ma a fare epoca fu soprattutto Arturo Benedetti Michelangeli (per gli amici "Ciro"’), che ben tre volte, 1945, 1946, 1949, si esibì con aura sacrale alla Galleria (una quarta al Municipale, 1952), suscitando entusiasmi deliranti (dei pregi, delle manìe e del tic del divo del pianoforte già scrissi su "Libertà", 17 luglio 1995). A raccogliere la fiaccola del primato concertistico fu anzitutto il Gruppo CIAMPI, istituito da Giuseppe Zanaboni nel 1954 per elevare le sorti musicali di Piacenza, dotandola, per quanto possibile, di un coscienza artistica proprio là ove essa più difettava, cioè in campo non operistico, e quindi profondendo tesori di musica in genere ordinata sistematicamente, per monografici cicli storici e filologicamente ortodossa. Per mantenere alta e viva la tradizione della grande musica da camera, venne nel 1992, promossa dagli appassionati musicofili Franco e Vittoria Groppi, la Società dei Concerti, che convocò nella nostra Piacenza, a tratti alquanto assopita, parte del gotha del concertismo internazionale.

I

Né si trascuri la presenza determinante del Conservatorio "Nicolini", né quella degli annessi Amici del Conservatorio. Ma questa è cronaca recente, di cui i lettori di "Libertà" vengono puntualmente edotti dai resoconti dei giovani Oliviero Marchesi, Alessandro Rigolli, Carlotta Ghezzi. Quanto a me - se ciò che vado a scrivere può ancora interessare qualcuno - iniziai a collaborare a "Libertà" nel 1948 con piccole cronache, con volonterosi articoletti, con noterelle su svariati eventi. Anzitutto la "Musica alla radio", quando la radiofonia era veicolo di reale ed eletta cultura musicale, con tanto di "Stagioni liriche della RAI" di remota, benemerita, irricuperabile memoria. In seguito, le mie assidue giornate nella Milano "da bere" - per le lezioni di Lettere classiche alla Cattolica, per quelle di composizione di Giulio C. Paribeni e di pianoforte di Enzo Calace, per le ricerche musicologiche in biblioteche ed archivi -, concluse spesso alla Scala per opere o al Teatro Nuovo per concerti (Calace era presidente dell’ARC, entravo con lui gratis), m’inducevano a relazionarne. Due avvenimenti epocali con pubblico strabocchevole, fra i tanti: "rentrée" italiana di Walter Gieseking, 1948, dopo una sorta di processo di denazificazione; "Tetralogia" di Wagner, 1951, con l’immenso direttore Furtwängler e l’immensa Brunilde di Kirsten Flagstad. Alla Scala, era arduo prenotare in seconda galleria. Ci si doveva accontentare dei posti in piedi e di sedersi negl’intervalli, inebriati dalle sublimi lungaggini

wagneriane, ma pur sempre esausti. E pensare che alla mia prima visione scaligera, "Mefistofele", 1938, avevo assistito dalla platea, in poltrona! Nel 1963 fui chiamato da Ernesto Prati a recensire le stagioni liriche, succedendo a quel gentiluomo e sicuro conoscitore della vocalità operistica che fu Piero Gennari. Qurant’anni d’impegno, quasi una vita, a partire da un "Lohengrin", protagonista Gianni Poggi. Come riassumere, in poche righe? A parte lo zoccolo duro dei melomani, l’afflusso del pubblico resta mediamente buono. Purtroppo, è fisiologico che non si superino le due recite per spettacolo e che restino un vago ricordo gli "eroici furori" di un tempo perduto e rimpianto. Vige il criterio di eseguire le opere straniere in lingua originale, ormai tramontate le grottesche traduzioni. Gli allestimenti si mantengono su un piano di decoro spesso ignoto al passato (non più i legionari romani con cronometro al polso o le amiche di Violetta Valéry in cenci rispetto a lei). Affinano e scaltriscono gli orecchi novecenteschi le incisioni discografiche sempre più sofisticate. Cresce la voga delle edizioni critiche, depurate, filologiche, magari a scapito del mordente dell’opera d’arte. Conferiscono respiro culturale e finanziario le coproduzioni. Quanto al repertorio, la contesa Verdi-Puccini, già in atto nel primo Novecento, si risolve a favore del primo. Primatista assoluta, per Verdi, è "Traviata", l’opera più rappresentata nel mondo;

a parola libertà viene da molto lontano. Comparve per la prima volta nel 1263 in un registro di creditori e debitori di una compagnia senese attiva in Francia. Subito dopo Dante, facendo dire a Virgilio nel primo Canto del Purgatorio : "Libertà va cercando, ch’è sì cara, / come sa chi per lei vita rifiuta", fissò in una formula eterna il valore di questa condizione umana. Nel 1612, nella prima edizione del Vocabolario degli Accademici della Crusca, alla parola libertà fu attribuito questo significato : "Potestà di vivere come ti piace, contrario di servitù". Ma che cos’è veramente la libertà? È, come sostiene Oriana Fallaci, un dovere prima che un diritto, o come disse l’inossidabile Leo Longanesi, un mito per pochi, specialmente in Italia? O dobbiamo dare retta a Edmund Burke, per il quale la libertà è una cosa astratta, e come le altre astrazioni non esiste ? "Solo in astratto la libertà è un bene in se stessa e può divenire un principio. In realtà, posto il principio della libertà e accettatolo come irrefutabile dalla nostra etica, essa rimane incomprensibile se non rapportata a una costrizione da abolire." Così spiega Mario Luzi nella prefazione al Dizionario della libertà (Passigli editore, 275 pagine), a cura di Alba Donati e Paolo Fabrizio Iacuzzi. Concepita per stimolare il confronto internazionale sul tema "la libertà delle idee", questa singolare guida per una riflessione sul valore etico e civile, letterario e scientifico della parola libertà si avvale dei contributi di alcuni dei nomi più autorevoli della letteratura europea e mediterranea. Ventisei scrittori e pensatori - tra i quali Fernando Savater, Tahar Ben Jelloun, Tzvetan Todorov, Franco Cordelli, Adonis, Lars Gustafsson, Arto Paasilinna e Abraham Yehoshua, - uno per ogni lettera dell’alfabeto, hanno scelto una parola affine al concetto di libertà e ne hanno spiegata l’etimologia. Di quest’opera che si erige come un baluardo in difesa delle lingue e delle culture particolari parlo a Firenze con la curatrice. Professoressa Donati, come è nata l’idea di questo Dizionario ? «Con l’amico Paolo Iacuzzi ci occupiamo molto di temi civili, e un giorno abbiamo rilevato la mancanza di un dizionario della libertà concepito da uomini di cultura di fama internazionale». Come si articolano queste storie nell’ambito di un dizionario della libertà ? «Queste storie non sono direttamente collegate al significato civile e filosofico del termine “libertà”, ma ci raccontano ognuna la storia di un popolo, e questa è la chiave di lettura del Dizionario. Leggiamo dei bellissimi racconti, grazie ai quali conosciamo alcune culture diverse dalla nostra, appartenenti a un’area geografica vasta ma ben delimitata.» «La parola ’libertà’, infatti, ci è sembrata una parola perduta, nel senso che nel corso dell’ultimo secolo è entrata nella bocca di tutti per dire qualsiasi cosa, per esprimere banalità e giustificare egoismi. Essa è servita persino per erigere dei regimi totalitari, che l’hanno sventolata come una bandiera promettendo un mondo più giusto, per poi trasformarsi in feroci tirannie. Tutti coloro che hanno partecipato al Dizionario hanno sposato la sua impostazione di fondo : quella di non lasciare la parola ’libertà’ in balia del mercato. Perciò abbiamo preso questo termine per i capelli e l’abbiamo ripulito della patina che l’economia, attraverso il liberalismo, gli ha spalmato addosso, riproponendolo agli uomini nel suo profondo valore civile». Qual è l’aspetto della parola “libertà” di cui abbiamo più bisogno in questo momento storico ? «Credo che abbiamo bisogno soprattutto della libertà del confronto. La libertà non è un valore assoluto, come viene affermato con forza in tutti i saggi del Dizionario. Essa deve affiancarsi ad altri valori che sono la comprensione, l’amore, la protezione dei più deboli, non dev’essere sventolata come una bandiera. C’è libertà se si riesce a dialogare con gli altri, ad andare incontro agli altri. Penso che la libertà sia la capacità di andare dall’io al noi, che poi è il percorso di questo libro che inizia con un “io” e finisce con una parola tedesca che significa “noi”. Questa è la libertà di cui abbiamo bisogno : capire le ragioni degli altri, non solo le nostre». Quali sono le responsabilità e i doveri di ogni uomo nei confronti della libertà ? «Compito di ogni essere umano, anche sotto il profilo politico o del lavoro, è imparare a guardarsi dentro e intorno per capire a che punto sia la libertà dai propri impulsi, ossessioni, volontà, ansia di fare, di emergere. È la via obbligata per raggiungere la libertà dall’io ipertrofico che affligge le società occidentali».

Nelle foto accanto: il grande Mario Del Monaco a Piacenza e il pianista Arturo Benedetti Michelangeli che fece epoca suscitando entusiasmi: si esibì alla Galleria per tre volte nel 1945, ’46 e ’49 e tornò al Municipale nel 1952

per Puccini ovviamente "Bohéme". Persistono con onore Rossini e Donizetti, ma in misura minore di quanto ci si aspetterebbe dalla loro trionfante "renaissance". Ristagna Bellini. In cauta ripresa Wagner, dopo avvii stentati. Singolare il caso di Mozart, che esordì a Piacenza con "Così fan tutte", 1961, in un Municipale pressochè deserto, e oggi invece, auspici i postumi della cinematografia di "Amadeus", spopola. Tende ad ampliarsi lo spettro della produzione straniera: non solo Bizet e Massenet, ma pure, citando a caso, Weber, Thomas, Saint-Saëns, Dvorak, Janacek, Ciaikowsky, Mussorsky. Sporadiche, ma sostanziali le incursioni nel Novecento storico, da Debussy e R. Strauss a Strawinsky e Gershwin. Fra i cantanti convocati, si notano primedonne e "primi uomini" di cartello. Se Callas e Tebaldi mai si degnarono, altre eminenti signore, da T. Dal Monte, M. Favero, M. Caniglia, G. Simionato a M. Freni, R. Kabaiwanska, M. Devia, F. Cossotto, D. Dessì etc., onorarono le nostre scene. Nessuna vistosa defezione nel settore maschile. Dopo B. Gigli e T. Schipa, parecchi dei maggiori del secolo XX, da M. Del Monaco, G. Di Stefano, F. Corelli, C. Siepi, C. Tagliabue, R. Bruson, L. Nucci, S. Brascantini al mass-mediatico trio tenorile mattatoriale Carreras - Domingo - Pavarotti, si esibirono al Municipale; però in genere saltuariamente, nei verdi anni, a inizio di carriera, senza mai più rimettervi piede, per ragioni di prestigio o di cachet". Eccezioni luminose: Magda Olivero e Alfredo Kraus, autentici servitori della musica, ormai storicizzati, tutt’altro che schizzinosi nei confronti della "provincia", della grande provincia. Non meno ha inciso sui casi della musica di casa nostra la serie dei direttori d’orchestra: da P. Patanè, F. Molinari Pradelli, P. Maag, Roberto Abbado (Claudio Abbado solo in concerto), V. Delman, B. Campanella a D. Oren, R. Giovaninetti, P. Fournillier etc. Preme, prevarica, stravolge la fisionomia dell’opera in musica l’azione talora innovativa, talora soltanto arbitraria e bislacca dei registi. Se questo è il prezzo per attirare giovani e scongiurare la paventata "morte dell’opera", non ci resta che pagarlo. Ma non è che - mutati i tempi, i gusti, i costumi - la lirica si sia spogliata del suo significato rituale, si sia smitizzata? A rinfocolarne la passione provvedono, per quanto possono, due meritorie associazioni: Amici della lirica e Tampa lirica.


120 anni su libertà

Libertà è

Il grande Torino 1953:muore Stalin si schianta a Superga e arriva Kruscev L’aereo che riporta in Italia la squadra di calcio del Torino, con a bordo trentun persone, si schianta contro il colle della Basilica di Superga: è il 4 maggio 1949. La squadra, campione d’Italia nel 1943, stava rientrando da Lisbona, in Portogallo, dove aveva giocato una partita amichevole con il Benfica. Il Paese è così colpito dalla sciagura che, la sera stessa, la Camera e il Senato sospendono le sedute in segno di lutto.

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La libertà materiale e la libertà spirituale sono intimamente legate l’una all’altra. La civiltà presuppone uomini liberi, perché soltanto da uomini liberi essa può venire concepita e realizzata.

Il 6 marzo 1953 il Cremlino annuncia la morte di Josip Stalin. La morte del leader supremo dell’Unione Sovietica - che è stato al potere per ben 29 anni - viene nascosta dagli organi ufficiali del Soviet Supremo per oltre quattro ore. Il primo ministro Georgi Malenkov chiede di essere esonerato dalle sue funzioni di segretario del Comitato centrale del partito comunista. Al Cremlino arriva Nikita Kruscev.

ALBERT SCHWEITZER (teologo-storico francese, 1875-1965)

La mitica “terza pagina”di Libertà Specchio della vita culturale piacentina e nazionale arei contento di essere a tua disposizione. Bruno merita molto. Io potrei scrivere di lui quando vuoi. Il giornale ha l’esclusiva della mia firma, ma si potrebbe sempre girare l’ostacolo in qualche modo". Così scriveva nel novembre del 1960 Alberto Cavallari, ormai prestigiosa firma del Corriere della Sera, a Ernesto Prati (l’originale della lettera è riprodotto a pagina 8) dichiarandosi disponibile per un pezzo su Bruno Cassinari. Quindici anni prima, il 31 ottobre 1945 Cavallari aveva esordito sulle pagine di Libertà proprio con un corposo articolo dedicato al pittore piacentino che in quei giorni aveva vinto il Premio Bergamo, il testo integrale è pubblicato qui sotto. Il sodalizio tra Libertà e la cultura (letteraria, musicale, teatrale, artistica ecc.) ha il proprio avvio già con i primi numeri del quotidiano. Il 27 gennaio 1883 esce la prima puntata della "Storia di un diamante" di Paul De Musset e due giorni dopo il discorso si fa locale con "Quattro chiacchiere con salsa casalinga" sul Teatro Filodrammatico cittadino. Un’attenzione che si farà ancora più viva negli anni Trenta con l’introduzione della cosiddetta "terza pagina", quell’appuntamento quotidiano che da allora rappresenterà lo specchio della vita culturale non solo locale, con interventi, dibattiti, recensioni ma anche saggi. Un vero e proprio "boom" della terza pagina si ebbe soprattutto nel dopoguerra con quel vento di rinascita che investì non solo il mondo civile ma anche quello della cultura, desideroso di riavviare il processo di crescita nazionale. Già nelle prime edizioni del ’45 Libertà

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(che esce con un solo foglio) si presenta con firme prestigiose: da Piero Nuvolone a Mario Casella, destinati ad una folgorante carriera forense, da Vittorio Agosti a Emilio Nasalli Rocca, padre della storiografia locale che in più occasioni firmerà i suoi scritti con lo pseudonimo di "Placentinus", da Emilio Ottolenghi a Stefano Fermi fondatore del Bollettino Storico, da Giuseppe Berti a Franco Molinari e via via una serie di collaborazioni prestigiose che hanno portato il loro contributo alla crescita del quotidiano e della sua città. Alcuni chiamati già nei primi giorni della ricostruzione, come Giulio Cattivelli che diventerà uno dei critici cinematografici più stimati in campo nazionale e che aveva esordito su Libertà nelle edizioni del lunedì con quel "Diario di Anselmuccio" nel quale, con la consueta arguzia, si trasformava in critico del costume locale.

di CARLO FRANCOU Nomi piacentini ma non solo, basti pensare alla collaborazione intessuta con Libertà dal fisico Antonino Zichichi che a cavallo degli anni Ottanta-Novanta collaborò in maniera continuativa alla realizzazione di una intera pagina dedicata settimanalmente al mondo della scienza. Studiosi di critica letteraria come Giovanni Forlini a cui si devono i più significativi saggi sulla figura del Giordani, musicologi come Francesco Bussi, tra i maggiori studiosi di Brahms a livello mondiale, filologi come il compianto Guido Tammi, critici e storici dell’arte come Ferdinando Arisi o l’attuale direttore della galleria Ricci Oddi Stefano Fugazza. L’elenco sarebbe troppo lungo per ricordarli tutti, e sicuramente qualcuno resterebbe ugualmente dimenticato.

Persino il poeta e commediografo dialettale Egidio Carella non fece mancare la sua voce su Libertà pubblicando alcune poesie, spesso inedite, sulla terza pagina; esempio seguito proprio recentemente da Ferdinando Cogni, poeta di solida caratura nazionale. E poi i pittori; ma anche gli scultori visto che il primo disegno apparso sulla rifondata Libertà del 1945 si deve allo scultore Ugo Rancati. Il 6 dicembre, in occasione del ritorno delle statue equestri dei Farnese sulla piazza, Libertà pubblica in prima pagina - accanto alla notizia della ricollocazione sul suo basamento del cavallo di Ranuccio - un autoritratto di profilo dello stesso Rancati che aveva curato all’Arsenale i lavori di restauro di uno dei cavalli. Il disegno, realizzato proprio per quell’occasione, apparve con un breve titolo celebrativo:

"Lo scultore Rancati come si vede lui". A distanza di cinquant’anni esatti una nuova iniziativa artistica, forse unica nel panorama dei quotidiani di larga diffusione: la realizzazione di una prima pagina natalizia interamente a disposizione di un pittore piacentino. Un modo nuovo e significativo per augurare ed augurarsi buon Natale che trasforma il foglio del quotidiano praticamente in un oggetto da collezione. A fare gli auguri alla sua maniera inizia Armodio nel 1995 con "Buon, buon, buon" e la consueta ironia. Lo seguiranno William Xerra (1996) con i suoi frammenti di una tela di sacco sulla quale è impresso un beneaugurante "97" tra spighe di grano e fiori ricamati e, l’anno seguente, Giorgio Milani (1997) con "Janua" fatta di quei caratteri di Gutenberg di cui è ancora tanto ricca la tipografia di Libertà, una intuizione che l’artista svilupperà proprio in quegli anni.

Da sinistra a destra: il professor Pietro Nuvolone, firma prestigiosa di “Libertà”; Giulio Cattivelli al Festival del cinema di Cannes, uno dei critici cinematografici più stimati a livello nazionale e il grande pittore Bruno Cassinari con il sindaco Felice Trabacchi

Nel 1998 è Bruno Grassi a fare gli auguri (di lui in diverse occasioni ha scritto su Libertà l’attuale direttore dell’Ansa Pierluigi Magnaschi) con una "Attesa in piazza Cavalli" in cui la piazza è trasformata in un comodo salottino sul quale campeggia uno spicchio di luna e l’anno seguente la scelta cade su un dipinto della galleria Ricci Oddi: "Mattutino" di Francesco Bosso. A Mauro Fornari, che in quell’anno aveva presentato a Palazzo Farnese la Porta del Millennio, è affidato il compito di celebrare il Natale del 2000 con un ovale dedicato al grande fiume: "Riposa quieto nel tuo letto vecchio fiume". Il resto è storia recente. Nel 2001 Gianfranco Asveri dà libero sfogo alle sue cromie materiche e a quei segni apparentemente infantili pieni di una vibrante carica emotiva e nel 2002 è la volta di Giancarlo Braghieri, pittore che fa ormai parte della storia dell’arte piacentina non solo per ragioni anagrafiche ma soprattutto per quella volontà espressiva e di ricerca che da sempre lo contraddistingue. Fin qui il resoconto di quanto finora accaduto, ma di cose da scrivere ce ne sarebbero ancora tante come ad esempio gli inserti a colori che in più occasioni hanno fornito un utile apparato a manifestazioni pubbliche e ad eventi culturali quali la mostra "Tra scienza e fede" al Collegio Alberoni del 1997 o l’inserto "Gli anni ruggenti di Ricchetti" del 1996 che ne anticipava la rassegna al Gotico. Del resto anche questo è il compito di un quotidiano, non solo raccontare i fatti del giorno ma anche aiutare a comprendere e a costruire la nostra storia, anche quella culturale.

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.IL PRIMO ARTICOLO DI ALBERTO CAVALLARI PER LIBERTÀ.

Pubblichiamo il primo articolo che il grande giornalista piacentino Alberto Cavallari, poi diventato direttore del Corriere della Sera, pubblicò su Libertà il 31 ottobre 1945. E’ dedicato al grande pittore Bruno Cassinari, vincitore quell’anno del Premio Bergamo

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Piacenza su Bruno Cassinari piacentino c’è stato molto silenzio. Un silenzio che distrugge il calcolo degli anni in cui dura il suo lavoro. E forse penso che si può meglio ritrovarlo nelle brevi note affettuose di pochi amici, che la sua storia senza mitologie diventa più vera in questi saltuari ma amichevoli ricordi. Dopo questo premio Bergamo non si tratta di concludere la sua pittura: è forse meglio tentare una breve storia della sua feroce umanità, nel suo calore di uomo vivo. Io penso allora anche alle date alla fine dell’Accademia e al lavoro lungo nello studio di Milano. Non penso però a un Cassinari nel 1936 o nel 1943 ma al Cassinari ora che parla di terra e dipinge i paesaggi di agosto, dove si attende lo scoppio di qualche grande tensione e al Cassinari dei disegni di bambine e ragazze dove è la strana psicologia che cerca piuttosto l’insania per conquistare l’umanità, dove tutto avviene per amor de la fiebre. Già Vittorini lo aveva scoperto. «Pen-

La feroce umanità di Cassinari di ALBERTO CAVALLARI so che dopo Morandi, Carrà, De Chirico, Rosai, De Pisis la pittura non si è conclusa affatto e continui ed abbia nuovi nomi. L’intellettualizzazione indubbiamente vi è stata: e forte: per questo appunto credo che taluni non vedono in nulla del nuovo. Abituati ai miti vorrebbero forse per dir sì, altri miti. E perché? Non è detto che solo la mitologia sia religione. Vi è anche il Buen Amor: e oggi mi sembra che la continuazione in pittura sia di Buen Amor, misticismo. In Cassinari è l’estremo di ciò: dedizione mistica. Gli ultimi paesaggi di Cassinari sono opere che già possono prendere posto nella storia dell’arte italiana contemporanea. Non tentativi o esperimenti. Una grazia gli ha perforato le mani. E Testori asserì che appunto per lui bisognò parlare di risultati, più o meno intensi comunque di risultati... Perché la sua posizione davanti agli oggetti è costantemente libera». I mesi a studiare un grigio e un verde hanno questo senso e un altro. Perché «per lui le cose non hanno soltanto uno strato superficiale di colore ma sono fitte di colore» (Radius), perché appunto Cassinari è arrivato fin qui per il suo lavoro di scavo nel colore che era la sua

natura ma doveva essere un ordine e una forma, proprio allora che la giovane generazione italiana abbracciava la pittura di tonalismi a fior di pelle, senza parlare di colore-luce. Tant’è vero che Cassinari arrivò a far parlare di sè in relazione a Van Gogh: «La materia nella sua intensità pittorica si vuota e si trasforma in palpito, in luce» (Mastrolonardo in Meridiano di Roma). Ma se andiamo avanti la strada è molto più isolata. E se ci domandiamo che cosa ha fatto la pittura in questi ultimi anni terribili veramente si potrà dire che è stata responsabile degli uomini. Si deve vedere ora un ritratto di vecchia a cui Cassinari lavora ancora, seguire lo scavo del pennello dentro le trasparenze di questo volto sicuro di una vita lontana e di una morte senza disperazione. E si potrà parlare dell’equilibrio di Cassinari. Ma torniamo alla storia. E le date prendiamole ancora: 1939 paesaggio premiato da Carrà stesso ad una importante mostra nazionale; 1940 il ritratto di Rosetta che è uno di quei momenti felici e di equilibrio dell’uomo senza guerra. 1941 una natura morta segnalata a Bergamo. Ed io ho rivisto questo pezzo da poco, ho rivisto la nudità di

lama dei grigi e dei viola, il disegno delle cose che non oscilla e ho pensato alla grazia di cui dice Vittorini. Mario de Micheli ne ha poi definito la posizione umana che ha veramente una realtà. «Cassinari è un uomo che crede nei colori, crede nel viola e nel verde, crede nella terra e nell’amicizia e crede nella poesia per gli uomini e per il loro riscatto. Crede senza esitazioni. Per questo a chi mi domanda dove mai andrà a finire la pittura io rispondo che quella di Cassinari è una delle strade». Quando si parla di terra di erba di cieli per Cassinari, io penso alla sua moralità chiarissima e che cos’era se non nuova moralità, religione più vera la sua, proprio ai tempi delle poesie intellettuali, una moralità prima di sangue e di dramma che graffiava nei disegni le figure di donna per creare più vicino all’uomo le anche o le mani e dipingeva i cieli duri e solo azzurri che cercano di essere più azzurri per resistere. Ultimamente Piovene sulla Nuova Europa parlò ancora di misticismo: ma io credo che questa sia la forza che creava prima le orge di colori, che creava la sua fede ed il suo dramma. Ora io credo in un Cassinari che arriva all’e-

quilibrio giusto e per questo ho detto in un altro articolo che il ritratto della madre di Bergamo è una parola importante per il realismo e forse ora che in arte si chiede solo di resistere una parola che dà un senso alle sue parole umane e alla sua vita nuova e religiosamente fedele ai sentimenti primi. Noi parliamo di realtà e Cassinari mi ha detto spesso: «I paesaggi di Gropparello la sera hanno una luce che il sole lascia alla terra e la terra diventa allora illuminata, si bagna di questa illuminazione la rende più reale. Mi fa pensare a tutte le terre di tutti gli uomini; io penso allora di aver fede in questa terra che è la nostra vita perché abbiamo molto amore e vedo che è una grande realtà per me, che non esito a dire di paese che si fa mondo, che brucia tutti i confini. Ed io ho visto questo senso nell’arte egiziana e primitiva, l’ho visto in Raffaello, in Giorgione, in Cézanne fino all’urlo di Picasso della Guernica che per me è grande perché è reale; l’immagine più reale del nostro tempo». In questo, Cassinari è isolato. Il suo è un’amore tutto solo, la sua pittura gli viene da questo continuo estendersi a tutte le cose dal cielo all’erba, così la

sua è una religione da cui è sempre ferito. Ma la pittura cerca una realtà da Roma a Milano: e Cassinari ha dato il ritratto di sua madre a Bergamo. Io vorrei molto parlare di questo equilibrio che la sua pittura raggiunge, del suo fuoco esatto della sua illuminazione sopra la carne, e dentro la carne, della sua costante immagine che è realtà e che è il realismo creato senza compiacimenti di storia della pittura ma tra sè e sè, in una costante temperatura torrida. E anche direi che Cassinari è il solo che lavora, con Morlotti, seppure con un linguaggio più intimo, in una direzione efficace per la storia della pittura. La sua energia lo ha portato fin qui nel suo destino di pittore. Ed in Italia egli ci offre la sua creazione perché se ne faccia giustificazione della vita e non compiacimento. Se gli chiedete come va la pittura vi parlerà di Giotto e di Goya. Se gli parlate della sua pittura vi dirà che dipingere è difficile. Intanto il premio Bergamo è venuto in un momento in cui dipingere è sempre difficile. Cassinari portato fin qui dalla sua energia e dalla sua pittura che incide, dice che dipingere è difficile come al solito, che è inutile parlare di pittura moderna, che la pittura se è veramente pittura non ha bisogno di essere moderna né antica. Ed io che ho parlato di come è arrivato mi domando ancora dove giungerà. ■ (Libertà, 31 ottobre 1945)

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120 anni su libertà

Libertà è

1955:muore Einstein 1956:i tank russi “Cambiò”l’universo invadono l’Ungheria E’ il 18 aprile del 1955 quando - all’età di 77 anni - muore, negli Stati Uniti, Albert Einstein. Il fisico tedesco è universalmente riconosciuto come la mente che ha rivoluzionato il pensiero scientifico del XX secolo: sua la teoria della relatività. Rispettando i voleri del testamento dello scienziato, gli organi principali - tra cui il cervello - vengono consegnati alla scienza per essere studiati.

Quelli che rinchiudono gli altri sanno di rinchiuso, quelli che sono rinchiusi sanno di libertà.

Dopo un tentativo di soppressione, il 23 ottobre 1956 la situazione in Ungheria precipita: è la rivolta. Aerei russi mitragliano la popolazione: i morti e i feriti sono centinaia. La decisione viene presa in una difficile riunione del Politbur del Pcus. Nei gruppi parlamentari del Pci si alza la protesta di Antonio Giolitti, Clemente Maglietta, Bruno Corbi ed altri. Giolitti esce dal partito. Di Vittorio, leader Cgil, accetta una mozione di condanna proposta dalla componente socialista.

JACQUES PRÉVERT (poeta francese, 1900-1977).

I ricordi di Gian Franco Scognamiglio primo capo della provincia dopo la guerra:da Magnaschi a Renato Campolunghi «Per coprire i 47 comuni una rete di collaboratori: segretari comunali, studenti, avvocati, impiegati e operai»

I

l 120° compleanno di LIBERTA’ (1883-2003) coincide con il 150° anniversario della nascita del suo fondatore, Ernesto Prati senior (18531920) e con il 60° della sua prima rinascita con il titolo originario (21 agosto 1943) voluta dal figlio del fondatore, Filiberto senior caduto sotto un bombardamento anglo-americano che nel maggio del 1944 distrusse pure parte dello stabilimento e dei macchinari di via Benedettine. La seconda definitiva rinascita avvenne per iniziativa di Ernesto junior e di Antonio Marcello il 22 agosto 1945, tre mesi e mezzo dopo la fine della guerra. Nei primi tempi, appunto nel ’45, il quotidiano fu stampato a sole quattro pagine e riportò normali notizie della provincia persino in prima pagina. Ad aiutare il direttore e un pugno di amici a redigere il giornale collaborarono anche insegnanti come Giulio Cattivelli e Giuseppe Bozzini che superò poi brillantemente un concorso della Rai e si trasferì a Milano. Accadde così che già nel 1950 venni chiamato dal direttore Ernesto Prati a dedicare alcune ore del pomeriggio e della sera a Libertà, interessandomi in particolare dei 47 comuni sparsi nel territorio provinciale, dal Po al crinale appenninico. Bisognava anzitutto creare una rete di corrispondenti. Numerosi segretari comunali accettarono di inviare brevi cronache e in diversi paesi studenti, impiegati e operai andarono a gara per affermarsi come collaboratori. Traevano prestigio e popolarità dal giornale che si affermava per equilibrio e obiettività, ripudiando polemiche e violenze verbali, facendosi portavoce delle aspirazioni della gente ad avere servizi collettivi (strade, telefono, autoservizi).

La schiera dei corrispondenti I tanti corrispondenti attenti ai fatti che accadevano giorno dopo giorno scrivevano spinti da spirito di amicizia e da "patriottismo" . Il rimborso spese e il compenso per il rigaggio erano degli optional. Un operaio di S. Nicolò a Trebbia, Pietro Zangrandi, poi emigrato in Svizzera e ora in pensione a Rivergaro, era preciso e ben documentato. Lo sostituì un artigiano del ferro, Sandro Pietra, tuttora sulla breccia. La maestra Anna Cesena per anni, prima di trasferirsi a Milano come insegnante di ruolo, mandò puntualmente a Libertà le cronache di Fiorenzuola, compresi gli obiettivi resoconti delle sedute del consiglio comunale che talvolta si concludevano dopo mezzanotte. La collaborazione venne continuata da Franco Villani. Da Ottone arrivavano in redazione gli scritti dell’avvocato Bongiovanni divenuto famoso perché durante un sopralluogo giudiziario a Zerba ricuperò una spada cartaginese. Dall’Alta Valtrebbia collaborarono anche Edda Antonelli Nobile e la nipote dell’avvocato Bongiovanni, mentre da Bobbio era preziosa l’attività informativa del daziere Fabiano che negli anni Cinquanta e Sessanta visitava spesso comuni e villaggi, anche i più lontani, raccogliendo da curioso osservatore notizie d’ogni genere. Per molti anni è stato Gino Macellari reporter e fotoreporter appassionato di Bobbio e del-

la Valtrebbia. Da Ferriere, il comune più vasto del Piacentino con i suoi 180 Kmq, il nostro quotidiano aveva due efficienti corrispondenti, Luigino Labati, esercente e quindi a contatto con la gente, e Dussana Pecar Cocco, profuga istriana, dirigente l’ufficio postale di Salsominore Valdaveto, sollecita a comunicarci vicende ed episodi della valle più alpestre del nostro Appennino, compresi gli incidenti e le cadute di massi. Da Farini prezioso e attento amico di Libertà è stato il cav. Lino Gioia. Da Marsaglia l’impiegato municipale Lancichinetti ci forniva con diligenza le notizie della zona e così da Zerba la signora Emilia Canevari che ancora nel 1995 si faceva interprete della popolazione auspicando che l’ufficio postale da una casa isolata fosse trasferito in uno dei tre edifici del comune. Dall’isola tra i monti, e precisamente da Capannette di Pei, per telefono avevo ogni informazione sul tempo, sullo sci, sulle escursioni di genovesi e lombardi dalla famiglia Tambussi proprietaria dell’albergo costruito dal cavaliere di Vittorio Veneto Carlo (1899-1969), pioniere del turismo in quelle magnifica conca montana a 1460 metri di altitudine. Pianello aveva eco sul giornale grazie all’entusiasmo dell’esercente Bavagnoli, a tener vivo Nibbiano ci pensava Dotti, mentre per Pecorara la signora Zambarbieri è stata una valida messaggera. Castelsangiovanni, dopo la scomparsa del bravo Botti, ha visto per anni una quotidiana attività di corrispondente svolta da Renato Campolunghi, detto "Bolide", fattorino del giornale in città e "piccione viaggiatore" per Castello. Per la loro equilibrata e ricca attività di corrispondenza da Castelsangiovanni sono diventati redattori del nostro quotidiano Angela Marinetti e Nicelli. Da Pontenure le notizie arrivavano da Recchia, fratello del regista televisivo. Bellini uno dei primi corrispondenti da Bettola.

Primi passi nel giornalismo di Magnaschi e Schiavi Uno studente di Carpaneto, Pier Luigi Magnaschi, frequentando le scuole superiori in città, passava in redazione e consegnava le cronache del suo paese. Il tirocinio a Libertà gli ha portato fortuna al punto di diventare un giornalista famoso, direttore di giornali e periodici nazionali. Ora Magnaschi dirige l’agenzia Ansa. Pietro Freghieri da vari decenni è fedele collaboratore del nostro quotidiano. Le signore Bussandri a Vernasca, Quaglia ad Alseno e l’onnipresente Franco Lombardi a Lugagnano e in tutta la Valdarda (fedele da mezzo secolo a Libertà) danno voce al versante orientale della provincia unitamente al cav. Cesare Pecorini che svolge ancora l’incarico a Castellarquato. Ricordo poi il geom. Carlo Maschi corrispondente da Pontedellolio, l’indimenticabile Serafino

Da sinistra: Gian Franco Scognamiglio al suo tavolo di lavoro; Giuseppe Bozzini collaboratore di Libertà e il mitico fattorino-corrispondente Renato Campolunghi, detto “Bolide”

L’esercito dei corrispondenti Dal Po all’Appennino, paese per paese Maggi, scomparso troppo presto, collaboratore di Libertà da Podenzano e ricercatore di tradizioni e di pagine di storia. Anche Gian Giacomo Schiavi, oggi giornalista del Corriere della Sera, cominciò come corrispondente da Gragnano e poi redattore di Libertà. Negli oltre cinquant’anni di lavoro (l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti risale al 1953) ho avuto modo di conoscere e apprezzare tutti i corrispondenti, in particolare quelli di Cortemaggiore, Rivergaro, Borgonovo, Monticelli, Caorso, Gossolengo, Agazzano, Travo, Calendasco e Bettola dove il fotoreporter Gianni Gaudenzi ha sempre inviato le sue immagini con notizie ben controllate.

Il motorino dei parà americani A differenza dei grossi giornali che possono mandare l’inviato con tanto di autista, guida, interprete (se va all’estero) e fotografo, un foglio di provincia deve essere parsimonioso e arrangiarsi con un redattore tutto fare. Nei primi anni cinquanta Marcello Prati mi affidò per recarmi nelle vallate un residuato bellico, un motociclo che i paracadutisti americani avevano abbandonato in Italia. Il motore a miscela si avviava con una pedalata. Le ruote erano molto piccole. Percor-

di GIAN FRANCO SCOGNAMIGLIO rendo strade polverose, le candele si sporcavano facilmente. Raggiunsi Pianello e Nibbiano. Nei due municipi copiai le pubblicazioni di matrimonio (L’anagrafe - diceva il fondatore 120 anni fa - è la notizia più importante) e scattai qualche foto ai due paesi con la mia Kodak che portavo a tracolla. Iniziai il viaggio di ritorno, ma il motorino era in panne. Pedalai per 40 km con un rapporto molto basso. Arrivai in redazione in serata.

L’epopea delle strade Nell’immediato dopoguerra la statale 45 di Valtrebbia, iniziata da Napoleone nel primo Ottocento, era tortuosa più di oggi, i saliscendi non finivano mai, i parapetti sui burroni erano di legno, l’asfalto raggiungeva a malapena Rivergaro. Tuttavia l’arteria collegava Piacenza a Genova passando per Rivergaro, Bobbio, Ottone e Torriglia. La provinciale di fondovalle della Valnure con le salite di Biana e della Camia arrivava invece soltanto ad un paio di km oltre Ferriere, definito allora "comune mulattiere" perché le comunicazioni con le sue numerose frazioni (Gambaro, Retorto, Selva, Rompeggio, Pertuso, Casaldo-

nato, Grondone, Ciregna, Solaro, S. Gregorio, Cassimoreno, Cassano e con i villaggi in Valdaveto: Brugneto, Colla, Castelcanafurone, Cattaragna, Castagnola, Torrio, Salsominore) erano assicurate con il "cavallo di S. Francesco" lungo le antiche piste dei muli che superavano il crinale attraverso i passi del Crociglia, del Tomarlo, del Mercatello. Dal 1950 al 1980 si è sviluppata l’epopea delle strade. La Provincia con le presidenze dell’ing.Ettore Martini, dell’avvocato Alfredo Conti (eletto poi senatore), dell’avv. Giacoboni, di Fiorenzo Tosi, dell’on. Luigi Tagliaferri, di Giordano Persicani, di Franco Benaglia ha rotto l’isolamento di Ferriere e dell’Alta Valnure anche per la costante insistenza dell’europeista Bernardo Capucciati e di Brugneto. La fondovalle del Nure ha raggiunto Gambaro, Selva, i valichi delllo Zovallo e del Tomarlo, S. Stefano d’Aveto innestandosi a Rezzoaglio sulla strada dell’Aveto, la Marsaglia-Salsominore-Chiavari e quindi il mar Ligure. Contemporaneamente dalla Cantoniera di Farini un’altra provinciale è stata costruita per Lemoline, Montereggio, Passo delle Pianazze, Pione, Ponte Ceno, Bedonia, Tarsogno dove si unisce alla sta-

tale per il Passo Centocroci, Varese Ligure, S. Pietro Vara, bivio per Levanto o per Sestri Levante. La terza strada ha collegato Ferriere con il Passo del Mercatello, Brugneto e Marsaglia unendo così la Valnure alla Valtrebbia e alla Valdaveto. La fondovalle, unendo le province di Piacenza, Parma e Genova era stata promossa statale, ma da un anno la strada di Valnure è tornata provinciale. Unico notevole intervento registrato sulla strada preesistente è stata la costruzione del nuovo tratto Pontedellolio-Bettola sulla massicciata della ferrovia purtroppo soppressa. Da 40 anni invano, dopo convegni e progetti, è stata attesa la rettifica dell’inutile e pericoloso saliscendi Bettola-Camia. Le popolazioni, usufruendo dei cantieri di lavoro, hanno creato numerose strade comunali di collegamento dei comuni con le frazioni. I lavori sono stati seguiti di anno in anno con cronache e fotografie. Ricordo in particolare l’impegno e l’entusiasmo dei frazionisti di Torrio Valdaveto (Ferriere), di Ebbio (Bettola), di Bogli e Artana (Ottone) quando ruppero l’isolamento. La strada arrivò a Torrio, dove era parroco don Guido Balzarini, aprendosi i varchi nella roccia con tremila mine. (SEGUE A PAGINA 13)

Da sinistra: una immagine di Ottone d’estate; gli storici corrispondenti di Libertà Franco Lombardi da Lugagnano e dalla Valdarda; Pietro Freghieri da Carpaneto e qui accanto il cavalier Cesare Pecorini da Castellarquato, fotografato con Carla Fracci

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120 anni su libertà

Libertà è

1957:a Roma nasce la Comunità Europea

1958:la speranza di Papa Giovanni

Il 25 marzo 1957 a Roma vengono firmati i trattati che danno vita alla Comunità Economica Europea (Cee): viene quindi creato il mercato comune delle merci e dei capitali. Nasce anche l’Euratom, che si prefigge lo sviluppo comune dell’uso pacifico dell’energia nucleare. I Paesi firmatari sono l’Italia, la Francia, la Germania Occidentale, i Paesi Bassi, il Belgio e il Lussemburgo.

Morto Pio XII; Angelo Roncalli è eletto il Papa del conclave romano il 28 ottobre 1958. Sceglie il nome di Giovanni XXIII, ma per gli italiani sarà sempre il “Papa buono”. Angelo Giuseppe era nato il 25 novembre 1881 a Sotto il Monte, Bergamo, in una modestissima famiglia di contadini mezzadri in un ambiente povero. Papa Giovanni muore il 3 giugno 1963, dopo 4 anni sei mesi e sei giorni di pontificato: il 3 settembre 2000 viene beatificato.

Per l’orecchio della libertà nulla è più dolce del tumulto e delle grida di un’assemblea del popolo. SAINT-JUST (rivoluzionario francese, 1767-1794).

Libertà diede alle stampe tre guide antologiche dedicate a Valtrebbia e Valdaveto, Valnure e Valceno, Valdarda e Valchero

Da sinistra: Giulio Cattivelli, il fotografo Gianni Gaudenzi di Bettola autore di straordinari reportage sulla Valnure e una bella immagine di Bogli di Ottone, il villaggio dei Toscanini

Quel viaggio nelle vallate Le bellezze naturali, le tradizioni, la storia (SEGUE DA PAGINA 12)

Il convegno di Ottone nel 1955 La tesi di laurea di un ingegnere piacentino, Cesare Corvi, da me illustrata sulla Libertà del 4 novembre 1954, delinea il progetto di una strada camionabile Genova-Bobbio-Piacenza indispensabile al porto ligure per collegarsi direttamente con il centro della Valpadana, col Veneto e il Brennero. Corvi prevede di ridurre le pendenze della 45, raggio di curve di 150 metri, lunghezza ridotta a 122 km e mezzo, con un risparmio di 19 km. Sull’argomento il sindaco di Ottone, Francesco Lanero, presidente del Tribunale di Piacenza, organizza un convegno dei sindaci della Valtrebbia, piacentina e genovese, e di esponenti delle istituzioni. Alberto Ratti, sindaco di Rivergaro, denuncia le "curve della morte" di Niviano. L’avv. Conti, allora assessore provinciale alle finanze, accompagna una delegazione dal direttore generale dell’Anas, ing. Fraschetti, presenti Francesco Cremona presidente della nostra Camera di commercio e l’avv. Grandi presidente dell’Ente turismo. Da un successivo convegno svoltosi a Bobbio il 24 agosto 1958 nascerà l’Ente di ammodernamento del-

la Genova-Piacenza. Il Genio civile costruisce in quegli anni la Cerignale-Cariseto-Orezzoli-Alpepiana che collega Valtrebbia e Valdaveto genovese. In Valtidone si realizza da Nibbiano la strada lungo il Tidoncello per Pecorara, Cicogni che a Vacarezza si unisce alla Bobbio-Penice.

Il telefono a Bogli Bogli di Ottone, il villaggio dei Toscanini, nell’inverno del 1956, nonostante l’abnegazione del medico dottor Zilli protagonista di una camminata massacrante nella neve, vede morire Carlo Fossa, 53 anni, colpito da peritonite. Libertà dà notizia del tragico episodio dovuto all’isolamento del paese, distante otto ore di mulattiera da Ottone. L’articolo commuove il ministro delle poste, il socialista Simonini, che comunica alla nostra redazione di aver disposto l’allestimento della linea telefonica per Bogli.

I volumi delle vallate Percorrendo strade e sentieri di tutta la provincia, raccogliendo notizie e scattando fotografie, unendo diversi collaboratori appassionati di montagna è stato possibile dare alle stampe tre volumi antologici dedicati alle principali vallate piacentine. Marcello Prati ne fu entu-

siasta e così il presidente della Camera di commercio Francesco Cremona e il vescovo di Bobbio, mons. Zuccarino che ricevette me e Gino Macellari nell’episcopio per darci atto che eravamo riusciti ad unire tutti i paesi, grandi e piccoli, della Valtrebbia e della Valdaveto. Umberto Fava presentando nel 1970 su Libertà la guida antologica "Valtrebbia e Valdaveto", arricchita dalle foto di Cisco Corvi, Franco Franzini, fratelli Gaudenzi, Fagnola, Strinati, Tassini e nostre, così la definisce: "Un affascinante viaggio tra le bellezze naturali, le tradizioni e la storia delle nostre due amene vallate che piacentini e forestieri dovrebbero conoscere". L’anno dopo, 1971, è la volta di "Valnure e Valceno" collegate dalla "nuova" strada intervalliva Ferriere-Tomarlo che agevola i contatti con Bedonia e con i paesi del Parmense compresi nella diocesi di Piacenza-Bobbio: " Scorribanda per Valnure e Valceno in 250 pagine affettuose" intitola Giulio Cattivelli il suo pezzo di presentazione apparso il 26 agosto 1971 con l’elenco dei collaboratori: Ferdinando Arisi che rifà la storia di Bettola dal 1500 a oggi, Enrico Sperzagni, Laura Gregori, Carmen Artocchini, Serafino Maggi, Dante Rabitti, Amelia Bussa Marchand, Bruno Ferrari, Gaetano Cravedi, Giustina Satta, Umberto Fava, Enio Concarotti, Aldo Am-

brogio (la leggenda del lago Nero), Maria Grazia Previdi, Marco Canepari, Federico Tagliaferri, Aurelio Arzani, Vincenzo Bertolini (che ricorda le imprese di Amedeo Polledri da Groppallo, detto "Rondinella" corridore ciclista dominatore sulle piste d’Italia e di Francia), Silvio Cravedi, Giorgio Fiori, Rino Casaroli, Giulio Filipazzi, Sara Lusardi e le fotografie di Gianni Croce, Gigi Manfredi, Gianni Gaudenzi, Calderone, Tezza, Giuliano Vezzi, Pierluigi Barbieri, Italo Cibolini e Leonida Lencini.

Tipografi e rilegatori all’Agnello di Bettola "Il termine guida - commenta Cattivelli - è troppo restrittivo per definire l’originale fisionomia del libro, che ha piuttosto - nei limiti geografici del territorio preso in esame - le caratteristiche di una vera "summa" antologica e di uno zibaldone di lusso....Stampata in veste nitida ed elegante dallo Stabilimento Tipografico Piacentino, "Valnure e Valceno" è un’opera da contemplare, daconsultare e da leggere. Aggiungeremmo anche "da amare", senza timore di retorica perché è stata redatta con autentico filiale e contagioso amore per uno degli angoli più genuini e cari della nostra piccola patria". Cattivelli rileva che anche le più autorevoli guide turistiche

Da sinistra: il fotografo-pioniere Cisco Corvi, il maestro della fotografia Gianni Croce che ha lasciato un enorme patrimonio di foto e (a destra) Paul Draghi, il più illustre degli emigrati piacentini in America, per anni responsabile della sicurezza a New York

hanno un tono di freddezza e di impersonalità del tutto assente in quest’opera "artigianale" frutto di conoscenza antica e di osservazione diretta dei due autori - Gianfranco Scognamiglio e Gino Macellari - che vi hanno visibilmente trasfuso non solo una ferrata competenza di luoghi e problemi grandi e piccoli, ma anche tutto il loro entusiasmo di appassionati perlustratori di ogni angolo della nostra provincia". Il presidente camerale Francesco Cremona volle riunire a colazione all’Agnello di Bettola il 5 febbraio 1972 tutti i collaboratori della guida antologica, ospiti del cav. Eugenio Montanari, che preparò per l’occasione i trotelli all’Eugenio, bocconcini di polenta e zampone alla Valnure, arrosti misti, patate di Mareto, assaggio di trippa, crostata casalinga accompagnati dai vini dei colli della Valnure. Alla colazione d’onore parteciparono pure gli amici tipografi e rilegatori di "Libertà" che meritano di essere ricordati perla fervida collaborazione: Angelo Maini, Giuliana Grisi, Bruno Dotelli, Eva Groppalli, Pierino Pendenti, Fiorenzo ed Emilio Arcari, Piero Villa, Luigi Soressi, Ciro Mari, Adriano Cisini, Desiderio Orchidea, Giuliano Ruffinotti, Stefano Lunini, Giuseppe Casella, Oscar Marenghi, Dino Simonetta, Enrico Boni, Franco Camia, Carlo Achilli, Giuseppe Risosi e Claudio Orcesi. Nel 1975 sono stati editi, uniti, il terzo e quarto volume "Valdarda e Valchero" di 467 pagine con la splendida copertina a colori di Cisco Corvi raffigurante la piazza medioevale di Castellarquato adorna di prodotti tipici.

I "bisturi d’oro" di Mareto Dopo la vittoriosa battaglia condotta dalla popolazione contro la minaccia dell’esproprio di tutto il verde altipiano del monte Aserei da parte del ministero della difesa intenzionato a trasformarlo in un campo militare permanente, il paese di Mareto (che una targa stradale a Farini chiama Real Mareto) ha costituito un comitato locale, presieduto ora da Stefano Garilli, per premiare ogni anno con il "Bisturi d’oro" un medico distintosi come benefattore dell’umanità. Dal 1974 fra i prescelti dal comitato ci sono medici condotti d’antico stampo e insigni professionisti portati alla ribalta dalle cronache nazionali. Hanno accolto l’invito affettuoso di Mareto, sono stati premiati e applauditi dalla gente i medici Secondo Miti di Farini e Pontedellolio, Dario Inzani di Bore e Morfasso, Paolo Amoretti di Perino (alla memoria), Ezio Morelli di Legnano, Mario Viganò di Pavia, Gastone Zilio di Piacenza, Bruno Curtoni di Ziano, Giuseppe Bocciarelli di Genova, Carlo Nani di Bettola e Castelsangiovanni, Guido Caccia di Brescia, Paolo Emilio Bianchi di Pavia, Pietro Bassi di Courmayeur, Felice Pellegrino di Parma, Alberto Reggiani di Travo e Bologna, Alessandro Pellegrino di Milano, Luigi Cavanna di

L’epopea degli emigrati piacentini raccontata da Libertà: da Paul Draghi a Frank Forlini, dai Gazzola ai Mosconi Piacenza, Luigi di Bella di Modena, Caro Marcelletti di Modena (ora primario a Palermo), Victor Vertes di ClevelandUsa, Alessandro Rossi di Pianello e Pavia e nel 2002 Marco Lanzetta di Monza. Gli ospiti hanno avuto parole di gratitudine per l’iniziativa e di ammirazione per la vallata del Nure. Sono stati intervistati da Libertà.

In Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Brasile con gli emigrati piacentini Ho conosciuto numerosi emigrati piacentini durante le vacanze nelle nostre vallate e sono stato lieto di conoscere le loro storie e il loro attaccamento ai paesi d’origine riferendo quindi le loro vicende e le loro impressioni nelle pagine di Libertà. Ho avuto anche la possibilità di incontrare tanti piacentini a Parigi, Londra, New York, S. Francisco, Los Angeles, Las Vegas (le sorelle Pugni di Mareto), in Brasile e in Svizzera. Alcuni li ho visti impegnati nel lavoro di ogni giorno, molti, se non tutti con una grande nostalgia dell’Italia. Non starò qui a ricordare il generoso poliziotto d’America Paul Draghi o Frank Forlini, Roberto e Silvana Chiappelloni, i Gazzola, i Morisi, i Rapacioli, gli Scagnelli, i Guglielmetti, i Mosconi, i Cavanna, i Picca, gli Zanellotti e gli Zavattoni sempre presenti al raduno annuale di novembre della Società Valtrebbia e Valnure all’Astoria Manor per la consegna delle borse di studio ai figli degli emigrati distintisi nelle università americane. Desidero accompagnare i lettori a Prosperidad, un villaggio nato dal lavoro agricolo (integrato dallo scavo di marmo nero) di una famiglia piacentina emigrata in Brasile nel 1889 e dai suoi numerosi discendenti. Laggiù c’era ancora l’imperatore Pedro II quando la reggente Isabella abolì la schiavitù come vollero i liberali. La repubblica venne proclamata nel 1891 e pochi mesi dopo l’imperatore morì in esilio a Parigi. Pedro Scaramuzza (il cognome in Brasile ha mutato le due zete in esse diventando Scaramussa) nato a Fiorenzuola il 16 luglio 1854 sbarcò a Rio de Janeiro con la moglie Giuseppina Braceschi di Carpaneto e tre bambini, Luigi di 9 anni, Angelo di 7 e Giuseppe di 5. Trasbordati su un altro vapore furono inviati a Vitoria, nello stato dell’Espirito Santo. Poi con i carri raggiunsero Cachoeiro de Itapemirim sulle colline infestate di serpenti e di scimmie. La famiglia lì fondò Prosperidad, ebbe altri figli, coltivò la terra. Fra i discendenti oggi ci sono industriali, avvocati, sacerdoti, suore trasferitisi pure in altre città. In occasione del centenario dello sbarco in Brasile, i pionieri sono stati festeggiati nella bianca chiesa del Sacro Cuore che emerge da campi di caffè e di miglio tuttora coltivati dagli oriundi di Fiorenzuola e Carpaneto. Sono stato ospite di Luiz con il farmacista di Pianello, dottor Sergio Scaramuzza. Luiz a nome dei settecento discendenti ha promesso un monumento ai capostipiti e si dice orgoglioso della sua origine italiana. I discendenti degli schiavi formano una comunità a sè, lavorano la terra e il marmo. Hanno pure costituito una banda musicale folk che ha tenuto concerto sul sagrato della chiesa. Gian Franco Scognamiglio 27-01

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120 anni su libertà

Libertà è

1960:addio a Coppi 1961:il mondo trema stroncato dalla malaria E’la crisi di Cuba Per un attacco di Malaria, in questi tempi non riconosciuta, il 3 gennaio 1960 muore, a Tortona, Fausto Coppi. La malattia e la morte di Coppi, protagonista insieme a Gino Bartali del ciclismo del dopoguerra, sono seguite con partecipazione da tutto il Paese. Il campione si era ammalato in seguito ad un viaggio a Burkina Faso: la sua relazione con Giulia Occhini, meglio nota come “Dama bianca”, aveva occupato per molto tempo le prime pagine dei giornali.

La libertà d’opinione ti consente di ascoltare quelli che esprimono opinioni a tuo nome.

Molti esuli cubani, in seguito alla rivoluzione castrista, trovano asilo negli Stati Uniti. Un gruppo, addestrato dalla Cia, sbarca nella Baia dei Porci a Cuba per eliminare Castro: è il 15 aprile 1961. Ma il popolo, invece di ribellarsi, si schiera con il Lìder Màximo. Gli anticastristi chiedono aiuto a Kennedy, che rifiuta. Lo stato di tensione porta inevitabilmente Cuba ad avvicinarsi a Mosca.

EDUARDO GALEANO (scrittore uruguaiano, 1940)

La forza e il coraggio di cambiare Bacialli, il primo direttore esterno, racconta la svolta uattro anni fa un giovin signore mi guardò di sbieco e disse, bieco: «Se lei vuole restare direttore non ci sono problemi. Ma il motto della nuova società editoriale sarà: si torna all’antico!». Girati i tacchi, scesi le scale, accarezzai l’ultima linotype nel museo al pianterreno, un saluto alla Roberta dai due telefoni per lobo, e via dal giornale "fondato da Ernesto Prati nel 1883". Mi voltai per l’ultima volta verso il palazzone di via Benedettine. E come accade a Norman Bates nel film "Psycho", vidi, dietro un vetro della tipografia, una sagoma sinistra e ne avvertii lo sguardo. Non lanciai un urlo di raccapriccio, ma voltai subito l’angolo. Finì così, come nel capolavoro di Hitchcock, la mia straordinaria avventura di direttore a Libertà. Due anni indimenticabili, a rivoltare come un calzino un’antica, gloriosa testata che per cent’anni e passa era rimasta tal quale, con l’agenda cittadina in seconda pagina, una sontuosa Terza culturale, i morti al centro del giornale e a volte lo sport prima degli esteri. Con il rispetto che meritano i defunti, li spostammo in fondo e qualche piacentino del sasso guardandomi esterrefatto ammonì: «Succederà l’ira di Dio, perderemo tutte le necrologie, crolleranno le vendite». Non accadde nulla di catastrofico, solo una tranquilla telefonata di una signora di Vezzolacca che poi prese a portarmi, una volta al mese, scatole di patate: «Ma dove sono finiti i morti?». Poi più nulla, perché il lettore si abitua, in un paio di giorni, a tutto. «Si torna all’antico!». Ammesso e non concesso che avessi avuto la voglia e la forza di rimanere a Libertà senza la signora Donatella Ronconi, che mi aveva nominato direttore e a cui dovevo tutto (l’autonomia, il sostegno costante, la propensione ad innovare, la fiducia e la disponibilità che dimostra sempre ai suoi collaboratori ecc.), avrei mai potuto restare in un giornale completamente rimodernato che doveva tornare all’antico? No che non avrei potuto, e quindi feci subito, mio malgrado, le valige. Fossi stato certo che la signora Ronconi sarebbe tornata alla guida del giornale, non mi sarei mai mosso da lì. Ma non avevo la sfera di cristallo e i nani e le fatine erano, in quella fase, davvero troppi. Il giorno in cui varcai il Po diretto a Piacenza ero piuttosto preoccupato. Sapevo di essere il primo direttore esterno in una grande famiglia di editori in cui a un direttore che se ne andava subentrava un parente. Una grande sfida, una grande responsabilità, dunque. E non pochi rischi da affrontare. I piacentini, mi avevano poi informato, erano chiusi e non amavano gli "stranieri". Scoprii ben presto che si trattava di un luogo comune adatto ad ogni provincia d’Italia. Basta vedere come sono "aperti" i veneti e quanto essi amino i foresti per rendersi conto che la diffidenza e l’isolamento non sono caratteristici di Piacenza, ma di quasi ogni piccola e media città italiana; dove c’è sempre, nella storia, uno "straniero" buttato dalla finestra, accoltellato, avvelenato, o fatto a pezzetti. E il foresto, avvicinato dagli indigeni, viene sempre messo sul-

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l’avviso: qui hanno cacciato il tale, qui hanno arrestato il talaltro. Per la serie bei biglietti da visita che inducono all’ottimismo. Qualcun altro spiegò: i piacentini sono come i palazzi in cui vivono, brutti fuori ma belli dentro. Anche qui, se non facciamo di ogni erba un fascio non siamo contenti. Ci sono piacentini brutti fuori e belli dentro, e viceversa, come in ogni parte del globo. Entrai subito in grande sintonia con la città. Scoprii che i piacentini non erano imbalsamati come la leggenda vuol far credere siano, e nemmeno riluttanti ai cambiamenti. Essere cauti, procedere con i piedi di piombo, ponderare le decisioni importanti non significa agire da mummie. È tipico delle civiltà agricole muoversi con prudenza, preferire la moderazione agli eccessi, il silenzio alle urla, la riservatezza all’esibizionismo. Certo, ci sono le invidie, ci sono le gelosie. Mi piacque molto una barzelletta su un contadino che pur di non vedere arricchire il suo vicino preferisce farsi cavare un occhio. È la cultura dell’ostruzionismo contro chi emerge, che vale a Piacenza, come a Vicenza e a Treviso. Cambia solo lo strumento con cui si ostacolano i nemici e quanti preferiscono il "fare" al "non fare", il progresso e il riformismo alla conservazione: bastoni tra le ruote, trappole, veleni. Oppure le secche su cui i veneziani, fingendo di scappare, conducevano le navi che volevano conquistare

di LUIGI BACIALLI *

«Libertà continua a crescere e migliorare. Per me è bello pensare di aver dato il mio contributo a tenere alta la bandiera»

La prima riunione dei corrispondenti di Libertà nel 1997. In alto Luigi Bacialli

la Serenissima. Qui nel Nordest è una tecnica molto collaudata: fingendo di farti entrare in porto cercano di farti arenare nel fango della laguna. Capita ai foresti, ma nemo profeta in patria. Ci hanno provato anche con Benetton, colpevole di essere diventato il più

grosso gruppo industriale italiano. Così, se lancia l’Opa sulle Autostrade, parte la contro-opa, anche se non ci sono possibilità di spuntarla, l’importante è rompere le scatole a chi si "allarga" troppo. A Piacenza c’è chi non vuole che Libertà continui ad essere

forte ed egemone. Ci hanno provato in tanti a fermarla, a indebolirla, ma se ne sono sempre tornati a casa con le pive nel sacco. C’è chi non ha ancora imparato la lezione; ma imparerà, oh se imparerà. Poi esiste una lentezza proverbiale degli italiani, non dei piacentini, che si riscontra anche nella banca in cui l’impiegato allo sportello ti pianta in asso e va a fare shopping o nei negozi in cui le commesse ciacolano senza degnare di uno sguardo il cliente. A Vicenza hanno bombardato il teatro comunale nell’ultima guerra, e da allora sono stati finanziati progetti di teatri mai realizzati. Ora pare sia la volta buona, ma è passato mezzo secolo. A Libertà, con la signora Ronconi, abbiamo avuto la forza e il coraggio di cambiare. C’erano allora e ci sono ancora dei giornalisti di razza, della cui collaborazione ogni direttore vorrebbe avvalersi: Giorgione Lambri, Maurizio "Raul Bova" Pilotti, Alberto Agosti, solo per citarne alcuni. C’erano ottimi poligrafici, dei rotativisti-acrobati, una concessionaria di pubblicità che è una macchina da guerra. Sono tempi duri per tutta l’editoria ma a Libertà la crisi fa il solletico, e basta vedere la coda, dei lettori, alla domenica, davanti alle edicole. Quella volta il destino mi diede anche una mano con le vendite. I giornali vivono delle disgrazie altrui perché se un incidente stradale a Rivergaro

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«Libertà,una piazza aperta al confronto» Fa“ragionare”la città e le vallate sul presente e sul futuro dei piacentini di PIETRO VISCONTI * ara "Libertà", ci siamo conosciuti di persona quando stavi per arrivare ai cento anni. Di anni ne sono passati altri venti, e per partecipare a questa nuova festa vorrei farti qualche confidenza. Partiamo dalla fine degli anni ’70. Fresco di liceo, guardavo a te come a una meta inaccessibile. Divoravo giornali invece che (come avrei dovuto) libri d’università. L’unica facoltà che davvero mi attraeva era la redazione di un quotidiano. E il quotidiano era lì, sotto casa, così familiare e allo stesso tempo così aristocratico. Assunzioni ne faceva pochissime. La mia domanda-tormento era: ci sarà mai un modo per entrare? Un giorno mi decisi ad azzardarla con Pietro Boglioli, allora cronista del consiglio comunale. Risposta: dai, andiamo. Fu come se il ponte levatoio di quella che a me sembrava una fortezza cominciasse ad abbassarsi. Prima stanza a destra appena varcato il portone di via Benedettine, un pomeriggio di gennaio del 1980. Era qui l’appuntamento con Ernesto Leone, il capo della cronaca. Con lui attraversai per la prima volta il maestoso salone della tipografia e sentii quasi fisicamente la magìa dell’incontro che ogni notte, fondendo parole inchiostro piombo e carta, faceva nascere in quel luogo un giorna-

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le. E a quella magìa cominciai di lì a poco a portare i miei piccoli contributi da collaboratore. Salvo inganni della memoria, debuttai con un articolo dedicato a un giramondo arrivato a Piacenza dal Giap- Il piacentino pone in bicicletta. Pietro Visconti Nella città di quegli anni, già uno straniero accendeva un moto di curiosità: figurarsi un tipo così. Di quella "Libertà", Ernesto Prati era direttore da trent’anni. Il giornale ne rifletteva, come è ovvio, la personalità. Non solo per paradosso, oserei dire che Prati si accendeva per i fatti piccoli (o apparentemente tali) forse di più che per i fatti di evidente grande importanza. Forse perché i primi arrivano in redazione sulle gambe dei giornalisti e i secondi ci arrivano in un certo senso da soli. Comunque sia, di fatti (cosiddetti) minori Prati ne voleva il più possibile sul giornale, a volte li portava lui stesso fino al bancone della tipografia, magari corredati da fotografie anch’esse opera sua. Era un grande esempio di curiosità professionale e di umiltà nel concorrere alla stesura di quel "diario civico" che è un quotidiano locale. E quell’at-

teggiamento del numero uno si faceva anche tratto costitutivo della redazione. Un dettaglio stilistico era secondo me tutt’altro che casuale. Gli articoli dei redattori della cronaca cittadina, il cuore del giornale, in quegli anni comparivano senza firma. Gli autori, prima che preoccuparsi della loro piccola gloria personale (la "visibilità", si direbbe oggi), si sentivano parte di una compagine e questo bastava loro. (Tra parentesi: sarà perché ho visto in seguito da vicino certi danni provocati da eccessi di amor proprio, che ogni tanto sogno giornali con poche, qualificatissime firme. Impossibile e forse pure anacronistico, lo riconosco. Ma è la forma estrema di un desiderio di tutela della nobiltà del mestiere di giornalista dalle tentazioni di risolvere tutto in esibizione). Alla "Libertà" stavo benissimo. Ero orgoglioso di raccontare la vita della mia città, prima di tutto. Ed ero contento di farlo cambiando continuamente punto di osservazione: dalla politica alla cronaca giudiziaria, dalla scuola allo sport, dal mondo della solidarietà alle tragedie private che in provincia spesso diventano autentico dolore pubblico (a proposito: che scuola di vita imparare ad avvicinarsi con rispetto ai lutti altrui per scriverne). Un’altra fortuna era quella di trovarmi circondato da colleghi non solo più maturi ma anche dotati di una natura-

le maestrìa. Dico maestrìa proprio per intendere l’arte di insegnare. Non è automatico poter contare sulle correzioni giuste al momento giusto. Io credo di essere capitato in una di queste "scuole". E oltre a coloro che ho già menzionato, mi piace ricordare chi non c’è più: Nello Bagarotti e Gianni Manstretta. Sono stato loro compagno di stanza e vorrei dire che la grazia della loro scrittura era un modo di esprimere la passione per la vita. Cara "Libertà", mi chiedono che effetto fai adesso vista da lontano. A me che ti seguo grazie all’edizione on line su Internet sembra che tu abbia un’ottima cera. Rinnovarsi senza perdere il legame con una tradizione ultrasecolare è un’operazione complessa, eppure necessaria per non trovarsi spiazzati in un mondo, anche editoriale, tutto in movimento. Noto in particolare che le tue antiche pagine, oltre che abbondanti di informazioni, sono sempre più una piazza aperta al confronto di idee sul presente e sul futuro di Piacenza e dei piacentini. Far "ragionare" la città, renderla consapevole della vitalità delle sue tradizioni, valorizzarne le energie migliori, riscoprirne le qualità trascurate: è un bel modo per onorare questi primi 120 anni. * Vice caporedattore di Politica Interna del quotidiano “La Repubblica”

provoca quattro morti residenti nella zona, quel giorno si vende il triplo. È così, purtroppo, il mondo dell’informazione è cinico perché la cronaca è sempre più nera e c’è l’assuefazione. Ero arrivato da qualche giorno e deragliò il Pendolino. I nostri piombarono lì pochi minuti dopo la tragedia. Fotografammo Cossiga che usciva malconcio da un vagone, vedemmo i morti e i feriti, parlammo con i testimoni. Quella settimana i giornalisti di Libertà fecero un reportage di primissima qualità che valse loro il Premiolino. Vendemmo una montagna di copie in più. Ricordo il giorno in cui scrissi in prima pagina un editoriale intitolato: «Ma sì, facciamoci del male». Apriti cielo. Quel pezzo provocò un terremoto politico perché, per la prima volta, il giornale rompeva gli schemi del tran tran quotidiano dei signori del Palazzo, cui per decenni nessun organo di informazione aveva rotto tanto duramente le scatole. In fondo mi ero limitato a criticare l’ostinazione con cui una parte politica, al solo scopo di guastare le feste all’altra, si opponeva alla realizzazione di un’area industriale degna di un importantissimo crocevia padano. Come ai tempi di Guareschi, ci fu chi in Consiglio comunale sparò a palle incatenate contro il giornale che si era permesso di accusare una certa politica locale di immobilismo strumentale e autolesionista. In quel periodo aprimmo la grande tribuna della pagina delle lettere, che erano relegate in due colonnine. Fu una valanga di interventi che arrivavano dalla città e da paesi e paesini, anche quelli sperduti sui monti. Destò scalpore la storia della bella ragazza che raccontò di essere sola e abbandonata, e di non avere amici. Divenne un personaggio nel giro di pochi giorni e tutta la città cercò, senza successo, di individuarla. Non paghi, ci inventammo anche un pesce di primo aprile. Titolammo in prima: canguro in fuga nel centro di Piacenza, con tanto di cartina delle strade percorse, saltellando, dall’animale. I piacentini, che hanno il senso dell’umorismo, apprezzarono. Una settimana dopo un cinghiale percorse davvero le vie della città e alla fine fu abbattuto a fucilate, ma nessuno ci credette. Potrei continuare ancora a lungo ma non voglio tediare i miei amici piacentini. Ringrazio il direttore Gaetano Rizzuto e la signora Ronconi per avermi permesso di "rientrare", su queste colonne, a Piazza Cavalli. Per Piacenza e per i piacentini provo molto affetto e riconoscenza. Avevo cercato di fare un giornale pensato per loro, che fosse sempre più di servizio e che sentissero sempre più vicino; e loro mi hanno onorato della loro amicizia. Intanto Libertà continua a crescere e migliorare e per un ex direttore è bello pensare di avere dato un piccolo contributo a tenerne alta la bandiera. Due di 120 anni sono pochini. Ma per me sono stati come un secolo e li ricorderò sempre con grande nostalgia. * Direttore del Gazzettino di Venezia già direttore di Libertà (Dicembre 1996-Novembre 1998) 27-01

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120 anni su libertà

Libertà è

1962:addio Marilyn “Suicida”la Monroe

Il giallo Mattei: l’aereo precipita

Il 6 agosto 1962, nella sua camera da letto, ad Hollywood, viene trovata suicida Marilyn Monroe. Ha trentotto anni. E’ la fine di un mito. Accanto al cadavere, un flacone vuoto di barbiturici che, tuttavia, non è sufficiente per placare i dubbi che si insinuano attorno alla sua morte. Ma la sua fama è destinata a non estinguersi: i suoi film diventano veri e propri cult. Tra gli altri, “A qualcuno piace caldo”, “Quando la moglie è in vacanza”, “Eva contro Eva”.

Sabato, 27 ottobre 1962, ore 18.57. La torre di controllo dell’aeroporto di Linate perde i contatti con un piccolo bireattore, un “Morane Saulnier”, di proprietà dell’Eni, l’ente petrolifero di stato. A bordo, il presidente della società Enrico Mattei, un giornalista inglese, William Mc Hale e il pilota Irnerio Bertuzzi. Il 6 novembre Mattei si sarebbe recato in Algeria per firmare un accordo sulla produzione di petrolio, scomodo per le “sette sorelle” del cartello mondiale.

La mia libertà, la mia dignità di uomo consistono nel rifiuto di obbedire ad un altro uomo. MICHAIL ALEKSANDROVIC BAKUNIN (agitatore anarchico russo, 1814-1876)

Storia di un“corrispondente speciale” Pierluigi Magnaschi, da Carpaneto a direttore dell’Ansa ..

di PIERLUIGI MAGNASCHI*

.LA MIA LIBERTÀ.

La famiglia Prati odorava di leggenda di GIANGIACOMO SCHIAVI*

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o cominciato con lo sport. Venti righe e un tabellino con i gol e gli ammoniti. Prima di mandare il pezzo in redazione il titolare dell’ufficio di corrispondenza, un’ex guardia comunale, controllava parola per parola. Poi metteva la firma, ma non era la mia. Scrivevo a mano, o con una Olivetti in prestito, e ogni volta che “Libertà” pubblicava una corrispondenza da Gragnano facevo il giro del paese per dire che l’avevo scritta io. Non ricordo quante porte ho bussato prima di entra- Giangiacomo re in via Benedet- Schiavi tine 68, ma avevo appena vent’anni quando mi sono trovato davanti a Ernesto Prati, il direttore. L’ufficio era in fondo a un corridoio che sembrava un’alveare, a destra c’erano i gabbiotti degli spettacoli, dello sport e della provincia, in una nicchia c’era il cavalier Bertolini che a ottant’anni pigiava ancora sui tasti di una “Remington” e tutt’intorno si agitavano tipografi e fattorini. Avevo portato un articolo sulla poesia russa del novecento, un elzeviro su Majakowsky e un libretto scritto con la prefazione di Igino Maj e stampato dalla Tep, che aveva vinto il premio “Città di Piacenza”. Credo che oggi allontanerei chiunque mi si presentasse così chiedendomi di fare il cronista, ma nel maggio del ’74 andò bene. Il direttore mi chiese di ripassare nel giro di una settimana e mi spedì a prendere ordini da Gianni Manstretta, il capo degli spettacoli. Prima intervista con firma: Achille Togliani, alla “Sirenella”. Mi viene da piangere se penso a mio padre e a mia madre: non sapevano come sarebbe andata a finire ma non mi avevano mai visto così felice. “Libertà” era un altro mondo e un’altra vita, i giornalisti appartenevano a un’elite che si trovava ogni anno alla Croce Bianca, la famiglia Prati odorava di leggenda, di notti in tipografia, di potere e di semplicità. Anche i dipendenti avevano storie da romanzo, come il tipografo Branko Morovic, il fattorino “Bolide”, il proto Dotelli o il ragionier Ghigini , ma tutto era avvolto dalla discrezione, dal senso di appartenenza. Alle sei del pomeriggio arrivava il mitico Cattivelli, critico cinematografico, e con lui si creava l’atmosfera del club. Luigi Tadini, il nostro “Cip”, presidiava il centralino e l’agenda dello sport provinciale, con lui si faceva campagna acquisti estate e inverno. Marcello Prati, l’editore, piantonava il tavolo della tipografia con le lenti sul naso e i fornitori che andavano e venivano, Ernesto Prati invece era temuto dopo la mezzanotte, quando le sue sfuriate per ribaltare il giornale lasciavano il segno. Entrare in questa squadra non era per niente facile, perché si nutriva della “piacentinidad”, come mi spiegava Vito Neri, un giornalista che l’editore coccolava con l’affetto di un figlio. Ma c’era sentimento e aiuto e affetto per il giovane aspirante cronista venuto da Gragnano. Mi hanno voluto bene in tanti, e li ricordo tutti, nella tipografia delle linotypes. E quando sono uscito la prima volta per un morto in un incidente stradale, Nando Boschi, il reporter di nera, mi ha incoraggiato, come Gianfranco Scognamiglio che mi portava in barca nelle golene allagate del Po. Ma dovrei parlare di tutti i colleghi, perché mi hanno dato tutti qualcosa alla “Liberta” . Anche la capacità di sognare, di sentirsi grandi in una piccola meravigliosa città. *Capo Redattore Cronaca di Milano, Grande Milano e Lombardia del Corriere della Sera

ognavo da sempre di fare il giornalista. I miei genitori avevano a Carpaneto una drogheria-tabaccheria. Non c’erano, nei primi anni Cinquanta, le buste di plastica e, per avvolgere i prodotti venduti, si usava la carta da giornale che, sempre a quei tempi, aveva anche funzioni meno nobili. I giornali vecchi li acquistavamo dall’edicolante. Erano i cosiddetti resi. Cioè quotidiani non venduti ai quali l’edicolante toglieva la striscia di carta che riproduceva la testata (che rinviava all’editore per dimostrare che la copia non era stata venduta). Queste copie venivano acquistate al chilo. E inevitabilmente c’erano molte copie dello stesso giorno. Ma io mi impuntai e, all’età di 10 anni, davanti a un’edicolante che sbuffava, sceglievo solo copie uniche di giornali, tutte diverse l’una dall’altra. E, sia pure in ritardo, mi leggevo tutti i giornali, dalla prima all’ultima pagina (ma allora erano molto smilzi) prima di cederli a mia mamma che, con essi, faceva i pacchetti. Ero un lettore precoce, velocissimo e onnivoro. A 12 anni vinsi il mio primo concorso giornalistico. Si trattava di fare un articolo per il "Vittorioso", un settimanale per bambini allora molto in voga (fra i disegnatori c’erano Jacovitti, Caesar e via dicendo). Vinsi, come premio, un aeroplanino di legno molto sottile che, con una molla che faceva frullare l’elica, avrebbe dovuto prendere il volo ma che non riuscii mai a far decollare. Ovviamente il mio quotidiano di riferimento era la Libertà. E il "giornalista" di Libertà a me più vicino era il signor Schiavi, impiegato del Comune, sezione anagrafe. La sua collaborazione consisteva essenzialmente nell’invio, una volta al mese, della rubrica: nati, morti, sposati. Francamente pensavo di poter far di più. Ma non pensavo nemmeno per sogno di prendere il "posto" di un amico di mio padre. E, del resto, chi, a Piacenza, alla "Libertà", avrebbe dato retta a un bambino? Passò qualche anno. A un certo momento seppi per caso, dallo stesso signor Schiavi, che lui avrebbe cessato la sua collaborazione alla Libertà. Avevo 16 anni ma ne dimostravo quasi venti. Presi il coraggio a due mani e mi presentai alla redazione di Libertà, in via Benedettine. Entrai nell’atrio. Non c’era nessuno. Stropicciai i piedi. Niente. Feci qualche colpo di tosse. Niente. Imboccai allora un corridoio a sinistra. Non c’era anima viva. Sbirciai nella prima porta a destra che era spalancata. Dava su un ufficietto strettissimo e profondo. C’era un giornalista alto e magrissimo, schiacciato fra la scrivania e il muro, che tormentava i tasti di una macchina da scrivere. Seppi dopo che era Vito Neri. Mi disse, molto cortese: "In che cosa posso esserle utile?". "Beh, io, sa, vede, non so, vorrei fare il corrispondente da

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“ Il mio primo servizio su Libertà fu in trasferta, a San Giorgio. Ci andai con la Topolino catarrosa di Gaudenzi per intervistare il campanaro del paese Pierluigi Magnaschi, da corrispondente di Libertà da Carpanento a direttore dell’Agenzia Ansa

Carpaneto". "Bel paese, importante per noi e credo anche un po’ scoperto. Venga che le presento il responsabile della cronaca provinciale, Gianfranco Scognamiglio". Trovai Scognamiglio all’angolo di uno stanzone poco illuminato, che si raggiungeva superando la barriere surreale di linotype nere. Scognamiglio lavorava sotto il fascio di luce di una lampada da tavolo. Mi disse, come se mi avesse conosciuto da sempre: "Okkey, abbiamo proprio bisogno di un corrispondente da Carpaneto". "Cosa debbo fare?" "Ci mandi subito delle notizie vere, secche, documentate, interessanti. Le paghiamo 50 lire a notizia più cinque lire a riga". Ringraziai. Girai sui tacchi. Mi sembrava di toccare il cielo con un dito. Passando loro vicino, avrei voluto baciare le linotype. Sorrisi con trasporto al linotipista che mi restituì un’occhiata persa nel vuoto. Sicuramente non capiva la ragione della mia allegria. Di lì a qualche giorno ricevetti una lettera con stampato, in alto a sinistra, : "Libertà". Dall’emozione esitai a lungo ad aprirla. Dentro c’era una specie di tessera di cartoncino celeste, con lo spazio per la mia foto. Sotto le mie generalità, c’era questa frase, per me memorabile: "Si prega di fargli le agevolazioni d’uso". In altre parole: "Vedete un po’ voi". Non spalancava le porte del paradiso ma almeno dava un senso di appartenenza. Il mio primo servizio firmato sulla Libertà era addirittura in trasferta, a San Giorgio. Ci andai con la Topolino catarrosa di Gianni Gaudenzi (che oltre ad essere fotografo di Bettola aveva anche uno studio a Gropparello e a Piacenza era già famoso, una sorta di Pro-

spero Cravedi ante litteram). Dovevo intervistare il campanaro del paese che, dopo cinquant’anni di scampanamento, aveva ottenuto la medaglia dalla Camera di commercio in riconoscimento alla sua Fedeltà al lavoro. Da allora iniziò la settimana più terribile che io abbia mai vissuto. Ogni mattina, alle 7, ero davanti all’edicola dei giardini perché, alle 7,15, prendevo la corriera Lugagnano-Piacenza dove spesso sedeva Franco Villani che, anche perché era molto più vecchio di me, firmava spesso sulla Libertà e che io vedevo come una sorta di Hemingway della Val d’Arda da sbirciare da lontano, per rispetto. Davanti all’edicola acquistavo la copia di Libertà. Con nonchalance andavo alle pagine delle Cronache di provincia dove, regolarmente, non c’era il mio pezzo. Il gastronomo Edoardo Raspelli mi ha raccontato recentemente che cosa ha provato quando è stato colpito da un infarto. Tal quale. Mi sentivo morire. Un colpo qui. Crollo di pressione. Occhio spento. Rifiutato prima di cominciare. Speranze infrante. Essendo l’unico timido fra i giornalisti italiani, non osavo telefonare a Scognamiglio per sapere se il pezzo sarebbe andato o se era stato cestinato. Solo una decina di giorni dopo arrivò la luce. Non l’aspettavo più, a dire il vero. Mi ero rassegnato, ormai. Lessi il mio articolo per caso, nel pomeriggio, al Bar Trieste, vicino a via Stradella, da una copia abbandonata su un tavolo mentre stavo addentando un panino con la mortadella ("intruglio di veleni" era stato definito questo salume da "il Candido" del giorno prima). Lessi il mio articolo per caso perché, non potendo comprensibilmente sopportare

un infarto al giorno, avevo smesso di acquistare la Libertà. Il mio articolo invece, sia pure su una copia già sicuramente letta da più di cento clienti, squillava ancora imperativo. Mi rammaricai di non averlo letto prima. Di aver perso la mattinata intera e parte del pomeriggio senza averlo visto. Mi sentivo, in un certo modo, colpevole di averlo abbandonato. L’articolo era stato pubblicato con grande evidenza. C’era anche la mia firma, che lessi e rilessi a lunghi sorsi, come se fossi assetato con gli occhi. Il servizio era impreziosito dalle foto di Gaudenzi. Era stato titolato e impaginato con gusto. E soprattutto era stato pubblicato per intero, senza nemmeno una correzione. Da allora scrissi, per Libertà, centinaia di pezzi. In questo quotidiano ho imparato il mestiere, coltivando le fonti, scrivendo in modo chiaro, non esprimendo opinioni ma raccontando i fatti. Il giornalista di Libertà, mi diceva Ernesto Prati, non è un protagonista ma uno specchio, riflette ciò che vede, non si mette mai in mostra. E Marcello Prati, l’unica volta che osai chiedergli un aumento del compenso mi disse: "Ollàllàllàlà, sei già intelligente, accontentati. Vuoi forse diventare anche ricco?" "Libertà" è stato, per me, il giornalismo allo stato puro. Da Libertà ho imparato tutto. Altro che facoltà di giornalismo. Fesserie. I giornalisti, oggi, in particolare, debbono essere laureati, ci mancherebbe altro. Ma in qualsiasi altra materia. Poi, il mestiere lo si impara nelle redazioni, andando in giro, parlando con le autorità, con gli opinion leader e con la gente. Del giornalismo si può dire che chi lo sa, lo fa, e chi non lo sa, lo insegna. Nei grandi giornali nazionali inoltre si parla di

persone che non si incontrano mai o che si incontrano una sola volta. I propri articoli, su questi organi sono dei messaggi in bottiglia. Non si sa come arrivano o a chi arrivano. Su Libertà invece si parla di persone che poi si incontrano subito al bar o per strada. Gli effetti, le reazioni agli articoli si conoscono subito. Non c’è bisogno di fare delle indagini di mercato. Basta avere occhi per vedere e orecchie per sentire. Un giorno, sempre nei primi anni Cinquanta, appena sceso dalla corriera da Piacenza, trovai la mia tata, l’Elisa, che mi aspettava alla fermata. Era strano. L’aveva mandata mia madre perché, diceva, il maresciallo dei carabinieri era passato a casa mia con l’aria corrucciata per dire che avrei dovuto andare al più presto in caserma per comunicazioni urgenti di carattere personale. A quei tempi, il maresciallo dei carabinieri era, in un paese, l’autorità assoluta per importanti comunicazioni. In via bonaria, con i minori un po’ turbolenti (ma di tanto in tanto ci scappava anche qualche maggiore) era noto che il maresciallo amministrava la giustizia per vie brevi e, debbo dire, anche in modo molto rapido ed efficace. L’Elisa, dopo la sua secca comunicazione, ritornò a casa con la mia borsa da studente (già a quei tempi molto ingombrante) quasi per consentirmi di incontrare in caserma il maresciallo senza affardellamenti di sorta. Molto sciolto, insomma. Arrivai alla caserma. Suonai il campanello. Di lì a poco sentii dei passi svogliati. Poi, gemendo, si aprì uno sportello protetto da strisce di ferro e dal quale si affacciavano, inquisitivi, due occhi mascherati da una visiera scura di celluloide. Il carabiniere, riconosciutomi, mi fece entrare. Il maresciallo mi attendeva. Mi disse, burbero: "Dal comando provinciale mi è arrivato un telex con il quale mi chiedono, con urgenza, da chi è costituita la società sovversiva di cui tu hai scritto questa mattina sulla Libertà". "Sovversiva? Non so proprio di che cosa lei stia parlando, maresciallo". Allora il maresciallo, per dimostrarmi che ciurlavo nel manico, mi mise sotto gli occhi un ritaglio di Libertà non firmato e, fissandomi dritto negli occhi, mi disse: "E’ tuo, no? E’ datato da Carpaneto. E da Carpaneto scrivi solo tu". "Certo che è mio. Ma non vedo dove sia il gruppo sovversivo". "Il gruppo 3P, no?". Spiegai allora al maresciallo che il "Gruppo 3P" era il gruppo "Provare, progredire, produrre" dei giovani della Coltivatori diretti del paese e che era stato costituito appunto per provare le nuove tecniche di coltivazione, al fine, lo dice lo slogan stesso, di poter poi Progredire e Produrre. Per dargli una via d’uscita ammisi "O mi sono spiegato male o vi siete limitati a leggere il titolo". "Una grana in meno" replicò il maresciallo. Mi parve sollevato. *Direttore Agenzia Ansa

.ECCO IL CUORE DELLA VECCHIA TIPOGRAFIA DOVE GIORNALISTI E TIPOGRAFI OGNI NOTTE FACEVANO NASCERE LE PAGINE DI LIBERTÀ .

Da sinistra:Il correttore di bozze Luigi Tadini detto “Cip”; Gianni Manstretta capo della cronaca; la tessera di Libertà, rilasciata da Ernesto Prati a Vincenzo Bertolini Qui accanto: Giangiacomo Schiavi e Fabrizio Rizzi in tipografia. Sotto: Nello Bagarotti con Saltarelli

Da sinistra in senso orario: i giornalisti Dante Farmaleoni, Amedeo Tarantola decano dei cronisti sportivi scomparso nell’agosto scorso; Pietro Libè, l’attuale proto di Libertà, alla titolatrice; Giuseppe Casella alla vecchia linotype con Luigi Villani, il tirabozze [Foto storiche di Franco Franzini e dell’Archivio di Libertà]


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120 anni su libertà

Libertà è

Vajont:il disastro Tragico 1963:a Dallas della diga:1.989 morti uccidono Kennedy La notte tra il 9 e il 10 ottobre del 1963 una frana piomba nel bacino della diga del Vajont: sette paesi in provincia di Belluno e Udine vengono sommersi. il bilancio è di 1.989 vittime. Nonostante le responsabilità accertate dell’Enel e della società che aveva costruito la diga, Sade, - quest’ultima a conoscenza dell’instabilità del terreno - il processo porta solo a lievi condanne.

Se qualcuno vi toglie il pane, sopprime nel medesimo tempo la vostra libertà.

Il 22 novembre 1963, durante un giro di propaganda, il presidente John Fitzgeraid Kennedy giunge in aereo a Dallas. Prende posto con la moglie Jacqueline sul sedile posteriore d’una grande macchina scoperta. Davanti a lui, il governatore Connally e la moglie. Il corteo scorre lentamente. Il giovane presidente saluta la folla acclamante. All’improvviso, alcuni spari. Kennedy si porta le mani al collo e crolla sul sedile. Sono le 12 e 50. Kennedy muore all’ospedale alle 15.

ALBERT CAMUS (scrittore francese, 1913-1960).

Un dialogo quotidiano con i lettori Sergio Lepri:Libertà sempre al servizio dei cittadini iù di mezzo secolo di professione giornalistica, trent’anni passati alla guida della massima agenzia italiana di informazione, dal 1960 al 1990: quante cose mi legano al quotidiano che si chiama "Libertà". Il primo legame nacque - per affinità di sentimenti - da quell’articolo che non c’è più, quell’articolo "la" che mirabilmente fu tolto alla testata del giornale sul finire dell’Ottocento. Con l’articolo determinativo l’espressione "la libertà" ha un suono astratto; è un’espressione troppe volte ripetuta, troppe volte usata (e non sempre in buona fede), tanto da perdere spesso, se non il significato, però il valore di un diritto garantito dalla nostra coscienza morale, sociale e politica. Senza articolo la parola "libertà" ha invece un suono più forte: a volte è un monito, a volte una speranza, a volte un urlo, a volte un bisbiglio (soffocato, come accadde al giornale negli anni bui), a volte un grido di gioia (come il 22 agosto 1945, quando il giornale ritornò in edicola col suo bel nome di "Libertà"). Un secondo legame col giornale nacque - per affinità di idee - perché continuava a richiamarsi alle parole del suo fondatore, Ernesto Prati. L’articolo più importante - diceva spesso ai suoi redattori (erano i primi anni del secolo scorso) - è la rubrica dello stato civile. Oggi io avrei aggiunto: anche l’elenco, la domenica, delle farmacie aperte. Le informazioni più serie sono cioè le

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.BEPPE RECCHIA.

«Ero il vice di Cattivelli» eppe Recchia, piacentino, regista televisivo di talento e di grande esperienza, è entrato nel mondo dello spettacolo come cronista di “Libertà”. Ora si divide fra Roma e Beppe Recchia Milano ma non diregista televisivo mentica la sua città ed il suo quotidiano E’ impegnato in questi giorni nella nuova serie de “La Corrida” presentata da Gerry Scotti e ai primi di aprile riprenderà con Paolo Bonolis la trasmissione di successo “Ciao Darwin”. «Mi pare fosse la seconda metà degli anni ’50 - ricorda - ero uno studente universitario con la passione del cinema e proposi al direttore di “Libertà”, Ernesto Prati, una serie di articoli sul mondo del cinema romano. Accettò l’idea. Così me ne sono andato a Roma e tramite alcune conoscenze mi sono intrufolato in vari teatri di posa di Cinecittà...mai immaginando che un giorno vi sarei entrato come regista». «Gli articoli piacquero e la mia collaborazione al quotidiano della mia città proseguì con recensioni cinematografiche, quale “vice” (spesso era questa la firma) del grandissimo critico Giulio Cattivelli». «Quanti ricordi. Cattivelli, prima d’essere stato mio maestro in redazione era stato mio professore al liceo. Una persona eccezionale, un insegnante carismatico e piacevolissimo, un critico cinematografico di grande spessore, con un unico difetto: la mancanza dell’ambizione di apparire. Ha scritto anche per grandi giornali e riviste specializzate, ma sollecitato a farlo più spesso, non subiva le lusinghe...era un uomo che non credeva molto nella legge di oggi dell’apparire». «La professione di regista mi ha sradicato da Piacenza e da “Libertà“, ma ad entrambe sono tuttora molto legato. D’altra parte mio fratello, Luigi, ora scomparso, è stato per molti anni corrispondente da Pontenure». «Ogni parente o amico che viene da Piacenza sa che deve portarmi qualche copia di “Libertà”, perché il gusto di sfogliarla supera di gran lunga - almeno per me che ho passato i sessant’anni - il leggerla on line. E’ un giornale di provincia, certo, ma molto diverso dagli altri, con una prestigiosa tradizione (celebreremo appunto un compleanno da record) ed il merito di aver mantenuto viva una scintilla anche nell’epoca più oscura di questo Paese».

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informazioni pratiche, concrete, utilizzabili giorno per giorno in ragione degli interessi vitali dei cittadini: per aiutarli a esercitare meglio le proprie responsabilità di lavoro, a risolvere i problemi della giornata, a migliorare la qualità della vita. Certo; in un mondo sempre più globalizzato, dove ognuno di noi è coinvolto da quello che accade vicino e lontano, un quotidiano deve far conoscere ai suoi lettori tutti gli eventi che possono condizionare il

"Libertà" si attenesse a queste sagge norme e spesso ne parlavo con Ernesto Prati, il direttore che ha diretto il giornale dal 1945 all’agosto del 1994 con lo stesso nome del nonno fondatore. Anch’io, prima di arrivare all’Ansa, avevo lavorato in un quotidiano di provincia, redattore capo del "Giornale del mattino" di Firenze; e con Ernesto ci trovavamo d’accordo (ecco un altro legame fra me e "Libertà") nel considerare il giornale come un dialogo di ogni

di SERGIO LEPRI * suo futuro: politica interna ed estera, economia, finanza; anche la cronaca bianca, anche la cronaca nera, anche la moda e lo sport; e deve soddisfare le curiosità dei lettori e le loro esigenze di svago e di intratteni-

mento. Ma senza dimenticare una famosa indagine del Censis: al primo posto dei bisogni informativi degli italiani sta la salute, al secondo la scuola e la cultura, al terzo il lavoro, al quarto il vitto e l’abbigliamento, al quinto il risparmio; poi i servizi sociali, l’organizzazione della casa, le spese straordinarie, i problemi della città e del quartiere. A me sembrava che il quotidiano

Da sinistra: il professor Franco Andreani, Sergio Lepri per 30 anni direttore dell’agenzia Ansa, il restauro dei “Cavalli del Mochi” e il conte Antonio Manfredi ..

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.FRANCO ANDREANI.

.IL CONTE ANTONIO MANFREDI.

«Anche le necrologie sono notizie»

«Deve essere letto dai fornai...»

ra le firme di “Libertà”, negli anni Cinquanta, di piacentini di nascita o d’adozione che, pur non essendo giornalisti hanno scritto per il quotidiano, figura quella di Franco Andreani. Bresciano, per diversi anni direttore dell’ospedale psichiatrico e poi dal 1963 al 1989 primario neurologo. Ma, benchè autore di numerose pubblicazioni scientifiche, i suoi interventi su “Libertà” non hanno mai riguardato la sua professione, bensì il suo impegno politico, morale e civile. Comandante partigiano, a Porta Venezia di Milano, è stato segretario piacentino del PRI. «Sì, i miei primi articoli sono durante la Resistenza: ho scritto in giornali clandestini - ricorda sorridendo - ma soprattutto li ho trasportati e distribuiti di nascosto a Milano e a Pavia. Dopo la Liberazione, e negli anni Cinquanta, alcuni miei interventi sono comparsi sulla “Provincia Pavese” e poi su “Libertà”, che considero un quotidiano provinciale d’alto livello. Ai giovani, io che sono nato nel 1919 e sono stato giovane in un momento tanto difficile come quello della Resistenza alla dittatura fascista, raccomando di guardare dietro l’angolo, di non fermarsi alle apparenze, ma di cercare la verità nel confronto delle idee e delle versioni dei fatti. In questo devo dire che “Libertà” dà un importante contributo ogni giorno, così come ogni giorno porta informazioni sulla vita della nostra comunità. Persino le necrologie sono notizie ed occasione per favorire i rapporti sociali»

cco un aneddoto, molto simpatico e gustoso, a proposito di “Libertà” e del suo rapporto con i lettori e i collaboratori, che abbiamo raccolto dal conte Antonio Manfredi, piacentino dai molti interessi culturali. «“Libertà è un giornale che deve essere letto dai fornai”. Le parole - fra il perentorio e il salace - le ho raccolte direttamente dal direttore Ernesto Prati. Era un giorno del settembre del 1991, durante un riposante ed elitario pomeriggio in una bella residenza del Piacentino». «Il giorno stesso “Libertà” aveva pubblicato in terza pagina una mia riflessione-recensione del saggio di Sergio Quinzio uscito in quei gorini, intitolato appunto “Radici ebraiche del moderno”». «Avevo percepito nelle parole di Ernesto Prati - prosegue il conte Antonio Manfredi - una esorcistica smentita al profilo culturale o peggio intellettuale del “suo” quotidiano». «Mi limitai a chiosare “anche” dai fornai. L’avverbio da me aggiunto forse non era di troppo. Infatti non furono infrequenti i miei pezzi su Libertà, un po’ lontani dagli interessi dei lettori formai, ma che certamente non li allontanarono dalla lettura del quotidiano piacentino».

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.CARLO EMANUELE MANFREDI.

.IL SENATORE ALBERTO SPIGAROLI.

«Tra i 200 mila volumi della biblioteca «Ha saputo sempre valorizzare le annate di Libertà tra le più richieste» le tradizioni e il patrimonio artistico» arlo Emanuele Manfredi, direttore della biblioteca comunale “Passerini Landi” dal 1972 al 2001. «Manca una statistica certa ma posso dire che i volumi più richiesti in consultazione fra i duecentomila della nostra biblioteca sono quelli che raccolgono le annate di “Libertà”. I lettori cercano sui vecchi numeri del quotidiano vicende del passato che magari s’intrecciano con episodi di vita della loro famiglia, ma non mancano anche coloro che hanno bisogno di cercare notizie per ragioni professionali. Le raccolte di “Libertà” sono consultatissime, tanto che quando io arrivai in Carlo Emanuele biblioteca, mi accorsi che alcuni volumi avevano pagine loManfredi gorate ed allora mi preoccupai di avere una doppia raccolta da offrire ai lettori. Avevamo nei depositi una seconda copia che ci era stata donata dall’editore negli anni Sessanta e così la feci rilegare, proseguendo poi la raccolta con copie comprate quotidianamente. Nel frattempo, negli anni Novanta, Ernesto Prati decise di fare una microfilmatura completa del quotidiano dal primo numero del 1883. L’operazione si svolse in collaborazione con la Biblioteca che possiede copie andate invece distrutte nel bombardamento della redazione di via Benedettine. Così anche noi ci dotammo dei microfilm. Poi abbiamo proseguito a far microfilmare ciascun numero delle annate. Questo è molto utile anche perché quando, come è frequente, i lettori chiedono la fotocopia di un articolo o di un’intera pagina, essa viene ricavata dal microfilm. Infine, come condirettore del Bollettino storico piacentino da oltre un ventennio, mi piace ricordare che in ogni numero della pubblicazione dedichiamo uno spazio bibliografico ai numerosi articoli d’interesse storico ed artistico locale che compaiono su “Libertà”».

lberto Spigaroli, piacentino più volte eletto al Senato della Repubblica è stato, con Spadolini, il padre del Ministero dei Beni culturali. E’ presidente dell’Ente per il restauro di Palazzo Farnese. «Libertà, evidentemente, è nata per svolgere la funzione primaria di offrire, con le sue notizie, alla comunità piacentina - città e provincia - la possibilità di conoscere, con tempestività, i fatti e i problemi quotidiani di maggiore rilievo che la riguardano; di renderla più ampiamente partecipe degli eventi lieti e dolorosi, o molto interessanti, che in essa accadono e di valorizzare le tradizioAlberto ni e le qualità particolari della nostra gente (la cosiddetta piaSpigaroli centinità)». «Ha svolto questa funzione? La mia risposta è in linea di massima positiva. Anche se le vicende politiche hanno costretto il giornale, per un non breve periodo del suo lungo cammino, a modificare la testata e l’impostazione. Merita, inoltre, di essere rilevato il cospicuo contributo che essa ha dato per la valorizzazione del nostro patrimonio monumentale, artistico e storico». «Da parte mia, a questo proposito, è doveroso ricordare il convinto sostegno che “Libertà” ha sempre dato all’Ente per il restauro di Palazzo Farnese lungo i circa quarant’anni in cui ha svolto la sua attività per il recupero del complesso farnesiano-visconteo e per la sua utilizzazione come sede dei Musei farnesiani, fornendo ricche e puntuali informazioni sullo svolgimento dei lavori e sui progressi realizzati». «Da sottolineare, infine, il valido appoggio di “Libertà” che ha sempre costituito per l’Ente un forte stimolo nel portare avanti la sua non facile impresa e per la cittadinanza ha rappresentato la possibilità di seguire da vicino le vicende del riscatto dell’insigne monumento vignolesco».

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.L’EX MINISTRO PIERLUIGI BERSANI.

«Libertà e Piacenza: cercare di cambiare ma anche essere quelli che si è» hissà quante volte chi ha diretto “Libertà” si sarà chiesto come fosse possibile, di fronte alle novità, riproporre una testata che è un po’ un’istituzione e quindi come fosse possibile essere sempre uguali, ma tuttavia sempre diversi» Così risponde alle nostre domande per un commento ai 120 anni del nostro quotidiano, l’on Pierluigi Bersani, il piacentino che è stato presidente della Regione Emilia Romagna, e ministro della Repubblica in due governi ed attualmente è responsabile nazionale delle politiche economiche per i Ds. Essere al passo con i tempi e migliorare senza dimenticare le proprie radici? «Certo e sono gli stessi interrogativi che si pone chiunque voglia mantenere una sua identità forte e voglia, tuttavia, durare nel tempo. Sono interro-

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gativi che valgono tanto per un giornale, come per una città ed allora da piacentino, concludo che se anche nei prossimi 120 anni “Libertà” ce la farà...allora vorrà dire che che la farePierluigi mo anche noi. QueBersani sto è, secondo me, il senso di un rapporto molto complesso, molto vario, articolato, ma anche molto stabile, che c’è tra “Libertà” e la città, con l’obiettivo comune di cercare di cambiare, ma anche di essere quelli che si è. Questa è la cifra del rapporto fra “Libertà” e la città ed io l’ho sempre percepita così. Penso che questa sia anche la chiave per il futuro». Non le sembra che Libertà, pur difendendo gli interessi della co-

giorno con i lettori e le lettrici e il nostro lavoro come un servizio reso, con umiltà, ai cittadini. Fu un’amicizia che, nata sui campi di sci, si approfondì quando, direttore responsabile dell’Ansa, facevo del mio meglio per realizzare lo spirito che aveva presieduto alla fondazione dell’agenzia e caratterizzava la sua struttura sociale di cooperativa. L’Ansa era l’agenzia di tutti i giornali, grandi e piccoli, e tutti, grandi e piccoli, dovevano essere messi in condizione di ricevere dall’Ansa lo stesso notiziario, imparziale e completo, e con un costo variabile, secondo la tiratura. Ernesto me ne dette atto più volte conversando, e pubblicamente in un convegno che si tenne a Mantova nel novembre del 1989 (il tema era proprio "il giornale di provincia"): l’Ansa come strumento dell’informazione di base di tutti i quotidiani (ma con particolari e non celate simpatie per i quotidiani minori); l’Ansa come garanzia del pluralismo in cui si articola il nostro sistema politico e quindi come garanzia di libertà. Quando, dopo due anni di silenzio, "Libertà" riprese a uscire il 22 agosto del 1945, l’articolo di fondo cominciava così: "Questo è il nostro destino: di cercare la libertà". La libertà come ricerca, come sforzo, come conquista. Centoventi anni. Cento, mille di questi giorni, "Libertà".

munità piacentina abbia smorzato, con il suo stile, atteggiamenti sciovinistici o vittimistici? Mi riferisco soprattutto alla sua esperienza di presidente della Regione, quando diversi nella nostra provincia non abbandonavano, anzi, spesso per strategia politica accentuavano, le lamentele nei confronti di Bologna, considerandola matrigna di “Piacenza-Cenerentola”. «Sì, “Libertà” ha saputo, anche negli ultimi tempi, interpretare le cose piacentine dando espressione e visibilità e cercando da stare dalla parte dei temi veri e non del piagnisteo. Penso che questa sia stata una evoluzione significativa nella ricerca di una identità abbastanza forte, che permetta così di confrontarsi a testa alta, senza stare a chiedere... col cappello in mano». Lei, nonostante gli importanti ed intensi impegni, bolognesi prima

e poi romani, non è mai stato “lontano” da Piacenza, nel senso che ne ha sempre seguito le vicende. Personalmente, come lettore, quale è stato in questi anni il suo rapporto con “Libertà”? «Quando ero ministro e non potevo sempre avere “Libertà” la cercavo su Internet e quindi una scorsa almeno all’impostazione del giornale ho sempre cercato di darla. Non c’è dubbio che “Libertà” ti dà un’idea di Piacenza, in sintesi, che non ha nessun altro paragone. E’ una capacità che soddisfa i piacentini in giro per l’Italia e per il mondo, leggendo “Libertà on line” o sfogliando quella che arriva loro per posta. Oltre agli aspetti sentimentali, apprezzano anche l’aspetto funzionale.del poter avere notizie di casa in pochi tratti. Credo che “Libertà” nel panorama nazionale sia uno dei giornali più espressivi della realtà locale che rappresenta».

*Già direttore dell’Agenzia Ansa

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.PAOLA LAVAGETTO.

«Quanti eventi con Libertà!» aola Ceschi Lavagetto, di Parma, dalla seconda metà degli anni Settanta sino al 1998 ha avuto come funzionaria della Soprintendenza, la responsabilità della tutela del paPaola Ceschi trimonio artistico Lavagetto piacentino. «Libertà si è dimostrato un mezzo importantissimo e di straordinaria efficacia nell’opera d’informazione e possiamo dire culturale, che mi ero riproposta iniziando a svolgere, nella seconda metà degli anni Settanta, il ruolo affidatomi nel territorio Piacentino dalla Soprintendenza». «Mi accorsi subito che c’era una grande diffidenza verso la Soprintendenza già il fatto che avesse sede a Parma veniva visto dai piacentini come qualcosa di estraneo, ma soprattutto era considerata come un istituto ispettivo, vincolistico, punitivo, più che promozionale. Occorreva informare la cittadinanza dei nostri obiettivi di salvaguardia e promozione dei beni artistici, render conto di come l’ufficio statale spendeva nel territorio il denaro pubblico. Così oltre ad organizzare con gli enti locali conferenze e giornate di studio, pensai di rivolgermi al quotidiano ed il direttore di “Libertà”, Ernesto Prati, si dimostrò subito molto disponibile a pubblicare miei interventi, miei articoli dal taglio non specialistico, che oltre accennare ai vari aspetti tecnici del restauro e della salvaguardia offrivano considerazioni di carattere più divulgativo ed allargavano il discorso ad aspetti culturali più generali. Per gli articoli specialistici esistevano ed esistono importanti pubblicazioni, come il Bollettino storico, ma con un numero di lettori non paragonabile a quello di “Libertà”». «Considero quanto mai efficace l’opera che ha svolto “Libertà” nel coinvolgimento dei piacentini nel dibattito sulla tutela e sulla valorizzazione del loro patrimonio artistico e ricordo eventi quali il restauro dei cavalli del Mochi che hanno dimostrato il crescente interesse della popolazione a questi argomenti». «Parlando in generale di “Libertà” vorrei sottolinearne la grande tradizione e soprattutto il radicamento nel territorio: la definisco una realtà fondamentale per l’intera provincia».

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Testimonianze raccolte da LUDOVICO LALATTA


120 anni su libertà

Libertà è

1966:l’Arno straripa Con Barnard il primo e Firenze affonda trapianto di cuore Il 4 novembre 1966, l’Arno straripa a Firenze e invade il cuore della città, oltre che tutta la provincia. E’ una tragedia terribile. Ci sono morti e feriti e danni immani, soprattutto al patrimonio artistico e culturale. In alcuni punti della città, l’acqua melmosa raggiunge i due metri di altezza, distruggendo centinaia di negozi, entrando nelle chiese e nelle biblioteche. Da tutto il mondo arrivano migliaia di ragazzi, gli “angeli del fango”, per salvare il salvabile.

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A Città del Capo, in Sudafrica, nel 1967 viene eseguito con successo il primo trapianto di cuore in un uomo, Louis Washkansky, 55 anni, lituano. L’operazione straordinaria viene eseguita dal professor Christian Barnard e dalla sua equipe. Sfortunatamente, il paziente muore diciotto giorni dopo l’operazione in seguito ad una pleurite. Il suo corpo rigetta il nuovo cuore e l’infezione lo colpisce rovinosamente. Barnard muore nel 2001.

Libertà, non lasciarmi, torna a me, dura e dolce come fresca fanciulla cresciuta nella pena. RAFAEL ALBERTI (poeta spagnolo, 1902-1999).

I testimoni del tempo di Libertà «Il giornale è stato la nostra grande famiglia» di ELEONORA BAGAROTTI Il quotidiano Libertà fa parte della storia e ne possiede una, che dura da ben 120 anni. E dalle storiche pagine di Libertà è scaturita una preziosa occasione: quella di poter narrare le esperienze e i ricordi dei testimoni che, da quasi cinquant’anni, hanno contribuito e contribuiscono alla crescita del nostro quotidiano piacentino. Dall’inestimabile contributo di professionisti come Bruno Dotelli, che fu il proto di Libertà fin dal Marzo del 1938, Giorgio De Petro, che qui è stato spedizioniere per

.BRUNO DOTELLI .

Il proto racconta lo scoop su Stalin ra le “colonne portanti” che hanno costruito Libertà e che, ancora oggi, ne sostengono la storia, primo testimone è il Signor Bruno Dotelli, assunto come proto l’8 Marzo del 1938. «All’epoca, il quotidiano si chiamava La Scure - ricorda il Signor Dotelli - e io fui assunto dall’allora Direttore Bellinetti, col quale dividevo due camere anche durante la notte poichè capitava di lavorare sempre e, quando si poteva, di fare un riposino. Il mio lavoro era lunghissimo e manuale: c’erano le colonne di piombo che andavano sistemate con cura. Ricordo che la prima rotativa del giornale, la “Marinoni”, era di proprietà del Ministro La Valle della Repubblica di Vichy di Pétain. Il lavoro veniva svolto dove adesso si trova il museo di Libertà e si lavorava tutta la notte. Non c’era un orario preciso. Ho fatto perfino il fattorino quando la stazione di Piacenza era mezza bombardata - prosegue Dotelli. - Le prime copie del giornale consistevano di sole due pagine. Poi il quotidiano è cresciuto. Si può dire che ho davvero visto il giornale svilupparsi, dedicandogli ogni giorno della mia vita. Eravamo tutti molto fieri del nostro lavoro, fieri del nostro giornale: vederlo crescere era una vera soddisfazione, per la quale valeva la pena sacrificarsi perchè ci sentivamo come una grande famiglia unita. Uno dei ricordi più cari che ho riguarda Marcello Prati, che allora era un ragazzino. Suo padre mi chiese di accompagnarlo a scuola. Così, tutte le mattine lo caricavo sulla canna della bicicletta e lo accompagnavo. Era un ragazzino vivace ma tanto intelligente. Alla fine, gli volevo bene come se fosse mio figlio». Dopo qualche istante di commozione, il Signor Bruno ricorda lo “scoop” più importante del nostro quotidiano che, alla fine della guerra, era nel frattempo divenuto Libertà, nome ispirato dalla fine del regime fascista: «Lo scoop più grande fu l’annuncio della morte di Stalin, nel 1953: la notizia fu riportata solo da noi, poi vennero il Corriere della Sera e tutti gli altri giornali ma solo dopo. E sapete perchè? Avvenne tutto grazie a un telegrafista piacentino che si trovava a Tripoli e, da lì, intercettò il messaggio dal Cremlino. In quanto piacentino, ci avvertì immediatamente e noi facemmo lo scoop. Fu un colpo di fortuna. Ne eravamo talmente fieri che andammo a fare gli strilloni con le prime copie del giornale alla stazione, con tutti i treni che passavano». Dotelli ricorda anche aneddoti che gli strappano un sorriso sulle labbra: «Una volta, il problema era l’elettricità. Veniva data a sprazzi ma a noi toccava lavorare ugualmente. Era come gareggiare nella corsa alle Olimpiadi zoppicando ma, alla fine, arrivavamo sempre sul podio, altro che! Erano anni difficili per tutti, si facevano tanti sacrifici: una volta, mentre lavoravamo, sentimmo un boato in cortile. Lì, una famiglia aveva tagliato una pianta per poter avere legna da ardere e non morire di freddo. Succedevano anche queste cose...» Così, il Signor Dotelli ci saluta: «Faccio tanti auguri alla “mia” Libertà: sono in pensione dal ’92 ma continua ad essere la mia famiglia». e.b.

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.GIORGIO DE PETRO .

35 anni, Nando Boschi, il noto e apprezzatissimo cronista di nera “on the road”; e ancora da quello di Gianni Cighetti, giornalista della “prima pagina” di Libertà dal 1948 al 1983, Luigi Battistotti, responsabile del reparto stampa fin da prima della Seconda Guerra Mondiale, ed infine Lino Pellegrini, corrispondente dall’estero fin dal 1965, emerge una luce fatta di fatica ma anche di magia. Si tratta di esperienze dalle quali, ancora oggi, attingere per poter essere sempre i migliori: quelli di Libertà.

ono molte le persone che hanno contribuito ad arricchire “Libertà” contribuendo a renderla un patrimonio inalienabile e fondamentale per tutti i suoi lettori ma soprattutto per chi, oggi, ne ha rilevato il testimone. Tra coloro che hanno dedicato le risorse di un’intera vita a far crescere il nostro quotidiano ci sono tre grandi professionisti: il Dottor Gianni Cighetti, il Signor Luigi Battistotti e Lino Pellegrini, recentemente nominato Grande ufficiale della Repubblica italiana. Gianni Cighetti è diventato giornalista nel periodo dell’immediato dopoguerra. Da allora e negli anni successivi, in cui sbocciarono grandi conflitti come la guerra in Corea e, più tardi, in Vietnam, a lui venne affidata una grande responsabilità: quella della prima pagina di Libertà. Così, il Dottor Gianni ricorda la sua esperienza: «Per la costruzione della prima pagina si lavorava con l’ANSA ma tutti gli sforzi erano finalizzati a battere il Corriere della Sera di Milano, che qui era molto letto. E ce la mettevamo tutta. Nel ’48, ricordo che Libertà aveva 4 pagine ma riuscimmo, in un tempo relativamente breve, a passare a 6 pagine. Se ho un rammarico, è quello di aver trascurato un po’ la famiglia ma ho dato il meglio, sul lavoro, e mi piace ricordare anche i miei primi colleghi giornalisti di allora: Giacomo Scaramuzza e, naturalmente, Ernesto e Marcello Prati. Poi, dal ’51, vennero Leone, Bagarotti, Concarotti, Neri e gli altri. Una cosa di cui andavamo molto fieri era proprio il riuscire a dare le notizie prima degli altri giornali, che a Milano chiudevano alle 23 mentre noi, negli anni ’50, andavamo a letto alle 5 del mattino. Sono anche molto fiero - prosegue Cighetti - di aver proposto per primo la pagina dedicata al lodigiano. Il Signor Marcello si convinse e me la affidò, essendo io originario di Codogno e avendo studiato a Milano. La cosa, a un certo punto, diede fastidio a un personaggio del Corriere ma, alla fine, continuammo a stampare la pagina e uscimmo vincitori anche da quella battaglia». Il lavoro di Gianni Cighetti venne talmente apprezzato che un Ministro della Farnesina, nel ’55, lo chiamò e gli propose di lavorare per un nuovo giornale per gli italiani in Australia: «Fu una proposta allettante ma dissi di no per non rivoluzionare la vita della mia famiglia ma anche perchè lasciare la mia vita piacentina significava anche lasciare tanti colleghi di Libertà e amici piacentini. Ripensandoci, quella proposta fu però una gran bella soddisfazione». Luigi Battistotti ebbe un’altrettanto grande responsabilità: quella del reparto stampa. «Iniziai quando c’era ancora la Scure - ricorda - e conservo molti bei ricordi del passaggio storico e sociale che ci condusse da La Scure, il quotidiano del periodo fascista, a Li-

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Per 35 anni alle spedizioni Bruno Dotelli, storico proto di Libertà al suo tavolo di lavoro. Accanto: Gianni Cighetti, caposervizio responsabile della prima pagina. In alto: Lino Pellegrini

In alto: la spedizione, il capo Giorgio De Petro con Antonio Guidotti e Giovanni Terret; Luigi Battistotti, il capo della rotativa e Pierino Guarnieri, detto “Pirein” addetto agli abbonati

bertà, il quotidiano della nostra liberazione. Il mio lavoro si svolgeva di notte. La fine era prevista per le 9 ma a volte si rientrava a casa alle 13. Mia moglie ha portato molta pazienza anche se, in fondo, quegli anni sono stati difficili ma anche bellissimi. Sono anche partito per la guerra, nel frattempo, e conservo anche molti ricordi di quando stavo al fronte. Ricordo quanto coraggio ci facevamo a vicenda, tra piacentini, nonostante si rischiasse la vita ogni giorno. Poi, fortunatamente, sono tornato e ho ripreso il lavoro a Libertà, con tanti sacrifici ma anche tante soddisfazioni. Tutto sommato, l’esistenza, allora, era diversa: nel tempo libero suonavo il violino e andavo a ballare. Per essere felici, ci bastavano le piccole cose». Ma Libertà, come ogni quotidiano che si rispetti, ha anche avuto la prestigiosa collaborazione di un corri-

spondente all’estero: Lino Pellegrini, indefesso viaggiatore, fotografo, giornalista e uomo di grande cultura. «Mi chiamò Marcello Prati perchè lesse alcuni miei reportage sulla Domenica del Corriere, giornale col quale corrispondevo nel ’65. Da quell’anno - prosegue - scrissi per Libertà grandi servizi illustrati dei miei viaggi: andai in Cina, in Mar Rosso, in Antartide.. Erano anni in cui viaggiare era sempre una conquista, sia per i mezzi di trasporto, che non si potevano certo paragonare a quelli del giorno d’oggi, sia per la scoperta degli

usi e costumi di altre culture, delle quali si conosceva ancora poco. In Antartide - prosegue Pellegrini - rimasi per ben due mesi, quelli in cui la stagione è considerata “buona”, e vissi praticamente circondato da foche e pinguini. Della Cina, mi colpì l’immensa distesa di biciclette: lì imparai come ci si doveva comportare con le signore: guai a baciare la mano! In Mar Rosso, mi ritrovai a nuotare in mezzo agli squali. Anche da questi particolari traevo spunti per poter descrivere le mie esperienze di viaggio. Ma descrissi anche i miei soggiorni in Argentina, dove mi sistemai vicino alla zona vulcanica; in Alaska, dove scattai foto incredibili; nell’Isola di Pasqua, uno dei luoghi che ricordo con maggior emozione. Ma vissi e scrissi di grandi avventure anche quando attraversai tutta l’Asia Orientale - ricorda Pellegrini - incontrando alcune popolazioni che ancora vivevano in maniera primitiva e bisognava sempre cercare di creare una buona intesa per poter comunicare con loro in modo pacifico e, magari, riuscire a scattare qualche foto. I monumenti che, però, mi hanno letteralmente tolto il fiato li ho visti in Etiopia, dove 13 chiese sono state scolpite nella roccia. Viaggiai anche insieme a mia moglie: partimmo in macchina da Milano e arrivammo a Calcutta. Con lei, mi recai anche in Egitto, in Nuova Guinea, in Sudan, in Siberia e attraversai l’Unione Sovietica Orientale. Pensi che ho compiuto il giro del mondo in camion continuando a viaggiare per ben 2 anni e 8 mesi». Sulle sue infinite esperienze di viaggio, Lino Pellegrini ha scritto finora dodici libri e collaborato con Epoca, Oggi, Il Gazzettino e tanti altri giornali e riviste, ottenendo numerose onorificenze. Ma la collaborazione con Libertà prosegue tuttora e, da quasi quarant’anni, Pellegrini contribuisce a testimoniare il pianeta terra.

l Signor Giorgio De Petro è stato spedizioniere di Libertà per 35 anni ed è un altro storico capostipite del nostro quotidiano. Fieramente, egli ricorda gli episodi più salienti di quegli anni: «Lavorare a Libertà, allora, per noi era una sfida: l’obiettivo era quello di arrivare prima degli altri quotidiani, in particolare quelli di Milano. Giornalisti, linotipisti e impiegati...tutti uniti per la vittoria, che siamo sempre riusciti a strappare anche se ce la guadagnavamo col sudore. Ma quando arrivava, era una gran bella soddisfazione. Per noi, ogni giorno era un miracolo che il giornale uscisse.. Si sapeva l’orario di inizio del lavoro ma non si sapeva mai quando avremmo finito di lavorare. Ricordo quando ci fu lo sciopero delle corriere durato 3 mesi e ci organizzammo per portare il giornale in tutta la provincia. Un’altra volta - prosegue - abbiamo fronteggiato un’emergenza e siamo stati costretti a portare il piombo a Pavia per poter stampare. I giornali lombardi ci facevano concorrenza ma noi, quando succedeva qualcosa di grosso a Piacenza, li abbiamo sempre battuti, anche se arrivavano con l’elicottero». A questo punto, il Signor Giorgio si commuove: «Ricordo il collega e amico Manfredini, deceduto in un incidente automobilistico sul lavoro dopo aver fatto il giro della Valdarda per poter consegnare le copie di Libertà. Poi Maroni, Dalla Santa, Rossi, Bernieri, Bardelli, Tosca, Maestri.. tutti abbiamo dedicato una vita intera al giornale: sia chi c’è ancora, sia chi non c’è più.. Ma il ricordo che porto sempre nel cuore è quello di Marcello Prati e della madre, la Signora Fortunata, alla quale ci sentivamo legati perchè era come essere tutti parte della stessa famiglia. C’era molta coesione tra noi. Al funerale di Marcello Prati, in San Savino, fui io a leggere la sua rievocazione, con la voce rotta dal dolore per la sua perdita. Conservo ancora la lettera che mi inviò, subito dopo, il fratello Ernesto e che testimonia l’affetto profondo che ci legava, dopo tanti anni di lavoro e di vita in comune. Quando ho smesso di lavorare per Libertà sono stato festeggiato: era il 1981. Oggi sono attivo presso un altro giornale ma i sentimenti restano anche quando le vicende svaniscono». e.b.

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.ESEMPIO DI GIORNALISMO ETICO E PROFESSIONALE . Nando Boschi, il mitico cronista di nera di Libertà, alla sua macchina da scrivere in redazione dopo una giornata sempre in giro con il suo taccuino e una macchina fotografica al collo

Nando Boschi,il vero cronista E’stato il maestro della “nera”a Piacenza ella storia di Libertà, come in ogni altra storia degna di essere considerata tale, c’è stato un protagonista “on the road”: Nando Boschi. “Il Nando”, che prima di andare in pensione ha orgogliosamente ceduto lo scettro a suo figlio Antonio, è stato per circa quarant’anni il vero cronista di cronaca nera a Piacenza. In anni in cui Internet non esisteva ma, agli inizi, non esistevano neppure tutti i canali di informazioni abituali di oggi, quanto meno esistevano ma permettevano tempi di diffusione delle notizie esasperatamente lenti - anche solo per avere i minimi dettagli degli incidenti o dei piccoli furti occorreva muoversi, chiedere informazioni, mantenere contatti quotidiani con gli agenti di polizia, coi medici del pronto soccorso, col personale della Croce Rossa e via dicendo. Così, Nando Boschi lo si poteva incrociare sempre in movimento, spesso di corsa, col suo taccuino e una macchinetta fotografica al collo per i suoi con-

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tinui sopralluoghi a destra e a manca, prima di rientrare alla sua postazione nella redazione di Libertà per scrivere gli articoli di cronaca. Il collega Giorgio Lambri, attuale capo servizio, ricorda le prime volte in cui usciva con Nando Boschi che, dopo svariati anni di esperienza “sul campo”, continuava «con stile e con tatto» la propria missione: «Spesso Nando carpiva le notizie davanti a un caffè, chiacchierando con le persone ed entrando naturalmente in confidenza con loro. I giornalisti della “vecchia generazione” - prosegue Lambri - erano senz’altro meno giudicanti e più “umani” di quelli di adesso. Boschi manteneva apparentemente un distacco dai fatti gravi dei quali doveva occuparsi - che talvolta erano incidenti, lutti, violenze di assoluta gravità - ma non era affatto cinico. Possedeva un grande senso del rispetto e della privacy ancor prima che questo termine diventasse di moda e facessero una legge proprio per salvaguardare il privato delle persone. Quel

che mi colpiva, agli inizi, era la fiducia totale che i poliziotti avevano in lui. Lo trattavano come uno di loro proprio perchè si era sempre comportato con dignità ed etica professionale nel passare anche le informazioni più delicate». Ma a parte questo, Nando è sempre stato u-

na di quelle persone che sanno farsi voler bene perchè ne vogliono, a loro volta, agli altri. Sempre sorridente, a dispetto del ruolo di cronista di nera che, nello specifico, lo costringeva per lavoro a trattare quotidianamente di tristezze o di veri e propri drammi recandosi sui

luoghi dove accadevano gli incidenti, dove c’erano ancora le vittime e dove si incontrano famiglie devastate dal dolore. Situazioni nelle quali Nando Boschi ha sempre saputo mettere professionalità ma anche delicatezza e, soprattutto, contatto umano. Una stretta di mano, la capacità di ascoltare senza intromettersi nel dolore altrui, non più di quanto non fosse moralmente concesso. E la sua partecipazione era sincera. Anche per questo Boschi era molto apprezzato da tutti, in città e in provincia, e nonostante oggi sia in pensione, molti ricordano i suoi anni di attività non come qualcosa di arrugginito nei meandri della memoria storica ma di vivo nella quotidianità del giornale. E Libertà, non solo per la presenza del figlio Antonio, lo considera uno dei suoi preziosi maestri, figure alle quali continuare ad attingere per migliorare la qualità umana e professionale del suo lavoro. e.b.


120 anni su libertà

Libertà è

1968,il terremoto 1969,la conquista: in Sicilia:300 vittime l’uomo sulla Luna Il 14 gennaio 1968 un terremoto spaventoso si abbatte sulla Sicilia. I morti sono trecento, i feriti migliaia e i senzatetto 150mila. Il sisma spazza via, nel Belice, la provincia di Trapani, Gibellina, Montevago, Salemi, Santa Margherita. Le scosse si protraggono per giorni e giorni, mentre i soccorsi tardano ad arrivare. Poche ore dopo il terremoto, sull’isola si abbatte un nubifragio: migliaia di terremotati, in preda al panico, abbandonano la Sicilia e si dirigono al Nord.

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Malgrado i tanti tragici avvenimenti che ne hanno accompagnato il cammino, l’umanità realizza nel 1969 una conquista da sempre ritenuta un sogno impossibile: Neil Armstrong, un astronauta americano, nel cuore della notte del 21 luglio viene visto da milioni di persone - sintonizzate sulle televisioni di tutto il mondo - saltellare sulla superficie della Luna. Armstrong torna sano e salvo dalla missione dell’Apollo 11.

Essere veramente liberi, è potere. Quando posso fare ciò che voglio ecco la libertà. VOLTAIRE (scrittore e filosofo francese, 1694-1778).

Così ogni giorno nasce “Libertà” Dalla caccia alle notizie alle“ribattute”notturne di GIORGIO LAMBRI «La preghiera del mattino dell’uomo moderno». Così Hegel definiva la lettura del giornale. Tante persone lavorano per far sì che, ogni mattina, i piacentini possano “celebrare questo rito”. L’immagine di un quotidiano è spesso ingiustamente legata soprattutto alle sue “firme”. Ma dietro alla “Libertà” che ogni mattina arriva nelle edicole c’è la professionalità di tanti lavoratori: giornalisti, ma anche fotografi, tipografi, impiegati amministrativi e addetti alla raccolta della publoro, futuri lettori del giornale, Alberto Brenni (volto ben noto di Telelibertà) racconta come nasce il nostro quotidiano così come si narrerebbe una favola. Alla spicciolata, nel corso del mattino, arrivano anche i giornalisti. In redazione, nella prima parte della giornata, si svolge soprattutto un lavoro organizzativo. Si progettano le pagine, avendo presenti quali sono i principali argomenti. Ma in quel momento il “cuore” del giornale batte fuori dalla redazione, per le strade della città - in questura, in tribunale, negli uffici comunali - dove si raccolgono le notizie che finiranno poi in pagina. Il primo bilancio della situazione lo si traccia poco prima di mezzogiorno, nella riunione tra i capiservizio dei vari settori (cronaca cittadina, provincia, spettacoli, cultura e sport), il caporedattore ed il direttore. E’ questa anche l’occasione per commentare l’edizione del giorno prima e - non di rado - per pigliarsi qualche rimprovero dal boss, per quell’articolo a cui si poteva «dare un po’ più di risalto» o quella foto che meritava «una colonna in più». Nel tardo pomeriggio si svolge poi un secondo briefing, in cui ognuno dei responsabili di settore indica al direttore, al caporedattore ed ai suoi “vice” (che disegneranno e realizzeranno la prima pagina) quali sono gli argomenti che meriterebbero questa vetrina. Intanto il giornale va avanti e le pagine, impostate dai giornalisti e messe a punto dai tipografi e dal grafico, iniziano a riempirsi. Ma la strada verso la “chiusura” (è così che viene chiamato il momento in cui le pagine sono pronte per la stampa) è lastricata di insidie. Il quotidiano è una realtà dinamica. E così, magari, quell’intervista al questore sui furti in appartamenti, che a mezzogiorno aveva il titolo più importante della “prima” di cronaca, alle cinque del pomeriggio viene surclassata da un grave incidente stradale. Nel pomeriggio, intanto, arrivano in redazione anche i colleghi del “notturno” e cioè quelli che porteranno a compimento le pagine inserendo le notizie dell’ultima ora e quelle che riguardano i fatti accaduti nel resto dell’Italia e nel mondo, trasmessi dalle agenzie. Un ruolo importante è anche quello dei collaboratori esterni (che seguono alcuni dei fatti che i redattori non riescono a “coprire” personalmente) e dei corrispondenti dai paesi della provincia. Da loro arriva ogni giorno preziosa “linfa” per le pagine di Libertà. Così, ora dopo ora, nasce il gior-

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blicità, fattorini e receptionist. Ognuno fa la sua parte; fin dalle otto e mezzo del mattino, quando una delle tre ragazze del centralino apre il portone di via Benedettine 68. Non passano che pochi minuti e già lo sportello viene “preso d’assalto”. Arrivano la posta (ogni giorno centinaia di lettere) e gli altri giornali, che finiscono sui tavoli dei responsabili dei vari settori. E arrivano, quasi ogni settimana, frotte di bambini in visita al Museo della stampa e al giornale con le loro scuole.

nale. Nessuna narrazione, per quanto fedele, può tuttavia dare un’idea precisa dell’aria che si respira in redazione, del fervore che accompagna la ricerca e la presentazione delle notizie. Ma torniamo a Libertà. Ed alle pagine, che una dopo l’altra, passano dal desk redazionale alla tipografia, dove si preparano le pellicole che finiranno poi in rotativa per l’ultima fase del lavoro. Le prime pagine vengono “licenziate” nel tardo pomeriggio, le ultime dopo mezzanotte. E qualche volta, se, a tarda ora, avviene qualche fatto particolarmente grave o importante, si fa anche la cosiddetta “ribattuta”. E cioè una seconda edizione aggiornata di Libertà.

Della “squadra” del giornale fanno parte, con un ruolo importante, anche i dirigenti e gli impiegati del settore amministrativo, gli addetti alla diffusione, il nostro “vulcanico” archivista-fattorino, gli operai e le donne che ogni mattina ripuliscono la montagna di carta che la redazione quotidianamente produce. Tutti quanti - ognuno per la propria mansione - hanno una simbolica candelina in questo 120° compleanno di Libertà. Tutti partecipano, ogni mattina, a quella stupenda avventura che è la nascita del giornale. Un evento ripetitivo, ma che ogni giorno cambia; e che - per chi vi lavora - non perde mai neppure un soffio del suo magico fascino.

.UNA NOTTE IN ROTATIVA .

E’l’una:parte la“locomotiva” che sforna le copie di Libertà a intanto corre, corre, corre la locomotiva. E sibila il vapore e sembra quasi cosa viva». Fin dalla prima notte in cui l’ho “scoperta” - vent’anni fa - la rotativa ha evocato in me l’immagine della mitica “Locomotiva” di Francesco Guccini. Sarà per l’aspetto imponente ed il movimento, che ricorda quello delle ruote di un vecchio locomotore a vapore. Sarà per quel rumore assordante, che cresce, man mano che aumenta la velocità con la quale sforna le copie del giornale. Sarà perché, come la motrice trascina dietro di sé i vagoni del treno, così la rotativa traina e porta felicemente in stazione (anzi, all’edicola) tutto il lavoro che giornalisti e tipografi hanno compiuto fino a quel momento. Molti di noi amano finire le loro nottate davanti a questo “gigante” meccanico, che sembra approdato per caso nel terzo millennio, sopravvissuto, come un ultimo glorioso baluardo, alla colonizzazione dei computer. La rotativa di Libertà - una monumentale “Goss” giunta in via Benedettine (anzi, nell’attigua via Giarelli, dove viene stampato il giornale) nel 1982 - si mette in moto ogni notte intorno all’una (un’ora prima d’estate quando dobbiamo “inseguire” i piacentini in vacanza al mare e ai monti). Ma già intorno alle 23 i rotativisti cominciano il loro lavoro di minuzioso artigianato attorno alle pagine, trasformate da pellicole in lastre di zinco e alluminio, che vengono agganciate ai cilindri della macchina che le stamperà sui rotoli di carta.

La riunione di redazione della mattina con il direttore, opinioni e idee a confronto per iniziare ad impostare il giornale: sono presenti tutti i capiservizio e Tgl. Al lunedì, la riunione è allargata anche a Libertà on line, Altrimedia e Ufficio diffusione

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Tre diversi momenti della vita e delle fasi produttive del giornale. Sopra, il lavoro in tipografia, a sinistra l’ultima tappa, l’edicola, e a destra il capo-macchina Edoardo Pagani controlla la copia appena stampata

Sono nove i colleghi che si occupano di questa essenziale fase della nascita di Libertà. C’è un’intera famiglia, quella formata dai fratelli Pagani, Roberto ed Edo, quest’ultimo - “decano” della stampa del nostro giornale - ha contagiato nella sua passione professionale anche il figlio Alessandro. C’è Giorgio Cattanei, che ogni notte dirige la messa a punto

della macchina con la zelante pignoleria di un orologiaio svizzero. C’è Severino Picca, che i piacentini ricordano come grintoso pugile professionista. Ci sono Graziano Maggi, Gaetano Vigilia, William Maffezzoni e Alessandro Tramelli.

Una “squadra” efficiente ed affiatata, che spesso la notte resto a guardare ammirato. E che mi ricorda la scena finale di un grande film sul giornalismo, «L’ultima minaccia», in cui Humphrey Bogart (nei panni di un coraggioso diretto-

re) risponde al telefono ad un boss mafioso che gli chiede di non pubblicare una notizia che lo rovinerà e, volgendo il ricevitore verso la rotativa che sta già marciando a pieni giri, dice: «E’ la stampa, bellezza. E tu non ci puoi fare nulla». Il lavoro dei rotativisti è appassionante e complesso. «E ogni notte diverso» spiega Giorgio Cattanei, che ha fatto da “levatrice” alla nascita di tutti i numeri storici di Libertà: il primo con la copertina a colori, in occasione della visita del presidente Pertini, nell’autunno del 1982; quello che omaggiò l’arrivo a Piacenza di Giovanni Paolo II; e - più recentemente - quello che ha costretto ad un’energica “cura dimagrante” il nostro giornale, passato dalle otto alle sette colonne. Tutto viene eseguito manualmente: dall’inchiostratura delle pagine (un vero lavoro di cesello, effettuato con delle piccolissime valvole a farfalla) al cambio delle bobine, circa venti (si pensi, che, ogni notte, per far uscire Libertà si adoperano 250 chilometri di carta). Infine la distribuzione, affidata in questo caso ad un computer, che conta e impacchetta le copie, plastificando le confezioni che vengono caricate sui furgoni che partono alla volta delle edicole. Le prime copie “decollano” intorno all’una e mezza - destinazione Liguria - le ultime quasi quattro ore dopo, per la città. Sono le cinque del mattino: la vecchia “Goss” può finalmente “tirare il fiato”. Ma prima i rotativisti la ripuliscono con cura e la preparano per il giorno dopo (e per il nuovo “parto”). G. L. Un punto di accesso unico e completo a tutte le informazioni di Piacenza e provincia

E www.liberta.it collega Piacenza col mondo Dall’estate del 1995 il giornale on line, dal ’98 primo quotidiano col portale di MARCO MOLINARI onostante esista da più di trent’anni si può dire che Internet sia arrivato in Italia nel 1995. Come nel resto del mondo tecnologicamente evoluto, anche nel nostro paese ciò è successo grazie all’invenzione del WWW e, di conseguenza, grazie all’avvento del linguaggio html, degli hyperlink e del browser. I primi a capirne le potenzialità sono stati gli editori, alcuni temendo una possibile “cannibalizzazione” delle copie vendute, altri, invece, considerandolo da subito un nuovo potente alleato ai mezzi di comunicazione già esistenti. “Libertà” ha avuto il merito di essere di questa seconda razza, cominciando a “tastare il terreno” fin dall’estate del ’95, prima con quel Niki Grauso che stava organizzando Video On Line, e poi con gli editori di Bergamo, Brescia e Lodi. Per questa primogenitura di Libertà On line il nostro editore Donatella Ronconi fu insignita del Premio “Pio Manzù” nel 1998. Personalmente sono arrivato nel settembre di quell’anno, ricevendo un incarico preciso (far nascere Libertà

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On Line), tre stanze vuote (da riempire di computer, persone e soprattutto idee), un contatto e molta autonomia affidatami da un editore, la signora Donatella Ronconi, che in quanto ad entusiasmo per questa nuova impresa non aveva nulla da invidiare al mio. Libertà On Line è nata così, in un mondo - definito virtuale - e che invece assomigliava di più alle nuvole di polveri cosmiche che primordialmente hanno dato vita a stelle e pianeti. Le idee e gli stimoli erano tanti, i modelli di come fare informazione ancora non erano stati concepiti; occorreva elaborare nuovi processi, acquisire esperienza, e soprattutto rimanere “sintonizzati” su quello che attorno stava rapidamente prendendo forma, monitorando costantemente tendenze ed evoluzioni e cercando di immaginare cosa sarebbe stato più indicato ad un pubblico di lettori che ancora non sapeva con esattezza cosa pretendere dall’informazione online. Erano tempi da pionieri in cui per registrare un dominio “.it” ci voleva più di un mese e per registrare un

“.com” bisognava studiarsi la procedura; tempi in cui scoprire i siti di realtà come la Casa Bianca o la Nasa ti faceva sentire per metà hacker e per metà esploratore di nuovi mond; tempi in cui per attivare la connessione con Windows (all’epoca alla versione 3.11) bisognava configurare e lanciare a mano le Trumpet Socket e i modem viaggiavano a 9.600 bps. Erano tempi in cui il modello dominante era quello del “tutti fanno tutto”, in cui il provider forniva la connessione, le caselle email, le notizie e le informazioni di servizio. Libertà On Line è stata concepita e sviluppata sui banconi da birreria

(prestati da un locale piacentino), in attesa che arrivassero gli arredi; ha cominciato a “girare” su server delle dimensioni di un frigorifero; ha contribuito a diffondere la cultura di divulgazione delle informazioni e di libertà di accesso costruendo una propria rete di connessione, un kit di collegamento, un helpdesk telefonico di assistenza ai clienti. Essere piccoli, rispetto ai grandi giornali nazionali, e comunque essersi dotati da subito delle risorse e del know-how necessari a muoversi in completa autonomia ha reso possibile alcuni primati, dei quali Libertà On Line va tuttora fiera: è sta-

to il secondo quotidiano italiano a pubblicare sul web l’edizione giornaliera; il primo nel 1998 a diventare un sito dedicato all’informazione che andasse oltre la semplice versione elettronica del giornale stampato; ed è stato il primo in assoluto, nel 1999, a mettere il giornale su WAP per leggerlo con il telefono cellulare. Nel 2000 si è trasformata in un network di portali tematici, un punto di accesso unico e completo a tutte le informazioni di Piacenza e provincia in grado di guidare il lettore alla notizia che cerca. Libertà On Line oggi è un preciso punto di riferimento per migliaia di

persone a Piacenza, in Italia e nel mondo, che ogni giorno si collegano per leggere il quotidiano, per cercare informazioni in archivio, per guardare le foto, per sapere cosa succede in città, per rimanere in contatto con la terra d’origine. Agli emigrati, infatti, è dedicato innanzitutto il giornale online, per farli sentire a casa. La dimostrazione evidente che l’obiettivo è centrato sono le decine di email e di messaggi che riceviamo ogni giorno e che potete leggere oggi su questo stesso numero speciale di Libertà. I tempi da allora sono cambiati e sette anni per internet sono una enormità. Il pregio di Libertà On Line è sempre stato quello di cercare di stare avanti rispetto agli altri, di essere sempre “online” con quello che dentro alla rete vive e si trasforma. Sarà ancora così, perchè l’entusiasmo non si è perso per strada, e questo anno di celebrazioni dei 120 anni di Libertà sarà per Libertà On Line occasione di novità - anche grazie ai vostri consigli e alle vostre critiche per darvi un servizio migliore. Se ci riusciremo il merito non sarà solo nostro. Sarà di tutti voi.


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120 anni su libertà

Libertà è

Piazza Fontana,inizia 1970:Messico,nuvole l’incubo delle stragi e gol con gli eroi azzurri Diciassette morti e 90 feriti. E’ il bilancio della strage di Piazza Fontana, a Milano. E’ il 12 dicembre: un ordigno esplode nella Banca dell’Agricoltura. Nel Paese ha inizio la cosiddetta “strategia della tensione”. Qualche giorno dopo, la polizia - con la testimonianza di un tassista - arresta per l’attentato Pietro Valpreda, un ex ballerino di 37 anni. L’uomo, definito un “anarchico individualista”, nega disperatamente.

La vera libertà di stampa è dire alla gente ciò che la gente non vorrebbe sentirsi dire.

Una partita vietata ai deboli di cuore: centoventi minuti, due lunghe, drammatiche ore che la folla dello stadio Arzeca non dimenticherà facilmente. Così, in una partita interminabile, quasi un’epopea eroica, gli azzurri del ct Valcareggi battono i panzer tedeschi di Beckenbauer per 4-3. E’ il 18 giugno 1970 e l’Italia vive con grande partecipazione i Mondiali del Messico. Le reti storiche sono di Boninsegna, Burgnich, Riva e Rivera.

GEORGE ORWELL (scrittore inglese, 1903-1950).

Si apre il portone,entrano le notizie Il portone di Libertà appena aperto: sono le 8.30 e la giornata sta iniziando A destra l’ufficio diffusione già al lavoro per controllare l’arrivo dei giornali nelle edicole

SI APRE IL PORTONE DI “LIBERTÀ” di via Benedettine, ed è il segnale di partenza: la “macchina” si mette in moto, il centralino entra in servizio e così pure gli uffici amministrativi. ORE

8.30

L’UFFICIO DIFFUSIONE ha già iniziato la sua giornata controllando gli orari di arrivo del giornale nelle edicole e tenendo i contatti con gli edicolanti stessi per problemi e segnalazioni.

Il fotoservizio da pagina 24 a pagina 33 “Una giornata in Libertà” è di Prospero Cravedi

ORE

9.00

I CAPI SERVIZIO di cronaca, provincia, cultura e spettacoli e sport iniziano ad impostare la giornata, riprendono la scaletta dei fatti da seguire già elaborata la sera prima. I cronisti intanto si sono già messi in movimento a caccia di notizie sia in città sia in provincia. Oltre ai redattori, sono impegnati anche i collaboratori su direttive dei capiservizio e, in provincia, i tantissimi corrispondenti che coprono l’intera provincia. ORE

10-10.30

DOPO UN PRIMO CONTATTO con i capiservizio, il caporedattore valuta la necessità di ritocchi al timone, cioè al “progetto del giornale del giorno dopo”. Il timone è un grande foglio dove sono riportate tutte le pagine previste, suddivise per settore e con gli spazi pubblicitari venduti da Altrimedia.

A sinistra, la Cronaca inizia a muoversi e il caposervizio Lambri, di spalle, dà le prime disposizioni. Sopra, il vice-responsabile della tipografia Bianchi e l’addetta di Altrimedia al timone mentre lo sta fotocopiando. In alto a destra il capo della Provincia Marcoccia fa il punto con la sua redazione. Sotto, una riunione operativa con la presidente Ronconi, il direttore del quotidiano e quello di Altrimedia e i vertici amministrativi dell’azienda

.LE FIRME DI LIBERTÀ .

ORE

11,15

I CRONISTI INIZIANO 11,30 a dare le prime notizie raccolte e gli aggiornamenti ai vari capiservizio nell’immediatezza della riunione di redazione. Ogni caposervizio, dalla Cronaca della città alla Provincia agli Spettacoli e allo Sport prepara la scaletta dei fatti principali. Ogni lunedì si tiene la speciale riunione organizzativa con il direttore a cui, oltre ai responsabili della redazione, del Tg e di Libertà on-line (internet), partecipano anche il direttore commerciale di Altrimedia e il responsabile della diffusione. In questa riunione si pianifica il lavoro della settimana. Settimanalmente, in genere al martedì, si svolge anche la riunione della presidente dell’editoriale, Donatella Ronconi, con i vertici del giornale per discutere strategie ed iniziative. ORE

La prima lezione: tutto in sette righe

Un sorriso e un ricordo nell’ufficio di papà

Sogni di gloria e programmi tv

Nonostante l’ansia il giornale è uscito

di ALBERTO AGOSTI

di ELEONORA BAGAROTTI

di ANTONIO BOSCHI

di CORRADO CAPRA

L

a convocazione era per domenica, alle 18. Strano orario per cominciare un lavoro. Ernesto Prati era seduto davanti a un tavolo completamente ricoperto di fogli. Altri fogli li teneva in bocca. Stava preparando la prima pagina di Libertà e quelli che maneggiava erano i dispacci Ansa. Era la fine del 1978 e sui giornali si parlava soprattutto di Iran: lo Scià era fuggito, arrivava Khomeini. Mi diede un pacco di fogli targati Teheran e mi disse: «Prepari un pezzettino sull’Iran». Ero fresco di studi, mi sentivo preparato. Quindi scrissi un corposo saggio di politica estera, cercando di infilarci tutto quello che sapevo. A Prati bastò un’occhiata. «Lo riscriva mettendoci quello che è successo». Era la lezione numero 1 di un lungo corso di studi che finirà il giorno in cui smetterò di lavorare. Comunque inghiottii il boccone e mi misi al lavoro. Stavolta nel “pezzo” non c’era traccia di analisi di politica estera, c’erano solo fatti. Seconda occhiata e seconda bocciatura: «Lo riscriva in sette righe». Solo dopo capii che quelle sette righe erano un segno di considerazione: di solito le righe erano cinque. Da allora tutto è cambiato, si “riscrive” meno, si fanno più pagine, si sfornano decine di titoli. Però anche oggi, quando posso, mi piace “riscrivere in cinque righe“, per tornare ai vecchi tempi. E, qualche volta, me ne regalo addirittura sette.

I

miei primi giorni a Libertà sono stati due. Infatti, anche se ufficialmente la mia assunzione presso l’azienda è avvenuta un paio di mesi fa, ho sempre percepito Libertà come qualcosa che fa intimamente parte della mia vita poichè qui mio padre ha lavorato come giornalista per più di trent’anni. Dunque, riconduco il ricordo del mio primo giorno a Libertà quando, a tre anni, mia nonna mi portò a giocare ai giardini Margherita e poi passammo sotto la finestra del pian terreno e io chiamai il mio papà per un breve saluto. Da quel momento ebbe inizio un rituale quasi quotidiano: quello in cui io entravo nell’ufficio dove, all’epoca, si trovava la sua scrivania e mi mettevo un poco a picchiettare sui tasti di una vecchia, rumorosa ma affascinante macchina da scrivere. E’ strano, eppure quei brevi attimi di gioco sono ancora vivi nel mio cuore. Ma ricordo anche l’ultimo ufficio in cui vidi mio padre lavorare, prima di dirmi addio. E’ lo stesso che, più di 15 anni dopo, io mi ritrovo a sorpassare ogni mattina per raggiungere la mia postazione agli Spettacoli. In quell’ufficio, oggi, si trova la Cronaca e alla scrivania di mio padre siede un collega che, l’altro giorno, mi parlava affettuosamente di sua figlia mentre io, dal di dentro, sorridevo un po’ commossa pensando alla vita come a una misteriosa ruota che gira.

Q

uell’estate del 1989 non avrei fatto vacanze. Ma non me ne importava proprio niente. Finalmente, dopo quel colloquio con Ernesto Prati, avevo avuto il via libera per diventare un giornalista con la “G” maiuscola. Cronaca nera, giudiziaria, politica o economia? I primi settori li sentivo più vicini i secondi un po’ meno, ma anche in questo caso non c’era paura. L’importante era cominciare a fare sul serio. «Antonio domani inizierai con i programmi della tv». Anche se era un amico e collega del papà, la voce di Ernesto Leone incuteva sempre un certo timore tanto a me che ero l’ultimo arrivato come ai più anziani. E fu anche per questo che risposi: «D’accordo» senza pretendere ulteriori spiegazioni. Che cosa mi sarebbe toccato, il giorno dopo? Critica televisiva oppure interviste ai vip della tv? Niente di tutto questo: dovevo controllare uno ad uno tutti gli orari dei programmi tv che uscivano sul giornale. E guai a sbagliarne uno. Un’amica per tirarmi su il morale, che era sotto le scarpe, mi regalò una biografia di Vittorio Zucconi. Ho letto fino a consumarle quelle pagine in cui il big di Repubblica racconta la sua gavetta a “passare” i programmi tv. E adesso che ho meno capelli ma lo stesso entusiasmo di allora mi scappa da ridere quando qualcuno mi spiega l’importanza delle informazioni di servizio. Loro le tv le avranno mai passate?

N

on è facile descrivere un momento lontano nel tempo ormai più di sedici anni. Ma ci provo. Il primo giorno di lavoro è stato in una data particolare: il 1° gennaio (del 1987), e non è frequente cominciare a lavorare a Capodanno. Già questo può contribuire a schiarire la memoria. Quel periodo era di grande cambiamento non solo per me, ma per tutta Libertà perché il quotidiano stava passando dall’impaginazione con il piombo a quella elettronica. Un cambiamento epocale, insomma. Un aneddoto dei miei inizi? Il primo giorno ricordo la grande agitazione che avevo prima della “chiusura” del giornale: eravamo in ritardo, mancavano notizie e dettagli per completare le pagine. Vedendomi molto teso, un collega più anziano si avvicinò. Pensai: adesso chissà che cosa mi dice. Invece mi spiegò con una calma disarmante: «Stai sereno: credi forse che domani il giornale non sarà in edicola?». Una filosofia che non faceva una piega: in effetti tutto filò liscio e il giorno dopo non c’era ovviamente traccia su Libertà della.... mia ansia. Da quel momento sentii ancora queste parole pronunciate da lui, come un tormentone scaccia-paure, ogni volta che mi vedeva preoccupato. E a poco a poco l’agitazione è sparita.

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SALDI Comunicazione al Comune di PC il 13/12/02

27-01


120 anni su libertà

Libertà è

La stagione dell’odio: 1974:Fanfani sconfitto l’omicidio Calabresi Il divorzio non si tocca Il commissario Calabresi cade il 17 maggio 1972, colpito a morte da tre pallottole sotto la sua abitazione di Milano. Finisce così la vita del personaggio chiave dell’«affare» Valpreda-Pinelli. Il commissario viene colpito alle spalle, mentre tenta di aprire la portiera dell’auto. Il 17 maggio 1973, durante la sua commemorazione, Gianfranco Bertoli - che si professa anarchico - lancia una bomba a mano e uccide quattro persone.

25

Nessuna libertà esiste quando non esiste una libertà interiore dell’individuo.

Chiamati a scegliere se cancellare la legge che permette il divorzio, gli italiani votano per il “no”. Il referendum voluto da Fanfani e dai cattolici conservatori si trasforma in una vera e propria sconfitta. E’ il 12 giugno del 1974 e l’88 per cento degli elettori si reca alle urne, senza alcun timore. Il risultato ha del sensazionale: sei italiani su dieci si dichiarano a favore del divorzio. L’Italia si scopre adulta.

CORRADO ALVARO (scrittore italiano, 1895-1956), Quasi una vita, 1929.

Tutti dal direttore:si“decolla” È UNO DEI MOMENTI PIÙ IMPORTANTI del giornale, la riunione di redazione del mattino con il direttore, il caporedattore e tutti i capiservizio. E’ la fase di ideazione, di confronto e di vera “progettazione” del giornale. Il direttore guida la riunione, si dà una valutazione retrospettiva del giornale del mattino. In breve, è una sorta di auto-analisi dove ci si dà una prima “pagella” e poi si riparte. I vari capiservizio elencano le notizie del giorno e spiegano come intendono metterle in pagina: si discutono e si approfondiscono gli aspetti più rilevanti, spuntano idee e suggerimenti. Direttore e caporedattore si appuntano le notizie più interessanti per iniziare ad elaborare un’«idea» di base. ORE

11.45

Sopra a sinistra la saletta con i collaboratori. In alto la riunione del settore amministrativo con il direttore generale Zazzali e il direttore amministrativo Scarzanella. A lato la riunione di redazione con il direttore. Sotto il gruppo di lavoro di Libertà on line, il giornale su internet

IL DIRETTORE GENERALE dell’azienda e il direttore amministrativo si riuniscono brevemente con tutto il personale dell’amministrazione per organizzare il lavoro della giornata. ORE

11.45

Sopra, in alto gli impaginatori della pubblicità al lavoro. Sempre sopra a sinistra controlli contabili in amministrazione e a destra la consigliera d’amministrazione di Altrimedia Molinari mentre verifica dei grafici della pubblicità con un addetto della concessionaria

.LE FIRME DI LIBERTÀ .

I CAPISERVIZIO RIPRENDONO le fila dei loro cronisti e dei collaboratori al lavoro e in movimento per la città e la provincia. Dal Tribunale arriva notizia di una importante sentenza, il cronista di nera segnala due arresti effettuati dai carabinieri, la polizia tira le somme di un’operazione antidroga con una conferenza stampa, in Comune spunta un nuovo progetto viabilistico, da Castelsangiovanni e Fiorenzuola i collaboratori segnalano nuove notizie, gli spettacoli aggiungono l’anticipazione di un concerto, lo sport insegue un piccolo scoop del calciomercato.

Finalmente ammesso Una nuova tappa «Vuoi fare il giornalista? nel “tempio” proibito su un solido bastimento Dimentica l’orologio»

ORE

12.15

C

di STEFANO CARINI

he cosa vuoi fare da grande? Il giornalista. Crescendo le fantasie di un bambino diventano un vero obiettivo, grazie alla professoressa Gardini, la mia insegnante di italiano alla media Manzoni (moglie tra l’altro di un giornalista di Libertà, Nino), che mi incoraggia su questa strada, e a Nando Boschi, personaggio storico del nostro giornale, che mi affida il primo pezzo: Aurora Casalpusterlengo-Zingonia di calcio femminile. Non ho ancora 18 anni. Il passo successivo, l’ultimo, è il più difficile. Passano otto anni di gavetta, tra i più svariati servizi sportivi, in attesa della fatidica chiamata. Quel momento me lo sono prefigurato mille volte. Una bella mattina, all’improvviso, arriva una telefonata: “Domani si presenti”. Primo febbraio 1986, data indimenticabile. Timore? Forse un po’, ma ben presto mi accorgo che è come se al giornale ci fossi sempre stato. Di quel giorno ricordo una cosa. Da collaboratore la tipografia era un tempio proibito, al massimo mi potevo fermare al tavolone all’inizio, dove si mettevano Dotelli di giorno e Cip Tadini alla sera. Il primo febbraio invece varcai la fatidica soglia insieme ad Amedeo Tarantola e mi inoltrai anch’io tra i banconi su cui venivano composte le pagine. Il rumore delle linotype mi sembrò la musica degna di una storia a lieto fine. Lì mi resi veramente conto che ce l’avevo fatta. E il bello doveva ancora venire.

LA TIPOGRAFIA porta avanti l’impaginazione della pubblicità che andrà nelle varie pagine. ORE

12.30

IL GIORNALE PUÒ INIZIARE a prendere forma, sia pure in modo provvisorio, ma si delinea il progetto. I capiservizio, consultandosi anche con il caporedattore e il suo vice, iniziano a disegnare i cosiddetti menabò, cioè le pagine, decidendo quale sarà la notizia d’apertura e dando una gerarchia in pagina ai vari avvenimenti. ORE

12.45

U

di PAOLO CARLETTI

ltimo arrivato a Libertà, ho avuto la possibilità di misurarmi solo dal 9 dicembre scorso con una realtà completamente nuova, e quindi sempre affascinante per chi come me ha la fortuna di fare questo lavoro. Parlare del primo giorno è quindi non raccontare il mio esordio nella professione, ma l’ennesima tappa di un certo girovagare per l’Italia in alcuni giornali e in numerose redazioni. Ma se è vero che ogni quotidiano, redazione, persino città, hanno molti punti in comune, ricoprire un ruolo in un giornale di questo prestigio, storia, autorevolezza, è cosa speciale. Quando poi si arriva in una città «nuova», mai visitata, e da me giornalisticamente inesplorata, allora gli stimoli si sommano, e anche la fatica per gli incarichi precedenti, per i viaggi e i continui spostamenti, diventano voglia di capire, di imparare, conoscere il giornale e la città, che mai come in questo caso marciano di pari passo. Il mio primo giorno a Libertà è iniziato essendo un lunedì - dopo tante strette di mano dei nuovi colleghi, con la rituale riunione di inizio settimana. Programmazione, organizzazione, cura estrema anche dei dettagli: la prima impressione è stata quella di prendere posto su un solido bastimento che ci porterà ancora molto lontano.

1

di CARLO DANANI

2 luglio ’99, faceva un gran caldo, ma di andare al mare non avevo nessuna voglia. Io assunto a Libertà: in quel momento conquistavo il pianeta che avevo bramato per dieci anni. Io, che nell’età delle scuole medie e del Liceo, al lunedì mi svegliavo all’alba per correre in edicola con la bava alla bocca per “sbranare” intere pagine di risultati, commenti e classifiche che solo su Libertà trovavo. Sì, mi sentivo al centro del mondo. Paolo Gentilotti, Stefano Carini, Amedeo Tarantola: le firme che avevo letto per tanti lunedì, all’improvviso diventavano mie compagne di viaggio. Impiegai qualche mese a mettere a fuoco quella sensazione. Passai buona parte di quel 12 luglio, come molti altri giorni successivi, a seguire un corso personalizzato e accelerato che mi fece Paolo sull’uso del computer e a “spiare” Stefano e Corrado Capra quando disegnavano le pagine. Quel giorno, verso le 14, in redazione restammo solo io e Amedeo. Si avvicinò e mi fece i complimenti: «Lo sapevo che prima o poi saresti entrato qui, te lo meriti perchè sei un ragazzo con la testa sulle spalle. Ascolta un consiglio da uno che potrebbe essere tuo nonno: per fare bene questo mestiere ricordati di buttare via l’orologio». In quel momento mi sono sentito più forte: avevo appena ricevuto la benedizione del “grande vecchio”.

Prima di tutto viene la notizia

I

di FULVIO FERRARI

l mio primo giorno a Libertà è stato quando, più di dieci anni fa, ho consegnato un articolo a Gianfranco Scognamiglio, allora caposervizio della Provincia. Avevo cercato, trovato, scritto e avrei visto pubblicato un fatto ritenuto interessante dalla redazione. È passato molto tempo, alla guida di Libertà si sono susseguiti cinque direttori, il giornale ha cambiato veste grafica e non solo... Da allora ho lavorato per i vari settori della cronaca ma, per quanto mi riguarda, quello che ho fatto ieri e che continuo a fare anche oggi mentre leggete queste righe, è quello di cercare, trovare, scrivere fatti. Ora lo faccio da dietro una scrivania che non è stato facile conquistare. Ho dovuto guadagnare la fiducia delle redazioni, “scarpinare” in tutte e quattro le nostre valli e in città. Sempre alla ricerca di notizie, una ricerca che secondo me è l’unico vero motore di un quotidiano. Il mio primo giorno da giornalista “assunto” è invece scivolato via senza particolari patemi d’animo, tra persone e situazioni che conoscevo già e alle quali ero abituato da tempo. Sempre innamorato della ricerca di notizie, una “condanna” ma un piacere che, sono sicuro, non mi abbandonerà mai.

27-01

di

Giannessi Stefano

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120 anni su libertà

Libertà è

1974:terrorismo nero 1975:votano i 18enni La bomba sull’Italicus L’avanzata del Pci Il 4 agosto 1974 qualcuno deposita una bomba in uno dei vagoni del treno Italicus. L’ordigno esplode vicino alla stazione di San Benedetto Val di Sambro, a Bologna. L’Italicus, che è partito da Roma ed è diretto a Monaco, è affollato di passeggeri. E’ un altro terribile massacro: muoiono in 12, i feriti sono 48. Il 28 maggio, un attentato aveva ucciso otto persone a Brescia, in piazza della Loggia. Per le due stragi, attribuite ai terroristi neri, la verità non verrà mai alla luce.

La libertà come la vita si merita soltanto chi ogni giorno la dovrà conquistare.

Il 6 marzo 1975 la Camera approva in via definitiva la legge che abbassa la maggiore età da 21 a 18 anni. Tre milioni di nuovi elettori possono andare alle urne, sette anni dopo il ’68. Pochi mesi dopo, il 16 giugno, le elezioni amministrative cambiano il quadro politico: nelle regioni e nelle grandi città, la sinistra è maggioranza, la Dc vacilla. Il Pci di Enrico Berlinguer ottiene oltre undici milioni di voti. E’ un’avanzata travolgente.

JOHANN WOLFGANG GOETHE (scrittore tedesco, 1749-1832), Faust, 11575-6.

..

..

.LA TESTIMONIANZA.

.L’INCONTRO.

Libertà è l’amore per Piacenza un pezzetto della mia patria

H

o imparato a leggere compitando lettere e parole sul Corriere della Sera. Nel ’44, infatti, Libertà non usciva. Dopo un breve ritorno nelle edicole tra il 25 luglio e l’8 settembre del ’43, era di nuovo scomparsa; in quel periodo di respiro tra le due "versioni" del Duce, io ero troppo piccolo (compii 3 anni pochi giorni prima dell’armistizio): non avevo quindi potuto utilizzare Libertà per soddisfare le mie curiosità alfabetiche. Dopo la liberazione, in casa i quotidiani tornarono ad essere due: il Corriere e Libertà. Entrambi autorevoli nel loro ambito, equilibrati, indiscutibili non come contenuti (che anzi si potevano criticare, con garbo) ma come scelte. Chi avesse proposto di sostituirli con altri avrebbe solo provocato sorrisi di compatimento. E poi, sostituire Libertà? Con che cosa? Già il lunedì entrava in casa Settimana, ma solo perché Libertà non usciva. Infanzia e adolescenza, quindi, accompagnate da Libertà e Corriere. Intermittenti sogni di un eventuale futuro giornalistico: cosa farò da grande? Mah, forse il giornalista, o lo scrittore? Dev’esser bello pubblicare, vedere il proprio

di DOMENICO FERRARI

Quando mi trasferii negli Usa mio padre con il suo feroce amore per le radici decise di farmi un regalo: un abbonamento al nostro giornale

nome sul giornale, sul frontespizio di un libro… Altri sogni scavalcano e travolgono quelli pubblicistici. Ma l’interesse rimane. Una sera, con pochi fogli in mano, dopo lunghe tergiversazioni, mi faccio coraggio e busso alla porta dell’ufficio del Direttore. Ernesto Prati mi accoglie benevolmente (sa benissimo chi sono, a Piacenza ci si conosce tutti); gli consegno i fogli: si tratta di un articolo, lungamente cesellato, su certi esperimenti di elettrologia compiuti in gioventù da Giandomenico Romagnosi. Ogni mattina apro il giornale con grande batticuore. Dopo pochi giorni, l’articolo campeggia sfavil-

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lante al centro della "terza"! Scrivo qualche altro pezzo per la stessa pagina, poi il tempo manca: la mia collaborazione si interrompe per quasi quarant’anni. Ma Libertà rimane un punto di riferimento sicuro. Non la vedo più tutti i giorni poiché vivo altrove, ma non manco mai di darle un’occhiata quando torno a Piacenza. Nel ’70, un ritorno diverso dai precedenti: per un anno non ci vedremo più, vado negli Stati Uniti. Mio padre capisce che si tratta di una mossa importante, quasi necessaria, per la carriera che ho scelto; ma è attaccatissimo alla sua patria, l’Italia, per la quale ha anche combattuto nel-

la Grande Guerra, ma anche e soprattutto Piacenza, la terra dei suoi avi; teme che la mia assenza, già lunga, possa diventarlo ancora di più (durerà, infatti, 25 anni). E se mi trasferissi in America per sempre? Se mi dimenticassi della nostra Piacenza? Perché non dimentichi e rimanga più legato ad essa, mi farà un regalo: l’abbonamento a Libertà. Me lo annuncia nel suo modo calmo, sereno, equanime; ma sotto la superficie, appena velato dal pudore dei sentimenti, che feroce amore per le nostre radici! Così, in California, il nostro quotidiano, che per le irregolarità del sistema postale arriva a pacchetti, mi permette di seguire i grandi e piccoli fatti di casa nostra come se abitassi ancora in via Poggiali e facessi ancora ogni giorno numerose "vasche" sul Corso. Quando apro un numero del giornale appena arrivato (magari con la data di 7 giorni prima), non posso fare a meno di pensare a mio padre; era forse questa la sua speranza più segreta quando decise di farmi proprio quel regalo. Ogni tanto, questo mi capita ancora oggi. Ecco perché Libertà per me rappresenta un pezzetto di patria, della mia patria.

La libertà di poter scrivere sempre in piena libertà di PAOLO G.PENSA

C

prima con circospezione e poi con apitai a Piacenza una sera capì nemmeno di cosa parlavo. Rinunciai a ogni forma di attivi- reciproca soddisfazione. dell’autunno 1997 e fui traVisto che avevo tanto lavorato scinato nel palco degli Za- smo politico sui generis e inconnardi Landi al Municipale per un’o- trai più tardi Gaetano Rizzuto ap- mi disse - per la costruzione europera, Massenet, o Verdi, non ri- pena arrivato a Piacenza dal Se- pea, sia a Bruxelles che a Roma, e cordo bene: Era sindaco il Profes- colo XIX di Genova per prendere il visto che avevo per tanti anni in sor Vaciago, e quando si affacciò comando della nuova Libertà. Da giro per il mondo scritto tanti sanel palco per salutare i miei ospi- bravi terroni, ci siamo annusati pienti ma inutili rapporti, perché non provavo - continuò ti gli spiegarono che - a mandargli qualcosa non ero in smoking perdi leggibile e di meno ché di passaggio. diplomaticamente arziVisto che c’ero, a Piadi EUGENIO MOSCONI gogolato per i lettori cenza, i miei ospiti pen.✵. della Libertà? Accettai sarono bene di portarmi con entusiasmo per due anche ad una riunione ggi intendo rimare a favore motivi: la libertà di di Alleanza per Piacenza di chi la mano sa porre sul cuore scelta degli argomenti, dove ebbi la brillante ie che ragiona secondo coscienza purché di attualità, che dea di proporre, come in Italia, nel mondo, a Piacenza. mi veniva concessa, e la poi ebbi modo di fare in Facessi nome, a titol d’esempio certezza che, come Auna successiva riunione, di chi l’ingiusto combatte e l’empio lessandro Manzoni, aluno statuto dell’Alleanpiù d’un "furbetto” direbbe che sbaglio, meno quattro lettori, za e un regolamento seppur diverso é il nitrito dal raglio. per di più, alle settimaper fare dell’Alleanza Perciò mi limito a dir: attenzione! na, li avrei avuti. Almeun club elettorale in no spero. Il coraggio di grado di organizzare eAprite gli occhi, seguite l’azione chiedere al Signor Dilezioni primarie. Chè LIBERTÀ ci donaron i padri rettore di verificarlo Avevo messo tutto per da conservare lontano... dai ladri. non ce l’ho mai avuto. iscritto, ma nessuno

A tutela della Libertà

O

La tipografia“corre”con i redattori LE PAGINE DISEGNATE A MANO dai capiservizio e dai vicecapiservizio dei vari settori passano alla tipografia e vengono impaginate al computer elettronicamente. Da questo momento il lavoro di fattura del giornale si svolgerà tutto sul computer, sia per la scrittura dei pezzi che per la titolazione e il passaggio delle fotografie. ORE

13-13.30

A sinistra la riunione di Altrimedia Pubblicità con il direttore commerciale Palmieri e l’intera struttura. Sopra alcuni dei fotografi di Libertà: Marina, Franzini, Lunardini, Prospero Cravedi e Bersani. Dalla foto mancano altri preziosissimi collaboratori per quanto riguarda le foto: da Ferreri a Zangrandi a Gazzola e Petrarelli. Sotto, Provincia e Cronaca al lavoro.

Un proto e due impaginatori sistemano le pagine in tipografia A sinistra il giornalista grafico Terzago esamina delle prove di stampa con il responsabile del settore informatico Siena

DOPO LA PAUSA 15.00 PRANZO RIPRENDE il lavoro in redazione, mentre in tipografia (strutturata su diversi turni) è continuato ininterrotto per comporre la pubblicità e impaginare i menabò. Per l’impaginazione i capiservizio possono avvalersi anche dell’opera di un giornalista grafico che li assiste nel disegno dei menabò e nella realizzazione delle pagine di particolare rilievo e complessità. ORE

LA CONCESSIONARIA DI PUBBLICITÀ ALTRIMEDIA tiene la sua riunione operativa, simile a quella del mattino dei giornalisti, dove si valutano i risultati del giorno prima e si definiscono gli obiettivi. ORE

15.30

LE NOTIZIE DELLA 16.00 MATTINATA possono avere subito variazioni o aggiunte, qualcuna potrebbe anche essere sparita o diventata meno importante. I capiservizio procedono ai cambiamenti e agli aggiustamenti delle pagine. ORE

A METÀ POMERIGGIO, ecco la seconda riunione di redazione del caporedattore, del vicecaporedattore e di tutti i capiservizio con il direttore. Il giornale ha ormai la sua ossatura, anche se basterebbe un minuto a cambiarla e a rimettere tutto in discussione: un incidente, un lancio dell’Ansa, una dichiarazione del sindaco. Si valutano insieme le notizie più importanti e si comincia a pensare a quelle che potrebbero valere la prima pagina. Alla riunione partecipa anche Telelibertà. ORE

16.30

SI DEFINISCONO con il responsabile del settore Attualità le pagine di cronaca nazionale e internazionale e dell’economia, sulla base delle agenzie, delle foto, dei grafici. ORE

17.00

.LE FIRME DI LIBERTÀ .

Un lunedì tra bare e Frecce Tricolori

«Fatti sempre venire dei dubbi»

di FEDERICO FRIGHI

di MARCO FRONTINI

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o sciame di meteore Liridi era visibile sin dal primo mattino nel cielo terso di quel 22 aprile del 2002. Il sole era appena entrato nella costellazione dell’ariete, venere nel toro ed io avevo oltrepassato per la decimilionesima volta la porta girevole di via delle Benedettine. Un lunedì di fuoco il primo giorno da collaboratore a praticante giornalista. Libertà, la grande mamma di tutti i giornali piacentini e non solo, fagocitava, allora come oggi, le sue “penne” come un’idrovora l’acqua durante una piena del Po. Subito il “desk”, il computer, il lavoro nel sistema editoriale, per me ed il collega Giacomo Nicelli con il quale avevo condiviso quel primo giorno in “trincea”. Poi, all’improvviso, a metà mattina, venni inviato al “fronte”: quello pacifico dell’aeroporto di San Damiano ed il ritorno, dopo due anni, delle Frecce Tricolori nel cielo piacentino. Con il fido fotografo Franco Franzini trovammo anche il tempo per fermarci dietro al cimitero di San Giorgio, per impantanarci e scoprire decine di bare riesumate e piantate lì, in bella vista, a cielo aperto. Una discarica del “caro estinto” macabra e provvisoria ma, per un praticante giornalista, un “succulento” bottino di guerra da portare a casa nel primo giorno di lavoro. Con l’invito ad andare a quel paese (fortunatamente non all’altro mondo) da parte del necroforo comunale.

«F

atti venire dei dubbi». Ernesto Prati, colui che per 50 anni diresse questo giornale di cui fu anche editore, ce lo ripeteva spesso. Nemico della retorica, spirito eminentemente critico e autocritico portato ai “distinguo” dialettici (talvolta al limite del paradosso), aveva il culto dell’obiettività e raccomandava ai redattori uno scrupoloso controllo delle notizie. Ne fece uno dei principi basilari di “Libertà” che, insieme al fratello Marcello, portò a rinascere dalle macerie della guerra e a diventare quello che in più di un’occasione è stato annoverato tra i migliori quotidiani di provincia di tutt’Italia. Un giornale considerato come un’istituzione cittadina, orgoglioso della propria funzione informativa ma anche cosciente della propria forza mediatica, della responsabilità che le parole scritte (e stampate) portano con sé e delle conseguenze che ne derivano. Fu così che quando, giovane collaboratore, venni chiamato dal direttore nel suo ufficio e lui mi disse che sarei stato assunto, avvertii una strana sensazione: l’entusiasmo di chi arriva all’attesa svolta della propria vita mischiato al “peso” della responsabilità, pur gratificante, di interpretare un difficile ruolo. Tuttavia, come Prati scrisse in occasione del centenario del nostro quotidiano: «Le persone passano, il giornale resta; e sarà in futuro fatto meglio di oggi. E’ lui il protagonista». E allora auguri, “Libertà”. E 120 di questi anni.

Quei mesi passati Dal primo giorno a pane e gazzettini un “gioco di squadra”

«V

di CAMILLO GALBA

incenzo Lancia, ragioniere mancato protagonista della storia dell’auto»: questo il mio primo titolo che venne pubblicato su “Libertà”. Era l’estate del 1981 e il direttore, Ernesto Prati, mi affidò il compito di preparare una mezza pagina dedicata al fondatore della casa automobilistica, in occasione del centenario della nascita. I mesi precedenti li avevo passati a pane e “gazzettini” (le notizie in breve). Sì perché, secondo gli insegnamenti del direttore, le principali caratteristiche che contraddistinguevano un bravo giornalista erano la chiarezza e il dono della sintesi. E la riscrittura in poche righe di decine di lanci di agenzia era la palestra migliore per imparare il mestiere. Erano banditi le parole inutili, che servivano solo ad allungare il pezzo, i ghirigori lessicali, le esagerazioni. Gli articoli dovevano essere equilibrati, senza fronzoli e riferire i fatti («Stum ai fatt» era una delle frasi che Ernesto amava ripetere più spesso): meglio una notizia sussurrata che una notizia gridata. Le urla (del direttore) si sentivano in tipografia - di solito tra le ultime ore della notte e le prime luci dell’alba - quando non erano state rispettate le regole. Ancora oggi ringrazio Ernesto Prati per quelle appassionate lezioni di giornalismo.

P

di PATRIZIA GALEOTTI

rimo luglio, caldo torrido. L’arrivo in questa nuova città dopo un viaggio di 5 ore “bruciato” tra mille emozioni. Una borsa, la mia macchina da scrivere (ormai obsoleta, ma una sorta di talismano) e tante speranze. L’entusiasmo di chi sta per afferrare un sogno, ma niente è certo. Entro in redazione: volo nel corridoio, 15 strette di mano in venti metri, qualche battuta. Il capo-redattore è molto occupato - i tempi del giornale sono sempre stretti - ma trova per me un minuto: «Ben arrivata». Mi presento al direttore. E’ di fretta, gentile ma conciso: «Lei non è piacentina, deve andare agli Interni-Esteri». Quasi una sentenza di colpevolezza. Ghiacciata. Un attimo di panico che svanisce immediatamente quando entro nella stanza: i colleghi ed il caposervizio sono giovani, mi sorridono e capisco che sono pronti ad aiutarmi. C’è un’altra giornalista - siamo le uniche due donne in una redazione coniugata al maschile - che già conosco: era con me alla scuola di specializzazione a Roma. Sento che sarà al mio fianco, con discrezione ed affetto. Prendo i miei “strumenti”, conta-moduli, penna e menabò, mi siedo davanti al computer e affronto i primi titoli, i testi di agenzia. Chiedo consigli e trovo degli amici. Da 16 anni lavoriamo insieme.


28

120 anni su libertà

Libertà è

Via Fani,la fine di Moro 1981:Alì Agca tenta e gli anni più oscuri di uccidere il Papa Gli anni Settanta sono segnati dal sangue: il terrorismo, che rivendica i suoi omicidi, si intreccia con le stragi senza firma. Il 16 marzo 1978 in via Fani, a Roma, i brigatisti uccidono cinque uomini di scorta e rapiscono il presidente della Dc, Aldo Moro: dopo 55 giorni di prigionia, il 9 maggio, viene trovato cadavere in una Renault rossa. Il 27 giugno 1980 il Dc9 Itavia precipita vicino a Ustica: muoiono 81 persone. Il 2 agosto una bomba esplode alla stazione di Bologna: 80 morti

Per la libertà, così come per l’onore, si può e si deve mettere in gioco la vita.

Il 13 giugno 1981, mentre Giovanni Paolo II sta benedicendo la folla, il turco Ali Agca spara quattro volte. Wojtyla è colpito al braccio e all’addome. Si salva dopo un intervento della durata di cinque ore. Ma gli anni Ottanta sono anche l’inizio del trionfo di un leader che parla di governabilità e decisionismo: Bettino Craxi. Piace agli imprenditori, divinizzato dal partito. Con lui si vedono gli splendori e il crepuscolo di quella che sarà definita Prima Repubblica.

MIGUEL DE CERVANTES (scrittore spagnolo, 1547-1616).

L’attimo solenne:la prima pagina Il capo della tipografia Pietro Libè verifica sul timone il lavoro sugli impaginati A destra la cabina di regia del Tgl durante la fase di montaggio dei servizi. Sotto, l’Attualità controlla le agenzie e si parte

LA RIUNIONE DI REDAZIONE si conclude con il controllo e la definizione della scaletta del Tg di Telelibertà. La redazione del quotidiano e quella televisiva cercano di lavorare tenendo alla base il concetto di sinergia, scambiandosi spunti e notizie più volte nell’arco della giornata. Il lavoro svolto è simile, tranne che, naturalmente, per la presenza dell’operatore Tv che affianca l’incaricato del servizio. Dopo si procederà al montaggio delle immagini, in sala di registrazione, e al confezionamento dei servizi che andranno in onda nel notiziario delle 19.30. ORE

17.00

Sopra, Lalatta lavora alle Lettere, a destra il vicecaporedattore Carletti con il capo della Provincia Marcoccia

LA TIPOGRAFIA STA CONCLUDENDO la preparazione della pubblicità che andrà sul giornale e ha ormai composto tutti i menabò delle pagine. Sul computer di ogni redattore appare il giornale completo pagina per pagina e a mano a mano che gli articoli vengono scritti appaiono nella stessa pagina sul video. ORE

17.15

IL DIRETTORE E IL 17.30 CAPOREDATTORE iniziano a lavorare sulla prima pagina, scegliendo le notizie che meritano di andare nella “vetrina” del giornale, la pagina più importante. Si decide l’utilizzo degli opinionisti, la notizia forte su cui puntare, il tema del giorno a livello locale, la fotografia che con il suo impatto e la sua forza deve reggere l’intera pagina. E’ una fase meditata, di prove ed ipotesi da disegnare sulla carta, cercando di arrivare ad un risultato che armonizzi la forza delle notizie con l’equilibrio della composizione grafica. A volte basta anche solo un’intuizione o un’idea improvvisa per buttare una prima pagina ormai già disegnata e ripartire da zero.

Il settore Provincia, Frontini, Lenti e Nicelli decidono la distribuzione delle notizie nelle varie pagine delle vallate. A destra lo Sport con Gentilotti, Carini e Danani

.LE FIRME DI LIBERTÀ.

ORE

IL SETTORE ATTUALITÀ E LO SPORT INIZIANO ad entrare nel vivo della loro giornata. I loro tempi rispetto alla Cronaca e alla Cultura-Spettacoli sono spostati in avanti. L’Attualità sarà l’ultimo settore a chiudere le sue pagine, seguendo fino all’ultimo con le agenzie quello che accade nel mondo, mentre lo Sport è ormai molto spesso impegnato nel seguire partite o eventi sportivi in notturna. ORE

17.45

T

«Vieni allo stadio con un taccuino»

Subito a tagliar l’Ansa poi il tuffo in cronaca

Lezione di umiltà per “Max Vinella”

Quando ricominciare? A quarant’anni si può

di PAOLO GENTILOTTI

di LUDOVICO LALATTA

di GIORGIO LAMBRI

di ANTONELLA LENTI

i piace occuparti di sport? Vieni domenica allo stadio e prendi su un taccuino: Sabino Laurenzano, capo dello sport, mi convocò così, per quello che doveva essere il mio primo giorno di lavoro, fine anni Settanta. Io allo stadio ci sono andato (allora il Piacenza giocava in serie C) e mi sono ritrovato a fare le interviste di fine partita. Poi l’esamino nella vecchia redazione al piano terra, intrisa di fumo di sigaretta e con il sottofondo rumoroso della macchina da scrivere: mi passa degli articoli, mi dice di fare i titoli: promosso. E il vecchio, grande Amedeo Tarantola che mi affianca, mi dà i primi consigli. Tutto è cominciato così. Ma il ricordo più vivo, è legato alla prima volta che ho visto la tipografia. Sembrava l’antro di Vulcano: gente in tuta e ciabatte che si affannava intorno a strane macchina dalle quali nascevano i titoli, le linotype che andavano senza sosta, l’odore del piombo fuso che aleggiava sopra i telai delle pagine. Allora si doveva imparare a leggere i pezzi con i caratteri al contrario, sulle colonne di piombo. Mi vede Marcello Prati, seduto al suo tavolone in tipografia: «Lo sai cosa devi fare? Comincia a tagliarti i capelli». L’ho fatto con qualche anno di ritardo.

E

ra il ’68. L’anno del “Vietato vietare”. Vito Neri, che allora dirigeva la cronaca cittadina di “Libertà”, mi aveva conosciuto in Consiglio comunale dove, per un settimanale pubblicitario, seguivo le sedute e scrivevo la cronaca raccogliendo commenti fra i consiglieri e il pubblico. Mi fissò un appuntamento col direttore Ernesto Prati. Ero felice, ma a disagio per aver messo ai polsini gemelli troppo grandi. «Lei è portato a scrivere di getto, pezzi di cronaca - mi chiese Prati seduto alla scrivania che aveva come sfondo una libreria a vetri - o preferisce dedicarsi alla terza pagina, con ricerche e stesure che richiedono un po’ di tempo?». Dissi la verità: preferivo la vivacità della cronaca. «Bene - decise il direttore - metta in cantiere per i prossimi giorni una bella pagina sulla velocità a Piacenza: dalla preistoria, ai jet di San Damiano». Mi sentivo preso in giro, ma dopo un tempo che mi parve eterno Prati aggiunse: «Qui dobbiamo imparare a far tutto. Conosce già Neri per la cronaca cittadina; Gianni Cighetti le spiegherà come si lavora con l’Ansa». E mi trovai, di colpo, a tagliare con una lunga forbice i serpentoni di carta che, con un crepitio da mitragliatrice, le telescriventi sparavano sul pavimento di una stanzetta, mischiando notizie di tutti i generi, da ogni parte del mondo. Qualche ora dopo il tuffo nella cronaca cittadina: un’immersione durata più di trent’anni.

L

unedì 2 gennaio 1987, ore 10.30, lezione di umiltà. Io arrivavo a Libertà dal Corriere Padano, settimale “garibaldino” che ogni venerdì faceva infuriare i colleghi del quotidiano con i suoi piccoli e grandi scoop, le sue inchieste, i suoi arguti approfondimenti. In via Benedettine, quella mattina, mi sentivo un “piccolo Montanelli”. Volavo un po’ troppo alto, come si direbbe in piacentino. Ma ci pensò Gianni Manstretta (mio compianto caposervizio e maestro) a riportarmi alla realtà. «Che cosa devo fare Gianni»? Nella mia mente già balenavano decine di possibili articoli su cui cimentarmi all’esordio e non vedevo l’ora di cominciare. Lui mi guardò con un espressione tra il divertito e l’annoiato: «Ti do un incarico della massima fiducia, caro». «E cioè?» «Vai da Carmagnola, in piazza Cavalli, e comprami il tabacco per la pipa. Eccoti la confezione ed i soldi. Non puoi sbagliare». E mentre uscivo a testa bassa dal suo ufficio ridacchiò: «Non preoccuparti, Max Vinella (per anni, in seguito, mi sfottè benevolmente con il nomignolo del “grande inviato” di Alto Gradimento), ne avrai del tempo per scrivere delle fesserie». Touché.

P

osso dire di vantare un primato sui giornalisti di Libertà. Sono la più giovane. Professionalmente parlando, s’intende. E’ solo da una settimana, infatti, che ho “varcato la soglia” e sono diventata professionista anche se ho alle spalle ventidue anni di lavoro giornalistico iniziato nel 1981 all’Unità. E’ tra quella data e il mio arrivo al quotidiano cittadino, che si trovano le fondamenta del mio bagaglio professionale. Gli anni in cui ho lavorato al settimanale Corriere Padano e alla rivista Piacentini dei quali sono stata direttore. Poi nel 2001 entrai nel palazzo di via Benedettine, carica di paure e spinta da un’altrettanta dose di curiosità. Avrei iniziato qui i 18 mesi di praticantato. Una che metteva da parte i suoi quarant’anni e passa per ricominciare, ecco come mi sentii in quel primo giorno. Il direttore mi accompagnò nel labirinto del giornale e mi presentò a redattori e collaboratori. Provai un misto di smarrimento e, per un attimo, ebbi la sensazione di essere un Ufo proveniente da una galassia sconosciuta. Ma fu un attimo. Per favorirmi nella conoscenza dell’ingranaggio il direttore mi affidò la redazione di quattro pagine dedicate alle donne che avrebbero “avvolto” il giornale l’8 marzo successivo. Da quel momento è iniziata l’osservazione, l’analisi e l’elaborazione sul nuovo ambiente. Per capirlo a fondo e farne parte al meglio. Un lavoro ancora “in corso”.

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120 anni su libertà

Libertà è

1982:l’Italia urla Esplode Chernobyl «Campioni del mondo» E’l’incubo nucleare L’urlo di Tardelli, l’esultanza di Pertini. Italia-Germania: 3-1. Con questo risultato, al Santiago Bernabeu di Madrid, gli azzurri vincono i Mondiali di calcio di Spagna. Zoff solleva la Coppa e l’Italia è per la terza volta campione del mondo di calcio. Ma gli anni Ottanta dello sport vedono anche la tragedia dell’Heysel: nell’85, prima della partita Juventus-Liverpool, i tifosi inglesi travolgono il settore degli italiani. Muoiono 38 persone, ma la partita viene giocata lo stesso.

La libertà, come la felicità, è dannosa all’uno e vantaggiosa all’altro.

Un’esplosione nucleare nella centrale di Chernobyl, in Ucraina, diffonde in Europa l’incubo del nucleare. La nube radioattiva arriva in Italia il 2 maggio 1986 e il governo interviene con provvedimenti d’urgenza: si vietano il latte alle gestanti e la verdura fresca. L’8 novembre 1987, in seguito a numerose battaglie, il fronte ecologista italiano vince nei tre referendum contro il nucleare.

NOVALIS (poeta tedesco, 1772-1801), Frammenti.

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.LA POLITICA ESTERA.

.IO E LIBERTÀ.

L’occhio sul mondo: quando l’Iraq è più vicino di Bobbio di LIVIO CAPUTO

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urante la Guerra del Golfo, accadde un fenomeno insolito: i giornali locali persero copie, mentre i grandi quotidiani nazionali, e soprattutto il "Corriere della Sera" di cui allora dirigevo i servizi esteri, ne guadagnarono. Non c’era da stupirsene: noi dedicavamo all’avvenimento una media di sei-otto pagine al giorno, con lo spiegamento di una decina di inviati, mentre i giornali minori si arrangiavano in genere con le agenzie. Chi voleva saperne di più, doveva per forza cambiare. Proprio in quel periodo, mi capitò anche di tenere proprio a Piacenza una affollata conferenza su "Tempesta nel deserto", e potei rendermi conto personalmente dell’enorme interesse che, almeno in certe occasioni, la politica estera suscitava anche in provincia. Ecco perché, dopo essere tornato al giornalismo attivo dopo la breve esperienza alla Farnesina nel 1994-95, mi sono ripromesso di cercare di spiegare meglio al grande pubblico di tutta Italia la materia cui ho dedicato buona parte della mia vita professionale. Ed

Piacenza è ad un passo da Milano. Mi capita di venirci spesso e di incontrare i lettori di Libertà ecco perché, quando alcuni anni fa l’allora direttore Luigi Bacialli mi invitò a "coprire" la politica estera anche per "Libertà", accettai con molto piacere: era un’occasione per mettere alla prova la mia teoria, che ogni giornale che vuole raggiungere il massimo grado di penetrazione nella sua area di penetrazione, deve essere, nel limite dei suoi mezzi, il più completo possibile. Spero, in questi anni, di essere riuscito a trasmettere ai piacentini la mia convinzione che ormai quel che accade in Corea o in Venezuela può essere per loro

più importante di quanto accade a Bobbio. La globalizzazione è anche questo, e chi non vuole chiudersi solo nel "suo particolare" deve tirarne le conseguenze. Per noi milanesi, Piacenza è proprio a un passo, più di alcune province lombarde. A me capita di tanto in tanto di venirci a cena, o per una battuta di caccia in Val Trebbia. Il fatto di scrivere su "Libertà", cioè di avere la possibilità di rivolgermi direttamente, più o meno una volta la settimana, alla gente che incontro in queste occasioni mi dà la piacevole sensazione di essere di casa. Quando facevo politica attiva, ho anche partecipato a qualche campagna elettorale: una città sempre in bilico tra i due Poli è sotto questo profilo particolarmente interessante. Oggi come oggi, in un momento in cui le vicende irachene suscitano grandi contrasti e grandi passioni, non sono forse sempre in sintonia con tutti i lettori. Ma sono certo che, anche quando mi capita di sostenere che Saddam è davvero un pericolo, essi sanno che ci credo davvero.

Libertà, scritto da piacentini che scrivono con passione

N

ei primi anni 80 quel caro signore e galantuomo di Ernesto Prati , dopo aver partecipato ad una mia conversazione sulla globalizzazione al Rotary di Piacenza, mi onorò con l’invito a scrivere su Libertà. Per me, distaccato professionalmente da Piacenza e persino dall’Italia, ciò rappresentò l’inizio della mia partecipazione effettiva e intensa alla vita della mia città. Interruppi questo rapporto solo per qualche tempo dopo un garbatissimo e certo giustificato invito a riscrivere una articolo in cui commentavo criticamente specifici argomenti economici piacentini la cui responsabilità poteva esser riferita a persone precise . Non lo feci per orgoglio e da allora mi guardai bene di commentare ancora fatti economici specifici della città , nonostante gli inviti affettuosi successivi del Direttore, forse feci male , ma questo è l’unico rimpianto che ho , non aver accettato questi successivi inviti. Libertà per me è stato un mezzo, uno strumento di partecipazione alla vita della città

di ETTORE GOTTI TEDESCHI

Permette di vivere intensamente il rapporto con la città. La partecipazione attraverso il giornale si trasforma da informazione a progetto per la città

che ho vissuto, purtroppo, molto meno fisicamente per ragioni professionali, ma che ho eletto residenza della mia famiglia dopo aver conosciuto tante altre opportunità in Europa intera, ma non conosco luogo dove vivrei meglio di Piacenza. E il mio rapporto con Libertà mi ha permesso di sperimentarlo, viverlo, consolidarlo e cercare di influenzarlo, alcune volte con, altre senza, successo. Il grande sogno di chi “presume” di capire e sapere è quello di poter influenzare , poter cambiare, migliorare, lasciando traccia ...il fatto è che

il cambiamento non si produce limitandosi a osservare e suggerire , bisogna impegnarsi e responsabilizzarsi, ma non sempre si sa e può fare ciò che si vorrebbe, allora ci si limita a partecipare proponendo idee e riflessioni anche critiche, anche forti e non organiche o omogenee con quella che potrebbe esser considerata la cosiddetta linea del giornale e da li si vede il suo valore. Credo di essere un commentatore inusuale su Libertà ,ogni tanto per i miei pezzi moralistici, controcorrente e pregiudizievolmente opposti alla

famosa presunta linea del giornale, ma mai , neppure una sola volta un mio pezzo è stato respinto o modificato, mai. Un giornale locale in una città media come Piacenza , permette di vivere più intensamente il rapporto con la città e rappresenta una tentazione della presunzione di poter contribuire al suo miglioramento , e questa è una passione che porta, come leggiamo tutti i giorni, molteplici persone a parteciparvi esprimendo proposte o delusioni, Libertà è realmente un giornale scritto da piacentini che scrivono con passione. Questo diventa il vero colloquio tra la città e chi ha responsabilità varie , da politiche a imprenditoriali, culturali etc. una ricchezza enorme per chi sa leggere . Questo colloquio diventa quindi cooperazione se il giornale è scritto e letto soprattutto nelle parti che riguardano criticamente le idee per la città. Così , solo così, la partecipazione attraverso il giornale si trasforma da informazione a progetto per la città. E gli ultimissimi anni di Libertà ne sono un esempio.

La“danza”delle pagine e il TGL A sinistra il passaggio delle foto in tipografia e sotto il capocronista Lambri nell’ufficio del direttore mentre discutono una variazione su un articolo A destra direttore e caporedattore al lavoro sulla prima pagina

LA PRIMA PAGINA disegnata sul menabò di carta e con indicati gli argomenti viene consegnata in tipografia per essere impaginata sul video-computer, come tutte le altre. ORE

18-18.15

IN TIPOGRAFIA C’È IL CAMBIO DEL TURNO, subentra l’ultimo, quello della notte, che porterà il giornale fino alla fine, alla rotativa e alla stampa. ORE

18.30

Sopra il preziosissimo archivista Massari al lavoro tra foto e documenti

I FOTOGRAFI ARRIVANO IN REDAZIONE come splendidi cani da riporto con l’osso in bocca, cioè le preziosissime foto scattate nel corso della giornata seguendo i vari avvenimenti. E restano comunque disponibili per ogni evenienza. Uno squillo sul cellulare e sono pronti a ripartire. Il loro lavoro trova poi il completamento nell’opera preziosissima dell’archivista che organizza e tiene in ordine il grande patrimonio fotografico e documentale di Libertà. ORE

18.30-19

A MANO A MANO CHE LE PAGINE vengono completate, i capiservizio le fanno uscire su una stampante e danno poi il loro ok al proto (cioè il responsabile in quel momento della squadra dei tipografi). La pagina esce e viene lasciata sul tavolo della tipografia, dove poi verrà controllata dal caporedattore, che deve visionare tutte le pagine, eventualmente fare modificare o correggere dai capiservizio titoli o pezzi che presentano problemi, incongruenze oppure semplicemente suscettibili di miglioramento e infine “licenziare” la pagina, cioè apporre un ok inequivocabile con il pennarello a margine della pagina stessa e dare così il via libera, il “si stampi”.

In alto il vicecapocronista Pilotti in tipografia: sono arrivate nuove notizie e si cambiano le pagine. Sopra il settore Cultura e Spettacoli con Marinetti e Marcotti. A sinistra il Tgl sta per andare in onda, Chiara Messori e il responsabile della Tv Giovanni Palisto controllano per l’ultima volta la scaletta

ORE

.LE FIRME DI LIBERTÀ .

19-20.00

CON L’INEVITABILE FRENESIA degli ultimissimi minuti di preparazione, va in onda il Tg di Telelibertà. Eventuali notizie dell’ultimo momento possono ancora essere inserite con la conduttrice già in video. Il lavoro dei teleoperatori è fondamentale per il Tg, soprattutto se si ha a disposizione qualcuno disposto a correre da una parte all’altra della provincia con la fida telecamera digitale a qualsiasi ora, anche nel cuore della notte per garantire poi le immagini per il Tg del giorno dopo. ORE

19.30

Volevo una Formula Uno Il mio primo giorno? Col “prof” alla scoperta Quel primo impatto e qui l’ho trovata Un inizio in metafora delle nostre vallate con un menabò

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di PIER CARLO MARCOCCIA

uando ero piccolino e mi chiedevano che cosa avrei voluto fare da grande, rispondevo senza esitazione: il pilota di Formula 1 o il giornalista. Alla fine ho fatto il giornalista. Colpa degli occhiali, mi sono sempre detto: avete mai visto un pilota con le lenti? E se, sognando ad occhi aperti, in Formula 1 sarei forse finito a guidare una delle ultime macchine dello schieramento, oggi sono invece un protagonista di Libertà. Cioè di quel giornale che, da piacentino che non rinuncerebbe mai alla sua terra, mi riempiva d’orgoglio già quando a otto anni scrissi il mio primo articolo, intervistando il vescovo per “Il Richiamo”, il giornale parrocchiale della SS. Trinità. Arrivai a Libertà chiamato dopo tre anni di Corriere Padano e dopo un anno di servizio militare. Forse anche per questo l’impatto non è stato duro: in fondo la redazione di un giornale è proprio come una caserma, con regole tutte particolari e con soldati, caporali, marescialli e colonnelli. Oggi sono ancora orgoglioso di essere un “combattente” di questo storico “esercito” piacentino. E sono orgoglioso di raccontare le cose della gente delle mie vallate, i loro progetti, i loro problemi. Anche se, per la verità, la voglia di sfidare Schumacher, Barrichello o Montoya mi è rimasta. Purtroppo, però, continuo a portare gli occhiali e le gare me le devo guardare in tv. E molto spesso dalla mia scrivania...

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di ENRICO MARCOTTI

o che lei fa teatro, vero? Bene, sa che anch’io ho scritto delle commedie goliardiche in gioventù. Commedie che avevano anche un bel successo. Mi piacerebbe tirarle fuori dal cassetto e magari rappresentarle. Uno di questi giorni gliele faccio leggere, così lei mi dice che cosa ne pensa. Perché sa, qui è un po’ come fare teatro. Ci sono tanti attori, i suoi colleghi, tutti protagonisti, che ogni giorno scrivono il loro copione, fanno la loro recita, che poi il pubblico giudica». Il mio primo giorno “sotto le armi”, a Libertà, lo ricordo come un “inizio in metafora”. Devo dire che questo discorso, che mi fece Ernesto Prati dandomi il benvenuto nel suo studio quel 3 dicembre del ’90, ancora oggi, a più di dodici anni da quegli inizi tribolati, mi accompagna ed è più vivo che mai. Oggi che sono nella redazione spettacoli e mi occupo professionalmente di personaggi, di eventi, di concerti visti, letti, ascoltati, trovo che ancora il più bel spettacolo che si scrive e si rappresenta ogni giorno si consumi proprio qui, tra queste “mura di carta”, dove la Parola ha un peso decisivo, dove ogni giorno ci si deve anche inventare la parte. In fondo, se ho scelto questo mestiere è perché qui si rimane pur sempre “in commedia”. Un solo rammarico: non ho mai letto quei copioni di Ernesto Prati. Tra le tante che mi fece quel giorno è l’unica promessa che non ha fatto in tempo a mantenere.

di ANGELA MARINETTI

stato come cadere in acqua senza saper nuotare. Il mio primo giorno a Libertà è stato un po’ così: come essere buttati allo sbaraglio senza sapere esattamente che cosa e come farlo. Certo, scrivere non era un problema. Lo facevo da anni, come collaboratrice. Ma fare un giornale, sia chiaro, è tutta un’altra cosa. Senza alcun tirocinio e avendo una conoscenza molto vaga di un computer non è stata una passeggiata. Certo, c’erano i colleghi a cui chiedere un consiglio. C’era, nella redazione della provincia (dove ho passato i miei primi anni a Libertà) un caposervizio straordinario, Gianfranco Scognamiglio (che ho sempre chiamato affettuosamente “prof”), gentile e mai scontroso o supponente, come capita, ahimé, alla gran parte della categoria dei giornalisti. Devo dire che se ho conosciuto la provincia, quella più lontana (le alte vallate del Trebbia e del Nure, ad esempio), lo devo a lui. Non c’è luogo, anche il più sperduto, che non conosca, non c’è paesino o frazione di cui non sappia raccontare episodi divertenti, personaggi curiosi o (cosa da non sottovalutare) trattorie da segnalare. E’ stato un grande aiuto, dal punto di vista professionale, e un gran divertimento dal punto di vista personale.

«B

di GIACOMO NICELLI

envenuto all’inferno». Un attimo di perplessità, poi un sorriso, una strizzata d’occhio e una stretta di mano. Così, alle 10,30 del 22 aprile 2002, dopo undici anni di collaborazione a “Libertà”, borsetto a tracolla, blocchetto e penna in tasca, sono entrato in redazione per il mio primo giorno da praticante. E così, citando la frase un giorno rivolta dal calciatore interista Vieri ai nuovi arrivati nella formazione nerazzura, mi ha accolto nella squadra di via Benedettine il caposervizio della Provincia, Pier Carlo Marcoccia. Mi ha accompagnato alla scrivania: scaffali, computer e telefono. Che effetto strano sedersi. Ora, per chi ha passato la vita a raccogliere notizie, intervistare e scrivere spostandosi da un capo all’altro della provincia, trovarsi a contatto con un “menabò” o un “timone” non è proprio una passeggiata. Curiosa impressione trovarsi, di colpo, dall’altra parte della barricata a tu per tu con chi avevi sentito soprattutto per telefono. Già perchè un conto è spedire un pezzo via e-mail, altro è riceverlo e da quello partire per “confezionare”, per così dire, il giornale. E’ dura? Eh sì. A volte proprio un inferno. Ma che emozione vedere la pagina, al mattino bianca, riempirsi durante la giornata e dopo mille stravolgimenti, quasi per miracolo, a tarda sera prendere la strada della tipografia.


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120 anni su libertà

Libertà è

1989:fine di un’epoca 1991:guerra a Saddam Cade il muro di Berlino catturati i piloti italiani Il 9 novembre 1989, dopo 28 anni, cade il muro di Berlino, simbolo della Guerra Fredda e della divisione delle due Germanie. In poche settimane, Dubcek trionfa a Praga e Ceausescu viene giustiziato a Bucarest. L’Urss è alla fame, denuncia Gorbaciov. Solo in Cina, è tutto fermo: l’esercito spara sugli studenti di Piazza Tienanmen che chiedono democrazia. La foto del ragazzo davanti a un carrarmato fa il giro del mondo, ma non evita la strage.

La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica.

17 gennaio 1991: per riconquistare il Kuwait, scatta l’operazione “Desert Storm”. Dopo soltanto diciannove ore dalla scadenza dell’ultimatum, gli Usa di Bush bombardano l’Iraq, che si vendica lanciando missili su Israele. Grazie alla Cnn e al coraggio dei suoi inviati chiusi in una stanza d’albergo sotto le bombe - il pubblico sa che Baghdad è in guerra. E’ la prima teleguerra della storia e l’Italia si commuove per i piloti Bellini e Cocciolone, presi in trappola da Saddam.

LUIGI EINAUDI (politico ed economista italiano, 1874-1961).

Il giornale è pronto:visto si stampi LE PAGINE PRONTE “VOLANO” veloci verso la tipografia, ma può ancora succedere di tutto. E’ il bello e la maledizione di questo lavoro: un avvenimento inatteso può ribaltare a volte addirittura un’intera giornata di lavoro o, più semplicemente, una singola pagina. ORE

21.30

A sinistra, lo sport sta ultimando la pagina con delle partite di Coppa Italia. Sopra Roccella in consiglio comunale e il controllo delle pagine per eliminare eventuali refusi

SI PREPARANO LE LOCANDINE, i “manifestini” con le principali notizie che verranno poi affisse davanti alle edicole per “attirare” e incuriosire i lettori o semplicemente per segnalargli in anticipo la notizia più importante del giorno. ORE

22.00

CI SI AVVIA VERSO LA CHIUSURA ma spesso il settore spettacoli e lo sport a quest’ora sono più che mai in fibrillazione: concerti musicali, spettacoli teatrali, eventi culturali o partite in notturna da seguire e da raccontare subito già l’indomani al lettore tengono alta la tensione. Come pure, a volte, un consiglio comunale per le cronache. ORE

22.30

POCHE PAGINE ANCORA DA PASSARE, la prima sul rettilineo finale e il lavoro dei tipografi prezioso e preciso a fare da passante tra la redazione e la fotocomposizione delle pagine, ultima tappa prima della stampa vera e propria. Le pagine vistate su carta dal caporedattore, una volta ricevuto il suo ok, passano infatti alla fotocompositrice che le trasforma in una pellicola trasparente con sopra impressa l’intera pagina. La pellicola verrà poi portata in rotativa, pronta per essere utilizzata per creare la “lastra”, cioè la pagina su lega metallica che verrà montata in macchina per la stampa. ORE

23.00

ESCE LA PRIMA PAGINA, costruita insieme dal direttore e dal caporedattore, che è l’ultima dell’intero giornale, quella che chiude per la redazione un’intera giornata di lavoro. E’ la più “coccolata” e controllata, guardata e riguardata alla caccia del minimo refuso. Direttore, caporedattore e revisore di bozze se la ripassano quasi sillabando titoli e pezzi come un breviario. Poi, il pennarello rosso disegna l’ultimo ok. E ora entrano in gioco i “ragazzi” della rotativa. Visto si stampi. ORE

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A sinistra, il settore Attualità è alla stretta finale. Sopra, i tipografi e un correttore controllano l’impaginato della prima pagina. Sopra a destra la redattrice Bagarotti, il caposervizio della Cultura e Spettacoli Marinetti e il vice Marcotti hanno appena concluso la giornata, l’ultima pagina con l’aggiornamento di un concerto serale è ok. A destra, l’ultimo atto in tipografia: esce la prima pagina

.LE FIRME DI LIBERTÀ .

Da Gerusalemme a Casalpusterlengo

A

di MAURIZIO PILOTTI

Libertà ci sono arrivato da stagista, una parola che in epoca preLewinsky prometteva davvero poche avventure: in genere tre mesi di lavoro estivo, in redazioni svuotate dalle ferie, e una calorosa stretta di mano a fine settembre. Ma alla scuola di giornalismo un collega ben informato mi aveva avvertito: a Piacenza c’erano buone prospettive per un’assunzione. Così il primo luglio ’93 la mia Renault 5 mi portò rantolando da Roma fino a via Benedettine. Ad accogliermi il caporedattore Ernesto Leone, gentilissimo: mi chiese persino quale fosse l’argomento che mi interessava di più. «Il Medio Oriente», risposi da vero fesso. Leone incassò impassibile e con un sorriso bonario mi destinò alla pagina del Basso lodigiano: da Gerusalemme a Casalpusterlengo senza fermate intermedie. Non lo sapevo ancora, ma sarebbe stata la mia fortuna: il responsabile delle pagine del Basso era Luciano Dacquati, grande uomo e ottimo professionista. Il “Dac” (oggi approdato alle felici sponde della pensione) era disposto a insegnare, una qualità rara in questo mestiere dove tutti vanno sempre di corsa. E cominciò subito, quella sera: nel primo articolo che mi fece scrivere usai un “pressochè”. Sacramentando in cremonese il Dac ci tirò una croce sopra e lo corresse in “quasi”. Vola basso e fai le cose facili: due lezioni in un giorno solo. E il Medio Oriente? Pressochè dimenticato.

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«Sei matto, lasci Milano? Maggio 1987 la svolta: Le radici forti e gentili Ma è qui che mi diverto» una donna giornalista nel sorriso del “decano”

«M

di GUSTAVO ROCCELLA

a sei matto? Lasci un giornale nazionale per uno locale?». Domande ricorrenti il mio primo giorno a Libertà, pochi mesi fa. Sì, forse sono stato un matto. Rinunciare a ItaliaOggi, alle porte che una capitale dell’editoria come Milano può aprire. Eppure, ci sarà un motivo se questa decisione l’ho presa. Non c’entra il fatto di tornare nella mia città. Una comodità, certo, ma non determinante. Più convincente, invece, pensare a una sorta di richiamo della foresta. Foresta professionale, s’intende. Ma lo sapete voi quanto si deve sgomitare, in un giornale nazionale, anche solo per avere l’onore di fare un titolo? Per non parlare della soddisfazione di scovare una bella notizia, da scoop, e di poterla lavorare al meglio, senza condizionamenti. Sensazioni uniche, impagabili. Le avevo un po’ dimenticate negli ultimi tempi. Mentre a Libertà, ricordo bene, mi accompagnavano tutti i giorni, o quasi, quando ero collaboratore, prima di prendere la strada per Milano. Richiamo della foresta, dunque. Per tornare a vivere questo mestiere come è bello viverlo. Sulla strada, a cercare notizie. Che è forse quello che mi riesce meglio. Almeno, così mi disse Luigi Bacialli quando volle che iniziassi a collaborare per Libertà. Da un mese ero a spasso: Unità-Mattina, il mio precedente giornale, aveva cessato le pubblicazioni. Di quella mano tesa gli sarò sempre grato.

L

a porta girevole non c’era ancora ma il mio ingresso in Libertà, quel 5 maggio 1987, fu davvero una svolta. Piccola, ma significativa, per il quotidiano (dopo più di cent’anni di storia apriva alle donne fino a quel momento considerate «elemento di turbativa ambientale»). Epocale per me che lasciavo il mondo scolastico (perché anche un corso di specializzazione postuniversitario è pur sempre scuola), Roma e la mia famiglia. Il mal di stomaco che mi accompagnava era quello delle grandi occasioni: un groviglio di emozione, entusiasmo e timore. Una rapida stretta di mano con i futuri colleghi e subito scattò la bella sensazione, che per anni non mi ha mai abbandonato, di un ambiente familiare, di un posto di lavoro in una città davvero a misura d’uomo. La sera l’incontro con il direttoreeditore. Mi disse che mi sarei occupata della Terza pagina disegnando e impaginando pezzi e titoli fatti da altri. «Lo farò - risposi - ma credo che mi resterà molto tempo libero: non potrei anche scrivere?» Ernesto Prati sorrise e mi congedò con un consiglio: «Vuol diventare una vera giornalista? Segua Lalatta. E’ uno bravo che vive davvero la città». Un suggerimento che presi troppo alla lettera: io e “Lalatta” non solo facciamo “squadra” sul lavoro da 16 anni ma il prossimo 26 giugno festeggeremo anche 15 anni di matrimonio.

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U

di CLAUDIO SALVANESCHI

n giornale solidissimo, un albero antico e con radici talmente forti e ramificate da ricoprire l’intera provincia di Piacenza. Questo quello che sapevo di “Libertà” prima di metterci piede per la prima volta 9 mesi fa come caporedattore, provenendo dai giornali Finegil del Gruppo L’Espresso. E quello stesso giorno, poco dopo avere varcato l’ingresso, l’«anima» forte, antica e gentile del giornale parve quasi materializzarsi. Un signore molto anziano, con un sorriso dolce e uno sguardo mite, si arrampicava con inattesa agilità sulle scale che portavano dallo sport al primo piano della redazione. Teneva in mano pagine e foglietti. Guardai un po’ perplesso il direttore che sussurrò, come se mi stesse rivelando un arcano segreto: «Lui è un redattore, è il nostro preziosissimo Amedeo Tarantola». L’anziano mi sorrise e vidi subito quella gentilezza timida che avrei imparato a conoscere in quei pochi mesi, prima della sua scomparsa. Ma anche e soprattutto la tranquilla, beata, benedetta “testardaggine” di un 86enne che forse si era semplicemente dimenticato che il tempo passava (sapete come sono gli anziani, la memoria non è più quella di una volta...). Lui era la radice forte di un albero che ringiovaniva crescendo. E capii poi che Amedeo gli anni li aveva proprio voluti lasciare indietro, come in uno di quegli sprint in bicicletta che da sempre amava. Sul traguardo si fermò, e fu lui a farsi raggiungere, sempre con quel sorriso dolce.

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120 anni su libertà

Libertà è

1992:arrestato Chiesa La mafia uccide Inizia “Mani pulite” Falcone e Borsellino Il 17 febbraio 1992, Mario Chiesa, presidente socialista del Pio Albergo Trivulzio di Milano, viene arrestato per una modesta “mazzetta”. E’ il sassolino che scatena la valanga: Il sostituto procuratore di Milano, Antonio Di Pietro, apre l’inchiesta “Mani Pulite”. Per mesi si susseguono avvisi di garanzia e arresti di imprenditori e politici. Sotto accusa il sistema del Caf, patto tra Craxi, Andreotti e Forlani. Cossiga lascia il Quirinale con due mesi di anticipo. Al suo posto, Scalfaro.

Un’idea si può sostituire con un’altra, solo quella della libertà no.

Il 23 maggio 1992 mille chili di tritolo squassano l’autostrada Punta Raisi-Palermo. Sono le 17.58. La mafia colpisce lo Stato e uno dei suoi più alti servitori: Giovanni Falcone. Con lui, muoiono la compagna Francesca e tre poliziotti della sua scorta. Il 20 luglio dello stesso anno, salta in aria la vettura del giudice Paolo Borsellino, cui erano affidate le indagini sul delitto dell’amico magistrato.

..

LUDWIG BORNE (scrittore tedesco, 1786-1837).

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.LA RIFLESSIONE.

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.ARTIFICI.

.TRAPPOLE.

Sempre vicina al cuore e al pensiero della provincia L’età senza tempo di GIAMPIO BRACCHI della bella signora

I

l 27 gennaio è anche il mio tenere "Libertà" vicino al cuore e compleanno, e mi sento rinal pensiero della provincia, inforgiovanire pensando che non ho mando puntualmente e stimolanneppure la metà degli anni di "Lido la curiosità, ma evitando di bertà": se il giornale porta così sbilanciarsi su posizioni contrabene i suoi 12 decenni, anch’io state in politica ed economia, di In un contesto forse posso sperare…. offendere convinzioni, di urtare I miei anni passati, come quelglobale il giornale suscettibilità. li di quasi tutti i piacentini, sono vero che il mondo attorcittadino è più che noE’apur stati scanditi dalle pagine di "Linoi è cambiato, Piacenza è bertà". Da quando, bambino, vi divenuto un contesto sempre più mai un collante cercavo le notizie sportive, a permeato e orientato da ciò che per l’intera quando, ormai adulto, completasuccede altrove, le abitudini e i vo le notizie di attualità ed ecocomportamenti riflettono ciò che comunità nomia con la cronaca cittadina, una comunicazione senza più ad oggi quando, non più stabilfrontiere propone, l’economia è mente a Piacenza, scorrendo le pagine del giorna- una rete di scambi a livello internazionale, i nostri le ravvivo il legame con i fatti, la mentalità e la cul- risparmi sono scritture su computer il cui valore otura della mia città. scilla con la finanza mondiale: Ma in questo conteConfesso di non essere, a differenza di mia ma- sto globalizzato il giornale cittadino costituisce andre, ancora molto interessato a studiare con trop- cor più di prima il collante che consente di tenere pa attenzione le pagine dei necrologi, ma per que- insieme i nostri valori, le nostre tradizioni migliori, sto c’è sempre tempo. Certamente, però, la cura la nostra comunità. Credo che la sfida del nuovo deche i piacentini hanno nel volersi vedere ricordati cennio di "Libertà", che si apre ora, sia proprio quelper un’ultima volta su "Libertà", magari anche con la di conservare e consolidare il tessuto connettivo una bella fotografia, è una delle migliori dimostra- della comunità piacentina, sia vicina che lontana, zioni di un attaccamento e quasi di un’identifica- ovunque essa sia raggiunta dal giornale. E nel conzione con il giornale, che conoscono pochi esempi tempo di contribuire ad aprire i confini della procomparabili in altre città. Ho sempre avuto per gli vincia verso un’economia e una società mobili, ineditori del giornale una sincera ammirazione per il terconnesse ed innovative, perché il giornale sarà modo in cui per oltre un secolo sono riusciti a man- forte se anche il suo territorio sarà forte.

27 gennaio 2103: 220, ma non li dimostra

di ARMODIO

S

33

i potrebbe dire che “Libertà” è vecchia come il cucco, l’età sarebbe dalla nostra parte per darci ragione, ma una volta tanto il dato non è scontato. Se il giornale è invecchiato, vuol dire che lo sono anch’io con lui, ed io non mi sento tale. Dico “lui”, ma preceduto da un’articolo femminile che lo illeggiadrisce mutandolo in “LA” Libertà, ecco che l’età, come d’obbligo per le belle signore non si può menzionare mai, per nessun motivo. Dunque facciamo finta di niente, Lui o Lei, come preferite, non è vecchio, ergo neanche io lo sono e anzi è nuovo tutte le mattine come fosse il primo giorno, quando decise di cambiare sesso e diventare “La Libertà” e maliziosamente impedire a chiunque di darle un’età. Il trucco a me non riesce ma pazienza, tutte le mattine, da anni, la giovin signora mi fa compagnia e ben sapendo che si presta alla stessa funzione anche con tanti altri, mi fa un poco ingelosire, perciò sono tra i primi a correre all’edicola di buon mattino nell’illusione di cogliere subito e tutto il meglio che mi può dare ed avere cosi, solo per me, il piacere di godermi le notizie fresche di stampa. Se un giorno mi mancasse “La Libertà”, mi sentirei in prigione. O viceversa, fate voi.

di VITTORIO CURTONI

2

7 gennaio 2103. Piripacstraeuropeo-sisamaitaliano), chio. Sono morto o sono perché è gennaio, poco dopo vivo? Di preciso, non saNatale, e ci sentiamo ancora prei. Mi sembra di esserci, ma tutti buoni. Prima di scatenasai, a volte le impressioni dei re la prossima guerra contro i sensi ti possono fregare. Cocattivacci in agguato nel coEstraggo dalla munque, di certo "Libertà" smo. compie 220 anni. Un giornale Decollo. Parto in volo antigì tasca Libertà, antico. Per gli anni che ha. verso Calendasco, dove ho la e l’omeogiornale Non per come strilla dalle emansarda che mi serve da studicole, con la forza di polmodio. Passo sopra l’Angilon dal sussurra e spara ni di un neonato, da buon oDom orbitale, sotto i due Cale notizie meoquotidiano che è: COMvalli in orbita geostazionaria PRAMI, COSTO SOLO NOVEbassa; sfioro l’altissima torre tridimensionali CENTO EURI SVALUTATI. E CHE dell’ospedale spaziale. Wow! CAVOLO, NEMMENO IL CAFFE’ Tanta gente si è abituata, ma TI CI PUOI PAGARE! MA SEI SCEMO O CI FAI? per me è sempre un’emozione nuova. SGANCIA! Il richiamo è troppo. Anche perché E intanto, l’ultimo numero di "Libertà" che ho ormai tutti i quotidiani italiani sparano flussi estratto dalla tasca, suadente e ruffiano come olfattivi da far girare la testa, e da "Libertà" solo gli omeogiornali sanno essere, mi sussurra escono effluvi di salame cotto da stordire o- con la voce rauca di una pornostar: "Vuoi vegni piacentino purosangue... dere i programmi delle multisale olo di città e Vinto il naso, hai vinto tutto, come disse Cy- provincia? Vuoi che ti legga l’oroscopo? Ti va di rano. Compero. Il robedicolante ingoia la ban- sapere cosa hanno combinato alla cascina Butconota da mille euri e mi sputa il resto. Ades- tazzi di Vigolzone? Ehi, ma te l’hanno detto che..." E le immagini tridì a colori scorrono sul so il difficile è fare stare zitto il giornale. Un solo foglio, sottilissimo, che ripiego e in- foglio, mi passano sotto il naso mentre volo tra filo nella tasca del giubbotto antigravità, sot- i fiocchi sintetici di neve, si fondono e si riforto la neve artificiale che scende lemme dal cie- mano sgargianti, sempre diverse, sempre nuolo (ah, com’è gentile questa nuova ammini- ve. Capace di tenerti compagnia come un ostrazione di centrodestragalattico-centrosini- meogiornale non c’è nessuno.

Ultimo atto,ora“canta”la rotativa LA PRIMA PAGINA È IN ROTATIVA e viene aggiunta a tutte le altre, già montate sulla macchina. La pellicola della pagina, con un procedimento fotografico, viene sovrimpressa su una lastra speciale e poi è questa ad essere montata sulla rotativa. ORE

24.30

A sinistra, una delle bobine della carta pronta per essere montata sulla rotativa, sopra la pagina fotografata e a destra la lastra della pagina montata in macchina

IN CONDIZIONI NORMALI, con la chiusura delle pagine in redazione all’orario regolare, inizia la stampa vera e propria. Ultimi controlli e regolazioni sulla rotativa, una falsa partenza, un rumore sordo e sferragliante che saltella, cresce, ingigantisce e alla fine diventa un urlo ed ecco la rotativa ormai lanciata. Le prime copie tirate, qualche centinaio, servono come prova per regolare la macchina stessa e vengono quindi scartate. Poi inizia la stampa delle copie destinate alla spedizione a Milano e fuori provincia e per gli abbonati. ORE

24.45

LA ROTATIVA ORMAI SFORNA COPIE a grande velocità, che escono sui nastri e passano poi nella legatrice per essere confezionate nei pacchi per la spedizione: ogni pacco è composto da un centinaio di copie, viene incellofanato e viene applicata una fascetta con la destinazione, cioè l’edicola per la città e l’edicola e il paese per la provincia.

A sinistra la squadra dei rotativisti al completo, sopra le copie appena stampate pronte per la spedizione e la “grande protagonista”, la rotativa in funzione. In alto a destra l’impacchettamento delle copie e sotto l’atto finale: l’edicola ed il giornale in mano ad una giovane lettrice

ORE

1.00

LE PRIME SPEDIZIONI sono già state effettuate, la rotativa non si fermerà più fino alla fine della tiratura globale e i pacchi delle copie vengono caricati sui furgoncini, una quindicina, che partendo in direzioni diverse le porteranno con un lungo giro a destinazione in tutte le edicole. Fondamentale è il lavoro dell’ufficio diffusione, perchè è sulla base delle loro valutazioni che è già stato deciso come suddividere le copie in distribuzione. Ogni giorno l’ufficio diffusione, sulla base delle informazioni raccolte, stabilisce la strategia di distribuzione, oltre a curare direttamente il rapporto con tutte le edicole. ORE

2.00

E’ L’ALBA E LA LUNGA NOTTE DEI ROTATIVISTI si è conclusa, il giornale è già diretto alle edicole e loro si occupano della pulizia e della manutenzione della rotativa in vista della sera successiva, quando l’avventura ricomincerà. ORE

4-5.00

.LE FIRME DI LIBERTÀ .

«Quando scontenti tutti Sempre avanti, ragazzi hai fatto il tuo dovere» ma senza mai esagerare

I

di PATRIZIA SOFFIENTINI

l mio primo giorno a “Libertà”? Ad essere franca non me lo ricordo. Forse questa smemoratezza dipende dal fatto che di “primi giorni” ne ho vissuti tanti nel quotidiano storico di Piacenza, del quale desideravo ardentemente far parte. Fra contratti di sostituzione estiva o di maternità, per anni i miei transiti al giornale avvennero all’insegna del provvisorio. Sapevo che sarebbero finiti, ma speravo di no: lavorare a questo “foglio” antico ed autorevole era un sogno di sempre. L’emozione di un inizio è invece legata alla prima volta che presi servizio per “Libertà” in Consiglio comunale, a metà Anni ’90, come cronista dei lavori amministrativi. Cosa che feci con una sorta di istintiva riluttanza mescolata ad orgoglio, come quando si affronta la maturità. In Consiglio, al tavolo della stampa, c’era una poltroncina, la prima a sinistra, riservata storicamente ai notisti del quotidiano. Un simbolo, più che un mobile. Comoda alla seduta, scomodissima per tante altre ragioni. Quel giorno sentivo che mi serviva una bussola. E mi vennero in aiuto, allora, le parole di un mio passato direttore, il montanelliano Luciano Gulli. Farai bene il mestiere, diceva, quando nessuno sarà contento dei tuoi pezzi, né da una parte né dall’altra, allora vorrà dire che sei nel giusto, che avrai servito il lettore, non qualcun altro. Ne feci tesoro e tutto filò liscio, si fa per dire.

C

di PAOLO TERZAGO

onservo pochi ricordi dei miei primi giorni in Libertà: era la fine del 1996 ed ero stato chiamato, da Torino, per rifare la grafica, partecipare al lavoro di "macchina" e contribuire all’installazione del nuovo sistema editoriale. Di quel periodo ho una nebulosa percezione di orari pesanti, stemperati dal grande entusiasmo e dalla professionalità di un valido gruppo di lavoro. Ho un ricordo vivido, invece, del mio primo contatto con Libertà. Avvenne a mille chilometri da Piacenza, ad Amsterdam, durante una fiera dedicata alle tecnologie per l’editoria. Si era nei primi anni 90: nel corso di una cena conobbi uno scoppiettante gentiluomo che parlava di giornali con l’entusiasmo e le "visioni" di un ventenne. Il quotidiano che aveva in mente era un assaggio di futuro: moderno nel linguaggio, essenziale, agile, con una grafica innovativa. Il mio pirotecnico interlocutore, direttore-editore del quotidiano di Piacenza, mi disse che stava lavorando a grandi progetti. Tornato a Torino cercai una copia di Libertà e rimasi sconcertato di fronte a un giornale molto tradizionale, che era l’esatto contrario di quanto illustratomi, a voce, da Ernesto Prati. Così, tutte le volte che devo mettere le mani su Libertà, mi viene in mente un vecchio adagio torinese che non ha bisogno di traduzioni: "Anduma avant, ragass, ma esageruma nen..."

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Un mondo on line tutto da inventare

Il mio esordio al sapore di fragola

di MARCO MOLINARI

di MARIA VITTORIA GAZZOLA

l mio primo giorno in Libertà è stato, in realtà, fuori sede. I tempi per partire con Libertà On Line erano maturi e le prime disposizioni ricevute erano di recarmi ad incontrare una persona, che era stata preventivamente informata che da quel momento in poi il referente sarei stato io. Era domenica e l’appuntamento era fissato alle dieci in un hotel di Milano. Avremmo incontrato Grauso per proseguire quella bozza di accordi che poi non prese mai forma, avendo preferito costituire un nostro network assieme ad editori di Bergamo Brescia e Lodi. Comunque l’incontro ci fu e devo dire che fu emozionante ed istruttivo, sia perché ebbi modo di ascoltare di persona le visioni di Grauso sull’editoria on line, sia per come trattative, tecniche ed organizzative, di questo livello venivano condotte. Eravamo in una piccola sala, in sei persone. Ricordo di aver detto poche parole, di aver fatto la faccia più intelligente che mi riusciva, di aver allentato la tensione quando l’incontro finì. La convinzione comune ormai era quella di non aggregarci al carro faraonico ma di rimboccarci le maniche e fare tutto da soli. Un mondo tutto da inventare ci aspettava.

successo tanti anni fa, i ricordi sono annebbiati. All’inizio non sapevo che sarebbe diventato il mio futuro, avevo una certa idea e mentre frequentavo l’università mi si era offerta l’occasione di fare esperienza lavorativa in "quel di via Benedettine". I primi tempo ero sulle difensive, ero giovanissima e donna, praticamente due penalità. Subivo il fascino dell’ambiente ma, ahimè, totalmente maschile perciò mi muovevo con circospezione e pretendevo credibilità. Sensazioni che provavo ad ogni servizio, giornalistico o fotografico, già perché avevo un ruolo ibrido, in entrambi i casi spesso notavo degli sguardi di sufficienza, insomma ogni incarico era come il più importante esame della vita. Un giorno, già frequentavo l’ambiente da qualche mese, Marcello Prati mi incaricò di andare da certi suoi conoscenti, agricoltori, per un servizio sulla coltivazione delle fragole, gli domandai quanto avrei dovuto fare, mi rispose "lei faccia". Raggiunsi l’azienda nella zona di San Bonico in bicicletta, non avevo ancora la patente, nella borsa a tracolla avevo macchina fotografica, la mitica Nikon F1 ed il bloc notes. Ebbi la soddisfazione di vedere pubblicato il pezzo integralmente e mi emozionai leggere la mia firma. Fu il battesimo.


120 anni su libertà

Libertà è

1997:muore Diana Nato contro Milosevic: Paparazzi sotto accusa guerra nei Balcani Nella notte tra il 30 e il 31 agosto 1997, l’auto su cui viaggiano la principessa Diana - ex moglie del principe d’Inghilterra, Carlo - e Dodi Al Fayed, suo ultimo amore, si schianta a Parigi contro un pilone del tunnel dell’Alma, che costeggia la Senna. Lady Diana muore alle quattro del mattino in ospedale: aveva 36 anni. Sotto accusa, i paparazzi dai quali la principessa tentava di fuggire. La notizia della sua morte monopolizza l’attenzione della stampa di tutto il mondo.

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Dopo il fallimento dell’inviato americano, Holbrooke, con l’ennesimo “no” del leader serbo Milosevic, precipita la crisi in Kosovo. La Nato ordina l’attacco allo scadere dell’ultimatum: il 24 marzo 1999 i bombardieri sono pronti per attaccare Belgrado. In Italia, il presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, sostiene l’azione militare. Il Polo dice “sì”, ma chiede le dimissioni del governo di centrosinistra.

La libertà è un lusso che non tutti si possono permettere. OTTO VON BISMARCK (politico tedesco, 1815-1898) Discorsi.

Altrimedia,il tesoro della pubblicità di ERNESTO PALMIERI* n quotidiano, oltre ad essere un importante strumento di informazione e cultura, che fa parte della vita quotidiana, è anche un’azienda. Come tale, deve stare in piedi e camminare con le proprie gambe. E’ evidente quindi, che l’apparato commerciale assume un’importanza cruciale, tutt’altro che inferiore a quello giornalistico, con cui deve integrarsi e collaborare. Il mio ruolo è quello di direttore commerciale e, come tale sono responsabile dei risultati commerciali relativi a tutti i media del gruppo:da Libertà a Telelibertà, a Libertà online, agli altri mezzi in portafoglio. Il mio compito principale è quello di determinare le politiche commerciali, metterle in pratica e verificarle in tempo reale, tutto per il raggiungimento degli obiettivi aziendali. È una attività molto impegnativa ma intrigante, che amo particolarmente anche per l’attività di gestione che coinvolge risorse umane. Di fatto, per svolgere la mia attività, che prevede rapporti quotidiani con più figure (editore, redazione, tipografia, agenti, dipendenti, collaboratori ma soprattutto il mercato) è fondamentale avere:grinta, buon senso, fantasia e tanto amore per il proprio lavoro. Il rapporto con l’editore (ottimo) mi vede strenuo difensore dei suoi interessi, nel senso che tutte le mie

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Il direttore commerciale Ernesto Palmieri e due momenti della vita quotidiana di Altrimedia

attività sono rivolte in questa direzione. Con l’editore, sul piano generale, vengono stabiliti gli aspetti commerciali di massima, ci si confronta sugli andamenti, ci si confronta su proposte ed iniziative nuove con lo scopo di aumentare le possibilità di vendita. Sono incontri che definirei "moderni", con libertà di parola e pensiero ed è gratificante. Il rapporto con redazione e tipografia è basato in sostanza, su uno scambio di informazioni per la confezione quotidiana di Libertà. In pratica, il mio compito è quello di

far si che il flusso delle informazioni e dei materiali per la pubblicazione, rispetti degli standard precisi, che tengano conto di tutte le fasi produttive di un quotidiano. Il rapporto con la rete commerciale (venditori), costituisce uno tra gli aspetti più importanti della mia professione. Gli agenti, (figura centrale di tutte le attività di vendita) sono in pratica, i miei compagni di viaggio quotidiano (con grande delusione di mia moglie). Tutti i giorni, ci confrontiamo, di-

scutiamo sulle vicende di mercato, cerchiamo nuove opportunità. In modo particolare, al lunedì organizzo una riunione di produzione dove cerchiamo di mettere a fuoco e a tutto tondo, le nostre attività:dal piano vendite (annuale, mensile, settimanale) al mercato pubblicitario in generale, dalle previsioni commerciali alle iniziative speciali, dal credito ai problemi del singolo agente. Personalmente credo che la riunione del lunedì sia il momento forte della gestione della nostra rete di vendita.

Anche con i dipendenti e collaboratori (area inserimento dati, area controllo, area impaginazione, area credito e sportello) il confronto è praticamente quotidiano e obbligatorio. Infatti una buona gestione organizzativa interna, dà valore aggiunto a tutta l’azienda. Ma l’aspetto più importante e gratificante, è il rapporto con il mercato: i clienti rappresentano nel loro insieme, il mio banco di prova personale (credo che il direttore commerciale di una qualsiasi azienda, debba essere anche, il primo venditore dell’azienda stessa). Sento molto questo rapporto, che da parte mia è basato sul rispetto di tutte le necessità del cliente ma anche sulla mia missione aziendale. Svolgo questa attività dal lontano 1984 e ho avuto la fortuna di fare esperienza in varie citta: Milano, Pavia, Padova, Treviso, Venezia, Bolzano, Trento con puntate a Brescia e Livorno. Oggi sono a Piacenza ed onestamente mi trovo a mio agio (non solo per la forza dei mezzi gestiti). In passato qualcuno mi disse:a Piacenza è dura, hanno tutti la mano corta, beh non sono mai stato d’accordo, personalmente credo che il cliente piacentino sia capace di spendere il proprio denaro e come tutti cerca di ottenere il massimo con il minimo sforzo. L’importante, è avere un rapporto corretto ed onesto per ottenere la fiducia. Tutto il resto non conta. * Direttore Commerciale Altrimedia

di MARIA VITTORIA GAZZOLA LA REDAZIONE DEL TGL INIZIA A RACCOGLIERE le notizie, riordina la scaletta già preparata la sera prima e inizia a muoversi per i primi servizi: i redattori escono con gli operatori. ORE

ANCHE IL RESPONSABILE DEL TGL PARTECIPA alla riunione di tutta redazione con il direttore e si cercano di attuare le sinergie più opportune tra giornale e televisione. ORE

12.45

LA SCALETTA DI MASSIMA DEL TELEGIORNALE viene di nuovo verificata nella riunione generale e intanto si seguono gli altri eventi del pomeriggio. ORE

16.30

INIZIA L’ORA PIÙ CONVULSA, meno 60 minuti all’inizio del Tgl, chi andrà in onda per leggere il telegiornale stabilisce con il responsabile e con il caporedattore la scaletta del Tgl. ORE

18.30

NELLO STUDIO DEL TG TUTTO È PRONTO, la speaker è al suo posto: si va in onda. ORE

19.30

elelibertà è una storia di primogeniture nel panorama delle tivù private: tra le prime a comparire sulla scena nel 1977, con "prove tecniche di trasmissione" informa il quotidiano, mentre nella programmazione propone argomenti nuovi, e si caratterizza per la sistematica presenza fra la gente: il quattro luglio, dello stesso anno, dedica ampio spazio alla festa patronale di S. Antonino, il rito religioso e la canzone dialettale in piazza Cavalli. Si distingue anche per storie ed eventi geograficamente lontani ma che profumano di piacentinità. E’ un clima di passione, volontà ed entusiasmo in un’epopea che segna la svolta nell’informazione italiana. A galvanizzare gli spiriti ci pensa Antonio Marcello Prati, amministratore di Libertà, cui si deve l’avventura televisiva. Lo staff tecnico è formato da soci del Cineclub: Bruno Fischetti, Bruno Rossi, Gianni Mondina, Riccardo Contini, Giuseppe Baucia, e da Mauro Pollina, Silla Fabrizi, Giorgio Cravedi, Piero Orezzi, dal giornale arrivano Pierluigi Tosca e Piero Villa, inoltre Luciano Narducci e Romano Ustini. Dietro le telecamere anche Prospero Cravedi (poi sostituito dai figli Ettore e Gianni) col quale avevo costituito un

T

tandem operativo sin dal ’74 sui campi del Piacenza calcio, unica donna "cameraman" del tempo. Lo sport, con le partite dei biancorossi, esordisce sul piccolo schermo di casa nell’autunno del ’77, al microfono Francesco De Carli, ma quasi tutte le discipline sportive praticate sul territorio trovano ospitalità. I telemen, così il direttore Ernesto Prati suggerisce di firmare i servizi, sono Athos Piccone, Armando Alessandri, Roberto Calza, Gianni Cogni e Francesco Romano. La schiera dei collaboratori per la parte giornalistica, si completa con Alberto Brenni Luigi Cobianchi, Carlo Mistraletti, Sandro Pasquali.

Fra il ’78 e l’81 negli studi di via Benedettine iniziano le molte rubriche in diretta o in differita, "Risultati sportivi", "L’avvocato con voi", "In cucina con amore, le ricette di Milietto", "Al cinema con Cat" curata dall’indimenticabile Giulio Cattivelli. Sempre in quegli anni i primi talk show: "Il salotto di Elena" (Corbellini), "Il caffè con Guido" (Ratti), "Piano pianissimo" di Gladys Zangrandi, l’umorismo con "Mi faccia il piacere" di Gianmaria Starace, il liscio di Ivo Gilian, in seguito il timone passa alle figlie Giliana e Marina. Nel ’79 le prime cronache elettorali, nell’80 l’agricoltura con "Il lavoro nelle campagne", "Il dot-

GLI AGENTI DI VENDITA sono in zona da nuovi e vecchi cilienti per raccogliere ordini e vendere spazi pubblicitari. ORE

9.00

GLI ULTIMI AGENTI DI VENDITA sono rientrati dal loro giro e si confrontano con il direttore commerciale facendo il punto della situazione. Lo stesso direttore si occupa dei contratti e dei clienti più importanti. ORE

12.30-13

GLI AGENTI SONO RIPARTITI per il loro giro tra i clienti e, almeno una volta alla settimana, si tiene una riunione generale. ORE

15.00

IL LAVORO degli agenti per quel giorno è concluso, resta attivo lo sportello necrologie fino alle ore 21.30. ORE

19-20.00

Da sinistra, Giovanni Palisto, Maria Vittoria Gazzola, Alberto Brenni, Marzia Foletti, Chiara Messori e l’operatore Stefano Lunini. Qui a lato Ustini, uno degli operatori storici

Telelibertà,storia da pionieri 10.00

ALTRIMEDIA APRE I SUOI UFFICI comerciali e gli sportelli per inserzioni e necrologie. ORE

8.30

tore commercialista", nell’81 il rotocalco "Poster". Benchè lontana l’idea del notiziario, i principali eventi vengono documentati quasi quotidianamente: il carnevale sul Pubblico Passeggio, il primo giorno di scuola, le manifestazioni al quartiere fieristico, i concorsi di miss, gli incidenti stradali, nell’ottobre del 1978 la nuova sede del Fulmine, nello stesso mese la celebrazione dei 25 anni della facoltà di Agraria dell’Università Cattolica. L’archivio di Telelibertà annovera anche le feste dei piacentini d’America con le storie degli emigrati che hanno fatto fortuna tra i quali Paul Dra-

ghi e Frank Forlini. "Telelibertà ovunque per Piacenza", mi piace sintetizzare l’operatività dell’emittente, a giugno del ’79 mons. Casaroli è elevato alla porpora cardinalizia e diventa segretario di Stato del Vaticano: Telelibertà è la prima emittente privata ad entrare in Vaticano. Nel giugno di nove anni dopo il pontefice restituisce la visita e la tivù di casa mette in campo uno sforzo notevole per assicurare la diretta. Ancora nel ’79, il 13 novembre il tragico scoppio all’ospedale di Parma, a dicembre TLP dà conto del rapimento del commerciante Pighi di Fiorenzuola, poi il terremoto dell’Irpinia, la fame dell’Uganda, la tragedia del Brentei, la guerra nell’ex Jugoslavia, perfino i conventi di clausura aprono le porte alla nostra tivù, ancora un primato. L’ottobre del 1991 segna l’esordio del telegiornale e da Libertà arriva in prestito Ludovico Lalatta. Negli ultimissimi anni vi collaborano Robert Gionelli e Barbara Tondini, il presente vede Giovanni Palisto, Marzia Foletti, Chiara Messori e nello sport alla ribalta: Paolo Gentilotti e Nicoletta Bracchi, ma questa è storia recente. Venticinque anni vissuti con Telelibertà a seguire la vita di ogni giorno, un quarto di secolo vissuto in folta compagnia.

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120 anni su libertà

Libertà è

2000:la morte di Craxi Ferrari prima al mondo ad Hammamet grazie a Schumacher Il 19 gennaio scompare ad Hammamet uno dei personaggi politici chiave dell’Italia della Prima Repubblica: Bettino Craxi. Stroncato da un attacco cardiaco nella sua casa di Tunisi - dove era espatriato in seguito allo scandalo di Tangentopoli a Milano - l’ex segretario del partito socialista ed ex presidente del Consiglio avrebbe compiuto il mese successivo 66 anni.

L’uomo deve cercare la sua libertà non all’inizio ma alla fine della storia.

L’8 ottobre 2000 il pilota tedesco Michael Shumacher vince il Gran Premio del Giappone: è il titolo mondiale, il primo della scuderia del «Cavallino rampante» dai tempi di Jody Scheckter, nel 1979. In Italia esplode il «popolo delle rosse». La Ferrari vince il titolo mondiale Costruttori per la seconda volta consecutiva (la prima nel 1999, quando il tedesco si classificò quinto). Schumacher sarà campione del mondo anche nel 2001 e 2002.

MICHAIL ALEKSANDROVIC BAKUNIN (agitatore anarchico russo, 1814-1876)

I piacentini nel mondo:grazie Libertà «Quando ti leggiamo pensiamo alla nostra Piacenza» BRUXELLES - BELGIO Egregio Direttore, vivendo in una città cosmopolita e multiculturale quale Bruxelles la lettura saltuaria di Libertà rappresenta un sano ritorno alle radici. Ho la possibilità di scorrere Libertà on line, lettura che effettuo un paio di volte al mese. Malgrado l’ampio spazio che accordate alla cronaca della provincia trovo che Libertà sia un quotidiano completo. Ho apprezzato particolarmente alcuni articoli a sfondo sociale ed altri di politica estera. Nei quotidiani maggiormente conosciuti ho l’impressione che si parli o scriva di più per frasi fatte o diligenti ricopiature. Certi vostri articoli, al contrario, complice anche quel circoscritto ambiente di provincia, sono più riflettuti, meno evasivi. Più vicini ad una analisi obiettiva del reale quale io considero il buon giornalismo. Franca Silva Bruxelles, Belgio

WATFORD - LONDRA Gentile Direttore, desidero ringraziarla per avermi dato la possibilità, in occasione dei 120 anni del giornale, di mandare un messaggio alla “Libertà” che era, e rimane, il quotidiano di tutti i piacentini, anche di quelli che come me si sono trasferiti all’estero da alcuni anni. Cara “Libertà”, ormai è passato tanto tempo da quando ti leggevo regolarmente in forma cartacea. Mi ritornano alla mente le discussioni con gli amici al bar, quando si consultava l’edizione del sabato per vedere chi era stato convocato per la partita della domenica sucessiva, e anche il mercoledì per i risultati del campionato di calcio provinciale. Essere menzionati per un gol o per aver fatto una buona prestazione; quelle erano delle vere soddisfazioni! In Inghilterra dove ora abito non ci sono le edicole come in Italia, all’incrocio dei semafori o in piazza. Qui il quotidiano viene di solito consegnato su ordinazione direttamente a casa, prima delle 7.30 del mattino dai “paper boys” ragazzi di 13-16 anni i quali, con tanto di permesso di lavoro per un limitato numero di ore alla settimana, girano in bicicletta da casa in casa trascinandosi dei borsoni con i giornali. Anche mio figlio ha voluto provare insieme ad un amico. Al terzo giorno si è licenziato. Penso che non abbia la vocazione del giornalaio. Cara Libertà, al passo con i tempi anche tu ti sei “cibernizzata”. Con l’internet ormai sei accessibile a tutti, e per molti sia a casa che al lavoro, è possibile leggerti “on line”. Chiaramente non più sfogliandoti, bensì “cliccandoti”. E io ti “clicco” quasi tutte le mattine in ufficio e anche al weekend a casa. Cerco notizie della gente che conosco, la cronaca degli eventi e delle manifestazioni alle quali nel passato avevo anch’io partecipato. Metto a confronto i commenti dei cronisti attuali con i ricordi, un poco sbiaditi, che mi sono rimasti di quegli eventi. Cara Libertà “ciberspaziale”, se mi è permesso desidererei darti alcuni consigli. Chi si trova nell’impossibilità di frequentare per un certo tempo un luogo, un gruppo, una comunità avrebbe piacere di ricevere costanti notizie sulle persone e sugli avvenimenti. Chi lascia amici e conoscenti promette sempre e gli viene promesso che ci si terrà in contatto, però, alla fine, questi contatti diventano sempre più occasionali se non interrotti del tutto. Perchè non ti fai una bella revisione ai tuoi programmi digitali e ci proponi una nuova “on line” includento per esempio un forum, chat room, rubrica, “amici riuniti”, lunario piacentino (tipo “la Tromba” con il proverbio del giorno, chiaramente in dialetto) pa-

gine gialle della provincia, ricettario, la “posta dei piacentini”, storie, fiabe, dizionario piacentin-italiano, consigli utili sottoposti a/da esperti piacentini, barzellette, etc.etc. il tutto in un formato “user friendly”. E poi fai tanta pubblicità così che anche i “residenti” cominceranno a collegarsi “on line” e magari verrà loro la voglia di scambiare qualche “ciattata” con vecchi conoscenti. Cara Libertà, per 120 anni sei stata molto utile, ora devi diventare indispensabile. Franco Campana Watford - Londra

MONTREAL - CANADA Era l’estate 1963. Lavoravo in una piccola azienda metalmeccanica in via Cristoforo Colombo vicino al panificio Groppi (all’epoca). Un giorno il capo mi disse di prepararmi con gli utensili poiché dovevamo andare a riparare “la fonte del sapere” (esatte parole). Verso le 10:30 varcavo, per la prima volta, la soglia del numero 68 di via Benedettine e fu allora che “conobbi” l’esistenza del quotidiano LIBERTA’. Abitavo da diversi anni al 99 di via Roma (a 2 passi dal cinema all’aperto). Fu allora che vidi per la prima volta una rotativa, era lì , silenziosa. Un enorme mostro di colore giallo, un gigante nero all’interno con sprazzi lucido-argentati. Dopo pochi minuti sentii un frastuono, tutti i cilindri giravano tanto veloci che non riuscivo più a vedere le chiazze nere tutto era lucido lindo e pulito, non era più quel “mostro nero e freddo” di prima, la carta scorreva ad una velocità incredibile la mia testa era come un vulcano, un nodo mi stringeva la gola ed il respiro “andante mosso con brio”; le note della V sinfonia battevano il tempo dei miei pensieri. Questo mio stato fu breve ma in quei brevi attimi mi resi conto di questa “entità” : Il giornale ovvero la conoscenza della vita di ogni giorno intorno a me ed anche altrove. Il richiamo del capo mi riportò rapidamente alla realtà, una bronzina (grossa quanto un’anguria) riscaldava in modo anomalo, incominciammo alacremente la riparazione che fu terminata nel tardo pomeriggio. Fummo presenti alla prova della prima tiratura. Oh gioia, oh gaudio, per la prima volta vedevo un foglio lunghissimo che arrotolato, vuoto, ignorante potrei dire, si riempiva a poco a poco di sapere per uscire dal ventre di quel mostro ben stampato, ordinato e ripiegato tanto bene che mi pareva di vedere le camicie che la mamma mi preparava. In quel momento mi sentivo fiero come un cavaliere della tavola rotonda. Quel sogno fu breve, ma ringrazio quei momenti poiché da allora incominciai a rispettare anche il termine "stampa" (perfino i libri di scuola). Che dire di LIBERTÀ oggi: seduto davanti il mio schermo posso sapere cosa succede ogni giorno in città e provincia, posso insomma avere un’idea ben chiara degli sviluppi in genere della mia terra. Per me ed altri connazionali Libertà é come un’oasi in pieno deserto. Luigi Consonni Montreal , Canada

GENNEVILLIERS - FRANCIA Io e la mia famiglia ci associamo per festeggiare i 120 anni di Libertà. Vi ringraziamo molto per avere pensato a noi, Piacentini nel mondo. E’ un anno che abbiamo scoperto la LIBERTÀ on line. Purtroppo il giornale su carta non arriva fino alla regione di Parigi. Tutti giorni ci colleghiamo per avere delle notizie di Piacenza e della Provincia. Rappresenta un raggio di sole per noi, piacenti-

Cara Libertà sei sempre al passo coi tempi, ti sei “cibernetizzata”. Ora con internet sei accessibile a tutti noi che viviamo lontano da Piacenza. Ti “clicco” tutte le mattine...cerco notizie della gente che conosco... per noi piacentini emigrati rappresenti un raggio di sole, sei un simbolo dello spirito piacentino... ni che siamo immigrati. Siamo italiani, piacentini di cuore anche se siamo fuori della nostra patria e regione. Ci permette di far conoscere Piacenza e la Provincia a nostri amici francesi, perché questa città non è tanta conosciuta in paragone ad altre citta d’Italia. Attraverso LIBERTÀ si rafforza il contatto con i Piacentini nel mondo. Famiglia Taravella, Gandolfi

prarlo all’edicola di Via Giulio Alberoni, dato che mio padre quel giorno non usciva per andare al lavoro. Piú tardi divenne anche per me un “alimento” quotidiano. A seguito del mio espatrio e per 22 anni, fu mio padre a spedirmi a Mogadiscio, Asmara, Addis Abeba ed al Cairo i ritagli che riferivano fatti salienti della cronaca cittadina. Ora c’è il sito on line nel quale entro molto di frequente, in particolare quando, da buon piacentino “del sasso”, sento il bisogno di “immergermi” nelle cose di casa. Non credo che attualmente vi siano altri piacentini residenti al Cairo, per cui non so se arrivi qui qualche copia di Libertà. Mi consenta di dirle, Direttore, che io ho uno speciale motivo per sentirmi particolarmente legato a Libertà, e cioe il fatto che mio padre fu alle dipendenze di Libertà prima del conflitto 191518 ed in famiglia sin da bambino ho udito spesso il nome Ernesto Prati. Tra vari ricordi lasciati da mio padre, conservo religiosamente un ritaglio di Libertà dell’11 gennaio 1918 (peraltro ormai in avanzato stato di decomposizione ) che riferisce dell’ Encomio Solenne conferito a mio Padre nel 1917 dalle autorità militari. Riportata integralmente la motivazione, Libertà chiude con le seguenti parole : "Al bravo, valoroso concittadino congratulazioni vivissime. Ci piace anche ricordare che egli fu nostro compagno di lavoro nella tipografia Libertà". Formulo molti auguri alla proprietà ed a tutti i Collaboratori di Libertà per molti anni ancora di prestigioso e meritorio lavoro mediatico. Luciano Losi Cairo, Egitto

Gennevilliers, Francia

NEW YORK - STATI UNITI

BALLANCOURT - FRANCIA Egregio Direttore, ho sempre considerato La Libertà come uno dei simboli vivace della provincia. Ogni giorno, è dappertutto… Ha saputo, anche con i nuovi mezzi d’informazione (televizione satellitare, Internet), conservare un posto molto importante nel cuore dei piacentini. Continua ad essere il principale mezzo d’informazione locale. E uno dei cementi forti della comunità provinciale per chi abita in provincia, in Italia e anche al Estero. Ma è impossibile a procurarsi regolarmente delle copie in Francia. Peccato ! La creazione di Libertà On line mi ha dato la possibilità di accedere a questo tipo d’informazione da casa mia. Non per conoscere le notizie del Mondo… Ma per sentire parlare della vita della Provincia. E un modo semplice di rimanere in contatto anche per chi vive lontano. Mi collego circa una volta alla settimana e sto circa 15 minuti sul sito. Nel futuro la Libertà deve continuare ad essere il simbolo dello spirito locale in provincia. Fausto Migliorini Ballancourt, Francia

CAIRO - EGITTO Egregio Direttore, che piacere sentirsi ricordati attraverso la vostra “Lettera ai Piacentini nel mondo " ! Complimenti a Lei ed alla Presidente Signora Ronconi per la bella iniziativa in occasione del 120° compleanno del nostro giornale LIBERTÀ. Benchè affetto da “mal d’Africa”, durante i trascorsi 48 anni ho rivisto Piacenza ed i miei familiari quasi ogni anno. Libertà per me, e probabilmente anche per altri espatriati, e un antidoto contro la nostalgia, perché mi fa sentire sul posto. Come ricordo il giornale ? A parte la sua presenza quotidiana sul tavolo del tinello, ricordo che, da piccolo, la domenica mattina toccava a me correre a com-

SPACCIO UNIVERSAL

Gentile Direttore, prima di affrettarmi a comprare 120 candeline per il dolce che preparerò oggi, 27 gennaio, mi permetta di farle i miei complimenti per la costante cura e professionalità che dedica alla rubrica del “mio” quotidiano e per la sua squisita premura nel ricordare anche noi piacentini disseminati nel mondo. Io mi sono stabilito a New York circa 30 anni fa; oggi sono uno chef che gode di una certa fama che devo indiscutibilmente, ai due ingredienti primari che non mancano mai nelle mie ricette: la passione e quella nota vivace,vagamente raffinata, storica, così spiccamente autorivelatrice che caratterizza la “nostra” cucina! Le assicuro che da me alcuni dei palati più celebri del mondo non sono rimasti indifferenti ai miei pisarei e non è raro che mi venga chiesto un vassoio di gnocco fritto prima ancora di un superbo e sofisticato potage francese! Come sono riuscito a far sempre brillare la mia perla di nostraneità in mezzo a un oceano così vasto di tradizioni diverse? Be’, sicuramente anche non mancando mai di concedermi qualche tuffo in Piacenza, leggendomi Libertà on-line! Pensi che sono riuscito persino a ottenere alcune di quelle splendide fotografie d’epoca di cui ultimamente Libertà ha omaggiato i lettori e ora sto finendo di appenderle alle pareti di casa. Lei che ne dice, le sembro ancora abbastanza..."piasintei"?! I miei più cordiali saluti a lei e alla mia Piacenza. Giorgio Bottazzi New York, Stati Uniti

SÁENZ PEÑA BUENOS AIRES ARGENTINA Egregio Direttore, se mi permette mi presento: sono la figlia di Attilio Pavesi. Mi

chiamo Patricia Pavesi e ho 43 anni. La Libertà significa molto per me perché sono cresciuta sfogliando i giornali, soprattutto quelli in cui c’era qualche informazione su mio padre. Ora ha 92 anni e ricorda come se fosse ieri quando conobbe Ernesto Prati, Alfredo Tarantola e più tardi il figlio Amedeo. Nonostante la lontananza la Libertà è sempre presente tra noi. Mio papà è il piacentino, che vinse la prima medaglia d’oro alle Olimpiadi nella storia del ciclismo italiano e vive, per una circostanza della vita, a Sáenz Peña, in Buenos Aires. Però non dimentica mai Caorso, Piacenza. Patricia Pavesi ❖ ❖ ❖

Egregio Direttore, mi è molto gradito salutarla in questo importante anniversario di Libertà, il mio caro giornale di Piacenza. Dove io abito ci sono molti caorsani e piacentini di tutta la provincia e la Libertà è sempre stata un veicolo di comunicazione fra noi. Adesso con Internet è un’altra cosa. I piacentini all’estero non dimenticano mai le poesie dialettali piacentine. Lontano, però con il pensiero vicino Attilio Pavesi Sáenz Peña, Buenos Aires, Argentina

BRUXELLES - BELGIO Cara Libertà, auguri e grazie. Una frase corta, ma piena di significato. Sì perchè quando penso a te penso a Piacenza: alla mia città che amo e che ho in una fotografia panoramica alle mie spalle appesa al muro nel mio ufficio di Bruxelles. E per chi è lontano ma ancora saldo alle sue radici, anche un piccolo articolo, una foto, rincuora nei momenti di tristezza, quando il profumo acre della nebbia piacentina manca dal cuore. E fa piacere anche leggere le ultime novità sul cartellone spettacoli in città per tenersi aggiornato e per confrontare. In poche parole per non sentirsi emigrato quando di fatto lo si è. Quindi, auguri a tutti voi che ci/mi aiutate a fare sentire più vicina. Grazie! Claudia Cassinari Bruxelles, Belgio

MITRY MORY - FRANCIA Buongiorno Libertà, sono partito da Piacenza otto anni fa, ma Libertà On-Line mi permette di restare in contatto con tutti gli avvenimenti di città e provincia. In più, da quando anche le foto sono pubblicate su Internet, la distanza da Piacenza si fa ancor più corta e persone, fatti o luoghi mi ritornano in mente. Un saluto a tutti quelli che mi riconosceranno in questo messaggio e un ringraziamento a Libertà che ha reso possibile questo legame con le proprie origini. Marco Cella Mitry Mory - Francia

COSTA RICA Gentile Direttore, sono Carlo Traversone dal Costa Rica. Leggo la Libertá tutti i giorni e vi faccio tanti auguri per i 120 anni. Ho letto un articolo che Paola Gandolfi é stata eletta sindaco dei giovani di Carpaneto. Sono un amico del padre Fausto ed ho conosciuto Paola nel mese di agosto dell’anno scorso a una cena in casa sua. Gradirei moltissimo farle giungere le mie congratulazioni per il successo ottenuto per la sua intelligenza e grande sinpatia. In bocca al lupo per il futuro! Grazie Libertà. Un saluto con simpatia. Carlo Traversone Costa Rica 27-01

GRAGNANO Zona Artigianale

ABBIGLIAMENTO UOMO DONNA BAMBINO JEANS, PANTALONI, GONNE, CAMICIE ANCHE TAGLIE FORTI e ABBIGLIAMENTO da PALESTRA

CONTINUANO I SALDI DI FINE STAGIONE SU TUTTI I CAPI DI ABBIGLIAMENTO ALCUNI ESEMPI

20%

- PANTALONI UOMO/DONNA - GONNE JEANS

UNGARO - BASILE STUDIO ERRE

30%

COCOLOBA - POMPEA

BULLDOZER

- MAGLIONI UOMO-DONNA VAGABOND

40%

- JEANS UOMO ULTIMA MODA - JEANS RAGAZZA ULTIMA MODA

LEVIS

- CAMICIE UOMO/DONNA

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120 anni su libertà

Libertà è

2001:il G8 a Genova Attentato alle Torri, La morte di Giuliani America sotto choc Il 19 luglio 2001 i Capi di Stato e di Governo di otto delle principali democrazie industrializzate e i rappresentanti dell’Unione europea si riuniscono a Genova per il primo vertice del nuovo millennio. L’atmosfera è elettrica: movimenti pacifisti - 200mila i partecipanti giunti da ogni parte del mondo - manifestano il proprio dissenso alla globalizzazione. In un duro scontro con le forze dell’ordine, in piazza Alimonda, perde la vita Carlo Giuliani. A sparargli, il poliziotto Placanica.

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Per ogni uomo che vive senza libertà, ognuno di noi deve sentirsi colpevole.

La mattina dell’11 settembre 2001, con un’azione coordinata, alcuni terroristi islamici dirottano tre aerei di linea in partenza da aeroporti degli Stati Uniti. Due velivoli vengono diretti contro le “Twin Towers” di Manhattan provocandone il crollo, il terzo colpisce un’ala del Pentagono a Washington. Nel complesso, l’attentato provoca la morte di migliaia di persone. Tutti i giornali, le televisioni e le radio ne parlano: il mondo è sotto choc.

LILLIAN HELLMAN (commediografa statunitense, 1905-1984).

Cara Libertà,ci fai sentire piacentini «Per noi sei sempre stata come una seconda madre» OTTAWA - CANADA Caro direttore, mi ricordo ancora come se fosse ieri il giorno in cui, or son più di cinque anni, fui preso da una grande euforia quando ebbi l’occasione di trovare il quotidiano Libertà su internet. Adesso, come pagina principale sul mio ordinatore personale, uso quello di Libertà che è il primo giornale che leggo ogni mattina, dopo aver letto il quotidiano “The Ottawa Citizen” in versione stampata. Qui ad Ottawa non arriva la Libertà in formato stampa, quindi questo filo virtuale aiuta a riallacciarmi a quei posti in cui ho passato i miei primi vent’anni, ai bei sentieri sui monti, alle belle piazze, agli antichi campanili in Piacenza e nei piccoli paesi e al suono delle loro campane registrati per così dire ancor nella mia mente; o almeno spero che, quello che sento, sia il suone delle campane... E poi che dire dei nomi di quelle persone conosciute che di tanto in tanto appaiono nelle cronache quotidiane piacentine e le cui storie sono a volte piacevoli e purtroppo anche tristi. Anche se le immagini dei loro visi e dei loro gesti sono un po’ offuscati dalla memoria, nondimeno, nel leggere i loro nomi e le loro storie in “Libertà” sono mosso a fare una carrellata veloce a ritroso. Ma non è soltanto per nostalgia la ragione per cui leggo “Libertà”, è anche e soprattutto per tenermi al corrente delle aspirazioni dei piacentini e del loro progresso verso un futuro sostenibile che può e deve essere realizzato con lungimiranza e tenacia. Devo pertanto fare un elogio a tutti i membri dell’equipe di Libertà per l’alto livello di qualità del quotidiano sia dal punto di vista della presentazione grafica sia per il contenuto degli argomenti presentati. Un grazie per questa possibilità che “Libertà” offre a tutti noi che, per un motivo o per l’altro, abbiamo “scelto” di vivere in luoghi sparpagliati un po’ per tutto questo mondo, un mondo che in molti sensi sta diventando più piccolo appunto per questo aggancio virtuale. Auguro a “Libertà” di continuare a diffondere le notizie di “casa” e non solo, per almeno altri 120 anni. Giorgio Zanetti Ottawa, Canada

sentire ancora vicini e coinvolti nella vita della propria città pur vivendo a tanti chilometri di distanza. Patrizia Gandolfi Dublino, Irlanda

NANCHINO - CINA Sono da più di quaranta anni lontano da Piacenza, ma non è vero che con il trascorrere del tempo i ricordi si affievoliscano. Anzi, si fa sempre più forte il richiamo dei quando si era giovani (e Libertà costava 35 lire) e la voglia di incontrare nuovamente i vecchi amici. E quando in Cina, dove vivo da cinque anni, incontro un piacentino (capita anche qui, come mi è capitato di insegnare tempo fa a Nanchino a cucinare i pisarei e fasö ad una piacentina che evidentemente non aveva il tipico callo al pollice delle razdure di una volta) è sempre una gara a rintracciare conoscenze comuni e rincorrerne gli avvenimenti. Per me, il potersi collegare a Libertà on line ha significato negli ultimi anni poter fare questo tutti i giorni, e, in un caso specifico, poter rintracciare un vecchio compagno di scuola. Penso che sarebbe importante che Libertà promuovesse la possibilità di luoghi di dibattito e corrispondenza on line per i piacentini nel mondo. Felicitazioni e auguri dal Paese di Mezzo! Pierluigi Piazza Nanchino, Cina

HALLIBURTON - CONGO Egregio Direttore, sembrerà fuori luogo e sorpassato, ma per chi vive all’estero, lontano da casa, dai propri cari, da San Giorgio, avere la possibilità di poter leggere Libertà, beh me lo lasci dire Direttore : è stupendo... e quindi ringraziarvi è il minimo che posso fare. Ogni mattina arrivo mezz’ora prima per potermi leggere in santa pace la mia "Liberta’", e non immagina il piacere di sfogliare telematicamente il suo giornale...il nostro giornale ! Avrei voluto scrivere tante volte su tante cose che non vanno o che vanno, sull’Africa, ...sulla mia Africa che vivo tutti i giorni, chissà un giorno forse lo farò, ma avrò bisogno di più spazio. Adelchi Foppiani Halliburton SAS Congo

ESTAGO MONAGOS - VENEZUELA Cari Amici di Libertá: dal 1998 ho notizie della Piacenza da me lasciata tanti anni fa, tramite le vostre pagine, leggendo Libertá on line.Oltre i contatti con i miei familiari residenti a Piacenza, Libertá é l’unica altra fonte per avere informazioni diverse (politica, sport, eventi diversi) che si trovano sulle vostre pagine. Per noi, lontanissimi, é un modo per non perdere il contatto con la terra di nostri antenati ed anche dei nostri primi anni di vita. Siete stati molto gentili quando mi avete inviato, nel 2001 informazioni dai vostri Archivi su mio nonno, Cav. Carlo Malchiodi, deceduto nel 1958. Complimenti per i 120 anni della nostra Libertà. Un caro saluto dal Venezuela Dott. Ivan Carlos Malchiodi Maturin, Estado Monagas -Venezuela

DUBLINO - IRLANDA Personalmente, pur vivendo in Irlanda e quindi a distanza relativamente breve dall’Italia, mi piace consultare la versione on-line del nostro quotidiano, e di regola riesco a farlo giornalmente. Per me, la possibilità di trovare Libertà su internet significa avere a disposizione un’impagabile possibilità di mantenermi in contatto con Piacenza, di seguirla nei suoi piccoli e grandi cambiamenti, di tenermi aggiornata sulla cronaca giornaliera e, naturalmente, su quella sportiva. Senza parlare poi di quando mi è possibile trovarci notizie riguardanti conoscenti persi di vista da molto tempo. Certamente è il modo più facile e completo per restare in contatto con le mie origini. Un grazie particolare quindi a Libertà che ci fa

EDIMBURGO - INGHILTERRA

Libertà è un po’ come l’album di famiglia dove chi lo apre trova sempre qualche volto conosciuto o da conoscere...Ogni tanto mi vien voglia di passare per via Calzolai...mi vien voglia di vedere il Po e così sfoglio Libertà su internet... Sono un cittadino piacentino del mondo, Libertà mi aiuta a restare piacentino... sola di Jersey dovevo distribuirla a qualche altro piacentino, che a sua volta avrebbe fatto lo stesso per me. Ora con Internet vi leggo tutti i giorni. Complimenti per la vostra web site molto chiara e facile da navigare. E come si dice qui da noi...Keep up the good work. Saluti e buon anno Franco Manchi Isola di JERSEY.(Canale della Manica)

OTTAWA - CANADA

Abbotsford, Canada

Congratulazioni, Libertà, per aver saputo mantenere una presenza viva nel cuore dei Piacentini che vivono all’estero utilizzando i nuovi mezzi di comunicazione offerti dall’Internet. Leggo Libertà On Line una volta alla settimana. Vivendo in Canada, le notizie politiche sia cittadine che nazionali non sono di primaria importanza, per cui mi interesso soprattutto alle notizie sulla vita culturale della città, le realizzazioni di personaggi piacentini del presente e del passato, ed i progetti di restauro architettonico della vecchia Piacenza e della sua provincia. Mariella Taffurelli Penna Ottawa, Canada

Direttore, tantissimi auguri a Liberta’ almeno per altri 120 anni! Libertà è un po’ come l’album di famiglia, dove, chi lo apre, trova sempre qualche volto conosciuto o da conoscere. Purtroppo, una volta partito dal piacentino, non è stato facile ritrovare il giornale, ma ad ogni rientro mi è sempre gradito leggerlo (anche i numeri vecchi) per potermi aggiornare su cos’è successo a casa durante la mia assenza! Ora, grazie a Internet, posso leggerlo almeno settimanalmente per conoscere i fatti principali del piacentino ed in particolare del mio paese: Castelsangiovanni. Grazie a tutti voi per continuare a credere in questo giornale semplice e schietto come i piacentini! Congratulazioni! Carlo Poggi Edimburgo, Inghilterra

ISOLA DI JERSEY CANALE DELLA MANICA Gentile Direttore congratulazzioni per la celebrazione dei 120 anni di Liberta. Le devo dire che per noi Italiani all’estero Liberta è sempre stata come una seconda madre, un altro modo per tenerci informati su tutto quello che succede in città e provincia. Mi ricordo che anni fa quando si ritornava da una vacanza in Italia (nel mio caso da Travo) mi dovevo sempre ricordare di comprare un paio di copie di Libertà perché quando arrivavo qui sull’i-

Pacific Airlines, con base a Vancouver, British Columbia, Canada. La mia grande passione per la caccia e la pesca, (comune, credo, a innumerevoli piacentini) contribuì probabilmente al mio immediato amore per il far-west canadese e le Montagne Rocciose. La caccia al cervo, la pesca al salmone, sono ancor oggi, qui in Canada, alla portata di tutti. Il campeggio sulle rive di laghi tranquilli, lontano dalle folle, è possibile con non più di un ora di guida da casa mia. Ciò nonostante, vengo spesso preso da un forte desiderio “d’anda’ a ca’ a ved i’amis...!!” e provare di nuovo la gioia di sedermi sulla terrazza, davanti all’Albergo del Cervo di Agazzano, mangiando coppa piacentina e bevendo barbera, tra una partita e l’altra di “scala 40”. Le gioie più semplici della vita sono quelle che si ricordano per sempre e con grandissima nostalgia. Chi potrebbe mai dimenticare quel “primo d’aprile” di tanti anni fa quando seduto coi miei amici propio lì, sulla terrazza dell’albergo, ridevamo alla vista della motocicletta dei Carabinieri issata su, in cima al monumento dei caduti, nel mezzo della piazza!? E’ forse per questi cari ricordi che qualche tempo fa mi venne l’idea di cercare il sito Internet della Libertà di Piacenza e leggere alcune notizie di casa. Ho pensato, chissà, forse riconoscerò in un articolo il nome di qualche compagno di scuola. Per ora nulla ma continuerò a leggere... sperando al contempo che siano notizie buone, naturalmente! Per vostro uso personale aggiungo una mia foto con una delle mie due figlie. Questa è Leah. Non ho al momento la foto con Alexandra ma siccome sono gemelle identiche non è importante. Con sincera amicizia, e mille auguri per il 120 anniversario, Gian Paolo Maestri, vostro fedele lettore

KAMAKURA - GIAPPONE In Giappone Libertà non arriva e la sostituisco collegandomi quasi ogni giorno a Liberta on line per leggere le notizie di Piacenza e della provincia. Per chi sta lontano le notizie piacentine sono quelle che interessano maggiormente perché ti mantengono a contatto con la realtà di casa. Potrà sembrare una richiesta strana, ma credo che anche altri apprezzerebbero se si potessero leggere i necrologi. Auguri per altri 120 anni di un sempre migliore servizio alla comunità piacentina. Lia Beretta

PHOENIX - ARIZONA Gentile Direttore, con piacere partecipo alla sua iniziativa. Leggo la Libertà on line quasi tutti i giorni. Mi serve per rimanere informato su Piacenza e anche sulla “provincia”. A Phoenix , Arizona , la Libertà arriva solo on line. Più di 30 anni fa un giornalista del suo giornale pubblicò una intervista che venne a farmi a Roma dove allora abitavo. Il titolo era “Testa fredda fra le nuvole”. Potrebbe inviarmene una copia via email ? Mi complimento con lei e la Redazione per saper mantenere lo spirito “piacentino” nella Libertà. Luigi Galli Phoenix- Arizona

JAKARTA - INDONESIA La testata dice tutto: Libertà di pensiero, di confronto, pluralità ed informazione attenta e capillare. Questo sono le cose che respiro quando apro il nostro giornale, soprattutto quando sono all’estero. Vi assicuro che non è facile trovare paragoni, specie nei paesi lontani dal nostro. Un grazie all’Editore ma anche a chi quotidianamente si impegna professionalmente. Auguri e buon lavoro. Luca Caridi Jakarta - Indonesia

Kamakura, Giappone

ABBOTSFORD - CANADA Carissimi Editore e Direttore, vi ringrazio moltissimo per il vostro interesse genuino nella vita di noi espatriati. Per quanto ci si adatti al nostro paese di adozione, sono sempre stato orgoglioso della mia origine Piacentina. Sono nato nel 1942 nel comune di Gazzola, e precisamente al Castello di Lisignano, 24Km da Piacenza. I miei ricordi sono innumerevoli, molti felici, alcuni tristi, alcuni profondamente preziosi. Dalla quinta elementare in su feci gli studi delle scuole medie alla Mazzini a Piacenza e poi a Torino, dove feci il ginnasio e studiai lingue estere (Giapponese, Inglese, Francese Tedesco.) Il 19 Settembre 1966, fui assunto dalla Canadian

ASMARA - ERITREA Devo ammettere che in passato ho in un certo senso snobbato Libertà. Io, più interessato a questioni di portata più generale rispetto alle faccende locali, mi rivolgevo ai quotidiani nazionali e magari Libertà la sfogliavo in fretta prendendo un caffè al bar. Ma quando si lascia l’Italia per parecchio tempo le cose cambiano. L’attaccamento alle tradizioni e alle abitudini abbandonate si fa sentire molto più forte di quanto ci si potesse immaginare. Mi è difficile far capire quanto ci tenessi a far mangiare ai miei amici di Asmara, italiani e non, i tortelli alla piacentina. Ed è difficlile anche far capire con che soddisfazione spiegavo come avevo fatto quella treccia di pasta alla fine del tor-

tello. Fare (e mangiare!) quei tortelli è stato un po’ come voler ribadire la mia identità di piacentino. E per Libertà la storia è un po’ simile. Ogni tanto mi viene una gran voglia di sapere cosa succede a Piacenza; mi vien voglia di passare per via Calzolai, dove ho un po’ di amici tra il negozio di prodotti biologici e la bottega del commercio equo e solidale; mi vien voglia di vedere il Po. Nostalgia? Forse solo un po’. E poter sfogliare una copia di Libertà ogni tanto mi servirebbe per poter soddisfare queste curiosità e questa voglia di essere lì. La rete in questo caso non aiuta perchè in Eritrea non è esattamente semplice connettersi ad internet e leggere Libertà On Line è praticamente impossibile. Ma Libertà è lo stesso presente. Non con gli articoli che mi mandano a volte dall’Italia (non succede praticamente mai). Soprattutto Libertà è stata, ed è anche in questa occasione, lo strumento per comunicare con Piacenza. Libertà, infatti, mi ha pubblicato nei mesi scorsi un paio di articoli che ho scritto descrivendo alcuni aspetti della vita in Eritrea. E’ stato incredibile sentire quanta gente ha letto quelle poche righe! E mi sono reso conto che in quell’occasione avevo di fatto scritto una “lettera” a tutti quelli che conoscevo. In quella “lettera” dicevo che stavo bene, raccontavo del mio lavoro, del nuovo paese, in altre parole raccontavo, indirettamente, un po’ di me. E lo raccontavo a tutti, veramente a tutti. Quegli articoli sono stati il mio ponte con Piacenza. Alcuni amici dicono che sono un vero cittadino del mondo, perchè viaggio e perchè il mio lavoro mi permette forse più di altri di esserlo. Non so se lo sono davvero, ma questa definizione mi piace. Aggiungerei però che sono un cittadino piacentino del mondo . E Libertà mi aiuta a mantenere questo attributo. Francesco Metti Asmara, Eritrea

ROSARIO - ARGENTINA Direttore, ai 120 anni di Libertà vorrei dedicare una poesia significativa e perfino commovente. Non conosco l’autore, Cipollini, ma mi pare un cuore a radici piacentine, che interpreta i sentimenti di molti di noi. Ho cercato di farne una traduzione il più fedele possibile, ma è bella nello spagnolo originale (o castellano, come si dice qui). Un sogno... nel sogno: Italia-Piacenza

Chiudo gli occhi e vedo "Piacenza",/non la osservo da un mappamondo,/la vedo da un’idea,/la vedo dal fondo del cuore, ... da un sentimento,/dall’emozione di sentirla, /come la sentiva mio nonno:/nel cuore, negli occhi,/nel sangue, nelle ossa..../Chiudo gli occhi e vedo "Piacenza":/la sua gente,/le sue vie,/le sue chiese..../Chiudo gli occhi e sogno,/sogno che sono /pioggia. /E piovo/sopra Reggio e Ferrara,/sopra Modena,/Rimini e Forlì, /sopra Parma,/e su tutta la Regione /Emilia-Romagna./Chiudo gli occhi e sogno,/Sogno che sono un uccello,/che vola e sorvola/la città di mio nonno,/la città dei suoi ricordi, /la città dei /suoi racconti,/la città dove non sono sepolte /le sue ossa stanche, le sue spoglie./Chiudo gli occhi e sogno, /sogno che vedo montagne/e che sono gli Appennini,/sogno che viaggio per tutta l’ Italia,/i suoi sentieri e i suoi cammini./Chiudo gli occhi e sento/che più in là della Toscana/o più in qua della Lombardia,/più in là della morte,/del sogno o della vita,/tutta quella terra /è Patria sua e mìa./Chiudo gli occhi e sento, /sento che giungo a Piacenza,/che finalmente conosco/la sua terra, la sua zona/e che attraverso i miei occhi/mio nonno si/emoziona. Grazie e centenari auguri alla nostra amata Libertà, alla redazione e ai lettori. Guido Bergonzi

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120 anni su libertà

Libertà è

2002:addio alle lire L’assassinio di Biagi Ora si compra in Euro Il ritorno delle Br? Il primo gennaio 2002 entra ufficialmente in circolazione la moneta unica europea. Nel giro di un mese, l’euro sostituisce definitivamente le vecchie lire. La nuova moneta sostituisce tutte le divise nazionali dei 12 Stati membri che hanno aderito alla Uem: Belgio, Germania, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Austria, Portogallo, Finlandia e Grecia. Il valore dell’euro è pari a 1936,27 lire italiane.

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La libertà è innanzitutto il diritto alla disuguaglianza.

Il 19 marzo 2002 le Brigate Rosse uccidono il professore Marco BIagi, consulente di diversi ministri del Lavoro negli ultimi anni (compreso l’attuale titolare del dicastero, Roberto Maroni), amico di Prodi e di Treu, padre del Libro Bianco sul lavoro del Governo Berlusconi, ma anche tra gli autori del Patto sul lavoro dei governi del centrosinistra (insieme a D’Antona). L’omicidio avviene a Bologna, con la stessa arma del delitto D’Antona ed è rivendicato dalle Br.

N. A. BERDJAEV (filosofo russo, 1874-1948).

Grazie alle donne e agli uomini che hanno fatto grande Libertà REDAZIONE

Alberto Agosti Eleonora Bagarotti Antonio Boschi Corrado Capra Stefano Carini Paolo Carletti Sabrina Coronella Carlo Danani Fulvio Ferrari Federico Frighi Marcovirgilio Frontini Camillo Galba Patrizia Galeotti Paolo Gentilotti Marcello Gravante Ludovico Lalatta Giorgio Lambri Antonella Lenti Pier Carlo Marcoccia Enrico Marcotti Angela Maria Marinetti Giacomo Nicelli Maurizio Pilotti Gustavo Roccella Paola Romanini Patrizia Soffientini Paolo Terzago

AMMINISTRAZIONE E DIFFUSIONE Marco Scarzanella Barbara Burani Rita Capra Gabriele Caprioli Monica Cesena Giampaolo Perduca Gabriele Soprani

PRESTAMPA E UFFICIO TECNICO Amedeo Bianchi Giorgio Carlevero Giuseppe Casella Giorgio Eremo Marco Fortunati Carlo Francou Sandro Galdiolo Franco Gallarati Alberto Ghiadoni Roberto Lambri Pietro Libe' Dario Mantovani Mauro Massari Camillo Plate' Alessandro Siena Rodolfo Soressi Giovanni Terret

ROTATIVA, SPEDIZIONE E SERVIZI GENERALI Carlo Braghi Giorgio Cattanei Massimo Corti William Mafezzoni Graziano Maggi Alessandro Pagani Edoardo Pagani Roberto Pagani Severino Picca Stefano Tramelli Gaetano Vigilia

SERVIZI Luigi Prospiti (Icel) Luca Farbo (Cosepi) Mario Garzillo (Cosepi) RECEPTION (INSERVICE) Francesca Barbieri Barbara Crosia Roberta Ghirardosi Elisabetta Zilocchi

COLLABORATORI

Alessandra Albertini Giancarlo Andreoli Anna Anselmi Riccardo Anselmi Armodio Gianfranco Asveri Silvia Barbieri Mauro Bardelli Simone Baruffi Marco Battaglia don Gigi Bavagnoli Gian Luigi Bertacchi Fabio Bianchi Daniela Bigliardi

Daniela Bisogni Franco Bonatti Mario Borra Vincenzo Bosco Giovanni Bottazzini Maurizio Bottigelli Giampio Bracchi Giancarlo Braghieri Gianpaolo Bulla Pietro Busconi Francesco Bussi Paolo Buttiglieri Paolo Cagnani Massimo Calamari Carlo Capra Livio Caputo Caterina Caravaggi Paolo Carini Tonino Carotenuto Ettore Carrà Federica Casaroli Piero Castignoli Giuseppe Cattanei Luca Cattanei Monica Cavanna Gian Biagio Cighetti Ilenia Cirrone Anna Coccioli Mastroviti Enrica Colombini don Giancarlo Conte Vittorio Curtoni Pina Cusano Luciano Dacquati Giovanni Delbecchi Francesco Dionigi Laura Dotti Elena Draghi Cristiana Emiliani Matteo Eremo Valentina Falco Luisa Falcone Umberto Fava Domenico Ferrari Mauro Ferrari Mauro Ferri Fausto Ersilio Fiorentini Oreste Foppiani Mauro Fornari Pietro Freghieri Stefano Fugazza Carlo Galli Luigi Galli Alessandro Gandini Davide Gasparotto Giorgia Gazzola Eugenio Gazzola Carla Ghezzi Paolo Giuseppe Ghisoni Antonella Gigli Ettore Gotti Tedeschi Lorenzo Gramigni Filippo Grassia Giorgio Guasti Matteo Labati Corrado Lamur Antonio Lanzoni Alessia Libe' Giovanni Franco Lombardi Giorgio Macellari Emanuele Maffi Giuseppe Maggi Valentina Magnaschi Luca Mallamaci Francesco Mannoni Oliviero Marchesi Ermanno Mariani Paolo Marino Cristina Maserati Carlo Merli Paola Merli Giorgio Milani Mariangela Milani Danilo Minoia Claudia Molinari Gian Luigi Molinari Manuel Monteverdi Salvatore Mortilla Carlo Musajo Somma Franco Origone Agostino Origone Francesco Pagliari Dario Paladini Giovanna Palladini Cesare Pecorini Paola Pedrazzini Paolo Pensa Daniele Perotti Sandro Pietra

.A REGGERE LE SORTI DEL GIORNALE LE DISCENDENTI DI ERNESTO PRATI .

Centoventi anni dopo

I

l giovane e rampante Ernesto Prati (noto anche come abile spadaccino) quando, all’inizio dell’anno 1883, uscì con il primo numero di Libertà non pensava sicuramente che la sua creatura avrebbe attraversato con passo baldanzoso tutto il Novecento per poi sbarcare nel Duemila senza mostrare alcun segno di stanchezza, anzi. E mai il fondatore avrebbe immaginato che nel Terzo Millennio fossero ancora i suoi diretti discendenti a reggere le sorti di Libertà. Ed ancor meno che fossero addirittura due donne (ohibò!): Donatella vedova di suo nipote Marcello ed Enrica figlia di Marcello e quindi sua bis-nipotina! E cosa ancor più sorprendente, chi è il testimonial di questa Libertà, giornale di così antiche tradizioni ma con lo slancio e il coraggio di un giovane nell’affrontare le sfide di ogni giorno? E’ proprio lui, il grande bisnonno Prati che 120 anni dopo è sempre più in forma. Come la sua Libertà. Cento di questi giorni e buon compleanno Libertà. Donatella Ronconi e la figlia Enrica Prati, editori di Libertà

ALTRIMEDIA PUBBLICITÀ Maria Chiara Molinari Ernesto Palmieri Chiara Bergonzi Raffaella Casella Maria Teresa Casiroli Maria Grazia Ciregna Nuccia Foppiani Raffaella Franchi Stefano Lise' Giuseppina Mosconi Raffaella Pelizzari Mauro Politi Daniela Rancati Bruno Rota Simona Sultano Alessandra Timoni Agenti: Graziella Bazzini Emanuele Bergonzi Letizia Furuli Mariangela Gallone Andrea Ganzerli Paola Giordani Adele Marenghi Maria Teresa Molina Riccardo Palmerini Collaboratori: Sergio Barioglio Elena Rossetti Giorgia Gazzola Lucia Farinelli

HANNO COLLABORATO CON NOI

Luigi Guastamacchia

Fabio Tacciaria

Maurizio De Luca

Alessandro Miglioli

Carlo Caracciolo

In questa pagina abbiamo voluto mettere insieme tutti i nomi delle donne e degli uomini che hanno fatto grande Libertà nel corso dei decenni. A loro “Libertà”, con i suoi Editori Donatella Ronconi ed Enrica Prati, con il presidente del Gruppo l’Espresso, Carlo Caracciolo, e con l’intero Consiglio di Amministrazione, dice grazie

Francesco Arcucci

Tomas Angel Astorga Alberto Brenni Massimo Ceresa Giorgio Clo' Filippo Adolfini Armando Alessandri Giuseppe Baucia Roberto Benassi Leonida Bosi Nicoletta Bracchi Roberto Calza Anna Paola Cavanna Cinzia Cigognini Ettore Cravedi Gianni Cravedi Canzio Ferrari Michela Ferrari Marzia Foletti Davide Garioni Daniele Losi Stefano Lunini Stefano Magnani Chiara Messori Beatrice Milanesi Giovanni Mondina Giovanni Palisto Francesco Romano Laura Rovellini

Michael Ballsdon

Ivan Ciollaro

Paola Pinotti Gerardo Pintus Leonardo Piriti Francesca Pisati Gianfranco Polloni Mario Poltronieri Stefano Pronti Daniele Provini Ornella Quaglia Emiliano Raffo Paolo Ricci Paolo Rizzi Arianna Rosa Valentina Rossi Giancarlo Sansoni Claudio Santi Fabrizio Schiavi Gianfranco Scognamiglio Simona Segalini Sabrina Silan Alessia Strinati Matteo Talpo Olivia Teragni Mauro Terlizzi Elena Tomanelli Cristian Torri Camilla Toscani Franco Toscani Andrea Tramelli Giacomo Vaciago

Gaetano Rizzuto e Marco Zazzali

TELELIBERTÀ LIBERTÀ ON LINE

Marco Villaggi William Xerra Giovanni Zilioli Arturo Zilli

Maria Vittoria Gazzola Marco Molinari

Quotidiano di Piacenza fondato da Ernesto Prati nel 1883 DIRETTORE RESPONSABILE: Gaetano CAPOREDATTORE CENTRALE:

Rizzuto

FOTOGRAFI

Claudio Salvaneschi

EDITORE E STAMPATORE

Editoriale Libertà S.p.a. 29100 Piacenza - Via Benedettine, 68 - Tel. 0523.393939 - Fax 0523.393962 CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE PRESIDENTE: Donatella Ronconi CONSIGLIERI: Enrica

Prati, Francesco Arcucci, Maurizio De Luca, Luigi Guastamacchia, Alessandro Miglioli, Fabio Tacciaria COLLEGIO SINDACALE: Michael Ballsdon, Stefano Leardini, Giorgio Losi DIRETTORE GENERALE: Marco Zazzali

Massimo Bersani Prospero Cravedi P.Paolo Ferreri Franco Franzini Franco Gazzola Fabio Lunardini Emilio Marina Angela Petrarelli Pietro Zangrandi

Emilio Arcari Fiorenzo Arcari Sergio Aspesi Clemente Balderacchi Angela Bassi Luigi Battistotti Romano Bignami Enrico Boni Fernando Boschi Antonio Bosoni Francesco Camia Giulio Camia Bruno Campominosi Sandro Cantarini Aristide Cella Luigi Ceresa Rosalba Chiesa G.Paolo Cighetti Adriano Cisini Carmelita Collini Omar Corti Gabriele Crosia Giorgio De Petro Carla Decca Bruno Dotelli Pietro Ferrari Sergio Fontana Roberto Gandolfi Carlo Ghizzoni Filippo Grisanti Giuliana Grisi Eva Groppalli Antonio Guidotti Nereo Iosefo Elide Losi Emilio Losi Sergio Lovotti Angelo Maini Bruno Manzini Oscar Marenghi Camillo Minuti Italo Molinelli Claudio Orcesi Pietro Pendenti Giandomenico Perotti Vittorio Podenzani Bruno Pozzoli Luigi Pozzoli Maria Grazia Rainieri Giuseppe Risposi Maurizio Rosina Roberto Solari Bruna Soressi Luigi Soressi Giuseppe Sottili Gianni Tessoni Romano Ustini Giuseppe Velardi Luigi Villani

DISTRIBUTORI ED EDICOLANTI

A. Sanragostino, Agenzia Città di Fidenza di Menta, Agwenzia di Mantovani Carlo, Agenzia Ragalzi Sanremo, Oliva di Oliva, Agenzia Cremonese Luigi Canesi, Balti B. Dist., Corti & C. di Belotti Gianna, Macri Distribuzione Stampa, Regis Eugenio, Agnezia Rovido Nello, Sar-Press Genova, SarPress Imperia, Spediservice. AGAZZANO: Chiapponi Carmen ALSENO: Belli Marzia, Cantarelli Maria, BESENZONE: Gruppi Angela, BETTOLA: Mandarini Carla, Perini Bruno, Villa Gian Paolo, BOBBIO: Ballerini Gianfranco, Bazzini Roberta, BORGONOVO VAL TIDONE: Carella Mauro, Il Giocattolo, Pautasso Angelo, BOSNASCO: Rocca Civardi, CADEO: Ralli Anita, CALENDASCO: Grassi Lorenza, CAMINATA: Ruggeri Antonella, CAMPREMOLDO SOPRA: Battini Angela, CAORSO: Agardi Antonella, Ferranti Denj, Rossi Giuliano, CARDAZZO DI BOSNASCO (PV): Maga Carlo, CARPANETO PIACENTINO: Anselmi Flavia, Carini Antonella, Pareti Antonio, CASALIGGIO: Maggi Stefano, CASSOLO: Bocchia Paola, CASTEL SAN GIOVANNI: Maggi Maurizio, La Coccinella, Maini Tino, Malinverni Rita Maddalena, Pettegoli Andrea, Sanguini Margherita, Zazzarini Giovanni, CASTELL'ARQUATO: Longeri Agnese, Sirosi Valter, Ziliani Pierluigi, CASTELNUOVO FOGLIANI: Gandolfini Angela, CASTELNUOVO VAL TIDONE: Rigoni Paolo, CASTELVETRO PIACENTINO: Raimondi Gabriella, Volpi Giorgio Luigi, CERIGNALE: Troglio Clara, CHIAVENNA LANDI: Gandini Angenna, CIRIANO DI CARPANETO: Mametti Tiziana, CORTEMAGGIORE: Melodi Simona, Serri Giovanni, DIARA DI RIVERGARO: Muselli Maria, FARINI: Roffi Mario, FERRIERE: Calamari Elena, FIORENZUOLA D'ARDA: Anselmini Andrea, Autogrill, Rossati Cristina, Capra Giuliano, Dall'olio Cesare, Groppelli Enrico, Lepori Piero, Andrea Trenchi, Pedrelli Sandra, Balocchi Alberto, Allegri P., Centro Servizi Bo-mi, Cristella Angelo, FONTANA FREDDA DI CADEO: Cardiaci Davide, FONTANA PRADOSA: Papagni Loredana, GARIGA DI PODENZANO: Centro Servizi Gariga, GAZZOLA: Bisi Agnese, GOSSOLENGO: Busca Carla, GRAGNANINO: Varesi Marina, GRAGNANO TREBBIENSE: Borsotti Massimo, GRAZZANO VISCONTI: Dosi Carmen, GROPPALLO: Gregori Giuseppina, GROPPARELLO: Rimoldi Franco, Risoli Giorgio, GUARDAMIGLIO (LO): Suzzani Luigi, Obertelli Pinuccia, LOC. MAIANO - PODENZANO: Smafin, LUGAGNANO VAL D'ARDA: Rigolli Giulio, LUSURASCO DI ALSENO: Miserotti, MARSAGLIA: Rossi Lucio, MEZZANO SCOTTI: Marenghi Diego, MONTICELLI D' ONGINA: Cartoleria Anceschi, Roda Alba, MORFASSO: Pezza e Binelli, MOTTAZIANA: Botteri Massimiliano, NIBBIANO: Brugnatelli Fernando, NIVIANO: Carella Marina, OTTONE: Guarnieri Luciano, PECORARA: Di Maggio Palma Rosa, PERINO: Malacalza Renata, PIACENZA: Arbusti Quintino, Autobar Nure Nord, Autoservice , Bar Piccadilly, Bar Prima Porta, Bar Valery, Bellotti Carla, Beretta Guido Angelo, Bissi Carla, Braga Edi, Loffi Paola, Cannariato Silvana, Capati Bongiorni Claudio, Collecchia Silvana, Coop Consumatori N-e Galleana, Cornelli Carlo, Cornelli Daniela, Dallavalle Massimo, Dordoni Mauro, Casali Pier Luigi, Bonini Paola, Fava Alessandro, Fioretti Tiziana, Fogliarino Stefano, Trusciglio Vincenzo, Gallarati Carla, Giovanelli Giuseppe, Grassi Luigi, Groppi Marco, Imprendinvest C/o Esselunga Spa, Ioniti Roberto, Leccardi Giuseppina, Rossetti Rossella, Lupi Giovanni, Lusardi Sandrina, Maffeis Stefano, Manzini Adolfo Benito, Marasi Enrica, Marchesini Emanuela, Marchetti Liliana, Mariottini Laura, Mazzolari Carlo, Mazzoli Graziella, Milani Massimiliano, Murelli Loredana, Nani Maurizio, Orsi Gian Marco, Osimani Claudio, Padis C/o Gs Piacenza Superstore, Papa Stefania, Parenzan Gianluca, Pareti F.Lli, Perdichizzi Mario, Perotti Massimo, Picciani Giovanni, Pizzaghi Stefano, Preda Giuseppe, Quagliaroli Cesare, Quaquaro Giacinto, Rabuffi Stefania, Rebecchi Flavio, Rossetti Claudio, Sciaini Romea, Scio Barbara, Scotti Bruno, Smafin, Solinas Raimonda, Stradriro Pietro, Grazzani Franco, Mazzoni Gian Paolo, Ferrari Giovanni, Tenda Albina, Teruzzi Giorgia, Vacchi Daniela, Vailati Antonio, Verdelli Osvaldo, Vivaldo Marco, Zanrei Giuseppe PIANELLO VAL TIDONE: Pizzi Luisa, Schiavi Emilia PIOZZANO: Chiesa Marco PODENZANO: Bassi Virginio, Sartori Lucio PONTE DELL'OLIO: Cavalli Emanuela, Ghisoni Alexandro, Millecose Di Pennini Rosa PONTENURE: Migliorini Francesca, Nichelli Silvana, Zocca Massimiliano QUADRELLI TRAVO: Serini Marisa QUARTO DI GOSSOLENGO: Maffi Teresa REZZANO: Carini Michela RIVERGARO: Ferri Fabio, Nigro Maria ROTTOFRENO: Tinelli Emanuela ROVELETO DI CADEO: Emanuelli Moreno, Foletti Giuseppe RUSTIGAZZO: Boiardi Gabriele S. PROTASO DI FIORENZUOLA: Bergamaschi Silvana SALICETO DI CADEO: Bolzoni Giuseppe SAN DAMIANO: Solari SAN GIORGIO PIACENTINO: Bersani Fausto, Ferraro Francesco, Rimondi Giuseppe SAN GIULIANO PIACENTINO: Sorbi Antonella SAN MICHELE DI MORFASSO: Rapacioli Antonio SAN NAZZARO D'ONGINA: Giacobbi Michela SAN NICOLO' Di Lecce Vito, Estivi Marika, Massola Roberto SAN PIETRO IN CERRO: Casagrande Albina SAN POLO: Daghetti Rosanna SAN ROCCO AL PORTO (LO): Bottini Maddalena, Cattaneo Valentina, Imprendinvest C/o Auchan, Perotti Mariangela SANTIMENTO: Losi Anna Maria SARIANO DI GROPPARELLO: Carini Flavio SARMATO: Distributore Erg Di Fulgosi Franco, Marazzi Valeria SETTIMA DI GOSSOLEGO: Settima Servizi SOARZA: Solenghi Teresa TRAVO: Nicolini Giuseppina TREVOZZO: Mossi Luciana VERNASCA: Fratelli Vincini VICOBARONE: Calabro' Margherita VIGOLO MARCHESE: Rastelli Daniela VIGOLZONE: Morosoli Claudio VILLANOVA D'ARDA: Tanti Mara VILLO' DI VIGOLZONE: Trioli Marilina ZIANO PIACENTINO: Zaffignani Claudia

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